Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

msnbc-obama-black

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall'inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

 1348450859531.cached

Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

**********

I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

Se Obama ti uccide, sicuramente te lo meritavi

obama-mussolini

La luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Giovanni 3, 19

Ecco, tutti costoro sono niente; nulla sono le opere loro, vento e vuoto i loro idoli.

Isaia 41, 29

Obama si autorizza ad uccidere cittadini americani dopo averli classificati come terroristi e senza dover rispondere a nessuno delle sue decisioni. Un’esecuzione preventiva legalizzata. Tenuto conto del fatto che centinaia di prigionieri a Guantanamo sono stati liberati, molto ma molto tardivamente, dopo che era stata riconosciuta la loro innocenza, è così difficile immaginare che il boia robotico volante (drone) ucciderà decine, forse centinaia di innocenti (danni collaterali)? Ancora una volta: chi è il terrorista? chi è lo stato-canaglia?

Neppure la premiata ditta Bush-Cheney aveva osato tanto. Invece non ha troppe remore Israele, quando fa saltare in aria gli ingegneri iraniani e le loro famiglie.
Obama ricorre alle stesse infami argomentazioni dell’amministrazione Bush sul diritto del presidente di far incarcerare (e torturare) senza alcun processo chiunque sia accusato di complicità in piani terroristici:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/05/obama-kill-list-doj-memo

Naomi Wolf si chiede in che senso gli agenti/militari statunitensi coinvolti in operazioni clandestine di “omicidi mirati” tutelati da disposizioni segrete e finanziati da budget segreti, siano diversi dagli squadroni della morte dei regimi militari:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/03/jsoc-obama-secret-assassins

Finalmente qualche politico comincia a chiedere ragione delle scelte di Obama (11 senatori scrivono al presidente domandando di vedere il memorandum che giustifica il conferimento di questi poteri straordinari di vita e di morte, annullando l’habeas corpus):

http://www.washingtonpost.com/world/national-security/senators-demand-secret-memos-on-targeted-killing/2013/02/04/be3d1652-6f16-11e2-8b8d-e0b59a1b8e2a_story.html?hpid=z3

Se un “alto funzionario” (anonimo) decide che un cittadino americano rappresenta una “minaccia” (generica, a sua discrezione) per gli Stati Uniti, una minaccia “imminente” e ha intrapreso “azioni ostili agli Stati Uniti” e se un “alto funzionario” (può anche essere lo stesso di cui sopra) pensa che potrebbe essere più problematico o rischioso cercare di catturarlo (e quando non lo è?) allora in questo caso diventa legale ucciderlo preventivamente, senza un processo e senza alcun vaglio delle prove incriminanti.

Non c’è nulla in questa rivendicazione del potere esecutivo che possa impedire ad Obama o ad un futuro presidente di determinare che migliaia di cittadini sono “nemici pubblici” da eliminare. Ma ci penserà già Obama, che non ha mantenuto una singola promessa riguardo alla discontinuità rispetto a Bush: Guantanamo, le torture, le prigioni segrete, le uccisioni mirate, la sorveglianza di massa, la guerra alle gole profonde – tutto è rimasto immutato.

http://www.linkiesta.it/nessun-presidente-ha-usato-l-omicidio-segreto-quanto-obama

http://www.osservatorioiraq.it/guantanamo-e-le-promesse-tradite-di-obama

http://www.slate.com/articles/news_and_politics/propublica/2012/07/extraordinary_rendition_proxy_detention_and_gitmo_during_the_obama_administration.html

http://www.thenation.com/article/161936/cias-secret-sites-somalia

http://tntnews.altervista.org/quasi-tutti-i-cittadini-americani-sotto-sorveglianza-governativa-ex-nsa-analisti/

http://www.washingtonsblog.com/2012/04/obama-has-prosecuted-more-whistleblowers-than-all-other-presidents-combined.html

L’unica differenza è che quel che Bush faceva alla luce del sole, Obama cerca di farlo di nascosto.

Quale sarà la reazione dell’opinione pubblica statunitense alla notizia della prima uccisione di un cittadino americano sul suolo americano? Aprirà gli occhi finalmente sul quel che sta succedendo? Prima sarà la volta di un mitomane implicato in qualche complotto ordito dall’FBI per arrestare preventivamente degli estremisti

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/21/lfbi-organizza-e-sventa-la-maggior-parte-degli-attentati-terroristici-islamici-sul-suolo-americano-ricerca-della-ucla/

Poi toccherà a qualche corriere della droga accusato di far parte di una rete terroristica latinoamericana legata all’Iran

http://fanuessays.blogspot.it/2011/12/cuba-venezuela-brasile-messico-e-il.html

A quel punto la lista potrà includere chiunque, dai clandestini che uccidono guardie di frontiera, alla gang afroamericana che si è appropriata di un lanciarazzi, alle milizie di nazionalisti bianchi che si rifiutano di farsi requisire le armi automatiche, a chiunque si opponga al volere della presidenza degli Stati Uniti; chiunque, insomma, SOSPETTATO (non è previsto alcun giusto processo) di essere “attivamente impegnato nella pianificazione di operazioni finalizzate all’uccisione di cittadini americani”, incluso il sedicenne ucciso (assieme ad un suo amico sempre minorenne) perché figlio di un cittadino americano – al-Awlaki – sospettato di far parte di Al-Qaeda per aver caricato dei video jihadisti su youtube.

Essere in qualche modo associabili a Anonymous o Wikileaks rientrerà nella categoria “forza associata” (ostile agli Stati Uniti)? La pubblicazione su youtube di video a sostegno di proteste contro il governo federale diventerà “supporto materiale”? Marce e dimostrazioni saranno  considerate “minacce di violenza imminente”? In caso di guerriglia urbana come quella del 2011 nelle città inglesi sarà lecito sparare sulla folla? Interi quartieri potrebbero essere messi a ferro e fuoco come deterrente?

Pare sia questa la terrificante svolta che hanno preso gli eventi. Bush si limitava a catturare, deportare e torturare. Obama uccide, risolvendo il problema alla radice. Il quinto emendamento sul giusto processo è ora carta straccia. Un gruppo di giornalisti osserva che se fosse stato Bush a farlo, una violenta polemica l’avrebbe bloccato, mentre Obama ottiene il via libera su tutto:

http://www.mediaite.com/tv/scarborough-tears-into-drone-program-if-george-bush-had-done-this-it-would-have-been-stopped/

Ora sappiamo che la vaghezza delle formulazioni delle leggi sulla sicurezza nazionale controfirmate da Obama era chiaramente intenzionale e che la sua promessa di interpretarle restrittivamente era una menzogna. L’idea era quella di tastare il terreno, di vedere fin dove si potevano spingere nello smantellamento dello stato di diritto prima di incontrare delle serie resistenze. E l’evidenza dei fatti indica che, per il momento, non vi è alcun decreto presidenziale o decisione dell’esecutivo che non sarà accettata, pur controvoglia, purché sia Obama il Buono a farlo.  Se Obama ti uccide, è sicuramente perché hai fatto qualcosa di male. Da morto, ti sarà difficile dimostrare la tua innocenza, ma Obama sa quello che fa (è un Nobel per la Pace!). Obama è un uomo buono e sexy e siamo tutti innamorati di lui e non possiamo sbagliarci quando diciamo che certe cose lui non le farebbe mai (il nostro amore è sempre ben indirizzato):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

Grazie ad Obama, ogni presidente americano potrà legalmente uccidere tutti coloro che riterrà siano nemici, in qualsiasi momento, in qualunque modo e ovunque – dato che il campo di battaglia nell’infinita Guerra al Terrore è il pianeta terra.

D’altra parte “gli Stati Uniti sono la più straordinaria forza di pace e di progresso che il mondo abbia mai conosciuto” (Hillary Clinton, 23 gennaio 2013)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/02/lamerica-e-il-bene/

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
e io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

Martin Niemöller

 

Che gente era quella? Di che cosa parlavano? Da quale autorità dipendevano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, tutte le leggi erano in vigore, chi osava aggredirlo in casa sua? Era sempre propenso a prendere ogni cosa con disinvoltura, a credere al peggio solo quando il peggio era arrivato, a non farsi preoccupazioni per il futuro, neanche quando si presentava minaccioso. Ma ora questo non gli sembrava giusto, si poteva considerare il tutto uno scherzo, uno scherzo pesante, montato dai colleghi della banca per motivi a lui sconosciuti.

http://www.rodoni.ch/KAFKA/processo.html

**********
48% di Americani contrari, 24% a favore: non si sono bevuti completamente il cervello. C’è speranza anche per gli Stati Uniti.

Commento ironico (ma molto azzeccato) del periodico satirico “the Onion”

“A seguito della pubblicazione di una nota confidenziale del dipartimento di giustizia che delinea la giustificazione legale dell’amministrazione Obama per l’uccisione di cittadini degli Stati Uniti, un nuovo sondaggio del Pew Research Center ha rivelato che la maggioranza degli americani è divisa sul diritto del governo di ucciderli ovunque, in qualsiasi momento e senza un giusto processo. “Da una parte, e questo l’ho capito – è importante che il governo sia in grado di uccidere me e tutti i miei amici o familiari ogni volta che la cosa torni utile per ragioni di sicurezza nazionale. Ma, d’altra parte, sarebbe anche bello rimanere in vita e avere, diciamo, una prova, un processo e cose del genere“, ha detto visibilmente in conflitto, la trentanovenne Rebecca Sawyer che, come milioni di altri americani, è indecisa sul fatto che agli agenti segreti federali sia consentito individuarla e assassinarla ovunque sul suolo americano. “Non mi dispiacerebbe se i funzionari federali facessero saltare in aria altri cittadini, affermando che è per la mia sicurezza. È solo che quando si tratta di me, credo che preferirei non essere abbattuta dai miei rappresentanti eletti con accuse che non devono essere confermate da una qualsiasi autorità che debba rispondere delle sue decisioni. Questa è una scelta difficile”. Mentre la maggior parte degli americani ha espresso sentimenti contrastanti per quanto riguarda la nota, il sondaggio ha anche rilevato che il 28 per cento dei cittadini è inequivocabilmente a favore dell’essere cancellato dalla faccia della terra, in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, in un massiccio attacco aereo“.

AmeriKarma / Obamamania

obama-bush-53814

Il fatto che un certo comportamento sia comune non lo rende meno corrotto. In effetti…chi è al potere conta sulla volontà dei cittadini di assuefarsi alla corruzione, diventando insensibili, indifferenti alla sua illiceità. Una volta che un tale comportamento è percepito come la norma, si trasforma nella mente delle persone da qualcosa di sgradevole in qualcosa di accettabile. Molte persone credono di comprovare la loro sofisticatezza nell’esprimere una cinica indifferenza verso le malefatte dei potenti, in quanto sono così diffuse. Questo cinismo – “oh, non essere ingenuo: lo fanno tutti, sempre” – è proprio ciò che permette ad un comportamento distruttivo di prosperare incontrastato.

Glen Greenwald, 8 settembre 2012

Martedì notte la PBS ha mandato in onda il suo programma Frontline con un nuovo report di un’ora su uno dei più grandi e vergognosi fallimenti dell’amministrazione Obama: la totale mancanza anche di un singolo arresto o procedimento contro i maggiori banchieri di Wall Street per le frodi sistemiche che hanno accelerato la crisi finanziaria del 2008, una crisi che affligge milioni di persone nel mondo. Quello che il programma ha mostrato è che il dipartimento della giustizia di Obama, in particolare Lanny Breuer, capo della Criminal Division, non ha nemmeno provato a considerare responsabili i criminali d’ alto livello.

Quello che hanno fatto i funzionari della giustizia di Obama è esattamente quello che fecero di fronte ai crimini di torture e intercettazioni senza mandato dell’ era Bush: ovvero, hanno agito proteggendo le fazioni più potenti della società di fronte ad evidenti prove di gravi crimini. Infatti, le elite finanziarie non solo hanno ricevuto l’ immunità per le loro frodi, ma ci hanno guadagnato, mentre gli americani comuni continuano a soffrire degli effetti di questa crisi.

Ancora peggio, i funzionari della giustizia di Obama hanno sia protetto che onorato questi oligarchi di Wall Street (i quali hanno largamente supportato la campagna presidenziale di Obama del 2008) mentre allo stesso tempo perseguivano ed arrestavano gli impotenti americani per trasgressioni minori. Come ha suggerito due settimane fa Larry Lessing, insegnante di legge ad Harvard, esprimendo rabbia per la persecuzione del Dipartimento di Giustizia contro Aaron Swartz: “viviamo in un mondo dove gli architetti della crisi finanziaria vanno regolarmente a cena alla Casa Bianca.” (Infatti, come ne “Gli Intoccabili”, nessun grande dirigente di Wall Street è stato perseguito, al contrario di “molti piccoli broker, stimatori di prestiti e compratori di case”)

Glenn Greenwald

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/23/untouchables-wall-street-prosecutions-obama

Gli Stati Uniti, paladini dei diritti umani nel mondo, salvo che nel Bahrein, nello Yemen o in Arabia Saudita dove la popolazione può essere uccisa, torturata e imprigionata dai rispettivi regimi senza che l’amministrazione Obama alzi un dito (al contrario, li arma): “Questo tiranno è OK, sta con noi!”

Nella lunga, squallida storia della CIA, figura anche la distruzione di videoregistrazioni di prigionieri interrogati per eliminare le prove del suo impiego di tecniche di tortura (Robert Fisk, “Torture doesn’t work, as history shows”, The Independent, 2 febbraio 2008).

A dicembre del 2012 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha finalmente reso giustizia a un cittadino tedesco, Khaled el-Masri, rapito nel 2004 dalla CIA ed inserito nel labirinto di prigioni segrete americane, per poi essere torturato in Macedonia da agenti della CIA, con la connivenza dello stato macedone, a causa del suo nome, simile a quello di un militante jihadista, Khalid al-Masri. Ci sono voluti mesi di tortura prima che la CIA capisse che era la persona sbagliata e lo abbandonasse in Albania, sul ciglio di una strada. Né la Germania né gli Stati Uniti hanno mai inteso quantomeno compensare quest’uomo per l’orrore subito.

Kathryn Bigelow, la Leni Riefenstahl dei nostri tempi, viene celebrata per la sua spettacolarizzazione propagandistica – esteticamente superba – delle guerre (“The Hurt Locker”) e della tortura come mali necessari e minori e perciò accettabili (Zero Dark Thirty”)

Altre apologie della tortura, come le serie tv “24” e “Homeland” hanno massaggiato le coscienze del pubblico statunitense e anche degli stessi soldati all’estero. Torin Nelson, un interrogatore con 16 anni di esperienza ha riferito di essere stato testimone dell’influenza che “24” ha avuto ad Abu Ghraib e Guantanamo.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/20/linconcepibile-samuel-l-jackson-jack-bauer-e-la-tortura-ragionevole/

Così, mentre il pubblico italiano si scandalizza con “Diaz” ed il Parlamento italiano cerca finalmente di far conformare le normative italiane a quelle europee ed internazionali, introducendo uno specifico reato di tortura, Obama può permettersi di nominare come nuovo direttore della CIA John Brennan, un incarico che aveva già ricoperto al tempo dell’amministrazione Bush. Brennan è favorevole alla tortura, alla cattura, deportazione e detenzione clandestina di persone sospettate di essere affiliate ad organizzazioni terroristiche (extraordinary renditions), alle strategie di uccisione mirata (con droni o sicari) di sospettati e al programma di sorveglianza dei cittadini americani tramite intercettazioni da parte dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale. Brennan è lo stesso funzionario che ha dichiarato che i droni americani non avevano ucciso civili pachistani e che Osama Bin Laden aveva usato sua moglie come scudo: due affermazioni poi appalesate come menzogne (Glenn Greenwald, “John Brennan’s extremism and dishonesty rewarded with CIA Director nomination”, The  Guardian, 7 gennaio 2013).

**********

Time_Mags_Drones

Come se ciò non bastasse, grazie alle leggi che “costringono” l’amministrazione pubblica americana (per la verità a sua ampia discrezione) a rendere disponibili certe documentazioni riservate ed agli sforzi di varie organizzazioni per i diritti civili, siamo venuti a sapere che, negli Stati Uniti, le forze di polizia e gli agenti del dipartimento per la sicurezza interna (Department of Homeland Security, DHS) hanno collaborato e, verosimilmente, continuano a collaborare con i servizi di sicurezza delle banche per sorvegliare, arrestare e neutralizzare quei cittadini americani “colpevoli” di protestare pacificamente contro il sistema (Occupy Wall Street). Le strategie preparate congiuntamente contemplavano (contemplano?) anche l’uccisione da parte di cecchini di alcuni leader del movimento di protesta, in quanto classificati come “minaccia terroristica”. Poiché precedenti richieste di accesso a queste informazioni erano state rifiutate, il sospetto è che questa improvvisa generosità sia motivata da ragioni di deterrenza: nessun leader di un movimento di protesta si sentirà più al sicuro (Naomi Wolf, The Guardian, 29 dicembre 2012).

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/dec/29/fbi-coordinated-crackdown-occupy

L’FBI non è mai stato migliore della CIA
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/21/lfbi-organizza-e-sventa-la-maggior-parte-degli-attentati-terroristici-islamici-sul-suolo-americano-ricerca-della-ucla/

Non mi risulta che Obama si sia espresso in merito.

Se la gente pensa che è più o meno ‘normale’ che l’FBI (e le banche) sia coinvolto in un complotto che prevede anche la possibile soppressione di leader di un movimento popolare – (i fratelli Kennedy? Martin Luther King?) –  e sceglie di starsene zitta, proteggendo quindi questi potenziali assassini, non c’è davvero più alcun limite invalicabile per le autorità: tutto diventa possibile, con la tacita connivenza di milioni di americani.

**********

Il governo americano sta cancellando i confini della legalità, all’estero e in patria, ad un ritmo che ha subito una forte accelerazione dal 2001 (ricordo ai lettori che Osama Bin Laden era ricercato dall’FBI per l’attentato del 1998 alle ambasciate americane di Tanzania e Kenya, non per l’attacco dell’11 settembre). Ora si spiano le comunicazioni dei cittadini senza dover ottenere alcuna autorizzazione, la detenzione a tempo indeterminato di cittadini senza alcuna incriminazione e senza che l’arrestato possa rivolgersi ad un avvocato è stata codificata in legge (NDAA). È persino legale uccidere cittadini americani (Anwar al-Awlaki, colpevole di avere un blog e di pubblicare video jihadisti su youtube; suo figlio sedicenne, colpevole di essere suo figlio), senza prove di un loro coinvolgimento in attività terroristiche (Scott Shane, U.S. Approves Targeted Killing of American Cleric, New York Times, 6 aprile 2010; Glen Greenwald, “The due process-free assassinations of U.S. citizens is now reality, Salon, 30 settembre 2011). Si prevede che i cieli statunitensi saranno solcati da 30mila droni, entro il 2015, per una spesa di 5 miliardi di dollari nel solo 2012: soldi dei contribuenti che serviranno a spiare i contribuenti. Si discutono leggi per bloccare internet in maniera selettiva e ormai il dominio semantico del termine terrorista si è esteso al punto da identificare come terroristi chiunque parteciperà ad eventuali rivolte urbane come quelle inglesi dell’estate del 2011.

Da maggio del 2010, Bradley Manning è in stato di arresto e ha subito un trattamento che un relatore dell’ONU ha definito crudele, disumano e degradante. 900 giorni di detenzione senza che si stabilisse la data del processo. Persino un giudice militare ha dato ragione ai suoi avvocati difensori (contestati invece da Obama in persona, che aveva dichiarato il trattamento di Manning “interamente appropriato”): lui ha subito gravi violazioni dei suoi diritti e della sua integrità psico-fisica per aver denunciato crimini di guerra americani, invece una delle figure maggiormente coinvolte in quei crimini, Brennan appunto, riceve in premio la nomina a direttore della CIA: questa è l’America di Obama, cari obamofili!

**********

Stando ai parametri a cui gli Stati Uniti dichiarano di attenersi, il loro atteggiamento e le loro azioni verso l’Iran sarebbero considerate sufficientemente aggressive da giustificare una ritorsione. Hanno ucciso (o collaborato alla loro uccisione) i suoi ingegneri, invaso il suo spazio aereo con robot killer, parcheggiato in pianta stabile navi da guerra davanti alle sue coste, cercato di demolire il suo programma atomico (legittimo e legale!) con dei virus che tra l’altro rischiano di diffondersi nella rete internet planetaria con conseguenze catastrofiche, circondato il paese con basi militari, finanziato gruppi terroristici e movimenti secessionistici atti a destabilizzare il paese, organizzato almeno un colpo di stato contro un loro governo democraticamente eletto (gettando le basi per la successiva rivoluzione khomeinista).

**********

Non sono chiari gli obiettivi della guerra di droni nell’Asia Centrale: uccidere tutti i maschi in età da combattimento? Domandiamoci una buona volta se esista una differenza morale di qualche rilievo tra giustiziare i “nemici pubblici” gettandoli in mare da un elicottero o un aereo (Pinochet/Videla) e farli saltare in aria a terra con un robot volante (Obama).

Come possiamo sapere se quelli che vengono massacrati siano “terroristi armati”? Di cosa sono accusati dato che non sono stati identificati? In base a quali prove sono stati riconosciuti colpevoli? Solo perché lo dice il governo? I cittadini che prendono per buono tutto quel che dice il governo in casi di vita o di morte non sono più adulti responsabili, ma seguaci, robotoidi inebetiti dal tribalismo (“mi fido del mio capo-tribù, diffido degli altrui capi-tribù”), intossicati dalla credenza nella intrinseca superiorità della loro civiltà quanto i nazisti lo erano rispetto alla loro razza. Finché resteranno immobili non si accorgeranno di avere delle catene.

Chi difenderà questi uomini-pecora se diventeranno i prossimi bersagli? Chi può sentirsi davvero al sicuro? Il programma di omicidi mirati arriverà anche nelle nostre città?

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/28/children-of-men-i-figli-degli-uomini-un-film-preveggente/

Gli iracheni morti direttamente ed indirettamente a causa dell’invasione occidentale [Guerra al Terrore] sono alcune centinaia di migliaia, senza contare quelli morti per il precedente embargo (non diversamente da quel che rischia di succedere in Iran) e i quasi 2 milioni di rifugiati.

Chi sono i veri terroristi? Una Guerra al Terrore senza soluzione di continuità, senza la certezza che le vittime siano colpevoli di alcunché, portata avanti anche con la tortura, con l’invasione ed occupazione di nazioni sovrane, il rogo degli altrui testi sacri, l’urina sparsa sui cadaveri dei nemici, la morte che piove dal cielo indiscriminatamente su chiunque si trovi al posto sbagliato nel momento sbagliato (applicando il principio giuridico medievale germanico della colpa collettiva, Sippenhaftung, già recuperato dai nazisti) non è forse un colossale atto di terrorismo ai danni dell’umanità? È un gigantesco crimine contro l’umanità. Miliardi di dollari spesi per dimostrare la nostra bontà, superiorità e moralità alle vittime, siano esse musulmani all’altro capo del mondo o indignati nelle nostre città.

**********

Dopo 12 anni, la Guerra al Terrore deve, ad un certo punto, giungere al termine: la “guerra” è un evento circoscritto, uno stato di cose straordinario, innaturale, non permanente e normalizzato. La pace deve essere considerata la norma verso cui il genere umano si sforza continuamente di tendere.

E se non ha una fine – l’amministrazione Obama parla di un altro decennio di operazioni, ha programmato fin dal 2009 l’inaugurazione di una Guantanamo in territorio americano, nell’Illinois, ha esteso ed aggravato le norme liberticide post-2001 –, è difficile continuare a chiamarla guerra. È una cosa diversa, una sovversione del diritto internazionale che, perpetuandosi, “legittima” uccisioni e detenzioni illegali: una condotta che, per mille ragioni, non sarà perdonata dai posteri e che continua a corrompere lo stato di diritto e le coscienze delle democrazia occidentali, rendendole sempre meno facilmente distinguibili dai loro avversari, quasi che la Guerra al Terrore fosse diventato un pretesto per giustificare straordinari poteri di detenzione, sorveglianza, uccisione e segretezza su base permanente.

Che cosa raccoglieremo dopo questa semina? In Afghanistan gli attacchi ai liberatori occidentali si moltiplicano e molti di questi attentati ed imboscate non sono ad opera di miliziani talebani, ma di reclute delle forze armate o forze dell’ordine afgane. Più a lungo restiamo in quella regione, più siamo odiati. Ormai la popolazione si sente presa tra due fuochi i liberatori e gli oppressori: la speranza si è trasformata in odio ed ora i talebani sempre più spesso sono identificati come dei partigiani che lottano contro l’occupazione nemica. La battaglia per le coscienze afgane è stata persa e la Guerra al Terrore partorisce un numero crescente di terroristi, in Aghanistan ma anche nello Yemen e in Pakistan, a causa degli attacchi dei droni statunitensi, supportati dall’aviazione saudita, cioè di un regime già diffusamente malvisto o aborrito nel Medio Oriente.

Non è chiaro se tutto questo sia frutto di un calcolo deliberato – la guerra avvantaggia pur sempre certe lobby e disciplina “naturalmente” gli umori della cittadinanza – o di un errore di valutazione, ma rischia di produrre proprio quello “scontro di civiltà” che, a parole, persino i neocon affermavano di voler evitare. Possiamo permetterci di renderci ostili centinaia di milioni di musulmani, infiammati dal risentimento, dal senso di vittimizzazione, dalla volontà di riscattarsi non assieme a noi, ma in contrapposizione a noi?

Se il fanatismo islamico è un nemico irriducibile che occorre continuare a combattere, allora presto dovremmo assistere all’espansione della guerra, con l’inclusione dei miliziani formidabilmente armati dell’estrema destra antigovernativa americana, che ha già mostrato di poter compiere attentati terroristici su grande scala negli Stati Uniti (Alfred P. Murrah Federal Building ad Oklahoma City: 168 morti, 800 feriti).

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/23/ora-sono-diventato-la-morte-il-distruttore-dei-mondi-100-1000-waco/

Dove tracciamo quel solco invalicabile che possa scongiurare un’escalation autodistruttiva per l’intero Occidente?

Allo stesso modo in cui Bersani è responsabile di aver creato un consenso bipartisan sulle politiche neoliberiste antitetiche alla social-democrazia ed agli stessi diritti civili dei cittadini (es. Grecia, Russia, Thailandia, Malawi, ecc.), Obama ha reso digeribili le politiche di G.W. Bush: in precedenza i media americani arrivavano a definirle crimini di guerra o derive autoritarie. Ora il dissenso, almeno sui media ufficiali, è francamente insignificante.

Che cosa è preferibile? Un cane rabbioso con la bava alla bocca o un cane rabbioso che riesce a dissimulare la sua condizione?

Vogliamo essere orsi o lupi?

Non c’è solo il lupo dei proverbi, malvagio per antonomasia, ma anche quello dei fratelli Grimm, feroce ma stolido, strappato a chissà quale pantomima carnevalesca, capace di mangiarsi la nonna di Cappuccetto Rosso senza battere ciglio e poi di farsi riempire la pancia di sassi, per finire come il fantoccio del carnevale boemo, annegato in un fiume. Un personaggio sempre in bilico tra l’atroce e il comico, come il lupo dei tre porcellini, che ne disfa le casette di paglia a suon di peti (le “loffie”,  non a caso, e “loffia di lupo” è il nome della vescia dei boschi)…  Su un altro emisfero, quello mediterraneo, ecco la lupa capitolina, animale totemico della monarchia romana, certo più orsa che lupa, visto il profilo molossoide che le si riconosce, che è quasi umano e che, per una lupa vera, è quasi del tutto incongruo…I Luperci sono altre creature ibride, uomini-lupo, ovvero lupi-capri (lupus-hircus), interpretati da uomini proprio come nelle odierne mascherate, dove troviamo lupi in vesti di capra, o di pecora (“wolves in sheep’s clothes” è l’espressione inglese) come i moderni kurenti  (“currentes” alla latina, cioè corridori) dell’entroterra sloveno: hanno muso, lingua, denti e zanne di lupo, essendo però completamente avvolti di pelli di capra o di velli di pecora, a mo’ di curiosa sintesi totemica di fauci e di carne, di carnefice e di vittima.  Questo è il lupo della tradizione popolare, creatura ambigua, eternamente metamorfica, tra i poli opposti del feroce e del burlesco, del predatorio e, al contrario, di una feracità sessuale e lattifera del tutto sorprendente, in transito costante tra i poli opposti dell’animale e dell’umano…Poi c’è il lupo vero. Quando eravamo piccoli a Basovizza sul carso triestino, certe donne del paese raccontavano dandosi un po’ di importanza che da lì accadeva piuttosto spesso di sentire i lupi: e con tanta convinzione che ci pareva quasi quasi di sentirli anche noi, la notte, tutt’uno con l’abisso di ignoto e di bora gelida che si apriva poche centinaia di metri più in là, oltre i reticolati del confine. Poi ci hanno spiegato che il lupo, male che vada, è un innocuo smargiasso dei boschi, un killer per diporto, opportunista e vigliacchetto come tanti dei nostri cacciatori. Ma sarà difficile, per chi abbia provato quel brivido, sul carso triestino o altrove, guardare con simpatia al rinselvatichirsi del territorio, e all’inesorabile prossimo ritorno dei lupi.

Giovanni Kezich, “L’ambiguità del simbolo”, Dislivelli, aprile 2012

 

Se il lupo rappresenta di solito una malvagità cupa e un po’ stolida, comunque inavvicinabile, l’orso della tradizione popolare europea è quasi un uomo mancato, un uomo a metà, una parodia d’uomo. Ben lo sapevano gli antichi slavi, che sulla base di un’attribuzione antropomorfizzante e un po’ fiabesca hanno chiamato l’orso medved, il “mangia-miele”. Onnivoro, all’occasione bipede, giocherellone, goloso e improvvisamente iracondo come un òm selvadegh o un ragazzone un po’ scemo, l’orso appare come una controfigura selvatica dell’uomo, essendo la diretta dimostrazione in sede zoologica, nel sapere popolare di tutto il mondo, della continuità di fondo che, al di là delle molte differenze, esiste nei due sensi tra l’essere animale e l’essere uomo.

Giovanni Kezich, “Una cultura europea d’orso”, I fogli dell’orso, ottobre 2009

 

Noi siamo i nemici, come un lupo che si getta su un gregge di pecore. È quello che siamo!

P. Joseph Goebbels, annunciando l’ingresso dei deputati nazisti in Parlamento (Reichstag), nel 1928

 

Una gioventù dura, violenta e crudele, dotata della forza e della bellezza delle giovani belve.

Adolf Hitler

A questo punto, preso atto della situazione di gravissima crisi in cui versa la nostra civiltà e della nostra irriducibile umanità, non resta che scegliersi un animale totemico che valorizzi ciò che c’è di meglio in noi, scartando quelli che tirerebbero fuori il nostro peggio.

Perché un animale totemico? Perché gli animali sono sempre stati al centro del processo attraverso il quale gli esseri umani si formano un’immagine di se stessi. Sono le sorgenti dei più profondi significati simbolici e vengono da sempre utilizzati come veicoli di istruzione morale e di socializzazione, in quanto modelli di ordine e moralità. Sono buoni da pensare, ma anche buoni da insegnare e da imparare (pensiamo solo alla potenza e lucidità di “La Fattoria degli Animali” di George Orwell). Gli animali dominano il nostro modo di classificare eventi (“che porcata!”), rapporti tra le nazioni europee (“cicale e formiche”) e persone (“è un leone”, “che asino!”). Li celebriamo, li denigriamo, li temiamo, li trasformiamo in simboli, li introduciamo nel dibattito politico (cf. l’orso russo, l’aquila americana, Sarah Palin mamma grizzly, i figli della lupa, il serpente a sonagli del movimento ultrareazionario statunitense Tea Party, ecc.) in modo che possano combattere le nostre battaglie al posto nostro, o al nostro fianco, nelle teste della gente, dell’opinione pubblica. È sempre una questione riguardante la nostra visione del nostro posto nel mondo, ed ha poco a che fare con gli animali in sé e per sé. Sono gli attori di una saga che ha noi come protagonisti. Recitano il nostro ruolo. Facciamo fare un sacco di cose agli animali nelle nostre storie, assegniamo loro una molteplicità di compiti, specialmente a quelli carismatici, come appunto l’orso e il lupo, icone delle terre di frontiera, delle regioni selvagge. Sono gli orsi che rendono selvaggio il Trentino, lo distinguono dal resto d’Italia, ne sanciscono il diritto all’autonomia, in quanto diverso. Il Trentino è selvaggio e libero anche perché ci sono animali selvaggi e liberi come gli orsi, che non si lasciano addomesticare. Per questo, come nel caso dell’Alaska, le locandine, pieghevoli e pagine web legate all’industria turistica del Trentino abbondano di orsi. I nostri orsi (anche se provengono dalla Slovenia). I Trentini in fondo si compiacciono di essere considerati degli orsi, perché apprezzano le virtù che associano agli orsi ed a loro stessi, più o meno giustificatamente: tenacia, lealtà, forza, burbera schiettezza, bonaria scontrosità, innocente e comica ingenuità, genuinità, amore per la natura e le montagne, generosità, sobrietà, industriosità, ferocia se minacciato, gentilezza se rispettato, ecc. Nelle mitologie mondiali, forse quelle più arcaiche, data la loro diffusione planetaria, l’orso è consigliere, maestro e guaritore.

Non sono solo i Trentini ad avere un rapporto appassionato con gli orsi. Il simbolismo dell’orso è uno dei più prominenti dell’immaginario umano ed è arrivato fino a noi, con gli orsacchiotti per i bambini, gli orsi polari di “Lost”, le costellazioni – associate alle orse in numerose tradizioni – e l’orso rampante dello stemma personale di Benedetto XVI. In Grecia l’orsa era venerata come essenza della prosperità e della maternità premurosa e sollecita. Era l’animale sacro ad Artemide, nume tutelare della natura. La medesima radice “arth” dell’orso si rinviene nella dea gallica Artio, anch’essa accompagnata da un’orsa, e in Artoris, ossia Re Artù(ro). Mentre l’orsa femmina, lunare, è benevola, l’orso maschio, solare, è l’emblema della casta guerriera. Orione, il cacciatore d’orsi, fu ucciso da Artemide mentre cercava di stuprarla. I famigerati berserk erano guerrieri fanatici che indossavano pelli d’orso per assimilarne la ferocia e la resistenza al dolore. Nell’alchimia, come per Jung, l’orso era simbolo di oscurità e del mistero della materia prima e del subconscio. Nell’iconografia cristiana può rappresentare il demonio e non è quindi per caso che ci siano numerosi santi cristiani domatori di orsi: San Gallo, San Romedio, San Corbiniano evangelizzatore del Meranese, San Lugano dell’omonimo passo, Sant’Orsola, San Colombano e Santa Colomba. Laddove non ci sono i santi, ci sono invece gli sciamani.

La sua popolarità forse deriva dal fatto che, tra i non primati, l’orso è l’animale che assomiglia di più agli esseri umani, è il più antropomorfizzabile. È possibile che sia questa la ragione per cui nei letti dei bambini ci sono più orsetti che altri animali di peluche. L’orso può camminare a due zampe come noi, rispetto a noi ha il vantaggio di poter “morire e risorgere” durante l’inverno, grazie all’ibernazione del letargo. È spesso associato alla Dea Madre, forse perché si occupa amorevolmente ed a lungo dei propri cuccioli (così suggeriva Plinio il Vecchio). Dimora nelle caverne, come per millenni abbiamo fatto anche noi. Tra i popoli del nord, dalla Scandinavia all’Hokkaido (Giappone), il culto dell’orso è quello dominante. Là l’orso è il re degli animali. La tradizione coreana fa discendere quel popolo dagli orsi. Tra i Tlingit della costa del pacifico canadese, come tra i Norvegesi, esistono leggende in cui degli orsi sposano delle giovani donne.

Come abbiamo visto, l’orso è l’animale-simbolo del Trentino, dell’Alaska e della Russia.

Un altro esempio di impiego simbolico di un animale selvaggio, il lupo appunto, è stato molto meno innocente di quello trentino. Fu il lupo, suo malgrado, ad essere scelto per rappresentare totemicamente la Germania nazista.

Il Terzo Reich dimostrò una sensibilità verso gli animali e la natura inversamente proporzionale a quella dimostrata verso gli esseri umani. Le leggi sulla sperimentazione sugli animali e sul loro trasporto e la normativa per la tutela delle foreste e della biodiversità erano all’avanguardia nel mondo, tanto che alcune di esse rimangono in vigore in Germania. Forse l’incapacità di amare gli esseri umani potrebbe in parte spiegare la sproporzionata passione per gli animali – sproporzionata in relazione alla loro misantropia: amare gli animali non è mai un male – e la glorificazione nazista delle leggi di natura. Infatti il nazismo formulò una filosofia dei viventi (Lebensphilosophie), non dell’umano. Non serviva alcuna antropologia, perché la specie umana era sussunta nello schema del vivente, non v’era nulla di riconoscibilmente speciale negli esseri umani nel panteismo nazista (arte, scienza e spiritualità non contavano).

L’obiettivo dichiarato di Hitler era quello di rinselvatichire la razza ariana, corrotta dall’addomesticamento degeneratore del processo civilizzatore, per costruire una comunità naturale, biotica (organische Lebensgemeinschaft) capace di vivere in pieno accordo con le leggi di natura (interpretate secondo i dogmi nazisti, ossia social-darwinisti – la legge della jungla, insomma). “Voglio giovani uomini violenti, imperiosi, senza paura, crudeli…cancellerò migliaia di anni di domesticazione umana. Otterrò l’essenza più pura e nobile della natura”, profetizzava nel Mein Kampf. L’ariano doveva essere libero e selvaggio (!) per poter essere signore e padrone, dominatore delle altre razze inferiori, pervertite dall’etica della compassione e dell’altruismo.

In questo schema dottrinario l’animale totemico fu il lupo, ossia il cane non addomesticato. Il culto del lupo piaceva ai nazisti perché prometteva ordine e disciplina in uno stato di natura privo degli effetti deleteri della “civilizzazione”.

Furono i nazisti i primi ad emanare una legge per la tutela dei lupi (1934) anche se in Germania di lupi non ce n’era l’ombra. Ce n’erano però in Polonia, che fu occupata cinque anni dopo. Nell’immaginario nazista, il lupo era la bestia psicopatica per antonomasia: fredda, meccanica, crudele, completamente priva di scrupoli ed inibizioni morali, una macchina programmata per obbedire al leader del branco e massacrare gli avversari ed i deboli, inadatti alla vita (Boria Sax, 2000). Era l’animale più strettamente associato alle virtù marziali ed alla casta nobiliare: fiero, spietato, combattivo, leale nei confronti del branco. Wolfram, Wolfhart, Wolf, Wolfgang, sono nomi tedeschi che tradiscono una qualche arcaica identificazione totemica. Anche l’etimologia del nome “Adolf” è “nobile lupo”. L’indottrinamento e l’addestramento fisico delle reclute delle SS doveva servire a tramutarli in veri e propri lupi mannari, con tutte le peculiarità ad essi comunemente associate. Vi era una costante celebrazione delle presunte virtù dei lupi: lealtà, gerarchia, fierezza, coraggio, obbedienza e, se necessario, crudeltà, al punto da torturare i nemici. È evidente la continuità con l’iniziazione militare indoeuropea, che pianificava  la trasformazione rituale del giovane guerriero in un lupo sul modello della mitica casta guerriera nordica dei Volsung. I ragazzini della Gioventù Hitleriana mandati allo sbaraglio negli ultimi giorni di guerra e nei primi mesi del dopoguerra (partigiani anti-alleati) si facevano chiamare “lupi mannari”

Hitler definiva le SS il suo branco di lupi ed era convinto che la gente lo acclamasse perché percepiva che “era nato un lupo”. Tale era l’ossessione lupina nel Terzo Reich che il Führer si faceva soprannominare lupetto (Wolfi) da Eva Braun e “Geli” Raubal, figlia della sorellastra di Hitler verso la quale aveva sviluppato un legame possessivo maniacale, forse persino di carattere incestuoso. Il suo pseudonimo era Wolf, Herr Wolf. La Tana del Lupo (Wolfsschanze) era il nome del suo quartier generale nella Prussia Orientale, quello francese si chiamava Wolfsschlucht (la “Gola del Lupo”) e Werewolf (“Lupo Mannaro”) quello in Ucraina. La sorella più giovane di Hitler, Paula, entrata in clandestinità nel dopoguerra, aveva assunto il nome di Paula Wolf.

Come si vede, l’immagine del povero lupo fu letteralmente stuprata dalla propaganda nazista. Tutti i tratti più negativi e spaventevoli che gli umani attribuiscono ai lupi furono esaltati, mentre nessuno dei tratti che noi considereremmo positivi e che realmente contraddistinguono questo animale fu considerato degno di menzione. In pratica, quelle naziste, come di consueto, erano tutte scempiaggini. Il branco di lupi non compone quasi mai una gerarchia piramidale: il maschio alfa resta tale finché rispetta il branco e non per tutto il tempo; né guida il branco. Dipende dalle circostanze e dipende dal branco. Non esiste un modello che descriva il comportamento di ogni lupo, esattamente come non è possibile farlo per gli esseri umani. Non esiste un “lupo medio” che identifica la lupinità per antonomasia. Con buona pace della loro asserita biofilia e biocentrismo, i nazisti, in maniera sfacciatamente antropocentrica, inventarono di sana pianta il comportamento “idealtipico” dei lupi, per farlo corrispondere ai propri ideali. Poi lo applicarono agli umani, affermando che fosse il miglior modello organizzativo anche per loro.

Se i lupi non subirono alcun contraccolpo da questa strumentalizzazione, peggior sorte toccò ai cani, in particolare ai cani-lupo. I pastori tedeschi sono gli animali a cui uno pensa quando gli si chiede di immaginare delle SS alle prese con gli Ebrei (o dei carcerieri a Guantánamo o Abu Ghraib). Furono utilissimi per sorvegliare ed intimidire gli internati dei campi di concentramento e di sterminio. Le guardie aizzavano i loro cani contro i prigionieri per puro divertimento ed i cani SS ricevevano uno speciale addestramento che li nazificava, letteralmente, snaturandoli, in modo da far prevalere aggressività e spietatezza ed inibire la “pietà”, la “curiosità”, l’affettuosità. Una volta “rieducati”, i cani venivano trattati infinitamente meglio degli Ebrei e di tanti altri esseri umani non internati. Ormai facevano parte della famiglia SS, del branco ed era stato persino indetto un giorno di festa in loro onore, come segno di gratitudine per i loro servizi. I cani dei popoli occupati non godevano invece degli stessi privilegi e se si permettevano di abbaiare contro una pattuglia nazista venivano freddati all’istante. È noto che Hitler, incapace di amare gli esseri umani, era follemente innamorato dei suoi cani. Nessun altro, oltre a lui, poteva accarezzare il suo cucciolo, chiamato, prevedibilmente, “Wolf”. Un veterinario, Ferdinand Sauerbruch, rischiò l’arresto per aver osato placare ed ingraziarsi, grazie alla sua esperienza, uno dei cani di Hitler che gli era saltato alla gola. Ma Hitler non poteva tollerare che glielo avesse “svirilizzato” e sottratto al suo controllo: era intenzionato ad uccidere il cane e mettere in gabbia l’uomo. Per fortuna sua e del cane, il veterinario fu in grado di farlo ragionare.

La scelta, per come la vedo io, è tra il lupo e l’orso [tra Atlantide ed America, quella delle origini]. Però, come detto, non il lupo o l’orso come sono, ma come vorremmo che fossero o ci aspettiamo che siano. Le due metafore, la nostra reinterpretazione antropomorfizzata delle loro rispettive nature, gli specchi in cui ci specchiamo, l’ombra e l’idealizzazione di noi stessi.

La storia dell’orso, dell’uomo e di come finirono entrambi ingabbiati

Margherita D’Amico, “Trento, nel santuario torna l’orso rivolta contro la gabbia dei frati”, La Repubblica, 26 agosto 2012

Questione di giorni e la “buca” di San Romedio, la gola angusta e recintata, vuota dal 2008, che s’infossa sotto il famoso santuario della Val di Non, accoglierà un nuovo orso. 1500 metri quadrati umidi, privi di alberi; una solitudine su cui, nel lungo inverno trentino, non batte mai il sole: «Si ripropone un messaggio lugubre, diseducativo, arcaico: ci stupisce sia da parte delle istituzioni religiose che dalle amministrazioni locali», protesta Marcello Dell’ Eva, presidente del Movimento vegetariano No alla caccia, che guidando una formidabile battaglia popolare riuscì nel 2010 a ottenere il trasferimento di Jurka, l’ ultima prigioniera, in un’ oasi tedesca. Padre Fabio Scarfato, priore del santuario e della Diocesi di Trento, dice: «La Diocesi, proprietaria del santuario, mette a disposizione l’area in comodato alla comunità di valle. Ma San Romedio non ha affatto bisogno dell’animale in carne e ossa: è una tradizione molto recente e per quanto ci riguarda ne faremmo a meno». Più chiara la posizione dei sindaci dei comuni interessati: «L’orso è un richiamo turistico, la gente qui lo vuole, abbiamo ricevuto molte mail», asserisce Paolo Forno, sindaco ad interim di Coredo. Lo spunto che lega l’orso alla figura di Romedio di Thaur, eremita vissuto nel IV secolo, si rifà a un episodio leggendario. Si dice che il santo dovesse recarsi a Trento e un servitore gli riferì spaventato che un plantigrade gli stava sbranando il cavallo. Romedio non si preoccupò e fece mettere la briglia all’ orso, il quale docilmente si lasciò cavalcare. Ma nessun suo simile fu mai imprigionato, fino ai giorni nostri: nel 1958 Gian Giacomo Gallarati Scotti, senatore del Regno d’ Italia e ambientalista, riscattò da un circo Charlie. Per lui fu approntata una gabbia minima, di lì intrattenne i visitatori. L’ area fu migliorata un po’ solo in seguito, con la presenza di altri plantigradi. Marcello Bonadiman, sindaco di Sanzeno, dice: «La minoranza chiassosa degli animalisti stavolta ha avuto la peggio: l’orso tornerà. Ci costa 11mila euro l’anno di cibo, più il custode. Si chiama Bruno, viene dal Parco d’ Abruzzo». Se quest’ orso sia nato in cattività, da quale struttura provenga, sono domande a cui i sindaci trentini non rispondono, come pure Sergio Menapace, presidente della Comunità della Val di Non: «L’iter burocratico è definito, di altre informazioni non dispongo». Una chiusura che sembra tradire qualche timore. Nella valle c’è chi non dimentica infatti le fiaccolate notturne, le manifestazioni per Jurka, che arrampicata in cima all’ unica pertica di San Romedio divenne un simbolo. Entrò nel 2006, per lei fu sloggiata di corsa al Passo della Fricca un’altra coppia di orsi. Jurka era stata prelevata dalla Slovenia nel 2000, per ripopolare il Parco dell’ Adamello Brenta, in seno al progetto Life Ursus, finanziato dall’ UE alla Provincia di Trento con qualche milione di euro. Poi, però, la dichiararono “orsa problematica”. In un territorio antropizzato, impreparato ad accogliere i plantigradi, l’accusarono di avvicinarsi troppo alle abitazioni. Due dei suoi figli, JJ1 e JJ3, furono uccisi con clamore: il primo in Baviera nel 2006, mentre la Germania ospitava i Mondiali di Calcio; il secondo in Svizzera nel 2008, sempre a fucilate. Quando fu catturata per essere rinchiusa a San Romedio aveva tre cuccioli di un anno, lasciati a se stessi. Nel 2008 il fronte animalista ottenne che fosse spostata in un ettaro al Castellar, vicino Trento: lì oggi c’ è DJ3, altra orsa considerata ribelle. Quindi, nell’ agosto 2010, la migrazione all’ Alternativer Wolf – und Bärenpark Schwarzwald, piccola oasi nella Foresta Nera: 7 ettari che divide con altri orsi e alcuni lupi. Dice Dell’ Eva: «Basta detenzioni inadeguate, che la Provincia di Trento crei luoghi sostenibili per quegli orsi che, purtroppo, non possano tornare alla libertà».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/26/trento-nel-santuario-torna-orso-rivolta-contro.html?ref=search

Massimo Comparotto (Oipa Italia Onlus), “Basta orsi nella buca di San Romedio”

Apprendiamo dalla stampa che entro il mese di agosto dovrebbe tornare l’orso a San Romedio.

Nonostante le serie motivazioni culturali, scientifiche, etiche, portate dal nostro movimento e da tutto il mondo animalista affinché non vengano più rinchiusi orsi in quel luogo sembra che la tradizione e gli interessi economici abbiano avuto ancora una volta la meglio.

Uno degli esperti più rinomati, Rüdiger Schmiedel, consultato a livello europeo per progettare ambienti dove accogliere orsi nati in cattività, dopo aver visitato San Romedio nel periodo in cui vi era rinchiusa Jurka, nella sua relazione ha affermato che il luogo non è assolutamente adatto ad ospitare un orso, nemmeno se nato in cattività; che non debbono essere lasciati animali da soli e che per offrire un minimo di spazio vitale ad una animale di tale specie, è necessario ampliare il recinto fino ad almeno un ettaro.

Questo per dare all’orso l’indispensabile possibilità di muoversi, di evitare seri problemi alle articolazioni a causa dell’elevata umidità e dell’insufficiente esposizione al sole del piccolo recinto e non per ultimo di nascondersi quando non desidera contatti con l’uomo.

Ci chiediamo poi come dei frati che si rifanno all’insegnamento di Francesco d’Assisi, noto per il suo amore incondizionato verso gli animali e ogni essere vivente, possano essere favorevoli al ritorno dell’orso sfruttandolo come attrazione turistica.

Inoltre ai bambini che visiteranno l’orso in gabbia, verrà trasmesso un messaggio totalmente diseducativo.

Un’educazione che mira a formare un futuro cittadino consapevole, dovrebbe trasmettere il rispetto per ogni essere vivente e non abituare i bambini a trattare gli animali come fossero oggetti ad uso e consumo dell’uomo.

http://www.no-alla-caccia.org/lacatturadijurkaelacampagnajurkalibera/534988a0ad0a02a01.html

*****

Gli antropologi dell’epoca a cavallo tra Ottocento e Novecento, specialmente quelli austriaci (Fuchs, 2003), adottarono una percezione statica dei Naturvölker, popoli “altri”, esclusi dai processi storici, i cui progressi tecnici e socio-culturali potevano solo avvenire per contatto e diffusione a partire dai Kulturkreise, circoli o sfere culturali coinvolte nei grandi processi storico-evolutivi. Alcuni di questi “fossili viventi”, rappresentanti di una natura umana preservatasi pura nel corso dei millenni, venivano esibiti nelle città tedesche tramite i Völkerschauen, esibizioni di umani esotici nel loro “habitat”, spesso ricostruito in modo tale da venire incontro alle aspettative di autenticità degli spettatori (Zimmerman, 2001). Per forza di cose, trattandosi di esseri umani con esigenze, desideri e finalità specifiche, gli “esemplari umani allo stato naturale” talvolta si rifiutavano di recitare la parte loro assegnata dalle società antropologiche che organizzavano gli spettacoli pubblici. Tantomeno erano disposti a lasciare che i loro crani e tratti anatomici fossero misurati dagli antropologi. I margini di negoziazione erano però ridotti, dato che l’obiettivo principale dei ricercatori era quello di raccogliere informazioni sulle tipologie umane primitive al fine di meglio comprendere gli stadi evolutivi della civiltà occidentale, ossia dei Kulturvölker, non certo quello di contrastare la brutalità dell’imperialismo europeo.

*****

Non sono solo i Trentini ad avere un rapporto appassionato ed ambivalente con gli orsi. Il simbolismo dell’orso è uno dei più prominenti ed ambivalenti dell’immaginario umano ed è arrivato fino a noi, con gli orsacchiotti per i bambini, gli orsi polari di “Lost”, le costellazioni – associate alle orse in numerose tradizioni – e l’orso rampante dello stemma personale di Benedetto XVI. In Grecia l’orsa era venerata come essenza della prosperità e della maternità premurosa e sollecita. Era l’animale sacro ad Artemide. La medesima radice “arth” dell’orso si rinviene nella dea gallica Artio, anch’essa accompagnata da un’orsa, e in Artoris, ossia Re Artù(ro).

Mentre l’orsa femmina, lunare, è benevola, l’orso maschio, solare, è l’emblema della casta guerriera. Orione, il cacciatore d’orsi, fu ucciso da Artemide mentre cercava di stuprarla. I famigerati berserk erano guerrieri fanatici che indossavano pelli d’orso per assimilarne la ferocia e la resistenza al dolore. Nell’alchimia, come per Jung, l’orso era simbolo di oscurità e del mistero della materia prima e del subconscio. Nell’iconografia cristiana può rappresentare il demonio e non è quindi per caso che ci siano numerosi santi cristiani domatori di orsi: San Gallo, San Romedio, San Corbiniano evangelizzatore del Meranese, San Lugano dell’omonimo passo, Sant’Orsola, San Colombano e Santa Colomba. Laddove non ci sono i santi, ci sono invece gli sciamani.

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2010/07/04/AT6PO_AT601.html

 

Giovanni Kezich

Una cultura europea d’orso in I fogli dell’orso, Parco Naturale Adamello Brenta, ottobre 2009

www.pnab.it

Nell’Europa di un tempo, quella delle grandi selve e dei grandi spazi incolti, due sono le fiere a contenderne all’uomo il pieno dominio: il lupo, e l’orso. Ma se il lupo rappresenta di solito una malvagità cupa e un po’ stolida, comunque inavvicinabile, l’orso della tradizione popolare europea è quasi un uomo mancato, un uomo a metà, una parodia d’uomo. Ben lo sapevano gli antichi slavi, che sulla base di un’attribuzione antropomorfizzante e un po’ fiabesca hanno chiamato l’orso medved, il “mangia-miele”. Onnivoro, all’occasione bipede, giocherellone, goloso e improvvisamente iracondo come un òm selvadegh o un ragazzone un po’ scemo, l’orso appare come una controfigura selvatica dell’uomo, essendo la diretta dimostrazione in sede zoologica, nel sapere popolare di tutto il mondo, della continuità di fondo che, al di là delle molte differenze, esiste nei due sensi tra l’essere animale e l’essere uomo.

Ben lo sanno i pellegrini di San Romedio, che leggono all’ingresso del santuario questa massima moraleggiante, che dice infatti la stessa cosa: “Fatto stupendo, o cosa strana! L’orso, la belva si fa umana. / Stupor maggiore che l’uomo nato, in belva cerchi esser cangiato”.

Non vi è quindi da stupirsi se in quel mondo alla rovescia, in quella messinscena di valori all’incontrario, che è in tutta Europa il Carnevale, l’orso sia una comparsa d’eccezione, un personaggio, importante, talora un protagonista. Così è, ad esempio, in tutti i Balcani, dove l’orso tirato da una catena dal suo domatore, che nell’altra mano impugna l’immancabile gadulka e l’archetto, la piccola lira a tre corde per farlo ballare.

Così, per l’esibizione nel contesto carnevalesco, e in quello affine delle fiere, dei mercati e delle feste popolari, gli orsi venivano catturati anche vivi, meglio se da piccoli, strappandoli alla madre che veniva non di rado uccisa. In una valle dei Pirenei sul versante francese, non lontano da Lourdes, la valle del Garbet, gli abitanti, avuta l’idea da certi domatori d’orso boemi o zingari che si erano spinti fin là, si specializzarono in questo genere di catture, e cominciarono a girare l’Europa e anche l’America in proprio, andando ad esibire gli orsi, dapprima catturati in montagna e poi, dopo la quasi estinzione di questi sulle montagne di casa, reperiti alla meglio sul mercato algerino. Così, come il Tesino è la valle dei venditori di stampe e la Rendena la valle dei moléta, la valle del Garbet divenne nella leggenda popolare “la vallée des montreurs d’ours”, e le gesta anche d’oltreoceano di questi domatori improvvisati sono ormai oggetto di studi, ricerche, e di recente anche di un film, presentato con successo qualche anno fa al TrentoFilmFestival.
Duro, e molto crudele, il tirocinio musicale dei giovani orsi che – a quanto si racconta – venivano fatti ballare su una piastra rovente al suono di un tamburo, onde stimolarne per sempre un riflesso condizionato, che li avrebbe spinti alla danza ogniqualvolta ne avessero udito il rullare. Ma a poco a poco, vista la rapida riduzione delle popolazioni ursine un po’ ovunque in Europa, di orsi veri tra i baracconi delle fiere se ne videro sempre di meno e l’orso divenne quello che è oggi a carnevale, e cioè un personaggio in costume, una comparsa.

Così lo troviamo dalla Croazia alla Bulgaria, in tutti i Balcani, accompagnato dal suo fedele domatore imberrettato, vero antagonista clownesco con il quale ingaggia dei furiosi corpo a corpo seguito da altrettanto improvvise rappacificazioni: una coppia fissa del codazzo finale della processione carnevalesca, quello più buffonesco e sguaiato, insieme ad altri animali quali il cammello o l’immancabile cheval-jupon, ma anche a un’assortita compagnia di zingari veri e finti, di morti-viventi, di personaggi truculenti e di ogni genere di transgender.

Ma troviamo l’orso anche nell’Europa occidentale, e quantomeno dalla Navarra al Piemonte occitano. A Ituren in Navarra, in contesto culturale a fondo basco, è proprio un orso a condurre la processione degli Yoaldunak, l’antico gregge sacrale degli uomini-pecora che apre scampanando la processione del carnevale. Paradossalmente, come notava Cesare Poppi, l’orso (in basco artz) diviene così un pastore (arztain) come se a carnevale lo sterminatore dei greggi ne diventasse paradossalmente il custode: ancora, per il nostro orso, un’inversione di ruolo.

Dalla Navarra spagnola portiamoci nella Catalogna francese, sul versante settentrionale dei Pirenei. Qui l’orso è il vero protagonista del Carnevale che consiste, appunto, in una caccia all’orso. Nel villaggio di Arles-sur-Tech, per esempio, nel pomeriggio del sabato grasso, si sparge la notizia che l’orso ha rapito la bella Rosetta. Tutto il paese si lancia all’inseguimento del plantigrado, ma non riesce a evitare che la procace contadina (che è, manco a dirlo, un giovanotto travestito) venga stuprata in pubblico. Segue la rivincita dei paesani: un bravo cacciatore si fa avanti per catturare l’orso e riconquistare la Rosetta. Così, dopo qualche schermaglia dall’esito piuttosto scontato, l’orso verrà affrontato, bastonato, legato, ridotto alla ragione e alla fine fatto accomodare su una sedia, dove subirà, a cura del cacciatore divenuto barbiere, una rasatura con tanto di sapone e pennello: sorta di castrazione simbolica che ne sancisce l’avvenuta domesticazione.

Facciamo ancora un passo verso est, nel Piemonte occitano, e di cacce all’orso ne troviamo ancora molte, come ha dimostrato con grande dovizia di particolari l’antropologo Piercarlo Grimaldi. Qui però notiamo un fatto singolare: e cioè che il personaggio detto “orso”, e oggetto di una caccia in tutto e per tutto analoga a quella cui abbiamo assistito sui Pirenei, in realtà non assomiglia affatto a un orso vero, ma è una creatura di tutt’altro genere. A Valdieri nella montagna cuneese, per esempio, il cosiddetto “orso” è un portentoso uomo di paglia, ricoperto dalla testa ai piedi, fatto salvo il viso tutto nero di nerofumo, di una lunghissima treccia di paglia di segale, che lo avvolge tutto, conferendogli l’aspetto proprio di un vero covone semovente, o di uno spaventapasseri ambulante. Qualcuno ha suggerito che questo travestimento del tutto incongruo alla rappresentazione di un orso sia dovuto alla difficoltà intrinseca del reperirsi locale dei materiali (pelli, pelo, grugno…) atti una rappresentazione plausibile del plantigrado. A mio avviso, però, la spiegazione è tutt’altra, e ci impone una breve digressione.

Scrive infatti James Frazer, nella grande impareggiabile sua opera Il Ramo d’Oro, che fin dai tempi più remoti era uso degli antichi mietitori l’astenersi dal taglio dell’ultimo covone, che rimaneva così ritto in mezzo al campo a titolo di simulacro fino al completamento della raccolta, per essere oggetto in un tempo differito di un taglio ritualizzato o addirittura solenne. Si supponeva infatti che in quest’ultimo covone risiedesse lo spirito del grano, cioè lo spirito del raccolto, a cui si dava spesso nell’immaginario una forma animale: lupo, volpe, cinghiale, cervo, cigno, cicogna e naturalmente anche orso. Perché tutto questo? In origine, io credo, per conferire alla mietitura l’importanza sacrificale di una vera caccia, e al suo prodotto, il grano, uno status alimentare e simbolico non inferiore a quello della carne: una trovata non banale, io credo, per dei cacciatori neolitici risoltisi, e certo non sempre di buon grado, a transitare piuttosto repentinamente dalle grandi cacce a una dieta di carboidrati, certo meno adatta, almeno all’apparenza, a soddisfare appetiti preistorici. Con una importante differenza a favore del cibo di grano, però: mentre l’orso della caccia, una volta ucciso, è morto per sempre – salvo il ricomparire in quanto spirito nei mondi immateriali dello sciamanesimo – l’orso di paglia muore e risorge dal proprio seme, secondo quella elementare mistica di morte e resurrezione che vediamo infatti prender forma fin dalle origini nel mondo agrario del vicino oriente, intorno alla figura mistica di un dio – Attis, Osiride, Tammuz, Adone, fino ad Orfeo, per non fare altri nomi a noi più familiari – di cui il mito racconta l’esser stato capace, come il grano, di risorgere dopo la morte.

In questa prospettiva, l’orso di paglia, l’orso di Valdieri non è una sottospecie, non è una finzione, ma ci riporta al cuore stesso del percorso magico-religioso dell’umanità a partire dal neolitico e l’orso stesso, eterna figura di transizione tra il mondo animale e quello umano, diventa così in questa prospettiva un vero e proprio oggetto sacrificale, un quasi-dio.

Non a caso, il rito di Valdieri si conclude, come spesso avviene in questi casi, con il rogo pubblico di un pupazzo di paglia che è il perfetto simulacro dell’orso appena catturato e processato sulla pubblica piazza: arcaica anticipazione pagana, per il tramite del nostro antico mangia-miele, della scena del Golgota.
Tanto lontano ci conduce, se così vi piace, la storia dell’orso.

http://www.carnivalkingofeurope.it/resources/papers.php

Amerika

Congresso degli Stati Uniti
Camera dei Rappresentanti
Washington, DC 20515-3308

24 marzo 1997

Sig. Zell Setzer

P.O. Box 4198

Salisbury, NC 28145

Gentile sig. Setzer,

Allegate potrete trovare le informazioni che avete richiesto riguardo alla politica ed alle linee guida dell’esercito in merito all’istituzione di un programma di lavoro carcerario per civili e di campi di prigionia civili in installazioni militari. Queste informazioni non sono ancora state pubblicate (sono in corso di stampa), comunque, questi programmi sono stati finanziati, hanno ottenuto l’assegnazione del relativo personale e riflettono l’attuale politica dell’esercito. Spero che troverete queste informazioni utili,

Cordiali saluti,

Sinceramente vostro

BILL HEFNER

Membro del Congresso

*****

Rex 84 è l’abbreviazione di “Readiness Exercise 1984”, un programma di addestramento statunitense che, in seguito alla proclamazione dello stato di emergenza da parte del presidente, prevede la sospensione della Costituzione degli Stati Uniti, la dichiarazione della legge marziale, l’assegnazione dei governi statali e locali a comandanti dell’esercito e la detenzione di migliaia di cittadini americani giudicati una minaccia per la sicurezza nazionale.

Fu ideato da Oliver North assieme a John Brinkerhoff e Louis Giuffrida (FEMA – la protezione civile statunitense) sulla base di uno scenario precedente che contemplava l’internamento di 21 milioni di afro-americani in caso di rivolte a sfondo razziale (“Reagan aides and the secret government”, The Miami Herald, 5 luglio 1987). Questo precedente piano, del 1968, prendeva il nome di “Operation Garden Plot”. Fu richiesto dal generale Ralph E. Haines Jr. per definire le linee d’azione nell’eventualità dell’esplosione dei ghetti in conseguenza della possibile uccisione di Martin Luther King.

Fu poi investigato da Ron Ridenhour, un veterano del Vietnam che portò alla luce l’infame massacro di My Lai con una lettera al Congresso ed al Pentagono e che poi si specializzò in giornalismo investigative, morendo prematuramente, a 52 anni, nel 1998 (cf. Ron Ridenhour e Arthur Lubow, “Bringing the War Home”, New Times Magazine, 1975, pg. 20; Ron Ridenhour, “Garden Plot and the New Action Army”, CounterSpy, 1975).

Questi campi esistono già. Sono stati costruiti negli ultimi anni, a partire dal 2006, ad opera di una consociata della multinazionale Halliburton (cf. Dick Cheney), già impegnata in Iraq e nella costruzione di Camp Bondsteel, la Guantánamo europea (“Halliburton Subsidiary Gets Contract to Add Temporary Immigration Detention Centers”, New York Times, 4 febbraio, 2006).

 

*****

Nel corso dell’inchiesta Iran-Contra si tenne un’udienza presso una commissione congiunta del Congresso americano in cui si svolse questo scambio di battute:
[Membro del Congresso Jack] Brooks: “Colonnello North, nell’ambito del vostro lavoro al National Security Council, non vi hanno assegnato ad un certo momento alla pianificazione per la continuità di governo in caso di grave calamità?”
Brendan Sullivan [consigliere di North, nervosamente]: “Signor Presidente?”
[senatore Daniel] Inouye:Credo che questa domanda riguardi un argomento estremamente delicato e riservato, perciò posso chiedere che non venga toccato?”
Brooks: “Ero particolarmente preoccupato, Signor Presidente, perché ho letto nei giornali di Miami e in molti altri che era stato sviluppato un piano, dalla stessa agenzia, un piano di contingenza in caso di emergenza, che sospenderebbe la Costituzione Americana. Ne sono stato profondamente turbato e mi sono chiesto se questo era un settore in cui aveva lavorato. Credo lo sia e vorrei averne conferma”.
Inouye: “Con tutto il rispetto, posso chiedervi di non toccare la questione a questo punto? Se vogliamo affrontarla, sono sicuro che possono essere fatti degli accordi per una sessione esecutiva”.

http://www.loc.gov/law/find/nominations/gates/003_excerpt.pdf

“Children of Men” (“I figli degli uomini”) – un film preveggente?

ART. 1 “Gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace”

ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti”

ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici”

ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.

Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?

Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?

Saint-Just, 1794

Un vero e proprio capolavoro visionario e tecnico della cinematografia, “Children of Men” (“I figli degli uomini”) di Alfonso Cuarón – tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice britannica P.D. James, prefigura l’instaurazione di una democrazia autoritaria nella Gran Bretagna del 2027. I due protagonisti, Theo e Kee, arrivano ad un campo di internamento di rifugiati in fuga dai disordini dell’Europa continentale per scoprire che  i guardiani si sono gradualmente metamorfizzati, assumendo le sembianze e gli atteggiamenti delle guardie dei lager nazisti. È peraltro probabile che la coppia in fuga non sia rimasta particolarmente sorpresa nello scoprire il livello di abbrutimento delle forze dell’ordine britanniche, visto che nel corso dell’intero film si notano mezzi pubblici blindati e trasformati in gabbie per la deportazione degli “immigrati illegali”, insegne e comunicati che esortano i cittadini inglesi a denunciare i medesimi, indipendentemente dal rapporto di fiducia che si può essere instaurato con loro. Un evidente riferimento alla caccia nazista agli ebrei, rafforzato dalla scelta di mostrare la cattura e probabile esecuzione sommaria di una loro compagna di fuga (Miriam) al campo profughi di Bexhill con nel sottofondo un brano dei “The Libertines”, intitolato “Arbeit Macht Frei”.

La grandezza dell’opera risiede appunto in questa sua capacità di esplorare i risvolti di questioni centrali del nostro tempo come l’immigrazione, la gestione di rifugiati e profughi, la xenofobia, il razzismo, in un contesto degenerato a causa della lotta al terrorismo – si intuisce che un ordigno nucleare è stato fatto esplodere a New York e che è stato possibile salvare solo alcune opere d’arte italiane e spagnole dalle devastazioni causate da una qualche rivoluzione – e di una possibile terza guerra mondiale, con ricaduta radioattiva sull’Africa.

In un’intervista, Cuarón spiega che l’intento era proprio quello di far riflettere gl spettatori sulle implicazioni dell’esistenza di realtà come Abu Ghraib, Guantánamo e Bagram, in Afghanistan. Nessuna democrazia formale è al sicuro dal rischio di deteriorarsi, precipitando verso l’estremo nazista: le cose brutte non succedono solo alle persone di colore. Per questo la vista del rifugiato italiano implorante ed incapace di esprimersi in inglese che viene trascinato via con la forza da un militare inglese con al guinzaglio il classico pastore tedesco ha l’effetto di un pugno nello stomaco: non è un arabo, non è un nero, non è “uno degli altri”; è “uno dei nostri”. Uno dei nostri ridotto alla condizione di “nuda vita” (cf. Agamben), di essere vivente senza diritti e senza dignità, alla mercé dell’arbitrio e della violenza, condannato a morte non per aver commesso un crimine indicibile, ma solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, appartenendo alla categoria umana “sbagliata”, quella che non è più protetta dalle leggi dello Stato. Un individuo reso apolide, snazionalizzato, e quindi privato di ogni diritto. Un individuo segregabile e scartabile.

A pochi anni dalla realizzazione del film, questi scenari non sono più fantascientifici o comunque futuribili. Il futuro è dietro l’angolo.

Nel giugno del 2010, il senatore israelo-americano Joseph Lieberman – ex candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti – ed il senatore Scott Brown hanno presentato una proposta di legge – Terrorist Expatriation Act, S.3327, HR 5237 – che priverebbe della cittadinanza americana chiunque sia sospettato di appoggiare il terrorismo o una nazione in guerra con gli Stati Uniti. Questi non potrebbe avvalersi del giusto processo e delle altre forme di tutela specificate dalla Costituzione (cf. Miranda: l’insieme dei diritti costituzionali di cui si viene informati al momento dell’arresto nel diritto statunitense). Questo disegno di legge è motivato, così si sostiene, dalla necessità di impedire a cittadini come Faisal Shahzad, l’aspirante terrorista di Times Square, di fruire della protezione delle leggi americane, essendo un traditore. A parte il fatto che la possibilità di togliere la nazionalità escludendo un cittadino dei suoi diritti svuoterebbe di ogni significato lo stato di diritto e i principi sanciti dalla Costituzione Americana, la proposta di legge è così generica che potrebbe essere applicabile a migliaia di cittadini sospettati di “legami” con gruppi terroristici o nazioni ostili, che scomparirebbero letteralmente in una rete di centri di detenzione militare, senza che i loro avvocati possano rintracciarli e difenderli. Sarebbe, come vedremo, la prosecuzione delle logica adottata in passato, quando migliaia di cittadini di origine giapponese, italiana e tedesca furono internati per il tutto il corso della guerra, violando la Costituzione, per decisione di uno dei migliori presidenti americani di ogni tempo, F.D. Roosevelt.

Tra l’altro, è sconcertante che Joe Lieberman non si renda conto che una tale normativa, un giorno non troppo lontano, potrebbe anche giustificare la detenzione di decine, forse centinaia di migliaia di cittadini americani di religione ebraica, o ex coscritti nell’esercito israeliano, o titolari della doppia cittadinanza israelo-americana, come appunto lui. I terribili precedenti dovrebbero servire da monito.

A questa minacciosa proposta di legge si aggiunge quella promossa dal senatore John McCain, già candidato alla presidenza degli Stati Uniti e sconfitto da Obama, la S.3081 del 4 marzo – “Enemy Belligerent Interrogation, Detention, and Prosecution Act”. Presentata assieme al recidivo Joseph Lieberman e al potente senatore e fondamentalista cristiano James Inhofe, questa legge annullerebbe l’habeas corpus (la fondamentale tutela da un arresto illegittimo) agli Americani considerati “nemici belligeranti” (enemy combatants), in teoria, vista la vaghezza e quindi l’interpretabilità del testo, anche solo per aver apprezzato azioni di natura bellica contrarie agli interessi americani. Questi cittadini non avrebbero diritto ad un avvocato o a un giusto processo e sarebbero sottoposti a detenzione a tempo indeterminato in un centro di internamento militare. Queste due proposte, assieme al Patriot Act (prorogato da Obama fino al 2015) ed al Military Commissions Act del 2006, fanno letteralmente a pezzi la Bill of Rights americana allo stesso modo in cui la legislazione nazista preparava la strada ai campi di concentramento per i nemici del Terzo Reich.

Nessuno, a quel tempo, immaginava che cosa sarebbe avvenuto in seguito, allo stesso modo in cui quasi nessuno, al giorno d’oggi, potrebbe immaginarsi che il destino degli Stati Uniti sia quello di trasformarsi in una tirannia che incarcera arbitrariamente migliaia di cittadini e li fa processare da tribunali militari per aver osato opporsi alle politiche statunitensi.

Questa incapacità anche solo di concepire un tale sviluppo è essenzialmente dovuta ad ignoranza o attenzione selettiva. Nessuno può più sentirsi al sicuro, specialmente quando si profilano attentati anche più drammatici di quelli dell’11 settembre. Lo scenario descritto dal politologo ed ex leader politico canadese Michael Ignatieff, sul New York Times Magazine del 2 maggio 2004 è assolutamente plausibile: “Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza”.

I due summenzionati disegni di legge, che hanno incontrato il favore di Hillary Clinton, se convertiti in legge – il che avverrebbe in modo quasi automatico nel caso di un altro attentato terroristico, proprio come avvenne con il tremendo Patriot Act, approvato praticamente senza essere discusso –  conferirebbero al presidente degli Stati Uniti poteri straordinari, pressoché dittatoriali – incluso l’uso di tribunali militari, che non sono autorizzati a giudicare cittadini americani, finché a questi ultimi non viene tolta la cittadinanza – che si sommerebbero a quelli già previsti in seguito all’11 settembre. Nessun cittadino americano che dissentisse dalle decisioni del governo potrebbe dirsi al sicuro. Con il Patriot Act serviva una giusta causa, ora sarebbe sufficiente il mero sospetto, ossia l’insinuazione, un castello accusatorio fittizio fondato su un’arbitraria definizione di affiliazione ad un’organizzazione terroristica, che nessuna procedura processuale civile potrebbe smontare. Lo stesso Patriot Act, la cui bozza conteneva misure analoghe a quelle proposte da Lieberman ma che, alla fine, molto saggiamente, non furono approvate, fino al 2009 aveva già portato all’incarcerazione di oltre 200 passeggeri aerei per “cattive maniere” (Los Angeles Times, 20 gennaio 2009).

Barack H. Obama ha dichiarato solennemente che “non autorizzerà la detenzione militare a tempo indeterminato senza processo di cittadini americani. Una cosa del genere violerebbe le tradizioni e i valori più importanti della nostra nazione”. A parte il fatto che una tale misura sarebbe scandalosa anche se ad esservi sottoposti fossero cittadini non-Americani – e potrebbe accadere a chiunque, in qualunque luogo – la tragica verità è che, a dispetto delle sue promesse, Obama non ha chiuso il campo di concentramento di Guantánamo Bay, non ha bloccato le deportazioni illegali (extraordinary renditions), non ha soppresso i tribunali militari speciali istituiti da Bush, ha esteso la rete globale di prigioni segrete americane e la sua amministrazione è stata ancora più ostile all’habeas corpus della Bush-Cheney.

Alla fine del 2011 Obama ha controfirmato una legge (National Defense Authorization Act) che trasferisce all’esercito buona parte delle competenze in materia di operazioni anti-terroristiche e prevede la possibilità di imprigionare i sospetti terroristi a tempo indeterminato e senza processo. Persino il New York Times, normalmente molto pro-Obama, ha dedicato all’evento un devastante editoriale (16 dicembre 2011) che lo definisce maldestro e descrive il testo approvato come “così pieno di elementi discutibili che non c’è lo spazio per esaminarli tutti”, in particolare “nuove, terribili misure che renderanno la detenzione a tempo indefinito e i tribunali militari un aspetto permanente della legge americana”. In sintesi, “una deviazione dall’immagine che questa nazione si è fatta di se stessa, ossia di un luogo in cui le persone che hanno a che fare con lo stato o sono sottoposti ad un’accusa formale oppure restano a piede libero”.

Un gruppo di ventisei generali ed ammiragli in pensione, che si era già impegnato sul fronte del probizionismo della tortura, ha scritto ai rispettivi senatori spiegando che questa è una legge che arreca più danni che benefici. Trentadue parlamentari democratici hanno inviato le loro lettere di protesta alle due camere, temendo che la legge minerà alle fondamenta il quarto, quinto, sesto, settimo ed ottavo emendamento della Costituzione. Ulteriori critiche severe sono giunte da un articolo di Forbes, che la descrive come “la più grave minaccia alle libertà civili degli Americani”, dall’American Civil Liberties Union (ACLU) e da Human Rights Watch, che sostengono che l’ultima volta che poteri di detenzione così ampi sono stati conferiti allo stato è stato al tempo di McCarthy, con l’Internal Security Act. Secondo Jonathan Hafetz, avvocato ed uno dei massimi esperti di questo ambito giuridico, questa è la prima volta nella storia americana che si autorizza per legge l’incarcerazione militare illimitata e senza processo.

Quel che è grave è che questa disposizione non solo viola l’articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani – “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione” – ma stabilisce un obbligo di detenzione militare per cittadini non-americani, inclusi quelli arrestati sul suolo americano e, di conseguenza, anche l’obbligo di approntamento di una rete di centri di detenzione militari sul suolo americano.

Queste leggi e proposte di legge si fanno beffe delle convenzioni di Ginevra e violano gli articoli 8, 9, 10 e 11 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e rendono impossibile chiudere Guantánamo e gli altri campi di detenzione/concentramento americani sparsi nel mondo (es. sezioni 1026 e 1027 di NDAA 2011), nonostante la dichiarazione di Obama che “il carcere di Guantánamo Bay compromette la sicurezza nazionale e la nostra nazione sarà più sicura il giorno in cui questa prigione sarà finalmente e responsabilmente chiusa”.

Sempre riguardo a NDAA, dei gravi problemi interpretativi affliggono la sezione 1021 (precedentemente 1031), che contempla la detenzione a tempo indefinito, senza un giusto processo, di persone accusate di essere stati o essere membri o di aver appoggiato in misura sostanziale al-Qaeda, i Talebani o forze ad essi associate in stato di belligeranza con gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Dunque anche la resistenza palestinese, siriana e libanese all’occupazione israeliana? Saddam Hussein era stato falsamente collegato ad Al-Qaeda, pur essendone un nemico dichiarato: cosa succederà ai cittadini iraniani, siriani, palestinesi, libanesi, somali, yemeniti, pachistani, indonesiani, venezuelani, cubani?

L’amministrazione Bush è sempre stata molto elastica nella sua lettura di quel che era autorizzata o meno a fare e varie corti, in diversi gradi di giudizio, hanno simpatizzato con questo approccio che erodeva i diritti degli accusati/imputati (cf. Matteo Tondini, “Hamdan v. Rumsfeld. Se il diritto si svuota dei suoi contenuti”). Robert M. Chesney (University of Texas) ha criticato la scelta di non fare chiarezza, lasciando il testo in termini così vaghi da consentire interpretazioni restrittive e radicali. Il risultato è che Obama, o chi gli succederà, avrà una discrezionalità interpretativa senza precedenti nella storia americana e, quasi senza eccezione, chi arriva al potere tende a fare il massimo uso possibile delle sue prerogative.

D’altronde forse non bisognerebbe stupirsi di tutto questo, sapendo che gli Stati Uniti si fregiano del primato mondiale di possedere un quarto della popolazione carceraria del mondo (con il 5% della popolazione totale mondiale).

La mia conclusione è che esistono le premesse perché negli Stati Uniti si ripeta quel che accadde tra il 1941 ed il 1945 ai cittadini americani di etnia giapponese a Manzanar ed in altri campi di concentramento, ma anche ai trentini nel corso della Grande Guerra (cf. Katzenau).

Siamo quelli col cappello nero, quelli che alla fine del film schiattano (Kosovo nella NATO e nell’UE!)

a cura di Stefano Fait

La NATO ha usato la forza per obbligare il regime semi-autoritario di Milosevic a cessare la sanguinosa persecuzione degli albanesi del Kosovo. Ma la Guerra ha prodotto più danni di quelli preesistenti e ha generato le condizioni di un nuovo turno di persecuzione, meno violenta di quella precedente, e a parti invertite: è la maggioranza albanese che adesso discrimina la minoranza serba. […]. La guerra del Kosovo è stata, infatti, un facile successo militare e un completo fallimento politico. […]. I leader politici occidentali che l’hanno iniziata hanno dichiarato di combatterla per il bene delle popolazioni locali. Ma queste sono uscite dal conflitto in condizioni certamente peggiori di prima.
[…]. Prima del 24 marzo 1999, le vittime della guerra civile tra il Fronte di Liberazione del Kosovo (Kla) e le forze ufficiali e paramilitari serbe erano state circa 3mila, e non c’era evidenza di un piano di sterminio di massa da parte del governo di Belgrado. Durante le 11 settimane di bombardamenti sono state
uccise nella provincia oltre 10mila persone. […]. Il tentativo di pulizia etnica, quindi, se c’è stato, è stato un effetto perverso della guerra e non una sua causa
.

Pino Arlacchi, prefazione ad Antonio Evangelista, “La torre dei crani. Kosovo 2000-2004”, Roma: Editori Riuniti, 2007.

Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento

Henry Kissinger, Daily Telegraph, 28 June 1999.

Penso che i termini imposti a Milošević a Rambouillet fossero assolutamente intollerabili; come avrebbe mai potuto accettarli? Fu una scelta deliberata

John William Gilbert, ministro della difesa inglese, 20 giugno 2000

Molte grandi opere pertanto della città vostra (Atene) si ammirano, ma a tutte una ne va di sopra per grandezza e per valore; perocché dice lo scritto di una immensa potenza [Atlantide] cui la vostra città pose termine, la quale violentemente aveva invaso insieme l’Europa tutta e l’Asia, venendo fuori dal mare Atlantico.

Platone, “Timeo”.

Inizialmente chi, come me, era contrario all’intervento in Libia, è stato oggetto di feroci critiche. Poi alcuni di quei critici hanno ammesso che avevo ragione, altri forse lo hanno ammesso solo con se stessi ed altri ancora hanno chiuso il capitolo libico ed ora si dedicano alla Siria, dimostrando che della sorte dei Libici e della verità non gliene poteva fregar di meno. La cosa non mi disturba più di tanto: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Spero comunque che, come nel caso libico, nei prossimi anni risulterà più chiaro a molti che NATO+Israele sono stati (finché hanno potuto, poiché verranno sconfitti: è quel che succede sempre ai bulli impenitenti) la vera minaccia per la pace e la prosperità del mondo e che la Russia (sì, la Russia di Putin!) era di gran lunga il male minore (pur essendo un male, appunto: ci mancherebbe!).
In uno scontro NATO-Russia non ho alcun problema a dire che tiferò, provvisoriamente, per la Russia e contro di “noi”, quali che siano le conseguenze per la mia persona (l’integrità della coscienza viene prima di tutto il resto).

Chi sta con la NATO non ha ancora capito molto di quel che sta succedendo e pensa davvero che in Libia e Siria i “nostri” interventi siano stati umanitari e che non abbiamo gettato noi nel caos quei paesi, offrendoci poi come soluzione (un classico, e funziona sempre, forse anche su altri pianeti!).
Eppure la vicenda del Kosovo (per non parlare di Afghanistan e Iraq) è lì a testimoniare la letale malafede occidentale.
Mi rendo conto che sia difficile andare oltre la propaganda dei nostri media, come lo è sempre stato per ogni popolo, eternamente convinto di essere dalla parte del bene o comunque del male minore, fino alla sconfitta ed all’emersione di tutto il marcio che era stato celato dai rispettivi governanti. Molti sono convinti che Bush fosse una parentesi e che l’Europa è un’altra cosa rispetto agli Americani. Queste sono convinzioni frutto di ignoranza, ingenuità, pregiudizio e carenza di quell’umiltà necessaria a confrontarsi con i fatti. Fatti che parlano chiaro:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/un-po-di-chiarezza-sullintervento-in.html

“E così oggi sappiamo che abbiamo fatto la guerra del Kosovo per far vincere i peggiori criminali. Lo dicevamo già da tempo, ma a darcene conferma oggi è il Consiglio d’Europa: “I leader di etnia albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) erano responsabili dei traffici di organi umani alla fine degli anni novanta. Lo afferma nel suo ultimo rapporto Dick Marty, che indaga su tali crimini per conto del Consiglio d’Europa“.

E questa non è una notizia “tendenziosa” lanciata da un giornale pacifista. La troviamo oggi sul sito web del quotidiano La Stampa di oggi.

Che cosa è accaduto? “I membri indipendentisti dell’Uck rapivano serbi e altri civili per condurli in Albania, dove venivano loro espiantati gli organi che venivano poi venduti al mercato nero”. Ci hanno raccontato nel 1999 che andavamo a fare una guerra umanitaria per liberare il Kosovo dalla “pulizia etnica”. Ma ci siamo alleati con i trafficanti di droga dell’Uck, l’esercito indipedentista kosovaro che chiedeva a gran voce la “guerra umanitaria”.

I boss della droga hanno partecipato alle trattative prima della guerra.

Ai negoziati francesi che portarono alla guerra c’era proprio Hashim Thaci, accusato si essere coinvolto anche in un traffico di armi e di droga.  E’ oggi ritenuto un boss mafiososecondo l’inchiesta del Consiglio d’Europa sul crimine organizzato che oggi campeggia su tutte le informazioni.

Tachi dette un contributo determinante alla “guerra umanitaria” e in questo momento governa il Kosovo.

Che nell’Uck ci fossero dei trafficanti di droga lo si sapeva ma lo si è taciuto perché mica potevamo dire che si faceva una guerra umanitaria con dei delinquenti incalliti. Racconta Ennio Remondino, giornalista RAI autore del libro “La televisione va alla guerra” (ed. RAI-ERI), che fu trovata una notevole quantità di “polvere bianca” nel bagaglio di uno dei delegati kosovari dell’Uck a Rambouillet, durante le trattative svolte in Francia che decretarono il via libera alla guerra. “Non era farina o borotalco”, annota Remondino nel capitolo “Borotalco” che nel libro è dedicato a questa paradossale vicenda.

Ma era bene tacere e non indagare oltre.

Si andava verso una guerra “giusta” e nessun dubbio doveva tormentare la coscienza degli italiani.

D’Alema difese la l’intervento armato perfino in un libro titotalo “Gli italiani e la guerra”.

Ancora oggi sul sito web di D’Alema si legge che con quella guerra l’Italia veniva “restituita al ruolo e al prestigio internazionali che merita; i cittadini italiani che hanno dimostrato, ancora una volta, quanto profonda e radicata sia in loro la vocazione alla solidarietà“.

E così con quella guerra si è affermato Hashim Thaci, ora capo di governo.

“Il capo del governo del Kosovo – anticipano il Guardian e la Bbc – viene indicato come il boss di un racket che ha iniziato le sue attività criminali nel corso della guerra del Kosovo proseguendole nel decennio successivo. Il rapporto, che conclude due anni di indagini e cita fra le sue fonti l’Fbi e altri servizi di intelligence, scrive che Thaci ha esercitato un “controllo violento” nell’ultimo decennio sul commercio di eroina

Secondo le testimonianze raccolte dal rapporto del Consiglio d’Europa (Ce), venivano uccisi con un colpo di arma da fuoco alla testa i prigionieri di guerra serbi e altri civili vittime del traffico di organi di cui sarebbero responsabili i leader di etnia albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck).

Forse sarebbe utile una nuova edizione aggiornata del libro di D’Alema su Kosovo”.

http://www.peacelink.it/conflitti/a/32941.html

Non contenti, ora siamo pronti ad accogliere nell’Unione Europea e nella NATO proprio il Kosovo, un narcofeudo mafioso che è stato riconosciuto come paese indipendente solo da 89 delle 193 nazioni aderenti all’ONU (51 sono contrari) e che ha un tasso di disoccupazione che fa impallidire quello dei giovani spagnoli, naturalmente con la sponsorizzazione statunitense:

http://www.eubusiness.com/news-eu/us-kosovo-diplomacy.fz2/

Perché USA, NATO e UE sono così eccitati all’idea di ufficializzare la sovranità kosovara, facendosi carico di un paese che corrompe tutto ciò con cui entra in contatto?

http://eastjournal.net/2012/04/10/kosovo-arrestato-per-corruzione-il-capo-dellanti-corruzione-chi-controlla-i-controllori/

Un po’ perché il Kosovo stesso è diventato una base americana, una vera e propria Guantánamo europea (tra l’indifferenza generale):

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Kosovo/Una-Guantanamo-nei-Balcani

Un po’ per questioni sconvenienti che è opportuno sottacere:

http://eastjournal.net/2011/10/28/mafija-la-via-dei-balcani-tra-la-mafia-e-la-guerra/

Un po’ perché, a dispetto della caduta del Muro di Berlino, la Russia è rimasta l’obiettivo principale delle strategie americane.

I Russi volevano controllare l’Afghanistan? Si invade l’Afghanistan.

I Russi vogliono una base navale a Bengasi ed ottengono il benestare di Gheddafi?

http://www.france24.com/en/20081031-gaddafi-offers-host-russian-naval-base-libya

Rivolta in Libia.

I Russi si accontenterebbero di una base navale a Tartus in Siria?

http://www.wallstreetitalia.com/article/1300412/siria-flotta-russa-attraccata-in-base-navale-tartus.aspx.

Rivolta in Siria.

I Russi stringono accordi con l’Iran e collaborano al suo programma nucleare?…

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/24/e-se-liran-avesse-gia-latomica-osservazioni-sconvenienti-sullarmageddon-che-verra/

Siamo i cattivi, credetemi.
Siamo quelli col cappello nero e gli altri hanno un cappello grigio scuro.
Quelli col cappello nero alla fine ci lasciano le penne.

Sull’uso delle umiliazioni sessuali per controllare la popolazione statunitense (e non solo quella)

a cura di Stefano Fait

Salman Rushdie in dialogo con Terry Gilliam:

SR: “Ci fu un tempo in cui anch’io avevo i capelli…non ero mai stato negli Stati Uniti…arrivai a San Francisco con capelli lunghi e baffi alla Zapata…c’era un cartello: “pochi minuti alla dogana è un piccolo prezzo da pagare per salvaguardare i vostri figli dalla minaccia delle droghe”. Un tizio, un Americano DOC, si gira verso di me e mi dice: “Mi sa che te la vedrai brutta”. E aveva ragione. Mi fecero a pezzi, mi fecero spogliare e m’ispezionarono ovunque. Così arrivai in America, tremante. Un’anziana donnetta che attendeva l’autobus vicino a me che mi vide tremare e mi chiese: “che ti è successo, poverino?”. Mi sfogai con lei. E lei fece questo gesto solenne, con la mano sul cuore, scusandosi formalmente a nome degli Stati Uniti. E, ti dirò, sistemò tutto. Potevo passare oltre e godermi l’America”.

TG: “È vero, è questa la grande cosa dell’America: gli Americani”.

SG: “Sì, prima t’ispezionano il retto e poi si scusano di averlo fatto”.

[Entrambi ridono per quasi un minuto].

Naomi Wolf, “How the US uses sexual humiliation as a political tool to control the masses”, Guardian, 5 aprile 2012

Nessuno vuole che lo Stato abbia il potere di toglierti i vestiti di dosso. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo. In una sentenza di questa settimana, passata con una maggioranza di 5 a 4, la corte suprema ha deciso che chiunque può essere perquisito dopo l’arresto per qualsiasi reato, anche di lieve entità, in qualsiasi momento. Questa sentenza mostruosa si aggiunge a due altre recenti leggi da incubo: il NDAA, che permette a chiunque di essere arrestato per sempre, in qualsiasi momento, e l’HR 347, la “legge sulla violazione”, che condanna a 10 anni di reclusione chiunque protesti nei paraggi di chiunque altro goda della protezione dei servizi segreti. Queste incriminazioni per il solo fatto di essere umani arrivano, naturalmente, sulla scia della mini-rivolta del movimento Occupy.

La perquisizione corporale americana è benevola? La persona che si era appellata alla Corte Suprema, Albert Firenze, ha detto di essere stato obbligato a “girarsi, acquattarsi e tossire, dilatando le natiche”. Ha detto che essersi sentito umiliato: “Mi ha disumanizzato”.

Nella sua logica surreale, il giudice Anthony Kennedy ha spiegato che questa sentenza è necessaria perché un terrorista dell’11 settembre avrebbe potuto essere fermato per eccesso di velocità. Ma una perquisizione come avrebbe potuto impedire l’attacco? Forse il giudice Kennedy immagina che i piani per far saltare le torri gemelle fossero stati nascosti in una cavità del suo corpo? Secondo una non-logica ancora più bizzarra, la sua decisione e quella degli altri giudici si basa su preoccupazioni inerenti le armi ed il contrabbando nel sistema penitenziario. Ma le persone agli arresti non sono ancora state condannate e quindi non sono inserite nella popolazione carceraria.

Il nostro Stato di sorveglianza ha dimostrato una notevole determinazione nell’intromettersi sessualmente nei cittadini. C’è l’abuso sessuale dei prigionieri a Bagram – der Spiegel riporta che “gli ex detenuti hanno denunciato episodi di … varie forme di umiliazione sessuale. In alcuni casi, un interrogatore avrebbe posizionato il suo pene lungo il volto del detenuto mentre lo interrogava… Altri detenuti sono stati violentati con bastoni o minacciati di sesso anale”. C’è il denudamento di Bradley Manning in isolamento. E ci sono i provvedimenti istituiti dopo la storia di “mutanda bomber” per palpeggiare i viaggiatori statunitensi sui loro genitali, oppure costringerli a passare attraverso una macchina – prodotta da una società, RapiScan, di proprietà di Michael Chertoff ex direttore del DHA [“Department of Homeland Security” – lo slogan orwelliano del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale è “preservare le nostre libertà, proteggere l’America”, NdR] e profittatore della guerra al terrore – che genera immagini così vivide che è stato chiamato il “pornoscanner”.

Credetemi: nessuno desidera che lo stato abbia il potere di toglierci i vestiti di dosso. La storia mostra che l’uso della nudità coatta da uno stato che sta degenerando verso il fascismo è particolarmente efficace nel controllare e sottomettere la popolazione.

L’uso politico della nudità coatta da parte di regimi antidemocratici ha una lunga storia. Costringere le persone a spogliarsi è il primo passo per frantumare il loro senso di individualità e dignità e rafforzare quello di impotenza…I prigionieri ebrei ammassati nei campi di concentramento venivano spogliati dei loro abiti e fotografati nudi, come immagini iconiche dell’Olocausto.

Uno dei momenti per me più terrificanti, quando ho visitato la prigione di Guantanamo nel 2009, è stato vedere il modo in cui la struttura dell’edificio posizionava i box doccia in vetro intenzionalmente rivolti verso l’atrio centrale, dove giovani guardie donne vigilavano sulla nudità forzata dei prigionieri musulmani, che non avevano modo di nascondersi. Leggi e sentenze come questa sono chiaramente pensate per importare negli Stati Uniti le condizioni di Guantanamo.

[…].

La perquisizione con palpeggiamento nelle zone genitali che è obbligatoria negli Stati Uniti è illegale in Gran Bretagna. Credo che questa politica sia stata pensata per abituare psicologicamente i cittadini statunitensi ad una condizione in cui vengono umiliati e invasi sessualmente dallo Stato – in qualsiasi momento.

La frase più terrificante di tutte è l’uso da parte del giudice Kennedy del termine “detenuti” per i cittadini statunitensi “agli arresti”…
Dieci anni di associazione semantica hanno dato a “detenuto” il significato di sinonimo di chi, in America, è stato spogliato dei suoi diritti – in particolare in prigione. È stato a lungo nell’uso corrente in America, abituandoci a collegarlo alla condizione in cui a qualche remoto musulmano a caso può essere tolto qualsiasi diritto dallo stato americano. Ora il termine – con la sua associazione al concetto di “coloro ai quali si può fare di tutto” – viene reimpiegato sistematicamente all’indirizzo di … qualunque cittadino americano DOC.

[…]

Ora ci sono 1.271 agenzie governative e 1.931 società private che lavorano su programmi relativi alla lotta al terrorismo, alla sicurezza nazionale ed all’intelligence in circa 10mila sedi negli Stati Uniti. Ci sono 854.000 persone munite di nulla osta per motivi di sicurezza e ci sono 33 complessi edilizi dedicati all’attività di intelligence ai massimi livelli di segretezza che sono stati costruiti o sono in costruzione.

Questo nuovo, enorme settore multi-miliardario dell’economia ha interesse a creare un sistema per sorvegliare, intimidire fisicamente ed infierire sul resto della società americana.

Ora possono farlo minacciando di sminuirvi anche sessualmente – un potente strumento nelle mani di qualsiasi bullo.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2012/apr/05/us-sexual-humiliation-political-control#start-of-comments

Negli Stati Uniti, questo è solo l’inizio:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/lo-slittamento-giuridico-verso-la-dittatura-usa-2001-2012/#axzz1rFfn0cny

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/07/ndaa-torneranno-i-campi-di-concentramento-in-america/#axzz1rFfn0cny

Anche in Europa le cose hanno preso una brutta piega:

http://www.informarexresistere.fr/2012/04/06/il-governo-inglese-terrorizzato-dai-suoi-stessi-cittadini-si-scava-la-fossa-da-solo/#axzz1rFfn0cny

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/la-stiamo-perdendo-la-stiamo-perdendo.html

In Italia la tortura NON è un reato:

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/06/articolo/2891/

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/in-italia-la-tortura-non-e-un-reato-e.html

sunshine hours

Climatologists Are No Einsteins (PS It's the Sun!!!)

FuturAbles

Non subire il futuro, ma crealo, immaginandolo

philosophyofmetrics

A measure of cultural performance and production.

il diritto c'è, ma non si vede

il blog di informazione e approfondimento giuridico sul Giappone - a cura di Andrea Ortolani

Scritture Nomadi

Il cammino della narrazione

Appunti Scomodi

Per un'altra Europa

tsiprastn

appuntamenti, notizie e opinioni dalla piazza virtuale dei comitati Trentini a supporto della lista "l'Altra Europa con Tsipras" per le elezioni europee di maggio 2014

PICCOLA ERA GLACIALE

PiccolaeraglacialeWordPress.com

contro analisi

il blog di Francesco Erspamer

Notes from North Britain

Confessions of a Justified Unionist

Civiltà Scomparse

Tra realtà e immaginazione

Trentino 33

GRUPPO DI RIFLESSIONE PER TRENTINO “2013-2033”

PoetaMatusèl's Poetry Pages

* POESIA LIRICA, D'AMORE E DELLA NATURA * LOVE, LYRIC AND NATURE POETRY *

Donata Borgonovo Re

Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare?” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il colibrì. “Con una goccia d’acqua?” disse il leone, con un sogghigno ironico. E il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte”. (Favola africana)

pensiero meridiano

La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche «sfruttamento di una nazione da parte di un’altra», come denunciava Marx Il punto di vista del pensiero meridiano è il punto di vista dei Sud del mondo, dall'America Latina al nostro Mezzogiorno, quella parte della società schiava di squilibri ancor prima di classe che territoriali.

giapponeapiedi

idea di viaggio prevalentemente a piedi nel Giappone tradizionale

Dionidream

Sei sveglio?

The Next Grand Minimum

To examine the social and economic impacts of the next Grand Solar Minimum - See About

Imbuteria's Blog

Just another site

quel che resta del mondo

psiche, 'nuda vita' e questione migrante

SupremeBoundlessWay

For the Sake of All Beings

~ gabriella giudici

blog trasferito su gabriellagiudici.it

Notecellulari

Il Blog di Maria Serena Peterlin

10sigarette

Carpe Diem

Cineddoche 2.0

Il cinema è la vita, con le parti noiose tagliate (A.Hitchcock)

Club UNESCO di Trento

2014: L'Anno Internazionale dei Piccoli Stati Insulari in via di Sviluppo

The Passionate Attachment

America's unrequited love for Israel

GilGuySparks

The guy was nothing but a pain in the ass

Insorgenze

Non lasciare che la scintilla venga del tutto spenta dalle legge - Paul Klee -

L'impero cadente

come crolla l'impero degli angli, dei sassoni e dei loro lacchè con rovina e strepito

"Because every dark cloud has a silver IODIDE lining..."

Sentieri Interrotti / Holzwege

Il blog di Gabriele Di Luca

Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 137 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: