Il medico non vi ha prescritto di fare acquisti in certi negozi piuttosto che in altri

born to buy

Si racconta che Solone abbia accolto amichevolmente Anacarsi, e che l’abbia ospitato a casa propria per qualche tempo, quando già aveva intrapreso la sua attività pubblica e andava compilando le sue leggi. Quando Anacarsi lo venne a sapere, derise l’impegno di Solone: egli credeva di trattenere le ingiustizie e le violenze dei suoi concittadini tramite degli scritti che non differivano in nulla dalle ragnatele; come le ragnatele, essi avrebbero trattenuto, fra chi vi incappava, i deboli e gli umili, mentre i potenti e i ricchi le avrebbero spezzate. Ma Solone – si racconta – gli rispose che gli uomini rispettano quei patti che a nessuno dei contraenti conviene trasgredire, e che egli rendeva le sue leggi adeguate ai concittadini, in modo da mostrare a tutti che agire rettamente era meglio che andare contro la legge. Tuttavia, i fatti si svolsero come Anacarsi aveva immaginato, più che come aveva sperato Solone.

Plutarco, “Vita di Solone”, 5, 3-6

Non c’è nulla di inevitabile in tutto questo. Il mondo di Solone non è il nostro. Assieme, oggi, le persone possono fare la differenza, se il fatalismo ed il cinismo degli Anacarsi contemporanei non hanno la meglio.

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Commesse, commessi e negozianti sono in rivolta in tutta Italia contro le liberalizzazioni montiane degli orari di apertura dei negozi (articolo 31 della “Salva Italia”), che servono unicamente a favorire la grande distribuzione, danneggiando le aziende commerciali a conduzione familiare e le vite dei dipendenti:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/commesse-e-commessi-di-tuttitalia-unitevi/

Piemonte, Veneto, Lombardia, Lazio, Toscana, Sicilia, Sardegna e Friuli Venezia Giulia hanno chiesto alla Corte Costituzionale di porre un freno alle ingerenze statali negli affari di competenza regionale. La Corte ha però stabilito che il provvedimento del governo non riguarda il commercio (!!!) ma la tutela della concorrenza, che non è competenza degli enti locali.

Il comune di Trento dichiara di avere le mani legate: “Si parla di milioni di risarcimento, se dovessero vincere i ricorrenti (PAM, Oviesse, Upim), calcolando il mancato introito delle domeniche in cui avrebbero potuto aprire”.

http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2012/06/25/news/domeniche-aperte-niente-da-fare-oggi-la-giunta-dice-no-1.5319478

Soldi pubblici ed esistenze sacrificate sull’altare dell’egoismo e dell’avidità di chi può imporre la sua volontà solo perché reputa che il danno di immagine sia limitato, temporaneo e comunque non paragonabile ai vantaggi.

Meditate gente, meditate!

Stefano Fait,

nella pienezza dei suoi diritti costituzionalmente riconosciuti [cf. sentenza n. 84 del 17 aprile 1969]

P.S. Ma quali mancati introiti domenicali? La gente non può più spendere!

Più piccolo è meglio – suggerimenti per un’Europa delle Regioni

 

di Stefano Fait

 

 

La prospettiva nella quale ci muoviamo è quella di togliere di mezzo le competenze residue in capo alla Regione per passarle alle due Province e immaginando per la Regione un ruolo squisitamente di raccordo politico fra il Trentino ed il Sud Tirolo, nella prospettiva di un’Europa delle Regioni e prima ancora di una regione alpina in grado di comprendere anche una realtà come la provincia di Belluno che da anni lamenta di essere governata dalla pianura.

Michele Nardelli

http://www.michelenardelli.it/diario.php?anno=2012&mese=03&giorno=13

 

Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte) che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Alex Langer, “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile” (intervento ai “Colloqui di Dobbiaco”), settembre 1994, nell’opuscolo “Più lenti, più dolci, più profondi”, supplemento a “Notizie Verdi”, n. 17, 31/10/1998, p. 47.

Il movimento degli indignati e degli occupanti è in una fase di stanca, forse si sta estinguendo o forse, come un bruco, si sta tramutando in qualcosa di più importante. C’è bisogno di qualche idea nuova e qualche progetto lungimirante. Io ci sto provando.

Finora abbiamo vissuto sotto il segno quais esclusivo dell’approccio top down, della pianificazione centralizzata. Penso sia stato un favore immotivato reso a chi ha già tanto e concede poco al suo prossimo. Serviva maggiore equilibrio tra micro e macro (es. alcune grandi opere vanno bene, altre no) e maggiore fiducia nella capacità di individui e famiglie di fare la differenza, coralmente (es. risparmio e produzione energetica). Invece è prevalso il desiderio di pochi di tirare le fila dell’intera società.

È tempo di discutere su come trovare nuove forme di organizzazione sociale che promuovano il bene comune, invece di nuocergli. La crisi economica può essere il catalizzatore per un sistema ancora più accentrato, oppure per un cambiamento positivo, che rispetti le libertà personali e la dignità di ciascuno di noi. Poiché finora il paradigma dominante è stato quello del gigantismo e della gerarchia piramidale, ed è fallito, penso che la direzione da intraprendere sia quella del “più piccolo è meglio”. Suggerisco un ritorno ai beni comuni ed un recupero del sistema cooperativo, depurato dalle logiche di potere e di profitto ad ogni costo che governo il mondo attuale. I lavoratori devono essere comproprietari delle aziende e negozi per cui lavorano e compartecipare agli utili. Si devono smantellare i monopoli e lavorare sul piano locale, si devono abbattere le indecenti ed insostenibili disparità economiche. Più persone hanno il diritto di poter godere delle risorse esistenti. È tempo di cambiare le cose e più piccolo è meglio perché, in quanto piccoli, ci conviene. Il piccolo non ci può ignorare, ci può notare.

Non esiste una scelta secca tra questo stile di vita e modello sociale e il ritorno alla barbarie. Quel che ci martellano in testa è che la qualità della nostra vita è aumentata rispetto alle generazioni precedenti perché abbiamo di più di tutto, ossia perché i nostri possessi materiali si sono moltiplicati. Però, curiosamente, il numero di persone affette da depressione o sotto terapia a base di psicofarmaci è esploso. Sono 1 su 3 in Europa. Non credo sia un indice di appagamento. Evidentemente molti non trovano una sufficiente gratificazione nel circondarsi di beni di consumo. Magari le cose veramente belle della vita sarebbero entrate nella nostra vita ugualmente, anche se non avessimo venduto l’anima a Mammona, al dio del capitalismo, dell’edonismo, della mercificazione dei rapporti umani. Magari, facendo altre scelte, non avremmo negato o rallentato il miglioramento delle condizioni di vita di altri milioni di persone con cui condividiamo il pianeta e che sono condannati a migrare verso il prospero occidente. Magari non avremmo distrutto il nostro ecosistema,  non avremmo deturpato irrimediabilmente il paesaggio (es. l’orrore della Pianura Padana), non avremmo compromesso la possibilità che i nostri discendenti possano vivere in società socialmente, politicamente ed ecologicamente migliori della nostra. Magari ci saremmo resi conto che la smania di crescere, di espandere la nostra disponibilità di beni materiali non promuove la dignità, la compassione ed il rispetto, ma al contrario ci impoverisce, ci umilia, ci rende peggiori di quello che potremmo essere. Abbiamo preferito ignorare la direzione in cui ci stavamo muovendo e la destinazione ultima del nostro viaggio.

Ora ci ritroviamo a vivere in mezzo all’asfalto, al cemento, allo smog, al rumore, all’odore, in città sempre più brutte (salvo i quartieri dei privilegiati). Mangiamo pesce al mercurio, respiriamo aria radioattiva, consumiamo carni e verdure geneticamente modificate o chimicamente alterate. Lasciamo che i paesi muoiano, che le scuole chiudano, che gli ospedali locali lascino il posto ai mega-ospedali, che le piccole banche vengano divorate dalle megaimprese finanziarie troppo grandi per essere lasciate fallire. Permettiamo che l’essere umano sia inserito in una data tipologia di consumatore che lo uniformi e lo renda dipendente da certi prodotti e certi marchi, lo renda più simile agli altri membri della sua categoria, più simile ad un clone che acquista esattamente quel che serve a mandare avanti la baracca, spinto a farlo dalla pubblicità, che innesta in noi gli stessi desideri ed aspirazione (cf. Inception).

Uno sciopero di massa del consumo, un massiccio boicottaggio, manderebbe all’aria tutto questo.

“Più piccolo è meglio” perché il paradigma dominante è “più grande è meglio” ed è diventato un mantra che ci ipnotizza e che favorisce sfacciatamente monopoli ed oligarchie. Se il mantra fosse “piccolo è bello” allora sarebbe importante che ci fosse qualcuno a ricordarci che non siamo hobbit e che i piccoli devono collaborare per fare qualcosa di grande e che un’umanità globalizzata può essere un vantaggio e non una condanna.

In luogo di “piccolo è bello”, preferisco “più piccolo, più sobrio, più rispettoso, più compassionevole è bello”.

Mi accontento di poco. Mi accontento di panifici, ortofrutta, uffici postali, edicole, macellerie, centri di estetica gestiti cooperativamente dalle persone che vivono in una certa comunità e che hanno interesse a far funzionare le cose a vantaggio di tutti. L’intera filiera dovrebbe essere organizzata in cooperative, l’intera comunità dovrebbe essere vissuta cooperativamente. A quel punto il consumatore sarebbe automaticamente equo e solidale ed ogni cittadino dovrebbe impratichirsi in tutto quel che serve per far funzionare la cooperativa, responsabilizzandosi. Sarebbe l’unico vero capitalismo dal volto umano, che si interessa alla comunità ed investe il surplus nell’affinamento delle competenze di chi risiede in essa e nell’abbellimento del contesto di vita di tutti. Come se le persone contassero.

Sembra un’utopia ma non lo è: il modello socio-economico dominante sta collassando e ci toccherà fare delle scelte. Non è un caso che il periodo d’oro del cooperativismo sia stato durante la Grande Depressione. Se si voleva sopravvivere bisognava fare di necessità virtù e rendersi utili alla collettività: “tutti per uno, uno per tutti” e “l’unione fa la forza”, in luogo dello psicopatico slogan “mors tua, vita mea”.

Con un po’ di buona volontà il Mondo Nuovo non sarà all’insegna del darwinismo sociale, delle grandi opere ad ogni costo e del capitalismo monopolistico, non sacrificherà ciò che ci rende migliori sull’altare di ciò che ci rende avidi, egoisti, iniqui, superficiali, materialisti, gretti, ignoranti.

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