Rivolte spagnole: entro quanti mesi?

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http://www.theatlantic.com/business/archive/2013/04/spain-is-beyond-doomed-the-2-scariest-unemployment-charts-ever/275324/

Hanno dato altri due anni alla Spagna per rimettersi in sesto: bontà loro.
Ma gli spagnoli non hanno due anni a disposizione.
Bruxelles, l’FMI e il GOVERNO SPAGNOLO non possono non sapere che cosa succederà in Spagna, tra non molto, con questi terrificanti dati sulla disoccupazione.
Se desiderano il caos, allora è esattamente quello che otterranno.

Commesse e commessi di tutt’Italia, unitevi!

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IKEA GRANCIA – LUGANO

Orari d’apertura:

Lu-Ve: 9.00-18.30

Gio: 9.00 – 21.00

Sa: 9.00 – 17.00

[domenica chiuso]

La vita prima del business

Cartello di protesta di un gruppo di commesse

Non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi

Yoona~939, Cloud Atlas

Il lavoro sta finendo! Lo dicono senza appello le statistiche. I lavoratori di fabbriche e uffici verranno ridimensionati da oggi al prossimo ventennio come nel secolo scorso letteralmente sparì la massa di agricoltori (dal 75% l 4% degli occupati totali). Una tragedia? Il punto è che la produzione di beni e servizi è aumentata migliaia di volte da allora, richiedendo sempre meno manodopera. È tragedia per colpa dei pochi che beneficiano dei profitti, che non ci pensano a cambiare sistema. Questa è la sfida del futuro, non il lavoro. Si chiama redistribuzione, reddito di cittadinanza, risanamento del territorio come fonte di lavoro. Redistribuzione e reddito di cittadinanza, certo, e questo lo scrivo per i “bottegai”, perché se chiudono le fabbriche, senza stipendi che girano, dopo due mesi, chiudete voi!! E in Italia ancora a combattere per la domenica, siamo governati da ladri incoscienti!!

Marco Benedetti

Marco ha ragione. Quel che sostiene lo confermano Martin Ford (“The Lights in the Tunnel: Automation, Accelerating Technology and the Economy of the Future”) e gli studiosi dell’MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (“Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy”).

Stiamo realmente correndo il rischio di lasciare alle future generazioni un mondo spaventosamente simile a Nuova Seoul (Nea So Copros) di Cloud Atlas, una finta democrazia capital-corporativa e castale dove il reddito di cittadinanza ed i redditi da lavoro devono essere spesi forzatamente ed edonisticamente in base alle fasce di consumo in cui si è inseriti, per poter perpetuare un sistema in cui le persone sono consumatori prima ed esseri umani poi.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

 CLOUD ATLAS

Cloud Atlas

Che diritti si possono esercitare in un sistema caratterizzato da produzione in costante crescita e salari stagnanti, che significano crescente indebitamento, minori acquisti, massicce eccedenze, maggiore disoccupazione e crescente divaricazione tra una piccola minoranza di ricchi ed una fascia povera in espansione? Cosa vuol dire essere liberi in un mondo del genere? Di che libertà/diritti civili si può concretamente parlare?

La crescita economica richiede investimenti e può avvenire solo se c’è l’aspettativa di una forte domanda di prodotti e servizi. Dov’è questa forte domanda? Da dove arriverà? Da stati e famiglie sempre più oppressi dai debiti, indebitamenti che rappresentano l’unica maniera per assicurare un minimo di crescita in un sistema ormai saturo da una generazione e che sopravvive solo grazie a bolle speculative gonfiate dal credito facile ed irresponsabile? Dalle grandi catene e multinazionali che spazzano via i piccoli imprenditori, non solo nei paesi in via di sviluppo? Dai paesi in via di sviluppo che ci estromettono dai mercati e che esportano più che importare (es. Germania vs. Cina)?

Quante librerie hanno dovuto chiudere a causa di amazon.com?

Quanti addetti alle vendite sono stati sostituiti da sistemi on-line?

Quanti impiegati di banca sono stati sostituiti dai call center?

E quanti impiegati nei call center sono stati sostituiti da un software automatico?

E cosa succederà a molti professionisti quando arriveranno le intelligenze artificiali?

Con che introiti sosterranno consumisticamente la crescita?

Quali saranno i futuri costi umani della ricerca della competitività?

Quando l’intero sistema raggiungerà la massima estensione possibile e il punto di saturazione finale, cosa faremo?

Commerceremo con altri sistemi planetari, nella speranza di poter esportare a manetta, per non trovarci al punto di partenza?

Che senso ha tutto questo?

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TRENTO

TREVISO

http://demoandcrazia.blogspot.it/2012/10/la-rivoluzione-delle-commesse-parte-da.html

SESTO FIORENTINO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/15/oggi-sciopero-da-obi-festa-anche-per.html

TORINO

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/23/news/rinascente_sciopero_di_sabato_per_non_lavorare_di_domenica-32070683/

VICENZA

http://www.vicenzatoday.it/economia/sciopero-commesse.html

BOLOGNA

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/03/news/sciopero_contro_aperture_domenicali-34393757/

OCCUPY SUNDAY

http://www.globalproject.info/it/tags/occupy-sunday/community?f_tags_subtags=italia&f_tags_subtags_types=geo

COMMENTI DA TUTTA ITALIA

Quello che mi fa rabbia è questo menefreghismo, egoismo, prevaricazione dei forti sui più deboli; non si assumerà gente in più (il nostro titolare è già in difficoltà così), gli orari faranno sempre più schifo, la famiglia va a ramengo (Vale).

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Vorrei commentare anche l’apparente noncuranza della maggior parte delle persone. Sembra che non interessi a nessuno che persone, per la maggior parte donne, ( che lavorano il TRIPLO di noi uomini) si vedano allungare l’orario di lavoro, sottrarre le domeniche, che e’ l’unico giorno di riposo per il commercio. chi lavora nelle grandi aziende, in fabbriche o uffici, hanno il sabato e la domenica! Senza contare tutti i “ponti”. C’e’ chi non e’ mai stato a casa due giorni di seguito! Chi lavora in un negozio i ponti non sa neanche cosa siano (Carlo).

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semplicemente vergognoso ciò che ha fatto il governo, ha semplicemente liberalizzato la schiavitù , faccio il commesso in un negozio di una grande catena privata nella provincia di Napoli, NON turniamo, non ci vengono pagati gli straordinari, e ora il padrone si sente libero di fare 9 ore e 30 al giorno senza nessun tipo di problema, aperture improvvise senza nessuna possibilità di riposo, e pure il governo sa che qui da noi c’è la schiavitù (Malo82).

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Al posto di fare sempre i pecoroni… dovremmo scioperare anche noi tutti uniti una volta per tutte, anche i dipendenti della grande distribuzione e invece nel commercio… ci sarà sempre l’imbecille che apre nel giorno di sciopero, per prendere i clienti che trovano chiuso dagli altri… altre categorie bloccano l’Italia per molto molto meno… qui invece possono distruggere le famiglie, cancellare il riposo, eliminarti tempo libero, hobby, interessi… e nessuno alza un dito come distruggere un’Italia già mal ridotta…(Marcello)

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Io sono senza parole, davvero, odio il commercio, e purtroppo ci lavoro e sono demoralizzata all’idea di dover regalare le mie domeniche a chi si arricchisce sulle mie spalle, tra l’altro sottopagata, in Italia non esistono più valori, sono davvero delusa e mi sento sconfitta…Vogliono tenere gli esercizi commerciali aperti tutte le domeniche??? Va bene…ma siccome noi che ci lavoriamo dentro abbiamo le stesse esigenze di chi la domenica non ha nient’altro di meglio da fare che andare in giro per negozi, gradiremmo cortesemente che anche gli uffici pubblici (poste, comuni, inps….), le asl, le banche, le assicurazioni, i medici, gli asili etc, si adeguassero a questo nuovo “stile di vita”, se di vita si può parlare, e fossero a disposizione 7 giorni su 7 ad orari ovviamente accessibili a tutti, perché noi dobbiamo rinunciare alle nostre domeniche ed altri no? Non lo trovo affatto giusto…(Taty)

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il problema e’ che i sindacati possono fare poco perché non siamo uniti, abbiamo paura che: il contratto a tempo non venga rinnovato, di metterci in cattiva luce nei confronti dell’azienda, ma così facendo arriveranno a sfruttarci peggio che in Cina: UN PUGNO DI RISO E UN CALCIO NEL SEDERE (Vale).

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ma lo sapete che io per fare quelle schifose 4h butto via tutta la domenica, che non ho più una vita sociale, che le mie amicizie si sono stufate di sentirsi dire no mi dispiace non posso, lavoro domenica,schifosi porci della grande distribuzione organizzata, siete organizzati a delinquere ecco cosa siete,chissà quanti soldi avete dato al governo perché approvasse questa legge e poi venite a dire a me di lavorare come fossi un full time perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi e ognuno deve fare la sua parte. e ti minacciano pure, si inventano le cose che non hai detto perché vogliono eliminare i vecchi contratti e assumere gente sottopagata senza più indennità di malattia, senza ferie, senza permessi retribuiti, ecco cosa vogliono fare. ci stanno esasperando per farci licenziare così assumono poveri ragazzini che hanno bisogno di lavorare e li pagano una miseria, ma io mi domando ma siamo aperti 13h ma possibile che non abbiate il tempo di fare la spesa in 13h ore?????ma sapete da quanto tempo non vado al cinema io? (Cassandra)

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non tutti i commercianti vogliono la liberalizzazione degli orari, è solo la grande distribuzione che li vuole perché negli ultimi anni hanno subito un calo dei fatturati non indifferente, io lo so perché ci lavoro. hanno aperto troppi centri commerciali, troppi supermercati e ora il mercato è saturo, troppa offerta per una domanda sempre in calo, la gente non ha più soldi. il problema però sono i clienti che smaniano dalla voglia di sapere se domenica si è aperti perché non hanno niente da fare a casa, le loro vite ormai sono vuote e l’unica cosa che si possono permettere è fare un giro la domenica al centro commerciale, tutto è gratis qui, riscaldamento e aria condizionata, parcheggi, leggono giornali e riviste gratis e poi non li acquistano, i bambini possono persino fracassare i giocattoli e nessuno glieli mette in conto….non sia mai. I clienti vengono la domenica ma poi durante la settimana non tornano, io sono anni che non vedo più il pienone nemmeno la domenica, vengono a fare un giro ma non comprano e allora che senso ha? Perché io devo andare a lavorare di domenica? Non sono un medico, il mio lavoro non salva la vita a nessuno, non è di utilità sociale come vuol far credere Monti (Cassidy).

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Hai ragione tu….vogliono vedere il nostro teatrino di marionette che lavorano “tanto sono pagati” e andare nel paese dei balocchi che è il centro commerciale, per ingannare la loro insaziabile sete di possedere: telefononi luccicanti, cartelli ammiccanti che urlano offerte Si imbambolano davanti alle vetrine e dentro di sé si chiedono “…mmmm ora che sono qua cosa cavolo compro?” e alla fine escono a malincuore, con la borsa vuota:per comprare ci vogliono i soldi: è finita l’illusione;magari ritrovandosi in mano un vasetto di acciughe di merda che a casa non mangia nessuno. Era in offerta! (Kaiser)

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Sono titolare di negozio all’interno di un centro commerciale, single con 1,2 dipendenti (perché a due non ci sto dentro con le spese anzi, è già troppo uno). Da oggi è ufficiale: aperti anche tutte le domeniche mattine. E adesso? Per un collega è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha chiuso per sempre, un altro sta cercando di vendere e lasciare il posto. Io insieme agli altri siamo ammutoliti, visto che la risposta ad una nostra lettera di protesta per quando ci hanno tolto la mezza giornata di riposo infrasettimanale è stata questa: sempre aperti. D’altronde se lo fa la concorrenza lo dobbiamo fare pure noi! Maledetta concorrenza, allora la colpa è tua! Caro Monti hai fatto trenta fai trentuno: aperti 24 su 24, così prendo residenza al negozio, vendo casa e risparmio sull’ici e risparmio pure sulla benzina perché vendo anche l’auto! Una sola richiesta ti faccio, nei soli 46 min di tempo libero che mi hai lasciato per giorno, tu che hai i soldi vieni a trovarmi. PS il giorno di Natale lasciacelo di riposo, così riesco a farmi le ferie! Cosa ne pensate della proposta di tenere chiuse le serrande per protesta e chi di voi lo farebbe PER DAVVERO? Va bene lavorare per vivere ma vivere per lavorare NO! (Lavoratore Italiano)

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E fare venire Monti in negozio con noi 7 su 7 ??

mangiando nei magazzini a pranzo e cena ..visto che i centri commerciali sono aperti dalle 9 alle 22 o per chi è fortunato alle 21!!
Dopo la chiusura serale alle 22 e bello tornare a casa e trovare i tuoi figli che dormono e il più piccolo che si sveglia e ti dice ciao papì 6 tornato tardi anche oggi!!
Grazie Prof. Monti …come è umano LEI !! (Rocco Monticane)

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Sono d’accordo anch’io…E non dobbiamo mollare!!..Facciamoci sentire !!..Sono anch’io una schiava moderna,lavoro in uno di quei grossi centri di elettronica e di fronte abbiamo un centro commerciale..com’è triste vedere famiglie la domenica che vagano per il negozio cercando……ma cosa stanno cercando??..niente…non sanno dove andare, che fare…ed allora il centro commerciale,il negozio, diventa utile perché mentre i genitori guardano tutto e spesso non comprano niente, i figli intanto si distraggono vicino alle consolle dei giochi…e noi lì….a vedere questo triste scenario..Ma dove sono i genitori che portano i bimbi al parco??.. Comunque continuo a lottare ed oltre che boicottare le domeniche coinvolgo il più possibile i miei colleghi che spesso parlano,si lamentano ma poi non fanno niente!..Ho fatto scioperi ed andrò alla manifestazione di martedì sotto la Regione ma non so quanti saremo…eh…ad essere uniti….Noi commesse,commessi, siamo tanti e verrebbe proprio una bella cosa magari scioperare davanti al negozio, di domenica,ad oltranza,tutti quanti!..utopia… Insomma ragazze e ragazzi… CONTINUIAMO A FARCI SENTIRE!!! RICORDIAMOCI CHE CI STANNO TOGLIENDO TUTTI I DIRITTI CHE I NOSTRI PADRI, I NOSTRI NONNI SI SONO GUADAGNATI!!!.. INFORMIAMO I COLLEGHI DELLE MANIFESTAZIONI, DEGLI SCIOPERI E DI QUALSIASI ALTRA FORMA DI PROTESTA, ANCHE QUELLI CHE NON LAVORANO CON NOI!…Io ci spero che possiamo cambiare le cose…anzi, io ci credo….

Un saluto a tutti…(Ele)

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ciao ,anch’io sono una sfigatissima che lavora nel commercio,quando abbiamo chiesto al capo area di darci la possibilità di fare a turni ,la sua risposta è stata non se ne parla nemmeno avete firmato che se il negozio sta aperto la domenica lavorate (peccato che nel 2008 le domeniche erano 1 al max 2 e quelle di dicembre )per quest’anno dovete tenere duro ,e certo tanto mica ci sta lui o ci sta Monti a lavorare con un ridicolo straordinario ,per 4 domeniche ,avendo il giorno compensativo in settima ho preso 11euro (ovn).

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Mio marito lavora in un negozio e tutto andava bene fino allo scorso dicembre. Erano aperti solo una domenica al mese e a dicembre, ma non sempre il turno toccava a lui. Da gennaio non abbiamo più una vita familiare perché lui è a casa in settimana mentre io e mia figlia siamo a casa il sabato e la domenica. Quindi lui è sempre a casa da solo e non riesce più a stare con me e con sua figlia.

In negozio c’è un forte clima di tensione perché devono coprire più ore ma con lo stesso personale perché di assumere qualcuno non se ne parla nemmeno. Anzi tre persone si sono licenziate e gli tocca fare anche i loro lavori. Il direttore si lamenta che le vendite sono in calo e scarica le colpe su di loro quindi sono continuamente martellati, ma se in negozio non entra gente loro cosa possono fare?

Spero almeno che si degneranno di restare chiusi il giorno di Natale.

Io credo che con la scusa della crisi, i lavoratori stanno perdendo tutti i propri diritti. Con la scusa che c’è poco lavoro ci stanno facendo diventare degli schiavi (Anna).

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C’è ancora di peggio. Ad esempio, non solo lavorare TUTTI i sabati, domeniche e festivi, ma vedersi mettere (dalla responsabile di negozio) gli spezzati : 11-13/15-21. Alla mia gentile proposta di poter fare almeno uno/due sabati al mese con orario intero per poter avere un minimo di qualità di vita e godermi la mia famiglia ed un marito fuori casa fino al venerdi per lavoro, la risposta è stata di essere mobbizzata e costretta ad andarmene. La corda si era spezzata, avevo osato chiedere…E sono una con un’esperienza ventennale nel settore commercio…Ne ho viste e dovute subire tante, ma questa mi ha lasciata scioccata…(Anonima)

http://www.linkiesta.it/orari-negozi

Quel che Morgan Freeman avrebbe potuto dire sulla strage di bambini

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12 dicembre 2012: Un uomo armato di fucile semiautomatico ha sparato ieri sulla folla in un centro commerciale di Portland, nell’Oregon, uccidendo almeno due persone e seminando il panico tra la gente. L’omicida, che indossava un giubbotto antiproiettile e una maschera da hockey, è stato poi “neutralizzato”: secondo quanto riferito dalla polizia, l’uomo è “deceduto”.

http://www.today.it/mondo/sparatoria-centro-commerciale-oregon-morti.html

15 dicembre 2012: Nell’Oklahoma, l’amico di un potenziale omicida plurimo lo denuncia alla polizia, che lo ferma prima che possa fare una strage come quella del Connecticut:

http://www.nydailynews.com/news/national/oklahoma-student-plotting-mass-shooting-police-article-1.1221032#ixzz2FAjooXrR

16 dicembre 2012: All’indomani della strage in Connecticut, in Alabama un uomo ha aperto il fuoco in un ospedale, ferendo tre persone, tra cui un agente di polizia, prima di essere ucciso da un altro agente. La sparatoria è avvenuta nel quinto piano dell’ospedale St. Vincent di Birmingham, dove sono ricoverati diversi pazienti con problemi cardiaci. I motivi non sono stati ancora chiariti.

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1073475/usasparatoria-in-ospedaleun-morto.shtml

16 dicembre 2012: Marcos Gurrola spara 50 colpi contro un ipermercato in California e poi viene arrestato (nessun ferito)

http://www.huffingtonpost.com/2012/12/16/marcos-gurrola-arrested-_n_2309425.html

Una serie di episodi che potrebbero dar forma ad un nuovo 11 settembre: i cittadini americani saranno sottoposti a crescenti controlli (negli autobus di San Francisco sono già stati installate telecamere e microfoni) e non protesteranno, perché si convinceranno che è per il loro bene. Poi l’eccezione diventerà la norma.

Le armi sono il mezzo e il sintomo, non la causa.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/15/quel-che-zucconi-bloomberg-e-michael-moore-non-vi-hanno-spiegato-sulla-questione-delle-armi-negli-stati-uniti/

Svizzera, Finlandia, Norvegia, Svezia, Canada, Germania e Islanda hanno altissimi tassi di possesso di armi da fuoco ma, salvo rare eccezioni, non succedono cose del genere. I loro cittadini si sentono, di regola, al sicuro, in una società pacifica.

La Cina è un altro caso di paese colpito da “epidemie” di eccidi nelle scuole (con uso di altri tipi di armi).

Qualcosa, negli Stati Uniti, sta andando storto – prima che altrove –, ed è un fenomeno relativamente recente:

http://books.google.com/ngrams/graph?content=school+shooting&year_start=1800&year_end=2000&corpus=15&smoothing=3&share=

C’è sempre un modo per uccidere decine di persone (appiccare il fuoco ad un edificio, ad esempio) ed è fin troppo allettante lasciarsi sedurre dalle soluzioni facili: una legge, una riforma costituzionale, tutto si risolve e la gente si mette il cuore in pace.

Invece occorre fare le domande giuste, anche se sono complicate e tanta gente fa un’enorme fatica a concentrarsi e fare attenzione per più di pochi minuti. Altrimenti daremo delle risposte sbagliate che aggraveranno il problema. Oltre alla questione della reazione violenta di quelle migliaia di cittadini che vogliono tenersi le loro armi acquistate legalmente – che godrebbero del sostegno di molti stati repubblicani –, bisognerebbe preventivare la trasformazione degli Stati Uniti in una gigantesca Gaza, con passaggi e cunicoli che attraversano le frontiere con il Messico e con il Canada per introdurre armi, come ai tempi del Proibizionismo.

La domanda più giusta da fare è: perché queste tragedie erano così rare prima degli anni Novanta. Negli Stati Uniti, fino al 1968, chiunque poteva comprare armi per corrispondenza e si potevano comprare ovunque, anche ai distributori di benzina. C’erano molti meno controlli.

Che cosa è cambiato? Cos’è successo nella società americana?

Le armi sono un sintomo, appunto, non una causa e curare un melanoma con un cerotto è stupido.

LE POSSIBILI CAUSE

Il sensazionalismo mediatico.Ecco il parere di un anonimo, attribuito erroneamente a Morgan Freeman:

“Volete sapere perché. Può sembrare cinico, ma ecco quel che penso. È a causa del modo in cui i media coprono questi eventi. Guardate come è stato trattato l’omicida della prima di Batman, o quello del centro commerciale dell’Oregon: come delle celebrità. Dylan Klebold e Eric Harris sono diventati nomi familiari, ma chi conosce il nome di una sola delle vittime della strage di Columbine? Persone con disturbi psicologici che altrimenti si suiciderebbero nei loro scantinati vedono queste notizie e decidono di voler fare qualcosa di ancora peggiore, ed uscire di scena alla grande, restando impressi nella memoria collettiva. Perché una scuola elementare? Perché i bambini? Perché sarà ricordato come un orribile mostro, invece di un triste signor nessuno.

L’articolo della CNN dice che se il numero di corpo “non scende”, questo farà arrivare la sparatoria al secondo posto dietro Virginia Tech, come se le statistiche potessero in qualche modo stabilire una gerarchia del peggio. Poi rendono pubblica una video-intervista di studenti di terza elementare che rivelano tutti i dettagli di ciò che hanno visto e sentito, mentre si consumava l’eccidio. Fox News ha diffuso l’immagine del volto del killer in tutti i loro servizi per ore. Esistono articoli e servizi che si concentrano sulle vittime ignorando l’identità del killer? Non ne ho ancora visto uno. Perché non vendono. Quindi congratulazioni, media sensazionalistici, avete appena innescato il prossimo sterminatore che voglia fare “meglio” del precedente, in una scuola materna o un reparto maternità.

Tutti possono aiutare dimenticando di aver mai letto il nome di quest’uomo e ricordando il nome di almeno una vittima. È possibile aiutare con donazioni alla ricerca sulla salute mentale invece di concentrarsi sul controllo delle armi come il problema principale. Potete aiutare spegnendo la TV”.

La glorificazione della violenza. Quel che TV e cinema blockbuster chiamano “cultura” ed “intrattenimento” è solo glorificazione della violenza utile a chi vuole “esportare la democrazia” a colpi di droni e destabilizzazioni e a chi vuole vendere un certo tipo di prodotto ed ha bisogno che i consumatori siano indottrinati al verbo della pretesa illimitata: “perché io valgo!”.

Empatia, solidarietà, cooperazione, senso di comunità stanno soffrendo come forse non mai nella storia. Chi si dimostra capace di un gesto generoso è quasi eroico. Sono virtù che non piacciono allo status quo dei nostri giorni perché ostacolano il privatismo, l’individualismo e le dipendenze edonistico-consumistiche. Vale per gli Stati Uniti ma anche per la Cina, che li ha scimmiottati quasi in tutto e per tutto.

La crisi sistemica. Troppe persone sono precipitate nel precariato esistenziale e si sentono tremendamente insicure, in una società sempre più iniqua ed aggressiva, in cui il rispetto e la cura per la dignità del lavoratore e della persona nel suo complesso è un ricordo del passato, la corruzione nelle alte sfere è sconfinata e i cittadini vengono spiati 24 ore su 24 da un numero impressionante di agenzie e dipartimenti federali.

La crisi della democrazia e del contratto sociale. Il carattere oligarchico delle democrazie contemporanee è sempre più evidente. La Guerra al Terrore ha reso possibili restrizioni ai diritti civili che prima erano impensabili. La Guerra alla Crisi economica viene impiegata per smantellare i diritti dei lavoratori e privatizzare i beni comuni. Chi può dire cosa potrebbe succedere dopo lo scoppio di un’eventuale Terza Guerra Mondiale? Le proteste resteranno pacifiche o bombe molotov e armi semiautomatiche giustificheranno l’imposizione di uno stato di polizia in molti paesi occidentali?

Quel che è facile notare è che sta cambiando la mentalità della gente, in peggio. C’è sempre più paura ed aggressività. Sempre più persone cominciano a credere che i problemi possano essere risolti efficacemente solo con la violenza. Il che vuol dire che stiamo perdendo la libertà prima ancora che ce la tolgano (per il nostro bene). Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi. Stiamo perdendo la libertà di esprimere le nostre migliori qualità dell’animo, quelle che fanno comunità, che fanno fratellanza, perché siamo sempre più sulla difensiva, sempre più orientati a distruggere invece di costruire: le nostre vite sono pervase di violenza psicologica e fisica che avvelena i nostri pensieri e sentimenti. Chi di spada ferisce, di spada perisce. Penso che questo faccia molto comodo a chi detesta la democrazia ed ama le oligarchie. Il caos, l’anarchia è ciò che questi segmenti della società (una larga fetta della classe dirigente, assistita da politici corrotti o troppo pigri ed ignoranti per cogliere il quadro generale) vogliono, perché hanno un “nuovo” prodotto da vendere, un “nuovo” modello sociale che avvantaggia i loro interessi a spese di tutti gli altri.

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COME EVITARE DI FARE LA FINE DEGLI STATI UNITI?

Forse la rivoluzione è inevitabile, ma non è la soluzione migliore, essendo gravida di ripercussioni terribili. Proteste di massa, coordinate, in tutta Europa, che sfidino l’establishment, che blocchino la macchina produttiva: servirebbero a risvegliare molte altre coscienze, a scatenare i necessari dibattiti, a preservare la libertà interiore – il rifiuto di sentirsi, pensare e comportarsi come gli oligarchi vogliono che ci si senta, pensi e comporti –, che è un bene di valore inestimabile. Bisogna uscire dalla modalità degli automatismi egoistici da istinto di sopravvivenza.

È una guerra per il controllo delle coscienze, non per il controllo dei corpi. Questa cosa andrebbe capita, una volta per tutte. Se perdiamo la coscienza (cuore e mente) nessuna rivoluzione ce la restituirà. Saremo pedine, non protagonisti.

La questione delle pistole – il possesso d’armi non è il problema principale. Il metodo della nonviolenza di massa è certamente il più efficace, perché nessuna società può funzionare senza la collaborazione dei cittadini (il Terzo Reich è sopravvissuto fino al 1945 non grazie ai fanatici nazisti come Adolf Eichmann, ma grazie agli sforzi sovrumani di milioni di operosi patrioti) ma è una tecnica che richiede intelligenza e lucidità.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/etienne-de-la-boetie-un-uomo.html

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/nonviolenza-certamente-ma.html

Non basta mettersi davanti ad un carro armato o auto-immolarsi per fare la cosa giusta.

Tuttavia quanti sarebbero in grado di farvi completo affidamento quando la minaccia della violenza indiscriminata incombe?

Per questo le vendite di armi aumentano dopo ogni strage.

Per questo molti preferiscono dare il loro contributo ad una resistenza nonviolenta, ma tenendo da parte una pistola, che non si sa mai.

Potrebbe anche funzionare, ma un’eccessiva attenzione a scenari violenti impedisce di esprimere la nonviolenza, chiude la mente, sopprime la libertà interiore.

Il giusto mezzo è essere consapevoli del problema, ma senza farsi dominare da esso, senza concludere che è tutto un braccio di ferro in cui chi è più potente e risoluto alla fine deve prevalere ed è nel giusto. Altrimenti abbiamo perso in partenza.

Se il bullo ci fa diventare come lui, abbiamo perso, anche se lo sconfiggiamo. Saremo suoi cloni, una minaccia per gli altri, per la comunità, un pretesto per abolire la democrazia al fine di soggiogarci.

Se una persona è davvero forte interiormente si sentirà sicura e non avrà bisogno di dimostrare niente a nessuno: continuerà a fare quel che stava facendo, senza provocare nessuno, senza flettere i muscoli, senza richiamare l’attenzione di nessuno, perché sa di potersela giocare.

Se una pistola e ciò che serve ad alcuni per raggiungere questa condizione di equilibrio, per emanciparli dalla costante paura del futuro, allora così sia. Non si può pretendere troppo dalle persone e, a questo punto, chi non è spaventato è dissociato dalla realtà. È giusto essere spaventati quando si affrontano degli psicopatici al culmine del potere.

Chi se le va a cercare le troverà, allo stesso modo in cui le troverà chi nega la realtà perché gli sembra troppo spiacevole.

La questione è che un autentico maestro di arti marziali sa che il suo successo sta nel non dover usare ciò che ha appreso. Se diventa un esperto aspettandosi di mettere in pratica le lezioni ricevute allora ha perso: un vero guerriero dello spirito sa che l’obiettivo è controllare la violenza stessa, per non cadere in tentazione.

Analogamente, l’obiettivo di avere un’arma dovrebbe essere quello di arrivare a capire che non ci serve.

Se invece si sviluppa una dipendenza psicologica rispetto alle armi, è un segno di sconfitta: invece di possedere una pistola, è lei a possedere noi. Si diventa catalizzatori di violenza, come gli Stati Uniti che importano ed esportano violenza, come uno qualunque degli stati-canaglia che denunciano. Fissati sulla violenza e sulla distruzione, sugli scenari peggiori, è esattamente quel che esperiranno. Non sono più una nazione libera.

Gli Stati Uniti, come Weimar prima di loro, hanno raggiunto la condizione di “anarchia organizzata” (caos controllato)  in cui le masse sono malleabili, disposte ad approvare molte cose altrimenti improponibili. La differenza è che gli americani non sono i tedeschi dell’epoca della Depressione e quindi il loro destino non è segnato (né lo è il nostro). Nessuno può prevedere con certezza cosa succederà, men che meno chi pensa di poter controllare e dirigere gli eventi globali.

Quel che dobbiamo fare è essere determinati a sopravvivere, ma senza farne un’ossessione. La morte non è la fine del mondo:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/11/di-che-vita-parlava-gesu-della-vita-della-morte-e-delle-esperienze-extracorporee/

La geopolitica dei miti etnici – l’assassinio dell’Unione Europea e l’avvento dell’Impero

Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno.

PROLUSIONE

Sean Gervasi, La NATO in Jugoslavia. Perché? Praga, 13-14 gennaio 1996

Sean Gervasi, già consulente economico nell’amministrazione Kennedy – rassegnò le sue dimissioni come segno di protesta per la disastrosa tentata invasione di Cuba nel 1961, docente alla London School of Economics ed all’Università di Parigi- Vincennes, Consulente del Comitato delle Nazioni Unite sull’Apartheid

Nella visione tedesca, l’Europa in futuro sarà organizzata in cerchi concentrici intorno a un centro costituito dalla Germania [Europa a due o più velocità, NdR]. Il centro sarà la regione più sviluppata da tutti i punti di vista: sarà la più avanzata tecnologicamente e la più ricca; avrà i livelli salariali più alti e i redditi pro capite maggiori; si dedicherà esclusivamente alle attività economiche più profittevoli, quelle che la pongono in posizione di comando del sistema. La Germania si occuperà perciò di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attività insomma di programmazione e coordinamento dell’economia delle altre regioni.

Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi più bassi. L’anello immediatamente adiacente la Germania dovrebbe essere caratterizzato da molteplici attività produttive e di servizio ad elevato profitto e comprenderebbe parte della Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Italia settentrionale. Il livello generale del reddito vi sarebbe alto, ma inferiore a quello tedesco. L’anello successivo comprenderebbe le parti più povera e dell’Europa occidentale e parti dell’Europa orientale, con alcune produzioni, assemblaggio, produzioni alimentari. I livelli stipendiali e salariali vi sarebbero considerevolmente più bassi che al centro.

Inutile dire che in questo schema la maggior parte delle regioni dell’Europa orientale apparterrebbero a un anello periferico. L’Europa orientale sarebbe tributaria del centro. Produrrebbe alcuni generi di merci, ma non primariamente per il proprio consumo. Una parte considerevole della produzione, con el materie prime e anche i generi alimentari, verrebbe destinata all’estero. Anche l’industria pagherebbe inoltre stipendi e salari bassi e il livello generale di stipendi e salari, e dunque dei redditi, sarebbe più basso che in passato.

Insomma, nel nuovo sistema integrato la maggior parte dell’Europa orientale sarà più povera di quanto non sarebbe stata se i paesi dell’Europa orientale avessero potuto decidere autonomamente quale tipo di sviluppo perseguire. Il solo sviluppo perseguibile in società esposte alla potente penetrazione del capitale estero e bloccate dalle regole del Fondo Monetario Internazionale è lo sviluppo dipendente.

Ciò vale anche per la Russia e gli altri paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Anch’essi diverrebbero tributari del centro e la Russia non avrebbe nessuna possibilità di perseguire una via di sviluppo indipendente. In Russia rimarranno beninteso alcune produzioni industriali, ma senza la minima possibilità di uno sviluppo industriale equilibrato, perché le priorità dello sviluppo saranno dettate sempre più dall’esterno. Le società occidentali, come dimostrano i dati sugli investimenti esteri, non hanno nessun interesse a promuovere lo sviluppo industriale della Russia.

La Germania dunque, coll’appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l’economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attività subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l’esportazione verso il nucleo e i mercati d’oltremare. L’Europa del futuro, se la si paragona all’Europa, tanto occidentale che orientale, degli anni ’80, dovrà essere ristrutturata da cima a fondo, con livelli di sviluppo sempre più bassi via via che ci si allontana dal centro tedesco.

Gran parte dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica è dunque destinata a rimanere un’area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica”.

Questa è una lettura più realistica di quella di Giorgo Gattei, storico del pensiero economico all’Università di Bologna, che vede Germania e USA contrapposti (pur essendo parte della NATO):
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/23/la-guerra-in-corso-tra-germania-e-usa-uninterpretazione-della-crisi-gattei-di-unibo/

Qui alcune conferme esterne alla lettura di Gervasi

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/si-puo-evitare-una-terza-guerra-civile.html

http://www.vanderbiltuniversitypress.com/books/333/first-do-no-harm

PREMESSA

La seguente interpretazione (che risale alla fine degli anni Novanta ma è utile a capire le dinamiche in corso) a mio avviso sconta il limite di non tenere nel giusto conto la necessità di precisare che, se questi scenari fossero anche solo in parte reali, contrastarli sarebbe prima di tutto nell’interesse della popolazione tedesca, che rischia seriamente di essere pugnalata alle spalle una terza volta da UNA PARTE della sua élite. Se si tralascia questo nodo cruciale, si finisce per scadere nella più vieta teutonofobia del popolo tedesco congenitamente afflitto da pulsioni espansionistiche ed egemoniche. Nell’ultima guerra sono morti più tedeschi che ebrei, perciò è importante aiutare i tedeschi a sabotare qualunque progetto di questo genere, per il loro e per il nostro bene. Lo stesso discorso si applica ai sudtirolesi che, abbagliati da certa retorica etnopopulista separatista, rischiano a loro volta, come ai tempi di Andreas Hofer, di diventare carne da cannone per finalità che neppure intravedono. Il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” è nato con quello spirito, con buona pace delle miopie di alcuni critici e della malafede di altri. Sarà, come sempre, la storia a stabilire chi sia stato dalla parte della maturazione civile, morale e spirituale delle persone e chi, più o meno consapevolmente, l’abbia ostacolata.

Articoli precedenti sul tema dell’etnofederalismo e della geopolitica delle identità.

Articoli precedenti sulla questione dell’Europa a due velocità, o a cerchi concentrici, il cavallo di battaglia di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze della Germania e vero regista della deliberata malagestione della crisi dell’eurozona, nonché politico implicato in uno scandalo per un grosso finanziamento al partito da da parte di un industriale degli armamenti (di cui peraltro la sua pagina italiana di wikipedia non fa menzione).

TESTO

“In questi anni c’è stata una grave difficoltà nella comprensione della guerra nella vicina Jugoslavia [qui una mia rivisitazione di alcuni miti riguardanti quella guerra e qui sul Kosovo]. A sinistra si è spesso tralasciata l’analisi critica dei rapporti economici, per sostituirla con tematiche identitarie o con improbabili intellettualismi. Questa vicenda (non ancora terminata) ha dimostrato come la sinistra ed il pensiero democratico possano sfasciarsi completamente di fronte alla “questione nazionale”.

Appassionarsi ai “piccoli popoli oppressi” prescindendo completamente dai rapporti di classe, ad esempio la lotta tra le varie borghesie nazionali e quella detentrice del capitale monopolistico transnazionale, prescindendo dai cambiamenti macroeconomici, dalla storia, oppure richiamandosi ad episodi antichi o marginali a scapito di quelli attuali e significativi, spesso con lo scopo di inventare “radici di plastica” e motivi di identificazione per realtà “etniche” pompate artificialmente: si e’ visto che tutto questo non può che causare la completa deriva della teoria e della prassi.

[…]
Facciamo un esempio concreto: la “Gesellschaft für Bedrohte Völker” (GfBV, in Italia “Associazione per i Popoli Minacciati” – APM) è una “transnazionale” con centro in Germania, che si occupa della salvaguardia delle minoranze. Apparentemente si tratta di una organizzazione di sinistra. Dal suo sito WEB apprendiamo che essa ha una sezione in Bosnia, e che lavora con particolare zelo sui problemi del Kosovo e del Sangiaccato. La sezione sudtirolese, ad esempio – che è ovviamente distinta da quella italiana – ha gestito per anni la “cattedra di Germanistica” della “università parallela” di Pristina.
Non solo: essa si interessa anche ai popoli dei dintorni del Caucaso, compresi ceceni, tartari della Crimea, ed altri che a noi restano ancora pressoché sconosciuti, ma di cui gli storici specialisti conoscono l’appoggio fornito durante la II G. M. al progetto nazista di “Nuovo Ordine Europeo”.
Dulcis in fundo la GfBV è molto preoccupata per la maniera in cui vengono accolti in Germania gli “Aussiedler”, cioè gli appartenenti alle minoranze germaniche dell’Europa centro-orientale, e chiede che il governo faccia di più per la loro salvaguardia nei rispettivi paesi – che fino a 5-6 anni fa erano l’URSS, la Jugoslavia, eccetera, ed oggi sono insignificanti fantocci dell’imperialismo come Ucraina o Repubblica Ceca… D’altronde Tilman Zülch, fondatore e Presidente della GfBV, “è nato il 2 settembre 1939 a Deutsch-Libau (Sudeti)”, come è scritto nella sua biografia WEB: i Sudeti sono i territori
occidentali della Cecoslovacchia, al centro allora come oggi della disputa tra tedeschi e cechi. Il cerchio dunque si chiude.
In Italia il Comitato dei Garanti della APM annovera al suo interno il noto medievalista Franco Cardini, dichiaratamente di destra, ed un tale Sergio Salvi che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “L’Italia non esiste” (Camunia, Firenze 1996), nel quale viene dunque superata la celebre affermazione di Metternich (“L’Italia è soltanto un’espressione geografica”). L’APM ha rapporti con le riviste della “nuova” destra comunitarista-internazionalista (es. “Frontiere”) e, guarda caso, con i croati attraverso Sandro Damiani, giornalista fiumano, che gestisce la “Associazione Culturale Italia-Croazia”. La APM sottoscrive proclami per la “autodeterminazione del Kosovo” insieme a gruppi nonviolenti cattolici trovando spazio su pubblicazioni come “Il Manifesto” e “AlternativeEuropa”… Perché?
In effetti è almeno dagli anni ’80 che si è affermata una corrente di “antiimperialismo ingenuo”, a cavallo tra destra e sinistra. Inizialmente il discorso legava con la critica al socialismo reale (es: Afghanistan), oggi però gli “imperialismi” da scardinare sono un po’ tutti gli Stati che si vogliono prendere di mira.

Con la richiesta di una “Europa delle regioni” da parte di settori che con la sinistra non hanno mai avuto niente a che spartire è divenuto infine chiaro che la colorazione libertaria-ecologica-sociale di questi movimenti serve talvolta solamente come facciata. Tra danze bretoni ed amuleti celtici l’effettivo essere sociale degli individui si svilisce in comunità di stampo folkloristico: “Noi non vogliamo un’Europa d’un grigiore indistinto, ma bensì come un insieme di specificità nazionali e regionali” (Helmut Kohl):  si intende la parcellizzazione in frammenti territoriali al di sopra dei quali si erga il dominio unificatore del più forte.

UN PO’ DI STORIA

Sul numero 2/1995 del mensile marxista tedesco KONKRET appariva il primo di una serie di contributi di Walter von Goldenbach e Hans-Ruediger Minow, autori del libro “Deutschtum erwache!” (“Germanita’, sveglia! Spaccati di pangermanesimo visti dall’interno” – Dietz, Berlino). L’articolo, dal titolo “Saluti da Grosny”, esordiva nella seguente maniera:

«Al novero delle organizzazioni statali mascherate che fanno la politica estera tedesca pare appartenere una associazione particolarmente raffinata: La Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei>> [FUEV, vedi riquadro dopo la bibliografia]. La sua costituzione negli anni Venti avvenne ad opera di personaggi a cavallo tra ambienti governativi, fondazioni, mondo accademico e associazioni di tutela dei “tedeschi orientali”, le popolazioni di origine germanica stanziate nell’Europa Orientale, fino al Volga ed oltre. Secondo l’allora ministro degli Esteri Stresemann le necessità vitali della Germania erano “in contraddizione flagrante con la oggi ancora dominante tendenza (…) allo sviluppo degli Stati nazionali”:  << “Non esiste altra via d’uscita se non la rottura con le residue concezioni di Stato e di popolo“, affermarono gli emissari di Stresemann.  L’idea nata con le rivoluzioni americana e francese dello Stato nazionale sovrano, osservante i diritti umani, con i cittadini più diversi, apparterrebbe al passato (…) Il “popolo” [nel senso della nazionalità] sarebbe di valore più alto dello “Stato”: quello bretone, fiammingo o croato, il cui “diritto di natura” dovrebbe evertere lo Stato nazionale… ». Non è una idea originale: già su “Nazione e Stato – giornale tedesco per il problema delle minoranze in Europa”, nazionalsocialisti bellicosi sviluppavano la teoria del “Volk” che si erge al di sopra dello Stato. “Il Volk”, si leggeva nel 1932, “è una unità di sangue e di cultura”. Il “concetto di nazione [nel senso dello Stato nazionale moderno] è una conseguenza necessaria del mondo concettuale della democrazia, della conta meccanica nella moltitudine degli uguali, dell’individualismo e della rinunzia alla suddivisione dell’umanità per razza e per etnia. Tutto questo fa il servizio dell’ebraismo, che vuole uguaglianza dei diritti, sfruttamento e dominio“… >>
Nel 1936 il “Congresso delle Nazionalità” di Ginevra, riunione annuale della FUEV e di altre organizzazioni affini, si pronunciò per una “suddivisione” dell’Europa: “Il riconoscimento di una soggettività del “Volk” come base fondante dello sviluppo europeo non significa altro che tracciare i contorni di una nuova Europa”. Il serissimo relatore era uomo di fiducia dei servizi segreti nazionalsocialisti, impegnato proprio in quell’epoca contro lo Stato cecoslovacco. Mentre Adolf Hitler pianificava la creazione di uno “Stato” bretone, laddove la Borgogna sarebbe stata annessa al “Reich”, i “Congressi delle Nazionalità Europee” venivano sospesi: la trappola della politica estera tedesca si chiudeva di scatto.

L’idea di fondo però veniva portata avanti dall’apparato nazionalsocialista impegnato nella guerra di aggressione: in un documento riservato del 15/5/1940 il capo delle SS Himmler esprimeva la convinzione che “nel trattamento delle etnie straniere dell’Oriente dobbiamo vedere di riconoscere e di badare quanto più possibile alle singole popolazioni, vale a dire oltre ai Polacchi e gli Ebrei gli Ucraini, i Russi Bianchi, i Gorali, i Lemchi ed i Casciubi. Ed ovunque si trovino pure solo frammenti etnici, ebbene anche a quelli. Con questo voglio dire che noi non solo abbiamo il più grande interesse acché le popolazioni dell’Oriente non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e di frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unità ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensì piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle…” (1)

Già nell’introduzione di una “proposta di convenzione” che la FUEV fa oggi alle competenti istituzioni internazionali, si riconosce che “il Nuovo Ordine Europeo” si sarebbe realizzato già “dal 1990″, cosicché “la protezione dei gruppi etnici” ed una “regolamentazione valida in generale per le questioni relative alle etnie” mostrano di essere “una necessità imprescindibile”. Secondo la FUEV, nel novero delle “minoranze” e delle “nazionalità”  si può rientrare in base ad una “decisione soggettiva”, “liberamente riconoscendosi” in quanto “gruppo etnico”, riconoscimento che non può “essere contestato né tantomeno sottoposto a prova dimostrativa”… Sembra scritto apposta per la “nazione padana”!  Il vertice di tali concezioni è tuttavia il “diritto a contatti indisturbati”. In base a tale “diritto” formulato dalla FUEV, ai territori in parte già separati ed autogestiti bisogna lasciare espressamente la possibilità di curare “contatti in maniera indisturbata con organi statali o altri organi pubblici di altri Stati, soprattutto con quelli degli Stati co-nazionali” cioè rappresentanti lo stesso “Volk”, come la Germania per il Sudtirolo, ad esempio, o l’Albania per il Kosovo.
La FUEV «ha finanziato nel 1994 una conferenza internazionale che ha avuto luogo in Ungheria, ed è servita come estensione verso gli ambiti territori dell’Est delle fantasie di egemonia pangermanica: per la FUEV il 1994 è stato l’anno dell'”impegno per le minoranze in tutta Europa fino al Caucaso”. Secondo un comunicato stampa della FUEV (…) l’Europa si scompone in sei “regioni”, dove le “comunità di popolo” possono aspirare ad autonomia territoriale. La lista può anche essere letta come istruzioni per la dissezione degli Stati confinanti con la Germania. Nello spazio “NORD” i “tedeschi dello
Schleswig settentrionale” sono posti contro la Danimarca, i “frisoni” contro l’Olanda così come i “sami” ed i “finlandesi di Svezia” contro Stoccolma. Nello spazio “OVEST” la FUEV incoraggia tra l’altro le rivendicazioni territoriali dei “bretoni” e degli “alsaziano-loreni” contro Parigi, dei “tedeschi del Belgio” e dei “fiamminghi” contro Bruxelles così come dei “gallesi” e “cornovallesi” contro Londra. Nello spazio “SUD” contro Roma emergono i “sudtirolesi retoromanzi”, gli “aostani” ed i “ladini”. La sezione “CENTRO” è dominata dalle tendenze autonomiste che, a detta della FUEV, animerebbero i
“tedeschi nella Polonia settentrionale”, i “tedeschi dell’alta Slesia”, i “tedeschi sudeti in Cechia” ed anche i “tedeschi della Slovacchia”.
Infine, il ginepraio etnico si infittisce nelle zone “SUDEST” ed “EST”. “Ungheresi in Romania” e “rumeni in Ungheria”, “sassoni di Siebenbuerger”, “svevi del Banato” [tra Ungheria, Romania e Jugoslavia], “tedeschi, italiani ed ungheresi in Slovenia”, “tedeschi in Georgia”, “tedeschi nel Kazachistan”, “tedeschi in Kirghisia”, così come i tartari di Crimea, già varie volte arruolati dal Comando militare tedesco, tutti questi aspirano al “diritto di natura” dei “gruppi etnici”. >> Silenziosamente e sotto la copertura di alti rappresentanti dello Stato, tra i quali il Primo Ministro dello Schleswig-Holstein ed il Presidente del Parlamento del Land del Brandeburgo, ma anche come consulente per il Consiglio d’Europa, la CSCE, l’ONU ed il Parlamento Europeo la FUEV lavora alacremente alla costruzione del “Nuovo Ordine Europeo”…

L’ESTREMA DESTRA EUROREGIONALISTA

Bisogna a questo punto sottolineare la convergenza esistente tra codesti difensori delle minoranze d’ogni nazionalità ed organizzazioni di ispirazione direttamente pangermanica e per la tutela degli “Aussiedler”. Il problema degli “Aussiedler” viene sollevato costantemente in Germania sin dagli anni della annessione della Germania Est da parte della Repubblica Federale, come motivo di propaganda interna ma anche di pressione verso molti paesi. Quando alla fine del 1997 scoppiò un grosso scandalo internazionale in seguito alla conferenza tenuta alla Scuola Ufficiali di Amburgo dal leader neonazista Roeder, una cosa che rimase pressoché sconosciuta fu l’argomento trattato da questo personaggio nella sua “lezione”:  ebbene si trattava di come accrescere l’influenza tedesca nella zona di Kaliningrad – ovvero la Koenisberg capitale di quella che era la “Prussia Orientale”, tra Polonia e Lituania, oggi ancora territorio russo – attraverso la immigrazione massiccia di “tedeschi del Volga” in quell’area [se teniamo presente che si tratta di un’enclave russa di importanza strategica si può capire la follia di una tale proposta, NdR].
Tra le organizzazioni per gli “Aussiedler” sono note il “Verein fuer das Deutschtum im Ausland” (VDA, ovvero Associazione per la Germanità all’Estero) ed il “Verband der deutschen Volksgruppen in Europa” (Lega dei gruppi etnici tedeschi in Europa). La prima delle due è oggi assai attiva, e come la FUEV gode di autorevoli appoggi:  « Non diversamente dai suoi predecessori, [la FUEV] è legata al Ministero degli Esteri, a quello degli Interni ed alla Cancelleria Federale attraverso la VDA, agenzia sovversiva dalla storia secolare al servizio dello Stato tedesco. Il legame è assicurato dal membro del Consiglio Amministrativo [CA] della VDA Karl Mitterdorfer [ex-senatore della "italiana" Südtiroler Volkspartei - SVP], presidente per anni della FUEV (…) avente contatti di lavoro con rappresentanti dell’estremismo di destra e del razzismo europei. Questa cooperazione della FUEV avviene all’ombra di membri del CA della VDA del calibro di Hans Klein (Vicepresidente del Bundestag tedesco) ed Eberhard Diepgen (sindaco di Berlino in carica)». Il VDA all’inizio degli anni Novanta era presieduto da Hartmut Koschyk, pochi mesi prima della “riunificazione tedesca” autore, presso la ultrareazionaria casa editrice MUT (“Coraggio”), di un libro dal significativo titolo “Tutta la Germania deve essere unita”. Costui, esule dell’Alta Slesia (Polonia), afferma nel libro che “la fissazione dell’Oder-Neisse quale linea del confine tedesco-polacco non può essere considerata una soluzione valida per il futuro dei rapporti tedesco-polacchi”. Negli anni successivi Koschyk si fa personalmente promotore di iniziative di sostegno ai “Circoli per l’Amicizia con la Germania” nella Polonia occidentale, mettendo a disposizione dozzine di antenne satellitari e fotocopiatrici.

Ricordiamo che la “riunificazione” è stata possibile grazie ad una serie di accordi e trattati, tra i quali quello sui confini tedesco-polacchi del 14/11/1990 che in questi ambienti è ancora considerato vergognoso ma che ha rappresentato una necessaria concessione alla “Realpolitik” da parte di Kohl.
È da questi ambienti federalisti e pangermanici insieme che è nata una idea-guida della odierna Unione Europea, quella delle “Euroregioni“. Nel 1988 l’Intereg [vedi riquadro] crea il progetto di “Regio Egrensis”, a cavallo tra Baviera e Cecoslovacchia, che interessa quindi proprio i Sudeti. È sempre da questo istituto che emerge l’idea della Euroregione Tirolo, comprendente Alto Adige e Tirolo austriaco [il Trentino dev’essere escluso perché il gruppo etnolinguistico tedesco deve essere chiaramente dominante – per questo ogni sforzo del Tirolo e del Trentino di creare un’euregio che comprenda anche il Trentino sono visti come il fumo negli occhi, NdR].
[…]

Infine, nel dicembre 1996, con il sostegno del Ministero dell’Interno della Germania nasce l'”Europaeisches Zentrum fuer Minderheitenfragen” (EZM ovvero: Centro europeo per le questioni delle minoranze).

Su KONKRET 3/1997 Goldenbach e Minow precisano: «Nel grande mercato sotto dominio tedesco di nome “Europa” i confini statali nazionali disturbano. La loro distruzione è lo scopo della “etnopolitica” tedesca, che ora passa all’attacco con l’EZM (…). L’Ufficio Esteri ["Auswaertiges Amt", AA] ed il Ministero degli Interni di Bonn [BMI] hanno impiegato cinque lunghi anni (…) ma ora ci siamo: da dicembre 1996 specialisti tedeschi lavorano affinché “si dia finalmente spazio ad una politica d’attacco sulle questioni dei gruppi etnici e delle minoranze, spazio che le è dovuto già da tempo”, nelle parole della Presidentessa del Landtag [il Parlamento del Land] Lianne Paulina-Muerl ad un Forum sulle minoranze del Landtag dello Schleswig-Holstein il 7 giugno 1991. Per i loro propositi in tema di minoranze hanno sistemato a Flensburg una scenografia europea, hanno incassato i contributi della UE ed hanno coinvolto nel nuovo “Centro per le questioni delle minoranze” anche gli ignari danesi. Che l’offensiva non riguardi quelli che in Germania sono socialmente svantaggiati, ossia i milioni di immigrati dalla Turchia o i lavoratori dal Vietnam e dall’Europa orientale, si capisce da sé. Si tratta delle minoranze e dei cosiddetti gruppi etnici ALL’ESTERNO della Repubblica Federale… Come spiegava il direttore dell’EZM Stefan Troebst a Flensburg, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto (…) “il settore geografico di lavoro della nuova istituzione è l’Europa ed in certi casi anche i territori limitrofi come (…) il Mar Nero o il Caucaso”. Chi a causa di queste indicazioni ritenga che la politica tedesca sia alla ricerca di minoranze che possano aprirle la strada verso aree di intervento ricche di risorse, beh costui ha la vista corta: “Una particolare attenzione verrà prestata all’Europa orientale” concede l’esperto in tema di minoranze Troebst; “ma se ci ricordiamo dei titoloni dedicati in questi anni all’Irlanda del Nord, ai Paesi Baschi, alla Corsica e a Cipro è allora chiaro che pesanti conflitti etnici non covano solamente nella regione al di là della ex-cortina di ferro. Se si tratta dei diritti delle minoranze, bisogna aggiungere anche alcuni paesi occidentali (…)  Se, tanto per fare un esempio (…) gli occitani del sud della Francia propongono un programma nazionale, organizzano un movimento nazionale e rivendicano infine la creazione di un proprio Stato nazionale, e si mettono a lottare per ottenerlo, oppure no… queste sono domande difficili, in certi casi persino urgenti“…>> “Nessuna minoranza può essere lasciata in balia di un governo centralista repressivo” – dice ancora Troebst.  “A tal proposito, anche Stati sovrani devono contemplare l’intervento della comunità internazionale. In casi come quello del Kosovo (!) l’acuirsi delle tensioni tra gruppi etnici può essere evitato solo in questa maniera”. Secondo un calcolo ufficiale della FUEV, che è tra le componenti del consiglio amministrativo dell’EZM, in Europa 101.412.000 persone appartengono al potenziale delle “minoranze”, per un totale di 282 “gruppi etnici” in 36 Stati europei.… Questi numeri chiariscono che la politica estera tedesca non è solamente radicale, ma vuole anche andare fino in fondo. Ciò che ha avuto inizio con successo in Jugoslavia – la disgregazione “etnica” del continente in un grande mercato costituito da regioni marginalizzate – deve proseguire con gli albanesi del Kosovo (non a caso l’UCK è addestrato ed armato dai servizi segreti tedeschi), e forse anche con gli  “occitani”.
Sul numero 3/1997 di LIMES, a pagina 293, appariva un documento dal titolo “Dichiarazione per una carta Gentium et Regionum – Programma di
Brno”, portante in calce la firma di sette autori appartenenti alla GfBV, all’INTEREG, al Centre International de Formation Européenne, alla FUEV e all’Istituto di Ricerche sul Federalismo di Innsbruck. Nel documento si dice apertamente che :  «non è più possibile congelare le strutture attualmente dominanti e la sovranità nazionale come se esse fossero sacrosante… è sempre più necessario promuovere la diversità e l’autonomia delle piccole comunità vicine ai cittadini… è indispensabile per un nuovo ordine europeo [sic!] il superamento di vecchie concezioni relative al carattere illimitato della sovranità e del centralismo stato-nazionale, nel senso di un’unione europea da un lato e della maggiore autonomia possibile delle piccole comunità dall’altro… la cooperazione transfrontaliera regionale quale viene praticata in Europa (euro-regioni) costituisce un’innovazione che deve essere ulteriormente sviluppata… l’Europa può divenire un esempio per il resto del mondo se essa riesce a progredire dal modello di uno Stato nazionale più o meno centralistico verso un modello di diversità nell’unità fondato sul principio dei diritti dei gruppi etnici, dell’autonomia e dell’autodeterminazione…» Il documento prosegue declinando ad ogni pié sospinto ed in tutte le maniere l’aggettivo “etnico”, dichiarandosi a favore di “Stati regionali autonomi” che “dovranno essere istituiti anche là dove lo Stato centrale nel suo complesso non è organizzato in forma federale”, sentenziando infine: “le divisioni e le frontiere che non siano state fondate sull’autodeterminazione mascherano, dietro ad un federalismo di facciata, una dominazione straniera”, come a dire: non tutti i federalismi ci vanno bene – quello jugoslavo, ad esempio, a loro non piaceva.
Dunque i possibili effetti della strategia regionalista portata avanti dai tedeschi [alcune forze in seno alla classe dirigente tedesca ed austriaca, non certo tutte – altre forze, sempre austro-tedesche, le avversano, NdR] sono potenzialmente destabilizzanti per tutto il continente, e non solo per l’Europa dell’Est. La rivista italiana LIMES, che ha una collocazione politica apparentemente trasversale ma in effetti è portavoce degli ambienti militari che fanno la geopolitica italiana, pubblicava sul numero 4/1997 un’intervista a Pierre-Marie Gallois, ex-generale e fedelissimo di De Gaulle, dal titolo “Perché temo la Germania (e la televisione)”. Nella introduzione si parla dell’EZM, del suo recente battesimo a Flensburg e del suo Presidente, Stefan Troebst. Si dice tra l’altro:  «Poco dopo la presentazione del centro di Flensburg, un diplomatico ed un sociologo tedeschi, Walter Von Goldenbach e Hans-Rudiger Minow, scrivono il libro “Von Krieg zu Krieg” (Da guerra a guerra), sottotitolo: “La politica estera tedesca e il frazionamento etnico dell’Europa”. I due autori si recano a Parigi dal generale Pierre-Marie Gallois, uno dei maggiori esperti internazionali di geopolitica, e gli chiedono una prefazione. Presa visione della documentazione, Gallois li accontenta. Dopo l’uscita del libro, i due autori incominciano ad avere numerosi problemi, il sociologo Minow subisce anche un’aggressione fisica, al punto da desiderare di trasferirsi all’estero.>>

Nell’articolo, il generale Gallois sottolinea come proprio la diplomazia preventiva tedesca, auspicata da Stefan Troebst, ha fortemente contribuito allo smembramento della Jugoslavia. » Nell’intervista – che suggeriamo di leggere per intero – Gallois dice: « I tedeschi sono eccellenti cartografi. I popoli che non hanno confini naturali cercano sulle carte dove fissare le frontiere. Presumo che, come il Centro di Geopolitica di Haushofer – consigliere di Hitler ed anche di Stalin, nel 1937-’38 – vi siano, oggi, dei gruppi di studio tedeschi che lavorino nell’ombra per preparare un grande futuro alla Germania. Sanno di non poter più speculare sulla supremazia della letteratura o della lingua, per cui rimangono loro l’economia – il culto del marco – e la regionalizzazione… >> [sciovinismo francese che confonde invece di chiarire: c’è, com'è normale che sia, un conflitto di potere tra Francia e Germania intorno a chi avrà più peso all’interno dell’Europa che verrà. Questo conflitto si interseca con le tensioni tra Europa e Stati Uniti all’interno della NATO e con quelle tra neoliberismo della City di Londra e di Wall Street da un lato e politici anti-neoliberisti dall’altro, NdR].

EUROPA NEOLIBERISTA E DISGREGAZIONE DELLA CLASSE
Sarebbe tuttavia ingenuo e sciocco pensare che la strategia della regionalizzazione abbia la sua ragione ed origine esclusivamente in Germania.
Secondo una ricerca della Fiom piemontese (2), dopo l’unità monetaria l’operaio Fiat percepisce grossomodo, allo stato contrattuale vigente, 879 Euro, contro i 1458 del suo collega tedesco alla Volkswagen. Non va meglio anche il confronto con i francesi della Renault (1303 Euro) e con gli spagnoli della Ford (957 Euro). Infine gli inglesi: 1300 Euro.

“Prima di arrivare ad una parità salariale con i tedeschi e con i francesi avremmo da scioperare parecchi anni – commentava il segretario Giorgio Cremaschi – I salari italiani sono l’unica voce dell’economia nazionale già totalmente dentro i parametri di Maastricht. Dovrebbero prenderne visione la Confindustria e la Banca d’Italia”…  Se le tariffe sono cresciute vertiginosamente dappertutto in nome dell’adeguamento ai parametri di Maastricht, nel caso dei salari quali parametri sono da considerarsi “europei”? Lo studio della Fiom piemontese in effetti può essere visto da due punti di vista: da un lato sembra evidenziare un’ingiustizia palese; dall’altro indica chiaramente che gli accordi sul costo del lavoro in tutta Europa vanno perdendo completamente di significato con
l’unificazione. In effetti, cosa dovrebbe spingere la Confindustria italiana ad aumentare gli stipendi per “adeguarsi” agli standard tedeschi? Piuttosto, le statistiche Fiom potrebbero essere usate – poniamo – dal padronato tedesco per ammonire i lavoratori in lotta contro i tagli.  Ed infatti il padronato tedesco sottolinea proprio l’elevato costo del lavoro in Germania per chiederne la diminuzione, tacendo ovviamente sul fatto che ai salari più alti d’Europa corrisponde in Germania una altissima produttività del lavoro – gli imprenditori tedeschi in realtà possono permettersi tranquillamente corresponsioni “elevate”, tra l’altro utili a mantenere un elevato livello di consumi, visti i superprofitti derivanti dallo sfruttamento neocoloniale dei lavoratori e delle risorse dell’Est e del Sud. Contemporaneamente, la previdenza e tutte le forme di salario indiretto sono oggetto di un attacco violento. Quando i sindacati tedeschi alzano la voce vengono subito zittiti con l’accusa di essere “nazionalisti” (ed allora si fa riferimento al costo del lavoro all’estero o agli immigrati…) o “fuori dalla realtà” (la globalizzazione, il mercato, eccetera).
Si tratta di paradossi soltanto apparenti: se l’Europa è unita, ma i salari sono diversi, allora i contratti nazionali perdono veramente di senso. Dunque da una parte l’unificazione, dall’altra la regionalizzazione sono i “piedi di porco”  che il padronato usa per demolire i contratti nazionali di lavoro. Questa logica ovviamente non è una logica soltanto “tedesca”: ecco perché attorno alla unificazione europea ed al regionalismo si è creata una più vasta convergenza tra borghesie.

[…].
Il federalismo si prefigura sicuramente dal punto di vista fiscale come un alleggerimento per le tasche degli imprenditori, ma vedere solo questo aspetto è riduttivo: federalismo significa soprattutto deregulation e liberismo, ovvero gabbie salariali (retribuzione diversa per zone diverse) e fine dei contratti nazionali di lavoro. Ecco perché una riforma istituzionale in senso federalista, ovvero dell'”Europa delle regioni”, è ben vista anche dalle Confindustrie di tutti i paesi. Questa “Europa delle Regioni”, o delle minoranze, non è in contraddizione con l'”Europa delle grandi imprese”:  esse sono identiche.
Ecco dunque la soluzione del dilemma tra unificazione e frammentazione in Europa: si punta solo alla frammentazione della classe lavoratrice, alle divisioni (etniche-nazionali, categoriali) nel suo interno, e viceversa alla totale “libertà d’impresa” ed all’abbattimento dei confini per il mercato. I micronazionalismi sono solo un aspetto del violento attacco contro il proletariato nel suo insieme, un attacco riconoscibile anche nelle molteplici forme della precarizzazione [gergalità marxista che oscura il fatto che non è un attacco al proletariato che si sta verificando, ma la proletarizzazione della gran parte della popolazione, che tra l’altro spesso non ha neanche prole: la servitù per debiti è l’obiettivo, come negli USA, e qualunque proposta alternativa discesa dall’alto servirà solo a convogliare la rabbia verso finalità che convengono alle oligarchie, NdR].
In Europa determinate tendenze sono fortemente incoraggiate proprio dal capitale tedesco: la Germania è l’unica nazione in cui, come ha fatto notare qualcuno, l’europeismo coincide esattamente con il nazionalismo.

Si tratta in fondo della riproposizione di un leitmotiv storico. La struttura dell’Impero austroungarico era fortemente decentrata: Otto d’Asburgo dice esplicitamente che la nuova Europa assomiglierà a quella asburgica. In tempi non lontani Hitler costruiva l’Europa Nazione sotto l’egida della svastica, chiamandosi tra l’altro a difesa delle minoranze tedesche nell’Europa orientale, accolto a braccia aperte però anche dai croati, dagli ucraini, dai ceceni… Ma forse l’analogia più calzante è quella con l’Europa medioevale: la struttura contemporaneamente decentrata e centralizzata del Sacro Romano Impero, il riaffiorare di valori ultrareazionari e dell’oscurantismo religioso, la strutturazione di tipo feudale della politica e dell’economia [esattamente! Bando ai paralleli col nazismo: il progetto è molto più sofisticato e subdolo].
Ecco perché il processo di unificazione europea, pur in parte implicando l’abbattimento di confini tra Stati, è tutt’altro che un processo dal carattere progressista e liberatorio: peraltro è parziale e non del tutto reale. La frammentazione dell’Europa centroorientale – anche dei paesi che “un domani” dovrebbero entrare a far parte della UE – ha comportato negli ultimi anni una crescita smodata dei chilometri di nuovi confini e quindi un notevole aumento dei posti di frontiera da superare per spostarsi, oltreché la moltiplicazione degli Stati e dei relativi eserciti. In pratica si sta generando un sistema “a cerchi concentrici” [nucleo paracarolingio lo chiama Lucio Caracciolo: è l’Europa a due velocità] tale che il nocciolo germanico si unifica, si consolida ed usufruisce di manodopera e risorse a basso costo, le realtà immediatamente vicine si disgregano e perdono prerogative di sovranità, mentre tutto attorno si crea una serie di protettorati, Stati-fantoccio, Stati con governi fascisti e parafascisti in grado di ingabbiare le proprie classi lavoratrici, di ricattarle con il nazionalismo e di garantire la presenza economica e militare occidentale che mira a depredare le risorse umane e naturali di quei paesi.

LEGA NORD E MACROREGIONI

Non a caso dunque la Lega Nord può essere considerata la più europeista delle forze politiche italiane. Sul suo terreno si muove in realtà una costellazione di gruppi o associazioni di categoria come la LIFE (“Liberi Imprenditori Federalisti Europei”), divenuta celebre per l’appoggio prestato ai militanti del Veneto Serenissimo Governo durante il processo.

Proprio la vicenda dell’assalto al campanile offre una quantità di motivi su cui ragionare. In un articolo di Raffaele Crocco apparso su “Guerre&Pace” (n.41/1998) si dimostra come tutta quella storia fosse il risultato dell’intreccio di tre filoni: “quello del neofascismo e del neonazismo, quello del durissimo integralismo cattolico e quello del secessionismo, leghista e non.” Già all’inizio del 1995 erano state perquisite “le case di 27 militanti di organizzazioni
integraliste cattoliche, tutte a Verona. I gruppi hanno nomi espliciti quanto i loro programmi. Sono il “Comitato Principe Eugenio”, che prende il nome dal Savoia che nel XVI secolo difese Vienna assediata dai Turchi; il gruppo “Sacrum Imperium”, che chiede il ritorno all’Europa medievale precedente la Rivoluzione Francese; l’Associazione “Famiglia e Civiltà” e i Gruppi di Famiglie Cattoliche.” Crocco analizza questo terreno di coltura, all’interno del quale troviamo anche alcuni leghisti, notandone la impostazione ideologica: oltre alle tendenze razziste, tutti questi raggruppamenti “individuano in Napoleone Bonaparte il male dell’Europa e aspirano al ritorno allo stato di cose precedente la Rivoluzione di Francia”, che ha posto le basi per il crollo degli imperi e del potere temporale della Chiesa e per la formazione degli Stati nazionali borghesi nel continente. Infine, nel suo articolo Crocco fa un po’ di storia dell’autonomismo veneto ricordando i legami di questo con la CIA e gli ambienti ordinovisti: Franco Rocchetta, ad esempio, prima di essere per anni capo della Liga Veneta, poi leghista ed ora aderente al “Movimento Nord Est”  con Cacciari e (per un periodo) Luca Casarini, fu tra i partecipanti al “viaggio di studio” rautiano nella Grecia dei colonnelli. Che il Veneto sia da decenni laboratorio dell’eversione nera è cosa nota, ma l’articolo apparso su Guerre&Pace” getta lo sguardo su scenari tutto sommato inaspettati. Particolarmente importante è rendersi conto della fisionomia di questa destra, che non è nazionalista in senso tradizionale, bensì europeista, anzi “mitteleuropea” e legata alle mitologie medioevali a cui si richiamavano anche i nazisti.
Recentemente Francesco Cossiga, convinto europeista, ha sorpreso molti per avere “esternato” la sua simpatia nei confronti dei baschi durante una visita in Spagna; da tempo era però nota la sua passione per il Sudtirolo (Cossiga conosce benissimo il tedesco) e soprattutto per l’Irlanda. Inoltre, da Presidente della Repubblica Cossiga ha svolto un ruolo fondamentale di sostegno a Slovenia e Croazia (è amico personale di Tudjman). Anche la Lega ha contatti con gli ambienti governativi croati e sloveni: in particolare, è l’unica formazione politica del nostro paese ad inviare sue delegazioni ai congressi dell’HDZ. In Friuli-Venezia Giulia molti personaggi transitati per la Lega Nord, mischiati a gladiatori e radicali pannelliani, hanno animato la vita politica in regione con la creazione-distruzione di microraggruppamenti autonomisti al centro di strane manovre: difficile risulta infatti in quell’area la dialettica italiano-sloveno-friulano-giuliano-padana. Questo non ha però certo impedito le “relazioni pericolose” con le varie parti in conflitto nei Balcani, anzi. Nel 1992 Bossi ironizzava su un possibile golpe antileghista osservando quanto poco ci volesse a far arrivare “qualche camion di armi DALLA Slovenia o dalla Croazia”, ma nel 1994 ricordava invece “camion carichi di armi PER la Slovenia” transitati nel 1986-’87 nelle valli bergamasche. Messaggi cifrati? Fatto sta che alcuni parlano di traffici di armi gestiti da leghisti della provincia di Trieste forse anche per armare il movimento (3).
Altri contatti preoccupanti sono quelli che la Lega ha instaurato con la destra fascista austriaca di Jörg Haider, che ha sviluppato posizioni europeiste-regionaliste. Diverse sono le pubblicazioni austriache sul tema delle “etnie”, sulle quali trovano spazio teorici della “nuova destra” come Alain de Benoist e Pierre Krebs o storici revisionisti come David Irving.  Nel libro “L’Europa delle Regioni” (Graz 1993) un contributo di Umberto Bossi appare fianco a fianco a scritti di Guy Heraud e dello stesso Haider. I “Freiheitlichen” (Liberali) di Haider sono invitati ai congressi leghisti, e viceversa. L’europarlamentare leghista Luigi Moretti ha costruito tutta una serie di contatti “internazionalisti”  con fiamminghi e tedeschi del Belgio, frisoni olandesi, scozzesi, irlandesi, gallesi, l'”Unione di u Populu Corsu”, savoiardi, alsaziani, il “Parti occitain”, i bretoni, i baschi di “Eusko Askatasuna”, catalani, andalusi e galleghi.
La Lega, peraltro, non è l’unica realtà secessionista italiana. Oltre ai sudtirolesi, dei quali abbiamo già parlato, solo nel Nord Est ci sono alcuni altri “piccoli popoli”  vezzeggiati dalla “internazionale regionalista”. Sono le minoranze slovene, ladine e friulane che tra il ’43 ed il ’45 furono inglobate nella “Zona di Operazioni Litorale Adriatico”, sotto il comando di Rainer che ben seppe sfruttare la loro “alterità”  e la loro storia austro-ungarica: esse si trovano oggi tutte comprese nella Euroregione Alpe Adria. La creazione del “gruppo Adria” negli anni Settanta aveva apparentemente degli obbiettivi culturali, ovvero il risveglio della “Mitteleuropa” asburgica, riunendo austriaci, ungheresi, sloveni, croati, questi italiani del Nord e i bavaresi. Le secessioni croata e slovena hanno però dimostrato quanto ambiguo sia lo slogan della “Mitteleuropa”…

Oggi Alpe Adria cura alcune tra le principali iniziative culturali del Nord-Est, sostenuta in questo soprattutto dai sindaci di Venezia, Cacciari, e Trieste, Illy (l’imprenditore del caffè), che sono in prima fila nel “sinistro” schieramento “federalista soft”. Infatti esiste una versione “minimalista” del regionalismo, che salvaguardando una unità formale del paese – comunque priva di senso nel momento in cui l’Italia si “scioglie” in Europa – mira comodamente alla
disgregazione del tessuto di classe.
Nel 1992 la Fondazione Agnelli lanciò un grande programma di ricerca dal titolo: “Padania, una regione d’Italia in Europa”, i cui risultati furono pubblicati in un grosso volume (4). Il succo dei risultati della ricerca è che la dimensione ottimale per le nuove istituzioni da dare al nostro paese sarebbe quella delle “macroregioni”. Niente di nuovo: anche il Piano di Rinascita nazionale della Loggia massonica segreta P2 individuava nelle macroregioni le nuove unità politico-istituzionali con cui governare il paese. Ecco perché sul federalismo, a parte le sfumature, esiste un coro unanime, ed ecco perché quasi tutti i partiti si alternano in convergenze ed accordi tattici con la Lega. La nostra borghesia da una parte vede la possibile destabilizzazione che viene dalla strategia regionalista, ma giocando da “apprendista stregone” cerca comunque di sfruttarla fintantoché fa comodo. Questo è ovviamente possibile solo nella misura in cui si tagliano le gambe alle tendenze più eversive insite in quel movimento, secessioniste filotedesche, giungendo a continue soluzioni di compromesso con l’ultradestra europeista, un po’ come è successo con la moneta unica [tuttavia non è una scelta stupida, se ci si gioca bene la partita, come hanno fatto i francesi. Può invece essere suicida se la si gioca come ha fatto Israele, NdR]
Si tratta insomma di una partita assai rischiosa che si sta giocando, sempre sulla pelle dei lavoratori [devono cominciare a giocare anche loro, invece di farsi manovrare come pedine, magari rovesciando il tavolo su cui si gioca, NdR], i cui attori sono molteplici e che può alla fine risultare truccata: sulla scorta di quanto analizzato da Crocco, chi può infatti escludere che gli USA non stiano facendo anche il loro specifico gioco per destabilizzare questo o quel paese – se ad esempio l’Italia risultasse un fattore di disturbo nel contesto dei nuovi equilibri geopolitici, nei Balcani o all’Assemblea dell’ONU… – ovvero per destabilizzare il polo imperialista europeo nel suo insieme?
A completare questo quadro preoccupante manca solo qualcosa che dimostri un coinvolgimento diretto di personalità tedesche nel progetto eversivo per la spaccatura dell’Italia. Niente paura: sul numero 4/1997 di LIMES è apparsa una intervista a Saverio Vertone intitolata “L’oro dal Reno? Finanza tedesca e Lega Nord”, nella quale il senatore di Forza Italia sostiene che la Lega è finanziata da gruppi bavaresi ed altri legati ai passati fasti dell’Impero asburgico: egli cita la finanziaria Matuschka, di Monaco di Baviera, che avrebbe”aiutato” in precedenza sloveni e croati, e le famiglie del Nord-Est Stock e Strassoldo.

NOTE:

(1) Citato in: R. Opitz, “Europa-Strategien des deutschen Kapitals 1900-1945″, Colonia 1977 – da pag. 653.

(2) Cfr. Avvenimenti 1/1/1997.

(3) Cfr. A. Sema su LIMES 3/1996.

(4) Cfr. Marco Revelli su “Rifondazione” n.0, dic.1996.

PER APPROFONDIMENTI: Oltre alle fonti citate cfr. tutto il volume di LIMES 3/6 ed il libro di B. Luverà, “Oltre il confine” (Il Mulino, Bologna 1996).

RIQUADRO: LA FUEV

La “Federalistische Union Europaeischer Volksgruppen” [trad. Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei] ha sede a Flensburg, nello Schleswig, al confine con la Danimarca.

Apparentemente privata, questa organizzazione si occupa di minoranze quasi esclusivamente non tedesche diffuse sul continente, e rivendica i “diritti dei gruppi etnici” – sin dagli anni ’20 un beneamato strumento per lo smembramento degli Stati vicini alla Germania in unità territoriali separate. La FUEV nasce infatti nel marzo 1928 e viene “rifondata” a Versailles nel 1949. Noncurante degli eventi accaduti nel frattempo, che si pensava avessero seppellito il  “Nuovo Ordine Europeo” sotto alle macerie della II G. M., la FUEV rivendica l’eredità dei “Congressi Europei delle Nazionalità” (1925-1938), che oggi si tengono infatti regolarmente ogni due anni.  In un suo proprio documento la FUEV afferma di voler rappresentare “quasi 100 milioni di abitanti dell’Europa”. Con rispetto per la tradizione, la sede di Flensburg dell’organizzazione rievoca la rivista “Nazione e Stato” senza minimamente distanziarsi dai suoi contenuti. Al contrario: è proprio una casa editrice già implicata nella produzione di propaganda antisemita in nome dei “gruppi etnici” (Braumueller, di Vienna) a diffondere le “nuove” concezioni della FUEV. Mentre la casa editrice viennese di cui sopra risulterebbe iscritta nei libri-paga governativi, la “Fondazione Hermann-Niermann” di Duesseldorf, che ha finanziato un opuscolo di presentazione della FUEV, è legata a personaggi di estrema destra come Norbert Burger, condannato all’ergastolo in Italia per gli attentati commessi in Alto Adige.

La FUEV tuttavia è riconosciuta e collabora ufficialmente con le  Province di Trento e Bolzano. Ma non solo: essa gode dello status di consulente presso il Consiglio d’Europa e presso l’ONU, tanto che  nel  1996 ha per la prima volta partecipato ai lavori della Commissione ONU per i diritti umani.

La sua influenza arriva anche al Parlamento Europeo ed alla CSCE, cosicché qualcuno ha osservato che la sua importanza non le deriva tanto dall’effettiva rappresentanza dei gruppi etnici, in molti casi dubbia, quanto proprio dall’accesso privilegiato nelle istituzioni nazionali ed internazionali.
RIQUADRO: IL “PENTAGONO” ETNO-SECESSIONISTA
Insieme alla FUEV (vedi riquadro) ed al VDA (vedi testo) altri tre organismi costituiscono quello che su LIMES 3/1996 veniva definito il “pentagono” del federalismo etno-secessionista: si tratta del Movimento PANEUROPA, dell’INTEREG e del Bund der Vertriebenen (BdV).
PANEUROPA: movimento guidato da Otto d’Asburgo, figlio di Francesco Giuseppe d’Austria, eurodeputato per i cristianosociali della Baviera, resosi noto negli ultimi anni per le esplicite dichiarazioni di appoggio alle secessioni jugoslave. Il termine “Paneuropa” sta ad indicare qualcosa di simile alla Unione Europea che si sta oggi costruendo. Negli anni Venti il suo ideologo Coudenhove-Kalergi riteneva che “l’annessione dell’Austria e della Germania alla Paneuropa significa indirettamente l’annessione dell’Austria alla Germania nel quadro dell’Europa… Perciò la politica paneuropea è una politica nazionale in prospettiva… Per un tedesco nazionalista esistono solo due strade per far uscire il suo popolo dal vicolo cieco in cui si trova oggi: o la preparazione di una guerra di rivincita contro i suoi vicini per la creazione di uno spazio imperiale i cui confini corrispondano a quelli dello spazio linguistico tedesco – oppure viceversa la preparazione della Paneuropa, che assicura a tutti i tedeschi in Europa l’indipendenza nazionale e l’unità all’interno di una più grande federazione.” (citato su KONKRET 12/95).
INTEREG: Istituto internazionale per i diritti delle nazionalità ed il regionalismo. fondato nel 1977 in Baviera, ha sede a Monaco e gode del sostegno completo, anche finanziario, da parte della Centrale Bavarese per la Formazione Politica, che è un ente statale. Ha visto tra i suoi membri anche Otto d’Asburgo, Karl Mitterdorfer, vari professori universitari tedeschi ed austriaci nonché il francese Guy Heraud autore del libro “Les principes du federalisme et la Federation Europeenne” (1968), vero e proprio ideologo del federalismo integrale o “etnico”. Il nucleo fondativo consisteva comunque in un gruppo di “tedeschi dei Sudeti” federato al BdV. Si noti comunque che tra i più attivi membri c’è persino l’esperto di politica estera della SPD (socialdemocratici, oggi al governo) Peter Glotz, a sua volta tedesco dei Sudeti, secondo il quale nello scenario di fine secolo lo Stato nazionale “deve essere considerato superato e a livello culturale si deve tornare alle tribù, alle piccole unità linguistiche, etniche, paesaggistiche”. Insieme alla FUEV l’Intereg organizza i “Congressi” biennali e pubblica la rivista “Europa Ethnica”, che si richiama esplicitamente a “Nazione e Stato”, una rivista ideologica del nazionalsocialismo.
– BdV: Questa “Lega degli Esuli” e’ la potente federazione dei tedescofoni giunti in Germania Occidentale da tutta l’Europa dell’Est dopo la guerra. Ne fa parte anche Koschyk, del quale si parla nel testo. Si è recentemente distinta per la formulazione di una serie di progetti di euroregioni “tedesche” in Polonia (Slesia, Pomerania, Prussia Orientale) per cui ad esempio Stettino diventerà porto franco.

http://www.cnj.it/documentazione/europaquemada.htm

Per quanto ancora, dunque, abuserete della nostra pazienza?

È giusto dire che le cose sembrano migliori di come erano qualche mese fa.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), 3 aprile 2012

La crescita ritornerà in Europa nel secondo semestre del 2012. C’è un aumento di fiducia ed è possibile credere nel ritorno del continente alla crescita.

José Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue, 29 Febbraio 2012

Il peggio della crisi è alle spalle, ma i rischi non sono ancora del tutto scomparsi.

Mario Draghi, 22 marzo 2012

Sono volato in Asia per chiedervi di rilassarvi un po’ circa la crisi dell’Eurozona che è superata, anche grazie al più solido sentiero imboccato dall’Italia.

Mario Monti, 2 aprile 2012

Per altre brillanti esternazioni, rimando a:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/03/governo-monti-o-italia-chi-cadra-per-primo-pssst-i-governi-tecnici-hanno-le-gambe-corte-come-le-bugie/

 

GERMANIA

“Cala più del previsto la produzione industriale tedesca a febbraio. Segna una flessione dell’1,3% rispetto a gennaio, contro stime di un -0,5% e dopo un rialzo dell’ 1,2% il mese precedente (dato rivisto in calo da +1,6%). Su base annua, l’indice – corretto per effetto di calendario – ha registrato una diminuzione dell’1%”.

 

SPAGNA E FRANCIA

“I movimenti al rialzo degli spread dei Paesi periferici sono dettati dalla deludente asta di ieri dei titoli di Stato della Spagna, che ha dovuto accontentarsi di una raccolta inferiore al massimo programmato, e da quella di oggi di Parigi: il Tesoro francese ha collocato tutti gli 8,5 miliardi di titoli di Stato in programma, ma ha dovuto accettare rendimenti più alti dell’ultima asta precedente”.

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201204051329468926&chkAgenzie=TMFI&sez=news&testo=&titolo=Le%20costruzioni%20sgretolano%20la%20produzione%20tedesca

ITALIA: MENO MALE CHE MARIO C’È

Lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi equivalenti a fine sessione si attesta a 372 punti dopo aver toccato un massimo di seduta di 380 punti. Il rendimento e’ al 5,44%. Il differenziale calcolato sui Bonos di Madrid resta invece sopra quota 400 a 404 punti, per un tasso del 5,77%”.

http://www.agi.it/iphone/notizie/201204051843-eco-rom0111-titoli_stato_spread_btp_bund_chiude_sopra_370_punti

CINA E REGNO UNITO

“I timori per un rallentamento della crescita economica cinese continuano a pesare sulle commodity currency, dollaro australiano, canadese e neozelandese, mentre la sterlina rimane debole dopo che il Pil inglese del 4* trimestre e’ stato rivisto al ribasso.

Il dollaro australiano e’ sceso ai minimi annuali rispetto all’euro e rimane debole rispetto al dollaro in scia ai crescenti timori “riguardo all’economia della Cina”. Gli analisti di Morgan Stanley ricordano che “ieri la Cina ha registrato un calo del 5,3% a/a sui profitti netti delle imprese a febbraio“, dato che conferma il trend di indebilimento degli indicatori del Paese.

Le vendite hanno colpito anche la sterlina dopo la revisione al ribasso del Pil della Gran Bretagna nel quarto trimestre del 2011.

Secondo Michael Saunders, economista di Citigroup, uno dei fattori principali della revisione e’ stata la spesa per consumi, scesa al -1% a/a dal -0,6% a/a precedente. Secondo l’economista, i redditi reali inglesi continueranno a scendere durante l’anno, riflettendo la bassa crescita dei salari nominali e la mancata creazione di posti di lavoro”.

http://www.milanofinanza.it/trader/dettaglio_news_trader.asp?id=201203281407292212&chkAgenzie=TMFI&sez=trader

INDIA

India: la crescita continua a rallentare.

Per Indranil Pal, analista economico di Kotak Mahindra Bank, il rallentamento nel 2012 era prevedibile a fronte del crollo della produzione manifatturiera (+3,9% rispetto al 7,6% dell’anno scorso). Un risultato che oltre ad essere il peggiore da quando è scoppiata la crisi economica internazionale, si distacca di molto anche dalla media del decennio che oscilla attorno al 9%.

http://blog.panorama.it/economia/2012/02/14/india-la-crescita-continua-a-rallentare/

 

GIAPPONE

“Gli investitori guardano ancora ai dati sul deficit commerciale in Giappone che inverte la tendenza delle esportazioni fino al mese scorso rivelatasi positiva. La preoccupazione ora è diventata una minaccia più concreta che sta spaventando i trader”.

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201204061001474479&chkAgenzie=TMFI&titolo=Borse%20poco%20mosse,%20sale%20il%20deficit%20commerciale%20in%20Giappone

STATI UNITI

Le spese per costruzioni negli Stati Uniti nel mese di febbraio sono scese dell’1,1% rispetto al mese precedente, facendo peggio di quanto atteso dagli analisti che puntavano su un rialzo dello 0,7%. Lo ha reso noto il dipartimento del Commercio. Rivisto in negativo anche il dato di gennaio a -0,8% dal precedente -0,1%”.

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Usa-spese-costruzioni-febbraio-attese/02-04-2012/1-A_001357988.shtml

BRASILE

“Il governo brasiliano annuncia un nuovo pacchetto di sgravi fiscali da circa 5,5 miliardi di dollari per aiutare le industrie, unito ad una serie di prestiti agevolati. Il ministro delle Finanze, Guido Mantega fa sapere che l’esecutivo è pronto a varare un taglio dei contributi ai lavoratori in un’ampia gamma di settori, dal tessile, alla plastica, all’auto. Complessivamente il pacchetto di sgravi fiscali e’ pari a 10 miliardi di real (5,5 miliardi di dollari). Il governo intende anche iniettare 45 miliardi di real (24,5 miliardi di dollari) in una banca per lo sviluppo, per favorire prestiti agevolati all’industria. Si tratta della seconda tornata di stimoli da quando il boom economico ha iniziato a rallentare a metà del 2011”.

http://www.agi.it/iphone/notizie/201204032110-eco-rom0115-brasile_governo_lancia_sgravi_fiscali_e_aiuti_all_industria

Le cause della Rivoluzione in Europa – L’hanno fatto una volta, lo rifaranno ancora

All’improvviso è lì, l’ospite di un altro mondo. Potrebbe venire tra mille anni, o anche domani. Che cosa faremo allora? Come ci proteggeremo da noi stessi, se assumerà ancora una volta la forma di un essere umano – uno che ovviamente non rassomiglierà per nulla ad Hitler, ma che potrebbe ad esempio essere calvo, con una lunga barba ed una voce paterna? Oppure giovane e in forma, dall’aspetto sveglio ed irresistibile? […]. Sedurrà la gente dalla testa ai piedi, come fece Hitler, e non solo la testa come fa il marxismo, o la pancia come fa il capitalismo. Gli crederanno, come credono in un dio, e saranno disposti a morire per lui, al fianco delle sue vittime, sentendosi finalmente vivi.

Harry Mulisch, “Criminal Case 40/61, the Trial of Adolf Eichmann An Eyewitness Account”, 2005, pp. 149-150.

L’hanno fatto in passato e probabilmente lo rifaranno anche in futuro.

Robert Servatius, avvocato difensore di Adolf Eichmann.

Quali furono le cause del contagio rivoluzionario che attraversò l’Europa nel corso del 2012?

Erano già state individuate in un oscuro e prezioso libricino, pubblicato proprio all’inizio dell’anno da Vladimiro Giacché, economista e giornalista del Fatto Quotidiano.

S’intitolava “Titanic-Europa: la crisi che non ci hanno raccontato” e fu, naturalmente, ignorato dai media ufficiali. Fu il passaparola degli internauti a decretarne il meritato successo.

Ecco una sintesi dei punti-chiave.

CAUSE DELLA CRISI

Il settore edilizio statunitense era in affanno già dal 2005 per un eccesso di offerta che non era compensato dalle facilitazioni creditizie. Risultato: cittadini indebitati, crollo del valore degli immobili, crisi dei mutui subprime. Questi sono poi cartolarizzati, ossia trasformati in titoli obbligazionari per essere rivenduti a banche e fondi di investimento per coprire fittiziamente le insolvenze, come nelle scatole cinesi. La montagna di liquidità si rivela essere un’illusione, consistendo in realtà in una montagna di debiti.

A questo proposito, Giacché segnala che i debiti della banche sono superiori a quelli delle famiglie, negli USA ed in molti altri paesi.

Per questo le banche hanno stretto i cordoni della borsa, causando un congelamento degli investimenti.

PERCHÉ IL RUOLO DELLA FINANZA È DIVENTATO COSÌ PROMINENTE?

L’ipertrofia finanziaria è l’inevitabile conseguenza della diminuzione della crescita dell’economia mondiale.

Tra 1973 e 2008 il tasso di crescita è di poco superiore alla metà di quello registrato tra 1950 e 1973. Senza includere la Cina equivarrebbe ad un terzo.

I profitti si dimezzano in Germania, Francia e Italia, tra gli anni Sessanta e i primi anni del terzo millennio.

Nel 2009 Marchionne rivela che il mercato assorbe solo 2/3 delle auto prodotte. Ossia, ogni anno, si fabbricano 30 milioni di auto invendibili. Nel 2002 erano 22 milioni (fonte: Wall Street Journal). Le case automobilistiche sopravvivono solo grazie agli aiuti di stato. Lo stesso Marchionne infatti aggiunge che “le autovetture finanziate in Europa sono 3 su 4”. Alla faccia del liberismo!

La finanza è la via di fuga dal rallentamento dell’economia, ma comporta un’impressionante crescita del debito e la moltiplicazione delle crisi: tra 1945 e 1971 non si verifica nessuna crisi finanziaria. Tra 1975 e 2010, ce ne sono 160 (e 54 crisi bancarie).

Negli anni Novanta scoppia la bolla finanziaria giapponese e comincia la sua stagnazione che, salvo brevi intervalli dovuti alla crescita cinese, dura ancora oggi.

Nel marzo del 2001 scoppia la bolla della New Economy e la recessione colpisce gli Stati Uniti. I profitti delle prime 500 imprese dell’indice di Standard & Poor’s nel secondo trimestre del 2001 erano calati mediamente del 60%. Il 10 settembre la Banca dei Regolamenti Internazionali certifica che la recessione riguarda l’economia globale.

Apro una parentesi sulla BRI: “I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati”. Lo scrive Carroll Quigley – docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown, una delle massime autorità mondiali del suo tempo nel suo campo e mentore del giovane Bill Clinton, quando era uno studente universitario – in “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://www.scribd.com/doc/71732657/Carroll-Quigley-Tragedy-and-Hope-2011-Ed

Chiusa parentesi.

Il mondo si salva dalla crisi che scoppierà nel 2008 solo grazie all’11 settembre. Nel novembre del 2001 la recessione ha termine.

Le imprese cercano di sfuggire alla contrazione dei profitti attraverso le attività finanziarie (la quota dei profitti generati in questo modo arriva al 40% del totale nel 2007), pretendendo (ed ottenendo) una marcata riduzione del carico fiscale, ma anche congelando o riducendo i salari.

Per questo, nel 2007 i lavoratori si ritrovano con un tenore di vita pari a quello del 1970. Se non se ne sono accorti è stato perché le banche hanno concesso prestiti agevolati e mutui ad alto rischio. Se vivono meglio è perché si indebitano di più. Si realizza il sogno del capitalista: i lavoratori guadagnano di meno ma consumano di più!

Nel 2007 il tasso di indebitamento in rapporto al reddito disponibile è del 176% in Irlanda, 145% nel Regno Unito, 138% negli Stati Uniti, 123% in Canada, 115% in Spagna

La cosa ha funzionato finché il valore degli immobili continuava a crescere e restava salda la percezione che la tendenza sarebbe continuata. Da 5 anni questo credenza si è infranta.

Successivamente, la retorica del libero mercato ha lasciato il posto agli aiuti di stato per “il salvataggio dei mercati” (Ben Bernanke).

Così, tra autunno 2008 e primavera 2009, almeno la metà delle 20 maggiori banche mondiali riceve un sostegno governativo diretto. Fino al giugno del 2009 il sistema bancario riceve, nel complesso, 14mila miliardi di dollari (equivalenti al colossale debito degli Stati Uniti!!!). Ora le autorità monetarie e i governanti europei ci spiegano che sono stati i cittadini comuni a vivere al di sopra delle proprie possibilità. D’improvviso, le nazionalizzazioni di Northern Rock, Royal Bank of Scotland e Dexia sono diventate un aspetto marginalissimo della questione.

I dati indicano, invece, che si è verificato “un gigantesco trasferimento del debito privato nel debito pubblico, ossia a una semplice socializzazione delle perdite” (Giacché, p. 43). Senza che peraltro si sia provveduto ad introdurre regole per evitare che questi eventi si ripetano. Non è per caso che il mercato dei derivati abbia toccato livelli record.

Contemporaneamente, le banche usano i soldi ricevuti non per risanarsi e concedere prestiti ai cittadini (rilanciando l’economia), ma per investire nei titoli di stato, i cui rendimenti sono superiori al tasso d’interesse a cui hanno ricevuto i prestiti dalle banche centrali.

 

IL PROBLEMA DEL DEBITO

Il debito complessivo, nel 2011, è pari al 310% del PIL mondiale.

Il governo italiano interviene con 30 miliardi annui di incentivi pubblici.

Chi paga? Per circa il 70% del totale i lavoratori dipendenti, in Germania come in Italia.

Così, dal 2007 al 2010 l’indebitamento della Germania cresce del 30%.

Quali sono le nazioni più indebitate?

In termini assoluti, gli Stati Uniti (oltre 14mila miliardi di dollari di debito e un deficit annuale di 1.300 miliardi di dollari).

In rapporto al PIL, il Giappone (229% contro il 120% italiano). Per ripagare il suo debito il Giappone dovrebbe devolvere tutte le sue entrate annue per vent’anni!

Se invece sommiamo debito pubblico e debito privato, vince la Gran Bretagna: già nel 2008 aveva raggiunto il 469% del PIL. Al secondo posto il Giappone (459%), Spagna (342%), Francia (308%), Italia (298%). Il Regno Unito manterrà o allargherà verosimilmente questo margine di vantaggio, dato che il suo deficit statale era del 10,4% nel 2010 e dell’11,7% nel 2011. Quello statunitense ha raggiunto la soglia del 10% del PIL. Gli USA sono una nazione allo stremo:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1od3sL7a5

che, nel 2010, ha dedicato il 20% delle sue spese alle forze armate. Con Obama si è raggiunto il 5% del PIL, superiore a quello dell’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti non hanno mai speso così tanto per la voce armamenti dal tempo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Intanto l’aspettativa di vita dei suoi cittadini li colloca ad un miserevole 37º posto nel mondo e le tasse sulle imprese sono pari a ¼ di quelle pagate dai cittadini (durante la Grande Depressione il rapporto era 1:1 e durante la Seconda Guerra Mondiale le imprese pagavano il 50% in più). Nel 2010 la General Electric non ha pagato un dollaro di tasse negli Stati Uniti. Il calo dei redditi è stato del 3,2% tra 2007 e 2009 e del 6,7% tra 2009 e 2011.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/the-big-squeeze-us-and-uk-income-drop-2002-2013/

Ho già descritto altrove la crisi del debito eurozona:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/basta-prendersela-coi-tedeschi-siamo-tutti-sulla-stessa-barca/

I lavoratori tedeschi hanno già subito molto, avendo perso il 4,5% del salario in termini reali (al netto dell’inflazione) dopo l’introduzione dell’euro. In nessun altro paese dell’eurozona si è registrata una diminuzione paragonabile a questa.

MENZOGNE SUI PIIGS E L’EURO:

Lavorano troppo poco: prima della crisi i Greci lavoravano in media 44,3 ore in settimana, contro una media europea di 41,7 e quella tedesca di 41 ore;

Sono sempre in ferie: avevano 23 giorni di vacanze contro i 30 dei Tedeschi;

Hanno stipendi eccessivi: ricevevano il 73% del salario medio dell’eurozona e gli insegnanti erano pagati il 40% in meno che in Germania;

Pensioni d’oro e pensioni baby: andavano in pensione dopo i Tedeschi e ricevevano il 55% della media del’eurozona;

Il grande problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e, in misura minore ma sostanziale, Italia e Francia, è che all’ingresso nell’eurozona è corrisposta la deindustrializzazione. Nessuno di questi paesi poteva competere con la Germania senza svalutare (la dracma era stata svalutata del 45% rispetto al marco nel decennio precedente all’introduzione dell’euro). Così le esportazioni tedesche verso la Grecia sono aumentate a dismisura, tra il 47% ed il 94% a seconda dei settori.

Ciò nonostante, la Grecia non se la stava cavano male, fino al 2008. Poi si è trovata a dover salvare le due maggiori banche private del Paese. Questo ha fatto esplodere il deficit, che è passato da un ATTIVO del 2,9% nel 2006 ad un passivo del 32% nel 2010.

Dal 2010 le misure di austerità dei governi greci hanno ridotto il reddito dei Greci del 20%. Il conseguente crollo dei consumi e degli investimenti ha fatto esplodere il rapporto debito/PIL, che potrebbe arrivare al 180% nel 2012. Il deficit ha superato il 10% nel 2010.

Se, nel 2010, le autorità europee avessero speso 167 miliardi di euro per riportare il debito greco sotto controllo, all’80% del PIL, pari a quello tedesco, si sarebbe evitato questo buco nero. Quella stessa cifra è stata però spesa nel 2008-2009 per salvare Bank of America, Royal Bank of Scotland, Ing e Goldman Sachs.

Non contenti di aver fallito con la Grecia, gli eurocrati hanno applicato le stesse “terapie” alle altre nazioni, ad esempio in Irlanda per salvare le banche tedesche e britanniche (esposte rispettivamente per 184 e 188 miliardi di euro). L’Italia, che aveva un debito pubblico sotto controllo ed il più grande avanzo primario cumulato dell’intero Occidente, è stata (è) un’altra vittima: “il buco è stato colmato con l’IVA…un’imposta regressiva: le tasse indirette infatti colpiscono i poveri più dei ricchi, e questo perché la proporzione del reddito speso in beni di consumo è maggiore per gli stupendi bassi che per quelli alti” (p. 103-104).

Anche la Francia è a rischio. Il debito è cresciuto di quasi il 28% tra 2007 e 2010 e la bilancia commerciale ha un disavanzo annuo di oltre 100 miliardi di euro.

IN PRINCIPIO ERA HITLER (NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI, LA DIRIGENZA EUROPEA È COMPOSTA DA FANATICI)

Nouriel Roubini dixit: “come negli anni trenta, stagnazione prolungata, depressione, guerre valutarie e commerciali, controlli sui capitali, crisi finanziaria, insolvenze dei debiti sovrani e grande instabilità sociale e politica”.

Dylan Grice, analista di Société Génerale, osserva che sono state le politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning a far balzare la disoccupazione al 30%, regalando milioni di voti ai nazisti.

Giacché cita lo storico dell’economia Derek Aldcroft: “Per tutta la seconda metà del 1930 e del 1931 la situazione economica si deteriorò costantemente ovunque. Con la caduta dei redditi il bilancio statale e i conti con l’estero divennero squilibrati e la prima reazione dei governi fu quella di varare provvedimenti deflazionistici, che non fecero che peggiorare le cose”.

Si associa ed aggiunge: “Quello che allora ne seguì è noto: ascesa al potere di Hitler, guerre valutarie, protezionismo e guerre commerciali, e infine la seconda guerra mondiale. Fu quest’ultima a risolvere la crisi, uccidendo oltre 50 milioni di persone e distruggendo capitali e forze produttive in misura senza precedenti per la storia dell’umanità” (pp. 130-131).

Cosa succederà? “Il processo di rientro dai deficit pubblici sta aggravando la crisi della domanda interna…siccome il settore privato sta già diminuendo i propri investimenti a causa della crisi, la forte diminuzione anche degli investimenti pubblici non farà che peggiorare la situazione. Non solo. Siccome questi risparmi sono attuati contemporaneamente in tutti i Paesi europei, e siccome il mercato europeo è fortemente integrato e interconnesso…la crisi della domanda interna diventa immediatamente crisi dell’export reciproco” (p. 133).

Repetita iuvant: “La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana per la crescita, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale contro la disoccupazione: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato…si tratta di un fenomeno evidentissimo a chiunque provi a ragionare con la propria testa su quanto sta accadendo, senza farsi intrappolare dai cliché e dalla frasi vuote sull’argomento” (pp. 138-139).

I governanti europei sono colpevoli di crimini contro l’umanità: “bisogna avere il coraggio di dire che il raddoppio in tre anni del livello di suicidi in Grecia non è un effetto collaterale “naturale” della crisi, ma un vero e proprio crimine che ha mandanti ed esecutori” (p. 140).

I governanti europei sono nemici della democrazia: “Chi avrebbe detto che proprio quell’Europa che pretende di insegnare la democrazia a tutto il mondo, e talvolta di esportarla con i bombardieri, avrebbe impedito a un governo di organizzare un referendum popolare sulle misure di austerity da assumere come è avvenuto in Grecia? Chi avrebbe mai considerato normale che l’esito delle elezioni in Portogallo fosse ritenuto irrilevante, perché comunque il programma da seguire era già stato scritto a Bruxelles e a Francoforte? E che dire dell’Italia, dove si è ritenuto un atto di alta responsabilità nazionale impedire che si andasse alle elezioni anticipate dopo il catastrofico fallimento di un governo, oltretutto ormai privo di maggioranza parlamentare? In questi anni in Europa è successo letteralmente di tutto. La guida di fatto dell’unione Europea assegnata a Francia e Germania senza che questo sia previsto da nessun Trattato. Una Banca Centrale Europea che non può fare il prestatore di ultima istanza perché i Trattati le legano le mani, ma che in compenso manda lettera minatorie a governi di Paesi sovrani, dettando il proprio programma di governo (per giunta sbagliato). Parlamenti ricattati e costretti a votare l’inserimento in Costituzione di norme assurde e controproducenti come il vincolo del pareggio di bilancio. Tutto ciò mentre l’Europa degli accordi intergovernativi si adopera per modificare (in peggio) i Trattati esistenti facendo accuratamente in modo che nessun popolo europeo possa esprimersi con il voto su di essi” (p. 157).

La spada di Damocle sospesa sull’Italia: “La regola delirante della dimunizione del debito in ragione di 1/20 all’anno della quota che eccede il 60% del PIL resta appesa come una spada di Damocle sulle nostre teste: se applicata alla lettera essa comporterà per il nostro Paese manovre correttive annue da 50 miliardi di euro per 20 anni. Nietne paura, comunque: con i tassi d’interesse attuali, andremo in default molto prima” (p. 160).

La spada di Damocle sospesa su UK, USA e Giappone: “il contagio della crisi del debito sovrano difficilmente lascerà indenni tre grandi debitori pubblici quali il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone. In particolare la situazione del Regno Unito sarà aggravata dall’entità abnorme del debito delle banche che va aggiungendo a quello pubblico” (p. 160).

Rivoluzione o distruzione: “Ma davvero non c’è via d’uscita? È davvero un destino ineluttabile che una classe dirigente inadeguata riesca a provocare tutto questo? Forse no. Se il timoniere non vuole cambiare idee e rotta, resta pur sempre un’altra possibilità: cambiare il timoniere” (p. 161).

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