Aldo Giannuli su Maroni, il voto al Consiglio Regionale ed il progetto della Macroregione Padana.
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La coincidenza con le elezioni politiche sta facendo passare quasi inosservata la partita delle elezioni regionali e, invece, questa della Lombardia è tutt’altro che secondaria, anzi, per alcuni versi, può rivelarsi ancor più decisiva di quella nazionale.
Come è noto, candidato alla Presidenza della regione lombarda è il leghista Roberto Maroni che ha due punti al centro del suo programma: il 75% delle tasse dei lombardi resti alla Lombardia e realizzazione della macroregione padana, attraverso la fusione con Veneto e Piemonte, che hanno già presidenti leghisti. Tradotto: la secessione del Nord.
Mi spiego meglio: i leghisti, sparando una clamorosa balla, nella loro propaganda per semi analfabeti, dicono che la Lombardia produce il 60% del Pil italiano (in realtà è un po’ più del 20%). In ogni caso è vero che è la regione che dà il maggior contributo allo Stato e, di conseguenza verrebbe meno una bella fetta di gettito fiscale, il che avrebbe un evidente riflesso sulla solvibilità del debito pubblico statale. Facile dedurre che già all’indomani della approvazione di una legge cosiffatta, lo spread schizzerebbe a misure senza precedenti portando rapidamente al default.
Ma, soprattutto, come sarebbe possibile limitare alla sola Lombardia questo beneficio fiscale? Pur trasformando quella lombarda in regione a statuto speciale, la cosa sarebbe semplicemente ingiustificabile sul piano costituzionale, perché farebbe ricadere il peso dello Stato centrale solo sulle altre regioni, creando così una mostruosa disparità di trattamento.
Peraltro, sapete dirmi quali deputati non lombardi voterebbero una cosa del genere? Anche mettendo insieme veneti e piemontesi, i numeri non ci sarebbero, anche perché possiamo supporre che una parte delle forze politiche sarebbero contrarie. Dunque, l’unico modo per far passare questa legge sarebbe quello di stabilire che ogni regione trattiene per sé il 75% del prelievo fiscale. Così allo Stato resterebbe solo il 25% per pagare le spese dell’amministrazione centrale, della giustizia, delle forze armate e polizia, della diplomazia ecc e, soprattutto, per pagare gli interessi sul debito pubblico accumulato. Come dire: far fallimento in tre giorni e sciogliere lo Stato centrale.
La cosa più probabile è che una legge del genere non sarà mai approvata. Dunque, si tratta solo di una boutade propagandistica? No. Sarebbe un errore madornale prendere sotto gamba questa cosa. Questa rivendicazione non sta trovando nessun credibile contrasto, anzi il Pd sembra rimproverare a Lega e Pdl di aver fatto troppo poco sulla strada del federalismo, lasciando intendere che loro farebbero molto di più. Dunque, essa si sta radicando nella testa di molti come del tutto legittima ed auspicabile. Facile prevedere che –soprattutto in caso di vittoria della sinistra- questa richiesta diventerà la bandiera dietro la quale aggregare l’agitazione. E qui viene a taglio la proposta della macro regione che (attenzione!) non è proposta agitata dalla sola Lega, visto che, inopinatamente, essa è comparsa nella prolusione all’anno accademico del Rettore del Politecnico milanese. La strada sarebbe molto semplice: convocare un referendum con legge regionale nelle tre regioni interessate con la proposta di fusione. E dato che in due già c’è una maggioranza leghista-Pdl, la conquista della terza sarebbe decisiva. Ovviamente poi bisognerebbe vedere se il referendum approverebbe la proposta (il che non è affatto certo) ma è evidente che la rivendicazione del 75% delle tasse alla macro regione sarebbe il principale argomento di propaganda. Se poi si giungesse alla nascita della macro regione il passo verso la secessione sarebbe breve.
In primo luogo è ovvio che la Regione avanzerebbe la richiesta di quel trasferimento fiscale e si tratterebbe di un soggetto “forte” sia per popolazione (19 milioni e mezzo di cittadini. Il 31% del totale nazionale, anche senza Liguria, Friuli e Trentino) sia per peso economico (quasi il 40% del Pil), per cui sarebbe difficile resistere. A quel punto (considerato che la macro regione avrebbe una certa legittimità a rivolgersi agli organismi internazionali per rivendicare la propria indipendenza) la soluzione di una “separazione consensuale” rischieremmo che apparisse come del tutto ragionevole. Se poi questo coincidesse con un grave scossone della crisi (default italiano o di altri paesi membri, conseguente crisi dell’Euro ecc.) la cosa sarebbe tutt’altro che fuori dell’agenda politica.
Ma, a quel punto, la separazione non sarebbe affatto consensuale: come dividerci il debito pubblico? Come dividerci l’onere per pensioni e debiti dello Stato? Soprattutto, polizia, carabinieri ed Esercito accetterebbero di essere smembrati? E come, visto che la maggioranza dei militari è di origine meridionale? Potrei proseguire ma mi sembra che ce ne sia abbastanza per capire quali rischi di guerra civile potrebbero di colpo prospettarsi.
Aldo Giannuli
http://www.aldogiannuli.it/2013/02/il-nodo-lombardo/
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Nell’era della globalizzazione, dove la fobia inglese per la carne di cavallo si ripercuote sui tortellini e ravioli italiani, non si può più ragionare unicamente in termini di sovranità nazionale. Lo stato non scomparirà, essendo il baluardo della tutela e promozione dei diritti civili dei cittadini, nonché dell’autonomia e sovranità degli stessi, ma la sovranità stessa sarà sempre più condivisa con altri stati, a livello continentale, nella direzione di una sovranità compartecipata planetaria (una confederazione mondiale che impedisca l’affermarsi di fazioni egemoniche – una cosa à la Star Trek, per intenderci – cf. la “federazione dei pianeti uniti”).
In questo quadro, le macroregioni diventano indispensabili. Sono uno degli strumenti più utili per percorrere quella strada irrinunciabile che è l’unità nella diversità (concordia) della famiglia umana. Lo è ancora di più per il Trentino – Alto Adige, cuore d’Europa, naturale congiunzione tra le eccellenze (e purtroppo i vizi, che qui però si bilanciano abbastanza armoniosamente) del mondo germanico e di quello latino-mediterraneo. La missione di questa regione dovrebbe essere quella di operare perché la concordia planetaria si affermi e sbocci una civiltà più umana, più degna del nostro potenziale, più all’altezza delle nostre aspirazioni. Questo può avvenire più facilmente in un’Europa in cui macroregioni e stati operino di concerto per garantire che nessun paese e nessuna lobby consideri l’Europa come cosa sua.
IL PROGETTO
Si deve superare l’idea della separazione tra una prospettiva locale che si occupa di cose locali da una nazionale che si occupa di questioni generali e globali.
In particolare, in Trentino Alto Adige occorre liberarsi da un certo numero di false concezioni. Qui “superamento delle frontiere” significa “euregio” o, nella migliore delle ipotesi, “regione alpina”, “globalizzazione” significa “più Europa”, “più Europa” significa “più Germania” e “multiculturalismo” significa “bilinguismo italo-tedesco con una spruzzata di inglese” (e avvisi multilingue per i residenti extracomunitari).
Eppure, molto presto, 1 residente su 10 sarà di origine straniera e molti trentini e sudtirolesi hanno già adesso la pelle più scura di Obama, indossano il velo, ci guardano con occhi a mandorla e parlano anche inglese, francese, arabo, cinese o una lingua balcanica. Hanno nomi esotici ma spesso conoscono il dialetto. Non dovrebbe essere naturale impiegarli per stringere rapporti culturali e commerciali con i loro paesi e continenti di origine? Coinvolgerli nel lavoro di elaborazione di quell’autonomia che è anche LORO non sarebbe doveroso e proficuo?
Frederick Douglass, abolizionista afroamericano e sostenitore del suffragio universale esteso alle donne, uno dei padri dell’America migliore ed uno dei più intelligenti critici della contraddizione di una costituzione che sanciva l’uguaglianza degli esseri umani ma non vietava la schiavitù, soleva dire che “il destino degli americani di colore è il destino dell’America intera”.
È tanto più vero oggi per i nostri concittadini “diversi”, che ormeggiano/allacciano questa regione all’intero pianeta.
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La grande lezione della globalizzazione è che l’apertura al mondo è anche una sfida locale. Il successo economico delle regioni nel processo di globalizzazione dipende dalla loro capacità di irradiarsi in tutto il mondo, formando partnership per scambiare capacità, prodotti, idee, esperienze, ecc.
La ripresa, in Europa, dipende dall’impegno degli enti locali, dalla loro capacità di trovarsi vicino alle questioni transnazionali, nel contesto delle euro-regioni, per esempio, ma non solo. Per questo il progetto delle macroregioni, che piace tanto alla Lega, potrebbe essere sfruttato per dar vita ad una diplomazia macroregionale, distinta da quella nazionale, pur se nella cornice degli interessi nazionali, che andrebbero comunque declinati globalmente.
Immagino una macroregione alpina dotata di un corpo diplomatico autonomo. Questo corpo diplomatico ancorerà il Trentino ed il resto dell’area alpina all’evoluzione del resto dell’umanità, lo renderà partecipe e protagonista della medesima, in una rete che, superata questa crisi, abbraccerà il pianeta, non essendoci alcuna ragione per confinarla semplicemente all’ambito europeo o mediterraneo.
Le suddette macroregioni avranno un presidente eletto a suffragio diretto, esprimeranno dei consiglieri territoriali che abbiano il polso della situazione locale. I presidenti macroregionali incontreranno periodicamente un ministro del governo incaricato di gestire questo partenariato, consentendo così al potere centrale di agire in maniera precisa, efficiente, determinante, efficace.
Le macroregioni avranno un peso specifico importante in Europa e nel mondo. Ce ne saranno al massimo una decina in ogni nazione europea, in modo da raggiungere quella massa critica che le renderà globalmente competitive. Non saranno un mezzo per accentrare il potere, ma per devolverlo. Le regioni più piccole hanno già poco potere, insieme ne avranno di più, controbilanciando quello del lombardo-veneto e disinnescando il separatismo leghista.
Avremo così delle comunità responsabili organizzate per cerchi concentrici, modelli di buone prassi per un’umanità finalmente responsabile.
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