Commesse e commessi di tutt’Italia, unitevi!

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IKEA GRANCIA – LUGANO

Orari d’apertura:

Lu-Ve: 9.00-18.30

Gio: 9.00 – 21.00

Sa: 9.00 – 17.00

[domenica chiuso]

La vita prima del business

Cartello di protesta di un gruppo di commesse

Non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi

Yoona~939, Cloud Atlas

Il lavoro sta finendo! Lo dicono senza appello le statistiche. I lavoratori di fabbriche e uffici verranno ridimensionati da oggi al prossimo ventennio come nel secolo scorso letteralmente sparì la massa di agricoltori (dal 75% l 4% degli occupati totali). Una tragedia? Il punto è che la produzione di beni e servizi è aumentata migliaia di volte da allora, richiedendo sempre meno manodopera. È tragedia per colpa dei pochi che beneficiano dei profitti, che non ci pensano a cambiare sistema. Questa è la sfida del futuro, non il lavoro. Si chiama redistribuzione, reddito di cittadinanza, risanamento del territorio come fonte di lavoro. Redistribuzione e reddito di cittadinanza, certo, e questo lo scrivo per i “bottegai”, perché se chiudono le fabbriche, senza stipendi che girano, dopo due mesi, chiudete voi!! E in Italia ancora a combattere per la domenica, siamo governati da ladri incoscienti!!

Marco Benedetti

Marco ha ragione. Quel che sostiene lo confermano Martin Ford (“The Lights in the Tunnel: Automation, Accelerating Technology and the Economy of the Future”) e gli studiosi dell’MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (“Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy”).

Stiamo realmente correndo il rischio di lasciare alle future generazioni un mondo spaventosamente simile a Nuova Seoul (Nea So Copros) di Cloud Atlas, una finta democrazia capital-corporativa e castale dove il reddito di cittadinanza ed i redditi da lavoro devono essere spesi forzatamente ed edonisticamente in base alle fasce di consumo in cui si è inseriti, per poter perpetuare un sistema in cui le persone sono consumatori prima ed esseri umani poi.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

 CLOUD ATLAS

Cloud Atlas

Che diritti si possono esercitare in un sistema caratterizzato da produzione in costante crescita e salari stagnanti, che significano crescente indebitamento, minori acquisti, massicce eccedenze, maggiore disoccupazione e crescente divaricazione tra una piccola minoranza di ricchi ed una fascia povera in espansione? Cosa vuol dire essere liberi in un mondo del genere? Di che libertà/diritti civili si può concretamente parlare?

La crescita economica richiede investimenti e può avvenire solo se c’è l’aspettativa di una forte domanda di prodotti e servizi. Dov’è questa forte domanda? Da dove arriverà? Da stati e famiglie sempre più oppressi dai debiti, indebitamenti che rappresentano l’unica maniera per assicurare un minimo di crescita in un sistema ormai saturo da una generazione e che sopravvive solo grazie a bolle speculative gonfiate dal credito facile ed irresponsabile? Dalle grandi catene e multinazionali che spazzano via i piccoli imprenditori, non solo nei paesi in via di sviluppo? Dai paesi in via di sviluppo che ci estromettono dai mercati e che esportano più che importare (es. Germania vs. Cina)?

Quante librerie hanno dovuto chiudere a causa di amazon.com?

Quanti addetti alle vendite sono stati sostituiti da sistemi on-line?

Quanti impiegati di banca sono stati sostituiti dai call center?

E quanti impiegati nei call center sono stati sostituiti da un software automatico?

E cosa succederà a molti professionisti quando arriveranno le intelligenze artificiali?

Con che introiti sosterranno consumisticamente la crescita?

Quali saranno i futuri costi umani della ricerca della competitività?

Quando l’intero sistema raggiungerà la massima estensione possibile e il punto di saturazione finale, cosa faremo?

Commerceremo con altri sistemi planetari, nella speranza di poter esportare a manetta, per non trovarci al punto di partenza?

Che senso ha tutto questo?

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TRENTO

TREVISO

http://demoandcrazia.blogspot.it/2012/10/la-rivoluzione-delle-commesse-parte-da.html

SESTO FIORENTINO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/15/oggi-sciopero-da-obi-festa-anche-per.html

TORINO

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/23/news/rinascente_sciopero_di_sabato_per_non_lavorare_di_domenica-32070683/

VICENZA

http://www.vicenzatoday.it/economia/sciopero-commesse.html

BOLOGNA

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/03/news/sciopero_contro_aperture_domenicali-34393757/

OCCUPY SUNDAY

http://www.globalproject.info/it/tags/occupy-sunday/community?f_tags_subtags=italia&f_tags_subtags_types=geo

COMMENTI DA TUTTA ITALIA

Quello che mi fa rabbia è questo menefreghismo, egoismo, prevaricazione dei forti sui più deboli; non si assumerà gente in più (il nostro titolare è già in difficoltà così), gli orari faranno sempre più schifo, la famiglia va a ramengo (Vale).

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Vorrei commentare anche l’apparente noncuranza della maggior parte delle persone. Sembra che non interessi a nessuno che persone, per la maggior parte donne, ( che lavorano il TRIPLO di noi uomini) si vedano allungare l’orario di lavoro, sottrarre le domeniche, che e’ l’unico giorno di riposo per il commercio. chi lavora nelle grandi aziende, in fabbriche o uffici, hanno il sabato e la domenica! Senza contare tutti i “ponti”. C’e’ chi non e’ mai stato a casa due giorni di seguito! Chi lavora in un negozio i ponti non sa neanche cosa siano (Carlo).

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semplicemente vergognoso ciò che ha fatto il governo, ha semplicemente liberalizzato la schiavitù , faccio il commesso in un negozio di una grande catena privata nella provincia di Napoli, NON turniamo, non ci vengono pagati gli straordinari, e ora il padrone si sente libero di fare 9 ore e 30 al giorno senza nessun tipo di problema, aperture improvvise senza nessuna possibilità di riposo, e pure il governo sa che qui da noi c’è la schiavitù (Malo82).

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Al posto di fare sempre i pecoroni… dovremmo scioperare anche noi tutti uniti una volta per tutte, anche i dipendenti della grande distribuzione e invece nel commercio… ci sarà sempre l’imbecille che apre nel giorno di sciopero, per prendere i clienti che trovano chiuso dagli altri… altre categorie bloccano l’Italia per molto molto meno… qui invece possono distruggere le famiglie, cancellare il riposo, eliminarti tempo libero, hobby, interessi… e nessuno alza un dito come distruggere un’Italia già mal ridotta…(Marcello)

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Io sono senza parole, davvero, odio il commercio, e purtroppo ci lavoro e sono demoralizzata all’idea di dover regalare le mie domeniche a chi si arricchisce sulle mie spalle, tra l’altro sottopagata, in Italia non esistono più valori, sono davvero delusa e mi sento sconfitta…Vogliono tenere gli esercizi commerciali aperti tutte le domeniche??? Va bene…ma siccome noi che ci lavoriamo dentro abbiamo le stesse esigenze di chi la domenica non ha nient’altro di meglio da fare che andare in giro per negozi, gradiremmo cortesemente che anche gli uffici pubblici (poste, comuni, inps….), le asl, le banche, le assicurazioni, i medici, gli asili etc, si adeguassero a questo nuovo “stile di vita”, se di vita si può parlare, e fossero a disposizione 7 giorni su 7 ad orari ovviamente accessibili a tutti, perché noi dobbiamo rinunciare alle nostre domeniche ed altri no? Non lo trovo affatto giusto…(Taty)

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il problema e’ che i sindacati possono fare poco perché non siamo uniti, abbiamo paura che: il contratto a tempo non venga rinnovato, di metterci in cattiva luce nei confronti dell’azienda, ma così facendo arriveranno a sfruttarci peggio che in Cina: UN PUGNO DI RISO E UN CALCIO NEL SEDERE (Vale).

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ma lo sapete che io per fare quelle schifose 4h butto via tutta la domenica, che non ho più una vita sociale, che le mie amicizie si sono stufate di sentirsi dire no mi dispiace non posso, lavoro domenica,schifosi porci della grande distribuzione organizzata, siete organizzati a delinquere ecco cosa siete,chissà quanti soldi avete dato al governo perché approvasse questa legge e poi venite a dire a me di lavorare come fossi un full time perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi e ognuno deve fare la sua parte. e ti minacciano pure, si inventano le cose che non hai detto perché vogliono eliminare i vecchi contratti e assumere gente sottopagata senza più indennità di malattia, senza ferie, senza permessi retribuiti, ecco cosa vogliono fare. ci stanno esasperando per farci licenziare così assumono poveri ragazzini che hanno bisogno di lavorare e li pagano una miseria, ma io mi domando ma siamo aperti 13h ma possibile che non abbiate il tempo di fare la spesa in 13h ore?????ma sapete da quanto tempo non vado al cinema io? (Cassandra)

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non tutti i commercianti vogliono la liberalizzazione degli orari, è solo la grande distribuzione che li vuole perché negli ultimi anni hanno subito un calo dei fatturati non indifferente, io lo so perché ci lavoro. hanno aperto troppi centri commerciali, troppi supermercati e ora il mercato è saturo, troppa offerta per una domanda sempre in calo, la gente non ha più soldi. il problema però sono i clienti che smaniano dalla voglia di sapere se domenica si è aperti perché non hanno niente da fare a casa, le loro vite ormai sono vuote e l’unica cosa che si possono permettere è fare un giro la domenica al centro commerciale, tutto è gratis qui, riscaldamento e aria condizionata, parcheggi, leggono giornali e riviste gratis e poi non li acquistano, i bambini possono persino fracassare i giocattoli e nessuno glieli mette in conto….non sia mai. I clienti vengono la domenica ma poi durante la settimana non tornano, io sono anni che non vedo più il pienone nemmeno la domenica, vengono a fare un giro ma non comprano e allora che senso ha? Perché io devo andare a lavorare di domenica? Non sono un medico, il mio lavoro non salva la vita a nessuno, non è di utilità sociale come vuol far credere Monti (Cassidy).

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Hai ragione tu….vogliono vedere il nostro teatrino di marionette che lavorano “tanto sono pagati” e andare nel paese dei balocchi che è il centro commerciale, per ingannare la loro insaziabile sete di possedere: telefononi luccicanti, cartelli ammiccanti che urlano offerte Si imbambolano davanti alle vetrine e dentro di sé si chiedono “…mmmm ora che sono qua cosa cavolo compro?” e alla fine escono a malincuore, con la borsa vuota:per comprare ci vogliono i soldi: è finita l’illusione;magari ritrovandosi in mano un vasetto di acciughe di merda che a casa non mangia nessuno. Era in offerta! (Kaiser)

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Sono titolare di negozio all’interno di un centro commerciale, single con 1,2 dipendenti (perché a due non ci sto dentro con le spese anzi, è già troppo uno). Da oggi è ufficiale: aperti anche tutte le domeniche mattine. E adesso? Per un collega è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha chiuso per sempre, un altro sta cercando di vendere e lasciare il posto. Io insieme agli altri siamo ammutoliti, visto che la risposta ad una nostra lettera di protesta per quando ci hanno tolto la mezza giornata di riposo infrasettimanale è stata questa: sempre aperti. D’altronde se lo fa la concorrenza lo dobbiamo fare pure noi! Maledetta concorrenza, allora la colpa è tua! Caro Monti hai fatto trenta fai trentuno: aperti 24 su 24, così prendo residenza al negozio, vendo casa e risparmio sull’ici e risparmio pure sulla benzina perché vendo anche l’auto! Una sola richiesta ti faccio, nei soli 46 min di tempo libero che mi hai lasciato per giorno, tu che hai i soldi vieni a trovarmi. PS il giorno di Natale lasciacelo di riposo, così riesco a farmi le ferie! Cosa ne pensate della proposta di tenere chiuse le serrande per protesta e chi di voi lo farebbe PER DAVVERO? Va bene lavorare per vivere ma vivere per lavorare NO! (Lavoratore Italiano)

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E fare venire Monti in negozio con noi 7 su 7 ??

mangiando nei magazzini a pranzo e cena ..visto che i centri commerciali sono aperti dalle 9 alle 22 o per chi è fortunato alle 21!!
Dopo la chiusura serale alle 22 e bello tornare a casa e trovare i tuoi figli che dormono e il più piccolo che si sveglia e ti dice ciao papì 6 tornato tardi anche oggi!!
Grazie Prof. Monti …come è umano LEI !! (Rocco Monticane)

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Sono d’accordo anch’io…E non dobbiamo mollare!!..Facciamoci sentire !!..Sono anch’io una schiava moderna,lavoro in uno di quei grossi centri di elettronica e di fronte abbiamo un centro commerciale..com’è triste vedere famiglie la domenica che vagano per il negozio cercando……ma cosa stanno cercando??..niente…non sanno dove andare, che fare…ed allora il centro commerciale,il negozio, diventa utile perché mentre i genitori guardano tutto e spesso non comprano niente, i figli intanto si distraggono vicino alle consolle dei giochi…e noi lì….a vedere questo triste scenario..Ma dove sono i genitori che portano i bimbi al parco??.. Comunque continuo a lottare ed oltre che boicottare le domeniche coinvolgo il più possibile i miei colleghi che spesso parlano,si lamentano ma poi non fanno niente!..Ho fatto scioperi ed andrò alla manifestazione di martedì sotto la Regione ma non so quanti saremo…eh…ad essere uniti….Noi commesse,commessi, siamo tanti e verrebbe proprio una bella cosa magari scioperare davanti al negozio, di domenica,ad oltranza,tutti quanti!..utopia… Insomma ragazze e ragazzi… CONTINUIAMO A FARCI SENTIRE!!! RICORDIAMOCI CHE CI STANNO TOGLIENDO TUTTI I DIRITTI CHE I NOSTRI PADRI, I NOSTRI NONNI SI SONO GUADAGNATI!!!.. INFORMIAMO I COLLEGHI DELLE MANIFESTAZIONI, DEGLI SCIOPERI E DI QUALSIASI ALTRA FORMA DI PROTESTA, ANCHE QUELLI CHE NON LAVORANO CON NOI!…Io ci spero che possiamo cambiare le cose…anzi, io ci credo….

Un saluto a tutti…(Ele)

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ciao ,anch’io sono una sfigatissima che lavora nel commercio,quando abbiamo chiesto al capo area di darci la possibilità di fare a turni ,la sua risposta è stata non se ne parla nemmeno avete firmato che se il negozio sta aperto la domenica lavorate (peccato che nel 2008 le domeniche erano 1 al max 2 e quelle di dicembre )per quest’anno dovete tenere duro ,e certo tanto mica ci sta lui o ci sta Monti a lavorare con un ridicolo straordinario ,per 4 domeniche ,avendo il giorno compensativo in settima ho preso 11euro (ovn).

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Mio marito lavora in un negozio e tutto andava bene fino allo scorso dicembre. Erano aperti solo una domenica al mese e a dicembre, ma non sempre il turno toccava a lui. Da gennaio non abbiamo più una vita familiare perché lui è a casa in settimana mentre io e mia figlia siamo a casa il sabato e la domenica. Quindi lui è sempre a casa da solo e non riesce più a stare con me e con sua figlia.

In negozio c’è un forte clima di tensione perché devono coprire più ore ma con lo stesso personale perché di assumere qualcuno non se ne parla nemmeno. Anzi tre persone si sono licenziate e gli tocca fare anche i loro lavori. Il direttore si lamenta che le vendite sono in calo e scarica le colpe su di loro quindi sono continuamente martellati, ma se in negozio non entra gente loro cosa possono fare?

Spero almeno che si degneranno di restare chiusi il giorno di Natale.

Io credo che con la scusa della crisi, i lavoratori stanno perdendo tutti i propri diritti. Con la scusa che c’è poco lavoro ci stanno facendo diventare degli schiavi (Anna).

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C’è ancora di peggio. Ad esempio, non solo lavorare TUTTI i sabati, domeniche e festivi, ma vedersi mettere (dalla responsabile di negozio) gli spezzati : 11-13/15-21. Alla mia gentile proposta di poter fare almeno uno/due sabati al mese con orario intero per poter avere un minimo di qualità di vita e godermi la mia famiglia ed un marito fuori casa fino al venerdi per lavoro, la risposta è stata di essere mobbizzata e costretta ad andarmene. La corda si era spezzata, avevo osato chiedere…E sono una con un’esperienza ventennale nel settore commercio…Ne ho viste e dovute subire tante, ma questa mi ha lasciata scioccata…(Anonima)

http://www.linkiesta.it/orari-negozi

Cose di sinistra che il PD ha perso per strada – programma politico del Quarto Polo

Come sempre nei momenti di crisi, una parte della società sta a guardare, cercando di difendere posizioni e privilegi, per poi, eventualmente, schierarsi col vincitore. All’opposto, par di vedere atteggiamenti – alimentati da parte della stampa – schiettamente nichilistici: distruggiamo tutto, poi si vedrà. Infine ci sono coloro che comprendono e vivono le difficoltà del momento e non aspettano altro che potersi identificare in qualcosa di nuovo, per muovere in una direzione costruttiva. Tra questi, ci sono, oggi, molti passivi, solo perché non si mostra loro come e perché possano rendersi attivi.

Gustavo Zagrebelsky

1. Un’altra Europa è possibile.

Rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive e distruttive dello stato sociale. Costruiamo un fronte comune con i paesi del Sud d’Europa. Noi pensiamo ci sia un’altra Europa possibile: politica e democratica, cioè fondata sulla partecipazione delle cittadine e dei cittadini. E un’altra possibilità di uscita dalla crisi economica, basata su diritti e uguaglianza, beni comuni e lavoro, creatività e nuovo rapporto con la natura – non proprietario, non di consumo distruttivo.

Il prossimo governo deve riunire tutti i paesi Ue in crisi e proporre a Bruxelles un piano di ristrutturazione del debito come condizione indispensabile per la sopravvivenza dell’Euro. Deve inoltre proporre la revisioni dei trattati e ripensare il progetto europeo in modo policentrico, recuperando appieno lo spirito originario di pace e cooperazione in una forma istituzionale confederale. L’attuale unione valutaria, priva di una base democratica e di istituzioni politiche, ha prodotto una frattura profonda e squilibri pesantissimi tra i Paesi dell’Europa nord occidentale e quelli dell’Europa centrale mediterranea, risolvibili solo attraverso una profonda rigenerazione del progetto. L’azione congiunta dei governi in crisi fiscale deve essere sostenuta dai movimenti, sindacati, intellettuali di tutti i paesi interessati.

2. La crisi è della finanza, non dello stato sociale.

Vogliamo rinegoziare il debito. Creare un regime fiscale equo ed efficace, esteso ai patrimoni e alle rendite finanziarie, nonché alle proprietà ecclesiastiche, attraverso la lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle transazioni finanziarie e l’attivazione di tutte le misure necessarie a “disarmare la finanza”.

Riteniamo del tutto errata l’interpretazione della crisi iniziata nel 2007, che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. Le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario. Solo che, grazie a una grande operazione di inganno collettivo, la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

Rivendicare una rinegoziazione congiunta del debito è l’unico modo per contrastare il dogma del «non c’è alternativa», che è il cuore delle politiche del governo Monti, dei partiti che lo sostengono, degli altri governi europei avviati verso il disastro. Misure di ordine finanziario a cui si fa spesso riferimento, come la separazione tra banca commerciale e banca d’affari, la nazionalizzazione dei principali istituti di credito, l’istituzione degli euro-bond, l’introduzione di monete a circolazione locale e altro ancora, sono tutte subordinate a una rinegoziazione del debito pubblico.

3. Salviamo il modello sociale europeo.

Rifiutiamo il fiscal compact, che impone scelte di politica economica obbligate per qualunque parlamento o governo vinca le elezioni. Intendiamo cancellare la norma sul pareggio di bilancio in Costituzione e rifiutiamo le norme della spending review che tagliano risorse allo stato sociale, alla scuola e alla sanità.

L’Europa si è caratterizzata nella storia per il modello sociale europeo che ha mirato a garantire libertà e uguaglianza, diritti sociali e soggettivi: il welfare non è un lusso dei periodi di prosperità che non ci possiamo più permettere, ma la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso.

4. Politica industriale e riconversione produttiva.

In Italia manca ormai da tempo una qualunque politica industriale. La vicenda recente della Fiat – nella quale il governo e la politica istituzionale non hanno saputo svolgere alcun ruolo, se non quello di mettersi al servizio dell’azienda – lo dimostra con tutta evidenza.

Non è sostenibile continuare a produrre automobili come se non ci fosse una sovrapproduzione di oltre il 30% in Europa, ma questo non significa che non servano mezzi di trasporto pubblici e anche privati innovati nei vettori e nel loro utilizzo sociale.

Allo stesso tempo è necessario che la produzione industriale sia attraversata da una riconversione ecologica, conviva con l’ambiente, con la tutela della salute di chi lavora e delle popolazioni circostanti. Questo è possibile solo a condizione di non lasciare la politica industriale in mano alla ricerca del profitto privato. E’ necessario un rilancio dell’intervento pubblico diretto in economia, puntando su settori strategici innovatori di produzioni materiali e immateriali, ai quali connettere un piano del lavoro che punti alla piena occupazione. L’individuazione dei settori su cui puntare deve essere fatta attraverso un processo di programmazione economica democratica, che valorizzi idee e contributi dei territori e degli attori sociali e produttivi.

5. Nuove forme di credito e micro-credito per nuove forme di impresa.

Forme creative di attività imprenditoriale, legate in particolare alla condizione femminile e giovanile, vanno sostenute con nuove forme di credito e micro-credito. Le fondazioni bancarie incentivino, con le loro attività, la valorizzazione dei beni sociali, culturali e ambientali. Esperienze come quella della Banca Etica vanno valorizzate e potenziate. La privatizzazione del sistema bancario non ha certo privilegiato la circolazione del credito. Le banche italiane si sono avvantaggiate del denaro a basso costo messo a disposizione dalla Bce, ma non c’è stata affatto una ripresa del credito alle imprese e alle famiglie, perché quei soldi sono serviti solo al rafforzamento del capitale delle banche.

Va separata la funzione di banca di investimento da quella commerciale, misura utile anche per frenare la speculazione.

 

6. Più diritti per il lavoro e reddito di cittadinanza.

Abolizione delle norme che hanno modificato l’art.18 dello Statuto dei lavoratori e dell’art.8 del decreto legge 13 agosto 2011 n.138,che distruggono, oltre ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il diritto del lavoro. Abolizione della riforma Fornero delle pensioni che porta l’età pensionabile, anche per chi ha svolto tutta la vita attività massacranti, a livelli sconosciuti in Europa e priva allo stesso tempo di lavoro i più giovani. Vogliamo definire norme che garantiscano la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro, che riducano drasticamente il ricorso a forme di lavoro precario. Intendiamo introdurre un reddito di cittadinanza che sia garanzia sociale nella crisi, sottrazione al ricatto sul mercato del lavoro, riconoscimento di tutte le attività che concorrono alla produzione di benessere collettivo, tessuto sociale, cura delle relazioni. Insieme al reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione è essenziale a ridefinire il rapporto fra lavoro e vita, tempi della produzione e della riproduzione, ruoli e relazioni fra i generi, appartenenza al tessuto sociale e prestazioni lavorative.

7. Creare lavoro.

Occorre elaborare un piano per la creazione diretta di lavoro nella salvaguardia dell’ambiente naturale e antropico, nell’ottica di una riconversione della struttura produttiva e della filiera energetica nazionale. Solo un processo radicale di riconversione può garantire il “new deal” necessario ad uscire da una crisi che non è solo di economia e finanza, ma di cultura e modelli di vita.

È urgente la messa in sicurezza, la manutenzione e il recupero del patrimonio artistico e culturale, delle scuole e delle biblioteche, delle ferrovie regionali e in generale del territorio in funzione di prevenzione dagli eventi estremi (terremoti, alluvioni, piogge intense, ecc.) con investimenti sia nelle strutture urbane che nelle aree agricole collinari e montane, con incentivi tesi al recupero delle terre abbandonate.

Adottiamo una politica urbanistica  zero metri quadrati” puntando al recupero del patrimonio edilizio esistente e disincentivando le nuove costruzioni.

Attiviamo di politiche virtuose di turismo culturale.

8. Lotta per i beni comuni contro le privatizzazioni.

Difendiamo i principi di tutela dei beni comuni affermati dai referendum del 2011. Vogliamo l’approvazione della riforma elaborata dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà riguardo la modifica del codice civile in materia di beni pubblici.

La definizione della categoria giuridica di bene comune sposta l’attenzione dal soggetto proprietario alla funzione che un bene svolge nella società. Sono beni comuni quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, quindi anche e soprattutto i servizi pubblici, specie quelli locali; non possono essere regolati dalle leggi del massimo rendimento e devono essere salvaguardati per le generazioni presenti e future. La dimensione collettiva di questi beni, che sono costitutivi di una comunità politica e fondamentali per la giustizia ambientale, sociale ed ecologica, scardina la dicotomia pubblico-privato. Non si tratta di un’altra forma di proprietà, ma dell’opposto della proprietà.

9. Politiche infrastrutturali rispondenti alle esigenze del territorio e alla mobilità equo-sostenibile.

Ci opponiamo alle Grandi Opere inutili, dannose, fonte di corruzione politica – a cominciare dal Ponte sullo Stretto di Messina e dalla linea Tav Torino-Lione, divenuta ormai il simbolo di una cultura distruttiva della natura, di una società consumistica, di uno stato autoritario, che rifiutiamo radicalmente.

Quelle opere sono il frutto del mito del produttivismo, di una concezione dell’economia fondata sulla proliferazione quantitativa delle merci e sulla riduzione di tutto a merce. Sono utili solo alla borghesia mafiosa che costruisce intorno ad esse le sue relazioni d’affari e di politica. In più sottraggono risorse a politiche utili e necessarie, in particolare al rilancio delle reti e dei servizi regionali e interregionali, per la mobilità dolce (pedonale, ciclistica, a basso impatto ambientale), per lo sviluppo di un sistema portuale nazionale, per il rilancio delle industrie produttrici di mezzi di trasporto pubblici e la riduzione del consumo di suoli agricoli.

10. Energia efficiente e rinnovabile, rifiuti zero.

La Strategia Energetica Nazionale va ridefinita radicalmente, finalizzata al dimezzamento del ricorso ai combustibili fossili entro il 2030 e al suo azzeramento entro il 2050. Rimodulazione degli incentivi a sostegno dell’efficienza energetica, e della generazione  energetica da fonti rinnovabili, delle reti di distribuzione, che devono essere indirizzati esclusivamente – salvo poche eccezioni – a impianti di taglia piccola o media, differenziati sulla base dei fabbisogni e delle risorse disponibili sui diversi territori, interconnessi ma dimensionati in via prioritaria sui carichi direttamente collegati alla fonte, partecipati dalle comunità locali, cioè decisi sulla base di una valutazione condivisa dei fabbisogni e delle potenzialità di ogni territorio. A tal fine è necessario promuovere e finanziare una grande leva di tecnici che in squadre polivalenti siano in grado di fornire assistenza tecnica alle comunità locali nella valutazione dei fabbisogni e delle soluzioni  ottimali, nella progettazione e nella realizzazione degli interventi, nella loro gestione e manutenzione sia in campo energetico che in quello dell’edilizia: soprattutto nella ristrutturazione degli edifici esistenti. Definizione di un piano nazionale di prevenzione, recupero e valorizzazione dei rifiuti e degli scarti della produzione e del consumo con l’obiettivo “rifiuti zero”.

 

11. Cibo locale, filiere corte e nuova vita alle aree interne.

Chiediamo un Piano Agroalimentare Nazionale finalizzato alla sovranità alimentare. Sostegno a filiere corte, a produzione biologiche e a produzioni nelle aree interne. Incentivi per la creazione di filiere di cooperazione nord-sud Italia e con il resto del mondo improntate ai principi del commercio equo e solidale. Tutto il settore dell’altra economia è allo stesso tempo una risorsa fondamentale nella crisi e la prefigurazione di un altro stile di vita, di altre relazioni fra produttori e consumatori, di rapporti non mercificati, impersonali e anonimi all’interno di una dimensione comunitaria aperta. Nell’immediato bisogna rimettere al centro dell’impegno pubblico gli interventi per la rivitalizzazione delle cosiddette aree interne d’Italia, quella parte vasta del Paese non pianeggiante, fortemente policentrica, con diffuso declino della superficie coltivata affetta da un costante, ormai emorragico, calo demografico e da invecchiamento. Un intervento massiccio pubblico, comunitario, privato, darebbe il segno di un mutamento di paradigma nella tutela e promozione della diversità naturale e culturale, del rilancio di una stagione di inclusione sociale, di accoglienza solidale e rispettosa dei diritti e della dignità dei migranti, il cui flusso è ormai una costante.

Rilancio della cooperazione Euro-Mediterranea nei campi decisivi dell’energia, dell’agroalimentare, dell’ambiente, delle reti e servizi di comunicazione, della ricerca scientifica. L’Italia deve avere un suo ruolo chiave in quest’area, rafforzando i legami culturali, economici e le iniziative tese al disarmo ed alla pace. Avvio di un Erasmus Euro-Med che coinvolga tutte le Università dei paesi della sponda sud-est del Mediterraneo.

12. Lotta alle Mafie e alla borghesia criminale.

Le indicazioni e gli indirizzi sopra delineati rappresentano la cornice necessaria per una lotta realmente efficace alle Mafie e alle borghesie criminali, ormai parte strutturale dell’economia finanziaria della globalizzazione. Solo una scelta radicale in tal senso, può portare a un contrasto efficace verso una criminalità che si è trasformata in un segmento di classe dirigente, ormai parte integrante dell’attuale sistema economico-finanziario, con gravi e crescenti inserimenti negli stessi sistemi istituzionali e di governo ad ogni livello.

13. La pace non si costruisce con le armi.

Vogliamo l’attuazione dell’art. 11 della Costituzione e il ritiro da tutte le operazioni di guerra in cui è impegnata l’Italia; la riduzione drastica delle spese militari, a partire dalla cancellazione dell’acquisto degli F35; la riconversione dell’industria degli armamenti; l’impegno nelle iniziative di cooperazione internazionale, di pacificazione e assistenza sanitaria. Il grande risparmio di risorse finanziarie deve andare, in parte significativa, a ripristinare i fondi per scuola, università e ricerca, sanità e servizi sociali. Il ripudio della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali non è solo l’affermazione del valore della pace; non ribadisce con forza solo il desiderio e l’impegno di mettere “la guerra fuori della storia”. Afferma che il contrario della guerra è la politica: l’apertura di spazi di confronto, luoghi pubblici in cui è possibile l’espressione del conflitto in forma vitale, creativa, non distruttiva. La non violenza non è rassegnazione ma pratica politica conflittuale, che si sposta dal terreno aggressivo e militare, in cui vince sempre chi detiene il potere o chi si organizza a sua immagine e somiglianza, per disegnare un altro mondo sul tessuto discorsivo della democrazia.

14. Centralità del sapere.

Affermiamo in ogni ambito la centralità del sapere, della scuola e dell’università pubbliche, in un’ottica di liberazione personale, creatività e innovazione collettiva, di un nuovo rapporto fra società e natura. Nella formazione si incontrano generi e generazioni diverse, storie personali, culture ed etnie: è la radice prima della polis, costruzione di un mondo comune a partire da punti di vista diversi, lo spazio pubblico in cui la società incontra se stessa in un processo di autoeducazione. Il luogo in cui riconoscere e valorizzare l’intreccio delle culture nella costruzione di una società finalmente post-coloniale e multiculturale.

Sono da rifiutare processi invasivi di tecnicizzazione delle conoscenze, logiche aziendalistiche, familistiche o confessionali. La conoscenza si costruisce in un campo di relazioni delicate che si alimentano di domande, dubbi, desideri che danno senso al sapere. Di queste relazioni occorre avere cura e rispetto.

 

15. Un paese per donne.

Vogliamo contrastare sul terreno politico, giuridico e culturale, tutte le pratiche materiali e simboliche di discriminazione e violenza sulle donne. Difendiamo con intransigenza la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Questa politica si attua con l’estensione e il finanziamento dei centri anti-violenza, a partire dalle esperienze delle reti femministe estese e radicate in tutto il territorio nazionale; con pratiche di prevenzione della violenza sulle donne,con lo sviluppo dei consultori familiari, degli asili nido, dell’esperienza dei bilanci di genere e dei piani di tempi e orari. Esperienze che non devono rappresentare un capitolo a parte, aggiunto, riservato alle donne, ma essere espressione di uno sguardo femminile prezioso per tutti e tutte sulle città, sui luoghi e sui tempi della vita quotidiana.

La violenza sulle donne è maschile e dunque interroga in primo luogo gli uomini. Occorre costruire spazi di dialogo e confronto che permettano di stabilire relazioni di libertà, creatività, invenzioni di sé e della propria vita, riconoscimento e rispetto reciproco fra uomini e donne; in cui in particolare sia possibile immaginare e praticare una nuova modalità di essere uomini capace di affrontare la crisi dell’identità maschile, di combattere quella violenza che nasce da una mentalità “proprietaria”, dall’incapacità di rinunciare al potere, di misurarsi con la libertà femminile per farne l’occasione di una scoperta della propria parzialità. E di una liberazione comune.

16. Partecipazione come antidoto a clientelismo, centralismo, maschilismo.

Costruiamo un’alternativa radicale ai sistemi clientelari che hanno determinato corruzione e inquinamento mafioso a tutti i livelli della pubblica amministrazione, in modo da produrre una riforma dello stato che lo renda finalmente trasparente, decentrato ed efficiente, valorizzando le autonomie locali e il livello comunale, la democrazia partecipativa e di prossimità. Sono da sostenere e garantire le pratiche della democrazia, della rappresentanza e della partecipazione. In particolare occorre garantire la possibilità per le donne di essere rappresentanti, e non per una questione meramente “quantitativa”, di quote da rispettare, all’interno di una forma della politica che resta tradizionale e maschile, ma per produrre un cambiamento di paradigma e l’apertura di un altro orizzonte.

Prevediamo un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche; la drastica riduzione di tutti gli emolumenti a parlamentari, consiglieri regionali e ministri.  Si possono immaginare sostegni alla stampa indipendente, accessi liberi ai media e a ogni strumento di diffusione delle idee e delle proposte. Ma occorre tagliare drasticamente i costi degli apparati dei partiti, garantire la loro democratizzazione interna, porre un tetto massimo a quanto è possibile spendere nelle campagne elettorali, riportare la pratica politica alla sua natura di servizio reso alla collettività per un periodo limitato, in modo che non diventi una professione e uno strumento per conseguire vantaggi personali.

17. Laicità dello stato.

Non ci stanchiamo di affermare la laicità dello stato. Lottiamo per la garanzia dei diritti civili individuali di ogni cittadina e di ogni cittadino, per una legge contro l’omofobia per il rispetto di tutte  le scelte, orientamenti e identità  sessuali, per il riconoscimento delle unioni di fatto, dei diritti di cittadinanza per tutte/i coloro che nascono, crescono e vivono in Italia, per contrastare le leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini).

Il principio costituzionale della laicità è per noi un prerequisito della democrazia, la rinuncia a una pretesa di possesso di verità indiscutibili, alla normazione autoritaria dei comportamenti, delle propensioni etiche, delle decisioni riguardo nascita e fine della vita, delle relazioni sessuali; è l’apertura a un confronto e a una ricerca comune di donne e uomini libere e liberi, che riconosce il senso ecologico del limite ma rifiuta autorità superiori o trascendenti cui dovere obbedienza.

Occorre rifiutare radicalmente ogni ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche all’interno delle questioni che riguardano lo stato e le leggi italiane. La cultura cattolica è certo importante, come altre culture religiose e non religiose, per le relazioni e le pratiche che costruiscono una comunità solidale, una polis inclusiva, ma i privilegi istituzionali, i vantaggi economici, le pretese gerarchiche, fanno male anche a quella cultura e a quelle pratiche, che sono preziose se vivono nel tessuto profondo della società, lontano dai privilegi e dalle burocrazie del potere.

18. Accoglienti con gli immigrati.

Cancelliamo subito le norme della Bossi-Fini maggiormente penalizzanti per le/i migranti: da un lato il contratto di soggiorno, che collega il permesso al contratto di lavoro, dall’altro le norme che di fatto stabiliscono un diritto speciale per le immigrate e gli immigrati, con la reclusione nei CIE per irregolarità amministrative, quindi senza aver commesso reati.

Vogliamo l’approvazione delle leggi per il diritto di voto alle cittadine e ai cittadini migranti alle elezioni amministrative e per il conseguimento della cittadinanza italiana (jus soli). Proponiamo l’elaborazione partecipata di una nuova legge sull’immigrazione che permetta di abrogare la Bossi-Fini. La legge sul diritto di asilo e lo sviluppo di un programma di accoglienza per i richiedenti asilo ed i profughi.

Anche per quanto riguarda l’immigrazione anni di governo berlusconiano-bossiano hanno profondamente inciso sulla società e sulla legislazione. Senza dimenticare che le scelte di politica securitaria erano cominciate con il Governo di centro-sinistra, quando la legge Turco-Napolitano aveva istituito i CPT (Centri di Permanenza Temporanea), trasformati poi in CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), con un cambiamento di nome ma non di ruolo, in quanto sono rimasti centri di detenzione per immigrate/i privi di regolare permesso di soggiorno. Occorre, quindi, una decisa inversione di rotta rispetto ai precedenti venti anni (con particolare riferimento all’ultima legislatura, dominata dagli spiriti razzisti e xenofobi).

A tutto questo vanno accompagnati un più incisivo intervento contro le discriminazioni ed una più decisa azione, anche sul piano culturale, contro il razzismo, intrecciato spesso con i fascismi risorgenti.

19. Non tolleriamo la tortura.

Vogliamo introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura, che – malgrado l’impegno preso a livello internazionale – non è contemplato nel codice penale italiano. Si tratta di una questione non solo politica ma di civiltà che riguarda il rapporto dei cittadini con le istituzioni, lo spirito democratico e la lealtà di chi lavora per lo stato. Ha a che fare profondamente con la qualità di una democrazia. Lo si è visto a Genova nel luglio del 2001, quando è stato sospeso lo stato di diritto e la protesta di un’intera generazione è stata ridotta a problema di ordine pubblico, schiacciata sul terreno militare. Lo si vede con l’infinita serie di episodi di violenza, avvenuti in caserme e carceri a danno dei soggetti più deboli quando erano affidati alla custodia dello stato. Vicende che hanno distrutto la credibilità delle forze dell’ordine.

Occorre anche prevedere la non prescrittibilità del reato e un fondo per la tutela delle vittime (che spesso restano segnate per tutta la vita), in modo che risulti assolutamente chiara sul piano simbolico la gravità della tortura e il valore che lo stato democratico attribuisce alla tutela dei diritti delle cittadine e dei cittadini.

20. Riportare le carceri alla civiltà.

Le condizioni dei carcerati in Italia non hanno nulla a che vedere con lo spirito della Costituzione italiana, che afferma il carattere educativo della pena, teso al recupero di chi ha commesso il reato. Nelle carceri ci sono quasi settantamila detenuti in strutture pensate per 45 mila persone, e un quarto dei prigionieri sono in carcere senza essere stati condannati, visto che sono in attesa di giudizio. Il sistema penitenziario italiano presenta scandalose disfunzioni che sono altrettante violazioni ai diritti fondamentali delle persone private della libertà. Occorre garantire la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, in particolare per quanto riguarda la promozione di opportunità di formazione e reinserimento sociale. Occorre ripristinare lo stanziamento di risorse consistenti per le attività promosse da associazioni e cooperative all’interno delle carceri.

21. Libertà di dissenso, diritto alla sicurezza, polizia democratica.

Chiediamo forze di polizia democratiche. Oggi è del tutto evidente che la politica istituzionale, espressione del neoliberismo dominante, non tollera più la presenza di cittadine e cittadini che protestano nelle piazze. Non lo vuole il governo “tecnico” che vuole rispondere solo ai mercati, e non lo vogliono neanche i partiti che lo sostengono. La democrazia è pericolosa. Questo clima si manifesta sempre più apertamente nei comportamenti della polizia, che sembra ormai espressione di quella cultura autoritaria che considera la protesta di per sé illegittima. A quasi trent’anni dalla riforma del corpo, con la sua smilitarizzazione e la sindacalizzazione degli agenti, il processo di democratizzazione è in crisi. Riaffiorano abitudini e prassi reazionarie. Scompare la pratica del negoziato cancellata dalla violenza dello scontro. Dall’idea che in piazza ci sia l’Altro, un Nemico da sconfiggere sul campo. Non solo è cresciuta una nuova tipologia repressiva, ma anche nuovi reati vengono utilizzati per colpire la protesta e si applicano di leggi che in passato non erano state quasi mai usate: ad esempio il reato di devastazione e saccheggio per danneggiamenti minori che una volta erano perseguiti in quanto tali. E questo non coinvolge solo la polizia ma anche la magistratura.

Il diritto alla sicurezza è innanzitutto sicurezza dei diritti per tutte e tutti. Occorrono interventi che riaprano il percorso verso una polizia per la cittadinanza e della cittadinanza; occorre avere attenzione alla formazione democratica dei poliziotti.Sono necessarie riforme profonde anche dal punto di vista dell’organizzazione, della struttura e della cultura della polizia.

22. La salute è un bene comune.

Noi consideriamo la salute un bene comune che riguarda e coinvolge l’intera società: è un fatto di cultura ed educazione, di economia e stili di vita, di ambiente e relazioni collettive. Di rapporto equilibrato con la natura. Il diritto alla salute deve essere garantito per tutte e tutti coloro che vivono sul nostro suolo, non deve essere oggetto di tagli indiscriminati ma sostenuto efficacemente in termini di estensione del servizio e della qualità, in modo da non ridurlo al calcolo triste costi-benefici, a una tecnicizzazione che cancella la qualità pubblica, la relazione umana fra medico e paziente, la dimensione olistica della cura; non deve ridursi alla misurazione quantitativa della prestazione o alla distribuzione consumistica di farmaci, al servizio di un’industria farmaceutica che si nutre di brevetti e di profitti. La cura della salute è cura di relazioni umane e naturali.

23. Internet e software liberi, copy-left.

Il sapere è uno di quei beni che non vengono distrutti, non si consumano quando vengono consumati. Anzi la produzione di sapere e la sua diffusione aumentano il livello di conoscenza e cultura collettiva, che è un fatto di cooperazione sociale, di scambio e circolazione di materiale e immaginario. Scuola, università, e tutti i luoghi pubblici di produzione della conoscenza hanno bisogno di relazioni aperte e cooperative, non competitive o proprietarie. Il modello è Linux, non Microsoft. Occorre sostenere la diffusione del software libero, dei sistemi opensource. Occorre liberare la comunicazione e il sapere da quelle nuove enclosures che sono rappresentate dalla privatizzazione delle conoscenze e delle istituzioni culturali, dal sistema dei brevetti e del copyright.

24. Liberalizzare le droghe leggere.

Liberalizzazione immediata delle droghe leggere e relativa tassazione (dalla quale si possono prevedere entrate per 5 miliardi annui), da destinare al reddito minimo di cittadinanza. Con l’obiettivo anche di ridurre il cash flow della borghesia criminale che sta conquistando spazi enormi di mercato nel nostro paese. Scarcerazione di tutti coloro che sono in carcere per reati di spaccio di droga con pene inferiori ai quattro anni, con utilizzo degli “arresti domiciliari” e dei lavori socialmente utili.

25. Stampa libera dai poteri forti e dall’immaginario volgare.

Vogliamo un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi, per garantire la democrazia costituzionale dall’invasione colonizzante dei media e dei poteri forti, che mirano a ridurre lo spazio del libero confronto politico, per costruire sulla “solitudine globale” prodotta dalla disgregazione economica e culturale della società, posizioni di potere libere da ogni controllo, modelli volgari di immaginario iperconsumistico, rassegnazione e affidamento a leader “carismatici” prodotti sul mercato politico secondo strategie commerciali.

DOCUMENTO approvato dal Comitato operativo di ALBA- 26 novembre 2012-11-26

http://www.soggettopoliticonuovo.it/contributi-essenziali-di-programma-alba-soggetto-politico-nuovo/

Il fratello di tutti gli scioperi (ora si attende la Madre)

Il problema è molto semplice: finché li lasciamo fare, loro andranno avanti. Le bolle speculative possono esplodere, ma poi le riformeranno, a spese dei contribuenti. Ne consegue che il nostro futuro è nero: non c’è la cavalleria che interviene, non c’è un nascondiglio o rifugio per proteggerci. È in corso una lotta di classe (di casta) tra un’oligarchia di super-ricchi parassiti (100 milioni circa) e chi fa stare in piedi l’economia reale (inclusa una maggioranza di imprenditori, che non ha ancora capito che se la sta per prendere nel sedere: cf.  -1,8% della produzione industriale tedesca).

Se non ci ribelliamo all’austerità ci sarà un futuro tetro per tutte le generazioni a venire. Arriva il momento in cui bisogna battersi per salvare quel che abbiamo ricevuto in eredità da chi si è battuto prima di noi.

Senza un movimento di massa le cose non cambieranno e saremo responsabili delle nostre ed altrui afflizioni per molti anni a venire.

Ecco il tipo di europeismo e paneuropeismo (dal basso) che piace a me. Altro che secessioni e fughe dall’euro. Si resta e ci si batte e si cerca di vincere, in nome della dignità di 500 milioni di europei (e di 7 miliardi di esseri umani), dei principi costituzionali e di un’idea di sviluppo moralmente, socialmente ed ecologicamente sostenibile, alternativo al gioco al massacro dei nostri giorni.

“A CHI NON CONVIENE LO SCIOPERO ?”

di ESTHER VIVAS
Público

Il 14 novembre avremo uno sciopero generale e ciò che è più importante ed inedito è che avverrà contemporaneamente in Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta, Belgio e, per quattro ore, anche in Italia. Sembra quindi che un fantasma stia iniziando a muoversi per la periferia dell’Unione Europea, per questa Europa colpita dalla crisi, dalle rettifiche, dal debito e dall’austerità. Uno sciopero generale che deve essere un primo passo per iniziare a coordinare le proteste in scala continentale. I maggiori sindacati hanno un ritardo storico e fino ad ora non hanno fatto quasi nulla per orchestrare internazionalmente le proteste. Il 14 novembre, nonostante arrivi tardi, é perlomeno un passo in avanti.

E’ uno sciopero generale che non può limitarsi ad essere solo una mera astensione dal lavoro. Bisogna avanzare verso uno sciopero sociale e cittadino. Uno sciopero dove non solo si fermino le imprese ma anche le scuole, i supermercati, i servizi sociali… e, in definitiva, i quartieri e le città; dove persone in manifestazione, precari, pensionati abbiano un luogo e un ruolo; dove si creino comitati di quartiere per preparare questo sciopero e la grande manifestazione. Uno sciopero che deve essere una leva per impulsare un processo di lotta sostenuta nel tempo. Affinché dopo uno sciopero generale, come é successo in Grecia, ne venga un altro e un altro ancora.

Il 14 Novembre non deve servire solo per protestare contro gli ultimi tagli di Rajoy. Bisogna andare molto più in là. Basta sfratti, basta licenziamenti, basta povertà e basta debiti: é ciò che chiediamo”.

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11045

Le rivoluzioni si fanno con l’appoggio delle forze dell’ordine (la lezione spagnola)


PREMESSA
: sia chiaro che io sarei per principio contrario alle rivoluzioni/rivolte. Pur essendo contrario agli assolutismi dei pacifisti-nonviolenti, non mi piace per nulla l’idea di fare del male al prossimo e di distruggere i beni degli innocenti. Penso che nessuna persona sana di psiche/anima e non robotizzata/sociopatizzata dovrebbe desiderare farlo.
Se succederà sarà essenzialmente per colpa della sinistra moderata e dei suoi elettori, che hanno rifiutato di porsi come alternativa ed hanno creato quel tappo che sta facendo salire la pressione alle stelle. Le mie sono soprattutto delle constatazioni.

Sempre più i poliziotti in assetto anti-sommossa solidarizzano coi compagni fuori servizio che partecipano alle manifestazioni.

Ieri mattina sono apparse squarciate, in una caserma di polizia, le gomme di un centinaio di camionette, fatte venire da varie regioni per il servizio d’ordine della manifestazione contro i tagli.

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/07/20/APESnIzC-crisi_madrid_rabbia.shtml

Yo tampoco voy a oponerme al pueblo cuando llegue el momento.

[Neanch’io ho intenzione di mettermi contro la gente quando arriverà il momento].

http://www.forodelguardiacivil.com/web/viewtopic.php?t=60615

Conferme da fonti spagnole che le autorità stanno perdendo il controllo delle forze dell’ordine

http://www.laglorieta.net/la-aume-recuerda-a-los-militares-que-pueden-manifestarse-el-15-s-a-titulo-individual-

http://politica.elpais.com/politica/2011/08/03/actualidad/1312390136_001099.html

http://www.20minutos.es/noticia/1541090/0/fuerzas-seguridad/protestas/recortes/

Madrid, la polizia si toglie il casco e invece di reprimere aderisce ai cortei

È successo in questi giorni: gli agenti hanno solidarizzato con i dipendenti pubblici e non solo, si sono seduti vicino a loro tra gli applausi. «Anche noi  siamo penalizzati dai tagli, molte nostre famiglie lamentano una situazione drammatica». Il Governo è infuriato, valuta sanzioni e provvedimenti disciplinari

Alberto Di Vita

 

MADRID - Poliziotti a Madrid che si tolgono il casco e solidarizzano con i manifestanti. Si siedono con loro, parlano con loro, in aperto contrasto con i colleghi che in altra parte della città reprimono duramente i manifestanti. Sembrano scene di “combutta col nemico”, degne d’altri tempi, invece è accaduto in questi giorni in Spagna. Gesti significativi, carichi di comprensione, da parte degli agenti, per chi protesta e anzi ne condivide i destini, come speigano essi stessi. Gesti silenziosi,  ma sembrano dire molto: “Noi non siamo qui a picchiare le brave persone, il nostro ruolo è reprimere il crimine, non la genete onesta che lavora e viene penalizzata”. Una sorta di “ammutinamento” – ma che in realtà tale non voleva essere – che ha fatto infuriare il Governo.

Tutto è iniziato domenica, quando migliaia di dipendenti pubblici si sono mobilitati, dandosi appuntamento dopo il calare del sole: così per diverse ore il centro di Madrid è stato bloccato dalla protesta contro i tagli del governo centrale che prevede, tra le altre cose, provvedimenti pesantissimi, come la soppressione della tredicesima, la riduzione delle ferie e dei permessi sindacali. Tra i manifestanti, c’erano insegnanti, operatori sanitari, funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione, pompieri compresi.

PRIMO SGARRO: CORTEO NON PERMESSO - La marcia, svoltasi senza il consenso delle autorità, è stata organizzata grazie ai social network. L’intento degli organizzatori era di accamparsi davanti al Parlamento spagnolo, ma le strade erano bloccate per cui la folla si è radunata a “Plaza de Neptuno”. Poi hanno sfilato per alcune vie di Madrid e, vista l’impossibilità di raggiungere il luogo prefissato, si sono accampati di nuovo a “Plaza de Neptuno”.

Ed è qui che è avvenuto il fatto straordinario: l’approccio dei manifestanti, così diverso da quello che ha generato gli scontri violenti dei giorni scorsi; l’atmosfera festosa e pacifica ha suggerito ad alcuni poliziotti di togliersi i caschi e accamparsi assieme ai concittadini, tra gli applausi e le urla dei presenti. «Sì, possiamo» è stato il motto della serata, cantato sotto uno striscione con su scritto «Uniti si può»: tante le foto che stanno facendo il giro dei social network iberici.

ARRIVANO ANCHE GLI AGENTI FUORI SERVIZIO – Nel corso delle ore, altri applausi per agenti fuori servizio e con cani al guinzaglio che si sono aggiunti alla spicciolata. Finché, attorno alle due del mattino, un centinaio di agenti antisommossa è arrivato per lo sgombero e far riprendere normalmente il traffico. La partecipazione di altre forze dell’ordine e il clima ha impedito qualunque incidente: la manifestazione si è dispersa dopo qualche minuto di serena discussione.

Un fatto davvero insolito e che coinvolge lavoratori che, per natura e inclinazione, sono lontani da proteste e atteggiamenti eversivi, a dimostrazione dell’impopolarità del premier Mariano Rajoy dopo le misure anti-crisi. La carta dei diritti e dei doveri militari impedisce però ai militari di unirsi alle manifestazioni e la reazione del Governo e del Ministero degli Interni spagnolo non si è fatta attendere. L’agenzia di stampa Reuters, infatti, rende noto che si stanno valutando sanzioni e provvedimenti disciplinari, ascrivendo ai partecipanti i reati di ammutinamento e insubordinazione.

«CI UNIAMO AI CITTADINI» - A seguito dell’accaduto, lunedì i principali sindacati delle forze di sicurezza civili e militari hanno espresso l’intenzione di assecondare le proteste e parteciparvi. Il segretario della Asociación Unificada de Militares Españoles (AUME), Mariano Casado, si è fatto portavoce del malessere dell’esercito per le misure adottate dal Governo che «potrebbero portare molte famiglie a una situazione veramente drammatica» e lanciato un monito: «Siamo stati pazienti, tolleranti e solidali col Governo. Ma la nostra capacità di sopportazione ha un limite». Ha poi aggiunto che si uniranno alle proteste dei cittadini e che gli organi direttivi dell’associazione valuteranno l’opportunità proteste specifiche, pur garantendo il «pieno rispetto della legge».

Anche il Sindacato della Guardia Civile ha invitato ufficialmente i facenti parte del corpo armato ad unirsi alle proteste, anche in forma anonima. Esempio seguito dalla polizia municipale di Madrid, con la protesta che si estende a macchia d’olio.

Come riporta El Paìs, ieri diverse centinaia di agenti di polizia non in divisa, ma perfettamente riconoscibili per via dei berretti blu e delle magliette sindacali, si sono uniti alle proteste di Madrid. Alcuni di loro hanno accolto il Direttore Generale della Polizia, Ignacio Cosidó Gutiérrez, a suon di fischi e rumorosissime vuvuzelas prima di una cerimonia per la presentazione di nuovi agenti, per poi tornare a protestare a mani alzate e al grido di «dimissioni di Rajoy, mani in alto questa è una rapina».

AUMENTO DEGLI EMIGRANTI SPAGNOLI - La situazione dell’economia spagnola desta preoccupazione per la tenuta dell’ordine pubblico e non lascia molte speranze.  Aumentano gli spagnoli che decidono di emigrare, con un dato in crescendo del 44% rispetto al 2011, circa 12mila persone in più rispetto al solito.  Dopo tante proteste e malcontento, arrivano gesti simbolici da parte delle istituzioni più alte. Il re Juan Carlos e il principe Felice si sono ridotti del 7% lo stipendio in linea con le misure di rigore predisposte dal Governo: 21mila euro in meno per il re (percepirà 272mila euro circa) e 10mila per l’erede al trono (percepirà 141mila euro). Su richiesta della stessa Casa Reale, il budget a disposizione era già stato diminuito del 2% rispetto al 2011.

Sono gesti  non sufficienti a fermare l’ondata di protesta e le manifestazioni già programmate per giovedì, che non si fermeranno neanche dopo l’annuncio del Ministro delle Finanze, Cristobal Montoro, del ripristino della tredicesima natalizia per i dipendenti statali con stipendi inferiori a 962 euro, per allentare una situazione di esasperazione profonda.

http://www.ilvostro.it/esteri/madrid-la-polizia-si-toglie-il-casco-e-invece-di-reprimere-aderice-ai-cortei/49165/

Anche le forze dell’ordine italiane sono in rotta di collisione con i famigerati “poteri forti”

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/16/le-cause-della-rivoluzione-in-italia/

http://www.siap-polizia.org/it/sezione/posts/2396/lettera-unitaria-al-presidente-del-consiglio-monti.htm

I “mercati” hanno continuato a strizzare la gente per strappare loro ogni centesimo senza rendersi conto che ci andavano anche di mezzo gli uomini e donne (e rispettive famiglie) preposti a difendere lo status quo.

Ora ai politici, per salvarsi, non resterà che dare in pasto alle folle chi li ha manovrati/ricattati/corrotti.

Non se ne andranno senza combattere.
Ma se le forze dell’ordine solidarizzano in massa abbiamo le stesse chance che avevano gli Alleati dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Povero Matteo Renzi: l’uomo sbagliato, al momento sbagliato, nel posto sbagliato.

“Vagine in rivolta” (i nuovi idoli dei media occidentali)

“Pussy Riot” sono le “rivoluzionarie russe” celebrate dalla Repubblica.

Il quotidiano arriva a chiamarle “pasionarie”, eroine delle proteste contro il regime (i nemici della NATO sono sempre “regimi”, gli amici sono sempre “governi”, anche quando sono teocratici-assolutisti e destabilizzano altre nazioni).

PUSSY RIOT. È “singolare” che l’articolista, Anais Ginori, abbia scelto di non tradurre il loro nome – “la sommossa della figa” – limitandosi a definirlo “nome ammiccante” e che, da femminista, non abbia nulla da eccepire al fatto che altre donne usino i loro corpi nudi per richiedere la loro scarcerazione.

La Ginori ha stabilito che la Russia è una dittatura e che questa punk band e la blogger egiziana che si mostra nuda su internet sono assimilabili a Aung San Suu Kyi (!!!) ed alle tre più recenti Nobel per la Pace (!!!).

Nessun dubbio sull’appropriatezza di fare concerti in piazza o sui tetti degli edifici pubblici senza aver richiesto alcuna autorizzazione, o di occupare una cattedrale dove si onorano i caduti in guerra russi per fare un concertino punk anti-putin e blasfemo, infischiandosene dei credenti e dei loro diritti. In Italia o in qualunque altro paese sarebbe legale? Non sarebbero in stato di fermo? Amnesty International le dichiarerebbe “prigioniere politiche”?

Infine, nessun riferimento al fatto che gli autoproclamati leader della protesta anti-Putin siano assidui frequentatori dell’ambasciata americana.

Il tutto, purtroppo, rientra nella campagna di propaganda che sta preparando la terza guerra mondiale, come la preparano le esercitazioni navali occidentali e russe davanti alle coste siriane.

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Nel 2010 Charlie Gilmour, il figlio del chitarrista dei Pink Floyd, David Gilmour, è stato arrestato per condotta violenta. Charlie Gilmour, 21 anni, era stato fotografato dopo che si era arrampicato sul Cenotafio – che ricorda i caduti di tutte le guerre – aggrappandosi alla ‘Union Jack’. Il ragazzo si era successivamente scusato per “il terribile insulto” e aveva definito il suo gesto “un’idiozia”.

Gli hanno dato 16 mesi, di cui 8 da passare in carcere!
ecco le parole del giudice: «Lei, a differenza di molte persone che vedo arrivare qui, ha avuto il vantaggio di un’intelligenza acuta e di ottimi studi. Conosce il lusso e il benessere. Mi rifiuto di pensare che non sapesse che cosa faceva. E strappando la bandiera ha insultato la memoria di uomini morti per garantire anche a lei il diritto di protestare».
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/411776/

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Riesamino quel che ho fatto in questo post, a beneficio di tutti i lettori:

* Ho analizzato il carattere propagandista di un articolo che ignora il fatto che le azioni di quelle tizie le avrebbero portate all’arresto in una qualunque DEMOCRAZIA LAICA. Pensiamo a cosa sarebbe successo se una punk band italiana avesse fatto un concerto non autorizzato in una moschea o sinagoga italiana, o a San Petronio – è davvero così difficile condividere lo sdegno che si sarebbe levato? Siamo diventati così intolleranti nei confronti delle persone religiose? Le tizie in questione hanno ammesso di aver suonato nella cattedrale mentre i credenti pregavano ed hanno ammesso di sapere che si trattava di un crimine; ergendosi poi a paladine della lotta contro le ingiustizie del sistema penale russo si sono rese ridicole ed hanno presumibilmente oltraggiato chi le giudicherà. Se la potevano cavare con una sanzione, ma hanno voluto trasformare il caso in un evento mediatico e ora chissà.

* Ho cercato di evidenziare come nulla di tutto questo abbia a che fare con Putin, visto che la denuncia proviene dalla Chiesa ortodossa e riguarda l’occupazione di una cattedrale durante un rito: l’accusa è di vandalismo, non vilipendio (cf. Pietro Ricca e il suo “buffone” rivolto a Silvio Berlusconi);

* Ho denunciato la sciagurata equazione Aung San Suu Kyi (e le altre premio Nobel per la Pace) = rockettare in cerca di fama e leader degli occupanti cileni (celebre unicamente per la sua avvenenza e scelta come portavoce principalmente per la sua avvenenza);

Aggiungo ora che le loro azioni “dimostrative”, insultando la fede di milioni di credenti, hanno permesso a Putin di ergersi a difensore della fede e dei loro diritti fondamentali, ricompattando ulteriormente l’opinione pubblica russa dietro di lui. Ma, forse, l’intento di chi le sta usando propagandisticamente non è quello di screditare Putin in Russia, bensì quello di eccitare gli animi nei paesi NATO, in vista della resa dei conti. In quel caso la mossa è effettivamente brillante. 

Heliofant (“I, pet goat II”): il nostro futuro?

Il titolo viene da qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/09/09/quella-capretta-11-ritorno-nella-scuola.html

Produzione Heliofant (Québec).

Helios (Sole, Apollo) + Ierofante: Nei misteri di Eleusi (del dio Apollo), il sacerdote più elevato…mostra oggetti sacri (τὰ ἱερά) nei momenti culminanti dei riti iniziatici e pronuncia certe formule sacre.

http://www.treccani.it/enciclopedia/ierofante/

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MIA DESCRIZIONE (SEGNALATE PURE QUEL CHE NON HO VISTO OPPURE HO CONFUSO)

Capretta di Bush in un campo di internamento, con tanto di codice a barre stampato sulla fronte ed il 666 satanico

Sotto, il disegno di un padrone che tiene al guinzaglio il suo cane (guardiano del lager? Potentati?).

Burattinaio con mano squamata. Anello con la S (Satana? Serpente/Snake? Simbolo del dollaro? Altro?)

Marionetta Bush con cappello d’asino intrattiene il pubblico su un pavimento a scacchiera massonica. Bush cerca di dire: “Fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me” (= “la prima volta che mi freghi è colpa tua, la seconda è mia, perché significa che sono davvero stupido”. Sulla lavagna casa in fiamme, squalo, il termine “evoluzione” che dev’essere ancora completato (evoluzione umana incompleta). Sotto la lavagna un dragone cinese ed un cervello spaccato in due emisferi (indicazione che senza il corpo calloso, con un cervello riunificato, le cose andrebbero meglio?). Bush si trasforma nel brillante, simpatico, colto Obama che presto però si mette a ridacchiare mefistofelicamente.

Bambina innocente (Alice nel paese delle meraviglie) con mela del peccato in mano. Si chiama Lily (giglio, fiore che rappresenta la dignità, la nobilità di spirito) Unica sveglia tra tante statue imprigionate. Coniglio bianco sullo sfondo. Cerchio la protegge (?). Sul retro c’è la porta di uscita, ma è alle loro spalle e nessuno la vede. Si accorge dell’inganno, lascia cadere la mela, corsa della mela interrotta da uno stivale (di Obama?) che calpesta un dollaro. Si spacca in due, sboccia un fiori di loto (simbolo della presa di coscienza). Obama ha i sudori freddi. Fuori, bandiera americana strappata e graffito che forse rimanda al Salmo 23 “Il Signore è il mio pastore”. Montagne di neve ed iceberg all’esterno (glaciazione? O inverno in stile Narnia?). Caduta delle Torri Gemelle. Osama Bin Laden con etichetta identificativa della CIA.

Pozzi petroliferi in piena attività, petrolio in abbondanza (boom petrolifero?)

Vortice a spirale nel cielo.
Statua della Libertà (nel sito di Heliofant è identificata come Signora della Servitù) sorge su una Stella di Davide (riferimento alla lobby sionista a Washington?). La sua fiaccola precipita a terra. Uovo orfico (simbolo di potenziale creativo, vitale, spirituale). Barca funeraria egizia, trasporta invece il Cristo (Osiride, Apollo, ecc.), in uno stato di sospensione animica (“in sonno”).

Draco (questo è il suo nome), il Grande Fratello, ne avverte la presenza. Si dimena, ma continua a monitorare e manipolare il cervello dell’umanità terrorizzandola con le notizie sui crolli di borsa e nuove guerre nel mondo (il colore giallo è il colore della fase di trasformazione alchemica verso la “coscientizzazione”). Nel cielo sfrecciano gli stealth che bombardano l’Islam. La Pietà, ma al posto di Gesù vi è un’umanità islamica massacrata. Corvi trasformati in farfalle dal Cristo. Bimbo soldato africano: gli regalano un mitra. Il lavoratore latinoamericano sprofonda nella melma assieme alla sua falce ed al suo martello. Il taoismo non impedisce che i carri armati cinesi schiaccino le proteste pacifiche (simbolo della tigre, una tigre che non vorrebbe farsi domare – cf. Aslan, non è un leone mansueto” – “not a tame lion”. Affarista morto dentro e fuori (lobby neoliberista di Shanghai?) l’avverte di restarsene tranquilla e spegne la sua luce di rivolta.
Il Fuoco della Verità (così è chiamato il Cristo sul sito di Heliofant), si avvicina, il terzo occhio spalancato è SOTTO la piramide; la propaganda si fa martellante, intollerabile, urlata. La barca egizia attraversa delle porte dimensionali o qualcosa del genere. La danza di Shiva. I pesci del Cristo. Un fallo di ghiaccio a rappresentare i campanili delle chiese cristiane (anticristiani). La Prostituta nell’albergo a ore a forma di fallo (la Chiesa? Il simbolo dell’umiliazione mascolina/fallica della femminilità?) patisce l’avvento del Cristo. L’esercito di terracotta dei manager si polverizza. I media/Grande Fratello fuggono, l’umanità si rialza. La danza sufi del derviscio e la danza degli dèi mesoamericani (vedi sotto) si aggiungono a quella di Shiva (forse indicazioni dell’autentica religiosità?). Risveglio del Cristo: apre gli occhi tra i fiori di loto. Crollo della Chiesa.  La barca procede verso l’Alba, asteroidi e bolidi vari attraversano il cielo, un meteorite colpisce e distrugge la piramide di Cheope.

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SIGNIFICATI DEI PROTAGONISTI DELL’ANIMAZIONE (dal sito di Heliofant)

Cristo/Fuoco della Verità: “Siete voi!!! Quanto diventate consapevoli della vostra filiazione con il Divino e della fratellanza tra gli uomini!!!”

Bush/Obama: “il burattino della destra e della sinistra ed altri livelli di privazione dei diritti civili. Vi distrae mentre Draco tesse la sua tela” [destra e sinistra sono polarizzazioni arbitrarie che dividono e distraggono].

Lily (la ragazzina innocente): “un’improvvisa presa di coscienza: questa mela non è mia, appartiene a qualcun altro”.

Sun Sue (la manifestante): “si oppone coraggiosamente a quelli che vorrebbero schiavizzarla”.

Aali (il bambino della Pietà che poi diventa derviscio): “il cuore vorticoso dell’Islam si risveglia nell’unico Dio vero! È libero e non necessita di controllo”

Juan Pepito (il lavoratore latinoamericano socialista): “Dopo anni di sfruttamento economico e degrado ambientale, Juan “Pepito” si sente sprofondare” [pepito nel virgolettato a simboleggiare la pepita d’oro: ogni individuo è prezioso?].

Il Bambino Blu (dio mesoamericano): “custode della fiamma”.

La Signora Q (vecchia prostituta): il suo tallone d’Achille è il sesso (repressione, indulgenza edonistica) e la vergogna che prova.

Ludovic (il bambino manipolato): dal latino “ludo” (gioco) e “ovum/ovis” (uovo). L’uovo è simbolo di potenziale genetico e spirituale, ma “ovis” è anche pecora in latino. In realtà Ludovico viene dal germanico e significa “combattente illustre”

Il Mago: “La mano invisibile e lo spirito di follia che cerca di acquistare sempre più controllo con l’inganno, le bugie, i veleni, i falsi attentati terroristici, le guerre, i giganteschi apparati burocratici e legali, per estrarre l’energia degli abitanti della Terra. Egli teme la luce del giorno, come teme la vita stessa, ed opera nell’ombra. Il suo più grande potere è il suo controllo della zecca, ossia del denaro”.

Roberto Vacca, “Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni sul nucleare”

manifestazione anti-nucleare giapponese

Mi prendo la libertà di pubblicare tutto ciò che Roberto Vacca avrà la bontà di farci/mi pervenire tramite la sua mailing list.
Posso non essere d’accordo con certe sue posizioni, valutazioni o speranze, ma ammiro la sua incrollabile volontà di fare chiarezza, sfatare miti ed ancorare le sue osservazioni a ragionamenti solidi e dati di fatto, merce rara di questi tempi.

Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni di Roberto Vacca, 18/6/2012

“TEKENO ALTAI:” — “No alla riaccensione”.

Cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C  e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.”  Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perché la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione, vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e per suggerire come evitare eventi negativi simili in avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM). Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979)  una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel  caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di  traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

Il rischio di furia nichilista rilevato dai sondaggi europei è reale e va contrastato

Un sondaggio per le Acli da Ipr Marketing, realizzato tra il 22 ed il 25 aprile del 2012 e pubblicato il 2 maggio 2012, mostra che il numero di Italiani che ritiene che l’unico mezzo per cambiare il paese sia una rivoluzione (32,5%) non si discosta molto da quello di chi preferirebbeinterventi graduali e condivisi” (35,7%). Il 49,7% degli Italiani non crede più alla capacità o volontà dei politici di migliorare la società. L’opzione rivoluzionaria è di gran lunga maggioritaria tra i giovani (18-34 anni) dove raggiunge il 41,4% e tra gli adulti di età compresa tra i 35 ed i 54 anni (36,7%); anche tra le persone più anziane (oltre i 54 anni) è comunque condivisa da un ragguardevole 22,1%. Il 32,3% delle donne approverebbe una rivoluzione.

L’opinione pubblica greca si è orientata nella stessa direzione già nel 2011. Uno dei principali istituti demoscopici del paese, “Questioni Pubbliche”, ha rilevato che un terzo dei Greci (33%) desiderava una rivoluzione e che, complessivamente (includendo anche i contrari), la sensazione è che la rivoluzione sia in ogni caso assai probabile (78% contro un 21% di chi la considera improbabile), un valore in aumento del 7% rispetto al 2010.

Questo sondaggio è stato pubblicato nel maggio 2011, prima che si verificasse il tracollo socioeconomico che ha costretto Poul Thomsen, il capo della missione dell’FMI incaricata di monitorare il risanamento delle finanze della Grecia, ad ammettere che la via dell’austerità intransigente si è rivelata una scelta sbagliata (“IMF official admits austerity is harming Greece”, Guardian, 1 febbraio 2012).

In Spagna, un sondaggio pubblicato da El País il 30 aprile del 2012 registra un aumento del 10% (al 70%) degli intervistati, rispetto all’ottobre del 2011, che rispondono che le misure di austerità stanno solo distruggendo l’economia del paese. Solo un 21% degli intervistati crede che non ci siano alternative (-9%).

Il rapporto speciale dell’Eurobarometro 379 (dicembre 2011, pubblicato nell’aprile del 2012), dal titolo “Il futuro dell’Europa”, conferma che il 33% vuole cambiamenti anche radicali e rapidi (44% in Italia).

Gli altri indicatori misurati nel sondaggio descrivono un umore molto cupo in tutto il continente.

Poco più della metà degli europei concorda sul fatto che la sua voce conti nel proprio paese (52%) e solo un terzo sente che questo è il caso nell’Unione Europea (33%). In Italia i due valori crollano rispettivamente al 18% ed al 16%. L’89% dei cittadini europei reputa che esista un’ampia discrepanza tra il sentire dell’opinione pubblica e le decisioni prese dai leader politici. Spagnoli, Francesi e Tedeschi sono, a sorpresa, mediamente più severi degli Italiani nel valutare l’estensione di questo gap. Il 42% non pensa che i dirigenti europei siano in grado di gestire le sfide globali. In Francia, Paesi Bassi, Svezia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia prevale la sfiducia. In Germania il valore è del 49%.

Il 52% pensa che la vita sarà più difficoltosa nel 2030, una crescita del 20% rispetto al 2009.

L’Europeismo è ancora flebile. Anzi, come vedremo nel capitolo sui miti europeisti, si sta indebolendo. Solo il 4% si sente già cittadino europeo, senza alcuna affiliazione nazionale. L’8% si sente prima di tutto europeo e poi cittadino della propria nazione. Il 46% antepone la nazione all’Europa e ben il 39% non sente alcun tipo di legame con l’Europa o le è ostile. Grecia, Portogallo e Ungheria si sentono sempre meno europei (-6%) rispetto al 2009.

Coerentemente, rispetto al 2007, l’importanza della diversità culturale tra le qualità che devono essere centrali nel progetto europeo è cresciuta dal 32% al 44%; è anche il valore che è salito maggiormente, a testimonianza del fatto che gli Europei sono molto affezionati alle proprie specificità.

Anche il governo economico unificato auspicato dai leader europei arriva al terzo posto tra le priorità degli Europei (33%), dietro maggiore equità (51%) ed una migliore istruzione (38%). Un esercito comune è in fondo alle priorità degli Europei.

Un sondaggio di Metroscopia riguardante l’immagine dell’Unione Europea in Spagna indica che la percentuale di cittadini che credono che l’adesione all’UE sia una buona cosa è scesa al 55% (10 punti percentuali in meno nel corso di tre mesi e 25 punti in meno rispetto al 2009). Al contrario, il 37% crede che appartenere all’Unione sia negativo per il paese. Un dato senza precedenti che rappresenta un aumento di 33 punti percentuali dall’inizio della crisi e 15 solo negli ultimi tre mesi.

Il rapporto 76 “Europa 2020” (marzo 2012) dell’Eurobarometro avvalora il dato spagnolo. Solo un 38% degli Europei pensa che l’Unione stia andando nella direzione giusta nel tentativo di risolvere la crisi, un valore in discesa di 8 punti percentuali rispetto ad un anno prima.

La cosa non deve sorprendere. Il Rapporto Flash dell’Eurobarometro numero 338 (ricerca sul campo dicembre 2011, pubblicazione aprile 2012), intitolato “Monitorare l’impatto sociale della crisi: percezione dell’opinione pubblica nell’Unione europea”, rileva che il 63% degli intervistati europei sostiene di correre il rischio di non riuscire a far fronte a spese impreviste di € 1.000 per il prossimo anno, il 45% dice di non potersi permettere di pagare le bollette ordinarie o acquistare cibo, il 43% dice di non essere in grado di pagare l’affitto o un mutuo e il 31% pensa che ci sia il rischio che non riesca a saldare i suoi debiti. Guardando ai prossimi 12 mesi, poco meno della metà (47%) si aspetta che tutto rimanga come prima e più di un terzo (36%) prevede un peggioramento, rispetto al 26% dell’ottobre 2010. Quasi un quinto (18%) degli intervistati non è sicuro di poter mantenere il suo posto di lavoro nei prossimi 12 mesi. Il 48% crede che, in quel caso, avrebbe difficoltà a trovare un altro impiego. La maggioranza (57%) degli intervistati europei teme che non avrà un reddito sufficiente per vivere la propria vecchiaia dignitosamente (53% a ottobre 2010). In Germania il dato è del 58%. In Europa, 1 cittadino su 6 nel corso degli ultimi 12 mesi ha dovuto scegliere tra pagare le bollette e comprare generi di prima necessità.

Nel 2011, in Grecia, si era ventilata l’ipotesi di un referendum. L’uomo dietro questa proposta era l’allora Ministro degli Interni Charalambos “Charis” Kastanidis, figlio di una vittima delle persecuzioni della dittatura dei Colonnelli. Paladino dei diritti umani, era determinato a sentire il parere dei Greci su quanto fossero disposti a rinunciare ed in più di un’occasione aveva messo in discussione l’efficacia di una terapia a base di misure di austerità, incolpato i grandi interessi finanziari di imporre la loro volontà a paesi sovrani e suggerito di seguire altre vie, per evitare che il tenore di vita greco crollasse istantaneamente a livelli disumani. Quel governo fu sostituito da un governo guidato dal banchiere Papademos. Oggi le cose sono cambiate e le obiezioni di Kastanidis sono diventate patrimonio di una maggioranza di elettori in diversi paesi europei (es. Francia, Olanda, Grecia e Irlanda).

È il segnale che almeno una parte dell’opinione pubblica europea sta entrando in una nuova fase in cui comincia a farsi sentire l’esigenza di espandersi, di formulare obiettivi chiari, di rivedere sì il proprio stile di vita ma senza distruggere il futuro delle nuove generazioni. La mia speranza è che questo blog possa assistere questo processo di elaborazione concettuale ed in particolare serva a mettere in crisi quella parallela e crescente propensione ad auspicare un’esplosione di furia cieca contro tutto e tutti, inclusi quei politici che vorrebbero sinceramente migliorare le cose. L’umore diffuso, oggigiorno, è incapsulato in un motto semplice ed incisivo: “ora basta”. Ma è inaccettabile che si faccia di tutte le erbe un fascio anche se è comprensibile che ciò avvenga, date le attuali tragiche circostanze.

IL RIGETTO DELL’EUROPA

I dati dell’eurobarometro del novembre 2011 mostrano che, alla domanda se siano o no in favore di un’unione economica e monetaria con una valuta comune, l’euro, i favorevoli sono passati dal 63% della primavera del 2007 al 53% della fine del 2011. I contrari sono passati dal 31% (2007) al 40%. Ad una domanda riguardante le loro personali previsioni in merito alla crisi, il 68% ha risposto che “il peggio deve ancora arrivare”. Solo il 23% crede che le cose miglioreranno a breve. La domanda su quali istituzioni siano più in grado di gestire la crisi, vede l’Unione Europea al 23% contro il 20% dei governi, che già godono di scarsissima fiducia. Una percentuale analoga ha scelto altro, nessuna o non lo so. Gli eurobond interessano davvero a pochi (44%) rispetto alla lotta all’elusione fiscale (88%), una maggiore trasparenza dei mercati finanziari (87%), la tassazione sui profitti bancari (81%) e la regolamentazione dei salari nel settore finanziario (79%). La fiducia dei cittadini europei nei confronti dei loro governi ha raggiunto un minimo di 24%, verso i loro parlamenti è al 27%, verso l’Unione Europea è al 34%. Richiesti di dare un giudizio sull’Unione Europea che includa anche una posizione neutrale, il 26% si è detto ostile, il 31% favorevole, il 41% neutrale. Gli ostili sono cresciuti del 6% in soli sei mesi, i favorevoli sono crollati di nove punti percentuali. In pratica, siamo entrati nel 2012 con il 72% dei cittadini europei che non dà un giudizio positivo dell’Unione Europea, con una tendenza prevalente nel segno di un ulteriore calo delle impressioni favorevoli.

I dati statistici raccolti periodicamente dall’Unione Europea indicano che già nel 2010 il 47% Europei non si fidava dell’Unione Europea, contro un 42% in favore. Il tasso di fiducia era in caduta libera (-7%) rispetto all’autunno del 2009. Tra i più scettici figuravano Grecia, Germania, Austria, Regno Unito, Francia e Svezia. Tra i più favorevoli: Estonia, Slovacchia, Bulgaria e Danimarca. In ogni caso, tra il 2000 ed il 2006, il numero di coloro che avevano un’immagine positiva dell’Unione Europea non ha mai superato il 50%, oscillando intorno al 46%. Le nazioni con l’opinione migliore includevano, ai vertici, Irlanda (73%), Grecia (58%), Italia (56%), Spagna (51%) e Portogallo (50%), tutte nazioni successivamente colpite duramente dalle politiche europee e che ora sono tra le più scettiche. Se si osservano questa variazioni di fiducia si può constatare che i popoli meglio disposti sono quelli che ci guadagnano di più. L’europeismo, per i cittadini europei, sembra aver ben poco a che fare con aneliti morali e molto a che fare con considerazione di ordine esclusivamente pratico, come peraltro è normale che sia: le istituzioni devono servire i cittadini, non il contrario. Così, gli Italiani, in pochi anni, sono passati dalla condizione di entusiastico europeismo al più robusto euroscetticismo e, tra i Greci, il 64% ha un’immagine negativa della Commissione Europea, il 65% della Banca Centrale Europea. Alla domanda se l’Unione Europea abbia avuto un impatto positivo sull’impiego e sulle politiche sociali, i sì sono crollati del 19% in Italia, 20% in Francia, 25% in Portogallo, 29% in Grecia, 31% a Cipro. In Spagna il valore si è quasi dimezzato, passando dall’84% del 2009 al 44% del 2011.

Un recente sondaggio di YouGov-Cambridge segnala che quasi due terzi degli inglesi vorrebbero allentare i legami con l’Unione Europea o, addirittura, sarebbero pronti ad abbandonare la nave. Il 60% domanda un referendum sulla permanenza nell’Unione, il 40% sarebbe felice di stabilire accordi commerciali e di cooperazione con l’Unione Europea, ma dall’esterno (attualmente circa il 50% delle leggi promulgate dal parlamento inglese ha origine da iniziative europee). Solo il 27% sarebbe felice che le cose restassero come sono. Un sondaggio tedesco commissionato dalla Frankfurter Allgemeine indica che tre quarti dei tedeschi non pensano che l’euro abbia un futuro e che solo il 19% ha ancora fiducia nella valuta comune. Il 68% non crede che la Grecia possa essere salvata. Un altro sondaggio per Die Welt vede l’opinione pubblica tedesca divisa tra un 50% che desidera tornare al marco e un 48% che sarebbe felice di tenersi l’euro. Nove svedesi su dieci non hanno alcuna intenzione di abbandonare la corona in favore dell’euro.

Rivoluzioni colorate e primavere arabe – preludio alla terza guerra mondiale

 

 

IL QUADRO GEOSTRATEGICO COMPLESSIVO

Una “coalizione cinese-russo-iraniana” – che costituisce la base di una contro-alleanza globale – sta emergendo. USA e Gran Bretagna piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbero scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso una manipolazione macro-economica e le rivoluzioni di velluto.

La guerra contro l’Iran e la Siria, tuttavia, non può essere esclusa. Ci sono preparativi di guerra reali sul terreno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Una guerra contro l’Iran e la Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

Mahdi Darius Nazemroaya, 2007

http://www.eurasia-rivista.org/lalleanza-sino-russa-una-sfida-alle-ambizioni-statunitensi-in-eurasia/13638/

Alfredo Macchi, “Rivoluzioni S.p.A.: chi c’è dietro la Primavera Araba”, Alpine studio, 2012.

Alfredo Macchi, pluripremiato inviato di Mediaset

 

RIVOLUZIONI COLORATE IN EURASIA

pp. 78-80: “Si comincia in Serbia nell’ottobre del 2000. è ormai documentato dagli storici che alcune ONG statunitensi, in particolare Open Society [Soros], Freedom House e il NED, abbiano sostenuto “Otpor!” e le grandi manifestazioni di piazza a ridosso delle elezioni presidenziali, senza attendere il risultato definitivo delle urne, che vedeva i due candidati andare verso un probabile ballottaggio…Dopo l’assalto della folla alla sede del Parlamento e alla tv di Stato, Slobodan Milosevic è costretto a lasciare il potere. In seguito sarà arrestato e consegnato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, dove morirà prima di essere giudicato. Sotto il nuovo governo le truppe americane realizzano la gigantesca base militare di Bondsteel, in Kosovo, e rendono l’ex provincia serba uno stato indipendente nel 2008, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce.

In Georgia, nel 2003, si ripete lo stesso schema. L’opposizione guidata dal movimento “Kmara!” denuncia brogli elettorali nelle elezioni legislative. A migliaia scendono in piazza sostenendo che i risultati del voto sono quelli indicati dal ISFED, una società di sondaggi e monitoraggio elettorale vicina a Open Society Georgian Foundation, NED, IRI e NDI. È la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, con la quale i manifestanti costringono il presidente Edward Shevarnadze a dimettersi. Il suo successore, Mikhail Saakashvili, apre il paese agli interessi economici americani e si muove in direzione dell’entrata della Georgia nella NATO e nell’UE, mentre raffredda i rapporti con il vicino russo. Cinque anni più tardi, nell’agosto del 2008, Sakashvili bombarda la popolazione dell’Ossezia del Sud. Mosca risponde all’offensiva militare georgiana con l’invio delle forze speciali, arrivando a un passo da un possibile conflitto diretto con Washington.

Nel 2004 è la volta dell’Ucraina e della rinomata “rivoluzione arancione”. I due sfidanti alle elezioni presidenziali sono Viktor Yanoukovitch (filorusso) e Viktor Iouchenko (con il sostegno degli Stati Uniti e della comunità internazionale). Alla chiusura dei seggi e ai primi risultati sfavorevoli, migliaia di giovani, guidati dal movimento “Pora!”, si raggruppano nella piazza centrale di Kiev indossando indumenti color arancione, per sostenere Viktor Iouchenko. Dopo due settimane di manifestazioni, sotto una forte pressione mediatica e internazionale esercitata da OCSE, NATO, Consiglio d’Europa e Parlamento europeo, il risultato delle elezioni viene annullato e si torna alle urne. Nella nuova votazione vince Iouchenko..Una volta alla guida del paese, il nuovo leader stringe forti rapporti con la Georgia e stipula accordi sulle forniture di gas favorevoli agli Stati Uniti. Nel 2010 viene però clamorosamente eliminato al primo turno delle elezioni da Viktor Yanoukovitch che si prende la rivincita.

Anche in Kirghizistan nel 2005 l’opposizione contesta il risultato delle elezioni legislative e porta nella capitale Bichkek i manifestanti del sud del paese per rovesciare il presidente Askar Akaiev: è la “rivoluzione dei tulipani”. L’assemblea nazionale elegge come presidente il candidato filo-americano Kourmabek Bakaiev, che occuperà contemporaneamente il posto di presidente e di primo ministro. Stabilizzatasi la situazione, Bakaiev vende le poche risorse del paese a società statunitensi e installa una base militare USA a Manas, prima di essere allontanato dal potere da una nuova rivoluzione popolare nel 2010.
L’esito delle rivoluzione colorate, insomma, sembra essere stato quasi sempre quello di rafforzare la politica americana e della NATO ai confini di Mosca, assicurando a Washington importanti basi militari in posizione strategica e l’accesso ai corridoi energetici nel cuore dell’Eurasia”.

“PRIMAVERA ARABA”

pp. 215-217: “I miliziani che hanno combattuto per rovesciare Gheddafi in Libia, si sarebbero spostati in Siria a combattere Al Assad. Le prime indiscrezioni su questa milizia araba vengono da siti israeliani. Nel corso dei mesi alcuni giornalisti entrati in Siria hanno detto di aver visto soldati libici tra le file dei guerriglieri ribelli. Si tratterebbe di centinaia di uomini che hanno raggiunto l’Iraq e la Turchia in aereo per poi da lì entrare in Siria. Dietro l’operazione, sostiene il sito israeliano Debkafile, fonte ben informata su terrorismo, servizi segreti e ambienti militari, ci sarebbe il Qatar. L’emirato, in accordo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe preparato una sorta di forza militare islamica da impegnare ove necessario, a cominciare dalla Siria; una piccola e agguerrita armata, formata da duemilacinquecento miliziani libici ed iracheni soprattutto, che si sarebbe unita ai disertori siriani nel Free Syrian Army, l’esercito ribelle in guerra con il regime di Damasco. […] Nell’autunno 2011 sarebbe avvenuto l’arruolamento di un migliaio di combattenti del Libyan Islamic Fighting Group [al-Qaedisti], reduci dalla guerra a Gheddafi, e di centinaia di miliziani del Ansar al-Sunna, il gruppo salafita iracheno protagonista della guerra contro gli americani. I volontari si sarebbero riuniti nella città meridionale turca di Antakya, non distante dal posto di frontiera di Hatay, dove ha sede il centro di comando dell’esercito dei ribelli siriani”.

RICAPITOLANDO

pp. 261-263: “Gli attivisti hanno quasi sempre ricevuto sostegni finanziari dall’estero, in particolare da Washington, attraverso la galassia “quango” e in nome della “democrazia”, dalle capitali del Golfo Persico tramite organizzazioni caritatevoli e in nome dell’”Islam sunnita”.

Diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti. Quasi tutte le rivolte sono state precedute da un’intensa attività di blogging sul web e sui social network: un mondo virtuale…dietro cui si può nascondere chiunque.

Alcune insurrezioni hanno seguito lo schema tattico della non violenza, quello teorizzato da Gene Sharp, Robert Helvey e Peter Ackerman, altre sono degenerate in guerre civili. In quel caso le forze speciali inglesi, francesi e americane hanno addestrato e aiutato i ribelli, soldati e mercenari hanno combattuto sul campo, sostegno logistico e armamenti sono stati offerti dai servizi segreti di mezzo mondo.

[…]

Una partita che raramente si gioca con le armi, ma quasi sempre attraverso il soft power, con quei metodi che una volta la CIA chiamava di “destabilizzazione” e che possono comprendere politiche commerciali ostili, campagne mediatiche per creare isolamento internazionale e sostegno a rivolte interne fino all’appoggio dei ribelli per il rovesciamento dei paesi “scomodi”.

[…]

Barack Obama, dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, ha corretto e affinato il progetto, da un punto di vista di metodo, ma l’obiettivo strategico è rimasto immutato”.

Il governo spagnolo perde la testa e criminalizza Martin Luther King

 

E basta guardare il mercato immobiliare spagnolo per rendersi conto di quanto il paese sia nei guai. In marzo l’indice IMIE dell’immobiliare spagnolo ha registrato un calo record pari a -11,5 a 1.631 punti. Da quando ha toccato il picco massimo a dicembre 2007, l’indice dei prezzi delle case è crollato del 28,6%. Alla luce del crescente stress patrimoniale causato dal processo di deleverage del settore privato, dalle misure governativi di austerità e i requisiti di capitale che l’Europa imporrà, il sistema bancario spagnolo non ha molta scelta se non quella di ridursi. Uno dei modi più semplici è chiudere bottega e apportare tagli al personale. […]. La Spagna cadrà in una fase in recessione quest’anno, con il governo che prevede una contrazione dell’1,7% del Pil dopo una misera crescita dello 0,7% nel 2011. Visti gli ultimi dati, compreso il PMI di marzo, quelle previsioni sembrano addirittura ottimiste. Intanto dopo mesi di travagli economici e politici, il popolo greco sarà chiamato a recarsi alle urne il 6 e 7 maggio per votare un nuovo esecutivo.

http://www.wallstreetitalia.com/article/1359803/alla-spagna-ormai-resta-solo-la-negazione-della-realta.aspx

Un governo che toglie il guanto di velluto è un governo insicuro, timoroso, che se la vede brutta.

“Il ministro degli Interni, Jorge Fernandez Diaz, ha annunciato che prima del mese di giugno, il governo presenterà il progetto di legge di modifica del codice penale. La nuova riforma è destinata ad indurire tutti gli articoli che regolano i reati di ordine pubblico. Tra le nuove caratteristiche c’è anche quella di includere la “resistenza pacifica” tra gli “attacchi all’autorità”. Questa pratica è stata utilizzata dagli “indignati” della “primavera di Valencia”. Il Governo intende inoltre prendere in considerazione un aggravamento della disobbedienza all’autorità che si verifica in una dimostrazione o assembramento.

[…].

Il portavoce dell’Associazione Valenciana dei Giudici per la Democrazia, Ximo Bosch, asserisce che non è necessario cambiare il codice penale e che gli articoli vigenti “già puniscono gli atti criminali”. Bosch ritiene che l’intento dell’esecutivo sia quello di “criminalizzare le manifestazioni che nella stragrande parte dei casi sono state pacifiche”. “In un contesto di tagli, il governo fa un discorso di ordine pubblico per distogliere l’attenzione del pubblico”, dice. A suo avviso, inserire la “resistenza passiva” tra i reati “è inaccettabile” e tali misure suggeriscono che lo scopo della riforma “è più nel senso della repressione giudiziaria che dell’azione sociale”…La sua proposta: “Dovrebbero invece inasprire le pene per la corruzione, perché in questo caso stiamo offrendo un’immagine di impunità“.

Adoración Guamán, professoressa di diritto a Valencia e uno degli avvocati che hanno difeso gli indignati ha detto che la riforma “è un’azione preventiva” contro le manifestazioni: “Un giovane in carcere dopo una protesta perde la voglia di portare avanti le sue rivendicazioni

http://www.diarioinformacion.com/alicante/2012/04/09/reforma-penal-rajoy-convertira-actos-15-m-graves-delitos/1241732.html

“Di tutto questo quello che più ci dovrebbe interessare è quale sarà la reazione delle varie associazioni dei giudici, finora…Auspichiamo il loro rifiuto di una tale modifica del codice penale giacché, se si materializzasse, i giudici potrebbero trovarsi a presiedere un Tribunale dell’Ordine Pubblico, di tanta infausta quanto riprovevole memoria, esattamente come quelli dell’epoca franchista. C’è solo un passo tra questa riforma ed il ripristino di quei tribunali”.

http://www.diariosigloxxi.com/texto-diario/mostrar/83124/el-tribunal-de-orden-publico

PERICOLOSA RESTRIZIONE DEI DIRITTI. Tuttavia le dure misure annunciate, al di là della persecuzione dei singoli atti violenti, fanno pensare a una «pericolosa restrizione dei diritti», come ha spiegato a Lettera43.it David Bondia, professore di Diritto internazionale pubblico all’Università di Barcellona e direttore dell’Institut de drets humans de Catalunya (Istituto per i diritti umani della Catalogna).  Un’accusa non da poco.

UN INASPRIMENTO DELLE SANZIONI. La riforma propone infatti in primis un inasprimento delle sanzioni per contenere la violenza di strada. Il governo vuole inserire la resistenza passiva tra i reati classificabili come «attentato all’autorità», in modo da poter considerare, ad esempio, un pacifico sit-in degli indignados alla stregua di un attacco violento a un membro della forza pubblica. C’è poi l’intenzione di applicare ai disordini di piazza, «per motivi di ordine pubblico», alcune norme della legislazione antiterroristica promulgata negli Anni 90 per contenere il kale borroka, la lotta di strada dei manifestanti baschi vicini alla sinistra indipendentista abertzale.

«Il governo ha perso il lume della ragione», ha commentato con severità Bondia, «e anche i giudici stanno subendo la pressione del momento, tant’è che ci sono già persone detenute in via preventiva per impedire loro di partecipare alle prossime manifestazioni. Oltre ai tagli di bilancio, in questo Paese si stanno tagliando i diritti civili, cosa ben più grave. Si stanno minando le basi della nostra democrazia, rischiando di tornare indietro di 50 anni».

L’ALLARME: DIRITTI CIVILI A RISCHIO. Tra le novità annunciate dal ministro Díaz c’è l’inserimento, tra le «modalità di attacco violento ai funzionari di pubblica sicurezza», anche delle minacce verbali e lancio di oggetti.

Una nuova blindatura al già forte potere della polizia, ricordano le associazioni per i diritti umani, in un Paese che ha gli indici di criminalità più bassi dell’Unione europea e al contempo il tasso di detenuti più alto (157 per ogni 100 mila abitanti).

LA RESTRIZIONE SI ESTENDE ANCHE AL WEB. Nella proposta del governo Rajoy anche un attacco diretto a Internet, che sia nel movimento degli Indignados sia nelle proteste delle ultime settimane si è rivelato uno straordinario strumento di aggregazione. Convocare via web e sui social network manifestazioni sospettate di «alterare gravemente l’ordine pubblico» sarebbe considerato reato di organizzazione criminale, punibile con pene fino a 4 anni di carcere.

«Norma eventualmente inapplicabile, oltre che ingiusta», ha precisato Bondia, «perché porterebbe all’arresto di centinaia di migliaia di giovani che usano la Rete come strumento di condivisione di idee e progetti. Nessuno nega che ci siano i violenti e che vadano perseguiti. Il problema, però, è un altro: la gente scende in piazza perché vive disagi enormi, mentre lo Stato è disposto a tutto pur di fornire all’esterno un’immagine di rigore e “pulizia”».
NUOVA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA. Il 14 aprile in molte città della Spagna si commemora la Seconda Repubblica, nata quel giorno del 1931 e finita il primo aprile del 1939, quando i falangisti di Francisco Franco, vinta la Guerra civile, entrarono a Madrid. Per i nostalgici dell’ordinamento repubblicano, l’evento di quest’anno diventa un’occasione per protestare contro la riforma del lavoro e le politiche di austerità del governo Rajoy, chiedendo più sicurezze nei diritti civili e sociali.

Soprattutto a Barcellona, città simbolo della resistenza al nazifascismo e di molte conquiste civili della nazione, come quelle relative ai diritti delle donne e degli omosessuali, che proprio nella città catalana hanno avuto i primi focolai.

Al ministro dell’Interno Díaz, secondo il quale «non è questo il momento per fare del buonismo giuridico», il professor Bondia risponde: «In strada ci saranno migliaia di persone, memori che il diritto alla salute, all’istruzione e allo sciopero sono gravemente minacciati. E i giovani sappiano che ciò che hanno ereditato dai vecchi non è scontato che ci sia anche domani»”.

Sabato, 14 Aprile 2012

http://www.lettera43.it/economia/macro/spagna-proteste-senza-diritto_4367547282.htm

“In Europa si assiste all’inasprimento del codice penale contro chi ha partecipato alle manifestazioni di protesta degli ultimi mesi e alla criminalizzazione degli stessi movimenti che si mobilitano per opporsi alle nuove misure economiche. È accaduto rispetto agli scontri di Londra lo scorso agosto, a quelli di Roma lo scorso ottobre e per i fatti avvenuti la scorsa estate in Val Susa e ora ci passano anche i giovani spagnoli dopo l’enorme mobilitazione che ha visto scendere nelle piazze della penisola iberica migliaia di persone.

Una nuova riforma del codice penale è stata pensata già da tempo in Spagna e nelle varie comunità autonome. Il ministro degli Interni, Jorge Fernández Díaz, ha giustificato oggi in una sessione del Congresso, le nuove proposte in materia di sicurezza dicendo che questo inasprimento delle pene è necessario per combattere contro quella che il ministro definisce una “spirale di violenza” praticata da “collettivi anti-sistema” che praticherebbero “tecniche di guerriglia urbana”, secondo quanto riporta l’agenzia Europe Press e il quotidiano Publico.

Tutte le misure che sono state annunciate nei giorni scorsi, insieme a quelle sostenute oggi dal ministro degli Interni, sono destinate a mantenere un maggiore controllo dell’ordine pubblico. Ma la preoccupazione più grande denunciata dai movimenti di protesta sta nella maniera in cui certe misure sono state pensate.

Una condanna più severa riceveranno coloro che parteciperanno a manifestazioni violente, con misure che ricordano i precedenti nei Paesi Baschi, secondo quanto ha offerto lo scenario del 29 marzo a Barcellona. Verrà proposto il reato di “minare le autorità con resistenza passiva o attiva” con chiari riferimenti, invece, a quanto avvenne il 15 marzo dopo le manifestazioni studentesche a Valencia.

Quest’ultimo provvedimento condannerebbe per aggressione tutte le persone che parteciperanno a proteste spontanee e che quindi non avrebbero ottenuto un previo permesso da parte della presidenza del governo. Non solo la partecipazione è giudicata un atto punibile, secondo le nuove misure infatti è considerato reato anche la diffusione nella rete (social network in primis) di materiale che viene chiamato “violento” e “inquietante per l’ordine pubblico”. Potrebbero ricadere sotto quest’ultima fattispecie la pubblicizzazione di eventi che non sono stati autorizzati o nei quali si rifiuta di sgomberare un posto nonostante l’avvertimento della polizia. Esattamente quanto successe il 15 maggio e nei giorni seguenti a Puerta del Sol a Madrid.

I movimenti di protesta salutano, per ora, le nuove misure con un ironico “Hola dictatura”. Ma ci sarà da aspettarsi ben altro, visto che il recente acuirsi della repressione ha portato anche ad un morto nei Paesi Baschi”.

http://www.eilmensile.it/2012/04/12/nuovi-codici-di-sicurezza-il-reato-di-resistenza-passiva/

Mentre la Turchia si prepara all’intervento in Siria…alcune immagini istruttive

Sono immagini di Siriani pro-Assad che hanno manifestato negli ultimi giorni.

Qui una manifestazione di massa del 2011 (che il Post aveva vergognosamente spacciato per anti-Assad):
http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/siete-disposti-uccidere-questi-esseri.html

“Chi parte all’attacco della Siria?

Cerchiamo di dare un’occhiata nel prossimo futuro. Usando i sintomi che possiamo leggere. L’Italia ha chiuso la sua ambasciata a Damasco. Gli altri paesi Nato stanno facendo altrettanto. Non è solo un gesto politico (grave e stupido): è una misura definita prudenziale. Si pensa a un attacco. Da dove verrà?

I generali del Pentagono si sono affannati, nei giorni scorsi, a spiegare ai candidati repubblicani per la Casa Bianca, che attaccare dall’alto la Siria significherebbe fare più morti tra la popolazione civile di quelli che facemmo nella guerra di Libia. Aggiungono che un attacco aereo non sarebbe comunque sufficiente, perché poi bisognerebbe mettere piede sul territorio. E questo non si può fare senza mettere in conto dei morti di carnagione bianca e con passaporto euro-americano.

Ma ci sarebbe una soluzione: un bell’attacco in partenza dal territorio turco. L’esercito c’è ed è quello di un paese islamico, ma anche Nato, molto ambizioso, di circa 80 milioni di abitanti. I soldi ci sono e sono quelli dell’Arabia Saudita. L’informazione c’è, ed è quella di Al Jazeera.

E poi c’è Avaaz, Facebook. Che si vuole di più?

Ankara recalcitra, ma è una ritrosia da finta verginella. La tentazione è forte. E poi questa sarebbe la soluzione migliore per il premio Nobel per la pace. Potrebbe restare in secondo piano, come fece in Libia. E dire ai suoi supporters democratici di avere acconsentito per difendere i diritti umani.  Perfetto. Tutti gli altri già pensano al prossimo colpo contro l’Iran. Meglio se la situazione dell’area sarà già in piena destabilizzazione. Così i bombardamenti su Teheran si noteranno meno.

Tre piccioni con una sola fava turca: un colpo a Hamas, uno a Hezbollah, il terzo, finale, a Teheran. Come sicuramente dirà, ridendo, la signora Hillary Clinton, “veni, vidi, morì”. Il riferimento fu a Gheddafi. Questa volta sarà sul cadavere di Bashar, che parla inglese. Siamo a una svolta: i diavoli precedenti (quelli che abbiamo giustiziato) erano tutti non anglofoni: Milosevic, Saddam, bin Laden, Gheddafi. Si allarga l’area linguistica. E la nostra globalizzazione, bellezza!

Noi ci saremo, statene certi. Cioè ci sarà l’Italia, per confermare che siamo forti contro i deboli, e che siamo servi nei riguardi dei potenti”.

Giulietto Chiesa, 16 marzo 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/parte-allattacco-della-siria/197781/

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