Obama NON vuole questa guerra: Libero lo definisce “burattino di Mosca”

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Obama e Cameron, due burattini di Mosca nella crisi siriana

Libero

Israele dovrebbe fare tutto il possibile per abbattere Assad

Meir Dagan, ex direttore del Mossad, Haaretz, 29 aprile 2013

Se gli Stati Uniti proponessero una no-fly zone sulla Siria, noi risponderemmo subito di sì

Recep Tayyip Erdogan, premier turco (membro della NATO), intervistato dalla NBC

La liberazione delle Alture del Golan non è impossibile dal punto di vista militare. Nei prossimi mesi potremmo assistere a mutamenti cruciali e potremmo vedere la nascita di una nuova Siria

Generale Massud Jazayeri, vice capo di Stato maggiore iraniano

I bombardamenti Reyhanlı sono stati uno degli attentati terroristici più mortiferi della storia turca. Credo che il regime di Assad sia il colpevole meno probabile. Infatti, le bombe sono esplose poco prima di una visita a Mosca del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per discutere con Vladimir Putin circa le presunte vendite russe delle batterie di missili di difesa aerea S-300 alla Siria. Bombardare una città turca in queste circostanze sarebbe una pura follia da parte di Assad. Credo che la colpa vada ascritta all’Esercito Siriano Libero o ad al-Qaeda.

Ali Er, generale di brigata turco in pensione, consulente del partito di opposizione al governo

Gli abitanti di Reyhanlı pensano che i colpevoli siano i militanti dell’esercito siriano libero

Ertugrul Kurkcu, parlamentare turco (twitter)

Il premier britannico David Cameron vuole discutere col presidente Barack Obama su come unire gli sforzi per rendere l’opposizione in Siria più forte e credibile dal punto di vista politico e operativo

Portavoce di Downing Street, sulla visita di Cameron a Washington

Mosca è preoccupata per i segnali che indicano un’attività di preparazione dell’opinione pubblica mondiale alla possibilità di un intervento armato nella guerra civile siriana

Aleksandr Lukashevich, portavoce del ministero degli Esteri, 11 maggio 2013

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http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/assad-non-fuggo-difendero-la-siria-dai-terroristi/128824/127322?ref=&ref=HRER2-1

Pare che la stragrande maggioranza dei lettori del Guardian dia ragione ad Assad e si stia ricredendo sul suo conto. Leggo attributi come “brave”, “educated”, “restrained”, “realist”, “sensible”, ecc.

La Russia ”ha inviato avanzati missili da crociera antinave della tipologia Yakhont” alla Siria. Lo scrive il New York Times citando fonti ufficiali statunitensi ”vicine ai rapporti” dell’intelligence Usa. Mosca aveva già ”in precedenza fornito missili Yakhont alla Siria, ma quelli inviati recentemente sono dotati di radar avanzati che li rende più efficaci”. Secondo il Nyt, l’ultima fornitura darebbe a Damasco ‘‘una formidabile arma” contro eventuali embargo navale o no-fly zone”.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=620424&IDCategoria=2686

Il voto all’ONU rivela una forte spaccatura, con un numero crescente di paesi contrari ad appoggiare gli insorti e condannare Assad (il voto è stato 107 a 71 in favore della condanna di Assad, ad agosto era stato di 133 a 43). Il prossimo voto andrà in pareggio?

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/may/16/syria-condemned-by-un-but-doubts-grow

Il direttore della Cia, John Brennan, ha chiesto a Israele di non intervenire nella guerra civile siriana e di non distaccarsi dalla linea americana sul conflitto.

http://www.agi.it/estero/notizie/201305170850-est-rt10024-la_cia_a_israele_non_intervenite_in_siria

BULLISMO SIONISTA DOC:  Israele dichiara che la Siria deve attendersi altri attacchi e se osa replicare dovrà subire la rappresaglia israeliana, che potrebbe includere anche un cambio di regime

http://www.nytimes.com/2013/05/16/world/middleeast/israeli-official-signals-possibility-of-more-syria-strikes.html?ref=world&_r=0

Navi russe con sistemi missilistici anti-embargo navale approdano a Tartus (Siria)

http://www.nytimes.com/2013/05/17/world/middleeast/russia-provides-syria-with-advanced-missiles.html?_r=0

La Turchia, la nazione con il record mondiale di incarcerazione di giornalisti e nota per i bombardamenti dei suoi insorti kurdi (ma è una nazione NATO, quindi va tutto bene), cerca di convincere gli Stati Uniti a metterci più impegno nella liberazione della Siria

http://www.foreignpolicy.com/articles/2013/05/15/turkey_worst_place_to_be_journalist

I turchi non sembrano così felici di entrare in guerra. Massicce proteste, truppe anti-sommossa usano idranti. Ed è solo l’inizio:

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2325626/Chaos-Turkey-police-use-tear-gas-water-cannons-rioters-protesting-Syria.html

Jeremy Greenstock, ex ambasciatore inglese alle Nazioni Unite si dichiara contrario all’opzione di fornire armi ai ribelli:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/15/syria-civil-war-new-diplomacy

In piena sintonia con Sir Andrew Green, ex ambasciatore britannico in Siria

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/05/11/israele-e-gli-usa-cercavano-rogne-le-hanno-trovate-e-hanno-perso-la-partita-in-siria/

50% della popolazione egiziana è in miseria o prossima a finirci

http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/16/egypt-worst-economic-crisis-1930s

Il Qatar ha speso 3 miliardi di dollari in due anni per sostenere i ribelli. In un anno ha inviato in Turchia 70 voli cargo carichi di armi (ma l’Arabia Saudita ha fatto anche meglio).
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/17/Siria-Qatar-3-mld-dlr-opposizione_8719075.html

Insorti possiedono armi chimiche:

http://brown-moses.blogspot.co.uk/2013/05/jabhat-al-nusra-photographed-with.html

e possono produrle autonomamente

https://www.cia.gov/library/reports/general-reports-1/terrorist_cbrn/terrorist_CBRN.htm

Insorti sparano sui civili pro-Assad

http://news.sky.com/story/1091428/syria-civilians-come-under-fire-from-rebels

Insorti continuano a fare esplodere autobombe tra i civili (generalmente si chiama terrorismo e generalmente è un crimine condannato dall’Occidente e dalle Nazioni Unite)

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/05/15/Siria-esplosione-cuore-Damasco_8707378.html

Insorto si dedica entusiasticamente al cannibalismo

http://www.lettera43.it/cronaca/ribelle-mangia-cuore-l-opposizione-condanna_4367595083.htm

http://www.dazebaonews.it/primo-piano/item/18499-siria-video-choc-miliziano-squarcia-e-addenta-il-corpo-del-miliziano-morto

Insorti giustiziano 11 prigionieri in base – sostengono loro – alle norme della sharia (hanno introdotto tribunali islamici in ogni zona “liberata”)

http://uk.news.yahoo.com/islamist-rebels-execute-11-syrian-soldiers-massacres-video-080902244.html

Insorti combattono tra loro e si uccidono
http://www.news.com.au/breaking-news/world/rebel-groups-clash-in-northern-syria/story-e6frfkui-1226646000090

Il Washington Post, il quotidiano più pro-establishment degli Stati Uniti, ammette a denti stretti che l’esercito regolare siriano sta vincendo

http://www.washingtonpost.com/world/assad-forces-gaining-ground-in-syria/2013/05/11/79147c34-b99c-11e2-b568-6917f6ac6d9d_story.html

L’ANSA scrive, finalmente, “l’informazione non può essere verificata in maniera indipendente” a proposito delle asserzioni dei ribelli

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/15/Siria-attivisti-ancora-massacro-Homs_8710411.html

Tzipi Livni (politica israeliana ed ex agente del Mossad), due comandanti dell’ “Esercito Siriano Libero” e Chuck Hagel (Segretario della Difesa statunitense) si incontrano al Ritz-Carlton, Washington.

http://www.phibetaiota.net/2013/05/eagle-hagel-meets-secretly-with-free-syrian-army-israelaipac-hosting-free-syrian-army-in-washington-dc-on-9-may-new-war-for-usa/

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La Russia ha dimostrato che in Siria non si scherza. Agli Stati Uniti vanno bene le cose come stanno: un equilibrio con la Siria nel caos, Iran sotto pressione e moderate frizioni con la Russia. Qatar, Arabia Saudita, Francia, UK, Turchia ed insorti mordono il freno ma non possono fare altro. L’Unione Europea ha detto no alle forniture di armi ai ribelli.
Israele è imprevedibile e potrebbe mandare tutto all’aria. Alcuni membri dell’intelligence israeliana pensano che Assad al potere è meglio dei fondamentalisti. Altri invece insistono che Assad deve cadere al più presto.
Anche un’imminente vittoria dell’esercito regolare siriano potrebbe mandare tutto all’aria.
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Siamo tra l’incudine della guerra e il martello del disastro finanziario.

Italia, Francia, Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo, Belgio, Finlandia e Paesi Bassi sono in recessione. Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca pure (e non sono nell’eurozona).

Regno Unito in stagnazione.

La crescita tedesca è sempre debolissima (+0,1% e magari è un artificio contabile?)

La crescita cinese continua a rallentare (+7,7% ossia teoricamente in area potenziali disordini sociali)

La crescita americana è molto sotto le attese e sarà schiantata dai tagli micidiali alle spese pubbliche voluti dai repubblicani che faranno sentire i loro effetti l’anno prossimo.

Contemporaneamente la liquidità immessa sui mercati dalle banche centrali di USA, UK e Giappone per far ripartire le rispettive economiche gonfia altre bolle speculative (è così difficile capire che ormai i capitali non vengono più investiti nell’economia reale, perché rendono troppo poco?).

http://www.businessinsider.com/the-biggest-asset-bubbles-2013-4?op=1

L’accanimento “terapeutico” renderà tutto molto più doloroso di quel che sarebbe necessario

Gli insorti le stanno prendendo e fanno capolino le consuete “Armi di Distruzione di Massa”

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Qualora il governo di Israele fosse costretto ad intraprendere un’azione militare di legittima auto-difesa contro il programma di armamento nucleare iraniano, il governo degli Stati Uniti affiancherà Israele, fornendo, nel rispetto della legge americana e delle responsabilità costituzionali del Congresso ad autorizzare l’uso della forza militare, supporto diplomatico militare ed economico al governo di Israele nella difesa del suo territorio, del suo popolo e della sua esistenza.
Risoluzione 65 del Senato americano

Il 23 aprile il segretario di stato americano Kerry aveva avvertito la NATO che l’esercito siriano avrebbe potuto cominciare ad usare armi chimiche

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Siria-Kerry-su-armi-chimiche-non-ho-elementi-a-conferma_32121313153.html

ma il 25 aprile Hagel lo contraddice sostenendo che ci sono prove di un loro uso

http://www.agi.it/ultime/notizie/articoli/201304251740-est-rom0068-siria_hagel_usate_piccole_quantita_di_armi_chimiche

Finora Qatar, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita e Israele – vassalli degli Stati Uniti – erano stati i paesi più interventisti, con gli Stati Uniti a recitare la parte della potenza misurata e responsabile (pragmatica).

Ora un po’ tutti sostengono di avere prove inequivocabili che Assad ha usato queste famigerate armi di distruzione di massa:
http://amanpour.blogs.cnn.com/2013/04/24/free-syrian-army-general-clear-proof-chemical-weapons-used/

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/apr/25/syria-rebels-claim-proof-of-chemical-weapons-live

http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/apr/26/syria-chemical-weapons-red-line-live#start-of-comments

La spiegazione è semplice: l’esercito regolare del governo siriano ha cominciato a fare progressi sostanziali già da alcuni mesi, senza aver alcun bisogno di usare sarin e l’Occidente teme l’ennesima sconfitta (dopo Afghanistan, Iraq, Somalia e, sembra di capire, Libia – in Mali si combatte ancora).
La redazione della Repubblica, come sempre, funge da grancassa della propaganda NATO e ha ripudiato ogni principio deontologico (trasparenza, analisi critica, ricerca dell’obiettività, approfondimento, rispetto per l’intelligenza dei lettori). Parla già di prove inequivocabili dell’uso del sarin da parte del regime di Assad.
Mi permetto di suggerire un elenco di domande che un giornalista serio avrebbe dovuto porsi e porre alle sue fonti:

1. perché dovremmo fidarci di analisi compiute dalle stesse nazioni che premono per un intervento in Siria?
2. Perché dovremmo credere alla valutazione di un medico inglese che assiste i ribelli quando sostiene che la schiuma alla bocca sia un sintomo dell’avvelenamento da sarin, sebbene sia dimostrabilmente falso, come testimoniano anche le immagini degli attentati alla metropolitana di Tokyo?
3. Perché dovremmo pensare che il gas al cloro debba provenire dagli arsenali di Assad quando Al-Qaeda ne ha fatto largo uso in Iraq e gli alqaedisti stanno combattendo contro Assad?
4. La lezione delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq è già stata dimenticata?
5. Perché Assad, sapendo che le armi chimiche provocherebbero l’attacco americano, le dovrebbe usare con il contagocce (una sola famiglia colpita, il vicinato incolume) e non in un attacco decisivo?
6. Perché dovrebbe farlo proprio ora che l’esercito regolare fa progressi?
7. Gli insorti siriani non erano riusciti a conquistare un magazzino militare dell’esercito che conteneva armi chimiche, mostrandole in TV?
8. Già una volta una fabbrica farmaceutica sudanese fu bombardata dagli americani (1998), convinti che fosse un impianto per la produzione di armi chimiche. E’ rilevante?
9. Armi chimiche sono state usate CONTRO le truppe siriane e gli Occidentali sostengono che sia stato un episodio di “fuoco amico”. Quanto credibile è questa valutazione?
10. Non sarebbe indispensabile un’inchiesta INDIPENDENTE delle Nazioni Unite prima di parlare di intervento, specialmente alla luce dell’infame comportamento di Tony Blair e George W. Bush, che dovrebbero essere processati per crimini di guerra in Iraq?
11. Perché Israele e gli Stati Uniti possono usare il fosforo bianco sui civili (cf. rapporto di Amnesty International) senza che la stampa occidentale strepiti in una misura anche solo lontanamente paragonabile?
12. Chi è Obama per stabilire dove vada tracciata la linea rossa attraversata la quale sarà giustificabile un intervento armato della NATO e di Israele? Il diritto internazionale è opzionale anche per lui come per il suo predecessore?
13. Andava bene quando erano tedeschi, americani ed inglesi (Thatcher) a fornire armi chimiche a Saddam Hussein, loro alleato, per attaccare l’Iran?
14. Il fatto che i soldati siriani dichiarino di combattere per la Siria (contro Israele, Qatar, Arabia Saudita e i salafiti/alqaedisti) e non necessariamente per Assad, cambia qualcosa?

In conclusione: è una montatura-casus belli che serve ad aggirare il veto di Cina e Russia.

*****

QUANTO AI SUCCESSI DELL’ESERCITO REGOLARE:

Un rapporto di intelligence consegnato al Dipartimento di Stato da fonti siriane che lavorano con l’esercito siriano libero (FSA) descrive la situazione nei territori liberati a tinte fosche: combattenti disorganizzati, avidi trafficanti di armi e signori della guerra intenti a fare affari.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-11/opinions/36312167_1_al-nusra-aleppo-idlib

Il Washington post parla di “progressiva erosione della popolarità i ribelli”: A Homs, i ribelli sono circondati ed immobilizzati in alcuni quartieri sparsi che stanno diventando sempre più difficili da rifornire. L’offensiva lanciata in pompa magna il mese scorso nella provincia di Hama è svanita”. Musab al-Hamawi, un attivista dell’opposizione in provincia di Hama dichiarava: “Assad è fiducioso perché sa che stiamo perdendo terreno in termini di popolarità tra la gente…L’esercito siriano libero ha dimostrato di non essere in grado di proteggere i civili e liberare il paese senza provocare morte e distruzione”.

http://www.washingtonpost.com/world/assad-still-confident-that-he-control-syria/2013/01/12/2e24a62e-5d01-11e2-b8b2-0d18a64c8dfa_story_1.html

Malik al Abdeh, un giornalista siriano con sede a Londra: “I ribelli…non hanno dimostrato la capacità di fare progressi verso Damasco, la chiave per controllare il paese”.

http://articles.washingtonpost.com/2013-01-12/world/36312287_1_syrian-president-bashar-al-assad-syrian-army-rebels

In questi ultimi giorni l’avanzata delle forze regolari ha portato alla ripresa di una città strategica nei pressi della capitale, interrompendo la principale linea di rifornimento degli armamenti per i ribelli.
http://www.foxnews.com/world/2013/04/25/syrian-government-troops-capture-strategic-town-near-damascus-cut-arms-route/

Le brigate di insorti non collaborano, essendo divise da ragioni ideologiche e dalla competizione per l’influenza e gli armamenti forniti dai paesi del Golfo e dall’Occidente. Tutto lascia pensare che siano uniti unicamente dalla volontà di detronizzare Assad ma, una volta sconfittolo, i signori della guerra comincerebbero a combattersi, come avviene in Libia, o in Somalia, dopo gli interventi occidentali

http://www.reuters.com/article/2013/04/24/us-syria-crisis-mortars-idUSBRE93N0RB20130424

http://www.linkiesta.it/libia-attentato-ambasciata-francese-terrorismo

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/04/14/Somalia-due-attentati-almeno-20-morti_8551543.html

Qusayr, una cittadina controllata dai ribelli fin dall’inizio dell’insurrezione, è ora circondata

http://english.al-akhbar.com/content/syria-national-defense-forces-forefront-qusayr-fighting

La verità è che quel 70% della popolazione di credo sunnita che dovrebbe essere ostile ad Assad deve aver deciso che salafiti e alqaedisti sono il male peggiore, si è turato il naso e non appoggia più attivamente la rivolta. Gli alawiti e le varie denominazioni cristiane hanno già scelto da tempo di schierarsi con Assad, un leader laico, temendo le rappresaglie dei fondamentalisti in caso di loro vittoria.

Mubarak aveva un esercito molto più forte di quello di Assad, eppure nulla ha potuto contro una rivolta che pure non aveva conquistato le masse contadine ed era confinata alle grandi metropoli. Se la NATO (e Israele) avessero voluto rimuovere Mubarak avrebbero immediatamente inviato agenti provocatori per creare violenza, come hanno fatto in Libia e Siria.

In pratica – e come dar loro torto? – i siriani hanno concluso che non vogliono fare la fine dell’Afghanistan o della Libia. L’insignificante tasso di diserzioni nell’esercito siriano (che è in gran parte sunnita) ne è un’importante conferma. Solo un pilota ha disertato, anche se la maggioranza dei piloti è sunnita e potrebbe facilmente varcare i confini.

Il ministro degli esteri russo Lavrov ha rilevato che persino i governi occidentali ammettono che Assad gode della simpatia di almeno un terzo dei siriani

http://rt.com/politics/syria-russia-human-rights-lavrov-024/

E così andremo in guerra, con il benestare di Enrico Letta, più filoamericano di Veltroni.

Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

**********

Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

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“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

L’opposizione siriana democratica è contraria ad interventi armati

Sami Ramadani è docente di sociologia alla London Metropolitan University ed è stato un rifugiato politico a causa della sua opposizione al regime di Saddam Hussein. Il suo parere va letto anche tenendo conto delle valutazioni della commissione dell’ONU per i diritti umani, che ha avvisato che un’ulteriore militarizzazione del conflitto sarà catastrofica per la popolazione siriana; dei tentativi di riconciliazione dal basso che sono già in atto; e dell’analisi di uno dei leader dell’opposizione democratica siriana ad Assad.

“Il generale americano Wesley Clerk, l’ex comandante supremo delle forze alleate in Europa, ha rivelato che poche settimane dopo l’11 settembre l’allora segretario alla difesa Donald Rumsfeld gli aveva spiegato come “stiamo andando a prenderci sette paesi in cinque anni, iniziando con l’Iraq, e poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, per finire con l’Iran”. Dopo aver invaso l’Afghanistan, naturalmente.

Nel 2003 l’occupazione dell’Iraq non è però andata secondo i piani e Israele è stato sconfitto in Libano nel 2006. La caduta degli alleati degli USA e dell’Arabia Saudita Zine al-Abidine Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto ha generato ulteriore trepidazione, che ha condotto al bombardamento Nato della Libia. L’obiettivo di oggi è la Siria, che è il cuore di ciò che il re di Giordania Abdullah ha chiamato la “mezzaluna sciita”: Libano, Siria, Iraq e Iran.

È l’opposizione di questa “mezzaluna” all’egemonia degli Stati Uniti e di Israele, piuttosto che i diritti umani o la religione, ad essere al centro delle preoccupazioni di Washington e dei suoi alleati dittatoriali nella regione. Infatti non molto tempo fa i governanti sauditi finanziavano il cosiddetto regime “sciita alawita” dell’ex presidente siriano Hafez al-Assad ed intrattenevano buoni rapporti con l’Iran sciita sotto la dittatura dello Shah. Ancora oggi, in Iraq,  sostengono l’ex primo ministro sciita pro-USA Ayad Allawi contro Nouri al-Maliki, l’attuale primo ministro sciita. Ed il Congresso degli Stati Uniti ha coltivato l’iraniana Mujahideen e-Khalq, un’organizzazione “sciita” classificata dagli stessi Stati Uniti come un gruppo terroristico.

È ormai evidente che si è avuta una riconsiderazione strategica delle priorità regionali statunitensi-saudite-israeliane in seguito alle forti perdite americane in Iraq ed alla crescente opposizione popolare americana alle guerre degli Stati Uniti. Nel suo saggio apparso sul New Yorker nel 2007, il giornalista Seymour Hersh [premio Pulitzer, NdT] ha riferito che alcuni alti funzionari statunitensi hanno deciso un cambio di strategia non solo in Iraq, ma anche in Libano e Siria: “In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita [wahabita], in operazioni clandestine che sono destinate a indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita che è sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni segrete contro Iran ed il suo alleato, la Siria. Un effetto di queste attività è stato il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam, sono ostili all’America e simpatizzano per al-Qaeda”. Ma si è ritenuto che la Siria e l’Iran fossero “più pericolosi” dei sostenitori di al-Qaeda. Le procedure del Congresso sono state eluse “affidando finanziamento e fase esecutiva ai sauditi”.

L’Iran ha puntato il dito contro una “base di addestramento per terroristi” organizzata dagli israeliani nel Kurdistan iracheno, che rappresenta la via principale per l’intervento in Siria.

La tolleranza degli Stati Uniti e della Nato nei confronti di al-Qaeda era già evidente in Libia. E con al-Qaeda che ha ufficialmente dichiarato guerra al regime siriano è nata, di fatto, una sorprendente alleanza americano-saudita-israeliana-al-Qaeda, un matrimonio di convenienza contro la mezzaluna sciita antiamericana. Si tratta di un’alleanza non troppo dissimile da quella che dichiarò guerra ai comunisti “infedeli” in Afghanistan nel 1980.

Molti iracheni hanno anche concluso che le forze di occupazione guidate dagli USA hanno seguito la stessa strategia chiudendo un occhio di fronte al terrorismo settario fomentato dagli al-Qaedisti in Iraq, perché indeboliva la resistenza patriottica contro l’occupazione ed incoraggiava le divisioni.

Man mano che la minaccia alla loro egemonia si faceva sempre più vicina, inghiottendo i vicini Yemen e Bahrain, sede della quinta flotta degli Stati Uniti, i governanti sauditi e del Qatar hanno messo da parte la loro rivalità e si sono impegnati a schiacciare violentemente la rivolta popolare del Bahrein e a minare i movimenti di protesta democratici nello Yemen e nell’intera regione. Con il sostegno della CIA e della Turchia, il metodo prediletto è stato quello di coprire di petrodollari certe fazioni selezionate militarizzando i conflitti. Nel frattempo, il Pentagono sta perfezionando le opzioni militari degli Stati Uniti contro la Siria e la CIA sta addestrando ed organizzando l’esercito siriano libero (FSA) ed appoggiando il Consiglio Nazionale Siriano (SNC).

Ma ciò che viene sottaciuto in relazione alla Siria è che le organizzazioni democratiche di opposizione, che hanno subito decenni di repressione da parte del regime e, probabilmente, rappresentano la volontà della maggioranza dei siriani, sono fortemente contrarie alla militarizzazione delle proteste. Esse hanno affermato che la militarizzazione ha indebolito il crescente movimento di massa che cercava un radicale cambiamento democratico, mentre ha lasciato la porta spalancata all’intervento straniero, ha sfibrato il tessuto sociale della società siriana ed ha aiutato le forze israeliane che occupano le alture siriane del Golan, dove i carri armati israeliani sono ad un’ora di distanza da Damasco. Hanno anche tratto insegnamento dalla distruzione dell’Iraq e dalle centinaia di migliaia di rifugiati iracheni che sono fuggiti in Siria dopo l’invasione guidata dagli Usa.

Tuttavia i media qui e nel mondo arabo, e soprattutto l’influente al-Jazeera, di proprietà della famiglia regnante del Qatar, si fanno portavoce delle fazioni pro-intervento del SNC e della FSA, fondata e sostenuta logisticamente dalla Turchia, membro della Nato.

Tutto questo ricorda tristemente il preludio all’invasione dell’Iraq e la circolazione di storie inventate di sana pianta da Blair, Bush e dalle fazioni pro-intervento irachene, mentre l’opposizione a Saddam contraria alla guerra fu emarginata. C’è stata la grande menzogna delle armi di distruzione di massa, ma anche quella dei soldati iracheni che strappavano i bambini dalle incubatrici e quella che Saddam Hussein usava delle macchine per tritare le persone. Il giornale di Murdoch, The Sun, si vantò: “L’opinione pubblica cominciò ad appoggiare Tony Blair quando gli elettori appresero che i dissidenti venivano buttati da Saddam Hussein nei trituratori industriali”.

Quelli che vogliono un intervento “umanitario” NATO in Siria dicono che la Siria non è l’Iraq. Hanno ragione: la Siria sarà molto peggio. Devono dirci che cosa accadrà alle 25 minoranze etniche e religiose della Siria, tra cui il 10% di cristiani 10% ed il 10% di alawiti, se alcuni esponenti del clero fondamentalista che gode dei favori di Qatar ed Arabia Saudita arriveranno al potere. Oppure ai milioni di donne siriane, che hanno molti più diritti delle donne saudite. Oppure ai rifugiati iracheni in Siria.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jul/03/military-intervention-syria-disastrous-people

Leader della rivolta anti-Assad condivide le mie preoccupazioni sulla Siria

Haytham Manna, scrittore siriano e portavoce della Commissione araba per i diritti umani, è presidente dell’Associazione siriana di coordinamento per il cambiamento democratico all’estero. Pur rappresentando una parte dell’opposizione ad Assad, dimostra di avere una comprensione più obiettiva della tragedia siriana rispetto al senatore con cui ho polemizzato:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/18/il-senatore-della-repubblica-e-la-questione-siriana/

“Il 18 marzo 2011, il più importante movimento civile nella storia moderna della Siria è stato lanciato per le strade di Dara’a. Ispirato dallo spirito rivoluzionario della primavera araba, era inizialmente tranquillo [ammirevole illusione: uno dei pochi punti su cui dissento, si vedano oltre i commenti dei lettori, NdR]. Anti-corruzione e anti-autoritarismo, ha unificato le richieste locali e nazionali per il cambiamento democratico.

Nella seconda settimana di questa mobilitazione, ho lanciato quelli che sono diventato famosi come i “tre no”: no alla violenza, no al settarismo, no all’intervento estero. Una strategia che avrebbe garantito l’integrità territoriale e l’unità del popolo siriano. La nostra sfida era quella di uscire dalla provincia di Dara’a in tutta la Siria ed avevamo bisogno di garantire che la rivolta si guadagnasse il sostegno della maggioranza.

Ma questo allargamento della lotta si è svolto in assenza di unità all’interno delle forze di opposizione. Altre forze in gioco hanno cercato di reclutare le decine di migliaia di giovani che erano scesi nella strade per la prima volta, coinvolgendoli nelle loro cause regionali o internazionali. Entro i primi tre mesi molte di queste forze erano già intervenute nel conflitto, che è stato visto da molti, dentro e fuori la Siria, come un’opportunità per alterare alcuni elementi di fondo della geopolitica del Medio Oriente.

Gli obiettivi di coloro che intervengono dall’esterno erano e sono in contrasto con le canzoni rivoluzionarie all’insegna della dignità e libertà. C’era una mancata corrispondenza tra il bisogno interno di rovesciare la classe dirigente del paese, descritta come alawita, e il desiderio di alcuni dal di fuori del paese di frantumare la mezzaluna sciita – che si estende da Beirut a Teheran passando per Damasco –e di liberare il Mediterraneo della presenza militare della Russia. Qualcuno ha cercato di dare l’impressione che rivolta la Siria fosse un conflitto settario o compiuto sforzi per islamizzarlo o salafizzarlo. Russia e Cina, nel frattempo, ci hanno visto l’opportunità di passare da un mondo dominato dagli USA ad un mondo multipolare. Uno dei paradossi della rivolta siriana per la libertà è che ha creato l’occasione per rilanciare la politica estera dell’Arabia Saudita rafforzandone l’influenza.

Le autorità della Siria, nel frattempo, hanno trattato la rivolta come una questione di sicurezza, rifiutando l’idea che fosse un movimento spontaneo ed abbracciando le tesi cospirative. Tre decisioni del regime hanno determinato la natura, la forma e il contenuto del movimento popolare: la decisione di inviare truppe nella città di Dara’a nel mese di aprile 2011; l’attacco a tre città (Abu Kamal, Deir al-Zour e Hama) il primo giorno del Ramadan e le atrocità commesse nella seconda metà del Ramadan sulla costa a Homs, nelle campagne di Damasco e ad Idlib. Questa violenza eccessiva e sproporzionata ha spinto alcuni ribelli ad accettare l’idea di prendere le armi per legittima difesa [eccessiva e sproporzionata perché si è abbattuta ingiustamente su tutti gli oppositori, non solo sui mercenari affluiti dall’estero, che sapevano bene a cosa andavano incontro e se lo meritano, NdR]. In ambienti religiosi l’idea è stata rafforzata dall’invocazione alla jihad, e pubblicizzata dalle emittenti televisive del Golfo, come Wisal e Safa. La più importante e meglio organizzata rete di finanziamenti non siriani [di sostegno a questa strategia] ha sede nel Golfo salafita, in particolare in Arabia Saudita, Kuwait e Qatar.

L’opposizione democratica ha resistito a questo cambiamento di strategia, in un primo momento, ma la diffusione della violenza in tutto il paese ha impedito manifestazioni pacifiche e ha creato un clima di accettazione di questa strategia. A misura che l’esercito è ricorso alla tortura, un numero sempre maggiore di persone ha abbracciato la causa della violenza [indiscutibile ma, ancora una volta, è che quel che ci si deve attendere da un regime autoritario sotto attacco da parte di altri regimi autoritari: l’esercito italiano non si comporterebbe molto diversamente, perché i soldati non sono addestrati ad operare da forze di polizia]. Altri, invece, hanno preso una posizione netta contro l’idea di prendere le armi, ritenendo che ciò avrebbe rafforzato la dittatura, il cui potere era più minacciato da un movimento pacifico che da uno armato [totalmente d’accordo].

Il primo risultato negativo dell’uso delle armi è stato quello di minare l’ampio sostegno popolare necessario per trasformare la rivolta in una rivoluzione democratica. Ha reso molto più difficoltosa l’integrazione di richieste divergenti, come quelle urbane e quelle rurali, quelle laiche e quelle islamiche, , quella della vecchia opposizione e quella della gioventù rivoluzionaria. Il ricorso alle armi ha dato vita a gruppi frammentati che non hanno un programma politico. Un gruppo di disertori dell’esercito addestrati in Turchia ha annunciato la nascita dell’Esercito siriano libero sotto la supervisione dell’intelligence militare turca [cf. aereo turco recentemente abbattuto dalle forze siriane]. La maggior parte dei militanti dentro la Siria ora va in giro con il logo dell’“Esercito Libero” ma, al di là del nome, non vi è coordinamento ed armonizzazione politica.

Il denaro è stato dato a scapito del sostegno ad interventi di soccorso e per una pacifica attività politica.

L’afflusso di armi verso la Siria, sostenuto da Arabia Saudita e Qatar, il fenomeno del libero esercito siriano e l’ingresso di oltre 200 [numero grandemente sottostimato, NdR] stranieri jihadisti in Siria negli ultimi sei mesi hanno portato ad un calo nella mobilitazione di ampie fasce della popolazione, specialmente tra le minoranze e quelli che vivono nelle grandi città, e nel movimento di attivisti nonviolenti. Il discorso politico è diventato settario, c’è stata una salafitizzazione dei settori religiosamente conservatori.

Il piano di pace di Kofi Annan è stata l’occasione che poteva servire agli insorti armati di fare un’uscita di scena onorevole. Annan ha chiesto un cessate il fuoco e il ritiro dell’esercito e militanti dalle città, così come gli aiuti per più di un milione di persone colpite direttamente da 15 mesi di scontri continui, e il rilascio degli attivisti civili. Tuttavia, l’opposizione armata ha visto nel cessate il fuoco solo un’opportunità di guadagnare tempo per il regime, in modo da non affrontare il problema seriamente, mentre le autorità siriane hanno utilizzato qualsiasi violazione del cessate il fuoco per lanciare altre azioni militari nelle aree dove erano presenti gli insorti, con vari massacri a Soran, Khan Sheikhoun, Hula e Homs [a Hula le cose non sono andate come sostiene Manna ed in ogni caso i mercenari non sono certamente lì per raggiungere la pace, ma per destabilizzare il paese, quindi sono i peggiori nemici del piano Annan, NdR].

Nelle sue prime quattro settimane il piano di Annan aveva bisogno di una spinta per avere qualche possibilità di successo. Aveva bisogno di essere ampliato, con più osservatori e attrezzature, ed aveva bisogno di chiarire i suoi piani per il periodo di transizione. L’iniziativa russa per una conferenza internazionale sulla Siria potrebbe forse aprire la strada ad una soluzione politica [ne consegue che la richiesta del senatore di un’offensiva diplomatica sulla Russia è un terribile errore, per non dire di peggio NdR]. Tuttavia, questo solleva due questioni: è ancora possibile che i gruppi armati raggiungano e rispettino le decisioni politiche? Gli armamenti forniti agli insorti hanno già seriamente indebolito ogni possibilità di una soluzione politica e di una transizione democratica in Siria?

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/22/syria-opposition-led-astray-by-violence#start-of-comments

I COMMENTI DEI LETTORI DEL GUARDIAN CHE HANNO RICEVUTO PIÙ APPROVAZIONI MOSTRANO IL BARATRO DI CONSAPEVOLEZZA CHE SEPARA L’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA (E CERTI I SUOI SENATORI) DA QUELLA DI ALTRI PAESI.

NOTA BENE: a dispetto delle apparenze, non ho scelto quelli più conformi alla mia analisi. Sono proprio quelli che hanno ricevuto più “mi piace”. Evidentemente la possibilità di avere accesso ad un’informazione più pluralista e completa, opportunità preclusa agli Italiani, sta facendo un’enorme differenza. Il giornalismo italiano è terribilmente carente e senza buon giornalismo non ci può essere alcuna democrazia sostanziale.

1. “Devo dire che qualsiasi desiderio che posso aver avuto di veder trionfare questa rivoluzione si è da tempo placato, dato che il probabile risultato del suo successo sarebbero, nel migliore dei casi, rappresaglie incredibilmente sanguinose e, nel peggiore, un genocidio”.

2. “L’Arabia Saudita sta cercando di imporre la propria perversa ideologia wahabita su un paese laico come la Siria. Quello che sta accadendo in Siria non è una rivoluzione, è un complotto per cambiare il governo:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/nov/04/syria-iran-great-game
La cosa “divertente” è che Regno Unito, USA e molti paesi occidentali stanno sostenendo gruppi armati terroristici in territorio siriano legati ad Al-Qaeda. Purtroppo il lettore medio non si rende conto di questo fatto” [figuriamoci in Italia, NdR].

3. “Non ho soluzioni per la Siria. L’unica preoccupazione che ho è di assicurare che nessun militare e denaro britannico o denaro sia sacrificato in questa guerra civile / settaria. Dobbiamo restarcene fuori, per consentire loro di risolvere la faccenda per conto proprio”.

4. “La primavera araba ha da tempo deluso le aspettative iniziali. La Libia post-Gheddafi è ancora un po’ un pasticcio, anche se i media hanno perso interesse, e in Egitto sembra di assistere all’incubazione di una contro-rivoluzione delle classi militari e del governo. La Siria si trova in un pasticcio terribile e nemmeno un cieco si sentirebbe ottimista circa il risultato per un paese che viene devastato dal governo e dalle forze dell’opposizione. Le forze di opposizione sono state “rambizzate” [cf. Rambo, NdR] dall’Occidente e dall’Arabia Saudita e Qatar, paesi questi ultimi che sono piuttosto maturi per una loro sanguinosa rivoluzione.

La Siria non può permettersi i combattimenti e la distruzione che sta subendo”.

5. “I rapporti delle agenzie di stampa cattoliche riferiscono che, finora, più di 50.000 cristiani sono stati cacciati dalle loro case dai “ribelli”, circa 300 sono stati uccisi, da jihadisti che vanno di casa in casa. Deve essere di nuovo quella “piccola minoranza” di estremisti. Forse un giorno potremmo avere un articolo anche su questo”.

6. “Il solo sapere che una teocrazia medioevale come l’Arabia Saudita sta sostenendo i ribelli dovrebbe dirci molto sulla mentalità e valori dei ribelli”.

7. “L’opposizione della Siria non ha nulla a che vedere con le sollevazioni popolari in stile Piazza Tahrir. Ciò che era iniziato come la primavera araba in Egitto e Tunisia è stato subito cooptato dalla NATO come strumento per combattere le loro guerre neo-imperialiste per procura in Africa (AFRICOM) ed in Medio Oriente (CENTCOM). L’opposizione siriana non è stata “traviata”, è stata spietatamente violenta fin dall’inizio. Oltre agli autentici disertori dell’esercito dello Stato siriano, l’esercito ribelle siriano è costituito per una parte sostanziale da mercenari wahabiti / salafiti organizzati in squadroni della morte, addestrati ed equipaggiati dagli Stati Uniti e Regno Unito (e probabilmente dalla Francia), allo stesso modo in cui squadroni della morte venivano assemblati dalla CIA in America Latina (Operazione Condor).

Vengono ospitati dalla Turchia, obbediente partner della NATO e finanziati dalle monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita (cf. Bandar Bush) e Qatar, che cercano una maggiore influenza nella regione, fomentando la violenza settaria fra musulmani e cristiani ortodossi siriani e tra Sciiti e sunniti.

La balcanizzazione della Siria lungo linee religiose è un prodotto di iniziative esterne, in quanto la Siria è uno stato laico e i membri delle diverse fedi religiose hanno più o meno pacificamente convissuto per oltre mille anni.

Questi mercenari stranieri si sono fatti le ossa operando come squadroni della morte nell’Iraq devastato dalla guerra, dove erano conosciuti come “Al-Qaeda in Iraq“. Successivamente sono stati ri-etichettati come “coraggiosi combattenti per la libertà libici”, posando in abbigliamento trendy per i media occidentali.

I massacri che si stanno commettendo in Siria (come quello degli alawiti pro-Assad alawiti ad Houla) sono falsamente attribuiti alle truppe regolari, quando Assad non ha nulla da guadagnare dall’instabilità politica in Siria derivante dal massacro di civili. La tattica di propaganda della NATO nei vari conflitti che compongono questa “lunga guerra” è stata quella di deviare la colpa sulle vittime.

Ciò a cui stiamo assistendo è la fase preparatoria della terza guerra mondiale (se non è già iniziato) e questa volta l’Occidente è inequivocabilmente dalla parte sbagliata”.

Il commento numero 7 rispecchia precisamente il mio punto di vista. Credo di poter dire che sia la più accurata ricostruzione di quel che sta succedendo che abbia mai letto su un quotidiano.

Il senatore della Repubblica e la questione siriana


So di almeno un senatore che vota sulla questione siriana senza essersi adeguatamente informato su cosa succede in Siria (abbiamo polemizzato a riguardo). La cosa non è sconvolgente: la maggior parte dei parlamentari non ha il tempo e le capacità di informarsi in misura sufficiente su tutto. Se fossi un senatore non potrei comportarmi diversamente: dovrei astenermi dal votare troppe cose, se avessi la pretesa di farmi un’idea davvero chiara di ciò per cui voto. Lo stesso fanno i cittadini: un 20% degli elettori italiani è convinto che Monti sia politicamente di sinistra quando lui stesso ha dichiarato di ammirare Marchionne, la Gelmini ed il neoliberismo. E’ il prezzo da pagare per avere il suffragio universale.

Ora, però, il problema del voto disinformato di questo senatore è che c’è di mezzo una possibile terza guerra mondiale, ossia il futuro di centinaia di milioni di persone e della democrazia.

Le sue dichiarazioni di voto mostrano che questo senatore sarebbe a favore dell’intervento armato della NATO in Siria come lo è stato nel caso libico. Solo che questa volta Russia e Cina si sono impuntate.

E’ in buona fede? Si rende conto di cosa implichi per l’incolumità della sua cospicua prole (e di tutti noi) la sua richiesta di “offensiva diplomatica sulla Russia”? E’ davvero ciecamente convinto che la NATO sia dalla parte del giusto e Russia e Cina siano completamente nel torto? Le menzogne sull’Iraq, il Kosovo e la Libia non gli hanno insegnato davvero nulla? Non abbiamo già compiuto abbastanza danni nel mondo? Non siamo già abbastanza detestati?

Il mio impegno non è mirato a scongiurare la guerra, perché sarebbe una pretesa a dir poco risibile, ma piuttosto, quando essa scoppierà, a far crollare il fronte interno il più rapidamente possibile (come con il Vietnam). Questo non lo faccio in nome della pace. Non sono un pacifista. C’è guerra e guerra. Questa guerra, come altre che l’hanno preceduta, è tremendamente sbagliata e il senatore, forse inconsapevolmente, assieme ai suoi colleghi, ci sta cacciando nel gorgo di un conflitto dalle ramificazioni colossali.

Alcuni punti che vanno capiti e che documento nei post linkati di seguito:

* Cina e Russia non hanno nulla da guadagnare da una guerra civile in Siria, l’Occidente e Israele sì;

* La Siria è l’anticamera dell’Iran, la sua destabilizzazione serve a completare l’accerchiamento dell’Iran, come previsto dai piani del pentagono di una decina di anni fa. C’è chi pensa che, cambiato il presidente degli Stati Uniti, cambiano anche gli obiettivi in politica internazionale. Chi pensa questo è molto ingenuo e sopravvaluta di molto la sovranità del presidente, sottovalutando drammaticamente l’autorità del Pentagono, che non è un istituto di carità o un’impresa umanitaria: è una macchina da guerra;

* Cina e Russia hanno sacrificato la Libia per guadagnare tempo, perché non era così strategica e perché era difficilmente difendibile, la Siria non sarà sacrificata;

* Gli Stati Uniti non stanno spostando la maggior parte della flotta nel Pacifico e schierando truppe a Darwin, in Australia, come gesto di benevolenza nei confronti della Cina;

* Arabia Saudita e Qatar, due dittature fondamentaliste e misogine nostre alleate (NB siamo in Afghanistan per combattere i talebani fondamentalisti e misogini), non armano e finanziano i guerriglieri che combattono Assad perché amano la democrazia. Se la amassero non avrebbero schiacciato con la forza le proteste nonviolente e pro-democratiche nel Bahrein;

* L’Occidente sa benissimo che ci sono centinaia di combattenti alqaedisti in Siria che attaccano le truppe regolari siriane, ma la cosa non sembra turbarli. Invece nello Yemen la presenza di alqaedisti serve a giustificare il regime autoritario filo-occidentale ed inviso alla popolazione (anche lì proteste soffocate nel sangue tra l’indifferenza dei media occidentali e brogli che danno risultati del 99% – manco in Bulgaria);

* È evidente che finché arriveranno armi (es. per nave dalla Libia passando per il Libano) e soldi ai guerriglieri fondamentalisti questi non avranno alcun incentivo a rispettare il cessate il fuoco previsto dal piano di pace Kofi Annan: la loro professione è il caos, la guerra; lo fanno da anni, ormai, come i mercenari, e non saprebbero che altro fare nella vita;

* È evidente che finché Sauditi e Iraniani continueranno a cercare di contrapporre sciiti (filo-iraniani) e sunniti (filo-sauditi) non ci sarà pace in Medio Oriente e men che meno in Palestina;

* Ogni massacro di civili viene imputato al regime a prescindere, perché i media occidentali riferiscono le dichiarazioni dei ribelli come se fossero la verità e ignorano sistematicamente qualunque incongruenza. Questa virtuale uniformità di giudizi e valutazioni dovrebbe far sospettare al cittadino un po’ più smaliziato che c’è qualcosa che non va. Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) riesce, in poche righe, a definire con estrema precisione la questione centrale del nostro tempo: “Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile? Del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista”.

* Le immagini delle proteste anti-Assad non hanno mai mostrato più di qualche decina di migliaia di persone, su una popolazione complessiva di 23 milioni di Siriani;

* In Egitto e Tunisia sono state le capitali a rappresentare il fulcro delle proteste. In Libia e Siria sono i bastioni del regime. Questa è la differenza sostanziale tra queste realtà. Le rivoluzioni scoppiano sempre nelle capitali, quella Siriana è iniziata a Daraa, a circa 10km dal confine meridionale della Siria, nei pressi di Libano ed Israele. La prova del fatto che non si trattava di normali civili insorti sta nel fatto che alla fine dei primi scontri sono rimasti sul campo più soldati regolari che ribelli;

* A Houla tutte le testimonianze riportate dai media occidentali parlavano di civili uccisi da bombardamenti siriani, mentre gli osservatori ONU hanno verificato che non c’era segno di bombardamenti. Questo video, secondo gli insorti, dimostra quel che è successo, ma non si vedono i fori delle esplosioni né si vedono detriti. Si vede invece un uomo che sta creando le esplosioni a beneficio di chi lo inquadra;

In quest’altro video, il bambino intervistato sta parlando del massacro di bambini come lui al quale in teoria ha assistito. Un tale “trauma” che la bambina accanto a lui si mette a ridere ed il cameraman è costretto a escluderla dall’inquadratura. Anche il bambino non pare per nulla traumatizzato. C’è un film, con Dustin Hoffman e Robert De Niro, che spiega molto bene quel che sta succedendo, s’intitola Wag the Dog. Solo che qui non è in gioco solo un’elezione presidenziale, ma la pace nel mondo;

* Paul Danahar, che copre il Medio Oriente per la BBC, ha constatato di persona che Sauditi e Qatarioti usano il loro controllo dei guerriglieri per infrangere i vari cessate il fuoco negoziati dalle Nazioni Unite. Per questo Kofi Annan ha chiesto di allargare il gruppo di interlocutori che proveranno a risolvere il conflitto;

* Seymour Hersh, reporter investigativo statunitense molto rispettato e vincitore del Pulitzer riferiva sul New Yorker, nel 2007,  che gli Stati Uniti erano coinvolti in operazioni clandestine contro l’Iran ed il suo alleato siriano attraverso il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili all’America, incluso Al Qaeda;

* Intanto il nuovo governo libico ha vietato per legge ogni critica della rivolta del 17 febbraio (legge 37), ha amnistiato tutti i combattenti anti-Gheddafi responsabili di saccheggi, torture, crimini di guerra e crimini contro l’umanità denunciati da Amnesty International, Human Rights Watch e dall’ONU (legge 38). Oltre ad ostacolare ogni inchiesta indipendente su quel che sta succedendo nella Libia del dopo-Gheddafi:


“L’insurrezione, con buona pace del perenne interventista Garton Ash, non è mai stata una rivolta di massa, come confermano i migliori analisti del settore e almeno un sondaggio effettuato dagli accerrimi nemici di Assad, i qatarioti, ed è stata violenta fin dall’inizio, come in Libia, e diversamente da Tunisia, Egitto e Bahrein (cf. rapporto della Lega Araba sulla Siria). Il che dovrebbe far riflettere una persona che ha a cuore la propria coscienza ora, non al momento della morte. Una tale persona, se per di più credente, potrebbe anche informarsi dai missionari cristiani in Siria, riguardo alla storia della destabilizzazione della Siria.

Il senatore in questione è convinto che nessuno vuole l’intervento militare in Siria. Questa convinzione è falsa:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/31/loccidente-e-la-destabilizzazione-della-siria-1957-2011-articolo-del-guardian/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/11/il-bilderberg-2012-decide-le-sorti-della-siria-e-del-mondo-articolo-del-guardian/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/02/israele-la-destabilizzazione-del-medio-oriente-ed-il-neonazismo/

Questo Senatore della Repubblica ha delle precise responsabilità nei confronti di tutti gli Italiani, ad esempio la precisa responsabilità di usare una lingua straniera per informarsi di quel che succede nel mondo, a maggior ragione se rischiamo un conflitto mondiale con Russia e Cina. Non basta leggere degli articoli di quotidiani italiani per capire cosa sta succedendo in Medio Oriente. La vicenda libica ci ha mostrato che osservano selettivamente la realtà, per usare un eufemismo

Questo stesso senatore però non pare essersi informato neppure in quella circostanza, prima di caldeggiare l’intervento.Davvero è tutto così chiaro per il senatore in questione? Anche l’esito dell’intervento in Libia? E perché invece non lo è per i giornalisti di Al Jazeera? E perché i media italiani hanno ignorato il conflitto interno alla redazione di Al Jazeera?

Anche un inviato Mediaset in quell’area conferma che c’è qualcosa che non torna in quel che ci è stato detto.

Nutrono dubbi anche analisti che non sono mai stati complottisti.

Quel che mi irritta in special modo nel comportamento del suddetto senatore è che, nella sua veste di rappresentante delle istituzioni, ha il potere di cambiare le cose, un potere che quelli come me non hanno. Il fatto che lo usi con così tanta LEGGEREZZA, senza discernimento critico, nella convinzione manichea che Assad sia il Male assoluto e i suoi avversari (salafiti, alqaedisti, mujaheddin, ecc. ossia gente che se andasse al potere farebbe pulizia etnica) un male infinitamente minore o persino un bene, non è cosa che rassereni (avrebbe molto da imparare da Kofi Annan, che per il momento ha assunto una posizione molto più equilibrata).

Non sarò io a giudicare l’anima del senatore e neppure il “Padre Eterno”, che ci lascia liberi di sbagliare a nostro piacimento, autolesionisticamente. Sarà la storia a giudicare l’operato suo ed il mio e quello di chiunque altro abbia preso una posizione sulla questione o non l’abbia fatto quando era ancora in tempo per farlo.

Persino Zbigniew Brzezinski è allarmato: non fate sciocchezze in Siria, si rischia grosso!

 

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski ha messo in guardia contro una risposta “emotiva” dell’Occidente alla crisi siriana, dicendo che qualsiasi intervento straniero nello Stato arabo potrebbe avere gravi ripercussioni.

Io non credo, a questo punto, che sia una conclusione scontata che la maggior parte dei siriani non desidera che Assad rimanga al potere. Penso che le cose siano più complicate, infatti l’evidenza di una sollevazione nazionale contro Assad è relativamente scarsa”, ha detto Brzezinski nel programma della MSNBC Morning Joe. [infatti anche i sondaggi effettuati dai paesi più ostili ad Assad, come il Qatar, indicano che Assad gode di un consenso maggioritario]

“Vediamo focolai sporadici con un sacco di brutalità localizzata, ma non la si può chiamare guerra civile“, ha aggiunto.

Penso che i russi abbiano l’interesse ad una maggiore collaborazione con noi, ma non alle condizioni dettate da noi. Questa è una differenza molto significativa“.

Brzezinski ha aggiunto che la dinamica regionale mina anche il caso di un intervento da parte di paesi stranieri.

“Qui abbiamo a che fare con una regione in cui tutti questi problemi sono interconnessi. Se agiamo semplicemente sulla base delle emozioni e qualche sorta di vaga minaccia per costringere i Russi a fare i bravi, finiremo per produrre un’esplosione regionale in cui le questioni siriane sono collegate al conflitto tra sauditi e sciiti, l’Iraq sarà destabilizzato, l’Iran sarà coinvolto“.

L’ex funzionario del governo statunitense ha anche detto che le ramificazioni di un intervento militare straniero potrebbero essere “molto gravi” per Washington.
Avremo un problema internazionale di grandi proporzioni tra le mani, con conseguenze politiche ed economiche molto gravi”, ha sottolineato.
http://www.presstv.com/detail/2012/06/07/245028/brzezinski-dont-be-emotional-on-syria/

Rivoluzioni colorate e primavere arabe – preludio alla terza guerra mondiale

 

 

IL QUADRO GEOSTRATEGICO COMPLESSIVO

Una “coalizione cinese-russo-iraniana” – che costituisce la base di una contro-alleanza globale – sta emergendo. USA e Gran Bretagna piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbero scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso una manipolazione macro-economica e le rivoluzioni di velluto.

La guerra contro l’Iran e la Siria, tuttavia, non può essere esclusa. Ci sono preparativi di guerra reali sul terreno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Una guerra contro l’Iran e la Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

Mahdi Darius Nazemroaya, 2007

http://www.eurasia-rivista.org/lalleanza-sino-russa-una-sfida-alle-ambizioni-statunitensi-in-eurasia/13638/

Alfredo Macchi, “Rivoluzioni S.p.A.: chi c’è dietro la Primavera Araba”, Alpine studio, 2012.

Alfredo Macchi, pluripremiato inviato di Mediaset

 

RIVOLUZIONI COLORATE IN EURASIA

pp. 78-80: “Si comincia in Serbia nell’ottobre del 2000. è ormai documentato dagli storici che alcune ONG statunitensi, in particolare Open Society [Soros], Freedom House e il NED, abbiano sostenuto “Otpor!” e le grandi manifestazioni di piazza a ridosso delle elezioni presidenziali, senza attendere il risultato definitivo delle urne, che vedeva i due candidati andare verso un probabile ballottaggio…Dopo l’assalto della folla alla sede del Parlamento e alla tv di Stato, Slobodan Milosevic è costretto a lasciare il potere. In seguito sarà arrestato e consegnato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, dove morirà prima di essere giudicato. Sotto il nuovo governo le truppe americane realizzano la gigantesca base militare di Bondsteel, in Kosovo, e rendono l’ex provincia serba uno stato indipendente nel 2008, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce.

In Georgia, nel 2003, si ripete lo stesso schema. L’opposizione guidata dal movimento “Kmara!” denuncia brogli elettorali nelle elezioni legislative. A migliaia scendono in piazza sostenendo che i risultati del voto sono quelli indicati dal ISFED, una società di sondaggi e monitoraggio elettorale vicina a Open Society Georgian Foundation, NED, IRI e NDI. È la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, con la quale i manifestanti costringono il presidente Edward Shevarnadze a dimettersi. Il suo successore, Mikhail Saakashvili, apre il paese agli interessi economici americani e si muove in direzione dell’entrata della Georgia nella NATO e nell’UE, mentre raffredda i rapporti con il vicino russo. Cinque anni più tardi, nell’agosto del 2008, Sakashvili bombarda la popolazione dell’Ossezia del Sud. Mosca risponde all’offensiva militare georgiana con l’invio delle forze speciali, arrivando a un passo da un possibile conflitto diretto con Washington.

Nel 2004 è la volta dell’Ucraina e della rinomata “rivoluzione arancione”. I due sfidanti alle elezioni presidenziali sono Viktor Yanoukovitch (filorusso) e Viktor Iouchenko (con il sostegno degli Stati Uniti e della comunità internazionale). Alla chiusura dei seggi e ai primi risultati sfavorevoli, migliaia di giovani, guidati dal movimento “Pora!”, si raggruppano nella piazza centrale di Kiev indossando indumenti color arancione, per sostenere Viktor Iouchenko. Dopo due settimane di manifestazioni, sotto una forte pressione mediatica e internazionale esercitata da OCSE, NATO, Consiglio d’Europa e Parlamento europeo, il risultato delle elezioni viene annullato e si torna alle urne. Nella nuova votazione vince Iouchenko..Una volta alla guida del paese, il nuovo leader stringe forti rapporti con la Georgia e stipula accordi sulle forniture di gas favorevoli agli Stati Uniti. Nel 2010 viene però clamorosamente eliminato al primo turno delle elezioni da Viktor Yanoukovitch che si prende la rivincita.

Anche in Kirghizistan nel 2005 l’opposizione contesta il risultato delle elezioni legislative e porta nella capitale Bichkek i manifestanti del sud del paese per rovesciare il presidente Askar Akaiev: è la “rivoluzione dei tulipani”. L’assemblea nazionale elegge come presidente il candidato filo-americano Kourmabek Bakaiev, che occuperà contemporaneamente il posto di presidente e di primo ministro. Stabilizzatasi la situazione, Bakaiev vende le poche risorse del paese a società statunitensi e installa una base militare USA a Manas, prima di essere allontanato dal potere da una nuova rivoluzione popolare nel 2010.
L’esito delle rivoluzione colorate, insomma, sembra essere stato quasi sempre quello di rafforzare la politica americana e della NATO ai confini di Mosca, assicurando a Washington importanti basi militari in posizione strategica e l’accesso ai corridoi energetici nel cuore dell’Eurasia”.

“PRIMAVERA ARABA”

pp. 215-217: “I miliziani che hanno combattuto per rovesciare Gheddafi in Libia, si sarebbero spostati in Siria a combattere Al Assad. Le prime indiscrezioni su questa milizia araba vengono da siti israeliani. Nel corso dei mesi alcuni giornalisti entrati in Siria hanno detto di aver visto soldati libici tra le file dei guerriglieri ribelli. Si tratterebbe di centinaia di uomini che hanno raggiunto l’Iraq e la Turchia in aereo per poi da lì entrare in Siria. Dietro l’operazione, sostiene il sito israeliano Debkafile, fonte ben informata su terrorismo, servizi segreti e ambienti militari, ci sarebbe il Qatar. L’emirato, in accordo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe preparato una sorta di forza militare islamica da impegnare ove necessario, a cominciare dalla Siria; una piccola e agguerrita armata, formata da duemilacinquecento miliziani libici ed iracheni soprattutto, che si sarebbe unita ai disertori siriani nel Free Syrian Army, l’esercito ribelle in guerra con il regime di Damasco. […] Nell’autunno 2011 sarebbe avvenuto l’arruolamento di un migliaio di combattenti del Libyan Islamic Fighting Group [al-Qaedisti], reduci dalla guerra a Gheddafi, e di centinaia di miliziani del Ansar al-Sunna, il gruppo salafita iracheno protagonista della guerra contro gli americani. I volontari si sarebbero riuniti nella città meridionale turca di Antakya, non distante dal posto di frontiera di Hatay, dove ha sede il centro di comando dell’esercito dei ribelli siriani”.

RICAPITOLANDO

pp. 261-263: “Gli attivisti hanno quasi sempre ricevuto sostegni finanziari dall’estero, in particolare da Washington, attraverso la galassia “quango” e in nome della “democrazia”, dalle capitali del Golfo Persico tramite organizzazioni caritatevoli e in nome dell’”Islam sunnita”.

Diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti. Quasi tutte le rivolte sono state precedute da un’intensa attività di blogging sul web e sui social network: un mondo virtuale…dietro cui si può nascondere chiunque.

Alcune insurrezioni hanno seguito lo schema tattico della non violenza, quello teorizzato da Gene Sharp, Robert Helvey e Peter Ackerman, altre sono degenerate in guerre civili. In quel caso le forze speciali inglesi, francesi e americane hanno addestrato e aiutato i ribelli, soldati e mercenari hanno combattuto sul campo, sostegno logistico e armamenti sono stati offerti dai servizi segreti di mezzo mondo.

[…]

Una partita che raramente si gioca con le armi, ma quasi sempre attraverso il soft power, con quei metodi che una volta la CIA chiamava di “destabilizzazione” e che possono comprendere politiche commerciali ostili, campagne mediatiche per creare isolamento internazionale e sostegno a rivolte interne fino all’appoggio dei ribelli per il rovesciamento dei paesi “scomodi”.

[…]

Barack Obama, dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, ha corretto e affinato il progetto, da un punto di vista di metodo, ma l’obiettivo strategico è rimasto immutato”.

Menzogne sulla Libia, preludio alle menzogne sulla Siria

 

 

Marinella Correggia, “Cronologia minima delle menzogne inutili”, Il Manifesto, 20.03.2012
[N.B. ho aggiunto altri link e sostituito quelli “morti”]

“Carrellata delle notizie sballate e pompate durante i bombardamenti contro Gheddafi. Con i link di riferimento e i video a testimonianza del corto circuito fra media, Onu, ong, governi coinvolti, tutti ad amplificare la propaganda dei «ribelli».

Per non dimenticare l’anniversario della «guerra umanitaria» Onu-Nato sulla Libia, il 19 marzo 2011.

Sull’onda delle notizie sulla repressione delle proteste del 17 febbraio a Bengasi (sanguinose e brutali ma assurte presto a livello di «genocidio»), nel febbraio-marzo 2011 furono varate due risoluzioni Onu: sanzioni, no-fly zone, Libia espulsa dal Consiglio dei diritti umani Onu, Gheddafi deferito al Tribunale penale internazionale. E una guerra durata 8 mesi.

Ecco una cronologia minima delle menzogne più utili.

Il 21 febbraio la tv qatariota Al Jazeera denuncia: «Aerei da guerra ed elicotteri bombardano manifestanti in alcuni quartieri di Tripoli». Il mondo insorge. Ban Ki Moon si dice «oltraggiato». I satelliti militari russi – e di certo anche quelli occidentali – non hanno rilevato nulla:

http://rt.com/news/airstrikes-libya-russian-military/

riprese video e visite di testimoni nei quartieri interessati non mostrano distruzioni

http://www.medarabnews.com/2012/02/03/il-controverso-ruolo-dei-media-nella-crisi-libica/

Ma che importa?

Il 23 febbraio tocca a Al Arabiya, altra tv petro-monarchica

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=150371

«La repressione in Libia ha già fatto 10 mila morti e 55mila feriti». Le prove? Nessuna. La fonte? Un «membro libico della Corte penale internazionale, Sayed al Shanuka», da Parigi . Ma il 24 febbraio arriva la smentita: «La Corte desidera chiarire che questa persona non è membro dello staff né può parlare a nome della Corte»

www.icc-cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-8FFC-FF3742BB6ECB.htm

Negli stessi giorni, un «filmato del 22 febbraio» di One World mostra le «fosse comuni»: morti fatti dai governativi inumati su una spiaggia dopo i massacri ordinati da Gheddafi. Il Telegraph rilancia la notizia. Tutti la riprendono. In Italia soprattutto:

http://video.repubblica.it/dossier/libia-rivolta-gheddafi/fosse-comuni-a-tripoli-per-i-manifestanti-morti/62716/61416

Però, già il 24 si dimostra che il video era stato girato nell’agosto 2010 nel cimitero Ashat ed era una normale operazione di rinnovamento del suolo e spostamento dei resti, abituale ogni 10-20 anni:

http://www.mentecritica.net/fosse-comuni-in-libia-un-falso-costruito-ad-arte-google-maps-lo-dimostra/mente-critica/no-one/latest/kurt/19782/

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/02/27/paolo_rumiz_intervista_morti_libia_romania_1989_ceausescu.html

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=9051

Non importa. Sollevazione generale di pacifisti e umanitari. Il 24 febbraio 70 «ong» indirizzano a Ban Ki Moon, a Obama e alla ministra Ue degli esteri Ashton una petizione

http://www.unwatch.org/site/apps/nlnet/content2.aspx?c=bdKKISNqEmG&b=1330815&ct=9135143

Promossa da Suleiman Bouchuiguir della Lega libica per i diritti umani, dall’organizzazione Usa UN Watch e dal National Endowment for Democracy (Ned) che non è una ong bensì il potente organismo statunitense che con la scusa di democrazia e diritti umani destabilizza i regimi scomodi (un ruolo lo ebbe anche nel golpe anti-Chávez del 2002 in Venezuela). La petizione sostiene che il governo libico stia commettendo «crimini contro la vita» e «crimini contro l’umanità»; chiede un’azione internazionale contro la Libia, «usando tutte le misure possibili». La lettera è commovente. In luglio Bouchuiguir, intervistato a Ginevra, ammette di non avere prove, la sua fonte era il Cnt, di cui fa parte:

http://www.youtube.com/watch?v=cTmiWNS1u0M

In marzo si susseguono denunce di stupri di massa su ordine del regime da parte dei «mercenari di Gheddafi muniti di Viagra». Denunce smentite dallo stesso inviato dell’Onu Cherif Bassiouni in giugno. Smentite confermate ex-post sia da Amnesty sia dal recente rapporto della Commissione di investigazione Onu (febbraio 2012).

Il 26 febbraio Il Consiglio di sicurezza vara la risoluzione 1970. Il 3 marzo, tal Ali Zeidan, portavoce della Lega libica per i diritti umani, lancia da Parigi un nuovo allarme: in due settimane 6000 le vittime di Gheddafi e un «genocidio annunciato» se i suoi «mercenari» arrivassero a Bengasi. Un falso pure questo:

http://www.peacelink.it/conflitti/a/34673.html

[cf. anche la famigerata dichiarazione di Ahmadinejad sulla distruzione di Israele è falsa. Ha detto: «Imam ghoft een rezhim-e ishghalgar-e qods bayad az safheh-ye ruzgar mahv shavad», ossia:
Imam (Khomeini) ghoft (diceva) een (questo = il) rezhim-e (regime) ishghalgar-e (occupante = che occupa) qods
(Gerusalemme) bayad (deve) az safheh-ye ruzgar (dalla pagina del tempo) mahv shavad (sparire).

Che è cosa ben diversa dalla traduzione ufficiale: «Israele deve essere cancellato dalla carta geografica»
http://www.ildialogo.org/notiziario/approfondimenti/cosahadettoahmadinejad.pdf

Il 17 marzo la risoluzione 1973 del Cds: no-fly zone e «ogni azione» per «la protezione dei civili».

Il 19 marzo i caccia francesi iniziano i bombardamenti. «Umanitari», ovvio.

Il Consiglio nazionale siriano non rappresenta il bene, noi non siamo buoni, nessuno è buono

Basi militari americane e NATO nell’area medio-orientale

 

di Asad Abu Khalil*

Siamo subito chiari: il popolo siriano ha tutto il diritto di protestare, pacificamente o violentemente, contro il brutale regime di Assad. Di più: il regime siriano non ha alcun diritto di restare al potere. Ancora di più: il regime siriano è incapace di auto-riformarsi.
Detto questo è imperativo che l’opposizione al Consiglio nazionale siriano cominci fin d’ora, prima che abbia l’opportunità di governare. Questo movimento appoggiato dalla Nato non si differenza in nulla dall’altro movimento appoggiato dalla Nato e che della Nato fu lo strumento in Libia.
L’opposizione al Consiglio nazionale siriano può poggiare su diversi fattori, prima di tutto rispetto alla sua credibilità, alla sua consistenza e alla sua onestà.
Il Cns ha mentito ripetutamente al popolo siriano. Vediamo alcuni casi eclatanti.
1) Il Cns ha cominciato come un movimento che difendeva strenuamente la lotta non violenta. Ora il Cns chiede che la violenza sia esercitata dai siriani ma anche da chiunque (israeliani compresi?) sia interessato a farla finita con il regime.
2) Il Cns ha proclamato solennemente di opporsi a qualsiasi tipo di intervento straniero, ma ora lo implora, venga da chi venga, ma meglio se da paesi alleati degli Usa e Israele.
3) La leadership del Cns ha detto in varie occasioni che i Fratelli musulmani (Ikhwan) al suo interno non rappresentavano più del 20%. Però Burhan Ghalioun, il suo leader, si è più volte lamentato che la Fratellanza controlla di fatto il Cns e che lui non vuole finire come Mahmud Jibril, il primo ministro della Libia e della Nato, che ha dovuto dimettersi sotto la spinta dei Fratelli.
4) Rispetto al conflitto arabo-israeliano e alle alture del Golan, il Cns ha adottato la stessa posizione del governo del Baath ancor prima di arrivare al potere. Peggio: si è spinto oltre e ha avviato un flirt senza precedenti (almeno per quanto riguarda la Siria) con Israele.
5) Il Cns afferma che non sarà uno strumento in mano straniere, però si è convertito in una marionetta delle dinastie regnanti in Arabia saudita, Qatar e altri.
6) Il Cns ha criticato con ragione la corruzione del regime siriano, però si è rifiutato di rivelare all’opinione pubblica siriana le sue fonti di finanziamento. Ghalioun parla di donazione «di siriani ricchi», ma qualcun altro riconosce che ci sono stati trasferimenti di fondi dai paesi del Golfo.
7) Il Cns proclama che il suo obiettivo è una Siria democratica, ma i suoi sponsor di Doha e Riyadh sono tutto fuorché democratici.
8) Il Cns sostiene di offrire al popolo siriano la visione di uno «Stato civile» (termine peraltro vacuo, buono per laici e islamisti senza il minor significato politico). Però i suoi alleati sauditi e ikhwanis non è che diano molte garanzie in questo senso.
9) Il Cns prima ha chiesto l’invio di mediatori della Lega araba per poi screditarli una volta che i loro rapporti non si confacevano ai suoi interessi o a quelli dei suoi sponsor.
10) Il Cns ha promesso una transizione alla democrazia ma è stato incapace di usare metodi democratici al momento di eleggere la sua leadership.
11) Il Cns è stato incapace o complice rispetto agli assasinii infra-religiosi nelle zone sotto il controllo dei suoi alleati.
12) Il Cns parla di democrazia però ha usato metodi anti-democratici e potenzialmente pericolosi nel caso prenda il potere a Damasco: i sicari del Cns (e il Cns ha i suoi sicari al pari del regime di Assad) hanno attaccato diversi esponenti dell’opposizione. Il Cns ha usato gli stessi metodi di calunnia e demonizzazione settaria del regime affermando che tutti quelli che non lo appoggiano sono traditori (takhwin). Il Cns non è riuscito neppure ad arrivare a un accordo con il Coordinamento dei comitati per il cambio democratico che è l’autentica espressione dell’opposizione interna in Siria. Ghalioun ha firmato un accordo con Haytham al Manna, il leader del Coordinamento, salvo poi ritirare il suo nome dal documento dopo le proteste dei Fratelli musulmani.
Il Cns non rappresenta tutta l’opposizione siriana. Però esige di essere riconosciuto ufficialmente e internazionalmente come «l’unico rappresentante legittimo del popolo siriano»

*Membro del comitato editoriale dell’Arab Studies Journal del Dipartimento di studi arabi contemporanei dell’università Georgetown di Washington.

da: Il Manifesto:

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120315/manip2pg/08/manip2pz/319614/

Il mito infranto di al Jazeera

“Dimissioni a catena nell’ufficio di corrispondenza di Beirut per silenzi e censure sulle crisi di Damasco e Bahrain.

La molto mitizzata al Jazeera perde pezzi. A causa della sua copertura faziosa della crisi in Siria e anche della crisi nel piccolo Bahrain, una primavera araba che non fa notizia.

Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar. Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.

Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad.

Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizione siriana. Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio».

Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.

Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi.

Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».

Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011 – dice Debar -. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso»”.

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