Bergoglio, Don Abbondio, Obama e la sindrome messianica

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Torturatori e massacratori argentini (non genocidi) con la coccarda papale durante il processo a loro carico, in una serie di processi definita “la Norimberga argentina” ed iniziata pochi giorni prima della nomina di Francesco.

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130316/manip2pg/01/manip2pz/337431/

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.

Matteo 7, 15 [se uno crede in Gesù ha il dovere di essere scettico, nella speranza di essere smentito – spero di essere smentito e che Francesco mi/ci sorprenda positivamente]

Qui è anche l’invidia del diavolo, col quale il peccato è entrato nel mondo, che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio: l’uomo e la donna hanno il compito di crescere, moltiplicarsi e dominare (!) la terra

Jorge M. Bergoglio sul matrimonio omosessuale (papa Francesco è manicheo? Gnostico? La creazione è malvagia?)

http://www.diarioregistrado.com/politica/71745-el-pensamiento-conservador-de-bergoglio.html

L’aborto non è mai una soluzione

http://www.lanacion.com.ar/1507155-bergoglio-considera-lamentable-reglamentar-abortos-no-punibles-en-la-ciudad

Non ci posso credere. Sono così sconvolta e arrabbiata che non so cosa fare. Ha ottenuto quello che voleva. Vedo Orlando nella sala da pranzo qualche anno fa, dicendo “vuole diventare papa”. È “la persona giusta per mettere il tappo al marciume. È un esperto nel tappare”.

Graciela Yorio, sorella del sacerdote Orlando Yorio, vittima delle persecuzioni della dittatura

http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-215796-2013-03-14.html

La sua biografia è quella di un populista conservatore, così come Pio XII e Giovanni Paolo II. Inflessibile nelle questioni dottrinali, ma con un’apertura al mondo e in particolare verso le masse espropriate…ci saranno persone che saranno conquistate dalla prospettiva dell’auspicato rinnovamento della Chiesa. Nei tre decenni trascorsi a capo dell’Arcidiocesi di Buenos Aires, ha fatto questo e altro ancora. Ma al tempo stesso ha cercato di unificare l’opposizione contro il primo governo che in molti anni abbia adottato una politica a favore di questi stessi settori [i meno abbienti, le masse espatriate, NdT], e ha accusato l’esecutivo di aver creato un’atmosfera tesa e conflittuale proprio con quei potentati che lui stesso fustigava.

Horacio Verbitsky [giornalista, politologo, scrittore, membro del direttivo della sezione americana di Human Rights Watch. dopo il golpe militare del 1976 entra a far parte di un’agenzia clandestina che diffonde le prime informazioni sui campi di concentramento della dittatura, e con i suoi scritti ha più volte denunciato le atrocità commesse dagli uomini che hanno governato il paese durante il regime militare e i silenzi di chi li ha coperti negli anni successivi. Collaboratore di “El País”, “New York Times” e “Wall Street Journal”, insegna alla Fundación para un Nuevo Periodismo Iberoamericano fondata da Gabriel García Márquez].

http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-215796-2013-03-14.html

Alcune cose che mi hanno colpito del discorso di “investitura”:

- “Vengo dalla fine del mondo. Pregate per me”. Una formula, quella sulla “fine del mondo”, che ha dominato i lanci d’agenzia e le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Da quando in qua Buenos Aires è la fine del mondo rispetto a Roma? In tempi di ansie apocalittiche, non si poteva scegliere una diversa fraseologia?

- Papa Francesco non ha mai menzionato Gesù il Cristo. Non è strano per il suo vicario? Meglio non evocarlo?

- E perché tutta quell’enfasi sulla curia romana e sul suo ruolo di vescovo di Roma? È una rinuncia alla visione di un’umanità globale?

Scrive Vittorio Messori (Corriere della Sera, 4 marzo 2013):

“C’è pure il fatto che le teologie politiche dei decenni scorsi, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno allontanato dal cattolicesimo quelle folle, desiderose di una religiosità viva, colorata, cantata, danzata. Ed è proprio in questa chiave che il pentecostalismo, interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo. Dunque, i padri del Conclave probabilmente avrebbero valutato l’urgenza di un intervento, secondo un programma proposto e gestito da Roma stessa, insediandovi come Papa uno di quel Continente”.

Quanto livore riservato ai teologi della liberazione da parte dei recenti papi e di alcuni vaticanisti: è così che recepiscono i precetti di Gesù? Hanno massacrato, torturato, oppresso qualcuno, questi “attivisti ideologici”? E se per caso Gesù approvasse la loro pratica della fede e disapprovasse quella vaticana? Messori è proprio sicuro di essere dalla parte del Cristo?

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“L’uomo del popolo”, “il papa della povertà”, “Il Papa che porta il Vangelo ai poveri”. “L’ascesa di un Cristo semplice”. “Il gesuita amico dei poveri”. “Un uomo di governo e di misericordia”. Ci spiegano i media. “In patria è considerato poco meno che un santo“, scriveva nel 2005 il “sempre obiettivissimo” Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, in un panegirico che neanche Capezzone…
Ma l’apice lo si raggiunge qui: “la scelta del nome è già un programma”, ripetono i fedeli.
Ma cosa vuol dire questa frase? Lo vogliamo fare santo subito? Nobel per la Pace preventivo come ad Obama, sulla fiducia?
Berlusconi, Obama, Monti, Renzi, ecc.: è una civiltà matura quella che ha bisogno di un nuovo salvatore ad ogni cambio di stagione? (e per fortuna che non ci sono più le mezze stagioni).

Alessandro Esposito, “Bergoglio, non facciamone un santo” (l’Espresso):

“Nella biografia del nuovo pontefice vi sono zone d’ombra: esse non vanno taciute, vanno rilevate; non vi è accusa né polemica in questo, vi è corretta informazione, quella che mi è sembrata mancare nei commenti dai toni eccessivamente entusiastici di stimati intellettuali cattolici che tutto han fatto, fuorché informarci. Nel complesso, mi pare che una parte ancora troppo consistente del cattolicesimo, anche di base, sia ancora affetta da quella sorta di «sindrome messianica» in virtù della quale il compito di trasformare la chiesa sia da demandare all’azione di un pontefice illuminato: condizione, come si direbbe nei teoremi matematici, necessaria ma non sufficiente. Se la chiesa, così com’è, non va (e su questo mi è parso di capire, dagli stessi commenti, che i dubbi siano pochi) è la base che ha la responsabilità di cambiarla: finché il cambiamento continua ad essere atteso dall’alto, non si infrange quella mentalità che fa del cattolicesimo un sistema fondato sull’obbedienza acritica anche a ciò che non si condivide.

[…]

Il problema è che il cattolicesimo si rifiuta di dialogare, non dico con l’Illuminismo, ma persino con fenomeni precedenti quali l’Umanesimo e la Riforma: l’impostazione di fondo del magistero cattolico e, quel che è peggio, di buona parte della base obbediente, in merito alle questioni eticamente sensibili e alla libertà di coscienza è fondamentalmente pre-moderna e di fronte alla modernità e alle istanze critiche della Riforma e dell’Umanesimo la chiesa romana ha sempre assunto un atteggiamento di condanna, senza mai mostrare un’apertura al confronto. L’aspetto letteralmente avvilente di tutto ciò è che la cosa sembra non turbare affatto alcuni cattolici, che sperano ancora che a questa ritrosia assoluta al confronto si possa sopperire mediante slanci caritatevoli: pazienza, poi, se dalla carità vengono estromesse le persone omoaffettive o le innumerevoli ragazze madri che rispondono abortendo all’unico autentico crimine della violenza subita.

Un’ultima perplessità: accanto ai gesti di umiltà compiuti da Bergoglio e giustamente sottolineati da un plotone di firme meravigliate e accondiscendenti, vengono inspiegabilmente taciuti aspetti che sembrano non turbare nessuno: personalmente, invece, trovo incredibile che, nell’anno 2013 dell’era volgare, ancora si abbia il coraggio di celebrare un rito medievale (ennesima riprova di una Riforma storicamente, culturalmente e teologicamente ignorata) qual è quello dell’indulgenza plenaria. Eppure, in mezzo alle lodi sperticate, nemmeno un fugace commento su questa prassi che, una volta ancora, fa letteralmente a pugni con la modernità: ma tant’è

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/03/14/alessandro-esposito-bergoglio-non-facciamone-un-santo/

Io, da laico e socialista democratico, repubblicano e libertario, credo in una chiesa diversa e in credenti adulti. Non mi sento un alieno rispetto a molti credenti. Sono un credente anch’io, in fondo. I papi buoni ci sono stati e ci saranno. È sbagliato dare per perso il Vaticano. La Chiesa di Roma non può avere un’unica scelta tra immobilismo ed estinzione. Mi rifiuto di crederlo. Ci può essere spazio per un percorso comune. Io non credo nella separazione tra le persone, credo nell’unità delle diversità, ma il nuovo pontefice non sembra essere dello stesso avviso. Continuerò ad attendere che il clima cambi.

BERGOGLIO DURANTE LA DITTATURA

Il silenzio di fronte al male è esso stesso un male. Non parlare è parlare. Non agire è agire.

Dietrich Bonhoeffer

Non ebbe parole di condanna pubblica che del resto non sarebbero state possibili se non a prezzo della vita, e tenne a freno i confratelli che reclamavano il passaggio all’opposizione attiva

Aldo Cazzullo, sul papabile Jorge M. Bergoglio, Corriere della Sera, 16 aprile 2005

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L’anno del golpe (1976) Bergoglio ha 40 anni. E’ diventato superiore provinciale giovanissimo, nel 1973 (un record: aveva le idee e amicizie giuste?), il gesuita di rango più elevato nell’Argentina della dittatura.

Non stiamo parlando del retroterra culturale del portiere della nazionale di calcio, ma di un uomo che si presume sia la guida spirituale di un miliardo di credenti e che, ufficialmente, fa le veci di Gesù il Cristo in attesa del suo ritorno: «Pasci le mie pecore… Pasci il mio gregge» (un particolare che pare sfuggire ai più – mi rifiuto di credere che Gesù abbia usato termini come pecore e gregge, dato che non ha mai trattato gli apostoli/discepoli come pecore o come un gregge).

Nel periodo della dittatura (1976-1983) Bergoglio preferì restare in Argentina, servendo una Chiesa apertamente schierata con la dittatura, e prendendo posizione contro i perseguitati. Un comportamento che i primi cristiani avrebbero visto con orrore e per nulla in linea con le aspettative di Gesù il Cristo.

Nel 1979 partecipò al Consiglio Episcopale Latinoamericano e si scagliò contro i teologi della liberazione, tra le principali vittime della dittatura argentina.

Nel dopoguerra, sentito come testimone, si rifiutò di ammettere che era a conoscenza della vicenda dei bambini sottratti a genitori dissidenti e dati in adozione a famiglie allineate agli obiettivi del regime. Difficile credere che da Superiore provinciale non ne avesse mai sentito parlare, dato che la Chiesa era coinvolta in questo traffico di bambini rapiti.

Secondo Robert Cox, giornalista britannico del Buenos Aires Herald “Verbitsky non riesce a vedere quanto sia stato difficile operare in quelle circostanze”. Cox, che si è trasferito in North Carolina dopo le minacce di morte contro la sua famiglia nel 1979, suggerisce che Bergoglio avrebbe potuto fare di più. “Non credo che li abbia traditi”, ha detto, “ma non li ha protetti e non ha protestato”. Adolfo Perez Esquivel, che ha vinto il Nobel per la pace nel 1980 per aver documentare le atrocità della giunta militare, la pensa come Cox. “Forse non ha avuto il coraggio di altri sacerdoti, ma non ha mai collaborato con la dittatura“, ha detto alla Associated Press.

http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/15/pope-francis-argentina-military-era

Mi preoccupa che così tanta gente creda che in una dittatura sia meglio starsene buoni e zitti per poter salvare delle persone. La Chiesa non ha avuto problemi a denunciare i dittatori comunisti mentre Giovanni Paolo II abbracciava e pregava con il mostro Augusto Pinochet. Persino nel Terzo Reich ci sono stati uomini e donne di chiesa che, fedeli alla vocazione cristiana ed all’esempio di Gesù il Cristo, hanno denunciato l’iniquità incoraggiando quei cristiani che volevano resistere.

Raúl Silva Henríquez, arcivescovo di Santiago del Cile durante la dittatura di Pinochet, non ha esitato a condannare l’operato del dittatore e difendere i diritti dei propri concittadini. Questo è un agire cristiano, questa è la stoffa del vicario di Cristo.

Perché un pavido, nel migliore dei casi un don Abbondio, dovrebbe essere degno del pontificato? Io questo proprio non lo capisco.

BERGOGLIO DOPO LA DITTATURA

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Come ha dimostrato la sua ascesa nei ranghi ecclesiastici, Bergoglio è un politico molto astuto, che usa la concisione e lo spazio per mettere a frutto la sua notevole influenza sul governo e la legislatura. “Partecipa attivamente alla politica argentina, ma a modo suo, con un profilo molto basso. Più politici passano per il suo ufficio di quanti l’opposizione o il governo sono disposti ad ammettere”, spiega Washington Uranga, professore di scienze sociali presso l’Università di Buenos Aires. “La gente va in cerca di copertura mediatica, per chiedergli di usare la sua influenza. In altri casi, è lui ad invitarli a venire, ma è sempre nel suo territorio. Sempre nel suo ufficio”.

Quando Bergoglio di tanto in tanto parla in pubblico, tende a farlo per allusioni piuttosto che riferimenti diretti al passato più oscuro dell’Argentina. Quando i processi furono riaperti nel 2006, suggerì che non era una buona idea ritirar fuori i problemi del passato, anche se questo è stato visto come un commento sull’aumento del numero di processi.

Siamo felici di rifiutare la rabbia e un conflitto senza fine, perché non crediamo nel caos e disordine … dannati siano coloro che sono vendicativi e astiosi”, ha dichiarato in un sermone pubblico.

http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/15/pope-francis-argentina-military-era

Jorge Mario Bergoglio è stata un tenace oppositore di ogni legge sulla parità dei generi (donne e omosessuali) e anche di una legge sull’aborto che lo rendeva non punibile, senza legalizzarlo.

http://it.peacereporter.net/articolo/8087/In+attesa+della+svolta

È a favore di una situazione come quella dell’Italia prima della legge 194 del 1978 e del referendum del 1981: la donna stuprata deve portare a termine la gravidanza, senza se e senza ma. Gli scandali della pedofilia non hanno sollecitato una vera e propria condanna da parte sua. I curati pedofili sono restati al loro posto, mentre invece chi ha espresso posizioni favorevoli ai matrimoni gay, come padre Nicolás Alessio, è stato rimosso:

“Si aspettava un simile castigo?

Era nel calcolo delle possibilità, ma non così rapidamente né con tanta durezza. Mi hanno condannato ed espulso per pensare in modo diverso. Consideri che questa stessa Chiesa non ha neanche ammonito sacerdoti pedofili come il Vescovo Edgardo Gabriel Storni, che vive comodamente qui, a La Falda, nelle sierras di Córdoba, o Julio César Grassi, entrambi con condanne giudiziarie per abuso di minorenni. Non ci sono state sanzioni neanche per Christian von Wernich, condannato per reati di lesa umanità. C’è l’impressione, allora, che questa Chiesa tolleri torturatori e violentatori nelle sue fila, ma non chi pensa in modo diverso e osa dirlo in pubblico.

http://www.clarin.com/sociedad/Echaron-Iglesia-cura-apoyo-matrimonio_0_439756086.html

intervista tradotta in italiano qui:

http://rottasudovest.blogspot.it/2011/03/la-chiesa-espelle-il-prete-argentino.html

BERGOGLIO, LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE, IL RINNOVAMENTO DELLA CHIESA

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http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/bartolome-de-las-casas-introduzione.html

Riprendiamo il filo del discorso con Alessandro Esposito (“Bergoglio, non facciamone un santo”)

“La rassegna stampa dei principali quotidiani di oggi pullula di articoli improntati all’ottimismo a commento della recente proclamazione del cardinal Jorge Mario Bergoglio a pontefice della chiesa cattolica romana. Sebbene non manchino elementi in virtù dei quali è lecito sentirsi confortati da questa scelta, il senso critico che dovrebbe caratterizzare gli organi di informazione tende talvolta a latitare: basti pensare, prima che anche questo ricordo oggi ancora vivo cada nell’oblio, al tono ossequioso che ha caratterizzato la quasi totalità delle trasmissioni radiofoniche e televisive che si sono occupate di seguire l’evento in oggetto.

Sebbene il novello pontefice abbia suscitato nei più un’istintiva e motivata simpatia per la modalità semplice con cui ha deciso di presentarsi alla sua prima uscita in pubblico, dalla stampa c’è comunque da attendersi una lettura in filigrana dell’evento che, per essere adeguatamente interpretato, richiede la ricostruzione, sia pure per sommi capi, dell’iter ecclesiale di Franceso I, non certo scevro di nodi critici e persino di aspetti controversi. Entrato a far parte della Compagnia di Gesù nel 1957, all’età di ventun anni, frequentò il seminario bonarense di Villa Devoto, dall’impronta teologica fortemente tomista, completando poi i propri studi presso il seminario gesuita di Santiago del Cile.

Ordinato sacerdote nel 1969, fu eletto provinciale della Compagnia di Gesù, carica che occupò dal 1973 al 1979. Questo, come è noto, fu il periodo in cui, a seguito del golpe militare del 24 marzo del 1976, si instaurò in Argentina una delle più sanguinose dittature militari dell’America Latina: e proprio per ciò che attiene ai rapporti con il generale Videla e la sua junta militar emergono gli aspetti controversi del pastorato di Bergoglio.

Due testi pubblicati in Argentina chiamano in causa l’attuale pontefice in ordine al suo silenzio relativo ai crimini della dittatura circa i quali egli era al corrente[1] e lo scrittore e giornalista Horacio Verbitsky, editorialista del quotidiano argentino Pagina 12, ha intervistato cinque testimoni che considerano l’allora provinciale dei Gesuiti non estraneo alla vicenda del sequestro e della tortura di due sacerdoti appartenenti al suo ordine, Orlando Yorio e Francisco Jalics, esponenti della teologia della liberazione, impegnati in un lavoro di educazione popolare nella villa miseria di Bajo Flores, nella periferia sud della città di Buenos Aires[2].

Quel che è certo è che i sospetti su un suo coinvolgimento in questi fatti incresciosi non impedirono la sua nomina a vescovo ausiliario prima (1997) e poi ad arcivescovo (1998) della diocesi di Buenos Aires, né la sua investitura cardinalizia da parte di Karol Wojtyla, notoriamente ossessionato dallo spettro del comunismo e della teologia della liberazione latinoamericana, nel 2001.

Con Wojtyla, difatti, Bergoglio ha condiviso la recisa opposizione alla teologia della liberazione, schierandosi contro questa rilettura del Concilio Vaticano II operata da una parte dei vescovi riunitisi a Puebla, nel 1979, in occasione dell’incontro del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano).

In effetti il nuovo pontefice, sotto il profilo etico e dogmatico, non lascia intravedere alcuna possibilità per il rinnovamento in seno al cattolicesimo romano e può essere considerato in tutto e per tutto un fedele prosecutore del conservatorismo osservato in merito nell’arco dei due ultimi pontificati (sotto i quali, non va dimenticato, è avvenuta la quasi totalità delle nomine cardinalizie che compongono l’attuale conclave): basti, a tale proposito, dare una rapida scorsa ai commenti di Bergoglio relativi a tematiche quali l’aborto e l’eutanasia, che riprendono, radicalizzandole, le tesi elencate nel documento approvato dai vescovi latinoamericani e ratificato da papa Benedetto XVI nel corso della «V Conferenza Generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi» tenutasi ad Aparecida, Brasile, dal 13 al 31 maggio del 2007[3]. Ancora più eloquenti le dichiarazioni rilasciate dal primo papa gesuita della storia in seguito alla decisione presa dal governo argentino il 9 luglio del 2010 di riconoscere il matrimonio di persone dello stesso sesso, da lui definito, senza mezzi termini, una «mossa del diavolo» contro cui mobilitare una a suo avviso ineccepibile e improcrastinabile «guerra di Dio»[4].

Ecco perché, forse, prima di fare del cardinal Bergoglio una sorta di novello Francesco d’Assisi, sarebbe opportuno ricostruirne un profilo che cerchi, senza accuse né mistificazioni, di attenersi ai fatti che connotano la sua biografia.    

Alessandro Esposito – pastore valdese

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/03/14/alessandro-esposito-bergoglio-non-facciamone-un-santo/

Bergoglio non è automaticamente progressista solo perché ha scelto il nome “Francesco”

Parla il cinico che è in me: dopo la mancata elezione si è rifatto una verginità, pubblicando una biografia in cui si difende dalle accuse e cominciando ad andare in giro sugli autobus, a baciare i piedi dei bambini malati (ce n’era bisogno? È vera umiltà quella teatralizzata?), anche per riconquistare il terreno perduto nei confronti dei teologi della liberazione e degli evangelici, moltiplicare i proclami sulla giustizia sociale e gli attacchi populistici al governo argentino di sinistra ed altre cose che si fanno in campagna elettorale (quanti politici baciano o accarezzano i bambini dopo essere stati eletti?).

Il giornale per cui Verbitsky scrive ogni settimana, Página 12, è stato uno dei pochi ad azzeccare la scelta del Conclave. Secondo lo scrittore, Bergoglio aveva messo in atto un’operazione già dal 2010 per “ripulire” le ombre del suo passato. L’articolo aveva come titolo, appunto, “Operación Conclave” e nella nota il giornalista criticava seriamente le azioni dell’allora cardinale e la pubblicazione del libro “El Jesuita” (Il gesuita) con i giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin…Verbitsky aveva previsto nel 2010 che il prossimo Papa sarebbe stato del sud del mondo, con una particolare dedizione per i poveri. Aveva come riferimento le dichiarazioni a Der Spiegel del presidente dell’Associazione tedesca dei giovani cattolici, Dirk Tänzler: il prossimo Papa sicuramente lavora in Sudamerica o in un’altra regione colpita dalla povertà e avrà una visione diversa del mondo.

http://www.formiche.net/2013/03/14/horacio-verbitsky-incubo-papa-francesco/

Francesco dovrebbe essere il vicario di Cristo in terra e la passività di fronte ad una dittatura, l’omofobia e la misoginia non erano propriamente al centro dell’insegnamento di Gesù.

Non ha nulla a che vedere neppure con il Concilio Vaticano II che doveva porre fine alla tendenza a considerare tutto ciò che era fuori dalla Chiesa come farina del diavolo (credo gnostico/manicheo), accettando invece che l’intera creazione, in quanto opera di Dio, non può essere condannata come sbagliata.

Per un confronto:

“Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite, è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata in Assemblea generale il 10 dicembre 1948. Nel preambolo della stessa dichiarazione si proclama come un ideale da perseguirsi da tutti i popoli e da tutte le nazioni l’effettivo riconoscimento e rispetto di quei diritti e delle rispettive libertà” (da Pacem in Terris).

Questo è progressismo (si applica anche alle donne, anche a quelle lesbiche). Di fare populismo sono capaci tutti.
Francesco non è il papa del Concilio Vaticano III auspicato da Carlo Maria Martini. Resta da vedere se sarà l’ultimo papa, il papa “della fine del mondo”.

Il papa nero e la via dell’anticristo

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Riconosci ciò che ti sta davanti agli occhi e i misteri ti saranno svelati. Perché non esiste cosa nascosta che non verrà rivelata.

Vangelo di Tommaso

NOTA BENE: Francesco potrebbe aver imparato le lezioni del suo passato ed essere il grande riformatore della Chiesa che aspettavamo tutti. Il che significherebbe che all’interno del Vaticano le forze del cambiamento e del riscatto sono insospettabilmente influenti.
Oppure potrebbe essere un altro Obama, una figura messianica che affascina le masse con le sue parole e i suoi comportamenti pubblici, ma che ha come unica missione quella di conservare lo status quo di fronte agli attacchi dell’aggressivissima fazione psicopatica-transumanista che sta cercando di liberarsi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e, tra tante altre cose, della Chiesa, vista come uno strumento di controllo obsoleto e che risulta d’intralcio rispetto a piani che ormai paiono prevedere lo sterminio di vaste porzioni dell’umanità (es. Terza Guerra Mondiale, austerità feroce, blocco delle funzioni amministrative degli Stati Uniti, “rivolte telecomandate”, frode climatica che impedisce alla collettività di premunirsi di fronte all’irruzione di una glaciazione, piccola o grande che sia, ecc.)

http://ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/14/il-fascino-pericoloso-del-postsecolarismo.html

Bando alle ingenuità: questa è una battaglia politica. I matrimoni tra omosessuali sono un tentativo di distruggere i piani divini.

Jorge Bergoglio

http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/13/pope-francis-quotations-by-him-about-him

L’entità della complicità della chiesa è stata eccellentemente delineata da Horacio Verbitsky, uno dei più importanti giornalisti argentini, nel suo libro El Silencio (Silenzio). Racconta di come la marina argentina con la connivenza del cardinale Jorge Bergoglio, ora arcivescovo gesuita di Buenos Aires, nascose ad una delegazione della Commissione interamericana per i diritti umani dei prigionieri politici della dittatura. Bergoglio li nascondeva niente di meno che nella sua residenza estiva in un’isola che si chiama El Silencio, sul Rio de la Plata. La cosa più vergognosa per la chiesa è che in tali circostanze è stato permesso al nome Bergoglio di procedere nel voto per la scelta del successore di Giovanni Paolo II. Che scandalo si sarebbe scatenato se ci fosse stata la nomina a primo papa del continente americano di una persona implicata nei reati di omicidio e sequestro di persona [era il 2011, NdT]

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/belief/2011/jan/04/argenitina-videla-bergoglio-repentance

Bergoglio ha avuto un atteggiamento molto vile su una cosa così terribile come il furto di neonati. Lui dice di non averne saputo nulla fino al 1985. Non intende affrontare questa realtà e non se ne preoccupa. La sua preoccupazione è come salvare il suo nome, salvare se stesso. Ma non può impedire a queste accuse di raggiungere l’opinione pubblica. La gente sa che tipo di persona lui sia.

Estela de la Cuadra, zia di uno dei bambini rapiti in Argentina [tolti ai genitori “dissidenti” per farli adottare da genitori che simpatizzavano per la giunta militare, NdT], la cui madre Alicia è stata co-fondatrice di Nonne di Plaza de Mayo

http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/13/pope-francis-quotations-by-him-about-him

Vedo la curia romana come un corpo che si pone al servizio del prossimo, un corpo che mi aiuta e mi serve. A volte le notizie negative trapelano, ma sono spesso esagerate e manipolate per diffondere scandalo. I giornalisti a volte rischiano di ammalarsi di coprofilia e quindi fomentare la coprofagia, che è un peccato che contamina tutti gli uomini e le donne, cioè la tendenza a concentrarsi sugli aspetti negativi piuttosto che sugli aspetti positivi.

Jorge Bergoglio

http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/13/pope-francis-quotations-by-him-about-him

Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei  confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, semplicemente non ne prese. Von Wernich sta scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11603

Lasciatemi dire che provo un sincero, profondo, intenso, tenace disprezzo per i credenti che, pur avendo letto la biografia di papa Francesco, sono felici della sua nomina. Non avrebbero preferito un altro pontefice, che avesse fatto mea culpa o che, meglio ancora, avesse scelto la strada cristiana della vittima di persecuzioni, non della connivenza, insomma, un candidato meno RICATTABILE?

Saprebbero, questi credenti, riconoscere il Cristo, se lo incontrassero? O forse preferiscono il Grande Inquisitore di Dostoevskij? Cosa penserebbe Oscar Romero di questo papa?

Fortunatamente per i fan senza se e senza ma di Francesco Bergoglio, Gesù il Cristo non prova disprezzo per gli esseri umani, ma amore, anche per quelli che scelgono la via dell’Anticristo. Lo ammiro, vorrei essere come lui, ma resto prigioniero del mio disprezzo. Mi passerà. Ciascuno raccoglierà ciò che ha seminato e non si può eccedere nella colpevolizzazione di chi ha subito un lavaggio del cervello dottrinale fin dalla più tenera età.

 

“Pochi giorni fa è iniziato a Buenos Aires il processo contro i responsabili della famigerata Operazione Condor, il programma politico che negli anni ’70, e fino ai primi anni ’80, permise lo scambio di dati e prigionieri tra le dittature del Cono Sud.

Migliaia le persone che nel corso dell’operazione vennero assassinate, incarcerate, torturate, migliaia quelli che scomparvero nel nulla. Dati dettagliati emersero alla luce nel 1992 quando un giudice paraguaiano, José Augustín Fernández, scoprì, durante un’indagine in una stazione di polizia di Asunción, i cosiddetti “archivi del terrore”, registri nei quali era tratteggiata la sorte di migliaia di sudamericani segretamente rapiti, torturati e assassinati dalle forze armate e dai servizi segreti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Archivi di polizia militare di tale attendibilità e rilevanza da essere riconosciuti dall’Unesco come “Memoria del Mondo”.

Il processo appena istruito prende spunto dalle denunce dei familiari dei desaparecidos.

Gravissimi i reati contestati: innanzitutto l’illecita privazione della libertà secondi i termini fissati dalla Convenzione Interamericana sui “desaparecidos” approvata nel 1994. Trattato internazionale, questo, che dà effettivo risalto allo Stato di diritto prevedendo, tra le altre misure, la imprescrittibilità del reato di “scomparsa forzata di persone” e l’inapplicabilità dell’esimente dell’obbedienza a ordini superiori.

Venticinque gli imputati, tutti di nazionalità argentina, l’unico straniero è Manuel Cordero, ex militare uruguaiano. Tra gli imputati vi sono membri delle alte gerarchie militari e due personalità di spicco: Jorge Videla e Reynaldo Bignone, ex dittatori argentini negli anni bui che vanno dal 1976 al 1983.

Videla arriva al processo con il peso dei suoi 87 anni, con il fardello di due condanne all’ergastolo e un’altra, impartita dal Tribunale Federale numero 6, a 50 anni per crimini contro l’umanità e per sottrazione di minori, tutti figli di avversari politici. Non gli è da meno Bignone, 85 anni e tre condanne, una all’ergastolo, una a 25 anni e una a 15 anni per identici reati.

Il processo durerà almeno due anni, chissà che dagli incartamenti e dalle dichiarazioni degli oltre cinquecento testimoni da sentire non venga alla luce, con maggiore nitidezza, il ruolo, non secondario, che nell’ambito dell’Operazione Condor si ritagliarono la Cia e gli Stati Uniti d’America”.

http://books.google.it/books?id=vBSni7lhdrMC&printsec=frontcover&dq=Processo+a+Henry+Kissinger&hl=it&sa=X&ei=PutAUdWaEs7EPN6qgaAH&ved=0CDIQ6AEwAA#v=onepage&q=Videla&f=false

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/operazione-condor-prende-il-via-la-norimberga-argentina/527072/

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La figura di Jorge Bergoglio, Papa Francesco, è quantomeno controversa, e così è ovvio che, dopo l’elezione, si cerchi di trovare un po’ di chiarezza nelle nebbie della storia. Argentino, gesuita, in attività ecclesiastica già durante la dittatura militare (un ampio riassunto viene offerto dalla versione spagnola di Wikipedia, per contestualizzare storicamente i fatti di cui parleremo) del 1976.

Nel 2005, quando si aprì il Conclave che portò all’elezione di Benedetto XVI, Adnkronos batté la notizia del fatto che Bergoglio era stato denunciato per presunta complicità nel sequestro di due missionari gesuiti.

I fatti si sarebbero svolti il 23 maggio del 1976. Adnkronos spiegava:

«La denuncia e’ stata presentata dall’avvocato e portavoce delle organizzazioni di difesa dei diritti umani in Argentina, Marcelo Parilli, che ha chiesto al giudice Norberto Oyarbide di indagare sul ruolo di Bergoglio nella sparizione dei due religiosi a opera della marina militare».

Nel libro di Horacio Verbitsky (giornalista d’inchiesta argentino) L’isola del silenzio, pubblicato in Italia da Fandango, si denunciano appunto questi fatti, con un’ampia esposizione che riguarda anche le complicità della Chiesa cattolica nei confronti della dittatura di Videla.

Bergoglio arrivò “secondo” nel Conclave del 2005. Nel 2006, Don Vitaliano scriveva un pezzo dal titolo Il lato oscuro del Cardinal Bergoglio, citando proprio il libro di Verbitsky:

«Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente».

Parte della documentazione raccolta da Verbitsky si trova riportata da Peacereporter.

E ancora.

Sul sito Nunca Mas (Mai più, dedicato all’informazione sui Desaparecidos in Argentina, proprio durante la dittatura militare) si legge:

«Nel 1986 Emilio Mignone nel suo libro Chiesa e Dittatura , descrive Bergoglio come esempio della “sinistra complicità ecclesiastica con i militari che si incaricarono di compiere lo sporco compito di lavare il cortile interno della Chiesa con la accondiscendenza dei prelati.”.

Ma cosa era successo, nel 1976? Ancora da Nunca Mas, che attinge a piene mani dal lavoro di Verbitsky:

«Nel 1976 furono sequestrati i gesuiti Luis Dourrón, Enrique Rastellini e Francisco Jalics. Erano stati ammoniti dal loro superiore Jorge Bergoglio ad abbandonare le favelas in cui operavano e di fronte ad un loro netto rifiuto fu lo stesso Bergoglio a dare il semaforo verde ai militari per il loro sequestro. Furono poi liberati e dovettero nascondersi fino alla fine della dittatura aiutati da altri sacerdoti e vescovi che si distinsero nella loro difesa per i diritti umani come Miguel Hesayne e Jorge Novak. Secondo la testimonianza di un gesuita ex-detenuto desaparecido, Orlando Yorio, Bergoglio, in qualità di superiore gesuita, aveva relazioni costanti con il dittatore Emilio Masera che lo informò di come Yorio fosse un comandante della guerriglia. Ciò bastò a Bergoglio per disinteressarsi completamente della sorte del gesuita la cui grande colpa era quella di lavorare con i poveri in un umile quartiere di Buenos Aires. Yorio fu sequestrato e rimase desaparecido per cinque mesi.

Bergoglio rappresenta quello che nella politica argentina si conosce come conservatore – popolare: conservatore estremo in materia dogmatica ma con una marcata sensibilità verso le fasce povere»

Veniamo ai giorni nostri, per recuperare fonti più recenti.

Se non si trovano, nelle dichiarazioni di Bergoglio, condanne alla dittatura di Videla, la AP divulga proprio oggi un’ampia agenzia di stampa che contiene un riferimento alla vicenda dei due gesuiti rapiti e a tutte le controversie che riguardano Papa Francesco.

In essa si racconta, tanto per cominciare, che Jorge Bergoglio, il nuovo Papa, ha un suo biografo ufficiale. Si tratta di Sergio Rubin, che ne ha raccontato il basso profilo: una delle caratteristiche che ha sempre accompagnato l’attività ecclesiastica di Bergoglio. Secondo Rubin, l’attuale Pontefice ha sempre rifiutato di rispondere alle accuse che riceveva, anche se non rispondevano al vero. E il biografo sottolinea:

«Quando i vescovi si incontrano, [Jorge Bergoglio] ha sempre voglia di sedersi nelle ultime file: questo senso di umiltà è molto ben visto a Roma».

E infatti. Ma la ricostruzione prosegue. Secondo l’avvocato per i diritti umani Myriam Bregman, per due volte Bergoglio non si è presentato a processo e quando ha testimoniato le sue risposte sono state evasive. Ci sono i due preti gesuiti che appartenevano alla teologia della liberazione – ritenuta ostile da sempre, dalla Santa Sede –, di cui abbiamo già parlato, Yorio e Jalics (il primo accusa esplicitamente, il secondo si ritira in reclusione in un monastero tedesco): Bergoglio, dice il solito biografo ufficiale, avrebbe agito per farli liberare, come poteva, sottotraccia. Ma i dettagli di questa operazione non sarebbero mai stati rivelati.

L’unica fonte è il libro-intervista di Rubin, in cui Bergoglio afferma di aver regolarmente nascosto persone che avevano bisogno di aiuto per sfuggie alla dittatura. Tutto in segreto, mentre nelle strate regnava il terrore: un atteggiamento che per Rubin sarebbe semplicemente pragmatico. E nella riluttanza a spiegare la sua posizione, Rubin legge l’umiltà di Bergoglio.

Eppure, la Bregman contesta tutto, soprattutto la posizione degli ecclesiastici:

«La dittatura non poteva operare in questo modo senza il loro sostegno»

Poi c’è l’accusa che riguarda una famiglia che aveva perso cinque parenti, tutti e cinque «desaparecidos»: fra di loro c’era anche una giovane donna, al quinto mese di gravidanza. Rapita e poi uccisa nel 1977. La famiglia De la Cuadra si era rivolta ai Gesuiti a Roma, che avevano chiesto a Bergoglio di intervenire. Bergoglio, a sua volta, aveva nominato un monsignore. Passarono i mesi. E alla fine arrivò solamente una nota da un colonnello che rivelava che la giovane donna aveva dato alla luce una bambina, che era stata assegnata in adozione a una famiglia «troppo importante». La storia finì lì. E ci sono le prove, scritte.

Nonostante questo, Bergoglio sostiene di non aver mai saputo che venissero rapiti bambini finché la dittatura non terminò. Insomma, Bergoglio sarebbe stato non solo estraneo, ma addirittura del tutto all’oscuro del fenomeno dei Desaparecidos.

Una versione francamente poco credibile: risulta davvero difficile immaginare un alto prelato totalmente all’oscuro di quello che, in Argentina, era tragicamente sotto gli occhi di tutti.

http://www.polisblog.it/post/65995/jorge-bergoglio-papa-francesco-la-dittatura-argentina

 Videla y Laghi

Horacio Verbitsky, giornalista argentino specializzato in inchieste sulla dittatura argentina, scriveva nel 2010, quando già si prevedevano le dimissioni di Ratzinger

“Mentre in Germania si veglia sul “fallito papato di Benedetto XVI” Bergoglio cerca di ripulire la propria immagine nella speranza di un nuovo conclave. Le parti più significative del suo libro ed i documenti che contraddicono questa versione angelica. Il rifiuto Emilio Mignone dei pastori che consegnarono le loro pecore e la mutilazione dei documenti per nascondere il sostegno episcopale alla dittatura.

Quando il più grande giornale tedesco, Der Spiegel, si riferisce al “papato fallito” del connazionale Joseph Ratzinger (lo stesso termine che l’intelligence USA applica agli Stati vittime di un vuoto di potere per giustificare il suo intervento), il primate d’Argentina e Arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Jorge Bergoglio, intraprende una operazione di riciclaggio della sua immagine con la pubblicazione di un’autobiografia. Lo scopo apparente di “Il gesuita”,  questo il titolo, è quello di difendere il suo mandato come provinciale dei gesuiti tra il 1973 ed il 1979, macchiato dalle accuse dei sacerdoti Orlando Yorio e Jalics Francisco di averli consegnati ai militari. Entrambi sono stati rapiti per cinque mesi a partire dal maggio del 1976. In cambio non sono più ricomparse quattro catechiste rapite nella stessa operazione e due dei loro mariti. Tra di loro c’erano Monica Mignone Candelaria, figlia del fondatore del CELS, Emilio Mignone, Marta e Maria Ocampo de Vazquez, figlia della presidente delle Madri di Plaza de Mayo, Martha Ocampo de Vazquez.

Ratzinger ha 83 anni e, secondo Der Spiegel, sono numerose le voci che chiedono le sue dimissioni.

Il prete Paolo Farinella ha scritto nella rivista italiana MicroMega, il cui direttore Paolo Flores D’Arcais ha partecipato a dibattiti pubblici sulla filosofia con il papa, che Benedetto XVI dovrebbe chiedere scusa ai credenti colpiti dal rigore del celibato, dalle condizioni dei seminari e dalle migliaia di casi di abusi sui minori e dire: “mi ritirerò in un monastero e passerò il resto dei miei giorni a fare penitenza per il mio fallimento come prete e come papa.”

[…].
Il libro di Bergoglio racconta che, quando Giovanni Paolo II stava spirando e il suo nome figurava nei pronostici dei giornalisti, “tornava a fare capolino una denuncia giornalistica pubblicata alcuni anni fa a Buenos Aires” e che “alla vigilia del conclave che doveva scegliere il successore del papa polacco, una copia dell’articolo-denuncia fu inviata agli indirizzi e-mail dei cardinali elettori allo scopo di danneggiare le possibilità del cardinale argentino”. Bergoglio spiega nel suo libro che non ha mai replicato per “non fare il gioco dei critici, non perché ci fosse qualcosa da nascondere.” Non spiega cosa sia cambiato oggi rispetto ad allora [sapeva che si avvicinava il passaggio di consegne? NdT].

In realtà la prima versione dell’episodio non è dovuta ad un giornalista, ma ad Emilio Mignone [avvocato, il più celebre paladino dei diritti umani in Argentina, padre di una desaparecida, NdR]. Nel suo libro “Chiesa e dittatura”, pubblicato nel 1986, quando Bergoglio non era conosciuto al di fuori del mondo ecclesiastico, Mignone lo usò come caso esemplare della “sinistra complicità” con i militari, che “furono incaricati di fare pulizia all’interno della chiesa argentina, con l’acquiescenza dei prelati”. Secondo il fondatore del “Centro per gli studi giuridici e sociali”, durante un incontro con la giunta militare nel 1976, l’allora presidente della Conferenza episcopale e cappellano militare, Adolfo Servando Tortolo, ottenne la concessione che prima che un prete fosse arrestato le forze armate avvertissero il suo vescovo. Mignone aggiunge che “a volte il via libera è stato dato dagli stessi vescovi. Il 23 maggio 1976 nel quartiere di Bajo Flores fu fermato il sacerdote Orlando Yorio, che fu fatto sparire per cinque mesi. Una settimana prima dell’arresto, l’arcivescovo [Juan Carlos] Aramburu gli aveva ritirato le licenze ministeriali, senza ragione o spiegazione. Durante la prigionia Yorio capì che l’esercito aveva inteso questa decisione e, probabilmente, alcune rimostranze del gesuita provinciale Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere contro di lui…Mignone si domanda: “Che cosa dirà la storia di questi pastori che hanno consegnato le loro pecore al nemico senza difenderle e salvarle”.

Ho pubblicato la storia in questo giornale, il 25 aprile 1999. Oltre al punto di vista di Mignone, il pezzo comprendeva le osservazioni di chi è stato suo collaboratore nei CELS, l’avvocatessa Alicia Oliveira, che ha detto cosa ora ripetute nel libro: che il suo amico Bergoglio, preoccupato per il colpo di stato imminente, temeva per la destino dei sacerdoti e chiese loro di mettersi in salvo. Quando furono sequestrati, cercò di trovarli e di liberarli, e aiutò altri perseguitati. A seguito di tale articolo, Orlando Yorio mi ha contattato dall’Uruguay, dove viveva. Per telefono ed e-mail ha confutato le dichiarazioni di Bergoglio e Oliveira: “Bergoglio non ci mise in guardia del pericolo che incombeva su di noi” e “non ho motivo di pensare che abbia fatto alcunché per la nostra libertà, ma piuttosto il contrario”. I due sacerdoti “sono stati liberati dagli sforzi di Emilio Mignone e per l’intercessione del Vaticano e non dalle azioni di Bergoglio, che fu la persona che li ha traditi” ha detto Angelica Sosa del Mignone, Chela, per mezzo secolo la moglie del fondatore di CELS. Le loro testimonianze sono state incluse nel dossier “La ferita aperta”, che è stato pubblicato il 9 maggio 1999, presentando anche le posizioni di Bergoglio e di un altro sacerdote rapito quel giorno, Jalics Francisco.

[…].
http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-143711.html

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Il lato oscuro del cardinale

In un libro le collusioni dell’arcivescovo di Buenos Aires con la dittatura militare

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.

I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.

La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

Botta e risposta.  Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.

E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero”.

Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.

Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo.

http://it.peacereporter.net/articolo/5366/Il+lato+oscuro+del+cardinale

Trent’anni dopo il colpo di stato del 1976, è stato pubblicato in Italia questo libro di Horacio Verbitsky, uno dei giornalisti argentini più noti grazie al successo del precedente libro Il volo.

L’isola del silenzio è frutto di un’indagine lunga 15 anni, ricca di testimonianze dei familiari dei desaparecidos, dei prigionieri sopravvissuti, e anche dei militari e dei religiosi coinvolti nella dittatura. Le testimonianze provengono sia da interviste realizzate dall’autore che dai verbali dei processi giudiziari svoltisi dopo la caduta del governo militare. L’elenco delle note bibliografiche contiene oltre 300 riferimenti.

Il titolo originale in spagnolo, El Silencio, si riferisce sia al nome dell’isola che alla condotta vituperabile della Chiesa cattolica che, pur pienamente consapevole delle violazioni dei diritti umani, non fece sentire la minima voce di allarme.

L’isola El Silencio era di proprietà della Chiesa, un luogo di ricreazione frequentato dai propri membri, dai seminaristi fino ai cardinali Antonio Caggiano e Juan Carlos Aramburu. Nel settembre del 1979, quando la pressione internazionale arrivò a un punto tale che l’ispezione da parte della Commissione Interamericana per i Diritti Umani non poté più essere rimandata, tutti i prigionieri furono trasferiti dalla Scuola di Meccanica della Marina (ESMA) su quest’isola, dove rimasero al riparo da occhi indiscreti.

La Chiesa certamente non si limitò a fornire questo nascondiglio e ebbe un ruolo attivo su due fronti: da una parte raccoglieva le richieste dei disperati familiari delle persone scomparse, impegnati nella ricerca di notizie dei propri cari. Dall’altra, forniva conforto ai militari offrendo loro supporto morale per giustificare le atrocità commesse sui prigionieri. Coloro che hanno letto Il volo ricorderanno la testimonianza del ex-capitano Adolfo Scilingo, che dopo aver gettato dall’aereo persone vive nell’oceano venne rassicurato dal cappellano Zanchetta che quella era una “morte cristiana” che aveva la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche.

Dalle numerose testimonianze, risulta evidente che la Chiesa era perfettamente al corrente di tutte le attività clandestine, torture comprese. Tra i personaggi che hanno collaborato con la dittatura militare sono menzionati: il cardinale Pio Laghi (all’epoca nunzio apostolico, noto per le sue partite a tennis con Emilio Massera), i cardinali Caggiano, Aramburu e Primatesta, l’arcivescovo Tortolo e i suoi vicari Emilio Graselli e Victorio Bonamín, e l’allora sacerdote Jorge Bergoglio (oggi cardinale). Il libro riporta anche le testimonianze di Bergoglio e Graselli, esponendo la loro versione dei fatti nelle interviste realizzate da Verbitsky.

Due interi capitoli sono dedicati al “programma di rieducazione” dei prigionieri, grazie al quale potevano avere una possibilità di sopravvivere. La rieducazione aveva un doppio scopo: sottoporre le persone ostili al regime a un lavaggio del cervello per “convertirle” in collaboratori, e allo stesso tempo ottenere informazioni sull’identità dei compagni da arrestare. Ma non tutti erano candidati al “recupero”. I prigionieri erano divisi in tre gruppi: gli irriducibili, i deboli e i recuperabili. Quelli che rientravano in quest’ultimo gruppo dovevano avere un minimo di competenze tecniche, ad esempio un tipografo era un ottimo candidato perché necessario per falsificare passaporti ed altri documenti. In questo modo si reclutavano schiavi utili allo scopo di favorire l’ascesa politica dell’ammiraglio Emilio Massera.

Non devono sorprenderci i legami tra la Chiesa ed il potere, è una tradizione lunga quasi due millenni. Ciò che è notevole nel caso argentino è in primo luogo che la Chiesa appoggiava i militari a tal punto che non si capisce se la Chiesa fosse al servizio delle Forze Armate, o viceversa. Molto eloquente l’omelia di Bonamín, citata a pagina 24: “Quando c’è spargimento di sangue, c’è redenzione: Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo dell’esercito argentino”.

In secondo luogo, tutti i principi morali furono messi da parte: il fine giustificava ogni mezzo, permettendo il ritorno agli ormai dimenticati metodi della Santa Inquisizione in pieno XX secolo. Ma ciò che più colpisce dei fatti documentati da Verbitsky è che la Chiesa non esitò a tradire i propri membri, come i sacerdoti e i catechisti che seguendo il vangelo di Cristo si dedicavano ad aiutare i poveri, un’attività considerata troppo di sinistra e quindi nociva per la Chiesa. Questa è la storia dei gesuiti Yorio e Jalics, che hanno individuato nel cardinale Bergoglio il responsabile delle loro sofferenze, e ai quali viene dedicato un capitolo che illustra i punti di vista di questi tre protagonisti. Il lettore può trarre le proprie conclusioni.

L’edizione italiana ha un capitolo in più, che commenta un fatto che Verbitsky non poteva prevedere al momento di mandare in stampa l’edizione originale in spagnolo: che, dopo la morte di Giovanni Paolo II, il principale contendente del cardinale Ratzinger per la sua successione fosse proprio Bergoglio. E non esclude che quest’ultimo possa avere una seconda chance alla guida del Vaticano, visto che Benedetto XVI ha già 82 anni. Solo il tempo potrà confermare o smentire questa previsione.

http://www.uaar.it/ateismo/opere/horacio-verbitsky-isola-del-silenzio.html

 tapan

al mercà dele crós

Vegnì chive, siore e siori:
da doman se davèrge el mercà dele crós…
col vestì tut de sànch, piturà
e na bèstia scanada su ‘l còl,
òci passi,
i spilùca na brùsca de òro
che a la còrta gh’è en prèmi ‘n altàr
De scondón
che no ‘l sàpa na drìta
nianca qoél su de sora,
‘l barbón,
e pò vèn, su ‘l balcon de le feste
en sgionfon
da la tònega bianca
che ‘l ne ‘ntòna na slòica
da sèmpro l’istéssa
e i ricarga l’orloi
de la crós.

Giuliano

al mercato della croce

Venghino siore e siori | da domani si apre il mercato delle croci… | col vestito tutto di sangue, pitturato | e una bestia scannata sul collo, occhi vitrei, |  spiluccando la pagliuzza dorata | che per la corta c’è in premio un altare | Di nascosto | che non conosca la verità | neppure quello di sopra, | il barbone, |  e poi esce, sul balcone delle feste, | un pancione | con la tonaca bianca | che ci intona una tiritera | da sempre uguale | e ricaricano il cronometro | della croce.

http://www.diaolin.com/wordpress/?p=4018

Possiamo veramente dirci cristiani finché esisterà la teocrazia papale?

A lightning strikes St Peter's dome at the Vatican on February 11-1704567

Il SECONDO fulmine mentre colpisce San Pietro

L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, la eliminazione di ogni menomazione umana.
Flavio Pajer, La laicità post-secolare, un luogo teologico, p. 63

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Perché chiamare Sua Santità il Papa, se anche lui è un peccatore e deve chiedere la misericordia di Dio? Perché definire «sacre» le Congregazioni del Vaticano che agiscono come ministeri di una monarchia assoluta?…Il velo della virtù si è strappato dinanzi agli scandali di pedofilia e in questi giorni con la rivelazione della rete di prostituzione che opera a Roma e fornisce servizi sessuali da parte di seminaristi… È ora che il Papa indossi le scarpe del pescatore, rinunci ai titoli onorifici ereditati dall’impero romano e assuma, collegialmente con i cardinali di tutto il mondo, il più evangelico di tutti i titoli: servo dei servi di Dio.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ci-vorrebbe-un-servo-dei-servi-di-dio/

La Chiesa, in verità, e non da oggi, appare assai più una potenza temporale che spirituale…, un colosso economico e finanziario (un patrimonio immobiliare che supera i 2mila miliardi di euro, un numero di ospedali, università e scuole eguale a quello di un Paese come gli Stati Uniti, oltre 1 milioni e 200mila dipendenti, solo per dare qualche numero)… Al fondo di tutto, infatti, c’è un gigantesco conflitto di ordine finanziario. E se nel passato la gestione degli interessi di parte cercava di accontentare le esigenze di tutti, oggi questo non sarebbe più possibile. Movimenti ecclesiali con solidissimi interessi economici e finanziari, come Opus Dei, Legionari di Cristo, Comunione e Liberazione, movimenti carismatici, neocatecumenali, sono stati in passato fortemente sostenuti da Giovanni Paolo II, ricevendone in cambio copiose e continue offerte (di cui hanno beneficiato dicasteri di Curia ed ecclesiastici), una obbedienza assoluta al papa, una lotta intransigente e senza quartiere contro tutto ciò che aveva anche il vago sentore di modernismo o progressismo, l’opposizione radicale (specie in Centro America ed in America Latina) contro il comunismo, la Teologia della Liberazione, la Iglesia popularQueste realtà ecclesiali sono oggi troppo potenti per non entrare in conflitto tra di loro per ottenere l’egemonia, lottando su piani molto complessi e differenti, da quello delle alleanze politiche a quello dei rapporti con i banchieri ed il mondo industriale; dalla speculazione finanziaria alla presenza nel campo dell’assistenza, dell’editoria, della cultura, dell’istruzione; fino all’occupazione dei posti chiave nell’organigramma vaticano alle nomine episcopali…Il nuovo pontificato non segnerà quindi la fine della crisi, e nemmeno quella delle lotte intestine alla Chiesa. Semmai una tappa nel tentativo di ricomposizione dei conflitti interni. O l’avvio di un redde rationem nella corsa ad una difficile egemonia.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ma-quale-celestino-v/

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Le cronache di questi giorni hanno dell’incredibile che rasentano l’assurdo. Ormai è di dominio pubblico: l’aria mefitica della corruzione, dei giochi di potere, di pratiche persino criminali, di degrado morale, di malcostume appesta i palazzi vaticani e richiede urgente un’opera di disinfestazione e di pulizia generale, nella presa di coscienza e nella trasparenza generale. Aprire le finestre e cambiare aria!

E invece cosa succede? Ci si chiude a riccio: si pone sotto secreto la relazione dei tre saggi, si schermano i telefoni, si oscurano perfino le finestre della Cappella Sistina, si perquisiscono i Cardinali, e si minaccia addirittura la scomunica a chi volesse twittare con l’esterno.

La “città posta sul monte”, perché sia visibile a tutti e a tutti faccia luce, diventa un bunker sotterraneo più adatto ai topi che a persone libere e risorte.

I “Pastori” che dovrebbero guidare il popolo in un cammino di crescita e di responsabilità vengono rinchiusi, chiavi stellati (“cum-clave” da cui la parola “Conclave”), come scolaretti indisciplinati e incapaci, da tenere a bada…. Siamo agli antipodi di quella chiesa-comunità cui il Maestro aveva ordinato il linguaggio della schiettezza: «Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37).

E’ stato censurato anche il Vangelo dalla sue narrazioni scomode che nessuno più ricorda ed è stato messo sotto silenzio perfino il suo Maestro: «Non abbiate paura. Nulla v’è di coperto che non debba essere svelato e nulla di nascosto che non debba essere conosciuto. Ciò che dico a voi nelle tenebre, proclamatelo nella luce; ciò che udite nell’orecchio, annunciatelo sui tetti» (Matteo 10, 26-27).

«C’è un tragico paradosso in cui si dibatte la coscienza cattolica: l’istituzione per merito della quale ancora oggi nel mondo continua a risuonare il messaggio di liberazione di Gesù è governata nel suo vertice da una logica che rispecchia proprio quel potere contro cui Gesù lottò fino ad essere ucciso. Questa è la condizione paradossale e a volte tragica dell’essere oggi, e non solo oggi, un cattolico». Così scriveva il teologo Vito Mancuso nel suo ultimo libro Obbedienza e Libertà.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-chiesa-prigioniera-del-vaticano/

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Mauro Pesce su “Edificherò la mia chiesa” (Matteo 16, 18)

Ci si può domandare come mai il vangelo di Matteo attribuisca a Gesù la celebre frase rivolta a Simon Pietro: «Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa (ekklêsia)» (Mt 16,18). Questa frase è stata infinite volte utilizzata per sostenere che Gesù voleva fondare la chiesa, una realtà religiosa ben distinta e autonoma. Bisogna, però, anzitutto rendersi conto che buona parte dell’esegesi riconosce che questa frase non è di Gesù, ma è stato l’autore del Vangelo di Matteo che gliela ha attribuita circa cinquant’anni dopo la sua morte. Bisogna attribuire questa frase e il breve brano in cui è inserita (Mt 16,16-19) all’iniziativa di Matteo (che del resto è il solo a riportarla). La frase difficilmente può essere stata pronunciata da Gesù. Il Vangelo di Marco, quello di Luca e quello di Giovanni citano ben più di un centinaio di frasi, parabole, e discorsi di Gesù, ma la parola «chiesa» (ekklêsia) non vi appare mai. Anche il Vangelo di Matteo cita una quantità notevole di frasi di Gesù e non mette mai sulla sua bocca questa parola, salvo in due casi (Mt 16,16-19; 18,15-17). Il primo è quello appena citato. Il secondo è molto più articolato ed eloquente: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo alla chiesa (ekklêsia); e se non ascolterà neanche la chiesa, sia per te come un Gentile e un pubblicano» (Mt 18,15-17). In questo secondo brano Matteo si riferisce a un’organizzazione comunitaria che non esisteva quando Gesù era vivo. Sta immaginando una situazione tipica del suo tempo, l’ultimo quarto del I secolo. All’epoca di Matteo la parola «chiesa» era ormai molto usata. Appare, difatti, massicciamente negli scritti canonici del Nuovo Testamento che parlano della vita delle comunità dei seguaci di Gesù, alcuni decenni dopo la sua morte. La troviamo ad esempio nelle lettere attribuite a Paolo (circa 40 volte nelle lettere sicuramente autentiche e un po meno di 20 volte nelle altre) e negli Atti degli Apostoli (più di 20 volte). È nel clima storico della seconda metà del I secolo che le diverse comunità cominciano a porsi il problema della propria legittimità e del proprio collegamento con l’autorità di Gesù.[1]

La prospettiva di Gesù era dunque singolare: egli non pensava all’organizzazione di un proprio organismo autonomo, ma al rinnovamento di tutto il popolo di Israele in attesa della nuova realtà che Dio avrebbe di lì a poco instaurato. D’altra parte il Vangelo di Matteo gli mette in bocca un futuro e non un passato o un presente. Gesù non dice «ho edificato», né «edifico» ora, ma «edificherò» (oikodomêsô) la mia ekklêsia. Matteo era quindi consapevole che Gesù non aveva costruito una ekklêsia durante la sua attività. Poteva attribuire a Gesù l’idea di una ekklêsia solo come una prospettiva futura. L’esistenza e la costruzione di una ekklêsia non faceva parte della pratica di vita di Gesù.

Gesù non fonda una chiesa nel senso che non forma un centro di potere (normativo e stabilizzato, fondativo) al quale siano attribuite appunto le funzioni di legiferare, di ordinare, condannare, punire e garantire la salvezza (anche per il Vangelo di Giovanni è solo il Gesù risorto che attribuisce ai discepoli il potere di rimettere i peccati, Gv 20,23). In Matteo, le frasi attribuite a Gesù sulle chiavi del regno (Mt 16,19) riguardano chiaramente solo il futuro dopo la sua morte.

Il fatto che Gesù non fondi una comunità significa che egli non ha bisogno di assegnare funzioni e compiti che la strutturino. Gesù non organizza neppure nuovi luoghi di culto. Frequenta le sinagoghe e in esse agisce in modo inconsueto, ma non crea, per i suoi adepti, occasioni e luoghi di culto diversi, delle nuove sinagoghe alternative.

http://goo.gl/veBVJ

LA CHIESA SI RIFORMI, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!

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Un voto utile è un voto contro Montgomery Burns (contro la superbia delle pecore)

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Bersani: “Che sinistra è quella che fa vincere la destra?”

Ingroia: “La tua”

scambio su twitter – 21 gennaio 2013

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Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.
Marco Travaglio

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Ingroia non è il mio leader ideale – vorrei un politico di razza con una certa preparazione sociologica ed economica -, il manifesto di Rivoluzione Civile non è come l’avrei voluto, l’uso di fumetti e di slogan è troppo grillino per i miei gusti, la composizione delle liste ha risentito fin troppo degli accordi pregressi e molto poco dell’esigenza di cambiamento (resto però dell’idea che la “società civile” debba partecipare ed influenzare le decisioni politiche, non certo governare).
Voterò comunque per RC, perché Ingroia vorrebbe candidare alla presidenza della Repubblica uno dei miei miti, Gustavo Zagrebelsky, perché in due mesi non si possono fare miracoli, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, perché in futuro le forze del cambiamento (e quindi anti-liberiste) di Sel e M5S (e forse del PD?) convergeranno con RC e nascerà qualcosa di nuovo ed importante, sulle ceneri di RC (che non credo abbia un futuro, nella forma attuale). Il mio voto è un seme.

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Monti mente sull’Italia salva – un editoriale del Financial Times di questi giorni è arrivato a paragonarlo al cancelliere incapace (o criminale?) che ha spianato la strada a Hitler (!)  –, Bersani mente sugli F-35 (e su mille altre cose), il 45% di chi si recherà alle urne li voterà nell’assoluta convinzione che siano dei galantuomini che stanno sistemando le cose.

Quant’è straziante quest’ineluttabile disastro?

Mi ricorda un film in cui c’era un treno lanciato a tutta velocità su un binario morto, d’inverno, in Alaska, con gli antagonisti (direttore del carcere ed evaso) consci della loro morte imminente.

Perché devo finire nell’abisso anch’io con la mia famiglia, assieme a milioni di ebeti?

Quando si sveglieranno le pecore dalla loro ovina superbia?

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Matteo Pucciarelli, “Al di là del nostro pregevole ombelico”, l’Espresso

“C’è uno sport che va di moda, ma parecchio di moda, in questi ultimi giorni. Spalare merda su Rivoluzione Civile. Da destra, da sinistra, dal centro, da sopra e da sotto. È uno spasso. «C’è il fascista al Senato in Sicilia», «c’è la guardia!», c’è quello che voleva il Tav, c’è uno che è andato al funerale del brigatista (non si ricordano proteste particolari per i partecipanti ai funerali di Pino Rauti), c’è l’altro che nell’88 non portò la busta della spesa alla vecchietta del piano di sotto. Tra qualche giorno ci racconteranno che Ingroia porta due calzini per piede, e che quindi probabilmente in un’altra vita era un dittatore sanguinario.

Fra le altre cose alcune critiche sono pure condivisibili, non a caso molto umilmente ne avevo scritto qualcosa su questo spazio. Ma da qui ad additare Ingroia e gli altri come pericolosi mitomani nemici della nostra civiltà ce ne passa. Forse occorre spostare l’occhio dal nostro pregevole e delicato ombelico, volare un po’ più in alto e osservare la realtà che ci circonda. Che è questa:

- C’è un centrodestra che ricandida i Razzi e gli Scilipoti, e tra un Cosentino amico dei casalesi e un deputato eletto con l’Idv che passa dall’altra parte perché comprato ci saranno pure differenze di ordine penale, ma non morale. Sono due diversi tipi di indegnità. Ma di indegnità si tratta. E non perdetevi le performance dei Minzolini – candidato al secondo posto in Liguria -, gente capace di farsi le vacanze pagate coi soldi di tutti e poi fare la morale sulla meritocrazia marchionnista agli operai di Mirafiori o Pomigliano. Senza scordare le cricche, gli affaristi, gli abusi di potere, le P3 e P4, lo sfregio più totale del convivere civilmente, del buonsenso e della ricerca della verità;

- C’è un centro perfetto portatore del classismo un po’ cialtrone all’italiana. I padroni del vapore che magnavano a destra prima e che magnano al centro adesso, quei bigotti che si scandalizzano al solo pensiero di una coppia di fatto e che però se la Chiesa non paga le tasse cosa c’è di male?, i capitani coraggiosi coi soldi degli altri, i sacerdoti moderni del neoliberismo che davanti a previsioni sbagliate e spacciate per bibbia non sanno cosa rispondere, se non con gli stessi slogan: “competitività”, “è colpa dell’articolo 18″, “sinistra conservatrice”, “continuare su questa strada”. Parole senza alcun senso, senza nessuna attinenza con la realtà. Cosa vogliono dire davvero? Non lo spiegano mai;

- C’è un centrosinistra che ha già detto che comunque vada governerà con il centro. Per fare cosa? Giorni fa ospite a Ballarò c’era un socialdemocratico olandese che spiegava: «In Italia voterei Bersani, porterà avanti le riforme», e ossessivamente ripeteva quella parola: “riforme”. Ma “riforme” cosa significa? Come quella delle pensioni? Come quella dell’articolo 18? Come quella lasciata a metà delle province? Qualcosa lo sa? Qualcuno lo ha capito? E se un giorno Vendola si azzarda a toccare la parola equità, il giorno dopo Bersani si sente costretto a tranquillizzare che nessuna patrimoniale verrà fatta. È vita questa? No dico, in futuro ci dovremo di nuovo prendere in giro sulla guerra, sul lavoro, sui diritti civili e sociali? Un film già visto, e rivisto, ricordi poco edificanti e una lezione che viene di volta in volta dimenticata: quando la sinistra non fa la sinistra non scalda i cuori, perde identità e consensi;

- C’è un «né destra né sinistra ma in alto» che sputa rabbia e a ragione, ma nel farlo butta tutti dentro un calderone e solidarizza con i fascisti e poi ci spiega che i sindacati non servono, e insomma non si capisce come sia possibile generalizzare, o tutti buoni o tutti cattivi. Strizza l’occhio alla generale indignazione ma senza illustrare le ragioni e i perché dello sfacelo attuale, e non ci dice una parola sulle disuguaglianze crescenti, sui danni prodotti da un modello di pensiero e pure economico (l’individualismo), e poi comunque “vaffanculo” è semplice e arriva dritto al punto ma dopo che ti sei sfogato tutto resta com’è;

- Il quadro è questo. Le liste di Rivoluzione Civile erano perfettibili, ma se il Porcellum esiste ancora non è certo grazie a Ingroia, né a Ferrero, Di Pietro, Diliberto e Bonelli (su cinque, quattro di loro negli scorsi cinque anni sono stati fuori dal Parlamento). I partiti sono perfettibili, ma ricordo che agli scioperi generali indetti dalla Cgil e dalla Fiom le loro bandiere le ho viste e i loro pullman pure. Il programma invece parla chiaro, ed è il motivo per cui, magari, da domani si può cominciare a pensare che dopotutto c’era davvero bisogno di qualcuno che parlasse fuori dal coro”.

Matteo Pucciarelli

(22-01-2013)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/01/22/matteo-pucciarelli-al-di-la-del-nostro-pregevole-ombelico/

Monte dei Paschi di Siena e PD: un crollo annunciato

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Oggi su Repubblica, nel tentativo di difendere gli amati “progressisti” Scalfari sostiene che la vicenda Monte dei Paschi e’ solo panna montata. Il sistema sarebbe sano. Non si tratterebbe di limitare l’uso dei derivati, di separare lo ruolo del rischio dal risparmio, di proteggere la funzione pubblica delle Fondazioni, ossia di intervenire con riforme sistemiche. No basta fare fuori i mascalzoni che erano al vertice. In sostanza Scalfari si comporta come Craxi all’inizio di Tangentopoli: “Chiesa? Un mariuolo!”. Il fondatore di Repubblica non si accorge che “Bancopoli” e’ iniziata da tempo e Bersani invece di “sbranare” i suoi “avversari” fino a ieri sostenuti nel governo, farebbe bene a riflettere sui guasti del sistema. Altrimenti gli succede il contrario. Ovvero: da “abbiamo una Banca!” (Fassino) al melanconico “avevamo una Banca”.
Alfonso Gianni, 27 gennaio 2013

“Non c’è nessuna responsabilità del Pd, per amor di Dio: il Pd fa il Pd, le banche fanno le banche”.

Pier Luigi Bersani, 23 gennaio 2013

“Il Pd non si è mai occupato del Monte dei Paschi. Il sindaco non è il Pd, è eletto dal popolo, è un’istituzione, non c’è nulla di scandaloso e strabiliante”.

Massimo D’Alema, 24 gennaio 2013

Passare alla storia come il premier del governo dei banchieri non sarà certo piacevole, ma se il sistema creditizio italiano oltre a divenire ostaggio di una finanza opaca e massonica, oltre ad aver succhiato immense risorse dalle tasche degli italiani, oltre ad aver maltrattato imprese e clienti oggi si mostra come un verminaio di interessi inconfessabili di chi è la colpa? Solo di quel Giuseppe Mussari che il Pd non può aver licenziato se prima non lo avesse arruolato? E la lobby dei banchieri che lo ha voluto al vertice dell’Abi? E la Banca d’Italia che non si era accorta di nulla? E intanto il ministro dell’Economia Grilli di cosa si occupava, del suo bell’appartamento ai Parioli? Pagheranno sempre e solo i risparmiatori? Tra un mese si vota e sarà l’occasione più propizia che gli italiani avranno per regolare i conti con chi li ha truffati. Altro che fantasie elettorali, presidente Monti, queste sono solide realtà.

Antonio Padellaro, Il voto e il monte, Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2013.

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Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena e presidente dell’Associazione Bancaria Italiana fino al 22 gennaio, ed Ernesto Rabizzi (75.000€), Vice Presidente del Monte Paschi di Siena (Mps).

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“Non so se Bersani dovrà chiedere l’aiuto alle forze di centro per poter governare. Ma penso che lo farà. Immagino che ci sarà un governo piuttosto ampio di forze che lo sostengono”.

Alessandro Profumo, presidente di Mps, 22 gennaio 2013

http://www.firstonline.info/a/2013/01/22/profumo-mps-bersani-governera-con-monti-e-sul-caso/c5c9cc18-9876-40d8-b128-b4c8bee8d501

Sebbene gli onorevoli democratici scartino l’idea di Profumo come candidato a palazzo Chigi, non negano che un futuro nel Pd per lui ci possa comunque essere. Magari, come ministro, sempre che si vincano le elezioni. Un avvicinamento, quello di Profumo al partito democratico, che non sarebbe poi così strano, scrive l’agenzia di stampa Dire. Nel 2007 l’ex ad di UniCredit era in fila ai gazebo per votare alle primarie che incoronarono Veltroni. Era lì per sostenere la moglie, Sabina Ratti, candidata come capolista nella lista di Rosy Bindi e poi eletta nell’assemblea costituente. Il capogruppo Pd in commissione Bilancio, Pier Paolo Baretta, dice che sarà difficile vederlo in politica, però «se è libero, un ministero per lui si trova».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-21/gioco-preferito-palazzo-sara-181702.shtml?uuid=AYIWTASC

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Non ci sono solo i 98 mila euro donati dalla famiglia Riva (Ilva) a Pier Luigi Bersani. A sfogliare i libroni dei contributi registrati alla Camera dei deputati, si scopre che la sinistra italiana, negli ultimi dieci anni, spesso non ha guardato troppo per il sottile di fronte a un generoso imprenditore. Per restare in tema di acciaierie, Enrico Letta ha incassato 40 mila euro nel 2008, proprio come Bersani, dall’associazione padronale di categoria, quella Federacciai che vanta come vicepresidente Nicola Riva, ora indagato a Taranto per inquinamento. Letta è uno dei politici di sinistra più graditi agli imprenditori. […]. Impressionante anche l’elenco delle donazioni dei manager del Monte dei Paschi ai Ds di Siena. Ci sono molti nomi del presente e del passato del gruppo bancario nell’elenco degli ultimi dieci anni di contributi ai Ds locali: da Marco Spinelli a Moreno Periccioli dal compianto Stefano Bellaveglia ad Antonio Sclavi. In testa ai manager-finanziatori ovviamente c’è l’ex presidente Giuseppe Mussari. L’attuale presidente dell’Abi ha donato, negli ultimi dieci anni, 673 mila euro ai Ds senesi. Dei quali 100 mila nel 2010 e 99 mila euro nel 2011. Mentre il vicepresidente della banca, Ernesto Rabizzi, ha donato 125 mila euro nell’ultimo biennio. Nonostante i conti disastrosi della banca abbiano imposto al governo Monti di iniettare 4 miliardi di euro pubblici nell’istituto, i due manager e il loro partito non ne hanno risentito. Mussari è tuttora presidente dell’Abi e nel 2011 ha guadagnato ben 712 mila euro, mentre Rabizzi si è accontentato di 412mila euro”. (Marco Lillo e Valeria Pacelli,  il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2012)

http://shop.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/soldi-dalle-aziende-a-dalema-letta-vendola-e-gli-altri/

“Generoso si rivela pure Giuseppe Mussari, presidente del Monte Paschi di Siena, diessino di lungo corso e finanziatore dei Ds cittadini con 160 mila euro”.

13 marzo 2008

http://www.senzasoste.it/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=3764

“Prende le distanze anche il Pd, nonostante il ruolo degli enti locali toscani nella nomina dei vertici della Fondazione Mps e lo storico supporto a Mussari da parte di pietre miliari del partito come Giuliano Amato e Franco Bassanini, per quanto riguarda Roma, mentre a Siena l’ascesa dell’avvocato calabrese fin dall’inizio è stata sostenuta dall’ex responsabile locale del Pd, Franco Ceccuzzi, già sindaco della città fino al commissariamento e attuale candidato per riprendersi la poltrona”.

23 gennaio 2013

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/23/mps-sospesa-in-borsa-per-eccesso-di-ribasso-9-dopo-scandalo-derivati/477748/

Rossa da sempre, ma con un potere multicolore forte e compatto intorno alla banca, in un compromesso storico di ferro. Pci, Pds, Ds, i democratici governavano comunque si chiamassero, ma facendo tutti felici nel codice che funzionava garantendo la “centralità millenaria” della banca. A Rocca Salimbeni sono tutti rappresentati: partiti, chiesa, Opus Dei, massoneria, che a Siena è il partito della della borghesia, come diceva Benedetto Croce, e anche del ceto medio impiegatizio e commerciale, secondo Antonio Gramsci. Mancano soltanto i gay, che infatti, più di una volta hanno protestato: perché la Curia ha un posto in Fondazione e noi no? E tutti hanno il loro bel tornaconto. Se, per dire, il plenipotenziario berlusconiano Denis Verdini ha bisogno di qualche milione per far fronte alla bancarotta della sua ex banchetta personale e per le costose abitudini della sua famiglia, il Monte sovviene discreto e generoso. Per non dire dei 200 milioni o giù di lì, raccolti in tutta Italia, ma distribuiti dalla Fondazione a pioggia intorno a Piazza del Campo per garantire il benessere dei 55 mila abitanti.

Alberto Statera (Repubblica)

http://www.giornalettismo.com/archives/728471/il-monte-dei-paschi-di-siena-e-le-colpe-di-bersani/

“Eccoci quindi ad uno storico potere italiano, nel ramo bancario, nel quale il radicamento Pd può vantare una lunga storia. Ci riferiamo al Monte dei Paschi che è controllato direttamente dal Pd senese quindi su una base territoriale con rilievo nazionale. Ora non ha importanza descrivere qui la guerra tra bande che si è aperta nel Pd a Siena con la crisi di Mps, una guerra che nessuno in Toscana riesce a spegnere tale è l’autonomia del partito democratico senese dal resto della regione. Bisogna soprattutto brevemente raccontare come l’Mps, grazie alla acquisizione sbagliata di Antonveneta e ad una lunga serie di operazioni speculative andate a male, da almeno un lustro si trova in cattive acque. Tanto che, nell’autunno del 2012, il governo Monti decreta, su un testo approvato da un relatore Pd ed uno Pdl, un aiuto alla banca senese pari a 3,9 miliardi di euro. Aiuto poi messo in discussione dal Bce ma superiore, dal punto di vista finanziario, ai “risparmi” che la riforma Fornero ha prodotto con i tagli alle pensioni…Aiuto che è servito, tra l’altro, ad evitare che la banca fosse commissariata dallo stato, disintegrando il residuo potere piddino senese e nazionale nei corridoi di Mps…Pochissimi giorni fa, con delle prove fornite dal Fatto Quotidiano, esce la prova inoppugnabile che Mussari, allora presidente di Mps e fino a poche ore fa presidente dell’associazione delle banche italiane (praticamente un ministro), aveva fatto una pesante operazione di cosmesi finanziaria con il bilancio 2009 del Monte dei Paschi. In poche parole aveva acquisito come abomba adttivo una serie di pericolosi derivati, contratti con una banca giapponese, che altro non erano che letali bombe ad orologeria nei bilanci della banca senese. E bravi Monti e il Pd, con il concorso del Pdl, che hanno decretato aiuti, e di quali proporzioni, ad una banca che è piena di vere e proprie bombe ad orologeria finanziarie. Tutto questo per sottrarre la banca ad un vero controllo pubblico…Tutto questo, naturalmente, senza che Mps abbia minimamente migliorato la propria offerta finanziaria a imprese, famiglie, singoli, coppie in cerca di mutuo. Si è presa una parte notevole di denaro pubblico per farla sparire nel niente di una voragine di bilancio.

A questo punto chiedersi cosa sia veramente il Pd non fa certamente male. Al di là delle operazioni di creazione di simulacro per attirare elettori resta la sostanza materiale di un potere profondamente immobiliare (Ipercoop non è solo grande distribuzione), legato alle grandi opere (le cooperative edilizie) e speculativo-finanziario (Unipol e Mps). Si tratta di tipici poteri del liberismo odierno nazionale, quello legato al circuito mattone-moneta”.

http://www.senzasoste.it/nazionale/mps-la-banca-del-pd-che-nel-2012-e-costata-3-9-miliardi-agli-italiani-pi-dei-tagli-della-riforma-fornero

“…feudi del Pci-Ds-Pd che nominano 13 consiglieri su 16 in fondazione. Erano loro a decidere, fomentati dagli elettori-cittadini che, quando non lavorano in banca, ne sono clienti o beneficiari come sponsorizzazioni, iniziative, erogazioni. Un circolo chiuso, tutti alla greppia e nessun controllo autonomo”.

Andrea Greco, La Repubblica, 19 ottobre 2012

“Il Monte dei Paschi di Siena manovra oltre il 30% dell’economia Toscana”.

http://altracitta.org/2012/05/14/gli-affari-del-pd-intorno-al-monte-dei-paschi-di-siena/

 “Pierluigi Bersani respinge ogni accusa di un ruolo del PD nella vicenda: “Nessuna responsabilità, per l’amor di Dio. Il PD fa il PD e le banche fanno le banche”. Certo, dopo la scalata tentata da Unipol allo stesso Monte dei Paschi (“Abbiamo una banca?” si domandava in una famosa intercettazione Piero Fassino) le insinuazioni a danno del PD non erano certamente evitabili”.

http://www.mondoinformazione.com/notizie-italia/monte-dei-paschi-di-siena-il-crack-che-fa-tremare-la-politica/81401/

“Mussari è stato probabilmente uno dei principali finanziatori privati del Pds-Ds-Pd di Siena. Secondo i dati ufficiali della Camera dei Deputati, dal 27 febbraio del 2002, data del suo primo assegno al partito, fino al 6 febbraio dello scorso anno, Mussari ha versato a titolo personale nelle casse del movimento ben 683.500 euro. Finanziamenti ovviamente leciti e tutti dichiarati. Ma che danno comunque il senso della stretta vicinanza tra il manager e il partito”.

http://www.huffingtonpost.it/2013/01/23/mps-finanziamenti-leciti-giuseppe-mussari-ds-pd-di-siena_n_2533052.html?utm_hp_ref=italy

“Dai primi anni Novanta, la “privatizzazione” ha eliminato dall’ordinamento italiano il principio della pubblica utilità del credito, per cui le banche vengono destinate unicamente a fare profitto. I partiti sono tuttavia riusciti a mantenere il controllo sui capitali delle ex banche pubbliche, scorporando da esse le Fondazioni bancarie.

Così iniziava in Italia il ventennio del trionfo dell’economia del debito, capace di generare nel mondo “derivati” per un valore oltre dodici volte superiore a quello del lavoro annuo di tutta l’umanità. Le Fondazioni, e non solo le banche, hanno partecipato alla speculazione: col risultato che le sole prime 12 Fondazioni avrebbero bruciato, al settembre 2011, ben 10 miliardi di euro, cui nel 2012 si dovrebbero aggiungere altri 14 miliardi di perdite sui titoli di Stato presenti nei loro portafogli.

Dato che il patrimonio delle 88 Fondazioni bancarie italiane ammonta a oltre 50 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quanto la crisi finanziaria mondiale abbia intaccato uno dei più importanti patrimoni dell’Italia, costituito nel tempo dal lavoro degli Italiani e originariamente destinato al sostegno delle attività non lucrative, tra le quali, in primo luogo, la cultura.

Le improvvise, per gli ignari, notizie sulla grave crisi del Monte dei Paschi, che irrompono sulla campagna elettorale, annunciano, a nostro avviso, ulteriori difficoltà del sistema creditizio e delle fondazioni nel nostro paese: proprio quando recenti analisi di esperti confermano il fatto che questo sistema continua a sostenere soltanto le grandi aziende e le pubbliche amministrazioni, lasciando famiglie e piccole e medie imprese prive di denaro proprio quando sarebbe più necessario.

Una scelta strategica rivelatrice del fatto che per la finanza internazionalizzata il denaro non è il controvalore del lavoro di un popolo, ma lo strumento per renderlo schiavo attraverso la creazione del debito”.

http://www.clarissa.it/editoriale_n1873/Monte-dei-Paschi-ancora-il-debito-contro-il-lavoro

“Ho segnalato tempo fa che il PD attraverso le fondazioni bancarie presiedute dai suoi amministratori locali controlla le tre maggiori banche italiane, che detengono gran parte del debito pubblico italiano e continuano ad ottenere prestiti e fortissimi vantaggi da parte del governo. Fassino presiede la fondazione cassa di risparmio di torino che detiene il maggior pacchetto di unicredit subito dopo gli arabi, chiamparino alla compagnia di san paolo controlla nettamente intesa con oltre il 10%, su siena e mps non mi pare di dovermi dilungare…Monti è stato creato in questo suo ruolo da Napolitano e sostenuto costantemente dal PD…io ritengo che il PD non si sia fatto catturare dal montismo e ne sia vittima, bensi che sia proprio tra i mandanti e creatori, con il movente di difendere il prprio potere economico-finanziario. Allora la lista monti non è un avversario del pd bensì una pedina posta in parlamento per poter poi costituire un governo post elezioni e non dover calare del tutto la maschera presentandosi come la coalizione erede del governo monti. Io credo che già sappiano che non avranno una maggioranza solida al senato e così potranno giustificare l’alleanza con il centro-monti, un secondo miracolo per enrico letta. Sel sarà ininfluente e comunque condita nelle sue liste di “responsabili” che per non far cadere il paese nel caos resteranno nel governo”.

Pierfrancesco Ciancia, 7 gennaio 2012

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/11/gli-animali-da-fuori-guardavano-il-maiale-e-poi-luomo-poi-luomo-e-ancora-il-maiale-ma-era-ormai-impossibile-dire-chi-era-luno-e-chi-laltro-orwell/

“Pierluigi Bersani ha sostenuto…con la copertura della discrezione di Repubblica e Unità, uno dei più robusti e silenziosi, almeno a livello di opinione pubblica, tentativi di salvataggio di banche tossiche della storia d’Italia. Stiamo parlando di una iniezione di liquidità superiore ai tagli delle pensioni della recente riforma Fornero a favore di uno dei feudi piddini: il Monte dei Paschi.  Allo stesso tempo, a differenza della Gran Bretagna (che è IL paese liberista) la decisiva immissione di liquidità non ha comportato che la banca passasse sotto controllo pubblico. Insomma, la società italiana ha compiuto uno sforzo immenso per pagare le avventure di MPS, e di riflesso del Pd, nel mondo della speculazione finanziaria.  Di fatto ha dovuto pagare anche il disastro MPS dell’acquisizione di Antonveneta (costata 9 miliardi), ma il controllo del Monte, a differenza di quanto accaduto in Gran Bretagna per casi analoghi, resta privato. Nonostante questo Moody’s ha declassato…i titoli MPS a spazzatura. Un’operazione da serio, serissimo dibattito politico. Lusi, Penati e lo scandalo Enac, di un altro collaboratore stretto di Bersani, rispetto a quanto è costato alla società italiana MPS, e a fondo perduto, a confronto sono questioni da ricettazione di un camion trafugato pieno di salumi”.

http://senzasoste.it/internazionale/i-disperati

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Come sarà ripagato il prestito del governo Monti?
“Con quel decreto del Consiglio dei ministri che dava l’ok alla modifica dei Monti bond apposta per Mps, preparato da Grilli e pubblicato in Gazzetta ufficiale l’11 dicembre, veniva sancito che alla banca andavano quasi 4 miliardi di euro, e che lo Stato poteva anche essere rimborsato, se Mps fosse andata in rosso (cosa piuttosto probabile visto che Mps ha chiuso il primo semestre 2012 con un buco di 1,617 miliardi), non in contanti ma anche in azioni della banca stessa o in nuove obbligazioni. In sostanza, miliardi in cambio di carta“.

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10 domande (inquietanti) sul caso Monte dei Paschi

http://www.lettera43.it/economia/finanza/10-domande-inquietanti-sul–caso-montepaschi_4367581441.htm

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Chi vota PD, o Monti, o Berlusconi, vota per questo:

I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati.

Carroll Quigley, docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown e mentore del giovane Bill Clinton, da “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/27/complottismo-for-dummies-le-trame-finanziarie-spiegate-al-bruco-del-mio-basilico/

Cose di sinistra che il PD ha perso per strada – programma politico del Quarto Polo

Come sempre nei momenti di crisi, una parte della società sta a guardare, cercando di difendere posizioni e privilegi, per poi, eventualmente, schierarsi col vincitore. All’opposto, par di vedere atteggiamenti – alimentati da parte della stampa – schiettamente nichilistici: distruggiamo tutto, poi si vedrà. Infine ci sono coloro che comprendono e vivono le difficoltà del momento e non aspettano altro che potersi identificare in qualcosa di nuovo, per muovere in una direzione costruttiva. Tra questi, ci sono, oggi, molti passivi, solo perché non si mostra loro come e perché possano rendersi attivi.

Gustavo Zagrebelsky

1. Un’altra Europa è possibile.

Rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive e distruttive dello stato sociale. Costruiamo un fronte comune con i paesi del Sud d’Europa. Noi pensiamo ci sia un’altra Europa possibile: politica e democratica, cioè fondata sulla partecipazione delle cittadine e dei cittadini. E un’altra possibilità di uscita dalla crisi economica, basata su diritti e uguaglianza, beni comuni e lavoro, creatività e nuovo rapporto con la natura – non proprietario, non di consumo distruttivo.

Il prossimo governo deve riunire tutti i paesi Ue in crisi e proporre a Bruxelles un piano di ristrutturazione del debito come condizione indispensabile per la sopravvivenza dell’Euro. Deve inoltre proporre la revisioni dei trattati e ripensare il progetto europeo in modo policentrico, recuperando appieno lo spirito originario di pace e cooperazione in una forma istituzionale confederale. L’attuale unione valutaria, priva di una base democratica e di istituzioni politiche, ha prodotto una frattura profonda e squilibri pesantissimi tra i Paesi dell’Europa nord occidentale e quelli dell’Europa centrale mediterranea, risolvibili solo attraverso una profonda rigenerazione del progetto. L’azione congiunta dei governi in crisi fiscale deve essere sostenuta dai movimenti, sindacati, intellettuali di tutti i paesi interessati.

2. La crisi è della finanza, non dello stato sociale.

Vogliamo rinegoziare il debito. Creare un regime fiscale equo ed efficace, esteso ai patrimoni e alle rendite finanziarie, nonché alle proprietà ecclesiastiche, attraverso la lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle transazioni finanziarie e l’attivazione di tutte le misure necessarie a “disarmare la finanza”.

Riteniamo del tutto errata l’interpretazione della crisi iniziata nel 2007, che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. Le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario. Solo che, grazie a una grande operazione di inganno collettivo, la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

Rivendicare una rinegoziazione congiunta del debito è l’unico modo per contrastare il dogma del «non c’è alternativa», che è il cuore delle politiche del governo Monti, dei partiti che lo sostengono, degli altri governi europei avviati verso il disastro. Misure di ordine finanziario a cui si fa spesso riferimento, come la separazione tra banca commerciale e banca d’affari, la nazionalizzazione dei principali istituti di credito, l’istituzione degli euro-bond, l’introduzione di monete a circolazione locale e altro ancora, sono tutte subordinate a una rinegoziazione del debito pubblico.

3. Salviamo il modello sociale europeo.

Rifiutiamo il fiscal compact, che impone scelte di politica economica obbligate per qualunque parlamento o governo vinca le elezioni. Intendiamo cancellare la norma sul pareggio di bilancio in Costituzione e rifiutiamo le norme della spending review che tagliano risorse allo stato sociale, alla scuola e alla sanità.

L’Europa si è caratterizzata nella storia per il modello sociale europeo che ha mirato a garantire libertà e uguaglianza, diritti sociali e soggettivi: il welfare non è un lusso dei periodi di prosperità che non ci possiamo più permettere, ma la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso.

4. Politica industriale e riconversione produttiva.

In Italia manca ormai da tempo una qualunque politica industriale. La vicenda recente della Fiat – nella quale il governo e la politica istituzionale non hanno saputo svolgere alcun ruolo, se non quello di mettersi al servizio dell’azienda – lo dimostra con tutta evidenza.

Non è sostenibile continuare a produrre automobili come se non ci fosse una sovrapproduzione di oltre il 30% in Europa, ma questo non significa che non servano mezzi di trasporto pubblici e anche privati innovati nei vettori e nel loro utilizzo sociale.

Allo stesso tempo è necessario che la produzione industriale sia attraversata da una riconversione ecologica, conviva con l’ambiente, con la tutela della salute di chi lavora e delle popolazioni circostanti. Questo è possibile solo a condizione di non lasciare la politica industriale in mano alla ricerca del profitto privato. E’ necessario un rilancio dell’intervento pubblico diretto in economia, puntando su settori strategici innovatori di produzioni materiali e immateriali, ai quali connettere un piano del lavoro che punti alla piena occupazione. L’individuazione dei settori su cui puntare deve essere fatta attraverso un processo di programmazione economica democratica, che valorizzi idee e contributi dei territori e degli attori sociali e produttivi.

5. Nuove forme di credito e micro-credito per nuove forme di impresa.

Forme creative di attività imprenditoriale, legate in particolare alla condizione femminile e giovanile, vanno sostenute con nuove forme di credito e micro-credito. Le fondazioni bancarie incentivino, con le loro attività, la valorizzazione dei beni sociali, culturali e ambientali. Esperienze come quella della Banca Etica vanno valorizzate e potenziate. La privatizzazione del sistema bancario non ha certo privilegiato la circolazione del credito. Le banche italiane si sono avvantaggiate del denaro a basso costo messo a disposizione dalla Bce, ma non c’è stata affatto una ripresa del credito alle imprese e alle famiglie, perché quei soldi sono serviti solo al rafforzamento del capitale delle banche.

Va separata la funzione di banca di investimento da quella commerciale, misura utile anche per frenare la speculazione.

 

6. Più diritti per il lavoro e reddito di cittadinanza.

Abolizione delle norme che hanno modificato l’art.18 dello Statuto dei lavoratori e dell’art.8 del decreto legge 13 agosto 2011 n.138,che distruggono, oltre ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il diritto del lavoro. Abolizione della riforma Fornero delle pensioni che porta l’età pensionabile, anche per chi ha svolto tutta la vita attività massacranti, a livelli sconosciuti in Europa e priva allo stesso tempo di lavoro i più giovani. Vogliamo definire norme che garantiscano la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro, che riducano drasticamente il ricorso a forme di lavoro precario. Intendiamo introdurre un reddito di cittadinanza che sia garanzia sociale nella crisi, sottrazione al ricatto sul mercato del lavoro, riconoscimento di tutte le attività che concorrono alla produzione di benessere collettivo, tessuto sociale, cura delle relazioni. Insieme al reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione è essenziale a ridefinire il rapporto fra lavoro e vita, tempi della produzione e della riproduzione, ruoli e relazioni fra i generi, appartenenza al tessuto sociale e prestazioni lavorative.

7. Creare lavoro.

Occorre elaborare un piano per la creazione diretta di lavoro nella salvaguardia dell’ambiente naturale e antropico, nell’ottica di una riconversione della struttura produttiva e della filiera energetica nazionale. Solo un processo radicale di riconversione può garantire il “new deal” necessario ad uscire da una crisi che non è solo di economia e finanza, ma di cultura e modelli di vita.

È urgente la messa in sicurezza, la manutenzione e il recupero del patrimonio artistico e culturale, delle scuole e delle biblioteche, delle ferrovie regionali e in generale del territorio in funzione di prevenzione dagli eventi estremi (terremoti, alluvioni, piogge intense, ecc.) con investimenti sia nelle strutture urbane che nelle aree agricole collinari e montane, con incentivi tesi al recupero delle terre abbandonate.

Adottiamo una politica urbanistica  zero metri quadrati” puntando al recupero del patrimonio edilizio esistente e disincentivando le nuove costruzioni.

Attiviamo di politiche virtuose di turismo culturale.

8. Lotta per i beni comuni contro le privatizzazioni.

Difendiamo i principi di tutela dei beni comuni affermati dai referendum del 2011. Vogliamo l’approvazione della riforma elaborata dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà riguardo la modifica del codice civile in materia di beni pubblici.

La definizione della categoria giuridica di bene comune sposta l’attenzione dal soggetto proprietario alla funzione che un bene svolge nella società. Sono beni comuni quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, quindi anche e soprattutto i servizi pubblici, specie quelli locali; non possono essere regolati dalle leggi del massimo rendimento e devono essere salvaguardati per le generazioni presenti e future. La dimensione collettiva di questi beni, che sono costitutivi di una comunità politica e fondamentali per la giustizia ambientale, sociale ed ecologica, scardina la dicotomia pubblico-privato. Non si tratta di un’altra forma di proprietà, ma dell’opposto della proprietà.

9. Politiche infrastrutturali rispondenti alle esigenze del territorio e alla mobilità equo-sostenibile.

Ci opponiamo alle Grandi Opere inutili, dannose, fonte di corruzione politica – a cominciare dal Ponte sullo Stretto di Messina e dalla linea Tav Torino-Lione, divenuta ormai il simbolo di una cultura distruttiva della natura, di una società consumistica, di uno stato autoritario, che rifiutiamo radicalmente.

Quelle opere sono il frutto del mito del produttivismo, di una concezione dell’economia fondata sulla proliferazione quantitativa delle merci e sulla riduzione di tutto a merce. Sono utili solo alla borghesia mafiosa che costruisce intorno ad esse le sue relazioni d’affari e di politica. In più sottraggono risorse a politiche utili e necessarie, in particolare al rilancio delle reti e dei servizi regionali e interregionali, per la mobilità dolce (pedonale, ciclistica, a basso impatto ambientale), per lo sviluppo di un sistema portuale nazionale, per il rilancio delle industrie produttrici di mezzi di trasporto pubblici e la riduzione del consumo di suoli agricoli.

10. Energia efficiente e rinnovabile, rifiuti zero.

La Strategia Energetica Nazionale va ridefinita radicalmente, finalizzata al dimezzamento del ricorso ai combustibili fossili entro il 2030 e al suo azzeramento entro il 2050. Rimodulazione degli incentivi a sostegno dell’efficienza energetica, e della generazione  energetica da fonti rinnovabili, delle reti di distribuzione, che devono essere indirizzati esclusivamente – salvo poche eccezioni – a impianti di taglia piccola o media, differenziati sulla base dei fabbisogni e delle risorse disponibili sui diversi territori, interconnessi ma dimensionati in via prioritaria sui carichi direttamente collegati alla fonte, partecipati dalle comunità locali, cioè decisi sulla base di una valutazione condivisa dei fabbisogni e delle potenzialità di ogni territorio. A tal fine è necessario promuovere e finanziare una grande leva di tecnici che in squadre polivalenti siano in grado di fornire assistenza tecnica alle comunità locali nella valutazione dei fabbisogni e delle soluzioni  ottimali, nella progettazione e nella realizzazione degli interventi, nella loro gestione e manutenzione sia in campo energetico che in quello dell’edilizia: soprattutto nella ristrutturazione degli edifici esistenti. Definizione di un piano nazionale di prevenzione, recupero e valorizzazione dei rifiuti e degli scarti della produzione e del consumo con l’obiettivo “rifiuti zero”.

 

11. Cibo locale, filiere corte e nuova vita alle aree interne.

Chiediamo un Piano Agroalimentare Nazionale finalizzato alla sovranità alimentare. Sostegno a filiere corte, a produzione biologiche e a produzioni nelle aree interne. Incentivi per la creazione di filiere di cooperazione nord-sud Italia e con il resto del mondo improntate ai principi del commercio equo e solidale. Tutto il settore dell’altra economia è allo stesso tempo una risorsa fondamentale nella crisi e la prefigurazione di un altro stile di vita, di altre relazioni fra produttori e consumatori, di rapporti non mercificati, impersonali e anonimi all’interno di una dimensione comunitaria aperta. Nell’immediato bisogna rimettere al centro dell’impegno pubblico gli interventi per la rivitalizzazione delle cosiddette aree interne d’Italia, quella parte vasta del Paese non pianeggiante, fortemente policentrica, con diffuso declino della superficie coltivata affetta da un costante, ormai emorragico, calo demografico e da invecchiamento. Un intervento massiccio pubblico, comunitario, privato, darebbe il segno di un mutamento di paradigma nella tutela e promozione della diversità naturale e culturale, del rilancio di una stagione di inclusione sociale, di accoglienza solidale e rispettosa dei diritti e della dignità dei migranti, il cui flusso è ormai una costante.

Rilancio della cooperazione Euro-Mediterranea nei campi decisivi dell’energia, dell’agroalimentare, dell’ambiente, delle reti e servizi di comunicazione, della ricerca scientifica. L’Italia deve avere un suo ruolo chiave in quest’area, rafforzando i legami culturali, economici e le iniziative tese al disarmo ed alla pace. Avvio di un Erasmus Euro-Med che coinvolga tutte le Università dei paesi della sponda sud-est del Mediterraneo.

12. Lotta alle Mafie e alla borghesia criminale.

Le indicazioni e gli indirizzi sopra delineati rappresentano la cornice necessaria per una lotta realmente efficace alle Mafie e alle borghesie criminali, ormai parte strutturale dell’economia finanziaria della globalizzazione. Solo una scelta radicale in tal senso, può portare a un contrasto efficace verso una criminalità che si è trasformata in un segmento di classe dirigente, ormai parte integrante dell’attuale sistema economico-finanziario, con gravi e crescenti inserimenti negli stessi sistemi istituzionali e di governo ad ogni livello.

13. La pace non si costruisce con le armi.

Vogliamo l’attuazione dell’art. 11 della Costituzione e il ritiro da tutte le operazioni di guerra in cui è impegnata l’Italia; la riduzione drastica delle spese militari, a partire dalla cancellazione dell’acquisto degli F35; la riconversione dell’industria degli armamenti; l’impegno nelle iniziative di cooperazione internazionale, di pacificazione e assistenza sanitaria. Il grande risparmio di risorse finanziarie deve andare, in parte significativa, a ripristinare i fondi per scuola, università e ricerca, sanità e servizi sociali. Il ripudio della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali non è solo l’affermazione del valore della pace; non ribadisce con forza solo il desiderio e l’impegno di mettere “la guerra fuori della storia”. Afferma che il contrario della guerra è la politica: l’apertura di spazi di confronto, luoghi pubblici in cui è possibile l’espressione del conflitto in forma vitale, creativa, non distruttiva. La non violenza non è rassegnazione ma pratica politica conflittuale, che si sposta dal terreno aggressivo e militare, in cui vince sempre chi detiene il potere o chi si organizza a sua immagine e somiglianza, per disegnare un altro mondo sul tessuto discorsivo della democrazia.

14. Centralità del sapere.

Affermiamo in ogni ambito la centralità del sapere, della scuola e dell’università pubbliche, in un’ottica di liberazione personale, creatività e innovazione collettiva, di un nuovo rapporto fra società e natura. Nella formazione si incontrano generi e generazioni diverse, storie personali, culture ed etnie: è la radice prima della polis, costruzione di un mondo comune a partire da punti di vista diversi, lo spazio pubblico in cui la società incontra se stessa in un processo di autoeducazione. Il luogo in cui riconoscere e valorizzare l’intreccio delle culture nella costruzione di una società finalmente post-coloniale e multiculturale.

Sono da rifiutare processi invasivi di tecnicizzazione delle conoscenze, logiche aziendalistiche, familistiche o confessionali. La conoscenza si costruisce in un campo di relazioni delicate che si alimentano di domande, dubbi, desideri che danno senso al sapere. Di queste relazioni occorre avere cura e rispetto.

 

15. Un paese per donne.

Vogliamo contrastare sul terreno politico, giuridico e culturale, tutte le pratiche materiali e simboliche di discriminazione e violenza sulle donne. Difendiamo con intransigenza la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Questa politica si attua con l’estensione e il finanziamento dei centri anti-violenza, a partire dalle esperienze delle reti femministe estese e radicate in tutto il territorio nazionale; con pratiche di prevenzione della violenza sulle donne,con lo sviluppo dei consultori familiari, degli asili nido, dell’esperienza dei bilanci di genere e dei piani di tempi e orari. Esperienze che non devono rappresentare un capitolo a parte, aggiunto, riservato alle donne, ma essere espressione di uno sguardo femminile prezioso per tutti e tutte sulle città, sui luoghi e sui tempi della vita quotidiana.

La violenza sulle donne è maschile e dunque interroga in primo luogo gli uomini. Occorre costruire spazi di dialogo e confronto che permettano di stabilire relazioni di libertà, creatività, invenzioni di sé e della propria vita, riconoscimento e rispetto reciproco fra uomini e donne; in cui in particolare sia possibile immaginare e praticare una nuova modalità di essere uomini capace di affrontare la crisi dell’identità maschile, di combattere quella violenza che nasce da una mentalità “proprietaria”, dall’incapacità di rinunciare al potere, di misurarsi con la libertà femminile per farne l’occasione di una scoperta della propria parzialità. E di una liberazione comune.

16. Partecipazione come antidoto a clientelismo, centralismo, maschilismo.

Costruiamo un’alternativa radicale ai sistemi clientelari che hanno determinato corruzione e inquinamento mafioso a tutti i livelli della pubblica amministrazione, in modo da produrre una riforma dello stato che lo renda finalmente trasparente, decentrato ed efficiente, valorizzando le autonomie locali e il livello comunale, la democrazia partecipativa e di prossimità. Sono da sostenere e garantire le pratiche della democrazia, della rappresentanza e della partecipazione. In particolare occorre garantire la possibilità per le donne di essere rappresentanti, e non per una questione meramente “quantitativa”, di quote da rispettare, all’interno di una forma della politica che resta tradizionale e maschile, ma per produrre un cambiamento di paradigma e l’apertura di un altro orizzonte.

Prevediamo un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche; la drastica riduzione di tutti gli emolumenti a parlamentari, consiglieri regionali e ministri.  Si possono immaginare sostegni alla stampa indipendente, accessi liberi ai media e a ogni strumento di diffusione delle idee e delle proposte. Ma occorre tagliare drasticamente i costi degli apparati dei partiti, garantire la loro democratizzazione interna, porre un tetto massimo a quanto è possibile spendere nelle campagne elettorali, riportare la pratica politica alla sua natura di servizio reso alla collettività per un periodo limitato, in modo che non diventi una professione e uno strumento per conseguire vantaggi personali.

17. Laicità dello stato.

Non ci stanchiamo di affermare la laicità dello stato. Lottiamo per la garanzia dei diritti civili individuali di ogni cittadina e di ogni cittadino, per una legge contro l’omofobia per il rispetto di tutte  le scelte, orientamenti e identità  sessuali, per il riconoscimento delle unioni di fatto, dei diritti di cittadinanza per tutte/i coloro che nascono, crescono e vivono in Italia, per contrastare le leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini).

Il principio costituzionale della laicità è per noi un prerequisito della democrazia, la rinuncia a una pretesa di possesso di verità indiscutibili, alla normazione autoritaria dei comportamenti, delle propensioni etiche, delle decisioni riguardo nascita e fine della vita, delle relazioni sessuali; è l’apertura a un confronto e a una ricerca comune di donne e uomini libere e liberi, che riconosce il senso ecologico del limite ma rifiuta autorità superiori o trascendenti cui dovere obbedienza.

Occorre rifiutare radicalmente ogni ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche all’interno delle questioni che riguardano lo stato e le leggi italiane. La cultura cattolica è certo importante, come altre culture religiose e non religiose, per le relazioni e le pratiche che costruiscono una comunità solidale, una polis inclusiva, ma i privilegi istituzionali, i vantaggi economici, le pretese gerarchiche, fanno male anche a quella cultura e a quelle pratiche, che sono preziose se vivono nel tessuto profondo della società, lontano dai privilegi e dalle burocrazie del potere.

18. Accoglienti con gli immigrati.

Cancelliamo subito le norme della Bossi-Fini maggiormente penalizzanti per le/i migranti: da un lato il contratto di soggiorno, che collega il permesso al contratto di lavoro, dall’altro le norme che di fatto stabiliscono un diritto speciale per le immigrate e gli immigrati, con la reclusione nei CIE per irregolarità amministrative, quindi senza aver commesso reati.

Vogliamo l’approvazione delle leggi per il diritto di voto alle cittadine e ai cittadini migranti alle elezioni amministrative e per il conseguimento della cittadinanza italiana (jus soli). Proponiamo l’elaborazione partecipata di una nuova legge sull’immigrazione che permetta di abrogare la Bossi-Fini. La legge sul diritto di asilo e lo sviluppo di un programma di accoglienza per i richiedenti asilo ed i profughi.

Anche per quanto riguarda l’immigrazione anni di governo berlusconiano-bossiano hanno profondamente inciso sulla società e sulla legislazione. Senza dimenticare che le scelte di politica securitaria erano cominciate con il Governo di centro-sinistra, quando la legge Turco-Napolitano aveva istituito i CPT (Centri di Permanenza Temporanea), trasformati poi in CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), con un cambiamento di nome ma non di ruolo, in quanto sono rimasti centri di detenzione per immigrate/i privi di regolare permesso di soggiorno. Occorre, quindi, una decisa inversione di rotta rispetto ai precedenti venti anni (con particolare riferimento all’ultima legislatura, dominata dagli spiriti razzisti e xenofobi).

A tutto questo vanno accompagnati un più incisivo intervento contro le discriminazioni ed una più decisa azione, anche sul piano culturale, contro il razzismo, intrecciato spesso con i fascismi risorgenti.

19. Non tolleriamo la tortura.

Vogliamo introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura, che – malgrado l’impegno preso a livello internazionale – non è contemplato nel codice penale italiano. Si tratta di una questione non solo politica ma di civiltà che riguarda il rapporto dei cittadini con le istituzioni, lo spirito democratico e la lealtà di chi lavora per lo stato. Ha a che fare profondamente con la qualità di una democrazia. Lo si è visto a Genova nel luglio del 2001, quando è stato sospeso lo stato di diritto e la protesta di un’intera generazione è stata ridotta a problema di ordine pubblico, schiacciata sul terreno militare. Lo si vede con l’infinita serie di episodi di violenza, avvenuti in caserme e carceri a danno dei soggetti più deboli quando erano affidati alla custodia dello stato. Vicende che hanno distrutto la credibilità delle forze dell’ordine.

Occorre anche prevedere la non prescrittibilità del reato e un fondo per la tutela delle vittime (che spesso restano segnate per tutta la vita), in modo che risulti assolutamente chiara sul piano simbolico la gravità della tortura e il valore che lo stato democratico attribuisce alla tutela dei diritti delle cittadine e dei cittadini.

20. Riportare le carceri alla civiltà.

Le condizioni dei carcerati in Italia non hanno nulla a che vedere con lo spirito della Costituzione italiana, che afferma il carattere educativo della pena, teso al recupero di chi ha commesso il reato. Nelle carceri ci sono quasi settantamila detenuti in strutture pensate per 45 mila persone, e un quarto dei prigionieri sono in carcere senza essere stati condannati, visto che sono in attesa di giudizio. Il sistema penitenziario italiano presenta scandalose disfunzioni che sono altrettante violazioni ai diritti fondamentali delle persone private della libertà. Occorre garantire la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, in particolare per quanto riguarda la promozione di opportunità di formazione e reinserimento sociale. Occorre ripristinare lo stanziamento di risorse consistenti per le attività promosse da associazioni e cooperative all’interno delle carceri.

21. Libertà di dissenso, diritto alla sicurezza, polizia democratica.

Chiediamo forze di polizia democratiche. Oggi è del tutto evidente che la politica istituzionale, espressione del neoliberismo dominante, non tollera più la presenza di cittadine e cittadini che protestano nelle piazze. Non lo vuole il governo “tecnico” che vuole rispondere solo ai mercati, e non lo vogliono neanche i partiti che lo sostengono. La democrazia è pericolosa. Questo clima si manifesta sempre più apertamente nei comportamenti della polizia, che sembra ormai espressione di quella cultura autoritaria che considera la protesta di per sé illegittima. A quasi trent’anni dalla riforma del corpo, con la sua smilitarizzazione e la sindacalizzazione degli agenti, il processo di democratizzazione è in crisi. Riaffiorano abitudini e prassi reazionarie. Scompare la pratica del negoziato cancellata dalla violenza dello scontro. Dall’idea che in piazza ci sia l’Altro, un Nemico da sconfiggere sul campo. Non solo è cresciuta una nuova tipologia repressiva, ma anche nuovi reati vengono utilizzati per colpire la protesta e si applicano di leggi che in passato non erano state quasi mai usate: ad esempio il reato di devastazione e saccheggio per danneggiamenti minori che una volta erano perseguiti in quanto tali. E questo non coinvolge solo la polizia ma anche la magistratura.

Il diritto alla sicurezza è innanzitutto sicurezza dei diritti per tutte e tutti. Occorrono interventi che riaprano il percorso verso una polizia per la cittadinanza e della cittadinanza; occorre avere attenzione alla formazione democratica dei poliziotti.Sono necessarie riforme profonde anche dal punto di vista dell’organizzazione, della struttura e della cultura della polizia.

22. La salute è un bene comune.

Noi consideriamo la salute un bene comune che riguarda e coinvolge l’intera società: è un fatto di cultura ed educazione, di economia e stili di vita, di ambiente e relazioni collettive. Di rapporto equilibrato con la natura. Il diritto alla salute deve essere garantito per tutte e tutti coloro che vivono sul nostro suolo, non deve essere oggetto di tagli indiscriminati ma sostenuto efficacemente in termini di estensione del servizio e della qualità, in modo da non ridurlo al calcolo triste costi-benefici, a una tecnicizzazione che cancella la qualità pubblica, la relazione umana fra medico e paziente, la dimensione olistica della cura; non deve ridursi alla misurazione quantitativa della prestazione o alla distribuzione consumistica di farmaci, al servizio di un’industria farmaceutica che si nutre di brevetti e di profitti. La cura della salute è cura di relazioni umane e naturali.

23. Internet e software liberi, copy-left.

Il sapere è uno di quei beni che non vengono distrutti, non si consumano quando vengono consumati. Anzi la produzione di sapere e la sua diffusione aumentano il livello di conoscenza e cultura collettiva, che è un fatto di cooperazione sociale, di scambio e circolazione di materiale e immaginario. Scuola, università, e tutti i luoghi pubblici di produzione della conoscenza hanno bisogno di relazioni aperte e cooperative, non competitive o proprietarie. Il modello è Linux, non Microsoft. Occorre sostenere la diffusione del software libero, dei sistemi opensource. Occorre liberare la comunicazione e il sapere da quelle nuove enclosures che sono rappresentate dalla privatizzazione delle conoscenze e delle istituzioni culturali, dal sistema dei brevetti e del copyright.

24. Liberalizzare le droghe leggere.

Liberalizzazione immediata delle droghe leggere e relativa tassazione (dalla quale si possono prevedere entrate per 5 miliardi annui), da destinare al reddito minimo di cittadinanza. Con l’obiettivo anche di ridurre il cash flow della borghesia criminale che sta conquistando spazi enormi di mercato nel nostro paese. Scarcerazione di tutti coloro che sono in carcere per reati di spaccio di droga con pene inferiori ai quattro anni, con utilizzo degli “arresti domiciliari” e dei lavori socialmente utili.

25. Stampa libera dai poteri forti e dall’immaginario volgare.

Vogliamo un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi, per garantire la democrazia costituzionale dall’invasione colonizzante dei media e dei poteri forti, che mirano a ridurre lo spazio del libero confronto politico, per costruire sulla “solitudine globale” prodotta dalla disgregazione economica e culturale della società, posizioni di potere libere da ogni controllo, modelli volgari di immaginario iperconsumistico, rassegnazione e affidamento a leader “carismatici” prodotti sul mercato politico secondo strategie commerciali.

DOCUMENTO approvato dal Comitato operativo di ALBA- 26 novembre 2012-11-26

http://www.soggettopoliticonuovo.it/contributi-essenziali-di-programma-alba-soggetto-politico-nuovo/

Barbablù vive!

Ernesto Ferrero nel libro Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo (Einaudi, 2004) pone in relazione la figura fiabesca di Barbablù con Gilles de Montmorency-Laval, barone di Rais, detto appunto “Barbablù”, un nobile francese che aveva combattuto al fianco della Pulzella d’Orleans, proprietario di immense tenute e castelli. Egli venne accusato e condannato per la tortura, lo stupro e l’uccisione di un gran numero di bambini, in occasione di vere e proprie cerimonie pantagrueliche di lusso e lussuria, culminanti col sacrificio di fanciulli adescati tra la povera gente, poi fatti scomparire. Secondo Ferrero, nel corso dei secoli si sarebbe giunti alla stesura della fiaba di Barbablù da parte di Perrault attraverso una trasfigurazione delle vittime della vicenda (perché ritenuta inenarrabile nei suoi termini reali agli uditori bambini) ad opera dei narratori popolari oppure di Perrault stesso.

http://it.wikipedia.org/wiki/Barbabl%C3%B9_%28fiaba%29

Il conduttore di programmi per bambini Jimmy Savile, responsabile di almeno 200 abusi sessuali su minori, potrebbe aver fatto parte di una rete di satanisti

http://www.express.co.uk/posts/view/370439/Jimmy-Savile-was-part-of-satanic-ring

Coinvolto anche il giornalista sportivo della BBC Stuart Hall
http://worldnews.nbcnews.com/_news/2013/01/23/16658863-bbc-star-with-royal-links-charged-with-rape-sex-offenses-against-children?litehttp://

Il giornalista investigativo Wayne Madsen sugli insabbiamenti delle investigazioni negli ambienti pedofili di alto livello.

“[…]. La star di sempre della BBC, Jimmy Savile, morto l’anno scorso, è attualmente al centro di una vasta inchiesta sulla pedofilia, con tentacoli che si estendono fino al top delle celebrità e della direzione della BBC arrivando anche a Buckingham Palace e al numero 10 di Downing Street, residenza del Primo Ministro. Un’inchiesta ufficiale della polizia britannica su Savile e i suoi compagni per abuso su minori ha identificato non meno di 300 bambini, vittime del produttore di pop star e celebrità televisiva Garry Glitter, incarcerato in Vietnam nel 2006 per pedofilia con lo pseudonimo di Paul Gadd, e arrestato dalla polizia britannica nell’ambito dell’inchiesta Savile e BBC. Savile e Glitter avevano uno show insieme.

Nel 1990, Savile ricevette un Ordine Cavalleresco dell’Impero Britannico (OBE) dalla regina Elisabetta II in persona, anche se già correva voce che avesse abusato della sua posizione di star in due programmi popolari della BBC, “Top of the pops” e “La vita secondo Jim”, per aver molestato sessualmente delle ragazzine minorenni. Il suo impegno in opere di carità per gli orfani e gli adolescenti mentalmente disturbati lo ha portato ad una relazione stretta con il principe Carlo, non estraneo a sua volta a scandali sessuali. Lo stesso anno del premio dell’Ordine Cavalleresco Savile ricevette anche un Ordine papale, l’Ordine Pontificio Equestre di san Gregorio il Grande, da papa Giovanni Paolo II. Furono messi sotto pressione sia Buckingham Palace che il Vaticano affinché i premi fossero postumamente tolti, ma entrambe le istituzioni rifiutarono di farlo e continuano a mantenere comunque i premi, scaduti con la morte di Savile.

Le reazioni di Buckingham Palace e di San Pietro non sorprendono, quando la pedofilia è vista come un crimine che gode da lungo tempo della protezione delle Case reali e della Chiesa Romana Cattolica. Infatti la cospirazione globale della pedofilia non ha toccato solo la famiglia reale inglese ed il Vaticano, ma anche i Boy Scouts, l’ambiente dello sport universitario – come testimonia lo scandalo del football che vide l’allenatore Jerry Sandusky perseguito ed arrestato solo dopo anni, in cui sette governatori della Pennsylvania ignorarono i suoi crimini. Nel 1977 Sandusky creò la sua chiacchierata fondazione, The Second Mile Foundation ( la Fondazione del Secondo Miglio), ricevendo elogi dalle alte sfere politiche, incluso il presidente George H.W. Bush ed il mancato candidato presidenziale repubblicano, il senatore Rick Santorum. Proprio come le opere di carità di Savile, l’ospedale psichiatrico di Broadmoore nel sudest di Londra e gli orfanotrofi, Sandusky ha approfittato di ragazzi che avevano fiducia in lui e di cui avrebbe dovuto occuparsi.

Sandusky ha molestato ragazzini alle prove degli show televisivi e Savile è accusato di violenza sessuale su pazienti con lesioni alla spina dorsale e persino su corpi di ragazzi morti nell’obitorio dell’ospedale. L’allenatore della Pennsylvania, e anche Savile come personaggio della BBC, sono sempre rimasti sacrosanti agli occhi dei leader politici. Le prime voci che parlavano di molestie su minori furono ignorate. Peggio, nel caso di Sandusky non ci furono azioni da parte di una mezza dozzina di governatori – Milton Shapp, Richard Thornburg, Robert Casey, Sr. Tom Ridge, Tom Shweicker, Ed Rendell, e Tom Corbett – contro il coinvolgimento di Sandusky in un più grande giro di pedofilia che arrivava fino ad Harrisburg, Pittsburgh e Philadelphia.

Thornburg più tardi divenne Segretario Generale negli Stati Uniti e Ridge divenne Segretario della Homeland Security. Thornburg fu Segretario Generale durante un gigantesco scandalo sessuale che coinvolgeva membri del Congresso e che fece tremare le amministrazioni Reagan e Bush padre. Come prima azione di spicco nel dipartimento, Homeland Security fece assumere un numero di pedofili come funzionari di medio e alto livello nella sicurezza aeroportuale.

[…].

Nel 2010, una investigazione dal nome in codice “Operazione Flicker” scoprì che veniva cercata e anche comprata pedo-pornografia dai computer della NSA, Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, dalla National Reconnaissance Office (l’agenzia che gestisce i satelliti americani, ndt) e dalla direzione dell’Agenzia Progetti di Ricerca di Difesa Avanzata (DARPA). Nel 2005, l’Operazione Ore nel Regno Unito ricevette dall’FBI una lista di 7200 sospetti fruitori di pornografia infantile in Inghilterra. Immediatamente si parlò di prove contraffatte. Come nel caso degli scandali sulla pedofilia, le accuse passarono dall’accusato all’inquirente. E’ uno stratagemma usato globalmente dai pedofili che di solito funziona, dato che gli accusatori sono subito messi sotto enorme pressione ed ostracizzati dalle autorità.

[…].

L’anno scorso il Vaticano ritirò il suo nunzio papale dall’Irlanda, dopo che il governo irlandese aveva accusato il Vaticano di istruire i soldati inglesi a coprire le azioni di pedofilia dei preti cattolici. Dopo anni di negazioni, una corte ha infine ordinato ai Boy Scout d’America di togliere il segreto sui casi di pedofilia dei capi scout e su incidenti avvenuti tra il 1965 e il 1985. Il candidato presidenziale repubblicano Mitt Romney e la Chiesa Mormona di cui è ufficiale hanno taciuto sulla attività di pedofilia dei Boy Scout e continuano a presentare l’istituzione come rappresentante dei buoni “valori familiari” americani.

Per anni il Dalai Lama, osannato dalle cosiddette comunità progressiste come un’icona dei diritti umani, ha  rifiutato di mettere fine alle vecchie pratiche di pedofilia dei monaci tibetani [com’è che non se ne parla mai? La cosa è nota in Tibet ma pare che tutto ciò che riguarda il buddhismo tibetano sia sacro ed inviolabile, NdR].

Investigatori belgi e francesi hanno collegato il re del Belgio Alberto II ed alti funzionari del governo belga al lungo insabbiamento del caso di Marc Dutroux, pedofilo ed omicida di bambini.

[…].

I casi di Savile e Sandusky non sono che la punta di un iceberg molto grosso”.

Wayne Madsen

Fonte: www.strategic-culture.org

Link: http://www.strategic-culture.org/news/2012/10/30/why-conspiracy-is-a-pejorative-term-to-some-elites.html

30.10.2012
Traduzione per come donchisciotte.org a cura di PUNDAMYSTIC

Il governo Monti sta cristianamente dalla parte degli ultimi, sempre

 

La volontà di dominio sugli altri – riflessioni sull’attivismo, l’eutanasia e l’aborto

Io non sono un opportunista! Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici i loro tentativi di controllare le cose!
The Joker, “Il Cavaliere Oscuro”

Mi è successo un fatto strano. Invece di ricevere una critica direttamente sul blog ho ricevuto l’invito a cliccare su un link che mi ha portato in un forum in cui una mia posizione veniva travisata o volutamente contraffatta ed il mio impegno per la soluzione di una problematica veniva schernito. Ho sempre avuto una vita pugnace e la cosa non mi ha particolarmente scosso. Quel che mi ha invece colpito è stata l’esigenza che questa persona ha sentito di invitarmi a “casa sua” per mostrarmi la misura del suo disprezzo per quel che faccio. Perché scomodarsi? Perché non dedicare il proprio tempo ad attività più gratificanti? All’inizio ho pensato a “carenze affettive”, poi mi è invece venuto il sospetto che, per questa persona, tanta ostinazione (accanimento?) sia di per sé gratificante. Ha una missione da espletare ed io, ai suoi occhi, non devo essere libero di trascurarla. Sono colpevole di indifferenza.

Ora, tralasciando la singolare vicenda occorsami, che è di poco conto, vorrei cogliere quest’opportunità per condividere una riflessione sul controllo.

La necessità che sentiamo di controllare tutto ciò che ci circonda, è la radice di gran parte del male che commettiamo.

Se ci comportiamo come bulli (contro il nostro prossimo, contro altri popoli, contro animali e piante, contro la Madre Terra, ecc.), in attesa che un bullo più forte di noi ci metta in riga (e prima o poi arriva), è perché siamo maniaci del controllo, ci terrorizza l’idea di perderlo. Le incertezze ed indeterminazioni della vita ci spaventano e ci spaventa anche la morte, che pure secondo alcuni pone fine a tutte le nostre traversie: e allora ci troviamo a manipolare, sfruttare, tormentare, aggredire il prossimo per sentirci vivi ed illuderci che “è tutto sotto controllo”.  Vita, morte e controllo, una trittico che ritroviamo nel dibattito sull’eutanasia e sull’aborto. Chi controlla la mia vita? La società, un medico obiettore, o io? Come posso usare responsabilmente il poco controllo che ho su me stessa (donna incinta) o su me stesso (malato terminale)? Il tema non è per nulla scontato: il medico che assiste il suicidio del malato terminale potrebbe non farlo per ragioni umanitarie, ma per soddisfare un suo bisogno di controllare la vita, la vita di qualcun altro. Parimenti, la donna incinta esercita il suo dominio sul feto. C’è persino chi, nella bioetica, pretende di poter giustificare il diritto-dovere all’infanticidio ed all’eutanasia nell’interesse collettivo.

In generale sono dell’idea che controllare le altre persone (adulte) sia sbagliato e che questo sia un miglior discrimine di quel che è accettabile ed inaccettabile rispetto alla dicotomia bene/male. Anche se posso immaginare che questo mondo è così complicato che non ci possono essere degli assoluti categorici, ritengo comunque che il nostro compito sia quello di evitare che un Male Estremo venga riconfigurato come Male Minore per poi diventare Bene Necessario e infine Routine.

Esaminiamo meglio la questione addentrandoci nel dibattito sul suicidio assistito.

La Chiesa, contraddicendo Gesù il Cristo, ha stabilito che la vita organica sia di centrale importanza. Ha trasformato una fede trascendentalista in una fede materialista, inventando un culto magico ed idolatra della vita, che le consente di esimersi dal prendersi cura di quel che veramente importa: i singoli viventi; viventi che non possono essere omologati nella generica categoria: “vita”. C’è vita e vita. La vita di un virus (un cristallo macromolecolare dotato di un codice RNA) ha poco a che vedere con la vita umana. La persona, non la vita deve essere il centro di attenzione di un cristiano e di un cittadino democratico, ma enfatizzando la vita la Chiesa è riuscita ad esercitare un controllo ingiustificato e blasfemo sulle persone, anche sui non-credenti. Pur credendo, a parole, nella trascendenza, hanno deciso che la vita è sacra in quanto biologica, non solo quando è vissuta da qualcuno. Hanno stabilito che è la vita a vivere e non le persone (e gli animali e piante). Tuttavia una persona non è un aspetto particolare del fenomeno “vita”: è un racconto in corso e senza un finale predeterminato, una singolarità in costante trasformazione, il prodotto vivo della morte di milioni di cellule e di un qualcosa – la coscienza – che la scienza non sa spiegare. La sua dignità deriva proprio dal suo non essere “mera vita”, “nuda vita”, come gli internati di Auschwitz.

La cultura della vita dei progressisti valorizza il reticolo di significati, azioni, pensieri e conversazioni di esistenze impregnate di scelte, desideri, afflizioni, disabilità, azioni, anche minute. La cultura della vita dei bioconservatori è in realtà una cultura di morte (la vita biologica è un insieme di processi fisico-chimici che definiamo romanticamente e magicamente “vita”). Violano il consenso in nome del principio che si deve sbagliare per eccesso di vita. Si fanno portavoce delle “non-persone”, non-ancora-persone o non-più-persone che non possono prendere la parola, avendo la pretesa di sapere cosa direbbero se potessero parlare. In questo modo moltiplicano le voci di chi la pensa come loro in un mondo in cui rappresentano una minoranza.

Subordinano l’esistenza dei vivi ai non-ancora-nati ed ai non-più-vivi mentre i loro oppositori, con le leggi sull’aborto, internazionalmente, hanno cercato di conciliare il diritto di una quasi-persona di svilupparsi in una persona ed il diritto della donna di non essere trattata come uno strumento di perpetuazione della specie e di non essere punita, senza darlo a vedere, per il suo comportamento sessuale.

*****

Una parte della Chiesa ci dice che essere testimoni delle agonie umane ci rende più compassionevoli. Ma a me pare evidente che chi ha bisogno di questo tipo di esperienza deve probabilmente avere un deficit nelle funzioni cognitive superiori. Per le persone normali (non psicopatiche) una tale esperienza sarebbe estremamente spiacevole, non didattica. È una logica bizzarra e perversa che potrebbe essere impiegata per giustificare qualunque azione, inclusa la tortura, ossia il culmine del controllo sul prossimo, il culmine della barbarie umana. Un dio che chiedesse un tale comportamento non sarebbe certo un dio d’amore, ma un angelo caduto, un parassita della creazione che nega assistenza a chi lo supplica perché per lui il dolore altrui è nutrimento. Se si rifiuta che Dio sia il punto di convergenza di tutto ciò che esiste, piacevole o spiacevole che sia, si finisce per credere che il dolore nel mondo sia un’occasione di martirio edificante voluta da “Dio” e quindi si legittima il controllo narcisistico e patologico sull’altro.

Se invece si crede nella libertà della coscienza e la sua immortalità (in quanto anima), non ha alcun senso prolungarne la permanenza in un corpo afflitto da atroci tormenti ed incurabile. È puro sadismo, il fanatismo di chi costringe qualcuno ad essere sepolto vivo, uno zombie, in nome delle proprie credenze e assicura tutti gli altri che è una dimostrazione di compassione e bontà e non di bancarotta morale. Che senso ha affinare l’empatia se poi non le esercitiamo impiegandole nell’alleviare le sofferenze altrui?

Si afferma che la sofferenza fa maturare, ma quella è una scelta personale: la sofferenza che aiuta a crescere dev’essere giudicata personalmente. Nessuno può imporla egoisticamente ed autoritariamente. Ed è questa la ragione per cui si deve consentire il suicidio assistito, perché non siamo semplici animali ma persone in grado di determinare autonomamente il valore delle nostre esistenze, senza necessariamente pervenire alle medesime conclusioni. Qualcuno può tollerare un certo livello di sofferenza, altri no. Non è che questa persona stia tradendo il resto dell’umanità o la vita stessa se sceglie diversamente. Sarebbe difficile imbattersi in un malato terminale disposto a moralizzare sulle scelte di vita e morte altrui. Questo lo fanno i malati del controllo, quelli che osano trattare i corpi altrui come se fossero una loro proprietà? Persone che dicono di credere nella sopravvivenza dell’anima ma preferiscono starsene qui e sperare nella risurrezione dei corpi (ennesima blasfemia della Chiesa: tra l’altro la vicenda di Lazzaro è un’invenzione di Giovanni).

La via del Grande Inquisitore di Dostoevskij è la via del potere, la via del dominio sulla natura, per circoscrivere l’area di potere della paura e dell’indeterminatezza. Il fatto è che non è la paura che ci domina, siamo noi che ci lasciamo dominare da essa, schiavi dell’illusione di potere e volere avere tutto sotto controllo.

Gesù, il Grande Inquisitore e l’economia esoterica

Spread. Default. Fiscal compact. Spending review.

L’importante è che la gente non capisca nulla e continui a restare al suo posto.

Come proclamava il Grande Inquisitore di Dostoevskij (“I Fratelli Karamazov”): “Abbiamo corretto l’opera Tua [di Gesù] e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile [la libertà], che aveva loro procurato tanti tormenti”.

Il Grande Inquisitore è il dominatore del nostro tempo, in ogni sfera della vita umana, e ci vuole sempre più simili a lui.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere” (2012, pp. 29-30):

“Nei primi tempi, i tempi della clandestinità, non esisteva un simbolo dei cristiani, per così dire, ufficiale. Il più diffuso era il pesce, ma ci si riconosceva anche in altri segni, come l’ancora, la palma, la corona, l’albero (della vita), il vitigno, la nave, l’aratro, il pane, la fonte d’acqua viva, l’araba fenice. La croce era assente o, forse, dissimulata con ritegno. Come simbolo cosmogonico di religioni pagane e come strumento di tortura e di esecuzione capitale riservato agli schiavi ribelli e fuggitivi, proveniva da mondi non solo distanti, ma ostili alla nuova religione e testimoniava dell’inimicizia romana nei confronti del fondatore e dei suoi seguaci. Solo con l’avvicinamento e poi l’alleanza tra la nuova religione e l’impero nel IV secolo (il sogno di Costantino e la croce sulle armi dei suoi soldati; l’abolizione di quel tipo di patibolo da parte di Teodosio), il simbolo cristiano per eccellenza fa la sua comparsa nell’iconografia e, da simbolo di persecuzioni e umiliazioni subite, diventa simbolo di vittoria sul mondo. La croce, all’inizio, è nuda; il Cristo crocefisso non compare. Quando inizia a essere rappresentato, a partire dal V secolo, è raffigurato come il vivente per eccellenza, nella veste di Christus triumphans, con gli occhi aperti, lo sguardo diritto sul mondo e il volto glorioso nell’adempimento delle profezie. Era il simbolo di vittoria sulla sua morte e sui suoi persecutori e quindi, anche, di potenza mondana. A partire dal XII secolo, in concomitanza con l’assunzione di politiche aggressive di potenza da parte del mondo cristiano nei confronti degli “infedeli”, gli ebrei “deicidi” e i “mori” che dominavano in Terrasanta, l’aspetto del Cristo in croce cambia radicalmente e diventa il Christus patiens, col corpo ripiegato, il corpo contratto dalle sofferenze o irrigidito nella morte, un corpo che è in se stesso un’accusa e che sembra chiedere giustizia, cioè, in breve, vendetta. È questo il volto del Cristo sotto il quale saranno arruolati i crociati…Ancora questo era il Cristo in nome del quale i re cristiano conducevano guerre tra di loro e convertivano o sterminavano le popolazioni indigene al seguito dei colonizzatori europei. Espressione di aggressività popolana era il crocifisso che il prete fanatico portava in processione alla testa delle spedizioni punitive – i pogrom contro gli ebrei – negli shtetls dell’Europa centrale, come sono rappresentati nella Crocifissione bianca di Marc Chagall, dove all’ombra della croce bruciano villaggi. […]. Da simbolo di trionfo a simbolo di vendetta…a simbolo passivo, perché chiunque può fargli dire quello che vuole, come se fosse una marionetta…Dopo essere stato così secolarizzato, laicizzato, sociologicizzato, per poterlo comunque appendere nelle aule delle scuole e dei tribunali, lo si è addirittura zittito: simbolo muto che non simbolizza nulla, e quindi “inoffensivo” perché morto. Così ha stabilito la più alta giurisdizione europea dei diritti, precisando che non può perciò “indottrinare” nessuno. È stupefacente che il mondo cattolico, nelle sue istanze gerarchiche superiori, abbia gioito di questa sentenza, invece di considerarla oltraggiosa nei confronti del proprio segno più caro, nel quale è concentrata l’essenza della propria fede e del proprio messaggio…Il Cristo in croce resta dov’è, testimone esanime d’una controversia che ormai non lo riguarda, o meglio lo riguarda strumentalmente, come blasfema posta in gioco in una contesa apparentemente di simbologia religiosa, in realtà di puro potere”.

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