Ucraina, Jugoslavia, comete di Natale e stelle cadenti di Capodanno – COMBO BOOKIQUE

A cura di Stefano Fait

Paradiso Riconquistato [blog per riformatori – multilingue]

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maxresdefaultIl “boss” in uno dei suoi momenti più lucidi (uhuhuhuh)

http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2013/07/28/news/ho-inventato-la-bookique-in-un-angolo-dimenticato-1.7496051

Tornando ai temi della serata di mercoledì 18, alle 20:45

LOCALIZZAZIONE: Bookique, via Torre d’Augusto 29, 38122 Trento

http://www.openstreetmap.org/node/1367888812#map=19/46.073017716407776/11.126221418380737

Parleremo di Ucraina e di comete, di come entrambi gli eventi sfiorando la nostra realtà possano influenzare le nostre vite.
1. L’Ucraina come potenziale pericolo di una riedizione della guerra fredda;
2. La cometa ISON, ormai morta, i cui frammenti, cadendo sulla Terra, potrebbero, nello scenario più estremo, generare rischi per la nostra salute o, nello scenario ideale, offrirci uno spettacolo “pirotecnico”;
3. La Cometa di Natale, dal nome benaugurante di Lovejoy.

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Interverranno: Irina, testimone diretta delle proteste a Kiev (in questi giorni è tornata ancora una volta in Ucraina) e Christian Lavarian, astrofilo e divulgatore del MUSE, con proiezioni di filmati, animazioni java, video da internet, ecc.
http://it.euronews.com/2013/12/10/nato-il-futuro-dell-ucraina-e-nell-ue/
Christian Lavarian
www.muse.it
http://www.muse.it/it/il-muse/Chi-Siamo/Staff/Pages/Christian-Lavarian.aspx

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UCRAINA, CAMPO DI BATTAGLIA DELLA NUOVA GUERRA FREDDA

La difficoltà di avere una certa equidistanza necessaria per commentare senza partito preso la situazione è legata anche al fatto che “noi”, inteso come pubblico europeo, siamo una parte in gioco. Mi sembra che rimanga forte la convinzione europea di essere in un certo senso inevitabilmente “i più belli” e che tutti debbano essere attratti da noi. Se qualcuno mostra perplessità, certi della nostra inevitabile attrattiva, cerchiamo e siamo disposti ad accettare solo forza e ricatto da parte dell’Altro (inevitabilmente più brutto) come spiegazione.

Se la premessa è “noi siamo belli, loro sono brutti” rimane difficile comprendere la politica ucraina degli ultimi dieci anni (se non altro perché la riduce a un contrasto tra noi e loro).

Peraltro, può anche essere curioso pensare al narcisismo forse implicito in certa attenzione dedicata alle proteste. È evidente che le proteste meritano attenzione, ma certo vedere centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza per dire a noi europei “siete i più belli”… insomma, un po’ di narcisismo forse lo solletica.

Scusa per l’estrema semplificazione (a partire dalla personalizzazione del “noi”), era solo per condividere qualche pensiero. Il mio è uno spunto di riflessione, non l’espressione di un pensiero compiuto (Per intenderci, è evidente che questa gente è in piazza per tanti motivi e non solo per dirci quanto siamo belli, ecc., mille sono le precisazioni e gli appunti possibili)

In bocca al lupo per la serata del 18 e buon proseguimento con le serate alla Bookique!

Giorgio Comai

http://www.dcu.ie/iicrr/Giorgio_Comai.shtml

Ho voluto usare questa comunicazione personale di Comai come “prefazione”, perché la mia presentazione della serata non sarà per nulla equidistante. Sarà la nostra testimone ucraina, che è stata tra i manifestanti, a controbilanciare la mia analisi estremamente critica. Tanto più che i media nostrani, come quasi sempre accade, stanno ascoltando una sola campana – cf. “Noi occidentali, con tutti i nostri difetti, rappresentiamo comunque la maggior approssimazione al Bene, con tutto quel che ne consegue (by default)” – e quindi è essenziale documentare l’altra versione dei fatti.

Il senatore Usa McCain in missione a Kiev per sostenere le proteste. Il repubblicano, ex candidato alla corsa per la Casa Bianca e famoso per le posizioni anti russe, ha incontrato il leader dell’opposizione Klichko.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Ucraina-il-senatore-Usa-McCain-in-missione-a-Kiev-per-sostenere-le-proteste_32994836617.html

“La can­cel­liera tede­sca ha in mente di schie­rare un nuovo gio­ca­tore in que­sta par­tita, Vitali Kli­tschko. Il cam­pione del mondo dei pesi mas­simi si alle­nerà per diven­tare l’avversario filoeu­ro­peo del filo­russo Janu­ko­vyc, spe­rando che sia lui a fir­mare un accordo di asso­cia­zione con l’Ue», scrive «Der Spie­gel». Secondo il gior­nale Angela Mer­kel e il Ppe avreb­bero scelto Klicko, lea­der dell’Alleanza demo­cra­tica ucraina per le riforme (Udar), come il can­di­dato da soste­nere alle pre­si­den­ziali del 2015 con­tro Janukovyc.

http://ilmanifesto.it/merkel-punta-su-vitali-klitschko/

Tra il 2005 e il 2010 l’Ucraina dovrà essere pronta per un confronto serio con la NATO. Dopo il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa consisterà in Francia, Germania, Polonia e Ucraina.

Zbigniew Brzezinski (geostratega di riferimento del Pentagono e della Casa Bianca), “La Grande Scacchiera”, 1998

Il futuro dell’Ucraina è in Europa.

Generale Alexander Vershbow, numero due della NATO, al termine dell’incontro annuale della Commissione bilaterale Nato-Ucraina, 10 dicembre 2013

http://it.euronews.com/2013/12/10/nato-il-futuro-dell-ucraina-e-nell-ue/

La possibile entrata dell’Ucraina nella NATO equivale a un’esplosione nucleare tra Mosca e i paesi occidentali. I tentativi di tirare Kiev dentro l’Alleanza Atlantica porteranno a una crisi di enormi proporzioni in Europa, in campo sia militare sia politico. E la stessa Ucraina assisterà a una profonda crisi interna visti i diversi orientamenti culturali della sua popolazione. L’Occidente sottovaluta l’importanza della questione ucraina per la Russia e non percepisce a dovere come Kiev possa rappresentare un grave fattore di destabilizzazione nelle sue relazioni con Mosca. Credere che la Russia sarà prima o poi costretta a mandar già l’entrata dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica è pratica pericolosa che può portare a un’evoluzione catastrofica degli eventi. Del resto molti in Occidente non credevano, fino ad agosto 2008, che la Russia osasse condurre un intervento militare in Georgia. 

Ruslan Pukhov, consulente del ministero della Difesa russa, Limes, dicembre, 2013, pp. 87-88

5 ministri degli esteri di paesi NATO (Germania, Polonia, Svezia, Stati Uniti, Canada) che aizzano la folla contro il governo. Se fosse un ministro cinese o russo a farlo a Londra come reagirebbe la Casa Bianca?

Tra i politici occidentali che si sono subito recati in Piazza dell’Indipendenza a Kiev per promettere il pieno sostegno del proprio paese ai manifestanti figura anche il vicesegretario di Stato Usa, Victoria Nuland – moglie di Robert Kagan, un neoconservatore cofondatore del “Progetto per un nuovo secolo americano” un think tank che aveva scelto come ragione sociale nientemeno che la supremazia americana planetaria.

Un altro ministro degli esteri coinvolto in quest’opera di aizzamento della folla è il neoconservatore svedese Carl Bildt, responsabile di aver condotto la Svezia in una profonda crisi economica e colossale indebitamento (per gli standard svedesi) e noto per la sua ossessione per i sottomarini russi pronti ad invadere la Svezia, nonché uno degli ultimi europei a negare che il golpe contro Allende sia stato orchestrato con l’aiuto della CIA.

Mark Brzezinski, figlio del geostratega polacco-americano Zbigniew Brzezinski, è ambasciatore di Washington in Svezia. È un caso?

Klitschko, ex pugile campione del mondo dei pesi massimi, e probabile sfidante di Janukovyc, ha goduto del sostegno di Rudy Giuliani (già sindaco repubblicano di New York e candidato alla presidenza degli Stati Uniti) per la candidatura a sindaco di Kiev. È amico personale di Angela Merkel.

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“L’EST È L’EST, L’OVEST È L’OVEST E MAI SI INCONTRERANNO”

LA NUOVA JUGOSLAVIA?

Quasi la metà degli ucraini è di madrelingua russa o è comunque molto legata alla lingua e cultura russa.

Il nuovo meme sui media occidentali recita che l’Ucraina occidentale parla ucraino ed è cattolica, mentre quella orientale parla russo ed è ortodossa e quindi: “L’est è l’est, l’ovest è l’ovest e mai si incontreranno” (Kipling).

Sta agli ucraini dimostrare se le loro differenze sono davvero insormontabili o se il mondo ha imparato qualcosa dalla tragedia jugoslava:

Quei popoli si rincontreranno di nuovo

quando la smetteranno di contemplare

il proprio ombelico

Stojan Cerović

Nella crisi jugoslava Alpe Adria ebbe effetti negativi, più che costruttivi: la componente austriaca e quella italiana (capitanata dalla DC friulana) incoraggiarono in diversi modi la Slovenia a staccarsi dalla Jugoslavia, dietro la promessa di nuovi rapporti e vantaggi politici ed economici in Europa…L’Austria, il Vaticano e soprattutto la Germania avevano già deciso di riconoscere le repubbliche separatiste, anche a costo di rompere il fronte europeo. Agli altri paesi sarebbe toccata la responsabilità di decidere se adeguarsi e mantenere in vita il processo di integrazione europea o andare alla rottura con la Germania e l’Austria.

Giulio Marcon, “Dopo il Kosovo”

Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l’Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro ‘spontaneo’ tra popolazioni portatrici di ‘civiltà’ inconciliabili. […] È la fabbrica d’una vulgata in cui “civiltà” ha la spiacevole tendenza a funzionare come un’altra pseudocategoria, “razza“, cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d’un patrimonio genetico.

Guido Rampoldi, “L’Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005

Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero…La teoria dell’odio tribale per spiegare la guerra dei Balcani…è la più astuta delle bugie costruite dai massacratori per nascondere le loro responsabilità e raggiungere i loro obiettivi. Essa ci porta alla follia geopolitica di credere che smembrare un tessuto sociale in parti etnicamente pure sia indispensabile alla sua pacificazione. Solo a scomposizione avvenuta scopriamo che ciascuna delle parti non solo riproduce ma accentua al suo interno le tensioni di prima: c’è più banditismo, più corruzione, più sradicamento, più squilibri sociali, più armi, primitivismo, repressione, censura, fondamentalismo, povertà, odioAnche in Occidente – dalla Catalogna alla Scozia, dal Belgio alla Grecia – l’Europa è piena di ringhiose identità avvitate su se stesse, di anticentralismi frustrati, insofferenze etniche, rabbie metropolitane, vittimismi regionali e provinciali, nazionalismi popolari e microprotezionismi assolutamente identici fra loro eppure sicuri di essere unici nelle loro diversità. Tutti pronti a farsi collettori di tensioni sociali e a farsi cavalcare con ebete arrendevolezza dal primo capopopolo e da vecchie volpi trasformiste munite di giornali e TV. E tutti, ovviamente, certi del proprio incrollabile europeismo e della propria estraneità planetaria ai Balcani.

Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”

NOTA BENE: L’Irlanda del Nord sembrava una causa persa, ora è in pace. Le squadre di basket della ex Jugoslavia sono tornate a giocare nella stessa lega dal 2001.

http://it.wikipedia.org/wiki/ABA_Liga

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EIN REICH, EIN VOLK, EIN MARKT!

IL TTIP COME CAVALLO DI TROIA DELLA NATO?

L’accordo commerciale tra Ucraina e Unione Europea prevede una progressiva “convergenza in politica estera e sulla sicurezza”.

L’accordo di libero scambio transatlantico (Transatlantic Trade and Investiment Partnership – TTIP), includerà anche l’Ucraina, creando un unico mercato standardizzato e controllato dalle multinazionali che si estenderà dalla California al Don.

Ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontata come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili. Senza pudore, JPMorgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti. Le patologie europee sono così elencate: “Esecutivi deboli; Stati centrali deboli verso le regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso sfocianti in clientelismo; diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo”. Di qui i successi solo parziali, in Sud Europa, nell’attuare l’austerità: “Abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Barbara Spinelli, Il giudizio universale di JPMorgan

http://www.repubblica.it/politica/2013/06/26/news/il_giudizio_universale_di_jpmorgan-61862080/

Il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l’egemonia sull’economia-mondo del XXI secolo…eliminando quanto più possibile strumenti a garanzia del consumatore come possono essere, ad esempio, controlli, etichettature e certificazioni, ritenuti tutti “barriere indirette” al libero scambio. Il tutto in una gamma di business che va dalla chimica-farmaceutica alla sanità, dalle auto all’istruzione, dall’agricoltura ai cosiddetti commons (i beni comuni come l’acqua), agli strumenti bancari e finanziari. L’esempio più semplice è quello degli organismi geneticamente modificati…le grandi imprese economiche compiono un passo decisivo nella storia del loro rapporto con il potere regolatorio degli Stati: acquisiscono cioè la capacità di intervenire direttamente sul piano legale contro leggi e regolamenti che esse ritengono non conformi ai propri interessi di profitto.

G. Colonna, Clarissa

http://www.clarissa.it/stampa_n.php?id=1900&lan=

L’Ucraina si è detta disposta a siglare un accordo che non la costringa a rescindere precedenti, analoghi accordi con la Russia, la cui economia è molto integrata con la sua. L’Unione Europea ha finora rifiutato. Ma Russia, Bielorussia e Kazakhstan saranno costrette ad alzare le tariffe doganali con l’Ucraina (per evitare di essere invase da merci europee a basso costo), quando quest’ultima abbasserà quelle con l’UE. Questo significa che i maggiori mercati per le merci ucraine saranno persi e non è detto che siano concorrenziali sui mercati europei. Bulgaria, Romania, Moldavia e la stessa Ungheria (in stagnazione dopo due recessioni) non se la stanno cavando benissimo. In cambio le imprese ucraine potrebbero essere spazzate via dalla concorrenza europea. L’UE si è rifiutata di finanziare l’ammodernamento del settore manifatturiero ucraino e ha chiesto di scegliere: o l’Unione o la Russia.

I giovani manifestanti sanno che l’Unione Europea non ha mai promesso di semplificare le procedure per ottenere i visti, figuriamoci la cittadinanza europea?

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DOMANDE

Nel 1998 Zbigniew Brzezinski, architetto della politica euro-asiatica degli Stati Uniti, di origine polacca, pubblicava “La Grande Scacchiera”, in cui scriveva: “Tra il 2005 e il 2010 l’Ucraina dovrà essere pronta per un confronto serio con la NATO. Dopo il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa sarà costituito da Francia, Germania, Polonia e Ucraina”.

DOMANDA 1: Cosa ne pensano, in genere, gli ucraini, della NATO? Accetterebbero di di diventare la “prima linea” della NATO nell’Est Europa?

L’impressione – dall’esterno – è che Viktor Janukovych non possa permettersi di perdere le elezioni del 2015 perché, come i suoi rivali (es. Tymoshenko), ha molti scheletri nell’armadio e, se vincessero gli altri, probabilmente finirebbe in prigione.

DOMANDA 2: È davvero così? Esistono dei politici ucraini che possono governare il paese in modo onesto, senza svendere l’Ucraina all’Occidente o alla Russia?

Circola da tempo l’idea di separare l’Ucraina in due tronconi, uno pro-NATO (il nord-ovest più povero) e uno pro-Russia (il sud e l’est più ricchi).

DOMANDA 3: gli ucraini dell’est e dell’ovest si sentono davvero così diversi, oppure alla fine preferirebbero stare assieme? C’è un rischio jugoslavo?

Si dice che l’accordo con l’Europa (e con il FMI) significherà austerità, aumento del prezzo del gas del 40%, tagli al welfare, congelamento dei salari. Questo in un’economia già in sofferenza.

DOMANDA 4: Cosa pensano i manifestanti di tutto questo?

Due dei tre partiti dell’opposizione non hanno mai nascosto i loro legami con la Germania.

Il Partito della Patria di Julia Tymoshenko è vicino alla CDU/CSU di Angela Merkel e alla galassia delle sue fondazioni e think tank.

L’Alleanza per la Riforma Democratica dell’Ucraina del campione mondiale di pugilato Vitali Klitschko (che ha terminato la sua carriera in Germania e ricevuto un’onorificenza per aver migliorato le relazioni tra Ucraina e Germania) è anch’essa sponsorizzata dall’istituto Konrad Adenauer.

DOMANDA 5: cosa pensano gli Ucraini dell’influenza tedesca? Ci sono ancora nostalgici della “liberazione” nazista dal comunismo? Pensano che la Germania porterà benessere, oppure che sfrutterà l’Ucraina?

Svoboda (Libertà) è un partito guidato da Oleh Tyahnybok, che dice di voler lottare “contro la mafia ebreo-moscovita che governa l’Ucraina”. Ha legami con l’ultradestra europea.

DOMANDA 6: Quanta influenza esercita Svoboda tra i manifestanti?

Le Femen hanno urinato su una foto di Yanukovych a Parigi, davanti all’ambasciata ucraina.

DOMANDA 7: cosa pensano le donne ucraine dei loro metodi e stile?

Radek Sikorski è uno dei politici polacchi che sembrano quasi voler guidare la protesta anti-governativa ucraina. È molto vicino agli ambienti neoconservatori americani e forse sarà nominato segretario generale della NATO.

DOMANDA 8: cosa pensano i manifestanti di questo “protagonismo polacco”? È sincero e solidale o c’è qualcos’altro dietro?

Personalmente la mia paura è che l’Ucraina possa diventare il Messico d’Europa, ossia un serbatoio di risorse e manodopera a basso costo che resterà comunque sempre escluso dall’Unione Europea.

DOMANDE 9, 10 e 11: cosa pensano gli ucraini dell’Unione Europea? Non sarebbe meglio non dipendere esclusivamente dall’UE e non considerare la NATO come il suo ticket per la UE? L’Ucraina non potrebbe essere il perfetto intermediario tra Russia e UE, evitando alla Russia la sindrome dell’accerchiamento (es. Ucraina e Georgia nella NATO)?

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LA COMETA DI NATALE E LE STELLE CADENTI DI CAPODANNO – NON CI FACCIAMO MANCARE NULLA!

La cometa Ison è stata scoperta da degli astronomi dilettanti in Russia e Bielorussia nel settembre 2012

Comet C/2012 S1 (ISON), LA EX COMETA DEL SECOLO

Nata 4.5 miliardi di anni fa, disgregatasi il 28 novembre 2013, a 4,5 miliardi di anni di età. [ma sarà davvero così?]

Matthew Knight e io ci stiamo strappando i capelli in questo momento, perché sappiamo che così tante persone tra il pubblico, i media e tra i ricercatori vogliono sapere cosa è successo. Ci piacerebbe saperlo anche noi! […] Abbiamo una nuova serie di incognite, e questo ridicolo, pazzo, dinamico e imprevedibile oggetto continua a stupirci, confonderci e meravigliarci oltre ogni limite

Karl Battams, astrofisico della NASA incaricato di seguire ISON (dal suo blog)

Il risultato [dell’incontro tra la Terra e i detriti di Ison] sarà una, due, o una manciata di stelle cadenti in più nel cielo sopra di noi per un paio di notti, all’inizio del prossimo anno.

Karl Battams, National Geographic

È naturale restare delusi perché non potremo vedere una cometa spettacolare a occhio nudo, ma per certi versi credo che ISON sia stata un enorme successo. Il modo in cui il mondo si è connesso con ISON attraverso i social media è stato fenomenale. Il nostro sito a tema si è conquistato oltre un milione di visualizzazioni e ho avuto problemi a scaricare le immagini vicino al perielio perché i server della NASA erano enormemente sotto pressione. Quindi forse ISON è stata davvero “la Cometa del Nuovo Secolo.

Matthew Knight

http://phys.org/news/2013-12-comet-ison.html#jCp

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LOVEJOY, LA COMETA DI NATALE

Anche se la cometa ISON è stata ufficialmente dichiarata morta, a Natale 2013 ci sarà comunque una stella cometa a illuminare il cielo. Parliamo di Lovejoy, che farà il passaggio radente attorno al Sole il 22 dicembre prossimo. Non rischia di fare la fine di ISON perché la sua orbita non la porterà così vicina al Sole da rischiare di scioglierla.

http://www.tomshw.it/cont/news/lovejoy-le-foto-esclusive-della-cometa-di-natale/51828/1.html#.Uq2ssyc6wXQ

È assolutamente incredibile. Non pensavo che il nucleo ghiacciato della cometa fosse abbastanza grande da sopravvivere tuffandosi attraverso la corona solare a vari milioni di gradi per quasi un’ora. Eppure la cometa Lovejoy è ancora con noi.

Karl Battams, Naval Research Lab di Washington DC e NASA, dicembre 2011

http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2011/16dec_cometlovejoy/

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COMETE ZOMBIE

Abbiamo trovato un cimitero di comete”, spiega Ignacio Ferrin, astronomo colombiano. “Immaginate tutti questi asteroidi che orbitano attorno al Sole per eoni (unità geocronologica usata in geologia, nda), senza alcun segno di attività. Abbiamo scoperto che alcuni di essi non sono rocce morte, dopotutto, ma sono comete dormienti che potrebbero ritornare in vita, se solo l’energia che ricevono da Sole incrementasse di poco”. Questo non è poi così improbabile: Giove influenza con la sua gravità l’orbita di molti oggetti della fascia degli asteroidi, facendo sì che essi si avvicinino o allontanino dal Sole, quindi aumentando o diminuendo l’energia da esso ricevuta

http://www.galileonet.it/articles/5201f4d3a5717a682b0000df

http://www.ras.org.uk/component/content/article/224-news-2013/2325-a-cometary-graveyard

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Hartley 2 e Tempel 1

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COMETE O ASTEROIDI?

Si era pensato che ISON fosse enorme, dato che splendeva immensamente quando era ancora all’altezza dell’orbita di Giove, a 600 milioni di chilometri circa dal Sole e, stando ai dati raccolti da Hubble, la sua chioma misurava la bellezza di 5.000 chilometri. Che le è successo?

Perché un disfacimento del genere mentre altre comete, come ci spiegano gli astrofisici, “like it hot” e danno il meglio di sé quando si “incendiano” passando vicino al Sole per poi pavoneggiarsi nel cielo? Cosa determina questa differenza di “comportamento”?

Perché negli ultimi giorni si è accesa e spenta a intermittenza, mentre nei mesi precedenti la sua luminosità era assolutamente stabile?

Perché le comete producono una chioma e una coda anche quando la temperatura è sotto zero o vicina allo zero?

Perché molte comete continuano ciclicamente a passare vicino al Sole, anche migliaia di volte (es. Halley 2300 volte), senza sciogliersi e svanire, mentre la povera ISON, che si presumeva fosse enorme (era stata soprannominata la “Cometa del Secolo”), ha fatto flop?

Le immagini dei nuclei delle uniche cinque comete osservate da vicino con delle missioni spaziali (Halley, Hartley 2, Tempel 1, Borrelly, Wild 2) mostrano corpi rocciosi con impatti di crateri. Che differenza c’è rispetto agli asteroidi? Cosa distingue un asteroide da una cometa? Perché il modello prevalente pressupone che le comete siano palle di ghiaccio sporco?

Panspermia

COMETE FONTI DI VITA (E DI MORTE)?

È comunque interessante sapere, a questo punto, che intorno al 12 di gennaio 2014 la Terra attraverserà una scia di piccolissimi detriti lasciati dalla ISON sulla sua orbita mentre si avvicinava al Sole. Non sarà, pare, una pioggia di meteore. I detriti misurano qualche millesimo di millimetro, e scenderanno al suolo come una rada e finissime nevicata. Solo qualche sporadico frammento un po’ più grande potrà ardere nel cielo.

http://www.lastampa.it/2013/12/02/scienza/il-cielo/cometa-ison-in-gennaio-respireremo-la-sua-polvere-FMVejfzGqfqfURxYDcyqMN/pagina.html

“Quando l’astrofisico inglese Fred Hoyle parlò per la prima volta dell’ipotesi della panspermia, pochi lo presero in considerazione. L’idea che i mattoni della vita fossero giunti sulla Terra dal cosmo, magari “a bordo” delle comete, suonava davvero eterodossa, per non dire fantascientifica. D’altronde, Hoyle si divertiva anche a scrivere romanzi di fantascienza (il più famoso dei quali resta La nuvola nera, recentemente riproposto in Italia), per cui… Ma negli ultimi anni, le prove a favore della teoria della panspermia si stanno accumulando al punto che ben pochi scienziati sarebbero oggi disposti a bollarla come pura fantasia. Una nuova conferma questa volta “visiva” giunge dal sistema stellare di Eta Corvi, a sessanta anni luce dalla Terra. Qui, il telescopio spaziale della NASA, Spitzer, che scruta lo spazio nella gamma dell’infrarosso, ha notato una nuvola di polvere che sarebbe il prodotto della collisione tra una gigantesca cometa e un corpo delle dimensioni di un pianeta come la Terra…In un articolo pubblicato sulla rivista Nature, due ricercatori dell’Università di Hong Kong hanno addotto prove a sostegno del fatto che le stelle produrrebbero composti chimici organici di elevata complessità….In pratica, le stelle sarebbero le grandi fabbriche della vita. Al termine della loro esistenza, espellerebbero insieme a numerosi elementi chimici inorganici anche le basi della vita, capaci di resistere al vuoto cosmico per anni o millenni. Queste molecole complesse, poi, viaggerebbero nell’universo a bordo delle comete e degli asteroidi“.

http://scienze.fanpage.it/a-60-anni-luce-dalla-terra-le-comete-stanno-seminando-la-vita/

Batteri, virus e archei (archeobatteri) operano come messaggeri genetici intergalattici, acquisendo geni in un luogo e trasferendoli su altri pianeti

Rudolf Schild, Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e Rhawn Joseph, Brain Research Laboratory.

http://www.dailygalaxy.com/my_weblog/2011/02/radical-theory-says-life-had-multiple-origins-in-the-universe.html

A Donata Borgonovo Re conviene vincere o perdere le primarie, se ci saranno?

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DBR è su Facebook

Le scelte del partito a livello nazionale e le conseguenze delle decisioni del governo Letta, sotto ricatto da parte di Berlusconi e impossibilitato a recuperare i soldi che servirebbero a rilanciare l’economia (la Merkel non mollerà mai prima delle elezioni tedesche di settembre), non potranno non riflettersi sul voto locale e sul futuro del PD trentino.

E’ saggio essere alla guida della Provincia di Trento in una fase di disfacimento del vecchio sistema, in cui le dirigenze nazionali e locali saranno, a torto o a ragione, considerate dall’opinione pubblica un ostacolo al cambiamento (un tappo), l’autonomia sarà svuotata di ogni reale sostanza e le crisi internazionali raggiungeranno il punto di rottura?

ITALIA

Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl, annuncia ai microfoni di Rainews24 che, se l’Imu non sarà tolta e se il suo partito non dovesse ottenere la presidenza della convenzione per le riforme, il Pdl toglierà la fiducia al governo Letta. E sulla scelta dei sottosegretari aggiunge: ne lasceremo pochi agli altri.

*****

L’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% previsto nell’outlook del novembre scorso… Il rapporto deficit/Pil dell’Italia salirà al 3,3% quest’anno, ben al di sopra delle stime del governo, e al 3,8% il prossimo, quando il debito raggiungerà il 134,2% del Pil (ANSA).

Nonostante l’iniezione dell’ultimo giorno del mese, praticata a suon di kilometri zero immatricolate in capo alle Case e ai Concessionari, il mese di aprile si è chiuso con un altro risultato negativo. Ma il dato nudo e crudo non rende giustizia alla sua drammaticità. Se verrà confermato questo trend l’anno potrebbe chiudersi attorno a 1.100.000 unità. Il che significherebbe 900.000 pezzi in meno rispetto alla soglia minima di sopravvivenza della filiera indicata dai maggiori analisti intorno ai 2.000.000 di pezzi”, esordisce Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto
http://www.repubblica.it/motori/auto/sezioni/attualita/2013/05/02/news/mercato_italia_ad_aprile_qualche_speranza-57903966/?ref=HREC1-3

Matteo Renzi si è salvato per il rotto della cuffia. Enrico Letta non sarà altrettanto fortunato. L’ambizione lo ha tradito.

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Barbara Spinelli [la Repubblica del 01/05/2013]

Il patto Pd-Pdl, e l’eventuale elevazione di Berlusconi a Padre Costituente o senatore a vita (in sostanza: a futuro capo di Stato) non sono necessità, ma scelte discrezionali. Per questo abbiamo evocato la post-verità di Bush jr: l’offensiva in Iraq fu presentata come guerra di necessità, quando era di scelta. L’Europa acefala ne uscì a pezzi, la Nato si rivelò arnese di Washington. Speriamo che Bonino ne prenda atto: europeismo e atlantismo non sono più la stessa cosa.

Napolitano ci ha ammoniti severamente, il 24 aprile: «Confido che tutti cooperino – e quando dico tutti mi riferisco anche in particolare ai mezzi di informazione – a favorire il massimo di distensione piuttosto che il rinfocolare vecchie tensioni». Mi permetto di difendere non solo il diritto, ma l’utilità del rinfocolamento. Che altro opporre alla riaccesa torcia del berlusconismo, se non la fiamma della critica, del No. La democrazia è compromessa, l’etica della responsabilità abusata, quando dall’agenda Pd scompare, grazie ai 101 traditori di Prodi, ogni accenno al conflitto di interessi e al dominio berlusconiano sulle tv.

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Il Pd è un partito impotente. Una delle ragioni non dette della mancata scelta di andare alle urne nel novembre 2011 è che esso non avrebbe retto alla prova per le proprie divisioni interne e sarebbe esploso, come un aereo in volo. Nessuno si è accorto, in questi ultimi anni, del silenzio fragoroso dei dirigenti di questo partito su episodi anche gravi della vita nazionale? La ragione è semplice: se qualcuno prende posizione si scatena la canea delle contrapposizioni. Ed è il caos. Ciò che è accaduto con l’elezione del capo dello Stato è l’ultimo suggello. Nel frattempo, questo partito fa mancare al paese una reale opposizione, una forza di sinistra, un rappresentanza degli interessi popolari sempre più colpiti dalle politiche recessive, esattamente ciò che sarebbe più vitalmente necessario per trovare uno sbocco alla crisi. La quale nasce, com’è noto, dalla iniqua distribuzione delle ricchezze. E’ Grillo che ha supplito a questa assenza clamorosa. E allora? Non sappiamo se la collera popolare ci darà il tempo. Forse Barca potrebbe tentare una vasta ricognizione nelle periferie del Pd per verificare se, almeno qui, il partito è ancora vivo e se può essere utilizzato, almeno in parte. Perché il suo gruppo dirigente, in quanto dirigente, è morto da un pezzo.

Piero Bevilacqua, il Manifesto, 30 aprile 2012

http://temi.repubblica.it/micromega-online/sul-partito-delle-idee-di-barca/

STATI UNITI

I funzionari del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) hanno ripetutamente negato di aver intrapreso operazioni di stoccaggio di munizioni, ma Associated Press sostiene che l’agenzia programma l’acquisto di oltre 1,6 miliardi di munizioni nel corso dei prossimi quattro o cinque anni, e ha già acquistato 360.000 proiettili a punta cava e 1,5 miliardi di munizioni nel 2012.

DHS sostiene che lo faccia per risparmiare, ma gli esperti hanno sottolineato che i proiettili a punta cava costano quasi il doppio ed esplodono al momento dell’impatto per procurare il massimo danno. Ciò ha spinto alcuni a chiedersi quale uso ne vogliano fare [sparare ai cittadini armati? NdR].

L’acquisto di 1,6 miliardi di munizioni fornirebbe al DHS i mezzi per combattere l’equivalente di una guerra in Iraq lunga 24 anni [evidentemente sanno che i cittadini americani sono un osso più duro dei vietcong: altrimenti perché le forze dell’ordine statunitensi avrebbero stabilito che ogni poliziotto deve avere 6 volte più munizioni di quelle che il Pentagono assegna ad ogni soldato americano?]. I membri del Congresso affermano che DHS si è ripetutamente rifiutato di spiegare le ragioni di un tale massiccio acquisto di munizioni.

http://rt.com/usa/dhs-ammo-investigation-napolitano-645/

Un bambino americano di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato specificatamente per bambini che gli era stato regalato lo scorso anno e con cui sparava abitualmente.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/01/USA-BIMBO-5-ANNI-UCCIDE-FUCILE-bambini-SORELLINA-2-ANNI_8640070.html

POSSIBILE SPIEGAZIONE DELL’INCETTA DI MUNIZIONI: Una maggioranza di stati americani non ratificherà mai un emendamento costituzionale che limiti il secondo emendamento. Inoltre, la maggior parte delle disposizioni sul diritto di possedere armi non è federale, dipende dalle scelte dei singoli stati. Anche se venisse a mancare il secondo emendamento, questi stati elaborerebbero i loro specifici emendamenti. Il che significa che si rischia un’altra guerra di secessione (la prima per il possesso degli schiavi, la seconda per il possesso di armi semiautomatiche).

La verità è che, senza l’uso della forza, recuperare le armi è impossibile.

Ci sono centinaia di migliaia (milioni?) di americani che difenderanno anche con la vita ogni tentativo di violare quello che considerano un diritto inalienabile, indipendentemente da quanto ragionevoli siano le norme di legge che si intendono approvare ed attuare. Molti di questi cittadini sono ex-militari o comunque persone molto ben addestrate a sparare. Hanno già ucciso e lo rifaranno. Sarebbe (sarà?) un bagno di sangue terribile, molto più grave di quello si desidera evitare. Stiamo parlando di assalti a stazioni di polizia, famiglie trincerate in case o interi quartieri e paesi barricati, attentati con esplosivi.

Sappiamo di cosa sono capaci le milizie patriottiche americane:

http://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_di_Oklahoma_City

Nessun governo federale statunitense potrà mai controllare la circolazione di armi semiautomatiche senza scontrarsi con questi miliziani e con quegli stati a maggioranza repubblicana che continueranno a tutelare il “diritto” dei loro cittadini a detenere le armi che vogliono.

Il che significa legge marziale e cittadinanza terrorizzata da continui scontri aperti tra governativi ed antigovernativi e quindi disposta a rinunciare a una gran parte dei suoi diritti civili in nome della sicurezza e della Guerra al Terrore interno. Saranno i cittadini americani ad esigere la fine della democrazia in America.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/15/quel-che-zucconi-bloomberg-e-michael-moore-non-vi-hanno-spiegato-sulla-questione-delle-armi-negli-stati-uniti/

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John W. Whitehead, giurista, Rutherford Institute:

Per quelli che, come me, hanno studiato l’emergere degli stati di polizia, la vista di una città posta sotto legge marziale, i suoi cittadini agli arresti domiciliari, elicotteri militareschi dotati di telecamere termiche che ronzano per i cieli, carri armati e veicoli blindati per le strade, cecchini appollaiati sui tetti, mentre migliaia di poliziotti vestiti di nero sciamavano per le strade e le squadre speciali in uniforme paramilitare effettuavano perquisizioni casa per casa alla ricerca di due giovani e apparentemente improbabile sospetti – evoca in noi un crescente disagio. Intendiamoci, questi non sono più i segni premonitori di un crescente stato di polizia. Lo stato di polizia è già qui.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/05/01/sei-un-terrorista-si-tu/

GERMANIA

I dati pubblicati dalla BCE sui redditi e i patrimoni nell’Eurozona documentano chiaramente il fallimento della politica sociale tedesca e una diseguaglianza sociale molto più pronunciata rispetto a tutti gli altri paesi dell’Eurozona [leggi: la Germania non può permettersi un’eventuale recessione].

http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/04/povera-germania.html#comment-form

GRECIA

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/30/i-bambini-greci-stanno-letteralmente-morendo-di-fame-new-york-times-18-aprile-2013/

MEDIO ORIENTE

Sappiamo che le armi chimiche in Siria sono state usate, ma non sappiamo ancora quando, da chi e dove

Obama

Ergo

1. Se un’inchiesta “indipendente” dimostrerà che sia stato Assad, la NATO entrerà in guerra contro il governo siriano e l’esercito regolare;

2. Se sono stati i ribelli, Obama dovrà schierarsi al fianco di Assad;

La frase di Obama non ha alcun senso: o è un imbecille, o è un mentitore che non sa più che pesci pigliare. In entrambi i casi siamo nei guai.

FINANZA INTERNAZIONALE

Truffa mondiale sull’oro? L’authority Usa che regola i mercati delle materie prime apre un’indagine sull’andamento delle quotazioni di oro e argento alla Borsa di Londra. Nuovo maxiscandalo in vista.

http://rampini.blogautore.repubblica.it/2013/03/15/speculazioni-sulloro-aperta-unindagine/

Euro e dollaro non ispirano fiducia. L’Unione monetaria europea è una costruzione malandata, incline a barcamenarsi di crisi in crisi senza il supporto di un dipartimento del Tesoro comune. Quanto al dollaro, è seduto su una piramide di debiti.

Ned Taylor-Leyland, della Cheviot Asset Management, sostiene che la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra non restituiranno mai l’oro ai proprietari stranieri, in quanto questo oro non esiste più.

Altri affermano che più precisamente Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno venduto le riserve d’oro, le proprie e quelle estere, ma le hanno date in prestito o impegnate come garanzia. Di fatto dunque non le possiedono.

[…]

Il co-direttore generale di Pimco Bill Gross dichiara : “Ogni mese la Federal Reserve acquista obbligazioni del Tesoro e crediti ipotecari per 85 miliardi di dollari. In realtà, non ha di che garantirli, niente oltre alla fiducia.”

[…]

54 trilioni di dollari (1 trilione = 1’000 milioni) di credito nel sistema finanziario degli Stati Uniti basati unicamente sulla fiducia verso una banca centrale, che nei suoi forzieri non ha di che garantire né la fiducia né tutti questi soldi.

Lingotti in tungsteno laccato d’oro sono stati trovati un po’ ovunque e un esperto germanico conferma l’esistenza di falsi lingotti d’oro segnati con il marchio ufficiale degli Stati Uniti.

La Federal Reserve ha respinto una richiesta del governo di Berlino di ispezionare le proprie riserve in oro depositate nei forzieri di New York.
Ovvio che i tedeschi abbiano perso fiducia nell’affidabilità della Fed e vogliano avere il proprio oro a casa, sotto controllo.

http://www.ticinolive.ch/2013/02/17/il-vero-motivo-per-cui-la-germania-ritira-il-suo-oro-dai-forzieri-della-federal-reserve/

CLIMATOLOGIA

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Dort, wo man Bücher verbrennt, verbrennt man am Ende auch Menschen
“Dove si bruciano i libri, prima o poi si bruciano anche le persone”
Heinrich Heine, 1820

fanatismo = violenza
Climatologi al San Jose State University Meteorology Department bruciano un testo “eretico” (e pubblicano la foto sulla homepage del dipartimento!!! Intolleranti e idioti)

Quanto durerà questo governicchio? – La montagna ha partorito il topolino (e il “terrorista”)

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Sparatemi, sparatemi
Luigi Preiti, un uomo disperato

«La violenza ha padri noti» (Gasparri). «Grillo-griletto» (il Giornale). «Basta con l’antipolitica!» (Binetti). «Troppo odio da troppo tempo» (Gelmini). «E’ ora di smetterla con i terroristi virtuali nascosti dietro a un monitor» (Meloni). «Chi ha sparato ha dato retta a Beppe Grillo» (Storace).
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tutti-pazzi-per-preiti/2205867

Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio… Non sentite puzzetta di regime? (Nichi Vendola, twitter)

Sto per andare a trovare i due Carabinieri feriti stamattina sotto Palazzo Chigi. Le ultime notizie non sono affatto rassicuranti: in particolare per il brigadiere Giuseppe Giangrande si parla del rischio di gravi lesioni alla colonna vertebrale. Provo sgomento: non è giusto che corrano rischi così grandi coloro che lavorano ogni giorno per la sicurezza di tutti noi, rappresentanti delle istituzioni o comuni cittadini. E provo sgomento anche per ciò che nelle ultime ore è emerso dalla biografia dell’uomo che ha sparato. Le prime frammentarie informazioni lo liquidavano come “individuo affetto da problemi psichici”. Ma quella della follia è una scorciatoia troppo facile e troppo comoda. Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza quale profondo disagio sociale, quale disperazione avesse devastato la sua vita. Un uomo che ha perso il lavoro, come capita a troppi in questo nostro Paese, e che da questa perdita non è riuscito a riaversi. Si vede quanto pesi la mancanza di quelle reti di solidarietà che un tempo servivano ad attenuare i contraccolpi della crisi economica, e che oggi sono drammaticamente svanite. Certo, non è lecita alcuna confusione tra chi spara e chi viene colpito, tra l’aggressore e le sue vittime. Ma sulla crisi le istituzioni e la politica devono, dobbiamo tornare ad intervenire e dare risposte quanto prima, anche perché in più di un caso – lo stiamo vedendo con frequenza crescente – la crisi trasforma le sue vittime in carnefici.
Laura Boldrini

Fa male toccare con mano lo scollamento, la distanza che separa le istituzioni dai cittadini. Io intravedo una grande incognita in questa contrapposizione tra popolo e politica, grande almeno quanto il pericolo dell’eversione. Non può liquidarsi in modo consolatorio una realtà che ospita uomini disperati e quindi disposti a tutto. Bisogna intervenire per interrompere questa caduta. È compito nostro impedire che la disperazione si impadronisca delle nostre vite, che le situazioni drammatiche esasperino i comportamenti. Lo dico non perché, questa volta, la violenza ha colpito le istituzioni, i carabinieri a cui va tutta la nostra solidarietà. Vale anche per i cittadini che si tolgono la vita perché sopraffatti dalle avversità, dalla mancanza di lavoro, dalla propria decadenza fisica e morale.

Pietro Grasso

21303_597418203602647_167848620_nUn governo di basso profilo, un governucolo:
– giovani ministri completamente inadeguati al compito – Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin: giusto per far vedere che l’età media si è abbassata, come nella più squallida delle operazioni di marketing politico;
– un banchiere all’economia;
ALFANO agli Interni;
– un ministro nero all’integrazione tanto per far colore (token negro);
– un governicchio costantemente sotto ricatto;
Probabilmente molti nomi di maggior spessore hanno declinato l’invito a partecipare sapendo che il fallimento era quasi assicurato.

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Proteste in Spagna? Proteste in Grecia? Quando mai? Tutto tranquillo, infatti i nostri giornali e telegiornali non ne parlano. Quindi vuol dire che è tutto a posto, circolare. Ma qualcosa sta succedendo:

E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…

“Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”

“Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”.

http://www.huffingtonpost.it/2013/04/28/davanti-palazzo-chigi-lo-sfogo-di-due-carabinieri_n_3173225.html

In Tunisia iniziò tutto con un gesto disperato di quest’uomo, Mohamed Bouazizi

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“Fabrizio Saccomanni dà una “valutazione positiva” dell’accordo raggiunto ieri in sede europea sul Fiscal compact”.

http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-1024225/ue-saccomanni-positivo-accordo/

Le misure di austerity più che causare una recessione, spingerebbero la crescita attraverso una riduzione dei tassi di interesse in tutti i settori dell’economia

Farbizio Saccomann, Reuters, novembre 2011

bocconiano doc e giovane repubblicano, è stato uno degli uomini più fidati di Mario Draghi

http://news.panorama.it/politica/saccomanni-ministro-economia

Nell’ottobre 2011, un mese prima del volo dello spread e delle dimissioni di Berlusconi, il direttore di Bankitalia, intervenendo alla Bocconi, dell’ultima manovra finanziaria di Giulio Tremonti diceva: “Mette la finanza pubblica in una linea di riduzione del debito credibile e perseguibile”…. Saccomanni dimostrava sintonia anche con l’ipotesi di reintroduzione dell’Ici per tutti. L’Italia “è l’unico grande paese senza una tassa sulla prima casa”, ragionava.

http://www.giornalettismo.com/archives/845327/la-ricetta-di-saccomanni/

No, questa visione del Ministero dell’Economia, il catenaccio, non paga più. Il modulo Monti ha fallito, subendo tantissime reti, chiamate debito su PIL a livelli record, tre anni di recessione, disoccupazione a livelli record. Ha fallito perché invece di spingere con coraggio la Germania a comprendere i suoi errori le abbiamo dato possibilità di perseverare, diabolicamente.

Il Ministero dell’Economia del Governo Letta doveva essere la punta di diamante dell’attacco, dell’alleanza con i francesi per dire per sempre basta all’austerità, per far ascoltare ai mercati quello che vogliono sentirsi dire, che gli assicureremo la solvibilità del nostro debito con l’unica moneta sonante che apprezzano, la ripresa economica. Avremmo avuto bisogno di far sentire a tutti che la politica economica, di pertinenza del Ministero dell’Economia, è il luogo dove si combatte l’austerità, non dove la si giustifica.

Ma non si può chiedere ad un banchiere centrale di fare altro che giocare sulla difensiva: nato e istruito per proteggerci dall’inflazione, il banchiere centrale fa fatica a capire che ci sono momenti di crisi dove l’inflazione non è il pericolo mortale per la stabilità di un Paese, ma la crisi che attanaglia le famiglie sì, lo è. E che questa crisi non può aspettare le riforme dei sogni tra 10 anni, ma ha bisogno subito di quella medicina chiamata lavoro e produzione che rende degna e decorosa la vita delle persone, siano esse dipendenti o imprenditori. Sennò si muore, sennò si perde.

La realtà è che questo Governo Letta ha una ottima difesa con un pessimo attaccante: le scelte sui Ministeri del Lavoro e dell’Università e dell’Istruzione, dove più forte è il potenziale per arrestare l’emorragia dei giovani, sono state credo ottime. Ma la scelta di quei Ministri, se tutto va bene, aiuterà, speriamo, a guadagnare tempo per arrivare ai supplementari, a fermare il nemico, ma non a sconfiggerlo.

Perché per sconfiggerlo avremmo avuto bisogno di ben altro attaccante.

http://www.gustavopiga.it/2013/quando-litalia-nega-alleuropa-un-attaccante-come-mario-balotelli/

Ancora una volta, l’uomo di Arcore “a un passo da piazzale Loreto” (Giuliano Ferrara), grazie al suicidio del Pd e agli errori di Grillo (non votare Prodi) può giocarsi due carte pesanti. Sfruttare il più a lungo possibile la svolta di Napolitano e approfittare fino all’osso di un governo di cui è azionista di riferimento. Oppure condurre fino in fondo la battaglia per l’abolizione dell’Imu: formidabile calamita di voti nel caso decidesse di staccare la spina e di prendersi tutto il piatto con le elezioni anticipate già nel prossimo autunno. Lo stesso non si può dire dei Democratici, costretti a cantare viva Napolitano e a portare la croce. Il governo Letta è una vera e propria bomba a orologeria per un partito in dissoluzione, con la base in rivolta e che in Parlamento sarà costretto a cogestire i problemi personali dell’ex nemico. Una delegazione di basso profilo completa la tragedia. Il resto, il rinnovamento generazionale, la bella storia di Josefa Idem campione di governo e la novità di un ministro dell’Integrazione di colore, Cécile Kyenge servono solo ad addolcire un piatto avvelenato.

Antonio Padellaro, da Il Fatto Quotidiano del 28/04/2013.

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http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/28/rivolte-spagnole-entro-quanti-mesi/

Barbara Spinelli, Grillo e il mito del volo di Ulisse. di Barbara Spinelli 24 Aprile 2013.

Inciucio è parola brutta, ma ci distingue da altri Paesi. L’accordo con Berlusconi è altro dalle grandi coalizioni tedesche, inglesi. È compromettersi con una destra del tutto anomala in Europa. Se non fosse così ci si accorderebbe alla luce del sole, davanti ai cittadini. Non succede, perché il Pd ne ha avuto vergogna sino a polverizzarsi. E forse è un bene, affinché chiarezza sia fatta: gran parte dei militanti, e l’alleato Sel, e Fabrizio Barca o Pippo Civati, già provano a ricostruire.

Non è antieuropeista Grillo, anche se abitato da scetticismo. Ogni europeista che si rispetti è oggi scettico. In una recente conferenza a Torino, Casaleggio ha ammonito contro l’uscita dall’euro (“Solo un Paese forte e competitivo potrebbe”). Lo stesso ha detto Mauro Gallegati, economista vicino a M5S.

Ma è utile, per i Pangloss dell’Unione, dipingere Grillo come distruttore dell’Europa. È tentante bendarsi gli occhi, e nascondere l’estensione di un disastro che non sfascia solo la democrazia deliberativa di Grillo, ma la stessa democrazia rappresentativa che contro lui si pretende presidiare. Ecco dove sta, caro Presidente, la regressione.

Il Parlamento non ha saputo farsi portavoce dell’Italia che invocava Rodotà o Prodi. Ha ucciso l’idea stessa di rappresentanza, più che la democrazia dal basso. Proprio perché non è Le Pen, Grillo ha bisogno che la democrazia classica funzioni, e la sinistra esista. Se oggi pare sì contratto è perché – un segno già viene dal Friuli Venezia Giulia – anche la sua barca rischia d’infrangersi.

Vince il credo oligarchico di Monti. L’Europa federata non è necessaria (Die Welt, 11-1-12). E i governi non devono lasciarsi “vincolare da decisioni dei propri Parlamenti”, ma “educarli” (Spiegel, 5-8-12). Blue sunday, titola Grillo un suo post. Blue sunday t’assale certe domeniche, dopo weekend insensati. Ti sdrai nel mal-essere, in attesa che una fantasia, o un pensiero, spezzi il malinconico blu.

Cos’è populismo, antipolitica? È la massa che si fa gregge, lupo fiutante sangue e prede. È energia dispotica, sfrenata, irriflessiva, suggestionabile: scrive Gustave Le Bon nella Psicologia delle Folle (1895). Come non riconoscere in essa i mercati e i loro plebisciti? Nessuno li taccia di antipolitica, e come potrebbe. I veri padroni sono loro. Se ne infischiano. Come le folle, non vedono oltre il proprio naso. Democrazia e legalità rovinano? Poco importa. Non è affar loro. Non sanno quello che fanno.

Lo sfaldamento del PD, il rischio di cattura cognitiva del M5S e il recupero della Concordia

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Inizia la fase decisiva per il recupero della nave da crociera: alla fine sarà raddrizzata e fatta galleggiare.

RomagnaNoi, 17 aprile 2013

L’Italia può essere raddrizzata a fatta galleggiare, se ci sarà concordia, rispetto e fiducia tra un PD rinnovato e il M5S.
Ci sono forze non-democratiche che avrebbero tutto da guadagnare da una giacobinizzazione del M5S e dalla formazione di un fossato invalicabile che separasse queste due espressioni della politica italiana:

Provo un certo godimento, degli orgasmi, a vedere Grillo sfasciare tutto. Il nostro sistema politico è talmente marcio che spero che dal grande caos rinasca tutto. Oggi voterei per lui.

Vittorio Feltri a La Zanzara, 6 novembre 2012

Dobbiamo riuscire a costruire, innovare, democratizzare e unire ciò che viene separato dai seminatori di zizzania.
Ho già spiegato che Fabrizio Barca-Mirabeau può essere la persona giusta (N.B. Non è l’unico! Non ci servono salvatori, ci si salva assieme o si affonda insieme):
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/15/a-roma-serve-un-barca-non-un-alcibiade-la-terza-repubblica-in-33-comode-rate/

A questo proposito, mi trovo, come sempre più spesso mi capita, in sintonia con Barbara Spinelli:

L’accordo fra sinistra e 5 Stelle sul nome del Presidente è infecondo solo se teniamo il naso schiacciato sull’oggi, anzi sull’ieri (le larghe intese erano solo con la destra). Se guardiamo lontano, se vediamo lo sfaldarsi del Pd non come una sciagura ma come un’opportunità, l’accordo con Cinque Stelle può essere reinvenzione democratica. Tra le righe è quel che dice Fabrizio Barca, nel programma presentato il 12 aprile in favore di un Pd disfatto e rifatto a nuovo.

I militanti di 5 Stelle preconizzano ad esempio l’immissione nella democrazia rappresentativa di esperienze sempre più estese di democrazia deliberativa, diretta. Non siamo lontani dallo sperimentalismo democratico che secondo Barca deve innervare il futuro Pd

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/15/a-roma-serve-un-barca-non-un-alcibiade-la-terza-repubblica-in-33-comode-rate/

[…].

Chi adotta il metodo minimalista non crede che lo Stato possa molto, per curare la democrazia malata o attenuare la povertà sociale. Quel che gli importa, è preservare una chiusa élite (di esperti politici, di tecnici) che prenderà decisioni senza curarsi se funzionino, convinta com’è che i piani di austerità daranno ineluttabilmente frutti anche se immiseriscono popoli interi.

Il candidato al Colle preferito da simili élite non deve essere popolare, non deve nemmeno rappresentare un emblema ideale per i cittadini: deve essere abile, e soprattutto omogeneo alle oligarchie che lo faranno re. Meno popolare sarà, più sarà scongiurato il pericolo, temuto dai benpensanti del vecchio ordine, del populismo. A parole, i minimalisti si augurano uno Stato leggero, non invadente. Nei fatti, le oligarchie partitocratiche vivono in osmosi con lo Stato e rendono quest’ultimo più che pervasivo, indifferente alla voce di chi (localmente, nelle Azioni Popolari, nei voti online) reclama cambiamenti.

Tutt’altra l’idea degli sperimentatori, o della democrazia deliberativa: è il metodo sfociato nel voto, da parte degli attivisti di M5S, dei candidati al Colle. L’esperimento è difficile, ma innovativo e molto più onesto di quel che era stato pronosticato. Non tutti i candidati vincenti erano graditi ai vertici del Movimento: tuttavia il verdetto è stato accolto democraticamente e con responsabilità istituzionale.

[…].

Stupidità fanfaronesche s’incrociano spesso sul web. Ma ancor più funeste dilagano nei non meno virtuali palazzi del potere. Le cerchie partitiche, o tecniche, mostrano una conoscenza del pubblico interesse infinitamente meno vigile. Sono le cerchie contro cui si scaglia Barca, quando denuncia i “partiti di occupazione dello Stato, dove si vende e si compra di tutto: prebende, ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee”. Berlinguer usò parole quasi eguali, quando ruppe col compromesso storico e denunciò la degenerazione dei partiti, Pci compreso (“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo”, disse a Eugenio Scalfari su Repubblica, il 28-7-81).

[…].

Non sappiamo ancora se le strade di Barca e di Grillo si incontreranno. Se dall’eventuale incontro la democrazia uscirà più forte. Se il M5S intirizzirà, a forza di rifiutare alleanze. Resta che l’Italia ha bisogno di sperimentatori, non di minimalisti. Che solo i primi sono in grado di guardare in faccia la crisi, e di mutare anche l’Europa. Di ripensare l’austerità come aveva provato Berlinguer nel 1977, quando il capitalismo aveva appena cominciato a vacillare.

http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni-presidente-repubblica-edizione2013/2013/04/17/news/coraggio_solitudine-56800260/?rss

L’alternativa è la giacobinizzazione…

Io ho amore per la ragione, ma non ne ho per il fanatismo. La ragione ci guida e ci illumina, ma quando ne avrete fatto una divinità, essa vi accecherà e vi indurrà al delitto.

Brotteaux (da Anatole France, “Gli dèi hanno sete”).

GIACOBINISMO

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I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla… quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza?

Maximilien Robespierre, “Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto”, 3 dicembre 1792.

Io ho sostenuto, tra persecuzioni incredibili e senza appoggi, che il popolo non ha mai torto, io ho osato proclamare questa verità in un tempo in cui non era ancora riconosciuta; il corso della rivoluzione l’ha dimostrato.

Maximilien Robespierre, 25 febbraio 1793

Il fine della rivoluzione è il trionfo dell’Innocenza.

Robespierre

Questa nostra Rivoluzione è una religione e Robespierre è il capo della setta. È un prete che governa i devoti…Robespierre predica, Robespierre censura, è furioso, solenne, melanconico, esaltato – ma tutto freddamente; i suoi pensiero fluiscono con regolarità, le sue abitudini sono regolari; tuona contro i ricchi e i grandi; vive con molto poco; non ha bisogni. Ha una sola missione – parlare, e parla incessantemente; crea discepoli…parla di Dio e della Provvidenza; si definisce amico degli umili e dei deboli…riceve la loro venerazione…è un prete e non sarà mai altro che un prete.

Condorcet (1743 –1794) su Robespierre, articolo apparso su Chronique de Paris

Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico.

Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”, 10 ottobre 1793

La rivoluzione deve fermarsi quando abbia raggiunto la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. I suoi slanci non hanno altro scopo, e devono spazzar via tutto ciò che vi si oppone.

Saint-Just, “Frammenti sulle istituzioni repubblicane”, 1794

Quello che costituisce una Repubblica è la distruzione di tutto ciò che la contraria.

Saint-Just

Molti dei Francesi che ci avevano appoggiato ci guardavano come dei pazzi, come degli energumeni, spesso persino come degli scellerati.

René Levasseur de la Sarthe, giacobino, 1795.

La rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità.

Suong Sikoeun, uno dei leader dei Khmer Rossi (1975-1979)

Il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore.

Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale”, 2009.

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Saint-Just, orfano di padre e di origine contadina, giunto squattrinato a Parigi e col vizio del gioco d’azzardo, si iscrive ad una loggia massonica che gli finanzierà le pubblicazioni sovversive e libertine e l’acquisto di 8 ettari di terreno.

“Intanto l’abilissimo Jean de Batz, che sembra avere innato il genio dell’intrigo e della corruzione, sta preparando il suo piano: suscitare di continuo tali dissensi e sospetti in seno alla Convenzione da spingerla a disfarsi, in fasi successive, di tutti i suoi uomini più rappresentativi. […]. De Batz ordina ai suoi agenti, che ostentano di proposito un esacerbato giacobinismo (tutti o quasi, si noti, ricchi banchieri e uomini d’affari come Dufourny, Proly, Desfieux, pereyra, Gusman, d’Espagnac e i due fratelli Frey), di spingere sempre più gli estremisti a favorire, con ogni mezzo, un’insurrezione popolare che faccia sparire i deputati della Gironda, tutti irrequieti partigiani della monarchia costituzionale”.

[Da: “Saint-Just”, di Mario Mazzucchelli. Milano : Dall’Oglio, 1980, p. 109].

GRILLISMO

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“Siamo la rivoluzione francese senza la ghigliottina” (Grillo 29 marzo 2013)

“Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita”

“In parlamento pronti alla rivoluzione”

 “Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano. Uscite con le mani alzate. Nessuno vi toccherà. Il vostro tempo è finito, non abusate della fortuna che vi ha assistito finora. Di voi, ormai, nelle piazze, tra la gente, si parla al passato, come di persone estinte. Quando apparite in televisione scatta l’insulto che equivale al vilipendio di cadavere. Quello che stupisce è la vostra folle ostinazione a non farvi da parte come se foste investiti da una missione divina. C’è in ciò qualcosa di patologico, che richiede l’intervento di uno psichiatra”.

“Siete terrorizzati, in preda di attacchi d’ansia al pensiero di perdere il potere, di qualcuno che potrà rovistare nei vostri cassetti, capire, scoprire, denunciare. Vi consiglio comunque uno, due, tre, cento passi indietro. Se anche vinceste queste elezioni avrete solo rimandato il cambiamento, durerete un anno, forse meno, ha senso? Fate una pubblica ammissione di colpa e chiedete agli italiani di perdonarvi. Arrendetevi. La vostra stessa presenza è diventata insopportabile. Il vostro tirarvi fuori da ogni responsabilità, lo scuotere le piume e minacciare come dei guappi, lo stalking a cui sottoponete gli italiani sono al di là di ogni sopportazione. Arrendetevi. Non potrete dire che non vi ho avvisato”.

Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”

“Siamo i pasdaran anti casta”

“Siamo i marziani a cinque stelle”

“So perfettamente che nei prossimi giorni ci sarà la fila di pennivendoli, di zoccoli dell’informazione, di specialisti della macchina della merda all’attacco del M5S. Lo so benissimo. Sono l’ultima barriera della Casta prima dell’urna. Ci vediamo in Parlamento e subito dopo in tribunale. Preparate il quinto dello stipendio se ne avete uno”.

“Un po’ Don Chisciotte e un po’ Savonarola”

“Il loro tempo è finito. Ci riprenderemo i nostri soldi”

“Niente onorevole, sarà Cittadino del MoVimento 5 Stelle, il leader sarà il MoVimento”.

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Ci sono numerose analogie tra giacobinismo e grillismo più radicale: fede rivoluzionaria, esigenza di sovversione totale, epurazioni, “dispotismo della libertà”, magistero di ortodossia, implacabilità, radicalismo, assolutismo, egualitarismo radicale, messianismo, antiliberalismo, antiparlamentarismo, meccanismi di produzione dell’unanimità, centralismo decisionale, cinismo (e nichilismo rottamatore), sospensione della realtà e trionfo del principio sul fatto, virtù indivisibile del MoVimento che perciò deve restare unito, fanatismo, violenza verbale, terrorismo psicologico.

I leader rivoluzionari più estremisti sono più spesso ventenni-trentenni, con poca esperienza di vita, che impongono la loro rozza, inesperta visione del mondo a tutti gli altri. Coltivano orgoglio, a volte crudeltà, quasi sempre un appetito di dominazione. Sono tigri erudite che non hanno ancora avuto tempo di diventare adulte.

Un fanatico austero, dal cuore freddo come la sua morale, Saint-Just si paragona a Tarquinio e Muzio Scevola. Lui e Robespierre usano spessissimo i termini “cuore”, “sensibilità” e “virtù”, come se dovessero supplire verbalmente alla loro mancanza di cuore, sensibilità e virtuosità. Saint-Just si attribuisce una ragguardevole dose di virtù, ma è un pessimo giudice di se stesso – come tutti gli esseri umani.

Sfortunatamente le rivoluzioni spesso nutrono mostri in forma umana e da esse sono fatte degenerare. La rivoluzione è anche l’habitat per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale.

I pifferai di Hamelin sono responsabili della conversione della rivoluzione in una crociata teocratica, in un moloch che divora gli esseri umani. In nome della loro certezza che siccome c’è una sola verità e loro sono riusciti a comprenderla, ad impadronirsene definitivamente, chiunque sia in disaccordo è motivato da propositi maligni.

Robespierre si considera e dichiara vittima di persecuzione tutte le volte che qualcuno lo contraddice, si sente investito di una sacra missione, e patisce un’immensa frustrazione quando il mondo si rifiuta di sottomettersi al suo volere.

Lo stesso discorso vale per Saint-Just. Sono entrambi sicuri che la cosa giusta da fare sia ridurre la diversità del mondo al proprio denominatore individuale. Il loro ego ipertrofico proietta sul gruppo la loro esigenza di uniformità, di una singola volontà, di un carattere unitario: la premessa di ogni politica genocidaria.

Sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine.

Notiamo la stessa logica in molti dittatori ma anche in Karl Rove. Nel 2002, un consigliere di George W. Bush, presumibilmente Karl Rove, spiegò a Ron Suskind: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.

O tutto o niente, o con noi o contro di noi, ora o mai più.

Non c’è rivolta senza una filosofia del limite. Sono gli psicopatici che rifiutano i limiti e non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Il M5S va salvato dalla giacobinizzazione, prima che intossichi la vita del paese ed apra la strada a soluzioni autoritarie di giovani leader “salvifici”.

Chi vuole la morte dell’euro e perché? Dell’insostenibile superficialità e/o malafede degli eurofobi

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Il 99% dei climatologi crede nel riscaldamento globale perché ha delle ottime ragioni per farlo: è (è stato?) un evento reale. Il disaccordo è ristretto alle cause (cicliche?) e conseguenze (glaciazione?) di un fenomeno innegabile.

Al contrario, gli eurofobi, per difendere la loro fede, devono cosiderare validi i seguenti (irrazionali) enunciati:
1. Il 99% ( stragrande maggioranza) degli economisti ed analisti finanziari ha torto, in quanto contrario all’uscita dall’euro [qui e qui per un’analisi marxista europeista della crisi dell’eurozona e delle sue soluzioni];
2. Il 99% (stragrande maggioranza) dei politici della sinistra anti-liberista non ha capito niente, in quanto contrario all’uscita dall’euro;
3. Le proprie competenze macroeconomiche sono sufficienti per stabilire che Bagnai – professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara – e Messora – responsabile del gruppo di comunicazione del Senato per il M5S – sono nel giusto mentre tutti i premi Nobel per l’Economia (inclusi quelli citati con favore dalla sinistra, come Krugman e Stiglitz, che considerano l’uscita dall’euro l’extrema ratio, da usare solo se Francia, Italia, Spagna & co. non fanno fronte comune contro il governo tedesco) sbagliano.
Contenti loro.
D’altronde molti eurofobi sono anche convinti che l’Islanda abbia sconfitto l’FMI e la finanza internazionale e che l’Argentina se la passi bene. Ma questa è un’altra, triste, storia.

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La (deliberatamente) irresponsabile gestione della crisi cipriota – tra parentesi, pare che i ricchi siano riusciti a mettere in salvo i loro soldi durante il congelamento dei conti – dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che non esiste la benché minima volontà di unificare l’Europa. In questi anni è stato fatto di tutto per distruggere l’unione, fomentando localismi, razzismi e nazionalismi ed ostacolando qualunque sforzo di correggere i gravi difetti strutturali, realizzare un autentico risanamento, ridurre la disoccupazione. Lungi dall’unire, ogni possibile iniziativa divisoria è stata intrapresa.

Non riesco a capire come mai così tante persone credano alla favola del complotto europeista. Con il passare del tempo il capitale di eurofilia è stato sprecato, mentre l’eurofobia aumenta. I dirigenti della troika vedono che l’austerità aumenta l’indebitamento e scatena l’eurofobia ma continuano imperterriti. Li crediamo davvero così idioti? E’ molto più probabile che sappiano perfettamente quel che stanno facendo e che si stiano avvicinando alla meta  (divide et impera).

Stanno eutanasizzando l’eurozona e l’Unione Europea: Cipro è solo la più recente dimostrazione di questo fatto.

Se di complotto si tratta, ha evidentemente l’obiettivo di far odiare l’Unione Europea e di avviare la sua disgregazione. Washington, Wall Street, City di Londra e Francoforte sentitamente ringraziano: un temibile avversario in meno.

Tra il 2010 ed il 2013 si sono espressi a favore della dissoluzione o frazionamento dell’eurozona:: Bundesbank, Lega Nord (Borghezio, Speroni), Berlusconi, UKIP, destra sudtirolese, destra austriaca, destra bavarese e tedesca, Marine Le Pen, Viktor Orban, Geert Wilders (destra olandese), “Veri finlandesi” (destra finnica) una parte del M5S, Magdi “ex Cristiano” Allam, BRZEZINSKI, SOROS, Thilo Sarrazin, The Economist, Wall Street Journal, Luigi Zingales, Otmar Issing (ex dirigente Bundesbank, ora GOLDMAN SACHS). C’è anche Claudio Borghi Aquilini, editorialista del GIORNALE, ex managing director di DEUTSCHE BANK, esperto di intermediazione finanziaria e di economia e mercato dell’arte, legato agli ambienti neoliberisti e reazionari che vogliono una scissione semi-permanente tra Nord e Sud Europa (Bundesbank e confindustria tedesca).
Il gotha del neoliberismo odia l’euro e non l’ha mai nascosto: David Cameron e le redazioni del Telegraph e della Frankfurter Allgemeine Zeitung, due quotidiani ultraconservatori.

Antonio Fazio: “l’ultimo Governatore di Bankitalia a vita, poiché a causa del suo comportamento si è ritenuto necessario prevedere una durata di 6 anni, con mandato rinnovabile una sola volta, per questa carica” (wikipedia)

Milton Friedman, padre del neoliberismo, l’ideologia di riferimento delle banche d’affari e della Bundesbank. Martin Feldstein, già consigliere di Ronald Reagan. Cesare Romiti.

Barbara Spinelli: “Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall’altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell’Agenda, e quello di chi vuol rifondare l’Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d’Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l’Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un’unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava”.

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/

E se scoprissimo che le “autorità europee” in realtà sono anti-europee, un virus che sta uccidendo l’organismo europeo dall’interno, nella maniera più subdola?

Scrive Alfonso Gianni: “Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti…Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti. In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità…”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-otto-punti-del-pd-sono-inadeguati-ad-affrontare-la-crisi-europea/

Esasperi i popoli europei e ripeti, ossessivamente, il mantra “ce lo chiede l’Europa”. Sai perfettamente che non otterrai alcuna legittimazione al disegno di unificazione europeo, ma semmai il contrario.

vendesi-monti

MARIO MONTI È EUROPEISTA?

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di crisi gravi, per fare dei passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali al livello comunitario… è chiaro che (…) i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle, perché c’è una crisi grave, conclamata».

(M. Monti, alla Luiss 22 febbraio 2011)

Machiavellismo conclamato: benzina sul fuoco del complottismo. La crisi dell’eurozona è stata pianificata per imporre l’Unione Europea a popoli riottosi? Difficile liberarsi dal sospetto quando uno si esprime pubblicamente in questi termini, ben sapendo che il video circolerà viralmente.

Perché spiattellare tutto con questa sfacciataggine?

Forse per alimentare l’anti-europeismo?

Barbara Spinelli dubita che Monti sia un sincero europeista: “Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unicoCulturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant’anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni ’20-’30, più che la ripresa cosmopolitica del ’45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività…La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l’Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre?”

http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/

Italien/ Merkel-Karikatur

ANGELA MERKEL È EUROPEISTA?

«Sta rovinando la mia Europa».

Helmut Kohl, riferendosi alla Merkel

 “Per alcuni questo rimandare all’unione politica, questo discorso che vola alto sul piano diplomatico e che rimanda all’arco di almeno dieci anni è un modo per apparire più europeista di quanto non sia: le misure a breve termine per uscire dalla crisi la Germania non è disposta a vararle. […]. La presa di posizione della cancelliera continua a ricevere critiche. Angela Merkel “Dia un segnale che il futuro dell’Europa è più importante della pace interna nella sua coalizione” ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico al Parlamento Ue, l’austriaco Hannes Swoboda. “E’ scandaloso – aggiunge Swoboda – che mentre la casa brucia, la cancelliera chieda piani di lungo termine per attrezzare il dipartimento dei vigili del fuoco“.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=166060

È peraltro la stessa Angela Merkel che a Strasburgo ha bloccato qualunque soluzione ipotizzata per risolvere la crisi, impedendo ulteriori interventi mirati della Bce sui titoli degli Stati membri e negando ogni possibile emissione di eurobonds. Eppure è sempre la stessa Angela Merkel che una settimana prima, al Congresso a Lipsia del suo partito, la Cdu, rivendicava il ruolo dell’Europa per la pace nel mondo.

Il cancelliere citava i suoi predecessori Adenauer e Kohl, paladini di una integrazione europea nello stesso evidente interesse della Germania. Si è trattato ovviamente di dichiarazioni generiche e vuote che corrispondono esattamente al contrario del suo comportamento, proprio mentre all’interno della stessa Cdu si rivendica anche la possibilità di lasciare agli Stati membri la possibilità di uscire volontariamente dall’euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

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Thilo Sarrazin

PERCHÉ? CUI PRODEST?

I comportamenti del cancelliere sembrano essere dettati da Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’aiuto alla finanza degli Stati membri è assolutamente illegale e che l’opera della Bce come prestatore di ultima istanza per il debito dei Paesi membri è contro la lettera dei Trattati e finirebbe per ridurre la pressione per le riforme di austerity volute dalla Germania per gli altri. Una Germania che addirittura, per farsi forte del suo scetticismo verso l’Europa che l’ha così possentemente risollevata, ricorre a cavilli legali con la grande soddisfazione del leader della Cdu al Parlamento tedesco, V. Kauder, che ha dichiarato trionfante: «Improvvisamente l’Europa sta parlando tedesco».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-27/merkel-rovini-europa-kohl-081045.shtml?uuid=AaS9A3OE

Posto che la posizione del governo tedesco è ufficialmente diversa da quella di Weidmann, si deve credere che il capo della Buba stia facendo le scarpe alla signora Merkel, o che i due stiano camminando assieme, fingendo di andare in direzioni diverse? Formulata in modo diverso: è una divergenza reale, o non potendo tenere il punto più di tanto, il governo tedesco usa la propria banca centrale per sabotare le scelte che non condivide? Se il governatore della Banca d’Italia giungesse ad una tale proclamazione di dissenso dal governo italiano, su questioni di tale rilievo, è certo che trenta secondi dopo si chiederebbe la sua testa. Non per negarne l’autonomia, ma per sradicarne la tentazione di soppiantare il governo. Non tocca a noi chiedere le dimissioni di Weidmann, ma ai politici e ai commentatori tedeschi. Una cosa deve essere chiara: se fosse fondato (il cielo non voglia) il sospetto di gioco delle parti, allora i tedeschi sarebbero sulla via d’assumersi una gravissima responsabilità storica. Gli altri europei sarebbero non solo autorizzati, ma tenuti a fare il necessario per fermarli. Il tutto senza mai cedere all’alibi che sia tutta colpa loro, perché il nostro debito, la nostra spesa pubblica dissennata e la nostra bassa produttività solo tutte e solo colpe nostre.

http://www.iltempo.it/economia/2012/09/14/bundesbank-e-merkel-un-gioco-delle-parti-1.7729

La Bce e Draghi sono ormai apertamente nel mirino della stampa tedesca e non solo. Uno stillicidio di critiche e attacchi contro la linea interventista tracciata all’inizio di agosto, con l’impegno ad acquisti illimitati, ma condizionati, dei bond dei Paesi in crisi. Il fronte vede schierati appunto la Bundesbank, parlamentari della coalizione di Governo e dell’opposizione e ampi settori dei media. In un’editoriale di prima pagina, dal titolo «Salvataggi senza frontiere», il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, venerdì scorso aveva accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower: «Anche l’Italia chiede aiuti finanziari a voce sempre più alta e Draghi si offre. Per i politici che vogliono salvare l’euro è bello che Draghi abbia imparato dalla Banca d’Italia come una banca centrale può essere messa al servizio delle casse dello Stato». Alla Faz aveva fatto eco la Süddeutsche Zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’università di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann. Neumann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della Repubblica di Weimar.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-26/weidmann-eu-144607.shtml?uuid=AbARwvTG

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro. Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra, e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/14/FINANZA-Dalla-Bundesbank-un-nuovo-attacco-alla-Bce-di-Draghi/363610/

Riformismo vs Populismo (Barbara Spinelli, la Repubblica)

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Dopo il 25 febbraio si peseranno i voti e Vendola deciderà il suo futuro. Da un lato c’è la possibilità di definirsi come sinistra di governo, nella speranza di non ripetere l’esperienza suicida dell’Ulivo. Dall’altro c’è il vortice del populismo. Vendola peserà, valuterà, ma forse sarà abbastanza abile da evitare un errore fatale.

Stefano Folli, Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2013

[Barbara Spinelli, quando si ricorda che l’europeismo, da solo, non risolverà la crisi, è magnifica]

“Se anche Keynes è un estremista”, la Repubblica, 6 febbraio 2013

“I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!“, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina “che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa“. Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che “l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone“.

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: “Ma stiamo scherzando?”, quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  –  la povertà, la disoccupazione di massa  –  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  –  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  –  welfare, cura del bene pubblico  –  accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza. Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ‘700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. “Questo ucciderà quello”, così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di “capitale umano” e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati”.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 06 febbraio 2013

http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/

Monti, Marchionne, Montezemolo, Mussolini – feudalesimo e libertà

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http://www.giornalettismo.com/archives/679613/feudalesimo-e-liberta-il-partito-che-aspettavi/

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Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero.

Barbara Spinelli, la Repubblica, 27 dicembre 2012

I movimenti fascisti hanno sempre rappresentato un estremismo di centro.

Seymour Lipset, sociologo statunitense, “Political Man”, 1959

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. […] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. […] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo. Anche i servizi cosiddetti pubblici devono essere sottratti al monopolio statale.

Benito Mussolini, cf. Sternhell, “Nascita dell’ideologia fascista”, 2008, p. 315.

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. […] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato da Renée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps.

Thomas L. Friedman, “A Manifesto for the Fast World”, New York Times, 28 marzo 1999

Io sono liberale nel senso economico del termine…Il termine americano “liberale” significa qualcuno che pensa che si dovrebbe permettere a tutti di svilupparsi a proprio piacimento e fare quel che gli pare.

Lee Kuan Yew, ex despota di Singapore

[Il liberismo] si fonda sull’idea che solo una ristretta cerchia di eletti meritino le opportunità offerte dall’individualismo e che la società esiste idealmente allo scopo di consentir loro di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e di farsi valere impunemente, tipicamente ma non esclusivamente a spese degli altri.

George Kateb, “On liberty”, 2003, p. 289

Ci dobbiamo chiedere come mai i liberali siano stati in prima fila, assieme alla sinistra, nella lotta per l’abolizione della schiavitù, nella decolonizzazione e nella conquista dei diritti costituzionali (liberale era la classe dirigente dell’Italia unificata; liberale era una parte importante della classe dirigente dell’Italia post-fascista), mentre ora i cosiddetti liberali sono in realtà neoliberisti. Si è tanto parlato della cattura cognitiva della sinistra da parte della destra – con il PD che ha ripudiato la sua vocazione social-democratica per abbracciare la sua antitesi, il liberismo – ma non si è parlato abbastanza della morte della destra migliore, quella liberale appunto, pugnalata alle spalle dai neoliberisti, che poi ne hanno assunto machiavellicamente l’identità.

In linea generale, la differenza tra anarchismo di destra (libertarismo/liberismo/neoliberismo) e liberalismo consiste in questo: (a) il liberista privilegia la propria libertà a spese di quella altrui, mentre il liberale è attento alle libertà di tutti ed alla loro attuazione concreta; (b) il neoliberismo avversa l’intervento statale nell’economia e favorisce la difesa dei rapporti gerarchici nella natura e nella società, mentre il liberalismo approva l’intervento statale nell’economia al fine di consentire ad un crescente numero di cittadini di porre in essere i propri progetti di vita, nella prospettiva della loro emancipazione – per quel che è lecito attendersi – dall’assistenza delle istituzioni.

La loro visione del mondo non ha nulla ha che vedere con un genuino liberalismo. Infatti, storicamente, come ha sottolineato il filosofo politico Samuel Freeman (cf. Illiberal Libertarians. Why Libertarianism is not a liberal view, in Philosophy and Public Affairs, 30(2), pp. 105-151, 2002), il liberalismo è emerso in contrapposizione al libertarismo, che invece condivide molti attributi della “dottrina del potere politico privato alla base del feudalesimo”. Come il feudalesimo, il libertarismo si appoggia a “un reticolo di contratti privati” e si oppone all’idea liberale che “il potere politico è un potere pubblico, esercitato con imparzialità per il bene comune”.

Per questo il libertarismo tende al populismo ed all’autoritarismo: è la pretesa del forte di stabilire autonomamente le proprie regole (tirannia privata) e di convincere il maggior numero possibile di persone che queste regole vanno a vantaggio di tutti, ossia che il suo volere beneficerà, indirettamente, la collettività.

In pratica il liberismo è una difesa filosofica e politica dell’egoismo, mentre il liberalismo è una difesa filosofica e politica dell’autonomia all’interno di una comunità. Il liberismo è secessionista, il liberalismo è autonomista. Il liberismo è anti-universalista ed anti-comunitario, privilegiando l’interesse privato (privatismo, monopolismo), il liberalismo privilegia l’interesse generale (individualità democratica).

In sintesi, il neoliberismo è un’ideologia neo-feudale, è un feudalesimo aggiornato, adattato all’era del capitalismo globalistaNon della servitù della gleba si avvale, ma della servitù del debito “sovrano” (N.B. neolingua orwelliana).

Ogni diritto ha un costo ed ogni libertà richiede un vigoroso intervento statale che la sancisca e la protegga.

L’intervento statale contemplato dai neoliberisti è di tutt’altro genere. Tanto ostili al gigantismo statale, una volta al governo (es. Reagan, Pinochet, Thatcher, Cameron) sono quasi sempre riusciti a far crescere lo stato nei seguenti settori:

- difesa;

- forze dell’ordine;

- apparato tecno-burocratico.

Guarda caso proprio quei settori che servono ai pochi per difendere i propri immeritati privilegi dai molti.

Un articolo del Giornale – quotidiano allineato alla dottrina neoliberista – fa luce sulla questione:

“Si può dire che il liberalismo sia quell’ideologia che, avendo come radice la libertà stessa, si presta meno di qualsiasi altra ad essere codificata in un’unica formulazione? Considerazione, questa, pressoché banale, che però non sembra essere condivisa dal curatore e da alcuni collaboratori dell’ultimo numero della rivista Paradoxa, che porta come titolo “Liberali davvero!” Secondo costoro, in modo particolare, Gianfranco Pasquino, Salvatore Veca e Francesca Rigotti, una parte dell’esiguo mondo del liberalismo italiano sarebbe popolata da «sedicenti liberali» che avrebbero fornito in questi ultimi anni – sull’onda del berlusconismo – un’interpretazione molto distorta dell’idea liberale. Le colpe dei «sedicenti liberali» – ricorrono alla rinfusa i nomi di Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Dino Cofrancesco, Giuliano Ferrara, Giuseppe Bedeschi, Marcello Pera e altri – sono quelle di aver avallato la credenza secondo cui il liberalismo va inteso come una concezione estremista della libertà tendente a relegare in un angolo lo Stato, tanto da sconfinare non solo nel liberismo, ma addirittura nellanarchismo (troppa grazia!). A tale inclinazione permissivista, che in sostanza decreterebbe la libertà come assenza di regole, farebbero da contrappeso taluni provvedimenti legislativi di grave limitazione della libertà individuale, ad esempio nel campo bioetico.

Ai «sedicenti liberali», il curatore e gli autori di Paradoxa contrappongono quello che ritengono il vero liberalismo, riconducibile al costituzionalismo, concepito come limitazione, separazione e bilanciamento dei poteri. All’interno di questa prospettiva, volta a collocare la libertà in un quadro normativo molto preciso (si può dire angusto?), viene assegnato al potere politico un ruolo primario, che non sembra però contemplare quei princìpi formulati dal padre del liberalismo, John Locke, per il quale, prima di tutto, vanno affermati i diritti individuali; diritti, a cominciare da quello di proprietà e di libero scambio, che lo Stato ha il dovere di difendere, non essendo, di per sé, produttore di diritto. Linterpretazione del liberalismo come costituzionalismo è sacrosanta. Unilaterale ci pare invece l’esclusione del liberismo dal liberalismo. Ad esempio, considerando la nota polemica fra Croce ed Einaudi, dove quest’ultimo aveva rivendicato la libertà economica quale condizione imprescindibile della libertà politica, dovremmo concludere per l’esclusione dello stesso Einaudi dal novero del liberalismo!”

È bene precisare che Einaudi era ostile al liberismo (anarchismo oligopolista), infatti, nel 1948, scriveva sul ” Corriere della Sera”: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’ uopo dare all’ uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica…La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica...Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’ esercizio effettivo, pratico, della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all’altro estremo della collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà

Il liberismo ( = mors tua vita mea, il forte schiaccia legittimamente il debole, dispotismo) è, non a caso, la dottrina preferita dagli oligopoli finanziari e dai CEO delle multinazionali.

Il liberalismo, come spiegava Norberto Bobbio, è contrario alla concentrazione dei poteri in mani pubbliche o private, essendo una dottrina politica che aspira a realizzare una piena “garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”.

Gianfranco Pasquino, rispondendo ai critici citati dal Giornale, scrive: “Non capisco perché Cofrancesco e altri ci accusino di anti-berlusconismo, un tema assolutamente marginale nei nostri capitoli. Giusto, invece, lo ribadisco, criticare coloro che non criticano le caratteristiche illiberali del berlusconismo: conflitto di interessi, interpretazione della sovranità popolare, uso strumentale della religione, insistita sfida alla separazione dei poteri, duopolio televisivo… Sappiamo che neppure la democrazia è una perfetta allocatrice di “beni”, ma ha meccanismi, come l’alternanza, e limiti al potere delle maggioranze, proprio come voluti dai liberali classici, che impediscono le degenerazioni possibili nei mercati sregolati. La mia non-condivisione non significa che Cofrancesco non abbia la facoltà di continuare a definirsi liberale e a sentirsi in buona compagnia con coloro che del liberalismo, politico, etico, culturale, fanno un disinvolto uso à la carte. Che è esattamente quello che abbiamo criticato ricevendo astiose repliche, non su quello che abbiamo scritto, ma sulle nostre persone. Quanto di più illiberale, meglio di quasi stalinista, si possa immaginare”.

http://www.novaspes.org/paradoxa/detArticolo.asp?id=470

Troppi fra loro credono che essere antisocialisti sia sufficiente per definirsi liberali. Anche i conservatori e i reazionari sono antisocialisti ma questo non serve loro per comprarsi il biglietto d’ingresso nel giardino del liberalismo politico e del costituzionalismo. Poiché i liberali sanno che «provando» si può anche sbagliare e che la storia impartisce dure repliche, concluderò suggerendo a Ostellino di «provarci» ancora a confutare il liberalismo dei liberali classici da Montesquieu a Kant, da Tocqueville a Mill, magari dopo avere letto anche soltanto gli articoli loro dedicati da Paradoxa”.

Gianfranco Pasquino, Corriere della Sera, 19 aprile 2012

Ora, siete liberi di scegliere di chi fidarvi.

Potete dare più peso al parere di alcuni tra i massimi politologi italiani del nostro tempo [Pasquino, Veca e Rigotti; ma anche Norberto Bobbio], oppure a quello della redazione del Giornale, di Ferrara, Ostellino, Panebianco, Marcello Pera e Silvio Berlusconi (ma anche di Mario Monti e Sergio Marchionne, che si sentono così in sintonia http://www.gadlerner.it/2012/12/21/monti-marchionne-insieme-sono-gia-un-programma-elettorale).

A voi la scelta.

“È liberale il liberismo?” [Con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati]

Scalfari chiedi scusa e falla finita finché sei ancora in tempo

Sul conflitto Napolitano – magistratura si sta consumando l’eutanasia dell’amicizia tra Scalfari e Zagrebelsky. Qualcosa è successo a Scalfari (senilità o patti faustiani?) e, di conseguenza, non è più in grado di capire che è dalla parte del torto e che dovrebbe chiedere scusa ai costituzionalisti che ha attaccato.

Ma non lo farà, ed è un chiaro segno dei tempi.

Molti difensori d’ufficio di Napolitano sono convinti che sia un attacco della destra al capo dello stato (complottismo-complottismo-complottismo!) Ma i giornali di destra si sono schierati tutti contro la magistratura, memori della lunga tradizione berlusconiana. Dunque sta cosa non sta in piedi ma la gente continua a volerla credere vera perché l’alternativa è troppo spiacevole.

Ora Libero può permettersi di irridere la situazione in cui si trova Scalfari:

“Il problema è che Eugenio ha portato sconquasso anche all’interno del giornale che fu suo e che ora è di Ezio Mauro. A dargli torto sono alcune delle firme più illustri, che si sono rese colpevoli di intelligenza col nemico, mettendosi a flirtare col commissario Travaglioni. Non a caso ieri il Fatto sciorinava raggiante l’elenco dei transfughi: Barbara Spinelli, Stefano Rodotà, il giurista Franco Cordero, il suddetto Zagrebelsky. Tutti editorialisti di Repubblica:  la rivolta degli schiavettoni”.

http://www.liberoquotidiano.it/news/Personaggi/1068810/Barbapapa-ripudiato-dalle-sue-creature.html

Intervistato dal Fatto quotidiano il più autorevole studioso di procedura penale spiega perché la Consulta dovrebbe respingere il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle contro i Pm:

http://temi.repubblica.it/micromega-online/napolitano-ha-torto-e-i-fans-del-quirinale-detestano-la-logica/

In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/franco-cordero-la-prerogativa-invocata-dal-colle-non-esiste/

Proponiamo ai lettori del sito 19luglio1992 due articoli in cui Gustavo Zagrebelsky e Franco Cordero, ragionando rispettivamente sulle possibili conseguenze nei rapporti tra poteri dello Stato e sulla assoluta mancanza di fondamenti giuridici del ricorso alla Consulta di Giorgio Napolitano contro la Procura di  Palermo, affondano definitivamente la sventurata iniziativa del Quirinale.

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=5950:zagrebelsky-e-cordero-affondano-il-ricorso-di-napolitano-contro-i-pm-di-palermo&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

D’altronde, perché stupirsi? Napolitano ha dimostrato ampiamente di essere forte coi deboli e servile coi forti, come tutte le personalità autoritarie

 

L’uscita della Grecia dall’eurozona può distruggere l’Unione Europea?

Marco Brunazzo scrive: “la stessa sopravvivenza dell’UE non può essere data per certa”.

Proprio così, e proprio per questo è semplicemente indecente che le massime autorità monetarie stiano spalancando la porta a questa eventualità.

Christine Lagarde ha ventilato l’ipotesi di una “uscita ordinata” della Grecia dall’eurozona.

Per Patrick Honohan (direttivo della BCE), l’uscita della Grecia dall’area euro non sarebbe un evento ”necessariamente disastroso” e, pur rappresentando un ”colpo alla fiducia” nell’Eurozona, sarebbe ”tecnicamente” gestibile.

Sono esternazioni gravemente irresponsabili.

“Alla fine ci ha pensato il presidente dell’Eurogruppo e primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, a fare un po’ di chiarezza rispetto alle voci, diffuse nei mercati e avallate dalle uscite infelici di qualche ministro Ue (in particolare l’austriaca Maria Fekter e il tedesco Wolfgang Schaeuble) e dell’ambiguità dello stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, su una possibile uscita della Grecia dall’Eurozona. Il nostro fermo desiderio – ha detto ieri sera a Bruxelles durante la conferenza stampa conclusiva dell’Eurogruppo – è di mantenere la Grecia nell’Eurozona, e faremo di tutto perché sia così. Di uscita di Atene dall’euro non si è assolutamente parlato e nessuno, assolutamente nessuno, ha avanzato quest’idea”.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20120515_072558.shtml

Chi e perché sta mentendo sulla pelle di centinaia di milioni di cittadini europei ed investitori europei ed extraeuropei?

Se una maggioranza di Greci (70%) vuole restare nell’Unione Europea (pur rifiutando le disposizioni draconiane e letteralmente omicide degli eurarchi) è perché hanno capito che la loro uscita li condannerebbe ad un disastro ancora peggiore di quello attuale.

L’espulsione (ordinata o meno) dall’eurozona di uno stato membro non è prevista da nessun trattato ed in ogni caso comporta l’uscita della Grecia anche dall’Unione Europea. Diversamente nessuna sostituzione dell’euro con la dracma sarebbe giuridicamente contemplabile e senza frontiere nazionali il governo greco, già in difficoltà nel contenere la conseguente iperinflazione, non riuscirebbe a bloccare la fuga di euro:

“Solo ieri, ha detto il presidente Papoulias, i correntisti hanno ritirato dalle banche depositi per 700 milioni di euro”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-15/caos-atene-allarmeeuro-221805.shtml?uuid=AbYUaDdF

Scrive l’economista Varoufakis, celebre nel resto d’Europa e negli Stati Uniti e finalmente molto citato anche sulla stampa italiana:

“Anche mettendo da parte le ramificazioni nazionali per la perdita dei sussidi all’agricoltura, fondi strutturali e forse interscambi commerciali (in seguito alla possibile introduzione di barriere commerciali tra la Grecia e l’UE), gli effetti sul resto della zona euro sarebbero catastrofici. La Spagna, già in un buco nero, vedrà il suo Pil ridursi di un valore superiore a quello dell’attuale tasso record di deflazione della Grecia, gli spread dei tassi di interesse tenderanno al 20% in Irlanda e in Italia e, in breve tempo, la Germania deciderà di darci un taglio e salverà se stessa assieme agli altri paesi con un surplus commerciale. Questa catena di eventi causerà una terribile recessione nei paesi in surplus raggruppati attorno alla Germania, la cui moneta si apprezzerebbe astronomicamente, mentre il resto d’Europa affonderebbe nella melma della stagflazione. Un habitat ideale per la Grecia? Assolutamente no!”

Varoufakis ribadisce in conclusione che la Grecia deve fare default, ma all’interno dell’eurozona:

http://yanisvaroufakis.eu/2012/05/16/weisbrot-and-krugman-are-wrong-greece-cannot-pull-off-an-argentina/#more-2171

Ne consegue che i cinque punti del programma di governo di SYRIZA, guidato da Alexis Tsipras, Solone redivivo contro le infamie di Dracone, sono ben congegnati e potrebbero salvare la Grecia, l’eurozona e l’Unione Europea:

  1. immediata cancellazione delle incombenti misure che impoveriranno ulteriormente i greci, come i tagli alle pensioni ed ai salari;
  2. cancellazione immediata delle misure tese a indebolire i diritti fondamentali dei lavoratori, come l’abolizione di CCN;
  3. abolizione dell’immunità parlamentare; riforma elettorale e generale ristrutturazione del sistema politico;
  4. indagine sulle banche greche, e pubblicazione immediata dei risultati dell’audit eseguito da BlackRock sul settore bancario greco;
  5. istituzione di un comitato internazionale di revisione dei conti, che indaghi sulle cause del deficit pubblico greco, in aggiunta ad una moratoria sulla riparazione del debito fino a che i risultati dell’indagine non siano resi pubblici.

L’opinione dell’economista greco Panos Evangelopoulos:

“Mi prendo qui la libertà di fare una previsione: queste misure di austerità faranno la stessa fine delle famigerate Leggi di Dracone nell’antica Atene. La loro durezza era simboleggiata dall’essere scritte col sangue e non con l’inchiostro. Riportarono l’ordine nell’antica Atene, ma furono in seguito emendate da Solone. Lo spirito delle Leggi di Solone era di portare armonia senza austerità e senza coercizione, e diedero avvio all’Età Aurea dell’antica Atene. Sembra proprio il destino della moderna Grecia quello di rivivere le asprezze di Dracone prima di poter sperare in una liberazione simile a quella che portò Solone”.

Le considerazioni di Barbara Spinelli (“La preghiera di Aiace”, la Repubblica, 16 maggio 2012):

“Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza. La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande”.

Infine, ultimo punto ma non meno importante degli altri [cf. Marco Brunazzo/Michele Nardelli: “L’Unione europea, diceva uno dei padri fondatori, si farà attraverso le crisi e sarà il risultato di queste crisi”].

Richard Jeffrey, direttore della divisione investimenti del Cazenove Capital Management, ha confidato, in uno speciale della BBC, i suoi sospetti che le autorità europee avessero ben chiaro in mente che la configurazione dell’eurozona era afflitta da difetti strutturali fatali, perché erano talmente evidenti che non potevano essere ignorati. Tuttavia, a suo dire, avrebbero deciso di procedere nella convinzione che una di quelle crisi sistemiche che caratterizzano il capitalismo avrebbe permesso di realizzare una piena integrazione politica che, altrimenti, tenuto conto dello scetticismo dell’opinione pubblica europea, avrebbe dovuto attendere per molti altri decenni. Ha precisato meglio il suo punto di vista in un’intervista al Wall Street Journal: “Il punto è che, a rigor di logica, una moneta comune sarebbe l’ultima cosa da introdurre (dopo una politica fiscale comune, sistemi giuridici comuni, una comune regolamentazione dei mercati, ecc.), se l’idea è quella di costruire una federazione politica, poiché sarebbero proprio una moneta ed una politica monetaria comune ad evidenziare tutte le tensioni tra le economie. Ma i politici hanno rovesciato questo argomento e hanno visto nell’unione monetaria un primo passo forzato che, se avesse avuto successo, avrebbe portato ad un approccio più federale in altri settori, come la politica fiscale

A riprova della plausibilità di questa sua ricostruzione, Jeffrey ha citato il pensiero di Romano Prodi quando era presidente della Commissione Europea, in una lettera scritta al Financial Times, nel dicembre del 2001: “Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. Attualmente è politicamente impossibile farlo. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati”.

http://blogs.wsj.com/source/2011/10/31/did-the-euros-architects-expect-it-to-fail/

Personalmente trovo che queste astuzie, se fossero vere, sarebbero in completa antitesi rispetto alla prassi democratica. Sarebbe il comportamento di persone senza scrupoli, così ossessionate dal fine da restare completamente indifferenti alla questione della moralità dei mezzi, dell’impatto umano dei suoi effetti (la terzo-mondializzazione dei paesi più deboli, ma anche l’aggravamento della crisi globale e quindi l’immiserimento di milioni di persone in tutto il mondo), per non parlare della volontà sovrana dei cittadini europei. Questo mio giudizio di condanna è anche quello dell’economista Paolo Savona (ex Banca d’Italia) che ha severamente criticato la tendenza a nascondere al pubblico il dibattito sulle scelte che è possibile fare, nella convinzione che i cittadini siano troppo ignoranti e superficiali per prendervi parte. Anche per Paolo Savona così si tradisce l’ethos democratico.

Non è così che si costruisce l’Europa.

Giorgio Napolitano – Camaleonte o Barbie (con vestitini ed accessori)?

Questo è un paese dove il presidente della Repubblica esercita poteri imprevisti. Con che diritto, sabato, ha definito «eccezionale» il governo: «a termine»? Il Quirinale già ha pesato molto, influenzando il voto presidenziale e favorendo le grandi intese. Formidabile è la coazione a ripetere inganni, tradimenti. La chiamano addirittura pace, responsabilità.

BARBARA SPINELLI, sulla Repubblica del 5 giugno 2013 (NON UN BLOGGER COMPLOTTISTA)


Napolitano…e sai cosa bevi (olio di ricino).

Napolitano ha cambiato casacca molte volte nella sua vita: pro-Mussolini (e Hitler), pro-Unione Sovietica (al tempo dell’invasione dell’Ungheria), pro-NATO (al tempo della strategia della tensione atlantista), pro-liberismo (al tempo dell’austerismo sponsorizzato dalla Bundesbank e dalla City di Londra), pro-eurocrazia (al tempo della distruzione del sogno europeista). Oggi è il Presidente della Repubblica italiana, garante della Costituzione (!!!).

IL PASSATO FASCISTA DI NAPOLITANO

Chi ricorda Napolitano universitario fascista? Ripulita la biografia del presidente, ora viene fatto passare per padre costituente: ma nel 1942 non aveva ancora abbracciato il comunismo e faceva parte dei gruppi fascisti

Di Antonio Socci, Libero del 10 Dicembre 2010

Il ministro Gianfranco Rotondi, martedì sera, a Ballarò, ha affermato: «Il presidente Napolitano non solo ha letto la Costituzione, ma l’ha anche scritta visto che fece parte della Costi­tuente». Né il conduttore, né gli altri ospiti hanno obiettato. Ma fino ad oggi si ignorava una tale notizia. Si dà il caso infatti che l’assemblea Costituente sia stata eletta il 2 giugno del 1946, quando il ventunenne Giorgio Napolitano era ancora un semplice studente universita­rio a Napoli. Della sua carriera da costituente non c’è traccia da nessuna parte.

Forse l’eccesso di zelo ha giocato a Rotondi un tiro mancino. Può capitare. Meno comprensibile è che sia addirittura ‘il sito ufficiale della Presidenza della Repubblica’ a riscrivere la biografia di Napolitano in chiave apologetica. Nella biografia del presidente in­fatti si legge: «Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all’Uni­versità, ha fatto parte di un gruppo di giovani antifascisti». Ora, si dà il caso che nel 1942 Napolitano sia entrato a far parte non di “un gruppo di giovani anti­fascisti”, come oggi declama il sito del Quirinale, ben­sì del Guf napoletano (Guf sta per “Gruppo universi­tario fascista’). Infatti collaborò attivamente alla rivi­sta del Guf, “IX Maggio”, partecipando pure alla giu­ria del convegno nazionale di critica cinematografica dei Guf. Si cimentò anche “in un esperimento di regia con la compagnia del Teatro Guf’. Notizie che lui stesso dà nella sua autobiografia, “Dal Pci al sociali­smo europeo” (Laterza), nella quale però cede – pure lui – alla tentazione di “redimere” la sua vicenda per­sonale, con un’autoassoluzione che suona così: «L’organizzazione degli universitari fascisti era in ef­fetti un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste mascherato e fino a un certo punto tolle­rato». Chi ha scritto la biografia per il sito del Quirina­le non ha fatto altro che cancellare la sigla del Guf e trasformare il gruppo cui aderì Napolitano in “grup­po di giovani antifascisti” tout court.

I Guf e fascismo

Quella di gabellare i Guf per covi di antifascisti è un costume (francamente risibile) che è invalso fra tutti coloro -e sono tanti- che frequentarono Guf e Litto­riali e poi, in tempi diversi, diventarono antifascisti. La verità è che i giovani cresciuti fra Guf e Littoriali non erano affatto antifascisti, né ha senso pensarlo. Come ha testimoniato lealmente, nel suo ultimo li­bro di memorie, Enzo Forcella, diventato poi antifa­scista e per anni editorialista di punta della “Repub­blica”. A lui stesso qualcuno attribuì posizioni antifa­sciste anticipate agli anni del Guf. Ma Forcella ha ri­battuto in modo lapidario: «Non ci ponevamo nep­pure il problema dell’antifascismo». E a proposito della “generazione dei Littoriali”, riabilitata da Zan­grandi, è stato molto netto: «Magari c’erano davvero tutte le allusioni critiche, lo spirito di fronda, il dolo­roso travaglio che nei decenni successivi i volenterosi esegeti vi avrebbero ritrovato; ma io non li vedevo».

Nel caso di Napolitano del resto è difficile aver dubbi. La sua non fu neanche una scelta dovuta a ignoranza della politica, perché lui stesso racconta che avendo vissuto a Padova, nei primi mesi del 1942, lì «scoprii la dimensione della politica e la specie, fino ad allora per me sconosciuta, dei comunisti». Scrive addirittura: «Anche noi liceali respiravamo l’aria di una università di grande tradizione innanzitutto nel senso del libero pensiero; nella libreria Randi, nel centro della città, si potevano incrociare figure di maestri e intellettuali come Concetto Marchesi, Ma­nara Valgimigli, Diego Voleri, dei quali si sapeva per certo che non erano fascisti, ma tutt’altro».

Aggiunge: «Insomma vidi a Padova – anche grazie a qualche insegnante eterodosso e stimolante- come ci fossero vie che dall’impegno culturale, nutrito di senso della libertà e della responsabilità, conduceva­no all’impegno politico, antifascista e tendenzial­mente comunista». Lo vide, ma si guardò bene dal percorrerle. Infatti dopo una così preziosa presa di coscienza, che era preclusa a gran parte dei suoi coe­tanei, Napolitano cosa fa? Si coinvolge in questi am­bienti antifascisti? Si iscrive al Pci clandestino? Resta almeno indipendente e libero? No. Torna a Napoli ed entra nel Guf. Tutto questo nell’autunno 1942, dopo venti anni di dittatura, quando già erano state decise le leggi razziali, il patto di alleanza con Hitler e l’in­gresso in guerra che già stava prendendo una piega disastrosa. Iniziare a frequentare il Guf nell’autunno 1942 tutto può essere fuorché una scelta antifascista. Ma la tentazione, a posteriori, di presentarla come ta­le è forte per uno che poi è diventato dirigente comunista. Soprattutto perché gode di uno statuto di in­toccabilità, quasi come un padre della patria. Su Wikipedia, nel suo profilo biografico, si legge addirittu­ra: «Durante l’occupazione tedesca, con il gruppo formatosi all’interno del Guf prende parte alle azioni della Resistenza in Campania». Di azioni resistenziali di Napolitano a dire il vero non ho trovato traccia nel­la sua autobiografia, dove si riferisce che con il 25 lu­glio 1943 (la caduta del regime) e il successivo 8 set­tembre, «qualcuno di noi (non io) prese subito con­tatto con il Partito comunista», altri con «i venti giorni di terrore nazista a Napoli» e l’occupazione nazista del Nord, presero la via della Resistenza.

Ma Napolitano così racconta di sé: «Io deluso e confuso, mi misi da parte, mi presi un periodo di ri­flessione». Stette a Capri, dove conobbe Curzio Mala­parte. Poi, passata la tempesta e tornata la democra­zia, nel 1945 si iscrisse al Pci. La biografia del sito del Quirinale (che non fa menzione della resistenza) è as­sai indulgente con Napolitano anche sul versante co­munista. Degli anni passati come dirigente del Pci di Togliatti e Stalin e poi dell’epoca Breznev o dei suoi viaggi a Mosca è difficile trovare traccia.

IL PASSATO FILO-SOVIETICO DI NAPOLITANO

Quando Napolitano disse: “in Ungheria l’Urss porta la pace

Nel 1956, all’indomani dell’invasione dei carri armati sovietici a Budapest, mentre Antonio Giolitti e altri dirigenti comunisti di primo piano lasciarono il Partito Comunista Italiano, mentre “l’Unità” definiva «teppisti» gli operai e gli studenti insorti, Giorgio Napolitano si profondeva in elogi ai sovietici. L’Unione Sovietica, infatti, secondo lui, sparando con i carri armati sulle folle inermi e facendo fucilare i rivoltosi di Budapest, avrebbe addirittura contribuito a rafforzare la «pace nel mondo»…

Giorgio Napolitano nel nov. 1956: “Come si può, ad esempio, non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato? E’ assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese – in contrapposto agli errori gravi del gruppo dirigente, errori che noi abbiamo denunciato come causa prima dei drammatici avvenimenti verificatisi in quel paese – non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito. E’ assurdo oggi continuare a negare che questa azione disgregatrice sia stata, in uno con gli errori del gruppo dirigente, la causa della tragedia ungherese.

Il compagno Giolitti ha detto di essersi convinto che il processo di distensione non è irreversibile, pur continuando a ritenere, come riteniamo tutti noi, che la distensione e la coesistenza debbano rimanere il nostro obiettivo, l’obiettivo della nostra lotta. Ma poi ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere – e qui sarebbe stato meglio che, senza cadere lui nella doppiezza che ha di continuo rimproverato agli altri, si fosse più chiaramente pronunciato – che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo.

«Napolitano non venga a Budapest. Con il Pci appoggiò i russi invasori», tratto da il Giornale, 26.5.2006.

Un portavoce dei superstiti: “Tardivo il su ripensamento, chi pagò con la vita non vorrebbe essere commemorato da lui“.

Hanno perdonato Boris Eltsin, erede dei loro carnefici. Potrebbero, sforzandosi, mandar giù anche un boccone indigesto come Vladimir Putin «l’opportunista» ma Giorgio Napolitano no, proprio no. Il nostro presidente della Repubblica non merita sconti e in Ungheria non deve andare. Soprattutto in quei giorni, nel prossimo autunno, in cui a Budapest si ricorderanno i 50 anni dell’invasione sovietica. A lanciare il diktat è un gruppetto sparuto ma autorevole di magiari, quelli raccolti intorno a «56 Alapitvany» (Fondazione ’56). Sono in diciannove, tutti accomunati dallo stesso destino: essersi ribellati agli occupanti venuti da Mosca e aver pagato per questo con duri anni di galera.

Per questo, l’altroieri, sono insorti quando hanno saputo che il presidente ungherese Laszlo Solyom aveva invitato per il prossimo autunno a Budapest anche Giorgio Napolitano. In nove hanno firmato una lettera-appello per chiedere che Napolitano non venga. O se proprio ci tiene a visitare l’Ungheria, lo faccia prima o dopo le commemorazioni. Facendo riferimento alla posizione presa dal Pci nel 1956, la lettera afferma che il documento di allora offrì sostegno internazionale ai sovietici che «repressero nel sangue il desiderio di libertà dell’Ungheria». E Laszlo Balazs Piri, tra i nove firmatari dell’appello, membro del board della Fondazione, già condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per la sua partecipazione alla rivolta, rilancia: «Purtroppo i governi dei grandi Paesi occidentali non poterono aiutarci. L’opinione pubblica dei Paesi liberi era accanto a noi. Nello stesso tempo, però, in Paesi come Italia e Francia i Partiti comunisti erano allineati a Mosca. Furono d’accordo con questa resa dei conti sanguinosa contro la lotta di liberazione ungherese. Napolitano a quel tempo non era un bambino e aveva un’opinione».

A poco vale per i «reduci» della repressione sovietica il ripensamento del presidente italiano. Un dietrofront tardivo, sostengono. E Balasz Piri è categorico: «La comunità dei veterani del 1956 sente che quest’uomo non deve partecipare alle commemorazioni del ’56 ungherese. Chissà cosa direbbero quelli che sono stati impiccati in seguito alla repressione».

Il 26 settembre 2006, a Budapest, Napolitano ha reso omaggio alle vittime della rivoluzione del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. In quell’occasione ha detto: “Ho reso questo omaggio sulla tomba di Imre Nagy a nome dell’Italia, di tutta l’Italia, e nel ricordo di quanti governavano l’Italia nel 1956 e assunsero una posizione risoluta, a sostegno dell’insurrezione ungherese e contro l’intervento militare sovietico”. Non una dichiarazione sulle responsabilità sue e dei suoi «compagni» di partito, non una richiesta di perdono alle vittime (forse 25.000), non un’affermazione che defisse il comunismo «male assoluto».

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/comunismo_nel_mondo/est_europa/ungheria_1956/articolo.php?id=732

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