A Donata Borgonovo Re conviene vincere o perdere le primarie, se ci saranno?

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DBR è su Facebook

Le scelte del partito a livello nazionale e le conseguenze delle decisioni del governo Letta, sotto ricatto da parte di Berlusconi e impossibilitato a recuperare i soldi che servirebbero a rilanciare l’economia (la Merkel non mollerà mai prima delle elezioni tedesche di settembre), non potranno non riflettersi sul voto locale e sul futuro del PD trentino.

E’ saggio essere alla guida della Provincia di Trento in una fase di disfacimento del vecchio sistema, in cui le dirigenze nazionali e locali saranno, a torto o a ragione, considerate dall’opinione pubblica un ostacolo al cambiamento (un tappo), l’autonomia sarà svuotata di ogni reale sostanza e le crisi internazionali raggiungeranno il punto di rottura?

ITALIA

Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl, annuncia ai microfoni di Rainews24 che, se l’Imu non sarà tolta e se il suo partito non dovesse ottenere la presidenza della convenzione per le riforme, il Pdl toglierà la fiducia al governo Letta. E sulla scelta dei sottosegretari aggiunge: ne lasceremo pochi agli altri.

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L’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% previsto nell’outlook del novembre scorso… Il rapporto deficit/Pil dell’Italia salirà al 3,3% quest’anno, ben al di sopra delle stime del governo, e al 3,8% il prossimo, quando il debito raggiungerà il 134,2% del Pil (ANSA).

Nonostante l’iniezione dell’ultimo giorno del mese, praticata a suon di kilometri zero immatricolate in capo alle Case e ai Concessionari, il mese di aprile si è chiuso con un altro risultato negativo. Ma il dato nudo e crudo non rende giustizia alla sua drammaticità. Se verrà confermato questo trend l’anno potrebbe chiudersi attorno a 1.100.000 unità. Il che significherebbe 900.000 pezzi in meno rispetto alla soglia minima di sopravvivenza della filiera indicata dai maggiori analisti intorno ai 2.000.000 di pezzi”, esordisce Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto
http://www.repubblica.it/motori/auto/sezioni/attualita/2013/05/02/news/mercato_italia_ad_aprile_qualche_speranza-57903966/?ref=HREC1-3

Matteo Renzi si è salvato per il rotto della cuffia. Enrico Letta non sarà altrettanto fortunato. L’ambizione lo ha tradito.

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Barbara Spinelli [la Repubblica del 01/05/2013]

Il patto Pd-Pdl, e l’eventuale elevazione di Berlusconi a Padre Costituente o senatore a vita (in sostanza: a futuro capo di Stato) non sono necessità, ma scelte discrezionali. Per questo abbiamo evocato la post-verità di Bush jr: l’offensiva in Iraq fu presentata come guerra di necessità, quando era di scelta. L’Europa acefala ne uscì a pezzi, la Nato si rivelò arnese di Washington. Speriamo che Bonino ne prenda atto: europeismo e atlantismo non sono più la stessa cosa.

Napolitano ci ha ammoniti severamente, il 24 aprile: «Confido che tutti cooperino – e quando dico tutti mi riferisco anche in particolare ai mezzi di informazione – a favorire il massimo di distensione piuttosto che il rinfocolare vecchie tensioni». Mi permetto di difendere non solo il diritto, ma l’utilità del rinfocolamento. Che altro opporre alla riaccesa torcia del berlusconismo, se non la fiamma della critica, del No. La democrazia è compromessa, l’etica della responsabilità abusata, quando dall’agenda Pd scompare, grazie ai 101 traditori di Prodi, ogni accenno al conflitto di interessi e al dominio berlusconiano sulle tv.

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Il Pd è un partito impotente. Una delle ragioni non dette della mancata scelta di andare alle urne nel novembre 2011 è che esso non avrebbe retto alla prova per le proprie divisioni interne e sarebbe esploso, come un aereo in volo. Nessuno si è accorto, in questi ultimi anni, del silenzio fragoroso dei dirigenti di questo partito su episodi anche gravi della vita nazionale? La ragione è semplice: se qualcuno prende posizione si scatena la canea delle contrapposizioni. Ed è il caos. Ciò che è accaduto con l’elezione del capo dello Stato è l’ultimo suggello. Nel frattempo, questo partito fa mancare al paese una reale opposizione, una forza di sinistra, un rappresentanza degli interessi popolari sempre più colpiti dalle politiche recessive, esattamente ciò che sarebbe più vitalmente necessario per trovare uno sbocco alla crisi. La quale nasce, com’è noto, dalla iniqua distribuzione delle ricchezze. E’ Grillo che ha supplito a questa assenza clamorosa. E allora? Non sappiamo se la collera popolare ci darà il tempo. Forse Barca potrebbe tentare una vasta ricognizione nelle periferie del Pd per verificare se, almeno qui, il partito è ancora vivo e se può essere utilizzato, almeno in parte. Perché il suo gruppo dirigente, in quanto dirigente, è morto da un pezzo.

Piero Bevilacqua, il Manifesto, 30 aprile 2012

http://temi.repubblica.it/micromega-online/sul-partito-delle-idee-di-barca/

STATI UNITI

I funzionari del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) hanno ripetutamente negato di aver intrapreso operazioni di stoccaggio di munizioni, ma Associated Press sostiene che l’agenzia programma l’acquisto di oltre 1,6 miliardi di munizioni nel corso dei prossimi quattro o cinque anni, e ha già acquistato 360.000 proiettili a punta cava e 1,5 miliardi di munizioni nel 2012.

DHS sostiene che lo faccia per risparmiare, ma gli esperti hanno sottolineato che i proiettili a punta cava costano quasi il doppio ed esplodono al momento dell’impatto per procurare il massimo danno. Ciò ha spinto alcuni a chiedersi quale uso ne vogliano fare [sparare ai cittadini armati? NdR].

L’acquisto di 1,6 miliardi di munizioni fornirebbe al DHS i mezzi per combattere l’equivalente di una guerra in Iraq lunga 24 anni [evidentemente sanno che i cittadini americani sono un osso più duro dei vietcong: altrimenti perché le forze dell’ordine statunitensi avrebbero stabilito che ogni poliziotto deve avere 6 volte più munizioni di quelle che il Pentagono assegna ad ogni soldato americano?]. I membri del Congresso affermano che DHS si è ripetutamente rifiutato di spiegare le ragioni di un tale massiccio acquisto di munizioni.

http://rt.com/usa/dhs-ammo-investigation-napolitano-645/

Un bambino americano di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato specificatamente per bambini che gli era stato regalato lo scorso anno e con cui sparava abitualmente.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/01/USA-BIMBO-5-ANNI-UCCIDE-FUCILE-bambini-SORELLINA-2-ANNI_8640070.html

POSSIBILE SPIEGAZIONE DELL’INCETTA DI MUNIZIONI: Una maggioranza di stati americani non ratificherà mai un emendamento costituzionale che limiti il secondo emendamento. Inoltre, la maggior parte delle disposizioni sul diritto di possedere armi non è federale, dipende dalle scelte dei singoli stati. Anche se venisse a mancare il secondo emendamento, questi stati elaborerebbero i loro specifici emendamenti. Il che significa che si rischia un’altra guerra di secessione (la prima per il possesso degli schiavi, la seconda per il possesso di armi semiautomatiche).

La verità è che, senza l’uso della forza, recuperare le armi è impossibile.

Ci sono centinaia di migliaia (milioni?) di americani che difenderanno anche con la vita ogni tentativo di violare quello che considerano un diritto inalienabile, indipendentemente da quanto ragionevoli siano le norme di legge che si intendono approvare ed attuare. Molti di questi cittadini sono ex-militari o comunque persone molto ben addestrate a sparare. Hanno già ucciso e lo rifaranno. Sarebbe (sarà?) un bagno di sangue terribile, molto più grave di quello si desidera evitare. Stiamo parlando di assalti a stazioni di polizia, famiglie trincerate in case o interi quartieri e paesi barricati, attentati con esplosivi.

Sappiamo di cosa sono capaci le milizie patriottiche americane:

http://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_di_Oklahoma_City

Nessun governo federale statunitense potrà mai controllare la circolazione di armi semiautomatiche senza scontrarsi con questi miliziani e con quegli stati a maggioranza repubblicana che continueranno a tutelare il “diritto” dei loro cittadini a detenere le armi che vogliono.

Il che significa legge marziale e cittadinanza terrorizzata da continui scontri aperti tra governativi ed antigovernativi e quindi disposta a rinunciare a una gran parte dei suoi diritti civili in nome della sicurezza e della Guerra al Terrore interno. Saranno i cittadini americani ad esigere la fine della democrazia in America.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/15/quel-che-zucconi-bloomberg-e-michael-moore-non-vi-hanno-spiegato-sulla-questione-delle-armi-negli-stati-uniti/

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John W. Whitehead, giurista, Rutherford Institute:

Per quelli che, come me, hanno studiato l’emergere degli stati di polizia, la vista di una città posta sotto legge marziale, i suoi cittadini agli arresti domiciliari, elicotteri militareschi dotati di telecamere termiche che ronzano per i cieli, carri armati e veicoli blindati per le strade, cecchini appollaiati sui tetti, mentre migliaia di poliziotti vestiti di nero sciamavano per le strade e le squadre speciali in uniforme paramilitare effettuavano perquisizioni casa per casa alla ricerca di due giovani e apparentemente improbabile sospetti – evoca in noi un crescente disagio. Intendiamoci, questi non sono più i segni premonitori di un crescente stato di polizia. Lo stato di polizia è già qui.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/05/01/sei-un-terrorista-si-tu/

GERMANIA

I dati pubblicati dalla BCE sui redditi e i patrimoni nell’Eurozona documentano chiaramente il fallimento della politica sociale tedesca e una diseguaglianza sociale molto più pronunciata rispetto a tutti gli altri paesi dell’Eurozona [leggi: la Germania non può permettersi un’eventuale recessione].

http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/04/povera-germania.html#comment-form

GRECIA

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/30/i-bambini-greci-stanno-letteralmente-morendo-di-fame-new-york-times-18-aprile-2013/

MEDIO ORIENTE

Sappiamo che le armi chimiche in Siria sono state usate, ma non sappiamo ancora quando, da chi e dove

Obama

Ergo

1. Se un’inchiesta “indipendente” dimostrerà che sia stato Assad, la NATO entrerà in guerra contro il governo siriano e l’esercito regolare;

2. Se sono stati i ribelli, Obama dovrà schierarsi al fianco di Assad;

La frase di Obama non ha alcun senso: o è un imbecille, o è un mentitore che non sa più che pesci pigliare. In entrambi i casi siamo nei guai.

FINANZA INTERNAZIONALE

Truffa mondiale sull’oro? L’authority Usa che regola i mercati delle materie prime apre un’indagine sull’andamento delle quotazioni di oro e argento alla Borsa di Londra. Nuovo maxiscandalo in vista.

http://rampini.blogautore.repubblica.it/2013/03/15/speculazioni-sulloro-aperta-unindagine/

Euro e dollaro non ispirano fiducia. L’Unione monetaria europea è una costruzione malandata, incline a barcamenarsi di crisi in crisi senza il supporto di un dipartimento del Tesoro comune. Quanto al dollaro, è seduto su una piramide di debiti.

Ned Taylor-Leyland, della Cheviot Asset Management, sostiene che la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra non restituiranno mai l’oro ai proprietari stranieri, in quanto questo oro non esiste più.

Altri affermano che più precisamente Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno venduto le riserve d’oro, le proprie e quelle estere, ma le hanno date in prestito o impegnate come garanzia. Di fatto dunque non le possiedono.

[…]

Il co-direttore generale di Pimco Bill Gross dichiara : “Ogni mese la Federal Reserve acquista obbligazioni del Tesoro e crediti ipotecari per 85 miliardi di dollari. In realtà, non ha di che garantirli, niente oltre alla fiducia.”

[…]

54 trilioni di dollari (1 trilione = 1’000 milioni) di credito nel sistema finanziario degli Stati Uniti basati unicamente sulla fiducia verso una banca centrale, che nei suoi forzieri non ha di che garantire né la fiducia né tutti questi soldi.

Lingotti in tungsteno laccato d’oro sono stati trovati un po’ ovunque e un esperto germanico conferma l’esistenza di falsi lingotti d’oro segnati con il marchio ufficiale degli Stati Uniti.

La Federal Reserve ha respinto una richiesta del governo di Berlino di ispezionare le proprie riserve in oro depositate nei forzieri di New York.
Ovvio che i tedeschi abbiano perso fiducia nell’affidabilità della Fed e vogliano avere il proprio oro a casa, sotto controllo.

http://www.ticinolive.ch/2013/02/17/il-vero-motivo-per-cui-la-germania-ritira-il-suo-oro-dai-forzieri-della-federal-reserve/

CLIMATOLOGIA

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Dort, wo man Bücher verbrennt, verbrennt man am Ende auch Menschen
“Dove si bruciano i libri, prima o poi si bruciano anche le persone”
Heinrich Heine, 1820

fanatismo = violenza
Climatologi al San Jose State University Meteorology Department bruciano un testo “eretico” (e pubblicano la foto sulla homepage del dipartimento!!! Intolleranti e idioti)

Krugman: “Cipro esca dall’euro” – 40 obiezioni

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Ecco, il Regno Unito, che è in piena recessione, dovrebbe lasciare l’eurozona. Il prima possibile, anche subito.

Oh – non può – ha ancora la sterlina e l’ha lasciata svalutare di un terzo.

Ma, allora, com’è possibile che il deficit commerciale del Regno Unito con la zona euro sia alle stelle e presto supererà quello statunitense (anche gli USA sono fuori dalla zona euro, per quel che ne so)?.

E come mai, al contrario, le esportazioni di Grecia, Irlanda e Italia vanno a gonfissime vele, anche se sono rimaste nell’euro?

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-18032013-AP/EN/6-18032013-AP-EN.PDF

http://www.tradingeconomics.com/greece/exports

Forse, dico forse, l’eurozona è un falso problema e l’austerità è l’unico, vero problema?

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Mi ero rallegrato che Paul Krugman (Nobel per l’Economia) avesse lanciato la provocazione sul New York Times: “Cipro fuori dall’euro, non ha più nulla da perdere” (proprio il giorno successivo ad un mio articolo in cui asserivo che non si era mai espresso in tal senso!).

http://keynesblog.com/2013/03/27/krugman-cipro-lasci-leuro-ora/

Krugman ora si trova in mezzo al guado in una posizione più debole sia rispetto agli euroscettici sia rispetto agli eurofili. Infatti se uno volesse perorare la causa dell’uscita dall’euro, non sceglierebbe certo Cipro, un’economia virtualmente inesistente, come caso esemplare (lo può pensare solo Bagnai, ma Bagnai è anche lo stesso che si indigna per la pretesa europea di controllare un paradiso fiscale al suo interno, quando il 99% della popolazione mondiale ne ha abbastanza delle astuzie degli elusori fiscali). Nei prossimi giorni, o settimane, Krugman sarà costretto a decidere se rientrare nei ranghi o raggiungere l’altra sponda e parlare apertamente di dissoluzione dell’eurozona.

Avevo immaginato che il suo blog prestigioso avrebbe offerto infiniti spunti ed osservazioni di spessore su questo tema, diversamente da altri blog e forum italiani. Le mie attese non sono state deluse: economisti, finanzieri, ingegneri aerospaziali, storici, sociologi, ecc. da tutto il mondo sono arrivati come mosche al miele per dire la loro. In un blog serio non c’è spazio per gli imbecilli/troll e gli ignoranti vengono subito sgamati, perciò se ne stanno alla larga ed il livello del dibattito si eleva. È stato davvero un piacere seguirlo.

Questi sono alcuni dei rilievi critici [e suggerimenti alternativi]

1. Una questione che non è stata discussa è se l’uscita dall’euro implicherebbe anche un’uscita dall’UE [i trattati non consentono di lasciare l’euro senza uscire dall’Unione Europea, ci vorrebbe una secessione e l’atteggiamento degli altri paesi non sarebbe verosimilmente benevolo, negli anni a venire, NdT]. Un argomento che è circolato a proposito della situazione spagnola è che l’Unione Europea non permetterà alla Spagna di uscire dall’euro rimanendo nell’Unione europea in quanto la drastica svalutazione della sua moneta metterebbe in grave difficoltà le altre nazioni [in caso di secessione una rappresaglia sarebbe l’imposizione di barriere tariffarie del 60% o più e il paese secessionista potrebbe solo subirle, NdT].

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/17/luscita-della-grecia-dalleurozona-puo-distruggere-lunione-europea/

Mi permetto di aggiungere che proprio i grillini (così critici dei lunghi viaggi internazionali che servono per “assemblare” e vendere un prodotto) dovrebbero sapere che, nel mercato globalizzato in cui opera l’Italia, il 40% dei prodotti che esportiamo proviene da importazioni (siamo dei trasformatori).

2. Caro Paul Krugman, lei cita Eichengreen, che ha detto che un paese che lasciasse la zona euro innescherebbe una fuga di capitali, ma ci rassicura sul fatto che tanto questo è già accaduto a Cipro. Sì, è vero, è successo a Cipro, ma non ancora in Spagna, Portogallo e Italia. Ma accadrà non appena Cipro lascerà la zona euro, in quanto gli investitori si staranno già chiedendo se questo è solo l’inizio della fine per l’eurozona. Così si scoperchia il vaso di Pandora [ed è precisamente questo il piano: si veda il commento numero 3, NdT]. In questo contesto, mi chiedo anche perché alcuni economisti affermino che Cipro non è sistemica (per via delle sue piccole dimensioni). Nella situazione attuale, in cui molti paesi sono in grave recessione, con la pressione delle svalutazioni interne, ogni paese membro della zona euro è sistemico.

3. Krugman non vede l’ora di far saltare l’euro. Nell’articolo è però onesto perché chiarisce bene quali sono le conseguenze di questa scelta: una forte svalutazione competitiva al 50% che falcerebbe salari e risparmi in modo ben più violento di quanto non sia pianificato negli interventi ora approvati . Ma per competere su che cosa? Qui dice di non conoscere bene l’economia reale dell’isola. Allora se ne stia zitto, farebbe una migliore figura, non quella del ciarlatano che ha qualche vecchia laurea in economia. Potrebbe diventare una portaerei degli inglesi? Scontando i pacchetti turistici? Sì, con gli inglesi che tra 5 anni avranno pezze nei pantaloni come tutti coloro che pensano di poter far da soli in un mondo globalizzato.

4. Pensate alla zona euro come un’enorme banca che sta per fallire. Come la si gestisce? Come tutte le altre banche. Si divide il tutto in una banca buona ed una banca cattiva. Si spostano tutte le attività sane in quella buona e si liquida quella cattiva. La parte “buona” è il centro, quella “cattiva” è la periferia.

Attraverso la tassazione, ansia permanente, il bullismo ai danni dei correntisti, si ottiene un flusso costante di denaro dalla periferia alle banche del centro, per soddisfare le loro esigenze di ricapitalizzazione [il sistema bancario tedesco è marcio almeno quanto quello anglo-americano, es. Deutsche Bank e banche locali autorizzate a celare i loro conti disastrati, NdT].

Attraverso la distruzione del valore di tutto ciò che c’è nella periferia, si fa il pieno di beni a buon mercato e si liquida il resto = sopravvivenza del più adatto [darwinismo sociale degno della peggior tradizione ottocentesca, nazista e neoliberista, NdT].

5. I conservatori americani vogliono ridurci come l’Europa, il che significa che vogliono stati più autonomi. Non hanno davvero idea di quanto grandi siano i pericoli di stati con maggiori diritti [es. http://it.wikipedia.org/wiki/La_seconda_guerra_civile_americana, NdT]

Il fatto che gli Stati Uniti siano così strettamente integrati e federalizzati è ciò che li fa funzionare.

Inoltre, in Europa la gente sente molto di più il richiamo del “questo è nostro”, ragionano ancora come nazioni ciascuna per conto suo. Parlano dei costi incorsi dalla Germania per salvare la Spagna, ecc., ma questo è tipo di supporto che in America va avanti da sempre tra uno stato e l’altro.

Ogni anno miliardi di dollari si muovono dagli stati costieri ricchi verso quelli interni e quelli più poveri. In sostanza, negli Stati Uniti, c’è un constante bail-out e la gente non ci pensa nemmeno più, infatti la maggior parte non ne è nemmeno consapevole.

È stato chiaro fin dall’inizio che l’Unione europea aveva bisogno di un’integrazione molto più forte perché l’esperimento dell’euro potesse sopravvivere.

Devono diventare gli Stati Uniti d’Europa e smettere di cercare di andare d’accordo come una confederazione…diamine non sono nemmeno una confederazione … [ce l’hanno fatta Svizzera, Italia e India: non si vede perché non ce la dovrebbe poter fare l’Europa, NdT]

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Questi primi argomenti dovrebbero già essere sufficienti a far capire che chi vuole l’uscita dall’euro fa il gioco di chi c’è dietro il sabotaggio dell’eurozona e quindi dell’Unione Europea (cf. simbolismi illustrativi – immagine tratta da una campagna pubblicitaria). Tale è il livello di manipolazione della verità che ci sono militanti anti-liberisti che si bevono tutte le scemenze di Nigel Farage, ex broker della City di Londra reinventatosi leader dell’UKIP, il partito nazionalista e razzista inglese. E’ sfrenatamente neoliberista, pro-NATO, pro-industria bellica, contro la Convenzione Europea per i diritti umani, amico di Francesco Speroni e degli europarlamentari della Lega Nord, promotore di un sito anti-europeista, l’Observatoire de l’Europe, stracitato dagli euroscettici (confesso che fino al 2011 anch’io ero uno di questi pirla, un utile idiota come tanti altri).

6. Il 90% dei consumi proviene da importazioni (farmaci, carburante, abbigliamento e calzature, derrate alimentari di ogni genere). E Cipro è povera di risorse naturali ed è scarsamente produttiva da un punto di vista agricolo. La parte settentrionale, turca, è infatti decisamente povera (7000 euro di reddito procapite contro i quasi 30mila di Cipro): solo i fondi europei e l’afflusso di capitali esteri hanno gonfiato un’economia con scarsi margini di sviluppo. È dura credere che la competitività migliorerà in seguito.

7. Il problema principale è il possibile crollo dell’intero sistema bancario cipriota che, senza i prestiti europei, inghiottirebbe tutti i correntisti, grandi e piccoli.

8. L’Argentina non può essere un modello per Cipro. Ci sono ovvie ed immense differenze di dimensioni, demografia, profilo economico, disponibilità di risorse naturali. Oltre a questo l’idea che lo sganciamento argentino dal dollaro sia stato relativamente indolore è errata. Ci sono voluti anni per recuperare il terreno perduto, i fondi pensione sono stati confiscati dal governo e la ripresa si è avuta solo grazie al boom dei prezzi delle materie prime, fino alla crisi del 2008 e ora si ritrovano con un’inflazione reale al 25% e le altre nazioni riluttanti a concedere prestiti.

9. Fornire servizi bancari offshore che consentono l’evasione fiscale non è un buona prassi: è avarizia e prima o poi si paga. Il capitalismo non regolamentato promuove la diffusione dell’avarizia, non il benessere degli esseri umani, ed è una dinamica insostenibile.

10. Perché la svalutazione competitiva della dracma (nella misura dell’80%) prima dell’ingresso nell’euro era considerata OK, mentre i vantaggi che la Germania ha tratto dall’euro sono immorali? Se una prassi è scorretta lo deve essere anche l’altra e le guerre valutarie non sono nobili. Prima dell’ingresso nell’eurozona tutto costava davvero molto in Grecia.

11. Mi divertono certi commenti della gente sulla Germania. È molto facile essere generosi con i soldi degli altri. Non sottovalutate gli effetti delle caricature hitleriane della Merkel. Ho notato che quando insulto amici e conoscenti, in genere non mi parlano più.

12. Mi chiedo se l’euro funzionerebbe meglio se fosse una vera moneta unica, invece di un gruppo poliglotta di valute chiamate con lo stesso nome. Sembra che sia una valuta solo di nome e non di fatto, e ogni paese è abbandonato a se stesso. Negli Stati Uniti, gli stati sono strettamente federati in una vera unione politica (non importa quanto polarizzata) e quindi un dollaro è un dollaro ovunque e sempre.

13. Se l’Europa non fosse un’entità ridicolmente disfunzionale, i costi di ricapitalizzazione / ristrutturazione / chiusura / etc. delle banche cipriote ricadrebbero su tutta l’Europa, come avviene negli Stati Uniti. Il vantaggio sarebbe quello di avere un maggior controllo dei sistemi bancari nazionali da parte dell’UE, il che potrebbe aiutare a prevenire il tipo di distorsioni viste a Cipro. Il problema dell’Europa non è di natura economica ma politica. È folle immaginare che uno può avere l’unità economica senza l’unità politica.

14. Non è l’euro il problema. Il problema è la gestione dell’eurozona a beneficio di una ristretta élite.

15. Le ragioni per cui le politiche di austerità dei repubblicani causeranno gravi danni agli Stati Uniti, se portate fino alle loro logiche conclusioni, sono le stesse per cui l’austerità europea ha gravemente danneggiato l’economia e la società della zona euro.

16. Se la BCE fosse disposta ad agire nell’interesse di salvare l’euro, questa discussione non avrebbe luogo [questo è il punto: dovrebbe essere ormai chiaro che è in atto un sabotaggio e che se ci fosse la volontà di salvare l’eurozona basterebbero pochi accordi e qualche firma NdT].

17. Tutti sapevano che la banca greca fatta fallire era gestita da gangster. Chiunque ci abbia messo dei milioni si merita il salasso che riceve.

18. Riflettete su questa cosa. Il vostro governo si è inventato questo piano di arricchimento ma è fallito e ora vi viene detto che l’unico modo di fare soldi in futuro sarà il turismo. Siete proprietari di un hotel, oppure ci lavorate e ora qualcuno vi chiede di tornare a quella che si considera una valuta priva di valore (la lira cipriota). Preferite guadagnare molto meno con una valuta di cui la gente si vuole liberare, oppure con l’euro?

http://www.banknoise.com/2013/03/referendum-sulleuro-basta-dare-la-possibilita-alla-gente-di-essere-pagati-in-lire-e-rifiuterebbero-tutti.html

19. Ma cosa può fare un’ampia svalutazione per la popolazione di Cipro? Una pagnotta costerà molto di più? Gli affitti saliranno come il prezzo delle merci importate? Se porto un gran numero di turisti nell’isola, albergatori, ristoratori e tutti gli operatori dell’industria turistica faranno soldi a palate – ma tutti gli altri? Cosa succede ai pensionati, soprattutto se il denaro delle loro pensioni è in quelle banche chiuse?

Come soluzione a lungo termine, magari il turismo ha qualche validità, ma a breve termine (5 anni?) Ci sono distese di alberghi al 30% della capacità di accoglienza? Da dove proviene il cibo per i turisti [se è importato costerà molto di più, NdT]? E il materiale da costruzione [idem, NdT]? Non bisognerà pagare tutto questo in euro? Quanto tempo ci vuole per pianificare, acquistare terreni, passare attraverso gli ostacoli normativi, prima di poter costruire un casinò? Cosa succederà nel frattempo?

Basta darci dentro con l’emissione di nuova valuta al punto in cui non solo i ciprioti non avranno alcun potere di acquisto al di fuori dei loro confini (non che avranno soldi da spendere in ogni caso), ma fare in modo che prodotti dannatamente a buon mercato per gli stranieri faranno espandere drammaticamente le esportazioni? In che modo un’economia basata sulla finanza diventa improvvisamente una potenza esportatrice? E qual è il suo suggerimento per prevenire la fuga di capitali che, inevitabilmente, si verificano una volta che le banche riaprono? Come si fa ad evitare l’assalto alle banche?

http://www.banknoise.com/2012/05/se-uscire-dalleuro-la-soluzione-perch-c-la-fuga-dalle-banche-greche.html

Non c’è alcun semplice rimedio, ma voltare le spalle alla Comunità dell’Euro è un suicidio.

20. Io di solito sono d’accordo con i suoi consigli, ma in questo caso credo che lei stia esaminando il problema da una prospettiva troppo ristretta. L’economia non è tutto. Ho il sospetto che se analizzasse i 50 stati degli Stati Uniti scoprirebbe che alcuni farebbero bene a lasciare il dollaro e stampare le proprie valute svalutate. Suppongo che lei non suggerirebbe loro di farlo – per motivi non economici. L’euro è stato importante per la pace nel continente più guerrafondaio del 20° secolo – non torniamo indietro ora che siamo nel 21° secolo.

21. Quindi la scelta è tra l’austerità tedesca o una sorta di Tijuana mediterranea con prostituzione legale, gioco d’azzardo, forse piantagioni di marijuana, che non hanno bisogno di molta acqua?

22. Forse Cipro dovrebbe riunificarsi e diventare parte della Turchia?

23. Perché gli europei non sembrano capaci di gestire un semplice fallimento bancario? Quando IndyMac e WaMu sono crollate non abbiamo dovuto chiudere il paese per due settimane e pensare a cosa fare. Non era la Deutsche Bank.

24. Questo è un post affascinante e dimostra quanto gli economisti siano imbelli ed inetti quando devono venirsene fuori con delle soluzioni concrete ai problemi. L’unico suggerimento che Krugman sa trovare è lasciare l’euro e reintrodurre la vecchia e svalutata moneta cipriota.

Ma cos’è il miracoloso “settore delle esportazioni” che salverà Cipro?

I servizi finanziari sono morti.

Agricoltura? Sta scherzando?

Vacanze? Questo è probabilmente l’unico settore con qualche possibilità reale, ma i pacchetti low-cost, dove la gente di solito non si avventura fuori dagli alberghi, fanno molto poco per aiutare l’economia locale e anzi favoriscono una nuova forma di sfruttamento nel settore del turismo – basta guardare ad alcune delle aree circostanti, come la Turchia e la Grecia.

E poi, naturalmente, c’è il piccolo problema di pagare per tutte le importazioni, come il carburante, il cibo, e quasi tutto il resto, con una moneta molto svalutata!

25. Riconsiderare quest’inane dogma dell’austerità è e sarà sempre un compito molto più facile che lasciare l’eurozona. Le conseguenze della dissoluzione dell’eurozona non si possono prevedere e, quindi, alleviare per tutte le parti coinvolte. Data la recessione che seguirà, chi esattamente farà turismo e comprerà il vino cipriota? Per non parlare della diffusione nei paesi BRICS della recessione, a causa della contrazione delle loro esportazioni verso l’Europa.

26. Mentre lei, De Grauwe e altri avete senza dubbio ragione riguardo all’austerità, è disposto ad ammettere che questo blitz della zona euro sul paradiso fiscale cipriota sia una giusta sanzione contro i paradisi fiscali? Ora tutti i paradisi fiscali dovranno verificare la solvibilità delle banche e delle nazioni con cui fanno affari. Chiaramente, le banche cipriote non potrebbero far parte di un’unione bancaria.

27. Purtroppo il modello incentrato sulle esportazioni funziona solo in paesi che hanno industrie competitive e prodotti a costi eccessivi. Può andar bene per Stati Uniti, Paesi Baltici o Francia, ma non per Portogallo, Cipro e Grecia. Naturalmente la svalutazione li renderebbe destinazioni più attraenti per i turisti a basso costo, ma non è un grande business per tutti (la maggior parte dei soldi va alle compagnie aeree, proprietari stranieri di alberghi e in birra importata).

Non è possibile competere con destinazioni vicine come la Turchia, la Tunisia, la Bulgaria e l’Egitto, dato che i loro salari sono da terzo mondo. Molti turisti vogliono viaggiare all’interno della zona euro e all’interno del sistema comune di legislazione europea, quindi forse lasciare l’euro non sarebbe una buona idea, dopo tutto.

28. Ma se sei un paese che importa molto di ciò che consuma, la svalutazione non aumenterebbe il costo di molti beni di consumo? E non colpirebbe perciò prevalentemente i salariati a basso reddito?

29. Come si potrebbero evitare enormi deflussi di capitali? Le restrizioni ai movimenti di capitale non sono mai state molto efficienti.

30. Lei è mai stato a Cipro? Non è la Costiera Amalfitana, non è nemmeno Maiorca. Lei sta proponendo una svalutazione del 40-50% della moneta cipriota e quindi un dimezzamento quasi immediato delle condizioni di vita degli abitanti e del valore dei beni immobili, nella speranza di creare un enorme boom turistico in una destinazione non particolarmente attraente.

31. L’economia non è tutto. Ha mai deciso di sposarsi, divorziare o avere dei figli solo per massimizzare l’utile economico? Ci devono essere delle considerazioni geopolitiche in gioco, dal punto di vista di Cipro così come da quello europeo. Lei è certamente a conoscenza di non poche questioni complesse in gioco, al di là delle prospettive strettamente legate al PIL. Che importanza hanno? Gli Stati Uniti possono essere indifferenti a questi problemi? E poi, è saggio dare dei consigli così alla leggera, fingendo di ignorare le altre dimensioni del problema?

32: [sul debito cipriota convertito all’istante in lire cipriote con i creditori che perdono un mucchio di soldi in seguito alla svalutazione forsennata che esse subiranno] Cosa possono fare i creditori del resto del mondo? Consiglieranno ai ciprioti di ficcarsi la loro carta straccia dove reputano più opportuno, rifiuteranno qualunque prestito e qualunque esportazione senza pagamento anticipato e, presumibilmente, confischeranno qualunque bene cipriota all’interno dei loro confini nazionali per coprire i debiti.

33. La differenza è che l’austerità durerà probabilmente diversi anni, mentre uno shock da svalutazione sarà una tantum. Tuttavia l’effetto di impoverimento iniziale per una parte significativa della popolazione potrebbe essere così grave che nessun politico si assumerebbe la responsabilità di tale decisione – a meno che lui e la sua famiglia siamo fortemente motivati a lasciare l’isola per sempre e non tornare mai più.

34. Io vivo a Cipro. Cipro non ha l’acqua, né aree coltivabili sufficienti per aumentare la produzione agricola. L’isola soffre di periodica carenza d’acqua e impone razionamenti dell’acqua che colpiscono anche il turismo. In un ambiente caldo e secco, l’uso dell’acqua e l’agricoltura vanno di pari passo. Cipro può migliorare la conservazione dell’acqua attraverso una migliore tecnologia, ma avrebbe bisogno di investimenti. Le banche cipriote non hanno soldi da prestare al momento. Gli istruiti e ben pagati banchieri, commercialisti, avvocati, revisori contabili e altri colletti bianchi non saranno disposti a lavorare nei campi. Abbandoneranno l’isola.

35. Ci sono voluti circa 65 anni perché la moneta comune degli Stati Uniti si stabilizzasse e anche allora era soggetta a crisi enormi come il fallimento Jay Cooke del 1873 e il panico del 1907. L’Euro è un work in progress.

36. Ripristinare lo status quo precedente? Lei pensa che i leader ciprioti stiano seriamente pensando che, dopo un periodo prolungato di miseria per il loro popolo, le banche cipriote dovrebbero tornare a mettersi al servizio dei grandi elusori fiscali e riciclatori di denaro sporco di tutto il mondo? Pensare che i ciprioti debbano soffrire perché le loro banche possano tornare a comportarsi come prima è tanto bizzarro quanto è osceno, e la sua oscenità farebbe impallidire Sodoma e Gomorra.

37. Naomi Klein ha spiegato molto bene il motivo per cui le multinazionali spremono i popoli più deboli del mondo. Sfruttano il debito in eccesso formatosi sulla base di stime esagerate del potenziale di sviluppo dell’economia locale, fissate con l’aiuto di compiacenti funzionari locali a beneficio delle mega-aziende e dei loro complici. Il profitto arriva quando il paese è costretto a dismettere i suoi beni pubblici e venderli ai privati per risanarsi. Una volta che questo accade, anche la pioggia viene privatizzata da interessi off-shore (es. con sede alle Cayman) che vogliono essere pagati. A quel punto il paese debitore è pronto per il suo sfruttamento non-sostenibile.  

La questione da porsi è la seguente: “Perché questo continua a succedere in tutto il mondo?” L’attacco all’eurozona è solo l’ultima espressione dell’incompatibilità di democrazia e capitalismo quando le aziende diventano troppo grandi e sfuggono alla regolamentazione.

38. La maggiore competitività [risultato della svalutazione della lira cipriota] non serve a nulla se la domanda dall’estero zoppica.

http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/26/cyprus-seriously/

http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/27/debt-and-devaluation-mediterranean-edition/

http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/28/whats-the-greek-for-corralito/#postComment

39. Riccardo Achilli sulla Grecia, ma vale anche per Cipro: una simile uscita equivarrebbe, in prima battuta, a scatenare una ondata speculativa contro l’euro stesso, una sua svalutazione selvaggia, una conseguente fiammata inflazionistica da importazioni in tutta l’area-euro e quindi un incremento rapidissimo dei tassi di interesse, che incorporerebbero il maggior premio per il rischio di investire in attività denominate in euro e la maggiore inflazione. L’incremento dei tassi di interesse finirebbe di soffocare la già asfittica domanda per investimenti europea, aggravando la recessione, e farebbe aumentare rapidamente il servizio del debito pubblico degli altri Paesi PIIGS, facendoli fallire uno dopo l’altro, conducendo al collasso del sistema bancario e finanziario europeo, con conseguenze disastrose sull’intero capitalismo mondiale.

http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/05/grecia-alcuni-scenari-di-riccardo.html

40. Si sono fatte sentire forti le polemiche sulla proposta (bocciata) di risolvere la crisi economica di Cipro con un prelievo tra il 5 e il 10% dei depositi nei conti correnti. Come detto la proposta ha trovato una solida opposizione ed è stata bocciata.

La domanda che noi ci facciamo però è questa: se in alternativa si fosse ipotizzato di convertire i depositi in una nuova valuta locale, ci sarebbero state le stesse proteste?

Ma allora, ci piacerebbe che qualcuno ci spiegasse in che modo vedere sostituire i propri risparmi con qualcosa che vale il 20 o il 30% in meno (ma nel caso di Cipro potrebbe essere anche il 50%: questo vuol dire quando si parla di “svalutare una  moneta“) sia meglio che vederne “prelevato” il 5-10%. Tanto più che nel primo caso il taglio lo subiscono anche gli stipendi.

PS: Non stiamo dicendo che il prelievo dai conti correnti è una soluzione ideale. Stiamo dicendo che ci sono soluzioni peggiori.

http://www.banknoise.com/2013/03/ma-il-prelievo-dai-conti-e-peggio-che-convertirli-in-altra-valuta.html

Chi vuole la morte dell’euro e perché? Dell’insostenibile superficialità e/o malafede degli eurofobi

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Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.

Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un'analisi marxista europeista della crisi dell'eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano.
Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.

*****

La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.

Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta  (divide et impera).

Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.

Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.

Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca).
Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.

Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)

Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank. Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.

Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/

E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?

Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-otto-punti-del-pd-sono-inadeguati-ad-affrontare-la-crisi-europea/

Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.

vendesi-monti

MARIO MONTI È EUROPEISTA?

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».

(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)

Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.

Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?

Forse per alimentare l’anti-europeismo?

Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unicoCulturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/

Italien/ Merkel-Karikatur

ANGELA MERKEL È EUROPEISTA?

«Sta rovinando la mia Europa».

Helmut Kohl, riferendosi alla Merkel

 “Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=166060

È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.

Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

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Thilo Sarrazin

PERCHÉ? CUI PRODEST?

I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.

http://www.iltempo.it/economia/2012/09/14/bundesbank-e-merkel-un-gioco-delle-parti-1.7729

La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-26/weidmann-eu-144607.shtml?uuid=AbARwvTG

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/14/FINANZA-Dalla-Bundesbank-un-nuovo-attacco-alla-Bce-di-Draghi/363610/

Cose da fare dopo la sconfitta della Germania

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All’estero il nuovo ruolo della Germania provoca preoccupazione e disapprovazione. I giornali greci, i tabloid inglesi e la stampa di Berlusconi propongono paragoni con i nazisti e raccontano di un ipotetico “Viertes Reich”: questa volta la Germania lo costruirebbe con le banche invece dei panzer. Anche i giudizi dei media con una  reputazione  migliore non sono diversi: un’analisi di Reuters identifica la Germania come “la piu’ grande minaccia per l’Europa”. Invece di adattarsi ad un tentativo di dominio tedesco condannato al fallimento, gli altri stati, se necessario, dovrebbero formare un “fronte comune” contro la Repubblica Federale e costringerla a sottomettersi alle regole europee. In caso estremo si dovrebbe garantire la sopravvivenza della zona Euro senza la Germania. Anche secondo l’Economist, il governo tedesco ha le responsabilità maggiori nella crisi Euro, non da ultimo per la sua fissazione sui programmi di risparmio. Merkel tuttavia sembra ipotizzare che anche in caso di rottura dell’Euro, la Germania riuscirebbe comunque a cavarsela.

http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/03/leuropa-di-merkel-prima-parte.html


La Germania, alla fine, perderà la terza guerra civile europea nel giro di un secolo. Cosa succederà dopo?

Sette punti per gli “Stati Uniti d’Europa”

di Paolo Pini, docente ordinario di Economia politica, Università di Ferrara

1) Occorre estendere competenze, poteri e strumenti della BCE in modo che questa operi come effettiva Banca Centrale che ha il precipuo compito non solo di controllare la dinamica delle variabili monetarie che influenzano la dinamica dei tassi di interesse ma anche quella di garantire condizioni di robustezza e solidità della moneta unica sui mercati internazionali ponendo al riparo le politiche fiscali, garantendone l’efficacia, dalla speculazione sui mercati finanziari. In altri termini la BCE deve essere posta nelle condizioni di operare come “prestatore di ultima istanza”.

2) Occorre che a livello comunitario gli investimenti pubblici finanziati sui bilanci nazionali, anche in funzione anticiclica, siano consentiti e non vincolati dalle regole poste dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria del marzo 2012 (Patto di Bilancio Europeo/Fiscal Compact), al fine di poter utilizzare la politica fiscale per contrastare la crisi e favorire la crescita.

3) Occorre realizzare l’emissione di eurobonds, secondo le diverse tipologie. Alcune di queste sono dedicate a finanziare progetti europei di ampia dimensione che possano innescare crescita quantitativa e qualitativa delle economie europee, quali quelli per sostenere l’economia digitale, l’economia verde, l’economia della conoscenza. Altre tipologie di eurobonds devono essere utilizzate per stabilizzare la gestione dei debiti pubblici nazionali e creare un mercato ampio di titoli pubblici europei basati su garanzie reali, come monti economisti hanno da tempo suggerito.

4) Occorre ampliare la dimensione del bilancio pubblico europeo che ora pesa solo l’1% del prodotto interno lordo dell’insieme degli Stati membri. L’innalzamento del budget a disposizione della Commissione Europea, contrastando le politiche di quanti invece vogliono ridurlo, consentirebbe di supportare interventi più robusti sia per il riequilibrio strutturale tra i Paesi dell’Unione, sia per progetti infrastrutturali nel capitale fisico e nel capitale intangibile.

5) Occorre accelerare la realizzare dell’armonizzazione fiscale in ambito comunitario volta a rendere omogenei i regimi fiscali applicati in ciascun Paese membro dell’Unione. La presenza di sistemi fiscali molto differenti costituisce un evidente incentivo a praticare politiche nazionali competitive e non cooperative tra gli Stati membri dell’Unione, e riducono evidentemente l’efficacia delle politiche fiscali, di quelle industriali e delle politiche del lavoro.

6) Occorre finalizzare le iniziative di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri non solo sugli obiettivi di consolidamento dei debiti nazionali, il cui timing deve essere rivisto, ma anche sulla riduzione degli squilibri dei flussi commerciali tra gli Stati membri. Gli squilibri dei flussi commerciali costituiscono una delle principali cause all’origine delle tensioni sulla moneta unica. Le politiche di coordinamento devono operare non solo sui Paesi con deficit strutturali, chiedendo a questi di realizzare riforme strutturali dei loro mercati interni, ma soprattutto sui Paesi con avanzi strutturali delle loro bilance commerciali, per indurli a sostenere la loro domanda interna e non affidare la crescita solo all’espansione dei mercati esteri.

7) Occorre intervenire sul sistema bancario, accrescendone il controllo, al fine di ridurre il rischio sistemico con strumenti sia di tipo fiscale (tassando specifici strumenti finanziari e transazioni) che di tipo regolativo (vietando specifiche attività e transazioni), facendo molto meno affidamento sugli strumenti della “ponderazione del rischio” e della “capitalizzazione” che si sono dimostrati in gran parte inefficaci se non anche controproducenti (introdotti con Basilea 2 e Basilea 3). Il sistema bancario ha perso le sue funzioni complementari all’economia reale, per il sostegno delle imprese e delle famiglie, ed è diventato pressoché auto-referenziale essendo venuta meno da decenni la separazione tra attività bancaria di deposito e l’attività bancaria di rischio che era stata introdotta a seguito delle crisi bancarie di inizio secolo scorso. Perché il credito ritorni ad essere funzione dell’economia reale, occorre ripristinare, nelle nuove condizioni odierne, quella separazione.

Crediamo che ogni progetto di politica economica nazionale, per quanto ambizioso esso sia, debba misurarsi con le due visioni dell’Europa e con le sette azioni cardine di cui sopra, e misurarsi con la necessità di intervenire per cambiare l’Europa che abbiamo. Gli Stati Uniti d’Europa rimangono e devono rimanere la meta verso la quale indirizzare la politica e l’economia [N.B. Non sono affatto convinto che dobbiamo per forza copiare gli USA: possiamo fare qualcosa di diverso, più adatto alla realtà europea, NdR]. L’Europa che abbiamo è però purtroppo quella nella quale la moneta unica, per gli errori intrinseci nella sua nascita, impone vincoli e regole che devono essere cambiati quanto prima.

http://keynesblog.com/2013/02/21/sette-punti-per-gli-stati-uniti-deuropa/

Come distruggere la Germania in poche mosse (ovvero tanto va la gatta al lardo…)

Cat-looking-like-Hitler

Il mercato dell’auto europeo è in crisi sempre più profonda ed ora il mordo della sovracapacità sta contagiando anche le più floride economie europee, come la Germania. Dai dati resi noti dall’associazione degli importatori Vdik, le immatricolazioni sono crollate di oltre il 10% a febbraio, dopo aver riportato un calo dell’8,5% a gennaio. I primi due mesi chiudono con un calo delle vendite del 9,8%. Un inizio d’anno pessimo, confermato anche dai dati dell’agenzia ufficiale KBA, che ha indicato un calo del 10,5% a febbraio e del 9,6% nell’arco del primo bimestre. Il 2012 aveva visto la Germania reggere meglio degli altri Paesi europei, con un calo contenuto delle vendite di auto del 2,9%, ma l’inizio dell’anno nuovo sembra proprio aver testimoniato una netta inversione di rotta.

http://www.teleborsa.it/News/2013/03/04/e-crisi-profonda-per-l-auto-vendite-a-picco-anche-in-germania-703.html

Il modello economico tedesco:
1. Mantenere il tenore di vita dei cittadini tedeschi nel loro complesso in sostanziale e costante declino (i redditi medi reali sono scesi del 4,5% tra il 2000 ed il 2010, mentre l’economia è cresciuta);
2. Far crollare quello delle fasce povere (redditi reali per il 20% più povero in diminuzione del 16% tra il 2000 ed il 2010);
3. Far aumentare la disuguaglianza (record tedesco tra il 1990 ed il 2010, con un aumento di ben 4 punti nel coefficiente di Gini);
4. Avere un boom di “mini” posti di lavoro a tempo determinato che offrono pochi diritti, nessuna sicurezza e nessun potere contrattuale;
5. Avere un boom del numero di lavoratori la cui sopravvivenza, a causa dei loro bassi redditi, dipende dal welfare finanziato dai contribuenti;
6. Ridurre sensibilmente i consumi interni attraverso queste misure;
7. Aumentare le esportazioni attraverso le suddette misure (costo del lavoro in caduta in conseguenza del fatto i salari non hanno tenuto il passo con la produttività o l’inflazione);
8. Avere una moneta il cui valore non riflette la forza competitiva del paese (dal momento che è svalutata come risultato della depressione economica degli altri membri dell’unione);
9. Insistere sul dimagrimento dello stato, i tagli ai servizi pubblici ed al welfare, la privatizzazione e ‘liberalizzazione’ del mercato del lavoro in altri stati membri. Insistere su tutto questo a prescindere dalle circostanze in cui si trova ad operare il governo sotto pressione (che sia la Grecia in deficit disastroso o l’Irlanda che aveva un bilancio in attivo fino al collasso bancario: pari sono);
10. Cercate di bandire per sempre qualunque politica economica che non sia neoliberista, indipendentemente dalla volontà popolare o degli stessi governi e parlamenti, insistendo sulla verifica ed approvazione dei bilanci da parte delle autorità europee e sull’austerità,a prescindere dalle conseguenze per le popolazioni (es. disoccupazione giovanile sopra il 50%);
E Bersani e Monti APPROVANO!

La Germania sta affondando e non c’è alcuna Wunderwaffe (arma segreta miracolosa) che potrà salvarla

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/29/quando-i-tedeschi-capiranno-che-la-merkel-li-ha-truffati/

Uno si potrebbe chiedere come sia possibile che i tedeschi si siano fatti turlupinare 3 volte in un secolo

Charlie Brown

Quanto agli italiani: Mussolini, Berlusconi, Monti…un ruolino di marcia di tutto rispetto.

Chi di austerity ferisce, di austerity perisce (da Voci dalla Germania)

I dati in arrivo dall’economia tedesca ci dicono che l’austerity sta avendo un effetto molto negativo anche sulla principale economia dell’Eurozona. Il ramo inizia a scricchiolare sul serio. Da jjahnke.net
Andamento del PIL in rapporto trimestre precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Secondo l’ultimo comunicato dell’Ufficio federale di statistica il PIL tedesco nel quarto trimestre è sceso dello 0.6 % rispetto al trimestre precedente (dati destagionalizzati).
Sviluppo del PIL tedesco (dati destagionalizzati) in rapporto al trimestre precedente e allo stesso periodo dell’anno precedente
Di particolare interesse: gli investimenti netti, in calo già dal secondo trimestre del 2011, secondo i dati pubblicati, hanno continuato la loro discesa anche nel quarto trimestre 2012.
Investimenti netti in Germania (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Altri dati dell’ufficio di statistica confermano per il quarto trimestre 2012 un forte calo del fatturato dell’industria tedesca e una riduzione delle vendite al dettaglio.
Andamento delle vendite al dettaglio
Nel confronto internazionale lo sviluppo dell’economia tedesca non è particolarmente favorevole.
Andamento del PIL in rapporto al trimestre precedente (Fonte Eurostat)
Anche l’export sta rallentando, nonostante gli “Hurrà” che arrivano dalla politica. L’ufficio federale di statistica ha titolato cosi’ il comunicato sull’andamento dell’export nel 2012: “+3.4 % sul 2011 – esportazioni e importazioni raggiungono nuovi livelli record”. I media hanno rilanciato con molto piacere la buona notizia. In realtà, sono dati del passato. Rispetto al mese di dicembre dello scorso anno c’è stato un calo di quasi il 7%. 
Andamento dell’export in rapporto allo stesso mese dell’anno precedente (Statistisches Bundesamt).
Le importazioni tedesche si sono sviluppate in maniera ancora peggiore. Dall’Eurozona rispetto allo stesso mese dell’anno precedente sono scese di quasi il 6.8%. La Germania in questo modo è sempre di piu’ l’opposto della famosa locomotiva d’Europa.
Andamento dell’import in rapporto allo stesso mese dell’anno precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Anche l’andamento dell’occupazione ristagna dalla metà dello scorso anno.
Andamento dell’occupazione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (Statistisches Bundesamt)
Nei dati sull’evoluzione della disoccupazione le statistiche potrebbero ingannare. Solo il 58 % dei 5.4 milioni beneficiari di sussidi di disoccupazione nel 2013 è stato ufficialmente segnalato come disoccupato. Sei anni prima la percentuale era del 65%. 
Percentuale di beneficiari di sussidi di disoccupazione contabilizzati come disoccupati (parte blu). Bundesagentur fuer Arbeit)
Nonostante tutti gli accorgimenti utilizzati per rendere piu’ belli i dati (i disoccupati da piu’ di 12 mesi con oltre 58 anni di età non vengono considerati nel numero dei senza lavoro), la disoccupazione cresce dall’ottobre 2012.
Andamento della disoccupazione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (Fonte: Bundesagentur fuer Arbeit)

I sanculotti grillini hanno preso la Bastiglia – istruzioni per l’uso del M5S

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La serpe in seno dell’Ancien Régime ;oD

La metaforica Bastiglia italiana è caduta tra il 24 ed il 25 febbraio del 2013:

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Il M5S è il primo partito italiano alla Camera.

Com’è potuto accadere?

Minipreambolo - della serie: “pensano che la ggente sia davvero stupida” – Monti è stato brutalmente sconfitto – “Fino a ieri i sondaggi, prima che il premier annunciasse la sua disponibilità a candidarsi, davano una generica lista Monti al 15% con un bacino potenziale del 25%. Ebbene, dicono che il professore punti al 30% per sciogliere positivamente la riserva” (Il Messaggero, 24 dicembre 2012). Bersani ha perso perché ha continuato a ventilare ipotesi di collaborazione con Monti, ma i media ci assicurano che l’ultramontiano Renzi avrebbe vinto. Il principio di realtà è un ricordo del passato.

Ecco un commento efficacissimo apparso su MicroMega. Lo sottoscrivo in pieno, salvo l’attacco all’euro (che comunque è formalmente corretto, perchè la gestione dell’euro è stata realmente criminosa ed anti-europeista, distruggendo il lavoro di decenni). Il lettore scrive a tratti in romanesco, ma sa di cosa sta parlando – lo stesso giorno il Nobel Paul Krugman (complottista?),  sul NYT, descriveva Mario Monti come un proconsole della Merkel messo a Roma con la connivenza dei partiti tradizionali per imporre misure di austerità depressive (!!!) – e il messaggio diventa ancora più potente. La dirigenza del PD non ha ancora afferrato pienamente quel che è successo (a me è successo verso le 5:30 del giorno dopo: mi sono svegliato con le idee improvvisamente chiare).
C’è un prima e un dopo: loro sono ancora nel prima, ma arriveranno nel dopo a rimorchio, volenti o nolenti, com’è successo a me.

“Buonasera.

La domanda è questa: perché l’elettorato si affida a Grillo e non all’originale?

La risposta era molto chiara, stasera, se si aveva la pazienza e lo stomaco di girovagare per le varie trasmissioni.

Perché il Pd ha perso, hanno chiesto ad autorevoli opinionisti e membri del partito? Risposte fantastiche. Per la legge elettorale. Perché il Pd non ha messo in lista persone nuove. Perché non ha diminuito lo stipendio ai politici. Perché (Scalfari, sublime) gli ha tolto voti Ingroia. Perché non ha saputo proporre niente di nuovo agli elettori. Perché non c’era Renzi. Perché pioveva. Perché Grillo strilla per le piazze. Perché a socera de Bersani porta sfiga, eccetera…

Incredibilmente, da Vespa non mi ricordo chi, un genio, ha fatto presente che il Pd ha collaborato alle politiche economiche e sociali del governo Monti (identiche alle politiche che da 20 anni pusher neoliberisti vanno spacciando in Europa come uno sballo senza pari, e che il Pd ormai cià scolpite nell’anima, infatti le vorrebbe continuare…), politiche ormai universalmente riconosciute come nefaste. Politiche di destra (si veda il pezzo di Bifo Berardi). Politiche che in tanti di sinistra (io, per la precisione comunista) hanno vissuto come un vero e proprio tradimento. L’ennesimo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mo’ basta.

Non se l’aspettavano la batosta, porelli. E, certo, a guardarli, ben pasciuti, ben piazzati, annidati nel loro fantastico mondo di Amelie fatto di principi che non corrispondono ad alcuna sostanza, si capisce che non se lo aspettavano. Domandiamoci: come credono che campino gl’italiani, ’sti marziani? La Fornero ha esplicitato il loro unanime pensiero: gl’italiani nun cianno voja de lavorà e passano il tempo a magnà la pasta seduti ar sole. E perchè? Perchè so’ zozzi e bestiali (il governo Monti ha esplicitato il pensiero generale della nostra raffinatissima calsse dirigente), e vanno civilizzati

E se il Pd non ha vinto (il partito dei più fichi, dei migliori a priori, la santa chiesa della sinistra che denuncia, scomunica e santifica e nun sbaja mai), è colpa dell’itajani, che nun capischeno na cippa. Italiani buzzurri. Italiani che nun ve va de fa niente. Italiani che odiate la santa Europa. Italiani, razza inferiore! Mica come noi, i strafichi, che abbiamo studiato all’estero, parlamo l’inglese, portiamo abiti di buon taglio, e nun pagamo na lira de tasse.

Belli, sti fenomeni, proprio belli. Fassino era spiritato, Gotor nevrastenico, Letta un santino di sè stesso. Cacchio, avranno pensato, ma l’itajani ce stanno davero, nun so solo proiezioni e statistiche…ma come se permettono…e pensare che avevamo garantito, e dato il paese in pegno ai mercati, alla Merkel, a Wall Street…

Ah l’Europa, mo che penserà, avranno pensato? Ce famo na figuraccia. Oddio, tutta sta fisima dell’Europa non ce l’avrei. Girano pazzi scatenati per l’Europa, paranoici deliranti come Olli Rehn, quello che manda le lettera all’Fmi, dopo il paper di Blanchard, per dire che nun era vero che l’austerità faceva danni…ma lasciamo perdere. Europa, Europa uber alles! Sì, vabbè, l”euro ci ha fatto a pezzi, i mercati nostri se li sono fregati Franchi e Ostrogoti, ma voi mette che se devi andare a Parigi a fare shopping non devi cambià. E annamo…

Erano proprio stupiti, Pucciarelli, tanto. Strepitavano. Gotor ogni tre respiri parlava di grande responsabilità di fronte a un paese che il Pd ( e il Pdl, se capisce) hanno raso al suolo trattandoci da schiavi e pezze da piedi e maiali. Fifa la Cermania! E adesso i macellai, quelli che hanno massacrato il 90% degli italiani (ma ben pagati, loro, oh quanto ben pagati), ce vonno mette na pezza…

Pucciarè, saremo incivili, zozzi e nun parleremo l’inglese. Anzi, come vedi, manco l’itajano. Ma nun semo scemi. Sta caciara ha da finì. Hanno già rotto quasi tutti i servizi de piatti e bicchieri, e storto le posate. Mo basta.Se vonno fa casino andassero fori.

Nella Crande Cermania, per esempio. Lì, li aspettano a braccia aperte. Ce da andà a raccontà un po’ de cazzate ai polacchi e a tutti quelli che dentro l’euro ancora nun ce stanno…e chi mejo dei pulcinella nostri, quelli che stasera strillavano, ansimavano, nun se capacitavano?

Quelli che l’Itaja è un ber posto ar parlamento, del resto chissenefrega, mica ce sto io a la pioggia e ar vento…

Saluti.

Saluti.

Saluti.

Bruno Di Prisco”

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/25/matteo-pucciarelli-non-e-un-disastro-e-molto-peggio/

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Un’attivista del M5S ha proposto ai cittadini (non si faranno chiamare “onorevoli”, bensì “cittadini” – come i citoyen della rivoluzione francese) grillini eletti in Parlamento di vestirsi di bianco per la loro “prima volta” dopo la “presa della Bastiglia“, in modo da distinguersi fin da subito dagli altri parlamentari.

È inevitabile pensare ai sanculotti: “Il diverso abbigliamento adottato dai “patrioti” – soprattutto piccoli commercianti, impiegati, artigiani e operai – costituiva la precisa volontà di distinguersi dalle classi agiate, sottolineando i differenti obiettivi politici che li distanziavano tanto dai contro-rivoluzionari quanto dai più moderati sostenitori della Rivoluzione” (wikipedia).

I sanculotti, popolani indignati, senza un preciso disegno politico in mente ma con tanta buona volontà e voglia di giustizia e libertà, furono contesi tra i girondini da un lato (moderati) e i giacobini dall’altro (radicali).

Vinsero i giacobini, purtroppo, e fu il Terrore:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/14/se-incontrerete-questo-tipo-di-rivoluzionari-isolateli-sono-mortiferi/#axzz2M1f0TkXR

Imposero un nuovo ordine ferocemente intransigente e puritano, un proto-totalitarismo con diversi elementi in comune con visioni futuristiche più recenti:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/01/totalitarismo-cosmico-grillo-gaia-casaleggio/

Una vittoria dei girondini (repubblicani moderati, federalisti, intenti ad unire la società, non a dividerla in buoni e cattivi, virtuosi ed empi) avrebbe cambiato il corso della storia. L’umanità si sarebbe emancipata molto prima.

Gli errori del passato siano di lezione per il presente. Non sappiamo veramente da dove venga il MoVimento, ma possiamo aiutarlo a prendere la direzione giusta, quella della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza (e quindi della tolleranza e dell’interesse generale).
Dunque non lasciamo che timori, pregiudizi, scetticismi, ostilità e sospetti (probabilmente in certi casi più che giustificati) ci impediscano di riconoscere il ruolo storico di questo movimento, il potenziale di cambiamento positivo e nonviolento che porta con sé. Aiutiamoli a focalizzare la loro attenzione su problematiche di più ampia rilevanza, integriamoli in una spinta al cambiamento che riguardi tutta la nazione – rendendoli meno settari e meno paranoidi -, cerchiamo ASSIEME a loro di definire una visione ed un progetto di riforma del paese, senza guidarli e senza farci guidare o assistere da spettatori passivi. Non regaliamo il M5S a qualche forma di neo-giacobinismo di quei piccoli despoti psicopatici che emergono in tempi di crisi sistemica per sedurre gli animi angosciati, confusi e bisognosi di guida.
Insomma, NON seguite il mio pessimo esempio di qualche giorno fa (che pure rilevava problemi non ignorabili):
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/23/per-un-voto-martin-perse-la-cappa/

La grande famiglia europea, nella più grande famiglia umana

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Pare dunque che la popolazione europea non stia sottovalutando le conseguenze della frantumazione dell’eurozona, come invece tendono a fare certi maître à penser

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/08/eletto-obama-ora-i-piigs-potrebbero-lasciare-leuro-i-pro-e-i-contro/

Bene così.

Le economie regionali di Cina e Stati Uniti sono molto più eterogenee di quelle europee

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_U.S._states_by_income

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-30/grande-migrazione-cinese-024726_PRN.shtml

eppure non pare che quei due paesi siano in procinto di disgregarsi. I loro governi e banche centrali provvedono a fare in modo che le asimmetrie siano controbilanciate a sufficienza da evitare il collasso delle due nazioni. Lo stesso accade in Russia, Canada, Australia e in tantissimi altri paesi.
Infatti possono fare tutto quel che serve per difendere la propria sovranità e la cittadinanza, se i governi sono al servizio dell’interesse generale. Come come quelle che dovrà fare l’Unione Europea e che un singolo stato europeo, invece, non potrebbe mai fare:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/

L’intrinseca scorrettezza dell’impostazione eurouscitista più dura e pura sta nella falsa scelta secca che impone tra l’Europa merkeliana-francofortese e il ritorno alla lira o ad un’altra valuta post-euro, cancellando tutte le altre opzioni collocate tra questi due estremi.

La seguente analisi di un fautore dell’uscita dall’eurozona è molto più onesta ed apprezzabile, perché presenta almeno a grandi linee il progetto di Syriza, che prospetta un certo tipo di riforma dall’interno (ce ne sono altri), pur restando scettico sulla sua attuabilità (senza comunque spiegare perché non dovrebbe funzionare – se invece di perorare cause disfattiste si desse costruttivamente una chance a Syriza ed altri ora saremmo messi meglio) :

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11503

L’unione europea non è certo stata pensata da degli psicopatici ma da statisti che volevano sapientemente porre fine a violenze ed egoismi collettivi. Fin dall’inizio, però, certe forze si sono attivate per salire a bordo clandestinamente e poi prendere il controllo dell’imbarcazione. Ora fanno di tutto per buttare fuori bordo i passeggeri e tenersela per sé e ci sono dei passeggeri che addirittura si offrono volontari per darsi in pasto ai pesci e urlano agli altri di seguire il loro esempio, invece di restare a bordo e scacciare i pirati. Così chi ancora crede in questa imbarcazione si trova a dover combattere contro pirati e aspiranti suicidi, involontariamente coalizzati.
[N.B. Per la verità non è una coalizione propriamente involontaria: è evidente che i pirati hanno tutto l'interesse a farsi passare per onnipotenti e convincere i passeggeri a togliersi di mezzo spontaneamente].

*****

Chi si oppone all’unificazione europea in quanto tale, indipendentemente dal modo in cui sarà realizzata, ossia dando per scontato che il risultato non potrà che essere una tirannia, non ragiona in maniera troppo diversa da chi si opponeva all’unificazione italiana.
L’esito dipende dalla volontà dei cittadini europei: se vorranno che nasca una confederazione europea con una banca centrale al servizio dell’economia e non della finanza ed un governo europeo di nomina democratica incline a pratiche democratiche in un assetto complessivo in cui macroregioni, stati e cittadini europei (tramite l’europarlamento e la democrazia partecipata) abbiano più voce in capitolo, allora sarà quell’idea d’Europa a prevalere e non una tecnocrazia supina di fronte agli interessi delle multinazionali e delle banche. I movimenti di protesta pan-europei dell’anno scorso lasciano intravedere un futuro di cittadinanza europea attiva, partecipe e sovrana che fa ben sperare.
I poteri forti malevoli non sono onnipotenti e non sono gli unici in gioco.

 Al momento la Germania – affetta dalla sindrome della botte piena e della moglie ubriaca – è l’unico, serio ostacolo sulla strada dell’unificazione europea ed alla risoluzione della crisi:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/04/la-modesta-proposta-per-superare-la-crisi-delleuro-di-yanis-varoufakis/

Accade per via della faziosità dei media tedeschi e del governo, che disorientano la popolazione, la ingannano, la indottrinano:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/30/il-lavaggio-del-cervello-che-stanno-subendo-i-tedeschi-e-tutti-gli-altri/

E per la persistenza di ridicoli miti etnici al servizio del liberismo neofeudale che rendono l’ammaestramento più efficace:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/14/lumache-giapponesi-bradipi-tedeschi-ed-altri-miti-etnici/

Questa resistenza tedesca (una vera e propria guerra economica ai danni del resto d’Europa) non durerà ancora a lungo. La loro economia sta cedendo, com’era inevitabile, dato l’alto grado di interdipendenza mondiale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/29/quando-i-tedeschi-capiranno-che-la-merkel-li-ha-truffati/

L’idea di un’Unione Europea non è nata come complotto neonazista per prendersi una rivincita dopo la sconfitta del Terzo Reich o come complotto della NATO per estendere la sua egemonia fino ai confini russi. Forze che operano in quelle due direzioni esistono, in Baviera ed al Pentagono,

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/23/la-geopolitica-dei-miti-etnici-la-morte-delleurozona-e-lavvento-dellimpero/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/08/stati-uniti-deuropa-i-dubbi-dei-costituzionalisti-e-delle-persone-di-buon-senso/

ma sono anche le stesse forze che spingono per la balcanizzazione del nostro continente, dato che un’effettiva unione (rispettosa delle autonomie dei popoli), ridimensionerebbe la loro influenza:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/03/alto-adige-baviera-catalogna-veneto-parco-della-vittoria-viale-dei-giardini-il-vaso-di-pandora-dei-separatismi/

La confederazione europea sarà qualcosa di diverso dagli Stati Uniti d’Europa, sarà qualcosa di nuovo, di mai sperimentato prima, sul modello elvetico, ma con delle sensibili migliorie. Questo era il progetto iniziale (cf. Michael Sutton, “France and the Construction of Europe 1944-2007: The Geopolitical Imperative”) e lo tornerà ad essere. Non solo perché è nell’interesse di mezzo miliardo di europei e del mondo, ma perché le forze che sospingevano Jean Monnet & co. sono più che mai determinate a contrastare l’intolleranza, il fanatismo, l’avidità ed il vizio separatista-etnocentrico-isolazionista che affligge le menti ristrette.

Esistono europeisti e globalisti motivati da cupidigia, tracotanza ed egoismo che realmente progettano distopie sul modello di Singapore (o della Cina “comunista”), o di Nea So Copros

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

da applicare su scala planetaria per poter massimizzare lo sfruttamento delle risorse umane (cf. amazon.de ed il nuovo schiavismo)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/18/abolizionismo-2013-2014-un-aneddoto-personale-ed-un-fatto-di-cronaca/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/commesse-e-commessi-di-tuttitalia-unitevi/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

ma esistono anche europeisti e globalisti animati dalle migliore intenzioni: altruismo, condivisione, spirito comunitario, unificazione del genere umano in una famiglia o in un coro in cui ciascuno canti con la sua voce e non sia costretto ad uniformarsi ad un pensiero unico, ad un’unica direzione di “sviluppo”.

Questi ultimi lottano contro settarismi, nazionalismi, la sfrenata competizione e l’iniquità insite nel capitalismo sregolato.

I nomi sono noti: F.D. Roosevelt ed Eleanor Roosevelt, Charles de Gaulle, i fratelli Kennedy, Bruno Kreisky, Willy Brandt, Mario Cuomo, Olof Palme, Aldo Moro, Alcide Degasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Martin Luther King, Thomas Sankara, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Dominique de Villepin, Nelson Mandela, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Jimmy Carter, Nikita Krusciov, papa Giovanni XXII, Federico Mayor, Irina Bokova, Roberto Assagioli, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/09/quei-santuomini-dei-fratelli-kennedy/

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/arduo-da-vedere-illato-oscuro-e.html

E poi ci sono le nuove leve, come Alexis Tsipras o Beatriz Talegon, che un giorno, se faranno le scelte giuste, saranno forse celebrate come i giganti di cui sopra:

http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=2499

L’unità della famiglia umana, a partire dall’esperimento europeo, è l’unica maniera per stroncare l’ascesa prepotente degli oligopoli finanziari e della tirannia dei mercati e per scongiurare le violenze di massa di un 1848 globale, i cui esiti sarebbero imprevedibili.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/e-successo-un-quarantotto-la.html

È il nostro destino, come è stato auspicato dallo stoicismo, dal cristianesimo delle origini, dal buddhismo, dal taoismo, dal sufismo, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo, dallo spirito con cui sono state fondate le Nazioni Unite (che non dovevano certo diventare uno strumento di imperialismo), la Croce Rossa, l’UNESCO, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/19/il-rinascimento-umano-la-ricetta-dellunesco-per-ridarci-dignita-e-un-futuro/

Ce lo ingiungono il buon senso e la buona volontà

Tutti per uno, uno per tutti: unità delle coscienze nella molteplicità delle forme, nella fratellanza compassionevole e quindi nella perequazione delle risorse (giacché le disparità che creano stenti e squallore sono la principale causa di conflitto e le risorse del pianeta non appartengono a qualcuno in particolare, essendo per definizione e per loro natura dei beni comuni).

Non certo un Mondo Nuovo huxleyano uniformato, livellato, meccanico, mentalmente intorpidito, psicopatico e materialista: la vita biologica e quella della mente amano la diversità e si estinguono nell’isolamento autarchico.

http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

http://unesdoc.unesco.org/images/0019/001924/192499m.pdf#page=20

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Siamo dunque arrivati al punto cruciale.

L’unificazione dell’umanità (il “tutti per uno, uno per tutti” e l’”uniti nella diversità”) è un progetto malevolo?

Oppure il complottismo sul Nuovo Ordine Mondiale che osteggia l’unificazione dell’umanità fa comodo proprio a chi desidera una tirannia globale di carattere liberista neofeudale e, a questo scopo, sfrutta il classico divide et impera?

Questa è la radice del problema: chi crede che i potentati finanziari siano invincibili preferirà che le cose rimangano (pessime) come sono; chi invece crede che un’umanità unita avrebbe la forza di scrollarsi di dosso psicopatici & co. dovrebbe essere a favore dell’UE e di Nazioni Unite più forti e libere da influenze di nazioni e lobby finanziarie, per emanciparsi dalla NATO (e poi anche dell’egemonia cinese e di qualunque altra potenza) e dal giogo dei mercati.

Vedete voi, la scelta è vostra. Non mi disturba l’idea di essere liquidato come un “utile idiota” se vi interrogate sulla possibilità che possiate esserlo voi.

Questo libro (e mi auguro anche altri) sarà testimone della mia buona fede e del mio impegno. Saranno i posteri a giudicarmi.

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Per Toutatis, il cielo ci cade in testa! Che si fa? (alcune opzioni)

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E tu non provi nessun turbamento,

quando l’intero equilibrio del mondo

vacilla come una cosa malferma?

Cicerone, ne ho viste di tempeste,

coi venti scatenati, furibondi,

da sradicar le più nodose querce;

e l’oceano gonfiarsi incollerito,

e schiumare di rabbia verso il cielo

fino a lambir le minacciose nubi;

ma mai, fino a stanotte, fino ad ora,

mi son trovato in mezzo a una bufera

grondante fuoco e fiamme come questa.

O gli dèi sono in lotta tra di loro,

oppure il mondo, troppo presuntuoso

verso gli dèi, li esaspera a tal punto

da scatenar quaggiù la distruzione.

Shakespeare, Giulio Cesare

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti. Gli uomini verranno meno dalla paura e dall’attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo, perché le potenze dei cieli saranno scrollate.
Luca 21, 25-26

La creazione tutta geme ed è come in doglie di parto in attesa del Figlio di Dio

Romani, VIII, 22

Per l’astrofisica Margherita Hack, “è rarissimo che frammenti di meteorite cadano sulla Terra provocando feriti. Quello che è successo in Russia”, ha osservato la Hack, “è un fenomeno davvero molto strano. In genere i meteoriti sono attratti dalla forza di gravità della Terra ma raramente riescono a superare indenni il contatto con l’atmosfera”, ha spiegato l’astrofisica toscana. “Per non bruciare significa che i frammenti erano molto grossi; in caso contrario avremmo visto soltanto una scia luminosa, quella che tutti chiamano stella cadente”, ha aggiunto.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/02/15/news/russia_meteoriti_sciame_urali-52681067/

Meteoriti del peso di diverse tonnellate che causano danni a centinaia di edifici ed oltre un migliaio di feriti.

A giudicare dalla sua morfologia, l’area di Chelyabinsk non sembra essere nuova ad impatti anche più catastrofici:

761054CaptureGooglemapChelyabinsk

Anche la costa orientale degli Stati Uniti (le due Caroline) presenta segni di impatto:

Carolina bays Hoke and Scotland County NC

E’ già successo e succederà nuovamente.
Chi vola frequentemente è maggiormente a rischio:
http://blogs.discovermagazine.com/cosmicvariance/2009/06/04/did-a-meteor-bring-down-air-france-447/#.USPgJGeqLCF

http://www.nytimes.com/1996/09/19/opinion/l-in-twa-800-crash-don-t-discount-meteor-386081.html

Nello stesso giorno è accaduto anche a Cuba, in un evento separato:
http://www.meteoweb.eu/2013/02/piogge-di-meteoriti-lesperto-a-cuba-e-in-russia-due-fenomeni-diversi-e-non-collegati-tra-loro/186075/

E qui potete prendere atto del moltiplicarsi (di mese in mese!) degli avvistamenti di bolidi celesti (fireballs), solamente negli Stati Uniti:
2005 463
2006 517
2007 587
2008 726
2009 694
2010 951
2011 1628
2012 2219
2013 321 [fino al 15 febbraio]

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http://www.amsmeteors.org/fireballs/fireball-report/

Senza dimenticare che, dal 2009, le informazioni satellitari americane sulle esplosioni nelle parti alte dell’atmosfera (non visibili da terra) sono classificate.
Uno si potrebbe anche domandare come mai. Lo hanno fatto scienziati ed astrofili e non hanno trovato alcuna ragione valida e molte ragioni per osteggiare questa decisione:

http://www.space.com/6829-military-hush-incoming-space-rocks-classified.html

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Contemporaneamente, la Terra è stata sfiorata (27mila km) dall’asteroide 2012 DA14: “Il passaggio è avvenuto…all’interno della fascia di satelliti in orbita geostazionaria, che si trova a 35.800 chilometri dalla Terra. A rendere speciale questo oggetto è il fatto che il suo avvicinamento è il più vicino approccio alla Terra mai previsto per un oggetto così grande. Resterà nel sistema Terra-Luna circa 33 ore e lo lascerà il 16 febbraio, alle 13 ora italiana. Sarà un arrivederci perché sono previsti altri avvicinamenti alla Terra, per esempio nel 2026“.
http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/spazioastro/2013/02/15/Segui-diretta-passaggio-asteroide-2012-DA14_8254696.html

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Magari per diversi mesi tutto tornerà tranquillo e la gente si concentrerà su altri problemi più immediati.

In seguito, però, gli impatti diventeranno frequenti e letali, come su Giove:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/20/giove-le-sta-prendendo-di-santa-ragione-glenn-orton-scienziato-nasa/

Tra qualche tempo vi tornerà in mente questo post, al quale non avevate dato troppo peso, e tornerete a leggerlo.

A quel punto sempre più gente comincerà a sospettare che la ragione ultima sia questa:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/02/nemesi-la-stella-della-morte-chiarimenti-ed-aggiornamenti/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/category/nemesinemesis/

e che sia anche la causa precipua del cambiamento climatico

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/fuochino-fuoco-ghiaccio-cause-e-conseguenze-di-una-glaciazione/

e di altri strani fenomeni geomagnetici, tettonici e “crostali”:

http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/voi-sonerete-le-vostre-trombe-del.html

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/30/sono-rimasto-a-bocca-aperta-thorne-lay-geoscienziato-uc-santa-cruz/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/16/apriti-terra-e-le-assicurazioni-non-vogliono-piu-pagare/

Che fare dunque?

Ci sono varie opzioni

1. Farsi prendere dal panico

2. Costruire un bunker

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3. Togliersi dei sassolini dalle scarpe

4. Diventare un perverso antisociale e tormentare a morte il prossimo con video letali

5. “Unisciti alla Fanteria dello Spazio e salva la Galassia dagli Aracnidi! Il servizio militare ti garantisce di diventare un Cittadino. Vuoi saperne di più?” – “L’unico insetto buono è un insetto morto!”

6. Trasferirsi a New York, la città più sicura del mondo

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E certo, ora che l’intelligenza umana è costantemente collegata in una rete perenne dove le informazioni generano una dimensione inaspettata, tornano legittime due letture diverse del caso: una laica, a tutti nota, e una mistica, intuita visivamente da Grünewald, nella quale una pellicola sta per avvolgere il cosmo ormai definitivamente interconnesso grazie all’evoluzione del pensiero umano che s’incontra con il permanere del divino per il completamento dei tempi.

Philippe Daverio, “Il Cristo cosmico di Grünewald”, Avvenire 7 dicembre 2011

In alternativa, visto che il mondo non finirà e quindi ci tocca la responsabilità di cambiarlo, avrei dei suggerimenti:

- diventare meno materialisti, acquisitivi, possessivi, egoisti, tracotanti, ipocriti, sleali, opachi: dobbiamo tutti morire, prima o poi, e la nostra morte non è la fine del mondo; perché non usare le nostre esistenze a beneficio del prossimo e della nostra comunità. Il quartiere fortificato, la modella e la ricchezza hanno forse aiutato Pistorius a vivere meglio?

- porre fine alle divisioni e gerarchie fra noi, fra i popoli, in seno all’umanità: tutti per uno, uno per tutti / uniti nella diversità (cf. coro polifonico). Facile essere autarchici e sprezzanti quando le cose vanno bene. Ma solo una Comunità può essere un’ancora di salvezza quando i tempi sono grami e denaro e potere nulla possono – questo significa anche aiutare i nostri FRATELLI tedeschi a capire che le loro classi dirigenti, facendo leva sui loro miti etnici, li hanno ingannati per ben 3 volte nel giro di un secolo, ingolfandoli in 3 guerre europee che hanno portato a 3 disastrose sconfitte (l’ultima è imminente); significa anche aiutare i nostri FRATELLI ebrei, traditi dai sionisti, che erano e sono spinti da avidità, superbia, vari miti etnici e amor proprio (quello narcisista e presuntuoso), non certo dall’amore della Terra Santa;

- smettere di restare a guardare, isolarsi, separarsi quanto più possibile dal resto del mondo, quasi fossimo in attesa che alieni, angeli, la divina provvidenza o un salvatore terreno risolvano miracolosamente e paternalisticamente i nostri problemi. Occorre darsi da fare, con buona volontà e retto intendimento. Gli idealismi senza pragmatismo conducono alla rovina: ogni visione deve essere radicata nella realtà (come i centauri, figli del cielo stellato ma anche della terra, guardiamo in alto ma con i piedi ben piantati al suolo). Nella terza parte del seguente post trovate un’ottima spiegazione di cosa sia la democrazia partecipata:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/12/donata-borgonovo-re-i-suoi-critici-la-democrazia-partecipata/

- comprendere che se anche l’origine e la destinazione sono le stesse per tutti – e in questo senso siamo tutti uguali – i modi e i tempi di maturazione sono differenti: uno scimpanzé non è un uomo in potenza; la democrazia non si esporta; per governare bene la cosa pubblica non basta essere “rappresentanti della società civile”; vox populi NON è vox Dei; persino una società anarchica ha bisogno di guida;

- capire che il mondo non è diviso in appezzamenti e le sue risorse non appartengono a qualcuno e non agli altri. La diversità umana non giustifica l’esistenza di un sistema economico che fa piovere sempre sul bagnato e prosciuga ciò che può cadere sull’asciutto. Questo significa che, con buona pace dei neoliberisti à la Giannino, serviranno istituzioni mondiali che garantiscano una redistribuzione equa ed efficiente dei Beni Comuni del pianeta, in funzione delle esigenze di ciascun paese e della sua popolazione [sì, sto parlando di SOCIALISMO...brrrrrrrrrrrr];

- concludere che, con una tale riorganizzazione sociale e rimodulazione del pensiero e delle interazioni umane, il disarmo progressivo concordato è l’unica via per evitare un ordine mondiale autoritario, che è certamente nei piani di una parte dell’élite mondiale (quella meno empatica e più materialista) e che va contrastato in ogni modo, inclusa la forza (in barba  a Gandhi, che raccomandava ad indiani ed ebrei di non opporre resistenza rispettivamente a giapponesi e nazisti, pur di non tradire il suo integralismo disumano):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/un-governo-mondiale-per-porre-fine-alle-guerre/

Possiamo essere liberi, eguali e fratelli solo contemporaneamente. Se manca la volontà di essere anche solo una di queste cose, non saremo neppure le altre due.

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SCENARIO STOICO (stile Spock) gli scienziati fanno il loro dovere (i politici li incoraggiano e li sovvenzionano, i media seguono con serietà le ricerche e i loro esiti) e scoprono che: vi è una ciclicità di certi eventi distruttivi (con varie ipotesi sulla sua natura), stiamo entrando in una fase distruttiva, NON è la fine del mondo, ci saranno devastazioni ma i politici stanno già coordinando gli sforzi per soccorrere e per ricostruire, bisogna aiutarsi a vicenda e cogliere l’opportunità per costruire un mondo migliore;

SCENARIO HOLLYWOOD: gli scienziati, inebetiti dal “senso comune” e dal disinteresse o addirittura dalla malafede dei politici e dei media, si limitano a constatare e “spiegare” gli eventi, ne minimizzano la portata, finché la frequenza ed intensità diventa stupefacente, la gente, impreparata, va nel panico, si convince che sia la fine del mondo, perde qualunque fiducia nelle istituzioni, anarchia/caos, ognun per sé finché non intervengono i pastori/salvatori di turno;

Quando i tedeschi capiranno che la Merkel li ha truffati…

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A dispetto di quel che la troika e i media vorrebbero far credere alla gente comune, chi possiede una formazione macroeconomica e sociologica sa che la Germania sta affondando e non c’è alcuna Wunderwaffe (arma segreta miracolosa) che potrà salvarla (N.B. è il terzo conflitto mondiale che perde a causa dell’egoismo e della superbia della sua classe dirigente, oltre che della cieca fiducia della popolazione nei confronti dei loro leader – altro che Guinness dei Primati). Forse l’unico che aveva qualche possibilità di trarla d’impaccio era Frank-Walter Steinmeier, ma sarà Peer Steinbrück a cercare di rispedire a casa la nefasta Angela Merkel (uno sfidante che neppure in caso di vittoria riuscirà ad essere sufficientemente audace – i banchieri tedeschi non approverebbero).

La produzione industriale tedesca nel mese di dicembre 2012 ha evidenziato un calo congiunturale pari allo 0,3%.

http://www.borse.it/articolo/ultime/Germania_produzione_industriale_inferiore_alle_attese_degli_analisti_387840

Ci sarà una nuova frenata del prodotto interno lordo tedesco nel 2013.

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Germania-taglia-stime-Pil-2013-2014/16-01-2013/1-A_004458030.shtml

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Euro, sette balle sui tedeschi

  1. L’euro ha privato la Germania del marco e la convivenza con valute più deboli è stata un handicap.
  2. La maggiore competitività della Germania è dovuta al fatto che i tedeschi lavorano più degli altri.
  3. La Germania ha i conti in ordine.
  4. La Germania ha pratiche fiscali trasparenti.
  5. Anche la Germania sta pagando la crisi del debito, per questo vuole mettere ordine.
  6. Per la Germania è inaccettabile che l’Unione europea diventi un’Unione di trasferimenti (Transferunion).
  7. In Germania l’argomento che Hitler abbia preso il potere dopo l’iperinflazione degli anni Venti impedisce di accettare l’idea di una Bce libera di muoversi, per timore che crei inflazione.

Qui una migliore approssimazione alla verità: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/piazza-grande-euro-sette-balle-sui-tedeschi/180063/

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Nel mese di dicembre, c’erano 2,8 milioni di persone registrate come disoccupate, 88.000 in più rispetto a novembre.

“Nel settembre 2010 7.300.000 tedeschi, cioè a dire un dipendente su cinque, erano relegati nel girone dei “mini-job” – un aumento di 1,6 milioni rispetto al 2003. Il numero di lavoratori che accettavano “mini-jobs” in aggiunta all’impiego principale per far quadrare i conti è quasi raddoppiato da 1,3 milioni nel 2003 a 2,4 milioni nel 2010. Circa due terzi di questi “mini-cottimisti” sono donne.

[…].

Dei 41 milioni impiegati nel 2011, poco più di 29.000.000 avevano un lavoro regolare, mentre il resto era costituito da lavoratori autonomi o in “mini-jobs”. I salari reali sono rimasti stazionari dal 1990 e diminuiti del 2,9% tra il 2004 e il 2011. Il numero di lavoratori poveri è in crescita e la disuguaglianza nei redditi sta crescendo più rapidamente in Germania che in qualsiasi altra economia occidentale.

[...].
Né la crescita del PIL tedesco nel primo decennio del secolo conferma la convinzione che la deregolamentazione del mercato del lavoro è la chiave per la crescita. Con il secondo tasso di crescita più basso (di circa il 1,7%) nella zona euro tra il 1999 e il 2008, non c’è davvero molto da dire di positivo sul famoso modello economico tedesco”.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/aug/21/mini-jobs-germany-britain

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Nel 2000 l’economia tedesca è stata salvata da un gigantesco bail-out da parte della Banca Centrale Europea, in seguito all’esplosione della bolla speculativa precedente, quella della cosiddetta “New Economy” (cf. Richard Koo, capo-economista dell’Istituto di Ricerca Nomura, la più grande agenzia di consulenza giapponese nel settore IT, intervistato da Joe Weisenthal, Business Insider, 19 giugno 2012).

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La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha certificato che la Germania e la Grecia hanno ricevuto lo stesso sostegno finanziario nel corso della crisi, almeno fino al 2012:

Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere presentata come l’adulto responsabile e la Grecia come il figliol prodigo. La prudente Germania, dice la storia, è riluttante a salvare la Grecia scroccona, che ha preso in prestito più di quanto poteva permettersi e ora deve subire le conseguenze. Vi sorprenderebbe sapere che in Europa i contribuenti hanno fornito alla Germania lo stesso sostegno finanziario offerto alla Grecia? Lo suggerisce un esame dei flussi monetari Europei e dei bilanci delle banche centrali

Bloomberg, Hey, Germany: You Got a Bailout, Too”, 24 maggio 2012).

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Nessuno ha raccontato ai tedeschi che molte delle misure adottate sinora non servivano per salvare i “fannulloni” greci o spagnoli ma per salvare i sistemi bancari tedesco e francese (che detenevano molti titoli di questi paesi, ndr). Molti dei finanziamenti alla Grecia non sono mai arrivati ad Atene, hanno semplicemente fatto un giro da Francoforte a Francoforte.

Giovanni Dosi, economista della Scuola Superiore Sant’Anna e collaboratore del premio Nobel Joseph Stiglitz alla Columbia University, 28 luglio 2012

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Il capitale di Deutsche Bank ammonta a poco meno del 2,5% rispetto agli assets della banca. Che è come dire che perdite del 3% sul totale del portafoglio della banca sarebbero più che sufficienti ad azzerare il capitale della banca. Ossia a farla fallire. Né più né meno di quanto è successo a Lehman Brothers, la banca d’affari americana fallita nel 2008.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/09/la-morte-delle-cicale-che-si-spacciavano-per-formiche-deutsche-bank-agonizzante/

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“Sfruttando gli alti livelli di disoccupazione (8%-10%) e la minaccia di licenziamenti e delocalizzazione delle imprese, il governo mette a punto un piano di liberalizzazione sfrenata dei contratti di lavoro e riduzione delle tutele sindacali: dal 2003 al 2009 i salari reali dei lavoratori tedeschi corretti all’andamento dell’inflazione e al costo medio della vita scendono del -6% (guarda grafico sotto, dove i salari italiani rimangano stabili mentre quelli tedeschi scendono proprio in concomitanza con l’introduzione dell’euro nel 2002).

[…].

un’altra stupidaggine che viene spesso ripetuta da politici ed economisti di regime (ribadiamo sia di destra che di sinistra che di centro, per par conditio) è che la Germania ha potuto creare questi enormi surplus delle esportazioni perché è riuscita a penetrare nei mercati dei paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e in Cina in particolare. Ma se esaminiamo la tabella sotto vediamo che la situazione è ben diversa da ciò che ci raccontano: dal 1999 al 2007 il maggiore incremento delle esportazioni di beni è avvenuto verso i paesi europei (66%, di cui il 32% solo nei paesi PIIGS), mentre il saldo fra esportazioni e importazioni nei paesi BRICS è diminuito del -2% (di cui il -8% per la Cina, che esporta in Germania più di quello che importa).

[…]

A differenza invece della Cina, che è una vera locomotiva per la sua area perché risulta quasi sempre in deficit commerciale con i paesi limitrofi e accumula i suoi enormi surplus con il resto del mondo, facendo da volano per un intero continente: quindi paragonare la Germania alla Cina è fuorviante e sbagliato, perchè la Cina consente lo sviluppo delle economie dei paesi confinanti e non li soffoca o li indebita come ha fatto la Germania in tutti questi anni con i paesi della periferia europea”.

http://vocidallestero.blogspot.it/2012/02/la-germania-non-e-mai-stata-la.html

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“La Germania ha un indice di Gini (misura la distribuzione del reddito in una scala da 0 -massima distribuzione- a 1 -massima concentrazione-, ndr) tra i più alti del mondo: 0,8. Un Paese sull’orlo dell’esplosione sociale, dove a 5 milioni di persone sono corrisposti 500 euro al mese per 15 ore di lavoro la settimana, e il 22% dei lavoratori dipendenti, soprattutto operai, riceve meno della metà del salario mediano…Il fatto straordinario è che le banche oggi hanno convinto i governi che andavano salvate per la seconda volta. In meno di tre anni il debito pubblico europeo è aumentato del 20%. A partire dal 2008 si sono dissanguati i bilanci pubblici per salvare le banche. I tedeschi si sono trovati con miliardi di debiti. L’istituto Hypo Re è costata ai tedeschi 142 miliardi di euro: troppo grande per fallire, avrebbe trascinato con sé milioni di piccoli risparmiatori”.

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_stampa.php?intId=3667

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“…a fine novembre la stampa tedesca ha svelato che il Governo aveva grossolanamente truccato la versione definitiva dello «Studio sulla ricchezza e la povertà», una pubblicazione ricorrente del ministero del Lavoro. La prima bozza del documento denunciava senza mezzi termini i «rischi sociali» di una «ricchezza privata ripartita in modo iniquo», all’interno di una situazione in cui i salari alti continuano a crescere mentre quelli bassi si abbassano. Tutti questi dettagli sono scomparsi nella versione definitiva, secondo una procedura definita come «prassi» dal portavoce della cancelliera Ángela Merkel. Stando ai dati contenuti nel documento, il 10% della popolazione tedesca possedeva nel 2008 il 53% del ricchezza nazionale netta, mentre dieci anni prima la percentuale era solo del 45 per cento. La metà dei tedeschi possiede invece appena l’1% del patrimonio nazionale. La ricerca evidenzia che tra il 2007 e il 2012 il patrimonio complessivo dei tedeschi è cresciuto di 1.400 miliardi di euro, ma dietro questa cifra si nasconde «una ripartizione molto disuguale». Particolarmente sbilanciata risulta essere l’evoluzione dei salari: mentre per quelli più alti si è riscontrata «una tendenza positiva di crescita», per il 40% dei tedeschi al netto dell’inflazione si è constatato un arretramento. «Una tendenza del genere dei redditi è contraria al senso di giustizia sociale della popolazione», secondo quanto denunciava la bozza originale dello studio”.

http://www.linkiesta.it/germania-poverta#ixzz2HyWFcPml

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Mentre tutti gli occhi erano puntati sulla periferia dell’eurozona, i paesi centrali hanno subito un tracollo? La Bundesbank ha ridotto le sue previsioni per la crescita del PIL tedesco nel 2013 allo 0,4%, mentre la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per quest’anno una contrazione del PIL olandese pari allo 0,5% e un’ulteriore contrazione nel 2014.  Sembra quindi che la crisi dell’eurozona stia entrando nel terzo stadio (Ashoka Mody, già capo missione del FMI in Germania e Irlanda).

http://keynesblog.com/2013/01/18/il-terzo-stadio-della-crisi-europea-ora-tocca-anche-alla-germania/#more-3004

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Un tedesco su cinque si trova in una situazione di povertà o esclusione sociale; il ceto medio è in continua contrazione (verso il basso); scarsa mobilità sociale verso l’alto; boom immobiliare da panico finanziario che si risolverà inevitabilmente in un bolla devastante (come negli USA, in Spagna o in Cina); dumping salariale con minijobs e midjobs pagati una miseria che deprimono i consumi interni (la Germania, con il 22,2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale); disoccupazione prevista in crescita; pensionati che emigrano in massa verso i paesi PIIGS (colmo dell’ironia!!!) perché non si possono permettere di vivere decentemente in patria; un sistema bancario estremamente esposto con un governo che cerca in tutti i modi di evitare che si scoperchi il marcio nascosto nelle Sparkassen, Landesbanken e Volksbanken; una politica europea arrogante e spietata che si sta ritorcendo contro le sue esportazioni.

FONTE: http://vocidallagermania.blogspot.it/

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La crisi Euro per la Cancelliera rappresenta una possibilità, limitata nel tempo, durante la quale i nostri vicini di casa saranno disponibili a fare le riforme. C’è da meravigliarsi se Merkel si è opposta ai tentativi di disinnescare l’Eurocrisi attraverso una politica attiva della BCE? No, la strategia di Merkel è quella che Naomi Klein chiamerebbe Shock Doctrine – l’uso di una crisi per far passare riforme che non sono volute né dai parlamenti né dal popolo. A Davos su questo punto si è espressa in maniera ancora piu’ chiara:

“L’esperienza politica ci dice che spesso per ottenere riforme strutturali è necessario esercitare pressione. Ad esempio anche in Germania i disoccupati sono dovuti arrivare fino a 5 milioni, prima di ottenere la disponibilità all’attuazione delle riforme strutturali. La mia conclusione è questa: se l’Europa oggi è in una situazione difficile, è necessario introdurre riforme strutturali, affinché domani si possa vivere meglio”.

Se Angela Merkel e il suo pubblico a Davos potranno vivere meglio con le loro “riforme strutturali”, resta una questione aperta. Milioni di tedeschi, che vivono di Hartz IV oppure sono occupati con un basso salario (Niedriglohnsektor),  vedono la questione in maniera diversa. Se si considera l’effetto negativo del settore a basso salario sulla struttura salariale complessiva, si puo’ dire che le riforme hanno avuto un solo risultato: a pochissimi oggi va molto meglio, e a tantissimi oggi va molto peggio. I rappresentanti di questa grande maggioranza purtroppo non erano presenti a Davos. Quale ironia della storia, il predecessore di Merkel,  Schröder, aveva candidamente presentato 8 anni prima le motivazioni delle sue riforme strutturali esattamente nello stesso luogo:

“Dobbiamo e abbiamo già liberalizzato il nostro mercato del lavoro. Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a bassa salario in Europa”. Gerhard Schröder durante il suo discorso del 28.01.2005 al World Economic Forum di Davos.

Schröder puo’ essere orgoglioso del suo successore e della sua sorella nello spirito. Quello che Schröder ha applicato in Germania, sarà applicato da Merkel in tutta Europa:

“Come possiamo essere sicuri di poter raggiungere nei prossimi anni una coerenza in termini di competitività anche all’interno dell’Unione monetaria? E a tale proposito non considero un livello di competitività medio, piuttosto una competitività misurata dal fatto che avremo accesso ai mercati mondiali (…) Io immagino – e di questo stiamo parlando nell’Unione Europea – che sottoscriveremo un patto analogo al Fiskalpakt, con il quale gli stati membri si impegneranno ad aumentare il proprio livello di competitività su determinati punti che in questi paesi non raggiungono un livello sufficiente. Si tratterà di temi come il cuneo fiscale, il costo del lavoro per unità di prodotto, le spese per la ricerca, le infrastrutture e l’efficienza amministrativa”.

L’Europa dovrà quindi seguire il modello tedesco, tagliare lo stato sociale e comprimere il costo del lavoro. L’Europa perde quindi credibilità in quanto mercato e sceglie invece di impegnarsi in una competizione sui salari con i paesi in via di sviluppo [FOLLIA!, NdR]. La cancelliera ha inoltre chiarito che cosa intende per armonizzazione a livello europeo dei costi del lavoro per unità di prodotto.  La Germania, secondo il messaggio di Merkel, avrebbe fatto tutto bene. Cosi la Cancelleria di Berlino ha pubblicato in rete il discorso di Merkel con il titolo provocatorio: “I migliori come esempio”. Quindi siamo i migliori, eh sì.

[…].

Per raggiungere i suoi obiettivi, procede mano nella mano con la Commissione Europea. Qualcuno si meraviglia che gli europei siano stanchi di questa Europa? Un Europa che serva solo a limitare la democrazia, la sovranità e la partecipazione degli europei non ha futuro e nessuna ragione di esistere. Se gli europei vogliono salvare l’Europa e il pensiero europeo, devono liberarsi da questo abuso.  Devono sfidare Merkel. E’ arrivato il momento, nonostante tutto!

http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/01/i-migliori-come-esempio-angelina-davos.html

Il Mali è l’ottava nazione musulmana bombardata dall’Occidente negli ultimi 4 anni

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Nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima.
Lucio Caracciolo, Repubblica, 17 gennaio 2013

Le dimensioni di Aqim non sono impressionanti. Qualche centinaio di miliziani armati di tutto punto, dediti al narcotraffico, ai rapimenti di walking money (cooperatori, turisti e spericolati giornalisti, per il cui riscatto le nostre intelligence versano milioni di dollari), alla propagazione dell’islam salafita in versione cruenta. Ma vale il marchio: al-Qa’ida. Brand di tragico successo, con il quale Stati Uniti e resto dell’Occidente identificano il “terrore globale”- leggi: capace di colpire in America e in Europa. Aqim non ha mai varcato gli oceani, eppure nella rappresentazione del Pentagono è l’ultimo anello della temibile “fascia salafita”, inquietante macchia jihadista che nella cartografia militare a stelle e strisce corre dallo Yemen all’Africa occidentale. Imperniata su quattro sigle, quattro facce del medesimo mostro: Aqap (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), al-Shabab (Somalia), Boko Haram (Nigeria) e appunto Aqim.

Ma non siamo più alle crociate di Bush junior. A Washington tira aria di quaresima. Va di moda lo smart power. La guerra al terrore globale continua, ma con altri mezzi. Non più invasioni dai costi e dalle perdite insopportabili. Semmai, operazioni coperte e spiegamento di droni, armi democratiche per eccellenza, poiché servono alle democrazie occidentali per condurre una guerra invisibile alle proprie opinioni pubbliche, scottate dalle disastrose campagne afgana e irachena. Per il resto, l’America “guida da dietro”. In parole povere, usa risorse altrui per fini propri. O almeno spera di farlo. Salvo poi scoprire che sono altri – nella fattispecie qualche dittatore, tribù o mafia africana – a profittare del controterrorismo Usa fingendo di servirlo.

Lucio Caracciolo

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/20/mali-nuovo-fronte-contro-il-terrore.html

Negli ultimi giorni sul Guardian:
1. articolo in favore di uno stato curdo indipendente (= destabilizzazione di Iran, Iraq, Siria e Turchia);
2. articolo che chiede che il presidente iracheno si dimetta perché è un dittatore (sono dittatori quando non si schierano con l’Occidente);
3. articolo che condanna l’Algeria per il modo in cui ha gestito la faccenda degli ostaggi e descrive il suo governo come arretrato ed incivile.

Direi che coincide con la lista dei bersagli della prossima fase: l’Iraq permette alle armi iraniane di arrivare in Siria, l’Algeria si è opposta all’intervento in Libia, il Kurdistan è il classico neostato che serve a smantellare gli attuali “stati-canaglia” risparmiando al Pentagono/NATO una costosa e fallimentare guerra regionale. Se pensano di poter portare a termine con successo una tale impresa sono dei poveri mentecatti.

Domande che non hanno ancora trovato risposta:

1. Come possono i francesi giustificare la loro posizione sulla Siria, dove sostengono gli stessi jihadisti che invece combattono nel Mali e che, sempre in Siria, fanno saltare in aria decine di civili con autobombe nei mercati e nei dipartimenti universitari?

2. Se, come afferma Hollande, questi guerriglieri da estirpare sono solo un migliaio, che speranze avevano di attraversare mezzo paese in territorio ostile per conquistare la capitale Bamako (poco meno di 2 milioni di abitanti) e controllarla? Perché avrebbero dovuto farlo? Per farsi accerchiare e massacrare? Perché dovrebbero essere una minaccia per l’Europa, come invece sostiene la Merkel? Perché occorre usare mezzi corazzati contro di loro?

In barba all’intervento francese, i guerriglieri islamici hanno facilmente conquistato la città di guarnigione Diabaly, a circa 160 chilometri a nord di Segou, la capitale amministrativa del centro di Mali, dimostrando l’inconsistenza della volontà di combattere dell’esercito maliano. Così la Francia è stata costretta ad inviare altre migliaia di soldati. Sono già 30mila gli sfollati.

Sebbene l’Occidente non sia ufficialmente in guerra con l’Islam, il Mali è l’ottava nazione musulmana bombardata dall’Occidente negli ultimi 4 anni. Segue Iraq, Afghanistan, Pachistan, Yemen, Libia, Somalia e le Filippine [almeno il 5% della popolazione filippina è musulmano e l'arabo è una lingua riconosciuta dalla Costituzione] – senza contare le tirannie che continuano a godere del nostro pieno supporto:

http://www.atimes.com/atimes/Southeast_Asia/NB29Ae01.html

Sappiamo che gran parte dell’instabilità del Mali è conseguenza dell’intervento NATO in Libia.

Le truppe che hanno effettuato il più recente golpe in Mali sono state addestrate dagli americani e l’amministrazione Obama era contraria ad un intervento armato per il rischio di una proliferazione di attacchi terroristici contro l’Occidente in tutto il mondo:

http://www.nytimes.com/2013/01/14/world/africa/french-jets-strike-deep-inside-islamist-held-mali.html?pagewanted=1&_r=2&

il fallimento della campagna libica ha portato a questo: una mescolanza di guerriglieri islamisti, tuareg e di libici di pelle nera scacciati dai libici di pelle più chiara:

http://www.independent.co.uk/voices/comment/the-war-in-libya-was-seen-as-a-success-now-here-we-are-engaging-with-the-blowback-in-mali-8449588.html

Bombardati nel Mali, non è improbabile che li ritroveremo a combattere con qualche signore della guerra libico, che dovremo bombardare a sua volta.

Il contemporaneo intervento franco-americano in Somalia ha causato la morte di una decina di civili.

Le morti di civili non sembrano più essere una variabile di cui tener conto. Cameron ha deciso il coinvolgimento britannico nelle operazioni Mali senza neppure prendersi il disturbo di consultare il Parlamento.

È sufficiente che la propaganda occidentale etichetti come terroristi un gruppo di musulmani perché le forze armate di un paese NATO possano bombardarli impunemente, senza peraltro che sia chiaro perché le loro atrocità siano peggiori di quelle perpetrate dagli alleati dell’Occidente (es. uccisioni, torture e incarcerazioni di tuareg da parte delle forze governative maliane). Ai governi ed ai media delle democrazie occidentali piace dipingere il mondo in bianco e nero.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/14/mali-france-bombing-intervention-libya#start-of-comments

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I medesimi errori…ancora…e ancora…e ancora…e ancora…e ancora…
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

Donata Borgonovo Re, i suoi critici, la democrazia partecipata

Donata Borgonovo Re-large

 

DBR è su Facebook

 

Il fatto che un certo comportamento sia comune non lo rende meno corrotto. …chi è al potere conta sulla volontà dei cittadini di assuefarsi alla corruzione, diventando insensibili, indifferenti alla sua illiceità. Una volta che un tale comportamento è percepito come la norma, si trasforma nella mente delle persone da qualcosa di sgradevole in qualcosa di accettabile. Molte persone credono di dimostrare la loro sofisticatezza esprimendo una cinica indifferenza verso le malefatte dei potenti, in quanto sono così diffuse. Questo cinismo – “oh, non essere ingenuo: lo fanno tutti, sempre” – è proprio ciò che permette ad un comportamento distruttivo di prosperare incontrastato.

Glen Greenwald, 8 settembre 2012

È quello che sta accadendo nel centrosinistra in Trentino. Si sta levando un coro che canta all’unisono: ma no, ma quali primarie? Un coro che va da Dorigatti a Dellai, da Pinter ad Andreatta. Tutti che dicono: “Dai, chiudiamoci in sagrestia e decidiamo insieme, che tanto siamo maturi e responsabili”. Che lo dica uno come il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, poi, sembra proprio un paradosso: lui, il primo sindaco di Trento che ha dovuto affrontare le primarie e che si è legittimato proprio attraverso le primarie. […]. C’è anche chi non vuole le primarie del Pd, e ritiene buone e utili le primarie di coalizione. Immaginando quindi un accordo preventivo dentro il Pd su un unico suo candidato. Ovviamente chi tifa per questa soluzione è Alessandro Olivi, perché essendo uscito di scena Alberto Pacher, è lui il candidato che può trovare il minor numero di veti incrociati dentro il partito, e perché si eviterebbe di innescare la “pericolosa” rivalità con il giovane Luca Zeni e soprattutto, si eviterebbe di mettere in gioco la forte personalità di Donata Borgonovo Re. Anzi, proprio la Borgonovo Re è una delle motivazioni (inconfessabili per molti dirigenti del partito) del no alle primarie sempre più strisciante…. Al momento, dunque, ciò che porta molti attori a unirsi nel no alle primarie è il no al “Papa Nero” (vedi Borgonovo Re, Zeni o qualche altro candidato capace di calamitare l’entusiasmo dei militanti di base e dei cittadini simpatizzanti per il centrosinistra) o, al contrario, la voglia di “teleguidare” un Papa Nero (Schelfi o qualche altro candidato con quelle caratteristiche).

Paolo Mantovan, “Quella strana paura delle primarie”, Trentino, 8 novembre 2012

Il Trentino è un Land, una Comunità autonoma, non ci si può improvvisare, non è sufficiente essere stato sindaco o difensore civico, bisogna avere esperienze di governo. Eviterei dunque gelosie e ambizioni personali. 

Sergio Fabbrini, L’Adige, 10 gennaio 2013

Una buona fetta dell’establishment (Andreatta, Panizza, Fabbrini, ecc.) ci tiene a far sapere, con interviste apparse sul Trentino, Adige e Corriere del Trentino, che Donata Borgonovo Re

http://www.partitodemocraticotrentino.it/uploaded/borgo%20mart.pdf

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/donata-borgonovo-re-presidente-del-trentino-nel-2013-la-mia-scelta-per-un-mondo-nuovo/

è inadatta a governare la Provincia di Trento.
Mi pare di poter dire che questa contrarietà sia motivata da 4 ragioni principali – due palesate, una malcelata ed una inconfessata:

* la sua inesperienza;

* la sua eccessiva prossimità ad ambienti della sinistra cattolica che sono ostili al neoliberismo montiano e che quindi sono bollati come conservatori, anti-moderni o neocomunisti;

* la sua denuncia dei malcostumi trentini (pubblici e privati);

* è una donna;

Poiché intendo essere governato da lei e non dai suoi avversari, cercherò di confutare le obiezioni esplicitate e degne di considerazione.

1. DONATA BORGONOVO RE VUOL DIRE DISCONTINUITÀ (È UN MALE?)

In quest’epoca “surrealista”, il cristianesimo sociale e la socialdemocrazia che hanno reso civilissimi i paesi del Nord Europa, il New England e il Canada (e che sta risollevando le sorti del Brasile) sono ideologie reazionarie: invece il neoliberismo che domina le politiche di “risanamento” dei paesi europei e che è storicamente associato a Pinochet, Reagan e Thatcher (tra gli altri), essendo per di più all’origine della catastrofe dei derivati, è l’ideologia progressista per antonomasia (!!!), tanto che Bersani stesso ha coerentemente ribadito il suo sostegno alle politiche di Monti.

Quest’ideologia, che secondo alcuni rappresenta il futuro, ha dimostrato a più riprese di non curarsi del suo impatto sulle persone vulnerabili, i migranti, i poveri, i lavoratori, i giovani, che anzi ritiene colpevoli della crisi, in quanto “sono vissuti al di sopra delle proprie possibilità” – dopo anni che erano stati bombardati con il mantra “spendete se volete far crescere l’economia e dare un futuro ai vostri figli”.

Il progressivo declino dell’economia tedesca, che avrà un impatto catastrofico sul suo tessuto sociale, dato l’esorbitante numero di pensionati poveri e sotto-occupati, servirà – almeno lo possiamo auspicare – a far prevalere il buon senso sulla manipolazione della realtà.

Restano però degli interrogativi irrisolti. Com’è possibile che politici di sinistra predichino i dogmi della destra neoliberista (si chiama “cattura cognitiva”)? Perché il compromesso social-democratico è stato rifiutato proprio quando aveva contribuito in modo determinante alla sconfitta del comunismo? Perché i dogmi neoliberisti la fanno da padrone proprio quando la crisi ne ha decretato il fallimento?

Ce lo spiega Ugo Morelli (“Taccuino dei giorni scomodi”): “Di solito, in gruppi troppo coesi, dove c’è una forte tendenza verso valutazioni e decisioni unanimi, si può affermare un modo di pensare erroneo che porta a scelte e decisioni sbagliate e anche disastrose. Si può perfino giungere al risultato paradossale che il gruppo nel suo insieme finisce per prendere una decisione che ognuno dei suoi membri, se decidesse da solo non prenderebbe”.

Non ci sono alternative” è lo slogan usato per imporre un’unica soluzione, quella prediletta dall’élite e che ha fossilizzato il dibattito politico e sociale in Trentino e nel resto dell’Occidente.

Gli “esperti” hanno pronunciato il verdetto e quindi nessun’altra ipotesi è contemplabile. Altri esperti possono pensarla diversamente da chi esercita il potere politico-economico, ma sono bollati come faziosi, senza mai entrare nel merito delle loro critiche, perché “non ci sono alternative”.

Come la lingua impoverita di 1984 di George Orwell, questo mantra serve a rendere inelastica la mente dei cittadini, persuadendoli che questo è il migliore dei mondi possibili o comunque lo diventerà, se daremo retta ai pastori. In questo modo, ogni reale alternativa si volatilizza dalla sfera dell’immaginabile. L’operazione si completa con l’etichettatura. Infatti, la gente tende a credere di aver capito qualcosa se gli affibbia un nome o un’etichetta, come se classificazioni e marchiature equivalessero ad una reale conoscenza di una cosa o un fenomeno.

Le conseguenze di questo atteggiamento possono essere drammatiche. Il contratto sociale, il patto civile tra cittadini e stato si sta sbiadendo da tempo e ormai quasi non si distinguono più le parole e le firme. Sta succedendo in Europa, nel Nord America, in Giappone e altrove. La partecipazione democratica è un ricordo, il disprezzo per le “caste” è più vivo che mai:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/il-mito-del-consenso-unanime-e-la-crisi-del-patto-civile-con-lo-stato/

Così la Grande Coalizione che verrà è definita un’Alleanza dei Responsabili, contrapposta a “tutti gli altri”, bollati come “populisti” e “demagoghi”. Un parlamentare ha espresso molto bene l’essenza di questa strategia propagandistica basata sull’idea di continuità senza se e senza ma: “Non si può andare contromano su un’autostrada. Se il mondo va in una certa direzione, dobbiamo fare lo stesso”.

Esiste un unico modello di sviluppo possibile e chi non lo condivide è un irresponsabile, proprio in una fase storica in cui le magagne del sistema sono dolorosamente sotto gli occhi di tutti ed è sempre più chiaro che il nostro stile di vita deve essere negoziabile, per il bene nostro e delle generazioni a venire.

Quel che è peggio è che s’intravede, alla radice, l’idea che il dissenso dei cittadini e delle comunità locali sia sempre e comunque espressione di un interesse particolare nocivo al bene comune e che i progetti del potere centrale siano al contrario sempre guidati da una prassi decisionale efficace, rapida e pragmatica che privilegia razionalità, disciplina ed assenza di sentimentalismi, preconcetti e pregiudizi.

Viene così a mancare la cultura tipicamente democratica della gestione del conflitto e della pluralità, fonte di creatività, innovazione, miglioramento, autocritica, graduale maturazione della società civile. Si prospettano, al contrario, energici disciplinamenti della popolazione e dei governi locali:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/06/il-10-marzo-si-fa-la-storia-a-piccoli-passi/

Cosa comporta tutto questo?

La scomparsa del limite. Se il mondo è dalla tua parte, allora non puoi avere torto e non ci sono limiti a quel che puoi ritenere giusto e legittimo fare.

Ma esistono limiti invalicabili, soglie che marcano il confine tra umano e disumano, tra responsabilità ed irresponsabilità. Non variano a seconda della situazione, del contesto, sono indipendenti dalle proprie sensibilità ed umori contingenti: si chiamano Costituzione, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, beni comuni, tutela della dignità delle persone (e degli animali), sostenibilità e rispetto per l’ecosistema, lotta contro le ingiustizie, regola d’oro, ecc.

Sono autolimitazioni che l’umanità si è imposta dopo aver appreso sulla sua pelle le conseguenze della dismisura/eccesso, della tracotanza, dell’egotismo e del tribalismo sfrenato. Millenni di elaborazione morale hanno dato buoni frutti: non lasciamoli marcire perché ci martellano in testa slogan egotisti all’insegna dell’autosufficienza/autarchia dell’individuo; non ignoriamo la saggezza collettiva che è il precipitato di milioni, miliardi di esperienze umane che ci hanno preceduto.

Bisogna stare attenti a non incartarsi nelle astrazioni relativiste: non sono sintomo di maturità, sono sintomo di confusione.

Non si può cancellare con un tratto di penna tutto quel che c’è tra l’intransigenza e il relativismo, altrimenti si finisce per aderire al mantra del “non ci sono alternative”: l’anticamera dell’autoritarismo in ogni sua possibile declinazione.

I critici di Donata Borgonovo Re non sembrano rendersi conto che invece di caldeggiare la contrapposizione tesi vs. antitesi in uno stato di equilibrio virtuoso (conflitto fecondo = democrazia), stanno dando man forte a chi vede la vita (sociale e politica) come un gioco a somma zero (legge della giungla), dove una delle due parti dev’essere estromessa (lotta senza quartiere = tirannia).
Penso a Monti (“tagliare le ali estreme”) e Merkel (o Sarkozy) con i loro diktat contro chiunque osi ancora dire “cose di sinistra”. Penso al “o siete con noi o siete contro di noi” di George W. Bush ad al suo parimenti deprecabile “il nostro è uno stile di vita non negoziabile”.

Di più, i critici di Donata Borgonovo Re evidentemente ritengono che la gestione della cosa pubblica in Trentino sia stata ammirevole e che serva un’assoluta continuità.

C’è chi potrebbe eccepire:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/01/la-farfalla-avvelenata/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/18/blackrock-i-suoi-tentacoli-sulla-grecia-e-sui-fondi-pensione-del-trentino-alto-adige/

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13666

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13700

Lo ha fatto anche la stessa Borgonovo Re: “mafia è un termine sicuramente esagerato: giovedì l’ho usato nella mia relazione semplicemente perché lo sentiamo ripetere spesso dai cittadini che vengono da noi a chiedere aiuto. Non posso negare che io e i miei collaboratori siamo rimasti colpiti dalla frequenza con la quale ci dicono ‘la mafia esiste anche in Trentino’ e questo vuol dire che c’è un problema. Se qualcuno indica con il dito la luna non bisogna guardare il dito, ma la luna”. “Non credo – afferma Borgonovo Re – che ci sia una cupola e se dovessi definire io stessa il fenomeno non userei il termine ‘mafia’. Credo però che in Trentino sia diffusa una cattiva cultura dell’amministrare, per la quale il sindaco considera il Comune come ‘cosa sua’. E non si tratta di casi sporadici”.

http://www.presspubblica.it/index2.php?option=content&do_pdf=1&id=720

2. DONATA BORGONOVO RE VUOL DIRE INESPERIENZA (È UN MALE?)

Ho dedicato molto spazio alla seconda critica, ma questa, che dal punto di vista dei suoi avversari è la più convincente, è anche la più esile.

I seguenti politici sono stati eletti o nominati ad incarichi di gestione di realtà molto più complesse della Provincia di Trento pur avendo un’esperienza minima o nulla:

Barack H. Obama, Dominique de Villepin, John Fitzgerald Kennedy (al Congresso), Dwight Eisenhower, Aung San Suu Kyi, Isabel Perón, Alexis Tsipras (leader dell’opposizione greca, nato il 28 luglio 1974).

Sono quelli che mi sono venuti in mente; altri potranno certamente allungare l’elenco (i cosiddetti “renziani”, ad esempio, che avranno sicuramente replicato ad analoghe obiezioni).

Donata Borgonovo Re possiede invidiabili competenze giuridiche ed amministrative: in qualità di difensore civico per il Trentino, ha avuto un contatto diretto con i cittadini ed i loro problemi senza paragoni e non ha mai nascosto che la buona politica si fa quando ci si circonda di uno staff capace e si estende la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica (si veda la prossima sezione).

Detto questo, essere “inesperti” assicura un valore aggiunto non di poco conto. Significa infatti anche non essere incatenati ad un certo tipo di relazioni di potere che ti costringono a: (a) assecondare chi sta sopra di te e che ti ha permesso di arrivare dove sei; (b) difendere ad oltranza certe rendite di posizione ed equilibri di partito. Significa anche essere liberi di mettere in discussione ciò che non funziona all’interno del sistema, dogmi ed assunti obsoleti, proporre qualcosa di nuovo, essere aperti a contributi esterni, a soluzioni alternative, a riforme di sistemi ingessati.

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LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA SECONDO DONATA BORGONOVO RE

MIA TRASCRIZIONE: “Il legislatore si è reso anche conto che di fronte ad una particolare forza degli esecutivi, andavano introdotti quei meccanismi di controllo ed equilibrio, che sono da un lato i consigli comunali, che oggi mi par di capire che rappresentano quasi le cenerentole affaticate delle nostre autonomie locali. Con un forte potere di indirizzo e di controllo sull’esecutivo ed un potere di approvazione degli atti fondamentali del comune – il bilancio non dovrebbe costruirselo l’esecutivo, l’esecutivo dovrebbe fornire le informazioni necessarie perché il consiglio possa costruire un bilancio e dentro ci possa mettere le finalità e gli obiettivi che nell’anno che si presenta di fronte dovranno essere garantiti.

Accanto al consiglio, c’è un altro polo di cui gli enti locali si dimenticano per definizione: i cittadini. Nelle leggi degli anni Novanta e in particolare nella legge di riforma delle autonomie locali vengono introdotti i cittadini come titolari di un diritto di partecipazione che si esprime in una serie di istituti che debbono (alcuni debbono, altri possono) essere inseriti negli statuti comunali e che sono strumenti di partecipazione concreta.

Elvio Raffaello Martini ha fatto un’analisi bellissima del concetto di partecipazione e sostiene che la partecipazione la possiamo intendere come “appartenere, essere parte” – noi siamo cittadini della nostra comunità, poi della nostra provincia, della nostra nazione fino ad essere cittadini del mondo – e l’avere parte riguarda la ripartizione delle risorse. Oppure la si può interpretare come “prendere parte alle decisioni”…e qui veniamo alla scollatura con la realtà”.

 

MIA TRASCRIZIONE: “Nella mia panoramica delle male-pratiche, il contrario della best practice, io conto una serie di situazioni in cui i cittadini si sono accorti, tardi, di decisioni significative prese dall’ente pubblico, che li interessa e li tocca da vicino, decisioni delle quali non si sono rese e resi conto nella fase in cui queste decisioni venivano elaborate, discusse e concordate nelle “sedi competenti”, ma si sono semplicemente resi conto degli effetti…I cittadini si fanno sentire, protestano e contestano ma non prendono parte alla decisione; la decisione è già stata presa, molto tempo prima. I cittadini possono solo rincorrere con due sole possibilità: condizionare la realizzazioni con delle modifiche che non saranno mai radicali o sostanziali, oppure parlare, sfogarsi, farsi venire il mal di fegato senza riuscire ad incidere su una decisione che si è già consumata.

La partecipazione è faticosa. Se i cittadini riuscissero a riscoprire anche la passione per la partecipazione, che è certamente fare politica, anzi, è il modo più nobile – io ritengo – di fare politica, perché lo si fa per un interesse comune, mossi non già da un desiderio di seggio, di poltroncine, ma dal desiderio di costruire qualcosa di utile e buono per la comunità.

Dall’altro lato, però, l’amministrazione deve essere anche addestrata ad utilizzare gli strumenti di partecipazione, perché l’ente pubblico deve comprendere che gli strumenti di partecipazione sono strumenti di condivisione delle scelte, di condivisione dell’esercizio del potere e la partecipazione l’ha inventata il legislatore proprio per non lasciare dei vuoti nel corso dei famosi 5 anni almeno a livello locale e per addestrare amministrati ed amministratori a selezionare insieme l’interesse pubblico e a raggiungere insieme i risultati utili per la comunità.

Un tempo il meccanismo della democrazia rappresentativa era fondato su questa delega – io scelgo la persona che reputo migliore e le affido un compito, però non glielo affido in bianco – fai quel che vuoi, ci vediamo tra cinque anni – glielo affido in base agli impegni che questa persona si è assunta nella campagna elettorale, periodo in cui io, candidato, dico ai cittadini quel che mi piacerebbe fare, come vorrei camminare con questa comunità e chi è d’accordo con me mi sostiene, mi sostiene ma mi sta dietro, così se appena sgarro mi dà una mazzolata dietro le orecchie e mi rimette in campana. Non è che io arrivo lì e poi faccio quel che mi pare.

Perciò i meccanismi di partecipazione sono anche meccanismi di accompagnamento di chi ha la funzione di governo e decisionale, meccanismi di proposta e suggerimento, perché non è mica detto che le idee migliori ce le abbiano quelli che stanno all’interno delle istituzioni. Devono avere delle belle orecchie, la capacità di ascoltare e di selezionare, tra quello che i cittadini comunicano, cosa può essere utile e significativo.

Dobbiamo capire quali meccanismi di partecipazione abbiamo a disposizione per uscire da questa mancanza di libertà, perché non mi ascoltano una volta sulla ciclabile, non mi ascoltano un’altra sui bacini di innevamento, non mi ascoltano su qualche altra cosa e io non partecipo più. Non dico più nulla, vivacchio nella mia nicchia, oppure cerco i miei meccanismi clientelari che almeno a me garantiscono quel minimo di beneficio che mi consente di vivere in pace”.

Femminicidio

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La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia

Marcela Lagarde, antropologa

“Il termine sembra astratto ma se si legge ognuna di queste vite si capisce come siano diverse e come siano simili i loro assassini”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/femminicidio-la-spoon-river-delle-donne/

“Ricordo che ero ragazzina quando mia madre mi spiegò che quel giorno veniva abolito il delitto d’onore, ed era solo il 1981. Ed era ancora come fosse ieri, che mia nonna materna si infilò guanti e cappello, guardò il marito in poltrona e gli comunicò: “Io vado a votare”. Era il 1946 ed era la prima volta che era autorizzata a farlo. Da poco, veramente da pochi anni, noi donne stiamo faticosamente cercando di autodeterminare la nostra vita, sia nel lavoro sia nel privato e questo cambiamento epocale ha alterato in modo irreversibile la relazione tra uomini e donne, portando un comprensibile disorientamento tra chi per anni aveva goduto di un potere di scelta totale all’interno della coppia”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/21/siamo-persone-non-beni-di-proprieta/388866/

Massimo Gramellini, La Stampa del 15/11/2012: Savita è una giovane dentista indiana che abita in Irlanda con il marito Praveen, ingegnere. Aspetta un bambino da quattro mesi quando si presenta in ospedale. Ha dolori atroci alla schiena e la possibilità concreta di perdere, insieme col figlio, la vita. Al termine di una notte di scelte non facili, chiede ai medici di interrompere la gravidanza. Le rispondono che l’Irlanda è un Paese cattolico dove, finché si sente battere il cuore del feto, non è possibile interrompere niente. Savita non è irlandese e non è cattolica, ma deve stare alle regole. Soffrire. Aspettare. Il 23 ottobre il cuore del feto si ferma e i medici lo asportano, ma è troppo tardi. Il 28, a una settimana esatta dal ricovero, Savita muore di setticemia nell’ospedale universitario di Galway: in piena Irlanda, in piena Europa, in pieno ventunesimo secolo.  

Mi ostino a sperare che questa storia sia falsa o almeno incompleta. Che fra il comportamento dei medici cattolici e il decesso della dentista indiana non ci sia il nesso che traspare dalla denuncia dell’Irish Times, confermata dal marito della vittima e ripresa dai principali network del mondo. Ma l’idea che le religioni – associazioni di uomini mosse dal più nobile degli afflati, quello spirituale – possano ispirare comportamenti fanatici, superstiziosi e sostanzialmente ottusi non ha purtroppo bisogno di conferme: è sotto i nostri occhi ogni istante, in ogni angolo del mondo. Mai come oggi abbiamo bisogno di spiritualità. Mai come oggi non abbiamo bisogno di fanatici, questi esseri sfocati che vivono di testa e di viscere, avendo dimenticato che in mezzo c’è un cuore.

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È morta la giovane 23enne vittima di uno stupro di gruppo, che ha suscitato un’ondata di reazioni in tutta l’India: ricoverata in un ospedale di Singapore, le sue condizioni erano disperate. Era stata violentata, picchiata e torturata su un autobus di New Delhi lo scorso 16 dicembre. A causa della violenza subita, aveva riportato un arresto cardiaco, infezioni ai polmoni e all’addome, oltre a un grave trauma cranico. Ieri una ragazza di 17 anni si è tolta la vita, dopo aver subito uno stupro di gruppo il 13 novembre scorsoi genitori sperano che la morte della figlia porterà un futuro migliore per le donne a New Delhi e in tutta l’India

http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/28/news/india_in_fin_di_vita_ragazza_stuprata_da_branco-49555220/

Questa povera ragazza non solo è stata brutalmente violentata da 6 uomini. È stata picchiata in testa con una sbarra di ferro e le hanno danneggiato irreparabilmente gli organi interni con la suddetta sbarra. Un abominio, un abominio non ignoto nel “civile” Occidente, dove si sono usate anche bottiglie di vetro rotte.

[In India] è la vittima che deve subire l’onta e l’ostracismo sociale”, ha dichiarato Ranjana Kumari, direttore del Centro di Delhi per la Ricerca Sociale e membro della commissione nazionale per i diritti delle donne. “Non può sposarsi, per esempio. Questo farà in modo che lo stupratore si vergogni [sic!]. Non gli sarà possibile ottenere un posto di lavoro, o un posto dove vivere e sarà tagliato fuori dalla società. Si tratta di un potente deterrente”.

[…].

All’inizio di questa settimana, Abhijit Mukherjee, un parlamentare figlio del presidente, è stato costretto a chiedere scusa dopo aver definito le manifestanti “donne dipinte” che “hanno pochi legami con la realtà concreta” e non “hanno niente di meglio da fare”. L’incidente ha messo in luce spaccature profonde all’interno della società indiana. Descritte come “provocazioni femminili”, le molestie sessuali è endemico e la colpa dello stupro ricade sistematicamente sulle donne, considerate irresponsabili e inclini ad un comportamento “non-indiano”.

http://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/28/india-name-shame-sex-offenders#comment-20281341

Questa è anche la ragione per cui molte donne indiane vittime di stupro “scelgono” di suicidarsi piuttosto che continuare a vivere con lo stigma dell’ “impurità”, dell’essere state “contaminate”, che è parte integrante della mentalità patriarcale che incolpa la vittima in luogo dell’aggressore. È questa mentalità, la mentalità fascista che divide le donne in angeli o puttane, ma comunque sempre strumenti, giocattoli e proprietà dell’uomo. Una mentalità che non sarebbe mai dovuta essere tollerabile, e non solo in India.

Quante prostitute in Italia subiscono violenze perché sono considerate Untermenschen; e non possono difendersi e ben pochi sono pronti a credere che siano state violentate, visto il mestiere che fanno?

Perché la notizia che un noto conduttore televisivo inglese ha violentato 400 bambine e bambini non ha scatenato una furiosa autoanalisi nella società inglese e in tutto l’Occidente?

http://versounmondonuovo.wordpress.com/category/pedofilia-2/

Come si inserisce in questa problematica il noto bestseller “Cinquanta sfumature di grigio” che rende “appetibile” la relazione morbosa tra un “vampiro” sociopatico ed una “crocerossina”?

http://www.diariodipensieripersi.com/2012/07/cinquanta-sfumature-di-nero-quando-la.html

Il marito dell’autrice pubblicherà un’opera analoga, ma per adolescenti (i consumatori vanno allevati)

http://www.joplinglobe.com/enjoy/x1483812486/Lee-Duran-Erotic-literature-fuels-publishing-world

Mi sembra sempre più chiaro che questa società, che si crede così avanzata, emancipata, progressista, illuminata, sia tragicamente retrograda. Non volendo però affrontare il suo degrado, cerca dei comodi capri espiatori. Come il famigerato prete misogino, molto probabilmente una persona che necessita di cure specialistiche, tali sono le ossessioni che affliggono i suoi discorsi, i suoi pensieri, persino le sue interviste giornalistiche.

C’è un problema più vasto: noi uomini facciamo fatica ad accettare la diversità femminile quando non ci torna comoda. Troviamo spiacevole dipendere da una donna, essere considerati inferiori rispetto ad una donna.

Se una donna si candida per una carica importante, non è quasi mai presa davvero sul serio

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/donata-borgonovo-re-presidente-del-trentino-nel-2013-la-mia-scelta-per-un-mondo-nuovo/

A meno che non abbia dato prova di essere inflessibile (lady di ferro) come la Thatcher, o una spietata valchiria come la Merkel, o una figura semi-angelica come Aung San Suu Kyi. Il modo in cui l’establishment indiano tratta Arundhati Roy è particolarmente emblematico, ma anche la trasformazione subita da Hillary Clinton, che con gli anni è diventata un superfalco ed ha perso la sua umanità, fino ad arrivare alla salacità psicopatica con cui ha commentato il linciaggio di Gheddafi.

Il fatto è che non c’è un luogo del mondo in cui donne e uomini sono uguali o sono percepiti come tali (figuriamoci i bambini!). Eppure l’umanità, la nostra civiltà, se vuole sopravvivere, ha bisogno di società eque, dove le risorse, le energie, la dignità siano riconosciute equamente a uomini e donne. Più di tutto, dobbiamo costruire società in cui la violenza – psicologica e fisica e non solo verso le donne – sia tenuta sotto controllo, società in cui l’aggressività possa trovare sbocchi costruttivi e creativi (come succede nell’arte o nella ricerca tecnologica e scientifica, se non è pensata per applicazioni belliche) in ogni ambito della vita.

Iside cerca Osiride, come lo yin cerca lo yang. Dovrebbero trovarsi, in equilibrio.

Scrive il sociologo Marco Deriu, sul Manifesto (“La tv e l’uomo che non c’è“, 7 marzo 2012): “Insistere sulla vittima, lasciando sullo sfondo l’autore, permette infatti di “demonizzare” o “disumanizzare” l’uomo violento. “Chi picchia una donna non è un uomo”, taglia corto una pubblicità sociale. Sospetto che per molti sia meno problematico mantenere un’immagine disumana o bestiale di questi individui piuttosto che prendere atto della profonda ambivalenza presente in molti uomini, compagni o padri nei quali possono convivere e alternarsi affetto e risentimento, protezione e minaccia, fragilità e violenza, bisogno e negazione dell’alterità.

Nei pochi casi in cui nella comunicazione sociale sul problema della violenza ci si rivolge apparentemente (anche) agli uomini, spesso lo si fa riattivando stereotipi e contribuendo a rendere più difficili le cose. “Gli uomini picchiano le donne” sentenziava senza tanti distinguo un manifesto politico qualche tempo fa. Un’altra pubblicità mostrava “Mario e Anna” un bambino e una bambina di pochi anni, nudi, con ai piedi la didascalia “Carnefice” e “Vittima”, come se fossero già predestinati a diventare persecutori e prede. Si tratta di generalizzazioni che rischiano paradossalmente di “naturalizzare” la violenza maschile e di impedire invece di domandarsi in profondità perché alcuni (molti) uomini sono violenti e (molti) altri no. D’altra parte affermare, come fanno molte campagne, “I veri uomini non stuprano”, “I veri uomini non picchiano” ecc… non rischia di riconfermare l’idea di virilità unica e assiomatica anziché aiutare gli uomini a rivendicare la loro soggettività e la loro responsabilità aprendo un confronto tra forme di maschilità differenti?

E ancora, molte campagne insistono sulla violenza compiuta, sugli effetti fisici e psicologici più evidenti, mettendo in primo piano lividi, tumefazioni, ossa rotte, umiliazioni. Che effetto dovrebbero avere simili campagne sugli uomini? Siamo sicuri di riuscire a stabilire una comunicazione in questo modo? O non creiamo l’effetto inverso di presa di distanza e di allontanamento?

Occorre immaginare una forma di comunicazione che abbia il coraggio di assumere gli uomini come interlocutori reali, nel bene e nel male. Perché senza un loro impegno non è possibile affrontare il problema della violenza maschile sulle donne”.

http://maschileplurale.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=533:mar-2012-qla-tv-e-luomo-che-non-ceq-di-mderiu&catid=16:25-novembre&Itemid=18

Libera nos a malo – i buoni propositi del 2013

evolution-revolution

La famosa flexsecurity di Pietro Ichino: flessibilità nella scelta del partito in cambio della sicurezza del posto in parlamento”.

(circola in rete)

C’è un unico, serio, responsabile, possibile buon proposito per il 2013: abbattere questo sistema.

Ci troviamo in una seconda depressione, causata dai soliti ignoti, persone che comandano senza esporsi pubblicamente:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/22/fa-sembrare-piccoli-tutti-i-maggiori-scandali-finanziari-nella-storia/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/27/complottismo-for-dummies-le-trame-finanziarie-spiegate-al-bruco-del-mio-basilico/

Sono veri e propri vampiri che pretendono pure di essere ringraziati per l’opera meritoria che fanno e riescono a farsi ringraziare, grazie al dominio che esercitano sui media:

http://en.wikipedia.org/wiki/Concentration_of_media_ownership

http://www.voltairenet.org/article160315.html

La crisi in atto continua ad accrescere le inutili privazioni alle quali è sottoposta ormai la vasta maggioranza degli abitanti di questo pianeta. I grandi flagelli dell’umanità come la miseria, l’ignoranza, le malattie evitabili, la disoccupazione, la mancanza di una fissa dimora, servizi igienico-sanitari compromessi o assenti, mobilità sociale scarsa o nulla e la marginalità si sono affacciate anche nel Primo Mondo e non solo in Grecia:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/18/breve-lista-dei-crimini-commessi-contro-il-popolo-greco-dai-premi-nobel-per-la-pace/

Negli Stati Uniti

http://www.internazionale.it/portfolio/poveri-americani/

e nell’Unione Europa

http://italian.irib.ir/notizie/economia/item/117518-

milioni di persone stanno tollerando livelli di abbrutimento che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Su 2 miliardi e 200 milioni di bambini che vivono su questo pianeta, 1 miliardo vive in povertà (ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite). Solo questo dato dovrebbe essere sufficiente a farci aprire gli occhi sulla bontà delle intenzioni e delle azioni del FMI, della Banca Mondiale, della Banca dei Regolamenti Internazionali e di tutte quelle organizzazioni globaliste ben poco trasparenti ed estremamente oligarchiche.

Secondo le stime ottimistiche della FAO, nel 2012 c’erano circa 925 milioni affamate o malnutrite. Sono stime ottimistiche perché nel 2008 si calcolava un numero analogo di affamati, nel 2009 erano aumentati di circa 100 milioni, per poi ridiscendere ai livelli del 2008 nel 2010. Con la statistica si può alterare la percezione della realtà. Comunque, stando a questi dati, quasi 200 milioni vivono in paesi “sviluppati”. Negli Stati Uniti, circa 50 milioni di persone si affidano ai buoni pasto per sopravvivere.

1 miliardo e 100 milioni di persone non ha accesso ad acqua pulita.

Circa un terzo dei bambini del mondo non abita in un alloggio adeguato, un quinto non ha accesso ad acqua potabile, un settimo non ha accesso a servizi sanitari decenti.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite stima che il dato combinato di disoccupazione e sotto-occupazione nei paesi “sviluppati” si avvicina al 30%. In Grecia e in Spagna, si è raggiunta la soglia del 50% tra i giovani.

A livello mondiale, quasi 29 milioni di lavoratori hanno gettato la spugna e rinunciato a cercare un lavoro nel 2011, e non sono più conteggiati come forza lavoro e sono scomparsi dalle statistiche sulla disoccupazione. Un fenomeno mai registrato dopo il 1991, l’anno in cui si sono cominciati ad elaborare questi dati. Per rimediare a questa catastrofe servirebbero 60 milioni di nuovi posti di lavoro (veri) all’anno per 10 anni.

Una missione impossibile dato che il rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione economica mondiale e le sue prospettive per il 2013, pubblicato il 18 dicembre 2012, indica un rallentamento significativo nei livelli già anemici di attività economica mondiale.

La forte decrescita (recessiva) dell’economia europea sta avendo un drammatico impatto in tutto il mondo, anche sulla Cina.

Recessione (depressione) che, come ormai tutti dovrebbero aver capito, è dovuta esclusivamente al fanatismo neoliberista delle politiche adottate nei paesi europei ed all’abolizione per legge (con riforma della costituzione) della possibilità di realizzare politiche economiche social-democratiche. In pratica la destra neoliberista ha estromesso dal campo economico la sinistra e la destra sociale e liberale, tacciandole di populismo (e, talvolta, ribattezzando come “liberali” delle politiche che sono neoliberiste e che in inglese sono chiamate “neocon” o “libertarian”, non certo “liberal”, aggettivo che negli Stati Uniti designa invece la sinistra moderata)

http://it.wikipedia.org/wiki/Liberismo#Liberismo_e_liberalismo

Quello di cui il mondo ha bisogno non è altra austerità neoliberista ma il contrario.

Occorre una riaffermazione della priorità di un’adeguata rete di sicurezza sociale, assieme a misure che trasferiscano i costi della depressione dalle spalle dei lavoratori a quelle dei banchieri parassiti che sono i principali responsabili di questo disastro. Serviranno banche centrali nazionalizzate, come lo erano un tempo, che servano le esigenze dello stato e della società e definanziarizzino l’economia globale, sviluppandola in una direzione più socialmente ed ecologicamente sostenibile.

FONTE: Webster G. Tarpley

http://www.presstv.ir/detail/2012/12/24/279917/great-depression-deepens-across-globe/

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E liberaci da Monti e dal montismo

di Lelio Demichelis, MicroMega, 20 dicembre 2012

[…].

Liberaci da Monti, dal montismo come nuova versione del pensiero unico e dai montisti. Liberaci dal ‘male’ economico e sociale che si è prodotto…quel ‘male’ ideologico che è stato deliberatamente prodotto dal neoliberismo, dai suoi ideologi e dai suoi sacerdoti e teologi (i professori, gli esperti, i tecnici).
Liberaci da quella nuova ‘banalità del male’ che è andata a colpire i deboli e non i patrimoni, il lavoro e non la finanza e la speculazione (rinviando persino la Tobin tax promessa), le pensioni e non i bonus dei manager; che ha tagliato ricerca istruzione e formazione (un paradosso nel paradosso, o un nichilismo nel nichilismo, essendo un governo di ‘professori’); che ha ridotto i diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’ambiente, alla cittadinanza (diritti costituzionali, che sarebbero quindi ‘indisponibili’), che ha impoverito la democrazia in nome dello ‘stato d’eccezione’, che teme i populismi che esso stesso ha creato e prodotto, senza però vedere la consequenzialità tra causa ed effetto.

Un ‘male’ (impoverimento, disuguaglianze, disoccupazione, rassegnazione), che viene imposto in modi molto ‘cattolici’ (ma certo non cristiani), come doverosa ‘testimonianza di fede’ neoliberista, una fede ideologica, il capitalismo come autentica religione secondo Walter Benjamin (una religione cultuale, “forse la più estrema che si sia mai data”; a durata permanente; capace di generare colpa; e con il suo dio ben celato), perché anche il capitalismo “serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini” di una religione.

Un ‘male’ da subire perché deriverebbe appunto da una colpa nostra e non della finanza, delle borse e dei banchieri: la colpa di avere vissuto ‘al di sopra dei nostri mezzi’. Dimenticando che questo ‘dover vivere al di sopra dei nostri mezzi’ è stata una scelta deliberata dettata dal sistema bancario e finanziario mediante l’induzione di indebitamento crescente e di massa (facendoci passare da lavoratori a consumatori e infine a debitori). Una ‘colpa’ che ora necessita di redenzione, di salvezza, ovvero di austerità, di impoverimento, di declassamento sociale.

[…].

Quel neoliberismo che dopo averci permesso (per i suoi profitti) di vivere al di sopra dei nostri mezzi, oggi ci impone (sempre per i propri profitti) di soffrire, di espiare – processo ben sintetizzato dal titolo di un pregevole articolo di Ida Dominijanni di un anno fa: ‘Dal godimento alla penitenza’). Ieri la bio-politica accattivante dell’edonismo, del consumismo, dell’egoismo e dell’egotismo; oggi la tanato-politica della morte civile e sociale e dell’impoverimento di massa.

Un ‘male’ che poteva e doveva essere evitato (altre ricette economiche erano possibili e doverose: Keynes e Beveridge, invece di Hayek e Friedman), ma spacciato per ‘bene’ necessario (espiare la colpa) e virtuoso (in realtà, è puro nichilismo; distruggere tutto: stato sociale, lavoro, redditi, scuola e istruzione, sicurezza sociale, per avere una nuova alba, una nuova luce – appunto – in fondo al tunnel).

[…].

Preferiamo rifarci a Kant…: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”. Mentre “se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”, tenendomi nel mio ‘girello per bambini’ e facendomi perdere la voglia e il desiderio di uscire dal girello e di provare a camminare, pensare, ragionare, decidere con le mie gambe e la mia testa. Da tutte le parti, diceva Kant, “odo gridare: non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari. L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete!”.

Ecco, oggi siamo in una situazione molto simile a quella di allora, è solo mutato il ‘soggetto’ che ci impone di non ragionare ma di ‘’credere’ (oggi, i mercati, le agenzie di rating, i bocconiani e i banchieri). Non ragionate! Ovvero non bisogna cercare di ‘capire’ se questa adottata in Italia (come in Grecia o in Spagna e altrove) sia stata davvero l’unica ricetta economica possibile.

Piuttosto – lo dice Monti, lo dicono i grandi mass-media, lo dicono Casini e Montezemolo (sic!) – dovete ‘credere’, dovete ‘crederci’, perché noi – noi Mario Monti, Mario Draghi, Manuel Barroso, Angela Merkel – noi ci siamo assunti l’onere di farvi muovere sul girello per bambini che abbiamo realizzato per voi; perché noi siamo coloro che sanno e ‘coloro che sono’ (noi siamo coloro che siamo perché siamo gli esperti, i professori, i tecnici), voi dovete solo credere in noi, dovete fare ‘esercitazioni militari’ accettando l’ordine di diventare disoccupati o precari; voi dovete pagare le tasse e impoverirvi, perché questo è utile non solo al pareggio di bilancio ma soprattutto alla nuova divisione internazionale del lavoro (non potendo più svalutare la lira per dare fiato a un’economia che non innova, oggi si devono ‘svalutare’ il lavoro e i redditi), perché il vostro benchmark (coloro che dovete imitare, diventando come loro) per i prossimi anni saranno i lavoratori-schiavi cinesi: quello è il vostro modello, quello il vostro futuro e a noi dovete credere, perché noi siamo classe dirigente, noi sappiamo cosa è bene e cosa è male per voi e per il paese, noi siamo i vostri ‘pastori’ e voi siete il nostro ‘gregge’.

E ogni gregge – in nome della coesione nazionale invocata dal Presidente Napolitano, della competizione invocata dagli industriali o del pareggio di bilancio invocato dai ragionieri al governo (e bisognerebbe chiedere scusa ai ragionieri) – deve sempre seguire il suo ‘pastore’, colui che è, colui che sa, colui che guida e che ha costruito per le ‘pecore del gregge’ opportuni girelli per bambini, per togliere la fatica di pensare (e noi, per ‘pigrizia’ e per ‘viltà’, come diceva ancora Kant, abbiamo rinunciato al nostro diritto/dovere di pensare e di uscire dal girello che ci fa restare infantili e dipendenti).

Allo stesso tempo facendo fare a voi – voi obbedienti e rassegnati, ‘complici’ i sindacati (alcuni) e una certa sinistra – ciò che noi èlite, noi banchieri (che abbiamo provocato la crisi), noi professori della più prestigiosa (sic!) università italiana, abbiamo deciso che voi dobbiate fare.

Dal disastro economico e soprattutto sociale prodotto da Monti e dal montismo bisogna uscire e in fretta, perché è un disastro che si poteva e si doveva evitare usando l’intelligenza e non l’ideologia, la logica e non l’ostinazione, la fantasia e non la routine del pensiero unico neoliberista, rileggendo soprattutto come era nata la crisi del 1929 e come se ne era usciti con Roosevelt.

Ma bisogna soprattutto smettere questa corsa affannosa e insulsa a Monti e al montismo. […] Il sapere aude! vale soprattutto per la società, per noi e per i nostri figli, cui stiamo negando il progresso in nome di un regresso nichilistico. Non continuità con Monti, dunque: ma una cesura radicale. Con Monti e il montismo (e il merkelismo, il barrosismo, il draghismo).

(20 dicembre 2012)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/e-liberaci-da-monti-e-dal-montismo/#.UNnGgyNEO3Q.facebook

Interviste sobriamente rivoluzionarie – nascita di un movimento resistenziale

a cura di Stefano Fait [e dedicato alla pasionaria Valegian]

“Credere sempre nel futuro, anche quando le cose vanno male”

George Lakoff descrive con efficacia la “cattura cognitiva” dell’area progressista da parte del pensiero neo-liberale nell’ultimo trentennio; il fenomeno per cui i progressisti, o buona parte di loro, hanno iniziato a pensare all’interno dei frame, degli schemi cognitivi, dei conservatori, e a parlare con il loro vocabolario, disattivando le proprie idee, valori e parole.

Paolo Cortigiani, dirigente scolastico

Occorre tenere il treno del cambiamento (della rivoluzione prossima ventura) sui binari costituzionali e del buon senso.
Il mio indirizzo riformista lo sto illustrando nella categoria “programma politico”.

Seguono interviste a gente che mi pare stia andando nella direzione giusta (né monarchica, né giacobina, ossia sobriamente rivoluzionaria). La volta scorsa i “girondini” come loro partirono bene e finirono malissimo. Questa volta partiranno malino e potrebbero finire per vincere. I prossimi due anni saranno decisivi. O ci si libera dalla dittatura dei mercati senza cadere nella brace di un qualche fascismo sobriamente postmoderno e globalizzato, oppure siamo fritti.

A differenza dei coordinatori di ALBA, mi pare evidente che non si possa sfondare elettoralmente senza un leader carismatico che abbia esperienza di partito. Syriza vincerà le prossime elezioni (2013, se ci saranno) perché ha Alexis Tsipras. La gente ha bisogno di persone in carne ed ossa in cui identificarsi, ha bisogno di eroi che si battano per loro: le idee sono fredde se non c’è qualcuno in cui incarnarle. Per questo i francesi non elessero quasi nessun illuminista all’Assemblea: cercavano dei rappresentanti pragmatici, non degli intellettuali. Perciò, se hanno intenzione di scollarsi dal 2-3%, ossia dalla marginalità ed irrilevanza, questi riformatori faranno bene ad individuare un giovane non rottamatore, possibilmente di aspetto gradevole, che sia un buon oratore e trasmetta simpatia, fiducia e desiderio di porsi al servizio della collettività, lealmente. Soprattutto, occorre che abbia fatto la gavetta in un partito o movimento di sinistra. Uso il genere maschile perché un uomo raccoglierebbe più voti, ma sarebbe anche opportuno che fosse associato ad una figura femminile carismatica, una co-leader che non abbia abiurato il suo femminino per prevalere in un mondo patriarcale (perciò non una Merkel o una Thatcher). Sono gli archetipi dell’eroe e della regina che possono catturare milioni di voti ed emancipare dalle prigioni cognitive, quando le condizioni sono favorevoli. Solo così potremo battere il trickster Matteo Renzi.

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“Il punto di partenza è l’appello «Cambiare si può», lanciato il 6 novembre. Un manifesto che conta 70 firme di peso e che ha tra i suoi promotori e organizzatori i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, l’ex magistrato Livio Pepino e lo storico Paul Ginsborg.

«Il sostegno al nostro movimento sta crescendo», dice a Lettera 43.it proprio Ginsborg, tra le anime della nuova iniziativa politica, «e sono in arrivo nuove adesioni importanti che per adesso preferisco non rivelare».

[…].

DOMANDA. Il vostro progetto, quindi, è una risposta alternativa anche al grillismo?

RISPOSTA. Sì. Non ci convince la forma di opposizione di Grillo, anche se ne condividiamo alcune battaglie come la forte denuncia alla Casta dei partiti.

D. Come pensate di recuperare gli astensionisti?

R. Mostrando loro che esiste un’alternativa dignitosa ai classici partiti. Parlo di una soluzione sobria. E lo posso dire da inglese d’origine, al contrario dello stimato premier Mario Monti.

[…].

D. È un messaggio rivolto anche a Nichi Vendola e alla sua alleanza con Bersani?

R. Sì perché il leader di Sinistra e libertà si è piegato alla linea del Pd che, neanche troppo velatamente, è di fatto quella di Monti.

D. Un dialogo con Renzi che ha dichiarato di voler interloquire solo con i cittadini potrebbe essere più facile per il vostro movimento?
R. Assolutamente no. Da cittadino fiorentino, posso dire che Renzi è una persona dinamica e di grande capacità mediatica, ma anche superficiale sul piano dell’economia politica.

D. Porte chiuse al sindaco di Firenze, insomma?

R. Nutriamo forti dubbi su quanto di Renzi sia solo show e quanto sostanza.

[…].

D. Landini non vuole fare politica, ma il bacino dei voti Fiom è ambitissimo. Pensate di riuscire a intercettarlo?

R. Trovo corretto che un sindacato non si schieri. Che, poi, tra la Fiom e Alba in particolare esista un feeling è risaputo. Ma la nostra sfida è più ampia.

D. Cosa vuol dire?

R. Riuscire a parlare con operai, ceto medio, precari e disoccupati, tutti colpiti dalla crisi. E con loro stringere un’alleanza sociale e politica sui temi del lavoro e dei diritti.

[…].

R. Avremo un coordinamento centrale e, soprattutto, delle regole a cominciare dalla selezione democratica della classe dirigente e fino al limite dei mandati.

D. Sulla scia dell’esperimento di democrazia diretta di Grillo?

R. No perché anch’esso appartiene alla vecchia tradizione personalistica della politica italiana che va da Silvio Berlusconi a Umberto Bossi. Lo stesso comico genovese è un capo carismatico. Non a caso se sta incontrando delle difficoltà non è per eccesso, ma per assenza di democrazia.

http://www.lettera43.it/politica/ginsborg-l-anti-grillo_4367571693.htm

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Cambiare si può! Intervista a Ugo Mattei: “Tutti insieme per sconfiggere la stupidità neoliberista con la fattezza di Monti\Napolitano” – (www.controlacrisi.org) 9/11/2012

Intervistiamo Ugo Mattei,  firmatario della campagna, giurista ma anche tra gli esponenti intellettuali che in questa fase politica stanno portando avanti proposte. Insieme a Paul Ginsborg, Stefano Rodotà, Paolo Cacciari, Luciano Gallino infatti Mattei è tra i fondatori di Alba (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente).

La sua firma è tra le adesioni alla campagna Cambiare si può! Noi ci siamo. Una campagna che molto probabilmente vivrà dell’adesioni degli stessi presenti in piazza il 27. Perché aderire alla campagna?

Io voglio a tutti i costi un cambiamento che reputo debba essere rivoluzionario per potersi far carico dell’ attuale fase, che non è di crisi ma di trasformazione strutturale del capitalismo (le crisi sono passeggere, questa dura ormai da cinque anni e non lo sarà). Quindi quando i miei compagni e fratelli torinesi Gallino, Pepino e Revelli me ne hanno parlato ho aderito con entusiasmo. Io non voglio lasciare nulla di intentato e voglio aiutare tutti i compagni che si oppongono in modo onesto e sincero al neoliberismo e al regime di Monti, che reputo fascistoide , e a cui occorre rispondere con un grande CLN (quello mi pare fosse embrionalmente in piazza il 27). Poiché coltivo la virtù del dubbio e non penso esista una sola strada giusta per resistere e sovvertire, partecipo a ogni azione. Ho partecipato ad Alba, giro l’Italia a portare amicizia e solidarietà alle occupazioni, sostengo il referendum su art.8 e art.18. In questa fase, contro i poteri più forti del mondo, bisogna tentare ogni strada, far sentire ogni voce, ognuno contribuire con tutte le sue forze nel modo in cui è più adatto. Tutti insieme per sconfiggere la tristezza e la stupidità neoliberista che ha la fattezza di Monti\Napolitano.

Cosa direbbe ai giovani e in generale agli italiani per avvicinarli a questa campagna?

Cambiare si deve!

Quali strade possiamo percorrere in questi mesi per divulgare al massimo la campagna Cambiare si può?

Occupare, resistere, trasformare! Io non sono un pubblicitario ma credo che si debba dire a tutti, anche a quelli come me che non credono affatto che esista una democrazia rappresentativa degna del nome, che votare si deve e si deve anche pretendere che ci sia qualcosa a sinistra da votare con gioia.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Conflitti/2012/11/9/28105-cambiare-si-puo-intervista-a-ugo-mattei-tutti-insieme-per/

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“Cambiare si può: una lista per il lavoro”. Intervista a Luciano Gallino – Salvatore Cannavò (Il Fatto Quotidiano)

8/11/2012

Può essere una lista fondata sui temi del lavoro e della crisi, in fondo non ne parla nessuno, nemmeno Grillo”. Il professor Luciano Gallino la presenta così la proposta di una lista della sinistra che è stata lanciata con l’appello “Cambiare si può” firmato da numerosi esponenti della sinistra intellettuale, sociale e anche da artisti e artiste. Accanto al suo nome si trovano quelli di Marco Revelli, Paul Ginsborg oppure Moni OvadiaSabina Guzzanti, operai della Fiom e esponenti No Tav oppure l’esponente del comitato No Dal Molin di Vicenza.

Chi sono i soggetti a cui guardate?

Non i partiti. Ci sono invece tante persone che si interrogano sul significato reale della crisi economica globale e hanno intenzione di scavare un po’ di più, di trovare risposte più concrete. Queste persone sono più numerose di quanto si pensi. La crisi ha morso in profondità e ha contribuito a far nascere numerosi interrogativi sulle bugie che vengono raccontate, su improbabili luci in fondo al tunnel o sul fatto che le responsabilità di tutto sarebbero della Germania.

Non ritiene che si tratti delle stesse persone attratte dal movimento di Grillo?

In quello che dice Grillo ci sono alcune cose interessanti. Quello che a me non va, però, è il tono sopra le righe, l’elemento aggressivo fino all’insulto e al disprezzo dell’avversario. Credo che ci siano molte persone attratte da quei temi ma non dai toni da commedia popolare.

È solo una questione di toni?

Non solo: se si guarda il programma del Movimento Cinque stelle, come giustamente invita a fare Travaglio, cliccando sul sito del movimento, si può osservare, ad esempio, che il M5S non parla di lavoro o di occupazione o di altri temi che figurano nel nostro appello.

Che rapporti avete, invece, con altri soggetti della sinistra?

Tra coloro che hanno condiviso e appoggiato l’appello c’è Paolo Ferrero, da cui si può essere distanti politicamente ma che dice cose di notevole concretezza sulla finanza e le politiche di austerità. Il problema è piuttosto rappresentato dai vari partiti che si alleano, si frantumano, si dividono. Non si sa mai bene con quale soggetto si ha a che fare. Punti di contatto ci sono con la Federazione della Sinistra e anche con Sel. In realtà ci sarebbero anche con gli elettori del Pd che sono cosa diversa dai loro dirigenti.

Quale sarà il rapporto con il centrosinistra?

La nostra lista è sicuramente a sinistra del Pd. Noi siamo disposti a confrontarci sui programmi ma le premesse non sono allettanti. Non c’è molto da attendersi dal Pd.

Nella lista ci sarà anche De Magistris?

Francamente non so risponderle. Vedremo nelle prossime riunioni, il 18 novembre e poi il 1 dicembre.

http://www.soggettopoliticonuovo.it/2012/11/08/cambiare-si-puo-una-lista-per-il-lavoro-intervista-a-luciano-gallino-salvatore-cannavo-il-fatto-quotidiano/

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Arancione, l’alleanza «ragionevole», intervista a Luciano Gallino – Daniela Preziosi (Il Manifesto)

8/11/2012

C’è uno spazio elettorale fra le primarie, Grillo e il non voto?

Penso di sì. Girano umori e idee che non hanno punti di consenso se non nella protesta, nel dire «mandiamoli a casa tutti». Ma negli incontri, nelle conferenze, parlando con militanti anche del Pd ho l’impressione che gli elettori siano meglio di quelli che li rappresentano. Ma bisogna offrir loro un’idea di paese diverso. Certo, senza farsi l’illusione di richiamare fiumi di elettori.

Fiumi che si dirigono verso le liste di Grillo. Che però ha un know how mediatico furbo, dalle traversate a nuoto al divieto di andare in tv. Come pensate di fargli concorrenza?

Il nostro manifesto contiene idee, andranno in giro con la forza delle loro gambe. Nessuno di noi pensa di fare nuotate, neanche in un fiume. Avvieremo una discussione con altri mezzi. È un processo già partito. Si tratta di capire fino a che punto i decibel e i pixel abbiano la meglio sui ragionamenti. È la nostra scommessa. C’è ancora in giro gente che guarda alla sostanza.

Il grillismo è solo decibel e effetti speciali?

No, un po’ di sostanza c’è. La polemica contro i partiti, l’insistenza su questioni locali, il no alle grandi opere, l’attenzione all’economia al di là dei titoli dei giornali. Se questi temi fossero proposti con voce normale capiremmo se la presa sugli elettori è per il tono o per quello che dicono.

[…].

Lei è lo studioso che ha parlato della «cattura cognitiva» della politica da parte dell’ideologia dei mercati e della finanza. Come farete a combattere la battaglia per la liberazione da questa «cattura»?

C’è un grosso impegno culturale da assumere, ed è quello che faremo. Faccio un esempio: l’articolo 8 della legge Sacconi è una bomba nucleare sul diritto del lavoro. Permette di derogare a tutta la legislazione sul lavoro, e come altre leggi, è passato quasi senza opposizione. Ma paradossalmente permette di derogare anche alla legge Fornero: innescando una circuito dantesco. C’è un fatto culturale da ribadire contro gli infiniti peana per Marchionne e contro la «solitudine dei lavoratori» di cui ha scritto Giorgio Airaudo (responsabile auto Fiom, ndr): la centralità del lavoro nella Costituzione. L’articolo 4 dice che ogni cittadino ha diritto «al» lavoro. In quella preposizione c’è un dato sconvolgente: non parla del diritto del lavoro che si ha, ma il diritto «a» avere un lavoro. Invece in Italia da vent’anni si fabbrica precariato. Non si fa conversione, non si fanno progetti che possano creare nuovo lavoro. Sarebbe bello vedere messo in pratica qualche articolo della Costituzione.

Crede che il centrosinistra Pd-Sel sia «cognitivamente» catturato?

Se prima lo era al 90%, può darsi che adesso lo sia all’86. È possibile che ora sia scesa la percentuale.

http://www.soggettopoliticonuovo.it/2012/11/08/arancione-lalleanza-ragionevole-intervista-a-luciano-gallino-daniela-preziosi-il-manifesto/

La “Modesta proposta per superare la crisi dell’Euro” di Yanis Varoufakis

Varoufakis ha perso la sua cattedra all’Università di Atene a causa della crisi e delle politiche europee e ora vive in “esilio”, migrando come visiting scholar da una facoltà estera all’altra.

E’ categoricamente contrario all’uscita dall’eurozona, per delle ragioni assolutamente condivisibili.

Alcune sue interviste rilasciate in italiano e analisi tradotte in italiano.

[Premetto che il grave limite di Varoufakis, come di Bagnai, è quello di rifiutarsi di considerare l'idea di complotti finanziari globali che hanno finalità politiche e non solamente di mero profitto. Penso che a questo punto sia surreale non tenerne conto. Varoufakis incolpa principalmente i banchieri tedeschi, il nazionalismo tedesco e le manovre sul dollaro e l'egemonia americana (un complottino, insomma) che sono solo una dimensione del problema, Bagnai riduce il tutto alle naturali dinamiche della finanziarizzazione dell'economia (bah). Ciò non toglie che occorre fornire un'alternativa affinché la gente possa dire: "allora non è vero che non ce n'erano", "allora sono veramente dei criminali". Varoufakis, Stuart Holland e Joseph Halevi hanno fatto precisamente questo e qualcuno lo doveva fare. Per altri è stato Bagnai a farlo ma, dal mio punto di vista, la fuga dall'eurozona è effettivamente un suicidio, come sostengono i critici. Per chi vuole qualcosa di più di questo è interessato a sentir parlare di economia e finanza ad alti livelli (ma con stile divulgativo) con un dibattitto che includa i veri complotti in corso - in particolare come l'indebitamento sia impiegato per rifeudalizzare le democrazie occidentali (ma senza riferimenti ad alieni, Haarp, scie chimiche o altro) -, rimando a (in inglese!): http://www.golemxiv.co.uk

Ci dovrebbe essere più integrazione in Europa per combattere la crisi?

"Assolutamente, ma possiamo farlo domani. Non abbiamo bisogno di una Federazione europea, di un nuovo trattato o di cose del genere. Il Fondo Salvastati deve intervenire direttamente nella ricapitalizzazione delle banche, senza passare dai governi. La Banca centrale europea dovrebbe prendersi carico dei debiti pubblici e lo potrebbe fare immettendo gli eurobond. Abbiamo bisogno degli investimenti bancari europei per creare le condizioni per avere la meglio sulla recessione".

Ci sono alcuni Paesi, come la Germania, che non voglio creare una maggiore integrazione economica. Come se ne esce?

"La Germania, prima di accettare un'integrazione economica, vuole una unione politica. Finché la crisi non verrà arrestata non ci saranno unioni politiche, perché per crearle serve molto tempo. E noi non abbiamo tempo. Dobbiamo fermare la crisi il prima possibile in modo da avere la possibilità di un'unione politica. Se continuiamo così non uniremo altro che cenere".

http://affaritaliani.libero.it/esteri/yanis-varoufakis-ad-affaritaliani200612.html

Tre cose. I passi molto semplici che devono essere fatti. In Europa, sia in Grecia che in Spagna, quello che succede ora è che le banche insolventi sono strette in un abbraccio mortale con gli stati insolventi. Così, gli Stati prendono in prestito denaro dal centro dell'Europa al fine di finanziare le banche, e le banche prendono in prestito per dare allo Stato, e sia le banche che gli stati sono bloccati in una sorta di abbraccio mortale. Quindi quello che dobbiamo fare è rompere questo legame tra le banche insolventi e gli stati insolventi. Il modo per farlo è unificare il sistema bancario, europeizzarlo all'interno dell'Unione Europea, finanziandolo direttamente e non attraverso i governi nazionali. Questo è un passo molto semplice, ma è un passo che sembra essere troppo lontano dall'Unione Europea.

In secondo luogo ciò che serve è una mutualizzazione, una sorta di debito comune, come in Australia, dove il governo federale ha il proprio debito al di sopra degli Stati.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di una politica di investimento in tutta la zona euro. Perché siamo in un'area monetaria, è necessario disporre di una strategia di investimento, di un meccanismo di riciclaggio del sistema. Se non abbiamo queste cose, e la Germania non vuole avere queste cose, temo che non ci sia assolutamente la possibilità di evitare questo deragliamento al rallentatore.

L'economia Greca non può essere sistemata. L'economia Greca è finita. L'economia Greca è in una grande, grande depressione. L'economia sociale è nel lungo, lungo inverno del suo scontento. Non c'è nessun potere, nessuna forza all'interno dell'economia Greca, della società Greca, che possa evitare tutto questo - è come se fossimo nell'Ohio nel 1931, e ci chiedessimo: che cosa possono fare i politici dell'Ohio per tenere l'Ohio fuori dalla Grande Depressione? La risposta è: niente.

Tutto dipende da ciò che accade nella zona euro. Proprio come quello che è successo in Ohio è dipeso dell'ascesa del presidente Roosevelt e dal New Deal - a meno che non ci sia un new deal per l'Europa, la Grecia non ha possibilità. Questo non vuol dire che se l'Europa si sistema, anche la Grecia si sistemerà. Una condizione necessaria è che la zona euro trovi un piano razionale per se stessa. Ma non è una condizione sufficiente. L'Europa potrebbe mettersi a posto e la Grecia, così fragile e maligna, potrebbe ancora avere grossi problemi e non recuperare mai. Ma fino a quando la zona euro non troverà un piano razionale per fermare questo disastro ferroviario che avanza al rallentatore in tutta l'Unione Europea, in tutta la zona euro, la Grecia non ha alcuna possibilità.

Questa è la nostra Grande Depressione. Non solo in senso economico, ma anche in senso psicologico. I Greci passano da uno stato catatonico a uno stato di rabbia, ed è un tipico caso di depressione maniacale. Non ci sono prospettive. Non c'è luce alla fine del tunnel. Ci sono sacrifici, ma nessuno ha la sensazione che si tratti di sacrifici che assumono la forma di un qualche tipo di investimento per girare l'angolo. Questo è il problema quando si è bloccati in una zona euro davvero mal progettata, che sta crollando, e che non dà la possibilità alle sue parti più deboli di venirne fuori attraverso una sorta di crisi rigeneratrice, di catarsi.

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/30-categorie-12335539.html

Come si pone la crisi greca rispetto a quella che assume sempre più i connotati, anche politici, di una crisi dell'intera zona euro?

Io sono convinto che si debba, finalmente, ammettere come la crisi economica greca non sia, in realtà, greca, non nel senso di un paese vittima del proprio debito. Si pensi a uno tsunami: l'onda esiste indipendentemente dalla città che poi andrà a colpire. La Grecia aveva, e continua ad avere problemi che non hanno il Paese come unico obiettivo. Semplicemente, Atene è la prima destinazione di un percorso che sta investendo l'intera zona dell'euro.

Si faccia l'ipotesi che, dal 1998 al 2008, la Grecia fosse stata guidata da governi saggi e angelici i quali, per esempio, avessero colpito corruzione ed evasione fiscale: non saremmo stati la prima vittima dello tsunami, eppure questo sarebbe comunque arrivato anche a noi, qualsiasi cosa avessimo fatto. Si pensi al Portogallo: non ha un deficit esorbitante e anche l'ammontare del debito non è paragonabile al nostro. L'Irlanda, poi, non conosce fenomeni di corruzione e rappresentava il modello del Fmi, della zona euro e del Washington consensus. Eppure entrambi i Paesi sono vittime della crisi che stiamo vivendo ed è chiaro che l'Irlanda, come la Grecia, avrà presto bisogno di un secondo prestito. Questo, penso, significa che siamo di fronte a una crisi sistemica della moneta unica ed è un falso assoluto che l'euro sia vittima di attacchi speculativi; molto semplicemente, l'Euro è vittima della sua stupidità [come Bagnai, anche Varoufakis, per ragioni che mi sfuggono, nega l’evidenza del fatto che gli attacchi speculativi coordinati ci sono stati e sono stati documentati dai maggiori quotidiani internazionali, come ad esempio il New York Times, l’Huffington Post e la Repubblica: http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/02/mercati-mercatini-e-monti-bis/, http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/01/il-complotto-delle-banche-daffari-documentato-dallhuffington-post-non-da-un-blogger-paranoico/, NdR]

Si faccia l’esempio della Spagna, un paese che, allo scoppio della crisi, nel 2008, aveva surplus finanziario e, in questo preciso istante, ha un debito e un deficit inferiori a quelli britannici. Ciononostante, mentre la Gran Bretagna non affronta nessun problema a farsi prestare denaro dai mercati internazionali, non è così per la Spagna, la quale rimane attaccata a una moneta problematica; l’euro. Questa è la vera questione: se io fossi un investitore giapponese e detenessi bond inglesi e spagnoli sarei fortemente preoccupato dello stato di salute dei due Paesi; telefonerei al mio broker e gli direi, per esempio, di vendere i bond inglesi. A quel punto potrei reinvestire il ricavato della vendita o in Gran Bretagna o, continuando l’esempio, in Germania. Se scegliessi di investire fuori dalla Gran Bretagna vendendo, pertanto, sterline per comprare euro, il prezzo delle prima crollerebbe, rendendo le esportazioni inglesi vantaggiose, le importazioni costose, dunque migliorando la bilancia dei pagamenti inglese. Sia che si tenga un bond inglese sia che si venda, qualcosa di buono per l’economia britannica accadrà comunque.

Nel caso, invece, dei bond spagnoli dell’esempio, se io chiedessi al broker di liquidare e acquistare bond tedeschi non registreremmo la vendita di valuta spagnola; gli euro uscirebbero, semplicemente, dalla Spagna che, non avendo una moneta nazionale, non potrebbe far altro che assistere impotente alla propria emorragia. Ecco perché, nonostante le statistiche vitali della Spagna siano migliori della Gran Bretagna, quest’ultima si trova in posizione di vantaggio rispetto alla penisola iberica.

Prima dell’avvento dell’Euro, pertanto, il problema non esisteva e la crisi ha rivelato le debolezze del sistema della moneta unica.

Dieci anni fa la crisi non c’era e gli Stati Uniti, principalmente, assorbivano le eccedenze tedesche attraverso le importazioni. Nel 2008 tutto questo cessò e la struttura della moneta unica, per come è stata edificata, non è stata capace di assorbire una frana di tali dimensioni.

Chiaro che, nel corso di un terremoto, la prima abitazione a crollare è quella le cui fondamenta sono marce. Ma se non fosse stata la Grecia, sarebbe stato un altro Paese. Il fatto, però, non è riconosciuto a livello delle istituzioni europee che continuano ad additare la Grecia come il grande colpevole. Io credo che si tratti del rifiuto psicologico ad ammettere errori. Si ipotizzi che, nel giro di pochi minuti scompaiano tutti i greci: cambierebbe qualcosa? Ci sarebbero sempre la Spagna e l’Italia e quando cadessero anche loro, l’Euro cesserebbe di esistere. Bisogna, pertanto, mettere da parte sciocchezze e cercare soluzioni ai problemi strutturali dell’Euro.

Il governo greco, alla frana di più di un anno fa, rispose con il ricorso a un meccanismo di salvataggio che comprendeva un prestito di 110 miliardi, erogati dalla Ue, dalla Bce e dal Fmi. In virtù di tale prestito, la Grecia si impegnò all’adozione di misure che avrebbero dovuto risanare il deficit. Oggi sappiamo che il deficit non solo non diminuisce con i ritmi previsti ma il debito sale a ritmi vertiginosi e saranno presto necessari altri 100 miliardi di prestito. Cosa non ha funzionato?

Senz’altro le previsioni del meccanismo erano sbagliate eppure la responsabilità maggiore grava sul governo greco che non doveva accettare molta parte delle imposizioni.

Sono almeno duecento anni che conosciamo e siamo tutti d’accordo su due cose. Innanzitutto, quando qualcuno ha fallito, non puoi ”aiutarlo” garantendogli un nuovo prestito e, per giunta, con tassi di interesse molto alti. Questo è solo un aiuto temporaneo che, però, non fa che accrescere il problema. Il fatto che la Grecia stia trattando un nuovo prestito rappresenta una tragedia.

Il secondo elemento è che quando un’economia è in recessione, se si diminuiscono le spese pubbliche la recessione si aggrava. Ora, con il memorandum firmato un anno fa, abbiamo fatto proprio le due cose che non dovevamo fare: abbiamo preso un prestito enorme e abbiamo tagliato le spese pubbliche. Questa è la definizione della paranoia: fare tutte le volte la stessa cosa e tutte le volte aspettarsi un risultato diverso.

Lei ha proposto una soluzione alla crisi dell’Euro articolata in tre punti che non richiedono il raggiungimento, irreale al momento, di un’organizzazione politica dell’Ue diversa da quella presente. Al tempo stesso sostiene con fermezza la necessità di mantenere l’Euro come moneta della Grecia, definendo il ritorno alla dracma come ritorno all’età della pietra.

Innanzitutto, bisogna riconoscere che stiamo vivendo una crisi strutturale dell’euro e il problema non è risolvibile attraverso la proposta, dall’esito altamente improbabile, della creazione di una struttura politica europea altra da quella presente. La crisi si fonda sull’incidenza di tre fattori: del primo nessuno parla in una congiura del silenzio, dal momento che tutte le banche, non solo greche, sono ”zombie banks” in tutta Europa, ossia, detta semplicemente, esse non hanno liquidità a disposizione [es. Deutsche Bank, NdR]. Il debito statale rappresenta solo il secondo fattore, non l’unico, mentre si deve aggiungere che, dal 2008, non si attua in tutta Europa, nessun investimento di una qualche rilevanza.

Dobbiamo, pertanto, affrontare contestualmente le tre questioni. Il Fondo strutturale europeo (Fse) deve smettere di prestare agli Stati e invece sostenere le banche europee, garantendo loro capitali a basso tasso d’interesse, perché possano ricapitalizzarsi; il Fse otterrebbe in cambio azioni che poi rivenderebbe al fine di non incidere sui contribuenti europei.

Rispetto al debito, chiarito che non è possibile garantire nuovi prestiti a chi è già indebitato a dismisura, la soluzione sta nel sollevare il debitore di quella parte di debito ammessa dal trattato di Maastricht, ossia il 60 per cento del Pil. Il modo per farlo è che la Bce prelevi i bond nazionali in scadenza e li trasformi in un bond europeo di buona qualità e, pertanto, appetibile ai mercati.

Il terzo asse su cui ruota la mia proposta è che la Banca europea per gli investimenti (Bei) assuma il ruolo di coordinatrice di un vero e proprio piano Marshall per l’Europa, ove il 50 per cento di ogni misura messa in atto verrà finanziata dai bond europei invece che dai singoli stati.

[nota bene: chi, come me, apprezza Webster G. Tarpley, sarà lieto di sapere che le sue proposte coincidono con quelle di Varoufakis]

La soluzione, pertanto, potrebbe essere molto semplice, anche se la cancelleria tedesca non ne vuole sentire parlare e, di conseguenza, il governo greco non la propone neppure. Di conseguenza scegliamo, ancora una volta, la via dell’ulteriore indebitamento e delle misure che esso comporta. Tuttavia, anche se riuscissimo a rispettare proprio tutte le condizioni che porrà il nuovo prestito, in pochi anni l’esposizione al debito della Grecia sarà superiore al 400 per cento. Non è pensabile, dunque, che il Paese, prima o poi, non dichiari default sovrano, con la differenza che più tardi avverrà, peggiori saranno le conseguenze; basti pensare che allora lo Stato non avrà più nulla da sfruttare, dal momento che avrà svenduto tutto nel frattempo.

http://it.peacereporter.net/articolo/29047/Grecia.+Processo+all%27euro.+Una+ricetta

Yanis Varoufakis: la sua “Modesta proposta per superare la crisi dell’Euro”, presentata fra l’altro sul sito del Levy Institute in un articolo con Stuart Holland, è stata oggetto di ampio dibattito fra gli economisti e anche sui mass media greci ed europei (inclusa la BBC). La proposta è vicina ha quella avanzata da molti studiosi e politici e consiste nel trasferire una quota del debito pubblico dei paesi europei presso la BCE, che ne potrebbe assicurare la sostenibilità a bassi tassi di interesse. Ulteriori notizie sono ricavabili dal sito: http://yanisvaroufakis.eu/.

Nella lettera qui sotto tradotta egli si rivolge al primo ministro Greco Papandreu affinché resista all’imposizione delle politiche restrittive imposte dall’Europa, socialmente devastanti e, ahimè, inutili, sostenendo invece con l’appoggio del popolo greco una diversa soluzione lungo le linee delineate nella “Modesta proposta”. Nella lettera traspare, fra l’altro, il dramma di un governo di sinistra salito al potere, come sempre, con un  carico di speranze che finisce per accettare umilianti politiche anti-popolari. Prima che ciò accada anche nel nostro paese, nella Lettera aperta a Bersani abbiamo cercato di inviare un avviso preventivo al segretario del PD a riflettere sulla necessità di una riposta progressista alla crisi, ma il monito è esteso anche agli altri leader della sinistra. S.Cesaratto, L.Turci

«Caro George,

Pochi giorni dopo le elezioni 2009 che ti hanno portato al potere, hai detto al tuo governo in un incontro trasmesso in tv: “Siamo anti-autoritari al potere”. La maggior parte del tuo governo, uomini e donne che avevano per anni ambito al potere, ti hanno guardato increduli, mentre i tuoi detrattori ti derisero. Sembravi piuttosto solo in quel momento. E tuttavia, nella misura in cui ti conosco, sei stato assolutamente autentico a pronunciare quel pensiero.
Da allora molta acqua avvelenata è passata sotto il proverbiale ponte. Le dichiarazioni utopiche sono state sommerse dallo sforzo carico d’angoscia per salvare il paese. Ti ha costretto non solo a stringere i denti, e a nascondere la tua natura utopica, ma anche a rinunciare ad alcune delle tue convinzioni di base su ciò che dovrebbe, e ciò che non dovrebbe, essere fatto da coloro che hanno autorità. Nella misura in cui ti conosco, sono convinto che consideri le tue difficili decisioni le migliori possibili di un orribile lotto. E posso immaginare la tua solitudine immediatamente dopo aver preso ognuna di loro.
Così siamo arrivati a maggio 2010, un momento in cui sei stato colto dalla necessità della decisione più importante che il primo ministro ha dovuto affrontare finora in tempo di pace. Tu sai che eravamo in disaccordo sulla questione se è stata la decisione corretta. Poco importa ora. Ti hanno convinto che l’accordo su cui hai messo la tua firma sia stato un vero e proprio piano di salvataggio, un giubbotto di salvataggio offerto dopo un naufragio scioccante per consentire al naufrago l’opportunità di guadagnare tempo e trovare la sua strada, attraverso le acque tempestose, verso la terraferma. Ho considerato lo stesso ‘bailout’ un enorme palla al piede attaccata alle nostre caviglie collettive, trascinando l’intera zona euro verso il basso (le nazioni in surplus e in deficit allo stesso modo, Nord e Sud uniti in una trappola mortale). Hai scelto di seguire il consiglio dei tuoi collaboratori e dei capitani della finanza, giudicando che il ‘salvataggio’ necessario, infatti, e acquistando tempo prezioso. Tuttavia, nella misura in cui ti conosco, la tua decisione ti ha riempito di angoscia e tristezza.

Da mesi si sapeva che il ‘salvataggio’ stava fallendo perché era nel suo DNA di fallire (e non perché non è stato seguito nel miglior modo possibile dal tuo governo). Noi economisti, come ben sai, non siamo d’accordo su quasi nulla. La storia, tuttavia, ci ha insegnato due lezioni: (1) Non è possibile salvare il fallito grazie a costosi nuovi prestiti, e (2) austerità a fasi alterne non può ridurre e non ridurrà il deficit e i debiti di una macro-economia catturata da una recessione selvaggia, soprattutto quando non si è in grado di svalutare la propria moneta e, per di più, costretto ad operare in un contesto di recessione globale e regionale. Il ‘bailout’ dello scorso anno ha violato entrambi i principi. C’è da meravigliarsi che non sia riuscito?
Non sapevi che sarebbe andata cosi? E ‘possibile che tu sperassi in un miracolo di natura economica (ad esempio qualche grosso flusso di crescita dell’economia europea che avrebbe aiutato la Grecia trascinarsi fuori dal fango) o forse di tipo politico (alcune visite ad Angela Merkel da parte dello Spirito Santo). Ahimè, non è accaduto. E ora sei chiamato, per la seconda volta in un anno, ad andare contro l’essenza di quello che credi, le informazioni in tuo possesso, i tuoi istinti, le tue esperienze (dell’anno passato, quantomeno). Ti dicono, proprio come hanno fatto l’anno scorso: “primo ministro, pensa a quello che accadrà alla nostra nazione, se non otteniamo prestiti freschi. Come faremo a pagare gli stipendi del settore pubblico e le pensioni? “Nella misura in cui ti conosco, so che ti stai mordendo la lingua.

Alcuni mesi fa ti è diventata famigliare una proposta politica di tre semplici passi, denominata “Modesta proposta per superare la crisi Euro”. Le mie informazioni sono che tu pensi molto bene di questa proposta, sia in termini di meriti tecnici che con riguardo al suo potenziale politico (anche tra l’elettorato tedesco, olandese, austriaco e finlandese)Infatti, sei stato recentemente informato che questa proposta è stata adottata dal Consiglio europeo dei sindacati, per volere dei suoi membri tedeschi e austriaci.

Come sai, le tre indicazioni contenute nella “Modesta proposta” affrontano in modo efficace (e senza invocare la necessità di modifiche sostanziali del Trattato di Lisbona), tre aspetti della crisi: (A) la crisi bancaria che infuria all’interno della zona euro da Francia a Grecia e dalla Germania alla Spagna; (B) la crisi del debito sovrano che sta trascinando la periferia verso il basso (e con essa la BCE e le regioni in surplus della zona euro); e (C) la crisi di sotto-investimento che solo una programma europeo di ripresa dagli investimenti può essere in grado di affrontare, piantando così l’ultimo chiodo sulla bara della crisi. Se ti credessi in disaccordo con questa modesta proposta, non avrei scritto questa lettera. Ma ho molta paura … che tu sia d’accordo con questa. (In caso contrario, dillo.)

Tu potresti dire: “Diciamo che sono d’accordo con la tua proposta. Come posso, come Primo Ministro di un piccolo paese in bancarotta, andare a Bruxelles e proporre una ridefinizione di tutta la zona euro? Soprattutto quando i miei consiglieri attuali mi dicono di abbandonare tali idee? “

Se me lo dicessi, la mia risposta sarebbe: “Come puoi tu, come Primo Ministro di un piccolo paese in bancarotta, andare a Bruxelles per accettare un nuovo prestito di svariati miliardi che, in tutte le ipotesi plausibili (anche se tutte le privatizzazioni e gli obiettivi di tagli di spesa fossero raggiunti in pieno), non riesce a rallentare (per non parlare di invertire) il percorso esplosivo del debito nazionale del paese? Come tu, e i leader dell’Unione, affronterai ad un anno da oggi  la inevitabile crisi di legittimità sia nel Nord che nel Sud Europa , dal momento che le garanzie sui prestiti dei contribuenti tedeschi e olandesi alla fine (tramite lo Stato greco) risiedono nelle casse di banche zombie quasi in bancarotta, mentre per tutto il tempo il debito greco continua a crescere, il PIL greco è in calo, i greci sono spinti ulteriormente nella miseria senza nulla in cambio, e gli olandesi e i tedeschi sono invitati a scavare più a fondo una volta ancora per salvarli?

Potresti chiedere: “Allora, che cosa devo fare?

Io ti risponderò in un modo che suonerà a molti utopistico, ma che sono convinto sia la tua ultima possibilità realistica. Se qualcuno può capire il realismo della mia proposta, quella persona sei tu: Salta sulla tua bicicletta questa sera, da solo, senza guardie del corpo o consulenti, e pedala verso piazza Syntagma, la piazza centrale di fronte al nostro Parlamento, dove le manifestazioni anti-austerità, contro il governo si verificano ogni notte. Una volta lì, la gente sarà infastidita in un primo momento, ma, visto che sei solo, la folla si aprirà come il Mar Rosso e si formerà un percorso che ti consentirà di spostarti al centro della piazza, dove uno Speaker’s Corner è stato allestito. Richiedi agli organizzatori il diritto di parlare per dodici minuti, la durata del tempo concesso a tutti. E affronta la folla stordita.

Dì loro che è giunto il momento per i greci di recuperare la nostra dignità perduta. Annuncia che il tuo governo non accetterà altri prestiti fino a quando la zona euro si rifiuterà di discutere la sua ristrutturazione istituzionale  e il suo orientamento politico lungo le linee di una serie di principi razionali. Proclama che il tuo governo, se necessario, procederà nell’ambito della zona euro, ma senza prestiti. Se qualcuno ti chiede quali sono i principi razionali su cui la zona euro deve essere rifondata, e come questo potrebbe essere realizzato in tempi brevi, conosci la risposta, l’abbiamo fornita nella Modesta Proposta. L’hai già studiata, ad ogni modo. Spiegala tu stesso al popolo riunito. E aggiungi che fino a che non si terrà un dibattito a Bruxelles su queste linee (linee che seri politici europei come JC Juncker e G. Tremonti hanno già illustrato), non accetterai un solo euro dei nostri partner. Afferma chiaramente che si domanda un dibattito sull’idea di Eurobond e sull’uso delle euro-obbligazioni, al fine di stimolare la Banca europea degli investimenti, per realizzare un New Deal per l’Europa.

Suggerisci che il EFSF dovrebbe ricapitalizzare le banche, invece di concedere prestiti agli Stati. Mostra al tuo popolo, e al mondo, che sai che esiste un’alternativa. Afferma a chiare lettere che fino a che fino a che questo dibattito non creerà nuove prospettive di crescita e la prosperità della zona euro, la Grecia farà quello che avrebbe dovuto fare da tanto tempo: vivere con i propri mezzi! E se ti chiedono di come si pagheranno i salari e le pensioni, rispondi che  ridurrai  lo stipendio più alto del settore pubblico al livello del secondo più grande e quindi entrambi a livello del terzo più grande e quindi questi tre al livello del quarto, e così via fino a  tutte le riduzioni necessarie siano effettuate fino a che  lo Stato greco non raggiunga il break evenAggiungi che porremo fine tutti i contratti della difesa fino a nuovo avviso. Che lo Stato greco farà tutto ciò che è necessario al fine di sopravvivere senza un euro di addizionali e costosi prestiti da parte della UE.

Man mano che ti avvicini alla fine del tuo discorso, alza la voce per dire che è assurdo che le stesse persone che accusano la Grecia di vivere col denaro preso in prestito stanno ora insistendo sul fatto che la Grecia umiliata e in bancarotta dovrebbe accettare molti miliardi in più di prestiti quando tutti sanno che sarà impossibile ripagarli. Concludi facendo un paragone con i maneggioni che, negli Stati Uniti, prima del 2008, costrinsero a costosi prestiti famiglie povere insolventi, ma che questa volta l’azione è rivolta contro un intero paese. Dichiara una volta per tutte che, come un cittadino europeo, e presidente della Internazionale socialista, non ti senti in diritto di firmare un altro contratto di finanziamento che mette a rischio non solo un piccolo paese del Mediterraneo, ma tutta la zona euro e, anche, l’idea di una Europa unita e democratica.

Alla fine, guarda in una delle telecamere puntate nella tua direzione da parte  del pubblico,  video  che presto troverà la sua strada su YouTube, guarda la sua lente e rivolgiti allo spettatore tedesco, in inglese, dicendo: “ E’ uno scandalo di primo grado che tu, tedesco che lavori sodo, dovresti fornire prestiti al mio governo che, tragicamente, sono costretto a non utilizzare per rinvigorire la nostra economia in crisi, ma per rimborsare le banche zombie che, pienamente consapevoli del loro stato terribile, si accaparrano i soldi, rifiutano prestiti alle imprese e, quindi, diventano buchi neri che assorbono le tue energie economiche, nello stesso momento in cui il tuo omologo greco soffre senza speranza per il futuro.”

A quel punto, un saluto rapido e raggiungi a piedi  la tua bicicletta parcheggiata. Per la prima volta in tanto tempo, non ti senti più solo. Avrai contribuito a un emozionante momento di democrazia partecipativa, la forma di democrazia che tu ed io abbiamo discusso  un bel po’ di volte, e sparso un sacco di inchiostro e sudore cercando di integrarla nella piattaforma del partito tanti anni fa. Piazza Syntagma, non può essere, come ai manifestanti sarebbe piaciuto, un luogo di democrazia diretta (cosa che richiede non solo la partecipazione ma anche reale potere esecutivo), ma, credo, costituisce una riedizione moderna di Agorà che calza come un guanto all’anti-autoritario George che conosco.

Ti aspetto stasera. Intorno alle 19 sarebbe bello!

PS. Ora che ci penso, forse è meglio non venire da solo. Perché non portare con sé (a patto di possedere una bici e voler partecipare) il tuo vecchio amico di college, Antonis Samaras (il leader dell’opposizione ufficiale). Fate a turni ad affrontare la folla, cantando più o meno dallo stesso libro di inni, facendo così la storia. Forse i nostri partner europei, non domandano consenso all’opposizione in questo momento cruciale? Diamogli quindi il consenso.

Yanis Varoufakis

http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=169:lettera-aperta-al-primo-ministro-greco&catid=27:documenti&Itemid=313

Mercati, Mercatini e Monti bis (+ un complotto)

I tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore.
Étienne de La Boétie

Le popolazioni più vulnerabili sono danneggiate dai salvataggi, mentre i ben pagati professionisti della finanza che in primo luogo hanno finanziato il disavanzo greco e spagnolo, continuano a trarre un profitto non indifferente. “Imporre i sacrifici ai Greci è … un prezzo di sangue per i ripetuti salvataggi i cui i beneficiari effettivi si dice che sono i Greci, ma in realtà sono i banchieri francesi e tedeschi”, ha dichiarato Galbraith.
Huffington Post, “A Thousand Cuts”

Gli anticomplottisti godono del tacito appoggio della massa, spinta a farlo dai naturali meccanismi di difesa della psiche (nessuno vuole immaginare che ci sia qualcuno che ce l’ha con lui e che sia molto più potente di lui – meglio classificare il tutto come “paranoia”). Gli anticomplottisti sono, volenti o nolenti, i migliori puntelli dello status quo.
http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/complottisti-ed-anticomplottisti-sono.html

I cosiddetti “mercati finanziari” si sono costruiti, in anni recenti, la fama di autorevoli giudici delle politiche economiche dei vari Paesi. Si dice “bocciato dai mercati” o “promosso dai mercati” come se un superiore e magistrale vaglio tecnico intervenisse a decretare la sapienza o l’insipienza di ogni mossa politico-economica. Poi però accade che “i mercati” commentino con un certo vigore (per esempio facendo cadere gli indici di Borsa) non una legge finanziaria, o una  manovra economica, ma un esito elettorale, come è accaduto in Francia  con la vittoria di Hollande e in Germania con il crollo della Merkel.  Si capisce, allora, che i mercati non sono giudici imparziali, ma attori  politici tanto quanto i governi che tremano al loro cospetto. Non rappresentano interessi collettivi più di quanto possa rappresentarli un qualunque partito politico: rappresentano interessi di parte (di una parte, per giunta, ristretta della società) tanto quanto qualunque  partito politico. Questo, ovviamente, non nega il loro peso, e neppure leva loro la dignità che spetta a una rilevante parte in causa nel gioco economico e politico. Ma dovrebbe suggerire alla politica un poco di indipendenza e di coraggio in più: quando arriva “il giudizio dei mercati” non è Dio che ha parlato, e dunque non è strettamente necessario stare in ginocchio.

Michele Serra, La Repubblica, 15 maggio 2012.

Si legge che il voto greco “non basta ai mercati” e ci si ingegna di capire che cosa basti, ai mercati: la consegna immediata  di tutte le ragazze vergini? La testa del Battista su un  piatto d’argento? La donazione di ogni bene pubblico e privato al circolo ricreativo dei banchieri? L’uso obbligatorio del papillon? Ma poi, soprattutto:chi diavolo sono, questi misteriosi “mercati”? Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome o cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha  mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta più del giudizio dell’intera classe politica mondiale? Perfino i più esecrabili dittatori ci mettono la propria faccia, e a  volte finiscono la carriera appesi a un lampione. Perché i mercati  no? Se contano tanto (tanto da affamare i popoli, volendo, e tanto da salvarli, sempre volendo) perché sono l’unico potere, in tutto l’Occidente, che non si espone mai, non parla nei telegiornali,  non viene intervistato, fotografato, incalzato? Perché siamo tutti ai piedi di un’entità metafisica che per giunta non dispensa alcun genere di risarcimento spirituale, anche scadente?

Michele Serra, La Repubblica, 19 giugno 2012.

C’è davvero una “incompatibilità tra le regole dominanti dell’economia e le regole, ad essa sottomesse, della democrazia”, come si chiedeva ieri su questo giornale Gad Lerner riflettendo sulla situazione greca? Guardate che la domanda, specie se a porla non è un giovane rivoluzionario ma un maturo socialdemocratico come Lerner (e come me), è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi. Perché se è vero, che le regole di questa economia sono monocratiche e sopraffattrici, prima o poi si tratterà di sovvertirle — o almeno correggerle radicalmente — prima che la democrazia ne esca definitivamente commissariata. E non sono le frange radicali, è la sinistra di massa, quella oramai incanutita nel quasi placido tran tran del parlamentarismo, delle elezioni, di un’alternanza che di alternativo ha davvero pochino, che si gioca il futuro se non sarà in grado di scuotersi. Il socialismo europeo, scrive ancora Lerner, rischia l’irrilevanza se si rassegna a considerare velleitaria una riforma democratica dell’architettura dell’Unione. Dato (quasi) per scontato che i socialisti non credono più nel socialismo, possiamo sperare che credano almeno nel primato della democrazia, e nella possibilità di sottomettere i famosi “mercati” ad essa, e non essa ai “mercati”? Vendola sappiamo già quello che pensa. Ma Bersani? Qui non serve la cavalleria. Serve la fanteria.

Michele Serra, La Repubblica, 21 giugno 2012.

Finché siamo noi della sinistra incanutita, a borbottare contro la dittatura dei mercati finanziari, possiamo anche credere di star ripetendo le solite vecchie solfe, come ufficiali in congedo nel loro circolo polveroso. Ma quando è la signora Merkel a dire che i mercati finanziari «non sono al servizio del popolo perché negli ultimi cinque anni hanno consentito a poca gente di arricchirsi a spese della maggioranza”, aggiungendo che “non bisogna consentire ai mercati di distruggere i frutti del lavoro della gente”, beh, ci sentiamo un poco rinfrancati. Forse alcune delle fole novecentesche attorno alle quali ci siamo formati — per esempio che il lavoro degli esseri umani deve avere più valore della speculazione, per il semplice fatto che vale di più — andrebbero rivalutate, visto che seducono anche una valorosa scampata al comunismo della Ddr, nemicissima dell’economia pianificata e statalizzata, leader autorevole del liberismo applicato.

Non per tartufismo, ma per evidente comodità tattica, di qui in poi potremmo sempre aggiungere ad ogni critica ai mercati finanziari una postilla invincibile: “Credete che l’abbia detto Nichi Vendola? Macché! L’ha detto la Merkel”.

Michele Serra, La Repubblica, 4 settembre 2012.

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La “cupola” dello spread tra teoria del complotto e attacco finale all’eurozona.

di Federico Rampini, La Repubblica, 25 luglio 2012

NEW YORK — IL TAM TAM CI AVVISA DA SETTIMANE: L’ATTACCO (FINALE?) ALL’EUROZONA È FISSATO PER AGOSTO.

Le voci s’infittiscono a Wall Street, le ha riprese ieri il New York Times in prima pagina: «L’estate sarà al cardiopalmo». La previsione di un’ondata speculativa contro gli anelli deboli dell’eurozona è razionale: agosto è un mese di attività ridotta sui mercati, i volumi degli scambi sono sottili, dunque è il periodo ideale per chi voglia ottenere il massimo effetto con le sue “puntate”. Ma il tam tam rischia anche di alimentare le teorie del complotto: dietro previsioni così insistenti esiste una regìa, un’azione concertata che prende di mira Grecia, Spagna, Italia? I patiti della dietrologia hanno qualche elemento a cui appoggiarsi. Oltre ai complotti immaginari, che usiamo per dare un volto e un nome alle forze impersonali dei mercati, qualche volta esistono le congiure autentiche.

NELLA CRONACA RECENTE, ALCUNI CASI SPECIFICI EVOCANO MANOVRE CONCERTATE CONTRO L’EUROZONA.

La prima data è l’8 febbraio 2010: i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) concordano un attacco simultaneo all’euro in una cena segreta a Wall Street. Goldman Sachs e Barclays partecipano. L’accusa è contenuta in una dettagliata inchiesta del Dipartimento di Giustizia Usa.

Un episodio successivo è datato 12 dicembre 2010. Quel giorno il New York Times rivela le «cene del terzo mercoledì di ogni mese»: riuniscono 9 membri di una élite di banchieri a Midtown Manhattan che rappresentano Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs e Credit Suisse. In quella “cupola” si concordano operazioni sui derivati. Fonte dell’accusa è nientemeno che Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission cioè proprio l’authority di vigilanza sui derivati.

Il primo settembre 2011 è il Wall Street Journal a rivelare che lo stratega di Goldman Sachs Alan Brazil, in un rapporto confidenziale di 54 pagine, consiglia ad alcune centinaia di grossi clienti della banca delle operazioni di speculazione ribassista contro l’euro, con l’uso dei credit default swaps per lucrare dai fallimenti delle banche europee, spagnole in testa. In conflitto d’interessi, perché al tempo stesso Goldman Sachs è consulente del governo di Madrid.

Infine è del 10 novembre 2011 il “giallo” mai chiarito della falsa notizia su un imminente downgrading della Francia: l’indiscrezione esce dalla Standard & Poor’s, suscitando violente oscillazioni sui mercati. Viene seguita da una smentita, ma intanto il danno è fatto: l’indagine della magistratura francese è tuttora in corso.

http://www.modena.legacoop.it/rassegna/2012/07/pressline20120725_339983.pdf

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WALL STREET FA IL TIFO PER IL MONTI-BIS

Dopo Goldman Sachs anche Morgan Stanley e Citigroup auspicano che l’Italia non abbandoni la linea del premier che dovrebbe restare al governo alla guida di una grande coalizione o in alternativa salire al Colle.

Il messaggio è chiaro, Wall Street punta su un Monti-bis, o comunque su un governo che non esca dal solco tracciato dall’attuale presidente del Consiglio. Goldman Sachs pochi giorni fa, in un lungo report dedicato alle prospettive politiche italiane, aveva spezzato una lancia per il Pd, motivando però l’implicito endorsement con la constatazione che la vittoria di una coalizione di Centrosinistra guidata dal partito di Pierluigi Bersani avrebbe sostanzialmente proseguito la politica di rigore del governo Monti.

Ora è la volta di Citigroup e Morgan Stanley, che hanno appena pubblicato due studi aggiornati (tengono conto anche della crisi politica nella Regione Lazio) ed entrambe finiscono per auspicare che le prossime elezioni conducano ad una grande coalizione che riporti Monti a Palazzo Chigi, o anche al Quirinale. Una soluzione del genere, scrivono gli analisti di Citi, sarebbe la migliore per «mettere l’Italia sulla strada della ripresa». Di Monti, è scritto ancora nel report, si può dire che «ha fatto un eccellente lavoro nel ristabilire la credibilità dell’Italia all’estero», non ha avuto altrettanto successo però nel tagliare il debito o cambiare mentalità e abitudini degli italiani.

Ciononostante è emerso come un leader notevole (anche se si aggiunge che lo stesso non si può dire di alcuni ministri). Tracciando diversi scenari per il futuro Citi arriva quindi ad auspicare un prossimo governo, sostenuto da una grande coalizione e basato su una formula ibrida tecnico-politica, che sarebbe nella migliore posizione per chiedere «un programma tipo Troika con condizioni lievi, che consenta alla Bce di iniziare a comprare titoli di Stato italiani». Uno scenario, insomma, che avrebbe come completamento l’elezione di Monti al Quirinale, con «un ruolo che probabilmente sarebbe molto più importante di quello di premier per preservare i futuri rapporti dell’Italia con i suoi partner europei»

Altre soluzioni, per Citi, sarebbero molto più pericolose, e con un chiaro riferimento al ritorno in campo di Silvio Berlusconi, gli analisti si chiedono: «Compreremmo titoli di Stato di un Paese il cui premier possa proporre un altro ponte sullo Stretto?».

Anche Morgan Stanley auspica che l’Italia non abbandoni il Montismo. Del resto, scrivono gli analisti della banca d’affari: «Il rischio è che in vista delle elezioni, la volontà e la capacità di implementare le riforma venga meno». MS crede che «una situazione politica non risolta», che veda «nessun partito in grado di ottenere una maggioranza assoluta, e la crescente importanza dei partiti marginali, potrebbe trasformarsi in un canale di contagio».
«Se tutti i pezzi del puzzle politico andranno a posto», concludono gli analisti di Citigroup, che pure mantengono negativo l’outlook a breve, «crediamo che l’azionario italiano, che scambia circa il 60% al di sotto dei livelli del 2007 e con il minor P/E 2013 di qualsiasi altro Paese europeo, offra un potenziale per ritorni notevoli dopo anni di sottoperformance»”.

Antonio Satta

Fonte: www.milanofinanza.it

26.09.2012

La guerra in corso tra Germania e USA – un’interpretazione della crisi (Gattei di UniBo)

Premetto il commento critico di un lettore
“Una buona sintesi del pensiero repubblichino, cioè una costruzione basata su articoli di Repubblica, che tende raggiungere gli obiettivi prefissati in partenza:
- la colpa è della Germania (da personalizzare come Merkel per avere un migliore effetto antropomorfo, il nemico deve essere un umano);
- non c’è alternativa a questo pensiero economico;
- la NATO non c’entra niente;
- Goldman Sachs poverina, cerca di aiutare questi europei disastrati;
- le agenzie di rating fanno del loro meglio per riportare onestamente il valore delle valute.
C’è una parte iniziale promettente sul partito della finanza (citazione inziale di Giannuli) ma serve solo per colpire l’attenzione, perchè poi si devono raggiungere le conclusioni prefissate.
In realtà siamo in un gioco dove tutti barano e la prima regola per ristabilire ordine al tavolo da gioco è cacciare i bari. Con le buone o con le cattive”.

Giudizio mio: Gattei aggira un po’ troppo facilonamente un paio di contraddizioni fondamentali nel suo ragionamento, attribuendo il comportamento dei politici tedeschi allo choc dell’iperinflazione di un secolo fa e ad un atteggiamento dottrinale in materia di politiche economiche. Mi pare francamente implausibile. C’è del buono in quest’analisi e c’è del meno buono, ossia buchi, segnalati dal lettore summenzionato che ha ragione da vendere nel sottolineare come lo studioso abbia preso per buona la lettura della crisi fatta dalla Repubblica, che non è certo imparziale. Tali buchi andrebbero riempiti con argomentazioni solide, che qui non ci sono. Non credo che Gattei sia in malafede. E’ che un economista tende a vedere solo alcuni aspetti di certe questioni e non altri, come tutti. Se, per di più, fa un eccessivo affidamento sul punto di vista di un quotidiano dell’establishment, difficilmente potrà procedere spediatamente sulla strada della ricerca della verità.
Comunque ecco l’analisi in questione.

“La Germania contro tutti”

di Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna.

1. Se la Grande Germania ritorna.

Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012).

E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.

Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43). È questo “partito della finanza” che agita i “mercati”, i quali però vanno declinati al plurale perché non hanno un comportamento univoco secondo a come si muovono nei confronti delle due valute monetarie che si contendono gli scambi internazionali: il dollaro e l’euro. Conseguentemente due sono i suoi poli geografici di riferimento: da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la Germania, che è la vera custode della solidità di quella moneta unica europea decisa a fare concorrenza al dollaro.

È questa una contrapposizione recente. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano consegnato agli Stati Uniti il monopolio della emissione della moneta mondiale e nemmeno la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 era riuscita a scalfirne la supremazia valutaria. È solo con la ricomposizione delle due Germanie nel 1990 che le cose sono cambiate. La divisione della Germania in due unità separate e contrapposte era stata la conseguenza/punizione per i due disastrosi “assalti al potere mondiale” che aveva tentato manu militari nel 1914-1918 e nel 1939-1945. Per evitarne un terzo gli alleati vincitori l’avevano smilitarizzata e tagliata in due come una sogliola. Ma con la riunificazione successiva alla implosione dell’URSS, il problema geopolitico si è ripresentato: quale collocazione internazionale, adeguata alla sua potenza non più militare bensì economica, dare alla rinata Grande Germania?

 

2. Due visioni geopolitiche.

Secondo la dottrina geopolitica anglosassone, come è stata elaborata da Halford Mackinder e Nicholas Spykman, ci sarebbe nel mondo un luogo privilegiato, detto il “Cuore della terra” (Heartland), il cui controllo politico assicurerebbe il governo del pianeta [NOTA MIA: il famigerato ed in fluentissimo Zbigniew Brzezinski sottoscrive questa visione geopolitica]. Questo centro strategico della storia è posizionato nelle grande steppe euroasiatiche, così che soltanto la Russia può impadronirsene. Con una limitazione, però: che per esercitare nei fatti la supremazia geopolitica, essa deve traboccare su qualcuna delle “Terre di contorno” (Rimlands) che la circondano e che si affacciano sui mari caldi degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Da qui l’obiettivo permanente della Russia (zarista, sovietica o quant’altro) di muoversi verso l’Europa, il Medio Oriente, l’Afghanistan o la Corea, ma con la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi a contrapporle una accorta ed efficace (finora) azione di “contenimento-respingimento”.
Però la Germania ha dato alla geopolitica un proprio ed originale contributo per opera di Karl Haushofer (1869-1946). Secondo questa diversa “visione” del mondo non è più questione di “Cuore della terra” e “Terre di contorno” ad esso concentriche, bensì di Pan-Regioni che si estendono nel senso dei meridiani, da polo a polo, avendo ciascuna uno stato-guida dominante [NOTA MIA: Carl Schmitt, l’eminente giurista filo-nazista che tanto influenzò Leo Strauss, il padre dei neocon americani, apparteneva a questa stessa scuola di pensiero].

Esse sono quattro, e quindi Pan-America con a capo gli Stati Uniti, Pan-Asia guidata dal Giappone (ma oggi si dovrebbe dire meglio la Cina), Pan-Eurasia dominata dalla Russia e Pan-Europa a direzione tedesca. E siccome ogni Pan-Regione dovrebbe godere del proprio “spazio vitale geopolitico” in reciproco rispetto con quello di ogni altra, alla Germania, in rapporti di buon vicinato con la Russia (il capolavoro di Haushofer è stato il patto Ribbentrop-Molotov del 1939), il Giappone e pure gli Stati Uniti, avrebbe dovuto spettare la guida delle penisole mediterranee che allora era facilitata dalla somiglianza di regime fascista presente in Portogallo (Salazar), Italia (Mussolini), Grecia (Metaxas) e Spagna (Franco): quattro paesi che nell’insieme già facevano in sigla PIGS = “maiali”.

Restavano estranee a questo Nuovo Ordine Europeo con mire espansionistiche sul Medio Oriente ed il continente africano soltanto le democrazie di Francia e Gran Bretagna, che comunque sarebbero state ridotte all’obbedienza con la forza. Si sa però che, se con la Francia la sottomissione riuscì, non altrettanto avvenne con la più ostica Gran Bretagna, nonostante il volo conciliatore tentato nel 1941 da Rudolph Hess (il vice di Hitler che era anche il migliore allievo di Haushofer) per trovare un accomodamento spartitorio col governo britannico. Ma proprio in quello stesso anno Hitler, smentendo le buone regole della geopolitica tedesca, dichiarava guerra all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti (fu solo allora che la guerra “europea” divenne “mondiale”), votandosi a quella clamorosa sconfitta da cui dovevano nascere le due Germanie separate da una “cortina di ferro”, poi materializzatasi fisicamente nel Muro di Berlino, che doveva sancire la fine di una Pan-Europa autonoma dalle altre Pan-Regioni.

 

3. “Framania” e i suoi “maiali”.

Con la riunificazione del 1990 il gioco geopolitico tedesco si è però riaperto e ha trovato una esplicita manifestazione di volontà nel documento elaborato nel 1994 per conto della CDU/CSU da Wolfgang Schäuble (cfr. Bonn va avanti con pochi sponsor, “Il Sole-24 Ore”, 12.9.1994 – artefice del progetto dell’Europa a due velocità:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/14/che-fine-fara-litalia-dopo-leutanasia-dellunione-europea/

http://www.alternativaeuropea.org/documenti/aemag/Edit26.htm).

Vi si teorizzava che senza un consolidamento interno l’Unione Europea avrebbe rischiato «di crollare per tornare ad essere un debole raggruppamento di Stati incapaci di soddisfare il bisogno di stabilità della Germania,… che è in linea di principio identico a quello dell’Europa considerata nel suo insieme,… in quanto gli USA non possono più svolgere il loro ruolo tradizionale ora che il conflitto Est-Ovest è un ricordo del passato». Però questa volta a «nocciolo duro» della rinascente Pan-Europa doveva essere posta una alleanza organica con la Francia, che da De Gaulle in poi si era mostrata insofferente della stretta tutela americana sulle cose europee. Attorno a questa Framania avrebbero ovviamente gravitato nazioni “satelliti” come l’Olanda, mentre i paesi “maiali” del Mediterraneo, ad esempio Spagna ed Italia, e perfino la Gran Bretagna avrebbero dovuto essere «convinti» ad aderire al Nuovo-Nuovo Ordine Europeo non appena avessero «risolto alcuni dei loro attuali problemi». Ma quali?

Se nella sua nuova offensiva geopolitica la Grande Germania non avrebbe fatto questione di supremazia militare (lasciando alla Francia il compito di assicurare all’Europa unita la deterrenza nucleare) bensì soltanto di egemonia finanziaria, ad essa i paesi mediterranei e la Gran Bretagna si sottraevano, come doveva vedersi negli anni successivi, per ragioni differenti. Intanto la Gran Bretagna, che batteva una moneta propria come la sterlina, ad essa non avrebbe rinunciato quando è nato l’euro, la moneta unica europea esemplata sul marco tedesco. A loro volta i paesi “maiali” vi hanno aderito gravati da debiti sovrani esagerati che i c.d. “parametri di Maastricht” non sono arrivati nel tempo a ridimensionare.

C’è però da dire che questo indebitamento sovrano non è tanto l’effetto di governi eccessivamente spendaccioni (come di solito si giudica), bensì del mal riuscito amalgama, all’interno dell’Unione Monetaria Europea, di economie nazionali organicamente difformi per capacità di produzione e, soprattutto, di esportazione – e questo proprio quando la moneta unica toglieva ai paesi in deficit commerciale la possibilità di adottare “svalutazioni competitive” della propria moneta per pareggiare i conti con l’estero, come era stato il caso della svalutazione della lira nel 1992. All’ombra dell’euro si è così “cronicizzato” lo squilibrio tra i paesi esportatori netti di merci (il “nocciolo duro” con esportazioni maggiori delle importazioni) e quelli che invece importano più di quanto esportano (che è la vera causa del loro essere “maiali”). Ma ciò nemmeno basta perché, se lo scompenso della bilancia commerciale è stato pagato dai “maiali” in moneta comune, essi se la sono vista restituire dal “nocciolo duro” in cambio di titoli dei loro debiti sovrani così da lucrare interessi fino al loro rimborso. Se quindi il “nocciolo duro” ha finito per risultare esportatore netto di merci e creditore di capitali ed i paesi “maiali” importatori netti e debitori, tuttavia si riteneva che l’asimmetria si sarebbe sanata quando quei capitali ricevuti in prestito si fossero indirizzati alla produzione di merci per l’estero, riportando progressivamente la bilancia commerciale in pareggio. Nell’attesa di tanto risultato in Europa si pazientava, finché a mezzo 2011 non è successo qualcosa che ha fatto precipitare la situazione.

 

4. I “mercati” tra dollaro ed euro.

Nel pieno dell’estate del 2011, quale conseguenza del duro braccio di ferro dei “mercati” contro il governo di Washington che era necessitato a violare il limite di legge posto all’indebitamento pubblico, quel limite è stato sforato ma le agenzie di rating (longa manus dei “mercati”) hanno punito il debito sovrano americano togliendogli la valutazione massima di tripla A (cfr. G. Gattei, La grande guerra dei rating (2011-2011), Bologna, 2012). Siccome però il debito sovrano tedesco manteneva la valutazione AAA, si è creata una fastidiosa disparità di rating che avrebbe potuto portare i risparmiatori internazionali, nelle proprie scelte d’investimento, a preferire i Bund di Berlino ai Bond di Washington. Che i “mercati” avessero finito per fare gli interessi della Germania? A ciò bisognava porre urgentemente rimedio, ma senza rinnegare la punizione inflitta al governo di Obama.

I titoli pubblici tedeschi a tripla A sono espressi in euro. Ed è un paradosso che in euro siano espressi anche i debiti sovrani dei paesi “maiali” che costituiscono l’anello debole della Unione Monetaria Europea e che godono (si fa per dire…) di rating di bassa, se non di pessima qualità. Perché allora non approfittare del difficile momento congiunturale per deprezzare ulteriormente i loro rating, così da allontanare i risparmiatori dall’acquisto di titoli sempre più “maiali” ma più di tutto svalutando il portafoglio di quanti (siano Stati, banche o imprese) li detengono? È stata così innescata l’arma micidiale dello spread che paragona il prezzo d’acquisto dei titoli in euro dei paesi “maiali” con i migliori sul mercato quali sono, per l’appunto, i Bund tedeschi. Se i risparmiatori, a fronte di rating peggiorati, si fanno riluttanti ad acquistarli, per indurli a sottoscrivere bisognerà offrire loro migliori condizioni di rendimento, da cui consegue l’aumento dello spread. Ma a tassi d’interesse più alti peggiorano i bilanci pubblici dei paesi “maiali” che potrebbero finire per trovarsi addirittura costretti a ripudiare quei debiti diventati troppo onerosi per le loro finanze (qualcosa di simile non è forse successo in Argentina qualche tempo fa e non si è ripetuto in Islanda nel 2010?). In caso di default di Grecia, Portogallo, Spagna o Italia i possessori dei loro titoli si troverebbero con quella loro parte di portafoglio inesigibile e le agenzie di rating avrebbero tutte le buone ragioni per abbassare i rating delle imprese private e degli Stati “incagliati” in quei crediti a rischio. Sia uno di questi Stati la Germania: non si meriterebbe allora di perdere la tripla A equiparandosi al rating americano?

 

5. “Fiscal compact”.

Di fonte alla minaccia la Germania è corsa subito ai ripari. Ma come difendere la massima valutazione del proprio debito sovrano? Imponendo ai paesi “maiali” di non far scherzi e di obbligarsi a ripagare i loro creditori “senza se e senza ma”. Lo strumento è stato l’accordo di fiscal compact sottoscritto dai governi europei nel marzo 2012 (solo Gran Bretagna e Repubblica Ceca non hanno firmato) poi passato alla ratifica dei parlamenti nazionali. La “filosofia” del fiscal compact è presto detta: se lo spread peggiora la situazione finanziaria dei bilanci pubblici dei paesi “maiali” minacciandone il default, il rimedio sta nel rimborsare la più parte del debito sovrano esistente vincolandosi contemporaneamente a non accenderne più altro. È per questo che due sono i termini del patto a cui i governi si sono impegnati a dare esecuzione a partire dal 2013.

Il primo vincolo è l’obbligo del bilancio statale in pareggio, così che le spese pubbliche vengano interamente coperte dal gettito fiscale. Ma siccome tra le spese sono compresi pure gli interessi da pagare sul debito esistente, i governi firmatari si obbligano in verità a realizzare un avanzo di bilancio primario, che è il saldo positivo d’imposte e tasse sulle spese statali. Se così non verrebbero più contratti nuovi debiti, per quelli vecchi che fare? Qui interviene il secondo vincolo che prevede il rientro in vent’anni della parte di debito eccedente il 60% del PIL, che è la percentuale originariamente prevista dagli accordi di Maastricht. Allo scopo di capire l’entità dello sforzo finanziario richiesto ai paesi “maiali”, si consideri il caso dell’Italia: a fronte di un debito pubblico che sfiora i 2000 miliardi di euro (120% del PIL), in vent’anni lo si dovrebbe ridurre della metà a colpi di 50 miliardi all’anno (50×20 = 1000). Ma considerando che ci sono anche gli interessi dai pagare sul debito esistente (sebbene in diminuzione per la riduzione progressiva del suo ammontare), si stima la necessità di un avanzo primario di 65 miliardi di euro all’anno da coprirsi con l’imposizione fiscale anche in assenza di qualsiasi spesa pubblica!

Comunque tanta severità di manovra era giustificata dall’idea della c.d. austerità espansionistica: se gli investimenti privati oggi difettano perché il risparmio viene “spiazzato” dallo Stato che lo sequestra per i propri fini improduttivi, con il bilancio in pareggio ed il rientro (almeno parziale) del debito sovrano si rimetterebbero in circolo capitali che affluirebbero spontaneamente verso i migliori impieghi occupazionali. Per questo (come spiegato da Wolfgang Schäuble, l’autore del programma geopolitico del 1994 che adesso è ministro delle finanze) «i piani di austerità non creano recessione» (“La Repubblica”, 1.3.2012), bensì sviluppo. Ma chi garantisce che, restituito dallo Stato ai creditori il “maltolto”, essi lo rivolgano ad investimenti produttivi e non invece a speculazioni finanziarie senza ricaduta in termini di produzione e occupazione? E poi nello specifico dei paesi “maiali”, essendo buona parte dei creditori straniera (quasi il 50% per l’Italia), a rimborsarla il risparmio nazionale non andrebbe a finire all’estero rilanciando altrove, ad esempio in Germania, la produzione per l’esportazione? Ma per esportare dove (si replica) se non proprio verso quei paesi “maiali” penalizzati dalla fuoriuscita dei propri capitali? Non ci sarebbe quindi convenienza per la Germania ad un programma di austerità, a meno che non si trovassero altri mercati di sbocco al posto di quelli, ormai avviati ad estinzione, dell’Europa mediterranea. È giusto, ma non è un caso che la Cancelliera Merkel sia corsa più volte a Pechino per concordare contratti d’esportazione con la Cina, ferrovia transiberiana coadiuvando.

 

6. I “mercati” contro la Germania.

La prospettiva di un’alleanza, anche solo logistica, della Germania con la Russia (che nella geopolitica anglosassone resta pur sempre il “Cuore della Terra”) preoccupa il governo di Washington, educato alla visione di Spykman-Mackinder. Per questo oltre Atlantico si giudica pericolosa una repressione finanziaria che finisca per marginalizzare il Mediterraneo spostando gli interessi commerciali della Germania verso l’Eurasia. Da qui nasce il sostegno ad un diverso trattamento dei debiti sovrani “maiali” che non passi attraverso quel loro rimborso coatto imposto dalle regole del fiscal compact.
Il soggetto dell’alternativa dovrebbe essere la Banca Centrale Europea che, rinunciando al proprio “principio di nascita” di sola difesa della stabilità dei prezzi, dovrebbe stabilire un livello tollerabile dello spread e, qualora i “mercati” lo superassero, intervenire acquistando i titoli sovrani dei paesi in sofferenza, così da riportarlo a quel giusto livello. Con peso finanziario ridotto i paesi “maiali” non dovrebbero più ricercare avanzi primari di bilancio esagerati e potrebbero dedicare le maggiori risorse a disposizione se non proprio ad aumenti della spesa pubblica (sempre malvista di questi tempi), almeno a riduzioni della pressione fiscale ormai a livelli insopportabili. Con più denaro in tasca, i cittadini potrebbero aumentare la domanda trascinando nella sua scia la produzione e l’occupazione. E quindi sarebbe crescita invece di austerità.

Ma come dovrebbe finanziarsi la BCE? Anche con la stampa di più moneta, così che i prezzi interni della zona-euro in aumento incentivassero le imprese alla produzione. Ma su quali sbocchi piazzare le maggiori merci prodotte? Intanto sul mercato europeo dove la domanda sarebbe in aumento anche per la sola crescita dell’occupazione; ma poi sui mercati esteri perché la maggior moneta circolante porterebbe ad una svalutazione dell’euro sul mercato dei cambi favorendo le esportazioni, anche dei paesi “maiali”, fuori dalla zona-euro. E qualcuno ha provato a quantificare la svalutazione che sarebbe necessaria per far riprendere a correre l’Europa: secondo Nouriel Roubini la BCE dovrebbe «mettere in circolazione più moneta e abbassare ancora i tassi, se non altro per far svalutare l’euro fino alla parità col dollaro» (“La Repubblica”, 2.4.2012).

Ma accetterebbe mai spontaneamente la Germania che la BCE si facesse artefice di una inflazione che nell’immaginario tedesco è parola (e cosa) tabù? La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!). Ma tant’è. E allora, per superare la resistenza tedesca non resta che far agire i “mercati” che dovrebbero porre l’aut-aut a Berlino: o impegnare la BCE al salvataggio dei paesi “maiali” caricandosi in parte di quei debiti sovrani anche al prezzo d’indebolire l’euro, oppure spingere i “maiali” verso il default, così che le agenzie di rating siano giustificate ad abbassare le valutazioni di tutte le istituzioni (statali e non) che ne posseggono i titoli. Insomma, delle due l’una: o l’euro si svaluta rispetto al dollaro oppure la Germania perderà la tripla A.

7. “La finanza è un’arma e la politica è sapere quando tirare il grilletto” (F. F. Coppola, Il padrino, parte III).

A mezzo del 2011 l’asse “framanico” tra Angela Merkel e Nicholas Sarkozy sembra veramente inossidabile. Ne fa le spese Silvio Berlusconi, vaso di coccio tra due vasi di ferro, che quando si vede intimare ai primi di agosto dalla BCE di Jean Claude Trichet e del suo successore subentrante Mario Draghi di «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» adottando misure d’austerità estrema (leggere per credere!) da prendersi «il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011» (cfr. “Corriere della Sera”, 29.9.2011), tergiversa e lascia passare la scadenza di settembre. Ma ci si può fidare di un governo così “maiale”? Secondo i retroscena giornalistici è stata la Cancelliera tedesca, il 20 ottobre, a chiedere la testa di Berlusconi (cfr. “La Repubblica, 31.12.2011), eppure occorrono ancora tre settimane di pressioni concentriche perché quelle «dimissioni volontarie» giungano finalmente il 12 novembre, lasciando il posto ad un più malleabile (così si spera) Mario Monti, appena nominato senatore a vita perché la sostituzione non sembri extra-parlamentare.

E Monti, sebbene in precedenza “uomo Goldman Sachs”, sul momento viene incontro ai suoi sponsor europei facendo approvare da una alleanza parlamentare tripartisan (PD-UDC-PdL) l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 e quindi una manovra Salva-Italia d’inusitata durezza: i partiti, commenta, «non avrebbero potuto permettersi di correre il rischio di diventare così impopolari. Noi non abbiamo questo problema, non dobbiamo presentarci alle prossime elezioni» (cit. in C. Bastasin, Tra Atene e Berlino, Milano, 2012, p. 45). Però Monti è come Badoglio: proclama che la guerra continua, mentre già tratta l’armistizio con gli alleati. Infatti gli basta appena un viaggio a Washington nel febbraio 2012 per rivelarsi il migliore “amico americano”, come dimostra il 20 febbraio firmando, insieme ad altri 11 capi di governo europei (quello inglese in testa), una lettera di «misure coraggiose» per ripensare alla «crescita oltre l’austerità». Ma è fatica sprecata perché Merkel e Sarkozy non recepiscono. Comunque ad aprile lui ci riprova, in compagnia del presidente della Commissione Europea, per chiedere almeno un ripensamento delle regole del fiscal compact, ma la Merkel gli risponde che «il fiscal compact non si tocca» (“La Repubblica”, 28.4.2012).

Siamo quindi allo stallo e solo le elezioni francesi, che sostituiscono Sarkozy con il “socialista” Hollande, possono venire a fare la differenza. Lo si capisce il 30 maggio quando, in una teleconferenza, Obama e Monti ed Hollande vanno per tre volte alla carica del rigore di Berlino e «per tre volte Angela Merkel dice di no. In inglese e, per non sbagliare, anche in tedesco» (“La Repubblica”, 1.6.2012). Ma la resa dei conti non può tardare perché, come Obama ha suggerito a Monti, «se la Merkel non cede va messa spalle al muro» (“La Repubblica”, 7.6.2012). E’ il 28 giugno, al summit europeo di Bruxelles, quando va in scena lo psico-dramma: alle 19,30, in coincidenza con la partita di calcio Italia-Germania, Monti pone il veto dell’Italia su qualsiasi decisione comunitaria se prima non si costituisce un Fondo salva-Stati “maiali”. Lo spalleggia subito il presidente spagnolo Rajoy e «nella sala scende il gelo». Per il momento si sospende la seduta e si va a cena, così da vedersi anche la partita che finisce con l’Italia che batte la Germania e passa alla finale… con la Spagna! «Congratulations, Italy played very well», ammette alle 22,30 Angela Merkel, ma ben più esplicito è il commento del premier irlandese Enda Kenny perché (dice) adesso il veto di Italia e Spagna è diventato «di tutto rispetto perché è stato posto dalle due finaliste». Eppure esso potrebbe ancora non bastare se non vi si aggiungesse a sorpresa quello ben più pesante della Francia. La Germania è isolata e «alle 4,20 del mattino, dopo 15 ore di negoziati, la Merkel capitola» (“La Repubblica”, 30.6.2012). Lo scudo anti-spread si farà e «Vaffanmerkel» è il titolo liberatorio, ma poco elegante, di un giornale italiano di quel dì (però l’Italia dovrà pagare lo scotto di perdere la finale di calcio a ringraziamento di quell’aiuto spagnolo ricevuto a Bruxelles…).

 

8. Tempi supplementari.

Alla sconfitta la risposta di Berlino è rabbiosa. Il giorno dopo parte un ricorso alla Corte Costituzionale per verificare se possa la Germania firmare una partecipazione al Fondo salva-Stati senza preventiva autorizzazione del Parlamento nazionale. Contemporaneamente un altro ricorso arriva sul tavolo della Corte. In simultanea con il summit di Bruxelles è stato approvato dal Parlamento tedesco, con voto bipartisan CDU/CSU e SPD, l’accordo di fiscal compact. Questa volta è die Linke a non starci, promuovendo il giudizio di costituzionalità su di una misura che dall’estero condizionerebbe la libertà di decidere la politica di bilancio nazionale. Però la Corte prende tempo, annunciando il 17 luglio che darà il proprio parere solo il 12 settembre e che nel frattempo ci si affidi alla buona sorte. Subito, il 24 luglio, l’agenzia Moody’s ammonisce che la Germania mantiene ancora la tripla A, ma che il suo outlook (la previsione) da positivo passa a negativo dipendendo dall’esito della sentenza che sarà emessa su fiscal compact e scudo anti-spread.

Per più di un mese Borsa e spread vanno sulle montagne russe e solo il 6 settembre il presidente della BCE Mario Draghi riesce a mettere le mani avanti strappando al suo Consiglio Direttivo, col solo voto contrario della Bundesbank, l’autorizzazione di principio ad acquistare quantità «illimitate» di titoli dei paesi aggrediti dalla speculazione, qualora questi ne facciano esplicita richiesta. Ma c’è un codicillo. L’intervento della BCE non dovrà essere inflazionistico perché per l’ammontare del suo intervento dovranno essere ritirati altrettanti titoli dal mercato. Tecnicamente funzionerebbe così: la BCE immette moneta per acquistare i titoli “maiali” con vita residua da 1 a 3 anni (l’autorizzazione concessa consente solo questo), ma in contropartita venderà titoli che già possiede, non necessariamente “maiali” ed anche con scadenze superiori, per recuperare la maggior liquidità che ha messo in circolazione. Insomma, non ci sarà nessun aumento dei prezzi, men che meno svalutazione dell’euro e solo la BCE pagherebbe il proprio intervento peggiorando la qualità e la scadenza del proprio portafoglio titoli.

Poi finalmente arriva, il 12 settembre, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Il Fondo salva-Stati è dichiarato legittimo (e quindi il presidente della BCE potrà dare esecuzione effettiva alla decisione di principio del 6 settembre), ma la Germania vi parteciperà solo fino al massimo di 190 miliardi di euro, così che quell’intervento “illimitato” diventa, almeno per i tedeschi, limitato. Ma pure il fiscal compact è dichiarato costituzionale, così che la sua approvazione da parte di Berlino può far legge per tutti i Parlamenti degli altri governi firmatari (in Italia si è già provveduto approvandolo ai primi di luglio). Come già spiegato, gli Stati aderenti si impegnano a rientrare del proprio debito sovrano fino al limite del 60% del PIL. Ma naturalmente non saranno i governi a rimborsarne i creditori, bensì i cittadini tutti a colpi di avanzi primari di bilancio che siano l’effetto di meno spese pubbliche e più tasse.
Così per il prossimo ventennio, che è il tempo stabilito per il rientro dell’eccedenza di debito sovrano, non ci potrà essere denaro per la crescita in Europa. E’ come nel Nuovo Ordine Europeo di nazista memoria: allora il Terzo Reich aveva risucchiato, come una enorme idrovora, nelle proprie fabbriche (anche di morte) la manodopera dei paesi vicini, alleati o sottomessi; adesso, nel Nuovo-Nuovo Ordine Europeo la Grande Germania ci riprova, ma questa volta più pacificamente risucchiando il denaro degli altri.

Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna

http://www.carmillaonline.com/archives/2012/09/004458.html

20.09.2012

Il complotto delle banche d’affari, documentato dall’Huffington Post (non da un blogger paranoico)

“L’Huffington Post pubblica una serie di articoli sulle misure di austerità e il loro impatto globale, “A Thousand Cuts”. Qui si analizza e si documenta con tanti esempi l’effetto Robin Hood al contrario.

- I poveri e la classe media portano sulle spalle gli oneri di gran lunga più gravosi dell’ossessione politica globale per le politiche di austerità degli ultimi tre anni.

Negli Stati Uniti, i tagli di bilancio hanno costretto gli Stati a ridurre l’istruzione, i mezzi pubblici, gli alloggi a prezzi accessibili e altri servizi sociali.

In Europa, i tagli al welfare hanno portato alcune persone con handicap gravi, a temere per la loro vita. Ma il gioco dell’austerità ha anche dei vincitori.

Tagliare o eliminare i programmi di governo che vanno a vantaggio dei meno abbienti è stato a lungo un obiettivo ideologico dei conservatori. E rappresenta una manna dal cielo per le grandi aziende, con i servizi pubblici che vengono privatizzati e i risparmi dell’austerità che permettono tagli delle tasse per i cittadini più ricchi. Gli interessi finanziari degli Stati Uniti che vanno a guadagnare da Medicare, Medicaid e dai tagli alla sicurezza sociale “sono stati al centro della grande fregatura”, la “propaganda” secondo cui tali programmi sono in crisi e devono essere ridotti, ha dichiarato James Galbraith, economista presso la University of Texas. I sostenitori delle misure di austerità hanno venduto le loro proposte come un mezzo per migliorare l’economia. “E’ un errore pensare che l’austerità fiscale sia una minaccia per la crescita e la creazione di posti di lavoro”, ha dichiarato il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet nel luglio 2010. “Stiamo andando a tagliare le spese per abbattere il debito, contribuire alla creazione di posti di lavoro e prosperità, e di programmi governativi di riforma”, ha promesso Rep. Paul Ryan (R-Wis.), presidente della commissione Bilancio della Camera, in una cronaca di febbraio 2011 per Real Clear Politics.

Ryan avrebbe poi dichiarato che il suo piano di bilancio, con misure di austerità molto più aggressive rispetto a quelle emanate alla fine dal Congresso – tra cui 6.200 miliardi dollari in tagli alla spesa – avrebbe stimolato una crescita economica per 1.500 miliardi di dollari e creato 2,5 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il piano di riduzione del deficit Simpson-Bowles del 2010, viene spesso descritto dagli addetti ai lavori come una proposta “centrista” che potrebbe “unire il Paese” e migliorare l’economia. In realtà, il Simpson-Bowles è un altro programma di austerità che mira a ridurre Medicare e Social Security, garantendo al contempo agevolazioni fiscali per le grandi aziende e i benestanti, secondo un’analisi del Center on Budget and Policy Priorities.

Erskine Bowles, co-presidente della commissione bipartisan che ha lavorato al piano, è un direttore di Morgan Stanley, la sesta più grande banca americana, a vantaggio della quale gli Stati Uniti hanno assunto impegni enormi per aiutarla a superare la crisi economica. Morgan Stanley ha ricevuto 10 miliardi di dollari di fondi di salvataggio sotto il Troubled Asset Relief Program e ha ricevuto più di $ 100 miliardi al giorno sotto forma di prestiti economici da parte della Federal Reserve al culmine della passata crisi finanziaria. Per settimane, Morgan Stanley ha preso in prestito dalla Fed un ammontare di denaro maggiore del valore azionario di mercato della società.

Questa sollecitudine per i profitti delle grandi imprese si manifesta anche nel Simpson-Bowles. Il piano offre molteplici proposte di riforma fiscale per le aziende, ma una, che prevede di andare verso un cosiddetto sistema fiscale territoriale, sarebbe particolarmente vantaggioso per Morgan Stanley e altre banche di Wall Street.

Si consentirebbe alle imprese Statunitensi di evitare in modo permanente di pagare le tasse agli Stati Uniti sui redditi percepiti all’estero, incluso il denaro nascosto nei paradisi fiscali offshore come le isole Cayman.

Secondo un rapporto del 2008 del Government Accountability Office, Morgan Stanley opera attraverso 273 sub-società con sede nei paradisi fiscali. Mentre i sostenitori della sicurezza sociale hanno attaccato il piano, la Business Roundtable, una lobby degli amministratori delegati delle aziende, ha elogiato il Simpson-Bowles. Così ha fatto Peter Peterson, che è stato Segretario al Commercio per Richard Nixon, prima di fondare la Blackstone Group, un importante studio di private equity [una costola di Blackstone è BlackRock, che controlla la previdenza della regione Trentino-Alto Adige, Laborfonds]. Peterson ha a lungo sostenuto i tagli alla Social Security e Medicare, e ha avviato un think tank dedicato alla riduzione del debito federale nel 2008.

“Sono un grande fan di Erskine Bowles e Alan Simpson,” ha detto Peterson a Bloomberg nel 2011. “Penso che siano eroi americani”. Come molti economisti avevano previsto, tuttavia, le politiche di austerità attuate dopo la crisi finanziaria hanno dimostrato di essere una proposta perdente per l’economia globale.

La forte crescita economica prevista dai sostenitori dell’austerità non si è concretizzata; gli Stati Uniti mostrano dei miglioramenti anemici, e i paesi Europei sono scivolati in recessioni devastanti. Allo stesso tempo, secondo i dati del Dipartimento di Commercio, i profitti aziendali nel settore finanziario rimangono al di sopra anche dei livelli raggiunti al culmine della bolla immobiliare. E le élite su entrambi i lati dell’Atlantico si sono assicurate generose agevolazioni fiscali, rese possibili in parte dai tagli ai servizi sociali.

Negli Stati Uniti, le agevolazioni fiscali per i cittadini più ricchi del presidente George W. Bush sono state estese, mentre i sussidi di disoccupazione e addirittura i buoni alimentari sono stati tagliati. Questa divergenza è ancora più evidente a livello statale. Nel 2010, il governatore del New Jersey Chris Christie ha scelto di non versare i 3 miliardi di dollari di contributo annuale al fondo pensione dei lavoratori dello Stato”, e invece ha assicurato 1 miliardo di dollari di tagli fiscali per i benestanti residenti nello stato.

Il governatore del Wisconsin Scott Walker ha ugualmente proposto dei budget che prevedono agevolazioni fiscali per le grandi aziende ed i ricchi, richiedendo invece tagli degli stipendi e delle indennità per i lavoratori statali della classe media. “Le politiche di austerità sono letteralmente una redistribuzione dal basso verso l’alto nella scala dei redditi,” ha detto Dorian Warren, professore di scienze politiche alla Columbia University e borsista presso l’Istituto Roosevelt, un think tank di politica economica . “In Wisconsin, sia i ricchi che le imprese hanno ottenuto agevolazioni fiscali, mentre i dipendenti della classe media e della classe operaia sono sostanzialmente stati stroncati.” Warren ha sottolineato che ci sono delle dimensioni politiche nella spinta verso l’austerità.

Gli sforzi per ridurre i diritti della contrattazione collettiva – e quindi le retribuzioni e le indennità – per i dipendenti statali colpiscono al cuore il movimento operaio americano. Con solo il 7 per cento della forza lavoro del settore privato sindacalizzata, i sindacati del settore pubblico sono una componente fondamentale di influenza politica sul lavoro e un blocco importante del partito democratico.

Anche i governi in Europa, in particolare il Regno Unito, hanno perseguito tagli fiscali per i ricchi, imponendo misure di austerità sulle classi lavoratrici. E la classe finanziaria europea ha beneficiato in modo più diretto rispetto ai loro omologhi americani da questi bilanci. Ogni volta che l’Unione Europea ha affrontato una crisi del debito in Grecia o in Spagna, i leader europei, in particolare il cancelliere tedesco Angela Merkel, sono giunti in soccorso con i fondi di salvataggio. Quel denaro va alle banche che possiedono debito greco e spagnolo, che subirebbero un duro colpo se l’uno o l’altro dei due paesi non fosse in grado di rimborsare. Ma il salvataggio arriva con severe raccomandazioni di austerità volte ad incoraggiare la disciplina del bilancio pubblico, in modo che siano i comuni cittadini quelli che finiscono per ricevere il colpo. Le popolazioni più vulnerabili sono danneggiate dai salvataggi, mentre i ben pagati professionisti della finanza che in primo luogo hanno finanziato il disavanzo greco e spagnolo, continuano a trarre un profitto non indifferente. “Imporre i sacrifici ai Greci è … un prezzo di sangue per i ripetuti salvataggi i cui i beneficiari effettivi si dice che sono i Greci, ma in realtà sono i banchieri francesi e tedeschi”, ha dichiarato Galbraith.

Le conseguenze sono state disastrose. In Grecia, le infezioni HIV/AIDS sono aumentate del 1.500 per cento dalla fine del 2010, con i programmi di salute pubblica e le campagne anti-droga che sono stati decimati. La disoccupazione ha superato il 20 per cento in Grecia e Spagna. Eppure niente di tutto questo ha rallentato il movimento politico americano bipartisan per una maggiore austerità. Il bilancio degli Stati Uniti raggiungerà il cosiddetto “fiscal cliff” (baratro fiscale) alla fine dell’anno, quando una serie di agevolazioni fiscali scadranno e entreranno in vigore i difficili tagli di bilancio decisi durante la storia del tetto del debito del 2011.

I Repubblicani in Congresso chiedono ulteriori riduzioni della spesa federale, e sono appoggiati dai Democratici di Wall Street.

L’ex Rep. Harold Ford Jr. (D-Tenn.), ora managing director di Morgan Stanley che ha sostenuto il piano americano dei salvataggi bancari, ha parlato a favore dell’austerità a giugno, durante un’apparizione sulla NBC “Meet the Press”. “Ovviamente, speriamo che le cose vadano bene lì in Grecia”, ha detto Ford. “E quando dico ‘bene,’ voglio dire che vinca il partito dell’austerità”.

http://www.finanzaelambrusco.it/finanza/1202-e-provato-i-big-winners-dellausterita-sono-wall-street-e-i-ricchi.html

Il lavaggio del cervello che stanno subendo i tedeschi (e tutti gli altri)

Da tempo sostengo che i Tedeschi stanno subendo una tremenda manipolazione delle coscienze e che la teutonofobia mediterranea è ingiustificata, perché i principali responsabili del disastro europeo non sono i comuni cittadini tedeschi (o la maggioranza di cittadini greci che ha fatto il suo dovere), in gran parte impossibilitati a formarsi un giudizio ragionato ed informato su quel che sta succedendo, al pari della vasta maggioranza della popolazione mondiale. C’è al potere, nel mondo, un’oligarchia che si spaccia per europeista ed umanitaria ma non ha alcuna lealtà che trascenda l’egotismo e l’interesse di casta.

Fortunatamente un numero crescente di giornalisti coscienziosi se ne stanno rendendo conto.

Nella crisi dell’euro i mezzi di comunicazione tedeschi ripetono all’unisono i pregiudizi e le frasi fatte sugli altri paesi e hanno un ruolo decisivo nella contestata politica di Angela Merkel.

Robert Misik

Di recente sulla sua copertina la rivista inglese New Statesman definiva Angela Merkel come “Europe’s Most Dangerous Leader” [la “Leader più pericolosa d’Europa]. Nelle pagine interne della rivista la cancelliera veniva addirittura definita la “persona più pericolosa del mondo” e si concludeva con questa sintesi: “Con il suo rifiuto a cambiare e con la sua determinazione a mantenere la politica di rigore über alles, Merkel sta distruggendo il progetto europeo, impoverendo i vicini della Germania e rischiando una nuova depressione mondiale. Bisogna evitarlo”.

Sì, in queste frasi la tendenza dei giornalisti per il superlativo è piuttosto evidente. Tuttavia gli autori dicono chiaramente quello che in quasi tutta Europa si pensa della cancelliera tedesca e del suo sadismo fiscale, così come del rifiuto della Germania di spegnere questo incendio adottando delle misure energiche.

Ma c’è un paese in cui si pensa in modo diametralmente opposto, la Germania. Di solito in materia di politica europea, quando si parla della “posizione tedesca” o della “posizione francese”, si parla della posizione del governo. Ma nella crisi attuale in Germania esiste un consenso fra il governo, l’opinione pubblica e quasi tutti i media, a tal punto che l’opposizione non osa nemmeno più opporsi.

E quando la cancelliera è costretta a deviare di qualche millimetro dalla sua posizione fondamentalista, come in occasione dell’ultimo vertice europeo, deve subire dure critiche. Merkel “si è piegata” e i grandi media si chiedono spaventati: “Chi pagherà il conto?”

Eh sì, da molto tempo non è più solo la Bild con titoli alti dieci centimetri a gridare: “Ancora altro denaro per i greci rovinati? La Bild dice no!” Da qualche mese anche la stampa ritenuta oggettiva e seria, la cosiddetta stampa normale, sembra aver adottato la stessa posizione.

Spesso è in frasi accessorie, apparentemente anonime, che si esprime in modo più evidente questo consenso nazionale, questo sciovinismo che sottomette l’Europa a una prova di verità. In espressioni come “i paesi indebitati” o “poco seri”, che si indirizzano ovviamente agli stati meridionali della zona euro – “la Spagna indebitata”. Ma, un attimo, a quanto ammonta il debito pubblico della Spagna? All’inizio dell’anno corrispondeva al 68 per cento del pil spagnolo. A titolo di paragone quello della Germania era dell’81 per cento. Allora, chi è “il paese indebitato”?

Nel bel mezzo del reportage del programma Heute-journal della rete pubblica Zdf sulle elezioni greche si può sentire questa frase: “Il peggio è stato evitato all’ultimo momento”. Il peggio sarebbe stata la vittoria di Syriza, la coalizione di sinistra, ed stato evitato grazie alla vittoria dei conservatori, quella banda di ladri che ha portato il paese alla situazione attuale. Due minuti dopo un altro servizio e un altro inviato. Questa volta si parla del G20 e si può sentire: “Gli altri vogliono il denaro dei tedeschi”.

Quando si passa sulle altre reti si sentono ovunque frasi del genere, che contribuiscono ad alimentare questa situazione. I mezzi di comunicazione sembrano suonare tutti la stessa musica. I giornalisti non sembrano neanche più rendersi conto di fare propaganda, e utilizzano formule che da molto tempo sono diventate dei luoghi comuni.

Anche il settimanale Die Zeit non vede alcun problema a utilizzare un titolo a caratteri cubitali: “Il mondo intero vuole il nostro denaro”. Forse il giornalismo più miserabile è quello che si crede oggettivo e che invece non fa altro che diffondere i pregiudizi locali.

Ovviamente ci sono anche altre voci, che con grande pazienza ricordano che finora la Germania è riuscita a cavarsela piuttosto bene a spese degli altri e che ha la sua parte di responsabilità negli attuali squilibri economici, che possiamo lottare contro la crisi solo se riusciremo a sopprimere i difetti della costruzione della zona euro e che è assurdo parlare degli immaginari “limiti delle capacità tedesche”, quando in realtà i costi della crisi sono esagerati. Ovviamente queste voci ragionevoli esistono e formano delle macchie di colore in un’atmosfera piuttosto grigia.

Si può analizzare tutto ciò e cercare di capire. Ma di fatto in questa atmosfera non è certo facile rimproverare a Merkel di rimanere troppo concentrata sul rigore. O criticare i socialdemocratici per non essere in grado di condurre una vera politica di opposizione. In questa atmosfera di esaltazione nazionale non deve di certo stupire che i responsabili politici se vogliono essere eletti – o rieletti – non si allontanano di un millimetro dai soliti luoghi comuni.

Ripetere semplici pregiudizi, diffondere le formule di propaganda più seducenti, ben lontano da qualunque logica economica, comportarsi come se si fosse dei visionari o semplicemente non correre rischi urlando insieme agli altri, ecco quello che ha fatto la grande maggioranza della stampa tedesca durante questa crisi dell’euro. Ma dove diavolo è finito il Kurt Tucholsky [giornalista e uomo di satira considerato come una delle coscienze morali della Repubblica di Weimar] che riuscirà a farsi beffe di questa triste stampa?

 http://www.presseurop.eu/it/content/article/2333541-ranghi-serrati-dietro-la-cancelliera

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