Euroslavia – No allo smantellamento dell’Unione Europea!

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https://twitter.com/stefanofait

C’è la tendenza a pensare che la Grecia è lontana e il resto d’Europa non subirà le conseguenze del suo crollo. Ma mi si mostri un esempio di unione politica, di una confederazione, che sia rimasta intatta dopo che una sua parte se n’è andata. Ciò che accelerò la secessione del Sud nel 1860 è stata l’uscita del South Carolina. La Jugoslavia è collassata dopo l’uscita della Slovenia, l’Unione Sovietica è crollata dopo la secessione dei Paesi Baltici, che erano davvero molto piccoli in relazione al resto. Ci sono effetti cumulativi che operano molto rapidamente.

James Galbraith

L’apertura del mercato statunitense potrà giovare solo alla Germania, e da qui il ruolo centrale di Berlino per il raggiungimento dell’accordo. La contrazione della domanda dei paesi dell’UE verrebbe controbilanciata dai nuovi sbocchi che si aprirebbero nel mercato USA: lo spazio europeo, costruito dagli Usa attorno alla Germania, viene consegnato da Berlino nelle mani degli USA, e si può ben comprendere il ruolo di perno della Germania nella trasformazione della zona Euro da Unione Monetaria a libero mercato degli Stati Uniti. Il rifiuto di ristrutturare il debito della Grecia e le posizioni di punta contro la “frode fiscale” hanno favorito lo spostamento di grandi capitali nella zona del dollaro americano e rafforzato la posizione centrale del biglietto verde.

Il processo che conduce all’apertura del grande mercato transatlantico va oltre la liberalizzazione degli scambi: il perno di questa costruzione politica è il nuovo ruolo di egemonia degli Stati Uniti nei confronti dei paesi della zona dell’euro: le parti si sono, infatti, impegnate a creare, entro il 2014, una “zona di cooperazione” in materia di libertà, sicurezza e giustizia”. La zona di libero scambio è in realtà una zona di libero controllo degli U.S.A. sul continente Europeo, già dall’inizio delle negoziazioni.

Il processo che conduce all’instaurazione di questo grande mercato unificato è l’opposto del metodo comunitario. Se il mercato comune europeo è nato, come struttura economica basata sulla liberalizzazione degli scambi, il grande mercato transatlantico realizza un’unione politica; una risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2007 anticipa già la  creazione di un’assemblea transatlantica.

Jean-Claude Paye [ecco perché Marchionne sta facendo quel che sta facendo]

AVVERTENZE: Le anime belle che credono che il potere non cospiri sono pregate di rivolgersi altrove: questo post e questo blog sono altamente sconsigliati per cardiopatici, psicopatici, troll e allocchi. Circolare!

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(io vi avevo avvertito)

La situazione attuale è quella di un’Europa di nazionalismi risorgenti aizzati da un’oligarchia a cui fa comodo mettere un popolo contro l’altro e fare in modo che gli italiani se la prendano con i tedeschi e i tedeschi coi greci, anche se la gente comune è del tutto innocente.

Il futuro è tetro per l’Europa.
In caso di dissoluzione dell’eurozona, indipendentemente da chi abbandonerà la moneta comune, l’unico modo per ridurre le proprie disastrose perdite sarà quello di scaricarle il più possibile sugli altri. Quindi il nucleo che terrà l’euro cercherà di danneggiare il più possibile chi esce e vice versa. Difficile che la cosa si possa risolvere pacificamente vista l’esorbitante quantità di denaro che è in gioco.

Se invece si accelerasse con l’integrazione, ora che l’opinione pubblica è massicciamente contraria, ci sarebbe ugualmente il rischio di un’esplosione delle proteste e un’implosione dell’Unione Europea, con tutto quel che ne consegue.

In entrambi i casi, da protettorati ci trasformeremo in province dell’impero.

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Il cammino della democrazia ha come destinazione finale l’autogoverno dei cittadini, delle comunità, dei popoli, delle nazioni e delle federazioni di più nazioni. La crisi dell’eurozona ha però fatto sì che l’alternativa imposta agli europei sia diventata quella tra (a) la morte dell’euro e il ritorno a un mercato comune dominato dalle mutlinazionali e banche statunitensi; (b) la subalternità satellitare a uno stato federale mitteleuropeo, che includerebbe anche Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, paesi baltici e Finlandia (ma non la Francia, l’Italia e gli altri paesi “immeritevoli”) e che conserverebbe l’euro – un euro-marco – ed espellerebbe i reprobi.

Pare invece che l’opzione più saggia di una progressiva federalizzazione e democratizzazione dell’Unione con la Banca Centrale Europea che fa gli interessi dei cittadini e non delle banche sia stata prorogata a data da destinarsi.

Si possono chiamare scelte? Sono il risultato di un dispotismo che ricorda da un lato la strategia adottata da Bismarck per unificare la Germania annettendola alla Prussia (egemonia neo-bismarckiana?) e dall’altro la politica imperiale britannica/statunitense del divide et impera. La contrapposizione USA vs. Germania lascia il tempo che trova, come quella tra Turchia e Israele (ma chi ci crede?).

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Il governo dell’Unione ha dimostrato in questi anni un’allarmante propensione a omologare, livellare, plasmare esattamente nella direzione richiesta dal modello anglo-americano, che differeisce davvero poco da quello tedesco. L’euro, che doveva unire gli europei in una proficua collaborazione, è stato intenzionalmente usato come un randello per fare a pezzi i diritti economici e sociali del 90% della popolazione dell’eurozona (e non solo), per costringere ogni paese a ripudiare il suo “genio particolare” e diventare più neoliberista e più puritano (ossia più simile ad un modello che gli stessi tedeschi, stremati, abbandoneranno entro la fine di questo decennio, se vogliono sopravvivere) e per scavare un fossato tra nordisti e sudisti che richiederà almeno una generazione per essere colmato.

 

Il costituzionalista Joseph H.H. Weiler illustra la vergognosa decomposizione del carattere democratico del progetto europeista

Arsène Heitz ha riferito di aver inventato il simbolo dell’Unione Europea ispirandosi alla “Donna dell’Apocalisse” (12:1, 2 e 5).
Le curiose coincidenze!
http://it.wikipedia.org/wiki/Donna_dell%27Apocalisse#La_corona_di_stelle_dell.27Unione_Europea

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L’ALTERNATIVA È UN FEDERALISMO CHE DIFENDA I CITTADINI DAL NEOLIBERISMO, OSSIA DALLO STRAPOTERE DEGLI INTERESSI PRIVATI

Mi pare di poter dire che la ricetta migliore non sia quella dei celebrati Monnet e Spinelli, che erano autoritari:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/15/altiero-spinelli-un-cattivo-maestro/

ma quella, più sensibile, pluralista ma allo stesso tempo pragmatica, di Charles De Gaulle – un europeista convinto ma anche fiero difensore del principio secondo cui l’unità non può essere realizzata a discapito delle diversità –, di due federalisti europeisti meno noti, ma non meno apprezzati, come Denis de Rougemont (intellettuale svizzero) e Salvador de Madariaga (diplomatico e storico spagnolo), ribadita ai nostri giorni da tre eccellenti costituzionalisti come il francese Louis Favoreu, il sudafricano Joseph H.H. Weiler e il tedesco Dieter Grimm (Zagrebelsky 2003).

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Madariaga era un tenace censore dei miti etnici e nazionalisti, nonché dei misticismi europeisti. Soleva dire che era del tutto vano sostituire una falsa mistica nazionale con un’altrettanto falsa mistica europeista che avrebbe richiesto gli stessi rituali alientanti, slogan propagandistici, dedizione assoluta, immolazione dello spirito critico sull’altare di un nuovo nazionalismo su scala maggiore. L’Europa si doveva fare un passo dopo l’altro, per ragioni pratiche e senza volontaristiche e dogmatiche fughe in avanti. Riteneva che fosse indispensabile unire l’Europa il più presto possibile, ma il meno possibile (confederalismo, o federalismo leggero) perché non esisteva un popolo europeo se non come ideale disincarnato.

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Denis de Rougemont, in un magistrale intervento ad una confederenza tenutasi a Montreux nel 1947 (“L’attitude fédéraliste” 1947), ha riepilogato esemplarmente il genuino spirito federalista/confederalista, che ha poco a che vedere con il federalismo funzionalista in voga ai giorni nostri, e ancor meno con l’etnofederalismo delle destra radicali.

Per Rougemont il federalismo è un principio dinamico che trasforma tutte le attività umane, è una sintesi di libertà e di solidarietà organica che permette lo sviluppo della persona nella vita di tutti i giorni e rinuncia ad ogni idea di egemonia organizzatrice e spirito di sistema.

Il saggista elvetico, conscio dei pericoli insiti nei grandi progetti di ingegneria socio-politica, mette in guardia dal rischio di “non suscitare altro che piani razionali e sistemi”. Raccomanda di attenersi a 6 principi guida appresi dagli svizzeri nella loro storia unitaria e che si oppongono, punto per punto ed in maniera categorica, ai dogmi totalitari.

Il primo principio è la neutralizzazione di ogni velleità egemonica di una o più nazioni sulle altre. Dunque nessuna Unione a guida francese o tedesca e nessun direttorio franco-tedesco. Un tale assetto avrebbe peraltro vita breve: “Tutta la storia svizzera illustra questo principio. Ogni volta che uno dei cantoni (come Zurigo) o anche un gruppo di cantoni cittadini (più ricchi o più popolati degli altri) hanno creduto d’imporre il loro primato, gli altri si sono costituiti in lega contro di loro, li hanno obbligati a rientrare nei ranghi e in questo modo l’unione federale ha marcato un progresso… È per questo motivo che la Svizzera non guarderà mai senza un certo timore tali “Grandi” arrogarsi l’iniziativa di una federazione continentale o mondiale. Lo scacco di Napoleone e poi quello di Hitler, nei loro tentativi di unificare l’Europa sono utili avvertimenti. Ci confermano nella convinzione che non si può raggiungere l’obiettivo, che è l’unione, grazie a mezzi imperialisti. Questi non possono che condurre ad un’unificazione forzata, caricatura dell’unione autentica”.

Il secondo principio è la “rinuncia ad ogni spirito di sistema”. De Rougemont designa come “imperialismo” ogni ideologia che imponga all’intero continente soluzioni sistemiche uniformi (il pensiero va, naturalmente, alla disastrosa austerità neoliberista che è riuscita a fiaccare o mandare in recessione persino le economie della ex-area del marco). L’intellettuale svizzero enfatizza la necessità di rinnegare ogni tentativo di applicare una logica rigida e semplicistica, sia pure esteticamente accattivante, perché è “al tempo stesso infedele al reale, vessa le minoranze e distrugge le diversità che sono la condizione di ogni vita organica. Ricordiamo sempre che federare non è mettere in ordine secondo un piano geometrico, a partire da un centro o da un’asse; federare non è altro che mettere insieme, comporre in un modo o nell’altro queste realtà concrete ed eteroclite che sono le nazioni, le regioni economiche, le tradizioni politiche, ed è metterle d’accordo secondo i loro caratteri particolari, che vanno rispettati e articolati in un tutto”.

Il terzo principio è che nel federalismo le minoranze non sono un problema. Non lo sono nemmeno nel totalitarismo, che le sopprime, ma un ordinamento federalista non antepone i criteri quantitativi a quelli qualitativi. Quindi il piccolo può prevalere sul grande.

Il quarto principio è che una federazione non si pone come obiettivo quello di fondere le diversità in un unico blocco, ma le salvaguarda: “La ricchezza dell’Europa e l’essenza stessa della sua cultura sarebbero perdute se si tentasse d’unificare il continente, così da mescolare tutto e ottenere una sorta di nazione europea in cui latini e tedeschi, slavi e anglosassoni, scandinavi e greci si vedrebbero sottomessi alle stesse leggi e agli stessi costumi, che non potranno soddisfare nessuno di questi gruppi e che li distruggerà tutti. Se l’Europa deve federarsi è perché ciascuno dei suoi membri possa trarre beneficio dall’aiuto di tutti gli altri e riesca così a conservare le proprie particolarità e la propria autonomia, che non sarebbe in condizione di difendere da solo dalla pressione dei grandi imperi che lo minacciano. Ciascuna delle nazioni che compongono l’Europa rappresenta in essa una funzione propria e insostituibile, come quella di un organo dentro un corpo. Come la vita normale del corpo dipende dalla vitalità di ciascuno dei propri organi, allo stesso modo la vita di un organo dipende dalla sua armonia con tutti gli altri. Se le nazioni dell’Europa arrivassero a concepirsi in questo ruolo di organi diversi all’interno di uno stesso corpo, esse comprenderebbero che la loro armonia è una necessità vitale e non una concessione che si domanda loro o una domanda del loro proprio valore. Esse comprenderebbero anche che in una federazione esse non avrebbero a confondersi, ma a funzionare di concerto, ciascuna secondo la propria vocazione. Non sarebbe nemmeno una questione di tolleranza, virtù puramente negativa e che nasce il più delle volte dallo scetticismo. Ad ogni nazione sarebbe chiesto di dare il meglio di sé, alla propria maniera e secondo il proprio genio. Dopo tutto il polmone non deve “tollerare” il cuore. Tutto ciò che gli si domanda è di essere un vero polmone, quanto più gli è possibile e, in questa misura, di aiutare il cuore ad essere un buon cuore”.

Il quinto principio è che il federalismo non si limita a tollerare e rispettare la complessità (culturale, psicologica, economica, ecc.), la ama. Al contrario, il totalitarismo ama l’uniformità e l’ipersemplificazione (cf. “non ci sono alternative”, NdR)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/13/il-mito-del-consenso-unanime-e-la-crisi-del-patto-civile-con-lo-stato/

“Quando gli stranieri si stupiscono dell’estrema complessità delle istituzioni svizzere (di questa specie di movimento d’alta orologeria che compone i nostri ingranaggi comunali, cantonali e federali, così variamente accordati), bisogna mostrare che tale articolazione è la condizione stessa delle nostre libertà…È chiaro che leggi o istituzioni concepite in uno spirito unitario, giacobino o totalitario vesserebbero necessariamente uno o più di questi gruppi, tenderebbero a ridurre la loro varietà e mutilerebbero così in molte delle loro dimensioni le persone stesse che in essi si riconoscono. Certo è più facile elaborare decreti su una tabula rasa, semplificare le realtà con una tratto di penna, realizzando progetti in un ufficio e forzando quindi la loro realizzazione: distruggendo tutto ciò che resiste o semplicemente ciò che emerge. Ma ciò che si distrugge in questo modo è la vitalità civica di un popolo. Una politica federalista preoccupata di misurarsi con la realtà, sempre complessa, esige infinitamente più cure, maggiore ingegnosità tecnica e una migliore comprensione dei popoli che governa. Essa esige molto più autentico senso politico. Infine, se ci si riflette, si percepisce che la politica federalista non è nient’altro che la politica tout court, la politica per eccellenza, cioè l’arte di organizzare la città a beneficio dei cittadini; i metodi totalitari, invece, sono anti-politici per definizione, dato che semplicemente sopprimono le diversità a causa della loro incapacità a comporle in un tutt’uno organico e vivente”.

Infine, il sesto principio è che una federazione si forma dal basso e dalla periferia, non dall’alto e dal centro. Si forma con una progressiva, graduale convergenza fatta di accordi culturali, economici, politici, di persone che danno luogo ad interscambi, incontri, relazioni: “E tutto ciò che appare così frammentato e spesso così poco efficace forma un po’ alla volta strutture complesse, disegna i lineamenti di un’ossatura e il sistema dei vasi sanguigni di ciò che diventerà un giorno il corpo degli Stati Uniti d’Europa. Al di sopra e al di sotto dei governi, l’Europa è molto più pronta ad organizzarsi di quanto non sembri. Essa è già molto più unita, in realtà, di quanto non si creda. È sul piano dell’azione governativa che le opposizioni e le rivalità esplodono, è solo là che sono irriducibili”.

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