Il Congresso dirà NO alla risoluzione che autorizza l’attacco alla Siria

ddddd-1opposizione massiccia e in forte crescita rispetto a una settimana fa, a tre giorni dal voto

Quali 11 nazioni, al G20, hanno sottoscritto il documento che accusa Assad di aver usato le armi chimiche? (9 non l’hanno fatto)

Australia (partner NATO), Canada (NATO), Francia (NATO), Italia (NATO), Giappone (partner NATO), Corea del Sud (partner NATO), Arabia Saudita (teocrazia), Spagna (NATO), Turchia (NATO), UK (NATO), USA

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È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.

Hermann Göring

Per il Washington Post (diverso sondaggio, più recente) alla Camera dei Rappresentanti i no sono già 205 e ne bastano 217 per affondare la risoluzione. Washington Post e New York Times, i due quotidiani dell’establishment, hanno fatto campagna CONTRO l’intervento.
Vogliamo davvero credere che Obama non lo avesse previsto e magari auspicato, per sfuggire alla trappola dei neoconsionisti e isolarli, probabilmente con l’aiuto dei repubblicani tradizionali, quei numerosi conservatori che vogliono purgare questi estremisti dal loro partito?
Nemmeno i neocon di Bush-Cheney hanno attaccato l’Iran, nel 2007, quando erano sul punto di farlo e il crac finanziario era già scoppiato.
Perché Obama dovrebbero farsi coinvolgere in una guerra con Siria, Iran e, verosimilmente, Russia, guadagnandosi l’ostilità della quasi interezza delle Nazioni Unite?

Per il momento mi pare che l’ipotesi più probabile sia che Obama e i suoi consiglieri non sono dei pazzi. Stanno bluffando con Netanyahu, che detestano “cordialmente”. E, forse, stavano cercando di ottenere delle concessioni da Putin in occasione del G20. Concessioni che non arriveranno, perché Putin ha il coltello dalla parte del manico: niente prove > niente autorizzazione ONU > niente guerra. G20: 17 nazioni contro attacco, 3 favorevoli
Se è così, Israele resterà a bocca asciutta e continuerà l’escalation delle sue fesserie controproducenti e sempre più suicide.

Il voto è il 9 settembre. 3 giorni per un false flag di vaste proporzioni, targato naturalmente Israele.

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Il presidente non ha l’autorità costituzionale … per portare in guerra questa nazione… a meno che non sia sotto attacco o che ci siano le prove che stiamo per essere attaccati. E, se lo facesse, chiederei io stesso il suo impeachment

Joe Biden, attuale vicepresidente, intervista, 2007

La Costituzione non autorizza il presidente ad ordinare unilateralmente un attacco militare in una situazione che non comporta la neutralizzazione di una minaccia reale ed imminente per la nazione.

Barack H. Obama, attuale presidente, intervista, 20 dicembre 2007

Se Obama decidesse di attaccare nonostante il voto del Congresso diventerebbe un criminale peggiore di Blair e Cheney messi assieme e contraddirebbe tutta la sua politica mediorientale (imperialismo soft, non hard). Diventerebbe il peggior presidente americano di sempre, un paria della comunità internazionale. Non vedo come ciò possa succedere.

Qui invece il punto di vista di un analista di origini russe che pensa che alla fine, per via dei lauti emolumenti dei paesi del golfo persico (leggi: corruzione), il Congresso darà il via libera alla guerra

http://journal-neo.org/2013/09/05/rus-agressiya-protiv-sirii-masshtaby-i-posledstviya/

La tragedia egiziana, quella europea, quella globale – confessioni di un sicario della democrazia e dell’economia

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Aprile 2013: L’ombra dell’austerity si allunga anche sull’Egitto di Morsi. L’esito dei negoziati con il Fondo monetario internazionale per ottenere un prestito da 3,7 miliardi di euro non può prescindere da misure di risanamento che taglino il deficit di bilancio e riportino il Paese verso la crescita

http://it.euronews.com/2013/04/05/egitto-il-negoziato-con-l-fmi-portera-l-austerity/

http://it.ibtimes.com/articles/46709/20130416/egitto-prestito-fondo-monetario-internazionale-fmi-crisi-economica.htm

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Sebbene i manifestanti sciamino per le strade di Atene, opponendosi alle misure draconiane imposte dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale, i leader greci si piegano, accettano i “salvataggi”. È evidente che i salvataggi nella nostra crisi americana hanno beneficiato solo la corporaziocrazia, con gli amministratori delegati che si conferiscono bonus veramente scandalosi. Questo metodo di indebitamento contrario all’interesse dei cittadini non fa altro che aumentare il potere delle banche centrali, del FMI, degli amministratori delegati aziendali. Nei miei libri scrivo di come economia e politica mondiale oggi siano controllati da poche persone: la Corporaziocrazia. Ciò è chiaramente dimostrato dal fatto che ogni volta che ci si accorda per una “ristrutturazione del debito” o per un “condono del debito”, i termini dell’accordo includono  sono colpiti privatizzazioni di parti dell’economia che in precedenza erano considerate pubbliche. Servizi significativi, persino del settore militare, sono venduti alle multinazionali. Coloro che chiedono governi più piccoli sono, consapevolmente o no, complici di un nuovo genere di imperialismo aziendaleQuello a cui assistiamo è il fallimento dell’economia globale. Non credo che la depressione o recessione siano temporanei. Riflettono un problema strutturale che abbiamo in tutto il mondo con l’attuale forma di capitalismo, il capitalismo predatorio. Penso che sia una forma virale e mutante di capitalismo che ha realmente prese piede nel 1970 e che, come espresso dal famoso economista Milton Friedman, si basa su un unico presupposto, un unico obiettivo, quello di massimizzare i profitti, senza tener conto dei costi sociali e ambientali. Le grandi aziende di tutto il mondo, le multinazionali, assumono lobbisti ben pagati per assicurarsi che le leggi siano scritte in modo tale da sostenere l’obiettivo di massimizzare i profitti indipendentemente dai costi sociali e ambientali. Sono stati in grado di controllare i politici e le leggi che promulgano, legalmente, e hanno raggiunto questo obiettivo attraverso il finanziamento delle campagne elettorali. Le persone che gestiscono le società che io chiamo corporaziocrazia controllano i media. Hanno usato il loro enorme potere per creare un sistema economico globale che è instabile, ingiusto e folle. Si tratta di un sistema del tutto inefficiente in quanto non funziona per nessuno tranne che per i molto ricchi, nel qual caso il sistema funziona perfettamente. Anche in tempi di recessione, a causa del potere che essi esercitano, tutte i membri della corporaziocrazia sono in grado di salvarsi dai loro passi falsi. la nuova forma di imperialismo è il debito, ed è realizzato attraverso la finanza. La forza militare è il piano B, una soluzione di ripiego, ma lo strumento più utilizzato è l’imperialismo economico l’economia….Questa è forse la rivoluzione più importante nella storia dell’umanità. Siamo in un momento che è paragonabile o più importante della rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale e la rivoluzione tecnologica. Questa è una rivoluzione nella coscienza globale, non solo un cambiamento che è necessario per il sistema economico. La gente di tutto il mondo, così come la natura, si trova ad affrontare le stesse crisi. Stiamo cominciando a vedere come ci relazioniamo con tutto il resto e che ruolo importante noi umani giochiamo nel proteggere questo pianeta. Quindi si tratta di destarsi. Ci stiamo tutti rendendo conto dell’incredibile potenziale che hanno gli esseri umani.

John Perkins

http://monthlyreview.org/2013/03/01/rise-of-the-global-corporatocracy-an-interview-with-john-perkins

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Abbiamo inviato ai generali indonesiani tutto ciò che era necessario per combattere una guerra contro qualcuno che era disarmato. Abbiamo inviato loro fucili, munizioni, mortai, granate, scorte alimentari, elicotteri. Qualunque cosa, l’hanno avuta, direttamente…Non gliene fregava niente a nessuno. È qualcosa di cui mi vergognerò per sempre. L’unica giustificazione che abbia mai sentito per quello che stavamo facendo era che eravamo preoccupati che Timor Est fosse sul punto di essere accettata come nuovo membro delle Nazioni Unite e c’era la reale possibilità che il paese si collocasse a sinistra, o tra i neutrali, invece di votare con gli Stati Uniti alle Nazioni Unite.

Philip Liechty, ex funzionario CIA a Giacarta

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Ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontata come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili. Senza pudore, JPMorgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti. Le patologie europee sono così elencate: «Esecutivi deboli; Stati centrali deboli verso le regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso sfocianti in clientelismo; diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo». Di qui i successi solo parziali, in Sud Europa, nell’attuare l’austerità: «Abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».

Barbara Spinelli, Il giudizio universale di JPMorgan, La Repubblica del 26/06/2013

 

C’è un tentativo da parte delle grandi multinazionali di tenere la gente divisa e quindi entità come l’Unione Europea sono una minaccia, perché se per esempio le multinazionali riescono a dividere la gente dal punto di vista delle leggi ambientali, economiche, ecc., avranno più possibilità di agire, se invece ci sono degli apparati legislativi unificati questa è una minaccia per loro….Noi dobbiamo capire che il presidente degli Stati Uniti non viene eletto senza il sostegno delle più grandi multinazionali e Obama non sarebbe mai diventato il presidente senza il loro sostegno, però poi diventi il loro servo…

ENGLISH: John Perkins (2004). Confessions of an Economic Hit Man, San Francisco: Berrett-Koehler Publishers.

ITALIANO: John Perkins (2010). Confessioni di un sicario dell’economia : la costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider, Roma: Minimum fax, 2010.

http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/401

“Siamo un’élite di persone che utilizza le organizzazioni della finanza internazionale per creare le condizioni affinché altri paesi si sottomettano alla corporatocrazia che domina le nostre grandi aziende, il nostro governo e le nostre banche”. Scritto come un romanzo, documentato come un saggio (note a pie’ di pagina per chi desidera le fonti) il libro descrive la più colossale opera di sfruttamento mai messa in piedi nella storia dell’umanità, si tratta: “di incoraggiare i leader mondiali a divenire parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali della Stati Uniti. Alla fine restano intrappolati in una trama di debiti che ne garantisce la fedeltà“.

Corrado Augias, Il Venerdì, 12 settembre 2006

“John Perkins, classe 1943 e New England doc, è stato per molti anni un «sicario dell’economia», cioè un «esperto» assoldato dall’impero economico globale capeggiato dagli Usa affinché con i suoi progetti di sviluppo attirasse i leader del sud del mondo nella rete del sistema e intrappolasse così i loro paesi in una commistione perversa di debiti e asservimento politico. Sicario traduce l’originale «hitman», il bastonatore che veniva reclutato dalla mafia e dalle ditte americane per picchiare gli scioperanti. Preso dai rimorsi, divorato dai sensi di colpa per lo scempio sociale, politico e ambientale derivato dall’azione sua e dei suoi simili, l’ex economista capo e consulente di multinazionali e organismi economici mondiali ha deciso infine di vuotare il sacco in un libro Confessioni di un sicario dell’economia. È lì che in oltre 300 pagine narra, dall’interno del meccanismo, tronconi di storia contemporanea internazionale, a partire dai primi anni ’70, quando ha inizio la sua carriera, fino all’agnizione dell’11 settembre 2001, quando l’abbattimento delle due torri, da lui definito il «risultato diretto dell’azione dei sicari dell’economia», lo spinge infine alla denuncia aperta. Sfilano così lungo la narrazione l’Indonesia del primo Suharto salito al potere dopo il massacro dei comunisti, il Panama di Omar Torrijos, l’Arabia saudita del patto scellerato tra i Saud e gli Usa dopo la prima crisi del petrolio, l’Iran dello Scià e della sua caduta, l’Ecuador di Jaime Roldòs, la Banca mondiale trasformata da Robert McNamara «in un agente dell’impero globale su scala mai vista». E altro ancora, fino all’Iraq di Saddam Hussein alla cui fine tramite guerra e occupazione Usa Perkins fornisce un background completo. Un esperto e competente alter-mondialista non potrà che dire, lungo tutto il racconto di Perkins, «lo abbiamo sempre detto». La Bechtel, la Halliburton, la famiglia Bush, Dick Cheney e Caspar Weinberger, la corporatocrazia, sono tutti vecchi attori fetidi di una trama già svelata, sia pur senza grande successo al fine della loro sparizione dalla scena mondiale. Anzi. E fa sempre bene ricordare che, appena Ronald Reagan, eroe dei nostri tempi beatificato da recenti commemorazioni, si insediò, furono fatti fuori con attentati targati Cia due presidenti latinoamericani democraticamente eletti ma scomodi per gli Usa, Roldòs e Torrijos, per l’appunto, esplosi in volo l’uno a maggio e l’altro a luglio del 1981. Tuttavia il libro di Perkins non dà l’impressione del déjà-vu, proprio per questo suo aspetto di internità, non certo frequente. Così che anche se le denunce sono note, se ne raccomanda la lettura ai più giovani, che poco amano le tirate ideologiche e apprezzano invece molto la concretezza degli eventi, qui narrati con linguaggio semplice e chiaro. Altro interessante elemento delle Confessioni è la descrizione del cambiamento di strategia dei «sicari» imposto dal mutare dei tempi.

Così che all’azione diretta della Cia, come nel caso del rovesciamento del premier Mossadeq in Iran nel 1951, si sostituiscono via via, soprattutto dopo la batosta inflitta agli Usa dal Vietnam, tattiche «morbide», come i «sicari-consulenti» artefici dei piani di sviluppo finanziati da Fmi e Banca mondiale. Perkins fa parte ancora di quella generazione che viene messa al corrente della sordida segretezza dei meccanismi. Per la generazione successiva non ve ne sarà più bisogno: le nuove leve, negli anni ’90, agiranno convinte di muoversi su un piano del tutto legale e necessario. Grazie alla nuova ideologia della globalizzazione economica, figlia della deregulation degli anni ’80 che ha reso sacro il profitto e leciti tutti i mezzi per procurarselo.

Resta da dire qualcosa sulla figura di John Perkins, una sorta di Raskolnikov post moderno che non assurge mai a figura tragica, nonostante i guasti immani da lui provocati ed elencati e gli innumerevoli mea culpa disseminati lungo il libro. Pur apprezzando il grande sforzo di portare alla luce un universo indecente e tuttavia ancora dominante, getta qualche ombra la facilità con cui, ancora negli anni ’90, accettò di farsi lautamente pagare (mezzo milione di dollari) il proprio silenzio da una multinazionale”.

Angela Pascucci, “Le monde diplomatique”, 16 febbraio 2006

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“Se ciò che scrive è tutto vero – e purtroppo lo è – John Perkins è il primo pentito storico dell’economia della globalizzazione. Un don Masino Buscetta che conosce regole e meccanismi. Come ogni pentito, Perkins ha avuto un ruolo di primo piano nell’organizzazione, era quello che si dice un sicario dell’economia. Funziona così: lui come tanti altri lavorano per grosse compagnie (tipo Halliburton per intenderci); vengono mandati in un paese del terzo mondo per convincere il governante di turno a servirsi di prestiti e fondi di istituzioni come Banca mondiale e Fmi. Fondi che vengono garantiti grazie alle straordinarie (e per nulla veritiere) previsioni di crescita economica di quel paese stilate dagli stessi sicari [N.B. GRECIA]. I fondi verranno utilizzati per pagare servizi e infrastrutture commissionati (fa parte del contratto) a imprese Usa. Il governo di quel paese non sa o non gli importa che quei debiti non riuscirà mai a pagarli perché le stime sulla sua crescita sono folli. E quindi diventerà un eterno debitore degli Usa. Cioè, per dirla in altri termini, una colonia dell’impero. Se i sicari falliscono, se il governante si dimostra più ostico del previsto (vedi Allende o Torrijos o Roldos), entrano in scena gli sciacalli e i governanti fanno una brutta fine. Se falliscono anche quelli, migliaia di giovani americani vengono mandati a combattere in un paese lontano. Chiaro? Nelle pagine di Confessioni di un sicario dell’economia ci sono i racconti di tutto il lavoro sporco fatto da Perkins, tutti i grandi personaggi che ha incontrato da Graham Greene a presidenti dell’America Latina che erano la speranza per il loro popolo oppure uomini di pezza iraniani messi lì e poi travolti dalla furia della rivoluzione. E c’è il durissimo conflitto con la sua coscienza che lo ha portato a mollare tutto e a scrivere questo libro dopo, dice, aver rinunciato più volte per minacce o bustarelle”.

Dario Olivero “Sicari, freak e corruzione il lato nascosto dell’economia”, repubblica.it, 04 novembre 2005

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/sicari-delleconomia-becchini-della.html

Dello stesso autore:

“La storia segreta dell’impero americano. Corruttori, sciacalli e sicari dell’economia”

http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/362

Alfiere nero in sicurezza, bianchi in difficoltà – prossime mosse sulla scacchiera siriana

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Persino il Washington Post riporta la notizia che praticamente nessuna persona informata crede che esistano prove che il governo siriano abbia usato armi chimiche
http://www.washingtonpost.com/world/national-security/in-syrian-chemical-weapons-claim-criticism-about-lack-of-transparency/2013/06/20/fa799e6e-d925-11e2-a016-92547bf094cc_story.html?hpid=z1

http://nymag.com/daily/intelligencer/2013/06/did-syria-actually-cross-obamas-red-line.html

Agenti della Cia e membri delle forze speciali Usa hanno segretamente addestrato sin dall’anno scorso per mesi contingenti di ribelli siriani, insegnando loro ad usare armi anticarro e antiaereo. Lo afferma il Los Angeles Times, citando funzionari Usa e comandanti ribelli siriani, secondo cui l’addestramento ha avuto luogo in basi in Giordania e Turchia e sarebbe cominciato molti mesi prima della decisione formale di Barack Obama di fornire assistenza militare diretta agli insorti.
http://www.ansa.it/web/notizie/collection/rubriche_mondo/06/22/Siria-media-Cia-addestra-ribelli-mesi_8910163.html

Obama non vuole che vincano i ribelli. Uno stallo gli è più congeniale, per arrivare ad un governo di transizione e ad elezioni che farà in modo di vincere
https://now.mmedia.me/lb/en/commentaryanalysis/tactical-shift
http://www.dailystar.com.lb/Opinion/Columnist/2013/Jun-20/220951-barack-obama-is-not-after-a-military-defeat-of-bashar-assad.ashx#axzz2Wr1o6bWY

Nella zona di Idlib i ribelli controllano i campi ma il governo controlla i mulini. Hanno fatto un accordo: mandano il grano, il governo lo macina, se ne tiene una parte e il resto lo rispedisce indietro
http://in.reuters.com/article/2013/06/20/syria-rebels-trade-idINDEE95J06D20130620

L’alfiere nero Assad concede interviste ai media occidentali e si dimostra tranquillo e fiducioso, al punto da sminuire l’importanza della vittoria di Al-Qusair che invece, in Occidente, è stata annunciata come una svolta nella guerra sia dai sostenitori sia dai critici di Assad (l’ho fatto anch’io).

LiveLeak-dot-com-d97c553679bf-944423_480732258670250_1448349536_nsacche di resistenza nei pressi di Damasco accerchiate

LiveLeak-dot-com-fe4c1cb0ee88-untitled-2Aleppo contesa

Si fa beffe delle accuse circa l’uso del sarin: 150 morti si fanno molto presto con armi convenzionali. Chi potrebbe essere così stupido da usare delle armi di distruzione di massa per un risultato del genere, scatenandosi addosso l’ira del resto del mondo? [appunto!] E perché non hanno mostrato al mondo le loro prove così inoppugnabili? [appunto!]

scarfe-assad“Augmented reality” per i media occidentali del terzo millennio
(N.B. Se ci fosse stato Netanyahu al posto di Assad si sarebbero levate le accuse di antisemitismo nazistoide)

Assad ribadisce anche che nessuno leader resta in sella se la popolazione ce l’ha con lui: se diversi paesi confinanti e l’Occidente ti vedono come un nemico, difficilmente resti al potere in un paese in cui non godi di un ampio appoggio popolare [appunto!]

Intervista rilasciata al(la) Frankfurter Allgemeine Zeitung

http://www.faz.net/aktuell/politik/ausland/naher-osten/f-a-z-interview-with-bashar-al-assad-europe-s-backyard-would-become-a-terrorist-haven-12225367.html

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Mentre l’alfiere nero ostenta disinvoltura, sul solito Wall Street Journal un pedone bianco, l’immarcescibile falco neocon e filosionista John Bolton, uno dei protagonisti della stagione guerrafondaia della premiata ditta Bush&Cheney, accusa Obama di essere confuso, esitante, irrisoluto e di favorire la Russia che, a suo avviso, sta cercando….UDITE, UDITE…di conquistare l’egemonia globale!!!

http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324798904578527060289564332.html

Siamo tornati alla minaccia bolscevica usata per giustificare l’imperialismo più becero (e senza logica, senza costrutto, senza prospettive). La classica inversione della realtà che è il tratto caratterizzante delle personalità psicopatiche: la Russia è l’aggressore, gli USA e Israele si stanno difendendo.

Se il giochetto funziona ci saranno decine di politici e banchieri idioti che eserciteranno pressioni sulla Casa Bianca che fanno in direzione diametralmente opposta a quelli che sarebbero i loro reali interessi. Obama questo lo sa bene e lo sa anche chiunque abbia tratto le dovute conclusioni dalla miserevole performance israeliana nel Libano del 2006 e dei ribelli/mercenari in Siria nella primavera del 2013. Per questo sta trascinando i piedi ed aggrappandosi ad ogni appiglio possibile (proteste in Turchia in parte sostenute e rinfocolate da operatori che rispondono agli ordini della Casa Bianca? Da che parte sta Soros?). Obama sta facendo un ottimo doppiogioco, per salvare se stesso e quindi gli Stati Uniti.

A dire il vero, lo scoppio di questa guerra è nell’interesse delle masse asservite allo status quo oligarchico, perché innescherà un effetto domino. Ma quanti di voi sono pronti a sacrificare milioni di vite asiatiche, africane (Egitto) ed euro-americane per un cambiamento che dovremmo invece conquistarci politicamente, con una mobilitazione generale?

Io resto contrario a questa guerra. Non mi piace vincere “facile”, non mi piace vincere grazie al sacrificio di milioni di innocenti.

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L’alfiere bianco che si credeva regina (Israele) sta conducendo le danze e sopravvalutando enormemente la sua potenza e la sua influenza

http://world.time.com/2013/06/14/the-syrian-war-israel-and-u-s-coordinating-how-to-target-assads-arsenal/

Arriverà il momento in cui sarà sacrificato dal re bianco (Pentagono, non certo Obama). Momento alquanto vicino, visto che i mercenari in Siria, in quanto appunto mercenari, non saranno disposti a lasciarci la pelle nella disfatta e cercheranno di trovare altri sponsor in altre guerre (Niger? Nigeria?). Inoltre alle prossime elezioni è quasi certo che Assad, se si ripresenterà, non avrà rivali e sarà difficile spiegare all’opinione pubblica occidentale come delle elezioni monitorate dagli osservatori internazionali abbiano visto la vittoria del Tiranno.
Israele dovrà fare qualcosa prima delle elezioni del 2014 e sarà una sciocchezza, perché le sue difese sono coordinate con la NATO e quindi non è in grado di operare autonomamente in uno scenario di guerra regionale. La popolazione israeliana dovrebbe cominciare a rendersi conto che non può dare per scontata l’assistenza statunitense (es. Georgia e il mitomane Saakashvili, ora fortunatamente defenestrato).

Il re nero (Putin) è definito dai media occidentali come “internazionalmente isolato”, eppure il 60-80% dell’opinione pubblica occidentale, a seconda delle nazioni, disapprova la condotta dei propri governi. Nel G8 UK, Francia, Canada e USA spingono per un intervento armato. Forse sono loro ad essere isolati?
Putin è passato all’offensiva e non ha alcuna intenzione di bluffare o di bersi i bluff degli avversari. Sa perfettamente che una parte delle forze armate americane (e forse franco-inglesi) è contraria al coinvolgimento per ragioni strategiche, perché ne ha abbastanza di essere usata dai sionisti per fare il lavoro sporco senza trarne vantaggi sostanziali, perché la Turchia è già partita per la tangente e perché è conscia di cosa sia successo l’11 settembre e non ha perdonato Israele, anzi. Così il portavoce del re bianco (Obama) ha apparentemente approvato qualcosa che è stato descritto come un intervento, ma in realtà non ha promesso nulla di concreto. Mr. Vaghezza.

Il re nero deve solo aspettare le mosse bianche, sempre più a rischio di aggravare la propria già difficile posizione.

Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall'inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

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Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

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I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

Se Obama ti uccide, sicuramente te lo meritavi

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La luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Giovanni 3, 19

Ecco, tutti costoro sono niente; nulla sono le opere loro, vento e vuoto i loro idoli.

Isaia 41, 29

Obama si autorizza ad uccidere cittadini americani dopo averli classificati come terroristi e senza dover rispondere a nessuno delle sue decisioni. Un’esecuzione preventiva legalizzata. Tenuto conto del fatto che centinaia di prigionieri a Guantanamo sono stati liberati, molto ma molto tardivamente, dopo che era stata riconosciuta la loro innocenza, è così difficile immaginare che il boia robotico volante (drone) ucciderà decine, forse centinaia di innocenti (danni collaterali)? Ancora una volta: chi è il terrorista? chi è lo stato-canaglia?

Neppure la premiata ditta Bush-Cheney aveva osato tanto. Invece non ha troppe remore Israele, quando fa saltare in aria gli ingegneri iraniani e le loro famiglie.
Obama ricorre alle stesse infami argomentazioni dell’amministrazione Bush sul diritto del presidente di far incarcerare (e torturare) senza alcun processo chiunque sia accusato di complicità in piani terroristici:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/05/obama-kill-list-doj-memo

Naomi Wolf si chiede in che senso gli agenti/militari statunitensi coinvolti in operazioni clandestine di “omicidi mirati” tutelati da disposizioni segrete e finanziati da budget segreti, siano diversi dagli squadroni della morte dei regimi militari:

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/03/jsoc-obama-secret-assassins

Finalmente qualche politico comincia a chiedere ragione delle scelte di Obama (11 senatori scrivono al presidente domandando di vedere il memorandum che giustifica il conferimento di questi poteri straordinari di vita e di morte, annullando l’habeas corpus):

http://www.washingtonpost.com/world/national-security/senators-demand-secret-memos-on-targeted-killing/2013/02/04/be3d1652-6f16-11e2-8b8d-e0b59a1b8e2a_story.html?hpid=z3

Se un “alto funzionario” (anonimo) decide che un cittadino americano rappresenta una “minaccia” (generica, a sua discrezione) per gli Stati Uniti, una minaccia “imminente” e ha intrapreso “azioni ostili agli Stati Uniti” e se un “alto funzionario” (può anche essere lo stesso di cui sopra) pensa che potrebbe essere più problematico o rischioso cercare di catturarlo (e quando non lo è?) allora in questo caso diventa legale ucciderlo preventivamente, senza un processo e senza alcun vaglio delle prove incriminanti.

Non c’è nulla in questa rivendicazione del potere esecutivo che possa impedire ad Obama o ad un futuro presidente di determinare che migliaia di cittadini sono “nemici pubblici” da eliminare. Ma ci penserà già Obama, che non ha mantenuto una singola promessa riguardo alla discontinuità rispetto a Bush: Guantanamo, le torture, le prigioni segrete, le uccisioni mirate, la sorveglianza di massa, la guerra alle gole profonde – tutto è rimasto immutato.

http://www.linkiesta.it/nessun-presidente-ha-usato-l-omicidio-segreto-quanto-obama

http://www.osservatorioiraq.it/guantanamo-e-le-promesse-tradite-di-obama

http://www.slate.com/articles/news_and_politics/propublica/2012/07/extraordinary_rendition_proxy_detention_and_gitmo_during_the_obama_administration.html

http://www.thenation.com/article/161936/cias-secret-sites-somalia

http://tntnews.altervista.org/quasi-tutti-i-cittadini-americani-sotto-sorveglianza-governativa-ex-nsa-analisti/

http://www.washingtonsblog.com/2012/04/obama-has-prosecuted-more-whistleblowers-than-all-other-presidents-combined.html

L’unica differenza è che quel che Bush faceva alla luce del sole, Obama cerca di farlo di nascosto.

Quale sarà la reazione dell’opinione pubblica statunitense alla notizia della prima uccisione di un cittadino americano sul suolo americano? Aprirà gli occhi finalmente sul quel che sta succedendo? Prima sarà la volta di un mitomane implicato in qualche complotto ordito dall’FBI per arrestare preventivamente degli estremisti

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/21/lfbi-organizza-e-sventa-la-maggior-parte-degli-attentati-terroristici-islamici-sul-suolo-americano-ricerca-della-ucla/

Poi toccherà a qualche corriere della droga accusato di far parte di una rete terroristica latinoamericana legata all’Iran

http://fanuessays.blogspot.it/2011/12/cuba-venezuela-brasile-messico-e-il.html

A quel punto la lista potrà includere chiunque, dai clandestini che uccidono guardie di frontiera, alla gang afroamericana che si è appropriata di un lanciarazzi, alle milizie di nazionalisti bianchi che si rifiutano di farsi requisire le armi automatiche, a chiunque si opponga al volere della presidenza degli Stati Uniti; chiunque, insomma, SOSPETTATO (non è previsto alcun giusto processo) di essere “attivamente impegnato nella pianificazione di operazioni finalizzate all’uccisione di cittadini americani”, incluso il sedicenne ucciso (assieme ad un suo amico sempre minorenne) perché figlio di un cittadino americano – al-Awlaki – sospettato di far parte di Al-Qaeda per aver caricato dei video jihadisti su youtube.

Essere in qualche modo associabili a Anonymous o Wikileaks rientrerà nella categoria “forza associata” (ostile agli Stati Uniti)? La pubblicazione su youtube di video a sostegno di proteste contro il governo federale diventerà “supporto materiale”? Marce e dimostrazioni saranno  considerate “minacce di violenza imminente”? In caso di guerriglia urbana come quella del 2011 nelle città inglesi sarà lecito sparare sulla folla? Interi quartieri potrebbero essere messi a ferro e fuoco come deterrente?

Pare sia questa la terrificante svolta che hanno preso gli eventi. Bush si limitava a catturare, deportare e torturare. Obama uccide, risolvendo il problema alla radice. Il quinto emendamento sul giusto processo è ora carta straccia. Un gruppo di giornalisti osserva che se fosse stato Bush a farlo, una violenta polemica l’avrebbe bloccato, mentre Obama ottiene il via libera su tutto:

http://www.mediaite.com/tv/scarborough-tears-into-drone-program-if-george-bush-had-done-this-it-would-have-been-stopped/

Ora sappiamo che la vaghezza delle formulazioni delle leggi sulla sicurezza nazionale controfirmate da Obama era chiaramente intenzionale e che la sua promessa di interpretarle restrittivamente era una menzogna. L’idea era quella di tastare il terreno, di vedere fin dove si potevano spingere nello smantellamento dello stato di diritto prima di incontrare delle serie resistenze. E l’evidenza dei fatti indica che, per il momento, non vi è alcun decreto presidenziale o decisione dell’esecutivo che non sarà accettata, pur controvoglia, purché sia Obama il Buono a farlo.  Se Obama ti uccide, è sicuramente perché hai fatto qualcosa di male. Da morto, ti sarà difficile dimostrare la tua innocenza, ma Obama sa quello che fa (è un Nobel per la Pace!). Obama è un uomo buono e sexy e siamo tutti innamorati di lui e non possiamo sbagliarci quando diciamo che certe cose lui non le farebbe mai (il nostro amore è sempre ben indirizzato):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

Grazie ad Obama, ogni presidente americano potrà legalmente uccidere tutti coloro che riterrà siano nemici, in qualsiasi momento, in qualunque modo e ovunque – dato che il campo di battaglia nell’infinita Guerra al Terrore è il pianeta terra.

D’altra parte “gli Stati Uniti sono la più straordinaria forza di pace e di progresso che il mondo abbia mai conosciuto” (Hillary Clinton, 23 gennaio 2013)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/02/lamerica-e-il-bene/

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
e io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

Martin Niemöller

 

Che gente era quella? Di che cosa parlavano? Da quale autorità dipendevano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, tutte le leggi erano in vigore, chi osava aggredirlo in casa sua? Era sempre propenso a prendere ogni cosa con disinvoltura, a credere al peggio solo quando il peggio era arrivato, a non farsi preoccupazioni per il futuro, neanche quando si presentava minaccioso. Ma ora questo non gli sembrava giusto, si poteva considerare il tutto uno scherzo, uno scherzo pesante, montato dai colleghi della banca per motivi a lui sconosciuti.

http://www.rodoni.ch/KAFKA/processo.html

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48% di Americani contrari, 24% a favore: non si sono bevuti completamente il cervello. C’è speranza anche per gli Stati Uniti.

Commento ironico (ma molto azzeccato) del periodico satirico “the Onion”

“A seguito della pubblicazione di una nota confidenziale del dipartimento di giustizia che delinea la giustificazione legale dell’amministrazione Obama per l’uccisione di cittadini degli Stati Uniti, un nuovo sondaggio del Pew Research Center ha rivelato che la maggioranza degli americani è divisa sul diritto del governo di ucciderli ovunque, in qualsiasi momento e senza un giusto processo. “Da una parte, e questo l’ho capito – è importante che il governo sia in grado di uccidere me e tutti i miei amici o familiari ogni volta che la cosa torni utile per ragioni di sicurezza nazionale. Ma, d’altra parte, sarebbe anche bello rimanere in vita e avere, diciamo, una prova, un processo e cose del genere“, ha detto visibilmente in conflitto, la trentanovenne Rebecca Sawyer che, come milioni di altri americani, è indecisa sul fatto che agli agenti segreti federali sia consentito individuarla e assassinarla ovunque sul suolo americano. “Non mi dispiacerebbe se i funzionari federali facessero saltare in aria altri cittadini, affermando che è per la mia sicurezza. È solo che quando si tratta di me, credo che preferirei non essere abbattuta dai miei rappresentanti eletti con accuse che non devono essere confermate da una qualsiasi autorità che debba rispondere delle sue decisioni. Questa è una scelta difficile”. Mentre la maggior parte degli americani ha espresso sentimenti contrastanti per quanto riguarda la nota, il sondaggio ha anche rilevato che il 28 per cento dei cittadini è inequivocabilmente a favore dell’essere cancellato dalla faccia della terra, in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, in un massiccio attacco aereo“.

Un’inchiesta del Guardian ci spiega chi ci vuole portare in guerra e perché

A giudicare dal tono dei commenti nei forum dei quotidiani britannici e dai risultati dei sondaggi internazionali, questa guerra avrà i giorni contati. Non la vuole nessuno e le masse questa volta non si faranno infinocchiare. Ma questa non è una buona ragione per lavarsene le mani. Chi arriva a capire il mastodontico inganno perpetrato ai danni dell’opinione pubblica internazionale in Siria sarà in grado di porsi le domande necessarie, ma spesso eluse, su molte altre questioni. Questi sono tempi eccezionali, di grandi trasformazioni, e chi ne è consapevole sarà capace di cavalcare l’onda, chi non lo è sarà sommerso.

Questa è la traduzione di un articolo del Guardian che, per la prima volta, si pone la domanda che ogni giornalista serio avrebbe dovuto porsi da mesi: chi sono i nostri interlocutori dell’opposizione siriana?

“I media sono stati troppo passivi riguardo per quanto riguarda le fonti dell’opposizione siriana senza mai esaminare il loro background e le loro connessioni politiche. Quindi è tempo di dare un’occhiata più da vicino …

Questa è una storia che riguarda i suoi narratori: i portavoce, gli “esperti della Siria”, gli “attivisti per la democrazia”. I creatori della versione ufficiale dei fatti. Le persone che “sollecitano” e “avvertono” e “esortano a passare all’azione”.

È la storia di alcuni tra gli esponenti più citati dell’opposizione siriana e dei loro legami con il business anglo-americano della costruzione di un’opposizione anti-Assad. I principali media sono stati, per lo più, notevolmente passivi riguardo alle fonti siriane: classificandoli semplicemente come “portavoce ufficiali” o “attivisti pro-democrazia”, nella maggior parte dei casi senza esaminare le loro dichiarazioni, il loro background e le loro connessioni politiche.

È importante sottolineare che per studiare il background di un portavoce siriano non è importante mettere in dubbio la sincerità della sua opposizione al Assad. Bisogna tuttavia considerare che un odio appassionato del regime di Assad non è garanzia di indipendenza. In effetti, un certo numero di figure chiave del movimento di opposizione siriana sono esuli da lunga data che ricevevano finanziamenti governativi Stati Uniti per minare il governo Assad già da molto prima che la primavera araba fosse esplosa.

Sebbene non sia stata ancora comprovata la politica del governo degli Stati Uniti per rovesciare Assad con l’uso della forza, questi portavoce sono veementi sostenitori di un intervento militare straniero in Siria e per tale ragione dei naturali alleati di noti neoconservatori americani che hanno sostenuto l’invasione di Bush in Iraq e che stanno ora facendo pressione sull’amministrazione Obama per intervenire. Come vedremo, molti di questi portavoce hanno trovato sostegno, e in alcuni casi sviluppato relazioni lunghe e redditizie, con i paladini dell’intervento militare su entrambi i lati dell’Atlantico.

[…].

Il Consiglio Nazionale Siriano

I più citati portavoce dell’opposizione sono i rappresentanti ufficiali del Consiglio Nazionale Siriano. Il CNS non è l’unico gruppo dell’opposizione siriana – ma è generalmente riconosciuto come “la principale coalizione di opposizione” (BBC). Il Washington Times lo descrive come “un gruppo ombrello di fazioni rivali con sede al di fuori della Siria”. Certamente il CNS è il gruppo di opposizione che ha avuto i più stretti rapporti con le potenze occidentali – e che ha chiesto l’intervento straniero sin dalle prime fasi della rivolta. In febbraio di quest’anno, in occasione dell’apertura del vertice degli Amici della Siria in Tunisia, William Hague ha dichiarato: “Incontrerò i leader del Consiglio nazionale siriano tra pochi minuti … Noi, in accordo con altre nazioni, d’ora in poi tratteremo con loro, riconoscendoli come i legittimi rappresentanti del popolo siriano “.

Il portavoce ufficiale del CSN di più lunga data è l’accademica siriana con sede a Parigi Bassma Kodmani.

Bassma Kodmani è stata vista quest’anno alla conferenza Bilderberg a Chantilly, in Virginia.

La Kodmani è un membro dell’ufficio esecutivo e responsabile degli affari esteri del Consiglio Nazionale Siriano. La Kodmani è molto vicina al centro della struttura di potere del CSN, ed è uno dei portavoce più irruenti del Consiglio. “Nessun dialogo con il regime al potere è possibile. Possiamo solo discutere su come passare a un sistema politico diverso”, ha dichiarato questa settimana. E in questo passo viene  citata dal notiziario dell’AFP dichiara: “Il prossimo passo deve essere una risoluzione ai sensi del capitolo VII, che consente l’utilizzo di tutti i mezzi legittimi, inclusi mezzi coercitivi, l’embargo sull’importazione di armi, nonché l’uso della forza per obbligare il regime ad accondiscendere con noi”.

Questa affermazione si traduce nel titolo “I Siriani richiedono peacekeepers dell’ONU armati” (dell’australiano Herald Sun). Quando si invoca un’azione militare internazionale su larga scala ci sembra ragionevole chiedersi: Ma chi è, con esattezza, che la invoca? Possiamo dire, semplicemente, “un portavoce ufficiale del CSN”, oppure sarebbe necessario informarsi meglio?

Quella di quest’anno era la seconda conferenza Bilderberg della Kodmani. Nel corso della conferenza 2008, la Kodmani è stato inserita nella lista come francese, ma nel 2012, la sua “francesità” era venuta meno e lei era stata contrassegnata semplicemente come “internazionale” – perché la sua patria era diventato il mondo delle relazioni internazionali.

Qualche anno fa, nel 2005, la Kodmani lavorava per la Fondazione Ford al Cairo, dove era direttrice del loro del programma di controllo e cooperazione internazionale. La Fondazione Ford è una grande organizzazione, con sede a New York, e già allora la Kodmani aveva fatto carriera. Ma stava per fare molta altra strada, a livello professionale.

Nello stesso periodo, nel mese di febbraio del 2005, le relazioni degli Stati Uniti con la Siria subirono un grave deterioramento ed il presidente Bush richiamò in sede il suo ambasciatore da Damasco. Un mucchio di progetti dell’opposizione risalgono proprio a questo periodo. “Il denaro degli Stati Uniti per le figure dell’opposizione siriana ha cominciato a scorrere a fiumi sotto la presidenza di George W. Bush, dopo il suo congelamento delle relazioni con Damasco nel 2005“, scrive il Washington Post.

Nel settembre del 2005, la Kodmani fu nominata direttore esecutivo della Arab Reform Initiative (ARI) – un programma di ricerca avviato dal potente gruppo di pressione degli Stati Uniti, il Council on Foreign Relations (CFR).

Il CFR è un thinktank estremamente influente in politica estera, e l’iniziativa Arab Reform è descritta sul suo sito web come un “CFR Project“. Più specificamente, l’ARI è stata avviata da un gruppo all’interno del CFR chiamato “US / Middle East Project” – un corpo di diplomatici di alto livello, di funzionari di intelligence e di finanziatori, di cui l’obiettivo dichiarato è di effettuare un’ “analisi delle politiche regionali” allo scopo di “prevenire i conflitti e promuovere la stabilità dei paesi arabi”. Il progetto US / Middle East persegue questi obiettivi sotto la guida di una commissione internazionale presieduta dal generale (in pensione), Brent Scowcroft.

Brent Scowcroft (presidente emerito) è un ex consigliere della sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti – ha assunto il ruolo di Henry Kissinger. Seduto al fianco di Scowcroft nel consiglio internazionale è il suo compagno geo-stratega, Zbigniew Brzezinski, che gli succedette come consigliere per la sicurezza nazionale ed anche Peter Sutherland, presidente della Goldman Sachs International. Già nel 2005, risulta che una branca istituzionale di alto livello dell’intelligence e della finanza occidentale aveva selezionato la Kodmani per eseguire un progetto di ricerca in Medio Oriente. Nel settembre dello stesso anno, la Kodmani fu nominata direttore del programma a tempo pieno. In precedenza, nel 2005, il CFR assegnò il “controllo finanziario” del progetto al Centre for European Reform (CER).

Il CER è supervisionato da Lord Kerr, vice presidente della Royal Dutch Shell. Kerr è un ex capo del servizio diplomatico ed è un consulente senior presso la Chatham House, (un thinktank vetrina dei migliori cervelli dell’ estabishment diplomatico britannico).

Il responsabile del CER è Charles Grant, un ex redattore in materia di difesa dell’ Economist, e oggi membro del Consiglio europeo per le Relazioni Estere, un “thinktank pan-europeo” pieno zeppo di diplomatici, di industriali, di professori e di Primi Ministri. Nella lista dei suoi membri troverete il nome: “Bassma Kodmani (Francia / Siria) – Direttore Esecutivo, dell’ Iniziativa per l’Arab Reform“.

Un altro nome sulla lista è : George Sorosil finanziere la cui non-profit “Open Society Foundations” è la fonte primaria di finanziamento dell’ ECFR. A questo livello, nel bel mondo del settore bancario, della diplomazia, dell’industria, dei servizi segreti e di vari istituti e fondazioni di politica, tutti interrelati, piazzata lì, nel bel mezzo di tutto questo, ci troviamo la Kodmani.

Il punto è che la Kodmani non è una “attivista pro-democrazia” presa a caso a cui capita di essersi trovata davanti a un microfono. Ha impeccabili credenziali diplomatiche internazionali: lei ricopre la carica di direttore della ricerca presso l’Académie Diplomatique Internationale – “un’istituzione indipendente e neutrale dedicata a promuovere la diplomazia moderna”. L’Académie è diretta da Jean-Claude Cousseran, un ex capo della DGSE – il servizio di intelligence straniera francese.

Un’immagine sta emergendo della Kodmani ed è quella della fidata luogotenente dell’industria della promozione della democrazia anglo-americana. La sua “provincia di origine” (secondo il sito web del CSN) è Damasco, ma ha stretti rapporti professionali e di lunga data, precisamente con quei poteri ai quali sta chiedendo di intervenire in Siria.

E molti dei suoi colleghi portavoce dell’opposizione sono ugualmente ben introdotti.

Radwan Ziadeh

Un altro rappresentante spesso citato del CSN è Radwan Ziadeh - direttore delle relazioni estere presso il Consiglio Nazionale Siriano. Ziadeh ha un curriculum impressionante: dirigente in un thinktank finanziato dal governo federale di Washington, l’US Institute of Peace (il cui Consiglio di Amministrazione è pieno zeppa di ex allievi del Dipartimento della Difesa e del National Security Council, il cui presidente è Richard Solomon, ex consigliere di Kissinger nel NSC).

Nel mese di febbraio di quest’anno, Ziadeh ha aderito ad un gruppo elitario di falchi di Washington firmando una lettera che invitava Obama a intervenire in Siria: i suoi co-firmatari sono James Woolsey (ex capo della CIA), Karl Rove (portaborse di Bush Jr), Clifford May (del Committee on the Present Danger) e Elizabeth Cheney, ex capo del Pentagono del Gruppo Iran-Siria Operations [moglie del ex vice presidente di Bush, Dick Cheney, quello che spara agli esseri umani e li chiama “incidenti di caccia”, NdR].

Ziadeh è un organizzatore instancabile, un membro di prima classe in possesso di informazioni riservate di Washington, con entrature in alcune dei più potenti thinktank. Le connessioni di Ziadeh si estendono ovunque fino ad arrivare a Londra. Nel 2009 è diventato un membro associato esterno presso la Chatham House, e nel giugno dello scorso anno si è messo in evidenza nel quadro di una delle loro manifestazioni – “In previsione del futuro politico della Siria” – condividendo una piattaforma con il suo collega del CSN il portavoce Ausama Monajed (più oltre ulteriori informazioni su Monajed) e l’altro membro del CSN Najib Ghadbian.

Ghadbian è stato identificato dal Wall Street Journal come un intermediario iniziale tra il governo americano e l’opposizione siriana in esilio: “Un primo contatto tra la Casa Bianca ed il NSF [National Salvation Front] è stato preparato e condotto da Najib Ghadbian, che è uno scienziato politico dell’Università dell’ Arkansas . “Questo è successo nel 2005. L’anno considerato come uno spartiacque. Attualmente, Ghadbian è un membro della segreteria generale del CSN, ed è nel comitato consultivo dell’ organo politico con sede a Washington chiamato Centro siriano per gli studi politici e strategici (SCPSS) - una organizzazione co-fondata da Ziadeh.

Ziadeh si è creato collegamenti come questo per anni. Già nel 2008, Ziadeh partecipò ad una riunione di esponenti dell’opposizione in un edificio governativo di Washington: una mini-conferenza intitolata “La Siria Nella sua Transizione“. La riunione era co-sponsorizzata da un’organo statunitense chiamato il Consiglio della Democrazia e con la partecipazione un’organizzazione chiamata il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo (MJD) con sede nel Regno Unito. È stato un grande giorno per il MJD – il loro presidente, Anas Al-Abdah, aveva viaggiato fino a Washington dalla Gran Bretagna per l’evento, assieme al loro direttore delle pubbliche relazioni. Ecco a voi, dal sito web del MJD, una descrizione della giornata: “La conferenza ha visto una svolta eccezionale, in ragione del fatto che la sala assegnata era gremita di ospiti della Camera dei Deputati e del Senato, i rappresentanti dei centri di studi, giornalisti ed espatriati siriani [sic ] negli Stati Uniti“.

La giornata si è aperta con un discorso introduttivo tenuto da James Prince, capo del Consiglio della Democrazia. Ziadeh era in un piattaforma di esperti presieduto da Joshua Muravchik (l’ultra-interventista autore del op-ed “Bomb Iran” del 2006). Il tema della discussione era “L’emergere di un’opposizione organizzata”. Seduto accanto a Ziadeh nel pannello di esperti c’era il direttore delle relazioni pubbliche del MJD – un uomo che sarebbe poi diventato il suo portavoce e collega del CSN – Ausama Monajed.

Ausama Monajed

Insieme alla Kodmani e Ziadeh, Ausama (o, talvolta, Osama) Monajed è uno dei portavoce più importanti CSN. Ce ne sono altri, naturalmente – il CSN è infatti è molto grande e comprende anche la Fratellanza Musulmana.

[…]

Monajed spesso spunta come un fungo nella veste di commentatore di canali televisivi. Eccolo alla BBC, che parla dal loro ufficio di Washington. Monajed non è uso addolcire il suo messaggio: ” assistiamo a scene in cui ci sono civili abbattuti e bambini massacrati e uccisi e donne violentate, sugli schermi televisivi, quotidianamente.”

Nel frattempo, oltre che ad Al Jazeera, Monajed, parla di “ciò che sta veramente accadendo, in realtà, sul territorio” – parla dei “miliziani di Assad”, che “vengono a violentare le loro donne, a massacrare i loro figli ed ad uccidere i loro anziani“.

Monajed si è anche presentato, pochi giorni fa, nelle vesti di blogger, sull’Huffington Post UK, dove ha spiegato “Perché il mondo deve intervenire in Siria” – chiedendo “un’assistenza militare diretta” ed un “aiuto militare straniero“. Quindi, ancora una volta, la domanda legittima potrebbe essere: ma chi è veramente questo portavoce che sta chiedendo un intervento militare?

Monajed è membro del CSN, consulente del suo Presidente, e secondo la sua biografia del CSN, è “il fondatore e direttore di Barada Television“, un canale satellitare pro-opposizione con sede a Vauxhall, una zona sud di Londra. Nel 2008, pochi mesi dopo aver partecipato alla conferenza la “Siria nella sua Transizione” Monajed era di nuovo a Washington, invitato a pranzo da George W Bush, assieme ad una manciata di altri dissidenti, come Garry Kasparov.

Nello stesso periodo, nel 2008, il Dipartimento di Stato Usa conosceva Monajed come “direttore delle relazioni pubbliche del Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo (MJD), che conduce una lotta per un cambiamento pacifico e democratico in Siria”.

Diamo un’occhiata più da vicino al MJD. L’anno scorso, il Washington Post prese una storia da Wikileaks, che aveva pubblicato messaggi diplomatici riservati. Queste missive sembrano dimostrare un notevole flusso di denaro dal Dipartimento di Stato americano verso il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo che ha sede in Regno Unito. Secondo il rapporto del Washington Post: “la Barada TV è strettamente collegata al Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo, con sede a Londra, che è una rete di esuli siriani. Missive diplomatiche statunitensi riservate dimostrano che il Dipartimento di Stato ha convogliato un ammontare di denaro che arriva a $ 6 milioni di dollari nelle casse del gruppo sin dal 2006 [nel 2010 Napolitano ha insignito Assad della gran Croce al Merito] per far funzionare il canale satellitare e finanziare alcune altre attività all’interno della Siria. “

[…]

Come riporta il Washington Post:

“Diverse Missive diplomatiche statunitensi dall’ambasciata di Damasco rivelano che gli esuli siriani hanno ricevuto denaro da un programma del Dipartimento di Stato chiamato The Middle East Partnership Initiative. Secondo le lettere, il Dipartimento di Stato ha convogliato denaro per finanziare un gruppo di esuli attraverso il Democracy Counsil, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Los Angeles “.

[…].

Questa non è una novità. Torniamo un po’ indietro all’inizio del 2006, e vi ritroverete il Dipartimento di Stato che annuncia una nuova “opportunità di finanziamento” chiamato “programma per la democrazia in Siria“. In offerta, finanziamenti per un valore di “5 milioni di dollari nell’ anno fiscale federale 2006″. L’obiettivo delle sovvenzioni? “Accelerare l’opera dei riformatori in Siria“.

[…].

Un combattente chiave di questa battaglia per i cuori e le menti è il giornalista americano e blogger del Daily Telegraph, Michael Weiss.

Michael Weiss

Uno dei maggiori esperti occidentali sulla Siria e ampiamente citato – è un entusiasta dell’ intervento occidentale – Michael Weiss fa eco all’ambasciatore Ross, quando dice che : “L’intervento militare in Siria non è tanto una faccenda di preferenze ma di ineluttabilità“.

Alcuni degli scritti interventisti di Weiss possono essere trovati in un sito web denominato “NOW Libano”, un sito pro-Washington, con sede a Beirut – la cui sezione “NOW Siria” è una fonte importante di aggiornamenti sugli eventi siriani. NOW Libano è stato fondato nel 2007 dall’ executive della Saatchi & Saatchi, Eli Khoury. Khoury è stato descritto dal settore pubblicitario come uno “specialista in comunicazione strategica, specializzato in immagine aziendale e sviluppo del marchio e dell’immagine di governo “.

Weiss ha detto in NOW Libano, nel mese di maggio scorso, che grazie al flusso di armi ai ribelli siriani “abbiamo già iniziato a vedere qualche risultato.” Ha, inoltre, mostrato una analoga approvazione dell’evoluzione delle milizie, già pochi mesi prima, in un pezzo scritto per il New Republic: “Nelle ultime settimane, l’esercito siriano libero e altre brigate di ribelli indipendenti hanno fatto passi da gigante” – dopo di che, come qualsiasi blogger potrebbe fare, ha dato il suo “Bollino blu a favore di un intervento militare in Siria”.

Ma Weiss non è solo un blogger. Ed è anche il direttore delle comunicazioni e pubbliche relazioni presso la Henry Jackson Society, un thinktank di politica estera ultra-ultra-interventista.

I mecenati della Henry Jackson Society internazionali sono: James “ex-boss”della CIA Woolsey, Michael “sicurezza nazionale” Chertoff, William “PNAC” Kristol, Robert “PNAC” Kagan , Joshua “Bomb Iran” Muravchick, e Richard “Principe delle Tenebre “Perle.

La Henry Jackson Society è intransigente nella sua “strategia di avanzamento” verso la democrazia. E Weiss è incaricato del suo messaggio. La Henry Jackson Society è orgogliosa del suo capo PR che ha una così vasta portata d’influenza: “Lui è l’autore dell’influente rapporto: “Intervento in Siria? Una valutazione della legittimità, logistica e rischi “, che è stato riproposto e approvato dal Consiglio Nazionale Siriano.”

[…] Il fondatore di Barada TV, Ausama Monajed, editò il rapporto di Weiss, lo pubblicò attraverso la sua organizzazione (l’SRCC) e lo passò al Consiglio Nazionale Siriano, con il supporto della Henry Jackson Society.

L’Osservatorio Siriano per i diritti umani

La giustificazione dell’ “inevitabile” intervento militare è la ferocia del regime del presidente Assad: le atrocità, i bombardamenti, le violazioni dei diritti umani. L’informazione è fondamentale in questo caso, e c’è stata una sola fonte che, prima su tutte, ci ha fornito dati sulla Siria. Questa è citata costantemente ed è: “Il capo dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani, colui che ha raccontato a VOA [Voice of America], che i combattimenti ed i bombardamenti avevano ucciso un numero di almeno 12 persone nella provincia di Homs.”

L’Osservatorio Siriano per i diritti umani è comunemente usato come una fonte indipendente di notizie e di statistiche. Proprio questa settimana, l’agenzia di stampa AFP ha diffuso questa storia: “Le forze siriane hanno martellato (con rappresaglie armate) le province di Aleppo e di Deir Ezzor , ed in conseguenza di ciò almeno 35 persone sono state uccise in tutto il paese, tra loro 17 civili, ci ha riferito un osservatore”. Le varie atrocità e i numeri delle vittime sono riportati, tutte da un’unica fonte, (citata così): “il direttore dell’Osservatorio Rami Abdel Rahman l’ha riferito all’AFP per telefono.”

Ogni orribile statistica proviene “dall’Osservatorio Siriano per i diritti umani ” (AP), che ha sede in Gran Bretagna. È difficile trovare un rapporto sulla Siria che non li citi. Ma chi sono loro? “Loro” sono soltanto una persona, Rami Abdulrahman (o Rami Abdel Rahman), che vive a Coventry.

In base a un dispaccio della Reuters del dicembre dello scorso anno: “Quando non risponde alle chiamate dei media internazionali, Abdulrahman è a pochi minuti di distanza in fondo alla strada nel suo negozio di abbigliamento, che dirige con sua moglie.”

Questo nome, “l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani”, suona così imponente, così ineccepibile, così obiettivo. Eppure, allorché Abdulrahman e la sua ONG che ha sede in “Gran Bretagna”, (contando in più l’AFP / ed il blog NOW Libano) sono l’unica fonte di così tante notizie circa un argomento così importante, sembrerebbe ragionevole di sottoporre questo organo a un controllo un po’ maggiore di quello che ha dovuto subire fino ad adesso.

Hamza Fakher

Il rapporto tra Ausama Monajed, il CSN, i falchi della Henry Jackson, ed i media acritici è evidente nel caso di Hamza Fakher. Il 1 ° gennaio, Nick Cohen ha scritto nell’ Observer: “Per capire la portata della barbarie commessa, ascoltate Hamza Fakher, un attivista pro-democrazia, che è una delle fonti più affidabili sui crimini del regime che lo stesso nasconde con l’oscuramento totale delle notizie.”

Prosegue poi a narrare i terribili racconti di Fakher, di torture e di omicidi di massa. Fakher a Cohen racconta di una nuova tecnica di tortura una piastra rovente di cui ha sentito parlare, ( in questi termini ): “immaginate tutta la carne che si scioglie finché l’osso non resta esposto prima che il detenuto cada sulla piastra”. Il giorno seguente, Shamik Das, scrivendo sul blog progressista “Left Foot Forward”, cita la stessa fonte: “Hamza Fakher, un attivista pro-democrazia, descrive una realtà ripugnante …” – e dunque la lista delle atrocità già indicata a Cohen si ripete.

Allora, domandiamoci, ma chi è esattamente questo “attivista pro-democrazia”, che si chiama Hamza Fakher?

Fakher, si scopre, è il co-autore di Revolution in Danger, un “Resoconto strategico della Henry Jackson Society “, pubblicato a febbraio di quest’anno. È anche co-autore di una nota informativa con il direttore per le comunicazioni della Henry Jackson Society, Michael Weiss. E quando non è impegnato nel co-redigere note informative strategiche della Henry Jackson Society, Fakher è il responsabile per la comunicazione del Strategic Research and Communication Centre (SRCC) londinese.

Come forse ricorderete, il SRCC è gestito da una sola persona, Ausama Monajed: “il Signor Monajed ha fondato il centro nel 2010. Ed è ampiamente citato ed intervistato dalla stampa internazionale e dai mezzi di informazione. In precedenza ha lavorato come consulente di comunicazione in Europa e negli Stati Uniti e precedentemente ha avuto il ruolo… di direttore della Barada Television … “.

Monajed è il capo di Fakher.

Se questo non bastasse, per un tocco finale in salsa di Washington, nello Strategic Research and Communication Centre troviamo Murhaf Jouejati, professore alla National Defense University di Washington – “il più importante centro di formazione dei militari di professione” “sotto la direzione del Presidente, della Giunta dei Capi di Stato Maggiore“.

Se vi capita di stare per programmare un viaggio per visitare lo “Strategic Research and Communication Center” di Monajed, lo troverete a questo indirizzo: Strategic Research & Communication Centre, Office 36, 88-90 Hatton Garden, Holborn, Londra EC1N 8PN.

[…].

E non si deve dimenticare, che qualunque sia la destabilizzazione che è stata compiuta nell’ambito delle notizie e dell’opinione pubblica, essa viene effettuata su un duplice terreno. Sappiamo già che, (perlomeno), la “CIA e il Dipartimento di Stato stanno collaborando nello sviluppo della logistica dell’Esercito Libero dell’opposizione siriana, sia a favorire il trasferimento di forniture belliche loro destinate in Siria ed a fornir loro una formazione nell’ambito della comunicazione

I bombardieri sono pronti. I piani sono già stati elaborati.

Questi esperti di comunicazione stanno lavorando duramente per creare quello che Tamara Wittes ha chiamato un “brand positivo”.

Ci stanno vendendo l’idea di un intervento militare e di un cambio di regime, ed i media sono affamati di quel tipo di prodotto. Molti degli “attivisti” e portavoce che rappresentano l’opposizione siriana sono strettamente, (e in molti casi anche finanziariamente), legati agli Stati Uniti ed a Londra – proprio quelli che starebbero operando in favore dell’intervento. Il che significa che le informazioni e le statistiche provenienti da queste fonti non sono necessariamente pure e semplici notizie – ma che è un imbonimento per la vendita, una campagna di Pubbliche Relazioni.

Ma non è mai troppo tardi per porsi delle domande, per esaminare le fonti. Porsi domande non ci rende dei fan di Assad – questo è una falsa argomentazione. Ci rende solo meno suscettibili di raggiro.

La buona notizia è che ogni minuto nasce uno scettico.

articolo di Charlie Skelton per il Guardian UK

Fonte: The Syrian opposition: who’s doing the talking?

Zbigniew Brzezinski ha messo in guardia gli Stati Uniti, per l’ennesima volta, contro uno scontro con l’Iran. “Una guerra nel Medio Oriente, nell’attuale contesto, durerebbe per anni”, ha spiegato in un’intervista per Newsmax TV. “Le conseguenze economiche sarebbero devastanti per i cittadini americani: alta inflazione, instabilità, insicurezza”. La chiusura dello Stretto di Ormuz da parte dell’Iran, anche solo per un breve periodo, farebbe salire alle stelle il prezzo del greggio, in quanto quella rotta sarebbe troppo pericolosa. D’altronde “se l’idea è quella di mettere all’angolo l’Iran, umiliarlo, trattarlo diversamente dalle altre nazioni che hanno sottoscritto il Trattato di Non-Proliferazione, non arriveremo mai ad un accordo”.

“Children of Men” (“I figli degli uomini”) – un film preveggente?

ART. 1 “Gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace”

ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti”

ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici”

ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.

Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?

Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?

Saint-Just, 1794

Un vero e proprio capolavoro visionario e tecnico della cinematografia, “Children of Men” (“I figli degli uomini”) di Alfonso Cuarón – tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice britannica P.D. James, prefigura l’instaurazione di una democrazia autoritaria nella Gran Bretagna del 2027. I due protagonisti, Theo e Kee, arrivano ad un campo di internamento di rifugiati in fuga dai disordini dell’Europa continentale per scoprire che  i guardiani si sono gradualmente metamorfizzati, assumendo le sembianze e gli atteggiamenti delle guardie dei lager nazisti. È peraltro probabile che la coppia in fuga non sia rimasta particolarmente sorpresa nello scoprire il livello di abbrutimento delle forze dell’ordine britanniche, visto che nel corso dell’intero film si notano mezzi pubblici blindati e trasformati in gabbie per la deportazione degli “immigrati illegali”, insegne e comunicati che esortano i cittadini inglesi a denunciare i medesimi, indipendentemente dal rapporto di fiducia che si può essere instaurato con loro. Un evidente riferimento alla caccia nazista agli ebrei, rafforzato dalla scelta di mostrare la cattura e probabile esecuzione sommaria di una loro compagna di fuga (Miriam) al campo profughi di Bexhill con nel sottofondo un brano dei “The Libertines”, intitolato “Arbeit Macht Frei”.

La grandezza dell’opera risiede appunto in questa sua capacità di esplorare i risvolti di questioni centrali del nostro tempo come l’immigrazione, la gestione di rifugiati e profughi, la xenofobia, il razzismo, in un contesto degenerato a causa della lotta al terrorismo – si intuisce che un ordigno nucleare è stato fatto esplodere a New York e che è stato possibile salvare solo alcune opere d’arte italiane e spagnole dalle devastazioni causate da una qualche rivoluzione – e di una possibile terza guerra mondiale, con ricaduta radioattiva sull’Africa.

In un’intervista, Cuarón spiega che l’intento era proprio quello di far riflettere gl spettatori sulle implicazioni dell’esistenza di realtà come Abu Ghraib, Guantánamo e Bagram, in Afghanistan. Nessuna democrazia formale è al sicuro dal rischio di deteriorarsi, precipitando verso l’estremo nazista: le cose brutte non succedono solo alle persone di colore. Per questo la vista del rifugiato italiano implorante ed incapace di esprimersi in inglese che viene trascinato via con la forza da un militare inglese con al guinzaglio il classico pastore tedesco ha l’effetto di un pugno nello stomaco: non è un arabo, non è un nero, non è “uno degli altri”; è “uno dei nostri”. Uno dei nostri ridotto alla condizione di “nuda vita” (cf. Agamben), di essere vivente senza diritti e senza dignità, alla mercé dell’arbitrio e della violenza, condannato a morte non per aver commesso un crimine indicibile, ma solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, appartenendo alla categoria umana “sbagliata”, quella che non è più protetta dalle leggi dello Stato. Un individuo reso apolide, snazionalizzato, e quindi privato di ogni diritto. Un individuo segregabile e scartabile.

A pochi anni dalla realizzazione del film, questi scenari non sono più fantascientifici o comunque futuribili. Il futuro è dietro l’angolo.

Nel giugno del 2010, il senatore israelo-americano Joseph Lieberman – ex candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti – ed il senatore Scott Brown hanno presentato una proposta di legge – Terrorist Expatriation Act, S.3327, HR 5237 – che priverebbe della cittadinanza americana chiunque sia sospettato di appoggiare il terrorismo o una nazione in guerra con gli Stati Uniti. Questi non potrebbe avvalersi del giusto processo e delle altre forme di tutela specificate dalla Costituzione (cf. Miranda: l’insieme dei diritti costituzionali di cui si viene informati al momento dell’arresto nel diritto statunitense). Questo disegno di legge è motivato, così si sostiene, dalla necessità di impedire a cittadini come Faisal Shahzad, l’aspirante terrorista di Times Square, di fruire della protezione delle leggi americane, essendo un traditore. A parte il fatto che la possibilità di togliere la nazionalità escludendo un cittadino dei suoi diritti svuoterebbe di ogni significato lo stato di diritto e i principi sanciti dalla Costituzione Americana, la proposta di legge è così generica che potrebbe essere applicabile a migliaia di cittadini sospettati di “legami” con gruppi terroristici o nazioni ostili, che scomparirebbero letteralmente in una rete di centri di detenzione militare, senza che i loro avvocati possano rintracciarli e difenderli. Sarebbe, come vedremo, la prosecuzione delle logica adottata in passato, quando migliaia di cittadini di origine giapponese, italiana e tedesca furono internati per il tutto il corso della guerra, violando la Costituzione, per decisione di uno dei migliori presidenti americani di ogni tempo, F.D. Roosevelt.

Tra l’altro, è sconcertante che Joe Lieberman non si renda conto che una tale normativa, un giorno non troppo lontano, potrebbe anche giustificare la detenzione di decine, forse centinaia di migliaia di cittadini americani di religione ebraica, o ex coscritti nell’esercito israeliano, o titolari della doppia cittadinanza israelo-americana, come appunto lui. I terribili precedenti dovrebbero servire da monito.

A questa minacciosa proposta di legge si aggiunge quella promossa dal senatore John McCain, già candidato alla presidenza degli Stati Uniti e sconfitto da Obama, la S.3081 del 4 marzo – “Enemy Belligerent Interrogation, Detention, and Prosecution Act”. Presentata assieme al recidivo Joseph Lieberman e al potente senatore e fondamentalista cristiano James Inhofe, questa legge annullerebbe l’habeas corpus (la fondamentale tutela da un arresto illegittimo) agli Americani considerati “nemici belligeranti” (enemy combatants), in teoria, vista la vaghezza e quindi l’interpretabilità del testo, anche solo per aver apprezzato azioni di natura bellica contrarie agli interessi americani. Questi cittadini non avrebbero diritto ad un avvocato o a un giusto processo e sarebbero sottoposti a detenzione a tempo indeterminato in un centro di internamento militare. Queste due proposte, assieme al Patriot Act (prorogato da Obama fino al 2015) ed al Military Commissions Act del 2006, fanno letteralmente a pezzi la Bill of Rights americana allo stesso modo in cui la legislazione nazista preparava la strada ai campi di concentramento per i nemici del Terzo Reich.

Nessuno, a quel tempo, immaginava che cosa sarebbe avvenuto in seguito, allo stesso modo in cui quasi nessuno, al giorno d’oggi, potrebbe immaginarsi che il destino degli Stati Uniti sia quello di trasformarsi in una tirannia che incarcera arbitrariamente migliaia di cittadini e li fa processare da tribunali militari per aver osato opporsi alle politiche statunitensi.

Questa incapacità anche solo di concepire un tale sviluppo è essenzialmente dovuta ad ignoranza o attenzione selettiva. Nessuno può più sentirsi al sicuro, specialmente quando si profilano attentati anche più drammatici di quelli dell’11 settembre. Lo scenario descritto dal politologo ed ex leader politico canadese Michael Ignatieff, sul New York Times Magazine del 2 maggio 2004 è assolutamente plausibile: “Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza”.

I due summenzionati disegni di legge, che hanno incontrato il favore di Hillary Clinton, se convertiti in legge – il che avverrebbe in modo quasi automatico nel caso di un altro attentato terroristico, proprio come avvenne con il tremendo Patriot Act, approvato praticamente senza essere discusso –  conferirebbero al presidente degli Stati Uniti poteri straordinari, pressoché dittatoriali – incluso l’uso di tribunali militari, che non sono autorizzati a giudicare cittadini americani, finché a questi ultimi non viene tolta la cittadinanza – che si sommerebbero a quelli già previsti in seguito all’11 settembre. Nessun cittadino americano che dissentisse dalle decisioni del governo potrebbe dirsi al sicuro. Con il Patriot Act serviva una giusta causa, ora sarebbe sufficiente il mero sospetto, ossia l’insinuazione, un castello accusatorio fittizio fondato su un’arbitraria definizione di affiliazione ad un’organizzazione terroristica, che nessuna procedura processuale civile potrebbe smontare. Lo stesso Patriot Act, la cui bozza conteneva misure analoghe a quelle proposte da Lieberman ma che, alla fine, molto saggiamente, non furono approvate, fino al 2009 aveva già portato all’incarcerazione di oltre 200 passeggeri aerei per “cattive maniere” (Los Angeles Times, 20 gennaio 2009).

Barack H. Obama ha dichiarato solennemente che “non autorizzerà la detenzione militare a tempo indeterminato senza processo di cittadini americani. Una cosa del genere violerebbe le tradizioni e i valori più importanti della nostra nazione”. A parte il fatto che una tale misura sarebbe scandalosa anche se ad esservi sottoposti fossero cittadini non-Americani – e potrebbe accadere a chiunque, in qualunque luogo – la tragica verità è che, a dispetto delle sue promesse, Obama non ha chiuso il campo di concentramento di Guantánamo Bay, non ha bloccato le deportazioni illegali (extraordinary renditions), non ha soppresso i tribunali militari speciali istituiti da Bush, ha esteso la rete globale di prigioni segrete americane e la sua amministrazione è stata ancora più ostile all’habeas corpus della Bush-Cheney.

Alla fine del 2011 Obama ha controfirmato una legge (National Defense Authorization Act) che trasferisce all’esercito buona parte delle competenze in materia di operazioni anti-terroristiche e prevede la possibilità di imprigionare i sospetti terroristi a tempo indeterminato e senza processo. Persino il New York Times, normalmente molto pro-Obama, ha dedicato all’evento un devastante editoriale (16 dicembre 2011) che lo definisce maldestro e descrive il testo approvato come “così pieno di elementi discutibili che non c’è lo spazio per esaminarli tutti”, in particolare “nuove, terribili misure che renderanno la detenzione a tempo indefinito e i tribunali militari un aspetto permanente della legge americana”. In sintesi, “una deviazione dall’immagine che questa nazione si è fatta di se stessa, ossia di un luogo in cui le persone che hanno a che fare con lo stato o sono sottoposti ad un’accusa formale oppure restano a piede libero”.

Un gruppo di ventisei generali ed ammiragli in pensione, che si era già impegnato sul fronte del probizionismo della tortura, ha scritto ai rispettivi senatori spiegando che questa è una legge che arreca più danni che benefici. Trentadue parlamentari democratici hanno inviato le loro lettere di protesta alle due camere, temendo che la legge minerà alle fondamenta il quarto, quinto, sesto, settimo ed ottavo emendamento della Costituzione. Ulteriori critiche severe sono giunte da un articolo di Forbes, che la descrive come “la più grave minaccia alle libertà civili degli Americani”, dall’American Civil Liberties Union (ACLU) e da Human Rights Watch, che sostengono che l’ultima volta che poteri di detenzione così ampi sono stati conferiti allo stato è stato al tempo di McCarthy, con l’Internal Security Act. Secondo Jonathan Hafetz, avvocato ed uno dei massimi esperti di questo ambito giuridico, questa è la prima volta nella storia americana che si autorizza per legge l’incarcerazione militare illimitata e senza processo.

Quel che è grave è che questa disposizione non solo viola l’articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani – “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione” – ma stabilisce un obbligo di detenzione militare per cittadini non-americani, inclusi quelli arrestati sul suolo americano e, di conseguenza, anche l’obbligo di approntamento di una rete di centri di detenzione militari sul suolo americano.

Queste leggi e proposte di legge si fanno beffe delle convenzioni di Ginevra e violano gli articoli 8, 9, 10 e 11 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e rendono impossibile chiudere Guantánamo e gli altri campi di detenzione/concentramento americani sparsi nel mondo (es. sezioni 1026 e 1027 di NDAA 2011), nonostante la dichiarazione di Obama che “il carcere di Guantánamo Bay compromette la sicurezza nazionale e la nostra nazione sarà più sicura il giorno in cui questa prigione sarà finalmente e responsabilmente chiusa”.

Sempre riguardo a NDAA, dei gravi problemi interpretativi affliggono la sezione 1021 (precedentemente 1031), che contempla la detenzione a tempo indefinito, senza un giusto processo, di persone accusate di essere stati o essere membri o di aver appoggiato in misura sostanziale al-Qaeda, i Talebani o forze ad essi associate in stato di belligeranza con gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Dunque anche la resistenza palestinese, siriana e libanese all’occupazione israeliana? Saddam Hussein era stato falsamente collegato ad Al-Qaeda, pur essendone un nemico dichiarato: cosa succederà ai cittadini iraniani, siriani, palestinesi, libanesi, somali, yemeniti, pachistani, indonesiani, venezuelani, cubani?

L’amministrazione Bush è sempre stata molto elastica nella sua lettura di quel che era autorizzata o meno a fare e varie corti, in diversi gradi di giudizio, hanno simpatizzato con questo approccio che erodeva i diritti degli accusati/imputati (cf. Matteo Tondini, “Hamdan v. Rumsfeld. Se il diritto si svuota dei suoi contenuti”). Robert M. Chesney (University of Texas) ha criticato la scelta di non fare chiarezza, lasciando il testo in termini così vaghi da consentire interpretazioni restrittive e radicali. Il risultato è che Obama, o chi gli succederà, avrà una discrezionalità interpretativa senza precedenti nella storia americana e, quasi senza eccezione, chi arriva al potere tende a fare il massimo uso possibile delle sue prerogative.

D’altronde forse non bisognerebbe stupirsi di tutto questo, sapendo che gli Stati Uniti si fregiano del primato mondiale di possedere un quarto della popolazione carceraria del mondo (con il 5% della popolazione totale mondiale).

La mia conclusione è che esistono le premesse perché negli Stati Uniti si ripeta quel che accadde tra il 1941 ed il 1945 ai cittadini americani di etnia giapponese a Manzanar ed in altri campi di concentramento, ma anche ai trentini nel corso della Grande Guerra (cf. Katzenau).

Perché una maggioranza di persone nel mondo non crede alla versione ufficiale dell’11 settembre?

Da notare che la percentuale degli scettici è cresciuta costantemente di anno in anno mentre il numero dei sondaggi sull’argomento è diminuito di conseguenza

Sondaggio YouGov in occasione dell’ennesimo anniversario del 9/11: 1 americano su 2 è scettico riguardo alla versione ufficiale dell’11 settembre. Il 46% pensa che la torre 7 abbia subito una demolizione controllata. Il 46% NON sa che è caduta anche una terza torre

Solo il 40% degli americani è pienamente soddisfatto della versione ufficiale dell’11 Settembre.

http://rethink911.org/news/new-poll-finds-most-americans-open-to-alternative-911-theories/#pagecontent

La risposta la trovate qui:

 patriotact12dees

In ogni inchiesta si parte dal basso, dai fatti, non dall’identificazione di un possibile mandante, che può essere difficile identificare. Partiamo da alcuni fatti, solo alcuni: il totale default della difesa aerea nordamericana in ben 4 episodi, l’insider trading dei giorni precedenti, la pressoché immediata attribuzione degli attentati ad Al Qaeda senza che ci fossero state rivendicazioni, il passaporto di Atta sopravvissuto a un impatto, un incendio, un crollo, nessuna inchiesta giudiziaria ma solo un’inchiesta amministrativa evidentemente pilotata. Di fronte a fatti del genere rifugiarsi nella versione ufficiale è solo l’istintiva reazione di difesa, prevista dai delinquenti che hanno perpetrato questo delitto, dei troppi che pensano: noooo, è troppo mostruoso per essere vero! Welcome to reality.
Riflessione di uno scettico

Far credere a milioni di persone che dei pivelli dediti all’alcool, alle droghe, alle spogliarelliste ed al gioco d’azzardo, decidano di unirsi ai fondamentalisti islamici di Al-Qaeda e, pur essendo incapaci di far volare decentemente un Cessna, riescano a colpire con precisione chirurgica 3 obiettivi su 4 nello spazio aereo meglio difeso del mondo pilotando dei giganteschi boeing – la spiegazione alternativa più plausibile è che i velivoli fossero teleguidati

*****

Il quotidiano britannico Guardian prende sul serio i complottisti: “History, documentation, facts. A respect for life, and a respect for truth. This is what I heard, over and over again, at this remarkable conference”.
http://www.guardian.co.uk/world/blog/2011/sep/12/9-11-symposium-charlie-skelton?INTCMP=SRCH.

*****
‎”Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo”, Settembre 2000.
“nella convinzione che l’America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate USA”. “Inoltre, il processo di trasformazione [delle forze armate], anche se porterò cambiamenti rivoluzionari, facilmente sarà lungo, a meno che non avvenga un evento catastrofico e catalizzante – come una nuova Pearl Harbor”.
http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_per_un_nuovo_secolo_americano.http://webcache.googleusercontent.com./search?q=cache%3AlTLmLEvEfWQJ%3Awww.newamericancentury.org%2F&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it.

*****
“l’attacco terroristico dell’11 settembre previsto e spiegato nel dettaglio oltre 6 mesi prima che avvenisse, nell’episodio pilota della serie Lone Gunman, uno spin-off (serie figlia) di X-Files: “il primo episodio, trasmesso il 4 MARZO 2001, racconta dell’organizzazione, ad opera di una parte del governo americano, di un autoattentato, al fine di giustificare una guerra e di conseguenza rinvigorire il mercato delle armi. L’attentato consiste nel telecomandare un aereo di linea verso il World Trade Center (un episodio molto simile a quello che accadrà circa sei mesi più tardi, l’11 settembre 2001)”
https://www.facebook.com/home.php?sk=group_216063445086439&view=doc&id=225536160805834

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POLITICI AMERICANI CHE NON CREDONO PIÙ ALLA VERSIONE UFFICIALE DELL’11 SETTEMBRE

Sono i presidenti della Commissione 911, un ex capo dell’antiterrorismo statunitense, il consigliere-capo della commissione 911, il presidente dell’inchiesta ufficiale del Congresso sull’11 settembre, nonché una pletora di agenti, non solo dell’FBI, citati da Richard Clarke.

Richard Clarke, l’ex zar dell’antiterrorismo americano, ha ammesso che i terroristi dell’11 settembre sono stati aiutati da elementi deviati del governo americano e da alcune figure dell’establishment saudita e ha fatto i nomi:

Qui una sintesi dell’evidenza raccolta dalle inchieste del Congresso americano che rafforzano la versione dei fatti di Clarke (sono tutti atti ufficiali riportati dalla stampa)

http://www.historycommons.org/timeline.jsp?timeline=complete_911_timeline&investigations:_a_detailed_look=911CongressionalInquiry

Il senatore Bob Graham pretende che si riapra l’inchiesta per stabilire il livello di complicità saudita e del governo americano:

http://www.huffingtonpost.com/bob-graham/911-saudi-arabia_b_1868863.html

Membri della Commissione sull’11-9 hanno notato che, “ il sospetto di cattivo comportamento [del Pentagono] divenne così profondo tra i 10 membri della Commissione che, in un incontro segreto alla fine del suo mandato nell’estate 2004, si discusse se riferire della questione al Dipartimento di Giustizia per un’indagine criminale” [17]. Il senatore Mark Dayton ha affermato che gli ufficiali del NORAD “ hanno mentito al popolo americano, hanno mentito al Congresso e hanno mentito alla vostra Commissione sull’11-9 in modo da creare una falsa impressione di competenza, comunicazione e protezione del popolo americano” [18].

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=4139

Per chi ha veramente voglia di informarsi:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/hani-hanjour-luomo-che-non-cera-11.html

http://www.amazon.com/Intelligence-Matters-Arabia-Failure-Americas/dp/0700616268

http://www.amazon.com/Disconnecting-Dots-How-Allowed-Happen/dp/0984185852

*****

gli architetti ed ingegneri dell’11 settembre (che ormai sono oltre 1500):
http://www.ae911truth.org/.

i piloti per la verità sull’11 settembre:
http://www.pilotsfor911truth.org/

ecco la lista di piloti ed ingegneri aeronautici civili e militari che non credono alla versione ufficiale sul Pentagono:
http://pilotsfor911truth.org/core.html

Poi ci sono gli accademici per la verità (ingegneri, matematici e consulenti per la difesa degli Stati Uniti e della Germania)
http://twilightpines.com//index.php?option=com_content&task=view&id=37&Itemid=35

che sono troppi ed hanno formato due gruppi. Questo è il secondo (chimici e fisici):
http://stj911.org/members/index.html.

Lunedì 5 marzo 2012 si decidono le sorti del mondo, nell’indifferenza della gente

 

di Stefano Fait

 

 

Si sente usare l’espressione tutte le opzioni sono sul tavolo. Ma alcune azioni sono contrare al diritto internazionale.

Antonio Patriota, ministro degli Esteri brasiliano, rivolgendosi al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, 24 febbraio 2012

Noi non abbiamo bisogno di una nuova guerra. E dobbiamo chiarirlo ai nostri amici israeliani. Se gli Israeliani vogliono cominciare un conflitto armato contro l’Iran, sorvolando il nostro spazio aereo in Iraq, devono sapere che noi non lo sosterremo mai. Se lo fanno, dovranno farlo da soli. Devono assumersi tutta la responsabilità perché in caso di una guerra si dovrà pagare un prezzo altissimo e le conseguenze di un intervento militare saranno disastrose sopratutto per gli Stati Uniti, in Afghanistan e Iraq, nel settore energetico ed anche per la stabilità in Medio Oriente. […]

Obama deve dire a Israele che gli iraniani reagiranno bersagliando per prima i nostri obiettivi. Saremo costretti noi a pagare un caro prezzo. Questo non è  accettabile. Però dobbiamo anche ricordare che la maggior parte degli israeliani non supporta la guerra. È della stessa posizione anche quasi tutta la comunità ebraica in America.

Zbigniew Brzezinski (il Grande Vecchio della politica estera statunitense e mentore di Obama), 26 febbraio 2012

http://www.youtube.com/watch?v=52G-qiK8qEY

testo trascritto (inglese):

http://transcripts.cnn.com/TRANSCRIPTS/1202/26/fzgps.01.html

Allo stato attuale un attacco contro l’Iran non è prudente e, soprattutto, sarebbe destabilizzante.

Martin Dempsey, Capo di Stato maggiore della Difesa Usa, 20 febbraio 2012

 

Panetta crede che vi sia una forte probabilità che Israele colpisca l’Iran nel mese di aprile, maggio o giugno, prima che l’Iran entri in quella che gli israeliani hanno descritto come una ‘zona di non ritorno’ nell’iniziare la costruzione di una bomba nucleare.

http://www.washingtonpost.com/opinions/is-israel-preparing-to-attack-iran/2012/02/02/gIQANjfTkQ_story.html

Cosa accadrebbe poi? Una catastrofe umanitaria, un grande numero di rifugiati. E l’Iran vorrebbe vendetta, e non solo contro Israele, ma anche contro altri paesi. Gli eventi nella regione diventerebbero completamente imprevedibili. Penso che l’entità di tale catastrofe non sarebbe paragonabile a null’altro. Perciò, prima di prendere la decisione di lanciare qualunque attacco, bisogna considerare appieno la situazione. Sarebbe il modo più irrazionale di affrontare la questione. Ma i miei colleghi israeliani mi hanno detto che non stanno pianificando una cosa simile. E gli io credo.

Dmitriy Medvedev, nel 2009

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=6299

Mentre al GF12 Patrick bacia Ilenia, il Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, noto per essersi lasciato sfuggire che se fosse stato un mullah iraniano avrebbe optato per l’atomica anche lui, essendo l’Iran una nazione circondata da potenze atomiche, è in visita negli Stati Uniti per perorare la causa dell’attacco preventivo. Incontrerà Biden, Panetta e vari alti ufficiali del Pentagono. Lui, che in teoria dovrebbe essere progressista, è considerato un falco dagli Americani, che lo giudicano il principale responsabile dell’irrigidimento di Netanyahu:

http://www.haaretz.com/print-edition/news/barak-heading-to-u-s-for-talks-on-iran-nuclear-threat-1.414978

Lunedì 5 marzo Obama e Netanyahu si incontrano a Washington. Forse per l’ultima volta. Netanyahu, ossessionato dall’Olocausto e dalla prospettiva di un Secondo Olocausto come nessun altro leader israeliano prima di lui, lancerà quello che è un vero e proprio ultimatum, pretendendo da Obama la garanzia assoluta che gli USA faranno tutto ciò che è necessario per bloccare il programma nucleare iraniano dopo le elezioni presidenziali del novembre 2012 (dando quindi per scontato che Obama le vinca). Se non riceverà sufficienti rassicurazioni in tal senso, Israele attaccherà prima delle elezioni, perché l’Iran sta per rendere inaccessibile il suo programma nucleare e perché un Obama che insegue il secondo mandato è più vulnerabile:

http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/if-israel-strikes-iran-it-ll-be-because-obama-didn-t-stop-it-1.414245

dando l’avvio ad un effetto domino che ingolferà il mondo in una serie di conflitti regionali e poi, con il tempo, globali, una catastrofe economica prodotta dall’aumento del prezzo del petrolio ed un disastroso rilascio radioattivo planetario:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/24/fukushima-in-confronto-sarebbe-una-bagatella/#axzz1nNrT1Utx

Tutto questo sarà verosimilmente accompagnato da sommosse, insurrezioni e, più oltre, una rivoluzione globale.

Stephen Harper, premier canadese fortemente filo-americano, ha già detto no a Netanyahu pur riconoscendogli il diritto di difendersi (ossia di attaccare):

http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=116457

Anche Obama dirà no, negli stessi termini. Non perché intenda finalmente guadagnarsi il premio Nobel per la Guerra vergognosamente conferitogli sulla fiducia, ma perché la lobby sionista a Washington è molto meno forte di quel che crede e perché l’esercito americano è ferocemente ostile a questa prospettiva e potrebbe persino mettere in discussione la sua lealtà all’esecutivo. Inoltre Obama non può permettere che gli Stati Uniti facciano la figura del burattino di Israele e non può più smentire le argomentazioni contrarie del suo entourage e della CIA:

http://www.wallstreetitalia.com/article/1330263/iran-intelligence-usa-teheran-non-cerca-la-bomba-atomica.aspx

in linea con quelle del Mossad, che sta cercando, senza successo, di salvare capra e cavoli:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/04/la-prova-che-israele-e-in-mano-ad-una-cricca-di-invasati-antisemiti/

Dal canto loro i dirigenti israeliani hanno già chiarito che non avvertiranno gli Stati Uniti riguardo alla loro decisione di colpire preventivamente i siti nucleari iraniani, ufficialmente per evitare di coinvolgerli, dato che sarebbero incolpati di non aver fatto tutto quel che era possibile per fermare Israele. [Ed è assolutamente vero!]. La verità è che gli Israeliani sanno già da tempo che gli Americani non li appoggeranno e che il loro attacco sarà unilaterale. Intendono procedere ugualmente, citando l’esempio della Corea del Nord, che alla fine si è dotata di arma atomica [esempio controproducente: il dittatore mitomane non l’ha mai usata]:

http://www.foxnews.com/us/2012/02/27/ap-source-israel-wont-warn-us-before-iran-strike/#ixzz1nn1NmK3L

Ehud Olmert, il predecessore di Netanyahu, attaccò un sito “nucleare” siriano segreto nonostante la contrarietà dell’amministrazione Bush (Cheney era però a favore, come sempre). Mentre quell’attacco era inatteso, questo è l’attacco più telefonato della storia:

http://www.haaretz.com/weekend/week-s-end/netanyahu-faces-a-tough-decision-should-obama-not-give-him-a-green-light-on-iran-1.416061

Un alleato che entra in guerra contro la volontà del partner e che lo tiene all’oscuro del momento in cui lo farà verosimilmente sancisce la fine dell’alleanza. Israele resterà solo a combattere contro tutti i nemici partoriti dalla sua costante tensione, ansia, paranoia, aggressività.

D’altronde Israele fa bene a non fidarsi degli Stati Uniti, che hanno sempre visto Israele come una pedina da sostenere finanziariamente e militarmente finché era nel loro interesse. Gli Stati Uniti non hanno costruito una base militare in Israele per proteggerlo e non sono minimamente riluttanti a sacrificare questa piccola nazione in vista di un boccone più grande. La prova di ciò è che gli USA, nel 2003, hanno attaccato l’Iraq, non l’Iran, come sperava Israele. Le nazioni non sono esseri umani e non si comportano coscienziosamente: se gli Stati Uniti intendono giocarsi Israele contro un’altra potenza, lo faranno e faranno credere al mondo che Israele sia l’unica causa della sua rovina. Ma non se la caveranno a buon mercato: il sacrificio dell’alfiere si ripercuoterà drammaticamente su di loro e non troppo in là nel tempo. Se l’amministrazione Obama avesse detto chiaramente a Israele di non attaccare – uso il passato perché non è successo e non succederà lunedì – non ci sarebbe stato nessun attacco, invece si è limitata a lavarsene le mani pilatescamente. Le mani di Obama e Panetta (e di Harper) saranno grondanti di sangue quanto quelle di Netanyahu e Barak. Molto bella, a proposito, questa analisi pubblicata da Haaretz, l’unico maggior quotidiano anti-sionista rimasto in Israele:

http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/jerusalem-washington-and-the-iranian-bomb-1.415657

Intanto il New York Times ha già preparato il terreno per un falso attentato terroristico attribuito all’Iran: la rappresaglia iraniana sarà anonima (per poter negare la loro paternità) e colpirà nazioni ritenute simpatizzanti per la causa sionista, con autobombe collocate in diverse capitali mondiali ed attacchi alle forze americani in Afghanistan:

http://www.nytimes.com/2012/02/29/world/middleeast/us-sees-iran-attacks-as-likely-if-israel-strikes.html?_r=3&hp=&pagewanted=all

Il New York Times sta aiutando Israele a scatenare la terza guerra mondiale che, nei piani del governo israeliano, dovrebbe permettergli di completare il folle e suicida piano di un “Grande Israele”. I conservatori americani vogliono la guerra per poter rimuovere Obama dal potere e ci saranno serie ripercussioni in seno all’establishment americano quando Obama abbandonerà Israele al suo destino, perché voleranno le accuse di codardia, tradimento, infamia, ecc. e si consumerà forse una resa dei conti tra sionisti ed anti-sionisti. Sarkozy fa la voce grossa contro Siria ed Iran perché si gioca la rielezione e deve nascondere il disastro libico (una nazione nel caos, oscurata dai media italiani a favore dell’intervento per non giocarsi la residua credibilità). Cameron è il mastino della City di Londra che certamente saprà lucrare da quest’ennesima guerra.

In pratica, miliardi di persone sono sull’orlo dell’Armageddon per l’implacabile avidità e assenza di scrupoli ed empatia di poche centinaia di psicopatici e/o narcisisti e/o fanatici e per l’inestinguibile trauma degli Ebrei che vivono nel ghetto israeliano, iperfortificato, armato fino ai denti, bellicoso, nazionalista, iperaggressivo, come molte vittime di bullismo che diventano a loro volta bulli per superare lo smacco, la sofferenza, il senso di inadeguatezza e, nel farlo, si sentono buoni, innocenti, puri e vittime altrui. Per non venire feriti un’altra volta, si feriscono preventivamente gli altri, fino a quando la profezia si auto-adempie e ci si tira addosso la sciagura che si voleva evitare:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/27/auschwitz-in-israele-un-suicidio-collettivo/#axzz1nNrT1Utx

La principale responsabilità di questa sindrome collettiva, dopo la sconfitta del nazismo, ricade sulle autorità israeliane, che hanno perpetuato il trauma di generazione in generazione per costruire una nuova Sparta o una nuova Prussia nel Medio Oriente, invece di provare a curarlo e stabilire rapporti di collaborazione con i vicini. Il trauma stesso è diventato così la ragion d’essere di Israele, eternamente schiavo delle sue ombre e delle sue paure, eternamente auto-centrato e concentrato sul breve e non sul lungo termine:

http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/il-mio-punto-di-vista-sulla-questione.html

E così, nonostante il fatto che l’opinione pubblica internazionale sia decisamente contraria a questa eventualità:

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/08/i-sondaggi-che-condannano-al-suicidio-israele-e-stati-uniti/

http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/02/22/asking_the_right_question

Un giorno non troppo lontano, tra marzo e novembre, apprenderemo dai telegiornali che la follia è diventata realtà:

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/12/guardatevi-dalle-idi-di-marzo-come-prevedere-la-data-dinizio-della-terza-guerra-mondiale/#axzz1nNrT1Utx

 

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Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare?” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il colibrì. “Con una goccia d’acqua?” disse il leone, con un sogghigno ironico. E il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte”. (Favola africana)

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La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche «sfruttamento di una nazione da parte di un’altra», come denunciava Marx Il punto di vista del pensiero meridiano è il punto di vista dei Sud del mondo, dall'America Latina al nostro Mezzogiorno, quella parte della società schiava di squilibri ancor prima di classe che territoriali.

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