Sparatemi, sparatemi
Luigi Preiti, un uomo disperato
«La violenza ha padri noti» (Gasparri). «Grillo-griletto» (il Giornale). «Basta con l’antipolitica!» (Binetti). «Troppo odio da troppo tempo» (Gelmini). «E’ ora di smetterla con i terroristi virtuali nascosti dietro a un monitor» (Meloni). «Chi ha sparato ha dato retta a Beppe Grillo» (Storace). http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tutti-pazzi-per-preiti/2205867
Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio… Non sentite puzzetta di regime? (Nichi Vendola, twitter)
Sto per andare a trovare i due Carabinieri feriti stamattina sotto Palazzo Chigi. Le ultime notizie non sono affatto rassicuranti: in particolare per il brigadiere Giuseppe Giangrande si parla del rischio di gravi lesioni alla colonna vertebrale. Provo sgomento: non è giusto che corrano rischi così grandi coloro che lavorano ogni giorno per la sicurezza di tutti noi, rappresentanti delle istituzioni o comuni cittadini. E provo sgomento anche per ciò che nelle ultime ore è emerso dalla biografia dell’uomo che ha sparato. Le prime frammentarie informazioni lo liquidavano come “individuo affetto da problemi psichici”. Ma quella della follia è una scorciatoia troppo facile e troppo comoda. Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza quale profondo disagio sociale, quale disperazione avesse devastato la sua vita. Un uomo che ha perso il lavoro, come capita a troppi in questo nostro Paese, e che da questa perdita non è riuscito a riaversi. Si vede quanto pesi la mancanza di quelle reti di solidarietà che un tempo servivano ad attenuare i contraccolpi della crisi economica, e che oggi sono drammaticamente svanite. Certo, non è lecita alcuna confusione tra chi spara e chi viene colpito, tra l’aggressore e le sue vittime. Ma sulla crisi le istituzioni e la politica devono, dobbiamo tornare ad intervenire e dare risposte quanto prima, anche perché in più di un caso – lo stiamo vedendo con frequenza crescente – la crisi trasforma le sue vittime in carnefici.
Laura Boldrini
Fa male toccare con mano lo scollamento, la distanza che separa le istituzioni dai cittadini. Io intravedo una grande incognita in questa contrapposizione tra popolo e politica, grande almeno quanto il pericolo dell’eversione. Non può liquidarsi in modo consolatorio una realtà che ospita uomini disperati e quindi disposti a tutto. Bisogna intervenire per interrompere questa caduta. È compito nostro impedire che la disperazione si impadronisca delle nostre vite, che le situazioni drammatiche esasperino i comportamenti. Lo dico non perché, questa volta, la violenza ha colpito le istituzioni, i carabinieri a cui va tutta la nostra solidarietà. Vale anche per i cittadini che si tolgono la vita perché sopraffatti dalle avversità, dalla mancanza di lavoro, dalla propria decadenza fisica e morale.
Pietro Grasso
Un governo di basso profilo, un governucolo:
- giovani ministri completamente inadeguati al compito – Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin: giusto per far vedere che l’età media si è abbassata, come nella più squallida delle operazioni di marketing politico;
- un banchiere all’economia;
- ALFANO agli Interni;
- un ministro nero all’integrazione tanto per far colore (token negro);
- un governicchio costantemente sotto ricatto;
Probabilmente molti nomi di maggior spessore hanno declinato l’invito a partecipare sapendo che il fallimento era quasi assicurato.
Proteste in Spagna? Proteste in Grecia? Quando mai? Tutto tranquillo, infatti i nostri giornali e telegiornali non ne parlano. Quindi vuol dire che è tutto a posto, circolare. Ma qualcosa sta succedendo:
“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…“
“Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”
“Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”.
Le misure di austerity più che causare una recessione, spingerebbero la crescita attraverso una riduzione dei tassi di interesse in tutti i settori dell’economia
Farbizio Saccomann, Reuters, novembre 2011
bocconiano doc e giovane repubblicano, è stato uno degli uomini più fidati di Mario Draghi
Nell’ottobre 2011, un mese prima del volo dello spread e delle dimissioni di Berlusconi, il direttore di Bankitalia, intervenendo alla Bocconi, dell’ultima manovra finanziaria di Giulio Tremonti diceva: “Mette la finanza pubblica in una linea di riduzione del debito credibile e perseguibile”…. Saccomanni dimostrava sintonia anche con l’ipotesi di reintroduzione dell’Ici per tutti. L’Italia “è l’unico grande paese senza una tassa sulla prima casa”, ragionava.
No, questa visione del Ministero dell’Economia, il catenaccio, non paga più. Il modulo Monti ha fallito, subendo tantissime reti, chiamate debito su PIL a livelli record, tre anni di recessione, disoccupazione a livelli record. Ha fallito perché invece di spingere con coraggio la Germania a comprendere i suoi errori le abbiamo dato possibilità di perseverare, diabolicamente.
Il Ministero dell’Economia del Governo Letta doveva essere la punta di diamante dell’attacco, dell’alleanza con i francesi per dire per sempre basta all’austerità, per far ascoltare ai mercati quello che vogliono sentirsi dire, che gli assicureremo la solvibilità del nostro debito con l’unica moneta sonante che apprezzano, la ripresa economica. Avremmo avuto bisogno di far sentire a tutti che la politica economica, di pertinenza del Ministero dell’Economia, è il luogo dove si combatte l’austerità, non dove la si giustifica.
Ma non si può chiedere ad un banchiere centrale di fare altro che giocare sulla difensiva: nato e istruito per proteggerci dall’inflazione, il banchiere centrale fa fatica a capire che ci sono momenti di crisi dove l’inflazione non è il pericolo mortale per la stabilità di un Paese, ma la crisi che attanaglia le famiglie sì, lo è. E che questa crisi non può aspettare le riforme dei sogni tra 10 anni, ma ha bisogno subito di quella medicina chiamata lavoro e produzione che rende degna e decorosa la vita delle persone, siano esse dipendenti o imprenditori. Sennò si muore, sennò si perde.
La realtà è che questo Governo Letta ha una ottima difesa con un pessimo attaccante: le scelte sui Ministeri del Lavoro e dell’Università e dell’Istruzione, dove più forte è il potenziale per arrestare l’emorragia dei giovani, sono state credo ottime. Ma la scelta di quei Ministri, se tutto va bene, aiuterà, speriamo, a guadagnare tempo per arrivare ai supplementari, a fermare il nemico, ma non a sconfiggerlo.
Perché per sconfiggerlo avremmo avuto bisogno di ben altro attaccante.
Ancora una volta, l’uomo di Arcore “a un passo da piazzale Loreto” (Giuliano Ferrara), grazie al suicidio del Pd e agli errori di Grillo (non votare Prodi) può giocarsi due carte pesanti. Sfruttare il più a lungo possibile la svolta di Napolitano e approfittare fino all’osso di un governo di cui è azionista di riferimento. Oppure condurre fino in fondo la battaglia per l’abolizione dell’Imu: formidabile calamita di voti nel caso decidesse di staccare la spina e di prendersi tutto il piatto con le elezioni anticipate già nel prossimo autunno. Lo stesso non si può dire dei Democratici, costretti a cantare viva Napolitano e a portare la croce. Il governo Letta è una vera e propria bomba a orologeria per un partito in dissoluzione, con la base in rivolta e che in Parlamento sarà costretto a cogestire i problemi personali dell’ex nemico. Una delegazione di basso profilo completa la tragedia. Il resto, il rinnovamento generazionale, la bella storia di Josefa Idem campione di governo e la novità di un ministro dell’Integrazione di colore, Cécile Kyenge servono solo ad addolcire un piatto avvelenato.
Antonio Padellaro, da Il Fatto Quotidiano del 28/04/2013.
Barbara Spinelli, Grillo e il mito del volo di Ulisse. di Barbara Spinelli 24 Aprile 2013.
Inciucio è parola brutta, ma ci distingue da altri Paesi. L’accordo con Berlusconi è altro dalle grandi coalizioni tedesche, inglesi. È compromettersi con una destra del tutto anomala in Europa. Se non fosse così ci si accorderebbe alla luce del sole, davanti ai cittadini. Non succede, perché il Pd ne ha avuto vergogna sino a polverizzarsi. E forse è un bene, affinché chiarezza sia fatta: gran parte dei militanti, e l’alleato Sel, e Fabrizio Barca o Pippo Civati, già provano a ricostruire.
Non è antieuropeista Grillo, anche se abitato da scetticismo. Ogni europeista che si rispetti è oggi scettico. In una recente conferenza a Torino, Casaleggio ha ammonito contro l’uscita dall’euro (“Solo un Paese forte e competitivo potrebbe”). Lo stesso ha detto Mauro Gallegati, economista vicino a M5S.
Ma è utile, per i Pangloss dell’Unione, dipingere Grillo come distruttore dell’Europa. È tentante bendarsi gli occhi, e nascondere l’estensione di un disastro che non sfascia solo la democrazia deliberativa di Grillo, ma la stessa democrazia rappresentativa che contro lui si pretende presidiare. Ecco dove sta, caro Presidente, la regressione.
Il Parlamento non ha saputo farsi portavoce dell’Italia che invocava Rodotà o Prodi. Ha ucciso l’idea stessa di rappresentanza, più che la democrazia dal basso. Proprio perché non è Le Pen, Grillo ha bisogno che la democrazia classica funzioni, e la sinistra esista. Se oggi pare sì contratto è perché – un segno già viene dal Friuli Venezia Giulia – anche la sua barca rischia d’infrangersi.
Vince il credo oligarchico di Monti. L’Europa federata non è necessaria (Die Welt, 11-1-12). E i governi non devono lasciarsi “vincolare da decisioni dei propri Parlamenti”, ma “educarli” (Spiegel, 5-8-12). Blue sunday, titola Grillo un suo post. Blue sunday t’assale certe domeniche, dopo weekend insensati. Ti sdrai nel mal-essere, in attesa che una fantasia, o un pensiero, spezzi il malinconico blu.
Cos’è populismo, antipolitica? È la massa che si fa gregge, lupo fiutante sangue e prede. È energia dispotica, sfrenata, irriflessiva, suggestionabile: scrive Gustave Le Bon nella Psicologia delle Folle (1895). Come non riconoscere in essa i mercati e i loro plebisciti? Nessuno li taccia di antipolitica, e come potrebbe. I veri padroni sono loro. Se ne infischiano. Come le folle, non vedono oltre il proprio naso. Democrazia e legalità rovinano? Poco importa. Non è affar loro. Non sanno quello che fanno.
«Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile»
Enrico Letta, 8 aprile 2013.
«I contrasti aspri tra le forze politiche rendono non idoneo un governissimo con forze politiche tradizionali»
Enrico Letta, 29 marzo 2013.
“Sembrerà assurdo, ma se non si era ancora capito, io sono un grande fan di Berlusconi. Berlusconi ha fatto la storia d’Italia degli ultimi 10 anni, anche se vorrei che fosse meno sborone e raccontasse meno balle agli italiani. (…) Mantengo una linea molto critica con Berlusconi, ma vorrei fargli un appello inedito. Vorrei, a prescindere dall’esito delle prossime elezioni, dicesse subito che lui si impegna a rimanere nella vita politica italiana e a mantenere la sua leadership del Polo. Perché il mio grande timore è che un Berlusconi che pareggi o perda faccia un biglietto per Tahiti. Se Berlusconi facesse questo gesto sarebbe la tomba del bipolarismo italiano. farebbe precipitare il centrodestra indietro di 10 anni”.
Enrico Letta, 18 settembre 2005, Ansa
“Nel mio governo ideale vorrei gente in gamba, anche se sta nella Casa della Libertà di Berlusconi: penso a mio zio Gianni, a Casini, a Tabacci, a Vietti e a Tremonti”.
Enrico Letta, 15 settembre 2007, dal Corriere della Sera
“I contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l’Italia dalla crisi. Qualunque governo succederà al governo Berlusconi dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera”
Enrico Letta, 29 settembre 2011, dal suo sito personale
“Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”.
Enrico Letta, 18 novembre 2011, bigliettino inviato a Mario Monti durante il dibattito sulla fiducia
“Il 2011 è stato l’anno che ha definitivamente consacrato Napolitano come forse il più grande presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto. Ha letteralmente salvato il Paese insieme a Monti”.
Enrico Letta, 31 dicembre 2011, su face book
“Preferisco che i voti vadano al Pdl, piuttosto che dispersi verso Grillo”.
Enrico Letta, 13 luglio 2012, dal Corriere della Sera
«Bisogna fare la riforma elettorale. Nelle prossime tre settimane il Porcellum va mandato definitivamente a casa»
Enrico Letta, 9 giugno 2012.
«Se non cambiamo il Porcellum possiamo fare anche il carpiato con tre avvitamenti ma non ce la faremo a rilegittimare la politica e a tornare alla buona politica»
Enrico Letta, 14 luglio 2012.
Nel colloquio con Gianni Letta, gli americani notano un particolare: «La cosa interessante», scrivono, «è che Letta aveva l’esatto conteggio dei voti prima ancora che la Corte di Cassazione lo annunciasse: il risultato è stato annunciato poco dopo la fine dell’incontro con la delegazione». Un dettaglio interessante, viste le polemiche sulle elezioni politiche dell’aprile 2006, in cui il giornalista Enrico Deaglio parlò di brogli.
Il 24 maggio 2006, esattamente un mese dopo il colloquio di Gianni Letta con la delegazione americana, il governo Prodi è in sella e l’ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, incontra un nuovo Letta: Enrico, «sottosegretario del primo ministro (nipote del sottosegretario di Berlusconi, Gianni Letta)», scrive Spogli (il cablo è disponibile qui: https://www.wikileaks.org/plusd/cables/06ROME1590_a.html)
Anche in questo caso, gli Usa vogliono capire cosa li aspetta, come si muoverà l’Italia di Prodi. Enrico Letta spiega di ritenere che l’Italia supporterà le posizioni degli Stati Uniti su Israele e i palestinesi, che lui personalmente vede le basi Usa in Italia come un fattore positivo. Il giovane Letta si descrive come «fortemente pro-americano», spiegando di considerare le relazioni Italia-Usa essenziali.
Enrico Letta è anche membro della Trilateral e nel 2012 ha partecipato alla riunione del gruppo Bildelberg a Chantilly, in Virginia. Letta junior, disse al ‘Corriere’ il suo amico Lapo Pistelli, nel lontano 2006, «è l’Amato del Duemila» perché «al pari di Giuliano è dentro tutti i giochi. In quelli di Prodi e in quelli di Walter Veltroni, in quelli di Massimo D’Alema e in quelli di Pierferdinando Casini. Addirittura in quelli di Giulio Tremonti». Mai ritratto fu più azzeccato.
A sfogliare i libroni dei contributi registrati alla Camera dei deputati, si scopre che la sinistra italiana, negli ultimi dieci anni, spesso non ha guardato troppo per il sottile di fronte a un generoso imprenditore. Per restare in tema di acciaierie, Enrico Letta ha incassato 40 mila euro nel 2008, proprio come Bersani, dall’associazione padronale di categoria, quella Federacciai che vanta come vicepresidente Nicola Riva, ora indagato a Taranto per inquinamento. Letta è uno dei politici di sinistra più graditi agli imprenditori. http://shop.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/soldi-dalle-aziende-a-dalema-letta-vendola-e-gli-altri/
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«In Italia non è possibile che, neppure in una situazione d’emergenza, le maggiori forze politiche del centrosinistra e del centrodestra formino un governo insieme» (Massimo D’Alema, 8 marzo 2013).
«Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013).
«Fare cose non comprensibili dagli elettori non sono utili né per l’Italia né per gli italiani. Non mi pare questa la strada». (Beppe Fioroni, 25 marzo 2013).
«Non si può riproporre qui una grande coalizione come in Germania. Non ci sono le condizioni per avere in uno stesso governo Bersani, Letta, Berlusconi e Alfano» (Dario Franceschini, 23 aprile 2013).
«Sono contrario a un governo Pd-Pdl» (Andrea Orlando, 22 aprile 2013).
«Abbiamo sempre escluso le larghe intese e le ipotesi di governissimo» (Rosy Bindi, 21 aprile 2013).
«Serve un governo del cambiamento che possa dare risposta ai grandi problemi dell’Italia. Nessun governissimo Pd-Pdl» (Roberto Speranza, 8 aprile 2013).
«Non dobbiamo avere paura di confrontarci con gli altri, ma non significa fare un governo con ministri del Pd e del Pdl. La prospettiva non è una formula politicista come il governissimo, è quel governo di cambiamento di cui l’Italia ha bisogno» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«L’alternativa non può essere o voto anticipato o alleanza stretta tra Pd e Pdl» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«Lo dico con anticipo, io un’alleanza con Berlusconi non la voto» (Emanuele Fiano, 28 febbraio 2013).
«I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio).
«Non c’è nessun inciucio: se questa elezione fosse il preludio per un governissimo io non ci sto e non ci starebbe neanche il Pd» (Cesare Damiano, 18 aprile 2013).
«Serve un governo di cambiamento vero ed è impensabile farlo con chi in questi anni ha sempre dimostrato di avere idee opposte alle nostre» (Fausto Raciti, 14 aprile 2013).
«Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013)
Sul Sole 24 Ore di oggi compaiono, a partire dalla prima pagina, ben tre lunghissimi articoli di Enrico Letta, più un articolo di Arel, l’agenzia di cui Enrico Letta è segretario generale e come se non bastasse vi è anche uno sconfinato articolo di Dino Pesole che ricostruisce in modo elogiativo la carriera del nuovo Presidente incaricato. Se qualcuno avesse mai avuto dei dubbi su quale fosse il parere di Confindustria sul nascente governo e il suo presidente, può mettersi tranquillo.
Alfonso Gianni, facebook, 26 aprile 2013
Poiché nel nostro paese la memoria è piuttosto labile, vale forse la pena di ricordare che Enrico Letta, il nuovo presidente del consiglio incaricato, come già Mario Monti, è membro del board europeo della Trilateral Commission, la punta di lancia del pensiero e dell’azione neoliberista a livello mondiale, nata non a caso pochi mesi prima del colpo di stato in Cile ispirato dalla Cia e accolto con entusiasmo dai Chicago boys che tornarono subito in patria per applicare una spietata politica di privatizzazioni. Ha partecipato all’ultima riunione del gruppo Bildelberg, altro think thank del pensiero capitalista, fondato da un ex nazista.
Stracci e strattonate con Bersani e i big del Pd. Sorrisi e strette di mano con Silvio Berlusconi. Verrà anche il giorno in cui Matteo Renzi e il Cavaliere si incontreranno con tutti i crismi in una sede istituzionale e alla luce del sole. Per ora siamo ancora nella fase «carbonara» dove ogni incontro più o meno annunciato prevede depistaggio della stampa e totale silenzio sui contenuti. Però i due si cercano. E ieri sera si sono trovati. Anzi, ritrovati. Il tutto per la gioia di chi nel Pd, ma non solo, da sempre sostiene che, tessere di partito e storie personali a parte, il sindaco di Firenze e il leader del Pdl hanno molto in comune
Il Pd sta vivendo una condizione di default psicofisico e queste lotte interne lo dimostrano. Renzi in particolare emerge pur essendo il nulla al cubo, è insidioso perché è una merce che può essere rifilata a chiunque. Gestisce molto bene la sua comunicazione e il suo profilo e si adatta a tutte le situazioni e a confronto Maria De Filippi è un gigante del pensiero.
Quel che i grillini non vogliono capire: Il “caso” vuole che siano rimasti proprio i 3 caballeros
Ora, molti chiedono: “perché non Rodotà?”. E si incazzano anche con me, che Rodotà l’ho pure votato. Tre volte. La risposta la trovate qui sotto: Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra. Spero sia chiaro a tutti. Ed è questo il vero problema.
Giuseppe Civati
Nei ‘desiderata’ del Cavaliere, si racconta, resisterebbero ora i due ‘soliti noti’ e cioe’ Giuliano Amato e Massimo D’Alema
E qui torna quello che Renzi scrive nel suo post su Facebook: “Il Quirinale richiede per definizione una persona esperta e competente. Lasciatevelo dire da rottamatore, il Quirinale non si trova il candidato ‘nuovo’. Il Presidente della Repubblica deve avere caratura internazionale e senso dello stato”. D’Alema o Amato, appunto. Non certo candidati nuovi. Ma esperti, competenti e di caratura internazionale.
Ma chi sono i franchi tiratori? Nei crocicchi dei democratici a Montecitorio si parla di un cocktail di malcontento. Che vede in prima fila i dalemiani, certo. Perché Max, si sa, Prodi non lo può vedere. Almeno quanto non può vedere Veltroni. Ma anche gli ex popolari avevano più di un motivo di scontento nei confronti di Bersani. Per come ha fatto uscire di scena troppo presto Franco Marini. Ma qualcuno punta il dito anche sui renziani. Nonostante il sindaco di Firenze avesse appoggiato il nome del Professore, l’epitaffio di Renzi – “la candidatura di Prodi non c’è più” – arrivato a urna ancora calda (ore 19.20) è sembrato assolutamente intempestivo. Facendo entrare il rottamatore, che controlla una cinquantina di grandi elettori, nel novero dei possibili cecchini. “Prima di parlare bisognava aspettare che lo facesse Prodi. O Bersani”, sussurra qualche deputato democratico.
Il sindaco di Firenze e i big del partito, già contro il segretario, guardano al Pdl e a un governo di larghe intese. E il rottamatore diserta il vertice post-sconfitta
Si dice che il pesce puzza dalla testa. E se il pesce è il Partito democratico uscito stordito dal risultato elettorale di lunedì, a puzzare è in primis il suo segretario Pier Luigi Bersani. Il suo intervento di ieri alle 17, dopo un’intera giornata da desaparecido, non è piaciuto all’ala renziana del partito e ai leader storici del partito. L’impressione è che Bersani sia già di troppo e che una buona fetta del partito lo veda già come un perdente, come un ostacolo allo svolgimento di proficue trattative per la formazione del governo.
All’ipotesi di un’apertura ai grillini si oppongono big come Massimo D’Alema, per il quale aprire ai 5 stelle significherebbe produrre “conseguenze gravi per il lavoro, i risparmi e la vita degli italiani”. E come Veltroni, per il quale ora la starada migliore è quella di “aspettare” Giorgio Napolitano e i suoi tentativi di sbloccare una situazione intricata. E’ convinzione di Paolo Gentiloni e Giorgio Tonini che non si debba sbattere la porta in faccia al Pdl, anche in vista di un governo dalle larghe intese a guida di personaggi come Giuliano Amato.
Insomma: a parte i fedelissimi di osservanza bersaniana come Stefano Fassina e Matteo Orfini, per i quali “è impensabile fare un governo senza Grillo”, una parte considerevole del Pd guarda già a Matteo Renzi come condottiero di questa nuova fase politica. Il sindaco di Firenze, in queste ore, ha fatto pesare la sua assenza tanto in fase di commenti dinnanzi all’opinione pubblica, quanto alla riunione serale dei big: “Io non partecipo ai caminetti, a queste robe qui”. Tradotto: Bersani ha voluto la bicicletta (con le primarie, ndr)? Ora pedali. Lo sguardo è già al piano B: un governo tecnico di Pd e Pdl con un programma limitato, istituzionale e di salute economica, magari guidato proprio da Renzi. Il quale avrebbe commentato il discorso di ieri di Bersani con le seguenti parole: “Siamo alla follia”. Più chiaro di così…
Ricapitoliamo: gli stessi parlamentari del Pd che ieri avevano votato Prodi per governare senza Berlusconi oggi voteranno Napolitano per governare insieme a Berlusconi. Rimpiangeremo Bersani, oh se lo rimpiangeremo…
Redazione del Manifesto
Sono disponibile, non posso sottrarmi alla responsabilità.
Giorgio Napolitano, classe 1925
< Hindenburg rimase in carica fino alla sua morte, avvenuta il 2 agosto 1934 nella sua casa di Neudeck (Prussia Orientale), due mesi prima del suo ottantasettesimo compleanno. Il 30 gennaio 1933 aveva nominato Hitler alla carica di Cancelliere del Reich. Il giorno prima della sua morte, Hitler volò a Neudeck per rendergli visita. Hindenburg, vecchio e confuso, pensò di essere dinnanzi al Kaiser e lo chiamò «Sua Maestà» >
da wikipedia
Il fatto è che gli elettori del PD hanno sbagliato a votare alle primarie. Se avessero fatto vincere Renzi non sarebbe stato necessario perdere tutto questo tempo. Insipienti! Ma che stress dover sempre mettere una pezza agli errori dell’elettorato! Non se ne può proprio più.
Ci troveremo presto sul groppone un altro governo “tecnico”, magari a guida Renzi e con il sostegno di Monti, Berlusconi e teodem. Bersani non può più impedirlo, il M5S guadagnerà altri voti senza doversi responsabilizzare e dovremo aspettare diversi anni prima che una sinistra riorganizzata possa ambire a governare il paese.
Salvo rivolte/catastrofi assortite.
Serve un po’ di luce perché quaggiù è molto buio, per il momento.
Ha scoraggiato ciò che c’era di meglio in noi ed incoraggiato ciò che c’era di peggio.
Anonimo internauta inglese
PRAGMATISMO e fermezza della Lady di Ferro, sono qualità rare in politica in questo momento in cui sembra prevalere il tatticismo ed equilibrismo….. E mentre gli inglesi si professano conservatori ma spesso agiscono da rivoluzionari, gli italiani si professano riformatori ma sono fondamentalmente conservatori..se non reazionari…al massimo trasformisti… Oggi è necessario cambiare marcia in Italia e che l’azione politica di Margaret Thatcher possa essere d’esempio per realizzare finalmente il cambiamento; il vero CAMBIAMENTO da parte di chi quel cambiamento può rappresentare credibilmente…. Verso la contemporaneità..[punteggiatura originale, NdR]
Nadia Ginetti, neo-senatrice del Pd vicinissima a Matteo Renzi (da FB)
LA FAMIGLIA
I figli (gemelli) della Thatcher hanno affidato la madre alle cure di badanti e dell’hotel Ritz, dove è morta. Ha trascorso gli ultimi Natali da sola, mentre i figli se la spassavano, separatamente, uno ai Caraibi e l’altra nelle Alpi, con i soldi piovuti dal cielo, grazie alla benevolenza materna ed al suo potere (alla faccia della retorica “meritocratica” della loro mammina):
Ha sempre avuto pessimi rapporti coi figli, anche quando era al governo. In un certo senso, si sono dimostrati il prodotto della filosofia di vita della Lady di Ferro: avidità, individualismo, carenza di empatia e solidarietà.
Ma c’è un altro aspetto della sua vita famigliare che merita attenzione: Carol Thatcher non ha mai nascosto il suo avvilimento e risentimento per il modo in cui, pur essendo gemelli, la madre abbia sistematicamente favorito il fratello Mark, anche con ostentazioni pubbliche. Una madre che divide e contrappone, diventa un premier che divide e contrappone (divide et impera).
Mark ha trascorso la sua vita comportandosi come un vero psicopatico/sociopatico – privo di coscienza, privo di morale, privo di decenza, privo di sensibilità, privo del benché minimo senso del limite:
Margaret si è sempre comportata come un’inflessibile maestrina – con i figli come con i cittadini – e il figlio l’ha ripagata prendendo con comodo un volo per l’Inghilterra dopo il decesso della madre. La popolazione inglese l’ha ripagata celebrando la sua morte in cortei e manifestazioni spontanee.
GLI AMICI
Non si può valutare l’operato della Lady di Ferro prescindendo dal suo incondizionato appoggio all’apartheid, a Pinochet, Mubarak, Saddam Hussein, Suharto (“One of our very best and most valuable friends”) e Pol Pot. Quando i vietnamiti invasero la Cambogia per fermare il genocidio, Margaret Thatcher si schierò con Pol Pot e contro i vietnamiti, anche perché l’Occidente aveva addestrato i terrificanti Khmer rossi, responsabili della morte di almeno un quinto della popolazione cambogiana
Per quelli che “ma la Thatcher non era contro lo stato sociale”: “È quindi opportuno prendere in considerazione l’obiettivo di porre progressivamente fine alla prestazione di assistenza sanitaria da parte dello stato per la maggior parte della popolazione, in modo che le strutture sanitarie divengano di proprietà e gestione privata, e che i malati debbano pagarne i servizi” (un progetto di riforma del welfare così radicale che incontrò l’opposizione di diversi membri del suo stesso governo – a dimostrazione del fatto che può esistere una destra non neo-liberista)
“Fin dall’inizio, giornalisti veterani del Telegraph, Times e Daily Mail offrirono volontariamente i loro servigi. Ogni sabato, in una vineria chiamata “the Cork and Bottle”, i ricercatori di Margaret Thatcher e gli editorialisti e giornalisti del Times e Telegraph incontravano il personale dell’Adam Smith Institute e dell’Institute of Economic Affairs. Durante il pranzo, “pianificavano la strategia per la settimana successiva”. Queste riunioni “coordinavano le nostre attività per massimizzare la nostra efficacia collettiva”. I giornalisti poi si incaricavano di tradurre in editoriali le proposte dell’istituto mentre i ricercatori s’incollavano ai ministri ombra.
Molto presto, riferisce Pirie, il Mail iniziò a pubblicare articoli di sostegno volta che l’Adam Smith Institute pubblicava qualcosa. L’allora direttore del giornale, David English, curava in prima persona la loro stesura ed aiutava l’istituto a migliorare le sue argomentazioni.
[…]
Pirie si prende, tutto o in parte (e fornisce un mucchio di prove a sostegno) il merito della privatizzazione delle ferrovie e di altre industrie, dell’appalto di servizi pubblici a società private, dell’imposta procapite (indipendente dal reddito e quindi favorevole ai ricchi), della vendita di case popolari, delle liberalizzazioni nel campo dell’istruzione e della sanità, della creazione di penitenziari privati e, successivamente, delle politiche fiscali dell’attuale governo Cameron [neoliberista].
Pirie, restando anonimo, scrisse anche il manifesto dell’ala neoliberista del governo Thatcher, “No Turning Back”.
Come de Gaulle e molti altri, sospetto che l’europeismo della Thatcher fosse un cavallo di Troia inteso ad ostacolare il percorso di integrazione europea. Osservo che, nei suoi discorsi, la Lady di Ferro non si esprimeva diversamente da Nigel Farage, che amico dell’Unione Europea certamente non è.
Sono celebri i suoi tre no ad una delle proposte che potevano servire ad evitare l’attuale disastro dell’eurozona e la deriva tecnocratica dell’Unione Europea
Il Regno Unito è oggi una nazione così impoverita nel manifatturiero e così dipendente dalla finanza che si trova con le esportazioni in calo persino dopo una svalutazione di un terzo della sterlina.
“Le religioni primitive sono antropomorfe. Esse credono in dèi che ricordano gli esseri umani per condizioni fisiche e di carattere. L’economia della signora Thatcher è antropomorfa, in quanto crede di poter applicare all’economia nazionale gli stessi principi e regole di comportamento che sarebbero considerate opportune per un singolo individuo o una famiglia: pagare di tasca propria, tagliando le proprie spese in modo che si adattino ai propri guadagni, evitando di vivere oltre le proprie possibilità e di contrarre debiti. Si tratta di ben misurati principi di prudenza nei comportamenti per una persona, ma se applicati come ricette politiche per un’economia nazionale conducono ad assurdità.
Se un individuo taglia la propria spesa non dovrà ridurre il suo reddito. Tuttavia, se un governo taglia il proprio programma di spesa pubblica in relazione alle aliquote fiscali e alle tasse, ridurrà la spesa totale nell’economia e, quindi, la produzione totale e il reddito. Esso contribuirà a ridurre il gettito prodotto dalle imposte esistenti e causerà l’espansione della spesa pubblica per i sussidi di disoccupazione e per il sostegno delle imprese in difficoltà e per altri cose simili” (cf. l’Italia di Mario Monti, 2012).
Nicholas Kaldor.Discorso pronunciato il 18 marzo 1981 alla Camera dei Lord, tratto da “The Economic Consequences Of Mrs Thatcher”.
Mi è stato chiesto se stavo cercando di ripristinare i valori vittoriani. Ho subito detto che era proprio così. Ed è così – M. Thatcher, discorso alla comunità ebraica britannica, 1983.
Ho mantenuto molte delle sue riforme (Tony Blair, 8 aprile 2012).
Margaret Thatcher ha salvato il nostro Paese. La sua eredità resterà non solo negli anni a venire, ma nei secoli (David Cameron, 8 aprile 2012).
Il thatcherismo prima ed il blairismo poi hanno reso il Regno Unito meno coeso, più egoista e più iniquo
Blair afferma che “la Thatcher può aver anche diviso l’opinione pubblica, ma si deve riconoscere la forza della sua personalità e il radicalismo delle sue politiche”. Si potrebbe dire la stessa cosa di qualunque dittatore.
La Thatcher è stata una pessima statista proprio perché non ha mai ricercato equilibri e compromessi tra le diversità. Al contrario, come ogni politico antidemocratico, ha usato la sua posizione di forza per schiacciare gli avversari ed imporre, con evidente entusiasmo, un pensiero unico neo-castale che deresponsabilizza i ricchi ed incolpa i poveri di ogni male sociale.
Il Regno Unito che ci ha lasciato non è per nulla meritocratico, è solo social-darwinista. In quanto a mobilità sociale, è messo persino peggio degli Stati Uniti e dell’Italia:
È una società impoverita, dove i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri e dove il governo thatcheriano di Cameron punisce i disabili per la colpa di essere nati o diventati tali
Non c’è niente di male in lei, ovviamente, è solo che non è il tipo di persona che uno vorrebbe invitare a cena (Willie Whitelaw,segretariodi Stato di M. Thatcher)
Margaret Thatcher mi ha sempre dato mal di testa. (Helmut Kohl)
Occhi da Caligola, labbra da Marilyn Monroe (Francois Mitterrand)
Che cosa vuole, questa casalinga? Le mie palle su un vassoio? (Jacques Chirac)
Per noi non è la Lady di ferro. Lei è la cara signora Thatcher (Alexander Dubcek)
Lady Thatcher mi ha onorato della sua stima e amicizia fino al punto di intervenire anche a mia difesa, contro l’aggressione mediatico giudiziaria di cui sono bersaglio da vent’anni e mi ha sostenuto con più lettere nelle mie campagne elettorali (Silvio Berlusconi).
Margaret Thatcher ha mostrato di amare le società “fredde” e di disprezzare le comunità “calde”.
I suoi elogi funebri, anche i più entusiastici, sono stati freddi, mentre i festeggiamenti per la sua morte sono stati decisamente caldi.
Chi mal semina, mal raccoglie.
L’UNICA COSA BUONA DELLA THATCHER – FACEVA LA PALEODIETA ED È MORTA AD 87 ANNI
Resto a fare il sindaco. Me ne andrei solo per fare il premier
Matteo Renzi, 31 marzo 2013
Il Pd deve decidere: o Berlusconi è il capo degli impresentabili, e allora chiediamo di andare a votare subito;
oppure Berlusconi è un interlocutore perché ha preso dieci milioni di voti
Matteo Renzi, 4 aprile 2013
Basta dare un’occhiata ai nomi e alla “caratura” economica dei personaggi che hanno versato a Renzi il proprio generoso ma, beninteso, privato obolo. Tra i finanziatori, almeno tra quelli che hanno autorizzato la pubblicazione del proprio nome, ve ne sono diversi che fanno capire bene chi si fila l’enfant prodige della politica italiana.
“La politica che non sa correre”, “il mondo ci chiede di correre a velocità doppia”, “il tempo è scaduto”, “la clessidra è agli sgoccioli”, “bloccati dal lavorio di chi pensa di potersi permettere altri ritardi”…
NOI VOGLIAMO CANTARE l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino a oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.
Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
Non v’è bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere conseguita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii.
Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, 20 febbraio 1909, Le Figaro
Alessio Mannino – Renzi, il nulla che avanza – La Nuova Vicenza, 14 settembre 2012
Con quell’arietta da bamboccio saputello che snocciola continuamente battute per fare il simpatico, il sindaco fiorentino Matteo Renzi si candida come testimonial ideale del raschio del fondo del barile. Se, dopo quasi vent’anni di recital berlusconiano, il “nuovo” a sinistra prende le sembianze di un politico che dice tutto quello che abbiamo già sentito in trent’anni di egemonia liberal-liberista, allora il berlusconismo ha vinto: è tutto uno show, il nuovo è già visto e stravisto, alla fine della fiera l’importante è ossequiare il Privato e i Mercati. E le parole d’ordine sono di una vuotezza cosmica: Europa, futuro, merito. Mancava solo “felicità” e “benessere” e l’Ovvietà diventava metafisica pura. La definizione perfetta del sindaco Pd di Firenze, del resto, l’ha data il comico Crozza, sempre fulminante: Renzi, il nulla che avanza.
Ci si potrebbe fermare qui, nel commentare l’exploit del “rottamatore” che ieri a Verona ha ufficializzato la sua candidaturaalle primarie del centrosinistra. Senonché un anno fa, il 29-30 ottobre 2011, con un convegno di tre giorni all’antica stazione Leopolda di Firenze, mise in vetrina un abbozzo di programma: il “Big bang”, come lo chiamò con prosopopea propagandistica. Può essere interessante, allora, fare un po’ di radiografia a questo giovanilista smanioso e con idee vecchie vecchie come la Thatcher.
Renzi è figlio di Tiziano, maggiorente locale della Margherita, oggi consigliere comunale a Rignano sull’Arno e, si dice, uomo di spicco della massoneria toscana. Lui, Matteo, di lavoro fa il dirigente in aspettativa della società di marketing di famiglia, la Chil Srl (che controlla la distribuzione dei giornali fra cui La Nazione). Come persona, è il classico, odioso, arrivista bravo ragazzo. Ha scritto Denise Pardo sull’Espresso del 28 ottobre 2011: «Scout, vincitore come è noto a 19 anni di una “Ruota della fortuna” di Mike Buongiorno… bacchettone fin da ragazzo (contrario ai rapporti prematrimoniali), ancora devoto (messa la domenica, d’estate in Sardegna esercizi spirituali), molto amato da Cl, secondo il giornalista David Allegranti che ha scritto una sua biografia, Renzi ha “un decisionismo berlusconiano mixato a un’abilità democristiana e a un uso molto accorto dei media e della rete”». Il suo cursus honorum è stato un’ascesa inarrestabile. Democristiano dai tempi del liceo, giovanissimo segretario provinciale del Ppi nel 1999 e della Margherita nel 2003, diventa presidente della Provincia fiorentina nel 2004 e lo resterà fino al 2009, quando vince le elezioni per il Comune di Firenze dopo aver inaspettatamente strappato la vittoria nelle primarie interne al Pd. Da allora, forte della sua età anagrafica, ha impersonato nel partito la parte dell’enfant terrible che predica il rinnovamento anagrafico della classe dirigente e del ceto politico.
Il giovanilismo esasperato di cui ha fatto una bandiera, però, non basta più. Di qui il suo battere il tasto delle “idee” da candidare primeggiando sui candidati. Renzi ne ha sfornate, sempre cercando l’effetto sensazionale, addirittura 100, consultabili in Rete perché il suo sarà un “Wiki-Pd” (sic). Ma se si va a sfrucugliarlo appena un po’ in profondità rispetto alle frasi fatte da salottino, emerge chiarissima e lampante la totale assenza di originalità e novità dei suoi messaggi. Figuriamoci di una qualsiasi, anche timida, tendenza a rompere tabù e luoghi comuni. Al contrario: il Renzi-pensiero è il trionfo del luogo comune. Andando alla sostanza dei 100 punti e delle interviste che abbiamo letto, cosa rimane? Prevedibili richiami al volontariato, il generico liberismo del “meno tasse”, rattoppare la precarietà con ammortizzatori sociali e formazione, ma soprattutto l’adesione senza dubbi ai “contenuti” della famosa lettera della Bce, vero programma-base del governo Monti: innalzamento dell’età pensionabile, licenziamenti più facili.
In dettaglio, poi, il Molto Giovane presenta un libro dei sogni contraddittorio, mal scritto, ma tutto ossequioso all’ideologia da Chicago boy del 2000. Difatti: privatizzazioni massicce di aziende pubbliche, ex municipalizzate e patrimonio statale (idea 18); amnistia per i politici corrotti se escono di scena (idea 13, vergognosa, e non si capisce come si concili con il no ai condoni del punto 25); vendita ai privati di Rai1 e Rai2, ma al contempo modello BBC con un’amministrazione pubblica (idee 16 e 17, di fatto fra loro incompatibili); al punto 35, contratto unico con tutele progressive per i giovani (solo per i neo-assunti? non è specificato) che coesiste al 37 con l’invocazione di un far west dei contratti aziendali; immigrazione “intelligente” (95), cioè, seguendo la filosofia economicistica della vigente Bossi-Fini, si accettano solo extracomunitari utili e programmati; una spruzzatina di sensibilità pro-gay con le unioni civili (89) e infine riforme di per sé sottoscrivibili – contentini per non sembrare troppo prevedibili – come una Tobin Tax del 5 mille sulle transazioni finanziarie (98) e il servizio civile obbligatorio (99).
In sintesi, siamo di fronte ad un’ennesima falsa promessa. In questo caso, talmente scoperta, ameboide, microcefala, tutta chiacchiere e distintivo, che ci vuole del fegato marcio per conferirle la patente di grande “innovazione”. E sorvoliamo sui suoi collaboratori, che comprovano la nullità e scontatezza del berluschino Renzi: l’evanescente Baricco, il giuslavorista precarizzante Ichino, il fighetto ed ex dipendente berlusconiano Giorgio Gori e, ciliegina sulla torta, l’economista iper-liberista Luigi Zingales, che per non farsi mancare niente ha firmato pure il manifesto reaganiano di Giannino, “Fermare il declino”. Se questo è il nuovo, si capisce perchè il sindaco Variati ha voluto imbrancarsi nell’armata renziana: vecchi rottami ideologici si spacciano per stupefacenti novità rivoluzionarie. Bersani, ancora più vecchio essendo fermo alla socialdemocrazia anni ’60-’70, almeno vecchio lo è più onestamente e palesemente. Sia come sia, non ci stupiremmo di vedere uscire Renzi dal Pd, se sconfitto. Seguito a ruota, magari, da qualche renzino vicentino…
Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.
Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un'analisi marxista europeista della crisi dell'eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano. Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.
*****
La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.
Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta (divide et impera).
Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.
Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.
Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca). Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.
Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)
Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank.Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.
Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.
E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?
Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”
Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.
MARIO MONTI È EUROPEISTA?
«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».
(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)
Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.
Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?
Forse per alimentare l’anti-europeismo?
Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unico…Culturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”
“Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.
È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.
Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.
I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».
Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.
La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.
Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, stainfatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.
Torturatori e massacratori argentini (non genocidi) con la coccarda papale durante il processo a loro carico, in una serie di processi definita “la Norimberga argentina” ed iniziata pochi giorni prima della nomina di Francesco.
Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Matteo 7, 15 [se uno crede in Gesù ha il dovere di essere scettico, nella speranza di essere smentito – spero di essere smentito e che Francesco mi/ci sorprenda positivamente]
Qui è anche l’invidia del diavolo, col quale il peccato è entrato nel mondo, che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio: l’uomo e la donna hanno il compito di crescere, moltiplicarsi e dominare (!) la terra
Jorge M. Bergoglio sul matrimonio omosessuale (papa Francesco è manicheo? Gnostico? La creazione è malvagia?)
Non ci posso credere. Sono così sconvolta e arrabbiata che non so cosa fare. Ha ottenuto quello che voleva. Vedo Orlando nella sala da pranzo qualche anno fa, dicendo “vuole diventare papa”. È “la persona giusta per mettere il tappo al marciume. È un esperto nel tappare”.
Graciela Yorio, sorella del sacerdote Orlando Yorio, vittima delle persecuzioni della dittatura
La sua biografia è quella di un populista conservatore, così come Pio XII e Giovanni Paolo II. Inflessibile nelle questioni dottrinali, ma con un’apertura al mondo e in particolare verso le masse espropriate…ci saranno persone che saranno conquistate dalla prospettiva dell’auspicato rinnovamento della Chiesa. Nei tre decenni trascorsi a capo dell’Arcidiocesi di Buenos Aires, ha fatto questo e altro ancora. Ma al tempo stesso ha cercato di unificare l’opposizione contro il primo governo che in molti anni abbia adottato una politica a favore di questi stessi settori [i meno abbienti, le masse espatriate, NdT], e ha accusato l’esecutivo di aver creato un’atmosfera tesa e conflittuale proprio con quei potentati che lui stesso fustigava.
Horacio Verbitsky [giornalista, politologo, scrittore, membro del direttivo della sezione americana di Human Rights Watch. dopo il golpe militare del 1976 entra a far parte di un’agenzia clandestina che diffonde le prime informazioni sui campi di concentramento della dittatura, e con i suoi scritti ha più volte denunciato le atrocità commesse dagli uomini che hanno governato il paese durante il regime militare e i silenzi di chi li ha coperti negli anni successivi. Collaboratore di “El País”, “New York Times” e “Wall Street Journal”, insegna alla Fundación para un Nuevo Periodismo Iberoamericano fondata da Gabriel García Márquez].
Alcune cose che mi hanno colpito del discorso di “investitura”:
- “Vengo dalla fine del mondo. Pregate per me”. Una formula, quella sulla “fine del mondo”, che ha dominato i lanci d’agenzia e le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Da quando in qua Buenos Aires è la fine del mondo rispetto a Roma? In tempi di ansie apocalittiche, non si poteva scegliere una diversa fraseologia?
- Papa Francesco non ha mai menzionato Gesù il Cristo. Non è strano per il suo vicario? Meglio non evocarlo?
- E perché tutta quell’enfasi sulla curia romana e sul suo ruolo di vescovo di Roma? È una rinuncia alla visione di un’umanità globale?
Scrive Vittorio Messori (Corriere della Sera, 4 marzo 2013):
“C’è pure il fatto che le teologie politiche dei decenni scorsi, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno allontanato dal cattolicesimo quelle folle, desiderose di una religiosità viva, colorata, cantata, danzata. Ed è proprio in questa chiave che il pentecostalismo, interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo. Dunque, i padri del Conclave probabilmente avrebbero valutato l’urgenza di un intervento, secondo un programma proposto e gestito da Roma stessa, insediandovi come Papa uno di quel Continente”.
Quanto livore riservato ai teologi della liberazione da parte dei recenti papi e di alcuni vaticanisti: è così che recepiscono i precetti di Gesù? Hanno massacrato, torturato, oppresso qualcuno, questi “attivisti ideologici”? E se per caso Gesù approvasse la loro pratica della fede e disapprovasse quella vaticana? Messori è proprio sicuro di essere dalla parte del Cristo?
“L’uomo del popolo”, “il papa della povertà”, “Il Papa che porta il Vangelo ai poveri”. “L’ascesa di un Cristo semplice”. “Il gesuita amico dei poveri”. “Un uomo di governo e di misericordia”. Ci spiegano i media. “In patria è considerato poco meno che un santo“, scriveva nel 2005 il “sempre obiettivissimo” Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, in un panegirico che neanche Capezzone… Ma l’apice lo si raggiunge qui: “la scelta del nome è già un programma”, ripetono i fedeli. Ma cosa vuol dire questa frase? Lo vogliamo fare santo subito? Nobel per la Pace preventivo come ad Obama, sulla fiducia? Berlusconi, Obama, Monti, Renzi, ecc.: è una civiltà matura quella che ha bisogno di un nuovo salvatore ad ogni cambio di stagione? (e per fortuna che non ci sono più le mezze stagioni).
Alessandro Esposito, “Bergoglio, non facciamone un santo” (l’Espresso):
“Nella biografia del nuovo pontefice vi sono zone d’ombra: esse non vanno taciute, vanno rilevate; non vi è accusa né polemica in questo, vi è corretta informazione, quella che mi è sembrata mancare nei commenti dai toni eccessivamente entusiastici di stimati intellettuali cattolici che tutto han fatto, fuorché informarci. Nel complesso, mi pare che una parte ancora troppo consistente del cattolicesimo, anche di base, sia ancora affetta da quella sorta di «sindrome messianica» in virtù della quale il compito di trasformare la chiesa sia da demandare all’azione di un pontefice illuminato: condizione, come si direbbe nei teoremi matematici, necessaria ma non sufficiente. Se la chiesa, così com’è, non va (e su questo mi è parso di capire, dagli stessi commenti, che i dubbi siano pochi) è la base che ha la responsabilità di cambiarla: finché il cambiamento continua ad essere atteso dall’alto, non si infrange quella mentalità che fa del cattolicesimo un sistema fondato sull’obbedienza acritica anche a ciò che non si condivide.
[…]
Il problema è che il cattolicesimo si rifiuta di dialogare, non dico con l’Illuminismo, ma persino con fenomeni precedenti quali l’Umanesimo e la Riforma: l’impostazione di fondo del magistero cattolico e, quel che è peggio, di buona parte della base obbediente, in merito alle questioni eticamente sensibili e alla libertà di coscienza è fondamentalmente pre-moderna e di fronte alla modernità e alle istanze critiche della Riforma e dell’Umanesimo la chiesa romana ha sempre assunto un atteggiamento di condanna, senza mai mostrare un’apertura al confronto. L’aspetto letteralmente avvilente di tutto ciò è che la cosa sembra non turbare affatto alcuni cattolici, che sperano ancora che a questa ritrosia assoluta al confronto si possa sopperire mediante slanci caritatevoli: pazienza, poi, se dalla carità vengono estromesse le persone omoaffettive o le innumerevoli ragazze madri che rispondono abortendo all’unico autentico crimine della violenza subita.
Un’ultima perplessità: accanto ai gesti di umiltà compiuti da Bergoglio e giustamente sottolineati da un plotone di firme meravigliate e accondiscendenti, vengono inspiegabilmente taciuti aspetti che sembrano non turbare nessuno: personalmente, invece, trovo incredibile che, nell’anno 2013 dell’era volgare, ancora si abbia il coraggio di celebrare un rito medievale (ennesima riprova di una Riforma storicamente, culturalmente e teologicamente ignorata) qual è quello dell’indulgenza plenaria. Eppure, in mezzo alle lodi sperticate, nemmeno un fugace commento su questa prassi che, una volta ancora, fa letteralmente a pugni con la modernità: ma tant’è”
Io, da laico e socialista democratico, repubblicano e libertario, credo in una chiesa diversa e in credenti adulti. Non mi sento un alieno rispetto a molti credenti. Sono un credente anch’io, in fondo. I papi buoni ci sono stati e ci saranno. È sbagliato dare per perso il Vaticano. La Chiesa di Roma non può avere un’unica scelta tra immobilismo ed estinzione. Mi rifiuto di crederlo. Ci può essere spazio per un percorso comune. Io non credo nella separazione tra le persone, credo nell’unità delle diversità, ma il nuovo pontefice non sembra essere dello stesso avviso. Continuerò ad attendere che il clima cambi.
BERGOGLIO DURANTE LA DITTATURA
Il silenzio di fronte al male èesso stesso un male. Non parlare è parlare. Non agire è agire.
Non ebbe parole di condanna pubblica che del resto non sarebbero state possibili se non a prezzo della vita, e tenne a freno i confratelli che reclamavano il passaggio all’opposizione attiva
Aldo Cazzullo, sul papabile Jorge M. Bergoglio, Corriere della Sera, 16 aprile 2005
L’anno del golpe (1976) Bergoglio ha 40 anni. E’ diventato superiore provinciale giovanissimo, nel 1973 (un record: aveva le idee e amicizie giuste?), il gesuita di rango più elevato nell’Argentina della dittatura.
Non stiamo parlando del retroterra culturale del portiere della nazionale di calcio, ma di un uomo che si presume sia la guida spirituale di un miliardo di credenti e che, ufficialmente, fa le veci di Gesù il Cristo in attesa del suo ritorno: «Pasci le mie pecore… Pasci il mio gregge» (un particolare che pare sfuggire ai più – mi rifiuto di credere che Gesù abbia usato termini come pecore e gregge, dato che non ha mai trattato gli apostoli/discepoli come pecore o come un gregge).
Nel periodo della dittatura (1976-1983) Bergoglio preferì restare in Argentina, servendo una Chiesa apertamente schierata con la dittatura, e prendendo posizione contro i perseguitati. Un comportamento che i primi cristiani avrebbero visto con orrore e per nulla in linea con le aspettative di Gesù il Cristo.
Nel 1979 partecipò al Consiglio Episcopale Latinoamericano e si scagliò contro i teologi della liberazione, tra le principali vittime della dittatura argentina.
Nel dopoguerra, sentito come testimone, si rifiutò di ammettere che era a conoscenza della vicenda dei bambini sottratti a genitori dissidenti e dati in adozione a famiglie allineate agli obiettivi del regime. Difficile credere che da Superiore provinciale non ne avesse mai sentito parlare, dato che la Chiesa era coinvolta in questo traffico di bambini rapiti.
Secondo Robert Cox, giornalista britannico del Buenos Aires Herald “Verbitsky non riesce a vedere quanto sia stato difficile operare in quelle circostanze”. Cox, che si è trasferito in North Carolina dopo le minacce di morte contro la sua famiglia nel 1979, suggerisce che Bergoglio avrebbe potuto fare di più. “Non credo che li abbia traditi”, ha detto, “ma non li ha protetti e non ha protestato”. Adolfo Perez Esquivel, che ha vinto il Nobel per la pace nel 1980 per aver documentare le atrocità della giunta militare, la pensa come Cox. “Forse non ha avuto il coraggio di altri sacerdoti, ma non ha mai collaborato con la dittatura“, ha detto alla Associated Press.
Mi preoccupa che così tanta gente creda che in una dittatura sia meglio starsene buoni e zitti per poter salvare delle persone. La Chiesa non ha avuto problemi a denunciare i dittatori comunisti mentre Giovanni Paolo II abbracciava e pregava con il mostro Augusto Pinochet. Persino nel Terzo Reich ci sono stati uomini e donne di chiesa che, fedeli alla vocazione cristiana ed all’esempio di Gesù il Cristo, hanno denunciato l’iniquità incoraggiando quei cristiani che volevano resistere.
Perché un pavido, nel migliore dei casi un don Abbondio, dovrebbe essere degno del pontificato? Io questo proprio non lo capisco.
BERGOGLIO DOPO LA DITTATURA
Come ha dimostrato la sua ascesa nei ranghi ecclesiastici, Bergoglio è un politico molto astuto, che usa la concisione e lo spazio per mettere a frutto la sua notevole influenza sul governo e la legislatura. “Partecipa attivamente alla politica argentina, ma a modo suo, con un profilo molto basso. Più politici passano per il suo ufficio di quanti l’opposizione o il governo sono disposti ad ammettere”, spiega Washington Uranga, professore di scienze sociali presso l’Università di Buenos Aires. “La gente va in cerca di copertura mediatica, per chiedergli di usare la sua influenza. In altri casi, è lui ad invitarli a venire, ma è sempre nel suo territorio. Sempre nel suo ufficio”.
Quando Bergoglio di tanto in tanto parla in pubblico, tende a farlo per allusioni piuttosto che riferimenti diretti al passato più oscuro dell’Argentina. Quando i processi furono riaperti nel 2006, suggerì che non era una buona idea ritirar fuori i problemi del passato, anche se questo è stato visto come un commento sull’aumento del numero di processi.
“Siamo felici di rifiutare la rabbia e un conflitto senza fine, perché non crediamo nel caos e disordine … dannati siano coloro che sono vendicativi e astiosi”, ha dichiarato in un sermone pubblico.
Jorge Mario Bergoglio è stata un tenace oppositore di ogni legge sulla parità dei generi (donne e omosessuali) e anche di una legge sull’aborto che lo rendeva non punibile, senza legalizzarlo.
È a favore di una situazione come quella dell’Italia prima della legge 194 del 1978 e del referendum del 1981: la donna stuprata deve portare a termine la gravidanza, senza se e senza ma. Gli scandali della pedofilia non hanno sollecitato una vera e propria condanna da parte sua. I curati pedofili sono restati al loro posto, mentre invece chi ha espresso posizioni favorevoli ai matrimoni gay, come padre Nicolás Alessio, è stato rimosso:
“Si aspettava un simile castigo?
Era nel calcolo delle possibilità, ma non così rapidamente né con tanta durezza. Mi hanno condannato ed espulso per pensare in modo diverso. Consideri che questa stessa Chiesa non ha neanche ammonito sacerdoti pedofili come il Vescovo Edgardo Gabriel Storni, che vive comodamente qui, a La Falda, nelle sierras di Córdoba, o Julio César Grassi, entrambi con condanne giudiziarie per abuso di minorenni. Non ci sono state sanzioni neanche per Christian von Wernich, condannato per reati di lesa umanità. C’è l’impressione, allora, che questa Chiesa tolleri torturatori e violentatori nelle sue fila, ma non chi pensa in modo diverso e osa dirlo in pubblico.
Riprendiamo il filo del discorso con Alessandro Esposito (“Bergoglio, non facciamone un santo”)
“La rassegna stampa dei principali quotidiani di oggi pullula di articoli improntati all’ottimismo a commento della recente proclamazione del cardinal Jorge Mario Bergoglio a pontefice della chiesa cattolica romana. Sebbene non manchino elementi in virtù dei quali è lecito sentirsi confortati da questa scelta, il senso critico che dovrebbe caratterizzare gli organi di informazione tende talvolta a latitare: basti pensare, prima che anche questo ricordo oggi ancora vivo cada nell’oblio, al tono ossequioso che ha caratterizzato la quasi totalità delle trasmissioni radiofoniche e televisive che si sono occupate di seguire l’evento in oggetto.
Sebbene il novello pontefice abbia suscitato nei più un’istintiva e motivata simpatia per la modalità semplice con cui ha deciso di presentarsi alla sua prima uscita in pubblico, dalla stampa c’è comunque da attendersi una lettura in filigrana dell’evento che, per essere adeguatamente interpretato, richiede la ricostruzione, sia pure per sommi capi, dell’iter ecclesiale di Franceso I, non certo scevro di nodi critici e persino di aspetti controversi. Entrato a far parte della Compagnia di Gesù nel 1957, all’età di ventun anni, frequentò il seminario bonarense di Villa Devoto, dall’impronta teologica fortemente tomista, completando poi i propri studi presso il seminario gesuita di Santiago del Cile.
Ordinato sacerdote nel 1969, fu eletto provinciale della Compagnia di Gesù, carica che occupò dal 1973 al 1979. Questo, come è noto, fu il periodo in cui, a seguito del golpe militare del 24 marzo del 1976, si instaurò in Argentina una delle più sanguinose dittature militari dell’America Latina: e proprio per ciò che attiene ai rapporti con il generale Videla e la sua junta militar emergono gli aspetti controversi del pastorato di Bergoglio.
Due testi pubblicati in Argentina chiamano in causa l’attuale pontefice in ordine al suo silenzio relativo ai crimini della dittatura circa i quali egli era al corrente[1]e lo scrittore e giornalista Horacio Verbitsky, editorialista del quotidiano argentino Pagina 12, ha intervistato cinque testimoni che considerano l’allora provinciale dei Gesuiti non estraneo alla vicenda delsequestro e della tortura di due sacerdoti appartenenti al suo ordine, Orlando Yorio e Francisco Jalics, esponenti della teologia della liberazione, impegnati in un lavoro di educazione popolare nella villa miseria di Bajo Flores, nella periferia sud della città di Buenos Aires[2].
Quel che è certo è che i sospetti su un suo coinvolgimento in questi fatti incresciosi non impedirono la sua nomina a vescovo ausiliario prima (1997) e poi ad arcivescovo (1998) della diocesi di Buenos Aires, né la sua investitura cardinalizia da parte di Karol Wojtyla, notoriamente ossessionato dallo spettro del comunismo e della teologia della liberazione latinoamericana, nel 2001.
Con Wojtyla, difatti, Bergoglio ha condiviso la recisa opposizione alla teologia della liberazione, schierandosi contro questa rilettura del Concilio Vaticano II operata da una parte dei vescovi riunitisi a Puebla, nel 1979, in occasione dell’incontro del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano).
In effetti il nuovo pontefice, sotto il profilo etico e dogmatico, non lascia intravedere alcuna possibilità per il rinnovamento in seno al cattolicesimo romano e può essere considerato in tutto e per tutto un fedele prosecutore del conservatorismo osservato in merito nell’arco dei due ultimi pontificati (sotto i quali, non va dimenticato, è avvenuta la quasi totalitàdelle nomine cardinalizie che compongono l’attuale conclave): basti, a tale proposito, dare una rapida scorsa ai commenti di Bergoglio relativi a tematiche quali l’aborto e l’eutanasia, che riprendono, radicalizzandole, le tesi elencate nel documento approvato dai vescovi latinoamericani e ratificato da papa Benedetto XVI nel corso della «V Conferenza Generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi» tenutasi ad Aparecida, Brasile, dal 13 al 31 maggio del 2007[3]. Ancora più eloquenti le dichiarazioni rilasciate dal primo papa gesuita della storia in seguito alla decisione presa dal governo argentino il 9 luglio del 2010 di riconoscere il matrimonio di persone dello stesso sesso, da lui definito, senza mezzi termini, una «mossa del diavolo» contro cui mobilitare una a suo avviso ineccepibile e improcrastinabile «guerra di Dio»[4].
Ecco perché, forse, prima di fare del cardinal Bergoglio una sorta di novello Francesco d’Assisi, sarebbe opportuno ricostruirne un profilo che cerchi, senza accuse né mistificazioni, di attenersi ai fatti che connotano la sua biografia.
Bergoglio non è automaticamente progressista solo perché ha scelto il nome “Francesco”
Parla il cinico che è in me: dopo la mancata elezione si è rifatto una verginità, pubblicando una biografia in cui si difende dalle accuse e cominciando ad andare in giro sugli autobus, a baciare i piedi dei bambini malati (ce n’era bisogno? Èvera umiltà quella teatralizzata?), anche per riconquistare il terreno perduto nei confronti dei teologi della liberazione e degli evangelici, moltiplicare i proclami sulla giustizia sociale e gli attacchi populistici al governo argentino di sinistra ed altre cose che si fanno in campagna elettorale (quanti politici baciano o accarezzano i bambini dopo essere stati eletti?).
Francesco dovrebbe essere il vicario di Cristo in terra e la passività di fronte ad una dittatura, l’omofobia e la misoginia non erano propriamente al centro dell’insegnamento di Gesù.
Non ha nulla a che vedere neppure con il Concilio Vaticano II che doveva porre fine alla tendenza a considerare tutto ciò che era fuori dalla Chiesa come farina del diavolo (credo gnostico/manicheo), accettando invece che l’intera creazione, in quanto opera di Dio, non può essere condannata come sbagliata.
Per un confronto:
“Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite, è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata in Assemblea generale il 10 dicembre 1948. Nel preambolo della stessa dichiarazione si proclama come un ideale da perseguirsi da tutti i popoli e da tutte le nazioni l’effettivo riconoscimento e rispetto di quei diritti e delle rispettive libertà” (da Pacem in Terris).
Questo è progressismo (si applica anche alle donne, anche a quelle lesbiche). Di fare populismo sono capaci tutti. Francesco non è il papa del Concilio Vaticano III auspicato da Carlo Maria Martini. Resta da vedere se sarà l’ultimo papa, il papa “della fine del mondo”.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall'inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR]
Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.
Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.
Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.
Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre” – è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).
Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.
Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:
È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).
Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.
Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.
Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.
Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.
Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.
Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.
Perché è diventato così?
Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).
In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.
Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.
Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).
Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.
Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.
È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.
Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.
Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.
Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.
Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).
Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).
Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.
I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.
Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.
Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.
Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.
FONTI
David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.
“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.
I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.
Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.
In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.
Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.
Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).
Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.
Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.
Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.
Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.
Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.
L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.
Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.
Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni. http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0
Il mercato dell’auto europeo è in crisi sempre più profonda ed ora il mordo della sovracapacità sta contagiando anche le più floride economie europee, come la Germania. Dai dati resi noti dall’associazione degli importatori Vdik, le immatricolazioni sono crollate di oltre il 10% a febbraio, dopo aver riportato un calo dell’8,5% a gennaio. I primi due mesi chiudono con un calo delle vendite del 9,8%. Un inizio d’anno pessimo, confermato anche dai dati dell’agenzia ufficiale KBA, che ha indicato un calo del 10,5% a febbraio e del 9,6% nell’arco del primo bimestre. Il 2012 aveva visto la Germania reggere meglio degli altri Paesi europei, con un calo contenuto delle vendite di auto del 2,9%, ma l’inizio dell’anno nuovo sembra proprio aver testimoniato una netta inversione di rotta.
Il modello economico tedesco: 1. Mantenere il tenore di vita dei cittadini tedeschi nel loro complesso in sostanziale e costante declino (i redditi medi reali sono scesi del 4,5% tra il 2000 ed il 2010, mentre l’economia è cresciuta); 2. Far crollare quello delle fasce povere (redditi reali per il 20% più povero in diminuzione del 16% tra il 2000 ed il 2010); 3. Far aumentare la disuguaglianza (record tedesco tra il 1990 ed il 2010, con un aumento di ben 4 punti nel coefficiente di Gini); 4. Avere un boom di “mini” posti di lavoro a tempo determinato che offrono pochi diritti, nessuna sicurezza e nessun potere contrattuale; 5. Avere un boom del numero di lavoratori la cui sopravvivenza, a causa dei loro bassi redditi, dipende dal welfare finanziato dai contribuenti; 6. Ridurre sensibilmente i consumi interni attraverso queste misure; 7. Aumentare le esportazioni attraverso le suddette misure (costo del lavoro in caduta in conseguenza del fatto i salari non hanno tenuto il passo con la produttività o l’inflazione); 8. Avere una moneta il cui valore non riflette la forza competitiva del paese (dal momento che è svalutata come risultato della depressione economica degli altri membri dell’unione); 9. Insistere sul dimagrimento dello stato, i tagli ai servizi pubblici ed al welfare, la privatizzazione e ‘liberalizzazione’ del mercato del lavoro in altri stati membri. Insistere su tutto questo a prescindere dalle circostanze in cui si trova ad operare il governo sotto pressione (che sia la Grecia in deficit disastroso o l’Irlanda che aveva un bilancio in attivo fino al collasso bancario: pari sono); 10. Cercate di bandire per sempre qualunque politica economica che non sia neoliberista, indipendentemente dalla volontà popolare o degli stessi governi e parlamenti, insistendo sulla verifica ed approvazione dei bilanci da parte delle autorità europee e sull’austerità,a prescindere dalle conseguenze per le popolazioni (es. disoccupazione giovanile sopra il 50%); E Bersani e Monti APPROVANO!
La Germania sta affondando e non c’è alcuna Wunderwaffe (arma segreta miracolosa) che potrà salvarla
I dati in arrivo dall’economia tedesca ci dicono che l’austerity sta avendo un effetto molto negativo anche sulla principale economia dell’Eurozona. Il ramo inizia a scricchiolare sul serio. Da jjahnke.net
Andamento del PIL in rapporto trimestre precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Secondo l’ultimo comunicato dell’Ufficio federale di statistica il PIL tedesco nel quarto trimestre è sceso dello 0.6 % rispetto al trimestre precedente (dati destagionalizzati).
Sviluppo del PIL tedesco (dati destagionalizzati) in rapporto al trimestre precedente e allo stesso periodo dell’anno precedente
Di particolare interesse: gli investimenti netti, in calo già dal secondo trimestre del 2011, secondo i dati pubblicati, hanno continuato la loro discesa anche nel quarto trimestre 2012.
Investimenti netti in Germania (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Altri dati dell’ufficio di statistica confermano per il quarto trimestre 2012 un forte calo del fatturato dell’industria tedesca e una riduzione delle vendite al dettaglio.
Andamento delle vendite al dettaglio
Nel confronto internazionale lo sviluppo dell’economia tedesca non è particolarmente favorevole.
Andamento del PIL in rapporto al trimestre precedente (Fonte Eurostat)
Anche l’export sta rallentando, nonostante gli “Hurrà” che arrivano dalla politica. L’ufficio federale di statistica ha titolato cosi’ il comunicato sull’andamento dell’export nel 2012: “+3.4 % sul 2011 – esportazioni e importazioni raggiungono nuovi livelli record”. I media hanno rilanciato con molto piacere la buona notizia. In realtà, sono dati del passato. Rispetto al mese di dicembre dello scorso anno c’è stato un calo di quasi il 7%.
Andamento dell’export in rapporto allo stesso mese dell’anno precedente (Statistisches Bundesamt).
Le importazioni tedesche si sono sviluppate in maniera ancora peggiore. Dall’Eurozona rispetto allo stesso mese dell’anno precedente sono scese di quasi il 6.8%. La Germania in questo modo è sempre di piu’ l’opposto della famosa locomotiva d’Europa.
Andamento dell’import in rapporto allo stesso mese dell’anno precedente (Fonte: Statistisches Bundesamt)
Anche l’andamento dell’occupazione ristagna dalla metà dello scorso anno.
Andamento dell’occupazione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (Statistisches Bundesamt)
Nei dati sull’evoluzione della disoccupazione le statistiche potrebbero ingannare. Solo il 58 % dei 5.4 milioni beneficiari di sussidi di disoccupazione nel 2013 è stato ufficialmente segnalato come disoccupato. Sei anni prima la percentuale era del 65%.
Percentuale di beneficiari di sussidi di disoccupazione contabilizzati come disoccupati (parte blu). Bundesagentur fuer Arbeit)
Nonostante tutti gli accorgimenti utilizzati per rendere piu’ belli i dati (i disoccupati da piu’ di 12 mesi con oltre 58 anni di età non vengono considerati nel numero dei senza lavoro), la disoccupazione cresce dall’ottobre 2012.
Andamento della disoccupazione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (Fonte: Bundesagentur fuer Arbeit)
Aspetti. Prima di dire certe cose, legga i risultati locali.
A quali si riferisce, in particolare?
(Qui il tono della voce si alza) Al nord è una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto.
Hanno sottovalutato l’avversario?
Di più, peggio! (il tono cresce ancora, notevolmente) Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini.
Quindi? Le faccio un esempio: è impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo.
Colpa di Bersani?
No. Ma di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita.
A chi si riferisce, in particolare?
Tutti quelli che stanno da sempre lì e che non abbiamo ancora cacciato. Sì, abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore. Ora i democratici cosa devono fare?
(Qui cala i toni, diventa quasi più riflessivo) L’unica strategia è mantenere i nervi saldi. E cerchiamo di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo. Se ci riusciamo.
Dovrei ripetere che il nostro compito era recuperare gli elettori delusi del centrodestra? Che non bisognava sottovalutare Berlusconi? Oppure che dovevamo fare nostri alcuni temi di Beppe Grillo? Inutile, ora. Inutile dopo aver voluto le primarie salvo poi chiuderle al secondo turno per paura che venissero a votare elettori esterni al centrosinistra: che sono esattamente quelli di cui avevamo bisogno alle elezioni vere e che, naturalmente, non ci hanno votato. Dico solo che ci stiamo mettendo nelle mani di Grillo, gli abbiamo regalato un rigore e ora vediamo come lo calcerà.
Con Renzi candidato non si sarebbe candidato Berlusconi, neanche Monti. Molte persone che normalmente non votano a sinistra avrebbero considerato di farlo, sarebbe stato uno scenario diverso…il Congresso va fatto non a ottobre ma subito, bisogna pensare a mettere al centro un’idea di un partito con occhi e un cuore nuovo, bisogna essere radicali, visionari, creativi.
Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd, ospite di “24 Mattino” su Radio 24.
E adesso tutti rimpiangono Matteo Renzi. Adesso che Pier Luigi Bersani che ha praticamente buttato alle ortiche una vittoria certa, adesso che la formula “usato sicuro” non ha vinto, la sinistra recita il mea culpa. Da sempre incapace di guardare al futuro, la sinistra guarda al passato: e ripensa con nostalgia a Matteo Renzi. Il rottamatore che non è riuscito a rottamare e che ha perso le primarie adesso viene osannato e celebrato come la grande occasione perduta. Si preme il tasto rewind, si torna al 25 novembre, quando il partito democratico ha avuto la possibilità di scegliere il proprio candidato premier e ci si chiede (dandosi una risposta affermativa) cosa sarebbe successo se il popolo della sinistra avesse avuto il coraggio di cambiare, se si fosse sbarazzato del vecchio per dare credito al giovane, agguerrito, carismatico sindaco di Firenze. Certamente Silvio Berlusconi (lo ha più volte detto lui stesso) non sarebbe sceso in campo dando inizio alla più agguerrita campagna elettorale di sempre e realizzando il grande miracolo di questo voto. Certamente Mario Monti non sarebbe salito in politica indirizzandosi verso una più tranquilla ascesa al Quirinale.
[...]. E’ evidente che la sinistra può ripartire solo da lui.
Il primo cittadino di Firenze con la sua impostazione sta facendo virare il Pd da un approdo socialdemocratico, come quello al quale sta lavorando il segretario Pier Luigi Bersani, verso le origini liberal e “americane” del Pd liquido immaginato da Walter Veltroni. In questo modo recide ogni rapporto politico con le ali estreme, sia dipietriste che comuniste, e si candida ad accogliere l´elettorato liberale in libera uscita sia del Pdl che della Lega. Renzi potrebbe anche prosciugare in parte le preferenze potenziali finora accumulate dai movimenti politici in fieri come la montezemoliana Italia Futura e il gianniniano Fermare il Declino.
Il renzismo avrà effetti benefici nel centrodestra: il Pdl sarà costretto a innestare un deciso rinnovamento nella dirigenza e nelle idee per evitare di essere rottamato dal rottamatore in caso il primo cittadino di Firenze diventi davvero il candidato premier del Pd. Resta da vedere l´effetto Renzi sui centristi dell´Udc.
Ma il renzismo, con la sua carica di nuovismo giovanilistico e ottimistico sembra l’unica carta del sistema politico per far confluire le spinte di rinnovamento e anti casta in un percorso istituzionale. Scongiurando, o meglio cercando di scongiurare, nefaste derive grillesche.
Renzi è il montismo senza Monti. Un montismo giovanilista, scanzonato e rottamatore – “tutto va rottamato affinché tutto resti come prima” (Il Renzipardo). Montezemolo, Monti, Renzi, Marchionne
Monti è stato brutalmente sconfitto dal voto e Bersani ha perso perché ha continuato a ventilare ipotesi di collaborazione con Monti.
Tanto odiato è Monti, che l’immagine di Napolitano (che l’ha voluto) – esaltata da tutto l’establishment politico e mediatico – ha subito un tracollo principalmente a causa sua:
Ma i media (sp. del gruppo l’Espresso-la Repubblica) ci assicurano che l’ultramontiano Renzi avrebbe vinto. Il principio di realtà è un ricordo del passato. La propaganda una spiacevole costante del presente:
“FALSO MITO - Il coro delle vedove renziane è partito dalle prime proiezioni del Senato di ieri, dopo esser stato abbastanza silente nella lunga fase svoltasi tra la fine delle primarie e lo svolgimento della campagna elettorale. Con Renzi si vinceva, il Pd avrebbe sfondato – il 40% era l’obiettivo dichiarato del sindaco, che non si è mai accorto che nella storia italiana la Dc raccolse un simile consenso solo in due occasioni, lontane ormai qualche decennio. La brillantezza e la novità rappresentata dal sindaco di Firenze, insieme alla sua capacità di parlare con un elettorato meno tradizionale rispetto a quello a cui si è rivolto Bersani, avrebbero però secondo il coro delle vedove renziane riscritto la storia. Una simile valutazione però si basa su considerazioni fondamentale errate, visto che la stessa forza del sindaco di Firenze sarebbe servita relativamente a poco nel quadro emerso dal voto di ieri. Di Renzi si è sempre detto che aveva un’unica capacità di attrarre i voti di centrodestra, ma a patto che esiste una significativa differenza tra apprezzamento personale, reale, e intenzione di voto, mai testata, il problema del centrosinistra non è stato certo il famoso “elettorato settentrionale”.
RENZI UMILIATO - E’ difficile fare considerazioni assertive senza la controprova dei dati, ma per capire perché la tesi del Renzi più forte di Bersani sia quantomeno molto fragile basti considerare dove ha sfondato Grillo, e dove il sindaco di Firenze è andato peggio alle primarie. Renzi è stato letteralmente annichilito da Bersani al Sud, mentre nelle grandi città italiane è stato sconfitto anche con percentuali umilianti. A Roma il sindaco rottamatore è arrivato terzo al primo turno, e Bersani ha vinto con il 70% nella città simbolo del tonfo del PD. Nella capitale infatti la flessione rispetto al 2008 è stata assai marcata, pari a 13 punti percentuali, con un crollo di 250 mila voti, ed il MoVimento 5 Stella ha praticamente appaiato i democratici nelle preferenze dei romani. Una simile contrazione si registra nelle maggiori città italiane, con la parziale eccezione di Milano, dove il Pd cala, ma meno che nel resto d’Italia. Pare difficile affermare, sulla base dei dati, che il Pd sarebbe potuto andare meglio con un candidato che aveva palesato simili debolezze nelle zone dove poi i democratici hanno sofferto maggiormente”.
La metaforica Bastiglia italiana è caduta tra il 24 ed il 25 febbraio del 2013:
Il M5S è il primo partito italiano alla Camera.
Com’è potuto accadere?
Minipreambolo - della serie: “pensano che la ggente sia davvero stupida” – Monti è stato brutalmente sconfitto – “Fino a ieri i sondaggi, prima che il premier annunciasse la sua disponibilità a candidarsi, davano una generica lista Monti al 15% con un bacino potenziale del 25%. Ebbene, dicono che il professore punti al 30% per sciogliere positivamente la riserva” (Il Messaggero, 24 dicembre 2012). Bersani ha perso perché ha continuato a ventilare ipotesi di collaborazione con Monti, ma i media ci assicurano che l’ultramontiano Renziavrebbe vinto. Il principio di realtà è un ricordo del passato.
Ecco un commento efficacissimo apparso su MicroMega. Lo sottoscrivo in pieno, salvo l’attacco all’euro (che comunque è formalmente corretto, perchè la gestione dell’euro è stata realmente criminosa ed anti-europeista, distruggendo il lavoro di decenni). Il lettore scrive a tratti in romanesco, ma sa di cosa sta parlando – lo stesso giorno il Nobel Paul Krugman (complottista?), sul NYT, descriveva Mario Monti come un proconsole della Merkel messo a Roma con la connivenza dei partiti tradizionali per imporre misure di austerità depressive (!!!) – e il messaggio diventa ancora più potente. La dirigenza del PD non ha ancora afferrato pienamente quel che è successo (a me è successo verso le 5:30 del giorno dopo: mi sono svegliato con le idee improvvisamente chiare).
C’è un prima e un dopo: loro sono ancora nel prima, ma arriveranno nel dopo a rimorchio, volenti o nolenti, com’è successo a me.
“Buonasera.
La domanda è questa: perché l’elettorato si affida a Grillo e non all’originale?
La risposta era molto chiara, stasera, se si aveva la pazienza e lo stomaco di girovagare per le varie trasmissioni.
Perché il Pd ha perso, hanno chiesto ad autorevoli opinionisti e membri del partito? Risposte fantastiche. Per la legge elettorale. Perché il Pd non ha messo in lista persone nuove. Perché non ha diminuito lo stipendio ai politici. Perché (Scalfari, sublime) gli ha tolto voti Ingroia. Perché non ha saputo proporre niente di nuovo agli elettori. Perché non c’era Renzi. Perché pioveva. Perché Grillo strilla per le piazze. Perché a socera de Bersani porta sfiga, eccetera…
Incredibilmente, da Vespa non mi ricordo chi, un genio, ha fatto presente che il Pd ha collaborato alle politiche economiche e sociali del governo Monti (identiche alle politiche che da 20 anni pusher neoliberisti vanno spacciando in Europa come uno sballo senza pari, e che il Pd ormai cià scolpite nell’anima, infatti le vorrebbe continuare…), politiche ormai universalmente riconosciute come nefaste. Politiche di destra (si veda il pezzo di Bifo Berardi). Politiche che in tanti di sinistra (io, per la precisione comunista) hanno vissuto come un vero e proprio tradimento. L’ennesimo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mo’ basta.
Non se l’aspettavano la batosta, porelli. E, certo, a guardarli, ben pasciuti, ben piazzati, annidati nel loro fantastico mondo di Amelie fatto di principi che non corrispondono ad alcuna sostanza, si capisce che non se lo aspettavano. Domandiamoci: come credono che campino gl’italiani, ’sti marziani? La Fornero ha esplicitato il loro unanime pensiero: gl’italiani nun cianno voja de lavorà e passano il tempo a magnà la pasta seduti ar sole. E perchè? Perchè so’ zozzi e bestiali (il governo Monti ha esplicitato il pensiero generale della nostra raffinatissima calsse dirigente), e vanno civilizzati…
E se il Pd non ha vinto (il partito dei più fichi, dei migliori a priori, la santa chiesa della sinistra che denuncia, scomunica e santifica e nun sbaja mai), è colpa dell’itajani, che nun capischeno na cippa. Italiani buzzurri. Italiani che nun ve va de fa niente. Italiani che odiate la santa Europa. Italiani, razza inferiore! Mica come noi, i strafichi, che abbiamo studiato all’estero, parlamo l’inglese, portiamo abiti di buon taglio, e nun pagamo na lira de tasse.
Belli, sti fenomeni, proprio belli. Fassino era spiritato, Gotor nevrastenico, Letta un santino di sè stesso. Cacchio, avranno pensato, ma l’itajani ce stanno davero, nun so solo proiezioni e statistiche…ma come se permettono…e pensare che avevamo garantito, e dato il paese in pegno ai mercati, alla Merkel, a Wall Street…
Ah l’Europa, mo che penserà, avranno pensato? Ce famo na figuraccia. Oddio, tutta sta fisima dell’Europa non ce l’avrei. Girano pazzi scatenati per l’Europa, paranoici deliranti come Olli Rehn, quello che manda le lettera all’Fmi, dopo il paper di Blanchard, per dire che nun era vero che l’austerità faceva danni…ma lasciamo perdere. Europa, Europa uber alles! Sì, vabbè, l”euro ci ha fatto a pezzi, i mercati nostri se li sono fregati Franchi e Ostrogoti, ma voi mette che se devi andare a Parigi a fare shopping non devi cambià. E annamo…
Erano proprio stupiti, Pucciarelli, tanto. Strepitavano. Gotor ogni tre respiri parlava di grande responsabilità di fronte a un paese che il Pd ( e il Pdl, se capisce) hanno raso al suolo trattandoci da schiavi e pezze da piedi e maiali. Fifa la Cermania! E adesso i macellai, quelli che hanno massacrato il 90% degli italiani (ma ben pagati, loro, oh quanto ben pagati), ce vonno mette na pezza…
Pucciarè, saremo incivili, zozzi e nun parleremo l’inglese. Anzi, come vedi, manco l’itajano. Ma nun semo scemi. Sta caciara ha da finì. Hanno già rotto quasi tutti i servizi de piatti e bicchieri, e storto le posate. Mo basta.Se vonno fa casino andassero fori.
Nella Crande Cermania, per esempio. Lì, li aspettano a braccia aperte. Ce da andà a raccontà un po’ de cazzate ai polacchi e a tutti quelli che dentro l’euro ancora nun ce stanno…e chi mejo dei pulcinella nostri, quelli che stasera strillavano, ansimavano, nun se capacitavano?
Quelli che l’Itaja è un ber posto ar parlamento, del resto chissenefrega, mica ce sto io a la pioggia e ar vento…
Un’attivista del M5S ha proposto ai cittadini (non si faranno chiamare “onorevoli”, bensì “cittadini” – come i citoyen della rivoluzione francese) grillini eletti in Parlamento di vestirsi di bianco per la loro “prima volta” dopo la “presa della Bastiglia“, in modo da distinguersi fin da subito dagli altri parlamentari.
È inevitabile pensare ai sanculotti: “Il diverso abbigliamento adottato dai “patrioti” – soprattutto piccoli commercianti, impiegati, artigiani e operai – costituiva la precisa volontà di distinguersi dalle classi agiate, sottolineando i differenti obiettivi politici che li distanziavano tanto dai contro-rivoluzionari quanto dai più moderati sostenitori della Rivoluzione” (wikipedia).
I sanculotti, popolani indignati, senza un preciso disegno politico in mente ma con tanta buona volontà e voglia di giustizia e libertà, furono contesi tra i girondini da un lato (moderati) e i giacobini dall’altro (radicali).
Imposero un nuovo ordine ferocemente intransigente e puritano, un proto-totalitarismo con diversi elementi in comune con visioni futuristiche più recenti:
Una vittoria dei girondini (repubblicani moderati, federalisti, intenti ad unire la società, non a dividerla in buoni e cattivi, virtuosi ed empi) avrebbe cambiato il corso della storia. L’umanità si sarebbe emancipata molto prima.
Gli errori del passato siano di lezione per il presente. Non sappiamo veramente da dove venga il MoVimento, ma possiamo aiutarlo a prendere la direzione giusta, quella della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza (e quindi della tolleranza e dell’interesse generale).
Dunque non lasciamo che timori, pregiudizi, scetticismi, ostilità e sospetti (probabilmente in certi casi più che giustificati) ci impediscano di riconoscere il ruolo storico di questo movimento, il potenziale di cambiamento positivo e nonviolento che porta con sé. Aiutiamoli a focalizzare la loro attenzione su problematiche di più ampia rilevanza, integriamoli in una spinta al cambiamento che riguardi tutta la nazione – rendendoli meno settari e meno paranoidi -, cerchiamo ASSIEME a loro di definire una visione ed un progetto di riforma del paese, senza guidarli e senza farci guidare o assistere da spettatori passivi. Non regaliamo il M5S a qualche forma di neo-giacobinismo di quei piccoli despoti psicopatici che emergono in tempi di crisi sistemica per sedurre gli animi angosciati, confusi e bisognosi di guida.
Insomma, NON seguite il mio pessimo esempio di qualche giorno fa (che pure rilevava problemi non ignorabili): http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/23/per-un-voto-martin-perse-la-cappa/
Anche se mi hai bloccato da twitter io TI VOTO Grillo sei un grandeeeeee spaccaaaaaa tuttooorivoluziona il sistemaaaaa vaiiiiiiiiiiii.
Flavia Vento (Twitter)
I partiti sono finiti, e lo sanno. Non hanno tenuto conto che questa è una guerra generazionale e queste sono solo le prove generali.
Grillo
Un chiaro messaggio dall’Italia: no all’austerity.
Titolo del New York Times
Non poteva vincere uno che ha la bocca che fa pensare alla fessura di un bancomat.
Dagoscopia su (mini)Mario Monti
Il PD ha PERSO 3.451.119 voti dal 2008 al 2013.
Il PDL ha PERSO 6.296.797 voti dal 2008 al 2013.
Il M5S ha GUADAGNATO 8.689.168 voti.
Flavia Vento ha regalato la vittoria a Grillo. Mi pare un dato innegabile.
A Bettola, il paese natale di Bersani, ha vinto Berlusconi. Bersani l’ha presa abbastanza bene:
Al di là della centrale importanza di questi eventi epocali, non dobbiamo mai dimenticarci della dimensione europea e globale delle elezioni italiane. Questo voto ha siglato la sconfitta definitiva del neoliberismo anglo-tedesco. È finito, è morto, almeno in Italia.
Monti, inelegante come è ormai sua abitudine, si è permesso pure di umiliare Casini e Fini, prendendosi il “merito” di un “risultato soddisfacente” e ignorando i suoi partner di coalizione, che si sono estinti per sostenerlo.
I neoliberisti montiani, renziani e gianniniani sono verosimilmente sotto il 25-30%. Merkel, Schäuble, Draghi, Barroso, van Rompuy e Lagardenon potranno fingere che non sia successo nulla.L’elettorato della terza potenza economica dell’eurozona ha detto un no categorico all’austerità.
Con il passare del tempo e l’inesorabile peggioramento dei dati economici, quel che l’establishment etichettava come populismo sarà percepito come puro e semplice buon senso.
È chiaro a chi gli elettori abbiano dato ragione, in questo dibattito (e non cambieranno mai più idea):
Servono occupazione, stato sociale, investimenti pubblici, crescita, giustizia sociale. Servono programmi di sinistra, in Italia come in Europa. Il PD non potrà mai più vincere al centro. Non con il M5S così forte, non con un Berlusconi così “resiliente” ed un Monti sconfitto. Il centro è scomparso. L’operato del governo è stato bocciato clamorosamente.
Un voto contro il neoliberismo, di qualunque colore sia (perciò anche quello del M5S), è un voto di libertà anche per gli altri popoli europei e del mondo. Siamo in un mondo globalizzato e dobbiamo capire ed apprezzare l’interdipendenza dei nostri destini.
La protesta contro il sistema di potere dei mercati in Italia, in Europa e nel mondo della finanza è ormai inarrestabile.
Il M5S ha cambiato la storia di questo paese. Si dovrà parlare di prima e dopo l’ingresso del M5S in Parlamento. Sono i nuovi barbari? Sono stati anche i barbari a fare la storia del nostro paese. Non si può fermare il cambiamento. Guardate i nostri vicini: in Spagna maree di persone protestano contro neoliberismo e corruzione, in Grecia gli scioperi generali diventano sempre più frequenti e tenaci (ma sempre civilissimi!) e in Portogallo:
Si fa chiamare «rivoluzione bianca». Si muove in rete e avanza attraverso internet con la sua «disobbedienza civica ironica». È una forma, tanto bizzarra quanto inedita, di opposizione al Governo e alle nuove regole fiscali che sta prendendo forza in Portogallo. Si basa su un’idea semplice e al limite della legalità. Decine e decine di cittadini in tutto il Paese hanno concordato di inserire nelle fatture che vanno a pagare sempre lo stesso numero di identificazione fiscale.Il bacalhau al ristorante, la spesa al supermercato, quando comprano un abito o concludono l’acquisto di una lavatrice. Sempre lo stesso numero di identificazione. E non quello assegnato per legge dal ministero delle Finanze a ogni portoghese. Sempre lo stesso numero e non uno a caso. Ma quello proprio del premier conservatore Pedro Passos Coelho. Trafugato non si sa come e passato di mano in mano, attraverso messaggi sui cellulari, email e ogni possibile network.
GOVERNISSIMO? GRANDE COALIZIONE? ALLEANZA CON GRILLO?
Una possibile opzione è quella di un’alleanza temporanea PD+PDL+Monti per fare le riforme e “tenere a bada lo spread”. Se si trattasse di nominare il prossimo presidente della Repubblica (Prodi?), modificare la legge elettorale, ridurre il numero di parlamentari e porre mano al conflitto di interessi, allora tutto bene. Più di questo e Grillo prenderebbe il 40% (potrei votarlo persino io!).
Circolano voci insistenti di una primavera segnata da un tracollo borsistico con relativa implosione dell’euro. Se così fosse, nascerebbe un governo di salvezza nazionale. Credo sia una pessima cosa e che ci sia un forte rischio di rottura del contratto sociale stipulato tra governanti e governati con queste elezioni.
IL FUTURO DEL M5S
Da oggi i grillini non sono più l’antipolitica, sono politica, a tutti gli effetti.
Ora i parlamentari grillini non potranno essere scacciati da Grillo con un tweet: la loro legittimazione prescinde dalla sua volontà e lui non è in Parlamento. Questa è un’ottima cosa per il MoVimento e per la democrazia e la società italiana.
L’esempio del M5S si diffonderà in tutta Europa. Avrei preferito che fosse una ribellione paneuropea di sinistra, ma se sarà questa la strada scelta dalla “ggente” per farlo, non potrò far altro che prenderne atto e mettermi il cuore in pace.
Io sono complessivamente d’accordo su alcune posizioni del M5S, in particolare sulla democrazia partecipata (molto meno sulla democrazia diretta) e sul reddito di cittadinanza, ma se manca una visione complessiva, che includa la politica estera, l’economia, il lavoro, ecc. che sbocchi ci sono dopo la “rottamazione”?
Tutte le riforme proposte dal MoVimento costano molto, ma non si sa da dove si prenderanno i soldi per coprire quei costi.
Non solo, l’ideologia della decrescita che porta avanti il M5S taglierebbe le gambe all’unica possibilità di recuperare quei soldi, oltre a distruggere le economie del secondo, terzo e quarto mondo, con conseguenze mostruose e migliaia di morti.
C’è qualcosa di molto strano in tutto questo, di troppo illogico. Spero che sarà abbandonato e che prevarranno pragmatismo e buon senso.
Vedo un forte rischio, anche se forse sottile ed impercettibile, che i grillini si dimentichino dell’aforisma attribuito a Goethe: nessuno è più schiavo di chi pensa di essere libero. Se continueranno a credere di essere gli unici liberi in un mondo di servi perché la rete è libertà, perché la piazza è libertà, perché il movimento non è un partito, allora sarà estremamente facile (e forse lo è già) trascinarli in una certa direzione facendo loro credere che la destinazione è quella dei loro desideri. Gli esempi storici sono innumerevoli e tragici.
L’altro rischio è che il tutto si risolva (o sia pensato per risolversi) in una congerie di vuoti slogan, di progetti senza sostanza: l’assenza nel programma di proposte di governo in alcuni ambiti chiave è sospetta e fa pensare che non ci sia una visione complessiva di quel che si vuol fare dopo aver cambiato il sistema. Perché manca? Chi ha interesse a non farla emergere, isterilendo la protesta?
Se Prodi verrà eletto Presidente della Repubblica con i voti dei grillini anti-europeisti mi godrò le contorsioni logiche che partoriranno certe menti confuse ed interdette per giustificare l’ingiustificabile.
IL FUTURO DELLA SINISTRA
Sandro Pertini, uno dei tanti grandi uomini e donne di questa Repubblica
Cari amici ed amiche, lettrici e lettori di sinistra, aspettavamo Syriza e invece è arrivato il M5S. E’ qui per restare. Come la Lega Nord, che forse governerà le tre maggiori regioni del nord. Il mio amato Syriza ha il 28-30% solo grazie al voto di protesta (prima era al 5-6%, come SEL+RC), perciò non ha senso ed è autolesionistico accusare i grillini di essere inconsistenti ed effimeri. Prima ci mettiamo il cuore in pace, meglio sarà per noi e per la vita democratica di questo paese. Il M5S contiene istanze socialiste ed istanze libertarie, valori di destra (anti-sindacalismo, purtroppo) e valori di sinistra. Chi crede nella sinistra dovrà fare in modo che il PD si risocialdemocratizzi (Renzi&co possono tranquillamente andare con Monti) e che i grillini facciano sempre più cose di sinistra senza neanche accorgersene – tanto, per loro, queste sono etichette e, forse, hanno ragione: la verità non sta da una parte sola e non è importante che una cosa giusta sia riconosciuta come di sinistra. Quel che importa è che sia fatta. Demonizziamo pure gli integralisti della base grillina, perché se lo meritano, ma aiutiamo i parlamentari del M5S a fare le cose giuste, ossia le cose che ci possano rendere tutti più liberi, meno iniqui e più fratelli.
Il PD ha subito una batosta. Solo poco più di 100mila voti lo hanno separato dalla vittoria di un Berlusconi, che ha perso quasi la metà dei voti rispetto al 2008. Nel 2008, con Walter Veltroni perdente, il PD prese 12 milioni di voti, pari al 33,18%. Ha perso 3,4 milioni di voti, e un 7,7% in percentuale. “Il centrosinistra vince”, spiega Vendola. Altre 3 vittorie così e si resta fuori dal Parlamento. Va detto che Vendola non ha certamente perso:
In molti guardando i risultati avranno concluso che la “sinistra è a pezzi“, in realtà dal punto di vista dei numeri i due partiti “di sinistra” hanno conquistato consensi. Alle politiche del 2008 la Sinistra Arcobaleno che raggruppava tutti i “massimalisti” cacciati in malo modo da Veltroni e capitanati da Fausto Bertinotti conquistarono 1 milione e 100 mila voti, un misero 3,08% che li tenne fuori dal parlamento.
Stavolta invece la sola Sinistra e Libertà di Vendola si è portata a casa un numero di voti equivalente (1.089.957) pari al 3,2% grazie alla minore affluenza. Nel contempo Rivoluzione Civile di Ingroia, uno dei grandi flop di queste elezioni, ha conquistato 763 mila elettori pari al 2,24%.
Il PD poteva vincere dopo la caduta di Berlusconi, quando il Caimano era dato sotto il 10%, ma ha accettato il commissariamento tedesco con il recessionista Mario Monti, ha ripetuto infinite volte che avrebbe collaborato con Monti (e Casini!) anche se avesse vinto, ha cercato di spazzare via la sinistra con il voto utile, ha ribadito la sua volontà di rispettare degli accordi europei che stanno strangolando l’economia e la società italiana (per far contenti i mercati!), ha fatto appello ad una fascia di cittadini garantiti e quindi conservatori (troppo da perdere se si cambia) che vuole aggiustamenti e perciò altri sacrifici, ed è invece ostile alla riforma di un modello di sviluppo chiaramente iniquo ed insostenibile (perché orientato ai consumi ed alla finanza). Il problema è che la crisi economica ha ristretto questa categoria di cittadini, che ora è netta minoranza nel paese. Per questo il PD, se non cambierà rotta, è destinato a perdere, con qualunque leader si presenti. Gli astenuti non voteranno mai questo PD, preferiranno votare Grillo.
Enrico Letta, nella sua analisi del voto, è riuscito nella non facile impresa di non parlare del M5S. Vendola, fin da subito, ha ammesso che Grillo ha trionfato. La differenza di stile è degna di nota.
Giovanni Favia ha fatto una scelta coraggiosa, ha perso, e si dimetterà da consigliere regionale come aveva promesso di fare dopo essere stato espulso da Grillo. La sinistra non dovrebbe farselo sfuggire. Enrico Letta e Antonio Di Pietro potrebbe anche lasciarseli sfuggire. Pancho Villa Ingroia è una persona onesta e di buona volontà, ma è anche l’unico rivoluzionario indolente della storia – passata, presente e futura. L’umanità ha sempre avuto voglia di leader carismatici e bisogna fare i conti con la realtà della natura umana, non con le nostre personali preferenze. Con il carisma tutto gli sarebbe stato perdonato, anche di aver imbarcato vecchi politicanti.
P.S. Non avrei MAI pensato che Panizza avrebbe superato il 40% a Trento. Ha stravinto e chi, come me, era estremamente scettico, ha avuto torto: onore al merito. L’intolleranza – infinitamente giustificata – per il berlusconisme ed il leghismo dei Trentini ha regalato l’en plein al centro-sinistra. Ho però l’impressione che se la crisi avesse morso di più in provincia di Trento (es. tra un anno) il M5S sarebbe il primo partito anche nel quieto, conservatore, obbediente Trentino. Se fossi nei dirigenti del PD non starei troppo tranquillo, in vista delle elezioni provinciali di questo autunno.
In passato Blackrock [controlla «ai dati di dicembre, 3.792 miliardi di dollari. Dieci volte più, circa, del valore dell'intera Borsa italiana. Se poi si includono le somme per le quali quegli emissari si limitano a offrire la loro consulenza, fanno 17 mila miliardi di dollari» Corriere della Sera] si è distinta per operazioni non proprio gentili nei confronti dell’Italia. Sono stati loro a cedere, il 28 gennaio scorso, con un tempismo perfetto, il misterioso pacchetto del 2,3% di Saipem, poche ore prima che il titolo crollasse del 34%. Sono stati ancora loro a far crollare il titolo di Unicredit con una comunicazione mirata durante l’aumento di capitale a inizio 2012. E sono ancora loro che adesso si stanno precipitando in Italia per decidere le ultime mosse prima del risultato elettorale. Un risultato che, se fino a qualche settimana fa sembrava più scontato, potrebbe dare esiti inattesi e soprattutto portare a una situazione di totale instabilità. [NON SONO REATI, QUESTI, NON ANDREBBERO ARRESTATI?]
Appare così inevitabile una coalizione Bersani-Monti, magari allargata ad altri partiti minori. In ogni caso questo non porterebbe a un governo forte. Come insegna la storia italiana, più ampia é la coalizione, più debole é la sua efficacia…presto potrebbero essere in vista nuove elezioni.
Analisi di Mediobanca
Dal 1994 in poi si erano confrontate due coalizioni acchiappatutto; adesso i principali contendenti sono almeno quattro (Bersani, Berlusconi, Grillo, Monti). E oltretutto ciascuno s’alleva in seno la vipera che gli morderà il capezzolo. Quanto ci metterà Casini (che ha strappato a Monti una dozzina di posti utili al Senato) a costituire un gruppo autonomo? Quanto reggerà l’asse tra Vendola e Bersani, tra Maroni e Berlusconi? E Grillo, saprà tenere unita la sua truppa in Parlamento? Insomma, troppi galli nel pollaio. E troppi sottogalli disegnati con la carta carbone: c’è una differenza fra i partiti di Vendola e di Ingroia, di La Russa e Storace? Sennonché non sono solo loro, ad avere la zucca confusa. Siamo confusi pure noi. Il vecchio ci fa venire l’orticaria, le novità suonano poco credibili (Monti) o incredibili (Grillo). È il rantolo della seconda Repubblica, che ci ha donato in sorte 15 anni di stagnazione, cinque di recessione. Sicché, alla fine della giostra, il fallimento dei due poli di lotta e di governo ha sbriciolato il bipolarismo.
Michele Ainis (uno dei più lucidi commentatori delle vicende politiche italiane, a parer mio)
Separatismi padano-tirolesi, demagogia senza sbocchi costruttivi, delega di ogni sovranità alle autorità internazionali, crisi sempre più profonda dell’economia senza alcuna prospettiva di rilancio finché la Merkel dice nein agli investimenti europei e il dogma dell’austerità continua a mietere vittime. L’Italia è a rischio (serio) di destabilizzazione. È la fase più delicata della sua storia repubblicana. La Grecia è messa molto peggio ma sta resistendo. Possiamo e dobbiamo farlo anche noi. Fino a quando? Circa un anno:
Non siamo più soli. Il neoliberismo sta azzannando anche i “potenti” e i “virtuosi”.
MOVIMENTO 5 STELLE
“In parlamento pronti alla rivoluzione”
“Arrendetevi!Siete circondati dal popolo italiano. Uscite con le mani alzate. Nessuno vi toccherà. Il vostro tempo è finito, non abusate della fortuna che vi ha assistito finora. Di voi, ormai, nelle piazze, tra la gente, si parla al passato, come di persone estinte. Quando apparite in televisione scatta l’insulto che equivale al vilipendio di cadavere. Quello che stupisce è la vostra folle ostinazione a non farvi da parte come se foste investiti da una missione divina. C’è in ciò qualcosa di patologico, che richiede l’intervento di uno psichiatra”.
“Siete terrorizzati, in preda di attacchi d’ansia al pensiero di perdere il potere, di qualcuno che potrà rovistare nei vostri cassetti, capire, scoprire, denunciare. Vi consiglio comunque uno, due, tre, cento passi indietro. Se anche vinceste queste elezioni avrete solo rimandato il cambiamento, durerete un anno, forse meno, ha senso? Fate una pubblica ammissione di colpae chiedete agli italiani di perdonarvi. Arrendetevi. La vostra stessa presenza è diventata insopportabile. Il vostro tirarvi fuori da ogni responsabilità, lo scuotere le piume e minacciare come dei guappi, lo stalking a cui sottoponete gli italiani sono al di là di ogni sopportazione. Arrendetevi. Non potrete dire che non vi ho avvisato”.
“Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”
“Siamo i pasdaran anti casta”
“Siamo i marziani a cinque stelle”
“So perfettamente che nei prossimi giorni ci sarà la fila di pennivendoli, di zoccoli dell’informazione, di specialisti della macchina della merda all’attacco del M5S. Lo so benissimo. Sono l’ultima barriera della Casta prima dell’urna. Ci vediamo in Parlamento e subito dopo in tribunale. Preparate il quinto dello stipendio se ne avete uno”.
“Come si comporterà concretamente? Cercherà anzitutto di non “contaminarsi”, tendendo a far gruppo come capitava alla prima Lega. La distinzione tra “noi” e “loro” è decisiva per il M5s: nel momento esatto in cui rischia di somigliare agli “altri”, la sua forza decade. Il mandato di milioni di elettori è chiaro: si vota M5s perché faccia pulizia, perché “mandi tutti a casa”; perché si concretizzi come virus benefico nel sistema infetto della politica”.
“i parlamentari dovranno rifiutare l’appellativo di ‘onorevole’ e optare per il termine ‘cittadina’ o ‘cittadino’”;
“Un po’ Don Chisciotte e un po’ Savonarola”
“È il mito dell’”uno conta uno”, della mamma casalinga che potrebbe divenire ministro dell’Economia: della “semplicità” da contrapporre alla “complessità”.
“la milizia inter-nauta dei marziani grillini continuerà a cortocircuitare la politica. Sperando di generare, attraverso choc sistematici, un effetto in qualche modo salvifico”.
“Il loro tempo è finito. Ci riprenderemo i nostri soldi”
“Niente onorevole, sarà Cittadino del MoVimento 5 Stelle, il leader sarà il MoVimento”.
“Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico”.
Saint-Just, 10 ottobre 1793
Nessuno ha capito (neanche i grillini: chiedete e ve ne renderete conto) come i due sessantenni rivoluzionari Grillo e il guru capellone Casaleggio intendano rilanciare l’economia. Sono ben altri i loro interessi:
Il MoVimento è contrario a qualunque infrastruttura strategica, è favorevole ad ulteriori tagli alla spesa pubblica, non si è espresso sugli eurobond (“mai finché sarò in vita” – Angela Merkel, giugno 2012), né sulla Tobin Tax. Non si sa neppure come intenda finanziare il reddito di cittadinanza (misura che condivido). Leggete le interviste ai candidati penta-stelle: sanno bene che le riforme che propongono costano e che a quei costi devono aggiungere l’abolizione dell’IMU, però rispondono che bisogna tagliare i costi della politica e dell’amministrazione pubblica e porre fine alle pensioni d’oro.
Ci saranno 100 parlamentari che non hanno la più pallida idea di quale sia la linea del movimento su tutte le questioni cruciali del presente e del futuro – si vedrà – o che voteranno indiscriminatamente contro le grandi opere (quelle che hanno salvato l’America dalla Depressione).
Proposte su come rilanciare l’economia e combattere il precariato? Nulla. Posizione del MoVimento sull’Unione Europea e l’eurozona? Vedremo. Democrazia interna? Grillo urla, dissidenti espulsi (specie se emiliani, che hanno una mortalità altissima). Democrazia esterna? Il popolo deve decidere con la democrazia diretta. Le banche? Si vedrà. Competenza degli eletti? Meglio dilettanti che professionisti della politica (= tempi lunghissimi in Parlamento).
Camaleonticamente, il M5S vuole essere qualunque cosa per chiunque, senza scontentare nessuno (un po’ come Obama).
Il vuoto con la fuffa vittimista intorno. Niente di pericoloso. Davvero. È la riedizione digitale del Fronte dell’Uomo Qualunque del commediografo e giornalista Guglielmo Giannini (Grillo è comico e giornalista), che si sciolse spontaneamente quando si avvicinò la prospettiva di dover governare e tutte le sue contraddizioni emersero virulentemente:
L’entità del crollo del Pil italiano è chiaramente il risultato delle politiche di austerità di Mario Monti, imposte su un’economia già in recessione quando entrò in carica
Wolfgang Munchau, Financial Times, 18 febbraio 2013
È la scelta più gradita all’establishment. L’Hindenburg italiano, Giorgio Napolitano (“il mio comunista preferito”, Henry Kissinger), non potrebbe desiderare di meglio.
L’austerità del nuovo Heinrich Brüning italiano con l’appoggio, come nella Germania di Weimar, dei “socialdemocratici”. L’altra volta non è finita troppo bene. Ha vinto un demagogo sfruttando il rancore popolare nei confronti degli affamatori. Il suo trionfo è costato la vita a quasi il 10% della popolazione tedesca. Ma qui siamo in Italia: ci sono cialtroni assortiti, un comico ed un Buffon che dichiara di essere “un sostenitore accanito di Monti”, per via di “valutazioni personali d’istinto”. Il giacobinismo neopuritano grillista non ha certo l’intransigenza e la radicalità dei rottamatori salvifici del passato.
Il PD, spostandosi sempre più al centro e continuando a perdere voti (ed iscritti) ad ogni tornata elettorale, sta riuscendo nella fantastica impresa di non vincere delle elezioni che aveva già in tasca. A porta vuota, Bersani spara in tribuna.
La fraudolenta teologia economica anglo-tedesca accolta da Bersani e Monti: 1. Mantenere il tenore di vita dei cittadini tedeschi nel loro complesso in sostanziale e costante declino (i redditi medi reali sono scesi del 4,5% tra il 2000 ed il 2010, mentre l’economia è cresciuta); 2. Far crollare quello delle fasce povere (redditi reali per il 20% più povero in diminuzione del 16% tra il 2000 ed il 2010); 3. Far aumentare la disuguaglianza (record tedesco tra il 1990 ed il 2010, con un aumento di ben 4 punti nel coefficiente di Gini); 4. Avere un boom di precariato (mini-jobs) che offre pochi diritti, nessuna sicurezza e nessun potere contrattuale; 5. Avere un boom del numero di lavoratori la cui sopravvivenza, a causa dei loro bassi redditi, dipende dal welfare finanziato dai contribuenti; 6. Ridurre sensibilmente i consumi interni attraverso queste misure; 7. Aumentare le esportazioni attraverso le suddette misure (costo del lavoro in caduta in conseguenza del fatto i salari non hanno tenuto il passo con la produttività o l’inflazione); 8. Avere una moneta il cui valore non riflette la forza competitiva del paese (dal momento che è svalutata come risultato della depressione economica degli altri membri dell’unione); 9. Insistere sul dimagrimento dello stato, i tagli ai servizi pubblici ed al welfare, la privatizzazione e ‘liberalizzazione’ del mercato del lavoro in altri stati membri. Insistere su tutto questo a prescindere dalle circostanze in cui si trova ad operare il governo sotto pressione (che sia la Grecia in deficit disastroso o l’Irlanda che aveva un bilancio in attivo fino al collasso bancario: pari sono); 10. Cercate di bandire per sempre qualunque politica economica che non sia neoliberista, indipendentemente dalla volontà popolare o degli stessi governi e parlamenti, insistendo sulla verifica ed approvazione dei bilanci da parte delle autorità europee e sull’austerità,a prescindere dalle conseguenze per le popolazioni (es. disoccupazione giovanile sopra il 50%);
In tutta Europa, e anche negli Stati Uniti per certi versi, la gente protesta contro le politiche di austerità, tenta di organizzarsi dal basso per rompere la gabbia dei sacrifici. In Italia, dove pure abbiamo una certa tradizione quanto a movimenti sociali, tantissime delle persone che potrebbero mobilitarsi si limitano ad aspettare il giorno delle elezioni, per poter sostituire quelli della “Casta” con altri eletti, che peraltro non si sa come vengano scelti e messi in lista. Come se questo davvero potesse cambiare la situazione.
Anche a questa contraddizione è legata l’urgenza di scrivere questo libro, che si rivolge a tutti quelli che orientano la loro rabbia verso obiettivi sbagliati e alla ricerca di soluzioni inesistenti. Grillo non è la risposta giusta perché risponde ad una domanda erronea in partenza. Grillo non risponde alla domanda “Come facciamo a costruire altre relazioni di potere e di produzione?”. Oppure, non si chiede: “Come si fa a ottenere una più equa distribuzione della ricchezza?”. La domanda alla quale risponde Grillo è “Come si fa ad andare nei palazzi del potere al posto di quelli là?”.
Il primo supererà la soglia del 10% grazie al PD, il secondo supererà quella del 4%. Prima o poi formeranno un Syriza italiano, dato che i loro programmi sono pressoché indistinguibili. C’è bisogno di più sinistra contro il pensiero unico globale che ci vuole sempre più simili a Singapore
È da noi stessi, non dagli altri, che dobbiamo prima di tutto esigere onestà, zelo e intrepidezza. Queste virtù, quando le possediamo, cessano rapidamente di sembrare piacevoli, se ci aspettiamo troppo dagli altri.
Li Zhi
Giannino ha sbagliato, ma quelli che lo accusano dall’alto dei loro titoli accademici ne sanno meno di lui. Dio ci guardi dai masterofili!
Alfonso Gianni
1. Oscar Giannino non ha un master, non ha le due lauree in economia e giurisprudenza, e ha mentito sistematicamente per 5 anni – 2. ecco 3 diversi video (2008, 2012, 2013) in cui racconta aneddoti sul finto master a Chicago. ecco le conferenze in cui veniva presentato con i titoli inesistenti – 3. negli ultimi giorni, davanti alla verità, un mare di balle: “mai detto di aver fatto il master”. “era un corso d’inglese”. “no, un tutor privato”. “mai guadagnato, neanche privatamente, coi titoli finti”. “sul cv ha sbagliato uno stagista” – 4. nell’Italia dei corrotti, che vuoi che sia? No. per un candidato premier che ha fatto campagna su merito, trasparenza, ed eccellenza accademica, è molto grave – 5. oggi si presenta dimissionario davanti alla direzione del suo partito, che deve decidere cosa fare. Se non lo cacciano, promette di lasciare il seggio in caso di elezione –
I casi sono due: 1. Giannino è un geniale autodidatta che, pur senza alcuna preparazione universitaria, è riuscito a darsi una notevolissima competenza economica; pertanto, l’apprezzamento di cui godeva era pienamente meritato; 2. Giannino è solo un abile orecchiante, ignaro di ogni teoria economica e che non sa neppure dove si mette l’h nel nome di Schumpeter. E’ solo un truffatore di talento che ha infinocchiato tutti, ma, al di là dell’abile uso del birignao degli economisti non c’è niente.
Giannino ha fallito, in malo modo, evitabilmente, ed è stato forse vittima del suo successo: si è montato la testa pur restando insicuro (a chi non succede?) e allo stesso tempo i suoi voti facevano gola alle varie destre (e anche a Renzi, vista la stima reciproca?).
Luigi Zingales l’ha probabilmente pugnalato alla schiena, visto che ormai da mesi Giannino millantava un titolo di studio inesistente e lui non si è disturbato a denunciare la cosa. Giannino era la faccia pulita di un’ideologia folle e distruttiva (neoliberismo) che non si accontenta dei danni causati da Monti – “L’entità del crollo del Pil italiano è chiaramente il risultato delle politiche di austerità di Mario Monti, imposte su un’economia già in recessione quando entrò in carica” (Wolfgang Munchau, Financial Times, 18 febbraio 2013) – e Giannino lo critica(va) per non aver osato di più (!!!).
Svanito lui, sono pochi quelli che nutrono simpatia per i mastini Zingales e Boldrin. Quel movimento è finito. Oscar Giannino potrà ancora riscattarsi, oppure potrà comportarsi servilmente verso chi l’ha voluto escludere dalle elezioni. Vedremo che tipo di uomo è. Gli auguro un pieno riscatto, pur nella mia completa avversione alle sue convinzioni in materia di economia e società.
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Sin dall’inizio si trattava dell’operazione di quattro o cinque furbastri arrivisti ed opportunisti, alla ricerca di facili affermazioni, che erano riusciti ad infinocchiare un po’ di gente per bene (ancorchè neo liberista) che ci ha creduto.
“Luigi Zingales lascia Fermare il Declino con un post nel quale spiega come Oscar Giannino ha millantato un master in economia fasullo (1) e ha rifiutato di dare spiegazioni quando qualcuno se ne è accorto.
(“…I fatti sono i seguenti. Quattro giorni fa, per caso, ho scoperto che Oscar Giannino ha mentito in televisione sulle sue credenziali accademiche, dichiarando di avere un Master alla mia università anche se non era vero. Anche la sua biografia presso l’Istituto Bruno Leoni ora prontamente rimossa (2) riportava credenziali accademiche molto specifiche e, a quanto mi risulta, false. Questo è un fatto grave, soprattutto per un partito che predica la meritocrazia, la trasparenza, e l’onestà. Ciononostante, il fatto per me ancora più grave è come questo brutto episodio è stato gestito. In una organizzazione che predica meritocrazia, trasparenza, ed onestà, la prima reazione avrebbe dovuta essere una spiegazione di Giannino ai dirigenti del partito, seguita da un chiarimento al pubblico. Invece Oscar si è rifiutato, nonostante io glielo abbia chiesto in ginocchio…”)
Questa non è una sciocchezza. Oscar Giannino ha ammaliato decine di migliaia di professionisti, manager, imprenditori, professori, tecnici, diciamo una bella fetta di “borghesia” italiana come si diceva una volta, insomma degli italiani con istruzione e esperienza di lavoro e professionale sopra la media (con tutto il rispetto per chi per varie ragioni, spesso dovute solo alla nascita, è nella o sotto la media). Se tu vai sul blog di Grillo, noti tanta gente ottima e di buone intenzioni, ma mediamente ignorante e non è una colpa, probabilmente lavorano in occupazioni come tante ce ne sono al mondo che non richiedono una gran istruzione e non hanno grandi responsabilità. Se vai sul sito di Giannino noti che sono tutti professionisti, professori e manager e il livello della discussione è più elevato. Il che non implica che arrivino a conclusioni giuste, anzi la cosa stupefacente è vedere tutta questa gente (e parliamo di migliaia di persone) seguire “Oscar” con entusiasmo in un partito che ha una ricetta economica distruttiva e masochista. (3)
Ho scritto tutte le volte che ne ho avuto tempo o detto a conoscenti entusiasti di Giannino, che il loro Oscar, pur essendo informatissimo sulle notizie economiche non capiva niente di economia, tanto è vero che se controllavi era più oltranzista di Monti nel voler sacrificare l’Italia ai “mercati finanziari”. Ma ho potuto notare che tra conoscenti o altri “blogger” economici o consulenti finanziari Giannino diventava sempre più popolare, con la sua ricetta assurda che si traduceva alla fine in tagli e dismissioni. Questo successo veniva dal fatto che Oscar aveva acquisito lo status dell’esperto di economia, del politico che vuole l’efficienza e la concorrenza perché conosce l’economia, circondato da professori di economia americani. In realtà come si ora appurato non ha mai studiato economia in vita sua, né in Italia dove ha studiato legge e meno che meno in America
Avevo controllato e ho visto apparire nella biografia di Giannino un “master a Chicago” preso “in un anno” non molto tempo fa (cosa che Giannino ha ripetuto a Repubblica in video ) (4) e mi è venuto da ridere perchè conosco gente che ha passato il master di economia di Chicago sputando sangue per due anni pur essendo fresca di laurea e nel pieno delle forze. Un quasi cinquantenne giornalista, che invece di studiare da giovane ha lavorato come portavoce di LaMalfa aveva probabilità ZERO di aver preso il Master in un anno (e anche di esservi ammesso passando il SAT…). Tuttavvia ho pensato che non era così stupido da inventarsi un master finto, che forse aveva ottenuto qualche titolo accademico a Chicago in un anno magari in scienze politiche… Che “Oscar” abbia avuto invece la faccia tosta di dichiarare sul suo sito e in TV di avere un “master a Chicago” in economia tutto inventato (5) superava la mia immaginazione
Giannino, sotto la sua apparenza di paladino della meritocrazia, è di fatto un cavallo di Troia di Monti, dell’austerità e della grande finanza globale. E’ un bene che sia smascherato ora perlomeno nella sua ipocrisia nell’inventarsi “meriti” accademici.
Un fatto è che Giannino è uno molto ambizioso personalmente e gli stava stretto fare il giornalista. Come Grillo/Casaleggio si sono creati un grande spazio con lo sparare a zero dal di fuori su tutta la politica sfruttando il grande talento di Grillo, Giannino su una scala più modesta come voti ma con maggiori potenziale in realtà, si è creato uno spazio come alfiere del liberismo meritocratico, produttivista, “pro-mercato” “stufo di Berlusconi e della politica” (ma amico in realtà di quasi tutti)
I voti di “Fare” nel suo caso contano poco, come noto voleva aggregare Renzi da una parte, Monti e Montezemolo dall’altra e rottamare Berlusconi. Giannino è stimato da Draghi, da Monti da Crosetto… lo ha detto tante volte, vuole spaccare sia il centro-destra che il centro-sinistra e creare qualcosa “nel mezzo”, ma non la DC, qualcosa di moderno, liberista, stile Blair, con un occhio a Chicago, uno a New York e uno a Berlino, qualcosa che guadagni la “fiducia dei mercati”.
Anche se Giannino prende pochi voti, ha un carta in più che è l’”uomo dei mercati”, più giovane, moderno ed efficace di Monti: propone di fatto alla fine l’austerità che vogliono da Londra, New York e Berlino per l’Italia, critica persino Monti nel non firmare tutti i “patti di stabilità” subito e anzi è il più spinto nel voler svendere a tutti i costi Eni, Enel, Finmeccanica, Saipem… quindi a logica dovrebbe essere ben visto dalla Troika e da New York e Londra. Quando parla non fa che tessere le lodi di Draghi, ripetere che ha grande stima di Monti che è ricambiata e lo stesso per Renzi…
Giannino avrebbe una posizione che sta nel mezzo, tra sinistra e destra, che in Italia è sempre la migliore, è più moderno e pulito di Berlusconi, è il vero liberista, ma in realtà è quasi peggio di Monti nel voler svendere l’Italia alla finanza e volerla inchiodare a pagare tutti i debiti. Nello spettro politico “normale” è un moderato liberista, ma se lo misuri rispetto alla sudditanza alla finanza e alla Troika è un estremista.
Questa posizione gli da delle chances personali (non per il suo partito), perchè può essere quello che sostituisce Monti alla fine, visto che per governare l’Italia devi essere ligio alla finanza e alla Troika, Berlusconi invece è palesemente inviso alla finanza e alla Troika come tutti sanno e Bersani non è l’ideale perchè ha dietro una base di potere indipendente dalla finanza e dalla Troika, cioè la Lega Coop, Unipol, MontePaschi e la CGIL. Quindi non puoi fidarti del tutto, l’ideale è gente come Monti, maggiordomi che non hanno nessuna base di potere.
A differenza di Grillo che si è messo fuori e non da il minimo affidamento alla Troika e alla finanza Giannino uno che è dentro i giochi o perlomeno cerca chiaramente di entrare nei giochi di Montezemolo, di Draghi, della Troika e dei “mercati finanziari” e di essere affidabile per tutti questi”.
NOTA PRELIMINARE: Sarebbe sbagliato trattare con sufficienza il fenomeno Giannino, che è un fenomeno degno di nota.
Perché Giannino & co. sono così ansiosi di poter svendere il patrimonio strategico pubblico agli stranieri? C’è un conflitto di interessi in gioco? Chi vota “Fare per fermare il declino” vota contro l’Italia e gli Italiani senza esserne consapevole?
Se lo chiede l’economista Luciano Priori Friggi – con rara eleganza e rispetto, se messo a confronto con il livello del dibattito elettorale in corso – a proposito delle attività di Michele Boldrin, inossidabile partner intellettuale e politico di Oscar Giannino.
Il mondo ideale privatizzato di Oscar Giannino è quello in cui tutti si comportano come un idraulico e arrivano quando si LIBERANO (non esiste un settore pubblico al servizio della comunità). E’ quello in cui c’è sempre qualcuno che compra e la crescita è illimitata. E’ quello in cui gli egoismi privati beneficiano la collettività, sempre (es. il suo vecchio sodale Berlusconi?), e quelli collettivi beneficiano il genere umano, sempre (es. Germania e Unione Europea?).
Nel mondo ideale di Oscar Giannino non esiste una comunità, esiste solo una moltitudine di contratti tra individui. Il mondo ideale di Oscar Giannino è un mondo per ricchi psicopatici o sociopatici, il tipo di mondo che scatena le rivoluzioni.
Oscar Giannino (“Fare per Fermare il Declino”), come Guglielmo Giannini (“Fronte dell’Uomo Qualunque”), è il sintomo di una società confusa, che vuole cambiamento e lo vuole subito, ma non sa bene a che santo votarsi. Non che lo sappia io – le soluzioni si trovano insieme, chi te le “regala” vuole fotterti -, ma penso di sapere almeno cosa non voglio. Il mondo ideale di Oscar Giannino (Sandy Springs) assomiglia troppo a Nea So Copros (cf. Cloud Atlas) per i miei gusti. http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/
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Djannino unchained
OSCAR GIANNINO E IL NEOLIBERISMO EUROPEO
“Non c’è solo la Germania, a indicare la via della crescita nel rigore attraverso l’alta produttività della manifattura e dell’export. Il segnale che viene da Londra è di grande speranza”.
A dispetto di quel che la troika e i media vorrebbero far credere alla gente comune, chi mastica di macroeconomia e sociologia sa che la Germania sta affondando e non c’è alcuna Wunderwaffe (arma segreta miracolosa) che potrà salvarla (ed è il terzo conflitto mondiale che perde a causa dell’egoismo e della superbia della sua classe dirigente, altro che Guinness dei Primati):
Per futuri aggiornamenti sugli sviluppi tedeschi, rimando all’eccellente e meritorio http://vocidallagermania.blogspot.it/, che traduce le notizie principali riguardanti l’economia e la politica tedesca dal tedesco all’italiano (e lo fa molto bene).
OSCAR GIANNINO E L’ENERGIA ATOMICA
“Proprio la terribile intensità del fenomeno abbattutosi sul Giappone ci consegna una nuova conferma del fatto che in materia di sicurezza di impianti nucleari, i passi in avanti compiuti negli ultimi decenni sono stati notevolissimi, tali da reggere nella realtà dei fatti senza creare pericoli per ambiente e popolazione proprio l`impatto di eventi terribilmente fuori scala… Una delle ragioni per cui le centrali elettronucleari costano tanto, è proprio la sicurezza: ma come si vede sono soldi ben spesi.”
Oscar Giannino, “Nucleare sicuro. È la prova del nove”, da “IL MESSAGGERO” di sabato 12 marzo 2011
23 gennaio 2013 – A Fukushima ancora paura radiazioni: gli scienziati che monitorano la vita di mare nella regione hanno scoperto in un pesce catturato nei pressi della centrale, livelli di radiazione più alti di 2.500 volte rispetto al limite stabilito dal governo giapponese.
“Ohimè nell’Italia di oggi l’invidia fiscale da tributi esosi si estende ormai da sinistra a destra. Il che rende ancor più necessaria la difesa dell’offshore, vero presidio di libertàche sconfiggerà sempre- non illudetevi, cari statalisti – la lega degli Stati ad alto prelievo e bassa crescita”.
“Leggete qua. Sandy Springs, suburbio di Atlanta, Georgia. Nel 2005, vinte le elezioni dai repubblicani, un fan di Hayek e Reagan, Oliver W. Porter, convince i concittadini a farla finita con la vecchia concezione del potere municipale, la sua pletora di dipendenti, società pubbliche e via cantando. Perché continuare a dare 190 milioni di dollari l’anno alla Contea di Fulton, per servizi municipali gestiti innanzitutto nell’interesse delle piante organiche dei suoi dipendenti e dirigenti a tempo indeterminato? Da allora, Sandy Springs ha fatto una scelta radicale: come un’impresa privata, il comune si è dato una mera forma societaria, come fosse un fascio di contratti. E’ diventata Priva-Topia. E ha dato tutto in outsorcing, dalla manutenzione delle strade al centralino 911 per le emergenze, dalla gestione delle licenze commerciali a quelle edilizie. Per ciascun settore gare aperte a privati, con le due società prime perdenti legate da un rapporto di immediato subentro se chi vince non offre esattamente ciò a cui si è impegnato, in termini di efficienza e contenimento di costo. Solo per polizia e pompieri i costi comparati delle gare a compagnie private hanno sconsigliato l’offerta pubblica gestita da pubblici dipendenti: ma tutti a tempo determinato, valutati su performance annuali, a cominciare dal città manager scendendo. Come vedete, si può fare eccome. 90 milioni su 190 sono la capienza finanziaria apertasi rispetto alle vecchie imposte, con un comune in forma di società privata. Sandy Springs prospera assai più delle altre municipalità vicine che sono rimaste pubbliche, e c’è la fila per andarci a vivere rispetto alle distressed areas afroamericane della Georgia. Non è vero che non si può fare, il punto è liberarsi dello Stato tass-e-spendi!”
“Questa scelta ha danneggiato finanziariamente il resto della contea di Fulton? Certamente sì, sostiene l’amministratore della contea, Zachary Williams, che calcola che l’”incorporazione” di Sandy Springs, e delle città vicine che l’hanno seguita, è costata alla contea circa 38 milioni di dollari all’anno. Williams ha descritto la cifra come “significativa”, soprattutto in considerazione delle pressioni causate dalla crisi economica”.
La prospettiva di altre Sandy Springs preoccupa persone come Evan McKenzie, autore di “Privatopia: le associazioni proprietarie di immobili e la nascita del governo residenziale privato”. Il suo timore è che le enclavi ricche possano decidere di diventare quartieri fortificati (gated communities) su vasta scala, con muri che le separino da aree economicamente in difficoltà. “Si potrebbe realizzare uno scenario del tipo ‘due Americhe’”, dice. “Se permettiamo che le aree più ricche si isolino istituzionalmente, allora cosa resta da fare ai poveri? Tenersi tutta la povertà, tutti i problemi sociali e cavarsela da soli?”
I residenti, funzionari e politici di Sandy Springs sono stati in prima linea in un movimento controverso che aveva l’obiettivo di separare Sandy Springs e molti altri distretti periferici a nord di Atlanta dal resto della Contea di Fulton, per creare una nuova contea a maggioranza bianca chiamata Milton [in onore del padre del neoliberismo, Milton Friedman, quello della shock therapy, oggi applicata ai PIIGS ed all’eurozona nel suo complesso, NdR], lasciando che il resto della contea di Fulton si occupasse delle esigenze di una popolazione rimasta povera e con una base imponibile drasticamente ridotta. […].
Ad Atlanta, l’impulso verso la privatizzazione, presentato come una questione di efficienza e di responsabilità fiscale nel 2012, appare molto meno innocente in una prospettiva storica. Kruse ha mostrato molto efficacemente come i bianchi di tutta la regione, prima ad Atlanta e poi in periferia, abbiano smesso di utilizzare i servizi pubblici dopo Brownv. Board of Education [sentenza del 1954 che pone fine alla segregazione razziale negli Stati Uniti, NdR] proprio per evitare l’uso di strutture che la corte aveva ordinato che fosse desegregata.
“Può essere a buon diritto definita la peggiore filosofia partorita nel dopoguerra. L’egoismo, si sostiene, è un bene, l’altruismo un male, l’empatia e la compassione sono irrazionali e distruttive. I poveri meritano di morire, i ricchi meritano di esercitare una potenza senza limiti. È già stata testata ed ha fallito clamorosamente e catastroficamente. Eppure la dottrina di Ayn Rand, morta 30 anni fa, non è mai stato più popolare ed influente.
Rand era russa, di famiglia benestante emigrata negli Stati Uniti. Attraverso i suoi romanzi (come “La rivolta di Atlante”) e la sua saggistica (come “La virtù dell’egoismo”), ha illustrato una filosofia chiamata oggettivismo. Questa sostiene che l’unica morale è il puro interesse personale. Non dobbiamo nulla a nessuno, neppure ai membri delle nostre famiglie. Descrive i poveri e i deboli come “rifiuti” e “parassiti” e critica aspramente chiunque cerchi di aiutarli. Oltre polizia, tribunali e forze armate, non ci dovrebbe essere alcun altro ruolo per il governo: nessuna sicurezza sociale, né salute pubblica o istruzione pubblica, infrastrutture pubbliche o trasporti pubblici, nessuna regolamentazione, nessuna imposta sul reddito.
[…]
Quella di Rand è la filosofia degli psicopatici, una fantasia misantropica di crudeltà, vendetta ed avidità. Eppure, come Gary Weiss mostra nel suo nuovo libro, “Ayn Rand Nation”, è diventata per la nuova destra ciò che Karl Marx una volta era a sinistra: un semidio a capo di un culto millenaristico. Quasi un terzo degli americani, secondo un recente sondaggio, ha letto “La rivolta di Atlante”, che ora vende centinaia di migliaia di copie ogni anno.
[…].
Non è difficile capire perché Rand piaccia ai miliardari. Offre loro qualcosa che è fondamentale per ogni movimento politico di successo: un senso di vittimismo. Dice loro che sono vampirizzati dai poveri ingrati ed oppressi da governi invadenti.
E invece più difficile capire che cosa ci guadagnino i militanti ordinari del Tea Party, che avrebbero molto da perdere se lo stato si ritraesse. Ma tale è il grado di disinformazione che satura questo movimento e così diffusa, negli Stati Uniti, è la sindrome di Willy Loman (il divario tra realtà e aspettative) che milioni, allegramente, si offrono volontari per fungere da zerbini ai miliardari. Mi chiedo quanti avrebbero continuato a venerare Ayn Rand se avessero saputo che, in età più avanzata, si iscrisse ai programmi di sanità e previdenza pubblica. Si era scagliata furiosamente contro entrambe, in quanto rappresentavano tutto quello che disprezzava dello stato invadente, ma il suo sistema di credenze non poteva competere con la realtà del’invecchiamento e della salute cagionevole.
[…].
Impregnata della sua filosofia, la nuova destra su entrambi i lati dell’Atlantico continua a chiedere il rimpicciolimento dello Stato, anche se i resti del naufragio di quella politica ci circondano. I poveri sprofondano, gli ultra-ricchi prosperano. Ayn Rand approverebbe”.
Al governo Monti farebbe molto bene adottare un modello che per decenni sinistra e keynesiani italiani additavano fino alla noia: quello della Svezia. E’ un Paese che ha effettivamente molto da insegnarci, sugli effetti dell’incauto connubio tra alta spesa pubblica e alte tasse. [...] Perché è dalla dura crisi che la colpì negli anni Novanta, che la Svezia ha dovuto drasticamente cambiare strada, modificando in profondità il proprio welfare troppo generoso. Ed è dal 2006, da quando è al governo il conservatore Fredrik Reinfeldt, nel frattempo rieletto per la prima volta in un secolo per i suoi successi, che la Svezia ha imboccato con energia raddoppiata la via del menospesa-menotasse, col risultato di essere l’unico Paese europeo a rivelarsi immune o quasi dall’eurocrisi.
9 gennaio 2013 – 2013, fuga dalla Svezia. Nonostante un tasso di disoccupazione al 7,7 per cento la Svezia si riscopre terra di emigrazione, soprattutto per i giovani. Il risultato è che ora gli svedesi che lavorano in Norvegia sono 75 mila: se prima dello scoppio della crisi a cercare occupazione oltre confine erano 4 mila ogni anno, nel 2011 sono stati quasi 10 mila.
Bisogna assolutamente rivedere e limitare le spese militari degli F35 perché le nostre priorità sono altre. Alla luce della crisi, questa è una spesa che va rivista. Le nostre priorità non sono i caccia ma il lavoro.
Pier Luigi Bersani, intervista al Tg2
Le immagini parodistiche, per quanto divertenti e sollazzanti, sono ingannevoli. Il senso del suo discorso è: compreremo meno F-35, ma li compreremo. Lo ha capito anche Alenia Aermacchi, che si oppone al “ridimensionamento del programma”, non alla sua soppressione. Come reagirà l’opinione pubblica quando scoprirà che Bersani non ha mai rifiutato l’acquisto?
“Una cosa è certa. L’11 dicembre 2012 il Pd non s’è opposto alla Riforma della Difesa voluta ostinatamente dal ministro Di Paola, acquisto degli F-35 incluso. La Camera ha definitivamente approvato la legge con 294 sì, 53 astenuti e solo 25 no. Il Pd si è espresso a favore. Tra le poche voci apertamente dissenzienti, quella del deputato Andrea Sarubbi: «Si liberano soldi per l’acquisto dei cacciabombardieri e di altri 70 programmi d’armamento, in un momento in cui si chiedono alle famiglie sacrifici. Tra le guerre ad alta densità inseguite dall’ammiraglio Di Paola e gli interventi di polizia internazionale iscritti nella carta dell’Onu c’è una gran differenza. Per questi motivi, annuncio il mio voto di astensione, in dissenso dal mio gruppo parlamentare»”. http://www.famigliacristiana.it/volontariato/organizzazioni/articolo/f-35-bersani-meglio-tardi-che-mai.aspx
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“Berlusconi ha chiesto una verifica ai collaboratori. E forse oggi non firmerebbe quell’accordo: “Sono sempre stato contrario all’F35 e alle portaerei”.
Bersani dice che occorre rivedere la spesa per i caccia F35, ora la priorità è il lavoro. Ma comunque non possiamo rinunciare ai caccia: forse, e dico forse, ne compreremo di meno.
Monti scarica le colpe sui governi precedenti. Da D’Alema a Berlusconi. E in ogni caso, sul progetto F35, non si torna indietro. Ci sono gli accordi.
Grillo e Ingroia, infine, sono contrari sia all’accordo che alla spesa: in Parlamento voteranno contro.
[...].
“L’F-35 è il peggior aereo che abbiamo mai costruito”. La sentenza lapidaria è di uno che di aerei da combattimento se ne intende: Pierre Sprey, il padre dell’americano F-16, uno dei jet più riusciti e usati. Sprey è stato intervistato da Riccardo Iacona e la sua testimonianza sarà trasmessa questa sera su Rai3 nel programma Presadiretta dedicato agli F-35, i jet che l’Italia vorrebbe comprare dalla Lockheed Martin spendendo la bellezza di 13 miliardi di euro e mettendo in conto di spenderne più del doppio e forse il triplo nell’arco di un ventennio, dal momento che quei jet sono dei succhia soldi per la manutenzione e la gestione. Assieme al progettista Sprey sono stati sentiti da Iacona altri personaggi autorevoli: Walter Pincus, giornalista del Washington Post, premio Pulitzer per gli articoli scritti sui temi della difesa e il primo ad indagare negli Usa sull’affare del cacciabombardiere F-35. E Winslow Wheeler, consigliere per la sicurezza di senatori americani sia democratici sia re-pubblicani, compreso John Mc-Cain, pilota in Vietnam e nel 2008 candidato alla presidenza contro Barack Obama. Dalle tre testimonianze emerge un giudizio unanime e duro: quell’aereo è un affarone per chi vende, cioè la Lockheed. Ma è un bidone per chi compra, Stati Uniti e Italia compresa, perché è nato storto e sta procedendo di male in peggio. Se l’Italia lo acquistasse farebbe un errore grave.
LE VALUTAZIONI raccolte da Iacona sono così crude da sorprendere lo stesso giornalista che con Il Fatto confronta l’approccio aperto e senza reticenze alla questione F-35 negli Stati Uniti con quello italiano. Qui domina l’autoreferenzialità dei vertici militari, la scarsità di informazioni alla stampa e la debolezza della politica, succube della logica distorta del fatto compiuto. Il capo del governo, Mario Monti, mentre tagliava a destra e manca non ha mosso un muscolo di fronte alla spesa stratosferica per gli F-35; il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, dice che bisogna rivedere il programma, ma “solo un po’” e Silvio Berlusconi, dopo aver spalancato le porte agli F-35, fiutato il vento ora rivela che “in cuor suo” era contrario (ieri Monti ha ricordato che l’Italia ha aderito al programma con il governo D’Alema e poi con Berlusconi).
Le interviste dei tre esperti americani affiancano il dossier ufficiale e altrettanto clamoroso del Dipartimento della Difesa (Pentagono).
Anche i tecnici del governo Usa hanno elencato i difetti del cacciabombardiere, a cominciare dal rischio che possa esplodere in volo se colpito da un fulmine, circostanza per niente remota per un aereo. Tempo fa il senatore McCain aveva definito l’F-35 “uno scandalo e una tragedia”, ora il suo consigliere accusa: “L’F-35 ha problemi tecnici che non si possono risolvere perché è un progetto sbagliato. Questo aereo non è buono per nessuna delle sue funzioni. In compenso costa una fortuna”. All’inizio la Lockheed aveva detto sarebbe costato solo 45 milioni di dollari ciascuno e siamo già a 200 milioni di dollari. “Se l’Italia lo comprasse adesso, la versione più semplice vi costerebbe questa cifra, quella a decollo verticale 20 o 30 milioni in più. E quando li avrete comprati non avrete finito di spendere perché questi aerei hanno un costo operativo pazzesco”. Secondo Wheeler la tecnica della Lockheed per piazzare gli F-35 è semplice e astuta: “Ha cominciato a produrre gli aerei prima di terminare i test… ti prendono all’amo prima ancora di dirti cosa stai comprando”.
IL GIORNALISTA Pincus si pone retoricamente la domanda: “A cosa serve l’F-35, cosa ce ne facciamo? ”. E la risposta è: “Non c’è nessuno, Cina, Russia, nessun paese che possieda un’arma minimamente comparabile con questo aereo, che ci possa minacciare”. Quindi non è indispensabile acquistarlo e se non lo è per gli Usa figuriamoci per l’Italia. Alla domanda quanto costa, anche Pincus non può fare a meno di arrendersi all’indeterminatezza che circola in tutto il mondo: “400 miliardi di dollari in 20 anni per 2000 esemplari, ma è una previsione ottimistica. Quanto costerà ogni F-35 non lo sa nessuno”. Il progettista Sprey spiega in dettaglio come nella versione per portaerei il gancio per l’atterraggio sia disegnato male e passi sopra il cavo di acciaio per la frenata o rischi di tranciarlo. Sarcastica la considerazione: “Stiamo parlando di uno degli aerei più sofisticati al mondo e non riusciamo a disegnare bene un gancio? ”. Secondo Sprey l’F-35 “balla molto per la pessima aerodinamica” e inoltre “ha restrizioni sulla velocità perché altrimenti si brucia la coda” e poi “l’impianto elettrico è pericoloso” e dal momento che “il carburante sta tutto intorno al motore… e in guerra è importante evitare che l’aereo possa esplodere solo perché da terra ti colpiscono con un kalashnikov… questo è l’aereo più infiammabile che abbiamo mai costruito”. Infine il “software è un disastro” e se “il visore del casco non funziona non puoi controllare l’aereo, perché non ci sono sistemi di navigazione nel cockpit”.”
Fatto Quotidiano
Il Pentagono e la Marina degli Stati Uniti hanno bloccato le missioni degli F-35, dopo un incidente al sistema di scarico che si è verificato durante un volo di addestramento a Eglin Air Force Base in Florida. L’incidente è avvenuto pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto del Pentagono che elenca una serie di vecchi problemi a cui non è stato ancora possibile porre rimedio e di nuovi problemi che non erano stati previsti (alcuni strutturali) e sottolinea come il programma da 396 miliardi dollari sia ancora ben lontano dal produrre risultati soddisfacenti.
Il Pentagono pensava di acquistare quasi 2500 velivoli, ma limiti di budget ridurranno questo numero. [Dunque il Pentagono fa lo stesso discorso di Bersani: li compreremo ugualmente, pur comprandone meno]
Rimangono ancora problemi per il casco del pilota, per lo sviluppo di software, integrazione delle armi e serbatoio del carburante. E proprio i problemi al serbatoio lo renderebbero a rischio di esplodere, qualora venisse colpito da un fulmine. Inoltre, sempre secondo lo stesso rapporto, i tentativi di alleggerirlo “hanno reso il velivolo più vulnerabile del 25 per cento”.
L’F-35…è stato «catturato» da un team di hacker della Marina militare degli Stati Uniti, dopo che il Pentagono aveva cominciato a sospettare che il “gioiello” della Lockheed Martin fosse vulnerabile alle incursioni informatiche.
Inoltre, ci sono anche dei dubbi sul fatto che l’avanzata elettronica dell’aereo sia oggetto di spionaggio. La britannica Bae, infatti, a marzo 2012 è stata attaccata da hacker cinesi che hanno rubato informazioni sulla progettazione dell’aereo, causando la riprogettazione di alcune componenti elettroniche.
Il costo di ogni singolo velivolo “nudo” (cioè esclusi ricambi ed armamenti) è valutato oggi 88 milioni di dollari contro i 65 previsti inizialmente ma nuovi rincari sono in arrivo considerati i ritardi del programma e i tagli agli ordinativi annuali anche da parte del Pentagono che stanno facendo lievitare ulteriormente i costi. Secondo le tabelle di previsione del Pentagono i jet della versione A costeranno infatti 90 milioni di dollari ma solo nel 2017 mentre quelli prodotti nei prossimi tre anni avranno un costo progressivamente in calo da 127 a 95 milioni di dollari. Abissale inoltre la differenza tra i costi di manutenzione della flotta di F-35 annunciati dal governo (8,9 miliardi) e rilevati da KPMG (15,2) che ha valutato costi operativi in 19 miliardi contro i 9 stimati dal ministero della Difesa. […]. Il Programma F-35, ribattezzato “l’aereo da un trilione di dollari” dal Wall Street Journal, prevede 2.443 velivoli per Usaf, Marines e Us Navy e almeno altri 700 per gli alleati ma i tagli al Pentagono e soprattutto il ripensamento del Canada potrebbero influire sul futuro del velivolo determinando un ”effetto domino” su altri Paesi che hanno mostrato perplessità nei confronti dell’F-35, soprattutto sul fronte dei costi in crescita costante, come Australia e Olanda mentre la Gran Bretagna prende tempo e ha annunciato che non effettuerà ordini fino al 2015.
Al progetto di sviluppo hanno collaborato anche gli Australiani ed ecco cosa hanno concluso a febbraio 2012 (commissione parlamentare):
“There has been a lot of effort in pulling together this great collaborative goodwill and industry network. The only trouble is that we are building the wrong aircraft” (stiamo costruendo l’aereo sbagliato).
La simulazione australiana conferma il terribile scenario della RAND Corporation di qualche anno fa. Contro gli aerei cinesi, solo 30 F35 tornerebbero alla base, su 240 inviati. Ecco un significativo scambio di battute in commissione:
Mr O’DOWD: We have got 14 F35s on order, have we? (abbiamo ordinato 14 F35?)
Mr Goon : Two. (2)
Mr O’DOWD: Two, 12 or 14, whatever it is. Where do we go from here? I hear what you are saying, but do we stop, progress or change our path? (che si fa? andiamo avanti o torniamo indietro?)
Mr Goon : I see there are great opportunities for Australia—I honestly do. I see sitting down with our American colleagues and together saying, ‘Hey, we have got a problem!” (c’è una grande opportunità: sederci al tavolo con i colleghi americani ed ammettere che abbiamo un problema)
Oggi su Repubblica, nel tentativo di difendere gli amati “progressisti” Scalfari sostiene che la vicenda Monte dei Paschi e’ solo panna montata. Il sistema sarebbe sano. Non si tratterebbe di limitare l’uso dei derivati, di separare lo ruolo del rischio dal risparmio, di proteggere la funzione pubblica delle Fondazioni, ossia di intervenire con riforme sistemiche. No basta fare fuori i mascalzoni che erano al vertice. In sostanza Scalfari si comporta come Craxi all’inizio di Tangentopoli: “Chiesa? Un mariuolo!”. Il fondatore di Repubblica non si accorge che “Bancopoli” e’ iniziata da tempo e Bersani invece di “sbranare” i suoi “avversari” fino a ieri sostenuti nel governo, farebbe bene a riflettere sui guasti del sistema. Altrimenti gli succede il contrario. Ovvero: da “abbiamo una Banca!” (Fassino) al melanconico “avevamo una Banca”.
Alfonso Gianni, 27 gennaio 2013
“Non c’è nessuna responsabilità del Pd, per amor di Dio: il Pd fa il Pd, le banche fanno le banche”.
Pier Luigi Bersani, 23 gennaio 2013
“Il Pd non si è mai occupato del Monte dei Paschi. Il sindaco non è il Pd, è eletto dal popolo, è un’istituzione, non c’è nulla di scandaloso e strabiliante”.
Massimo D’Alema, 24 gennaio 2013
Passare alla storia come il premier del governo dei banchieri non sarà certo piacevole, ma se il sistema creditizio italiano oltre a divenire ostaggio di una finanza opaca e massonica, oltre ad aver succhiato immense risorse dalle tasche degli italiani, oltre ad aver maltrattato imprese e clienti oggi si mostra come un verminaio di interessi inconfessabili di chi è la colpa? Solo di quel Giuseppe Mussari che il Pd non può aver licenziato se prima non lo avesse arruolato? E la lobby dei banchieri che lo ha voluto al vertice dell’Abi? E la Banca d’Italia che non si era accorta di nulla? E intanto il ministro dell’Economia Grilli di cosa si occupava, del suo bell’appartamento ai Parioli? Pagheranno sempre e solo i risparmiatori? Tra un mese si vota e sarà l’occasione più propizia che gli italiani avranno per regolare i conti con chi li ha truffati. Altro che fantasie elettorali, presidente Monti, queste sono solide realtà.
Antonio Padellaro, Il voto e il monte, Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2013.
Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena e presidente dell’Associazione Bancaria Italiana fino al 22 gennaio, ed Ernesto Rabizzi (75.000€), Vice Presidente del Monte Paschi di Siena (Mps).
“Non so se Bersani dovrà chiedere l’aiuto alle forze di centro per poter governare. Ma penso che lo farà. Immagino che ci sarà un governo piuttosto ampio di forze che lo sostengono”.
Alessandro Profumo, presidente di Mps, 22 gennaio 2013
Sebbene gli onorevoli democratici scartino l’idea di Profumo come candidato a palazzo Chigi, non negano che un futuro nel Pd per lui ci possa comunque essere. Magari, come ministro, sempre che si vincano le elezioni. Un avvicinamento, quello di Profumo al partito democratico, che non sarebbe poi così strano, scrive l’agenzia di stampa Dire. Nel 2007 l’ex ad di UniCredit era in fila ai gazebo per votare alle primarie che incoronarono Veltroni. Era lì per sostenere la moglie, Sabina Ratti, candidata come capolista nella lista di Rosy Bindi e poi eletta nell’assemblea costituente. Il capogruppo Pd in commissione Bilancio, Pier Paolo Baretta, dice che sarà difficile vederlo in politica, però «se è libero, un ministero per lui si trova».
“Non ci sono solo i 98 mila euro donati dalla famiglia Riva (Ilva) a Pier Luigi Bersani. A sfogliare i libroni dei contributi registrati alla Camera dei deputati, si scopre che la sinistra italiana, negli ultimi dieci anni, spesso non ha guardato troppo per il sottile di fronte a un generoso imprenditore. Per restare in tema di acciaierie, Enrico Letta ha incassato 40 mila euro nel 2008, proprio come Bersani, dall’associazione padronale di categoria, quella Federacciai che vanta come vicepresidente Nicola Riva, ora indagato a Taranto per inquinamento. Letta è uno dei politici di sinistra più graditi agli imprenditori. […]. Impressionante anche l’elenco delle donazioni dei manager del Monte dei Paschi ai Ds di Siena. Ci sono molti nomi del presente e del passato del gruppo bancario nell’elenco degli ultimi dieci anni di contributi ai Ds locali: da Marco Spinelli a Moreno Periccioli dal compianto Stefano Bellaveglia ad Antonio Sclavi. In testa ai manager-finanziatori ovviamente c’è l’ex presidente Giuseppe Mussari. L’attuale presidente dell’Abi ha donato, negli ultimi dieci anni, 673 mila euro ai Ds senesi. Dei quali 100 mila nel 2010 e 99 mila euro nel 2011. Mentre il vicepresidente della banca, Ernesto Rabizzi, ha donato 125 mila euro nell’ultimo biennio. Nonostante i conti disastrosi della banca abbiano imposto al governo Monti di iniettare 4 miliardi di euro pubblici nell’istituto, i due manager e il loro partito non ne hanno risentito. Mussari è tuttora presidente dell’Abi e nel 2011 ha guadagnato ben 712 mila euro, mentre Rabizzi si è accontentato di 412mila euro”. (Marco Lillo e Valeria Pacelli, il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2012)
“Generoso si rivela pure Giuseppe Mussari, presidente del Monte Paschi di Siena, diessino di lungo corso e finanziatore dei Ds cittadini con 160 mila euro”.
“Prende le distanze anche il Pd, nonostante il ruolo degli enti locali toscani nella nomina dei vertici della Fondazione Mps e lo storico supporto a Mussari da parte di pietre miliari del partito come Giuliano Amato e Franco Bassanini, per quanto riguarda Roma, mentre a Siena l’ascesa dell’avvocato calabrese fin dall’inizio è stata sostenuta dall’ex responsabile locale del Pd, Franco Ceccuzzi, già sindaco della città fino al commissariamento e attuale candidato per riprendersi la poltrona”.
Rossa da sempre, ma con un potere multicolore forte e compatto intorno alla banca, in un compromesso storico di ferro. Pci, Pds, Ds, i democratici governavano comunque si chiamassero, ma facendo tutti felici nel codice che funzionava garantendo la “centralità millenaria” della banca. A Rocca Salimbeni sono tutti rappresentati: partiti, chiesa, Opus Dei, massoneria, che a Siena è il partito della della borghesia, come diceva Benedetto Croce, e anche del ceto medio impiegatizio e commerciale, secondo Antonio Gramsci. Mancano soltanto i gay, che infatti, più di una volta hanno protestato: perché la Curia ha un posto in Fondazione e noi no? E tutti hanno il loro bel tornaconto. Se, per dire, il plenipotenziario berlusconiano Denis Verdini ha bisogno di qualche milione per far fronte alla bancarotta della sua ex banchetta personale e per le costose abitudini della sua famiglia, il Monte sovviene discreto e generoso. Per non dire dei 200 milioni o giù di lì, raccolti in tutta Italia, ma distribuiti dalla Fondazione a pioggia intorno a Piazza del Campo per garantire il benessere dei 55 mila abitanti.
“Eccoci quindi ad uno storico potere italiano, nel ramo bancario, nel quale il radicamento Pd può vantare una lunga storia. Ci riferiamo al Monte dei Paschi che è controllato direttamente dal Pd senese quindi su una base territoriale con rilievo nazionale. Ora non ha importanza descrivere qui la guerra tra bande che si è aperta nel Pd a Siena con la crisi di Mps, una guerra che nessuno in Toscana riesce a spegnere tale è l’autonomia del partito democratico senese dal resto della regione. Bisogna soprattutto brevemente raccontare come l’Mps, grazie alla acquisizione sbagliata di Antonveneta e ad una lunga serie di operazioni speculative andate a male, da almeno un lustro si trova in cattive acque. Tanto che, nell’autunno del 2012, il governo Monti decreta, su un testo approvato da un relatore Pd ed uno Pdl, un aiuto alla banca senese pari a 3,9 miliardi di euro. Aiuto poi messo in discussione dal Bce ma superiore, dal punto di vista finanziario, ai “risparmi” che la riforma Fornero ha prodotto con i tagli alle pensioni…Aiuto che è servito, tra l’altro, ad evitare che la banca fosse commissariata dallo stato, disintegrando il residuo potere piddino senese e nazionale nei corridoi di Mps…Pochissimi giorni fa, con delle prove fornite dal Fatto Quotidiano, esce la prova inoppugnabile che Mussari, allora presidente di Mps e fino a poche ore fa presidente dell’associazione delle banche italiane (praticamente un ministro), aveva fatto una pesante operazione di cosmesi finanziaria con il bilancio 2009 del Monte dei Paschi. In poche parole aveva acquisito come abomba adttivo una serie di pericolosi derivati, contratti con una banca giapponese, che altro non erano che letali bombe ad orologeria nei bilanci della banca senese. E bravi Monti e il Pd, con il concorso del Pdl, che hanno decretato aiuti, e di quali proporzioni, ad una banca che è piena di vere e proprie bombe ad orologeria finanziarie. Tutto questo per sottrarre la banca ad un vero controllo pubblico…Tutto questo, naturalmente, senza che Mps abbia minimamente migliorato la propria offerta finanziaria a imprese, famiglie, singoli, coppie in cerca di mutuo. Si è presa una parte notevole di denaro pubblico per farla sparire nel niente di una voragine di bilancio.
A questo punto chiedersi cosa sia veramente il Pd non fa certamente male. Al di là delle operazioni di creazione di simulacro per attirare elettori resta la sostanza materiale di un potere profondamente immobiliare (Ipercoop non è solo grande distribuzione), legato alle grandi opere (le cooperative edilizie) e speculativo-finanziario (Unipol e Mps). Si tratta di tipici poteri del liberismo odierno nazionale, quello legato al circuito mattone-moneta”.
“…feudi del Pci-Ds-Pd che nominano 13 consiglieri su 16 in fondazione. Erano loro a decidere, fomentati dagli elettori-cittadini che, quando non lavorano in banca, ne sono clienti o beneficiari come sponsorizzazioni, iniziative, erogazioni. Un circolo chiuso, tutti alla greppia e nessun controllo autonomo”.
Andrea Greco, La Repubblica, 19 ottobre 2012
“Il Monte dei Paschi di Siena manovra oltre il 30% dell’economia Toscana”.
“Pierluigi Bersani respinge ogni accusa di un ruolo del PD nella vicenda: “Nessuna responsabilità, per l’amor di Dio. Il PD fa il PD e le banche fanno le banche”. Certo, dopo la scalata tentata da Unipol allo stesso Monte dei Paschi (“Abbiamo una banca?” si domandava in una famosa intercettazione Piero Fassino) le insinuazioni a danno del PD non erano certamente evitabili”.
“Mussari è stato probabilmente uno dei principali finanziatori privati del Pds-Ds-Pd di Siena. Secondo i dati ufficiali della Camera dei Deputati, dal 27 febbraio del 2002, data del suo primo assegno al partito, fino al 6 febbraio dello scorso anno, Mussari ha versato a titolo personale nelle casse del movimento ben 683.500 euro. Finanziamenti ovviamente leciti e tutti dichiarati. Ma che danno comunque il senso della stretta vicinanza tra il manager e il partito”.
“Dai primi anni Novanta, la “privatizzazione” ha eliminato dall’ordinamento italiano il principio della pubblica utilità del credito, per cui le banche vengono destinate unicamente a fare profitto. I partiti sono tuttavia riusciti a mantenere il controllo sui capitali delle ex banche pubbliche, scorporando da esse le Fondazioni bancarie.
Così iniziava in Italia il ventennio del trionfo dell’economia del debito, capace di generare nel mondo “derivati” per un valore oltre dodici volte superiore a quello del lavoro annuo di tutta l’umanità. Le Fondazioni, e non solo le banche, hanno partecipato alla speculazione: col risultato che le sole prime 12 Fondazioni avrebbero bruciato, al settembre 2011, ben 10 miliardi di euro, cui nel 2012 si dovrebbero aggiungere altri 14 miliardi di perdite sui titoli di Stato presenti nei loro portafogli.
Dato che il patrimonio delle 88 Fondazioni bancarie italiane ammonta a oltre 50 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quanto la crisi finanziaria mondiale abbia intaccato uno dei più importanti patrimoni dell’Italia, costituito nel tempo dal lavoro degli Italiani e originariamente destinato al sostegno delle attività non lucrative, tra le quali, in primo luogo, la cultura.
Le improvvise, per gli ignari, notizie sulla grave crisi del Monte dei Paschi, che irrompono sulla campagna elettorale, annunciano, a nostro avviso, ulteriori difficoltà del sistema creditizio e delle fondazioni nel nostro paese: proprio quando recenti analisi di esperti confermano il fatto che questo sistema continua a sostenere soltanto le grandi aziende e le pubbliche amministrazioni, lasciando famiglie e piccole e medie imprese prive di denaro proprio quando sarebbe più necessario.
Una scelta strategica rivelatrice del fatto che per la finanza internazionalizzata il denaro non è il controvalore del lavoro di un popolo, ma lo strumento per renderlo schiavo attraverso la creazione del debito”.
“Ho segnalato tempo fa che il PD attraverso le fondazioni bancarie presiedute dai suoi amministratori locali controlla le tre maggiori banche italiane, che detengono gran parte del debito pubblico italiano e continuano ad ottenere prestiti e fortissimi vantaggi da parte del governo. Fassino presiede la fondazione cassa di risparmio di torino che detiene il maggior pacchetto di unicredit subito dopo gli arabi, chiamparino alla compagnia di san paolo controlla nettamente intesa con oltre il 10%, su siena e mps non mi pare di dovermi dilungare…Monti è stato creato in questo suo ruolo da Napolitano e sostenuto costantemente dal PD…io ritengo che il PD non si sia fatto catturare dal montismo e ne sia vittima, bensi che sia proprio tra i mandanti e creatori, con il movente di difendere il prprio potere economico-finanziario. Allora la lista monti non è un avversario del pd bensì una pedina posta in parlamento per poter poi costituire un governo post elezioni e non dover calare del tutto la maschera presentandosi come la coalizione erede del governo monti. Io credo che già sappiano che non avranno una maggioranza solida al senato e così potranno giustificare l’alleanza con il centro-monti, un secondo miracolo per enrico letta. Sel sarà ininfluente e comunque condita nelle sue liste di “responsabili” che per non far cadere il paese nel caos resteranno nel governo”.
“Pierluigi Bersani ha sostenuto…con la copertura della discrezione di Repubblica e Unità, uno dei più robusti e silenziosi, almeno a livello di opinione pubblica, tentativi di salvataggio di banche tossiche della storia d’Italia. Stiamo parlando di una iniezione di liquidità superiore ai tagli delle pensioni della recente riforma Fornero a favore di uno dei feudi piddini: il Monte dei Paschi. Allo stesso tempo, a differenza della Gran Bretagna (che è IL paese liberista) la decisiva immissione di liquidità non ha comportato che la banca passasse sotto controllo pubblico. Insomma, la società italiana ha compiuto uno sforzo immenso per pagare le avventure di MPS, e di riflesso del Pd, nel mondo della speculazione finanziaria. Di fatto ha dovuto pagare anche il disastro MPS dell’acquisizione di Antonveneta (costata 9 miliardi), ma il controllo del Monte, a differenza di quanto accaduto in Gran Bretagna per casi analoghi, resta privato. Nonostante questo Moody’s ha declassato…i titoli MPS a spazzatura. Un’operazione da serio, serissimo dibattito politico. Lusi, Penati e lo scandalo Enac, di un altro collaboratore stretto di Bersani, rispetto a quanto è costato alla società italiana MPS, e a fondo perduto, a confronto sono questioni da ricettazione di un camion trafugato pieno di salumi”.
Come sarà ripagato il prestito del governo Monti?
“Con quel decreto del Consiglio dei ministri che dava l’ok alla modifica dei Monti bond apposta per Mps, preparato da Grilli e pubblicato in Gazzetta ufficiale l’11 dicembre, veniva sancito che alla banca andavano quasi 4 miliardi di euro, e che lo Stato poteva anche essere rimborsato, se Mps fosse andata in rosso (cosa piuttosto probabile visto che Mps ha chiuso il primo semestre 2012 con un buco di 1,617 miliardi), non in contanti ma anche in azioni della banca stessa o in nuove obbligazioni. In sostanza, miliardi in cambio di carta“.
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10 domande (inquietanti) sul caso Monte dei Paschi
Chi vota PD, o Monti, o Berlusconi, vota per questo:
I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati.
Carroll Quigley, docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown e mentore del giovane Bill Clinton, da “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).
“CasaPound? Perché no se hanno le nostre idee” (Grillo)
Il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore: «[Grillo] non si è mischiato con il potere e sullo ‘ius sanguinis’ la pensiamo allo stesso modo. Non si può escludere un’alleanza».
CasaPound: «E’ il catalizzatore di un dissenso in virtù di alcuni suoi messaggi politici che condividiamo»
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“Sì, nel movimento c’è razzismo e ignoranza, ma”
“Sì, molti temi sono affrontati in maniera superficiale e confusa, ma”
“Sì, Benetazzo è disprezzabile, ma”
“Sì, Grillo sull’immigrazione si appiattisce sulla vulgata dominante, ma”
“Sì, c’è il rischio di diventare una Lega Nord ecologista, ma”
“Sì, c’è un problema di verticismo, ma”
Wu Ming 1, gennaio 2012
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A) La Casaleggio Associati detta tutto ciò che Grillo fa e dice, espelle, caccia, accetta, dirige, e il comico obbedisce.
B) La Casaleggio Associati è un’impresa con legami a 360 gradi nel mondo bancario internazionale, delle Telecom, della speculazione in equities, ha un fatturato e deve rispondere a quello.
C) Il M5S è il primo partito italiano nella storia del Paese che è interamente controllato da un’azienda privata specializzata in massificazione e massmanipolazione di massa. Assai più radicalmente del PDL. Neppure negli USA questo è mai stato possibile.
D) Alle primarie del M5S potevano partecipare come votanti gli iscritti al movimento “che devono però essere controllati da noi su chi sono e cosa fanno” (Grillo). Neppure la Stasi aveva questa regola.
F) Il M5S deve sgobbare gratis per anni perché “noi non abbiamo soldi”, dice Grillo, che dichiara 4 milioni di euro all’anno. Per non parlare del fatturato di Casaleggio.
G) Grillo dice “io non ti devo dimostrare di essere onesto, o ti fidi o non ti fidi”, proprio come in Scientology, o come nelle dittature.
Quante volte, nella storia, a partire dai giacobini, i movimenti che si autodefinivano ultra-democratici si sono dimostrati antidemocratici?
Il M5S è una macchia di Rorschach: ognuno ci vede quel che è portato a vederci. Per questo non sarà mai un qualcosa di definito: solo così può continuare a catturare consensi a destra, centro e sinistra. Per la stessa ragione non avrà mai un progetto politico di governo e dei candidati in grado di ricoprire incarichi di governo. Scomparirà spontaneamente quando ci sarà una sinistra in grado di governare.
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GAIA – THE FUTURE OF POLITICS (i nuovi Conquistadores Cosmici)
“Nel corso di una terza guerra mondiale tra i buoni e i cattivi che accelererà i cambiamenti climatici nella direzione prevista da Al Gore, si verificherà la riduzione della popolazione mondiale ad un 1 miliardo di persone. Un nuovo Movimento Ambientalista risolverà tutti i problemi mondiali. Chi non è su Earthlink non esisterà (sic!). Sarà introdotta un’Intelligenza Artificiale Planetaria, chiamata BRAIN TRUST, che spiegherà a tutti come risolvere i problemi quotidiani, condividendo tutti i dati online. Ci sarà l’elezione in rete di un governo mondiale chiamato GAIA che abolirà partiti, ideologie e religioni. La conoscenza collettiva sarà la nuova norma”.
Giuliano Santoro, “Un grillo qualunque. Il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani” (Castelvecchi, 2012)
Stralci dal libro
Il gergo di Grillo e dei grillini comprende un lungo elenco di soprannomi degli avversari politici. È una scuola, quella dei nomi storpiati, che vanta molti antenati, un albero genealogico tutto schierato a Destra che coinvolge anche il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, che chiamava il padre costituente Pietro Calamandrei «Caccamandrei» o l’azionista Luigi Salvatorelli, additato in quanto sostenitore delle epurazioni dei fascisti dalle istituzioni, «Servitorelli». Dopo di lui, ci fu Emilio Fede, che infastidito dal consenso dilagante alla contestazione al G8 di Genova, nel 2001, decise di storpiare i nomi di due dei portavoce di quel movimento, Luca Casarini e Vittorio Agnoletto, chiamandoli «Casarotto» e «Agnolini». In quel caso, sbagliare i nomi deliberatamente equivaleva a dire: «Non pensiate di essere diventati noti al grande pubblico, io ad esempio non ricordo mai i vostri cognomi». (…)
Nel mondo di Beppe Grillo il passato non esiste. Esiste solamente il futuro della «nuova era», della Rete, della mutazione antropologica. Le idee senza parole sono costituite prevalentemente da una costruzione mitologica che non ha certo inventato Grillo ma di cui il comico genovese si nutre a piene mani. I politici (riuniti nella «Casta») sono vecchi, la scuola che frequentano i vostri figli è vecchia, le ideologie sono vecchie. Nuova è la Rete, come mondo mitologico, organico, a-conflittuale, nel quale ogni cosa assume il suo ordine naturale. «Nel salotto di casa, collegandosi alla Rete, si potrà creare qualsiasi oggetto da una penna a un fischietto», scrivono Grillo e Casaleggio in Siamo in guerra. «La possibilità di comunicare in Rete attraverso il pensiero da ipotesi di fantascienza è diventata realtà». La tecnologia non viene descritta per quello che è, cioè un complesso campo di forze, uno spazio di tensione tra diversi interessi. Al contrario, la tecnologia diventa una sorta di panacea. Sono concetti che vengono ripetuti continuamente, mai spiegati fino in fondo, fino a rappresentare un elemento identitario, un universo di segni di riconoscimento cui attingere.
È quella che Wu Ming 1, in un articolo molto dibattuto sul «feticismo digitale» ha definito «narrazione tossica»: «La tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente». L’approccio alla «Rete» dei grillini, dice in un’altra occasione Wu Ming 1, «vede nella tecnologia una forza autonoma, trascendente le relazioni sociali e le strutture che invece la plasmano, determinandone sviluppo e adozione. La Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro».
«I post critici sul forum del Movimento 5 Stelle spesso vengono cassati», racconta il consigliere ferrarese (epurato) Valentino Tavolazzi: «Ci sono tantissimi esempi di cancellazione di commenti “scomodi”. E poi ci sono troll che disinformano o infamano. A me ne hanno dette di tutti i colori. Per fortuna non ho niente da nascondere, altrimenti sarei già morto da un pezzo. È proibito criticare Grillo, se lo fai non ti danno tregua. Che sia una strategia precisa o una reazione spontanea dettata dal fanatismo, o forse entrambe le cose».
Santoro, il suo libro racconta Beppe Grillo dalle origini, dai tempi del cabaret e della televisione, e offre così una prospettiva lunga sul personaggio. Un parallelismo che emerge con forza, dal rapporto con Antonio Ricci (che è stato un suo autore) al fiuto mediatico, è, in fondo, quello con Silvio Berlusconi. Viene da pensare: davvero dopo la fine del berlusconismo siamo destinati a rivivere ancora una volta il brutto film degli anni Ottanta?
Piccola premessa di metodo. “Un Grillo Qualunque” non è un libro dettato dall’urgenza del momento, serve a muoversi nello scenario attuale ma al tempo stesso affonda su più livelli e si muove su molti piani, a cavallo tra studi culturali, sociologia dei media e politologia. Ricostruendo la genealogia del grillismo parto dal Beppe Grillo personaggio dello spettacolo. Questo ci consente di comprendere due elementi.
Primo: che Grillo ha imparato il linguaggio televisivo, della televisione mainstream, da Antonio Ricci, cioè da quello che molti hanno indicato come vero ideologo del pensiero debole berlusconiano, dall’uomo che ha inventato il tg satirico “Striscia la notizia” per Berlusconi, facendo credere agli italiani che il Gabibbo e L’Uomo Ventosa erano giornalisti di inchiesta e mettendo davanti alle tavole imbandite per cena le Veline, cioè la donna-oggetto per eccellenza. Tra un tormentone e una scollatura, Ricci ha persino preteso di apparire come un “situazionista”, un uomo “contro”. Per questo non bisogna stupirsi se, dopo anni di colonizzazione berlusconian-ricciana, tanti pensano che davvero il grillismo sia addirittura una “rivoluzione”. Del resto, non bisogna stupirsi: c’era gente in questo paese che pensava che Calderoli avrebbe fatto la secessione!
Secondo elemento: Grillo non è affatto espressione della Rete. Al contrario è la prova conclamata del fatto che da qualche anno la Rete è stata colonizzata dalla televisione, ne ha assunto tic, gerarchie e strutture linguistiche. Avete mai visto Grillo confrontarsi con qualcuno, online oppure nella vita reale? Ovviamente no. Ecco perché parlo di “populismo digitale”. Si usa la Rete per reinvestire il proprio capitale di fama acquisito tramite la televisione e per portarvi logiche televisive.
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Grillo sfonda in Veneto e in tutto il Nord. Ciò accade principalmente perché lucra sulla crisi delle destre. Il suo boom elettorale corrisponde con precisione millimetrica al crollo del Pdl e della Lega. Non voglio semplificare troppo, la questione è complessa e ci sono delle eccezioni, ma tutti gli indicatori al momento ci dicono che Grillo prende i voti dei delusi da Bossi e Berlusconi. In Veneto è la stessa cosa: gli orfani della Dc hanno fatto la fortuna della Lega e adesso, in attesa di nuovi equilibri, gli orfani di Silvio e gli elettori disillusi da Umberto votano per il Movimento 5 Stelle. Non è un caso che Grillo negli anni abbia usato toni molto simili quelli della destra contro gli immigrati, dimostrando in questo caso di essere davvero poco alternativo ai canoni dominanti.
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Grillo fa un gioco di rappresentazione e rappresentanza delle istanze di cambiamento. Come altre volte è successo nella storia del nostro paese, canalizza l’attenzione dei frustrati, di gente che – sia chiaro – ha tutto il diritto e tutte le ragioni di questo mondo per mandare a quel paese la classe politica. Il problema è che questa rabbia viene canalizzata dentro un progetto confuso e tutto dentro le logiche dello spettacolo, in cui si sostiene tutto e il contrario di tutto. Cose giuste e vere si mescolano a proposte assurde.
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Mi sono chiesto: che cos’è oggi il Movimento 5 Stelle? Lavorando a questo libro ho scoperto che opera praticamente solo quando si tratta di votare. È una macchina acchiappa-voti, che svuota le piazze e fa illudere la gente che soltanto andando a votare contro la cosiddetta “Casta” verrà il cambiamento, che basta sostituire una classe politica con un’altra per ottenere qualcosa. In questo contesto, è importante verificare come l’azione del movimenti sociali veri tolga spazio al Movimento spettacolare di Grillo.
Sono stato a Vicenza negli anni scorsi e ho assistito da vicino alla straordinaria emersione del movimento No Dal Molin, ho visto come le due culture presenti sul vostro territorio – schematizzando un po’, quella dei centri sociali e quella del pacifismo radicale – hanno messo in piedi un’esperienza in grado al tempo stesso di radicarsi nel locale e porre questioni globali, universali. Quando i movimenti veri mordono, Grillo ha meno spazio perché la delusione e la rabbia trovano ricettori più pronti e meno virtuali.
Come spiega Giuliano Santoro in un libro acuto sul “populismo digitale” del Movimento 5 Stelle (Un grillo qualunque, Castelvecchi, pp.176, euro 16), rispetto al situazionismo il grillismo usa l’invisibilità, il silenzio, l’idea del candidato senza volto (televisivo) come arma per alimentare l’attesa di un messaggio messianico, creando una suspense narrativa che esalta la connessione diretta (“sentimentale” direbbe Gramsci) tra il leader-attore e il suo “popolo“.
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Grillo fonda la sua impresa politica su attivisti che vivono nelle città piccole e grandi, detengono risorse immateriali in termini di tempo, istruzione e competenze.
Sono precari e freelance del lavoro della conoscenza e sono stati investiti da quel processo di proletarizzazione del ceto medio che condanna all’inoccupazione generale, oltre che al “disallineamento” tra la formazione dei plurititolati con lauree e master e la loro occupabilità sul mercato del lavoro. E’ questo il dramma della crisi del terziario avanzato che non ha voce in Italia. Oggi Grillo sembra offrire una sponda a questi nativi digitali, ai nuovi poveri, ai non rappresentati, ai “neet” disprezzati dal governo dei professori, agli esclusi dalla democrazia rappresentativa costruita sulla violenza della cooptazione, la corruzione, il corporativismo di una società all’ultimo stadio della decomposizione. Chiaramente non offre soluzioni, ma esalta il discorso della rete come elemento salvifico che si risolve in un individualismo esasperato.
Il suo movimento non è interessato ad una proposta costituente alla ricerca di una forma comune della vita politica, ma conferma l’idea che l’individuo ritrova il suo protagonismo nella democrazia diretta, cioè nell’illusione della partecipazione senza filtri al reality messo in scena dal leader contro il mondo cattivo delle caste. Questa ricetta farà piazza pulita di ciò che resta dei partiti tradizionali dell’opposizione, a partire dalla sinistra “radicale” e del suo infimo spettro che barcolla ancora sulla scena. Ma questo è meno interessante rispetto alla ricetta di Grillo contro la crisi. Il comico genovese e il suo guru telematico Casaleggio riabilitano il dogma del libero mercato al tempo del fallimento del neo-liberismo.
“Nè di sinistra, né di destra”
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Grillo viene percepito come anti-tutto e per questo prende voti sia a sinistra sia a destra. In un paese dove i nuovi assunti sono all’80 per cento precari, dove i “neet” sono 2,2 milioni, la disoccupazione giovanile è al 35,1 per cento (terza dopo Spagna e Grecia che sono ad oltre il 50%), mentre il governo Monti ha escluso ogni speranza di integrazione sociale e lavorativa, anche uno spazzino viene visto come membro della Casta – cioè della cittadella del lavoro garantito mediante raccomandazioni o cooptazione – in quanto dipendente pubblico a tempo indeterminato.
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Scriveva tempo fa Wu Ming 1: il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica [...] Il modo in cui il movimento descrive se stesso trasuda di quella retorica dei «processi dal basso» che il grillismo ha avuto in dote dai movimenti altermondialisti di inizio secolo e si è adoperato a ricontestualizzare. Per molti versi, il grillismo è un prodotto della sconfitta dei movimenti altermondialisti: ha occupato lo spazio lasciato vuoto da quel riflusso.
«Beppe Grillo non incarna né il padre permissivo, cioè la figura della sinistra, né quello responsabile, della destra. Piuttosto è lo zio che ti fa divertire e ti lascia nei guai».
[…].
La tv resta però il suo modello. «A Genova Grillo faceva spettacoli per il partito liberale, è scoperto da Alfredo Biondi, poi chiamato da Pippo Baudo in tv, dove fa dei monologhi, e quando gliene chiedono di nuovi lui chiama l’amico Antonio Ricci per scriverli. Dopo verranno Serra e Benni, ma è Ricci che lo caratterizza, e che al tempo del crac Parmalat, quando ancora Grillo è senza rete, gli offre spazio su Striscia la notizia». In tv nasce il Grillo politico («che costruisce un’ideologia prêt-à-porter, in cui ognuno vede quel che vuole»), e nel web porta la tv.
E arriva alle urne. Ma per Wu Ming 2, ripartendo dal libro, si scopre che «il risultato elettorale del M5S è in realtà scarso laddove sono candidati volti non associabili all’establishment, come dimostrano i casi Pisapia e De Magistris»; e soprattutto che «il successo si gioca nella relazione con le lotte locali, con i movimenti preesistenti». Qui bisogna fare attenzione, perché «in Sicilia la retorica dei meetup, del movimento di movimenti, è risultata falsa. Là esistono pochi meetup, e l’affermazione del M5S è stata una sorta di delega per mandar via i vecchi volti». Inoltre «il M5S ha una visione schiacciata del passato, i grillini pensano che le lotte siano sempre partite da loro, da Grillo, come per l’acqua pubblica… non sanno che esistevano comitati radicati nei territori da decenni». «E se in effetti Grillo è stato il primo in Italia a parlare di ogm, e se firmava appelli con Alex Zanotelli – aggiunge Marco Trotta – ora sono spariti dalla sua agenda sfruttamento e ridistribuzione delle ricchezze».
Ma soprattutto non si sa che programmae proposte andranno a portare in Parlamento. Il sito dove si prometteva di scrivere il programma elettorale insieme ai cittadini non è mai partito. Alle persone che mi dicono che voteranno il M5S alle prossime elezioni, contribuendo al 20% pronosticato dai sondaggi, chiedo: ma oltre a sapere sulla fiducia autocertificata da loro o dallo staff di Grilo che sono incensurate, sai come la pensano del Fiscal Compact? Cosa vogliono fare della legge Fornero che ha abolito, tra gli altri l’articolo 18? Cosa pensano delle missioni all’estero, delle spese militari? Cosa pensano del sistema sanitario nazionale? Della scuola pubblica?
Lo scarto di cui parli è uno dei tanti paradossi del grillismo. Provo a descriverlo: nell’era della crisi della rappresentanza politica, e della sua incapacità – diciamo così – di far da contrappeso al mercato, ecco che spunta un movimento carismatico che in nome della “democrazia diretta” (concetto che, come spiego nel libro, viene utilizzato come feticcio ideologico) punta tutto sulle elezioni per costruire il rinnovamento. È una contraddizione non da poco: Grillo all’inizio degli Anni Zero affrontava i grandi temi della globalizzazione, del global warming e della guerra spiegandoci che contava di più il modo in cui si faceva la spesa che la scheda che si metteva nell’urna. Era un modo per ribadire che il vero potere si trovava altrove, nel mercato e nelle multinazionali, e che i partiti erano solo sovrastruttura. E invece, negli ultimi due anni, siamo arrivati al punto che il Movimento 5 Stelle non fa altro che organizzare campagne elettorali permanenti, compilare liste di candidati, polemizzare con gli altri partiti. Paradosso nel paradosso: Grillo – capo carismatico, trascinatore di masse e fondatore del Movimento – almeno per il momento non si candida e anzi trae forza da questo non mescolarsi con “la politica”. Ciò forse avviene perché in questo modo è come se tutti i candidati fossero Grillo. A meno che qualcuno non sia così ingenuo da pensare che i voti li prendono i cittadini che spauriti compaiono a fare da scenografia ai comizi-spettacolo del comico-leader.
Ho trovato molto interessante la tua analisi di alcune sconfitte elettorali del M5S. Dalla Vicenza dei No Dal Molin, alla Milano di Pisapia alla Napoli di De Magistris, appare chiaro che i Cinque Stelle si trovano in grave imbarazzo di fronte a due componenti: un movimento territoriale forte e la candidatura di outsider che rompono il frame “Grillo contro La Casta”.
[…]
in tutta Europa, e anche negli Stati Uniti per certi versi, la gente protesta contro le politiche di austerità, tenta di organizzarsi dal basso per rompere la gabbia dei sacrifici. In Italia, dove pure abbiamo una certa tradizione quanto a movimenti sociali, tantissime delle persone che potrebbero mobilitarsi si limitano ad aspettare il giorno delle elezioni, per poter sostituire quelli della “Casta” con altri eletti, che peraltro non si sa come vengano scelti e messi in lista. Come se questo davvero potesse cambiare la situazione.
Anche a questa contraddizione è legata l’urgenza di scrivere questo libro, che si rivolge a tutti quelli che orientano la loro rabbia verso obiettivi sbagliati e alla ricerca di soluzioni inesistenti. Grillo non è la risposta giusta perché risponde ad una domanda erronea in partenza. Grillo non risponde alla domanda “Come facciamo a costruire altre relazioni di potere e di produzione?”. Oppure, non si chiede: “Come si fa a ottenere una più equa distribuzione della ricchezza?”. La domanda alla quale risponde Grillo è “Come si fa ad andare nei palazzi del potere al posto di quelli là?”.
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Intanto una premessa. Grillo dice: “Ringraziate che ci sono io, altrimenti ci sarebbero stati i neonazisti”. Ora, a parte il fatto che non ci vuole molto ad essere “meglio dei neonazisti”, e su questo concorderebbe chiunque appartenga al consesso civile, questa è più un’affermazione minacciosa che rassicurante. Come a dire “Li tengo a bada io, questi disperati”. Se fossi un elettore dei 5 Stelle mi incazzerei.
Il Partito Pirata ha molte analogie con il Movimento 5 Stelle. C’è la grossa differenza della struttura proprietaria e verticistica messa in piedi dallo Zio Beppe. Ma li accomuna un’ideologia profondamente liberista. Sia i grillini che i piraten, in fondo, pensano che la Rete serva a ristabilire la libera concorrenza, che in questo spazio virtuale si possa realizzare l’utopia liberale della “mano invisibile” che premia i più meritevoli e fa vincere la “verità”. Ancora una volta: non esistono classi, rapporti di forza, conflitti. Esistono solo individui che finalmente avrebbero opportunità di realizzarsi. Quelli del Partito Pirata, ad esempio, sono a favore del reddito minimo garantito perché sostengono che questo permetterebbe a chiunque di concorrere sul mercato in maniera più efficace. Il reddito non è un diritto, è uno strumento per perfezionare il funzionamento della libera concorrenza.
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Il libro contiene una specie di disamina dello schema argomentativo (che si ripete sempre uguale) del troll grillista. È uno schema che ha dato vita anche a un gruppo su Facebook che parodizza le campagne emozionali di Grillo e che si chiama “Siamo la gente, il potere ci temono”. Il blogger (e giapster) Jumpinshark ha scritto una vera recensione di Un Grillo Qualunque utilizzando questo linguaggio.
Proprio ieri ho partecipato ad un dibattito televisivo su Beppe Grillo. In studio c’era anche un grillino, un imprenditore del varesotto ex leghista e forzitaliota che ora aveva scelto la causa del Movimento 5 Stelle. Quando la conduttrice gli ha chiesto cosa del programma di Grillo lo convincesse particolarmente, lui ha risposto (cito a memoria): “Ci ha fatto vedere la luce. Per noi Grillo è una luce in fondo al tunnel”. Pochi minuti fa, invece, una elettrice grillina mi ha scritto su Facebook che “La democrazia partecipata è un concetto unitario e unificante”. Ecco degli esempi di “idee senza parole” dei grillini. Alla radice della loro ideologia pret-a-porter c’è qualcosa di inspiegabile, inesprimibile, irrazionale. Altro che intelligenza collettiva: Grillo muove emozioni, dà vita ad un impasto di politica, spot pubblicitari e sentimenti.
FILIPPO CECCARELLI – la Repubblica | 31 Ottobre 2012
Ma «zitelle acide», in realtà, ci stava benissimo. I seguaci di Grillo fanno proprio questo effetto. In un libro appena uscito e davvero molto interessante, «Un Grillo qualunque» (Castelvecchi), Giuliano Santoro si sofferma anche sul perché e quindi sulla paura dei dirigenti M5S di perdere la purezza mescolandosi con gli «altri». Per i grillini infatti il passato non esiste, condizione che rappresenta al tempo stesso un vantaggio e un limite, enorme autonomia e scarsa conoscenza delle male arti del potere.
Da uomo di spettacolo, in compenso, Grillo saprà che l’archetipo delle «zitelle acide» è il motore di un’opera di Shakespeare, nientemeno. La protagonista de La bisbetica domata, Caterina, single di cattivo carattere e ricca dote, assomiglia moltissimo al movimento in ascesa. Scontrosa, impaziente e linguacciuta, ella sa che opporsi è l’unico modo per salvare la sua integrità arrivando pure alla minaccia di «pettinare la cocuzza con uno sgabello a tre zampe» a chiunque le giri intorno. Con il che ogni possibile pretendente «Da simili diavole Dio ci scampi! » – si ritrae.
LA KA$TA COLPISCE ANCORA!!11!!!1! SENZA VERGOGNA ORA SI FA SCRIVERE PURE I LIBRI!!
CHE PROVE C’ABBIAMO???? A PARTE CHE NON CE N’E’ BISOGNO, CMQ: QUESTO LIBROè STATO PRESENTATO DAL CORRIERE DELLA SERA, IL CORRIERE DELLA SERA E’ I POTERI FORTI, QUESTO è UNL IBRO DEI POTERI FORTI!!1!!!
BASTA LEGGERE 2PAGINE (SE NON T’ADDORMENTI AHAHAHAHA) X CAPIRE CHE è UN LIBRO MATTONE DEL SOLITO PROFESSORONE PECORONE DI SINISTRA, CHE VUOLE SPIEGARE ALLA GENTE QUELLO CHE FA COMODO A LUI MENTRE LA GENTE SA GIA’ DA SOLA LA VERITA’. PERCHE’ C’HA IL WEB E LA CONTRINFORMAZIONE.
“Chi mi invita a votare Pd e soci lo fa in nome del solito, trito, ritrito, frusto, rancido, avariato, decomposto argomento del “voto utile” che, tradotto in buon italiano suona: “Vota contro”. Credetemi: non sono così ideologico ed ingenuo da non conoscere le virtù della tattica che consiglia di scegliere il “male minore”. Ma il punto è proprio questo: il Pd è davvero il male minore?
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Bersani ha già detto che la sua linea sarà quella del rigore, indicata dall’agenda Monti e, di fronte alla minaccia di una lista capeggiata dal Professore, si è precipitato a rassicurare “i mercati” sull’affidabilità del centro sinistra sulla via delle “riforme” già abbozzate da questo governo. Quella linea è non solo socialmente iniqua ma semplicemente fallimentare, come dimostra il fatto che l’intera Eurozona, che si è affidata ad essa, è in netta recessione. D’altra parte, il Pd non ha scelte e deve seguire questa strada:una proposta di politica economica alternativa non ce l’ha e non si può pensare che riesca a darsela in qualche settimana di campagna elettorale. La politica ha le sue leggi e una di queste è la forza di inerzia, per cui una forza politica è indotta a proseguire la traiettoria intrapresa e i tempi di una correzione di indirizzo sono funzione del “peso” del partito e dell’angolazione della svolta: un piccolo vettore può anche fare una svolta a 90° in qualche decina di secondi, ma un autotreno chiede tempi più lunghi anche per modificare la traiettoria di 15°. Ed il Pd non è una utilitaria.
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Ma, qualcuno mi dirà, magari la sinistra potrebbe essere più delicata della destra verso i ceti subalterni, magari, potrebbe anche fare qualcosa per il lavoro ai giovani o forse aiutare un po’ la Cgil nello scontro con la Confindustria… Chiacchiere! Abbiamo già visto come la sinistra ha sprecato le occasioni in cui è stata in maggioranza: vi siete accorti di qualche differenza rispetto alla politica economica di Berlusconi? La differenza, sin qui è stata che il Pd è un Pdl senza il bunga bunga ma con più tasse e più simpatia per i pm. Il Pdl è un Pd con maggiore propensione al disavanzo ed al debito e più simpatia per imputati ed escort.
Sin qui le ragioni che rendono molto arduo sostenere che il Pd sia una alternativa reale al berlusconismo (che, infatti, non riesce a battere da venti anni). Poi ci sono le ragioni per cui una vittoria del Pd (che, ripeto, probabilmente ci sarà) sarebbe un danno assai peggiore. Magari Bersani riuscirebbe ad attenuare un po’ i rigori dell’austerità e fare “qualcosa di sinistra” (non ci credo, ma ammettiamolo), ma a quale prezzo politico? La sinistra dovrebbe caricarsi dell’impopolarità di scelte politiche antipopolari, entrare in conflitto con la propria base sociale, frenare la Cgil, mandare la polizia contro i movimenti di protesta ecc. E, alla fine, senza nemmeno raggiungere il risultato prefisso (come si sta puntualmente dimostrando). Per quanto tempo la sinistra pagherebbe il prezzo di un’esperienza di governo così rovinosa?
Ed allora, a guardare tre metri più avanti al proprio naso, chi sarà stato il masochista? Chi ha cercato di evitare una trappola del genere o chi ci è cascato con tutti due i piedi in nome di una vittoria effimera ed avvelenata?
C’è chi pensa che non ci sia alternativa alla politica interna al sistema che ci vuole succubi dei mercati finanziari e del loro bisogno di sacrifici umani. Non lo credo, ma posto pure che sia vero, vorrebbe dire che in questo periodo è possibile solo una politica di destra. Ebbene che la faccia la destra. Se c’è l’agenda Monti da realizzare che la faccia Monti, non le sue copie. La sinistra faccia l’opposizione e le lotte sociali. C’è qualcuno che si ricorda il significato di queste parole? Op-po-si-zio-ne, Lot-te so-cia-li, Con-flit-to, Piaz-za…
Nel caso del Pd, poi, ci sono ragioni più specifiche per negargli il voto. Il discorso del “meno peggio” può valere se l’opzione meno dannosa si tiene entro la decenza di un “minimo sindacale”. Il Pd da molto tempo è al di sotto di quel minimo: non solo ha pedissequamente eseguito ogni indicazione del capitale finanziario, ma ha inferto i peggiori colpi alla democrazia in questi venti anni (dalla legge sui servizi segreti alla riforma del titolo V della Costituzione).Da ultimo non possiamo perdonargli l’ostinazione con cui ha difeso il Porcellum garantendone la sopravvivenza. Questo ce lo ricorderemo per molto tempo, così come non abbiamo dimenticato il referendum golpista del 1993 e come non dimenticheremo l’appoggio a Monti. Poi questa storia del “voto utile” (ma poi, utile a che? Non sanno fare neanche una legge sul conflitto di interesse) è servita solo a peggiorare le cose in questi anni favorendo l’involuzione dell’ex Pci. Il Pd non può pensare di avere una sorta di “diritto” al consenso, per cui chi è di sinistra deve votarlo (sempre per evitare che vinca “l’altro”) qualsiasi cosa faccia. E’ arrivato il momento di dire che se fa una politica di destra chieda i voti a destra.
Per il resto, una sconfitta del Pd oggi sarebbe una sconfitta (meritatissima) del Pd, mentre una rotta del Pd domani, dopo una disastrosa esperienza di governo, sarebbe una disfatta di tutta la sinistra e comprometterebbe le cose per molti anni ancora. Purtroppo è proprio quello che probabilmente accadrà grazie al mantra fraudolento del “voto utile”.