No, Angela, hai torto (come sempre)

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La Germania ha una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo

Angela Merkel, 27 gennaio 2013

La Merkel ha detto una boiata, come peraltro le capita di sovente. Ma le future generazioni tedesche non saranno colpevoli delle sue idiozie e dei suoi fanatismi neoliberisti (a meno che non l’abbiano votata e si siano fatti rimbambire dalla propaganda nazionalista di questi anni).

I tedeschi non sono in libertà su cauzione o in libertà vigilata, come non lo è l’umanità. Dobbiamo studiare il passato per comportarci meglio, non tenere in ostaggio un popolo per dei crimini commessi da altre persone, in un’altra epoca. Quelle sono precisamente le cose che facevano i nazisti. Noi siamo migliori dei nazisti.

E siamo migliori di loro perché sappiamo che nessuna persona può essere ritenuta responsabile di ciò che è successo prima della sua nascita. Questo è un principio non solo banalmente ovvio, ma essenziale per l’etica e la giurisprudenza democratica. Senza questo presupposto, non ci può essere alcuna democrazia.

Persino un testo sacro dell’età del bronzo proclamava che le colpe dei padri non ricadono sui figli.

Responsabile è chi commette un delitto o un errore, non certo chi nasce nel mondo che risulta da quel delitto o da quell’errore, o chi lo subisce.

Un conto è riesaminare il passato, un altro conto è definire “nostro passato” degli eventi che si vorrebbero usare per incriminare i posteri, personalizzando l’analisi e coinvolgendo persone che non furono direttamente coinvolte (es. chi non ha mai votato Hitler e non l’ha mai lodato spontaneamente) oppure chi non ha mai potuto influenzare gli eventi, in quanto non era ancora nato.

Questi festival del mea culpa serviranno forse a far sentire più innocenti e puri chi li promuove, ma non certo ad illuminare le questioni più spinose e complicate. Non sarebbe sorprendente scoprire che questi paladini dell’autoimputazione fossero gli stessi che invocano leggi per l’introduzione del reato di revisionismo storico, abolendo di fatto, la possibilità di fare una qualunque seria ricerca storiografica sulle pagine più nere del “nostro” passato. La Merkel è uno degli esempi più emblematici di questa “relazione pericolosa”.

Perciò se la cancelliera tedesca vuol chiedere scusa per le pagine più atroci del passato tedesco lo può fare a titolo personale – è nel suo pieno diritto farlo –, ma non deve permettersi di parlare a nome di tutti i tedeschi, coinvolgendoli nella sua auto-vittimizzazione narcisistica e sconfinatamente presuntuosa.

Analogamente, nessun comunista di oggi può essere considerato responsabile dei mostruosi crimini di Mao o di Stalin o dei Khmer Rouge. Non è solo un fatto giuridico, è un’evidenza morale.

Gesù avrebbe condannato una visione così disumana, degna dell’infame dottrina del peccato originale: la colpa non si trasmette geneticamente da una generazione all’altra.

Il Mandela presidente della riconciliazione nazionale dopo aver scontato una lunga pena detentiva è moralmente responsabile per le azioni terroristiche del giovane Mandela che lottava contro l’oppressione bianca o si tratta di due persone sostanzialmente diverse?

L’Abraham Lincoln del Discorso di Gettysburg è moralmente responsabile del Lincoln degli anni cinquanta, che era razzista e segregazionista, oppure ciò che conta è ciò che uno è diventato, mentre le ombre del passato servono a far rifulgere ancora di più un luminoso presente?

Aung San Suu Kyi è moralmente responsabile dell’uso della violenza da parte del padre o di una parte dell’opposizione alla dittatura birmana? Francesco Palermo e Hans Heiss sono moralmente responsabili per il passato rispettivamente fascista e nazista del Tirolo del Sud? Gli inglesi sono più moralmente responsabili degli scozzesi, dei gallesi e degli irlandesi per le malefatte del colonialismo britannico?

È un’idea piuttosto bizzarra quella secondo cui gli italiani (un’entità monolitica che marcia a ranghi serrati attraverso i secoli) dovrebbero essere responsabili dell’imperialismo fascista anche nel terzo millennio, o che il discendente di immigrati italiani in Germania si debba sentire colpevole sia per i crimini fascisti sia per quelli nazisti, in quanto cittadino tedesco di origini italiane. Il grande storico Eric Hobsbawm, nato in Egitto, arrivò in Inghilterra solo a 16 anni, dopo aver trascorso l’infanzia in Austria e Germania: dovrebbe sentirsi colpevole al 10-15% per i crimini nazisti e all’85-90% per quelli inglesi? Oppure il fatto che fosse un ebreo marxista lo dispensa da ogni colpa, salvo un modesto 5% di sionismo ed un più rilevante 25% di comunismo? Io o i miei discendenti saremo ritenuti responsabili per il disastro afgano, iracheno, libico, greco, dell’eurozona, per le arene romane e per la distruzione di Cartagine e Corinto, ecc.? I milioni di persone che hanno marciato contro la guerra in Iraq o l’hanno denunciata pubblicamente sono colpevoli di cosa, esattamente? Tutti gli inglesi sono criminali di guerra alla stregua di Tony Blair? Oppure ha ragione Desmond Tutu a condannare Blair e non il Regno Unito nel suo complesso?

È molto comodo e conveniente per le classi dirigenti scaricare le loro responsabilità sulle spalle di un intero popolo, o magari di tutto l’Occidente, indiscriminatamente. Tra l’altro, e forse non per caso, è il classico espediente dello psicopatico, un vero specialista nel far sentire in colpa le sue vittime (una strategia che avvince sempre di più le prede al predatore)

In ogni epoca la popolazione è stata soprattutto vittima delle istituzioni dominanti e della propaganda con la quale queste conservavano il potere e giustificavano le loro azioni. Accusare i contemporanei di indifferenza per una colpa collettiva che non sentono ma dovrebbero sentire significa anche accusare i loro figli e nipoti degli olocausti che si verificano periodicamente nel Terzo e Quarto Mondo a causa di un sistema economico mostruoso.

Questi spettri di colpa collettiva che si impossessano ciclicamente di certe persone che sentono il dovere di assolversi dei peccati dei loro avi a nome di tutti, pubblicamente, sono gli stessi che rinvigoriscono i miti etnici – l’Ebreo Usuraio, il Tedesco Nazista, l’Italiano Mafioso, l’Americano Imperialista, il Musulmano Fondamentalista, il Giapponese Razzista, la Razza Bianca Schiavista e Genocida, ecc.

Perché ammirare gli orgogliosi islandesi, visto che la loro civiltà era, originariamente, una colonia schiavista?

Oggigiorno chi, tra gli israeliani, non ha votato per Netanyahu o per dei partiti nazionalisti, è innocente di quel che potrà accadere in Medio Oriente, perché non sono le collettività che vanno giudicate, ma le singole persone. E  saranno innocenti anche tutti gli ebrei che non vivono in Israele e hanno cercato di far prevalere la ragionevolezza e gli strumenti della diplomazia. La gran parte degli ebrei mondiali non potrà e non dovrà essere condannata per le decisioni di un particolare governo israeliano. 

Il nostro compito è UNICAMENTE quello di capire il passato per evitare di ripetere gli stessi errori, non certo quello di sentirci in colpa per procura.

NOTE BENE: [Una spiegazione alternativa è che la Merkel stia deliberatamente usando il senso di colpa per controllare i tedeschi ed i PIIGS. Un po' come ha fatto Al Gore con il riscaldamento globale imputato unicamente all'umanità (giochetto che non funziona più: CO2 in continuo aumento, temperature stabilizzate). Chi controlla la Merkel? Chi controlla Al Gore?]

Ringrazio Carlo Maria Martini, uno dei grandi Italiani del nostro tempo

 

Carlo Maria Martini a Betlemme

Smettere di idratare o nutrire un paziente in stato vegetativo non è evitare un accanimento terapeutico, ma praticare una forma di eutanasia mediante l’omissione di ciò che andrebbe fatto per mantenere il paziente in vita.

Osservatore Romano, luglio 2010

Lasciano morire il cardinale Martini di fame e di sete. Dategli il tempo di realizzare e vedrete che anche stavolta Gaetano Quagliariello non mancherà di gridare: «Assassini!».

Luigi Castaldi

“Dopo un episodio di disfagia acuta – ha continuato il neurologo – il cardinal Martini non è più stato in grado di deglutire nulla ed è stato sottoposto a terapia parenterale idratante. Ma non ha voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico. È rimasto lucido fino alle ultime ore e ha rifiutato tutto ciò che ritiene accanimento terapeutico”.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Si-aggravano-le-condizioni-del-card-Martini-Ha-detto-no-a-accanimento-terapeutico_313648542060.html

E allora cosa fanno? Lo dannano? Un cardinale suicida che se ne frega delle direttive degli alti papaveri del clero: pessima pubblicità per il Vaticano.
Il cardinal Martini, se il Vaticano applicasse i criteri di Welby, non potrebbe ricevere le onoranze funebri secondo il rito cattolico (concesse invece a Pinochet)

Ormai sono incastrati nelle loro trappole dottrinali e possono uscirne solo facendo la figura dei pagliacci.

A volte la Chiesa si occupa di troppi peccati e non tutti nella Chiesa sanno e sentono che quello è il solo, vero peccato: la sopraffazione, l’umiliazione, il disconoscimento del proprio simile tanto più se è debole se è povero se è escluso. E se è un giusto. Uno che non farebbe mai cose che umiliano la dignità della persona.

Carlo Maria Martini, “Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione”, La Repubblica, 13 maggio 2010

Chi non prende decisioni si lascia sfuggire la vita

Carlo Maria Martini

La Chiesa parla molto di peccato. È forse interessata a far apparire gli uomini più cattivi di quanto non siano? Di peccato la Chiesa ha parlato molto, a volte troppo. Da Gesù può imparare che è meglio incoraggiare gli uomini e stimolarli a lottare contro il peccato del mondo. Con ‘peccato del mondo’ la Bibbia non si riferisce solo alle nostre colpe personali bensì a tutte le ingiustizie e ai pesi che ereditiamo. Gesù ci chiama a collaborare alla guarigione laddove l’ordine divino del mondo è stato violato.

Carlo Maria Martini, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”

 

La giustizia è l’attributo fondamentale di Dio. Nel giudizio universale Gesù formula come criterio di distinzione tra il bene e il male la giustizia, l’impegno a favore dei piccoli, degli affamati, degli ignudi, dei carcerati, degli infermi. Il giusto lotta contro le disuguaglianze sociali.

Carlo Maria Martini, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”

La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l’innocente. Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti e vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave di questo?

Carlo Maria Martini, “Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione”, La Repubblica, 13 maggio 2010

Una parte della Chiesa ci dice che essere testimoni delle agonie umane ci rende più compassionevoli. Ma a me pare evidente che chi ha bisogno di questo tipo di esperienza deve probabilmente avere un deficit nelle funzioni cognitive superiori. Per le persone normali (non psicopatiche) una tale esperienza sarebbe estremamente spiacevole, non didattica. È una logica bizzarra e perversa che potrebbe essere impiegata per giustificare qualunque azione, inclusa la tortura, ossia il culmine del controllo sul prossimo, il culmine della barbarie umana. Un dio che chiedesse un tale comportamento non sarebbe certo un dio d’amore, ma un angelo caduto, un parassita della creazione che nega assistenza a chi lo supplica perché per lui il dolore altrui è nutrimento.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/07/la-volonta-di-dominio-sugli-altri-riflessioni-sullattivismo-leutanasia-e-laborto/

Le presunte virtù della mortificazione – l’ideologia che guida gli eurocrati intenti a distruggere l’Unione Europea

[Kendell Geers T.W. (I.N.R.I.), 1995-2002. Crocifisso in legno, nastro stradale, 205 x 118 x 28 cm. San Gimignano - Beijing]

“Le presunte virtù della mortificazione” di Mona Chollet – Le Monde Diplomatique – (traduzione dal francese di José F. Padova) – 13 marzo 2012

Il 21 febbraio l’Unione Europea ha acconsentito ad accordare un nuovo aiuto finanziario alla Grecia, a condizione che questa accetti una «sorveglianza rafforzata» sulla sua gestione del bilancio. Questo piano aggraverebbe ancor più la recessione in un Paese esangue. L’ostinazione nell’esortare al rigore non si spiegherebbe forse con certezze morali più forti della ragione?

Rigore, austerità, sforzi, sacrifici, disciplina, regole restrittive, misure dolorose… A forza di assediare le nostre orecchie con le sue forti connotazioni moralizzatrici, il vocabolario della crisi finisce per intrigare. Lo scorso gennaio, alla vigilia del Forum economico di Davos, il suo presidente, Klaus Schwab, parlava addirittura di «peccato»: «Noi paghiamo i peccati di questi ultimi dieci anni», diagnosticava, prima di chiedersi «se i Paesi che hanno peccato, in particolare quelli del Sud, hanno la volontà politica di intraprendere le necessarie riforme» (1). Su Le Point, per la penna di Franz Olivier Giesbert, il conteggio dei nostri sfrenati baccanali è più ampio: l’editorialista deplora «trent’anni di stupidaggini, di follie e d’imprevidenza, quando si è vissuto al di sopra dei nostri mezzi (2)».

Dirigenti e commentatori ripetono in continuazione il medesimo racconto fantasmatico: mostrando di essere pigri, spensierati, spendaccioni, i popoli europei avrebbero attirato su sé, come giusta punizione, il flagello biblico della crisi. Adesso essi devono espiare. Occorre «stringere la cinghia», rimettere al primo posto le buone vecchie abitudini di risparmio e di frugalità. Le Monde (17 gennaio 2012) cita come esempio la Danimarca, Paese modello al quale una «dieta forzata» ha permesso di ritornare a godere i favori delle agenzie di rating. E nel suo discorso d’insediamento, nel dicembre 2011, il presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, arringava così i suoi compatrioti: «Siamo messi davanti a un compito ingrato, come quello dei genitori che devono cavarsela per nutrire quattro persone con i soldi per due».

Numerose voci si levano a sottolineare l’impostura di questo ragionamento che pretende di uniformare il comportamento di uno Stato a quello di una famiglia. Esso elude la questione della responsabilità della crisi, come peso insopportabile che l’austerità fa pesare su popolazioni, la cui sola colpa è di aver voluto curarsi o pagare gli insegnanti dei loro figli. Per un comune cittadino il rigore del bilancio può essere fonte di fierezza e soddisfazione; per uno Stato significa la rovina di centinaia di migliaia di cittadini, quando non arriva, come nel caso della Grecia, a un suicidio sociale puro e semplice. In Danimarca, precisava Le Monde, la «cura dimagrante» si è esplicata in una esplosione della disoccupazione e in una drastica riduzione dei programmi sociali; «sessantamila famiglie hanno perduto la loro abitazione». Così questo falso buon senso non soltanto cancella magicamente le disuguaglianze sociali e occulta le devastazioni dell’austerità, ma raccomanda caldamente, di fronte alla crisi, una politica economica che finisce per aggravarla, impedendo qualsiasi ripresa mediante i consumi. «Risparmiare e investire sono virtù per le famiglie, è difficile per la gente immaginare che, a livello delle nazioni, troppa frugalità può causare problemi», osserva l’editorialista di Bloomberg Businessweek Peter Coy (26 dicembre 2011).

Irrazionali, assolutamente deliranti, i richiami alla contrizione non hanno alcun rapporto con la realtà. Come spiegare allora il fatto che essi continuano a risuonare da un capo all’altro dello spazio europeo? Perché servono gli interessi dominanti, si risponderà. E nei fatti essi offrono l’occasione per completare, con il pretesto del debito, la distruzione, avviata una trentina di anni fa, delle conquiste sociali del dopoguerra. Prima di tutto ciò essi avevano già permesso, nella Francia di Vichy, di sotterrare il funesto ricordo del Fronte popolare. Il processo di Riom, che si tenne nel 1942 in quella cittadina del Puy-de-Dôme, mirava a dimostrare che i dirigenti «rivoluzionari», come Léon Blum e Edouard Daladier, erano responsabili della disfatta del giugno 1940 inferta dall’esercito tedesco. Il passaggio alle quaranta ore [settimanali] nell’industria degli armamenti e non le decisioni degli Stati maggiori sarebbero stati fatali alle truppe francesi… In vista del «raddrizzamento nazionale» il maresciallo Pétain aveva l’intenzione di sostituire, già allora, con lo «spirito di sacrificio» lo «spirito di godimento». All’apertura del processo il quotidiano Le Matin indicava Blum come «l’uomo che ha inoculato il virus della pigrizia nel sangue di un popolo (3)». I francesi settant’anni prima dei greci…e i portoghesi, che il loro primo ministro Pedro Passos Coelho ammonisce in questi termini: «Vi ricordate certamente di quell’episodio grottesco, quando, mentre la “troika” europea lavorava a Lisbona per elaborare un programma d’aiuti al Portogallo (nel 2011), tutto nel Paese era chiuso, perché tutti approfittavano di qualche giorno di ferie per fare il ponte. La “troika”, che prestava denaro al Portogallo, lavorava, il Paese sfruttava i ponti. Per fortuna ciò che è accaduto in seguito è avvenuto contrariamente a questa immagine, molto brutta (4)» .

Una promessa di rigenerazione

Ma l’invito alla fatica, alla mortificazione e all’abnegazione non è un trucco per fare accettare a più gente possibile la loro spogliazione? I suoi accenti sinceri, appassionati, danno a pensare che essa non è totalmente debitrice al cinismo e che si radica su un solido retroterra culturale. «Questo umore “sacrificale”, che partecipa dell’ethos altrettanto che del ragionamento, suscita da parte di numerosi commentatori una specie di esultanza morbosa, come se la sofferenza popolare avesse anche una dimensione “purificatrice”», constata il sociologo Frédéric Lebaron a proposito dell’attuale situazione (5). Pétain voleva ricordare ai francesi che, «da Adamo in poi, il castigo è una chiamata al raddrizzamento, una promessa di rigenerazione (6)». Più vicino a noi, Rajoy profetizza: «Lo sforzo non sarà inutile. I nuvoloni scompariranno, noi risolleveremo la testa e verrà il giorno in cui si parlerà bene della Spagna, il giorno in cui guarderemo indietro e non ci ricorderemo più dei sacrifici».

La rivendicazione da parte del popolo di condizioni di vita decenti non fa altro che mettere in allarme coloro gli interessi dei quali essa ostacola: ispira loro una specie di terrore superstizioso, come se rappresentasse una trasgressione impensabile. Al tempo della disfatta del 1940, riferiva lo storico e membro della Resistenza Marc Bloch, i quadri militari, provenienti dall’alta società, avevano accettato il disastro perché vi trovavano queste atroci consolazioni: schiacciare sotto le rovine della Francia un regime vilipeso; piegare le ginocchia davanti alla punizione che il destino aveva inviato a una nazione colpevole (7)».

Coloro i quali, per la loro posizione nella società, non hanno alcun interesse obiettivo a sottoscrivere questa lettura degli eventi, sono tuttavia numerosi nel mostrarsene recettivi. Riguardo ai danni inflitti alla collettività, i movimenti degli «indignati» possono perfino apparire come una risposta molto timida, lasciando subodorare che la retorica della necessaria espiazione trova, malgrado tutto, un terreno favorevole. Nel maggio 2011 un funzionario greco, che aveva già visto il proprio salario passare da 1.200 a 1.050 euro per un periodo di lavoro settimanale passato da trentasette ore e mezza a quaranta ore, dichiarava, per esempio, di essere «pronto a sforzi supplementari (8)».

Qualcuno non ha mancato di fare rilevare che un substrato culturale, addirittura religioso, determina gli atteggiamenti dei protagonisti della crisi dell’euro. «Esperti e politici trascurano un fattore: Dio. Insomma, la religione e, nella fattispecie, il protestantesimo luterano. Figlia di pastori, [la cancelliera tedesca] Angela Merkel ha il senso del peccato, come molti dei suoi compatrioti. Vi è un modo tedesco di parlare dell’euro che emana il buon odore dell’influsso del Tempio. E che evidentemente non è senza conseguenze sulle soluzioni proposte per soccorrere l’unione monetaria europea», così scrive Alain Frachon su Le Monde (23 dicembre 2011).

Eppure si può dubitare che l’influsso del protestantesimo si limiti all’area geografica nella quale prese l’avvio nel XVI secolo. Il sociologo tedesco Max Weber ha dimostrato in un celebre saggio, nel 1905, come l’etica protestante aveva contribuito a mettere in sella il capitalismo, modellando uno «spirito» che gli era favorevole (9). In seguito e fino ai nostri giorni questo spirito è perdurato e prosperato in modo autonomo, al di fuori di qualsiasi referente religioso. Ed è finito per diventare tanto onnipresente e invisibile quanto l’aria che respiriamo. La storica Jeanine Garrisson cita l’esempio di Jean-Paul Sartre, che ironizzava sulla fede protestante di suo nonno materno, pur essendo egli stesso «molto più vicino di lui al suo puritanesimo e al suo gusto della conoscenza di quanto non volesse ammettere. Non è forse lo stesso Sartre che proclama alto e chiaro che un intellettuale il quale non lavori almeno sei ore al giorno non può rivendicare questo prestigioso titolo (10)?».

In effetti la tesi di Weber sostiene che il protestantesimo ha «fatto uscire l’ascesi dai conventi» dove il cattolicesimo l’aveva confinata. La dottrina calvinista della predestinazione, secondo la quale ogni essere umano è eletto o condannato da Dio per l’eternità, senza che alcuno dei suoi atti sia suscettibile di cambiare alcunché, avrebbe potuto condurre a una forma di fatalismo. Produsse invece l’effetto contrario: sottomettendo ogni aspetto della loro vita a una stretta disciplina, i fedeli investirono tutta la loro energia nel lavoro, accattando nel successo economico un segno della loro salvezza. La fortuna cessò allora di essere condannabile – anzi, al contrario. Solamente il fatto di goderne era reprensibile. Weber ricorda il caso di un ricco fabbricante al quale il medico aveva consigliato di mangiare ogni giorno, per la sua salute, qualche ostrica, ma che non poteva risolversi a una simile sontuosità, non per avarizia, ma per scrupolo morale.

«L’idea del dovere professionale», scrive il sociologo, «vaga nella nostra vita come un fantasma delle credenze religiose di una volta». Perché la mano d’opera, anch’essa, dovette imparare a «eseguire il lavoro come se fosse un fine assoluto – una “vocazione”». Questa mentalità, oggi dominante, non s’impose se non al prezzo di una «pesante lotta contro un mondo di poteri ostili» e in particolare con l’aiuto di una politica di bassi salari: Calvino stimava che la massa degli operai e artigiani «doveva essere tenuta nello stato di povertà, per restare obbediente a Dio». Il protestantesimo scavò fra eletti e dannati un fossato a priori più insuperabile e più inquietante di quello che separava dal mondo il monaco del Medio Evo – un fossato che impresse un’orma profonda in tutti i sentimenti sociali». Il puritanesimo inglese forgiò ugualmente «una legislazione sulla povertà la cui durezza era in radicale contrasto con le norme anteriori».

Ricchi o poveri che si fosse, ormai riposarsi, approfittare della vita, «perdere il proprio tempo» non si poteva più fare senza cattiva coscienza. Si misura ciò che il mondo attuale deve a questo concetto quando si legge che il pastore luterano Philippe Jacob Spener, fondatore del pietismo, denunciava come moralmente condannabile «la tentazione di andare in pensione prematuramente»…

Insomma, come l’aveva già intuito fin dal XVI secolo l’umanista tedesco Sebastian Franck – citato da Weber – la Riforma ha imposto a ogni persona di essere un monaco durante tutta la sua vita». L’ascendente del cristianesimo e della sua squalifica dell’esistenza terrena se ne ritrovò fortemente potenziato. Si può presumere che questa eredità spirituale e culturale non agisca senza inibire le risposte possibili agli attacchi portati contro le società [civili]. Dopo la laicizzazione degli Stati, che dire della laicizzazione degli spiriti?

(1) Interview à L’Hebdo, Lausanne, 18 janvier 2012.

(2) Le Point, Paris, 23 novembre 2011. Cf Mathias Reymond, «Les éditocrates sonnent le clairon de la rigueur», Acrimed.org, 12 décembre 2011.

(3) Cité par Frédéric Pottecher, Le Procès de la défaite. Riom, février-avril 1942, Fayard, Paris, 1989.

(4) Expresso.pt, 6 février 2012.

(5) Frédéric Lebaron, «Un parfum d’années trente… ». Savoir/Agir. n° 18. Bellecombe-en-Bauues.

(6) Cité par Gérard Miller, Les Pousse-au-jouir du maréchal Pétain, Seuil, coll. «Points Essais», Paris, 2004.

(7) Marc Bloch, L’Etrange Défaite, Gallimard, coll. «Folio Histoire », Paris, 1990.

(8) « Comment les Grecs se sont mis au régime sec», La Croix, Paris, 8 mai 2011.

(9) Max Weber, L’Ethique protestante «(l’esprit du capitalisme, traduit et présenté par Isabelle Kalinowski, Flammarion, coll.« Champs classiques», Paris, 2000. De même pour les citations suivantes de cet auteur.

(10) Janine Garrisson, L’Homme protestant, Complexe, Bruxelles, 2000.

http://www.liberacittadinanza.it/articoli/le-presunte-virtu-della-mortificazione

Per una mia analisi integrativa del fanatismo puritano che impregna di sé le dinamiche capitaliste e della società contemporanea, in combutta con uno sfrenato edonismo (la classica trappola del Giano bifronte – sfuggi ad uno per cadere nell’altro):

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/11/ma-chi-ce-lo-fa-fare-terry-gilliam-max-weber-marx-e-la-fuga-dallincubo/#axzz1pGlBdQGa

per un’analisi delle tecniche impositive di questa ideologia:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/il-mito-del-consenso-unanime-e-la-crisi-del-patto-civile-con-lo-stato/

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