Molti italiani credono che, una volta espulso dal sistema Berlusconi, l’informazione tornerà ad essere sufficientemente obiettiva. C’è gente che crede a tutto: una boiata in più, o in meno…
Quello che vi voglio proporre è, però, ancora più stupefacentedel video caricato nel primo linke sembra quasi una burla ai danni dei giornalisti – purtroppo è tutto vero e sfacciato (potete eliminare i 30 secondi di pubblicità conadblock – non serve capire l’inglese, basta ascoltare):
Maggio 1978: Leonard Nimoy (Spock) avverte che molti climatologi ritengono che il mondo si stia avviando verso una glaciazione.
Uno dei climatologi consultati era Stephen Schneider, poi divenuto consulente di Al Gore. Gli domandarono cosa si poteva fare per scongiurare la glaciazione e lui rispose che sarebbe stato sconsiderato usare l’energia atomica per rendere meno compatte le calotte polari: “Possiamo fare queste cose? Sì. Ma faranno migliorare le cose? Non ne sono sicuro. Non possiamo prevedere con certezza cosa sta succedendo al nostro futuro climatico. Come possiamo intervenire se siamo così ignoranti? Si potrebbero sciogliere le calotte polari e cosa succederebbe alle città costiere? La cura potrebbe essere peggiore del male. Sarebbe meglio o peggio del rischio di un’era glaciale?”
Col passare degli anni pare abbia perso questo suo equilibrio e rigore, per diventare un iper-interventista, allo scopo inverso (bloccare il riscaldamento globale).
150 anni di sensazionalismo sul riscaldamento globale e raffreddamento globale al New York Times (dal 5 gennaio 1855) http://newsbusters.org/node/11640
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Grazie a Maurizio Morabito
22 giugno 1976 (n.145, p.14): “Entro cento anni avremo una era glaciale”
19 ottobre 1976 (n.229, p.21): “Fra pochi anni inverni freddissimi – In Siberia spariranno i cereali?”
14 febbraio 1977 (n.29, p.3): “E’ giunta l’era glaciale”
3 gennaio 1978 (n.1, p.3): “Si torna all’era glaciale?”
14 aprile 1978 – (n.85, p.15): “Aiuto, arriva l’era glaciale”
27 aprile 1978 (n.95, p.9): “Siamo alla soglia dell’era glaciale?”
4 gennaio 1979 (n.3, p.4): “Sta per cominciare un’era glaciale – secondo meteorologi giapponesi”
19 febbraio 1979 (n.48, p.3): “Cambia il nostro clima – Il mondo va verso una nuova era glaciale?”
21 aprile 1982 (n.25, p. 3): “Questo freddo di aprile farà scendere i ghiacciai?”
30 gennaio 1985 (n.155, p. 2): “Dietro l’angolo c’è un’era glaciale?”
40 anni fa i media diffondevano l’idea che, per colpa dell’inquinamento, stavamo per entrare in una glaciazione. La soluzione, ieri come oggi, era una sola: DECRESCITA+TECNOCRAZIA.
Pare dunque che la popolazione europea non stia sottovalutando le conseguenze della frantumazione dell’eurozona, come invece tendono a fare certi maître à penser
eppure non pare che quei due paesi siano in procinto di disgregarsi. I loro governi e banche centrali provvedono a fare in modo che le asimmetrie siano controbilanciate a sufficienza da evitare il collasso delle due nazioni. Lo stesso accade in Russia, Canada, Australia e in tantissimi altri paesi.
Infatti possono fare tutto quel che serve per difendere la propria sovranità e la cittadinanza, se i governi sono al servizio dell’interesse generale. Come come quelle che dovrà fare l’Unione Europea e che un singolo stato europeo, invece, non potrebbe mai fare: http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/
L’intrinseca scorrettezza dell’impostazione eurouscitista più dura e pura sta nella falsa scelta secca che impone tra l’Europa merkeliana-francofortese e il ritorno alla lira o ad un’altra valuta post-euro, cancellando tutte le altre opzioni collocate tra questi due estremi.
La seguente analisi di un fautore dell’uscita dall’eurozona è molto più onesta ed apprezzabile, perché presenta almeno a grandi linee il progetto di Syriza, che prospetta un certo tipo di riforma dall’interno (ce ne sono altri), pur restando scettico sulla sua attuabilità (senza comunque spiegare perché non dovrebbe funzionare – se invece di perorare cause disfattiste si desse costruttivamente una chance a Syriza ed altri ora saremmo messi meglio) :
L’unione europea non è certo stata pensata da degli psicopatici ma da statisti che volevano sapientemente porre fine a violenze ed egoismi collettivi. Fin dall’inizio, però, certe forze si sono attivate per salire a bordo clandestinamente e poi prendere il controllo dell’imbarcazione. Ora fanno di tutto per buttare fuori bordo i passeggeri e tenersela per sé e ci sono dei passeggeri che addirittura si offrono volontari per darsi in pasto ai pesci e urlano agli altri di seguire il loro esempio, invece di restare a bordo e scacciare i pirati. Così chi ancora crede in questa imbarcazione si trova a dover combattere contro pirati e aspiranti suicidi, involontariamente coalizzati.
[N.B. Per la verità non è una coalizione propriamente involontaria: è evidente che i pirati hanno tutto l'interesse a farsi passare per onnipotenti e convincere i passeggeri a togliersi di mezzo spontaneamente].
*****
Chi si oppone all’unificazione europea in quanto tale, indipendentemente dal modo in cui sarà realizzata, ossia dando per scontato che il risultato non potrà che essere una tirannia, non ragiona in maniera troppo diversa da chi si opponeva all’unificazione italiana.
L’esito dipende dalla volontà dei cittadini europei: se vorranno che nasca una confederazione europea con una banca centrale al servizio dell’economia e non della finanza ed un governo europeo di nomina democratica incline a pratiche democratiche in un assetto complessivo in cui macroregioni, stati e cittadini europei (tramite l’europarlamento e la democrazia partecipata) abbiano più voce in capitolo, allora sarà quell’idea d’Europa a prevalere e non una tecnocrazia supina di fronte agli interessi delle multinazionali e delle banche. I movimenti di protesta pan-europei dell’anno scorso lasciano intravedere un futuro di cittadinanza europea attiva, partecipe e sovrana che fa ben sperare.
I poteri forti malevoli non sono onnipotenti e non sono gli unici in gioco.
Al momento la Germania – affetta dalla sindrome della botte piena e della moglie ubriaca – è l’unico, serio ostacolo sulla strada dell’unificazione europea ed alla risoluzione della crisi:
Questa resistenza tedesca (una vera e propria guerra economica ai danni del resto d’Europa) non durerà ancora a lungo. La loro economia sta cedendo, com’era inevitabile, dato l’alto grado di interdipendenza mondiale:
L’idea di un’Unione Europea non è nata come complotto neonazista per prendersi una rivincita dopo la sconfitta del Terzo Reich o come complotto della NATO per estendere la sua egemonia fino ai confini russi. Forze che operano in quelle due direzioni esistono, in Baviera ed al Pentagono,
ma sono anche le stesse forze che spingono per la balcanizzazione del nostro continente, dato che un’effettiva unione (rispettosa delle autonomie dei popoli), ridimensionerebbe la loro influenza:
La confederazione europea sarà qualcosa di diverso dagli Stati Uniti d’Europa, sarà qualcosa di nuovo, di mai sperimentato prima, sul modello elvetico, ma con delle sensibili migliorie. Questo era il progetto iniziale (cf. Michael Sutton, “France and the Construction of Europe 1944-2007: The Geopolitical Imperative”) e lo tornerà ad essere. Non solo perché è nell’interesse di mezzo miliardo di europei e del mondo, ma perché le forze che sospingevano Jean Monnet & co. sono più che mai determinate a contrastare l’intolleranza, il fanatismo, l’avidità ed il vizio separatista-etnocentrico-isolazionista che affligge le menti ristrette.
Esistono europeisti e globalisti motivati da cupidigia, tracotanza ed egoismo che realmente progettano distopie sul modello di Singapore (o della Cina “comunista”), o di Nea So Copros
ma esistono anche europeisti e globalisti animati dalle migliore intenzioni: altruismo, condivisione, spirito comunitario, unificazione del genere umano in una famiglia o in un coro in cui ciascuno canti con la sua voce e non sia costretto ad uniformarsi ad un pensiero unico, ad un’unica direzione di “sviluppo”.
Questi ultimi lottano contro settarismi, nazionalismi, la sfrenata competizione e l’iniquità insite nel capitalismo sregolato.
I nomi sono noti: F.D. Roosevelt ed Eleanor Roosevelt, Charles de Gaulle, i fratelli Kennedy, Bruno Kreisky, Willy Brandt, Mario Cuomo, Olof Palme, Aldo Moro, Alcide Degasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Martin Luther King, Thomas Sankara, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Dominique de Villepin, Nelson Mandela, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Jimmy Carter, Nikita Krusciov, papa Giovanni XXII, Federico Mayor, Irina Bokova, Roberto Assagioli, ecc.
E poi ci sono le nuove leve, come Alexis Tsipras o Beatriz Talegon, che un giorno, se faranno le scelte giuste, saranno forse celebrate come i giganti di cui sopra:
L’unità della famiglia umana, a partire dall’esperimento europeo, è l’unica maniera per stroncare l’ascesa prepotente degli oligopoli finanziari e della tirannia dei mercati e per scongiurare le violenze di massa di un 1848 globale, i cui esiti sarebbero imprevedibili.
È il nostro destino, come è stato auspicato dallo stoicismo, dal cristianesimo delle origini, dal buddhismo, dal taoismo, dal sufismo, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo, dallo spirito con cui sono state fondate le Nazioni Unite (che non dovevano certo diventare uno strumento di imperialismo), la Croce Rossa, l’UNESCO, ecc.
Tutti per uno, uno per tutti: unità delle coscienze nella molteplicità delle forme, nella fratellanza compassionevole e quindi nella perequazione delle risorse (giacché le disparità che creano stenti e squallore sono la principale causa di conflitto e le risorse del pianeta non appartengono a qualcuno in particolare, essendo per definizione e per loro natura dei beni comuni).
Non certo un Mondo Nuovo huxleyano uniformato, livellato, meccanico, mentalmente intorpidito, psicopatico e materialista: la vita biologica e quella della mente amano la diversità e si estinguono nell’isolamento autarchico.
L’unificazione dell’umanità (il “tutti per uno, uno per tutti” e l’”uniti nella diversità”) è un progetto malevolo?
Oppure il complottismo sul Nuovo Ordine Mondiale che osteggia l’unificazione dell’umanità fa comodo proprio a chi desidera una tirannia globale di carattere liberista neofeudale e, a questo scopo, sfrutta il classico divide et impera?
Questa è la radice del problema: chi crede che i potentati finanziari siano invincibili preferirà che le cose rimangano (pessime) come sono; chi invece crede che un’umanità unita avrebbe la forza di scrollarsi di dosso psicopatici & co. dovrebbe essere a favore dell’UE e di Nazioni Unite più forti e libere da influenze di nazioni e lobby finanziarie, per emanciparsi dalla NATO (e poi anche dell’egemonia cinese e di qualunque altra potenza) e dal giogo dei mercati.
Vedete voi, la scelta è vostra. Non mi disturba l’idea di essere liquidato come un “utile idiota” se vi interrogate sulla possibilità che possiate esserlo voi.
Questo libro (e mi auguro anche altri) sarà testimone della mia buona fede e del mio impegno. Saranno i posteri a giudicarmi.
“La Germania ha una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo”
Angela Merkel, 27 gennaio 2013
La Merkel ha detto una boiata, come peraltro le capita di sovente. Ma le future generazioni tedesche non saranno colpevoli delle sue idiozie e dei suoi fanatismi neoliberisti (a meno che non l’abbiano votata e si siano fatti rimbambire dalla propaganda nazionalista di questi anni).
I tedeschi non sono in libertà su cauzione o in libertà vigilata, come non lo è l’umanità. Dobbiamo studiare il passato per comportarci meglio, non tenere in ostaggio un popolo per dei crimini commessi da altre persone, in un’altra epoca. Quelle sono precisamente le cose che facevano i nazisti. Noi siamo migliori dei nazisti.
E siamo migliori di loro perché sappiamo che nessuna persona può essere ritenuta responsabile di ciò che è successo prima della sua nascita. Questo è un principio non solo banalmente ovvio, ma essenziale per l’etica e la giurisprudenza democratica. Senza questo presupposto, non ci può essere alcuna democrazia.
Persino un testo sacro dell’età del bronzo proclamava che le colpe dei padri non ricadono sui figli.
Responsabile è chi commette un delitto o un errore, non certo chi nasce nel mondo che risulta da quel delitto o da quell’errore, o chi lo subisce.
Un conto è riesaminare il passato, un altro conto è definire “nostro passato” degli eventi che si vorrebbero usare per incriminare i posteri, personalizzando l’analisi e coinvolgendo persone che non furono direttamente coinvolte (es. chi non ha mai votato Hitler e non l’ha mai lodato spontaneamente) oppure chi non ha mai potuto influenzare gli eventi, in quanto non era ancora nato.
Questi festival del mea culpa serviranno forse a far sentire più innocenti e puri chi li promuove, ma non certo ad illuminare le questioni più spinose e complicate. Non sarebbe sorprendente scoprire che questi paladini dell’autoimputazione fossero gli stessi che invocano leggi per l’introduzione del reato di revisionismo storico, abolendo di fatto, la possibilità di fare una qualunque seria ricerca storiografica sulle pagine più nere del “nostro” passato. La Merkel è uno degli esempi più emblematici di questa “relazione pericolosa”.
Perciò se la cancelliera tedesca vuol chiedere scusa per le pagine più atroci del passato tedesco lo può fare a titolo personale – è nel suo pieno diritto farlo –, ma non deve permettersi di parlare a nome di tutti i tedeschi, coinvolgendoli nella sua auto-vittimizzazione narcisistica e sconfinatamente presuntuosa.
Analogamente, nessun comunista di oggi può essere considerato responsabile dei mostruosi crimini di Mao o di Stalin o dei Khmer Rouge. Non è solo un fatto giuridico, è un’evidenza morale.
Gesù avrebbe condannato una visione così disumana, degna dell’infame dottrina del peccato originale: la colpa non si trasmette geneticamente da una generazione all’altra.
Il Mandela presidente della riconciliazione nazionale dopo aver scontato una lunga pena detentiva è moralmente responsabile per le azioni terroristiche del giovane Mandela che lottava contro l’oppressione bianca o si tratta di due persone sostanzialmente diverse?
L’Abraham Lincoln del Discorso di Gettysburg è moralmente responsabile del Lincoln degli anni cinquanta, che era razzista e segregazionista, oppure ciò che conta è ciò che uno è diventato, mentre le ombre del passato servono a far rifulgere ancora di più un luminoso presente?
Aung San Suu Kyi è moralmente responsabile dell’uso della violenza da parte del padre o di una parte dell’opposizione alla dittatura birmana? Francesco Palermo e Hans Heiss sono moralmente responsabili per il passato rispettivamente fascista e nazista del Tirolo del Sud? Gli inglesi sono più moralmente responsabili degli scozzesi, dei gallesi e degli irlandesi per le malefatte del colonialismo britannico?
È un’idea piuttosto bizzarra quella secondo cui gli italiani (un’entità monolitica che marcia a ranghi serrati attraverso i secoli) dovrebbero essere responsabili dell’imperialismo fascista anche nel terzo millennio, o che il discendente di immigrati italiani in Germania si debba sentire colpevole sia per i crimini fascisti sia per quelli nazisti, in quanto cittadino tedesco di origini italiane. Il grande storico Eric Hobsbawm, nato in Egitto, arrivò in Inghilterra solo a 16 anni, dopo aver trascorso l’infanzia in Austria e Germania: dovrebbe sentirsi colpevole al 10-15% per i crimini nazisti e all’85-90% per quelli inglesi? Oppure il fatto che fosse un ebreo marxista lo dispensa da ogni colpa, salvo un modesto 5% di sionismo ed un più rilevante 25% di comunismo? Io o i miei discendenti saremo ritenuti responsabili per il disastro afgano, iracheno, libico, greco, dell’eurozona, per le arene romane e per la distruzione di Cartagine e Corinto, ecc.? I milioni di persone che hanno marciato contro la guerra in Iraq o l’hanno denunciata pubblicamente sono colpevoli di cosa, esattamente? Tutti gli inglesi sono criminali di guerra alla stregua di Tony Blair? Oppure ha ragione Desmond Tutu a condannare Blair e non il Regno Unito nel suo complesso?
In ogni epoca la popolazione è stata soprattutto vittima delle istituzioni dominanti e della propaganda con la quale queste conservavano il potere e giustificavano le loro azioni. Accusare i contemporanei di indifferenza per una colpa collettiva che non sentono ma dovrebbero sentire significa anche accusare i loro figli e nipoti degli olocausti che si verificano periodicamente nel Terzo e Quarto Mondo a causa di un sistema economico mostruoso.
Questi spettri di colpa collettiva che si impossessano ciclicamente di certe persone che sentono il dovere di assolversi dei peccati dei loro avi a nome di tutti, pubblicamente, sono gli stessi che rinvigoriscono i miti etnici – l’Ebreo Usuraio, il Tedesco Nazista, l’Italiano Mafioso, l’Americano Imperialista, il Musulmano Fondamentalista, il Giapponese Razzista, la Razza Bianca Schiavista e Genocida, ecc.
Perché ammirare gli orgogliosi islandesi, visto che la loro civiltà era, originariamente, una colonia schiavista?
Oggigiorno chi, tra gli israeliani, non ha votato per Netanyahu o per dei partiti nazionalisti, è innocente di quel che potrà accadere in Medio Oriente, perché non sono le collettività che vanno giudicate, ma le singole persone. E saranno innocenti anche tutti gli ebrei che non vivono in Israele e hanno cercato di far prevalere la ragionevolezza e gli strumenti della diplomazia.La gran parte degli ebrei mondiali non potrà e non dovrà essere condannata per le decisioni di un particolare governo israeliano.
Il nostro compito è UNICAMENTE quello di capire il passato per evitare di ripetere gli stessi errori, non certo quello di sentirci in colpa per procura.
NOTE BENE: [Una spiegazione alternativa è che la Merkel stia deliberatamente usando il senso di colpa per controllare i tedeschi ed i PIIGS. Un po' come ha fatto Al Gore con il riscaldamento globale imputato unicamente all'umanità (giochetto che non funziona più: CO2 in continuo aumento, temperature stabilizzate). Chi controlla la Merkel? Chi controlla Al Gore?]
Nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima.
Lucio Caracciolo, Repubblica, 17 gennaio 2013
Le dimensioni di Aqim non sono impressionanti. Qualche centinaio di miliziani armati di tutto punto, dediti al narcotraffico, ai rapimenti di walking money (cooperatori, turisti e spericolati giornalisti, per il cui riscatto le nostre intelligence versano milioni di dollari), alla propagazione dell’islam salafita in versione cruenta. Ma vale il marchio: al-Qa’ida. Brand di tragico successo, con il quale Stati Uniti e resto dell’Occidente identificano il “terrore globale”- leggi: capace di colpire in America e in Europa. Aqim non ha mai varcato gli oceani, eppure nella rappresentazione del Pentagono è l’ultimo anello della temibile “fascia salafita”, inquietante macchia jihadista che nella cartografia militare a stelle e strisce corre dallo Yemen all’Africa occidentale. Imperniata su quattro sigle, quattro facce del medesimo mostro: Aqap (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), al-Shabab (Somalia), Boko Haram (Nigeria) e appunto Aqim.
Ma non siamo più alle crociate di Bush junior. A Washington tira aria di quaresima. Va di moda lo smart power. La guerra al terrore globale continua, ma con altri mezzi. Non più invasioni dai costi e dalle perdite insopportabili. Semmai, operazioni coperte e spiegamento di droni, armi democratiche per eccellenza, poiché servono alle democrazie occidentali per condurre una guerra invisibile alle proprie opinioni pubbliche, scottate dalle disastrose campagne afgana e irachena. Per il resto, l’America “guida da dietro”. In parole povere, usa risorse altrui per fini propri. O almeno spera di farlo. Salvo poi scoprire che sono altri – nella fattispecie qualche dittatore, tribù o mafia africana – a profittare del controterrorismo Usa fingendo di servirlo.
Negli ultimi giorni sul Guardian:
1. articolo in favore di uno stato curdo indipendente (= destabilizzazione di Iran, Iraq, Siria e Turchia);
2. articolo che chiede che il presidente iracheno si dimetta perché è un dittatore (sono dittatori quando non si schierano con l’Occidente);
3. articolo che condanna l’Algeria per il modo in cui ha gestito la faccenda degli ostaggi e descrive il suo governo come arretrato ed incivile.
Direi che coincide con la lista dei bersagli della prossima fase: l’Iraq permette alle armi iraniane di arrivare in Siria, l’Algeria si è opposta all’intervento in Libia, il Kurdistan è il classico neostato che serve a smantellare gli attuali “stati-canaglia” risparmiando al Pentagono/NATO una costosa e fallimentare guerra regionale. Se pensano di poter portare a termine con successo una tale impresa sono dei poveri mentecatti.
Domande che non hanno ancora trovato risposta:
1. Come possono i francesi giustificare la loro posizione sulla Siria, dove sostengono gli stessi jihadisti che invece combattono nel Mali e che, sempre in Siria, fanno saltare in aria decine di civili con autobombe nei mercati e nei dipartimenti universitari?
2. Se, come afferma Hollande, questi guerriglieri da estirpare sono solo un migliaio, che speranze avevano di attraversare mezzo paese in territorio ostile per conquistare la capitale Bamako (poco meno di 2 milioni di abitanti) e controllarla? Perché avrebbero dovuto farlo? Per farsi accerchiare e massacrare? Perché dovrebbero essere una minaccia per l’Europa, come invece sostiene la Merkel? Perché occorre usare mezzi corazzati contro di loro?
In barba all’intervento francese, i guerriglieri islamici hanno facilmente conquistato la città di guarnigione Diabaly, a circa 160 chilometri a nord di Segou, la capitale amministrativa del centro di Mali, dimostrando l’inconsistenza della volontà di combattere dell’esercito maliano. Così la Francia è stata costretta ad inviare altre migliaia di soldati. Sono già 30mila gli sfollati.
Sebbene l’Occidente non sia ufficialmente in guerra con l’Islam, il Mali è l’ottava nazione musulmana bombardata dall’Occidente negli ultimi 4 anni. Segue Iraq, Afghanistan, Pachistan, Yemen, Libia, Somalia e le Filippine [almeno il 5% della popolazione filippina è musulmano e l'arabo è una lingua riconosciuta dalla Costituzione] – senza contare le tirannie che continuano a godere del nostro pieno supporto:
Sappiamo che gran parte dell’instabilità del Mali è conseguenza dell’intervento NATO in Libia.
Le truppe che hanno effettuato il più recente golpe in Mali sono state addestrate dagli americani e l’amministrazione Obama era contraria ad un intervento armato per il rischio di una proliferazione di attacchi terroristici contro l’Occidente in tutto il mondo:
il fallimento della campagna libica ha portato a questo: una mescolanza di guerriglieri islamisti, tuareg e di libici di pelle nera scacciati dai libici di pelle più chiara:
Bombardati nel Mali, non è improbabile che li ritroveremo a combattere con qualche signore della guerra libico, che dovremo bombardare a sua volta.
Il contemporaneo intervento franco-americano in Somalia ha causato la morte di una decina di civili.
Le morti di civili non sembrano più essere una variabile di cui tener conto. Cameron ha deciso il coinvolgimento britannico nelle operazioni Mali senza neppure prendersi il disturbo di consultare il Parlamento.
È sufficiente che la propaganda occidentale etichetti come terroristi un gruppo di musulmani perché le forze armate di un paese NATO possano bombardarli impunemente, senza peraltro che sia chiaro perché le loro atrocità siano peggiori di quelle perpetrate dagli alleati dell’Occidente (es. uccisioni, torture e incarcerazioni di tuareg da parte delle forze governative maliane). Ai governi ed ai media delle democrazie occidentali piace dipingere il mondo in bianco e nero.
45 milioni di italiani (escludendo i bambini) non hanno sentito il bisogno di ascoltare cosa aveva da dire un presidente debole e, nella migliore delle ipotesi, inconsapevole di cosa c’era in gioco. Nella peggiore: un traditore dell’interesse generale.
In entrambi i casi la persona sbagliata, al posto sbagliato, nel momento sbagliato, dal punto di vista dell’Italia.
Questa realtà inoppugnabile è decisamente spiacevole per il “professore”, tanto che, in Italia, la si censura anche su Wikipedia:
“Alle 22.28 del 24 dicembre si potevano leggere i dati non lusinghieri dell’economia italiana durante l’anno del governo tecnico: disoccupazione, Pil, debito, cose che conosciamo fin troppo bene. L’indomani, alle 10.18, qualche Erode aveva già spazzato via tutto. Le due versioni sono a disposizione a questo indirizzo: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Mario_Monti&diff=54873876&oldi….Il giorno in cui nasce Gesù si fermano tutti i quotidiani, ma non le forbici della wiki-censura pro-Monti. È un fenomeno solo italiano. Un wiki-utente, infatti, ha aggiornato la biografia del professore anche nella disinformata versione in lingua francese. I wiki-cugini, lungi dallo zittire il collaboratore, gli hanno chiesto notizie e dettagli aggiuntivi. E anche la relativa discussione è online”. http://www.ilgiornale.it/news/interni/vietato-dire-verit-su-monti-e-nella-rete-scatta-censura-870035.html
Si badi bene, le persone che ancora oggi apprezzano Monti e Napolitano (fortunatamente una minoranza) non sono le persone comuni, il cosiddetto “volgo”. Il “volgo” ha un fiuto che manca ai cosiddetti “istruiti”, che per di più sono carenti in umiltà: una persona veramente istruita continua infatti a cercare, non prende per buono un editoriale di Scalfari solo perché è in grado di capirlo, guardando dall’alto in basso il “volgo” che procede oltre, fino alla pagina sportiva. Quest’epoca è afflitta da un vero e proprio analfabetismo morale ed intellettuale di ritorno: milioni di persone troppo certe di aver capito quel che c’era da capire e troppo sicure di essere dalla parte giusta della storia (non come quei fanatici dei complottisti!) per rendersi conto del loro stesso fanatismo, del loro torpore morale, della loro apatia cognitiva, della loro hybris.
Daranno sempre la colpa alla crisi – un’entità misteriosa, una forza della natura, un castigo divino – mai alla propria dabbenaggine.
Mi auguro di non dover mai più parlare di Napolitano. Che se ne occupino i posteri, quando la potenza di fuoco della propaganda sarà un ricordo e le nuove generazioni saranno libere di distinguere i fatti dagli slogan.
Medio Oriente – di luogo comune in luogo comune abbiamo raggiunto il “punto di svolta”
Ricordate i giorni in cui abbiamo pensato che il cammino dell’Egitto verso la democrazia fosse ormai un dato acquisito? Mohamed Morsi, educato in Occidente, aveva invitato la gente a venire a incontrarlo nel palazzo presidenziale che apparteneva a Hosni Mubarak, la vecchia aristocrazia militare del “Consiglio Supremo delle Forze Armate” era stata mandata in pensione ed il Fondo Monetario Internazionale era in attesa di poter distribuire un po’ di crudeli privazioni in Egitto, pronto a sua volta a ricevere la nostra benevolenza finanziaria.
Com’erano beati gli ottimisti sul Medio Oriente verso la metà del 2012.
Nella vicina Libia si era affermato il filo-occidentale laicista Mahmoud Jibril, che prometteva libertà, stabilità, una nuova casa per l’Occidente in uno dei più fecondi produttori di petrolio del mondo arabo. Era un luogo dove persino i diplomatici degli Stati Uniti potevano circolare praticamente non protetti.
La Tunisia poteva anche avere un partito islamico al governo, ma era una gestione “moderata” – in altre parole, abbiamo pensato che avrebbe fatto quello che volevamo – mentre i sauditi e gli autocrati del Bahrain, con la muta disapprovazione di Obama e Cameron, sopprimevano silenziosamente ciò che era rimasto della rivolta sciita che minacciava di ricordare a tutti noi che la democrazia non era davvero benvenuta tra gli stati arabi più ricchi. La democrazia era per i poveri.
Nella primavera dello scorso anno, i commentatori occidentali davano per spacciato Bashar al-Assad. Non meritava “di vivere su questa terra”, secondo il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. Doveva “dimettersi”, “farsi da parte”. Il suo regime aveva solo poche settimane di vita, forse solo qualche giorno. Era il “punto di svolta”.
Poi, entro l’estate, quando il “punto di non ritorno” si era dileguato, ci hanno detto che Assad stava per usare il gas “contro il suo popolo”, o che le sue forniture di armi chimiche potevano “cadere nelle mani sbagliate” (le “mani giuste” erano ancora presumibilmente quelle di Assad).
I ribelli siriani erano sempre sul punto di farcela – a Homs, poi a Damasco, poi ad Aleppo, poi di nuovo a Damasco. L’Occidente sosteneva i ribelli: un profluvio di armi e denaro provenienti da Qatar e Arabia Saudita ed il sostegno morale di Obama, Clinton, del patetico Hague, di Hollande, di tutta l’industria del bene – fino a quando, inevitabilmente, si è scoperto che i ribelli avevano tra le loro file un bel po’ di salafiti, carnefici, settari assassini e, in un caso, un decapitatore di adolescenti che si comportava un po’ come il regime spietato che stavano combattendo. L’industria del bene ha dovuto fare retromarcia. Gli Stati Uniti hanno continuato a sostenere i buoni, i ribelli laici, ma ora consideravano gli orribili ribelli salafiti come un’”organizzazione terroristica”.
E il povero vecchio Libano, manco a dirlo, era sul punto di esplodere in una guerra civile per la seconda volta in meno di 40 anni, questa volta perché la violenza della Siria si “riversava” nel territorio dei suoi vicini.
Il Libano non era forse settario come la stessa Siria? Gli Hezbollah libanesi non erano forse alleati di Assad? I sunniti del Libano non sostenevano i ribelli siriani? Tutto vero. Ma i libanesi … erano troppo intelligenti ed istruiti per ripiombare nel caos del 1975-1990.
L’Iran, naturalmente, stava per essere bombardato perché stava – o stava per – fabbricare armi nucleari, o poteva – o avrebbe potuto – fabbricare armi nucleari entro un mese, o un anno, o una decina d’anni.
Obama potrebbe non bombardare l’Iran, non ne ha davvero voglia, ma “tutte le opzioni” erano “sul tavolo”. Lo stesso per Israele, che voleva bombardare l’Iran, perché poteva o potrebbe fabbricare armi nucleari o era in procinto di farlo, o potrebbe averle in sei mesi, o un anno, o in alcuni anni ma – ancora una volta – “tutte le opzioni” erano “sul tavolo”. La “finestra di opportunità” di Netanyahu si sarebbe chiusa, ci dicevano, con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. E così queste sciocchezze sono continuate…ebbene, fino alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, al termine delle quali ci avevano avvertito ancora una volta che l’Iran stava producendo, o poteva produrre, o potrebbe produrre un’arma nucleare.
Israele ha anche minacciato il Libano, perché Hezbollah aveva migliaia di missili, e ha minacciato i palestinesi di Gaza, perché avevano migliaia di missili. E molti sono stati i giornalisti israeliani – con i loro cloni americani – che hanno preparato il terreno con i loro lettori per queste due guerre al “terrore”.
In questo caso il Libano è rimasto esente da bombardamenti mentre un conflitto molto insoddisfacente (dal punto di vista di Israele) scoppiato tra Israele e Hamas si è concluso quando Morsi ha convinto i palestinesi a rispettare un cessate il fuoco, che Netanyahu ha poi tristemente accettato.
Ha così rafforzato il suo prestigio Khaled Meshal, che ha successivamente annunciato che la Palestina dovrebbe estendersi dal fiume Giordano al mare. In altre parole: basta Israele.
Proprio come il ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, che si sarebbe presto dovuto dimettere, e i suoi sodali, che per lungo tempo avevano ripetuto che Israele doveva estendersi dal mare al fiume Giordano. In altre parole: niente più Palestina.
Al coraggioso e molto invecchiato israeliano Uri Avnery non è restato altro da fare che sottolineare che, se entrambi avevano questo stesso desiderio, poteva esistere solo una fosse comune tra il fiume e il mare.
Verso la fine dell’anno, l’amichevole, affettuoso Mohamed Morsi stava recitando la parte del Mubarak e stava facendo il pieno di tutti i vecchi poteri dittatoriali a sua disposizione, mentre una costituzione molto dubbia era imposta alla popolazione laica di quella terra, musulmana e cristiana, che Morsi aveva promesso di servire. In Libia, come s’è visto, gli Stati Uniti hanno scoperto di avere più nemici di quel che si pensava, l’ambasciatore è stato ucciso da – e l’attribuzione deve restare in sospeso, nonostante i tentativi della Clinton di confondere le acque – una sorta di banda di miliziani di al-Qaeda.
In effetti, al-Qaeda – politicamente fallita dal momento dell’omicidio di Osama Bin Laden da parte di una squadra di sicari statunitensi in uniforme militare nel 2011 – era stata praticamente cancellata dal vocabolario della Casa Bianca prima della rielezione di Obama. Ma gli evanescenti disperati del wahabismo hanno acquisito l’abitudine tanto amata dai mostri del cinema di rigenerarsi in forma diversa, in paesi diversi.
Il Mali ha sostituito l’Afghanistan, così come la Libia ha sostituito lo Yemen e la Siria ha preso il posto dell’Iraq.
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Eppure, ci potete scommettere, l’industria del bene ci farà piovere addosso un altro carico di luoghi comuni in sostituzione di quelli che sono già serviti al loro scopo.
Cosa ne pensano i civili yemeniti dei droni che li uccidono? Cosa ne pensano i civili del Bahrein che vorrebbero ribellarsi alla dittatura ma non possono farlo perché sauditi e statunitensi inviano armi al regime? Cosa ne pensano i giornalisti di Al-Jazeera che si dimettono uno dopo l’altro per la faziosità del network sui conflitti in Libia e Siria? Cosa ne pensano gli indignati americani nello scoprire che sono state usate leggi anti-terrorismo per sorvegliarli minuziosamente?
Tutto questo ricorda tristemente il preludio all’invasione dell’Iraq e la circolazione di storie inventate di sana pianta da Blair, Bush e dalle fazioni pro-intervento irachene, mentre l’opposizione a Saddam contraria alla guerra fu emarginata. C’è stata la grande menzogna delle armi di distruzione di massa, ma anche quella dei soldati iracheni che strappavano i bambini dalle incubatrici e quella che Saddam Hussein usava delle macchine per tritare le persone. Il giornale di Murdoch, The Sun, si vantò: “L’opinione pubblica cominciò ad appoggiare Tony Blair quando gli elettori appresero che i dissidenti venivano buttati da Saddam Hussein nei trituratori industriali”. Quelli che vogliono un intervento “umanitario” NATO in Siria dicono che la Siria non è l’Iraq. Hanno ragione: la Siria sarà molto peggio. Devono dirci che cosa accadrà alle 25 minoranze etniche e religiose della Siria, tra cui il 10% di cristiani 10% ed il 10% di alawiti, se alcuni esponenti del clero fondamentalista che gode dei favori di Qatar ed Arabia Saudita arriveranno al potere. Oppure ai milioni di donne siriane, che hanno molti più diritti delle donne saudite. Oppure ai rifugiati iracheni in Siria.
C’è un’evidente escalation in corso. Russi e Americani hanno organizzato un incontro fuori programma sulla Siria. Nei giorni scorsi Lavrov ha incontrato anche Erdogan e l’opposizione siriana nonviolenta (National Coordination Committee) che è stata messa fuori gioco dall’Occidente quando ha riconosciuto solo l’opposizione armata (composta in buona parte da mercenari stipendiati da Arabia Saudita e Qatar). Nel frattempo l’Onu ha evacuato il suo “personale non essenziale” dalla Siria. I missili patriot (assieme a 400 soldati tedeschi) sono in arrivo in Turchia per “difenderla” da un eventuale attacco siriano. La Russia ha replicato promettendo che la Siria riceverà i suoi Iskander. La USS Eisenhower è arrivata al largo delle coste siriane il 5 dicembre. È in compagnia della USS Iwo Jima “Amphibious Ready Group”, con 2500 marines pronti a sbarcare: “Se gli Stati Uniti decidessero di intervenire militarmente in Siria, ora avrebbero a disposizione 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 caccia-bombardieri, 10 cacciatorpediniere e fregate”.
“Obama ha anche autorizzato lo schieramento nell’area degli aerei da controllo elettronico Awacs, un fatto che in genere prelude al lancio di massicce operazioni aeree. Il 23 novembre, invece, come annunciato pochi giorni prima, sono giunte al largo della Striscia di Gaza alcune delle più importanti unità della flotta russa del Mar Nero, che comprendono l’incrociatore lanciamissili Moskva, il caccia Smetlivy, le unità da sbarco Novocherkassk e Saratov, oltre al rifornitore di squadra Ivan Bubnov e al rimorchiatore MB-304, in attuazione di una decisione assunta dal governo russo l’11 novembre…i “ribelli” siriani hanno distruttouna delle tre principali stazioni radar siriane, nota come M-1, posizionata nel sud del Paese, a copertura del confine con Israele, Giordania ed Arabia Saudita, oltre che del Libano meridionale, l’area presidiata dal movimento filo-siriano shiita Hezbollah: un evidente regalo allo Stato ebraico, oltreché alle forze aeree occidentali che potranno così operare indisturbate dalle basi aeree giordane e saudite. http://www.clarissa.it/editoriale_n1869/Palestina-Siria-e-Iran-le-crisi-mediorientali-si-collegano
Pensavo che ormai avrebbero atteso la primavera per farla scoppiare, invece pare che la guerra sia ormai dietro l’angolo. Forse attaccheranno, simbolicamente, proprio il 21/12/2012, per sfoggiare la loro miglior faccia di bronzo sbeffeggiando milioni di persone?
Lo stesso giorno dell’arrivo della USS Eisenhower [il primo presidente americano a denunciare pubblicamente i poteri forti – vendetta postuma con affondamento-casus belli?] una fonte anonima informa i media occidentali che le truppe di Assad stanno solo aspettando l’ordine per usare le armi chimiche contro i loro concittadini:
Questo perché, sostengono (ma senza fornire alcuna prova a sostegno di nessuna delle loro tesi – e il Pentagono li ha successivamente smentiti), il regime è disperato e disposto a tutto.
A me pare che quando degli insorti (e mercenari) ricorrono alle autobombe contro i civili non diano prova di essere sul punto di vincere – né di avere particolarmente a cuore il bene dei propri concittadini –, ma semmai di grande debolezza e frustrazione.
Non è certamente quello il modo di conquistare i favori della popolazione: è più probabile che rafforzi il regime.
Tanto più che la stessa amministrazione Obama sta per riclassificare alcune fazioni dei ribelli come formazioni terroristiche, perché non hanno riconosciuto come legittimo il nuovo leader, un ex lobbista della Shell (il che già ci fa capire che la Siria post-Assad sarebbe una violenta terra di nessuno come la Libia)
Obama, decidendo di attaccare la Siria con il pretesto delle armi chimiche, sembrerebbe fare il gioco dei neocon, che non sono neppure particolarmente creativi: a distanza di anni usano le stesse argomentazioni e gli stessi slogan. A voi l’utile raffronto:
Fisk è uno dei pochi giornalisti mainstream ancora capaci e disposti a compiere il loro dovere.
Quando uno constata che in decine di servizi giornalistici televisivi locali e nazionali negli USA la stessa notizia è riportata esattamente allo stesso modo, con le stesse identiche parole, dovrebbe cominciare a sospettare che qualcosa non va nel mondo dell’informazione (propaganda):
E così, ancora una volta, come in Iraq, come in Libia, come in Iran, le care vecchie armi di distruzione di massa sono sempre in voga. Ancora una volta, non esiste alcuna prova certa che i media dicano il vero. Sull’Iraq e la Libia ora sappiamo che mentivano:
Mentre i media israeliani chiedono che Israele e Turchia intervengano in Siria a sostegno dei siriani, nella convinzione che i Russi non reagiranno (folli!):
“La Siria non è la Libia” ha dichiarato Lavrov a Bruxelles il 4 dicembre, aggiungendo che servono prove certe prima di accusare chicchessia di preparare un attacco chimico, tenuto conto del fatto che le precedenti accuse sono state smentite:
Anche se fosse legittima, non possiamo permetterci questa guerra. Il fronte interno è già stato abbattuto dall’austerità, disoccupazione e miseria prima ancora di cominciare la guerra. È una follia.
I nostri politici, verosimilmente, ci porteranno comunque in guerra:
Il sistema delle alleanze viene “attivato”: l’estate del 1914
- attentato all’arciduca d’Austria a Sarajevo.
- ultimatum dell’Austria alla Serbia
- l’Austria dichiara guerra alla Serbia
- la Russia, alleata della Serbia, mobilita immediatamente l’esercito lungo tutto il confine ovest.
- ultimatum della Germania alla Russia (perché sospenda la mobilitazione)-respinto
- la Germania dichiara guerra alla Russia
- La Francia mobilita le forze armate (trattato di reciproco aiuto con Russia)
- la Germania dichiara guerra alla Francia
- la Germania invade il Belgio (paese neutrale) come previsto dal piano Schlieffen
- La violazione della neutralità e l’attacco a uno stato affacciato sulla manica provocano la reazione della Gran Bretagna
- La Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania
- il Giappone dichiara guerra alla Germania
- la Turchia interviene a fianco degli imperi centrali
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CONSEGUENZE
Il Pentagono prevede che la no-fly zone richiederebbe settimane di bombardamenti e causerebbe la morte di un considerevole numero di civili (vast numbers of civilians) anche perché le difese antiaeree di fabbricazione russa sono nei pressi di centri abitati: la Siria non è il deserto libico:
Bush, Cheney e gli altri hanno rinunciato ad attaccare l’Iran nel 2006-2007 perché i Russi avevano fatto capire che non sarebbero stati a guardare. Per qualche ragione – incombente esplosione di un’altra bolla speculativa? – ora sembra che la NATO ed Israele vogliano andare fino in fondo. Il vecchio giochino del mettere la Russia contro la Cina non funziona più: sono alleati e non si faranno mettere all’angolo. La Russia si sta occupando del fronte eurasiatico, la Cina vigila sul fronte pacifico (nuova portaerei, nuovi cacciabombardieri)
Non penso si rendano conto del fatto che, dopo la primavera araba, la conseguenza più probabile sarà l’avvento di una lega di popoli arabi e musulmani schierata con Cina e Russia e contro le oligarchie arabe filo-occidentali ed autoritarie.
Ma l’immensa idiozia è stata quella di usare la strategia del divide et impera all’interno della NATO, mettendo uno stato contro l’altro, PIIGS contro Nord Europa, aree separatiste contro stati-nazione. Per realizzare un maggior controllo in vista delle grandi crisi hanno continuato a sacrificare pedine ed ora la NATO (come l’Unione Europea) è sul punto di collassare.
L’unica cosa che possiamo fare è avvertire la gente e sperare che si mobiliti contro questa guerra come l’ha fatto contro quella del Vietnam.
Alba Dorata – Italia ha il piacere di comunicare che in data 25/10/2012 si è costituito il Partito politico “Alba Dorata” ed esso è stato registrato ufficialmente presso l’Agenzia delle Entrate di Trieste.
Alessandro Gardossi, Segretario politico di Alba Dorata Italia
E Vendola che dice “o me o Casini”? D’Alema sorride. Poi: «Io sono molto rispettoso della propaganda, è una parte della politica, ma non può sostituirla».
Simone Collini intervista Massimo D’Alema, l’Unità, 6 novembre 2012
Salvo grosse sorprese (che coi sondaggi sono sempre possibili), alle primarie del PD (“di coalizione”) Nichi Vendola non riuscirà a conquistare neppure i voti di chi ha votato Sinistra e Libertà. Gli volteranno la schiena persino i “suoi”. Di settimana in settimana, invece di aumentare i suoi potenziali consensi, li perde. La gente non ti vota solo perché “sei un bravo ragazzo dalla faccia pulita”. Ci vuole una visione strategica convincente. Quella di Vendola, evidentemente, non lo è. In Francia, tutti i sondaggi danno Hollande in caduta libera. Stesso discorso anche qui. Ha battuto di poco un presidente odiatissimo come Sarkozy: gli elettori di sinistra francesi sono stati costretti a votare per il meno peggio (un notabile convinto che il sistema vada bene e necessiti solo di alcuni correttivi). Ora lo stanno punendo.
Questi sono politici che non hanno ancora capito che il vento è cambiato: milioni di persone soffrono, hanno capito che i loro sacrifici peggiorano le cose invece di migliorarle e si avviano alla rivoluzione o al colpo di stato (come constatava ieri sera un ufficiale di polizia intervistato su La7). Pensare di poter convertire alla sinistra una parte dell’establishment non è solo velleitario, è irresponsabile, perché serve a rendere ancora più concreta la prospettiva dell’insurrezione. Se non è successo in Grecia è solo perché Syriza tiene ancora accesa la fiammella della speranza in un’alternativa al neoliberismo, con un voto anticipato nel 2013.
Per Hollande e per Vendola vale purtroppo un’analisi sconfortante: o sono degli illusi o sono dei cinici. In condizioni normali, cinismo ed autoinganno non portano necessariamente alla rovina un leader e i suoi seguaci. Nelle condizioni attuali…Vendola sta commettendo un vero e proprio suicidio politico e nessuno è stato capace di fermarlo.
Al momento, la mia impressione è che la sconfitta di Vendola e la vittoria di Bersani o Renzi, che sono leali al montismo, possa rivelarsi salutare per la sinistra, perché servirà a far risuscitare negli italiani la voglia di dire e fare cose di sinistra. A quel punto il PD subirà una scissione di considerevoli proporzioni (ha già perso oltre la metà dei voti in Sicilia e il suo candidato condiviso con Casini ha vinto con 250mila voti in meno rispetto alla Finocchiaro del 2008, che aveva subito una cocente sconfitta, prendendo appena il 30% dei voti contro Lombardo).
Il problema più serio è: siamo ancora in tempo?Se la guerra in Medio Oriente si estenderà e se il tasso di disoccupazione non scenderà (quello reale, non quello ufficiale) allora le proteste oceaniche del 2012 saranno solo un aperitivo, purtroppo.
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Nichi nella trappola delle primarie – Enrico Grazzini (Il Manifesto)
31/10/2012
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Puntando esclusivamente sull’alleanza elettorale con il centro-sinistra per andare al governo, e addirittura presentandosi come futuro premier del prossimo esecutivo, Vendola ottiene certamente un successo mediatico; ma purtroppo contribuisce oggettivamente ad emarginare dalla scena politica nazionale le istanze delle formazioni politiche d’opposizione e soprattutto dei numerosi e molto significativi movimenti che, come quello per l’acqua pubblica e contro il nucleare, hanno sempre fatto le loro battaglie al di fuori, e spesso anche contro, il centro-sinistra e lo stesso Pd. Proprio questi movimenti costituiscono la base per una possibile aggregazione di sinistra che sia veramente in grado di contrastare efficacemente la politica dei governi conservatori e neo-conservatori, a differenza di quanto ha fatto finora il centrosinistra.
Non illudiamoci: considerata la sua cultura e la sua pratica politica, di fronte alla crisi che precipita, il centrosinistra al governo, con o senza Vendola, non potrà – e non vorrà neppure – invertire la rotta rispetto alle politiche classiste di austerità e di recessione impostate dal governo Monti. Su questo credo che esistano pochi dubbi. Anche se il Pd diventasse il primo partito italiano, considerando la sua natura molto moderata, quasi centrista, e considerando che è ormai paralizzato da diverse e contrastanti correnti, come quella ex comunista, quella cattolica, quella cosiddetta liberal-socialista, quella rottamatrice di Renzi, non potrà (ammesso ma non concesso che lo voglia) opporsi alle potenti forze neo-conservatrici nazionali ed europee che sostengono il governo Monti.
Del resto è facile ricordare che anche nei due decenni passati le forze di centro-sinistra in Italia sono state quasi del tutto inefficaci di fronte ai governi berlusconiani che tutte le democrazie occidentali consideravano addirittura ridicoli. Ricordiamoci che Berlusconi è sempre stato forte proprio a causa della inettitudine politica della sinistra tradizionale italiana, che non è riuscita mai a batterlo realmente, neppure sul terreno del palese e clamoroso conflitto d’interessi, anche quando Prodi era al governo. Non a caso Berlusconi ha sempre reputato che il suo vero avversario fosse la magistratura e non la sinistra italiana. E comunque non è stata certamente neppure la magistratura a fare sloggiare Berlusconi e il suo dubbio seguito dal governo, ma le forze politiche e finanziarie europee che, con il precipitare della crisi, non lo hanno più voluto perché rappresentava un cattivo debitore. Berlusconi è stato allora sostituito da Monti, che garantisce invece il pagamento del debito pubblico alle banche europee e americane. Questa è la realtà: il centro-sinistra italiano, a differenza di altre più coerenti e decise formazioni democratiche europee, non ha mai contrastato con un minimo di efficacia la politica conservatrice e rapace berlusconiana. La realtà è che Hollande ha sconfitto Sarkozy ma Bersani, D’Alema e Veltroni (per non parlare di Renzi) non hanno sconfitto Berlusconi. Solo il mite Prodi ha battuto Berlusconi, ma è stato mandato a casa due volte dai suoi stessi coinquilini di governo del centro-sinistra, prima da D’Alema e poi da Mastella.
Il passato ci insegna con evidenza e chiarezza che, nonostante quello che pensa Asor Rosa, purtroppo il centrosinistra non rappresenterà neppure nel futuro un argine di fronte alle forze della destra antidemocratica. Del resto Bersani lo ha ripetuto chiaramente più volte: la sua agenda politica prenderà il “meglio” di quella di Monti. Renzi confermerà anche il peggio. In tutti i casi non ci saranno svolte. Sul piano della politica economica il nuovo governo, anche se sarà di centro-sinistra, cambierà poco o nulla rispetto all’attuale, anzi potrebbe addirittura avviare politiche ancora più austere se le condizioni in Europa dovessero peggiorare, come è possibile. Sul piano dell’architettura costituzionale, che è decisiva per la democrazia, anche il Pd (come il Pdl) è a maggioranza per il presidenzialismo o semi-presidenzialismo, quindi per un esecutivo forte, per un governo poco parlamentare e per un sistema elettorale maggioritario che tagli fuori le minoranze. Non credo allora di essere eccessivamente pessimista affermando che purtroppo servirà a poco se Vendola arriverà terzo alle primarie dopo Bersani e Renzi. È invece molto dannoso che un leader molto seguito e stimato come lui non scelga di contribuire alla creazione di un fronte alternativo delle sinistre e dei movimenti.
Vendola avrà un’indubbia risonanza mediatica partecipando alle primarie; e questa eco – lo riconosciamo senz’altro – è e sarà utile e positiva per promuovere le idee di sinistra presso l’elettorato del Pd. Il problema però è che la sua adesione al centro-sinistra di governo si basa sostanzialmente su una clausola di esclusione verso la sinistra d’opposizione. Il tentativo di Vendola di partecipare al governo di centro-sinistra costituisce allora a mio parere un grave sgambetto alla possibilità, e anzi alla necessità, di costruire un fronte della sinistra alternativa di cui il paese ha bisogno, soprattutto in questa crisi devastante. Perché non fare anche in Italia come in Grecia e in Francia, dove le diverse e variegate formazioni di sinistra sono riuscite a trovare tratti omogenei, ad unirsi e a incidere sul processo elettorale gettando le basi per un’opposizione più forte alle politiche economiche e antidemocratiche della destra conservatrice?
Riflettiamo un attimo: sul piano puramente elettorale una formazione alternativa di sinistra che riuscisse a fare leva sui tratti comuni di forze certamente non così distanti – come i movimenti che difendono i beni comuni, la Fiom e parte della Cgil, Alba, i sindaci per il bene comune, Sel e Rifondazione Comunista, l’Idv di Di Pietro e perfino il Movimento 5 Stelle – che prima o poi diventerà grande e non potrà correre da solo -, una formazione che riuscisse a conquistare buona parte del vasto elettorato di sinistra e del vastissimo elettorato di protesta (il 45% dell’elettorato totale), non solo non sarebbe minoritario nel paese ma potrebbe addirittura nel tempo diventare la prima formazione politica.
A costo di apparire ipercritico, mi sembra che la politica di Vendola, che privilegia sempre il piano delle alleanze a quello della costruzione di una forza unitaria ma plurale della sinistra, porti ad accentuare le fratture, le divisioni e le debolezze della sinistra d’alternativa. Come ricorda giustamente Piero Bevilacqua, non è certo facile mettere d’accordo il dissonante e caotico arcobaleno della sinistra alternativa. Però a mio parere occorre tentare: il progetto è possibile e anche necessario se non vogliamo il tramonto definitivo della sinistra in Italia. Esiste la possibilità di un fronte comune dell’opposizione, anche perché tutti hanno interesse a unirsi per non scomparire. In una situazione di crisi verticale come quella che stiamo vivendo, nella quale perfino il comico Grillo è riuscito a costruire nel giro di pochi anni una nuova forza politica ed elettorale, non è impossibile avere successo nell’aggregare una sinistra alternativa ed ecologista che ha esperienze e bagagli politici e teorici certamente molto più ricchi. E’ indispensabile una bussola sicura nella notte della crisi, e purtroppo questa bussola non c’è e Nichi Vendola non contribuisce a crearla, e questo è tanto più negativo considerando che purtroppo la sinistra è già carente di una leadership all’altezza della situazione.
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Il Pd, debole con il berlusconismo, come ora con il montismo, non modificherà la sua traiettoria centrista.
E Vendola con le primarie non gli farà cambiare idea.
Bersani > Antonveneta, Monte dei Paschi Renzi > CL, Opus Dei, neocon americani (Ledeen) Vendola > firmo un impegno con gli elettori che poi ripudierò perché tanto è sbagliato e quindi non vale Puppato > l’aborto però
OPPURE TABACCI
Il Compagno Bruno indica a Bersani la strada verso il socialismo reale. Si può fare!
Le fondazioni…esercitano un’influenza corrosiva sulla società democratica; rappresentano concentrazioni di potere e ricchezza relativamente incontrollate e che non devono rispondere delle proprie azioni, che comprano i talenti, promuovono cause e, di fatto, determinano che cosa meriti l’attenzione della società…un sistema che…ha operato a svantaggio degli interessi delle minoranze, dei lavoratori e dei popoli del Terzo Mondo
Robert F. Arnove, “Philanthropy and Cultural Imperialism. The Foundations at Home and Abroad”.
Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori.
Conclusioni di un’indagine conoscitiva sulle fondazioni statunitensi effettuata da un comitato del Congresso americano nel 1952
Non ci si dovrebbe aspettare che ingenti patrimoni privati siano donati in maniera tale da innescare nella società redistribuzioni delle ricchezze e trasformazioni politiche.
Ruth Crocker, in“Charity, Philanthropy, and Civility in American History”
Il miglior programma in assoluto di educazione alla democrazia si chiama “Esercito degli Stati Uniti”
I think tank, pensatoi che dovrebbero partorire soluzioni per i grandi problemi di una comunità, sono armi a doppio taglio, perché danno alla luce idee e simboli, che sono il cibo della mente umana, ma anche la sua droga ed il suo veleno. Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda. Sono fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati (Fait/Fattor 2010).
La ragion d’essere delle principali fondazioni e think tank (pensatoi, gruppi di riflessione ed approfondimento, reti di esperti) è quella di migliorare il mondo in accordo con le preferenze di chi le crea e le finanzia, ossia, in genere, dei magnati o dei politici, cioè a dire di persone che esercitano già una considerevole influenza sulla società, ma intendono esercitarne ancora di più. Queste organizzazioni, in termini pratici, servono a giustificare la permanenza di rapporti di poteri vantaggiosi per chi è già economicamente e politicamente egemone, pensando al posto nostro. Dato il loro profilo così prominente nella contemporaneità, sono stati oggetto di innumerevoli studi sociologici. Usando un gioco di parole, possiamo dire che il think tank è un carro armato (tank, in inglese) nella guerra delle idee che mira al controllo delle menti di 7 miliardi di persone.
Stephen Boucher e Martine Royo (2006) definiscono i “think tank” degli organismi permanenti non pubblici che hanno l’incarico di formulare soluzioni su scala nazionale o internazionale che possano essere tradotte in politiche pubbliche. Quasi tutte le fondazioni si sono dotate di uno o più think tank, perciò è pressoché inutile cercare di separarli. La loro missione li rende inscindibili. La fondazione si occupa della parte strategica, il think tank di quella tattica. Alcune fondazioni esistono da oltre un secolo, come ad esempio il trittico Ford, Rockefeller e Carnegie, dai nomi dei magnati che hanno fatto la storia dell’economia e dell’industria americana moderna. Un altro gigante si è aggiunto di recente, la Gates Foundation di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, e di sua moglie. In Germania, la Friedrich Ebert Stiftung è vicina ai socialdemocratici, la Konrad Adenauer Stiftung è nella sfera democristiana.
Anche se ufficialmente i loro think tank dovrebbero produrre ricerca seria e rigorosa, non conosco nessuno studio accademico (ossia non promosso da un qualche think tank e quindi apologetico) che non li consideri delle vere e proprie macchine ideologiche al servizio di un qualche specifico interesse e/o ideologia. Boucher e Royo parlano di “pensiero mercenario”, un eufemismo per quello che altri chiamerebbero, meno sottilmente, “prostituzione intellettuale”.
Con questo non si vuol dire che tutti i think tank e tutte le fondazioni siano da mettere sullo stesso piano e demonizzare. Ma è indubbio che all’intensificarsi dei legami con la politica ed il capitale l’indipendenza di giudizio e l’integrità morale dei componenti di un think tank subiscono un inevitabile processo involutivo e la loro attività finisce per rassomigliare sempre più al marketing ed al lobbismo, con un impatto mediatico rapido e massiccio nel mercato delle idee (Boucher/Royo, ibidem). Gli intellettuali e gli stessi scienziati sono degli esseri umani come gli altri, né peggiori né migliori degli altri, anche se loro, non-ufficialmente, sono inclini a ritenersi migliori ed esenti da certe influenze corruttrici. Non citerò la cospicua produzione di studi sociologici che smentiscono le loro più intime convinzioni. Per questo sarebbe meglio che le politiche pubbliche fossero formulate da commissioni pubbliche temporanee, allo stesso modo in cui si sottopongono periodicamente al voto i rappresentanti parlamentari che poi le vaglieranno. A meno che non si creda, con Mandeville, che i vizi privati sono alla base delle virtù pubbliche, uno slogan screditato da millenni di storia umana ma che piace molto ai neoliberisti.
L’influenza dei think tank è poderosa in una molteplicità di settori: dall’ecologismo alla bioetica ed alle biotecnologie, dagli studi sulla pace alla geopolitica, dalle risorse energetiche alle politiche socio-economiche, carcerarie e monetarie, dalla Guerra al Terrore alla globalizzazione, all’arte ed alla cultura, al razzismo, al federalismo ed alla tutela delle minoranze etno-linguistiche.
Gli esempi della loro egemonia culturale non si contano, ma due sono forse i più eclatanti. Il primo è quello delle politiche di sterilizzazione involontaria di decine di migliaia di donne nel mondo occidentale e di milioni di donne nel Terzo Mondo a fini eugenetici prima e di controllo della popolazione non-bianca (ad esempio i quechua ed aymara del Perù) poi (Connelly, 2008). L’altro è il “Progetto per un nuovo secolo americano”, una strategia neoconservatrice imperialista statunitense che risale alla fine degli anni Novanta e che ha condotto all’invasione dell’Iraq nel 2003. È notorio perché al centro delle teorie del complotto riguardo all’11 settembre 2001, in quanto un suo rapporto del settembre del 2000, intitolato “Rebuilding America’s Defenses: Strategies, Forces, and Resources for a New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”), auspicava il verificarsi di un evento del tipo Pearl Harbor che autorizzasse gli Stati Uniti a prendere il controllo dell’Asia Centrale, considerata la chiave per mantenere in una posizione subalterna Russia, India e Cina e quindi per conservare lo status di unica superpotenza egemone. Altri casi degni di menzione sono l’amministrazione Reagan, che selezionò lo staff presidenziale (150 specialisti!) nel vivaio della Hoover Institution, della Heritage Foundation e dell’American Enterprise Institute, tutte fondazioni ultraconservatrici, con relativi think tank.
Tra gli studiosi che hanno approfondito il ruolo delle fondazioni e dei think tank nella formazione della percezione della realtà da parte dei cittadini delle democrazie occidentali figura anche il celebre Pierre Bourdieu, che anche dopo la morte, avvenuta nel 2002, resta il più influente sociologo francese. Nel 1998, assieme al collega francese (docente a Berkeley) Loïc Wacquant, riconosciuto specialista nel campo del razzismo e dei sistemi carcerari, pubblicò un saggio dagli effetti dirompenti, intitolato “Sulle astuzie della ragione imperialista” (“Sur les ruses de la raison impérialiste”), in cui si argomentava la tesi che le grandi fondazioni americane che si occupano di razzismo, in particolare la Rockefeller e la Ford, cerchino deliberatamente di incoraggiare i leader delle minoranze etno-razziali al di fuori degli Stati Uniti ad adottare le stesse tecniche di autoaffermazione identitaria, oggettivamente fallimentari, impiegate negli Stati Uniti. Tecniche, per intendersi, che sono state ripudiate dallo stesso Martin Luther King, un uomo dall’enorme perspicacia ed onestà, e che non sono mai state prese in seria considerazione da Aung San Suu Kyi o da qualunque attivista che rivendichi i diritti umani e civili per tutti e non solo per una fazione.
Bourdieu e Wacquant sono finiti al centro di una vigorosa polemica non tanto per aver denunciato il carattere fallimentare dell’identitarismo particolaristico e settario, ma per aver affermato che la contrapposizione tra neri e bianchi, che volutamente cancella l’esistenza dei meticci/mulatti, fa parte di una strategia globale neocolonialista all’insegna del divide et impera che, insistendo sulla componente somatica (il colore della pelle), conduce ad una guerra tra poveri che avvantaggia chi teme che le classi subordinate possano creare una piattaforma di rivendicazioni comuni che metta in difficoltà lo status quo. Le loro conclusioni sono in linea con quanto si apprende dalle ricerche di Anthony W. Marx (nessuna relazione con il più celebre Karl) su Stati Uniti, Sudafrica e Brasile, Livio Sansone sul Brasile (2002, 2003), Mark Clapson sul Regno Unito (2006), Donald E. Abelson (1996), Yves Dezalay & Brian G. Garth (2002), Noliwe Rooks (2006), Inderjeet Parmar (2012) e Thomas Medvetz (2012) sugli Stati Uniti e le loro relazioni interrazziali ed internazionali, Rafael Loayza Bueno ed Ajoy Datta sulla Bolivia (2011).
A dire il vero, Bourdieu e Wacquant non sono stati dei pionieri. Già negli anni Quaranta il giornalista e storico statunitense Joel A. Rogers lamentava il fatto che gli attivisti neri per i diritti civili fossero usati dai filantropi delle maggiori fondazioni per diffondere un’immagine omogenea, omologata, monolitica e caricaturale dei neri che sarebbe servita a “tenerli al loro posto” e a “mettere in cattiva luce quei pochi neri in grado di ragionare con la propria testa” (cit. in Plummer, 1996, p. 228). Uno dei più ammirati sociologi americani, C. Wright Mills, aveva gettato le basi per un’analisi scientifica di questo fenomeno già a cavallo degli Cinquanta e Sessanta, ma scomparve prematuramente prima di riuscire a portare al termine il suo ambiziosissimo progetto sociologico di studio delle élite e delle loro strategie. Solo negli anni Ottanta, grazie ad Edward Berman ed al suo magnifico e scrupoloso saggio (“The Ideology of Philanthropy”) e, più recentemente, Sally Covington (1998), Frances Stonor Saunders (1999, ed. it. 2004) e Joan Roelofs (2003) sono riusciti a mettere in luce i legami tra le fondazioni filantropiche, le militanze identitarie, gli architetti della politica estera americana e la CIA. Centinaia di milioni di dollari investiti in una guerra di idee e per il controllo dei media, di interi dipartimenti universitari e della lealtà di membri del Congresso (Saunders,op. cit., p. 122):
L’uso delle fondazioni filantropiche si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine…Nel 1976, una commissione d’inchiesta nominata per indagare le attività dell’intelligence statunitense riportò i seguenti dati relativi alla penetrazione della CIA nella fondazioni: durante il periodo 1963-1966, delle 700 donazioni superiori ai 10.000 dollari erogate da 164 fondazioni, almeno 108 furono totalmente o parzialmente fondi della CIA. Ancor più rilevante è che finanziamenti della CIA fossero presenti in quasi metà delle elargizioni, fatte da queste 164 fondazioni durante lo stesso periodo nel campo delle attività internazionali durante lo stesso periodo.
Sempre negli anni Ottanta, Robert Arnove, oggi professore emerito all’Università dell’Indiana, allora un insider con accesso ad informazioni riservate, curò la pubblicazione di un volume collettaneo (“Philantropy and cultural imperialism: the foundations at home and abroad”, 1980) in cui puntava il dito contro le fondazioni Ford, Rockefeller e Carnegie e la loro “corrosiva influenza sulla società democratica”, resa possibile da una concentrazione di potere e capitali non adeguatamente regolamentata, in grado letteralmente di comprare la lealtà degli esperti e di promuovere certe cause secondo certe modalità in modo tale da indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica in certe direzioni piuttosto che in altre. Lo stesso Arnove, in seguito, assieme alla collega sociologa Nadine Pinede (“Revisiting the Big Three Foundations”, 2003), ha potuto confermare la validità dei precedenti giudizi sulle politiche di deradicalizzazione (leggi: castrazione e frammentazione) del movimento per i diritti civili attuate dalle suddette fondazioni in nome dell’ideologia dell’identitarismo culturale che sottrasse al più vasto movimento le importanti energie di una larga porzione di attivisti afro-americani, non più disposti a condividere la lotta con esponenti di altre culture ed etnie (si veda anche Roelofs 2003).
Il povero Martin Luther King non poté sfuggire a questo gorgo e ne finì risucchiato, lui che contrastava ogni tentativo di spezzare il movimento dei diritti civili in fazioni concorrenti. Nel febbraio del 1967 prese la decisione di opporsi alla politica americana in Vietnam, pur sapendo che così facendo avrebbe causato l’interruzione del flusso di erogazioni da parte di varie fondazioni e in particolare della Ford Foundation. Aveva ben chiaro in mente che, com’era più che logico, le politiche di finanziamento delle maggiori fondazioni favorivano le valvole di sfogo, ossia quelle organizzazioni che davano voce alla protesta ma senza mai mettere in discussione l’establishment nel suo complesso (Walker, 1983).
Molte persone fanno fatica ad immaginare che delle fondazioni possano realmente cambiare il corso della storia di un’intera nazione. Ma si considerino le somme a loro disposizione. Nel 2011 il valore del patrimonio complessivo delle fondazioni americane ammontava a quasi 622 miliardi di dollari. Se fossero una nazione, sarebbero al ventesimo posto nella classifica del PIL, poco dietro la Svizzera.Nel 2010 decine di migliaia di fondazioni filantropiche hanno distribuito finanziamenti per un valore totale che eccede i 46 miliardi di dollari (valore raddoppiato rispetto al 1999). Ciò significa che, in questi anni, solo negli Stati Uniti, le fondazioni movimentano l’equivalente di una manovra finanziaria italiana importante o del PIL della Tunisia o dell’Uruguay. Nel 2000 il solo “Programma per la pace e la giustizia sociale” della Ford Foundation ha devoluto 26 milioni di dollari per i “diritti delle minoranze e la giustizia razziale”, su un totale di 80 milioni di dollari di finanziamenti a livello globale. La Bill e Melinda Gates Foundation distribuisce annualmente almeno 3 miliardi di dollari ad organizzazioni ed individui che ritiene meritevoli e dispone di un patrimonio del valore di oltre 33 miliardi di dollari (poco meno del PIL del Kenya, più di quello della Lettonia). Era a 37 miliardi nel 2010. Ford Foundation, Paul Getty Trust, Robert Wood Johnson Foundation dispongono tutte di circa 10 miliardi di dollari di beni: in termini di PIL, si collocherebbero davanti all’Armenia. In termini pratici, non devono rispondere del loro operato né ai mercati, né alla stampa, né tantomeno all’elettorato.
Con queste cifre e questo potere in ballo, non è sorprendente che i saggi dedicati a questo argomento così cruciale siano, globalmente, poche decine e tutti o quasi tutti ad opera di accademici non dipendenti da sovvenzioni private. Non sono molti i giovani ricercatori disposti a sputare nel piatto in cui sperano di mangiare e ancor meno quelli, più maturi, pronti a farlo in quello in cui stanno già mangiando. La falsa coscienza fa il resto: si razionalizza il proprio comportamento e quello di chi ci sovvenziona e ci si convince che l’utile giustifica i mezzi. D’altronde, stante il feroce antistatalismo americano, quasi tutte le organizzazioni per i diritti civili, la giustizia sociale e la difesa dell’ambiente, per poter restare in vita, sono costrette a rivolgersi alle fondazioni “filantropiche” ed alla loro per nulla disinteressata filantropia. Lo stato non è quindi in grado di assicurarsi che l’elaborazione e discussione delle questioni pubbliche non vengano monopolizzate da interessi privati. È un fenomeno che si sta verificando anche in Europa, specialmente ora che la crisi e l’austerità hanno prosciugato le casse degli stati europei.
Ora, limitatamente alle fondazioni maggiori, emanazioni del capitale finanziario-industriale, alla luce degli studi summenzionati, possiamo dire che quelle di destra sono anti-democratiche e non fanno molto per nasconderlo; quelle “progressiste” sembrano più orientate a provare a migliorare la situazione, ma solo per poter mantenere le cose come stanno. Queste ultime sono espressioni di centri di interesse che non disprezzano apertamente la democrazia, ma preferiscono gestirla in modo accentrato e tecnocratico, a causa della scarsa stima che nutrono nei confronti delle masse. Ciò che accomuna le fondazioni di destra (es. praticamente tutte quelle legate agli interessi delle multinazionali farmaceutiche e petrolifere, o il Pioneer Fund) e i think tank di destra da un lato (es. Freedom House, Council on Foreign Relations, Hudson Institute) e quelle di sinistra (es. Open Society di George Soros, Gates Foundation) con i rispettivi think tank (es. la New America Foundation vicina a Zbigniew Brzezinski, una delle figure più influenti nelle scelte di politica estera dell’amministrazione Obama) dall’altro è, a grandi linee, il rifiuto del principio della pari dignità e il trionfo dell’elitismo e dell’oligarchismo più o meno benevolo (o malevolo, a seconda dei punti di vista, naturalmente). Come documentano Robert Arnove e Nadine Pinede, tutte le grandi fondazioni “progressiste” sono ispirate ai principi del conservatorismo sofisticato ed appoggiano dei cambiamenti che assicurano una maggiore efficienza del sistema esistente ed una minore frizione con i privilegi già acquisiti. In questo modo, però, perpetuano le dinamiche che generano quelle disuguaglianze ed ingiustizie alle quali ufficialmente desiderano porre rimedio.
Kofi Annan si è tirato in disparte. È stato accusato di aver operato nell’interesse della NATO, di aver guadagnato tempo prezioso per l’addestramento dei ribelli e l’afflusso di mercenari ed armi. Io non sono di questo avviso. I cosiddetti insorti non hanno mai apprezzato la sua mediazione, l’Occidente ha sempre rifiutato la sua ragionevole proposta di coinvolgere l’Iran. Io penso che abbia onorato il suo incarico finché si è reso conto che il gallismo di “Atlantide” (NATO) e di “Eurasia” (Russia e Cina) rendeva impossibile non solo una riconciliazione, ma anche un più “realistico” mitigamento dell’aggressività. Ora la strada è spianata per una guerra NATO ed israeliana contro Siria ed Iran, e quindi contro Russia e Cina.
Scrive Lucio Caracciolo nell’introduzione a “America vs America: perché gli Stati Uniti sono in guerra contro se stessi” (2011): “Pensiamo di salvarci con gli slogan. Con le «terribili semplificazioni» contro cui ci mise in guardia Jacob Burckhardt. Dove descrizione e prescrizione si confondono. Fino ad allestire un teatro della paura autonomo e inverificabile. Non troppo lontano da quella produzione di realtà fittizie in cui Hannah Arendt leggeva uno dei fondamenti del totalitarismo. Solo che a generarlo, stavolta, è la massima democrazia al mondo. A segnalarci che, almeno nel caso americano, declino e crisi della cultura democratica procedono in coppia. L’apogeo di quel Truman Show geopolitico lo toccammo con Bush figlio (ma Obama resta in corsa per superarlo). Per autolegittimare la guerra al terrorismo, strutturalmente infinita, nel 2004 un suo influente consigliere spiegava così a un giornalista del New York Times la logica della Casa Bianca: «La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà», dove ci si illude «che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più cosi. Adesso noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare (…). Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla». La Grande Paura dell’11 settembre come occasione per creare il Mondo Nuovo, senza perder tempo a capire questo vecchio inutile pianeta. Un vero e proprio teatro strategico, fondato sulla manipolazione delle angosce collettive e non sul principio di realtà. Da declinare, poi, in una varietà di teatri regionali e locali, sempre organizzati intorno a «terribili semplificazioni» analiticamente inservibili ma utilissime a chi decide – o si illude di farlo – e non desidera che le ragioni delle sue scelte siano oggetto di pubblico scrutinio”.
Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/08 “Progetto Obama“
In questi mesi mi sono impegnato a tradurre articoli di quotidiani stranieri che in Italia non vengono mai citati o tradotti, nell’intento di tenerci fuori da una guerra con la Russia (e la Cina?) e di far capire alla gente chi sono le persone che forniscono i dati sui caduti in Siria ed organizzano gli insorti e i mercenari jihadisti procurando loro armi automatiche israeliane, corpetti porta-caricatori in dotazione all’esercito turco e generosi finanziamenti americani e delle petro-tirannie del Golfo.
Ma anche per mostrare che quel che succede ora era già stato previsto e pianificato nel 1957 quando ancora non eravamo alleati del terrorismo internazionale, come peraltro ammette il governo tedesco, sulla base delle informazioni raccolte dai servizi segreti tedeschi. Tutte queste informazioni sono di dominio comune per i lettori tedeschi, grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, a Jürgen Todenhöfer (Bild) e ad Alfred Hackensberger (Die Welt). In Italia, a parte il Manifesto, le principali testate giornalistiche non ne fanno menzione: se i media non lo riportano, un evento non si è mai verificato.
È una dura ma necessaria battaglia contro quelli che chiamo “gli opportunisti dell’umanitarismo” che ci stanno spingendo verso il baratro, facendo leva sulla nostra emotività e cercando di spegnerci il cervello.
Infatti si avvicinano le elezioni presidenziali e Obama è un’anatra zoppa mentre Romney è ultra-sionista, anche perché ha lavorato fianco a fianco con Netanyahu, quand’erano più giovani: sono vecchi amici.
“Nell’intervistaNetanyahu ha anche definito “irresponsabile” la notizia riportata da alcuni media secondo cui i vertici della Difesa, incluso il comandante dell’Esercito, Benny Gantz, sarebbero contrari a un attacco unilaterale contro l’Iran. Il primo ministro ha anche ricordato che quando nel 1981 l’allora primo ministro Menachem Begin prese la decisione di attaccare il reattore nucleare, anche il capo del Mossad Yitzhak Hofi e il direttore dell’intelligence militare Yehoshua Saguy si opponevano all’attacco”.
David Grossman, sulla Repubblica (3 agosto 2012), ha dichiarato che, se gli Israeliani non riusciranno a fermare Netanyahu, “saranno la nostra linfa e il nostro sangue a pagare l’incendio“. Le cose stanno esattamente così.
Questa battaglia contro le mistificazioni occidentali, per quanto possa risultare sgradevole agli occhi di chi, comprensibilmente ed a buon diritto, detesta l’autoritarismo russo e cinese, è indispensabile se non vogliamo renderci complici di una catastrofe regionale prima e globale poi.
Fortunatamente un numero crescente di giornalisti coscienziosi se ne stanno rendendo conto.
Nella crisi dell’euro i mezzi di comunicazione tedeschi ripetono all’unisono i pregiudizi e le frasi fatte sugli altri paesi e hanno un ruolo decisivo nella contestata politica di Angela Merkel.
Di recente sulla sua copertina la rivista inglese New Statesman definiva Angela Merkel come “Europe’s Most Dangerous Leader” [la “Leader più pericolosa d’Europa]. Nelle pagine interne della rivista la cancelliera veniva addirittura definita la “persona più pericolosa del mondo” e si concludeva con questa sintesi: “Con il suo rifiuto a cambiare e con la sua determinazione a mantenere la politica di rigore über alles, Merkel sta distruggendo il progetto europeo, impoverendo i vicini della Germania e rischiando una nuova depressione mondiale. Bisogna evitarlo”.
Sì, in queste frasi la tendenza dei giornalisti per il superlativo è piuttosto evidente. Tuttavia gli autori dicono chiaramente quello che in quasi tutta Europa si pensa della cancelliera tedesca e del suo sadismo fiscale, così come del rifiuto della Germania di spegnere questo incendio adottando delle misure energiche.
Ma c’è un paese in cui si pensa in modo diametralmente opposto, la Germania. Di solito in materia di politica europea, quando si parla della “posizione tedesca” o della “posizione francese”, si parla della posizione del governo. Ma nella crisi attuale in Germania esiste un consenso fra il governo, l’opinione pubblica e quasi tutti i media, a tal punto che l’opposizione non osa nemmeno più opporsi.
E quando la cancelliera è costretta a deviare di qualche millimetro dalla sua posizione fondamentalista, come in occasione dell’ultimo vertice europeo, deve subire dure critiche. Merkel “si è piegata” e i grandi media si chiedono spaventati: “Chi pagherà il conto?”
Eh sì, da molto tempo non è più solo la Bild con titoli alti dieci centimetri a gridare: “Ancora altro denaro per i greci rovinati? La Bild dice no!” Da qualche mese anche la stampa ritenuta oggettiva e seria, la cosiddetta stampa normale, sembra aver adottato la stessa posizione.
Spesso è in frasi accessorie, apparentemente anonime, che si esprime in modo più evidente questo consenso nazionale, questo sciovinismo che sottomette l’Europa a una prova di verità. In espressioni come “i paesi indebitati” o “poco seri”, che si indirizzano ovviamente agli stati meridionali della zona euro – “la Spagna indebitata”. Ma, un attimo, a quanto ammonta il debito pubblico della Spagna? All’inizio dell’anno corrispondeva al 68 per cento del pil spagnolo. A titolo di paragone quello della Germania era dell’81 per cento. Allora, chi è “il paese indebitato”?
Nel bel mezzo del reportage del programma Heute-journal della rete pubblica Zdf sulle elezioni greche si può sentire questa frase: “Il peggio è stato evitato all’ultimo momento”. Il peggio sarebbe stata la vittoria di Syriza, la coalizione di sinistra, ed stato evitato grazie alla vittoria dei conservatori, quella banda di ladri che ha portato il paese alla situazione attuale. Due minuti dopo un altro servizio e un altro inviato. Questa volta si parla del G20 e si può sentire: “Gli altri vogliono il denaro dei tedeschi”.
Quando si passa sulle altre reti si sentono ovunque frasi del genere, che contribuiscono ad alimentare questa situazione. I mezzi di comunicazione sembrano suonare tutti la stessa musica. I giornalisti non sembrano neanche più rendersi conto di fare propaganda, e utilizzano formule che da molto tempo sono diventate dei luoghi comuni.
Anche il settimanale Die Zeit non vede alcun problema a utilizzare un titolo a caratteri cubitali: “Il mondo intero vuole il nostro denaro”. Forse il giornalismo più miserabile è quello che si crede oggettivo e che invece non fa altro che diffondere i pregiudizi locali.
Ovviamente ci sono anche altre voci, che con grande pazienza ricordano che finora la Germania è riuscita a cavarsela piuttosto bene a spese degli altri e che ha la sua parte di responsabilità negli attuali squilibri economici, che possiamo lottare contro la crisi solo se riusciremo a sopprimere i difetti della costruzione della zona euro e che è assurdo parlare degli immaginari “limiti delle capacità tedesche”, quando in realtà i costi della crisi sono esagerati. Ovviamente queste voci ragionevoli esistono e formano delle macchie di colore in un’atmosfera piuttosto grigia.
Si può analizzare tutto ciò e cercare di capire. Ma di fatto in questa atmosfera non è certo facile rimproverare a Merkel di rimanere troppo concentrata sul rigore. O criticare i socialdemocratici per non essere in grado di condurre una vera politica di opposizione. In questa atmosfera di esaltazione nazionale non deve di certo stupire che i responsabili politici se vogliono essere eletti – o rieletti – non si allontanano di un millimetro dai soliti luoghi comuni.
Ripetere semplici pregiudizi, diffondere le formule di propaganda più seducenti, ben lontano da qualunque logica economica, comportarsi come se si fosse dei visionari o semplicemente non correre rischi urlando insieme agli altri, ecco quello che ha fatto la grande maggioranza della stampa tedesca durante questa crisi dell’euro. Ma dove diavolo è finito il Kurt Tucholsky [giornalista e uomo di satira considerato come una delle coscienze morali della Repubblica di Weimar] che riuscirà a farsi beffe di questa triste stampa?
Stefano Fait/Mauro Fattor CONTRO I MITI ETNICI Alla ricerca di un Alto Adige diverso
Osservandolo dall’esterno, l’Alto Adige appare una realtà molto particolare. Nel mezzo dello spettacolare scenario delle Dolomiti, due, anzi tre culture condividono un piccolo fazzoletto di terra, parlano tre lingue diverse e costituiscono un ponte tra nord e sud. Un’immagine che purtroppo, per ragioni storiche, non rispecchia la realtà. Stefano Fait e Mauro Fattor ritraggono l’Alto Adige da una prospettiva esterna e, (pur essendo) consapevoli del contesto storico mostrano che la “Matrix sudtirolese” si basa su principi troppo chiusi e rigidi, spesso interpretati erroneamente. Volk/popolo, Heimat/patria, Kultur/cultura sono concetti da ridefinire per il futuro di questa regione. Secondo gli autori, il presupposto per una pacifica convivenza è andare oltre il culturalismo.
Un’analisi corrosiva e spietata degli idoli e dei miti etnici che frenano la società sudtirolese e non solo. Dall’ideologia del Bergbauer/contadino al dispotismo degli idoli identitari, il libro è il tentativo di mettere a nudo la retorica della patria e del “tempo degli eroi” attraverso il filtro di un’analisi rigorosa che tocca sociologia, antropologia, politica, storia, filosofia.
“Se Fattor e Fait sono due utopisti, sono anche sufficientemente realisti da sapere che la distruzione del paradigma etnico è solo un lato della medaglia. Per questo non si limitano alla demolizione del mito etnico, ma anche a smontare la falsa consapevolezza che deriva dal rendere reale una costruzione sociale.” Günther Pallaver
“È a questa Europa di minoranze in cammino e di identità mutabili che dovremmo affidare il futuro della nostra bella terra. Orgogliosi dell’autogoverno ma al tempo stesso responsabili nel costruire.” Michele Nardelli
Eco della stampa
In Sudtirolo si scrive molto di Sudtirolo. Monografie e saggi di carattere politico e storico, talvolta assai ben documentati, non mancano. Con un piccolo, significativo, difetto. Una riflessione su questa terra pensata e redatta in lingua italiana stenta a decollare, oppure è consegnata alla fugacità di interventi giornalistici che non consentono il necessario approfondimento. Contrastando in modo programmatico questa tendenza, il volume “Contro i miti etnici”, uscito per l’attivissima casa editrice “Raetia” di Bolzano, colma questa lacuna e propone un punto di vista critico sul “modello Südtirol” con il quale è senz’altro utile confrontarsi. Il saggio, utilizzando un linguaggio accessibile a tutti e risultando con ciò comprensibile anche a chi non sia particolarmente esperto di problematiche locali, lancia la sua provocazione e vuol far discutere: decostruire le mitologie che innervano e condizionano un discorso pubblico tuttora impostato sulla prevalenza dei gruppi, proponendo – in opposizione – il senso di una progettualità più vicina alle esigenze degli individui. Corriere dell’Alto Adige
Il volume di Fait e Fattor è un atto di accusa contro il “doping identitario” della politica locale. (…) Il libro è tanto un saggio quanto un pamphlet. Alto Adige
Il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione. Corriere dell’Alto Adige, Gabriele di Luca
Stefano Fait und Mauro Fattor analysieren die ethnischen Mythen und versuchen die Mechanismen und Beweggründe hinter der patriotischen Rhetorik freizulegen. Der Brixner
Quello di Fait e Fattor è un coraggioso tentativo di rendere fruibile ad un pubblico di non addetti ai lavori, quello che nasce come uno studio di natura sociale ed antropologica della società altoatesina. dislivelli, Daniela Zecca
Un libro fondamentale, assolutamente da leggere, forse il testo più “vero” e doloroso mai scritto sull’Alto Adige. Reinhard Christanell, franzmagazine
INTRODUZIONE
“Vi hanno detto che senza le radici non si costruisce il futuro, che senza un’identità collettiva la vita non ha senso, che l’atto di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici è un’offesa a ciascuno di voi, prima ancora che a Dio, che ognuno dovrebbe essere orgoglioso della propria patria/Heimat ed è tenuto ad amare la propria lingua. Tutto questo lo si deve fare a prescindere. Un po’ come le Tavole della Legge donate da Geova a Mosè sul Sinai: “Io sono il Signore, tuo Dio… Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine… Non ti prostrerai davanti a quelle cose…ecc.” I Comandamenti sono stati debitamente aggiornati e la loro osservanza è dovuta. È curioso che l’unico animale terrestre nato per essere libero abbia trascorso la sua storia escogitando ogni possibile mezzo e metodo per ingabbiarsi. Eppure, per noi umani, non esiste a questo mondo nulla di inevitabile, tranne la morte. Geni, ambienti familiari, culture, lingue, estrazione sociale, ecc. non programmano la nostra esistenza. È estremamente facile provarlo…” CONTINUA QUI
Qualche accenno sui principali media italiani? No.
I pochi inviati occidentali che sanno fare il loro mestiere ci lasciano le penne. Gilles Jacquier stava documentando un corteo pro-Assad, quasi 10 anni dopo il primo tentativo di assassinarlo, nei Territori Occupati (2002), per mano di soldati israeliani:
Le guerre non sono catastrofi naturali, sono scelte, scelte variamente motivate, ma spesso dettate dalla brama di gloria, di potere, di ricchezza, ecc. Ci sono persone che le programmano e le scatenano.
Gli Osservatori ONU hanno confermato che l’ultimo massacro (in ordine di tempo), non ha colpito civili ma disertori e militanti (= ribelli armati). Il che conferma quando affermato dal regime siriano nella giornata di ieri: “Anche secondo i dati raccolti dal New York Times, quella di Tremseh più che una strage di civili è stata una carneficina di ribelli: uno scontro impari tra truppe siriane più numerose e ben armate e forze dell’opposizione in numero inferiore e dotate solo di armi leggere”.
Se non avessero estromesso le forze di opposizione che volevano negoziare fin dall’inizio con il governo, preferendo la via della violenza, non sarebbero morti a questo modo. Lo Yemen dimostra che si poteva fare altrimenti, ma nello Yemen l’Occidente voleva stabilità, in Siria no.
Ma la Repubblica riesce a distorcere quest’informazione, con un sapiente uso delle parole, al punto da far credere al lettore che invece confermano la versione dei ribelli (che ieri parlavano, invece, di civili disarmati).
Che interesse ha il gruppo la Repubblica/l’Espresso a spingerci verso l’intervento armato, a pochi mesi da quello in Libia, che si è concluso così:
“Nel caotico dopo-Gheddafi…in tutto il paese si registrano scontri armati. Bengasi da culla della Rivoluzione è diventata regno della paura controllato soprattutto dagli integralisti, con agguati e sparatorie (…) Gli islamisti si sentono i padri e i martiri della Rivoluzione e non sanno cosa sia il rispetto delle regole, delle leggi, dello Stato. Qualsiasi contrasto i bengasini lo risolvono con l’uso della forza (…) Oggi nel paese regna il caos. La tribù Mashashia ha combattuto con Gheddafi e oggi è in guerra con la tribù Gontran di Zintan. Misurata è in guerra con Taurga i cui uomini si schierarono con Gheddafi. Per Misurata, Taurga deve «sparire». Lo stesso accade tra Zwarah e Jmail e Regdaline. Tra Sabratah e Zwarah. E a Kufra è peggio ancora. A Derna, regno dei qaedisti e degli integralisti islamici, tutti gli occidentali, anche dei «paesi amici» come la Francia «sono nemici perché occidentali». La Libia è una polveriera, non c’è polizia e l’esercito nazionale, lasciando alle milizie il controllo del territorio”.
Resta il fatto che i ribelli siriani hanno mentito, per l’ennesima volta (come facevano quelli libici), ma ogni volta i media italiani prendono per oro colato tutto quel che dicono.
Resta anche il fatto che i ribelli stanno perdendo e quindi c’è da attendersi un false flag, un falso attentato terroristico con armi chimiche: infatti “fonti dell’intelligence” affermano che il regime sta spostando armi chimiche a Homs. Di tutti i posti possibili, proprio la cosiddetta “capitale dei ribelli”, che peraltro è ancora sotto controllo governativo? Vogliono gasare i propri cittadini pur avendo il controllo della città?
Stiamo avvicinandoci a grandi falcate ad una terribile guerra nel Medio Oriente che si ripercuoterà sull’intero globo, con embarghi incrociati, escalation militari e uso di armi di distruzione di massa e di nuove tecnologie belliche.
L’umanità è solo responsabile della sua inerzia e della sua credulità. Non è l’umanità a volere questa guerra. L’umanità non ama le guerre, preferisce coltivare il proprio campicello (vivi e lascia vivere):
Non c’è un mostro sanguinario dentro di noi che è tenuto a bada dalle élite. Ci sono invece élite che, ripetutamente, per puntellare il proprio potere ed aumentare i propri profitti, ci mettono gli uni contro gli altri. élite occidentali ed euro-asiatiche.
Anche in Italia c’è un’élite che spinge per un intervento armato in Siria. Il nostro ministro degli esteri usa l’eufemismo “muscolare” al posto di “armato”.
Per avere successo, isolano le migliori personalità, quelle del dialogo, della negoziazione, del compromesso, quelle che veramente si spendono per la causa umanitaria, perché hanno sinceramente a cuore le sorti del proprio popolo e del proprio paese:
I falsi umanitaristi (quelli part-time: quando la causa ottiene il sostegno dei media e di Londra+Washington+Gerusalemme/Tel Aviv) spesso credono di essere in buona fede, sebbene siano lupi che si considerano agnelli. A differenza del lupo consapevolmente camuffato da agnello, l’umanitarista opportunista è un fanatico ed è quindi estremamente pericoloso per se stesso e per gli altri, specialmente per i popoli esotici:
Sono persone che ancorano la loro autostima ad una causa di vasto consenso e che piace ai potenti. Amano compiacere i potenti e lo fanno con veemenza ed estremismo, la fede cieca di chi, come tutti i narcisisti, ha bisogno di continuare a credere di non aver commesso un errore, pena il collasso del rispetto di sé. Sono quelli che in Germania combattevano per la patria nazista fino all’ultimo, per non dover ammettere di essersi schierati dalla parte sbagliata. Oggi sono gli utili idioti che facilitano l’incedere della macchina da guerra della NATO. Domani, quando la NATO sarà sconfitta a causa della sua hybris, faranno il salto della quaglia e sosterranno la causa dell’amicizia euroasiatica da Finisterre a Shanghai e Vladivostok.
Questo perché non è la propaganda ad ingannare le persone: le aiuta solo ad ingannarsi meglio.
Avendo poca fede in se stessi (tipico del narcisista che ha bisogno di continue rassicurazioni), si aggrappano ad un qualunque surrogato di fede, una santa causa, un relitto che funga da salvagente. Dichiarano di essere altruisti, di aver messo da parte il loro ego, di essere votati al bene del prossimo, ma in realtà la loro è vanità. Diversamente, si informerebbero in modo serio e responsabile a proposito della causa che appoggiano. Se non lo fanno è perché sono loro ad averne bisogno, non le persone che pretendono di voler aiutare. Le “vittime” sono solo un mezzo, uno strumento, perciò l’attenzione dell’umanitarista part-time sarà sempre altamente selettiva. Ci sarà sempre un Hitler di turno che perseguita degli eroi romantici. Ci sarà sempre una popolazione indifesa (la fanciulla, la principessa prigioniera) che necessita dell’aiuto di un cavaliere senza macchia e senza paura pronto a sfidare il drago (ma sempre e solo quando è certo di poterlo battere). Gli scettici saranno sempre complici dell’Hitler del menù del giorno, o idioti complottisti, indipendentemente dai precedenti storici (la storia è cancellata quando interferisce con la visione idealizzata della realtà che protegge un ego insicuro).
Il fatto è che chi non ha problemi ad ingannare se stesso è facile preda di chi lo vuole ingannare. Perciò circuire l’umanitarista opportunista è come rubare un leccalecca ad un bambino. E i risultati sono eccellenti: essendo isolato dalla realtà, non si rende neppure conto della sua meschinità, egocentrismo, vanità, superbia, faziosità, disonestà intellettuale, bullismo, ecc. Userà parole forti non per esprimere le sue emozioni, ma per evocarle in se stesso. Infatti c’è sempre una vocina che lo tormenta, che lo mette in discussione: va tacitata. Il fanatismo non è sintomo di ferma convinzione, ma di un’intollerabile ed intollerata incertezza.
Oggi c’è la Siria, qualche decennio fa c’era il Vietnam.
“Un Americano Tranquillo” è un eccellente romanzo-denuncia di Graham Greene scritto negli anni Cinquanta, quando l’autore era già in grado di prevedere gli esiti funesti del coinvolgimento statunitense nel Vietnam, allora una colonia francese che lottava per la sua indipendenza. Il tranquillo americano in questione è Alden Pyle, all’apparenza un medico volenteroso e posato, che si rivela poi essere uno zelante e spietato agente della CIA, disposto a massacrare decine di innocenti in nome della causa anti-comunista. Qui mi interessa soprattutto riproporre la caratterizzazione che Greene imprime sul personaggio: “Non era capace di immaginare il dolore o il pericolo per se stesso, allo stesso modo in cui non riusciva a riconoscere negli altri il dolore che causava loro” (Greene, 1983, p. 63) – “Mi accadde diverse volte di scorgere nei suoi occhi un’espressione di dolore e disappunto quando la realtà non corrispondeva alle idee romantiche che si era fatto, o quando qualcuno che amava o ammirava non riusciva ad dimostrarsi all’altezza dei suoi inarrivabili standard” (p. 75) – “Sarà sempre innocente, e non si può dare la colpa ad un innocente, perché sono sempre incolpevoli” (p. 183). Pyle è un fanatico ed il fanatico, diceva George Santayana, “è un uomo che raddoppia gli sforzi quando si dimentica dei fini”. Alla fine organizza un finto attentato terroristico (guarda caso!) che servirà a causare un’escalation e l’intervento militare americano: nella piazza devastata cerca prima di tutto di pulirsi i pantaloni dal sangue, invece di aiutare i feriti.
Sta succedendo di nuovo. Di nuovo le credenze sono più importanti dei fatti (loro continuano ad accusare i loro critici di non badare ai fatti, quando sono loro i primi a non degnarsi di considerare i fatti presentati dai critici), l’azione muscolare più importante della pace, le idee più vitali delle persone, la propria asserita innocenza più esiziale dell’innocenza delle vere vittime delle loro iniziative, dei loro errori, delle loro vulnerabilità e dei loro difetti caratteriali. Di nuovi gli opportunisti dell’umanitarismo si rifiutano di pensare e spengono il cervello. Mentre i soldati, che sanno cos’è la guerra, non venerano la forza, ma la temono e la rispettano, gli opportunisti dell’umanitarismo non si fanno troppi scrupoli. Professano di amare l’umanità, ma è lecito dubitarne, visto che non si domandano se certi attivismi siano generati da nobili motivazioni ed indirizzati a nobili scopi e se per caso l’esito finale non potrebbe essere una situazione molto più degradata (es. il narcofeudo del Kosovo, l’anarchia afghana e somala, i ghetti palestinesi).
Per proteggere la loro psiche hanno bisogno di credere ad una realtà manichea in cui la loro parte è sostanzialmente angelica e civile e l’altra è satanica e barbarica. Il fatto che la propria parte si proclami civile ma si comporti barbaramente dovrebbe farli esitare, ma non se lo possono permettere. Sono governati dalle parole, non dai fatti e dalle idee e, per quanto morte possano essere le parole della propaganda, le riempiranno loro di un conveniente e confortevole significato.
Sono pericolosi, perché le diversità di vedute “riconciliate” con l’uso della forza diventano contrapposizioni feroci, marcate da un odio viscerale, diventano un incendio difficilmente estinguibile, che rischia di bruciarci tutti.
Un altro tentativo di accordo di pace, un altro “massacro di Assad” il giorno dopo, che manda in fumo l’ennesimo sforzo. Sembra che Assad sia l’uomo più stupido del mondo: se può cerca di uccidere civili in massa, per poter farsi odiare dal mondo. Come mai una donna così eccezionalmente intelligente ha scelto di tornare in Siria dall’Inghilterra per sposare un uomo così fenomenalmente idiota?
Un’alternativa più plausibile è che, come è già successo, i ribelli e al Arabiya (= Arabia Saudita, stato che finanzia i ribelli anti-Assad) non raccontano la verità. Il semplice fatto che i ribelli non contino mai i loro caduti ma siano così pignoli nel contare i caduti tra i civili dovrebbe far riflettere dei cervelli pensanti, specialmente se teniamo conto della falsa contabilità libica, con quei 3000/10mila civili massacrati da Gheddafi nei primi giorni di scontri, cifre rivelatesi poi inventate.
Infatti: “Attivisti hanno detto all’agenzia di stampa AFP che i combattenti ribelli hanno attaccato un convoglio dell’esercito, ma sono stati respinti e molti sono stati uccisi in un contrattacco. “A questo punto, anche se non abbiamo ancora il conteggio finale, il numero di civili uccisi dai bombardamenti, non è più di sette”, ha detto Jaafar, un attivista della rete anti-regime Sham Network News. “Il resto erano membri dell’esercito siriano libero.”
Per fortuna, a differenza dell’Italia, sui media stranieri qualche rivelazione riesce a trapelare.
Ecco le immagini di tre miliziani spacciati per civili
Quanto fumo, quante falsificazioni sulla Siria. A partire da Tom MacMaster, un americano che, improvvisamente, dopo aver vinto una borsa di studi alla Emory University per studiare la storia e la cultura degli Ostrogoti, aveva cambiato indirizzo, scegliendo studi arabi e diventando “attivista per la pace in Medio Oriente”. Ha sposato Britta Froelicher, una donna incontrata su un sito per cuori solitari che stava completando un dottorato sullo “sviluppo economico della Siria” alla “mia” università (University of St. Andrews, Scozia). Così MacMaster si è trasferito ad Edinburgo e lì si è finto una blogger chiamata Amina, un’attivista lesbica siriana che denunciava le efferatezze del regime di Assad
Ci si potrebbe anche domandare come due studenti possano permettersi di comprare casa e viaggiare ripetutamente in giro per il mondo: stipendiati da qualcuno per il loro “attivismo pacifista”?
Ma questi, agli occhi delle “menti lucide”, sono domande da complottisti e i complottisti non sono in grado di usare correttamente il loro cervello. O forse è vero il contrario?
Il complottista incapace di usare il cervello osserva alcune cose: l’invasione irachena è stata un costosissimo fiasco, come quella afgana. Quella libica sta finendo anche peggio, con Gheddafi in procinto di riprendere Bengasi, e così la NATO è dovuta intervenire per salvare dei ribelli che non erano riusciti a far sollevare la popolazione libica. Ora è il turno della Siria e le cose non stanno andando molto meglio, nonostante la Turchia (membro NATO) fornisca basi sicure e logistica impeccabile ed Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi forniscano finanziamenti ed armi, come le granate svizzere
E così i mercenari salafiti morti vengono dichiarati “civili” per poter servire la “causa” della libertà e della democrazia anche dopo la loro morte.
Sono riflessioni da complottista. L’anticomplottista invece si fa un punto d’onore nel non investigare quali possano essere le fonti di finanziamento e di informazioni degli esiliati siriani che fin dall’inizio hanno intrapreso la via della violenza, estromettendo quegli oppositori siriani in patria che chiedevano di poter negoziare con il governo. L’anticomplottista preferisce l’ignoranza così, se sbaglia, potrà giustificarsi: “nessuno poteva saperlo!” Nessuno poteva immaginare che una nazione potesse inventarsi un casus belli: quando mai è successo nella storia? Le nazioni sono l’emblema dell’integrità morale (mortale?) e della trasparenza (impalpabilità della coscienza?). Eppure molti sembrano aver mangiato la foglia e i sondaggi preoccupano la NATO.
In verità lo è da tempo: Pinochet vs. Allende, Boris Yeltsin vs. democrazia, Suharto vs. Sukarno, giunta militare argentina vs. democrazia, lo Scià di Persia vs. Mossadegh (trionfatore delle elezioni iraniane), Bahrein, Yemen, Marocco, Egitto, ecc.
Eppure molti continuano a fare finta di niente e a credere ai media controllati da quello stesso establishment che ha reso possibile la sconfitta della democrazia in così tante nazioni e che sostiene teocrazie e dispotismi assortiti nei paesi alleati. L’Occidente sacrifica democrazia e libertà in nome della stabilità di un sistema iniquo e poi pontifica e moralizza!
Ora qualcuno sospetta che i ribelli daranno la colpa al governo siriano per un prossimo attacco con armi chimiche che dovrebbe servire a giustificare l’intervento NATO e/o israeliano:
Il che, alla luce di quanto detto, non è per nulla inconcepibile, anzi.
Ricordo che Yair Naveh, vicecomandante in capo dell’esercito israeliano, aveva già annunciato che Israele sarebbe intervenuto in Siria se avesse constatato che Assad stava consegnando armi chimiche ai suoi nemici.
A questo proposito, Richard Silverstein osserva come sia sempre utile sventolare la minaccia che Al-Qaeda si appropri delle armi chimiche siriane (false-flag in arrivo per mettere in sicurezza le armi chimiche?) ed aggiunge che quando l’ex capo del Mossad, Danny Yatom, spiega che Israele rischia di dover prendere l’iniziativa con grande “riluttanza”, è probabile che intenda mandare un messaggio agli Stati Uniti: o intervenite voi o lo faremo noi e la cosa potrebbe non piacervi:
“L’America è davvero pronta a dare all’Iran che vuole la bomba atomica la lezione che si merita…Obama mostra i muscoli, dimostrando nei confronti dell’Iran la stessa aggressività con cui ha piegato Al Qaeda…Non è un segreto la volontà di Israele di colpire gli Stranamore di Teheran prima che sia troppo tardi”.
Anonimo propagandista, La Repubblica, 4 luglio 2012, p. 15
“Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria. Ha fortuna perché vellica ed esaspera l’istinto della conservazione individuale…Invece di prepararci a «subire» gli avvenimenti preordinando un alibi scandaloso, non è meglio tentare di dominarli?…Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!”
Benito Mussolini, Il Popolo d’Italia, 15 novembre 1914
Saddam Hussein non è lontano dallo sviluppare e acquisire i mezzi per colpire gli Stati Uniti, i nostri amici e i nostri alleati con armi di distruzione di massa. Se non agiamo ora, quando lo faremo?
Saddam Hussein is not far from developing and acquiring the means to strike the United States, our friends and our allies with weapons of mass destruction. Thus, if we do not act now, when?
Il regime iraniano continua a rappresentare una minaccia immediata e crescente per gli Stati Uniti, i nostri alleati ed il popolo iraniano. Stiamo esaurendo il tempo per impedire che l’incubo di un Iran che possa sviluppare armi nucleare divenga realtà … Dobbiamo tener fede alle nostre responsabilità di fronte al popolo americano e proteggere la sicurezza della nostra nazione, dei nostri alleati e del mondo da questa minaccia di un Iran potenzialmente nucleare.
The Iranian regime continues to pose an immediate and growing threat to the United States, to our allies, and to the Iranian people. We are running out of time to stop the nightmare of a nuclear weapons-capable Iran from becoming a reality…We must meet our responsibility to the American people and protect the security of our Nation, our allies, and the world from this threat of a nuclear capable Iran.
La più grave minaccia alla nostra sicurezza è che i leader di uno stato canaglia usino armi nucleari, chimiche o biologiche contro di noi o i nostri alleati
[T]hat the leaders of a rogue state will use nuclear, chemical or biological weapons against us or our allies is the greatest security threat we face.
La minaccia della proliferazione nucleare è la più grande minaccia alla pace mondiale. Un Iran nucleare destabilizzerebbe la regione e minaccerebbe gli Stati Uniti e i nostri alleati.
The threat of nuclear proliferation is the greatest threat to world peace. A nuclear Iran would destabilize the region and threaten the United States and our allies.
Ma nelle circostanze attuali, il modo migliore per dare una possibilità alla pace e per salvare il maggior numero di vite, americane ed irachene, è che gli Americani non si dividano e che il Congresso autorizzi il presidente a usare la forza se Saddam non rinuncia alle sue armi di massa distruzione. Affrontare Saddam ora, o pagare un prezzo molto più pesante più avanti.
But under today’s circumstances, the best way to give peace a chance and to save the most lives, American and Iraqi, is for America to stand united and for Congress to authorize the President to use force if Saddam does not give up his weapons of mass destruction. Confront Saddam now, or pay a much heavier price later.
Non c’è un momento migliore perché quest’assemblea mandi un messaggio inequivocabile: che all’Iran non deve mai essere consentito di raggiungere la capacità di ottenere armi nucleari e che il suo programma di armamento nucleare deve finire una volta per tutte.
What better time for this body to send an unambiguous message that Iran must never be allowed to achieve a nuclear weapons capability and that its nuclear weapons program must end once and for all?
Con la loro ricerca di armi di distruzione di massa, questi regimi pongono una grave e crescente pericolo … Il tempo non è dalla nostra parte. Non voglio attendere gli eventi, mentre i pericoli si accumulano. Non voglio stare a guardare mentre il pericolo si avvicina sempre di più. Gli Stati Uniti d’America non permetteranno ai regimi più pericolosi del mondo di minacciarci con le armi più distruttive del mondo.
By seeking weapons of mass destruction, these regimes pose a grave and growing danger…[T]ime is not on our side. I will not wait on events, while dangers gather. I will not stand by, as peril draws closer and closer. The United States of America will not permit the world’s most dangerous regimes to threaten us with the world’s most destructive weapons.
L’Iran sta sviluppando la capacità di produrre rapidamente un’arma nucleare a sua discrezione. L’acquisizione da parte dell’Iran di una tale capacità creerebbe un nuovo e significativo pericolo regionale e rappresenterebbe un pericolo immediato per gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente.
Iran is developing the capability to quickly produce a nuclear weapon at a time of its choosing. Iran’s acquisition of such a capability would create a significant new regional danger and be an immediate threat to America’s interest and allies in the Middle East.
John McCain (R-AZ), Jesse Helms (R-NC), Henry Hyde (R-IL), Richard Shelby (R-AL), Harold Ford (D-TN), Jr., Joe Lieberman (D-CT), Trent Lott (R-MS), Ben Gilman (R-NY) and Sam Brownback (R-KS), December 5, 2001:
La minaccia dall’Iraq è reale e non può essere contenuta in modo permanente … Non abbiamo alcun dubbio che queste armi micidiali siano destinate ad essere utilizzate contro gli Stati Uniti ed i loro alleati. Di conseguenza, crediamo che sia nostro dovere affrontare quanto prima e direttamente Saddam.
The threat from Iraq is real, and it cannot be permanently contained…We have no doubt that these deadly weapons are intended for use against the United States and its allies. Consequently, we believe we must directly confront Saddam, sooner rather than later.
E così, mentre le opportunità si riducono, inviamo un messaggio chiaro che la Camera è allineata con l’amministrazione nel rifiuto categorico della strategia del contenimento … In realtà, non abbiamo altra scelta che fermare il programma nucleare iraniano prima che raggiunga il punto di sviluppo degli armamenti.
And so, as the window is closing, we send a clear message that the House is aligned with the administration in thoroughly rejecting containment…In fact, we have no choice but to stop Iran’s nuclear weapons program before it ever reaches that point.
[Saddam Hussein] insiste con i suoi sforzi per sviluppare e acquisire armi di distruzione di massa e sponsorizza il terrorismo internazionale. Saddam Hussein continua a essere una minaccia inaccettabile e contro la sua doppiezza è necessario agire, agire ora.
[Saddam Hussein] continues his efforts to develop and acquire weapons of mass destruction, and he sponsors international terrorism. Saddam Hussein continues to be an unacceptable threat whose duplicity requires action, action now.
La minaccia più significativa per la pace, la sicurezza regionale e gli interessi americani in Medio Oriente è il programma nucleare iraniano … L’Iran continua ad essere uno sponsor di gruppi impegnati nella distruzione del nostro alleato Israele e dei gruppi che minacciano gli americani in tutto il mondo.
The most significant threat to peace, regional security, and American interests in the Middle East is Iran’s nuclear program…Iran continues to be a sponsor of groups committed to the destruction of our ally Israel and of groups that threaten Americans throughout the world.
Il regime di Saddam Hussein è una grave minaccia per l’America e per i nostri alleati, compreso il nostro alleato vitale, Israele … Ogni giorno si avvicina di più al suo obiettivo di lunga data di sviluppare una capacità nucleare. Non dobbiamo permettere che lui ottenga armi nucleari.
Saddam Hussein’s regime is a grave threat to America and our allies, including our vital ally, Israel… Every day he gets closer to his longtime goal of nuclear capability. We must not allow him to get nuclear weapons.
Eni Faleomavaega (D-American Samoa), May 15, 2012:
È indispensabile che gli Stati Uniti e la comunità internazionale capiscano che un Iran in possesso di una capacità nucleare è una minaccia globale ed un pericolo per gli Stati Uniti e, cosa altrettanto importante, per lo Stato di Israele … Si tratta di una minaccia diretta per il nostro più stretto alleato in Medio Oriente.
[I]t is imperative that the United States and the international community understand that a nuclear-capable Iran is a global threat and a danger to the United States and, just as important, to the State of Israel…This is a direct threat to our closest ally in the Middle East.
Il popolo degli Stati Uniti e i nostri amici e alleati non vivranno alla mercé di un regime fuorilegge che minaccia la pace con armi di distruzione di massa.
The people of the United States and our friends and allies will not live at the mercy of an outlaw regime that threatens the peace with weapons of mass murder.
Per il regime iraniano, il possesso della capacità di produrre un’arma nucleare sarebbe utile quasi quanto averne una … Teheran sarebbe al posto di guida e la sicurezza degli Stati Uniti, Israele, e dei numerosi altri nostri alleati sarebbe nelle loro mani.
For the Iranian regime, the possession of the capability to produce a nuclear weapon would be almost as useful as actually having one…Tehran would be in the driver’s seat, and the security of the United States, Israel, and our many other allies would be in their hands.
Prima di tutto, abbiamo tutte le opzioni sul tavolo, perché vogliamo rendere ben chiaro a tutte le nazioni che non si minacciano gli Stati Uniti o si usano armi di distruzione di massa contro di noi, o i nostri alleati o amici … [Saddam Hussein] è un problema e va affrontato. Ma la prima cosa da fare è consultare i nostri alleati e amici e questo è esattamente quello che stiamo facendo.
First of all, we’ve got all options on the table, because we want to make it very clear to nations that you will not threaten the United States or use weapons of mass destruction against us, or our allies or friends…[Saddam Hussein] is a problem, and we’re going to deal with him. But the first stage is to consult with our allies and friends, and that’s exactly what we’re doing.
Stiamo negoziando con un paese che ha concepito il suo programma di armi nucleari in segreto, che ha brandito il suo programma di armi nucleari con una retorica ostile, e per il quale il raggiungimento di un’arma nucleare sarebbe uno sviluppo irto di pericoli per le persone libere di tutto il mondo … La nostra posizione dovrà essere chiara: non appoggeremo un Iran dotato di armi nucleari.
[W]e are negotiating with a country that has conceived its nuclear weapons program in secret, that has brandished its nuclear weapons program with the rhetoric of hostility, and for whom the attainment of a nuclear weapon would be fraught with peril for free people everywhere…[O]ur position must be that we will not support or stand for an Iran with nuclear weapons.
Come ho detto, tutte le opzioni sono sul tavolo. L’uso della forza è l’ultima opzione per qualsiasi presidente e voi sapete, abbiamo usato la forza nel recente passato per garantire la sicurezza del nostro paese … In tutti questi casi vogliamo che la diplomazia funzioni e quindi stiamo applicandoci febbrilmente alla via diplomatica e vedremo se avremo successo o meno.
As I say, all options are on the table. The use of force is the last option for any president and you know, we’ve used force in the recent past to secure our country…In all these instances we want diplomacy to work and so we’re working feverishly on the diplomatic route and we’ll see if we’re successful or not.
Non ci devono essere dubbi: l’America è determinata a impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare, e non toglierò alcuna opzione dal tavolo per raggiungere tale obiettivo. Ma una soluzione pacifica di questo problema è ancora possibile, e molto migliore, e se l’Iran cambia rotta e rispetta i suoi impegni, potrà ricongiungersi al consesso delle nazioni.
Let there be no doubt: America is determined to prevent Iran from getting a nuclear weapon, and I will take no options off the table to achieve that goal. But a peaceful resolution of this issue is still possible, and far better, and if Iran changes course and meets its obligations, it can rejoin the community of nations.
L’urgenza della minaccia nucleare iraniana esige che gli Stati Uniti collaborino con i nostri alleati per fare tutto il possibile diplomaticamente, politicamente ed economicamente al fine di impedire all’Iran di acquisire una capacità di dotarsi di armi nucleari. Nessuna opzione, come ha detto il Presidente, può essere tolta dal tavolo.
The urgent nature of the Iranian nuclear threat demands that the United States work with our allies to do everything possible diplomatically, politically, and economically to prevent Iran from acquiring a nuclear weapons capability. No option, as the President has said, can be taken off the table.
In occasione del tentativo (fallito) dell’Associazione degli Scrittori Israeliani di far togliere il premio Nobel a Günter Grass, preludio al rogo delle sue opere, abbiamo intervistato il noto Adolf Hitler, che di intolleranza ed autoritarismo se ne intende.
Signor Hitler, l’impressione diffusa è che lei non abbia un’alta considerazione delle folle. È così?
“L’arte della propaganda si basa su una tecnica fondamentale: trovare la via del cuore delle grandi masse; capire ed esprimere il loro mondo, rappresentare i loro sentimenti…Il modo di sentire del popolo non è tortuoso ma semplice ed elementare. Mancano in esso sfumature sottili o articolazioni composite; lo schema di interpretazione del mondo ha solo due poli: positivo o negativo, vero o falso, giusto o ingiusto, bene o male”.
Sembra quasi che lei creda che più grandi sono le bugie, più facilmente la gente le crederà vere.
“Può darsi che il popolo sia corrotto, fin nelle pieghe più nascoste del suo sentimento, ma esso non è mai consapevolmente malvagio. È dunque assai più facile coinvolgerlo in una grande piuttosto che in una piccola bugia, appunto per la semplicità del suo modo di sentire. Anche la massa, infatti, è spesso bugiarda nelle piccole cose, ma si vergognerebbe certo di esserlo in quelle importanti. Se la menzogna è di proporzioni iperboliche, alla gente non verrà neanche in mente che sia possibile architettare una così profonda falsificazione della verità”. [cf. menzogne in Libia, Kony 2012, per quanto ancora abuserete, climategate II, vaccinazioni, Occidente minaccia per l'umanità, traduzione del discorso di Ahmadinejad, Assange]
La accusano di essere un po’ ripetitivo. Cosa risponde ai suoi detrattori?
“Le grandi masse hanno una capacità di ricezione assai limitata, un’intelligenza modesta, una memoria debole. Perché una propaganda sia efficace deve basarsi quindi su pochissimi punti, ripetuti incessantemente, finché anche l’uomo più rozzo sia indotto a ripeterli di continuo così da imprimerli nel profondo della sua coscienza innocente”.
A volte lei sembra accanirsi immotivatamente contro certe categorie di persone? Ci vuole spiegare perché?
“Non bisogna esitare a scatenare sull’avversario un fuoco continuo di menzogne e calunnie, fino a provocare uno stato di isterismo collettivo: a questo punto, per riottenere la pace, il popolo sarà disposto a sacrificare la vittima prescelta”.