Una drastica riforma della Costituzione è una priorità per chi?

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Perché ora? Perché tutta questa fretta? Perché questa “sorprendente” concordanza di vedute tra PD, PDL, Lega?

Al procedere delle riforme io ho legato il mio impegno all’atto di una non ricercata rielezione a presidente. Impegno che porterò avanti finche sarò in grado di reggerlo e a quel fine.

Giorgio Napolitano

 

Ma anche adesso, in un momento di grave crisi finanziaria, era davvero necessario dar vita a comitati e comitatini, più o meno lottizzati, per proporre riforme costituzionali? Non è sufficiente, per un governo di transizione, preoccuparsi di riformare la grottesca legge elettorale e tentare di risolvere i problemi economici e sociali?

Corrado Stajano, Corriere della Sera

 

La prima preoccupazione di chi vuole oggi cambiare fino a 60 e più articoli della Costituzione non dovrebbe essere quella di “consentire” al termine del procedimento, un referendum popolare, ma quello di consentirlo adesso che ci si prepara a violare in maniera gravissima la regola fondamentale della Repubblica.

Nessuno poi ci dica che “le regole sono regole e vanno rispettate”.

Nessuno invochi la “legalità sempre”.

Di retorica e di ipocrisia muore la politica. E una Costituzione imposta dividerà i cittadini, non farà dell’Italia un Paese migliore.

Obbedirà soltanto, e anche questa sarà una storia da scrivere, alle indicazioni (ordini?) di una finanziaria americana che ha deciso di mandare al macero le costituzioni nate nel dopo guerra. Le Costituzioni antifasciste.

Sandra Bonsanti

 

Tra i molti problemi dei quali il governo nazionale ed il nostro Parlamento dovrebbero occuparsi, certo non rappresenta una priorità mettersi a riscrivere intere parti della Costituzione italiana. La nostra Carta gode di ottima salute, semmai è la nostra politica a necessitare di profonde riforme interne…. So che tra voi si sono giustamente levate voci preoccupate di fronte al disegno di legge costituzionale presentato dal governo e finalizzato a proporre la revisione costituzionale della forma di Stato, della forma di governo, del bicameralismo: è necessaria la mobilitazione dei cittadini a tutela della Costituzione e del delicato disegno di democrazia repubblicana in essa contenuto.

Donata Borgonovo Re

http://donataborgonovore.com/2013/09/16/la-nostra-carta-gode-di-ottima-salute/

 

Il sogno dei finanzieri (non di tutti, si spera) è uno Stato che funzioni come un’ azienda, ma un’ azienda di fine ‘ 800. Basta col bilanciamento dei poteri, ci vuole un governo forte. Basta con le protezioni del lavoro. Basta con queste Costituzioni antifasciste contaminate dalle idee socialiste. Basta con la libertà dei cittadini di protestare. E’ un sogno che JP Morgan, la più importante banca d’ affari del mondo insieme a Goldman Sachs, ha messo nero su bianco in un documento sulla crisi in Europa. Il paragrafo più significativo: «I sistemi politici della periferia meridionale (dell’ Europa) sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’ esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)». JP Morgan ci spiega dunque che il buon funzionamento dell’ economia non è un mezzo attraverso cui si cerca di migliorare il benessere collettivo, ma il fine da perseguire a costo di stracciare le garanzie e i diritti che definiscono uno Stato democratico. Naturalmente si presuppone che gli Stati siano guidati da élites. Sorprende, che i nostri finanzieri non abbiano menzionato esplicitamente anche la sospensione del diritto di voto, anche se la adombrano quando si preoccupano della «crescita di partiti populisti».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/06/21/jp-morgan-shock-basta-costituzioni-antifasciste.html

La nostra Repubblica si è fatta presidenziale, sotto Napolitano, e la metamorfosi non è stata decisa dal popolo sovrano: è avvenuta come se l’avesse dettata, motu proprio, la natura. L’antagonismo politico piano piano è stato bandito, bollato come populista secondo la già collaudata, emergenziale logica degli opposti estremismi. È populista Berlusconi, che entrò in politica per restaurare un’oligarchia corrotta dopo Mani Pulite. Sono definiti specularmente populisti Syriza in Grecia o i movimenti cittadini vicini a Grillo, che dell’era Mani Pulite sono figli.

Ne consegue l’impotenza crescente delle costituzioni nazionali, quasi ovunque in Europa. Il popolo di cittadini non può far valere bisogni e paure, quando è amministrato (non governato) da oligarchie che pretendono regalità che non hanno più. Quando un rapporto della JP Morgan (28 maggio ‘13) definisce infide le costituzioni nate dalla Resistenza, caratterizzate come sono “da esecutivi deboli verso i parlamenti; dai diritti dei lavoratori; dall’eccessiva licenza di protestare contro modifiche sgradite dello status quo”.

Barbara Spinelli

http://temi.repubblica.it/micromega-online/lo-spirito-della-costituzione-e-laltra-europa-possibile/?printpage=undefined

Al Presidente del Senato, ai Capigruppo del Senato e ai Senatori tutti

I firmatari e i sostenitori della Via Maestra chiedono ai senatori della maggioranza che, con un comportamento democratico, responsabile e trasparente evitino che la legge costituzionale 813-B (che consente la deroga all’articolo 138 della Costituzione), venga approvata con la maggioranza dei due terzi. Tale maggioranza preclude infatti la possibilità di ricorrere al referendum. Sarebbe sufficiente che un limitato numero di senatori (più di 23) non partecipasse alla votazione finale prevista per domani 15 ottobre, consentendo così a tutti i cittadini di esprimersi con un referendum su un provvedimento che incide profondamente sul sistema delle garanzie costituzionali e crea un pericoloso precedente per il nostro paese. Allontanando ancora di più la classe politica dai sentimenti di molta parte degli italiani.

I firmatari della Via Maestra

Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky

http://www.libertaegiustizia.it/2013/10/14/appello-ai-senatori-modifica-art-138-consentite-il-referendum/

L’accordo di libero scambio transatlantico, ovvero la carta dei privilegi delle multinazionali

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L’apertura del mercato statunitense potrà giovare solo alla Germania, e da qui il ruolo centrale di Berlino per il raggiungimento dell’accordo.
La contrazione della domanda dei paesi dell’UE verrebbe controbilanciata dai nuovi sbocchi che si aprirebbero nel mercato USA: lo spazio europeo, costruito dagli Usa attorno alla Germania, viene consegnato da Berlino nelle mani degli USA, e si può ben comprendere il ruolo di perno della Germania nella trasformazione della zona Euro da Unione Monetaria a libero mercato degli Stati Uniti.
Il rifiuto di ristrutturare il debito della Grecia e le posizioni di punta contro la “frode fiscale” hanno favorito lo spostamento di grandi capitali nella zona del dollaro americano e rafforzato la posizione centrale del biglietto verde.
Il processo che conduce all’apertura del grande mercato transatlantico va oltre la liberalizzazione degli scambi: il perno di questa costruzione politica è il nuovo ruolo di egemonia degli Stati Uniti nei confronti dei paesi della zona dell’euro: le parti si sono, infatti, impegnate a creare, entro il 2014, una “zona di cooperazione” in materia di libertà, sicurezza e giustizia”. La zona di libero scambio è in realtà una zona di libero controllo degli U.S.A. sul continente Europeo, già dall’inizio delle negoziazioni.
Il processo che conduce all’instaurazione di questo grande mercato unificato è l’opposto del metodo comunitario. Se il mercato comune europeo è nato, come struttura economica basata sulla liberalizzazione degli scambi, il grande mercato transatlantico realizza un’unione politica; una risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2007 anticipa già la  creazione di un’assemblea transatlantica.
Nelle profonde divergenze tra Europa e gli Usa, in materia di protezione dei dati personali sarà, di fatto, il diritto americano ad imporsi e le procedure europee dovranno adeguarsi. L’affare Swift è emblematico: nonostante la flagrante violazione del diritto comunitario sulla tutela dei dati finanziari, la condivisione di questi non è mai stata messa in discussione. Al contrario, l’UE e gli USA hanno firmato accordi per legittimarla.
Il Parlamento europeo ha infine approvato, nel luglio del 2010, un sistema permanente che permette alle autorità americane di accedere ai dati finanziari dei cittadini dell’Unione. Tuttavia, l’accordo non prevede l’accesso delle autorità europee alle transazioni bancarie e traduce in questo modo l’asimmetria esistente tra i due “partner. (1)
Nodo centrale del grande mercato transatlantico è il trasferimento del trattamento dei dati personali al settore privato. Si tratta di eliminare ogni ostacolo legale alla diffusione delle informazioni per garantire costi più bassi possibili: soprattutto è necessario garantire la redditività in un mercato dominato dagli Stati Uniti: basti pensare a Google, Facebook, Apple ed Amazon.
La ridefinizione della normativa europea sulla tutela della privacy è un passo verso la trasformazione della disciplina del trattamento dei dati personali in un’ottica puramente aziendale.
Allo stesso modo, la sovranità esercitata dalle autorità statunitensi sugli stati membri dell’UE gettale basi di nuovi rapporti di proprietà e di scambio e sancisce la fine del diritto sulla propria persona. La materia viene smembrata : l’usufrutto appartiene all’individuo, gli attributi della personalità, i dati personali, appartengono al potere pubblico, e alle aziende  multinazionali.
http://www.imolaoggi.it/2013/05/12/libero-mercato-transatlantico-o-stato-sovranazionale/

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Proprio qui stanno le principali preoccupazioni dei sindacati europei e americano e delle organizzazioni della società civile: il forte rischio che negoziati, dettati dagli interessi di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione delle grandi imprese americane ed europee, portino ad un ulteriore sfondamento sui terreni dei diritti sociali e del lavoro, delle norme ambientali, della privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, con, inoltre, impatti negativi sul terreno dell’occupazione, sia in termini di quantità che di qualità.

Inoltre, il TTIP si pone chiaramente come “modello” di accordi bilaterali, in alternativa alle negoziazioni multilaterali che vedono lo stallo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC-WTO), che, pur tra mille contraddizioni e con il peso preponderante delle economie avanzate, vede la partecipazione di tutti i paesi, compresi i più poveri e in via di sviluppo, che chiedono regole globali favorevoli al loro sviluppo e non “neocoloniali”.
http://www.rassegna.it/articoli/2013/07/25/103136/libero-scambio-tra-ue-e-usa-perche-bisogna-vigilare

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Penso che l’effetto reale più probabile, se ce ne sarà uno, oltre ad una bella cerimonia a Bruxelles e a Washington per la firma dell’accordo, sarà proprio l’inizio della fine del sistema commerciale multilaterale finora conosciuto. Il sistema Gatt/Wto si è sempre basato su due gambe: la prima rappresentata dalla liberalizzazione degli scambi commerciali, la seconda dal complesso normativo che consiste in un corpus di diritti ed obblighi e in un sistema di risoluzione delle controversie nel caso in cui le norme non vengano rispettate. È chiaro che se la prima gamba continua ad indebolirsi a colpi di accordi bilaterali, di cui la partnership euroamericana di libero scambio sarebbe la più grande, è difficile immaginare che la seconda, da cui dipende il Wto, possa rimanere sufficientemente forte per sostenere l’attuale sistema commerciale multilaterale, a cui Europa e Stati Uniti rivendicano peraltro il loro attaccamento. Naturalmente il Wto non scomparirà completamente, nessuna organizzazione internazionale lo fa. Diventerà però come l’altra organizzazione con sede a Ginevra, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro: un posto con una bella vista sul lago dove i ministri fanno dei bei discorsi una volta all’anno, senza prendere mai decisioni importanti. 

http://www.linchiesta.com/usa-ue

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G. Colonna – da Clarissa.it

“Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l’economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l’egemonia sull’economia-mondo del XXI secolo.

Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un’ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell’Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell’Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell’area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno.

Il progetto TTIP si è sviluppato nel corso della grande crisi epocale che attraversiamo, a partire dal 2007, ma ha conosciuto un’accelerazione negli ultimi mesi, pur restando sotto traccia nell’attenzione mediatica anche a motivo di una particolare riservatezza sui protagonisti effettivi della sua elaborazione, al punto che l’Unione Europea si è rifiutata fino ad ora di fornire i nomi dei componenti della commissione tecnica mista, costituita nel novembre 2011 per predisporre l’agenda dei lavori e le analisi preliminari (HighLevel Working Group on Jobs and Growth), a parte quelli dei due responsabili, lo statunitense Ron Kirk ed il commissario per il commercio della Ue, il belga Karel De Gucht: a nulla sono servite, ad esempio, le richieste di conoscere i nomi degli altri autorevoli membri del gruppo di lavoro da parte di Pascoe Sabido, dell’organizzazione Ask the EU, nonostante la sua organizzazione si sia appellata alle norme comunitarie sul diritto all’informazione.

A chi interessa il TTIP?

Non è tuttavia difficile individuare i promotori di questa iniziativa, al di là dei singoli nomi dei protagonisti: sono le grandi multinazionali che dominano il panorama mondiale dell’economia, riuniti in gruppi di pressione su entrambe le sponde dell’Atlantico che da decenni esercitano una fortissima influenza, mediante tutti gli strumenti del lobbying moderno, sugli organismi regolatori del mercato europeo, siano essi l’Unione Europea o i singoli Stati nazionali. Se per esempio consideriamo il principale dei gruppi statunitensi che operano per indirizzare le trattative del TTIP, la Business Coalition for Transatlantic Trade (BCTT), troviamo che nel consiglio direttivo dell’associazione sono direttamente presenti aziende come Amway, Chrysler, Citi, Dow Chemical, FedEx, Ford, General Electrics, IBM, Intel, Johnson & Johnson, JP Morgan Chase, Lilly, MetLife e UPS, mentre tra le associazioni che aderiscono alla coalizione troviamo Business Roundtable, Coalition of Service Industries, Emergency Committee for American Trade, National Association of Manufacturers, National Foreign Trade Council, Trans-Atlantic Business Council, U.S. Chamber of Commerce, U.S. Council for International Business. Ben si vede che il gotha delle grandi imprese americane internazionalizzate è direttamente impegnato per orientare secondo i propri desiderata i rappresentanti dei governi.

Nonostante questo, solamente le preoccupazioni francesi sugli effetti che il TTIP potrebbe avere sui sussidi alla propria industria audiovisiva hanno fatto notizia per qualche giorno, senza che ovviamente il cittadino europeo potesse mettere bene a fuoco i termini della questione.

Eppure questo accordo potrebbe avere effetti importanti su tutti gli aspetti della vita sociale europea nei prossimi decenni, dato che esso investe tutti i settori economici (prodotti, beni e servizi) per assoggettarli al principio fondamentale dell’abolizione di ogni barriera regolamentativa, tariffaria e non, omogeneizzando le normative e gli standard applicativi, eliminando quanto più possibile strumenti a garanzia del consumatore come possono essere, ad esempio, controlli, etichettature e certificazioni, ritenuti tutti “barriere indirette” al libero scambio. Il tutto in una gamma di business che va dalla chimica-farmaceutica alla sanità, dalle auto all’istruzione, dall’agricoltura ai cosiddetti commons (i beni comuni come l’acqua), agli strumenti bancari e finanziari.

L’esempio più semplice è quello degli organismi geneticamente modificati, la cui introduzione massiva nell’agricoltura europea è stata fino ad oggi rallentata da una serie di regole definite dall’Unione Europea, in conseguenza del massiccio rifiuto dell’opinione pubblica continentale nei confronti di queste tecnologie. Regole e controlli che si sono ispirati al cosiddetto “principio di precauzione“, secondo cui in presenza di potenziali rischi per la salute e per l’ambiente, sono necessarie speciali cautele nell’introduzione e commercializzazione di tecnologie e di prodotti.

Le grandi multinazionali dell’agro-industria mondiale stanno combattendo da un decennio contro queste regole che a loro dire costituiscono appunto una barriera commerciale indiretta nei confronti di prodotti che, sempre a loro avviso, sarebbero “sostanzialmente equivalenti” alle sementi non ingegnerizzate. Nel caso in cui il TTIP diventasse operativo, a partire dal 2015, molte di queste regolamentazioni che rendono più difficile la diffusione degli Ogm in agricoltura diverrebbero illegittime e quindi i grandi gruppi della chimica e della genetica agricola (spesso aziende dominanti anche nel settore della salute) non avrebbero più ostacoli nella commercializzazione di massa dei loro prodotti in una delle tre più grandi agricolture mondiali, quella europea appunto.

Le multinazionali condizionano la legge degli Stati

In questo modo, quindi, le grandi imprese economiche compiono un passo decisivo nella storia del loro rapporto con il potere regolatorio degli Stati: acquisiscono cioè la capacità di intervenire direttamente sul piano legale contro leggi e regolamenti che esse ritengono non conformi ai propri interessi di profitto.

Il TTIP infatti renderebbe immediatamente possibile citare in giudizio l’Unione Europea e gli Stati nazionali senza dover affrontare la giurisdizione tradizionale pubblica, come già sta accadendo ad esempio nel NAFTA (North-American Free Trade Agreement), eliminando quindi alla radice una delle tradizionali prerogative degli Stati-nazione moderni, vale a dire quello di esercitare il potere giudiziario sul proprio territorio. Non a caso il fenomeno delle investor-state arbitration, che scavalca le giurisdizioni nazionali, si è già sviluppato a livello globale tanto che, alla fine del 2012, erano aperti 514 contenziosi di questo tipo, con una crescita del 250% rispetto all’anno 2000: 58 di essi sono stati aperti solo nell’ultimo anno, dimostrando che il ricorso a questo strumento giuridico non-statale è di crescente importanza per le grandi multinazionali; ben 329 (vale a dire il 64%), interessano gli Usa o la Ue, mettendo in luce una delle più sottili ma fondamentali motivazioni del TTIP, quella appunto di fornire alle imprese multinazionali uno strumento per eliminare quanto più possibile l’intervento normativo dei poteri pubblici rispetto agli interessi di profitto economici.

Non basta: per quanto infatti si possa e si debba oggi essere critici nei confronti dell’Unione Europea, è un fatto che “il Trattato [di Lisbona del 2009] ha creato l’opportunità per la UE di fare tesoro dell’esperienza degli accordi esistenti in tema di investimenti, colmandone le lacune e sviluppando una nuova generazione di trattati, senza necessità di risolvere contenziosi diretti fra investitori e Stati, introducendo obblighi per gli investitori e definizioni più precise e restrittive in merito ai loro diritti” (1). Questa capacità normativa di livello comunitario rappresentava a livello mondiale un’inversione di tendenza rispetto alla crescente capacità del capitalismo internazionale di interferire nel potere legislativo e giudiziario, proprio grazie a strumenti come gli investor-state arbitration.

Non si tratta di una questione da poco, dato che una delle principali linee di tendenza patologiche dei nostri tempi è proprio il fatto che l’economia debordi in maniera ormai incontrollabile nella sfera politico-giuridica, mettendo a rischio diritti essenziali, in primo luogo quelli che tutelano il lavoro, ma anche in tema di protezione dell’ambiente, della salute, dei beni comuni essenziali come suolo, acqua, aria, dei fattori strategici nello sviluppo dei popoli, come la cultura e l’istruzione – insomma tutte quelle aree che dovrebbero essere sottratte alla pura logica del profitto, dato che investono l’essere umano in quanto entità non puramente materiale.

Geopolitica e geo-economia del TTIP

Non vi è dubbio che storicamente lo sviluppo dell’Unione Europea e dell’egemonia del capitalismo Usa siano strettamente connessi. Nessuno può negare infatti che il processo di unificazione europea è stato originariamente dipendente dai legami economici che gli Usa avevano stabilito nel corso della Seconda Guerra mondiale, prima, e consolidato poi con il Piano Marshall, che ha rappresentato un fondamentale strumento di integrazione delle economie del Nord Atlantico. Il TTIP è in perfetta continuità con questa storia: ben comprensibile dunque che lo si voglia introdurre oggi che quell’asse portante della storia economica del secondo dopoguerra è minacciato dalla crescente potenza economica dei Paesi fino ad oggi rimasti ai margini della struttura trilaterale post-bellica, imperniata sugli Usa, Europa occidentale e Giappone. Brasile, Cina, India e Russia sono i nuovi competitori che possono mettere in difficoltà l’asse nord-atlantico, anche perché i loro sistemi politici hanno natura e storia molto diverse da quelli dell’Unione Europea, le cui fondamenta dovrebbero ancora posare sul trinomio libertà, eguaglianza e fraternità.

Il TTIP è quindi prima di tutto concepito nel quadro di una politica di potenza economica che ben poco ha a che vedere con la liberalizzazione dei flussi commerciali e degli investimento a livello mondiale, e ancor meno con quella crescita del lavoro e dell’occupazione che pure viene indicata dai fautori del TTIP come benefico effetto della sua introduzione. Ben poco infatti contano oggi i presunti 120 miliardi di euro di crescita che dovrebbero derivare dall’accordo, dato che, distribuiti nel’arco di un decennio, incidono per nemmeno mezzo punto percentuale del PIL europeo. La crescita in termini di occupazione e di sviluppo non è quindi l’obiettivo reale di cui tanto parlano i documenti del misterioso High Level Working Group on Jobs and Growth, soprattutto in presenza di una crisi che ha devastato l’economia europea in termini che è ancora difficile quantificare, ma rispetto ai quali il citato beneficio è sicuramente ben poca cosa.

Quello che più conta, ai fini della lotta di potere economico globale, è la definizione di una sorta di “carta dei diritti” giuridici fondamentali delle grandi multinazionali, rispetto a quelli dei cittadini e dei lavoratori. Tale “carta dei diritti” si rende sempre più necessaria per le ragioni che l’economista americano Michael Hudson ha recentemente illustrato in modo estremamente chiaro: siamo entrati nella “Fase 2″, quella della “eredità” dell’economia speculativa che da trent’anni ha mosso l’economia mondiale, finanziarizzandola. Mentre prima le grandi forze economiche hanno utilizzato speculativamente la loro forza finanziaria, oggi gli stessi protagonisti della speculazione mondiale sono pronti “a comprare proprietà in contanti, a partire dalle proprietà pignorate che le banche vendono a prezzi stracciati” – mentre i cittadini indebitati impiegano i loro salari per pagare i debiti di mutui, carte di credito e acquisiti a rate, restando loro sì e no un quarto della loro disponibilità economica per acquistare beni e servizi.
Si va creando una nuova classe neo-feudale che vive di rendita, impaziente di acquistare strade per imporvi pedaggi, di acquisire diritti di gestione dei parcometri (come accaduto a Chicago), di comprare prigioni, scuole ed altre infrastrutture essenziali. L’aspirazione è di introdurre costi finanziari e quindi rendite da pedaggio nei prezzi che vengono richiesti per accedere a servizi pubblici essenziali. I prezzi quindi non salgono perché i costi e i salari aumentano ma a motivo di queste rendite monopolistiche e di altre rendite di posizione. (…) Questo ambiente post-speculazione, in un’austerità incatenata al debito, sta permettendo al settore finanziario di diventare un’oligarchia molto simile ai latifondisti del XIX secolo. Si guadagna non più col prestare moneta, dato che l’economia è oberata dai debiti, ma possedendo direttamente beni da cui ricavare una rendita. Siamo quindi nella fase del “collasso economico” dell’economia della speculazione finanziaria. Affrontare questa eredità e la presa di potere della finanza sarà la battaglia politica fondamentale per il resto del XXI secolo(2).

Un nuovo organismo sociale per l’Europa

La trasformazione della capacità economico-finanziaria in potenza politica è infatti da sempre uno degli aspetti fondamentali della storia del capitalismo, indispensabile per comprendere la crisi attuale e per risolverla.

Il liberismo di matrice anglo-sassone ha sempre costruito questo potere proprio utilizzando l’arma ideologica della libertà di commercio, dell’eliminazione delle barriere tariffarie e della liberalizzazione del profitto da vincoli e obblighi normativi: dietro queste astratte affermazioni si sono in realtà costruiti imperi economici, concentrazioni di capitali, rendite di posizione e oligarchie finanziarie che oggi sono in grado di condizionare la vita di popoli e continenti interi. TTIP è quindi interesse fondamentale solo per quelle aziende multinazionali che hanno oggi bisogno di influire sulle legislazioni statali per difendere le proprie posizioni monopolistiche – non è certo nell’interesse della stragrande maggioranza delle imprese europee, piccole e medie imprese nelle quali l’imprenditore ed i lavoratori collaborano fianco a fianco per fini economici comuni, anche se non sempre con piena coscienza di questa comunanza di vitali interessi economici e sociali.

Chiarire questo punto è fondamentale per il futuro dell’organizzazione sociale dell’Europa: sono proprio le astratte proclamazioni del liberismo che in realtà impediscono che la vita economica, sottratta al pericolo di un nuovo feudalesimo, sia autonomamente organizzata ed amministrata, dato che accordi come TTIP comportano la prosecuzione e l’estensione della patologica commistione della logica del puro profitto con la ricerca del controllo politico, fattori entrambe alla base della crisi sia dell’economia che della democrazia occidentale odierna.

Solo un’economia autonomamente amministrata da imprenditori, lavoratori e consumatori, organizzati in Consigli dell’Economia autonomi dai partiti, può sottrarre la democrazia ai potentati economico-politici che, essendo i veri creatori di questa come delle precedenti crisi del capitalismo, non saranno mai in grado di risolverle con equità ed efficacia. Fino a quando infatti non si comprenderà che l’economia deve essere ricondotta nell’ambito delle pure esigenze della produzione, circolazione e vendita di beni e servizi, restando distinta dalla componente politico-giuridica, per un verso, e culturale-spirituale delle società, dall’altro; e che, di conseguenza, i diritti del lavoro e la creazione della moneta non debbono essere confusi nell’economia, in quanto né il lavoro né la moneta sono merci; fino a quando tutto questo non sarà compreso e tradotto organizzativamente in pratica – il capitalismo occidentale recherà sempre con sé conflitti sociali e guerre fra i popoli. In presenza di un potere economico in grado di dominare quello politico-giuridico, la democrazia non può che rappresentare una finzione dietro la quale si muovono in assoluta libertà gruppi di interessi e poteri occulti.

Il TTIP, i cui colloqui riprenderanno il prossimo ottobre, comporta, da questo punto di vista, un grande pericolo per il futuro assetto dell’Unione Europea, che, già indebolita all’interno da una crisi devastante, si troverà ancor più trascinata nella pedissequa imitazione del capitalismo anglo-sassone, sistema che non è mai stato compatibile con il fondamentale impulso a libertà, eguaglianza e fraternità che da oltre due secoli ispira, nel bene e nel male, la storia di tutta l’Europa.

1) “A transatlantic corporate bill of rights”, Corporate Europe Observatory and Transnational Institute, 19 luglio 2013.

http://www.opendemocracy.net/ournhs/corporate-europe-observatory-transnational-institute/transatlantic-corporate-bill-of-rights
2) Michael Hudson, “From the bubble economy to debt deflation and privatization”, Real-world Economics Review, issue no. 64, 2 July 2013, pp. 21-22.

http://www.paecon.net/PAEReview/issue64/Hudson64.pdf

http://www.clarissa.it/editoriale_n1900/L-accordo-economico-transatlantico-TTIP-e-il-potere-dell-economia

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La vita prima del business

Cartello di protesta di un gruppo di commesse

Non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi

Yoona~939, Cloud Atlas

Il lavoro sta finendo! Lo dicono senza appello le statistiche. I lavoratori di fabbriche e uffici verranno ridimensionati da oggi al prossimo ventennio come nel secolo scorso letteralmente sparì la massa di agricoltori (dal 75% l 4% degli occupati totali). Una tragedia? Il punto è che la produzione di beni e servizi è aumentata migliaia di volte da allora, richiedendo sempre meno manodopera. È tragedia per colpa dei pochi che beneficiano dei profitti, che non ci pensano a cambiare sistema. Questa è la sfida del futuro, non il lavoro. Si chiama redistribuzione, reddito di cittadinanza, risanamento del territorio come fonte di lavoro. Redistribuzione e reddito di cittadinanza, certo, e questo lo scrivo per i “bottegai”, perché se chiudono le fabbriche, senza stipendi che girano, dopo due mesi, chiudete voi!! E in Italia ancora a combattere per la domenica, siamo governati da ladri incoscienti!!

Marco Benedetti

Marco ha ragione. Quel che sostiene lo confermano Martin Ford (“The Lights in the Tunnel: Automation, Accelerating Technology and the Economy of the Future”) e gli studiosi dell’MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (“Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy”).

Stiamo realmente correndo il rischio di lasciare alle future generazioni un mondo spaventosamente simile a Nuova Seoul (Nea So Copros) di Cloud Atlas, una finta democrazia capital-corporativa e castale dove il reddito di cittadinanza ed i redditi da lavoro devono essere spesi forzatamente ed edonisticamente in base alle fasce di consumo in cui si è inseriti, per poter perpetuare un sistema in cui le persone sono consumatori prima ed esseri umani poi.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

 CLOUD ATLAS

Cloud Atlas

Che diritti si possono esercitare in un sistema caratterizzato da produzione in costante crescita e salari stagnanti, che significano crescente indebitamento, minori acquisti, massicce eccedenze, maggiore disoccupazione e crescente divaricazione tra una piccola minoranza di ricchi ed una fascia povera in espansione? Cosa vuol dire essere liberi in un mondo del genere? Di che libertà/diritti civili si può concretamente parlare?

La crescita economica richiede investimenti e può avvenire solo se c’è l’aspettativa di una forte domanda di prodotti e servizi. Dov’è questa forte domanda? Da dove arriverà? Da stati e famiglie sempre più oppressi dai debiti, indebitamenti che rappresentano l’unica maniera per assicurare un minimo di crescita in un sistema ormai saturo da una generazione e che sopravvive solo grazie a bolle speculative gonfiate dal credito facile ed irresponsabile? Dalle grandi catene e multinazionali che spazzano via i piccoli imprenditori, non solo nei paesi in via di sviluppo? Dai paesi in via di sviluppo che ci estromettono dai mercati e che esportano più che importare (es. Germania vs. Cina)?

Quante librerie hanno dovuto chiudere a causa di amazon.com?

Quanti addetti alle vendite sono stati sostituiti da sistemi on-line?

Quanti impiegati di banca sono stati sostituiti dai call center?

E quanti impiegati nei call center sono stati sostituiti da un software automatico?

E cosa succederà a molti professionisti quando arriveranno le intelligenze artificiali?

Con che introiti sosterranno consumisticamente la crescita?

Quali saranno i futuri costi umani della ricerca della competitività?

Quando l’intero sistema raggiungerà la massima estensione possibile e il punto di saturazione finale, cosa faremo?

Commerceremo con altri sistemi planetari, nella speranza di poter esportare a manetta, per non trovarci al punto di partenza?

Che senso ha tutto questo?

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TRENTO

TREVISO

http://demoandcrazia.blogspot.it/2012/10/la-rivoluzione-delle-commesse-parte-da.html

SESTO FIORENTINO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/15/oggi-sciopero-da-obi-festa-anche-per.html

TORINO

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/23/news/rinascente_sciopero_di_sabato_per_non_lavorare_di_domenica-32070683/

VICENZA

http://www.vicenzatoday.it/economia/sciopero-commesse.html

BOLOGNA

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/03/news/sciopero_contro_aperture_domenicali-34393757/

OCCUPY SUNDAY

http://www.globalproject.info/it/tags/occupy-sunday/community?f_tags_subtags=italia&f_tags_subtags_types=geo

COMMENTI DA TUTTA ITALIA

Quello che mi fa rabbia è questo menefreghismo, egoismo, prevaricazione dei forti sui più deboli; non si assumerà gente in più (il nostro titolare è già in difficoltà così), gli orari faranno sempre più schifo, la famiglia va a ramengo (Vale).

*****

Vorrei commentare anche l’apparente noncuranza della maggior parte delle persone. Sembra che non interessi a nessuno che persone, per la maggior parte donne, ( che lavorano il TRIPLO di noi uomini) si vedano allungare l’orario di lavoro, sottrarre le domeniche, che e’ l’unico giorno di riposo per il commercio. chi lavora nelle grandi aziende, in fabbriche o uffici, hanno il sabato e la domenica! Senza contare tutti i “ponti”. C’e’ chi non e’ mai stato a casa due giorni di seguito! Chi lavora in un negozio i ponti non sa neanche cosa siano (Carlo).

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semplicemente vergognoso ciò che ha fatto il governo, ha semplicemente liberalizzato la schiavitù , faccio il commesso in un negozio di una grande catena privata nella provincia di Napoli, NON turniamo, non ci vengono pagati gli straordinari, e ora il padrone si sente libero di fare 9 ore e 30 al giorno senza nessun tipo di problema, aperture improvvise senza nessuna possibilità di riposo, e pure il governo sa che qui da noi c’è la schiavitù (Malo82).

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Al posto di fare sempre i pecoroni… dovremmo scioperare anche noi tutti uniti una volta per tutte, anche i dipendenti della grande distribuzione e invece nel commercio… ci sarà sempre l’imbecille che apre nel giorno di sciopero, per prendere i clienti che trovano chiuso dagli altri… altre categorie bloccano l’Italia per molto molto meno… qui invece possono distruggere le famiglie, cancellare il riposo, eliminarti tempo libero, hobby, interessi… e nessuno alza un dito come distruggere un’Italia già mal ridotta…(Marcello)

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Io sono senza parole, davvero, odio il commercio, e purtroppo ci lavoro e sono demoralizzata all’idea di dover regalare le mie domeniche a chi si arricchisce sulle mie spalle, tra l’altro sottopagata, in Italia non esistono più valori, sono davvero delusa e mi sento sconfitta…Vogliono tenere gli esercizi commerciali aperti tutte le domeniche??? Va bene…ma siccome noi che ci lavoriamo dentro abbiamo le stesse esigenze di chi la domenica non ha nient’altro di meglio da fare che andare in giro per negozi, gradiremmo cortesemente che anche gli uffici pubblici (poste, comuni, inps….), le asl, le banche, le assicurazioni, i medici, gli asili etc, si adeguassero a questo nuovo “stile di vita”, se di vita si può parlare, e fossero a disposizione 7 giorni su 7 ad orari ovviamente accessibili a tutti, perché noi dobbiamo rinunciare alle nostre domeniche ed altri no? Non lo trovo affatto giusto…(Taty)

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il problema e’ che i sindacati possono fare poco perché non siamo uniti, abbiamo paura che: il contratto a tempo non venga rinnovato, di metterci in cattiva luce nei confronti dell’azienda, ma così facendo arriveranno a sfruttarci peggio che in Cina: UN PUGNO DI RISO E UN CALCIO NEL SEDERE (Vale).

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ma lo sapete che io per fare quelle schifose 4h butto via tutta la domenica, che non ho più una vita sociale, che le mie amicizie si sono stufate di sentirsi dire no mi dispiace non posso, lavoro domenica,schifosi porci della grande distribuzione organizzata, siete organizzati a delinquere ecco cosa siete,chissà quanti soldi avete dato al governo perché approvasse questa legge e poi venite a dire a me di lavorare come fossi un full time perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi e ognuno deve fare la sua parte. e ti minacciano pure, si inventano le cose che non hai detto perché vogliono eliminare i vecchi contratti e assumere gente sottopagata senza più indennità di malattia, senza ferie, senza permessi retribuiti, ecco cosa vogliono fare. ci stanno esasperando per farci licenziare così assumono poveri ragazzini che hanno bisogno di lavorare e li pagano una miseria, ma io mi domando ma siamo aperti 13h ma possibile che non abbiate il tempo di fare la spesa in 13h ore?????ma sapete da quanto tempo non vado al cinema io? (Cassandra)

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non tutti i commercianti vogliono la liberalizzazione degli orari, è solo la grande distribuzione che li vuole perché negli ultimi anni hanno subito un calo dei fatturati non indifferente, io lo so perché ci lavoro. hanno aperto troppi centri commerciali, troppi supermercati e ora il mercato è saturo, troppa offerta per una domanda sempre in calo, la gente non ha più soldi. il problema però sono i clienti che smaniano dalla voglia di sapere se domenica si è aperti perché non hanno niente da fare a casa, le loro vite ormai sono vuote e l’unica cosa che si possono permettere è fare un giro la domenica al centro commerciale, tutto è gratis qui, riscaldamento e aria condizionata, parcheggi, leggono giornali e riviste gratis e poi non li acquistano, i bambini possono persino fracassare i giocattoli e nessuno glieli mette in conto….non sia mai. I clienti vengono la domenica ma poi durante la settimana non tornano, io sono anni che non vedo più il pienone nemmeno la domenica, vengono a fare un giro ma non comprano e allora che senso ha? Perché io devo andare a lavorare di domenica? Non sono un medico, il mio lavoro non salva la vita a nessuno, non è di utilità sociale come vuol far credere Monti (Cassidy).

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Hai ragione tu….vogliono vedere il nostro teatrino di marionette che lavorano “tanto sono pagati” e andare nel paese dei balocchi che è il centro commerciale, per ingannare la loro insaziabile sete di possedere: telefononi luccicanti, cartelli ammiccanti che urlano offerte Si imbambolano davanti alle vetrine e dentro di sé si chiedono “…mmmm ora che sono qua cosa cavolo compro?” e alla fine escono a malincuore, con la borsa vuota:per comprare ci vogliono i soldi: è finita l’illusione;magari ritrovandosi in mano un vasetto di acciughe di merda che a casa non mangia nessuno. Era in offerta! (Kaiser)

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Sono titolare di negozio all’interno di un centro commerciale, single con 1,2 dipendenti (perché a due non ci sto dentro con le spese anzi, è già troppo uno). Da oggi è ufficiale: aperti anche tutte le domeniche mattine. E adesso? Per un collega è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha chiuso per sempre, un altro sta cercando di vendere e lasciare il posto. Io insieme agli altri siamo ammutoliti, visto che la risposta ad una nostra lettera di protesta per quando ci hanno tolto la mezza giornata di riposo infrasettimanale è stata questa: sempre aperti. D’altronde se lo fa la concorrenza lo dobbiamo fare pure noi! Maledetta concorrenza, allora la colpa è tua! Caro Monti hai fatto trenta fai trentuno: aperti 24 su 24, così prendo residenza al negozio, vendo casa e risparmio sull’ici e risparmio pure sulla benzina perché vendo anche l’auto! Una sola richiesta ti faccio, nei soli 46 min di tempo libero che mi hai lasciato per giorno, tu che hai i soldi vieni a trovarmi. PS il giorno di Natale lasciacelo di riposo, così riesco a farmi le ferie! Cosa ne pensate della proposta di tenere chiuse le serrande per protesta e chi di voi lo farebbe PER DAVVERO? Va bene lavorare per vivere ma vivere per lavorare NO! (Lavoratore Italiano)

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E fare venire Monti in negozio con noi 7 su 7 ??

mangiando nei magazzini a pranzo e cena ..visto che i centri commerciali sono aperti dalle 9 alle 22 o per chi è fortunato alle 21!!
Dopo la chiusura serale alle 22 e bello tornare a casa e trovare i tuoi figli che dormono e il più piccolo che si sveglia e ti dice ciao papì 6 tornato tardi anche oggi!!
Grazie Prof. Monti …come è umano LEI !! (Rocco Monticane)

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Sono d’accordo anch’io…E non dobbiamo mollare!!..Facciamoci sentire !!..Sono anch’io una schiava moderna,lavoro in uno di quei grossi centri di elettronica e di fronte abbiamo un centro commerciale..com’è triste vedere famiglie la domenica che vagano per il negozio cercando……ma cosa stanno cercando??..niente…non sanno dove andare, che fare…ed allora il centro commerciale,il negozio, diventa utile perché mentre i genitori guardano tutto e spesso non comprano niente, i figli intanto si distraggono vicino alle consolle dei giochi…e noi lì….a vedere questo triste scenario..Ma dove sono i genitori che portano i bimbi al parco??.. Comunque continuo a lottare ed oltre che boicottare le domeniche coinvolgo il più possibile i miei colleghi che spesso parlano,si lamentano ma poi non fanno niente!..Ho fatto scioperi ed andrò alla manifestazione di martedì sotto la Regione ma non so quanti saremo…eh…ad essere uniti….Noi commesse,commessi, siamo tanti e verrebbe proprio una bella cosa magari scioperare davanti al negozio, di domenica,ad oltranza,tutti quanti!..utopia… Insomma ragazze e ragazzi… CONTINUIAMO A FARCI SENTIRE!!! RICORDIAMOCI CHE CI STANNO TOGLIENDO TUTTI I DIRITTI CHE I NOSTRI PADRI, I NOSTRI NONNI SI SONO GUADAGNATI!!!.. INFORMIAMO I COLLEGHI DELLE MANIFESTAZIONI, DEGLI SCIOPERI E DI QUALSIASI ALTRA FORMA DI PROTESTA, ANCHE QUELLI CHE NON LAVORANO CON NOI!…Io ci spero che possiamo cambiare le cose…anzi, io ci credo….

Un saluto a tutti…(Ele)

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ciao ,anch’io sono una sfigatissima che lavora nel commercio,quando abbiamo chiesto al capo area di darci la possibilità di fare a turni ,la sua risposta è stata non se ne parla nemmeno avete firmato che se il negozio sta aperto la domenica lavorate (peccato che nel 2008 le domeniche erano 1 al max 2 e quelle di dicembre )per quest’anno dovete tenere duro ,e certo tanto mica ci sta lui o ci sta Monti a lavorare con un ridicolo straordinario ,per 4 domeniche ,avendo il giorno compensativo in settima ho preso 11euro (ovn).

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Mio marito lavora in un negozio e tutto andava bene fino allo scorso dicembre. Erano aperti solo una domenica al mese e a dicembre, ma non sempre il turno toccava a lui. Da gennaio non abbiamo più una vita familiare perché lui è a casa in settimana mentre io e mia figlia siamo a casa il sabato e la domenica. Quindi lui è sempre a casa da solo e non riesce più a stare con me e con sua figlia.

In negozio c’è un forte clima di tensione perché devono coprire più ore ma con lo stesso personale perché di assumere qualcuno non se ne parla nemmeno. Anzi tre persone si sono licenziate e gli tocca fare anche i loro lavori. Il direttore si lamenta che le vendite sono in calo e scarica le colpe su di loro quindi sono continuamente martellati, ma se in negozio non entra gente loro cosa possono fare?

Spero almeno che si degneranno di restare chiusi il giorno di Natale.

Io credo che con la scusa della crisi, i lavoratori stanno perdendo tutti i propri diritti. Con la scusa che c’è poco lavoro ci stanno facendo diventare degli schiavi (Anna).

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C’è ancora di peggio. Ad esempio, non solo lavorare TUTTI i sabati, domeniche e festivi, ma vedersi mettere (dalla responsabile di negozio) gli spezzati : 11-13/15-21. Alla mia gentile proposta di poter fare almeno uno/due sabati al mese con orario intero per poter avere un minimo di qualità di vita e godermi la mia famiglia ed un marito fuori casa fino al venerdi per lavoro, la risposta è stata di essere mobbizzata e costretta ad andarmene. La corda si era spezzata, avevo osato chiedere…E sono una con un’esperienza ventennale nel settore commercio…Ne ho viste e dovute subire tante, ma questa mi ha lasciata scioccata…(Anonima)

http://www.linkiesta.it/orari-negozi

Quel che Morgan Freeman avrebbe potuto dire sulla strage di bambini

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12 dicembre 2012: Un uomo armato di fucile semiautomatico ha sparato ieri sulla folla in un centro commerciale di Portland, nell’Oregon, uccidendo almeno due persone e seminando il panico tra la gente. L’omicida, che indossava un giubbotto antiproiettile e una maschera da hockey, è stato poi “neutralizzato”: secondo quanto riferito dalla polizia, l’uomo è “deceduto”.

http://www.today.it/mondo/sparatoria-centro-commerciale-oregon-morti.html

15 dicembre 2012: Nell’Oklahoma, l’amico di un potenziale omicida plurimo lo denuncia alla polizia, che lo ferma prima che possa fare una strage come quella del Connecticut:

http://www.nydailynews.com/news/national/oklahoma-student-plotting-mass-shooting-police-article-1.1221032#ixzz2FAjooXrR

16 dicembre 2012: All’indomani della strage in Connecticut, in Alabama un uomo ha aperto il fuoco in un ospedale, ferendo tre persone, tra cui un agente di polizia, prima di essere ucciso da un altro agente. La sparatoria è avvenuta nel quinto piano dell’ospedale St. Vincent di Birmingham, dove sono ricoverati diversi pazienti con problemi cardiaci. I motivi non sono stati ancora chiariti.

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1073475/usasparatoria-in-ospedaleun-morto.shtml

16 dicembre 2012: Marcos Gurrola spara 50 colpi contro un ipermercato in California e poi viene arrestato (nessun ferito)

http://www.huffingtonpost.com/2012/12/16/marcos-gurrola-arrested-_n_2309425.html

Una serie di episodi che potrebbero dar forma ad un nuovo 11 settembre: i cittadini americani saranno sottoposti a crescenti controlli (negli autobus di San Francisco sono già stati installate telecamere e microfoni) e non protesteranno, perché si convinceranno che è per il loro bene. Poi l’eccezione diventerà la norma.

Le armi sono il mezzo e il sintomo, non la causa.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/15/quel-che-zucconi-bloomberg-e-michael-moore-non-vi-hanno-spiegato-sulla-questione-delle-armi-negli-stati-uniti/

Svizzera, Finlandia, Norvegia, Svezia, Canada, Germania e Islanda hanno altissimi tassi di possesso di armi da fuoco ma, salvo rare eccezioni, non succedono cose del genere. I loro cittadini si sentono, di regola, al sicuro, in una società pacifica.

La Cina è un altro caso di paese colpito da “epidemie” di eccidi nelle scuole (con uso di altri tipi di armi).

Qualcosa, negli Stati Uniti, sta andando storto – prima che altrove –, ed è un fenomeno relativamente recente:

http://books.google.com/ngrams/graph?content=school+shooting&year_start=1800&year_end=2000&corpus=15&smoothing=3&share=

C’è sempre un modo per uccidere decine di persone (appiccare il fuoco ad un edificio, ad esempio) ed è fin troppo allettante lasciarsi sedurre dalle soluzioni facili: una legge, una riforma costituzionale, tutto si risolve e la gente si mette il cuore in pace.

Invece occorre fare le domande giuste, anche se sono complicate e tanta gente fa un’enorme fatica a concentrarsi e fare attenzione per più di pochi minuti. Altrimenti daremo delle risposte sbagliate che aggraveranno il problema. Oltre alla questione della reazione violenta di quelle migliaia di cittadini che vogliono tenersi le loro armi acquistate legalmente – che godrebbero del sostegno di molti stati repubblicani –, bisognerebbe preventivare la trasformazione degli Stati Uniti in una gigantesca Gaza, con passaggi e cunicoli che attraversano le frontiere con il Messico e con il Canada per introdurre armi, come ai tempi del Proibizionismo.

La domanda più giusta da fare è: perché queste tragedie erano così rare prima degli anni Novanta. Negli Stati Uniti, fino al 1968, chiunque poteva comprare armi per corrispondenza e si potevano comprare ovunque, anche ai distributori di benzina. C’erano molti meno controlli.

Che cosa è cambiato? Cos’è successo nella società americana?

Le armi sono un sintomo, appunto, non una causa e curare un melanoma con un cerotto è stupido.

LE POSSIBILI CAUSE

Il sensazionalismo mediatico.Ecco il parere di un anonimo, attribuito erroneamente a Morgan Freeman:

“Volete sapere perché. Può sembrare cinico, ma ecco quel che penso. È a causa del modo in cui i media coprono questi eventi. Guardate come è stato trattato l’omicida della prima di Batman, o quello del centro commerciale dell’Oregon: come delle celebrità. Dylan Klebold e Eric Harris sono diventati nomi familiari, ma chi conosce il nome di una sola delle vittime della strage di Columbine? Persone con disturbi psicologici che altrimenti si suiciderebbero nei loro scantinati vedono queste notizie e decidono di voler fare qualcosa di ancora peggiore, ed uscire di scena alla grande, restando impressi nella memoria collettiva. Perché una scuola elementare? Perché i bambini? Perché sarà ricordato come un orribile mostro, invece di un triste signor nessuno.

L’articolo della CNN dice che se il numero di corpo “non scende”, questo farà arrivare la sparatoria al secondo posto dietro Virginia Tech, come se le statistiche potessero in qualche modo stabilire una gerarchia del peggio. Poi rendono pubblica una video-intervista di studenti di terza elementare che rivelano tutti i dettagli di ciò che hanno visto e sentito, mentre si consumava l’eccidio. Fox News ha diffuso l’immagine del volto del killer in tutti i loro servizi per ore. Esistono articoli e servizi che si concentrano sulle vittime ignorando l’identità del killer? Non ne ho ancora visto uno. Perché non vendono. Quindi congratulazioni, media sensazionalistici, avete appena innescato il prossimo sterminatore che voglia fare “meglio” del precedente, in una scuola materna o un reparto maternità.

Tutti possono aiutare dimenticando di aver mai letto il nome di quest’uomo e ricordando il nome di almeno una vittima. È possibile aiutare con donazioni alla ricerca sulla salute mentale invece di concentrarsi sul controllo delle armi come il problema principale. Potete aiutare spegnendo la TV”.

La glorificazione della violenza. Quel che TV e cinema blockbuster chiamano “cultura” ed “intrattenimento” è solo glorificazione della violenza utile a chi vuole “esportare la democrazia” a colpi di droni e destabilizzazioni e a chi vuole vendere un certo tipo di prodotto ed ha bisogno che i consumatori siano indottrinati al verbo della pretesa illimitata: “perché io valgo!”.

Empatia, solidarietà, cooperazione, senso di comunità stanno soffrendo come forse non mai nella storia. Chi si dimostra capace di un gesto generoso è quasi eroico. Sono virtù che non piacciono allo status quo dei nostri giorni perché ostacolano il privatismo, l’individualismo e le dipendenze edonistico-consumistiche. Vale per gli Stati Uniti ma anche per la Cina, che li ha scimmiottati quasi in tutto e per tutto.

La crisi sistemica. Troppe persone sono precipitate nel precariato esistenziale e si sentono tremendamente insicure, in una società sempre più iniqua ed aggressiva, in cui il rispetto e la cura per la dignità del lavoratore e della persona nel suo complesso è un ricordo del passato, la corruzione nelle alte sfere è sconfinata e i cittadini vengono spiati 24 ore su 24 da un numero impressionante di agenzie e dipartimenti federali.

La crisi della democrazia e del contratto sociale. Il carattere oligarchico delle democrazie contemporanee è sempre più evidente. La Guerra al Terrore ha reso possibili restrizioni ai diritti civili che prima erano impensabili. La Guerra alla Crisi economica viene impiegata per smantellare i diritti dei lavoratori e privatizzare i beni comuni. Chi può dire cosa potrebbe succedere dopo lo scoppio di un’eventuale Terza Guerra Mondiale? Le proteste resteranno pacifiche o bombe molotov e armi semiautomatiche giustificheranno l’imposizione di uno stato di polizia in molti paesi occidentali?

Quel che è facile notare è che sta cambiando la mentalità della gente, in peggio. C’è sempre più paura ed aggressività. Sempre più persone cominciano a credere che i problemi possano essere risolti efficacemente solo con la violenza. Il che vuol dire che stiamo perdendo la libertà prima ancora che ce la tolgano (per il nostro bene). Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi. Stiamo perdendo la libertà di esprimere le nostre migliori qualità dell’animo, quelle che fanno comunità, che fanno fratellanza, perché siamo sempre più sulla difensiva, sempre più orientati a distruggere invece di costruire: le nostre vite sono pervase di violenza psicologica e fisica che avvelena i nostri pensieri e sentimenti. Chi di spada ferisce, di spada perisce. Penso che questo faccia molto comodo a chi detesta la democrazia ed ama le oligarchie. Il caos, l’anarchia è ciò che questi segmenti della società (una larga fetta della classe dirigente, assistita da politici corrotti o troppo pigri ed ignoranti per cogliere il quadro generale) vogliono, perché hanno un “nuovo” prodotto da vendere, un “nuovo” modello sociale che avvantaggia i loro interessi a spese di tutti gli altri.

**********

COME EVITARE DI FARE LA FINE DEGLI STATI UNITI?

Forse la rivoluzione è inevitabile, ma non è la soluzione migliore, essendo gravida di ripercussioni terribili. Proteste di massa, coordinate, in tutta Europa, che sfidino l’establishment, che blocchino la macchina produttiva: servirebbero a risvegliare molte altre coscienze, a scatenare i necessari dibattiti, a preservare la libertà interiore – il rifiuto di sentirsi, pensare e comportarsi come gli oligarchi vogliono che ci si senta, pensi e comporti –, che è un bene di valore inestimabile. Bisogna uscire dalla modalità degli automatismi egoistici da istinto di sopravvivenza.

È una guerra per il controllo delle coscienze, non per il controllo dei corpi. Questa cosa andrebbe capita, una volta per tutte. Se perdiamo la coscienza (cuore e mente) nessuna rivoluzione ce la restituirà. Saremo pedine, non protagonisti.

La questione delle pistole – il possesso d’armi non è il problema principale. Il metodo della nonviolenza di massa è certamente il più efficace, perché nessuna società può funzionare senza la collaborazione dei cittadini (il Terzo Reich è sopravvissuto fino al 1945 non grazie ai fanatici nazisti come Adolf Eichmann, ma grazie agli sforzi sovrumani di milioni di operosi patrioti) ma è una tecnica che richiede intelligenza e lucidità.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/etienne-de-la-boetie-un-uomo.html

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/nonviolenza-certamente-ma.html

Non basta mettersi davanti ad un carro armato o auto-immolarsi per fare la cosa giusta.

Tuttavia quanti sarebbero in grado di farvi completo affidamento quando la minaccia della violenza indiscriminata incombe?

Per questo le vendite di armi aumentano dopo ogni strage.

Per questo molti preferiscono dare il loro contributo ad una resistenza nonviolenta, ma tenendo da parte una pistola, che non si sa mai.

Potrebbe anche funzionare, ma un’eccessiva attenzione a scenari violenti impedisce di esprimere la nonviolenza, chiude la mente, sopprime la libertà interiore.

Il giusto mezzo è essere consapevoli del problema, ma senza farsi dominare da esso, senza concludere che è tutto un braccio di ferro in cui chi è più potente e risoluto alla fine deve prevalere ed è nel giusto. Altrimenti abbiamo perso in partenza.

Se il bullo ci fa diventare come lui, abbiamo perso, anche se lo sconfiggiamo. Saremo suoi cloni, una minaccia per gli altri, per la comunità, un pretesto per abolire la democrazia al fine di soggiogarci.

Se una persona è davvero forte interiormente si sentirà sicura e non avrà bisogno di dimostrare niente a nessuno: continuerà a fare quel che stava facendo, senza provocare nessuno, senza flettere i muscoli, senza richiamare l’attenzione di nessuno, perché sa di potersela giocare.

Se una pistola e ciò che serve ad alcuni per raggiungere questa condizione di equilibrio, per emanciparli dalla costante paura del futuro, allora così sia. Non si può pretendere troppo dalle persone e, a questo punto, chi non è spaventato è dissociato dalla realtà. È giusto essere spaventati quando si affrontano degli psicopatici al culmine del potere.

Chi se le va a cercare le troverà, allo stesso modo in cui le troverà chi nega la realtà perché gli sembra troppo spiacevole.

La questione è che un autentico maestro di arti marziali sa che il suo successo sta nel non dover usare ciò che ha appreso. Se diventa un esperto aspettandosi di mettere in pratica le lezioni ricevute allora ha perso: un vero guerriero dello spirito sa che l’obiettivo è controllare la violenza stessa, per non cadere in tentazione.

Analogamente, l’obiettivo di avere un’arma dovrebbe essere quello di arrivare a capire che non ci serve.

Se invece si sviluppa una dipendenza psicologica rispetto alle armi, è un segno di sconfitta: invece di possedere una pistola, è lei a possedere noi. Si diventa catalizzatori di violenza, come gli Stati Uniti che importano ed esportano violenza, come uno qualunque degli stati-canaglia che denunciano. Fissati sulla violenza e sulla distruzione, sugli scenari peggiori, è esattamente quel che esperiranno. Non sono più una nazione libera.

Gli Stati Uniti, come Weimar prima di loro, hanno raggiunto la condizione di “anarchia organizzata” (caos controllato)  in cui le masse sono malleabili, disposte ad approvare molte cose altrimenti improponibili. La differenza è che gli americani non sono i tedeschi dell’epoca della Depressione e quindi il loro destino non è segnato (né lo è il nostro). Nessuno può prevedere con certezza cosa succederà, men che meno chi pensa di poter controllare e dirigere gli eventi globali.

Quel che dobbiamo fare è essere determinati a sopravvivere, ma senza farne un’ossessione. La morte non è la fine del mondo:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/11/di-che-vita-parlava-gesu-della-vita-della-morte-e-delle-esperienze-extracorporee/

Sull’articolo 18 e le relative polemiche

 

di Mauro Poggi

 

Articolo 18

Il Blog La Monarchia delle Banane segnala le dichiarazioni di alcune fra le nostri più brillanti intelligenze politiche:

Maurizio Sacconi: Il problema dell’Articolo 18 è che impedisce i licenziamenti per motivi disciplinari.
Massimo Corsaro: Chi difende l’Articolo 18 finge di non capire che quello è il vero ostacolo ad una vera opportunità di sviluppo per la nostra economia.
Osvaldo Napoli: Devo ancora conoscere quell’imprenditore che voglia liberarsi di un dipendente operoso e scrupoloso, al quale, semmai, pensa di dare un aumento di stipendio.

Qualcuno dovrebbe preoccuparsi di far sapere in giro che non è l’art 18 a impedire i licenziamenti per giusta causa, ma la legge 604/66 (applicabile a tutte le aziende e non solo a quelle con più di 15 dipendenti). L’art 18, per le aziende con più di 15 dipendenti, si limita a stabilire le sanzioni nel caso il licenziamento fosse ritenuto illegittimo, ai sensi appunto di tale legge.
La quale, fra le giuste cause, prevede anche i motivi disciplinari; purché sufficientemente gravi – ovviamente.
Che un ex Ministro del Lavoro cumuli due sciocchezze in un unica frase la dice lunga sull’onestà intellettuale e la preparazione dei nostri politici.

Fare dell’art 18 il “vero ostacolo” all’opportunità di sviluppo dell’economia (Corsaro) è un’altra di quelle affermazioni che per quanto ripetute all’infinito non smettono di essere infondate. Su (purtroppo) migliaia di licenziamenti, quelli che danno adito a vertenze ex art 18 sono poche decine; solo chi non ha il senso del ridicolo può sostenere che quelli da soli condizionino “vere opportunità di sviluppo”. Il problema, semmai, sono i tempi processuali, per cui dopo due o tre anni il datore di lavoro rischia di dover riassumere pagando il pregresso; ma che di questo si possa incolpare l’articolo 18 mi pare eccessivo anche per la più approssimativa delle riflessioni.
Chi poi sostiene che il limite dei 15 dipendenti sia un disincentivo alla crescita per le piccole aziende italiane, dovrebbe guardare un grafico della distribuzione delle aziende per lavoratori occupati: una curva che non presenta alcuno scalino a giustificazione di questa tesi, né immediatamente prima né immediatamente dopo la fatidica soglia, come anche Confindustria ammette.

A Osvaldo Napoli, chiederei se può fornire una definizione incontrovertibile e condivisa dei termini “operoso” e “scrupoloso”, così da poterla usare come parametro inequivocabile che eviti ogni contenziosità. Un lavoratore che rifiuti di fare straordinario oltre i limiti di legge è ancora definibile operoso? E il dipendente che denuncia condizioni di lavoro che non rispettino le norme di sicurezza rientra nell’ambito degli scrupolosi o in quello dei pianta grane?
A meno che non si voglia lasciare al solo ed esclusivo giudizio  del singolo imprenditore il compito di stabilire chi fra i propri dipendenti possieda queste qualità. Un po’ come succede alla FIAT di Pomigliano, dove fra i 1845 lavoratori finora richiamati dalla CIGS quelli iscritti alla FIOM brillano per totale assenza: evidentemente perché ritenuti non abbastanza operosi o scrupolosi.

Personalmente non sono ideologicamente contrario a una revisione dell’articolo 18 che consenta all’imprenditore di sostituire l’obbligo di riassunzione con un congruo (congruo, sottolineo) indennizzo, parametrato sia all’anzianità lavorativa che a quella anagrafica del lavoratore. Ma l’accanimento con cui si insiste nell’affrontare il problema come prioritario, mentre la logica vorrebbe che venissero prima stabiliti nuovi e più efficienti ammortizzatori sociali, mi fa dubitare che in realtà ciò a cui si vuole arrivare sia la cancellazione di ogni tutela. Ho sentito ieri Monti elogiare il suo omologo Rajoi per le sue “coraggiose riforme”: fra le quali c’è anche la libertà per l’imprenditore di licenziare se per due esercizi successivi l’azienda ha registrato una diminuzione dell’utile (non una perdita, si badi bene). E l’altro super Mario, il signor Draghi, intervistato dal Wall Street Journal, sembra abbia cantato il de profundis  al vecchio modello europeo di stato sociale.
A pensar male si fa peccato ma…

http://mauropoggi.wordpress.com/2012/02/24/articolo-18/

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* POESIA LIRICA, D'AMORE E DELLA NATURA * LOVE, LYRIC AND NATURE POETRY *

Donata Borgonovo Re

Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare?” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il colibrì. “Con una goccia d’acqua?” disse il leone, con un sogghigno ironico. E il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte”. (Favola africana)

pensiero meridiano

La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche «sfruttamento di una nazione da parte di un’altra», come denunciava Marx Il punto di vista del pensiero meridiano è il punto di vista dei Sud del mondo, dall'America Latina al nostro Mezzogiorno, quella parte della società schiava di squilibri ancor prima di classe che territoriali.

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idea di viaggio prevalentemente a piedi nel Giappone tradizionale

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The Next Grand Minimum

To examine the social and economic impacts of the next Grand Solar Minimum - See About

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