Chi vuole la morte dell’euro e perché? Dell’insostenibile superficialità e/o malafede degli eurofobi

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Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.

Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un'analisi marxista europeista della crisi dell'eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano.
Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.

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La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.

Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta  (divide et impera).

Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.

Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.

Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca).
Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.

Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)

Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank. Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.

Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/

E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?

Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-otto-punti-del-pd-sono-inadeguati-ad-affrontare-la-crisi-europea/

Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.

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MARIO MONTI È EUROPEISTA?

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».

(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)

Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.

Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?

Forse per alimentare l’anti-europeismo?

Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unicoCulturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/

Italien/ Merkel-Karikatur

ANGELA MERKEL È EUROPEISTA?

«Sta rovinando la mia Europa».

Helmut Kohl, riferendosi alla Merkel

 “Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=166060

È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.

Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

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Thilo Sarrazin

PERCHÉ? CUI PRODEST?

I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.

http://www.iltempo.it/economia/2012/09/14/bundesbank-e-merkel-un-gioco-delle-parti-1.7729

La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-26/weidmann-eu-144607.shtml?uuid=AbARwvTG

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/14/FINANZA-Dalla-Bundesbank-un-nuovo-attacco-alla-Bce-di-Draghi/363610/

Voci autorevoli che non la pensano come Bersani sulla guerra nel Mali

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8 indizi (per una volta debitamente riportati dalla stampa internazionale) che fanno supporre che la questione sia un po’ più complicata di come la descrive Pierluigi Bersani:
1. La base di droni americana che sarà costruita nel Niger, vicino al confine con il Mali;
2. I numerosi testimoni che hanno segnalato la presenza di un canadese e di due francesi alla testa della banda di jihadisti che ha sconfinato in Algeria per prendere degli ostaggi (Tigantourine);
3. La presenza sul terreno di forze speciali americane per operazioni clandestine qualche mese prima dell’intervento francese;
4. Il fatto che nell’area tra Mali e Niger vi siano alcune tra le più importanti riserve mondiali di uranio (terzo posto nel mondo), oltre a petrolio e gas;
5. I recenti accordi commerciali e di sfruttamento delle risorse siglati da Mali, Niger e Cina;
6. Il fatto che gli jihadisti siano finanziati quasi certamente dal Qatar e probabilmente anche dall’Arabia Saudita, entrambi alleati della NATO;
7. L’opposizione algerina alle politiche NATO nel Nord-Africa (ma potrebbero anche cambiare casacca);
8. Il coinvolgimento dei presunti fondamentalisti islamici nel narcotraffico e nel traffico d’armi e il loro precedente servizio reso alla coalizione anti-Gheddafi (= il fattore religioso è secondario ma ai governi occidentali fa comodo continuare a sfruttare l’infinita Guerra al Terrore);

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Senza alcun dibattito parlamentare, il governo inglese ha già deciso che invierà un corpo di spedizione nel Mali.
Solo due settimane fa Cameron l’aveva escluso categoricamente.
Giusto perché sia chiaro che la guerra è appena agli inizi.
Dovremo partecipare anche noi? Ce lo chiederà l’Europa? Qualche caduto italiano per poterci sedere al tavolo delle trattative e delle spartizioni?

Anche tralasciando la parte in cui Al-Qaeda viene creata a tavolino dagli americani (cf. Brzezinski) per combattere i russi in Afghanistan, la parte in cui l’amministrazione Bush ignora sistematicamente ogni avvertimento dell’intelligence statunitense pre-11 settembre 2001 e la parte in cui Al-Qaeda viene incolpata di tutto, dal riscaldamento globale, alle fantasmatiche armi di distruzione di massa irachene, al tasso di obesità americano, la Guerra al Terrore rimane una criminale bestialità.

Serve solo ad ingigantire lo status dei terroristi: “l’America contro i terroristi yemeniti”, “Israele contro Gaza”, “la Francia contro i terroristi maliani”, “gli Stati Uniti e la Francia contro i terroristi somali”: i terroristi si spostano, riaffiorano carsicamente in un altro paese, godono di un’aura di invincibilità e di persecuzione da parte dei poteri forti che li rende “cool” e l’immagine dell’occidente finisce per deteriorarsi fino a rassomigliare a quella del patetico Wile E. Coyote alle prese con l’imprendibile ed invincibile “struzzo” Beep Beep.

In questo modo gli jihadisti sono consacrati agli occhi di migliaia di giovani musulmani che vedono i droni e i missili occidentali che causano eccidi di civili e che decidono a loro discrezione quali siano i tiranni da abbattere e quali invece quelli da sostenere anche contro la volontà dei loro sudditi.

In particolare, nel Mali, l’intervento francese in appoggio al Sud del Mali servirà solo a rinsaldare un’alleanza tra tuareg e jihadisti che era in crisi e che ora troverà nuovo vigore, con migliaia di combattenti che conoscono molto bene la regione e le tecniche di guerriglia.

Invece di isolare i terroristi dalla popolazione, quest’ultima si rassegnerà all’idea che sono l’unica autorità che possa tenere insieme il nord del Mali e proteggerli dalla pulizia etnica dei maliani del sud.

Contemporaneamente, il Sud del Mali diventerà uno stato fantoccio della Francia, tenuto in vita a forza per evitare l’anarchia, non diversamente dal Vietnam del Sud degli anni Sessanta e Settanta. L’unico risultato sarà quello classico (es. Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan): frammentazione e partizione dello stato, islamizzazione e terrorismo.

Poiché queste cose ormai non possono non saperle, ne consegue che lo fanno apposta: ordo ab chao.

L’obiettivo primario è la destabilizzazione dell’Algeria

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/23/fallimento-in-siria-ci-si-gioca-lalgeria/

e il controllo del Niger

http://www.lettera43.it/cronaca/africa-occidentale-forse-una-base-per-droni-usa_4367581683.htm
il Mali consente di prendere due piccioni con una fava.

Non tengono però conto del fatto che il boccone è troppo grosso persino per la NATO – evidentemente danno per persa la Siria, ma poi dovranno spiegare la cosa a milioni di persone che per mesi hanno ascoltato una singola versione dei fatti (“mancano pochi giorni alla caduta di Assad”, “la popolazione siriana non lo tollera più”, ecc.). Hanno commesso un enorme errore strategico.

LE VOCI DEL DISSENSO

“Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara”.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

“Il Mali, un paese amico, crolla. Gli jihadisti avanzano verso sud, e c’è una certa urgenza.

Ma non facciamoci prendere dal riflesso condizionato della guerra per la guerra. Quest’unanimità per l’andare in guerra, questa evidente precipitazione, argomenti già sentiti sulla “guerra al terrore”, mi preoccupano. Questa non è la Francia. Dovremmo aver tratto delle lezioni dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia. Queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario, hanno rinfocolato il separatismo, il fallimento degli Stati, la ferrea legge delle milizie armate.

Non hanno permesso di sconfiggere i terroristi che sciamano nella regione. Al contrario, ne hanno legittimate di ancora più radicali.

Nessuna di queste guerre ha assicurato la pace in una data regione. Al contrario, l’intervento occidentale ha consentito a tutti di scaricare le proprie responsabilità.
Peggio ancora, queste guerre sono un ingranaggio. Ciascuna crea le precondizioni per la prossima. Sono le battaglie di una singola guerra che si sta espandendo dall’Iraq verso la Libia e la Siria, dalla Libia verso il Mali inondando il Sahara con il traffico di armi di contrabbando. Tutto questo deve finire.

Nel Mali, non esiste una sola premessa per un successo finale. Combatteremo al buio, privi di un obiettivo bellico. Arrestare la progressione jihadista verso sud, riconquistare il nord, sradicare le basi AQIM: ciascuna di queste è una guerra a parte.

Noi ci dovremo battere da soli, senza un solido partenariato maliano. La rimozione del presidente a marzo e del primo ministro a dicembre, il collasso di un esercito del Mali segnato dalle divisioni, il generale fallimento dello Stato, a cosa ci appoggeremo?

Combatteremo nel vuoto per mancanza di un forte sostegno regionale. La Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale si muove al rallentatore e l’Algeria ha espresso la sua contrarietà.

Solo un processo politico è in grado di portare la pace nel Mali.

Ci vuole una dinamica nazionale per la ricostruzione dello stato del Mali. Puntiamo sull’unità nazionale, sulle pressioni sulla giunta militare, sul processo di garanzie democratiche e dello Stato di diritto attraverso politiche di cooperazione forti.

Occorre anche una dinamica regionale, coinvolgendo l’Algeria, che ha un ruolo centrale in quell’area, e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, per promuovere un piano di stabilizzazione del Sahel.

Serve infine una dinamica politica per negoziare, isolando gli islamisti ed accordandosi con i tuareg su una soluzione ragionevole.

Come è possibile che il virus neoconservatore abbia potuto conquistare tutte le menti? No, la guerra non è la Francia. È tempo di porre fine ad un decennio di sconfitte. Dieci anni fa, in questi giorni, eravamo riuniti alle Nazioni Unite per intensificare la lotta contro il terrorismo. Due mesi dopo è iniziato l’intervento in Iraq. Da allora in poi non ho mai smesso di impegnarmi per risolvere le crisi politiche e per uscire dal circolo vizioso della forza. Oggi il nostro paese può fare da battistrada per abbandonare questo stallo bellico, se si inventa un nuovo modello di impegno, fondato sulle realtà della storia, sulle aspirazioni dei popoli e sul rispetto per la diversità. Questa è la responsabilità della Francia di fronte alla storia”.

Dominique de Villepin, ex primo ministro francese

http://www.lejdd.fr/International/Afrique/Actualite/Villepin-Non-la-guerre-ce-n-est-pas-la-France-585627

Autore del celebre ed “eroico” discorso contro la guerra in Iraq, che non gli è mai stato perdonato dai neocon

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/25/la-nostra-capacita-di-costruire-un-mondo-migliore-buon-natale/

“La questione della guerra è entrata prepotentemente dentro la campagna elettorale. Si è aperta un’interessante dialettica fra Sel e il Pd, quest’ultimo immediatamente pronto a sostenere Hollande e a rendersi disponibile per un’avventura italiana. In effetti che non si tratterà di una marcia trionfale se ne è accorto anche Il Sole 24 Ore che dedica al tema l’editoriale di oggi firmato da Vittorio Emanuele Parsi (docente alla Cattolica di Milano, se non ricordo male): “Le guerre inutili dell’Occidente“, un articolo e un titolo sorprendenti per il luogo dove sono collocati. Come giustamente scrive Parsi: “più diventavamo consapevoli della insufficiente efficacia dello strumento militare e più ci abbiamo fatto ricorso: in parte perchè le circostanze lo consentivano in virtù della nostra straordinaria superiorità logistica e tecnologica; in parte perchè non sapevamo che altro fare in assenza di un altrettanto rampante superiorità politica”. Eh già, proprio così: l’Europa come soggetto politico non esiste”.

Alfonso Gianni, 18 gennaio 2013

“Sono deluso dalle potenze occidentali. Adesso, ad esempio, c’è la Francia che si è impegnata in Mali. Vorrei chiedere: qual è lo scopo reale del coinvolgimento militare, adesso, della Francia? È ancora una ri-colonizzazione? … Quando vedo interventi di altri Paesi europei, quando si decide – ad esempio – che non si daranno più aiuti finanziari a questo Paese, non si concederà più questo o quell’intervento, io mi domando: è proprio per fare fronte a quella crisi, oppure per creare una situazione molto più difficile, di dipendenza sempre maggiore dall’Europa?”

Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, capitale del Ghana

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“L’intervento francese sa molto di un’ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi.  Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano”.

padre Alberto Rovelli, per vent’anni missionario dei Padri Bianchi in Mali

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/mali-mali-mali-21477/

“Quando si entra in un conflitto, si accendono dei fuochi che poi non si possono spegnere. E se la cura fosse peggiore del male? Il Burkina Faso e l’Algeria sono particolarmente restii all’idea di un intervento militare e sono due paesi estremamente importanti in quell’area. Senza un loro coinvolgimento le difficoltà si moltiplicheranno. Non sarà un intervento militare a risolvere la questione dell’unità del Mali, soprattutto quando si vede che il Mali è uno stato al collasso. Prendere il controllo del Nord senza che vi sia alcun fattore di disciplinamento equivale a fondare l’intera impresa sul vuoto”.

Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere – Francia, attuale direttore di ricerca presso la Fondazione Medici Senza Frontiere

http://www.journaldumali.com/article.php?aid=5513

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In Mali per ragioni umanitarie

“È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa – anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” – ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima”.

Lucio Caracciolo

http://temi.repubblica.it/limes/quel-che-resta-del-colonialismo/41614

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“Mali, la guerra per l’uranio. Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio, oltre a petrolio e gas”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37528.html

“I movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger. La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e ad avanzare verso Bamako.

Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigerini cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012″.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37532.html

“Per il momento, non vogliono testimoni nè giornalisti pullulando nella zona del conflitto. Non vi chiedete per caso perchè non avete ancora visto nessuna immagine di quello che sta succedendo sul terreno? Dove sono le vittime? I feriti? Gli edifici bombardati? Le truppe in combattimento?

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente si può pensare che si stia cercando di evitare che si producano nuovi sequestri o di garantire la nostra sicurezza. Ma il risultato è solo uno: si sta occultando la possibilità di informare, e pertanto, si sta attaccando la libertà di stampa, e la verità. Ricordo una frase che ho imparato all’università (credo che non sia stato al bar, ma non ne sono sicuro), e diceva che “nelle guerre la prima vittima è la verità”. E in questa, come in altre, si corre lo stesso rischio se non arrivano presto i giornalisti al fronte.

E se il problema è la nostra sicurezza, solo aggiungo che ognuno dei giornalisti presenti in Mali è cosciente dei pericoli che può o che vuole assumere, e ognuno arriverà fino a dove gli sembri ragionevole nel suo desiderio di informare nella maniera più veridica e adeguata. Quello che voglio dire è che siamo persone adulte. Quello che voglio dire è che non mi piace che mi si limiti nel mio dovere di informare. E che i miei rischi sono miei, e solo miei. Non so come voi la vedete”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/37538.html

Il Mali è l’ottava nazione musulmana bombardata dall’Occidente negli ultimi 4 anni

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Nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima.
Lucio Caracciolo, Repubblica, 17 gennaio 2013

Le dimensioni di Aqim non sono impressionanti. Qualche centinaio di miliziani armati di tutto punto, dediti al narcotraffico, ai rapimenti di walking money (cooperatori, turisti e spericolati giornalisti, per il cui riscatto le nostre intelligence versano milioni di dollari), alla propagazione dell’islam salafita in versione cruenta. Ma vale il marchio: al-Qa’ida. Brand di tragico successo, con il quale Stati Uniti e resto dell’Occidente identificano il “terrore globale”- leggi: capace di colpire in America e in Europa. Aqim non ha mai varcato gli oceani, eppure nella rappresentazione del Pentagono è l’ultimo anello della temibile “fascia salafita”, inquietante macchia jihadista che nella cartografia militare a stelle e strisce corre dallo Yemen all’Africa occidentale. Imperniata su quattro sigle, quattro facce del medesimo mostro: Aqap (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), al-Shabab (Somalia), Boko Haram (Nigeria) e appunto Aqim.

Ma non siamo più alle crociate di Bush junior. A Washington tira aria di quaresima. Va di moda lo smart power. La guerra al terrore globale continua, ma con altri mezzi. Non più invasioni dai costi e dalle perdite insopportabili. Semmai, operazioni coperte e spiegamento di droni, armi democratiche per eccellenza, poiché servono alle democrazie occidentali per condurre una guerra invisibile alle proprie opinioni pubbliche, scottate dalle disastrose campagne afgana e irachena. Per il resto, l’America “guida da dietro”. In parole povere, usa risorse altrui per fini propri. O almeno spera di farlo. Salvo poi scoprire che sono altri – nella fattispecie qualche dittatore, tribù o mafia africana – a profittare del controterrorismo Usa fingendo di servirlo.

Lucio Caracciolo

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/20/mali-nuovo-fronte-contro-il-terrore.html

Negli ultimi giorni sul Guardian:
1. articolo in favore di uno stato curdo indipendente (= destabilizzazione di Iran, Iraq, Siria e Turchia);
2. articolo che chiede che il presidente iracheno si dimetta perché è un dittatore (sono dittatori quando non si schierano con l’Occidente);
3. articolo che condanna l’Algeria per il modo in cui ha gestito la faccenda degli ostaggi e descrive il suo governo come arretrato ed incivile.

Direi che coincide con la lista dei bersagli della prossima fase: l’Iraq permette alle armi iraniane di arrivare in Siria, l’Algeria si è opposta all’intervento in Libia, il Kurdistan è il classico neostato che serve a smantellare gli attuali “stati-canaglia” risparmiando al Pentagono/NATO una costosa e fallimentare guerra regionale. Se pensano di poter portare a termine con successo una tale impresa sono dei poveri mentecatti.

Domande che non hanno ancora trovato risposta:

1. Come possono i francesi giustificare la loro posizione sulla Siria, dove sostengono gli stessi jihadisti che invece combattono nel Mali e che, sempre in Siria, fanno saltare in aria decine di civili con autobombe nei mercati e nei dipartimenti universitari?

2. Se, come afferma Hollande, questi guerriglieri da estirpare sono solo un migliaio, che speranze avevano di attraversare mezzo paese in territorio ostile per conquistare la capitale Bamako (poco meno di 2 milioni di abitanti) e controllarla? Perché avrebbero dovuto farlo? Per farsi accerchiare e massacrare? Perché dovrebbero essere una minaccia per l’Europa, come invece sostiene la Merkel? Perché occorre usare mezzi corazzati contro di loro?

In barba all’intervento francese, i guerriglieri islamici hanno facilmente conquistato la città di guarnigione Diabaly, a circa 160 chilometri a nord di Segou, la capitale amministrativa del centro di Mali, dimostrando l’inconsistenza della volontà di combattere dell’esercito maliano. Così la Francia è stata costretta ad inviare altre migliaia di soldati. Sono già 30mila gli sfollati.

Sebbene l’Occidente non sia ufficialmente in guerra con l’Islam, il Mali è l’ottava nazione musulmana bombardata dall’Occidente negli ultimi 4 anni. Segue Iraq, Afghanistan, Pachistan, Yemen, Libia, Somalia e le Filippine [almeno il 5% della popolazione filippina è musulmano e l'arabo è una lingua riconosciuta dalla Costituzione] – senza contare le tirannie che continuano a godere del nostro pieno supporto:

http://www.atimes.com/atimes/Southeast_Asia/NB29Ae01.html

Sappiamo che gran parte dell’instabilità del Mali è conseguenza dell’intervento NATO in Libia.

Le truppe che hanno effettuato il più recente golpe in Mali sono state addestrate dagli americani e l’amministrazione Obama era contraria ad un intervento armato per il rischio di una proliferazione di attacchi terroristici contro l’Occidente in tutto il mondo:

http://www.nytimes.com/2013/01/14/world/africa/french-jets-strike-deep-inside-islamist-held-mali.html?pagewanted=1&_r=2&

il fallimento della campagna libica ha portato a questo: una mescolanza di guerriglieri islamisti, tuareg e di libici di pelle nera scacciati dai libici di pelle più chiara:

http://www.independent.co.uk/voices/comment/the-war-in-libya-was-seen-as-a-success-now-here-we-are-engaging-with-the-blowback-in-mali-8449588.html

Bombardati nel Mali, non è improbabile che li ritroveremo a combattere con qualche signore della guerra libico, che dovremo bombardare a sua volta.

Il contemporaneo intervento franco-americano in Somalia ha causato la morte di una decina di civili.

Le morti di civili non sembrano più essere una variabile di cui tener conto. Cameron ha deciso il coinvolgimento britannico nelle operazioni Mali senza neppure prendersi il disturbo di consultare il Parlamento.

È sufficiente che la propaganda occidentale etichetti come terroristi un gruppo di musulmani perché le forze armate di un paese NATO possano bombardarli impunemente, senza peraltro che sia chiaro perché le loro atrocità siano peggiori di quelle perpetrate dagli alleati dell’Occidente (es. uccisioni, torture e incarcerazioni di tuareg da parte delle forze governative maliane). Ai governi ed ai media delle democrazie occidentali piace dipingere il mondo in bianco e nero.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/14/mali-france-bombing-intervention-libya#start-of-comments

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I medesimi errori…ancora…e ancora…e ancora…e ancora…e ancora…
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

“E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta” (la guerra in Africa)

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“Ciò che ci ha veramente colpito è quanto avanzato sia il loro equipaggiamento e il modo in cui sono stati addestrati ad usarlo …” ha dichiarato un funzionario francese. “All’inizio pensavamo che sarebbe stato solo un gruppo di tizi armati di pistola che circolavano coi loro pick-up, ma la realtà è che sono ben addestrati, ben attrezzati e ben armati. Si sono armati in Libia di un sacco di apparecchiature sofisticate, molto più robusto ed efficace di quanto avremmo potuto immaginare”

http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-21002918

Il presidente egiziano Morsi ha saggiamente avvertito l’Unione Europea che l’intervento francese in Mali rischia di trasferire il conflitto di altre parti all’Africa, con un effetto contagio. Una previsione realistica, dato che è esattamente quel che è successo in questo caso, con armi e guerriglieri trasferitisi nel Mali, dopo aver sconfitto Gheddafi, ivi raggiunti da altri mercenari fondamentalisti provenienti da tutto il mondo.

È solo il Qatar a sovvenzionare questi bucanieri del deserto?

Sappiamo che Al-Qaeda era un progetto statunitense (architettato tra gli altri dal solito Brzezinski e dalla CIA) per combattere l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Il fondamentalismo centroasiatico è una creazione americana: l’hanno generosamente finanziato ed addestrato. Hanno creato loro leader dei mujaheddin come Gulbuddin Hekmatyar, guerriero, bandito razziatore, sterminatore di civili inermi e narcotrafficante in Afghanistan [NB. anche gli jihadisti nel Mali sono narcotrafficanti]:

Peter Bergen: “secondo stime assai prudenti, 600 milioni di dollari USA” di aiuti statunitensi, per il tramite pakistano, “giunsero al partito ezb-i Islāmī … il partito di Hekmatyār ebbe la dubbia caratteristica di non vincere mai alcuna battaglia significativa durante la guerra [contro le truppe sovietiche], addestrando una varietà di militanti islamisti in tutto il mondo, uccidendo un numero significativo di membri dei movimenti dei mujāhidīn di altri partiti e assumendo una linea violentemente anti-occidentale. Oltre a centinaia di milioni di dollari di aiuti, Hekmatyār fece anche la parte del leone nell’incassare sovvenzioni da parte saudita…Alfred McCoy, autore di The Politics of Heroin in Southeast Asia, accusò la CIA di aver appoggiato il traffico di droga di Hekmatyār, garantendogli fondamentalmente immunità in cambio del suo impegno nella lotta contro l’URSS… il gruppo di Hekmatyār fu responsabile della maggior parte delle distruzioni, per la sua pratica di colpire deliberatamente aree civili… Una volta egli stesso disse a un giornalista del The New York Times che l’Afghanistan “aveva già un milione e mezzo di martiri. Siamo pronti a offrirne un numero anche maggiore pur di istituire un’autentica repubblica islamica”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Gulbuddin_Hekmatyar

L’Occidente si è specializzato nella produzione di massa di nemici. Le assurde e devastanti sanzioni contro l’esportazione di medicinali nell’Iraq prima e l’Iran poi hanno messo a dura prova qualunque residua simpatia per la NATO in queste due nazioni. La rivoluzione khomeinista è giunta sulla scia di continui tentativi angloamericani di imporre un’autocrazia filo-occidentale in un paese che aveva già intrapreso una percorso di democratizzazione: giusto per ribadire che non stiamo esportando alcuna democrazia ma sopprimendo qualunque margine di politica non-allineata con i nostri interessi.

Saddam Hussein è un altro parto dell’Occidente. È stata Margaret Thatcher ad assisterlo nel suo programma chimico, quello poi impiegato contro gli Iraniani e i Kurdi (a proposito: come mai i difensori della causa indipendentista kurda non accennano alla massiccia partecipazione kurda nella famigerata pulizia etnica degli Armeni che ha ispirato Hitler?). D’altronde sono stati gli inglesi i primi ad usare le armi chimiche nel Medio Oriente, e più precisamente nel Sinai, nel 1917 (generale Allenby)

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44674

Allo stesso modo la Siria ha segretamente approntato un programma di armi chimiche con l’aiuto di Unione Sovietica, Germania dell’Ovest e la tacita assistenza di Germania, Olanda, Svizzera, Francia, Gran Bretagna e Austria (politica delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo).

Si stima che gli Stati Uniti abbiano fornito 1.500.000.000.000 dollari di “aiuti” in gran parte militari all’Egitto di Mubarak nel corso degli anni.

Tony Blair ha autorizzato l’addestramento delle forze libiche di Gheddafi nella “Guerra al Terrore” e le ha rifornite di armi: ora molti di loro sono nel Mali a combattere contro i francesi e gli altri soldati delle ex colonie francesi dell’Africa occidentale. Sempre gli inglesi hanno elargito due milioni e mezzo di sterline a Sudan (!) e Repubblica Democratica del Congo per la formazione del personale militare.

Tutti soldi dei contribuenti. Come quelli spesi dalla Francia nel Mali.

I francesi si stupiscono della perizia e dell’equipaggiamento di questi guerriglieri. Sarkozy non ha informato Hollande delle migliaia di missili terra aria razziati negli arsenali di Gheddafi?

http://usatoday30.usatoday.com/news/world/story/2012-02-07/gadhafi-missiles-unaccounted-for/53002584/1

È legittimo esprimere delle perplessità sulla retorica che distingue così nettamente i bombardamenti aerei degli jihadisti da parte di Gheddafi e Assad da quelli di Hollande, specialmente tenuto conto del fatto che il governo maliano è tutt’altro che un bastione di democrazia.

Intanto 3 bambini sono morti mentre degli sfollati cercavano di guadare un fiume per sfuggire agli scontri. 11 i civili morti finora, stando alle stime di Human Rights Watch. Sono sicuramente di più.

L’area in cui sono attivi questi jihadisti è molto ampia – circa due volte l’Italia – e il deserto non conosce confini. Possono sconfinare a loro piacimento nei paesi adiacenti e disperdersi per poi riunirsi. Perciò i bombardamenti serviranno a bloccare la loro avanzata, che non poteva essere efficacemente ostacolata da un esercito maliano completamente imbelle e sull’orlo del collasso. Le truppe anti-jihadiste saranno anche in grado di riprendere il controllo delle città del nord, ma senza un accordo con i tuareg non hanno alcuna chance di pacificare l’area, ancor meno di controllare quei vasti spazi.

L’esito più probabile dell’intervento armato francese sarà quello di condannare a morte migliaia, forse decine di migliaia di abitanti dell’area, distruggere le infrastrutture nel nord, costringere gli jihadisti ad azioni di guerriglia e rappresaglia con cattura di ostaggi, ondate di rifugiati e distruzione di monumenti storici (sono fatti di terra battuta e vengono comunque ricostruiti ogni cinque anni). È anche probabile la destabilizzazione delle ex colonie francesi dell’Africa occidentale, il che sarebbe un trionfo per le pubbliche relazioni degli islamisti.

L’ipocrisia occidentale diventa ancora più evidente se pensiamo che Francia e Stati Uniti hanno non solo tollerato ma addirittura aiutato il Marocco ad impadronirsi del Sahara Occidentale a partire dal 1976. L’Italia arma gli oppressori marocchini di un popolo invaso, occupato e colonizzato che lotta per la sua libertà:

http://www.peacelink.it/disarmo/a/33680.html

Abbiamo chiuso gli occhi davanti alle malefatte dei nostri governanti. Li abbiamo persuasi che sono autorizzati a compiere qualunque azione illegale, prima all’estero e presto in patria: i nodi verranno al pettine e raccoglieremo quel che abbiamo seminato.

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I medesimi errori…ancora…e ancora…e ancora…e ancora…e ancora…
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

La Guerra al Terrore arriva in Mali – l’intervento anglo-franco-americano

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“Ciò che ci ha veramente colpito è quanto avanzato sia il loro equipaggiamento e il modo in cui sono stati addestrati ad usarlo …” ha dichiarato un funzionario francese. “All’inizio pensavamo che sarebbe stato solo un gruppo di tizi armati di pistola che circolavano coi loro pick-up, ma la realtà è che sono ben addestrati, ben attrezzati e ben armati. Si sono armati in Libia di un sacco di apparecchiature sofisticate, molto più robusto ed efficace di quanto avremmo potuto immaginare” [li avete armati, avete chiuso un occhio quando saccheggiavano gli arsenali di Gheddafi e ora ce li avete contro: chi è causa del suo mal...]

http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-21002918

Un intervento armato internazionale è destinato ad aumentare l’entità delle violazioni dei diritti umani a cui stiamo già assistendo in questo conflitto… All’inizio del conflitto, le forze di sicurezza del Mali hanno risposto alla rivolta bombardando civili tuareg, arrestando, torturando e uccidendo la gente tuareg apparentemente solo per motivi etnici. L’intervento militare rischia di innescare nuovi conflitti etnici in un paese già lacerato da attacchi contro i Tuareg e altre persone di pelle più chiara.

http://www.amnesty.org/en/news/armed-intervention-mali-risks-worsening-crisis-2012-12-21

7 Gennaio 2013: In Libia la polizia non c’è: ci sono le milizie. Lo Stato non c’ è, ci sono le tribù, le città, i gruppi di potere, le fazioni religiose. La gente è evidentemente frustrata dalla mancanza di sicurezza, seguita alla caduta dell’ex Rais. Molti gruppi islamici, che hanno aiutato a mettere fine alla dittatura del colonnello, non vogliono sciogliersi né accettare di entrare nelle forze dell’ordine. Essi agiscono spesso come bande di fuorilegge, attaccando gruppi e persone che non ubbidiscono alla loro visione di un islam fondamentalista. Anche la morte dell’ambasciatore Usa Chris Stevens è il frutto di una situazione di caos che regna in Libia nel dopo Gheddafi. È ancora presto per delineare con esattezza il ruolo salafita nel panorama politico mediorientale, ma di certo non lo si può ignorare.

http://www.linkiesta.it/salafiti-primavera-araba-egitto#ixzz2HlPKAllp

Che la situazione in Mali fosse potenzialmente esplosiva era evidente da tempo. Come è evidente la strategia destabilizzante di Francia e Stati Uniti: Gheddafi è caduto per volontà francese, e con lui è caduto uno dei principali nemici commerciali di Parigi”. Con una Libia poco influente e filo-europea, la politica estera francese ha consolidato uno spazio coloniale che collega l’esagono al Congo, tramite gli stati amici di Ciad, Niger, Camerun e tutto il corno d’Africa francofono, Costa d’Avorio e Mali inclusi. “A questo – sottolinea il ricercatore – si uniscono gli interessi U.S.A: la penetrazione commerciale nord-americana parte dal Ghana e mira alle risorse di tutto il Sahel. Destabilizzare quest’area diventa dunque un mezzo per giustificare un intervento armato e riaffermare interessi neo-coloniali”.

Marco Massoni, studioso del Centro Alti Studi per la Difesa

http://www.unimondo.org/Notizie/Mali-una-esplosiva-crisi-nascosta-136701

Non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito. Due terzi del territorio sono occupati dai ribelli e a Bamako, la capitale, c’è un precario condominio fra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito impegnati in una gara a chi è più irresponsabile e impotente. Il beau geste di Parigi diventa per ciò stesso ancora più insensato e ipocrita perché non sarà facile per nessuno ristabilire la sovranità in quel che resta del Mali. Per parte sua, il capitano Sanogo, autore del colpo di stato del marzo 2012 contro il presidente in carica e di un secondo colpo in dicembre per togliere di mezzo un capo del governo che si era rivelato indigesto, non ha nascosto di giudicare forze «neocoloniali» tutti coloro che si prodigano per «aiutare» il Mali senza distinguere apparentemente fra paesi vicini e grandi potenze.

Gian Paolo Calchi Novati, Il vizio coloniale, Il Manifesto, 13 gennaio 2013

Il ruolo che l’emiro del Qatar Hamad Bin Khalifa Al-Thani e i suoi diplomatici stanno svolgendo in Mali è al centro di indiscrezioni,  proprio mentre il paese sprofonda nell’abisso della disgregazione. Da mesi si parla di trasferimenti di denaro da parte del monarca multimiliardario ad Ansar Dine e al Movimento per l’Unicità e la Jihad nel Africa Occidentale (Mujao), i gruppi che insieme ai tuareg di Mnla controllano il triangolo Kidal-Gao-Timbuktu e destabilizzano il Sahel in affiliazione con al Qaeda nel Maghreb islamico. Una questione spinosa per Francia e Stati Uniti, da anni vicini all’emirato qatariota.

http://www.meridianionline.org/2012/12/22/ruolo-diplomatico-qatar-mali/

Il Qatar, alleato di Francia e Stati Uniti, finanzia i salafiti anti-Gheddafi in Libia ed anti-Assad in Siria, con l’entusiastica approvazione di entrambi, ma anche quelli del Mali, bombardati dai francesi dopo essere stati armati anche dai francesi in Libia (!). Fino al 2011 Gheddafi ed Assad erano eroi dell’Occidente perché contrastavano anche con la forza il fondamentalismo islamico e partecipavano alla Guerra al Terrore, oggi l’eroe è Hollande, perché fa lo stesso in Mali (ma non in Siria, dove le agenziedi stampa internazionali ci informano che siamo alleati di Al-Qaeda).

La buona, vecchia Guerra al Terrore. L’ancor più classica e rassicurante ingerenza umanitaria. E, immancabile, arriva il rafforzamento ed irrigidimento delle misure di sicurezza previste da Vigipirate (in una nazione con una fortissima percentuale di residenti di origine araba e maghrebina):
La guerra contro il terrorismo è una guerra di durata indeterminata contro un nemico sconosciuto. Ha permesso di introdurre leggi eccezionali nel diritto comune con il consenso della popolazione, sottolinea Dan van Raemdonck, vice-presidente della Federazione Internazionale per i Diritti Umani. Si è banalizzata la nozione di controllo. Le persone hanno finito per accettare di essere sorvegliate, controllate, con il pretesto che non hanno niente da nascondere. Siamo entrati nell’era del sospetto…L’ultima versione del piano, in vigore dal gennaio 2007, è fondata su un chiaro postulato: ”la minaccia terrorista dev’essere ormai considerata permanente”. Vigipirate definisce delle misure applicate da quel momento in tutte le circostanze, ”anche in assenza di segni precisi di minaccia” (Le Monde, 9 settembre 2011).
http://sois.fr/fileadmin/pdf/11_sett_2011.pdf

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L’aviazione francese ha cominciato a bombardare i talebani (e lo sono e alcuni di loro sono pure narcotrafficanti!) del Mali (e ha già perso due elicotteri ed un pilota in poche ore) mentre Hollande grida “Al-Qaeda! Al Qaeda!” (se non avesse chiamato in causa Al-Qaeda avrei anche potuto ipotizzare che potesse trattarsi di un’autentica missione umanitaria) ed interviene per puntellare un sistema di potere corrotto fino al midollo, tanto che la popolazione era favorevole ad un golpe militare contro il governo “democraticamente” eletto (dopo aver annullato un quarto dei voti, perché “scomodi”), autocratico nei fatti e che intascava gran parte degli aiuti allo sviluppo:
http://www.lrb.co.uk/v34/n16/bruce-whitehouse/what-went-wrong-in-mali

Gli inglesi hanno assicurato il loro appoggio logistico ed una brigata americana (3500 uomini) è pronta ad essere schierata in Mali (paese ricco d’oro, uranio e gas naturale).

http://www.armytimes.com/news/2012/06/army-3000-soldiers-serve-in-africa-next-year-060812/

Ci siamo di mezzo anche noi, giacché la loro sede operativa è alla Caserma Ederle di Vicenza:

http://www.disarmo.org/rete/a/36791.html

Catherine Ashton preannuncia il coinvolgimento europeo nel Mali

http://www.ilmondo.it/esteri/2013-01-10/mali-ashton-missione-addestramento-ue-necessaria-urgente_175208.shtml

per combattere quegli stessi jihadisti che, stando al rapporto del West Point Combating Terrorism Center da Bengasi sono arrivati in Afghanistan e Iraq,

http://www.scribd.com/doc/111001074/West-Point-CTC-s-Al-Qa-ida-s-Foreign-Fighters-in-Iraq

per poi tornare in Libia a combattere contro Gheddafi e in Siria contro Assad (dopo tutto sono dei mercenari):

http://uk.reuters.com/article/2012/08/14/uk-syria-crisis-rebels-idUKBRE87D06M20120814

http://edition.cnn.com/2012/07/28/world/meast/syria-libya-fighters/index.html?iid=article_sidebar

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8919057/Leading-Libyan-Islamist-met-Free-Syrian-Army-opposition-group.html

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/8917265/Libyas-new-rulers-offer-weapons-to-Syrian-rebels.html

http://www.albawaba.com/news/libyan-fighters-join-free-syrian-army-forces-403268

Una parte di questi mercenari fondamentalisti, terminato il servizio in Libia, si è spostata nel vicino Mali, seguendo i compagni d’arme berberi maliani, e portandosi dietro le armi saccheggiate nei depositi del regime:

http://abcnews.go.com/Blotter/al-qaeda-terror-group-benefit-libya-weapons/story?id=14923795

Per usare un eufemismo, questi guerriglieri non amano i neri. Non li amano in Libia, non li amano nel Mali:

http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_16/cremonesi-incendi-terrore-caccia-uomo_75667202-f7c6-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml

http://www.ilfoglio.it/soloqui/10804

Adesso il Nord berbero è contrapposto al Sud “nero” anche se i berberi volevano solo l’autonomia ed erano contrari al fondamentalismo:

http://www.unimondo.org/Notizie/I-tuareg-e-la-difficile-partita-dell-indipendenza-136881

Quanti dei 120 morti erano guerriglieri jihadisti e quanti erano tuareg o civili?

La cosa terminerà verosimilmente con l’ennesimo frazionamento di uno stato e nel proliferare di signori della guerra in tutta l’area (libanizzazione/balcanizzazone). Una situazione analoga si sta verificando nel Medio Oriente, dove i media occidentali caldeggiano la nascita di uno stato kurdo che però, per sorgere, dovrebbe disgregare Iran, Iraq, Siria e Turchia, gettando nel caos l’intera regione.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/09/birth-kurdish-state-ottoman-syria-arab-spring?INTCMP=SRCH

Le conseguenze nell’Africa occidentale non sarebbero meno gravi: i Berberi (70-80 milioni) sono molto numerosi in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mali, Niger. Il re del Marocco, alleato della NATO e di Israele, ha messo le mani avanti proclamando il cabilo (lingua dei berberi occidentali) la seconda lingua ufficiale del Marocco.

L’Algeria, molto critica dell’intervento in Libia e bersaglio predestinato

http://nationalinterest.org/commentary/algeria-will-be-next-fall-5782

rischia di diventare quel che il Pachistan è diventato per l’Afghanistan: luogo di rifugio dei guerriglieri, bombardato dai droni.

Non penso che quei quasi 2 milioni di immigrati o figli di immigrati algerini che vivono in Francia la prenderanno troppo bene.

Due cose sono certe:

* gli stati sovrani hanno una certa capacità negoziale, i signori della guerra sono più facili da corrompere e svendono più facilmente le risorse delle popolazioni che controllano.

* l’anarchia nel Medio Oriente impedisce alla Russia di fare affari in quella regione (ma si veda anche il tentato accordo con i Russi per la fornitura di armi al governo maliano) mentre l’anarchia nel Nord Africa e nell’Africa occidentale rende queste due aree off-limits per gli investimenti cinesi.

La baggianata di Kony 2012 ha preparato il terreno per la loro espulsione dall’Africa Orientale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/12/kony-2012-la-stucchevole-pornografia-umanitaria-i-bambini-pensate-ai-bambini/

Non bisogna mai dimenticare che è in corso una partita a scacchi decisiva tra NATO e Eurasia: la si gioca nel Medio Oriente, la sia gioca nell’Asia Centrale, nel Pacifico, nei Caraibi (Cuba e Venezuela) e, naturalmente, in un continente ricchissimo di risorse (oro, diamanti, petrolio, metalli e, soprattutto, terre rare) come l’Africa. La nascita del Sud Sudan (ricco di petrolio e anti-cinese) è un magnifico esempio delle dinamiche in corso.

Siamo nuovamente gettati in una Guerra Fredda e questo non sarebbe così male per i paesi più piccoli, che possono cercare di assicurarsi un trattamento migliore mettendo in concorrenza le grandi potenze. È già successo al tempo dell’Unione Sovietica e potrebbe funzionare ancora. Il problema è, però, che questa volta pare destinata a prendere fuoco, per almeno quattro ragioni (quelle che vedo io: ce ne possono essere altre che mi sfuggono):

1. Lo stallo in Siria e sul programma atomico iraniano;

2. L’aggressività di Israele ed il suo rifiuto di tollerare l’esistenza di uno stato palestinese;

3. Internet rende pressoché istantanea la circolazione di informazioni in grado di smascherare le manipolazioni e quindi ostacola le manovre clandestine degli uni e degli altri;

4. il sistema finanziario globale è tenuto in vita con ogni mezzo (a spese dei contribuenti) ma è un malato terminale, a causa della sfrenata avidità di quelle poche migliaia di oligopolisti che determinano il corso della storia umana contemporanea – dovranno far succedere qualcosa per poter passare alla fase successiva (post- dollaro e post-euro).

sarkozy-hollande

Un’altra cosa certa, come detto, è che, in questo momento, Hollande si trova nella curiosa situazione di appoggiare i salafiti che combattono in Siria mentre li bombarda nel Mali.

Non è troppo diverso da Sarkozy, anche lui un volonteroso interventista in Africa, a sostegno del locale candidato del FMI (sorpresona!):

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/costa-davorio-unaltra-guerra.html

Hanno tempo fino a maggio. Poi iniziano i monsoni.

Il futuro della sinistra italiana dopo la sconfitta di Vendola alle primarie e il collasso del PD

Alba Dorata – Italia ha il piacere di comunicare che in data 25/10/2012 si è costituito il Partito politico “Alba Dorata” ed esso è stato registrato ufficialmente presso l’Agenzia delle Entrate di Trieste.

Alessandro Gardossi, Segretario politico di Alba Dorata Italia

E Vendola che dice “o me o Casini”? D’Alema sorride. Poi: «Io sono molto rispettoso della propaganda, è una parte della politica, ma non può sostituirla».

Simone Collini intervista Massimo D’Alema, l’Unità, 6 novembre 2012

Salvo grosse sorprese (che coi sondaggi sono sempre possibili), alle primarie del PD (“di coalizione”) Nichi Vendola non riuscirà a conquistare neppure i voti di chi ha votato Sinistra e Libertà. Gli volteranno la schiena persino i “suoi”. Di settimana in settimana, invece di aumentare i suoi potenziali consensi, li perde. La gente non ti vota solo perché “sei un bravo ragazzo dalla faccia pulita”. Ci vuole una visione strategica convincente. Quella di Vendola, evidentemente, non lo è.
In Francia, tutti i sondaggi danno Hollande in caduta libera. Stesso discorso anche qui. Ha battuto di poco un presidente odiatissimo come Sarkozy: gli elettori di sinistra francesi sono stati costretti a votare per il meno peggio (un notabile convinto che il sistema vada bene e necessiti solo di alcuni correttivi). Ora lo stanno punendo.

Questi sono politici che non hanno ancora capito che il vento è cambiato: milioni di persone soffrono, hanno capito che i loro sacrifici peggiorano le cose invece di migliorarle e si avviano alla rivoluzione o al colpo di stato (come constatava ieri sera un ufficiale di polizia intervistato su La7). Pensare di poter convertire alla sinistra una parte dell’establishment non è solo velleitario, è irresponsabile, perché serve a rendere ancora più concreta la prospettiva dell’insurrezione. Se non è successo in Grecia è solo perché Syriza tiene ancora accesa la fiammella della speranza in un’alternativa al neoliberismo, con un voto anticipato nel 2013.

Per Hollande e per Vendola vale purtroppo un’analisi sconfortante: o sono degli illusi o sono dei cinici. In condizioni normali, cinismo ed autoinganno non portano necessariamente alla rovina un leader e i suoi seguaci. Nelle condizioni attuali…Vendola sta commettendo un vero e proprio suicidio politico e nessuno è stato capace di fermarlo.

Al momento, la mia impressione è che la sconfitta di Vendola e la vittoria di Bersani o Renzi, che sono leali al montismo, possa rivelarsi salutare per la sinistra, perché servirà a far risuscitare negli italiani la voglia di dire e fare cose di sinistra. A quel punto il PD subirà una scissione di considerevoli proporzioni (ha già perso oltre la metà dei voti in Sicilia e il suo candidato condiviso con Casini ha vinto con 250mila voti in meno rispetto alla Finocchiaro del 2008, che aveva subito una cocente sconfitta, prendendo appena il 30% dei voti contro Lombardo).

Il problema più serio è: siamo ancora in tempo? Se la guerra in Medio Oriente si estenderà e se il tasso di disoccupazione non scenderà (quello reale, non quello ufficiale) allora le proteste oceaniche del 2012 saranno solo un aperitivo, purtroppo.

**********

Nichi nella trappola delle primarie – Enrico Grazzini (Il Manifesto)

31/10/2012

[…].

Puntando esclusivamente sull’alleanza elettorale con il centro-sinistra per andare al governo, e addirittura presentandosi come futuro premier del prossimo esecutivo, Vendola ottiene certamente un successo mediatico; ma purtroppo contribuisce oggettivamente ad emarginare dalla scena politica nazionale le istanze delle formazioni politiche d’opposizione e soprattutto dei numerosi e molto significativi movimenti che, come quello per l’acqua pubblica e contro il nucleare, hanno sempre fatto le loro battaglie al di fuori, e spesso anche contro, il centro-sinistra e lo stesso Pd. Proprio questi movimenti costituiscono la base per una possibile aggregazione di sinistra che sia veramente in grado di contrastare efficacemente la politica dei governi conservatori e neo-conservatori, a differenza di quanto ha fatto finora il centrosinistra.

Non illudiamoci: considerata la sua cultura e la sua pratica politica, di fronte alla crisi che precipita, il centrosinistra al governo, con o senza Vendola, non potrà – e non vorrà neppure – invertire la rotta rispetto alle politiche classiste di austerità e di recessione impostate dal governo Monti. Su questo credo che esistano pochi dubbi. Anche se il Pd diventasse il primo partito italiano, considerando la sua natura molto moderata, quasi centrista, e considerando che è ormai paralizzato da diverse e contrastanti correnti, come quella ex comunista, quella cattolica, quella cosiddetta liberal-socialista, quella rottamatrice di Renzi, non potrà (ammesso ma non concesso che lo voglia) opporsi alle potenti forze neo-conservatrici nazionali ed europee che sostengono il governo Monti.

Del resto è facile ricordare che anche nei due decenni passati le forze di centro-sinistra in Italia sono state quasi del tutto inefficaci di fronte ai governi berlusconiani che tutte le democrazie occidentali consideravano addirittura ridicoli. Ricordiamoci che Berlusconi è sempre stato forte proprio a causa della inettitudine politica della sinistra tradizionale italiana, che non è riuscita mai a batterlo realmente, neppure sul terreno del palese e clamoroso conflitto d’interessi, anche quando Prodi era al governo. Non a caso Berlusconi ha sempre reputato che il suo vero avversario fosse la magistratura e non la sinistra italiana. E comunque non è stata certamente neppure la magistratura a fare sloggiare Berlusconi e il suo dubbio seguito dal governo, ma le forze politiche e finanziarie europee che, con il precipitare della crisi, non lo hanno più voluto perché rappresentava un cattivo debitore. Berlusconi è stato allora sostituito da Monti, che garantisce invece il pagamento del debito pubblico alle banche europee e americane. Questa è la realtà: il centro-sinistra italiano, a differenza di altre più coerenti e decise formazioni democratiche europee, non ha mai contrastato con un minimo di efficacia la politica conservatrice e rapace berlusconiana. La realtà è che Hollande ha sconfitto Sarkozy ma Bersani, D’Alema e Veltroni (per non parlare di Renzi) non hanno sconfitto Berlusconi. Solo il mite Prodi ha battuto Berlusconi, ma è stato mandato a casa due volte dai suoi stessi coinquilini di governo del centro-sinistra, prima da D’Alema e poi da Mastella.

Il passato ci insegna con evidenza e chiarezza che, nonostante quello che pensa Asor Rosa, purtroppo il centrosinistra non rappresenterà neppure nel futuro un argine di fronte alle forze della destra antidemocratica. Del resto Bersani lo ha ripetuto chiaramente più volte: la sua agenda politica prenderà il “meglio” di quella di Monti. Renzi confermerà anche il peggio. In tutti i casi non ci saranno svolte. Sul piano della politica economica il nuovo governo, anche se sarà di centro-sinistra, cambierà poco o nulla rispetto all’attuale, anzi potrebbe addirittura avviare politiche ancora più austere se le condizioni in Europa dovessero peggiorare, come è possibile. Sul piano dell’architettura costituzionale, che è decisiva per la democrazia, anche il Pd (come il Pdl) è a maggioranza per il presidenzialismo o semi-presidenzialismo, quindi per un esecutivo forte, per un governo poco parlamentare e per un sistema elettorale maggioritario che tagli fuori le minoranze. Non credo allora di essere eccessivamente pessimista affermando che purtroppo servirà a poco se Vendola arriverà terzo alle primarie dopo Bersani e Renzi. È invece molto dannoso che un leader molto seguito e stimato come lui non scelga di contribuire alla creazione di un fronte alternativo delle sinistre e dei movimenti.

Vendola avrà un’indubbia risonanza mediatica partecipando alle primarie; e questa eco – lo riconosciamo senz’altro – è e sarà utile e positiva per promuovere le idee di sinistra presso l’elettorato del Pd. Il problema però è che la sua adesione al centro-sinistra di governo si basa sostanzialmente su una clausola di esclusione verso la sinistra d’opposizione. Il tentativo di Vendola di partecipare al governo di centro-sinistra costituisce allora a mio parere un grave sgambetto alla possibilità, e anzi alla necessità, di costruire un fronte della sinistra alternativa di cui il paese ha bisogno, soprattutto in questa crisi devastante. Perché non fare anche in Italia come in Grecia e in Francia, dove le diverse e variegate formazioni di sinistra sono riuscite a trovare tratti omogenei, ad unirsi e a incidere sul processo elettorale gettando le basi per un’opposizione più forte alle politiche economiche e antidemocratiche della destra conservatrice?

Riflettiamo un attimo: sul piano puramente elettorale una formazione alternativa di sinistra che riuscisse a fare leva sui tratti comuni di forze certamente non così distanti – come i movimenti che difendono i beni comuni, la Fiom e parte della Cgil, Alba, i sindaci per il bene comune, Sel e Rifondazione Comunista, l’Idv di Di Pietro e perfino il Movimento 5 Stelle – che prima o poi diventerà grande e non potrà correre da solo -, una formazione che riuscisse a conquistare buona parte del vasto elettorato di sinistra e del vastissimo elettorato di protesta (il 45% dell’elettorato totale), non solo non sarebbe minoritario nel paese ma potrebbe addirittura nel tempo diventare la prima formazione politica.
A costo di apparire ipercritico, mi sembra che la politica di Vendola, che privilegia sempre il piano delle alleanze a quello della costruzione di una forza unitaria ma plurale della sinistra, porti ad accentuare le fratture, le divisioni e le debolezze della sinistra d’alternativa. Come ricorda giustamente Piero Bevilacqua, non è certo facile mettere d’accordo il dissonante e caotico arcobaleno della sinistra alternativa. Però a mio parere occorre tentare: il progetto è possibile e anche necessario se non vogliamo il tramonto definitivo della sinistra in Italia. Esiste la possibilità di un fronte comune dell’opposizione, anche perché tutti hanno interesse a unirsi per non scomparire. In una situazione di crisi verticale come quella che stiamo vivendo, nella quale perfino il comico Grillo è riuscito a costruire nel giro di pochi anni una nuova forza politica ed elettorale, non è impossibile avere successo nell’aggregare una sinistra alternativa ed ecologista che ha esperienze e bagagli politici e teorici certamente molto più ricchi. E’ indispensabile una bussola sicura nella notte della crisi, e purtroppo questa bussola non c’è e Nichi Vendola non contribuisce a crearla, e questo è tanto più negativo considerando che purtroppo la sinistra è già carente di una leadership all’altezza della situazione.

[...].

Il Pd, debole con il berlusconismo, come ora con il montismo, non modificherà la sua traiettoria centrista.

E Vendola con le primarie non gli farà cambiare idea.

Bersani > Antonveneta, Monte dei Paschi
Renzi > CL, Opus Dei, neocon americani (Ledeen)
Vendola > firmo un impegno con gli elettori che poi ripudierò perché tanto è sbagliato e quindi non vale
Puppato > l’aborto però

OPPURE TABACCI

Il Compagno Bruno indica a Bersani la strada verso il socialismo reale. Si può fare!

https://www.facebook.com/MarxistiPerTabacci

Francia: una nazione con la spina dorsale

 

Più di 120 economisti hanno pubblicato oggi un articolo su Le Monde, ripreso da molti siti di informazione, in cui si pronunciano contro il trattato di bilancio dell’Unione europea. Denunciano un trattato “portatore di una logica recessiva che aggrava gli squilibri esistenti” e chiedono a François Hollande di non perseguire le politiche di austerità dei suoi predecessori. Tra i firmatari vi sono economisti molto conosciuti come Frédéric Boccara, Bousseyrol Marc Laurent Cordonnier, Denis Durand, Guillaume Etievant, Flacher David Bernard Friot, Gadrey Jean Jacques Genereux, Guerrien Bernard, Michel Husson, Sabina Issehnane, Florence Jany-Catrice, Esther Jeffers, Paul Jorion, Pierre Khalfa, Dany Lang, Philippe lege, Frédéric Lordon, Christiane Marty, François Morin, André Orlean, Dominique Plihon Ramaux Christophe, Gilles Raveaud, Rigaudiat Jacques Dominique Taddei Stephanie Treillet. [da InvestireOggi.it - traduzione di Carmen Gallus]

CAUSE DELLA CRISI – Dal 2008, l’Unione europea (UE) si trova ad affrontare una crisi economica senza precedenti. Contrariamente a quanto sostenuto dagli economisti liberisti, la crisi non è dovuta al debito pubblico. Spagna e Irlanda ora sono sotto attacco dei mercati finanziari benché questi paesi abbiano sempre rispettato i criteri di Maastricht. L’aumento dei deficit è una conseguenza della caduta delle entrate fiscali dovuta in parte ai regali fatti ai redditi più alti, degli aiuti pubblici alle banche commerciali e del ricorso ai mercati finanziari per finanziare questo debito a tassi di interesse elevati.

La crisi è dovuta anche alla totale mancanza di regolamentazione del credito e dei flussi di capitale a scapito dell’occupazione, dei servizi pubblici e delle attività produttive. E’ alimentata dalla Banca Centrale Europea (BCE) che supporta incondizionatamente le banche private, e invece, quando si tratta di rivestire il ruolo di “prestatore di ultima istanza“, richiede “rigorose condizionalità” di austerità agli Stati.

Essa impone loro politiche di austerità e non è in grado di combattere la speculazione sul debito sovrano, dato che la sua unica particolare missione riconosciuta dai trattati è quella di mantenere la stabilità dei prezzi. Inoltre, questa crisi è aggravata dal dumping fiscale intra-europeo e dal divieto imposto alla BCE di prestare direttamente agli stati per finanziare le loro spese, a differenza delle altre banche centrali di tutto il mondo, come la Federal Reserve degli Stati Uniti. Infine, la crisi è rafforzata dalla debolezza estrema del bilancio dell’Unione europea e dal suo tetto al tasso irrisorio dell’1,24% del PIL, con un orientamento che rende impossibile qualsiasi coordinata e ambiziosa espansione del business in Europa.

Francois Hollande, dopo essersi impegnato durante la campagna elettorale a rinegoziare il trattato europeo, non gli ha realmente apportato alcun cambiamento, e, come ha riconosciuto anche Elisabeth Guigou, ha scelto di proseguire la politica di austerità iniziata dai suoi predecessori. Si tratta di un tragico errore. L’aggiunta di un pseudo-patto sulla crescita, dall’importo effettivamente misero, è accompagnata dall’accettazione della “regola d’oro” del bilancio difesa da A. Merkel e N. Sarkozy. Essa stabilisce che il disavanzo cosiddetto strutturale (al netto delle variazioni dei cicli economici) non deve superare lo 0,5% del PIL, cosa che condannerà qualsiasi logica di spesa pubblica futura e porterà ad attuare un drastico programma di riduzione del campo di applicazione della amministrazione pubblica.

Limitando più che mai la capacità dei paesi di rafforzare le loro economie e imponendo loro l’equilibrio dei conti pubblici, questo trattato comporta una logica recessiva che aggraverà meccanicamente gli squilibri esistenti. I paesi che soffrono il crollo della loro domanda interna dovranno ridurre maggiormente la loro spesa pubblica. Dato che numerosi Stati membri sono già in recessione, questo minaccerà ulteriormente l’attività produttiva e l’occupazione, e quindi le entrate del governo, il che alla fine farà aumentare il deficit. Così, l’OFCE prevede già in Francia 300.000 disoccupati in più a fine 2013, per il solo fatto dell’austerità. Nel medio e lungo termine, questo metterà un’ipoteca sulla transizione sociale ed ecologica che richiede notevoli investimenti.

Nel nome di una cosiddetta “solidarietà europea”, il trattato organizza di fatto una garanzia pubblica per i grandi patrimoni finanziari privati. Incide sulla pietra delle misure automatiche di austerità imposte ai rappresentanti del popolo, ponendo dei vincoli alle loro decisioni di bilancio, vincoli dettati da un’istanza di non eletti. Il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), istituzione anti-democratica per eccellenza, può essere in grado di offrire prestiti a un tasso leggermente inferiore (5% in media). Ma questi prestiti sarebbero subordinati all’attuazione di drastiche misure di austerità imposte al popolo! La garanzia del Governo agli investitori privati incoraggia solo la speculazione, mentre bisognerebbe stroncarla togliendole dalle mani il debito pubblico. L’intero edificio poggia quindi sulla condizionalità anti-sociale imposta a qualsiasi tipo di assistenza o di intervento, nonché sul rifiuto di un intervento diretto da parte della BCE per le nuove spese. La BCE si accontenta di un acquisto limitato di titoli di debito sul mercato secondario, come ha recentemente annunciato Mario Draghi.

Centinaia di economisti di tutto il mondo riuniti intorno a Premi Nobel come Joseph Stiglitz e Paul Krugman, hanno ampiamente criticato l’assurdità della politica economica attualmente in atto in Europa. La conclusione è chiara: l’austerità è nello stesso tempo ingiusta, inefficiente e antidemocratica.

Siamo in grado di fare diversamente. Il futuro dell’Europa merita un dibattito democratico sulle soluzioni alla crisi. Oggi in Europa sarebbe possibile un’espansione coordinata della produzione, dell’occupazione e dei servizi pubblici, in particolare attraverso il finanziamento diretto selettivo e a tassi bassi da parte della BCE alle amministrazioni pubbliche. Perché l’UE possa attuare questa politica, è urgente riformare e democratizzare le sue istituzioni. Un fondo europeo per lo sviluppo sociale ed ecologico, a gestione democratica, potrebbe sostenere questa dinamica. Inoltre, l’UE potrebbe istituire un controllo della finanza, tra cui il divieto di scambio di titoli di Stato sul mercato OTC, limitando severamente la cartolarizzazione e i derivati e tassando i movimenti speculativi di capitali.

Le sfide sociali ed ecologiche di oggi sono immense. E’ urgente cambiare rotta per uscire dalla crisi in positivo. E’ possibile annullare il triste record delle politiche liberiste di una Francia con 5 milioni di disoccupati e 10 milioni di poveri. Per riuscirci, dobbiamo spezzare la morsa dei mercati finanziari e non alimentarli. È per questo che respingiamo la ratifica del Trattato europeo di stabilità, di coordinamento e di governance (TSCG).

Seguono le firme di 120 economisti

Articolo originale: L’austérité aggrave la crise, non au Traité budgétaire européen !

FONTE: http://keynesblog.com/2012/10/04/appello-di-120-economisti-francesi-no-al-fiscal-compact-lausterita-aggrava-la-crisi/#more-2355

Questo progetto politico diventa progressivamente sempre più realistico:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/25/un-progetto-politico-per-un-mondo-nuovo/

L’uscita della Grecia dall’eurozona può distruggere l’Unione Europea?

Marco Brunazzo scrive: “la stessa sopravvivenza dell’UE non può essere data per certa”.

Proprio così, e proprio per questo è semplicemente indecente che le massime autorità monetarie stiano spalancando la porta a questa eventualità.

Christine Lagarde ha ventilato l’ipotesi di una “uscita ordinata” della Grecia dall’eurozona.

Per Patrick Honohan (direttivo della BCE), l’uscita della Grecia dall’area euro non sarebbe un evento ”necessariamente disastroso” e, pur rappresentando un ”colpo alla fiducia” nell’Eurozona, sarebbe ”tecnicamente” gestibile.

Sono esternazioni gravemente irresponsabili.

“Alla fine ci ha pensato il presidente dell’Eurogruppo e primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, a fare un po’ di chiarezza rispetto alle voci, diffuse nei mercati e avallate dalle uscite infelici di qualche ministro Ue (in particolare l’austriaca Maria Fekter e il tedesco Wolfgang Schaeuble) e dell’ambiguità dello stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, su una possibile uscita della Grecia dall’Eurozona. Il nostro fermo desiderio – ha detto ieri sera a Bruxelles durante la conferenza stampa conclusiva dell’Eurogruppo – è di mantenere la Grecia nell’Eurozona, e faremo di tutto perché sia così. Di uscita di Atene dall’euro non si è assolutamente parlato e nessuno, assolutamente nessuno, ha avanzato quest’idea”.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20120515_072558.shtml

Chi e perché sta mentendo sulla pelle di centinaia di milioni di cittadini europei ed investitori europei ed extraeuropei?

Se una maggioranza di Greci (70%) vuole restare nell’Unione Europea (pur rifiutando le disposizioni draconiane e letteralmente omicide degli eurarchi) è perché hanno capito che la loro uscita li condannerebbe ad un disastro ancora peggiore di quello attuale.

L’espulsione (ordinata o meno) dall’eurozona di uno stato membro non è prevista da nessun trattato ed in ogni caso comporta l’uscita della Grecia anche dall’Unione Europea. Diversamente nessuna sostituzione dell’euro con la dracma sarebbe giuridicamente contemplabile e senza frontiere nazionali il governo greco, già in difficoltà nel contenere la conseguente iperinflazione, non riuscirebbe a bloccare la fuga di euro:

“Solo ieri, ha detto il presidente Papoulias, i correntisti hanno ritirato dalle banche depositi per 700 milioni di euro”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-15/caos-atene-allarmeeuro-221805.shtml?uuid=AbYUaDdF

Scrive l’economista Varoufakis, celebre nel resto d’Europa e negli Stati Uniti e finalmente molto citato anche sulla stampa italiana:

“Anche mettendo da parte le ramificazioni nazionali per la perdita dei sussidi all’agricoltura, fondi strutturali e forse interscambi commerciali (in seguito alla possibile introduzione di barriere commerciali tra la Grecia e l’UE), gli effetti sul resto della zona euro sarebbero catastrofici. La Spagna, già in un buco nero, vedrà il suo Pil ridursi di un valore superiore a quello dell’attuale tasso record di deflazione della Grecia, gli spread dei tassi di interesse tenderanno al 20% in Irlanda e in Italia e, in breve tempo, la Germania deciderà di darci un taglio e salverà se stessa assieme agli altri paesi con un surplus commerciale. Questa catena di eventi causerà una terribile recessione nei paesi in surplus raggruppati attorno alla Germania, la cui moneta si apprezzerebbe astronomicamente, mentre il resto d’Europa affonderebbe nella melma della stagflazione. Un habitat ideale per la Grecia? Assolutamente no!”

Varoufakis ribadisce in conclusione che la Grecia deve fare default, ma all’interno dell’eurozona:

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/16/weisbrot-and-krugman-are-wrong-greece-cannot-pull-off-an-argentina/#more-2171

Ne consegue che i cinque punti del programma di governo di SYRIZA, guidato da Alexis Tsipras, Solone redivivo contro le infamie di Dracone, sono ben congegnati e potrebbero salvare la Grecia, l’eurozona e l’Unione Europea:

  1. immediata cancellazione delle incombenti misure che impoveriranno ulteriormente i greci, come i tagli alle pensioni ed ai salari;
  2. cancellazione immediata delle misure tese a indebolire i diritti fondamentali dei lavoratori, come l’abolizione di CCN;
  3. abolizione dell’immunità parlamentare; riforma elettorale e generale ristrutturazione del sistema politico;
  4. indagine sulle banche greche, e pubblicazione immediata dei risultati dell’audit eseguito da BlackRock sul settore bancario greco;
  5. istituzione di un comitato internazionale di revisione dei conti, che indaghi sulle cause del deficit pubblico greco, in aggiunta ad una moratoria sulla riparazione del debito fino a che i risultati dell’indagine non siano resi pubblici.

L’opinione dell’economista greco Panos Evangelopoulos:

“Mi prendo qui la libertà di fare una previsione: queste misure di austerità faranno la stessa fine delle famigerate Leggi di Dracone nell’antica Atene. La loro durezza era simboleggiata dall’essere scritte col sangue e non con l’inchiostro. Riportarono l’ordine nell’antica Atene, ma furono in seguito emendate da Solone. Lo spirito delle Leggi di Solone era di portare armonia senza austerità e senza coercizione, e diedero avvio all’Età Aurea dell’antica Atene. Sembra proprio il destino della moderna Grecia quello di rivivere le asprezze di Dracone prima di poter sperare in una liberazione simile a quella che portò Solone”.

Le considerazioni di Barbara Spinelli (“La preghiera di Aiace”, la Repubblica, 16 maggio 2012):

“Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza. La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande”.

Infine, ultimo punto ma non meno importante degli altri [cf. Marco Brunazzo/Michele Nardelli: “L’Unione europea, diceva uno dei padri fondatori, si farà attraverso le crisi e sarà il risultato di queste crisi”].

Richard Jeffrey, direttore della divisione investimenti del Cazenove Capital Management, ha confidato, in uno speciale della BBC, i suoi sospetti che le autorità europee avessero ben chiaro in mente che la configurazione dell’eurozona era afflitta da difetti strutturali fatali, perché erano talmente evidenti che non potevano essere ignorati. Tuttavia, a suo dire, avrebbero deciso di procedere nella convinzione che una di quelle crisi sistemiche che caratterizzano il capitalismo avrebbe permesso di realizzare una piena integrazione politica che, altrimenti, tenuto conto dello scetticismo dell’opinione pubblica europea, avrebbe dovuto attendere per molti altri decenni. Ha precisato meglio il suo punto di vista in un’intervista al Wall Street Journal: “Il punto è che, a rigor di logica, una moneta comune sarebbe l’ultima cosa da introdurre (dopo una politica fiscale comune, sistemi giuridici comuni, una comune regolamentazione dei mercati, ecc.), se l’idea è quella di costruire una federazione politica, poiché sarebbero proprio una moneta ed una politica monetaria comune ad evidenziare tutte le tensioni tra le economie. Ma i politici hanno rovesciato questo argomento e hanno visto nell’unione monetaria un primo passo forzato che, se avesse avuto successo, avrebbe portato ad un approccio più federale in altri settori, come la politica fiscale

A riprova della plausibilità di questa sua ricostruzione, Jeffrey ha citato il pensiero di Romano Prodi quando era presidente della Commissione Europea, in una lettera scritta al Financial Times, nel dicembre del 2001: “Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. Attualmente è politicamente impossibile farlo. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati”.

http://blogs.wsj.com/source/2011/10/31/did-the-euros-architects-expect-it-to-fail/

Personalmente trovo che queste astuzie, se fossero vere, sarebbero in completa antitesi rispetto alla prassi democratica. Sarebbe il comportamento di persone senza scrupoli, così ossessionate dal fine da restare completamente indifferenti alla questione della moralità dei mezzi, dell’impatto umano dei suoi effetti (la terzo-mondializzazione dei paesi più deboli, ma anche l’aggravamento della crisi globale e quindi l’immiserimento di milioni di persone in tutto il mondo), per non parlare della volontà sovrana dei cittadini europei. Questo mio giudizio di condanna è anche quello dell’economista Paolo Savona (ex Banca d’Italia) che ha severamente criticato la tendenza a nascondere al pubblico il dibattito sulle scelte che è possibile fare, nella convinzione che i cittadini siano troppo ignoranti e superficiali per prendervi parte. Anche per Paolo Savona così si tradisce l’ethos democratico.

Non è così che si costruisce l’Europa.

Gli eurobond sono la nostra rovina vs gli eurobond sono la nostra salvezza

Un Bond per domarli, Un Bond per trovarli,

Un Bond per ghermirli e nel buio incatenarli,

Nella Terra di Europa, dove l’Ombra cupa scende.

“Riprenderà il cammino di una idea che lanciò Delors nel 93 e che dieci anni dopo, durante il semestre di presidenza italiana, il sottoscritto ripresentò: gli Eurobond”.

Giulio Tremonti, intervista a La Stampa dopo vittoria Hollande

http://www.wallstreetitalia.com/article/1372505/francia-tremonti-con-hollande-in-arrivo-gli-eurobond.aspx

“I paesi dell’eurozona molto probabilmente decideranno di adottare gli eurobond nei prossimi anni, ha poi sostenuto Juncker. L’emissione degli eurobond dovrà avvenire in base a regole molto rigide e sarà la logica conseguenza di una ulteriore integrazione europea, ha affermato Juncker”.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=193421&sez=HOME_ECONOMIA&ctc=0

Romano Prodi: “Gli eurobond sono la soluzione. L’eurobond è uno strumento che mette a posto la politica europea, ma la Germania non ne vuole sapere”.

http://blog.panorama.it/ultimora/2011/11/21/prodi-eurobond-sono-la-soluzione/

“L’idea di emettere obbligazioni garantite da tutti gli stati membri della zona euro sembra ragionevole, in quanto abbasserebbe immediatamente i tassi di interesse per i paesi fortemente indebitati. Tuttavia, c’è anche un problema, dato che innalzerebbe i tassi di interesse di quei paesi che hanno goduto della fiducia dei mercati finanziari in passato. Coloro che affermano che questo effetto sarebbe limitato sono vittime di un’illusione o sottovalutano deliberatamente questo rischio. Considerando la quantità di debito che con il passare del tempo diventerebbe condiviso per ciascun paese, è difficile sopravvalutare il rischio d’interesse per i debitori che finora si sono comportati responsabilmente.

Un bond comune inoltre allevierebbe immediatamente il carico di conseguenze per alcuni paesi dovuto alla loro irresponsabilità fiscale. Difficile immaginare di potersela cavare più a buon mercato. La mancanza di disciplina fiscale viene premiata, mentre la solidità fiscale è punita. Il trasferimento del denaro dei contribuenti avverrebbe inoltre senza il coinvolgimento dei parlamenti nazionali – una chiara violazione del principio democratico fondamentale del “no taxation without representation” (“solo le assemblee elette possono tassare i cittadini”).

Le proposte su come si potrebbe controllare e limitare l’emissione di tali obbligazioni non sono convincenti. Quasi tutti i trattati che promettevano una disciplina fiscale europea sono stati infranti di volta in volta. L’esempio peggiore è stato quella della Francia e della Germania nel 2002-03, quando hanno violato il Patto di Stabilità e Crescita, e perfino organizzato una maggioranza politica contro l’applicazione delle sue regole. […]. L’idea che un nuovo processo europeo di trasferimento del denaro dei contribuenti che non è né democratico né governato da principi che sostengono la solidità delle finanze pubbliche si muoverà nella direzione dell’unione politica è totalmente fuorviante. […]. Qualsiasi tentativo di “salvare” l’unione monetaria attraverso accordi di trasferimento della sovranità ad un livello europeo, dove le violazioni dei trattati fondamentali sono diventati un appuntamento fisso, è privo di qualsiasi logica. Alla fine potrà solo alienare ulteriormente la gente dalla stessa Europa. […]. Questo tipo di unione politica non sopravvivrebbe. Il suo crollo sarebbe provocato dalla resistenza della gente. In passato le grida di “no taxation without representation”, hanno portato alla guerra. Questa volta la conseguenza sarebbe quella di minacciare il crollo del progetto di integrazione economica di maggior successo nella storia dell’umanità“.

Otmar Issing, già capo degli economisti della BCE tra il 1998 ed il 2006, “Slithering to the wrong kind of union”, Financial Times, 15 agosto 2011

“Prendiamo gli eurobond, uno strumento assai popolare in Italia. Un eurobond è un titolo emesso con la garanzia illimitata e in solido di tutti i Paesi europei, il cui ricavato viene prestato all’Italia a un tasso inferiore a quello pagato dallo Stato italiano sul proprio debito. La differenza tra i due tassi di interesse misura il rischio che si accollano i contribuenti europei per aiutare l’Italia. C’è da stupirsi se la Merkel, che ha il dovere di rappresentare i propri elettori, non è d’accordo? Continuare a invocare gli eurobond in questa situazione denota mancanza di realismo politico, e allontana la soluzione dei problemi. Oppure prendiamo l’invocazione di “più Europa”, anch’essa così frequente nel dibattito italiano. “Più Europa” significa più decisioni prese da organismi sovranazionali: perché queste siano efficaci, è necessario anche dare più risorse a questi organismi: in altre parole, accentrare le entrate. Ancora una volta, non è realistico (né sarebbe equo) pensare che Germania e Olanda mettano in comune con l’Italia il proprio gettito fiscale senza avere un peso sulle decisioni di spesa di quest’ultima. Quando si invoca “più Europa” ci si rende conto della perdita di sovranità che ciò comporta? Si è disposti ad accettare che la Merkel e i suoi successori decidano di fatto su una parte delle nostre pensioni?”

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-05/rendere-debito-meno-rischioso-081047.shtml?uuid=AavfDvIE

“Ora crescono le pressioni per adottare un bilancio europeo, attraverso la creazione dei cosiddetti “Eurobonds”. Questo schema, se verrà adottato, significherà un passo gigantesco verso la dittatura e l’iperinflazione. Infatti, il vero scopo degli Eurobond, o titoli di stato europei, è quello di rifinanziare il debito marcio del sistema bancario. Anche se qualcuno sostiene che gli Eurobond saranno usati per finanziare gli investimenti, questa è una pia illusione. Finché il sistema bancario non sarà ripulito dai titoli tossici, le garanzie illimitate concesse dai governi costringeranno quest’ultimi a rifinanziare le banche, tagliando gli investimenti e i programmi sociali”.

http://www.movisol.org/11news142.htm

“Gli eurobond, così come sono intesi da molte persone, sono un’assurdità. Non si può credere che l’Unione Europea o i Paesi membri possano garantire il debito dei singoli Stati: se così fosse, la Grecia potrebbe indebitarsi allo stesso tasso della Germania, ricomincerebbe a spendere senza limiti, e si troverebbe presto con un debito ancora più grande“.

http://www.linkiesta.it/la-grecia-una-scusa-allargare-il-potere-politico#ixzz1uGiQfcO7

 

Francia e Olanda 2005 – Francia e Olanda 2012

Gli italiani vedevano nella nascita dell’Unione l’affermazione di una nuova idea di cittadinanza, e ora si trovano di fronte a un’Europa delle banche e della burocrazia.
Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, marzo 2012

2005

“La vittoria del no era stata prevista, ma il risultato del referendum olandese sulla Costituzione è riuscito a stupire per le dimensioni della sconfitta del si’, resa ancora piu’ netta da un’insolitamente alta affluenza alle urne. Gli olandesi hanno respinto la Costituzione dell’Ue con il 61,7% dei no, secondo il risultato definitivo non ufficiale, comunicato dalla televisione pubblica Nos. I si’ si sono attestati al 38,3%. Secondo gli stessi dati, l’affluenza al voto e’ stata del 63%. I risultati ufficiali saranno comunicati solo lunedi’ prossimo alle 16. L’exit poll aveva indicato i no al 63% e i si’ al 37%. Dopo la Francia, il bis dell’Olanda approfondisce la crisi delle istituzioni europee e compromette fortemente il futuro della carta costituzionale. L’affermazione del no olandese e’ solida, ben piantata su una percentuale di votanti che ha superato il 62%: nelle ultime elezioni europee, erano andati a votare meno di quattro olandesi su dieci aventi diritto (il 39,1%)”.
http://www.osservatoriotributario.it/detail_notizie.asp?Chiave=305

2012

I mercati finanziari ieri hanno consegnato un’altra giornata di panico generalizzato; le performance negative si sprecano e vanno dal calo dei mercati azionari, in particolare europei, all’aumento degli spread che, nel caso dell’Italia, viaggia all’inquietante quota di 420. Le cause di giornata questa volta non arrivano dai soliti, “cattivi”, paesi periferici dell’eurozona e sono sostanzialmente due, una attesa e una per niente.

La prima notizia, attesa, arriva dalla Francia e riguarda l’esito delle elezioni che vede Hollande in vantaggio su Sarkozy; la seconda, inattesa, arriva dall’Olanda, il cui governo ha presentato le dimissioni dopo il ritiro dell’appoggio da parte del partito di estrema destra di Geert Wilders. Le due notizie hanno, in un certo senso, un fattore comune. Hollande non intende mettere in atto, o intende farlo in modo molto meno deciso, le politiche di austerity che Sarkozy si è impegnato a perseguire; Geert Wilders ha ritirato il proprio appoggio al Governo che si apprestava a varare misure di austerity per adeguarsi alle richieste dell’Unione europea. Queste sono le notizie “di giornata” da prima pagina. Occorre avere presente almeno un’altra categoria di notizie che ha inquietato i mercati; ieri l’indice pmi dell’eurozona ha mostrato un calo per il terzo mese consecutivo segnalando un inatteso declino dell’attività economica.

Il quadro che emerge è piuttosto fosco; le politiche di austerity deprimono l’economia e in alcuni casi, come quello greco, la uccidono definitivamente, mentre i governi fanno sempre più fatica ad approvare tagli e riforme. Nel frattempo emergono forze politiche inquietanti che hanno ovvi vantaggi politici cavalcando lo scontento generale. L’attenzione dei mercati rimane concentrata sull’Europa nonostante gli evidenti e non trascurabili problemi che pure affliggono l’economie cinese e americana, alle prese, nel primo caso, con squilibri economici gravi e, nel secondo, con problemi di rientro dal deficit importanti oltre che con un miglioramento molto più lento del previsto del mercato del lavoro e immobiliare.

In uno scenario di questo tipo aggiungere alle preoccupazioni “normali” degli investitori quelle sulla tenuta dell’euro e dell’Europa diventa insostenibile. A fronte del -3% perso dalle borse europee il Dow Jones si è “accontentato” di un molto più rassicurante -1%. Se il risultato delle politiche europee è la Grecia, i timori dei mercati in una fase di turbolenza politica e di bassa crescita sono giustificati. Se il punto più critico dell’Unione europea per dimensione dell’economia e del debito statale sono la Spagna e l’Italia è lecito chiedersi cosa possa accadere in una situazione di calo del Pil, con un costo del debito statale al 6% e in cui il settore bancario non è in grado di sostenere l’economia; una situazione in cui diventa, evidentemente, ogni giorno più difficile rispettare i piani di rientro dal deficit richiesti dall’Europa.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2012/4/24/CROLLO-BORSA-2-L-analista-Francia-e-Olanda-scatenano-la-tempesta-sui-mercati/271308/

L’euroscetticismo secondo le rilevazioni dell’eurobarometro (novembre 2011):

Alla domanda se siano a favore o contro un’unione economica e monetaria con una valuta comune, l’euro, i favorevoli sono passati dal 63% della primavera del 2007 al 53% della fine del 2011. I contrari sono passati dal 31% (2007) al 40% (2011).

Ad una domanda riguardante le loro personali previsioni in merito alla crisi, il 68% ha risposto che “il peggio deve ancora arrivare”. Solo il 23% crede che le cose stanno per migliorare.

La domanda su quali istituzioni siano più in grado di gestire la crisi l’Unione Europea è al 23% contro il 20% dei governi, che già godono di scarsissima fiducia. Una percentuale analoga ha scelto altro, nessuna o non lo so.

Gli eurobond interessano davvero a pochi (44%) rispetto alla lotta all’elusione fiscale (88%), una maggiore trasparenza dei mercati finanziari (87%),  tassazione sui profitti bancari (81%) e regolamentazione dei salari nel settore finanziario (79%)

La fiducia dei cittadini europei nei confronti dei loro governi ha raggiunto un minimo di 24%, verso i loro parlamenti è al 27%, verso l’Unione Europea è al 34%.

Richiesti di dare un giudizio sull’Unione Europea che includa anche una posizione neutrale, il 26% si è detto ostile, il 31% favorevole, il 41% neutrale. Gli ostili sono cresciuti del 6% tra la primavera e l’autunno del 2011, i favorevoli sono crollati di nove punti percentuali. In pratica, siamo entrati nel 2012 con il 72% dei cittadini europei che non dà un giudizio positivo dell’Unione Europea, con una tendenza prevalente nel segno di un ulteriore calo delle impressioni favorevoli.

Fiducia nel Consiglio dell’Unione Europea al 32%, nella BCE al 40% (ultima rilevazione in primavera, ed era in netto calo) nel Parlamento europeo al 41%, nella Commissione Europea al 36%.

Cos’è successo a Tolosa?

di Stefano Fait

Ciò che distingue la presidenza di Nicolas Sarkozy da quelle che l’hanno preceduta, al di là di una comune personalizzazione del potere propria alla V Repubblica, è di non avere alcun senso del limite, degli impedimenti e degli ostacoli che tutte le democrazia autentiche, vive e coscienti impongono al potere esecutivo. Non solo, questo presidente arriva perfino a vantarsi, in nome della “rottura” promessa e dell’attesa di efficacia che ha creato intorno alla sua persona, di non voler neppure prendere in considerazione tutto ciò che lo può bloccare, frenare o rallentare. Per lui, il movimento e l’azione, a qualunque prezzo, per tutti gli altri, l’immobilismo e la conservazione. Così facendo, questa presidenza ci ha abituato a un pensiero antidemocratico, ed è questo il “colpo di Stato” che ha realizzato: inquietante per l’immediato e pericoloso per l’avvenire.

Edwy Plenel, decano del giornalismo francese (cit. Guido Caldiron, “I fantasmi della République”, pp. 9-10)

Preferirei essere un monaco carmelitano che continuare a fare politica, se dovessi perdere.

Nicholas Sarkozy, 24 gennaio 2012

Sarkozy ha paura di perdere le elezioni, perché perderebbe l’immunità presidenziale.

Manuel Valls, responsabile della comunicazione della campagna elettorale di François Hollande

L’unica possibilità per Sarkozy di vincere queste elezioni è un evento esogeno nel paese, un evento internazionale, eccezionale o traumatico. Solo un cataclisma in grado di unire i Francesi attorno al presidente può offrire a Sarkozy una possibilità di rielezione.

Christophe Barbier, direttore dell’Express, “C dans l’air”, France5, 12 marzo 2012 [il video è stato successivamente rimosso]

Da ora in poi chiunque consulterà in maniera abituale dei siti internet che fanno apologia del terrorismo, o che fanno appello all’odio e alla violenza, sarà punito penalmente. Chiunque si rechi all’estero per seguire attività di indottrinamento a delle ideologie che portano al terrorismo sarà punito penalmente. La diffusione e l’apologia di ideologie estremiste saranno punite con gli tessi termini del codice penale che sono ora rivolti alla lotta antiterrorismo.

Nicholas Sarkozy, 22 marzo 2012

Non era violento. Non riesco a trovare un legame tra il ragazzo che conoscevo e quello che ha commesso questi attentati. È certamente cambiato nella sua testa, nelle sue convinzioni.

Christian Etelin, l’avvocato di Merah

Le analisi si sprecano riguardo alle tragiche vicende tolosane, all’antisemitismo, al multiculturalismo, alla missione civilizzatrice della Francia repubblicana, al ruolo di “Stabilizzatore Straordinario” di un Sarkozy che, fino al momento dell’attacco alla scuola ebraica di Tolosa, arrancava nei sondaggi, mentre ora è in testa.

Mohamed Merah, il responsabile della strage alla scuola ebraica, 23 anni, ha effettuato il suo primo attacco l’11 marzo, uccidendo un paracadutista francese, Imad Ibn-Ziaten, musulmano francese. Il 15 marzo è stata la volta di altri due soldati, Abel Chennouf e Mohamed Legouad. Un altro soldato è rimasto gravemente ferito. In questi attacchi Merah ha usato uno scooter rubato alla prima vittima. La polizia ha cominciato a stringere il cerchio attorno a lui quando si è fermato da un meccanico – pur essendo lui stesso un meccanico! – per farsi togliere un GPS-antifurto dal motorino rubato.

La mattina del 21 marzo 2012, Merah telefona al canale televisivo France 24 e informa un giornalista di aver filmato gli omicidi e che ha intenzione di metterli su internet [non mi risulta che questa registrazione sia stata resa pubblica].

Lo stesso giorno, “una bomba artigianale è esplosa davanti all’ambasciata dell’Indonesia, in un quartiere chic della capitale francese, senza causare feriti, ma danni ingenti. Testimoni hanno visto tre uomini lasciare un pacco vicino all’ambasciata”:

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/03/21/APIE1q8B-bomba_indonesiana_ambasciata.shtml#axzz1pvz7Og4i

La polizia francese cerca di arrestarlo nel suo appartamento. Merah spara attraverso la porta e ferisce tre poliziotti. I rapporti di polizia indicheranno che Merah era armato con un AK-47, un Uzi, diverse pistole e forse (?) delle granate [le granate c’erano o non c’erano?]. Altre armi sono state trovate in una Renault Megane che aveva noleggiato.

La polizia fa esplodere della cariche per metterlo sotto pressione. Il portavoce degli Interni Pierre-Henry Brandet spiega che il terrorista ha cambiato idea e non intende più arrendersi [gas invece di cariche esplosive? Non sarebbe stato meglio, visto che non aveva ostaggi?]. L’irruzione del 22 marzo nell’appartamento dove è asserragliato Merah causa l’ulteriore ferimento di due poliziotti. L’autoproclamato jihadista si lancia dalla finestra. Viene ucciso con un colpo alla testa da un cecchino.

Merah, nonostante la giovane età e pur essendo uno jihadista dichiarato, ha viaggiato molto, è stato arrestato molte volte in diversi paesi con legami con il terrorismo. È persino andato in Israele, nazione che odiava, pur essendo stato inserito in una lista nera. Centinaia di sospettati di jihadismo sono stati trasferiti a Guantanamo o sono stati “smarriti” nella rete di prigioni segrete della Guerra al Terrore. Lui, che non ha mai nascosto le sue inclinazioni, ha potuto proseguire con le sue attività.

La Reuters ha intervistato il direttore della prigione afghana di Sarposa, nei pressi di Kandahar, che afferma che Merah era stato detenuto lì fino al 13 giugno del 2008, giorno in cui ci fu un’evasione di massa. L’avvocato di Merah ha smentito: tra il dicembre del 2007 ed il settembre del 2009 era in prigione in Francia, per rapina a mano armata. Caso di omonimia?

Quel che è certo è che è un giovane scapestrato: ruba, minaccia, picchia e guida senza patente; per esempio, lo scooter Yamaha T-Max, quello del massacro alla scuola ebraica.

La sua famiglia non sa come controllarlo, lo abbandona al suo destino. Si reca in Afghanistan nel 2010, dopo aver minacciato i suoi vicini in Francia con una spada, urlando “Allah Aqbar”. Denunciato almeno tre volte per questo comportamento, la polizia non prende provvedimenti contro di lui. Quando Claude Guéant, il ministro degli Interni francese, lo definisce “calmo e posato” dice una fesseria sbalorditiva ed irresponsabile. Chi lo conosce lo descrive come un fondamentalista islamico, ossessionato dalla jihad, che tiene in casa scimitarre appese al muro ed un gigantesco Corano, che ascolta canti che incitano alla violenza, che guarda raccapriccianti video di Al-Qaeda in cui si uccidono e sgozzano uomini e donne:

http://www.letelegramme.com/ig/generales/france-monde/france/en-treillis-avec-un-sabre-hurlant-allah-akbar-22-03-2012-1641019.php

http://www.letelegramme.com/ig/generales/france-monde/france/de-la-delinquance-a-la-derive-radicale-22-03-2012-1641011.php

Sono i video del kamikaze che, due giorni prima dell’11 settembre 2001, uccise il grande Massoud, uno dei combattenti per la libertà più democratici e raffinati che si possano immaginare, specialmente per gli standard di quella regione:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ahmad_Shah_Massoud

Video diffusi da un sito gestito da qualcuno che non scrive in arabo e che serve a reclutare jihadisti.

È noto – perché non l’hanno mai nascosto – che qualche decennio fa la CIA usava le stesse strategie (video, canti, predicatori) per reclutare mujaheddin da usare per trasformare l’Aghanistan nel Vietnam russo. Non lo faceva solo in Asia:

http://www.statecraft.org/index.html

Anche Merah si definisce un mujaheddin in missione per spazzare via dalla faccia della terra quelli che uccidono i musulmani [dunque anche se stesso, visto che ha ucciso tre soldati musulmani] ed è violento, fuori controllo:

http://www.letelegramme.com/ig/generales/france-monde/france/mohamed-merah-delinquant-toulousain-recale-par-l-armee-et-devenu-moudjahid-21-03-2012-1640728.php

Suo fratello è già piombato nel vortice salafista [sono i salafisti che hanno ucciso Vittorio Arrigoni e che hanno scatenato il caos in Siria:

http://www.informarexresistere.fr/2012/02/15/le-singolari-antipatie-di-al-qaeda/#axzz1pkJAZiL8

Ed è possibile, secondo Gilles Kepel,  che sia stato lui a fargli il lavaggio del cervello [l’intervista a Kepel è senza audio, si attende che sia ripristinato, se mai lo sarà].

Nonostante tutti questi precedenti, Merah ottiene senza problemi un visto per il Pachistan. Viene brevemente arrestato dai servizi di sicurezza afghani a Kandahar, a novembre del 2010, e poi liberato, dopo aver avvertito l’ambasciata francese a Kabul:

http://www.slate.fr/france/51909/tuerie-suspect-arrete-afghanistan

http://www.slate.fr/france/51941/mohammed-merah-toulouse

Anche in Pachistan viene segnalato alle autorità francesi per il suo comportamento violento. È quindi impossibile che Guéant sia in buona fede quando lo descrive come “calmo e posato”. Guéant mente oppure è un totale incompetente.

L’esperienza afghano-pachistan di Merah è fallimentare (se ne torna con l’epatite).

La ripete comunque due volte, sempre senza trovare ostacoli alla partenza o all’arrivo, pur essendo stato schedato in una no-fly list dall’FBI:

http://abcnews.go.com/Blotter/french-school-shooter-us-fly-list/story?id=15981115#.T2uZkfWrQ4c

Si reca in Israele ed in diversi paesi medio-orientali, senza mai essere fermato:

http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/report-suspect-in-french-jewish-school-shooting-visited-israel-1.420249

Sono gli Americani ad espellerlo dall’Afghanistan. Perciò anche gli Americani sapevano bene chi era Merah. È improbabile che non abbiano informato a loro volta i Francesi su chi stavano rimpatriando.

I funzionari del ministero degli Interni francese erano perciò stati informati da Afghani, Pachistani ed Americani e non possono fingere di essere stati presi in contropiede.

Merah, incredibilmente, aveva anche deciso di arruolarsi nella Legione Straniera (!!!!!):

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=46666&sez=HOME_NELMONDO&npl=&desc_sez=

“Nel 2010 aveva anche provato ad entrare nelle Legione Straniera, presentandosi nella notte in un centro di Tolosa dove però, di spontanea volontà, se ne sarebbe andato senza partecipare ai duri test di valutazione. L’uomo da tempo era noto al Dcri, l’intelligence francese, perchè segnalato dai servizi segreti pakistani. Anche il fratello che è stato arrestato all’alba e nella cui auto è stato rinvenuto dell’esplosivo si è dichiarato jihadista salafita.

http://blog.panorama.it/mondo/2012/03/21/chi-e-mohammed-marah-il-killer-di-tolosa-il-ritratto/

La BBC suggerisce che questa vicenda apporterà consistenti vantaggi elettorali a Sarkozy

www.bbc.co.uk/news/world-europe-17460652

ALCUNI INTERROGATIVI

Merah è sempre stato violento o lo è diventato?

Poteva essere fermato?

http://www.lettera43.it/attualita/44472/tolosa-la-strage-poteva-essere-evitata.htm

Poteva essere preso vivo (Sarkozy aveva dichiarato di volerlo vivo)?

http://www.lettera43.it/cronaca/44597/tolosa-la-polizia-ha-fallito.htm

La Francia è al centro di una strategia della tensione?

http://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_della_tensione

Quali rapporti intrattiene il governo francese con gli jihadisti?

http://blog.panorama.it/mondo/2011/09/05/jihadisti-in-libia-per-loro-garantisce-sarkozy/

Israele sta cercando di “convincere” gli Ebrei europei – la Francia è al terzo posto nel mondo, dopo Israele e Stati Uniti, per numero di Ebrei residenti – a trasferirsi in Israele, “al sicuro”, come già fece con gli Ebrei sefarditi che vivevano pacificamente nei paesi arabi al momento della fondazione di Israele?

http://www.gilad.co.uk/writings/is-it-an-israeli-false-flag-again.html#entry15547959

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=4504

“Se noi ebrei vogliamo esistere ed essere forti, dobbiamo capire che c’è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale”. “I nostri figli nel mondo intero dovrebbero sentirsi toccati, e diventare soldati in Israele, all’età richiesta e quando la necessità si fa sentire”.  “Tutti gli ebrei dovrebbero conoscere le stesse paure e le stesse speranze per i loro bambini”.  “Gli ebrei possono non condividere la politica israeliana a condizione che si considerino come israeliani”.  “Senza dubbio la maggioranza degli ebrei non ha voglia di abbandonare la propria posizione sociale, acquisita nella Diaspora, e di rinunciare al proprio lavoro, ma devono capire che non hanno più scelta. Hanno un paese che appartiene loro, e se lo desiderano possono acquisire la doppia nazionalità. Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano”. “I nostri nemici e i nostri detrattori ci rispetterebbero di più, se fossimo uniti nel credere che israeliani ed ebrei sono la stessa cosa”. “In quanto popolo monoteista più antico meritiamo rispetto”. “In Israele c’è uno stato ebraico basato su principi ebraici. Essere ebrei in Israele non significa essere una minoranza in un paese sicuro, ma appartenere ad una maggioranza che affronta delle responsabilità e dei pericoli”. “Non bisogna dimenticare che gli ebrei sono un popolo del deserto, che Abramo ha lasciato il suo focolare per partire nel deserto. Allora perché non torneremo alle nostre radici e alle nostre origini?”. “Dovremmo essere molto fieri, d’avere un paese nostro, e dunque dovremmo sostenerlo e restare uniti”. “Dio ci benedica”.

Alain Elkann, “Gli ebrei diventino tutti cittadini di Israele”, La Stampa 10 giugno 2010.

Il 2012 è l’anno della Rivoluzione Globale – vi spiego perché

di Stefano Fait

Il mantenimento stesso del livello di vita raggiunto nel nostro paese richiede che si innalzi l’intensità del capitale umano e riprenda a crescere la produttività totale di fattori; non può non richiedere, come ho osservato in altre occasioni, che si lavori di più, in più e più a lungo

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, 7 marzo 2012

Bisogna riconoscere che le autorità stanno facendo di tutto per far avverare la mia “profezia” di qualche mese fa (25 novembre 2011):

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/e-successo-un-quarantotto-la.html

Le cose, intanto, si stanno muovendo in quella direzione. Ci sarebbero delle alternative, se chi comanda si ricordasse che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Invece stiamo, ahimè, arrivando alla resa dei conti tra chi crede nella democrazia e chi crede nell’oligarchia.
È una cosa terribile, una sconfitta per chi ammira il coraggio e lo spirito di sacrificio di coloro i quali hanno ristabilito la democrazia sconfiggendo il nazismo, per chi ha sognato un’Europa unita, democratica, pacifica e prospera, modello per il resto del mondo, nonché per chi ha celebrato il 1989 come la fine di un incubo e l’inizio di una stagione di progresso civile e morale per tutta l’umanità.

Lo ripeto: nulla di tutto questo era inevitabile, ma qualcosa è andato tragicamente storto:

http://fanuessays.blogspot.com/2012/01/golpe-psicopatico.html

Non resta altro da fare che difendersi e difendere il nostro prossimo.

Mentre l’Egitto è prossimo alla bancarotta:

http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2012/03/01/visualizza_new.html_106197565.html

Come aveva correttamente previsto Jacques Attali:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/27/le-4-principali-sfide-dei-prossimi-anni-secondo-jacques-attali/#axzz1od3sL7a5

Gli Egiziani si preparano alla vera Rivoluzione (quella dell’anno scorso era una ribellione, non una rivoluzione):

http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/02/news/egitto_strage-29223974/

http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/104124-egitto-protesta-davanti-ambasciata-usa-decine-i-feriti

Lo Yemen è una polveriera, com’era prevedibile, se s’impone un unico candidato alle elezioni e lo si fa vincere con il 99,8 per cento dei voti:

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Yemen-scontro-tra-battaglioni-esercito-davanti-casa-presidente-a-Sanaa_313041476999.html

La Spagna si ribella:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9977

L’Irlanda si ribella:

http://www.forexinfo.it/Irlanda-referendum-sul-fiscal

Si ribellano gli etnopopulisti olandesi sui quali si regge il governo e che pretendono un referendum:

http://www.rischiocalcolato.it/2012/03/good-morning-europa-rajoy-affonda-il-fiscal-compact-e-lolanda-ripensa-al-fiorino-di-maurizio-blondet.html

La Grecia si ribella:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/28/la-rabbia-e-lamore-sulla-violenza-in-grecia/

anche perché con un disoccupazione giovanile che eccede il 50% (!!!!!!), c’è poco altro da fare:

http://ca.news.yahoo.com/greek-unemployment-hits-record-high-december-21-percent-101223761.html

La Romania si ribella:

http://www.corriere.it/esteri/12_gennaio_17/romania-scontri_f9c874fe-410a-11e1-b71c-2a80ccba9858.shtml

Il Portogallo si ribella:

http://italian.irib.ir/notizie/economia/item/103036-portogallo–crisi-proteste-contro-tagli-mercoledi-visita-troika

L’Italia si ribella (il 44% degli Italiani sta con i no-Tav, a dispetto della quasi unanimità pro-Tav dei media):

http://www.notav.info/top/caro-passera-caro-bersani-anche-i-sondaggi-dicono-notav/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/02/bandiere-greche-in-val-di-susa-disobbedienza-civile-solidale-nel-mediterraneo-e-oltre/

In Sicilia:

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201203061114-ipp-rt10062-sicilia_forconi_tornano_in_piazza_a_palermo_si_uniscono_no_tav

In Sardegna Napolitano viene chiamato “buffone” e “servo dei banchieri”:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/4036-cagliari-contesta-napolitano-sei-il-presidente-delle-banche

http://www.corriere.it/politica/12_febbraio_21/napolitano-sassari_0efbcb9c-5c76-11e1-beff-3dad6e87678a.shtml

L’Islanda si ribella:

http://it.euronews.com/2012/03/05/islanda-l-ex-premier-haarde-a-processo/

I Canadesi si ribellano ai brogli elettorali che hanno portato al governo l’ultra-filoamericano neoliberista Stephen Harper:

http://rabble.ca/news/2012/03/wave-protest-against-electoral-fraud-kicks-saturday-vancouver

Persino gli Americani cominciano a ribellarsi. Nel 2011 solo il 17% degli statunitensi riteneva che il governo federale godesse della legittimità a governare, una percentuale che scendeva al 6% per quel che riguarda il Congresso, i livelli più bassi della storia dei sondaggi d’opinione negli USA:

http://www.washingtonsblog.com/2011/08/rasmussen-poll-american-sentiment-is-pre-revolutionary-only-17-say-u-s-government-has-consent-of-the-governed.html

http://www.blitzquotidiano.it/economia/usa-sondaggio-tasse-aumento-ricchi-703632/

http://www.nytimes.com/2011/10/26/us/politics/poll-finds-anxiety-on-the-economy-fuels-volatility-in-the-2012-race.html

Qualcosa di molto brutto accadrà negli Stati Uniti:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/dominio-mercenario.html

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/07/ndaa-torneranno-i-campi-di-concentramento-in-america/#axzz1oEiKocMC

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/lo-slittamento-giuridico-verso-la-dittatura-usa-2001-2012/#axzz1oEiKocMC

Il Regno Unito ha già avuto un assaggio di quel che ci attende:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/londra-in-fiamme-preludio-alla-rivoluzione-globale/#axzz1oEiKocMC

e le Olimpiadi non saranno tranquille:

http://www.lettera43.it/attualita/41757/londra-2012-giochi-di-protesta.htm

anche perché il numero di senzatetto è cresciuto di almeno il 14% in un anno, senza contare chi è stato costretto a trasferirsi da parenti ed amici e non è su una strada solo grazie alla loro benevolenza:

http://www.guardian.co.uk/society/2012/mar/08/homelessness-rise

Stanno subappaltando ad imprese private i compiti delle forze dell’ordine (pubblico), nonostante il fatto che la principale causa delle rivolte urbane dell’anno scorso siano stati i pessimi rapporti tra poliziotti e residenti di certi quartieri – figuriamoci quando saranno dei mercenari a pattugliare le strade e compiere arresti:

http://www.guardian.co.uk/uk/2012/mar/02/police-privatisation-security-firms-crime

Difficile credere che gli agenti prenderanno bene questa cosa. La loro lealtà sarà messa a dura prova, potrebbero rivoltarsi contro i loro “padroni”.

I Francesi hanno già dimostrato di cosa sono capaci:

http://www.ilpost.it/2010/10/19/sesta-giornata-di-proteste-e-scioperi-in-francia/

François Hollande, candidato socialista alle presidenziali francesi, ha dichiarato, in risposta all’ostilità degli eurocrati nei suoi confronti: “Siamo una grande nazione che non si fa comandare”:

http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/05/Merkel_Pericolo_Hollande_dietro_Patto_co_9_120305021.shtml

In Australia gli aborigeni protestano e costringono la premier Julia Gillard ad uscire dalla porta sul retro di un ristorante:

http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2012/20120127_video_13155471/00000157-australia-protesta-aborigeni-bruciano-la-bandiera.php

Proteste in Croazia e Slovenia:

http://www.italintermedia.com/2011/10/anche-in-croazia-e-slovenia-si-diffondono-le-proteste-contro-il-capitalismo-neoliberale/

Proteste in Cina:

http://www.ilpost.it/2012/01/07/le-500-proteste-al-giorno-in-cina/

Solo il clima pre-bellico ha placato le proteste di massa in Israele:

http://www.ilpost.it/2011/09/04/le-foto-di-stanotte-in-israele/

Anche i media più popolari cominciano a contestare le politiche europee:

http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,816498,00.html

Persino gli ossequienti Giapponesi protestano:

http://it.euronews.com/2012/01/19/nucleare-tokyo-ci-riprova-proteste-in-giappone/

Il 10 marzo si fa la storia, a piccoli passi

di Stefano Fait

Qui una sintesi delle riflessioni sviluppate nell’articolo che segue le citazioni:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/07/perche-il-10-marzo-saro-in-piazza-per-lautonomia-redux/

Se in piazza non ci saranno migliaia di persone, sarà un flop clamoroso.

Luis Durnwalder, “Trentino”, 2 marzo 2012

Il mio timore è che molti di noi, pur amando dissertare di autonomia, pur riconoscendone valore e utilità, non ne avvertano invece una sincera ed autentica passione.

Franco Panizza, “Trentino”, 3 marzo 2012

Una proposta, quella di fare del Trentino un laboratorio permanente per la risoluzione dei conflitti nazionali e territoriali attraverso l’autogoverno come paradigma post-nazionale, mettendo in rete – come è stato per la Carta sull’autonomia del Tibet – i luoghi della ricerca di questa terra impegnati sul piano internazionale, dall’Università al Centro di formazione alla solidarietà internazionale, dal Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani all’Osservatorio Balcani Caucaso… Ne avevamo parlato qualche giorno fa con l’ambasciatore del Marocco e con il presidente Dellai, a partire dalla semplice considerazione che quello trentino è in sé un piccolo laboratorio sull’autonomia, guardato con attenzione da molti e in latitudini diverse.

Michele Nardelli

http://www.michelenardelli.it/diario.php?anno=2012&mese=03

L’autonomia, sia individuale sia collettiva, pietra angolare dei regimi democratici, corrisponde al diritto di cercare attraverso se stessi, non alla certezza di trovare.

Tzvetan Todorov, “Il secolo delle tenebre”

Difetta nei più, per miseria, per indifferenza, secolare rinuncia il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano. Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona, nei suoi valori e rapporti esterni, che della loro personalità. […]. Mussolini fornisce la misura della sua banalità quando considera il problema della autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli Italiani. Vivaddio, non è questo che occorre insegnare agli Italiani! Da secoli si piegarono a tutti i domini e servirono tutti i tiranni. La nostra storia non offre sinora nessuna vera rivoluzione di popolo.

Carlo Rosselli, “Socialismo liberale”

Ieri sera sono rimasto assolutamente sconcertato dalla visione del mondo delineata su Rai News 24 da due parlamentari italiani, Adolfo Urso (ex MSI, presidente della Fondazione i FareFuturo, e Guido Crosetto (PDL).

Entrambi fautori di una Grande Coalizione PDL-PD-Centro a sostegno della ricandidatura di Monti nel 2013, la definiscono un’Alleanza dei Responsabili, contrapposta a “tutti gli altri” (sic!) che bollano come “populisti” e “demagoghi”, spiegando che “non si può andare contromano su un’autostrada. Se il mondo va in una certa direzione l’Italia deve fare lo stesso”. I due parlamentari dividono il mondo tra i realisti che appoggiano Monti e la Tav e gli altri, gli anti-moderni, che rappresentano una zavorra per l’Italia e con i quali non si possono stabilire degli accordi, perché sono per definizione nel torto. La Grande Coalizione sarebbe allora una muraglia contro questi nuovi barbari, per preservare la civiltà. Se qualcuno pensa che io sia caduto in eccessi retorici, lo invito a seguire con attenzione le dichiarazioni di chi si schiera con il progetto della Grande Coalizione. Urso e Crosetto hanno promesso che nei prossimi mesi la separazione antropologica tra gli uni e gli altri sarà resa sempre più netta, “per poter chiarire le idee all’elettorato italiano, in special modo riguardo alla grande trasformazione della logica degli schieramenti che si renderà necessaria per dar vita alla Grande Coalizione”.

Considero un’assoluta priorità smascherare la reale natura di questo progetto, che è destinato a ridurre ulteriormente gli spazi democratici di questo paese e a confliggere con le autonomie locali.

La visione del mondo propagandata dai summenzionati parlamentari (ma anche dal governo Monti e da Napolitano) è quella, fatalistica, di una società governata da forze inarrestabili ed incontrollabili che si possono solo assecondare. Mentre la premessa della democrazia è l’autodeterminazione, la capacità dei cittadini di trasformare le proprie circostanze di vita eleggendo dei rappresentanti che incarnino la loro volontà, che può essere e spesso è in contrasto con quella di chi detiene il potere economico-finanziario e militare, la lettura della realtà di questi politici non è dissimile a quella che ha ostacolato l’abolizione dello schiavismo e dell’apartheid: esiste un unico modello possibile, chi dissente è un demagogo, chi sottoscrive è responsabile. Crosetto lo diceva con gli occhi bassi, senza guardare la telecamera. Forse una parte di lui si vergognava delle parole che gli uscivano dalla bocca. Urso, memore del suo passato alla direzione nazionale del Fronte della Gioventù, sembrava trovarsi molto a suo agio in questa cornice di ineluttabilità e di gerarchie inossidabili. Fosse stato per loro Rosa Parks, l’involontaria eroina dell’anti-segregazionismo, non sarebbe mai dovuta esistere: irresponsabile! Com’è irresponsabile, sempre dal loro punto di vista, una comunità autonoma che si oppone al volere delle autorità centrali.

Lo chiede Bruxelles! Lo chiedono le autorità mondiali!

Sarebbe bene che Durnwalder e Dellai – e chi verrà dopo di loro – riflettessero a lungo sulle implicazioni del varo della Grande Coalizione. Vi è, alla radice, l’idea che il dissenso dei cittadini e delle comunità locali è sempre e comunque espressione di un interesse particolare nocivo al bene comune e che i progetti del potere sono sempre guidati da una prassi decisionale efficace, rapida e pragmatica che privilegia razionalità, disciplina ed assenza di sentimentalismi, preconcetti e pregiudizi. Tecnici e professori non sbagliano e, se sono dalla parte sbagliata, come nel caso dei no-Tav, è perché sono faziosi e non analizzano la realtà obiettivamente (altrimenti sarebbero pro-Tav).

In questa supponente Weltanschauung, gli autonomismi rappresentano un’incoerenza ed una contraddizione nel disegno generale, sono intellettualmente e psicologicamente irritanti, fomentano l’indisciplina ed il disordine.

L’aggressività montiana contro le autonomie non è esclusivamente motivata dalla dottrina dell’austerità senza se e senza ma. C’è dietro anche un impulso psicologico dettato dal senso di intangibilità morale (che normalmente appartiene alla sfera del sacro), il senso che le proprie decisioni sono insindacabili e moralmente ineccepibili e che chi punta il dito contro l’arbitrarietà di certe decisioni prese in nome del bene comune non sa quello che dice o è un fanatico, populista/demagogo, ecc. Questo paternalismo/maternalismo statalista mal tollera le autonomie e non è per nulla benevolo, anche se ritiene di esserlo: il potere di generare la vita e di nutrirla è anche quello che la fa appassire; la fiducia può mutarsi in ricatto.

Viene allora a mancare la cultura tipicamente democratica della gestione del conflitto e della pluralità come fonti di creatività, innovazione, miglioramento, proprio in un momento in cui le magagne del modello di sviluppo dominante sono dolorosamente sotto gli occhi di tutti ed è sempre più chiaro che il nostro stile di vita deve essere negoziabile, per il bene delle generazioni a venire.

Invece il conflitto viene riclassificato come caos: il mantenimento dell’ordine delle cose non va messo in discussione e chi lo fa è dogmatico, superstizioso o disadattato ed il suo atteggiamento è passibile di correzione. Giusto è quel che il potere stabilisce sia giusto e solo dei malvagi e degli egoisti si potrebbero opporre al giusto ed al bene: saranno dunque necessari degli energici disciplinamenti della popolazione e dei governi locali. Ciò che stona va rimosso, in nome dell’utilità sociale.

Alla luce di quanto detto, la manifestazione di sabato 10 marzo in piazza Battisti a Trento in difesa dell’autonomia avrà un significato molto importante, forse perfino epocale.

In Italia non se ne accorgerà nessuno, perché i media saranno occupati a coprire ben altre questioni, ma resta il fatto che questo evento molto piccolo crescerà, con il tempo, fino ad assumere proporzioni forse ingiustificate, perché noi esseri umani viviamo in una rete di miti ed archetipi e continuiamo a produrne di nuovi. Quel che è certo è che si tratta dell’inizio di un discorso più ampio che non sappiamo dove ci condurrà, ma che è diventato irrinunciabile ed è decisamente stimolante, come lo sono, di norma, le grandi trasformazioni.

Data la situazione attuale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/05/prima-vennero-per-i-greci-e-non-dissi-nulla-perche-non-ero-greco/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/basta-prendersela-coi-tedeschi-siamo-tutti-sulla-stessa-barca/

ad aprile, i Greci voteranno quasi certamente per un governo tenacemente ostile a Bruxelles, che molti prevedono indirà quanto prima un referendum sulla permanenza nell’eurozona. Sfidando l’ira delle autorità europee, il nuovo primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha dichiarato che sarebbe suicida inseguire i termini europei sul taglio del deficit, perché spingerebbe il tasso di disoccupazione oltre la soglia del 25% (quella giovanile è già oltre il 40%). La Spagna è un morto che cammina, anche se i riflettori si concentrano su Grecia e Portogallo, che in effetti, fino ad oggi, se la sono passata peggio. Si trascura la Spagna (in termini di PIL, 1XSpagna = 5XGrecia), perché la sua caduta segnerebbe la fine del progetto degli Stati Uniti d’Europa. Però alla fine del 2011 il deficit spagnolo ha toccato quota 8,51%, 2 punti e mezzo percentuali oltre quel che aveva preventivato Zapatero. Quello delle comunità autonome è più che raddoppiato in un solo anno. Una politica di rientro del deficit che eviti sommosse in ogni città spagnola è praticamente impossibile.

In Francia la notizia che la Merkel avrebbe fatto (slealmente: si può dire?) campagna elettorale per Sarkozy ha favorito il suo sfidante socialista, Hollande, molto critico della politiche europee di austerità e centralistiche:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-06/patto-antihollande-sarkozy-autogol-063917.shtml?uuid=AbRsOz2E

I potenti d’Europa non hanno ancora capito che la maggioranza dei cittadini li detesta?

La Repubblica Ceca si è saggiamente chiamata fuori dall’intesa fiscale (Fiscal Compact – la “regola d’oro” della disciplina del budget), assieme ai britannici. Il governo irlandese indirà un referendum sul Fiscal Compact, l’insieme delle nuove norme europee di controllo del budget fiscale. Gli Irlandesi hanno già bocciato il trattato di Nizza nel 2001 e quello di Lisbona nel 2008. Il giudizio dell’elettorato è, per il momento, negativo. Questo voto non rappresenta una minaccia per le autorità europee, dato che sono sufficienti 12 ratifiche su 25 stati firmatari per approvare il F.C. Tuttavia il no lancerebbe un chiaro segnale agli altri popoli europei che già associano il termine austerità all’idea di trasferimento dei beni dalla classe media ai ricchi.

Veniamo all’Italia, che registra una caduta dei consumi persino nel settore alimentare, quello che in tempi di crisi è l’ultimo a cedere. Nel frattempo il mercato delle auto sta tirando le cuoia (mentre Marchionne continua a pontificare su tutto):

http://www.unrae.it/primo-piano/categorie/comunicati-stampa/item/2287-immatricolazioni-di-autovetture-febbraio-2012

Quest’inverno migliaia di Europei sono morti assiderati (ipotermia) o di malattie stagionali perché non potevano permettersi di pagare le bollette e le medicine.

In Portogallo:

http://www.rtp.pt/noticias/index.php?article=530502&tm=8&layout=121&visual=49

nel Regno Unito:

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2100232/Frozen-death-fuel-bills-soar-Hypothermia-cases-elderly-double-years.html?ito=feeds-newsxml

nell’Europa orientale ed occidentale:

http://it.euronews.net/2012/02/02/europa-ondata-di-freddo-killer/

Il prossimo inverno, se sarà rigido quanto il precedente (o più rigido),

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/02/16/verso-una-nuova-era-glaciale-il-quadro-dinsieme/

tutto questo non sarà accettato con fatalismo. Tra una tormenta e l’altra i cittadini andranno a prendersi con la forza quello di cui necessitano.

Il forte rallentamento dell’economia cinese (-1,5% rispetto all’anno precedente) e il nuovo boom dei junk bonds (i titoli spazzatura/obbligazioni ad alto rischio che ci hanno portato al disastro) ci fa capire che la crisi dell’eurozona è quasi certamente definitiva e che anche gli stati nazionali rischiano di essere trascinati nell’abisso di questo colossale fallimento, sotto il peso di un indebitamento senza rimedio.

Questo scenario può sfociare in due possibili direzioni: quella di uno stato centralizzato, sul modello degli Stati Uniti d’America (federazione), oppure quella di una proliferazione di piccoli stati confederati (confederazione), allineati allo spirito delle occupazioni degli indignati e della lunga tradizione dell’autonomismo/regionalismo/municipalismo italiano, che evolveranno verso nuove forme di auto-organizzazione collettiva.

Ahimè, ciò, verosimilmente, non avverrà pacificamente: nessun parto è pulito ed indolore.

L’AUTONOMIA PUÒ ESSERE IL VALORE-GUIDA DEL MONDO NUOVO

Ospitalità ed autonomia potrebbero rappresentare lo strumento del nostro riscatto, il volano per un Mondo Nuovo.

La libertà individuale, con annessa responsabilità personale, a volte ci sembra una zavorra. È più facile delegare le decisioni ad altri ed accusarli di aver sbagliato, se commettono degli errori. È ancora più facile distribuire la responsabilità tra i membri di un’intera comunità, enfatizzando la libertà collettiva e i narcisismi collettivi: “mal comune mezzo gaudio, e comunque tutte queste persone non possono aver torto” (chissà quanti Tedeschi l’hanno pensato o detto durante il nazismo!).

L’idea moderna di autonomia, però, è incentrata sul principio dell’importanza di assumere, almeno in una certa misura, il controllo delle proprie esistenze, coralmente, invece di vivere alla mercé degli agenti esterni, in un infantilismo protratto.

Ho già affrontato la questione della libertà, il principio da cui scaturisce quello dell’autonomia in un articolo di qualche tempo fa:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-liberta-quella-vera/

L’idea moderna di autonomia presuppone l’autodeterminazione personale (libertà) in una cornice di autodeterminazione comunitaria (responsabilità).

L’una non esclude l’altra: sono complementari.

Un cittadino adulto, maturo, non ripudia la sua autonomia di giudizio e si batte per espandere questo suo diritto inalienabile (giacché non è un privilegio né una concessione), a partire dalla sua comunità, perché sa che essere circondato da persone consapevoli, libere e responsabili, che sanno decidere in coscienza, va a tutto vantaggio suo e del bene comune. In questo senso la democrazia autonomista ha provato, per quanto è possibile, a realizzare (inverare) l’ideale delle prime comunità cristiane: la piena autonomia delle personalità nell’unità di un destino comune. Questo ideale, a sua volta, in un circolo virtuoso, si fa spontaneo promotore delle virtù dell’autonomia: la tolleranza (non paternalistica), il dialogo, l’apertura, l’autodisciplina e la disponibilità all’autocritica ed al cambiamento. 

Riguardo a quest’ultimo aspetto, non dobbiamo commettere l’errore di ricadere in quello che chiamo “autonomismo tassidermico”, ossia la tendenza a fissare le identità come quando s’impaglia un animale, a bloccare il cambiamento, come i serpenti che cambiano pelle ma rimangono sempre gli stessi. Quella è la strada della morte dell’autonomismo e delle sue istituzioni, che diventano dei morti-viventi che pretendono devozione ed asservimento a beneficio della loro auto perpetuazione, invece di porsi al servizio dei cittadini, come sarebbero tenute a fare (è quella la loro ragion d’essere).

L’autonomia, l’autonomismo, le comunità autonome devono poter cambiare nel tempo, come cambiano gli esseri umani, altrimenti diventano ingabbiatori e vampiri, annichilitori della ragione e dignità umana. Un autonomismo etnicamente connaturato, per quanto si sforzi di passare per una crociata in favore dei più deboli, è ispirato al principio del diritto del più forte di prevalere ed infantilizza i cittadini invece di avviarli alla maturità. Infatti nessuno può definire me o chiunque altro: solo io posso assumermi la responsabilità di stabilire chi sono e come gestire responsabilmente questa mia identità mutevole, eterogenea, sfuggente.

Malauguratamente, la tendenza dominante al momento attuale è quella di un’unificazione europea di carattere tecnocratico ed autoritario, avversa alle autonomie locali. In ogni occasione ci viene ripetuto che questa è l’unica soluzione a tutti i nostri problemi.

Queste sono le mie argomentazioni in favore di un programma confederale (ossia contro il progetto degli Stati Uniti d’Europa):

  1. L’attuale configurazione dell’Unione Europea va già più che bene: c’è pace, c’è stabilità e ci sarebbe pure prosperità, se i politici prestassero più ascolto ai cittadini-elettori che alle sirene dell’alta finanza. Semmai, una sua riforma dovrebbe privilegiare le autonomie locali, non abolire la sovranità degli stati nazionali e, così facendo, minacciare le stesse autonomie locali (cf. Trentino-Alto Adige);
  2. tenuto conto dei successi indiscutibili delle nazioni più piccole di ogni continente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di una confederazione di repubbliche di dimensioni più ridotte, meno militariste, unite dalla gestione della politica estera e delle questioni di interesse generale;
  3. le riforme dovrebbero riguardare essenzialmente la regolamentazione dell’economia, della finanza, del fisco e del mondo del lavoro – nel senso della tutela di chi produce ricchezza, non di chi si comporta come un parassita e vive alle spalle dei lavoratori, investitori ed imprenditori (speculatori ed evasori);
  4. non si attua un radicale riorientamento delle istituzioni dall’alto se manca il consenso popolare (la democrazia prevede strumenti di consultazione della cittadinanza);
  5. è mai possibile che le lezioni del nazismo, del comunismo e dell’americanismo non siano state apprese?
  6. quando il potere si accentra cresce il rischio di corruzione e si rafforza la minaccia di sviluppi oligarchici e tirannici (“il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”);
  7. più ampia è la popolazione, più grande sarà la distanza tra elettori ed elettorato, perché ci saranno pochi rappresentanti per numerosissimi cittadini e ciò non può che nuocere alle dinamiche democratiche (Montesquieu docet: è improvvisamente diventato un pensatore irrilevante?);
  8. l’unionismo europeista comporta un drastico ridimensionamento dell’autonomia dei governi locali, gli unici strettamente a contatto con la realtà locale, eredità della lotta contro gli autoritarismi del passato: vogliamo più autonomie locali, non meno;
  9. un’unica capitale federale diventerebbe un ricettacolo di burocrati parassitari e politicanti. Pensiamo a Washington ed a Bruxelles. Hanno forse completamente torto i leghisti quando esclamano: “Roma ladrona”? Non c’è neppure un fondo di verità? Vogliamo che Bruxelles si degradi ulteriormente?
  10. in un ordinamento compiutamente confederale dotato di una carta dei diritti (o anche senza di essa, se le costituzioni dei vari stati vengono rispettate) ci potremmo permettere più ampie forme di democrazia diretta senza scivolare nella tirannia delle maggioranze. Saremmo tutelati dagli arbitri della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea che stanno spogliando i cittadini dei loro risparmi per riassegnarli a chi già prospera;
  11. in una confederazione ci sarebbe il rischio di una burocrazia ipertrofica ed onnipotente come quella dell’attuale Unione Europea sarebbe attenuato;
  12. in una confederazione si introdurrebbero procedure che consentano le rotazioni periodiche degli incarichi politici di raccordo, per evitare che qualcuno si “incolli” alla sua poltrona, togliendo la delega in caso di incompetenza o disonestà;
  13. si bloccherebbe la strada del presidenzialismo, che assegna eccessive prerogative al presidente, senza che ci sia la minima certezza che sia invariabilmente una persona proba (es. Bush negli Stati Uniti e il mentitore, violatore del diritto internazionale e guerrafondaio Tony Blair, la cui candidatura alla presidenza dell’Unione Europea era stata ventilata da più parti);
  14. una confederazione abolirebbe gli eserciti professionali (permanenti), preferendo addestrare milizie locali, che non rappresentano mai una minaccia per la democrazia e i diritti civili e non instillano nei cittadini quella mentalità guerriera, aggressiva che affligge il mondo (cf. Merkel e Sarkozy e la vendita coatta di armi alla Grecia).

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/no-agli-stati-uniti-deuropa-le-ragioni-del-dissenso/#axzz1nlLMVkzb

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