Commesse e commessi di tutt’Italia, unitevi!

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IKEA GRANCIA – LUGANO

Orari d’apertura:

Lu-Ve: 9.00-18.30

Gio: 9.00 – 21.00

Sa: 9.00 – 17.00

[domenica chiuso]

La vita prima del business

Cartello di protesta di un gruppo di commesse

Non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi

Yoona~939, Cloud Atlas

Il lavoro sta finendo! Lo dicono senza appello le statistiche. I lavoratori di fabbriche e uffici verranno ridimensionati da oggi al prossimo ventennio come nel secolo scorso letteralmente sparì la massa di agricoltori (dal 75% l 4% degli occupati totali). Una tragedia? Il punto è che la produzione di beni e servizi è aumentata migliaia di volte da allora, richiedendo sempre meno manodopera. È tragedia per colpa dei pochi che beneficiano dei profitti, che non ci pensano a cambiare sistema. Questa è la sfida del futuro, non il lavoro. Si chiama redistribuzione, reddito di cittadinanza, risanamento del territorio come fonte di lavoro. Redistribuzione e reddito di cittadinanza, certo, e questo lo scrivo per i “bottegai”, perché se chiudono le fabbriche, senza stipendi che girano, dopo due mesi, chiudete voi!! E in Italia ancora a combattere per la domenica, siamo governati da ladri incoscienti!!

Marco Benedetti

Marco ha ragione. Quel che sostiene lo confermano Martin Ford (“The Lights in the Tunnel: Automation, Accelerating Technology and the Economy of the Future”) e gli studiosi dell’MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (“Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy”).

Stiamo realmente correndo il rischio di lasciare alle future generazioni un mondo spaventosamente simile a Nuova Seoul (Nea So Copros) di Cloud Atlas, una finta democrazia capital-corporativa e castale dove il reddito di cittadinanza ed i redditi da lavoro devono essere spesi forzatamente ed edonisticamente in base alle fasce di consumo in cui si è inseriti, per poter perpetuare un sistema in cui le persone sono consumatori prima ed esseri umani poi.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

 CLOUD ATLAS

Cloud Atlas

Che diritti si possono esercitare in un sistema caratterizzato da produzione in costante crescita e salari stagnanti, che significano crescente indebitamento, minori acquisti, massicce eccedenze, maggiore disoccupazione e crescente divaricazione tra una piccola minoranza di ricchi ed una fascia povera in espansione? Cosa vuol dire essere liberi in un mondo del genere? Di che libertà/diritti civili si può concretamente parlare?

La crescita economica richiede investimenti e può avvenire solo se c’è l’aspettativa di una forte domanda di prodotti e servizi. Dov’è questa forte domanda? Da dove arriverà? Da stati e famiglie sempre più oppressi dai debiti, indebitamenti che rappresentano l’unica maniera per assicurare un minimo di crescita in un sistema ormai saturo da una generazione e che sopravvive solo grazie a bolle speculative gonfiate dal credito facile ed irresponsabile? Dalle grandi catene e multinazionali che spazzano via i piccoli imprenditori, non solo nei paesi in via di sviluppo? Dai paesi in via di sviluppo che ci estromettono dai mercati e che esportano più che importare (es. Germania vs. Cina)?

Quante librerie hanno dovuto chiudere a causa di amazon.com?

Quanti addetti alle vendite sono stati sostituiti da sistemi on-line?

Quanti impiegati di banca sono stati sostituiti dai call center?

E quanti impiegati nei call center sono stati sostituiti da un software automatico?

E cosa succederà a molti professionisti quando arriveranno le intelligenze artificiali?

Con che introiti sosterranno consumisticamente la crescita?

Quali saranno i futuri costi umani della ricerca della competitività?

Quando l’intero sistema raggiungerà la massima estensione possibile e il punto di saturazione finale, cosa faremo?

Commerceremo con altri sistemi planetari, nella speranza di poter esportare a manetta, per non trovarci al punto di partenza?

Che senso ha tutto questo?

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TRENTO

TREVISO

http://demoandcrazia.blogspot.it/2012/10/la-rivoluzione-delle-commesse-parte-da.html

SESTO FIORENTINO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/15/oggi-sciopero-da-obi-festa-anche-per.html

TORINO

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/23/news/rinascente_sciopero_di_sabato_per_non_lavorare_di_domenica-32070683/

VICENZA

http://www.vicenzatoday.it/economia/sciopero-commesse.html

BOLOGNA

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/03/news/sciopero_contro_aperture_domenicali-34393757/

OCCUPY SUNDAY

http://www.globalproject.info/it/tags/occupy-sunday/community?f_tags_subtags=italia&f_tags_subtags_types=geo

COMMENTI DA TUTTA ITALIA

Quello che mi fa rabbia è questo menefreghismo, egoismo, prevaricazione dei forti sui più deboli; non si assumerà gente in più (il nostro titolare è già in difficoltà così), gli orari faranno sempre più schifo, la famiglia va a ramengo (Vale).

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Vorrei commentare anche l’apparente noncuranza della maggior parte delle persone. Sembra che non interessi a nessuno che persone, per la maggior parte donne, ( che lavorano il TRIPLO di noi uomini) si vedano allungare l’orario di lavoro, sottrarre le domeniche, che e’ l’unico giorno di riposo per il commercio. chi lavora nelle grandi aziende, in fabbriche o uffici, hanno il sabato e la domenica! Senza contare tutti i “ponti”. C’e’ chi non e’ mai stato a casa due giorni di seguito! Chi lavora in un negozio i ponti non sa neanche cosa siano (Carlo).

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semplicemente vergognoso ciò che ha fatto il governo, ha semplicemente liberalizzato la schiavitù , faccio il commesso in un negozio di una grande catena privata nella provincia di Napoli, NON turniamo, non ci vengono pagati gli straordinari, e ora il padrone si sente libero di fare 9 ore e 30 al giorno senza nessun tipo di problema, aperture improvvise senza nessuna possibilità di riposo, e pure il governo sa che qui da noi c’è la schiavitù (Malo82).

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Al posto di fare sempre i pecoroni… dovremmo scioperare anche noi tutti uniti una volta per tutte, anche i dipendenti della grande distribuzione e invece nel commercio… ci sarà sempre l’imbecille che apre nel giorno di sciopero, per prendere i clienti che trovano chiuso dagli altri… altre categorie bloccano l’Italia per molto molto meno… qui invece possono distruggere le famiglie, cancellare il riposo, eliminarti tempo libero, hobby, interessi… e nessuno alza un dito come distruggere un’Italia già mal ridotta…(Marcello)

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Io sono senza parole, davvero, odio il commercio, e purtroppo ci lavoro e sono demoralizzata all’idea di dover regalare le mie domeniche a chi si arricchisce sulle mie spalle, tra l’altro sottopagata, in Italia non esistono più valori, sono davvero delusa e mi sento sconfitta…Vogliono tenere gli esercizi commerciali aperti tutte le domeniche??? Va bene…ma siccome noi che ci lavoriamo dentro abbiamo le stesse esigenze di chi la domenica non ha nient’altro di meglio da fare che andare in giro per negozi, gradiremmo cortesemente che anche gli uffici pubblici (poste, comuni, inps….), le asl, le banche, le assicurazioni, i medici, gli asili etc, si adeguassero a questo nuovo “stile di vita”, se di vita si può parlare, e fossero a disposizione 7 giorni su 7 ad orari ovviamente accessibili a tutti, perché noi dobbiamo rinunciare alle nostre domeniche ed altri no? Non lo trovo affatto giusto…(Taty)

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il problema e’ che i sindacati possono fare poco perché non siamo uniti, abbiamo paura che: il contratto a tempo non venga rinnovato, di metterci in cattiva luce nei confronti dell’azienda, ma così facendo arriveranno a sfruttarci peggio che in Cina: UN PUGNO DI RISO E UN CALCIO NEL SEDERE (Vale).

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ma lo sapete che io per fare quelle schifose 4h butto via tutta la domenica, che non ho più una vita sociale, che le mie amicizie si sono stufate di sentirsi dire no mi dispiace non posso, lavoro domenica,schifosi porci della grande distribuzione organizzata, siete organizzati a delinquere ecco cosa siete,chissà quanti soldi avete dato al governo perché approvasse questa legge e poi venite a dire a me di lavorare come fossi un full time perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi e ognuno deve fare la sua parte. e ti minacciano pure, si inventano le cose che non hai detto perché vogliono eliminare i vecchi contratti e assumere gente sottopagata senza più indennità di malattia, senza ferie, senza permessi retribuiti, ecco cosa vogliono fare. ci stanno esasperando per farci licenziare così assumono poveri ragazzini che hanno bisogno di lavorare e li pagano una miseria, ma io mi domando ma siamo aperti 13h ma possibile che non abbiate il tempo di fare la spesa in 13h ore?????ma sapete da quanto tempo non vado al cinema io? (Cassandra)

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non tutti i commercianti vogliono la liberalizzazione degli orari, è solo la grande distribuzione che li vuole perché negli ultimi anni hanno subito un calo dei fatturati non indifferente, io lo so perché ci lavoro. hanno aperto troppi centri commerciali, troppi supermercati e ora il mercato è saturo, troppa offerta per una domanda sempre in calo, la gente non ha più soldi. il problema però sono i clienti che smaniano dalla voglia di sapere se domenica si è aperti perché non hanno niente da fare a casa, le loro vite ormai sono vuote e l’unica cosa che si possono permettere è fare un giro la domenica al centro commerciale, tutto è gratis qui, riscaldamento e aria condizionata, parcheggi, leggono giornali e riviste gratis e poi non li acquistano, i bambini possono persino fracassare i giocattoli e nessuno glieli mette in conto….non sia mai. I clienti vengono la domenica ma poi durante la settimana non tornano, io sono anni che non vedo più il pienone nemmeno la domenica, vengono a fare un giro ma non comprano e allora che senso ha? Perché io devo andare a lavorare di domenica? Non sono un medico, il mio lavoro non salva la vita a nessuno, non è di utilità sociale come vuol far credere Monti (Cassidy).

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Hai ragione tu….vogliono vedere il nostro teatrino di marionette che lavorano “tanto sono pagati” e andare nel paese dei balocchi che è il centro commerciale, per ingannare la loro insaziabile sete di possedere: telefononi luccicanti, cartelli ammiccanti che urlano offerte Si imbambolano davanti alle vetrine e dentro di sé si chiedono “…mmmm ora che sono qua cosa cavolo compro?” e alla fine escono a malincuore, con la borsa vuota:per comprare ci vogliono i soldi: è finita l’illusione;magari ritrovandosi in mano un vasetto di acciughe di merda che a casa non mangia nessuno. Era in offerta! (Kaiser)

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Sono titolare di negozio all’interno di un centro commerciale, single con 1,2 dipendenti (perché a due non ci sto dentro con le spese anzi, è già troppo uno). Da oggi è ufficiale: aperti anche tutte le domeniche mattine. E adesso? Per un collega è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha chiuso per sempre, un altro sta cercando di vendere e lasciare il posto. Io insieme agli altri siamo ammutoliti, visto che la risposta ad una nostra lettera di protesta per quando ci hanno tolto la mezza giornata di riposo infrasettimanale è stata questa: sempre aperti. D’altronde se lo fa la concorrenza lo dobbiamo fare pure noi! Maledetta concorrenza, allora la colpa è tua! Caro Monti hai fatto trenta fai trentuno: aperti 24 su 24, così prendo residenza al negozio, vendo casa e risparmio sull’ici e risparmio pure sulla benzina perché vendo anche l’auto! Una sola richiesta ti faccio, nei soli 46 min di tempo libero che mi hai lasciato per giorno, tu che hai i soldi vieni a trovarmi. PS il giorno di Natale lasciacelo di riposo, così riesco a farmi le ferie! Cosa ne pensate della proposta di tenere chiuse le serrande per protesta e chi di voi lo farebbe PER DAVVERO? Va bene lavorare per vivere ma vivere per lavorare NO! (Lavoratore Italiano)

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E fare venire Monti in negozio con noi 7 su 7 ??

mangiando nei magazzini a pranzo e cena ..visto che i centri commerciali sono aperti dalle 9 alle 22 o per chi è fortunato alle 21!!
Dopo la chiusura serale alle 22 e bello tornare a casa e trovare i tuoi figli che dormono e il più piccolo che si sveglia e ti dice ciao papì 6 tornato tardi anche oggi!!
Grazie Prof. Monti …come è umano LEI !! (Rocco Monticane)

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Sono d’accordo anch’io…E non dobbiamo mollare!!..Facciamoci sentire !!..Sono anch’io una schiava moderna,lavoro in uno di quei grossi centri di elettronica e di fronte abbiamo un centro commerciale..com’è triste vedere famiglie la domenica che vagano per il negozio cercando……ma cosa stanno cercando??..niente…non sanno dove andare, che fare…ed allora il centro commerciale,il negozio, diventa utile perché mentre i genitori guardano tutto e spesso non comprano niente, i figli intanto si distraggono vicino alle consolle dei giochi…e noi lì….a vedere questo triste scenario..Ma dove sono i genitori che portano i bimbi al parco??.. Comunque continuo a lottare ed oltre che boicottare le domeniche coinvolgo il più possibile i miei colleghi che spesso parlano,si lamentano ma poi non fanno niente!..Ho fatto scioperi ed andrò alla manifestazione di martedì sotto la Regione ma non so quanti saremo…eh…ad essere uniti….Noi commesse,commessi, siamo tanti e verrebbe proprio una bella cosa magari scioperare davanti al negozio, di domenica,ad oltranza,tutti quanti!..utopia… Insomma ragazze e ragazzi… CONTINUIAMO A FARCI SENTIRE!!! RICORDIAMOCI CHE CI STANNO TOGLIENDO TUTTI I DIRITTI CHE I NOSTRI PADRI, I NOSTRI NONNI SI SONO GUADAGNATI!!!.. INFORMIAMO I COLLEGHI DELLE MANIFESTAZIONI, DEGLI SCIOPERI E DI QUALSIASI ALTRA FORMA DI PROTESTA, ANCHE QUELLI CHE NON LAVORANO CON NOI!…Io ci spero che possiamo cambiare le cose…anzi, io ci credo….

Un saluto a tutti…(Ele)

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ciao ,anch’io sono una sfigatissima che lavora nel commercio,quando abbiamo chiesto al capo area di darci la possibilità di fare a turni ,la sua risposta è stata non se ne parla nemmeno avete firmato che se il negozio sta aperto la domenica lavorate (peccato che nel 2008 le domeniche erano 1 al max 2 e quelle di dicembre )per quest’anno dovete tenere duro ,e certo tanto mica ci sta lui o ci sta Monti a lavorare con un ridicolo straordinario ,per 4 domeniche ,avendo il giorno compensativo in settima ho preso 11euro (ovn).

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Mio marito lavora in un negozio e tutto andava bene fino allo scorso dicembre. Erano aperti solo una domenica al mese e a dicembre, ma non sempre il turno toccava a lui. Da gennaio non abbiamo più una vita familiare perché lui è a casa in settimana mentre io e mia figlia siamo a casa il sabato e la domenica. Quindi lui è sempre a casa da solo e non riesce più a stare con me e con sua figlia.

In negozio c’è un forte clima di tensione perché devono coprire più ore ma con lo stesso personale perché di assumere qualcuno non se ne parla nemmeno. Anzi tre persone si sono licenziate e gli tocca fare anche i loro lavori. Il direttore si lamenta che le vendite sono in calo e scarica le colpe su di loro quindi sono continuamente martellati, ma se in negozio non entra gente loro cosa possono fare?

Spero almeno che si degneranno di restare chiusi il giorno di Natale.

Io credo che con la scusa della crisi, i lavoratori stanno perdendo tutti i propri diritti. Con la scusa che c’è poco lavoro ci stanno facendo diventare degli schiavi (Anna).

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C’è ancora di peggio. Ad esempio, non solo lavorare TUTTI i sabati, domeniche e festivi, ma vedersi mettere (dalla responsabile di negozio) gli spezzati : 11-13/15-21. Alla mia gentile proposta di poter fare almeno uno/due sabati al mese con orario intero per poter avere un minimo di qualità di vita e godermi la mia famiglia ed un marito fuori casa fino al venerdi per lavoro, la risposta è stata di essere mobbizzata e costretta ad andarmene. La corda si era spezzata, avevo osato chiedere…E sono una con un’esperienza ventennale nel settore commercio…Ne ho viste e dovute subire tante, ma questa mi ha lasciata scioccata…(Anonima)

http://www.linkiesta.it/orari-negozi

Quando i tedeschi capiranno che la Merkel li ha truffati…

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A dispetto di quel che la troika e i media vorrebbero far credere alla gente comune, chi possiede una formazione macroeconomica e sociologica sa che la Germania sta affondando e non c’è alcuna Wunderwaffe (arma segreta miracolosa) che potrà salvarla (N.B. è il terzo conflitto mondiale che perde a causa dell’egoismo e della superbia della sua classe dirigente, oltre che della cieca fiducia della popolazione nei confronti dei loro leader – altro che Guinness dei Primati). Forse l’unico che aveva qualche possibilità di trarla d’impaccio era Frank-Walter Steinmeier, ma sarà Peer Steinbrück a cercare di rispedire a casa la nefasta Angela Merkel (uno sfidante che neppure in caso di vittoria riuscirà ad essere sufficientemente audace – i banchieri tedeschi non approverebbero).

La produzione industriale tedesca nel mese di dicembre 2012 ha evidenziato un calo congiunturale pari allo 0,3%.

http://www.borse.it/articolo/ultime/Germania_produzione_industriale_inferiore_alle_attese_degli_analisti_387840

Ci sarà una nuova frenata del prodotto interno lordo tedesco nel 2013.

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Germania-taglia-stime-Pil-2013-2014/16-01-2013/1-A_004458030.shtml

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Euro, sette balle sui tedeschi

  1. L’euro ha privato la Germania del marco e la convivenza con valute più deboli è stata un handicap.
  2. La maggiore competitività della Germania è dovuta al fatto che i tedeschi lavorano più degli altri.
  3. La Germania ha i conti in ordine.
  4. La Germania ha pratiche fiscali trasparenti.
  5. Anche la Germania sta pagando la crisi del debito, per questo vuole mettere ordine.
  6. Per la Germania è inaccettabile che l’Unione europea diventi un’Unione di trasferimenti (Transferunion).
  7. In Germania l’argomento che Hitler abbia preso il potere dopo l’iperinflazione degli anni Venti impedisce di accettare l’idea di una Bce libera di muoversi, per timore che crei inflazione.

Qui una migliore approssimazione alla verità: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/piazza-grande-euro-sette-balle-sui-tedeschi/180063/

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Nel mese di dicembre, c’erano 2,8 milioni di persone registrate come disoccupate, 88.000 in più rispetto a novembre.

“Nel settembre 2010 7.300.000 tedeschi, cioè a dire un dipendente su cinque, erano relegati nel girone dei “mini-job” – un aumento di 1,6 milioni rispetto al 2003. Il numero di lavoratori che accettavano “mini-jobs” in aggiunta all’impiego principale per far quadrare i conti è quasi raddoppiato da 1,3 milioni nel 2003 a 2,4 milioni nel 2010. Circa due terzi di questi “mini-cottimisti” sono donne.

[…].

Dei 41 milioni impiegati nel 2011, poco più di 29.000.000 avevano un lavoro regolare, mentre il resto era costituito da lavoratori autonomi o in “mini-jobs”. I salari reali sono rimasti stazionari dal 1990 e diminuiti del 2,9% tra il 2004 e il 2011. Il numero di lavoratori poveri è in crescita e la disuguaglianza nei redditi sta crescendo più rapidamente in Germania che in qualsiasi altra economia occidentale.

[…].
Né la crescita del PIL tedesco nel primo decennio del secolo conferma la convinzione che la deregolamentazione del mercato del lavoro è la chiave per la crescita. Con il secondo tasso di crescita più basso (di circa il 1,7%) nella zona euro tra il 1999 e il 2008, non c’è davvero molto da dire di positivo sul famoso modello economico tedesco”.

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/aug/21/mini-jobs-germany-britain

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Nel 2000 l’economia tedesca è stata salvata da un gigantesco bail-out da parte della Banca Centrale Europea, in seguito all’esplosione della bolla speculativa precedente, quella della cosiddetta “New Economy” (cf. Richard Koo, capo-economista dell’Istituto di Ricerca Nomura, la più grande agenzia di consulenza giapponese nel settore IT, intervistato da Joe Weisenthal, Business Insider, 19 giugno 2012).

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La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha certificato che la Germania e la Grecia hanno ricevuto lo stesso sostegno finanziario nel corso della crisi, almeno fino al 2012:

Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere presentata come l’adulto responsabile e la Grecia come il figliol prodigo. La prudente Germania, dice la storia, è riluttante a salvare la Grecia scroccona, che ha preso in prestito più di quanto poteva permettersi e ora deve subire le conseguenze. Vi sorprenderebbe sapere che in Europa i contribuenti hanno fornito alla Germania lo stesso sostegno finanziario offerto alla Grecia? Lo suggerisce un esame dei flussi monetari Europei e dei bilanci delle banche centrali

Bloomberg, Hey, Germany: You Got a Bailout, Too”, 24 maggio 2012).

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Nessuno ha raccontato ai tedeschi che molte delle misure adottate sinora non servivano per salvare i “fannulloni” greci o spagnoli ma per salvare i sistemi bancari tedesco e francese (che detenevano molti titoli di questi paesi, ndr). Molti dei finanziamenti alla Grecia non sono mai arrivati ad Atene, hanno semplicemente fatto un giro da Francoforte a Francoforte.

Giovanni Dosi, economista della Scuola Superiore Sant’Anna e collaboratore del premio Nobel Joseph Stiglitz alla Columbia University, 28 luglio 2012

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Il capitale di Deutsche Bank ammonta a poco meno del 2,5% rispetto agli assets della banca. Che è come dire che perdite del 3% sul totale del portafoglio della banca sarebbero più che sufficienti ad azzerare il capitale della banca. Ossia a farla fallire. Né più né meno di quanto è successo a Lehman Brothers, la banca d’affari americana fallita nel 2008.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/09/la-morte-delle-cicale-che-si-spacciavano-per-formiche-deutsche-bank-agonizzante/

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“Sfruttando gli alti livelli di disoccupazione (8%-10%) e la minaccia di licenziamenti e delocalizzazione delle imprese, il governo mette a punto un piano di liberalizzazione sfrenata dei contratti di lavoro e riduzione delle tutele sindacali: dal 2003 al 2009 i salari reali dei lavoratori tedeschi corretti all’andamento dell’inflazione e al costo medio della vita scendono del -6% (guarda grafico sotto, dove i salari italiani rimangano stabili mentre quelli tedeschi scendono proprio in concomitanza con l’introduzione dell’euro nel 2002).

[…].

un’altra stupidaggine che viene spesso ripetuta da politici ed economisti di regime (ribadiamo sia di destra che di sinistra che di centro, per par conditio) è che la Germania ha potuto creare questi enormi surplus delle esportazioni perché è riuscita a penetrare nei mercati dei paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e in Cina in particolare. Ma se esaminiamo la tabella sotto vediamo che la situazione è ben diversa da ciò che ci raccontano: dal 1999 al 2007 il maggiore incremento delle esportazioni di beni è avvenuto verso i paesi europei (66%, di cui il 32% solo nei paesi PIIGS), mentre il saldo fra esportazioni e importazioni nei paesi BRICS è diminuito del -2% (di cui il -8% per la Cina, che esporta in Germania più di quello che importa).

[…]

A differenza invece della Cina, che è una vera locomotiva per la sua area perché risulta quasi sempre in deficit commerciale con i paesi limitrofi e accumula i suoi enormi surplus con il resto del mondo, facendo da volano per un intero continente: quindi paragonare la Germania alla Cina è fuorviante e sbagliato, perchè la Cina consente lo sviluppo delle economie dei paesi confinanti e non li soffoca o li indebita come ha fatto la Germania in tutti questi anni con i paesi della periferia europea”.

http://vocidallestero.blogspot.it/2012/02/la-germania-non-e-mai-stata-la.html

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“La Germania ha un indice di Gini (misura la distribuzione del reddito in una scala da 0 -massima distribuzione- a 1 -massima concentrazione-, ndr) tra i più alti del mondo: 0,8. Un Paese sull’orlo dell’esplosione sociale, dove a 5 milioni di persone sono corrisposti 500 euro al mese per 15 ore di lavoro la settimana, e il 22% dei lavoratori dipendenti, soprattutto operai, riceve meno della metà del salario mediano…Il fatto straordinario è che le banche oggi hanno convinto i governi che andavano salvate per la seconda volta. In meno di tre anni il debito pubblico europeo è aumentato del 20%. A partire dal 2008 si sono dissanguati i bilanci pubblici per salvare le banche. I tedeschi si sono trovati con miliardi di debiti. L’istituto Hypo Re è costata ai tedeschi 142 miliardi di euro: troppo grande per fallire, avrebbe trascinato con sé milioni di piccoli risparmiatori”.

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_stampa.php?intId=3667

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“…a fine novembre la stampa tedesca ha svelato che il Governo aveva grossolanamente truccato la versione definitiva dello «Studio sulla ricchezza e la povertà», una pubblicazione ricorrente del ministero del Lavoro. La prima bozza del documento denunciava senza mezzi termini i «rischi sociali» di una «ricchezza privata ripartita in modo iniquo», all’interno di una situazione in cui i salari alti continuano a crescere mentre quelli bassi si abbassano. Tutti questi dettagli sono scomparsi nella versione definitiva, secondo una procedura definita come «prassi» dal portavoce della cancelliera Ángela Merkel. Stando ai dati contenuti nel documento, il 10% della popolazione tedesca possedeva nel 2008 il 53% del ricchezza nazionale netta, mentre dieci anni prima la percentuale era solo del 45 per cento. La metà dei tedeschi possiede invece appena l’1% del patrimonio nazionale. La ricerca evidenzia che tra il 2007 e il 2012 il patrimonio complessivo dei tedeschi è cresciuto di 1.400 miliardi di euro, ma dietro questa cifra si nasconde «una ripartizione molto disuguale». Particolarmente sbilanciata risulta essere l’evoluzione dei salari: mentre per quelli più alti si è riscontrata «una tendenza positiva di crescita», per il 40% dei tedeschi al netto dell’inflazione si è constatato un arretramento. «Una tendenza del genere dei redditi è contraria al senso di giustizia sociale della popolazione», secondo quanto denunciava la bozza originale dello studio”.

http://www.linkiesta.it/germania-poverta#ixzz2HyWFcPml

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Mentre tutti gli occhi erano puntati sulla periferia dell’eurozona, i paesi centrali hanno subito un tracollo? La Bundesbank ha ridotto le sue previsioni per la crescita del PIL tedesco nel 2013 allo 0,4%, mentre la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per quest’anno una contrazione del PIL olandese pari allo 0,5% e un’ulteriore contrazione nel 2014.  Sembra quindi che la crisi dell’eurozona stia entrando nel terzo stadio (Ashoka Mody, già capo missione del FMI in Germania e Irlanda).

http://keynesblog.com/2013/01/18/il-terzo-stadio-della-crisi-europea-ora-tocca-anche-alla-germania/#more-3004

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Un tedesco su cinque si trova in una situazione di povertà o esclusione sociale; il ceto medio è in continua contrazione (verso il basso); scarsa mobilità sociale verso l’alto; boom immobiliare da panico finanziario che si risolverà inevitabilmente in un bolla devastante (come negli USA, in Spagna o in Cina); dumping salariale con minijobs e midjobs pagati una miseria che deprimono i consumi interni (la Germania, con il 22,2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale); disoccupazione prevista in crescita; pensionati che emigrano in massa verso i paesi PIIGS (colmo dell’ironia!!!) perché non si possono permettere di vivere decentemente in patria; un sistema bancario estremamente esposto con un governo che cerca in tutti i modi di evitare che si scoperchi il marcio nascosto nelle Sparkassen, Landesbanken e Volksbanken; una politica europea arrogante e spietata che si sta ritorcendo contro le sue esportazioni.

FONTE: http://vocidallagermania.blogspot.it/

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La crisi Euro per la Cancelliera rappresenta una possibilità, limitata nel tempo, durante la quale i nostri vicini di casa saranno disponibili a fare le riforme. C’è da meravigliarsi se Merkel si è opposta ai tentativi di disinnescare l’Eurocrisi attraverso una politica attiva della BCE? No, la strategia di Merkel è quella che Naomi Klein chiamerebbe Shock Doctrine – l’uso di una crisi per far passare riforme che non sono volute né dai parlamenti né dal popolo. A Davos su questo punto si è espressa in maniera ancora piu’ chiara:

“L’esperienza politica ci dice che spesso per ottenere riforme strutturali è necessario esercitare pressione. Ad esempio anche in Germania i disoccupati sono dovuti arrivare fino a 5 milioni, prima di ottenere la disponibilità all’attuazione delle riforme strutturali. La mia conclusione è questa: se l’Europa oggi è in una situazione difficile, è necessario introdurre riforme strutturali, affinché domani si possa vivere meglio”.

Se Angela Merkel e il suo pubblico a Davos potranno vivere meglio con le loro “riforme strutturali”, resta una questione aperta. Milioni di tedeschi, che vivono di Hartz IV oppure sono occupati con un basso salario (Niedriglohnsektor),  vedono la questione in maniera diversa. Se si considera l’effetto negativo del settore a basso salario sulla struttura salariale complessiva, si puo’ dire che le riforme hanno avuto un solo risultato: a pochissimi oggi va molto meglio, e a tantissimi oggi va molto peggio. I rappresentanti di questa grande maggioranza purtroppo non erano presenti a Davos. Quale ironia della storia, il predecessore di Merkel,  Schröder, aveva candidamente presentato 8 anni prima le motivazioni delle sue riforme strutturali esattamente nello stesso luogo:

“Dobbiamo e abbiamo già liberalizzato il nostro mercato del lavoro. Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a bassa salario in Europa”. Gerhard Schröder durante il suo discorso del 28.01.2005 al World Economic Forum di Davos.

Schröder puo’ essere orgoglioso del suo successore e della sua sorella nello spirito. Quello che Schröder ha applicato in Germania, sarà applicato da Merkel in tutta Europa:

“Come possiamo essere sicuri di poter raggiungere nei prossimi anni una coerenza in termini di competitività anche all’interno dell’Unione monetaria? E a tale proposito non considero un livello di competitività medio, piuttosto una competitività misurata dal fatto che avremo accesso ai mercati mondiali (…) Io immagino – e di questo stiamo parlando nell’Unione Europea – che sottoscriveremo un patto analogo al Fiskalpakt, con il quale gli stati membri si impegneranno ad aumentare il proprio livello di competitività su determinati punti che in questi paesi non raggiungono un livello sufficiente. Si tratterà di temi come il cuneo fiscale, il costo del lavoro per unità di prodotto, le spese per la ricerca, le infrastrutture e l’efficienza amministrativa”.

L’Europa dovrà quindi seguire il modello tedesco, tagliare lo stato sociale e comprimere il costo del lavoro. L’Europa perde quindi credibilità in quanto mercato e sceglie invece di impegnarsi in una competizione sui salari con i paesi in via di sviluppo [FOLLIA!, NdR]. La cancelliera ha inoltre chiarito che cosa intende per armonizzazione a livello europeo dei costi del lavoro per unità di prodotto.  La Germania, secondo il messaggio di Merkel, avrebbe fatto tutto bene. Cosi la Cancelleria di Berlino ha pubblicato in rete il discorso di Merkel con il titolo provocatorio: “I migliori come esempio”. Quindi siamo i migliori, eh sì.

[…].

Per raggiungere i suoi obiettivi, procede mano nella mano con la Commissione Europea. Qualcuno si meraviglia che gli europei siano stanchi di questa Europa? Un Europa che serva solo a limitare la democrazia, la sovranità e la partecipazione degli europei non ha futuro e nessuna ragione di esistere. Se gli europei vogliono salvare l’Europa e il pensiero europeo, devono liberarsi da questo abuso.  Devono sfidare Merkel. E’ arrivato il momento, nonostante tutto!

http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/01/i-migliori-come-esempio-angelina-davos.html

Emilio L.: un punto di vista “scomodo” su eurozona ed economia italiana

Mi sembrano considerazioni degne di essere dibattute, ma non hanno ricevuto l’attenzione che secondo me meritavano. Sono “scomode” perché contraddicono alcune mie convinzioni e mi sembrano più solide delle medesime. Le condivido nella speranza che qualcuno accetti la sfida di Emilio L.

“Buongiorno.
Ho letto il lavoro del Prof. Bagnai “Crisi finanziarie e governo dell’economia” e desidero condividere con l’Autore e con i Lettori alcune considerazioni, con l’auspicio di proporre spunti utili a stimolare l’approfondimento ed il confronto su tematiche così importanti per il futuro del nostro paese e scusandomi della lunghezza dell’intervento (spezzata in due post).

Facendo uno sforzo di estrema sintesi, la tesi esposta nel paper potrebbe essere così riassunta:

• Nonostante la lezione ricevuta con la crisi finanziaria del 1992, l’Italia ha perseverato nell’errore di entrare nella moneta unica, per motivazioni politiche che nulla hanno a che fare con il benessere della gente.

• Purtroppo l’Italia è meno competitiva della Germania e degli altri paesi dell’area marco, ed avendo perso ogni possibilità di riequilibrio delle ragioni di scambio attraverso la svalutazione, questo riequilibrio può avvenire solo sulla pelle dei lavoratori, attraverso moderazione salariale e flessibilità. Né la politica fiscale può più essere utilizzata liberamente in funzione anticiclica, a causa dell’introduzione di criteri di convergenza che hanno posto un tetto al disavanzo pubblico.

• In queste circostanze il nostro deficit delle partite correnti ha finito per ampliarsi, anche a causa della politica “sleale” attuata dalla Germania di contenimento del tasso di crescita dei propri prezzi e salari, al di sotto del livello degli altri paesi.

• Questa nuova crisi finanziaria trae dunque origine proprio dal deficit strutturale delle partite correnti, piuttosto che dal debito pubblico, che anzi negli anni pre-crisi si era ridotto.

• Per concludere, la moneta unica è uno strumento di dominio e sopraffazione della Germania: l’unica, inevitabile soluzione è uscirne al più presto!

Seguono adesso alcune considerazioni.

• Come scrive l’Autore, la crisi finanziaria c’è perché qualcuno ha preso in prestito dei soldi che non riesce a restituire ed è internazionale perché creditore e debitore risiedono in paesi diversi. Nella crisi italiana, esplosa nella seconda metà del 2011, i debitori sono lo Stato e le banche nazionali, l’insolvenza non si è ancora verificata, ma il rischio percepito ha fatto schizzare in alto il premio che i creditori pretendono per continuare a rifinanziare il debito.
• I problemi di affidabilità delle banche sono in realtà riconducibili a quello dello Stato: fino a metà dello scorso anno ci si compiaceva che le nostre banche fossero uscite praticamente indenni dalla crisi in quanto, a differenza di quelle degli altri paesi, non avevano finanziato grosse bolle immobiliari e non avevano investito in titoli tossici o di paesi a rischio. La credibilità delle banche italiane è iniziata a colare a picco insieme a quella dello Stato, quando gli investitori internazionali si sono resi conto che esse avevano in portafoglio ingenti quantità di titoli di stato e che in caso di avversità lo Stato non avrebbe trovato facilmente le risorse per ripatrimonializzarle.

• Il debitore in crisi è dunque lo Stato italiano, ma l’Autore sembra non volerlo ammettere.

È vero che le evidenze non hanno permesso agli economisti di sviluppare una teoria universalmente accettata della sostenibilità del debito pubblico, ciò non di meno il problema della sostenibilità del debito pubblico italiano esiste nel concreto. È vero che negli anni precedenti la crisi il debito pubblico si è ridotto in rapporto al PIL, ma considerato il livello da cui si partiva esso si è comunque mantenuto troppo elevato (forse non per gli economisti, ma sicuramente per i creditori).

• Il ragionamento dell’Autore sulla sostenibilità del debito sembra essere questo: trattandosi del rapporto tra due grandezze, l’entità del debito pubblico al numeratore e la capacità del paese di creare ricchezza al denominatore, misurabile dal PIL, non sarebbe il debito ad essere troppo elevato, bensì il PIL troppo basso, in quanto la sua crescita sarebbe stata minata dal deficit strutturale delle partite correnti verso l’estero provocato dalla moneta unica.
• La causa della crisi finanziaria italiana sarebbe dunque da ricondurre non tanto all’entità del debito pubblico in sé, bensì ai vincoli della moneta unica imposti dai perfidi tedeschi, che ci hanno impedito di ricorrere ancora una volta alla svalutazione per rendere i nostri prodotti più convenienti e riequilibrare il deficit della bilancia commerciale, che è alla base del saldo delle partite correnti.

• Tale situazione sarebbe poi esasperata dal fatto che la Germania opera per rendere i propri prodotti ancora più competitivi attraverso il controllo dell’inflazione ed una crescita salariale contenuta entro i limiti della produttività, attuando così un’odiosa politica di svalutazione reale competitiva (beggar-thy-neisurplusghbour) che andrebbe punita dagli altri paesi.

• Il primo dubbio è di natura etica: se si depreca la Germania per la sua svalutazione reale non è chiaro il motivo per il quale la svalutazione del cambio che l’Autore propone per l’Italia dovrebbe risultare invece più legittima e meno odiosa per i paesi vicini…

• Venendo alla tesi centrale, che la crisi del nostro debito pubblico sia da attribuirsi non tanto alla sua dimensione bensì alla particolare debolezza delle nostre ragioni di scambio con l’estero, non si comprende allora perché gli investitori avrebbero dovuto colpire proprio l’Italia, una delle poche economie a livello mondiale che presenta ancora un surplus negli scambi di prodotti industriali non alimentari, lasciando invece indenne la Francia che presenta una bilancia commerciale strutturalmente peggiore rispetto alla nostra!

• Né si comprende perché l’indebolimento della nostra bilancia commerciale, che pure c’è stato ma non solo per l’Italia, debba essere attribuito alla concorrenza tedesca, quando in gran parte esso è dipeso dall’espansione commerciale della Cina, che hanno sottratto quote di mercato alle nostre produzioni più tradizionali (tessile, abbigliamento, mobili, etc.).

• Se si hanno a cuore le sorti delle imprese che si confrontano quotidianamente con la competizione internazionale, si provi a chiedere ai diretti interessati quali siano i fattori di freno: carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, alto costo dell’energia, risorse insufficienti per la politica industriale, giustizia inefficiente. Tutti problemi che chiamano in causa l’entità delle spesa pubblica e l’efficacia delle politiche attuate. Nessuno parla di euro e di svalutazione competitiva.
• Volendo concludere, la personale opinione è che abbiamo più che mai bisogno della lucidità e coesione necessari ad affrontare tre grandi nodi rimasti irrisolti: 1) la riqualificazione della spesa pubblica ed il reperimento delle risorse da destinare allo sviluppo; 2) una riforma del sistema fiscale, che contemperi l’obiettivo di incentivare nuovi investimenti produttivi, con quello di ridistribuire il carico su redditi evasi e patrimoni; 3) un approccio cooperativo tra lavoratori e imprese, basato sulla programmazione di obiettivi comuni di competitività, investimento e compartecipazione ai risultati.
• Per raggiungere questi obiettivi non sembra utile addossare ad altri la responsabilità dei nostri malanni e proporre fughe indietro nel tempo, ad un “età dell’oro” che non c’è mai stata (altrimenti, chi ci avrebbe potuto costringere ad abbandonarla per cercare nuove strade ?).

Cordiali saluti.

Emilio L.

DIALOGO IMMAGINARIO CON IL PROF. ALBERTO BAGNAI

Gentile Professore,

ho iniziato a frequentare con interesse il suo blog per comprendere ragioni e prospettive della proposta di abbandono dall’euro, che sta alimentando tanta parte del dibattito a sinistra.

A tale fine, ho letto con attenzione il suo paper e ne ho tratto spunto per alcune considerazioni che mi piacerebbe poter condividere con Lei e con i Lettori del blog, nell’auspicio che possano essere di stimolo per ulteriori approfondimenti e confronti di opinione.

Ho inviato tali mie considerazioni nella mattina di domenica 23, in risposta al suo post “Liquidità o compensazione: quale Bretton Woods?”. Ma non avendo finora visto la pubblicazione, ne ho desunto che sicuramente si doveva essere verificato un problema tecnico e mi sono permesso di inviarLe la presente per riproporre nuovamente quanto sopra.

Nel ringraziare per l’attenzione e lo spazio che vorrà riservarmi, desidero esprimerLe apprezzamento per lo sforzo di ricerca e divulgazione di nuove linee di pensiero, nonché il mio augurio per l’esercizio equilibrato della sua responsabilità di accompagnare crescita culturale e apertura mentale dei giovani studenti che le sono affidati.

Un cordiale saluto.

RISPOSTA
Guardi, nel mio blog mi sono dato la regola di non pubblicare commenti a puntate, come lei saprebbe se avesse letto le istruzioni. Trovo molto significative le sue considerazioni e le pubblicherò in un post, in tempi direttamente proporzionali all’insistenza dei suoi solleciti (cosa altresì chiarita nelle istruzioni).
Cordialmente.

REPLICA
La ringrazio, non era mia intenzione forzarle la mano.

Cordiali saluti.

RISPOSTA
Non si preoccupi, è che sono molto preso dal libro del quale lei ha praticamente scritto la recensione. Mi interesserà molto vedere su quali dati e competenze la appoggia, ma prima occorre che la pubblichi, è inutile che ne parliamo in privato.

A presto.

REPLICA
Buonasera,
spero stia bene.

Ieri verso le 14.00 ho inviato un contributo sul post “Catalano alla riscossa”. In sintesi: la tesi da lei sostenuta nel post è che l’esplosione del debito pubblico negli anni Ottanta sia stata causata dalla crescita dei tassi di interesse, conseguente la svolta in senso restrittivo delle politiche monetarie a livello internazionale, piuttosto che dai disavanzi pubblici (eccesso di spesa rispetto alle entrate fiscali o viceversa).

La mia osservazione era circa questa

• tra 1980 e 1992 il debito pubblico italiano è esploso dal 58 al 116% del PIL (+60 p.p.);

• nello stesso periodo il debito pubblico delle altre grandi economie industriali con cui siamo usi confrontarci (ger, fra, uk, us, jpn) è cresciuto molto meno;

• come si spiega questa divergenza, considerato che il tasso di interesse reale sul debito pubblico italiano, sebbene in forte crescita rispetto ai valori negativi degli anni Settanta, si manteneva comunque inferiore a quello degli altri paesi?

• Hanno forse sbagliato gli altri paesi … ?

Salvo che non sia dipeso da un problema tecnico (nel qual caso la prego di non considerare quanto segue) riterrei che la sua decisione di non dare visibilità al mio punto di vista possa essere interpretata in uno dei modi seguenti:

1.sta valutando la risposta più opportuna, in quanto non ne ha una immediatamente pronta;

2.non ha intenzione di rispondere, in quanto la risposta potrebbe instillare nella sua piccola corte la sensazione che la realtà è sempre più complessa dell’interpretazione data secondo schemi ideologici predefiniti (sia ortodossi che eterodossi).

Se invece ritiene che la mia osservazione sia basata sull’errore e vuole evitarmi il pubblico ludibrio, beh! la ringrazio, ma ho le spalle grosse e in fondo “sbagliando si impara”.

Per concludere, so bene che si tratta di casa sua e che lei può farci entrare chi vuole … ma non conoscendola di persona desideravo solo comprendere di che pasta è fatto veramente. Capire se lei, che dimostra così tanta passione e capacità nel denunciare il pensiero unico, i condizionamenti del potere, etc. etc. … nel suo piccolo usa poi le stesse odiose strategie per creare e difendere il piedistallo su cui si è issato.

Un cordiale saluto.

ALESSIO

@Emilio L.
Secondo me ha fatto benissimo il prof. Bagnai a non risponderti. D’altronde perché dovrebbe perdere tempo con una persona che non conosce la differenza tra la bilancia commerciale dei beni industriali e la bilancia dei pagamenti? E poi, ti è mai venuto in mente che usare la svalutazione attraverso la flessibilità del cambio della moneta serva semplicemente per difendersi dalla svalutazione reale attuata da un paese che, in un regime di cambi fissi, ha violato i trattati non rispettando il tetto del 2% dell’inflazione? Delle due, l’una, o sei ignorante, per cui ti mancano le conoscenze basilari per fare una ricostruzione cronologica dei fatti che hanno scatenato la crisi dell’eurozona, oppure sei in malafede.

Gentile Alessio,

ti ringrazio per la risposta. Personalmente mi sento ancora “in ricerca”: desidero capire, non ho risposte pronte e verità incontrovertibili in tasca. Apprezzo taluni aspetti della democrazia che purtroppo sono stati persi nel dibattito politico, quali il confronto basato sui fatti ed il rispetto delle persone. Io apprezzo il Prof. Bagnai e ne seguo costantemente il blog, quello che mi ha ferito è stato appunto il vedere applicate su di me quelle stesse forme di censura che si erge a denunciare. Da questo punto di vista, è più apprezzabile un blog come questo che mi concede liberamente spazio e mi permette di entrare in contatto e confrontarmi con persone come te. Quanto ai contenuti, ti faccio solo alcune domande:

1) Se trovi odiosa la svalutazione reale della Germania, come pensi che i tedeschi abbiano reagito alle continue svalutazioni nominali cui l’Italia è dovuta ricorrere dagli anni Settanta fino al 1992-94 ? Credi che sia politicamente possibile mantenere una zona di libero scambio senza stabilità valutaria?

2) Cosa o chi credi che abbia generato la maggiore inflazione che l’Italia ha sperimentato dall’entrata dell’euro in poi e che ne ha rivalutato il cambio reale? Credi tale fenomeno sia stato un bene per i lavoratori ? Credi che uscendo dall’euro le cause di questo zoccolo di inflazione si risolvano?

3) Da ultimo, in un mondo che è radicalmente cambiato rispetto a quello della grande svalutazione 1992-94, credi che svalutare risolva tutti i nostri problemi: saremo in grado di riprenderci le produzioni che sono state progressivamente trasferite in Cina e nell’Europa dell’est (tessile, abbigliamento, mobili, etc.) ? Saremo all’altezza di fare concorrenza alle produzioni ad elevata intensità di capitale/ricerca su cui la Germania ha costruito il suo export e che le permettono alle aziende tedesche di pagare già oggi un costo del lavoro superiore del 40% rispetto all’Italia ? L’unica certezza è che pagheremo di più petrolio e materie prime (70 mld di import netto nel 2011) e tutte le altre cose che non siamo più in grado di realizzare in Italia (chimica fine, farmaceutica, elettronica, aeromobili, etc.).

Un cordiale (e democratico) saluto.

Emilio L.

http://www.sinistrainrete.info/europa/2288-alberto-bagnai-tecnica-e-politica.html

Eletto Obama, ora i PIIGS potrebbero lasciare l’euro (i pro e i contro)

Dopo le presidenziali americane si aprono 2 questioni: il futuro dell’eurozona e le mosse di Israele.

In questo post presento le due posizioni, pro e contro l’uscita della Grecia e dell’Italia dall’eurozona.

Rilevo però che, invariabilmente, non si toccano dei problemi che per me sono centrali:
– i poteri finanziari angloamericani e le destre di Nord e MittelEuropa sono da sempre a favore delle uscite dei PIIGS e della creazione di un euronucleo germanico;
– non si discute mai della possibilità (mi pare estremamente realistica) che l’abbandono dell’euro dia la spinta finale al secessionismo catalano, padano e sudtirolese in una fase storica estremamente tesa, in cui è più facile la violenza è più probabile ed in cui sarebbe bene restare uniti per cambiare le cose e tornare a parlare di autodeterminazione solo una volta che ci saremo liberati della dittatura dei mercati finanziari e del finanz-capitalismo;
– non è chiaro come l’uscita dall’euro possa restituirci una sovranità che comunque resterebbe nelle mani delle banche d’affari (il sotto-citato Bortocal se ne occupa);
– perché la California non dovrebbe salvarsi dal default abbandonando gli Stati Uniti? Perché il Maryland ed il Connecticut dovrebbero continuare a pagare per l’Alabama ed il Mississippi?

PRO E CONTRO

“La Grecia è davvero in corsa verso il default? E’ possibile che debba lasciare la zona Euro dopo le elezioni USA? Ci sono almeno cinque questioni per le quali sia possibile supporre un Grexit nelle prossime settimane: alcune sono strettamente collegate alle elezioni, altre a semplici questioni di tempo. Ecco, dunque, cinque ragioni che potrebbero determinare l’uscita della Grecia dalla zona Euro”:

http://www.forexinfo.it/Grecia-in-default-5-ragioni-che

Che cosa succede se la Grecia esce dall’euro? Pro e contro per Atene e gli altri Paesi dell’Ue

di Vito Lops, Sole 24 Ore, maggio 2012

L’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea prevede che un Paese membro, anche senza motivazioni particolari, può liberamente uscire dall’Unione europea. E di conseguenza, secondo l’opinione prevalente, anche dall’euro. Ma lo stesso articolo, e neppure altri del Trattato, non fanno riferimento a quali sarebbero le modalità di uscita e di ritorno alla valuta nazionale. In questo clima di caos dei mercati finanziari e di incertezza normativa la Grecia sembra più fuori che dentro l’euro.

La voglia di uscire dall’Eurozona è emersa in modo lampante nelle elezioni del 6 maggio dove i partiti anti-euro hanno giocato un ruolo da protagonista. Lo stesso Alexis Tsipras, il leader del partito della Coalizione delle sinistre radicali (Syriza) che ha cercato invano di formare un nuovo governo, fa parte della schiera di coloro che ben vedrebbero la Grecia fuori dall’euro.

[FALSISSIMO: Tsipras è categoricamente contrario all’uscita dall’euro come il 70-80% dei Greci a seconda dei sondaggi. Il 25-30% degli elettori greci che votano per lui lo sanno bene e lo votano ugualmente, NdR].

Ma cosa succederebbe alla Grecia (e agli altri Paesi dell’Unione) se davvero Atene si sganciasse dai cordoni del trattato di Maastricht?

Lo abbiamo chiesto a esperti del settore per valutare gli impatti che un tale shock avrebbe sui mercati finanziari e sull’economia reale.

Come sarebbe Atene senza euro

«Come tutte le mete e le strade inesplorate, anche l’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe conseguenze non prevedibili sulla base delle esperienze passate -spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti -. Se il mondo fosse a “compartimenti stagni”, l’uscita della Grecia dal gruppo dei 17 non comporterebbe problematiche rilevanti: il peso percentuale del Pil greco su quello europeo è inferiore al 3%, il flusso di scambi internazionali è irrilevante ed anche il contributo alla governance europea non è certo determinante. Il mondo di oggi non è però fatto a compartimenti e i mercati finanziari vivono di aspettative. Il rischio è quindi che si individui un altro “candidato” all’uscita su cui concentrare l’azione ribassista; Spagna e Italia potrebbero essere i primi ad essere coinvolti nel fuoco della speculazione. Non sono quindi a nostro avviso stimabili gli effetti a catena dell’uscita della Grecia dall’area euro. Possiamo tranquillamente dire però che a livello interno la Grecia vivrebbe anni di caos economico e finanziario e, probabilmente, anche di forti tensioni sociali. Pensiamo quindi che i contro supererebbero i pro».

Secondo Vincenzo Longo di Ig Markets, il «Paese si ritroverebbe a partire da zero, con un’economia interamente da ricostruire senza aiuti o fondi provenienti dall’esterno. Inoltre il Paese potrebbe trovarsi isolato nei traffici commerciali con il resto dell’area. Da non trascurare che sarebbe seriamente minacciata anche la credibilità del Paese e questo complicherebbe la capacità di Atene di attirare capitali dall’estero. D’altro canto la Grecia potrebbe giovare della possibilità di decidere in piena autonomia la propria politica monetaria, che in questa fase di crisi potrebbe essere improntata verso una svalutazione della valuta locale, la dracma, per far ripartire l’economia. In uno scenario simile ci aspettiamo che il recupero che il Paese potrebbe avere sarebbe molto più lento e doloroso rispetto al salvataggio previsto dalla Ue».

Un’uscita della Grecia dall’euro? «Nel breve periodo comporterebbe molte difficoltà: tassi di interesse e inflazione in forte rialzo con grosse difficoltà a rinegoziare i prestiti dall’estero – sottolinea Gabriele Vedani, managing director di Fxcm -. Una condizione che avrebbe una ricaduta sulla società civile, si pensi ai mutui delle famiglie. Nel lungo periodo però lo sganciamento dell’euro potrebbe anche ridare fiato alla Grecia che un è un forte esportatore. Tra gli altri vantaggi Atene avrebbe una maggiore libertà di manovra su spesa pubblica e tasse. Ma è difficile stabilire se i pro supererebbero gli altissimi costi di uscita».

Costi di uscita tecnicamente imprevedibili secondo Massimo De Palma, responsabile asset management di Swiss & Global Asset Management Sgr. «È inevitabile che uscendo dall’euro ci sarà un ulteriore haircut con forti conseguenze sui possessori del debito che oggi è sempre più domestico. E poi ci sarebbero grossi problemi tecnici legati alla reintroduzione della dracma».

Tommaso Federici, responsabile gestioni di Banca Ifigest, non ha dubbi: «Il pro sarebbe solo uno, una maggiore competitività derivante da una svalutazione, presumibilmente di oltre il 50% rispetto ad euro e dollaro, della nuova dracma ma che sarebbe di scarso impatto date la scarsa propensione all’esportazione e alla bassa industrializzazione del Paese. Per non parlare di eventuali dazi che i Paesi dell’Eurozona potrebbero mettere sulle merci greche. Ovviamente i 110 miliardi di euro del primo prestito non potrebbero essere restituiti. I contro sarebbero tantissimi, primo fra tutti il conseguente Bank Run o corsa a gli sportelli. Tra gli altri effetti negativi di maggiore portata ci sarebbe il dimezzamento del valore di tutte le attività presenti nel Paese, l’impossibilità di poter consumare e acquistare materie prime e merci non presenti e non prodotte nel Paese perché più care di almeno il 50%, l’impossibilità per un tempo considerevole di poter tornare sui mercati finanziari per poter finanziare investimenti pubblici e privati».

Secondo Leonardo Bloch, responsabile investimenti mobiliari di Prisma sgr, «mentre l’assemblaggio della moneta unica è stato un esercizio tecnicamente relativamente semplice, il suo smontaggio parziale o globale sarebbe un vero rompicapo. A titolo di esempio, si consideri la questione della valuta in cui rinominare le passività verso l’estero. Se infatti è assodato che lo Stato sia dotato del peso giuridico per rinominare tutto il proprio debito in valuta nazionale, è altresì incerto se emittenti e mutuatari privati possano aver facoltà di procedere a un’analoga conversione nei confronti dei creditori esteri. Ciò provocherebbe problematiche quasi irrisolvibili nell’asset/liability management degli operatori economici – specie in quelli del settore bancario/finanziario – o in alternativa esporrebbe i creditori internazionali a perdite su cambi di rilevante entità. L’eventuale uscita greca dall’euro avrebbe l’ingrato compito di definire le linee guida tecniche di tali processi. È indiscutibile che già da sé la defezione di un componente avrebbe come inevitabile conseguenza uno sfavorevole repricing del rischio di tutte le economie meno stabili dell’area euro».

Le conseguenze sugli altri Paesi dell’area euro

Un’uscita della Grecia accentuerebbe nel breve periodo, a parer degli esperti, l’incertezza sui mercati e sui titoli dei Paesi periferici. «Stiamo già notando – continua De Palma – un ritorno dell’avversione al rischio. Una Grecia senza euro può anche essere vista come un fattore positivo perché l’Eurozona si libererebbe del suo anello debole, ma allo stesso tempo si andrebbero a guardare gli altri anelli, Portogallo, Spagna e anche Italia, che potrebbero essere colpiti da un ulteriore allargamento degli spread».

«Il maggiore pericolo resta a mio avviso la percezione che potrebbe succedere lo stesso a Irlanda, Portogallo e, soprattutto, a Spagna e Italia, il cosiddetto rischio contagio – argomenta Laura Tardino, strategist di Bnp paribas investment partners -. Credo che rimarrà “solo” una percezione – con effetti quindi potenzialmente molto negativi sui mercati finanziari, allargamento degli spread e discesa dell’azionario, che già vediamo in questi giorni, e di riflesso anche sull’economia reale, erogazione dei prestiti a imprese e consumatori ai minimi, – ma concretamente non credo che la Germania lo permetterà essendo queste economie importanti nel contesto europeo. Significherebbe ammettere il fallimento del progetto europeista. Non è comunque difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se anche questi Paesi dovessero uscire dall’euro: svalutazione e inflazione con un aumento significativo dei fallimenti aziendali e un impoverimento legato al minor potere di acquisto».

«L’euro ne uscirebbe rafforzato perché si libererebbe di uno dei Paesi più deboli e problematici che tanto è costato alla comunità europea, dall’altro lato aumenterebbe in maniera enorme la pressione sugli altri Paesi deboli, Spagna, Portogallo e Italia», concorda Vedana.

Il fattore Germania

Insomma, gli esperti concordano che un’uscita della Grecia dall’euro (sostenuta largamente dalle attuali forze politiche) innescherebbe un caos imprevedibile, tanto per la Grecia quanto per i Paesi meno virtuosi dell’area. «L’unica a beneficiare della condizione attuale – sottolinea De Palma – è la Germania che ai tassi attuali sta ristrutturando il debito gratuitamente e sta aumentando le esportazioni».

Il problema dell’euro e l’euro?

Quale soluzione allora al problema? «Un’economia in difficoltà non può convivere con una valuta forte. L’Argentina ne è stato un esempio.
Se l’euro non svaluta, finanche l’Italia e la stessa Francia saranno destinate a soccombere
. È solo questione di tempo. In tal senso va vista positivamente la vittoria in Francia del socialista Hollande, perché potrebbe spingere al cambiamento: Eurobond, Bce con doppio mandato fino all’azzeramento dei tassi e a un quantitative easing (Bce che stampa moneta, ndr) che finalmente svaluterebbero l’euro – spiega Nicolò Nunziata, strategist di Jc&Associati -. La Grecia, come il Portogallo e l’Irlanda dovrebbero uscire, semplicemente perché al di là del rigore non avranno mai più alle attuali condizioni la capacità di crescere. La stessa Irlanda si sta salvando solo per l’aliquota bassa alle aziende estere ma in prospettiva in un contesto di maggiore integrazione dovrà rinunciare. L’importante è che l’uscita avvenga sotto la tutela del Fondo monetario internazionale. Ci sarebbe una svalutazione della nuova moneta e probabilmente sarebbe necessaria una ristrutturazione del debito, già pienamente scontata. A quel punto, come è successo in Argentina, potrebbero ripartire.

Un’uscita di questi Paesi per gli altri Paesi – prosegue Nunziata – potrebbe addirittura essere positiva, soprattutto se accompagnata da quelle misure di cui sopra. L’unico rischio è la resistenza della Germania, ma sono convinto che sarà superata, altrimenti continuando così si andrà inevitabilmente alla dissoluzione dell’euro, o all’uscita della Germania che sarebbe per tutti l’ipotesi migliore. Perché oggi è come se il Real Madrid giocasse in serie B».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-09/cosa-succede-grecia-esce-122324.shtml?uuid=AbgZdzZF

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Dai mutui ai Btp: cosa succede se salta l`euro. Con il ritorno alla lira aumenterebbero le rate e si deprezzerebbero i titoli di Stato. Più cari anche benzina e hi-tech. E gli stipendi…

::: ANTONIO CASTRO  e TOBIA DE STEFANO, Libero, 26 luglio 2012

Cosa succede ai nostri mutui?

«Mutui e rate», spiega Roberto  Anedda, vicepresidente di MutuiOnline.it, «dovrebbero essere ricalcolati in base al concambio con la nuova moneta e quindi almeno nell`immediato non ci sarebbero perdite. Il problema è che con il passare del tempo la nuova lira tenderebbe probabilmente a svalutarsi rispetto all`euro e quindi il valore delle rate aumenterebbe proporzionalmente. In caso di prestito immobiliare a tasso variabile, poi, bisogna aggiungere l`ulteriore rischio dell`incertezza per il fluttuare dei tassi».

A proposito di tassi: Euribor (per il variabile) ed Eurirs (per il fisso) resterebbero gli indici di riferimento per calcolare gli interessi?

«Questa è la vera incognita. Perché se dovessero cambiare sicuramente lo farebbero in peggio. Nel senso che sarebbero applicati degli indici con un valore fondi più alto, con il conseguente aumento degli interessi da pagare».

E per chi un mutuo lo deve ancora fare?

«Oltre al rischio tassi di cui prima, va aggiunta la possibilità che gli spread applicati dalle banche tendano al rialzo, visto che anche i nostri istituti di credito pagherebbero di più per il denaro che prendono in prestito».

Come cambia il valore della casa?

«Le conseguenze naturali di un ritorno alla lira», sottolinea Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, «sono un`iperinflazione e il blocco degli investimenti all`estero. Insomma, i prezzi delle case sono destinati ad aumentare. In questo scenario, infatti, vivremmo un primo anno di grandi movimenti. In pratica, chi ha liquidità da spendere dovrebbe preferire il mattone. Ma non solo. Perché l`Italia diventerebbe molto attrattiva anche per gli investitori stranieri, penso ai classici fondi sovrani».

In sostanza, chi stava bene starà meglio e chi se la passava male se la passerà ancora peggio?

«Beh, lo scenario, soprattutto dopo i primi mesi di grandi scambi, dovrebbe essere proprio questo. Nel senso che i tassi dovrebbero salire alle stelle e quindi fare un mutuo diventerà sempre più difficile, mentre chi ha soldi da spendere avrebbe la possibilità di farla da protagonista sul mercato».

Che valore avranno i Titoli di Stato?

«La memoria corre al 1992», evidenzia Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di banca Alberdni Syz, «quando la lira uscì dallo Sme e i tassi si avvicinarono al 20%. Anche nel nostro caso i rendimenti potrebbero raggiungere gli stessi picchi con un riflesso in negativo sui titoli in portafoglio. Su un Btp scadenza 2017, tanto per fare un esempio, il prezzo dovrebbe subire una svalutazione di 5 o 6 punti, e si tratta di una previsione ottimistica. Mentre sui Bot la perdita potrebbe limitarsi a tre o quattro punti».

E se decidessi di portare il titolo a scadenza?

«Si tratta di titoli a cedola fissa che ovviamente resterebbero ancorati agli interessi previsti al momento della stipula, ma il vero rischio è che con tassi così alti nel lungo periodo l`Italia non riesca a ripagare il proprio debito».

E sui conti correnti?

«Non dovrebbe succedere nulla, ma il rischio è che il potere d`acquisto diventi nettamente inferiore rispetto a quello dell`era euro».

Quanto costerà fare il pieno?

Non c`è solo l`approvvigionamento energetico a preoccupare. L`Italia è un Paese privo di importanti materie prime. La svalutazione della nuova moneta comporterebbe acquisti in valuta forte (dollaro Usa, principalmente). Con una nuova lira svalutata di almeno il 25% (è questo il range individuato da una buona parte degli economisti), acquistare un barile di petrolio costerebbe almeno il 25% in più. Però, spiega Claudio Borghi, docente di economia degli intermediari finanziari alla Cattolica di Milano, chi ipotizza un litro di benzina a 4, 5 euro è fuori strada. Depurato il costo della materia prima delle accise (circa il 60%), resta il costo del greggio. «La componente oil, cioè il nostro prezzo del litro di benzina, da 50 passa a 75 centesimi perché svalutiamo del 50 e quindi dobbiamo pagarla in dollari e invece di pagarla 50 centesimi la paghiamo 75». Borghi propone anche un rimedio per evitare
rialzi: un «calo di 25 centesimi delle accise e il prezzo alla pompa non cambia». Difficile però che l`Erario possa fare a meno di un gettito tanto importante. Nel 2012 la fattura energetica dovrebbe toccare il record di 66,5 miliardi di euro, in crescita di oltre 4 miliardi rispetto a quella del 2011 (62 miliardi di euro). La stima dell`Unione petrolifera spiega anche che oggi la fattura energetica italiana pesa per il 4,4% sul Pil, il doppio rispetto ai primi anni del 2000. Impatti si avranno anche sulla bolletta del gas e della luce, ovviamente.

Il made in italy tornerà a crescere?

L`uscita ordinata dell`Italia dall`area euro non farebbe altro che riportare invitale compiante svalutazioni competitive. In sostanza i nostri prodotti (agroalimentare, moda, macchinari, beni di lusso) avrebbero un costo inferiore per i Paesi di acquisto con valuta forte. La domanda crescerebbe sensibilmente ridando fiato alle commesse e agli ordinativi, quindi, convincendo gli imprenditori ad investire e a fare nuove assunzioni per soddisfare la nuova domanda. Il che si traduce nell`immediato in una ripresa dell`occupazione. Di contro beni di lusso (come una Ferrari) con una svalutazione consistente, diventerebbero appetibili per fasce di pubblico oggi impossibilitate all`acquisto.

Cellulari e tablet: quanto costeranno?

Se è vero che la svalutazione porterebbe indubbi benefici ai prodotti italiani (e quindi all`occupazione e quindi anche in termini di ricchezza prodotta), acquistare un cellulare, un tablet o un computer diventerebbe molto più impegnativo. Dall`introduzione dell`euro i pezzi dei prodotti tecnologici sono calati di circa il 40%. Un ritorno ad una moneta svalutata farebbe aumentare il costo hi-tech dei prodotti importati. Insomma un cellulare che oggi costa 400 euro potrebbe arrivare a costarne anche 700.

Che valore avranno stipendi e pensioni?

Il passaggio dalla lira all`euro ha infranto i sogni del ceto medio. Chi nel 2000 guadagnava la bellezza di quattro milioni poteva certo essere ben più soddisfatto di chi oggi vede la busta paga languire a 2.000 euro. Se mai si dovesse abbandonare la valuta europea per una nuova moneta nazionale per gli italiani poco cambierebbe. La crisi del consumi insegna che gli italiani negli ultimi anni hanno mutato profondamente i comportamenti negli acquisti. Il risparmio delle famiglie italiane – tradizionale fiore all`occhiello del Belpaese – è stato eroso e il calo della spesa alimentare dimostra che c`è maggiore attenzione (e minore disponibilità economica), oltre che il timore per una fase economica recessiva della quale non si vede la fine.

Nuova lira, acquisti in saldo?

L`adozione di una nuova valuta di riferimento potrebbe far ripartire i consumi interni anche perché le industrie nazionali (ma anche quelle estere), hanno bisogno del potenziale di spesa di 60 milioni di clienti italiani. Come dimostrano le continue offerte promozionali della grande distribuzione il calo ha costretto supermercati (ma anche i piccoli esercizi) a mettere in promozione i prodotti per invogliare un consumatore sempre più accorto. Come nei primi mesi del 2000 con il passaggio all`euro – si è assistito ad un calo dei consumi, è ipotizzabile che i consumatori troveranno prezzi più contenuti. Una precisa strategia di marketing per evitare l`effetto boomerang e un’ulteriore retromarcia dei consumi. Certo l’inflazione rialzerebbe la testa, riducendo il potere d’acquisto.

http://www.segugio.it/rassegna-stampa/articoli/2012-08/12-07-26.LIBERO.MOL.pdf

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Claudio Borghi [economista docente dell’Università Cattolica di Milano, giornalista e ex managing director di Deutsche Bank]

Atene fuori dall’euro? Per l’Italia danni minimi. Già paghiamo per loro, Il Giornale, 5 maggio 2012

La bomba dell’uscita dall’eu­ro è finalmente stata messa al centro del tavolo. Tic­chetta minacciosa ma adesso la stanno guardando tutti. Meglio tar­di che mai: metterla sotto il tappe­to sperando che si disinnescasse da sola non è servito e adesso si co­mincia­ a fare i conti di quante vitti­me potrà fare.

Le stime che circola­no sono però quasi tutte viziate da un errore di base: si riferiscono in­fatti a danni potenziali rispetto ad una situazione intatta e ideale. Pur­troppo (o per fortuna) non è così. I danni di un’esplosione sono diver­si se l’ordigno scoppia prima o do­po un terremoto. Nel secondo ca­so la distruzione è largamente infe­riore perché la maggior parte del disastro è già avvenuta, anzi, in cer­ti casi far esplodere un edificio peri­colante potrebbe persino essere utile in quanto ne viene facilitata poi la ricostruzione. Cerchiamo quindi di dare uno sguardo senza pregiudizi a questo ultimo atto del­la crisi greca per poter iniziare un dibattito che troppo a lungo è stato rimandato. 

1) Se la Grecia esce dall’euro noi ne subiremmo conseguenze In realtà le conseguenze le stiamo già subendo. Lo spread, le tasse, la di­so­ccupazione e la recessione han­no tutti una matrice comune e stan­no già da tempo incenerendo ric­chezza. I mercati finanziari e gli in­vestitori non stanno fermi ad aspet­tare che la bomba scoppi: da mesi hanno cominciato a vendere in massa i titoli dei paesi deboli origi­nando quindi il famoso spread. Ciò ha già ridotto il valore dei ri­sparmi e sta appesantendo il bilan­cio statale, costretto a pagare tassi passivi più alti. Di sponda le conse­guenze sono già arrivate al­la vita re­ale nella forma della stretta al credi­to e dei mutui a tassi molto elevati.

Quando e se la Grecia uscirà dal­l’euro sarà cosa già anticipata dai mercati, così come già presente nei prezzi attuali dei titoli italiani c’è la percentuale di rischio che an­che noi, prima o poi, ne seguiremo le tracce. L’effettivo ritorno alla dracma significherà semplice­mente un rischio maggiore di usci­ta di altri paesi percepito dai mer­cati, non di certo una sorpresa. Mi­nimale sarà invece l’impatto sulla bilancia commerciale italiana ma anch’esso non positivo, in quanto la Grecia è pur sempre una contro­parte commerciale. 

2) Quali sono le differenze fra Italia e Grecia La posizione del­l’economia italiana di fronte ad un rischio di uscita dalla moneta uni­ca (con conseguente svalutazio­ne) è molto migliore rispetto a quella ellenica. Atene importa tre volte più beni rispetto a quelli che esporta, con alimentari ed energia a guidare la lista delle importazio­ni. In caso di ritorno alla dracma i greci dovrebbero subire sia la fine degli aiuti finanziari della Ue che un aumento pesantissimo dei co­sti delle importazioni, non facil­mente sostituibili con prodotti do­mestici. Si capisce quindi il perché la Grecia è stata costretta a soppor­tare i diktat europei, visto il suo mi­nimo potere contrattuale. Molto differente è la situazione italiana: oltre ad avere un avanzo primario le nostre esportazioni verso l’este­ro compensano quasi esattamen­te le importazioni, principalmen­te costituite da energia e altri pro­dotti che, però, sarebbero in molti casi facilmente sostituibili con pro­duzioni interne. Una svalutazione rilancerebbe fortemente i consu­mi interni e l’export così come av­venuto dopo il ’92 quando uscim­mo dallo Sme e come è accaduto dopo le pur drammatiche svaluta­zioni di Argentina e, recentemen­te, Islanda. Il maggior costo del pe­trolio, invece, essendo in gran par­te fiscalizzato, potrebbe essere am­mortizzato con una corrisponden­te riduzione delle accise. Non di­mentichiamo che i problemi sono generalizzati, non solo nostri, e una svalutazione italiana (se gesti­ta prima che le cose peggiorino ul­teriormente) difficilmente sareb­be prevedibile oltre il 20%.

3) Quali sarebbero le grandezze

Gran parte dei circa 9.500 miliardi della ricchezza nazionale lorda è costituita da beni che il cui valore non dipende da cambi di moneta: come gli immobili, le partecipazio­ni o i titoli esteri. Vengono invece impattati i titoli di debito domesti­ci, soprattutto detenuti da soggetti esteri che otterrebbero un rimbor­so in una valuta di valore inferiore con conseguente default sulle ob­bligazioni. Anche in questo caso per la maggior parte la bomba è già scoppiata: il valore largamente in­feriore dei nostri Btp rispetto ai Bund tedeschi incorpora già ab­bondantemente questo rischio. Difficile aspettarsi molto di peggio rispetto a quanto già accaduto ed in ogni caso le conseguenze sareb­bero più per gli investitori esteri che per quelli domestici. Rimane l’incognita dei depositi che, se l’uscita dall’euro fosse gestita in modo ordinato, potrebbero an­che essere mantenuti in euro, al pa­ri di un normale conto in valuta, di­sattivando il rischio di fughe disor­dinate di capitali (peraltro già da tempo in atto per causa del fisco). Ci sono alternative? Certamen­te, ma adesso con l’eurobomba sul tavolo si dovrà forzatamente fare i conti con essa, confrontando i pro e i contro di ogni scelta. Le nostre carte sono meno disastrose di quel­lo che pensiamo e potremmo gio­carci bene la partita. Basta volerlo.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/atene-fuori-dall-europer-l-italia-danni-minimi-gi-paghiamo.html

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Paolo Becchi, Liberarsi dei vincoli della moneta si può, Libero, 22 giugno 2012

Nella discussione sulla «crisi» della moneta unica e sulle possibilità di uscita dall’euro, ci siamo finalmente liberati di un tabù economico. Dopo le prese di posizioni di molti autorevoli economisti, anche alcuni dei partiti che sostengono l’attuale governo sono stati costretti ad ammettere che un ritorno alle monete nazionali potrebbe presentare, dal punto di vista economico, una serie di vantaggi.

Ma lo spettro della «catastrofe economica», scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto mentite spoglie, quelle della «catastrofe politica». Si ammette che uscire dall’euro potrebbe rappresentare una soluzione meno dolorosa dell’agonia provocata dall’attuale unione monetaria, ma, nel contempo, si alza la posta in gioco: ciò provocherebbe, infatti, «forti rischi» sia per la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale.

Tale è la tesi sostenuta da Angelo Panebianco, in un recente intervento sulle pagine del Corriere della Sera («Moneta unica e democratica», 21 Giugno 2012): la fine della moneta unica annuncerebbe, ora, una «catastrofica dissoluzione di quasi tutto ciò che è stato costruito in sessanta anni di integrazione europea». Secondo Panebianco, la stabilità del sistema politico e democratico italiano sarebbe inseparabile dalla presenza di un «vincolo esterno». L’Italia avrebbe, in altri termini, trovato la propria stabilità non tanto nelle proprie tradizioni culturali e politiche, quanto da una sere di vincoli e costrizioni esterne («la Nato e, per essa, il rapporto con l’America, la Comunità europea in subordine») senza le quali la stessa unità nazionale sarebbe stata destinata a disgregarsi dall’interno. Senza la moneta unica, sembra doversi concludere, verrebbe meno non tanto la stabilità economica dei Paesi europei, quanto la stessa esistenza dell’Italia, dello Stato-nazione.

Ora che lo spauracchio della «crisi economica» è stato smentito, ecco dunque farsi avanti l’incubo politico, ed il suo scenario catastrofista: democrazia a rischio, vuoti improvvisi di stabilità, forse la guerra civile. Ma noi non possiamo permetterci, soprattutto oggi, questa assuefazione alla catastrofe, questo senso di paura di vedere lo Stato disgregarsi («Né disgregazione né assuefazione», era il titolo di uno splendido editoriale di Claudio Magris, scritto nell’annus horribilis della Repubblica 1993).

La realtà è, tuttavia, rovesciata. È, infatti proprio la moneta unica che costituisce, oggi, il «vincolo esterno» che impedisce all’Italia di poter rivendicare la stessa sovranità e stabilità interna. È la moneta unica che è in crisi perché non è stata uno strumento efficiente nel favorire quel processo di unificazione politica dell’Europa a cui era preordinata. L’integrazione politica degli Stati era stata pensata al fine di evitare altri milioni di morti in Europa, ma ha finito per produrre miseria e desolazione.

La presenza di costrizioni ed influenze esterne sul nostro Paese, inoltre, è proprio ciò che ha impedito all’Italia di divenir nazione, per restare un Paese irrisolto e debole, una patria «mancata» e contestata, uno Stato-ombra, una provincia, un’espressione geografica. Proprio quei «vincoli esterni» hanno reso possibile l’«anomalia» italiana, la sua «nazionalizzazione contrastata ed imperfetta » (Soldani-Turi). Panebianco sembra confondere la «stabilità» di una nazione con la sua dipendenza economica e politica. E se si può dire che questo Paese è rimasto «stabile» proprio perché gli è stato impedito di divenire una nazione, allora, proprio dal punto di vista politico, varrebbe la pena di domandarsi se non sia finalmente giunto il momento di liberarsi da questa stagnante «stabilità».

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10470

QUI UNA RACCOLTA DI ARTICOLI IN FAVORE DEL RITORNO ALLA LIRA

http://www.ritornoallalira.it/

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Giovanni De Mizio, L’Italia fuori dall’euro? Ecco cosa accadrebbe

Negli ultimi tempi, complice l’aggravarsi della crisi economica, si sta facendo strada l’ipotesi che per uscire dalla recessione possa essere utile l’uscita dell’Italia dall’euro e la conseguente svalutazione della nuova lira. Il motivo è lo stesso già attuato altre volte nel corso della vita della Repubblica, e cioè rendere più competitivi i prodotti italiani all’estero. In altre parole, dicono i favorevoli alla svalutazione, le imprese potrebbero vendere più facilmente i propri prodotti all’estero, produrrebbero di più, assumerebbero di più e tutti vivrebbero felici e contenti.

I motivi per cui questa teoria è una sciocchezza sono innumerevoli: basterebbe cominciare con il chiedersi “se l’Italia ha già svalutato più volte la lira in passato, come mai il Paese non cresce da vent’anni e ora è con l’acqua alla gola?”. La risposta risiede in un principio fondamentale dell’economia, cioè che ogni scelta di politica economica richiede un trade-off, ovvero richiede di rinunciare a qualcosa in cambio di un beneficio. Nel caso della svalutazione, il beneficio è una crescita più forte (o meno debole) nel breve periodo, in cambio, però, di una crescita più lenta (se non addirittura ferma o negativa) nel lungo periodo, a parità di altre condizioni.

L’arma della svalutazione aveva ancora un senso in passato quando i prezzi delle materie prime (come il petrolio) erano molto bassi, i salari erano ridotti ai minimi termini e l’unico modo per vendere i prodotti italiani era portarli all’estero: una facile scorciatoia per permettere l’accumulo di un capitale che dopo la guerra non esisteva più, favorendo gli investimenti e la crescita dei salari, così come ha fatto la Cina negli ultimi anni. Tuttavia, man mano che l’Italia è diventata un’economia moderna e integrata, la scorciatoia della svalutazione ha rappresentato la via più breve verso l’abisso.

Si può immaginare che l’Italia decida di uscire dall’euro: la nuova lira nascerebbe debolissima, nessuno la vorrebbe (neanche gli italiani, se potessero), i capitali sparirebbero dal Paese, e la svalutazione sarebbe poderosa, nell’ordine del 30-50%. Un ipotetico tentativo di sostenere la moneta brucerebbe velocemente le riserve (come sta avvenendo nella per nulla tranquilla Argentina).

Il lato positivo della medaglia della svalutazione, abbiamo detto, è che le merci italiane si venderebbero più facilmente all’estero. L’altra faccia della medaglia è che le merci estere diventerebbero più costose, sia per i consumatori che per le imprese. In primo luogo il petrolio (che con il gas naturale è il prodotto che più contribuisce alla parte negativa della bilancia commerciale) diventerebbe enormemente più caro di adesso e i prezzi di energia e carburante, già oggi altissimi, finirebbero alle stelle. Dato che tutte le imprese utilizzano energia, una parte dei più elevati guadagni dovuti alle esportazioni verrebbero bruciati dai costi che lievitano. Lo stesso vale per gli stipendi, destinati ad alzarsi con ulteriore aggravio per le imprese, a meno che non si voglia lasciare che perdano ulteriore valore reale, che poi è una delle ricette già oggi imposte da Bruxelles e Berlino a Irlanda, Grecia e Portogallo.

Le imprese che vogliono innovare e crescere, inoltre, si ritroverebbero in forte difficoltà: nel mondo globalizzato moderno moltissimi prodotti vengono costruiti utilizzando input prodotti nei punti più disparati del pianeta. Un iPhone americano, per esempio, viene assemblato in Cina con i processori coreani della Samsung, gli schermi della giapponese Sharp (in futuro) e molti altri pezzi come gli accelerometri, nati ad Agrate Brianza: Apple può permettersi di acquistare questi pezzi in virtù della forza del dollaro. Un’impresa italiana munita di liretta non potrebbe mai pensare di fare lo stesso, e un’azienda come la FIAT avrebbe una ragione in più per lasciare Torino destinazione Detroit.

Il risultato sarebbe che i prodotti italiani non standardizzati (come auto e dispositivi elettronici) finirebbero per essere prodotti con materiali più scadenti, un po’ come gli smartphone cinesi, e poi venduti sul mercato a prezzi stracciati, in un processo chiamato dumping, con un duplice corollario: le imprese concorrenti estere non dovranno fare altro che migliorare la qualità dei propri prodotti per buttare fuori le aziende italiane dalle fasce alta e media del mercato (le più redditizie), mentre il marchio Made in Italy, che dovrebbe essere sinonimo di qualità, ne risulterebbe decisamente indebolito.

La verità è che l’Italia già da tempo non riesce a competere su molti mercati ad alta innovazione: il Paese, per fare alcuni esempi, non produce computer, e i medicinali sono importati o al massimo prodotti su licenza in Italia (il problema vale più in generale per l’intero settore chimico, oggi pressoché di appannaggio estero). Una svalutazione non aiuterebbe a sviluppare settori di questo tipo, poiché diventerebbe enormemente più oneroso l’acquisto di know-how e tutto quanto necessario per competere in questi mercati.

Si potrebbe dunque prendere in considerazione l’ipotesi che l’Italia possa vendere all’estero prodotti standardizzati (come le derrate alimentari) oppure prodotti tipici (ad esempio i vini, i formaggi). Il problema è che anche in questi casi le aziende avrebbero bisogno di una moneta relativamente forte: anche questi settori necessiterebbero di input importati (non solo la già citata energia: i metodi di produzione di molti prodotti “tipici” sono stati profondamente cambiati dall’innovazione tecnologica nel corso degli ultimi decenni). Ma soprattutto, perché questi prodotti possano essere venduti, avranno bisogno di adeguata promozione in loco, che andrà pagata inevitabilmente in valuta locale. L’Italia esporta oggi gran parte del proprio prodotto destinato all’estero verso Paesi con moneta più forte dell’eventuale liretta (Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti) e i costi per la promozione lieviterebbero per via del cambio meno favorevole. E certo non si può pensare di vendere un prodotto che nessuno conosce: la pubblicità è l’anima del commercio ovunque.

A chi gioverebbe dunque la svalutazione? Non alle imprese che desiderano innovare e dunque contribuire attivamente alla crescita di lungo periodo, che poi è l’unico tipo di crescita economica che dovremmo avere a cuore. La svalutazione darebbe respiro alle imprese che non vogliono innovare, come le ostinatissime piccole imprese che vogliono rimanere tali, che vogliono produrre gli stessi prodotti, con gli stessi metodi di produzione, destinati a diventare obsoleti, poiché una lira debole proteggerebbe queste imprese dalla concorrenza delle più innovative, frizzanti, ricche imprese straniere. Per poco, però: con il tempo queste ultime riuscirebbero, con innovativi metodi di produzione, ad abbassare i costi e dunque i prezzi (come è normale in un mercato concorrenziale vero), e/o a migliorare la qualità dei propri beni, spazzando via le vetuste aziende italiane.

La svalutazione della moneta, dunque, darebbe al massimo solo un po’ di ossigeno alle imprese nel breve periodo, ma nel lungo periodo i problemi strutturali dell’economia italiana tornerebbero presto a galla, come è già stato in passato, come è oggi. L’Italia ha già svalutato in passato, ma a nulla è servito e a nulla servirà finché il Paese resterà incrostato nel gioco di potere fra politica, caste, poteri forti e sindacati vari. Questo è il problema fondamentale dell’Italia: non la sua moneta.

http://www.dirittodicritica.com/2012/06/28/italia-monti-euro-49284/

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BORTOCAL  (blogger) CONTRO L’USCITA DALL’EURO

Ma al di là delle sue argomentazioni, mi interessano di più le ulteriori riflessioni:

“…mica mi sfugge, e non credo sfugga neppure a chi mi legge, che questi studi sono fatti dal punto di vista di quegli investitori finanziari che detengono i crediti, di queste potenze che superano di gran lunga la potenza economica di un medio stato come l’Italia, di questi nuovi feudi antidemocratici cresciuti alle nostre spalle e a nostra insaputa, mentre noi eravamo beatamente occupati a spendere al di sopra delle nostre forze, indebitandoci con loro.

sono loro che controllano in realtà la finanza mondiale: ed è chiaro che, se la massa dei derivati è pari da tre a sette volte la ricchezza reale, cioè il valore, del pianeta terra, sono loro che dirigono le danze delle nostre vite.

è dunque perfettamente inutile agitarsi contro i governi che ne sono succubi, se non andiamo a cogliere dove stanno le radici del male e non troviamo un modo per liberarci di loro: finché esisterà una finanza con una potenza simile, qualunque governo che non sia rivoluzionario dovrà cercare di entrare a patti con loro, e dunque perseguirà una politica economica volta a salvarli.

Le radici del male: la massa enorme del potere finanziario, così enorme che non corrisponde neppure più a valori reali!

ecco il punto, ecco il punto: i fondi che i grandi speculatori internazionali ci prestano NON SONO REALI, non corrispondono a nessun valore reale.

siamo entrati nel mondo della finanza virtuale; siamo indebitati con persone che ci prestano a loro volta i loro futures, che ci fanno credito sulle loro speranze di guadagno.

questo enorme castello di carte si tiene in piedi come una specie di grande allucinazione collettiva: noi lasciamo alle grandi finanziarie di prestarci la moneta del domani, che ancora non esiste.

e se andassimo, tutti insieme, a vedere il bluff?

se cancellassimo dall’oggi al domani la moneta, ogni moneta?

se chiudessimo i grandi grattacieli della finanza, mandassimo a casa gli yuppies che ci lavorano, cancellassimo le liquidazioni miliardarie in euro e le pensioni da nababbi dei manager, garantendo a tutti soltanto una pensione minima garantita, se svuotassimo le banche?

se riscoprissimo il grande anno sabbatico degli ebrei antichi che ogni 50 anni cancellavano tutti i debiti e ricominciavano da capo?

e cancella a noi i nostri debiti, Singore, come noi li cancelliamo ai nostri debitori…             

http://bortocal.wordpress.com/2012/04/28/216-che-cosa-significa-uscire-dalleuro/

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E SE PER L’ITALIA FOSSE MEGLIO USCIRE DALL’EURO ?

DI JULES ROBERT

latribune.fr
Secondo le proiezioni della Bank of America & Merril Lynch, l’Italia e l’Irlanda avrebbero maggiori vantaggi se lasciassero la zona euro e adottassero una propria valuta. Al contrario, il paese che avrebbe più da perdere sarebbe la Grecia, e quello che potrebbe farlo nel modo più semplice, ma che non ne ha nessun interesse è la Germania.

L’Italia, il cui rating è stato appena degradato di due punti da Moody’s, non troverebbe la sua salvezza fuori della zona euro?

Il paese è, secondo l’agenzia di rating statunitense, esposto “al rischio di contagio” da Grecia e Spagna, e al rischio “di non essere in grado di ottenere finanziamenti dai mercati dei capitali” a causa di una crescita “debole” e di una “disoccupazione troppo alta”, che impediscono di soddisfare i propri obiettivi di riduzione del disavanzo.

Eppure Venerdì, l’Italia non ha avuto nessuna difficoltà a raccogliere 5,25 miliardi di euro sui mercati obbligazionari.

Mentre molti esperti si aspettano un “Grexit”, “Gli investitori sottovalutano la volontà di uno o più paesi di uscire dalla zona euro”, hanno sentenziato David Woo e Athanasios Vamvakidis.  Questi due strateghi del mercato dei cambi, esperti di Bank of America & Merril Lynch hanno concluso che l’Italia sarebbe il più grande beneficiario di una simile operazione tra gli 11 paesi che hanno adottato la moneta unica.

Facendo una analisi costi-benefici, hanno stilato una classifica basata su quattro domande su una eventuale uscita dalla zona euro:

- Quali sono le possibilità di uscire in modo ordinato?
– Quali saranno gli effetti di un’uscita sulla crescita economica?
– Quali sono gli effetti sui tassi di prestito?
– Qual è l’impatto sul bilancio economico del paese?

Avanzo primario per l’Italia

Nel primo caso, dove si prende in considerazione lo stato del bilancio pubblico e il conto corrente come una misura del rischio di uscita, senza una grave crisi nel settore, l’Italia occupa il terzo posto. L’Italia è davvero l’unico paese a realizzare un vero avanzo primario, con la Germania che è al primo posto, mentre la Francia è nona, come l’Irlanda.

Per la seconda domanda, che si basa sull’evoluzione delle esportazioni in caso di un effetto cambio più favorevole, l’Irlanda potrebbe trarre i maggiori benefici con un incremento del 7% della sua produzione, l’Italia segue con il 3%. Dall’altro canto la Germania sarebbe penalizzata con una riduzione dell’11% della sua produzione e la Francia arriva al quinto posto ma guadagna l’1%.

Sul terzo punto, sul tasso sul debito, è la Grecia, che trarrebbe maggior vantaggio da un’uscita, con una diminuzione del tasso di 2.200 punti base (bps), logicamente seguita da Portogallo e Irlanda, i tre paesi che hanno più accesso ai mercati dei capitali. L’Italia è al quinto posto (- 20 bp) seguita dalla Spagna (-80 bps). La Germania è il paese che ha più da perdere, con un aumento dei tassi di interesse di 80 bps, mentre la Francia occupa il settimo posto, senza alcun effetto.

Infine, per quanto riguarda il bilancio contabile del paese, stabilito tenendo conto della esposizione netta internazionale degli investimenti e applicando un deprezzamento della valuta, l’Irlanda si classificherebbe al primo posto, la Germania ultima (undicesima), l’Italia quarta e la Francia quinta.

Combinando questi quattro criteri, Italia e Irlanda risulterebbero al primo posto, all’ultimo la Germania e la Francia ottava.

In altre parole, la Germania potrebbe facilmente uscire dalla zona euro ma non ne ha nessun interesse ma anche l’Italia potrebbe lasciare facilmente la zona euro e con un grande vantaggio.

Il prezzo da pagare per far restare l’Italia

“La Germania potrebbe ‘corrompere’  l’Italia per farla restare?” Si interrogano su questo punto i due esperti di Bank of America e Merrill Lynch.

Dopo la dimostrazione esposta con la teoria dei giochi che prendono in considerazione i diversi scenari che penalizzano la Germania in caso di uscita o no dell’Italia dalla zona euro, ritengono che Berlino non potrà imporre alla penisola tutto quello che ha imposto alla Grecia, sotto forma di austerità in cambio di aiuti finanziari. I due analisti ritengono che per Berlino il costo per far restare l’Italia nell’area euro sarebbe superiore a quello della sua uscita. Questo sarebbe un motivo in più per la Germania per non trattenere Roma e per minare  la coesione dell’area della moneta unica.

Infine, se un tale scenario si rivelasse esatto “Potrebbe avere serie ripercussioni negative per i mercati finanziari nei prossimi mesi”, hanno concluso David Woo e Athanasios Vamvakidis, che in questo modo danno anche loro un contributo all’ondata di pessimismo che prevede  “una estate assassina” per i mercati.
Jules Robert

Fonte: www.latribune.fr/

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Alberto Bagnai: “primo, la svalutazione non coincide con l’inflazione; secondo, l’inflazione non coincide con la perdita di potere d’acquisto da parte dei lavoratori” > uscire dall’eurozona subito.

Si leggano le 2 repliche di Marco Marci (erano 3, una non è stata approvata da Bagnai)

http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/svalutazione-e-salari-ad-usum-piddini.html

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Ettore Livini, “Grecia, il ritorno della dracma costerebbe 11mila euro all’anno per ogni europeo”

Il ritorno della dracma, se mai succederà, “non sarà indolore né per la Grecia né per la Ue”, ha garantito Per Jansson, numero due della Banca di Svezia (che non è parte in causa, NdR).

IL PRIMO ATTO

Il primo atto del possibile Calvario è già scritto: un fine settimana, a mercati chiusi, Atene formalizzerà a Bruxelles la sua uscita dalla moneta unica. Poi sarà il caos. La Banca di Grecia convertirà dalla sera alla mattina depositi, crediti e debiti in dracme, agganciandoli al vecchio tasso di cambio con cui il Paese è entrato nell’euro nel 2002: 340,75 dracme per un euro. Si tratta di un valore virtuale: alla riapertura dei listini, prevedono gli analisti, la nuova moneta ellenica si svaluterà del 40-70 per cento. Per evitare corse agli sportelli (i conti correnti domestici sono già calati da 240 a 165 miliardi in due anni), Atene sarà costretta a sigillare i bancomat, limitare i prelievi fisici allo sportello e imporre rigidi controlli ai movimenti di capitali oltrefrontiera.

IL PIL GIU’ DEL 20%

L’addio all’euro costerà carissimo ai greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno. I redditi andrebbero a picco, l’inflazione rischia di balzare del 20 per cento. Il vantaggio di competitività garantito dal “tombolone” della dracma sarà bruciato subito. La Grecia – che a quel punto non avrebbe più accesso ai mercati – sarà costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate (tasse) senza potersi indebitare. E non potrà più contare né sui 130 miliardi di aiuti promessi dalla Trojka, nei sui 20,4 miliardi di fondi per lo sviluppo stanziati da Bruxelles. Di più: i costi delle importazioni (43 miliardi tra petrolio e altri beni di prima necessità nel 2011) schizzerebbero alle stelle mettendo altra pressione sui conti pubblici. Un Armageddon che rischia di far passare il memorandum della Trojka per una passeggiata. Il colpo di grazia per una nazione in ginocchio, reduce da cinque anni di recessione che hanno bruciato un quinto della sua ricchezza nazionale e con la disoccupazione al 21,7 per cento.

TORNANO I DAZI

In questa tragedia greca, l’Europa non avrà solo il ruolo di spettatore. Il pedaggio a carico del Vecchio continente – che un minuto dopo il ritorno della dracma potrebbe imporre dazi alle merci elleniche (LO FARANNO: MORS TUA VITA MEA, NdR) – è salatissimo. L’effetto contagio, tanto per cominciare, si tradurrà in una Caporetto per i mercati e una via crucis per Italia e Spagna. Gli spread, calcolano gli algoritmi di Sungard, potrebbero salire del 20 per cento, le borse scendere del 15 per cento. Ma è solo l’antipasto. La Grecia – dove le banche saranno nazionalizzate – smetterà di pagare i debiti anche ai privati e così lo tsunami della dracma travolgerà diversi istituti di credito e molte imprese continentali. Una matassa inestricabile (anche legalmente), molto peggio di quella della Lehman che nel 2008 ha mandato in tilt il mondo.

I CALCOLI DI UBS

Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio all’euro di Atene. I tedeschi poco meno. Le cifre vanno aggiornate al rialzo: il debito di Atene a fine 2009 (301 miliardi) era tutto controllato da privati. Ora, grazie alla ristrutturazione, è sceso a 266 miliardi. E ben 194 sono in mano a paesi Ue, Bce e al Fondo Monetario. Se la Grecia non onorerà i suoi impegni come ha fatto l’Argentina, l’Apocalisse europea è belle e servita.

http://www.repubblica.it/economia/2012/05/15/news/grecia_il_ritorno_della_dracma_costerebbe_11mila_euro_all_anno_per_ogni_europeo-35060321/

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La Grecia si avvicina ad una sua uscita dall’Euro? La situazione economica della Grecia non è delle migliori: ha un rapporto debito/Pil pari al 150,3% e, negli ultimi 4 anni, il Pil è calato del 18,4%. Ma le stime del Fmi non lasciano presagire nulla di buono: infatti è previsto un ulteriore calo del 4% solo nel 2013. Insomma una situazione catastrofica.

Effetti dell’uscita dall’euro della Grecia

E se la Grecia provasse ad uscire dall’Euro cosa accadrebbe? Questa è la domanda che si sono posti gli economisti della banca d’affari giapponese Nomura.

 Innanzitutto, ciò comporterebbe un ritorno alla dracma (la moneta che si usava in Grecia prima che aderisse all’Eurozona), che subirebbe una svalutazione compresa tra il 55 e il 60%. “Solo l’Argentina nel 2002 e l’Indonesia nel 1997 – fanno notare gli economisti giapponesi – si ritrovarono in una situazione peggiore, con le rispettive valute deprezzate ancora di più, intorno al 64% e al 67%“.

 “Nel caso greco – continuano gli economisti della banca giapponese, ndr – le variabili da osservare si chiamano perdita di competitività a causa della sopravvalutazione dell’euro, basse riserve di valuta estera e scarsa efficienza del governo”.

 Se la Grecia dovesse tornare alla sua vecchia moneta, significherebbe che la banca centrale dovrebbe tornare a stampare dracme, causando un’elevata inflazione, nonché una grande erosione del potere d’acquisto dei risparmiatori. Non solo: l’euro nei confronti della dracma si apprezzerebbe e quest’ultima subirebbe – secondo gli economisti – una svalutazione compresa tra il 50% e il 60%.

http://www.forexinfo.it/Grecia-fuori-dall-euro-Nomura-fa

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“La mancanza di un processo costituzionale (o permesso da un trattato) per uscire dalla zona euro ha una solida logica solida alle spalle. Il punto di creare la moneta comune era quello di convincere i mercati che si trattava di un’unione permanente che avrebbe assicurato perdite enormi per chiunque avesse osato scommettere contro la sua solidità. Una singola uscita basta ad abbattere questa solidità percepita. Come una piccola crepa in una possente diga, un’uscita greca porterà inevitabilmente al collasso l’edificio…Nel momento in cui la Grecia viene spinta fuori accadranno due cose: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, ecc., seguita dalla riluttanza della BCE e di Berlino ad autorizzare liquidità illimitata alle banche e stati. Questo comporta il fallimento immediato di interi sistemi bancari, nonché dell’Italia e della Spagna. A quel punto, la Germania dovrà affrontare una terribile dilemma: mettere a repentaglio la solvibilità dello stato tedesco (devolvendo alcune migliaia di miliardi di euro per salvare ciò che resta della zona euro) o salvare se stessa, abbandonando la zona euro. Non ho alcun dubbio che sceglierà la seconda. E poiché questo significa strappare una serie di trattati e carte dell’UE e della BCE, l’Unione Europea, di fatto, cesserà di esistere”.

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/31/interviewed-by-fxstreet-com-on-grexit/

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Tornando allo studio della Bertelsmann (ottobre 2012), secondo i calcoli, nel peggiore dei casi, le 42 economie principali del mondo potrebbero subire perdite sul fronte della crescita fino a 17 mila miliardi: questo sarebbe infatti l’effetto di una perdita di fiducia in Madrid e Roma da parte del mercato e di una conseguente bancarotta dei due Paesi europei.

RISCHIO PERDITA FIDUCIA. Hanno infatti scritto gli economisti: l’uscita di Atene dalla moneta unica in sé è «sostenibile» per l’economia mondiale, «ma non si può escludere che il mercato dopo perda fiducia anche nel Portogallo nella Spagna e nell’Italia, con una conseguente bancarotta anche in questi Paesi».

La sola uscita di Atene dalla moneta unica costerebbe alla Germania 73 miliardi di euro in termini di crescita fino al 2020. A questo si aggiungerebbero i 64 miliardi di fondi perduti (una tantum) per creditori privati e pubblici.

DRACMA VUOL DIRE CRAC. Il ritorno alla dracma costerebbe alla Grecia 164 miliardi di perdite sul fronte della crescita fino al 2020. In questo scenario si sottintende che creditori privati e pubblici dovrebbero rinunciare a circa il 60% delle loro rivendicazioni verso Atene. E che la nuova moneta verrebbe svalutata del 50% rispetto all’euro.

http://www.lettera43.it/economia/macro/ue-la-grexit-costerebbe-17-mila-miliardi_4367568612.htm

Michele Serra su Alex Schwazer (e sulla deriva eugenetica della nostra società)

 

Quest’analisi di Michele Serra mette in luce un certo genere di atteggiamento dominante nel nostro mondo che, a mio parere, ci porterà dritti nel gorgo dell’eugenetica (leggete con attenzione fino in fondo e capirete).

Se anche provassi a riscrivere 100 volte un post su questo argomento, non sarei mai all’altezza di Michele Serra. Lo invidio, ma se ci fosse una pillola che mi permettesse di diventare brillante come lui, sarebbe giusto prenderla? Che meriti avrei? La mia componente narcisista sarebbe realmente gratificata? Sarebbe giusto pianificare lo sviluppo di mio figlio dal concepimento alla maggiore età per poterne fare un nuovo Michele Serra?

Michele Serra, “I dopati della domenica”, da la Repubblica del 08/08/2012.

Il padre del povero Schwazer non riesce a darsi pace, «stava male e non ho saputo parlargli, non sono stato un buon genitore». Se la cosa può consolarlo, sappia che milioni di padri (e di madri, di fratelli, di sorelle, di figli, di innamorati) non trovano le parole per arginare la marcia trionfale delle dipendenze (dai farmaci, dagli stupefacenti, dagli eccitanti, dal gioco d’azzardo, dal computer, dal cibo, dall’alcol, da tutto) che sono la piaga più devastante della nostra epoca. Piaga di massa: perché non solamente gli eccellenti, i campioni, i molto sollecitati e molto osservati cedono al doping per reggere lo spasmo del primato, o più banalmente per sopportare meglio le fatiche dello sport e della vita. Dilettanti di ogni risma, anonimi di ogni età si impasticcano o si gonfiano i muscoli o alterano in qualche altro modo i propri connotati fisici e psichici per sentirsi più prestanti, più notati, più ammirati. Il mito antico della rana che voleva farsi bue trova ai nostri giorni la sua più compiuta realizzazione: gonfiarsi fino a esplodere. E se lo fa l’economia finanziaria, se l’idea stessa del limite viene abrogata pur di dare spazio all’illusione dell’illimitato, se perfino l’economia “pulita”, quella della produzione industriale e dei consumi, vive nel mito di una crescita senza fine, quali antidoti culturali possono darsi, i fantozzi delle palestre, delle tirate in bicicletta, dell’ossessione cronometrica? In una fiala, in una pillola, nel docile arrendersi al dominio di una sostanza, è contenuta una resa perfino più grande, e più grave: la resa all’applauso degli altri come sola misura del proprio valore. Il contraltare è il terrore panico che il giudizio degli altri non ti gratifichi, non ti assolva, non ti salvi. Dipendenza è il contrario di indipendenza. Gli indipendenti cercano, e a volte trovano, una maniera più appartata e più personale per misurarsi, per cercare di capire chi sono. Le legioni di dopati del sabato sera in discoteca o degli sport amatoriali sono dipendenti allo stato puro. Cercano di risalire la fila, di recuperare posizioni, di rendersi notevoli con qualunque mezzo: e nessuno che scarti di lato, decida di non voler fare più parte di quella fila. Schwazer, tra una Olimpiade e l’altra, la tentazione di lasciare la fila l’aveva avuta. Un momento difficile, una crisi salutare a patto di elaborarla fino in fondo, e decidere: resto anche se non sono più il numero uno, pazienza se non arrivo primo; oppure: lascio perché non sono più il numero uno. Non ha fatto né l’una né l’altra cosa: ha deciso di rimanere cercando di truccare le carte. Si suole dire, in questi casi, che il campione dovrebbe essere d’esempio, ed è perfettamente vero. Ma bastava, ieri, sentire le telefonate di molti ascoltatori a una popolare trasmissione radiofonica per capire che il doping di Schwazer ha milioni di mandanti, e milioni di alibi. Parecchi invitavano alla comprensione, indicavano la durezza della prova sportiva come giustificazione di un errore molto diffuso, e per questo, tutto sommato, non così grave. Accusavano i giornalisti di sciacallaggio, di accanirsi contro uno che, comunque, rischiava del suo. Rivangavano la tragedia di Pantani parlandone come di una vittima, un valoroso sputtanato dal moralismo della stampa. Quasi a nessuno veniva in mente che il doping, indipendentemente da ogni rischio per la salute, è un imbroglio. Una frode. Nello sport la più grave, la più imperdonabile nelle mancanze. Perché tanta indulgenza? Perché la storia di Schwazer è, qualunque sia il suo esito, la storia di un bravo ragazzo con la faccia da bravo ragazzo? Anche. Ma io credo che la voglia di assoluzione, di comprensione che spirava tra le parole di quei tifosi, di quegli italiani normali, né cinici né disonesti, derivasse da una complicità di fondo con le ragioni psicologiche del dopato. La debolezza del campione rispecchia, ai massimi livelli, la debolezza di tutti. La paura di non farcela non riguarda solo gli olimpionici. La paura di non farcela è l’ossessione di massa della società più competitiva mai vista sulla faccia della Terra; e tanto più competitiva quanto più disposta a reggersi l’anima con i denti, affilatissimi, delle droghe di ogni ordine e grado.

Il Centro Studi di Confindustria boccia Monti, il World Economic Forum boccia la Fornero

“Le condizioni economiche dell’Area euro si stanno rivelando molto peggiori di quel che era stato previsto pochi mesi fa. Le misure finora adottate dalla BCE e dai governi, alla luce dell’andamento delle variabili reali e della reazione dei mercati finanziari (con una stretta interrelazione in entrambe le direzioni tra le prime e i secondi), si sono dimostrate del tutto inadeguate.

In particolare, le politiche di bilancio improntate al solo rigore, invece di stabilizzare il ciclo, stanno facendo avvitare su se stessa l’intera economia europea. Ormai non c’è più nessun economista che creda agli effetti espansivi non-keynesiani dei tagli ai bilanci pubblici attuati simultaneamente in più paesi fortemente integrati tra loro, come sono quelli dell’UE e in particolare dell’Eurozona.

L’esperimento in atto nell’Area euro di restrizione dei bilanci pubblici in presenza di un’ampia capacità produttiva inutilizzata dimostra, al rovescio, la validità delle prescrizioni contenute in ogni manuale di politica economica. Quando c’è ampia capacità produttiva inutilizzata, pari in media al 2,6% del PIL nell’Eurozona (e addirittura 2,9% in Italia, 3,7% nei Paesi Bassi, 4,4% in Spagna, 4,6% in Portogallo e 10,7% in Grecia), le politiche restrittive abbassano il PIL effettivo e distruggono base produttiva, quindi il PIL potenziale, minando la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo“.

http://www.confindustria.it/studiric.nsf/All/C9248C5753C45F0EC1257A29004051A4?openDocument&MenuID=42257EA28EF90910C1257547003B2F89

“L’asse Monti-Fornero vende all’opinione pubblica la flessibilità selvaggia e i conseguenti disastri sociali come necessità essenziali per rendere il Paese competitivo. Il teorema è: abbiamo un mercato del lavoro troppo regolamentato, soffoca la competitività, cioè da noi non investono e con paghe/regole troppo rigide non siamo competitivi all’estero. Confindustria dell’ignorante Squinzi approva. Ok.

Il World Economic Forum di Davos è la massima assise mondiale della finanza e dell’industria, più in alto di così non si va. Pubblicano ogni anno un rapporto sulla competitività dei Paesi nel mondo, il Global Competitiveness Index. Ogni Stato ha una pagella. Nelle pagelle di ogni nazione c’è la parte con la scritta in azzurro The most problematic factors for doing business, cioè quali sono gli ostacoli più problematici per investire in quei Paesi, e per quei Paesi per essere competitivi all’estero. Nelle pagelle di Svizzera, Svezia, Finlandia, e Germania, fra gli ostacoli più problematici ci trovate sempre la voce Restrictive Labour Regulations, cioè un mercato del lavoro troppo regolamentato. In Svizzera, Svezia, Finlandia, Germania il mercato del lavoro NON è flessibile a sufficienza. Ok.

Secondo il teorema Monti-Fornero, il World Economic Forum Global Competitiveness Index dovrebbe bocciare la competitività di Svizzera, Svezia, Finlandia, Germania, tutte piagate da troppa poca flessibilità del mercato del lavoro, e anche, vi si legge, da poca efficienza e da troppa burocrazia. Addirittura nel caso della Svizzera, il WEF lamenta una insufficiente formazione del personale al lavoro”. Peggio di così…

Ok, andiamo a vedere chi sono i Paesi giudicati dal World Economic Forum come i più competitivi al mondo nel 2011:

Primo posto: Svizzera

Terzo posto: Svezia

Quarto posto: Finlandia

Sesto posto: Germania

Su 193 Paesi nei primi sei posti ci sono proprio Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania, i Paesi con altissima regolamentazione del mercato del lavoro, troppa burocrazia e anche inefficienze. Possibile? Ma la rigidità del mercato del lavoro non era la causa prima della perdita di competitività?

Se leggiamo la pagella dell’Italia, e sempre nella sezione The most problematic factors for doing business, cioè quali sono gli ostacoli più problematici per investire da noi e per noi per vendere all’estero, vi si trovano precisamente gli stessi problemi di Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania: burocrazia, inefficienza e mercato del lavoro troppo regolamentato. Andiamo a vedere dove sta l’Italia nella classifica su 193 Paesi: Quarantatreesimo posto (43), dietro Tunisia e Barbados”.

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10528

Un tecnico degli anni Ottanta parla della crisi, dell’euro, di Andreotti e della deindustrializzazione italiana

Antonino Galloni, già Direttore generale del Ministero del Lavoro, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

Alla fine degli anni ’70 l’Italia aveva superato l’Inghilterra, e nessuno 30 anni prima poteva immaginare un risultato del genere. Aveva quasi appaiato la Francia e stava minacciando la Germania. E’ in quella situazione che si stabilisce, in Europa, l’accordo per i cambi fissi. Che cosa significa? I singoli stati sono responsabili della propria bilancia dei pagamenti, cioè di fronte a un disavanzo commerciale non possono svalutare la propria moneta perché si sono impegnati con i cambi fissi e quindi devono offrire questi titoli ad alto tasso di interesse. Ma far crescere i tassi di interesse non è ininfluente per l’economia, per cui si crea un meccanismo per cui gli stati più forti, che esportano di più, non tenuti a rivalutare la propria moneta, diventano ancora più forti e quindi si abbassano i loro tassi di interesse, fanno più investimenti in tecnologia, sono più competitivi e ricominciano a esportare di più. Invece gli stati deboli, per compensare le importazioni nette, devono emettere titoli e far crescere i tassi di interesse, ma l’aumento dei tassi di interesse determina un accorciamento dell’orizzonte delle imprese e quindi minori prospettive di occupazione per i giovani”.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05

Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Guido Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quell’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Si veda anche:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/15/le-cause-della-rivoluzione-in-europa-lhanno-fatto-una-volta-lo-rifaranno-ancora/

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