L’Autonomia, con i suoi valori e principi, è l’identità stessa del Trentino. Ciò deve includere il senso di responsabilità verso sé e verso gli altri: le altre regioni e la Nazione italiana, così come le regioni e le nazioni che compongono l’Unione Europea. Solo questo riconoscimento di un legame di condivisione e solidarietà reciproca può tradursi nell’appartenenza a un’identità più ampia, fatta di relazioni sociali, economiche, culturali. Frutto di storia, valori e principi comuni che possono costituire elemento fondante di una vera Cittadinanza europea.
Trentino 33
Il Trentino si colloca nel suo insieme sotto la media nazionale in quanto ad apertura verso il resto del mondo ma, soprattutto, privilegia gli sbocchi tradizionali, privi di rischio. Nell’ordine si collocano infatti la Germania seguita dall’Austria (ovviamente), dagli Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Paesi Bassi. La Cina si colloca solo dopo questa lunga serie di paesi “non a rischio” e non vi è traccia significativa di presenza trentina negli altri BRICS o nei paesi emergenti, ben più difficili da comprendere e affrontare.
Trentino 33
Va data priorità alla formazione e specializzazione degli immigrati (sia lavoratori che studenti), che in Trentino hanno trovato uno degli ambienti più attrattivi, tanto da collocare la Provincia al primo posto in Italia per quanto riguarda gli aspetti di “internazionalizzazione sociale”; oltre a combinarsi con l’obiettivo della solidarietà il loro collegamento con i paesi d’origine può dare vita a quel fenomeno di “portage” tipico degli emigrati.
Trentino 33
Cloud Atlas – le cose cambiano
Il gruppo «Trentino 33» ha presentato al Grand Hotel Trento, sabato 11 maggio, il suo programma di riforme istituzionali.
GRUPPO DI RIFLESSIONE PER TRENTINO “2013-2033” – 20 punti d’interesse mio personale (c’è molto altro e lo trovate qui):
rigorose priorità di contenuto e di costi.
nuovo patto con il governo sui rapporti finanziari stato-province, fondato sulla piena assunzione di responsabilità delle entrate e delle spese di tutte le istituzioni operanti sul territorio nonché di partecipazione alla perequazione e agli obiettivi generali di finanza pubblica nazionale.
la complessità degli organismi di governo ai diversi livelli e la macchinosità burocratica bloccano lo sviluppo economico e sociale.
mettere al centro i comuni (istituzioni di rilievo costituzionale)
accrescere la nostra capacità competitiva sia economica che istituzionale
definire una politica di alleanze con i territori per aumentare il nostro potere negoziale interno e internazionale.
un nuovo gruppo dirigente, per affrontare le nuove sfide.
no fortino, no rifugiarsi in un atteggiamento autarchico.
rifondazione dell’Autonomia nell’ottica di lungo periodo: programma ventennale. Serie scelte strategiche e riforme strutturali.
due concetti guida: competitività (individualità) e solidarietà (comunità): una solidarietà rivolta sia all’interno che all’esterno dei nostri confini.
programmazione strategica per il recupero e la promozione delle vocazioni del territorio;
la banda larga;
la formazione, l’educazione e la ricerca.
creare in Trentino la burocrazia più efficiente ed efficace d’Europa per attirare investitori.
inglese (e il tedesco) e l’uso di strumenti informatici a partire dalla scuola materna.
la formazione deve essere permanente: aggiornamento continuo.
tecnologie ambientali, il risparmio energetico, la domotica: intervenire sull’imponente stock di strutture edilizie, da riqualificare;
incrementare l’agricoltura biologica in tutte le produzioni agricole, dalla vitivinicoltura alla frutticoltura.
il mondo cooperativo come infrastruttura di servizio e supporto allo sviluppo e come rete d’inclusione.
anche per la cooperazione la dimensione internazionale deve diventare obiettivo strategico attraverso il varo di alleanze con i sistemi cooperativi di altri territori al fine di ottenere una sempre maggiore penetrazione nei mercati esteri.
Mie riflessioni in margine alla presentazione ufficiale del progetto (sabato 11, Grand Hotel Trento), probabile viatico per una candidatura a guidare la Provincia di Trento (e non solo).
PASSAGGI CHE SOTTOSCRIVO
rassegnarsi al declino è sciocco, è un vicolo cieco;
involuzione delle democrazia occidentali incapaci di darsi una visione di lungo periodo: ogni comunità ha bisogno di sognare per non implodere – i piccoli interessi, piccoli progetti, piccole idee non portano da nessuna parte;
manca la capacità, la lucidità, la volontà di aggregare i cittadini in uno sforzo corale, un’unità d’intenti (De Gaulle parlava di rassemblement – Kennedy esortava a non chiedersi cosa il paese potesse fare per noi, ma piuttosto cosa noi potessimo fare per il paese/comunità);
sembra che l’attuale classe politica si perda in querelle e abbia smarrito la via: dove va il Trentino? Come sarà il Trentino del futuro? A ottobre si vota e i potenziali candidati a governare la provincia traccheggiano;
serve una svolta strutturale che permetta al Trentino di fare di più con meno, ma la politica e la società sembrano assopite;
la burocrazia va snellita e abbiamo tutto quel che serve per diventare un modello per l’Europa;
l’Europa è in crisi, anche quella per mancanza di una visione: il Trentino farà la sua parte;
il mondo futuro sarà unito e multipolare (unità nella diversità);
la strategia del fortino di fronte ai cambiamenti è suicida ed immorale (individualismo, egoismo, isolamento menefreghista);
l’unica alternativa realistica è l’apertura, la partecipazione alle vicende globali e la competizione a viso aperto;
per farcela occorre fare sistema e raggiungere una massa critica che il Trentino da solo non ha: il partenariato con l’Alto Adige è essenziale;
la missione del Trentino è quella di diventare un grande snodo per la ricerca, la cooperazione e il turismo;
occorre valorizzare le risorse e competenze del territorio, perché se non si produce ricchezza, sarà impossibile ridistribuirla e sarebbe un tradimento della vocazione solidaristica trentina;
lo sviluppo dev’essere sostenibile e la rincorsa continua tra produzione e consumo è un circolo vizioso e insostenibile;
il ciclo dei rifiuti va chiuso: è immorale lasciare in eredità ai posteri montagne di rifiuti;
le infrastrutture sono fondamentali e migliorano la qualità della vita ma est modus in rebus;
piccolo non è bello in un mondo di giganti;
la regione come struttura leggera di raccordo per rapporti tra province e con l’esterno;
ci siamo fissati troppo sul mondo germanico ed abbiamo perso di vista il resto del pianeta: non possiamo essere solo un raccordo tra Italia e Germania;
l’autonomia ben gestita ha un senso e un futuro solo se i suoi benefici sono condivisi con i vicini: mettersi in rete, partenariato anche con Veneto e Lombardia;
dobbiamo essere trentini, italiani ed europei come lo erano Battisti e Degasperi: basta incrostazioni ideologiche trentiniste (miti etnici);
o si cambia o resta un vuoto e i vuoti vengono presto riempiti da qualcos’altro (non necessariamente positivo);
CRITICA MOSSA AL PROGETTO Trentino 33 è un progetto ambizioso e molto bello, ma i problemi sono già drammatici ora e non c’è più tempo. Ci saremo ancora nel 2033? Ilaria Vescovi, presidente di Confindustria Trento, riferendosi alla gravissima crisi delle imprese.
Perfettamente comprensibile.
Meno comprensibile è l’elogio che Vescovi e Giorgio Tonini hanno riservato alla Germania.
Nella competizione globale, la Germania ha saggiamente puntato sulla qualità, perché non è possibile competere con i costi e quindi i prezzi dei paesi emergenti. Ma è altrettanto insensato provare a deprimere i salari occidentali per diventare competitivi, compromettendo il mercato interno, come ha appunto fatto il governo tedesco, che ha stabilito arbitrariamente che quella neoliberista (social-darwinista) è la formula universale e necessaria e che chi non la pensa così è un peccatore indegno di condividere i frutti della virtuosità della Grande Germania.
La stoltezza, tracotanza e meschinità dell’attuale classe dirigente tedesca ha dei disastrosi precedenti. E’ un archetipico furor teutonicus che, almeno dai tempi di Bismarck, costringe l’Europa a subire la buriana, finché la nazione “eletta” ridiscende tra i mortali e si rende conto di non potercela fare senza gli altri popoli; non prima di aver preso l’immancabile smusata che placa la sua hybris. Questa volta è possibile che i tedeschi imparino la lezione e comincino seriamente a diffidare di chi solletica i loro narcisismi tribali, li costringe ad immensi sacrifici, per poi portarli alla rovina.
Per qualche oscura ragione (ignoranza? superficialità? invidia? complesso d’inferiorità?) il modello tedesco è popolare in certi ambienti politici locali e nazionali (la mente vacilla! – cf. Bristow).
Il secondo grande problemaè l’assenza di una comprensione più ampia della natura di questa crisi, che non è come quella del 1973 (austerità che ha portato al trionfo il neoliberismo sulla socialdemocrazia) o del 1929-1938 (interrotta dalla seconda guerra mondiale). Questa è una crisi strutturale-epocale. È la Crisi. La morte di un’epoca, di una civiltà. Nulla sarà più come prima:
Preoccupazioni sulla reale entità ed integrità delle riserve auree, bolle speculative, sistemi bancari moribondi tenuti in vita con la contabilità creativa e a spese dei contribuenti, guerre valutarie, instabilità mediorientale, cambiamento climatico inarrestabile, politiche internazionali aggressive, austerità fine a se stessa, tassi di disoccupazione ingestibili, collasso della credibilità delle forze politiche tradizionali, progressiva sostituzione della forza lavoro umana con quella robotica (supermercati, biblioteche, call center, caselli, industria, mezzi di trasporto, ecc.), disuguaglianze alle stelle e completa indisponibilità dei governi ad intervenire in maniera drastica in favore della giustizia sociale, ascesa dei BRICS, derive autoritarie in tutte le democrazie occidentali, tribalismi nazionalistici e localistici, populismi, ecc.
Queste sono solo alcune delle sfide del presente e dell’immediato futuro. E’ importante capire che le oligarchie globali hanno perso o stanno perdendo il controllo della situazione. Non sanno che pesci pigliare. I continui contrasti, le innumerevole contraddizioni sono un sintomo della confusione in cui annaspano e della estrema gravità della crisi. Nessuno ha ormai la più vaga idea di quali siano le dimensioni della nuova bolla speculativa, né quando esploderà. L’unica certezza è che le circostanze sono analoghe a quelle di Fukushima: la prossima grossa scossa sarebbe fatale. Graficamente
La Deutsche Bank, la banca più esposta del mondo in prodotti derivati, è insalvabile. A destra il livello della sua esposizione (€ 55.605.039.000.000 di euro), a sinistra il PIL tedesco
“Berlino ha inventato la bisca perfetta: se vince la sua banca, perdono i clienti; se la sua banca perde, pagano i paesi europei, in particolare quelli del Sud Europa e le loro famiglie. Adusbef e Federconsumatori chiedono al nuovo governo un particolare impegno a livello internazionale perché, con normative specifiche e severe, a potentati finanziari e bancari siano impedite politiche industriali tanto azzardate da mettere per la seconda volta a rischio le economie dei paesi occidentali e le finanze delle loro famiglie“.
Adusbef e Federconsumatori Roma, 30-4-2013 http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=8766&T=P
crollo del potere d’acquisto del dollaro
Nella storia non si è probabilmente mai verificata una dissociazione così colossale tra mercati (alle stelle) ed economia reale (nelle stalle).
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In seguito all’affermarsi, nella seconda metà degli anni Settanta, del paradigma neoliberista, si sono verificate crisi globali nel 1982, 1987, 1993, 2001, 2008, 2012 (in corso). Ogni volta la brutalità della caduta rispecchia la repentinità dell’ascesa. Di bolla in bolla, siamo passati dalla bolla immobiliare giapponese del 1997 alla bolla della new economy del 2001, quella dei mutui subprime del 2007 e quella immobiliare spagnola del 2008. Decine di migliaia di dollari vaporizzati in pochi mesi, dopo essere stati creati in pochi anni. Milioni di disoccupati che non saranno più riassorbiti dal mercato del lavoro, a causa della delocalizzazione e dell’automazione, che rende obsoleti i lavoratori umani anche nei paesi in via di sviluppo.
Questa crisi è più disastrosa delle altre perché in precedenza non esisteva un tale grado di interdipendenza e soprattutto di istantaneità nelle pratiche finanziarie. Alcune aree del pianeta erano semi-autarchiche. È una crisi che determinerà il fato dell’umanità e genererà ancora molta sofferenza. È una crisi causata dal fallimento di un modello di sviluppo caratterizzato dall’avidità insaziabile ed aggravata dal trasferimento del potere economico verso l’Asia e dalla crisi strutturale dell’eurozona.
È la fine delle illusioni yuppies: progresso, prosperità, pace e felicità non sopravvivono alla crescita delle disparità economiche e delle brame speculative.
È il crepuscolo della volontà di potenza dei conquistadores dei mercati, della credenza messianica in un destino manifesto, nella violazione impunita di ogni limite di buon senso e nell’autoregolazione dei mercati, la “mano invisibile” di una novella Provvidenza che premia i giusti predestinandoli calvinisticamente al successo e punisce i reprobi, condannandoli alla rovina.
Possiamo rispondere a questa sfida solo con maggiore coesione, visione, forza di volontà e capacità d’azione. La prima cosa da capire è che non possiamo accettare il sacrificio di una generazione che è la prima vittima della recessione. La seconda cosa da capire è che non ci sono rimedi miracolosi. Saremo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. E questo è quanto.
Il progetto di Trentino 33 va nella direzione giusta e lo sottoscriverei anche subito.
Se non osa di più è perché non ci si può aspettare che costruisca qualcosa di nuovo su un terreno sabbioso: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande” (Matteo 7, 27).
Prima di tutto il resto, dobbiamo tirar fuori la testa dalla sabbia: il mondo come l’abbiamo conosciuto sta tirando le cuoia. Sayonara e good riddance!
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Articolo 11
“Dagli Usa arriva un apparente voltafaccia rispetto agli impegni di Barack Obama verso il disarmo nucleare. Il Pentagono si appresta infatti a spendere 11 miliardi di dollari per ammodernare 200 ordigni nucleari tattici B61 allocati in Europa per trasformarli in “bombe atomiche intelligenti (teleguidate)” sganciabili dal controverso caccia di ultima generazione F-35, di cui si doterà anche l’Italia. E’ quanto rivela il britannico Guardian.
Le B61 sono ordigni americani conservati negli arsenali Nato europei. Sono ‘nascosti’ in Belgio, Olanda, Germania, Turchia, ma anche in Italia sul cui territorio sono ancora presenti 90 di questi ordigni (70 secondo le ultimissime stime): 50 ad Aviano in Friuli e 40 (20) a Ghedi, in provincia di Brescia”.
Gli Stati Uniti non dovrebbero essere posti sotto embargo visto che Obama ha ripudiato il principio della non-proliferazione nucleare che motiva l’embargo preventivo (ed illegale) imposto all’Iran? L’Italia ha una spina dorsale? Ci piace essere una colonia? Preferiamo la pace o la guerra? La missione storica dell’Italia repubblicana è il dialogo, la diplomazia, la democrazia globale oppure dotarsi dei mezzi necessari a penetrare altre nazioni senza poter essere rilevati dai radar per sganciare bombe atomiche? È questo tipo di abominio che si aspettavano da noi i padri e le madri costituenti?
Io penso che loro avessero in mente un’Italia diversa, che non si fa guidare dal risentimento, dal manicheismo, da progetti sfacciatamente imperialistici di altre potenze che seminano morte, odio, rancore che fomenta il terrorismo ed il fondamentalismo, separatismo che conduce alle guerre civili, arbitrio dei signori della guerra e, in prospettiva, inquinamento radioattivo. L’Italia dovrebbe essere garante di pace e mediazione, invece scarichiamo le nostre responsabilità: “non siamo noi, sono gli americani che sbagliano”. Nessuno dei nostri governanti recenti, però, sembra avere il coraggio o la volontà di farglielo presente.
Nel frattempo, un passo dopo l’altro, intorno a noi si diffonde l’anarchia violenta e il crimine impunito: Kosovo, Libia, Mali, Siria – tutte le ex colonie italiane sono nel caos o sono rette da governi dispotici. Partecipiamo a missioni di pace che sembrano più che altro missioni di occupazione per conto terzi. Siamo degli insulsi vassalli privi di sovranità e di coscienza, incapaci di porre fine o almeno districarci dallo stallo bellico della “Guerra al Terrore”.
Non penso che fosse questa la responsabilità storica dell’Italia com’era stata concepita da chi ha costruito la nostra repubblica. Credo che invece il nostro paese, così immaginativo, creativo, originale, pionieristico abbia ricevuto in dote la missione di sperimentare strade nuove per giungere ad un mondo nuovo di concordia, di unità nella diversità, in cui la fiducia e il rispetto prevalgono sul sospetto e il disprezzo. Entrambe le sue componenti, quella laica non-religiosa e quella cattolica (laica o meno), si ispirano a precetti che sono incompatibili con la nostra condotta attuale e con la nostra vocazione.
Dunque compito dell’Italia, quando avrà ritrovato la bussola, sarà quello di far ragionare la Germania nel campo economico e gli Stati Uniti in quello militare. Avrà bisogno di alleati per farlo, ma non mancheranno, perché molti hanno visto dove termina il sentiero che abbiamo imboccato e stanno pensando a come cambiare strada.
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“Dopo la rielezione di Napolitano assisteremo alla costituzione di un ennesimo “governo tecnico”, impegnato a mettere in pratica le indicazioni di quei cosiddetti “saggi” che hanno formalizzato in due documenti di straordinaria miopia quel pugno di soluzioni di piccolo cabotaggio ritenute necessarie a perpetuare il sistema nel suo insieme, partendo dal presupposto che, in un momento di giganteschi mutamenti come quelli in corso a livello mondiale (crisi del capitalismo finanziario; spostamento sul Pacifico della competizione geo-politica; riemergere su scala mondiale della questione sociale; progressivo indebolimento dell’Europa unita), questo sia sufficiente a garantire ai partiti la perpetuazione del loro potere e degli equilibri affaristici che lo alimentano.
[…].
Occorre parlare di riorganizzazione del sistema sociale, inclusa la concezione del lavoro, della proprietà e della moneta, avendo chiara la relazione con i diritti individuali e con i beni comuni; occorre disegnare, nell’orientamento complessivo dell’economia e dei suoi obiettivi, modelli di sviluppo alternativi, in grado di equilibrare capacità, risorse e sostenibilità nel tempo; occorre affrontare la questione della collocazione internazionale dell’Italia, rispetto sia alla questione dell’unificazione europea che a quella di un atlantismo superato dai fatti; occorre lavorare per liberare cultura, istruzione e ricerca dai vincoli opprimenti con cui economia e partitocrazie le condizionano.
Si raggiunge questo chiaro ma difficilissimo obiettivo rendendo i cittadini consapevoli di cosa debba essere oggi un organismo sociale sanamente e non patologicamente attivo: in esso, nelle società post-industriali complesse, si deve rendere armoniosa ed efficiente la coesistenza fra le esigenze di uno sviluppo culturale intellettuale scientifico, come motore ideale della società, quelle di un’amministrazione politico-giuridica equa e funzionale e quelle di un’economia cui non sia più possibile invadere, grazie al potere della moneta e del lavoro fatti merce, le altre sfere della società. La democrazia, se vuole affrontare con efficacia il presente per il futuro, deve in sostanza emanciparsi definitivamente dai residui feudali che ancora la soffocano: da un lato quelli derivanti dalla partitocrazia, dall’altra quelli dei potentati economici, non a caso tra loro reciprocamente intrecciati. Solo in questo modo, con la piena libertà di espressione delle capacità individuali, con l’equa applicazione dei diritti del cittadino, con la solidarietà richiesta dalla crescente interdipendenza delle relazioni economiche (produzione, circolazione, consumo), possiamo pensare che i popoli possano conquistare la responsabilità e la dignità, attraverso l’autogoverno e la piena sovranità”.
La famiglia [Barca] si distingue dal soprannome di Amilcare, detto “Barak”(poi tradotto in “Barca”), ovvero “folgore”, “fulmine”, per le sue qualità di condottiero di eserciti e di politico decisionista. Secondo un’altra interpretazione il nome di Barca deriverebbe da “Baruk” ovvero “il benedetto” a indicare una particolare protezione da parte degli Dei.
L’Occidente è fin troppo spostato a destra. Questo squilibrio è nefasto e può solo causare morte (suicidi, rivolte, violenza eversiva, svolte autoritarie).
Matteo Renzi è legato a Michael Ledeen via Marco Carrai (è anche culo e camicia con Tony Blair, altro grande amico dei neocon) http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2490000/2486104.xml?key=bersani&first=341&orderby=1 Ledeen, oltre ad essere un neocon superguerrafondaio, era legato alla P2 tramite il SISMI ed è certamente stato coinvolto in varie operazioni GLADIO: “Michael Leeden, associated with the Georgetown Center for Strategic and International Studies (CSIS) in Washington, a right-wing think tank; and Leeden had strong connections with a faction of the Italian secret service (SISMI) linked to the P2 secret masonic lodge, which first revealed the phoney proposed attack on the Pope by the Soviet Minister of Defence Marshal Ustinov”. http://www.independent.co.uk/news/people/obituary-claire-sterling-1588401.html Ora sta a noi scegliere: vogliamo che il PD divenga uno strumento della NATO e della CIA, o vogliamo un partito di sinistra?
[N.B. Tutte queste notizie sono di dominio pubblico da mesi e questa è la ragione per cui Renzi non vincerà mai delle primarie ma vuole ugualmente per sé il governo: i renziani non riuscirebbero a vedere una balena davanti al loro naso - Mr Magoo è un cecchino al loro confronto].
Serve una riequilibrante svolta a sinistra. Fabrizio Barca dice cose di sinistra. Il suo manifesto è di sinistra.
Fabrizio Barca, per quel che ho potuto capire, sembra essere il politico italiano che più somiglia per indole, valori ed idee al mio politico di riferimento, cioè Dominique de Villepin (che NON è di sinistra, essendo un neogollista, ma si trova non poche volte a battersi dalla stessa parte di Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra francese).
Mi pare che Barca abbia il pragmatismo necessario a tradurre in un progetto credibile e a lungo termine le aspirazioni di molti grillini e molti elettori di SEL, RC e sinistra PD, ma anche del cattolicesimo sociale e di una parte della destra sociale. Se è questa la linea del PD del futuro, allora SEL non ha ragione di esistere e Vendola ha preso la decisione giusta.
Per sommi capi, il pensiero di Barca:
PARTITO DI SINISTRA: “Non mi riferirò a un partito in genere…ma a un partito di sinistra, essendo questo ciò che mi preme” (dalla sua “Memoria politica dopo 16 mesi di governo“, p. 1);
UNIONE EUROPEA: Denuncia l’incompiutezza e dalle incertezze dell’Unione Europea e i suoi paradigmi errati, chiede un rilancio della cittadinanza europea con la restituzione della sovranità ai cittadini europei (p. 1).
TEORICI: cita Amartya Sen e Willy Brandt, Bruno Kreisky e Olof Palme (un trio che per me rappresenta l’apogeo della politica socialdemocratica e dell’internazionalismo socialista pre-thatcheriano/reaganiano: quando i governanti sapevano ancora dire no all’iniquità finanziaria e guerraiola).
CONFLITTO SOCIALE: Considera che senza un conflitto anche aspro di idee non ci si avvicina a soluzioni efficaci. Perciò il conflitto sociale va bene, se è governato e se esiste una coesione di sentimenti e convincimenti generali che parlino ai nostri sentimenti (= se parti sociali e governanti dimostrano buona volontà e buona fede, ponendo l’enfasi sull’interesse generale).
MOBILITÀ Chiede più mobilità sociale per evitare un conflitto intergenerazionale dannoso per tutti.
PARTITOCRAZIA: Vuole porre fine alla partitocrazia, ma non ai partiti (li vuole più aperti, più sensibili alle istanze che provengono dalla cittadinanza) – No a commistioni tra organi di partito e funzioni pubbliche = no al partito che cerca di impadronirsi di apparati dello Stato (colonizzazione dell’amministrazione e clientelismo – p. 10).
DEMOCRAZIA DELIBERATIVA: Suggerisce la via dello “sperimentalismo democratico” (democrazia deliberativa), una via intermedia tra la tecnocrazia avulsa dalla società civile (degenerazione della democrazia rappresentativa) e la demagogia della folla che decide su tutto, attraverso la Rete (democrazia diretta integrale, degenerazione del concetto di sovranità popolare): “la macchina pubblica deve piuttosto costruire un processo che promuova in ogni luogo il confronto acceso e aperto fra le conoscenze parziali detenute da una moltitudine di individui, favorisca l’innovazione e consenta decisioni sottoposte a una continua verifica degli esiti, sfruttando le potenzialità nuove della Rete e dando continuamente forma alle preferenze e alle scelte nazionali” (dal Manifesto, p. 3).
PARTITI NON PIÙ STATO-CENTRICI: Il partito dovrebbe essere immerso nella società civile, fungere da palestra di una democrazia partecipata, non essere un’espressione dello Stato (dev’essere “sfidante dello Stato stesso”): solo così è possibile un connubio tra principio di competenza e principio di maggioranza (p. 3).
DEMOCRAZIA PARTECIPATA: Il partito deve produrre una “mobilitazione cognitiva”: far discutere e ragionare la gente, tirar fuori le idee migliori, gli intenti, motivazioni e sentimenti migliori, “i migliori angeli della nostra indole” (cf. Lincoln), fare comunità: “un partito palestra che offre lo spazio per la mobilitazione cognitiva, per confrontare molteplici e limitate conoscenze, imparare ognuno qualcosa, confrontare errori, cambiare posizione, costruire assieme soluzioni innovative per stare meglio e gli strumenti e le idee per farle vincere; e permettere così anche che dal confronto collettivo si profili e vada emergendo un avvenire più bello per i nostri pronipoti con tratti che oggi non possiamo anticipare” (p. 4).
FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI: No all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma suo ridimensionamento (affinché gli iscritti esercitino un maggior controllo sul partito) e trasparenza sul metodo di raccolta e sull’impiego.
BUROCRAZIA E STATALISMO: Riforma della macchina dello stato: “affetta da smania normativa; trascura sistematicamente l’attuazione, mancando di “ingegnerizzare” i processi realizzativi; pretende dai cittadini il rispetto delle scadenze mentre non le rispetta essa stessa; ignora la valutazione degli esiti; non facilita o rifiuta, a livello nazionale, il confronto aperto con le soluzioni alternative che vengono dalle esperienze territoriali (p. 10).
NATURA UMANA: Rifiuto del cinismo: la natura umana non è solamente egoista e la “natura italica” che ci inchioderebbe al malgoverno è un mito etnico (p. 11 del Manifesto).
LEGGE ELETTORALE: Riforma di una legge elettorale che rende inutili le primarie (p. 13);
PRIMARIE: Senza una chiara separazione tra partito e stato, le primarie danno vita a forme di cesarismo, “appagando a poco prezzo la domanda di democrazia dei cittadini, e accentuando il tratto personalistico dei partiti” (p. 13).
GOVERNANTI E GOVERNATI: Partito moderno deve agevolare il confronto tra le parti sociali: “insegnanti con studenti e genitori, operai di una fabbrica inquinante con cittadini inquinati, abitanti di un’area attraversata dalla ferrovia con gli utenti del treno, e così via” (p. 14). Il confronto pubblico può facilitare la realizzazione di: una visione condivisa del futuro, una cinghia di trasmissione tra governo e società civile che permetta di prendere decisioni fondate sull’esperienza compiuta nel territorio, una maggiore comprensione del processo decisionale, possibilmente la neutralizzazione liderismi (uomini della provvidenza, capi-popolo) e di riforme mal comprese ed inattuabili, “uno dei tratti distintivi dell’ultimo venticinquennio” (p. 18).
LA SOCIALDEMOCRAZIA (vizi e virtù): “La soluzione “socialdemocratica”ha consentito, dove è stata compiutamente praticata, – non in Italia – straordinari risultati in termini di qualità di vita dei cittadini e del lavoro, promuovendo la libertà sostanziale, l’inclusione sociale dei cittadini, ossia la loro capacità di fare le cose alle quali assegnano valore nella vita, e la dignità del lavoro, e accompagnando dopo la seconda guerra mondiale una straordinaria stagione di crescita. Ma questa soluzione ha mostrato anche crescenti criticità: difficoltà nel soddisfare con servizi standard (per salute, istruzione, cura di infanzia e anziani, manutenzione territoriale) le preferenze assai diverse dei cittadini, che lo stesso benessere andava ampliando; comportamenti adattivi dei cittadini assistiti, con effetti di erosione del loro impegno; deviazioni rilevanti dall’interesse generale nell’uso delle risorse pubbliche; effetti negativi sugli animal spirits degli imprenditori, connessi agli strumenti pubblici altamente discrezionali impiegati per assicurare loro l’afflusso di capitale dai risparmiatori” (p. 21).
IL NEOLIBERISMO (vizi e virtù): “La soluzione “minimalista”, o liberista, con cui si è data risposta alle criticità del modello precedente, ha promosso in tutti i campi, sul piano del metodo, nuove tecniche di misurazione dei risultati attesi dell’azione pubblica, ha sfruttato le nuove tecnologie dell’informazione per rendere pubblici e verificabili tali obiettivi e le informazioni raccolte e prodotte dalla macchina pubblica, ha dato vita a un confronto serrato sulla valutazione degli effetti dell’azione pubblica. Ma… riflessi negativi profondi sulla qualità dei beni pubblici prodotti dallo Stato e sulla loro inclusività, e dunque sulla democrazia…incontrollabilità degli amministratori e squilibri talmente profondi nelle modalità di approvvigionamento del capitale da parte delle imprese da creare le basi per ricorrenti crisi di fiducia finanziaria…demolizione sul piano culturale e normativo (regole rigide automatiche – di nuovo – di pareggio del bilancio) della capacità degli Stati nazionali di contrastare le crisi”. Questo è successo in nome di due miti privi di fondamento: tecnocrati sanno trovare soluzioni universali, governi devono solo applicarle + le imprese sono a contatto con la realtà e sanno cosa sia meglio per tutti (pp. 21-22).
ELITISMO: Entrambe le visioni vanno superate per via di un loro errore comune: “ritenere che alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse” (p. 23).
SPERIMENTALISMO DEMOCRATICO: La macchina pubblica, prima di decidere, deve coinvolgere detentori di conoscenza e esperienza e mettere a confronto le loro competenze, attraverso un “processo di mutuo apprendimento con il massimo possibile di impegno e sviluppo degli individui” (p. 25);
COME? “Assicurare banche dati aperte per apprendere, monitorare e valutare azioni pubbliche (es. il sito http://www.opencoesione.gov.it/ per le azioni pubbliche finanziate da fondi europei per la coesione); consentire una comunicazione fra istituzione pubblica e cittadini in merito alla missione della prima; offrire a realizzatori di soluzioni locali l’opportunità di apprendere errori e soluzioni di altri realizzatori di simili interventi; incentivare il gratuito contributo privato alla soluzione di problemi pubblici” (p. 26).
AUSTERITÀ: “Come scriveva Enrico Berlinguer in un passaggio poi mancato della nostra storia repubblicana, l’austerità “può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia”36. Il minimalismo promuove la prima strada. Lo sperimentalismo la seconda” (p. 27).
MINIMALISMO vs. SPERIMENTALISMO: elitismo vs. partecipazione; terapia choc (paura ammorbidisce resistenze) vs. trasparenza e coinvolgimento (attenuare la paura facendo sentire i cittadini protagonisti della ricerca ed implementazione dei rimedi); pareggio di bilancio come dogma vs. valutazione politica delle esigenze della società e dell’economia; espansione degli emolumenti vs. essere un amministratore pubblico è un onore e la remunerazione e stile di vita non possono essere sproporzionati rispetto a quelli dei cittadini (pp. 27-28).
INTERNET (vizi e virtù): “L’offerta di connessione universale e tempestiva della Rete, la sua capacità di accumulo, archiviazione e recupero delle informazioni, creano straordinarie possibilità di informazione, di mobilitazione, di controllo, degli elettori sugli eletti e in genere dei cittadini sulle azioni pubbliche, e consentono di smascherare la manipolazione delle informazioni da parte delle élite. In particolare, la Rete offre una piattaforma per lo sperimentalismo, perché incentiva i cittadini a dare il proprio contributo: lo fa riducendone il costo, assicurandone la non manipolazione e offrendo la possibilità di verificare l’utilità del proprio contributo attraverso il numero di connessioni” (p. 31). MA: “la Rete non può in alcun modo assicurare l’“approfondita disamina dei problemi”, la “fase necessariamente lenta, problematica, riflessiva della discussione”, il confronto acceso e ragionevole che sono richiesti dalla complessità dei problemi stessi e dalla necessità di “inventare” soluzioni per l’azione pubblica che ancora non esistono. Solo supponendo che la conoscenza richiesta per assumere decisioni di buon governo sia assai limitata, solo negando il processo laborioso e sofferto di confronto fra conoscenze e interessi diversi che ogni azione pubblica “giusta” richiede, solo supponendo che le soluzioni siano già tutte pronte e non debbano viceversa essere costruite, caso per caso, si può pensare che il processo decisionale, e dunque l’input dei cittadini ai governanti, sia esaurito dalla Rete. Ma questo assunto è errato, proprio come errato è l’assunto minimalista della concentrazione in poche teste di ciò che c’è da sapere. La Rete può allora dare ai partiti uno straordinario slancio nel giocare la partita dello sperimentalismo, consentendo e costringendo il processo deliberativo a essere aperto. Non può sostituirsi ai partiti” (p. 32).
OLIGARCHISMO: “Sono le idee, talora maturate endogenamente, talora portate anche in modo traumatico dall’ “esterno”, a poter rompere l’equilibrio perverso di élite estrattive, non solo rinnovandole ma anche facendo loro “cambiare la testa”; cioè convincendole a giocare una partita che è di interesse generale” (p. 32) – “Perseguire la concentrazione delle decisioni nelle mani di pochi non è solo in tensione con il principio di rappresentanza. È anche in tensione con il principio di competenza. È un errore e basta…La grave crisi economica in atto è anche, in larga misura, il risultato di questo errore” (pp. 38-39).
LA SINISTRA E L’EUROPA: un partito di sinistra DEVE dialogare con la sinistra europea, definire che futuro vogliamo per l’Europa e le azioni da intraprendere per dargli forma (p. 36)
VISIONE CONDIVISA: “Nel processo di mobilitazione cognitiva, il trasferimento delle conoscenze non opera solo dal basso verso l’alto viaggia anche dall’alto verso il basso” (p. 40). Il punto d’incontro crea quella visione condivisa che è mancata nella seconda repubblica.
COME NASCE UNA VISIONE CONDIVISA? “il confronto deve essere informato, aperto alla diversità, alla contestazione e alla considerazione convinta dei punti di vista (anche assai) diversi dal proprio, volto alla ricerca di un “accordo” anche parziale. Proprio la procedura del confronto e il principio di ragionevolezza (la “capacità di difendere un’idea in una discussione pubblica strutturata in modo libero e aperto”) che deve animarlo rendono tale accordo possibile. Per queste ragioni, il confronto può trarre impulso dall’uso della Rete, può trovare nella Rete la base informativa, la possibilità di contribuire in modo non costoso e verificabile negli effetti, ma ha bisogno di focalizzarsi e di trovare poi i suoi ritmi lenti in luoghi fisici del territorio” (p. 41).
CHI FUNGE DA LEVATRICE DI QUESTA VISIONE CONDIVISA? “Il confronto andrà governato da leader (locali, intermedi e nazionali) di qualità che condividano e sappiano praticare con competenza il metodo: si tratterà di volontari (nelle micro–unità territoriali) o di funzionari professionisti che il partito dovrà selezionare e formare” (p. 42).
COSA VUOL DIRE MILITARE IN UN PARTITO NUOVO? l’iscrizione dev’essere legata a una genuina partecipazione, aperta ad individui ad associazioni, escludendo circoli chiusi ed auto referenziati che controllano le tessere. Le occasioni di confronto devono venire incontro alle esigenze di tutti i cittadini (donne, operai, anziani, ecc.) anche quelli che non aderiscono al partito ma sono interessati a certi temi e i rappresentanti di associazioni indipendenti e determinate a restare tali. Solo così le sensibilità individuali possono essere convogliate in motivazioni collettive e si possono aiutare i cittadini a sfuggire alla trappola della “segregazione comunitaria” (lo schiacciamento della propria identità su una sola dimensione: religiosa, etnica, di età, etc.), nonché a dare un contributo informato in fase di valutazione del da farsi (pp. 42-43).
SPIRITO PUBBLICO/CIVISMO: questa forma di partecipazione dovrebbe istradare i naturali egoismi personali in uno sbocco di servizio alla comunità: “l’indipendenza può evitare il conformismo indotto dall’imitazione; l’imitazione può evitare l’autoreferenzialità e la sordità indotte dall’indipendenza” (pp. 45-46).
EDUCAZIONE CIVICA: i giovani, partecipando al dibattito in varie vesti, apprendono a “interpretare e discutere dati; reperire e valutare norme; ricercare e valutare argomentazioni di merito; investigare modelli attuati altrove; partecipare a applicazioni di sperimentalismo; studiare e illustrare documenti di indirizzo delle istituzioni internazionali, europee e nazionali” (p. 48).
QUESTIONI DA AFFRONTARE PER PASSARE DALL’IDEA ALLA PRASSI: le trovate elencate da p. 50 a p. 52 – “Mi è stato fatto giustamente osservare che solo quando a tutti questi interrogativi saranno state date risposte convincenti l’ipotesi di partito nuovo presentata in queste pagine assumerà la forma di un “programma politico”. Concordo. Sono certo che le risposte possano venire solo dal lavoro congiunto di una “squadra” che dovesse accogliere con interesse e sentimento e adeguatamente sviluppare l’ipotesi presentata in questa memoria” (p. 52).
COSA VUOL DIRE ESSERE DI SINISTRA, OGGI? Voler realizzare i principi/valori costituzionali: “dalla dignità sociale all’impegno per il bene comune, dal benessere fisico a quello intellettivo, dal lavoro alla relazione con gli altri e con la natura” (p. 53) – tutelare le libertà civili (p. 53) – garantire “l’adempimento dei doveri di appartenenza alla comunità, inclusi quelli “inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Cost. art.2) e quelli tributari, da fondare su “criteri di progressività” (Cost. art. 53) (p. 53) – le limitazioni di sovranità nazionali in favore del progetto europeo hanno senso solo nell’ottica della “crescita dei diritti e dei doveri che l’Unione Europea garantisce ai cittadini italiani e di ogni Stato membro in quanto cittadini europei” (p. 53) – il ripudio della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (Cost. art. 11) e l’espansione dei doveri di solidarietà ci impongono di “anticipare tensioni e fonti di conflitto”, “scongiurare disegni geo-politici e militari costruiti su disinformazione” e “sviluppare interventi di cooperazione internazionale efficaci e valutati in modo aperto” (p. 54) – Ambiente, paesaggio, “patrimonio storico e artistico”, cultura (Cost. art. 9) sono beni pubblici e vanno amministrati tenendo conto degli interessi di “generazioni future che non possono ancora far valere le proprie convinzioni” (p. 54) – sindacalismo (Cost. art. 39) e partecipazione dei lavoratori “alla gestione delle aziende” (Cost. art. 46) sono inderogabili e occorre sempre promuovere “le condizioni che rendano effettivo” il diritto al lavoro (Cost. art.4) con particolare attenzione alle donne (Cost. art. 37) (p. 54) – “Mercato aperto, libera iniziativa privata e concorrenza costituiscono condizione per lo sviluppo”: lo stato supplisce, sanziona, tutela, gestisce le fluttuazioni economiche (p. 54) – gli esseri umani devono essere messi nelle condizioni di dare il meglio di sé: pari opportunità (p. 54) – verifica pubblica dell’esito dell’azione di governo (p. 55) – temi etici: il governo deve rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini e cercare soluzioni che incontrino un consenso maggioritario nel paese (p. 55) – ogni cambiamento (tecnologico, culturale, sociale) va assecondato se conduce verso “assetti della società più giusti, sostenibili e augurabili per le generazioni future” (p. 55) – “I partiti devono assicurare con strumenti cogenti la “disciplina e onore” (Cost. art 54) dei loro eletti, la selezione di questi per merito e capacità, e la loro condivisione delle condizioni comuni di vita dei cittadini che rappresentano” (p. 55).
La nuova rettrice dell’Università di Trento è la professoressa Daria de Pretis, che nella competizione elettorale ha conquistato 292 voti, contro i 98 del rivale, il professor Stefano Zambelli.
La prima donna rettore dell’ateneo di Trento, dopo aver battuto 5 candidati uomini.
DONATA BORGONOVO RE COME UNICO PONTE CREDIBILE TRA PD E MOVIMENTO 5 STELLE?
La Demos, un centro di studi politici britannico associato alla comunità digitale Open Democracy, ha realizzato un sondaggio tra 1.865 amici Facebook di Beppe Grillo e ha scoperto che molti grillini di oggi erano dipietristi ieri: infatti, alla domanda “Quale partito hai votato nelle elezioni 2008?” il 23 per cento ha indicato l’Italia dei valori, seguita dal Pd (21,6 per cento), dal Pdl (12,9 per cento) e dalla Lega nord (5 per cento). Davanti a queste cifre, l’implosione dell’Idv è facile da capire. Lee Marshall, Internazionale
Mattia Civico pensa al voto provinciale ed alle primarie del PD trentino e lancia l’allarme: “Abbandoniamo le cautele o saremo giustamente sommersi [dal M5S]… Facciamo primarie vere, aperte, senza paura di chi si propone, siano Donata Borgonovo Re o Luca Zeni… Il Movimento 5 Stelle più che fare paura potrebbe riservare sorprese. Occorre cambiare con più convinzione e profondità. La buona amministrazione non basta più. Il gruppo consiliare mi pare l’abbia capito, in giunta forse un po’ meno. Mi aspetto non più parole ma scelte chiare…Se vogliamo rispondere al bisogno di cambiamento, dobbiamo fare di meglio…. Se il tema, come ho sentito anche nelle ultime ore da parte di qualcuno (leggi Andreatta, ndr), è scegliere il candidato più affidabile, il più moderato, il più coalizionale, non andiamo da nessuna parte. Servono primarie vere, aperte, senza timori. Sento che qualcuno nel Pd vede con terrore la candidatura di Donata Borgonovo Re. Io dico che dev’esserci spazio per tutti. Io farei primarie di coalizione, al limite inserendo il doppio turno. Il Pd convochi urgentemente tutti i candidati papabili, discutiamo su questi temi. Ognuno dica qual è la sua impostazione. E basta paure.
IL PD NON SE LA PASSA TROPPO BENE NEPPURE IN TRENTINO
Sulla leadership del centrosinistra, alla luce dell’esito elettorale, interviene anche il consigliere Rodolfo Borga: «Che il centrodestra abbia preso una scoppola e che per contro i grillini abbiano conseguito un ottimo risultato, è evidente. Ma è stato sottaciuto che il Pd vince, certamente, ma subisce un calo di 8,5 punti percentuali e un’emorragia di 30.000 voti. Non mi pare poco. L’Udc targata Lia Beltrami scompare scendendo dal 6% all’1%. Il Patt infine, che a sentire i neoparlamentari Ottobre e Panizza è il vincitore di queste elezioni, non raggiunge il 5% ( e resta sotto il 3% a Trento e Rovereto). Un risultato che non mi pare legittimi la pretesa del candidato presidente alle prossime provinciali».
Nell’erronea e suicida convinzione che senza Vendola e con Renzi il PD avrebbe vinto: “Per capire perché la tesi del Renzi più forte di Bersani sia quantomeno molto fragile basti considerare dove ha sfondato Grillo, e dove il sindaco di Firenze è andato peggio alle primarie. Renzi è stato letteralmente annichilito da Bersani al Sud, mentre nelle grandi città italiane è stato sconfitto anche con percentuali umilianti. A Roma il sindaco rottamatore è arrivato terzo al primo turno, e Bersani ha vinto con il 70% nella città simbolo del tonfo del PD. Nella capitale infatti la flessione rispetto al 2008 è stata assai marcata, pari a 13 punti percentuali, con un crollo di 250 mila voti, ed il MoVimento 5 Stelle ha praticamente appaiato i democratici nelle preferenze dei romani. Una simile contrazione si registra nelle maggiori città italiane, con la parziale eccezione di Milano, dove il Pd cala, ma meno che nel resto d’Italia. Pare difficile affermare, sulla base dei dati, che il Pd sarebbe potuto andare meglio con un candidato che aveva palesato simili debolezze nelle zone dove poi i democratici hanno sofferto maggiormente”.
Commento di un lettore: “La cosa più interessante dei vari commenti critici è il fatto che non ci sia un dato a motivare la supposta maggior forza di Renzi. Solo al limite qualche sondaggio di popolarità, che valgono quello che valgono. Ricordo che Monti è apprezzato in queste indagini più di Berlusconi, e ha preso un terzo dei suoi voti. L’altra tesi surreale è che uno come Berlusconi avrebbe sostanzialmente lasciato campo libero a Renzi, per regalargli l’Italia e magari pure la Lombardia. La fuga dalla realtà è una caratteristica congenita degli italiani, e si nota questo tratto onirico pure tra le vedove renziane. Concentratevi sui dati economici di un paese in crisi nera e avrete la vostra risposta”.
Sulla patacca stilnovista renziana consiglio di leggere una magnifica recensione di un docente di UNITN, Claudio Giunta
INTANTO IL M5S SI PREPARA ALL’ASSALTO DELLA CITTADELLA
Che sia tsunami o apriscatole per il tonno, il Movimento 5 Stelle ha in serbo diverse sorprese per travolgere il Palazzo. Cristiano Zanella, senatore mancato che ha però incamerato in un sol colpo 25.673 “gocce” per gonfiare l’onda grillina pronta ad abbattersi su Piazza Dante, tiene da mesi la barra a dritta: destinazione le provinciali di ottobre. Le politiche sono state poco più di una distrazione – spiega il commercialista – perché l’obiettivo dichiarato (lo era prima e lo rimane ora) è quello di mandare a casa la casta trentina e disarticolare i tentacoli che ha allungato sulla società civile. «Come gruppo stiamo lavorando duramente al programma: abbiamo già delle proposte scaturite da gruppi di lavoro coinvolgendo esperti del settore».
DONATA BORGONOVO RE SU DEMOCRAZIA DIRETTA E QUORUM REFERENDARIO
Paolo Michelotto: “Il caso ha voluto che venerdì 18 gennaio 2013 a Trento abbia incontrato Donata Borgonovo Re durante la serata partecipativa “Tagli al trasporto pubblico”. Lei presentava la serata, io curavo il momento partecipativo “La Parola ai Cittadini”. E lei, che proprio lo stesso giorno tramite i giornali ha raccontato del suo impegno futuro nelle elezioni provinciali trentine, mi ha confermato che invece è a favore dell’idea di togliere il quorum e che non c’è nessuna argomentazione giuridica che possa impedire questo fatto. Ottime speranze quindi da un possibile futuro Presidente della Provincia a cui, ovviamente auguro un enorme successo“.
DONATA BORGONOVO RE SU PATRIARCATO TRENTINO E QUOTE ROSA
Donata Borgonovo Re: “Le quote rosa secondo me”
Le ‘quote elettorali’ dovrebbero assicurare l’equilibrata presenza dei due sessi all’interno delle liste elettorali. Donne di destra e donne di sinistra sono unite dal comune desiderio di assicurare, anche nella nostra realtà provinciale così avara di presenze femminili nei luoghi della politica e all’interno delle istituzioni, un riequilibrio della rappresentanza, che rispecchi davvero le forme della nostra società civile, fatta di uomini e di donne che camminano insieme, gli uni accanto alle altre, nel mondo della scuola, delle professioni, della famiglia, delle associazioni…Solo il mondo della politica, così affezionato a modelli maschili decisamente antiquati, non sa aprirsi alle esigenze di una democrazia matura, in grado di rispecchiare appieno le caratteristiche della comunità sociale che vede, appunto, uomini e donne presenti, insieme, ovunque: non è forse più democratico un autobus con il suo carico multicolore di utenti (uomini, donne, giovani, anziani, italiani, stranieri..) dell’aula consigliare, dove siedono trentatrè signori e due, solitarie, signore? E’ riuscita a far meglio di noi persino la provincia di Bolzano, dove le signore presenti in Consiglio sono nove… Eppure, la colpa è in gran parte nostra, di noi elettrici che fatichiamo ancora a fidarci delle donne che si impegnano, o che desiderano impegnarsi, nella politica e nell’amministrazione e che sono disposte a condividere con gli uomini le fatiche di un servizio alla comunità. Per questo è importante il segnale lanciato dalle donne dei partiti: la loro battaglia comune ha bisogno del nostro sostegno e della nostra vicinanza. Noi elettrici dobbiamo pretendere che le istituzioni non siano più una sorta di monopolio maschile ma divengano finalmente anche nostre. Uso le parole di Tina Anselmi, una grande donna della politica, che alle donne diceva (e dice): “Siateci, partecipate; poi scegliete l’idea che volete, i partiti che preferite. L’importante è che non restiate a casa, che non andiate al mare, che non siate confinate ai margini”. Sarebbe bello farci sentire di più e cambiare; forse la ‘casta’ si combatte anche così…
Rispettare le differenze, lottare per l’unità: dovrebbe essere questo il compito di una società sperimentare come aspira ad essere il Trentino.
Purtroppo questa provincia non è culturalmente all’avanguardia e resta legata all’idea che la politica sia una cosa per uomini o per donne mascoline.
Il 90% degli europei (fonte: eurobarometro) ritiene che, a parità di competenze, le donne dovrebbero godere di uguale rappresentanza negli incarichi dirigenziali.Non essendo più opportuno usare la carta maschile in maniera esplicita, si accusa Borgonovo Re di non essere sufficientemente competente:
La metà dell’universo femminile è stata emarginata o spinta a restare in disparte per ripicca, per non doversi umiliare. Ma se l’essenza della democrazia è la distribuzione del potere è tempo che il Trentino abbia un presidente di giunta donna, così come ha un rettore donna. Una scelta che serva a cominciare a porre fine all’egemonia patriarcale che perdura ormai da troppo a lungo, specialmente nelle valli alpine. Questo, non per instaurare un matriarcato femminista, ma in nome dell’alternanza, dell’equilibrio, del pluralismo e del merito, perché Borgonovo Re se lo merita (Dai loro frutti liriconoscerete, Matteo 7, 15-20):
Aldo Giannuli su Maroni, il voto al Consiglio Regionale ed il progetto della Macroregione Padana.
[…].
La coincidenza con le elezioni politiche sta facendo passare quasi inosservata la partita delle elezioni regionali e, invece, questa della Lombardia è tutt’altro che secondaria, anzi, per alcuni versi, può rivelarsi ancor più decisiva di quella nazionale.
Come è noto, candidato alla Presidenza della regione lombarda è il leghista Roberto Maroni che ha due punti al centro del suo programma: il 75% delle tasse dei lombardi resti alla Lombardia e realizzazione della macroregione padana, attraverso la fusione con Veneto e Piemonte, che hanno già presidenti leghisti. Tradotto: la secessione del Nord.
Mi spiego meglio: i leghisti, sparando una clamorosa balla, nella loro propaganda per semi analfabeti, dicono che la Lombardia produce il 60% del Pil italiano (in realtà è un po’ più del 20%). In ogni caso è vero che è la regione che dà il maggior contributo allo Stato e, di conseguenza verrebbe meno una bella fetta di gettito fiscale, il che avrebbe un evidente riflesso sulla solvibilità del debito pubblico statale. Facile dedurre che già all’indomani della approvazione di una legge cosiffatta, lo spread schizzerebbe a misure senza precedenti portando rapidamente al default.
Ma, soprattutto, come sarebbe possibile limitare alla sola Lombardia questo beneficio fiscale? Pur trasformando quella lombarda in regione a statuto speciale, la cosa sarebbe semplicemente ingiustificabile sul piano costituzionale, perché farebbe ricadere il peso dello Stato centrale solo sulle altre regioni, creando così una mostruosa disparità di trattamento.
Peraltro, sapete dirmi quali deputati non lombardi voterebbero una cosa del genere? Anche mettendo insieme veneti e piemontesi, i numeri non ci sarebbero, anche perché possiamo supporre che una parte delle forze politiche sarebbero contrarie. Dunque, l’unico modo per far passare questa legge sarebbe quello di stabilire che ogni regione trattiene per sé il 75% del prelievo fiscale. Così allo Stato resterebbe solo il 25% per pagare le spese dell’amministrazione centrale, della giustizia, delle forze armate e polizia, della diplomazia ecc e, soprattutto, per pagare gli interessi sul debito pubblico accumulato. Come dire: far fallimento in tre giorni e sciogliere lo Stato centrale.
La cosa più probabile è che una legge del genere non sarà mai approvata. Dunque, si tratta solo di una boutade propagandistica? No. Sarebbe un errore madornale prendere sotto gamba questa cosa. Questa rivendicazione non sta trovando nessun credibile contrasto, anzi il Pd sembra rimproverare a Lega e Pdl di aver fatto troppo poco sulla strada del federalismo, lasciando intendere che loro farebbero molto di più. Dunque, essa si sta radicando nella testa di molti come del tutto legittima ed auspicabile. Facile prevedere che –soprattutto in caso di vittoria della sinistra- questa richiesta diventerà la bandiera dietro la quale aggregare l’agitazione. E qui viene a taglio la proposta della macro regione che (attenzione!) non è proposta agitata dalla sola Lega, visto che, inopinatamente, essa è comparsa nella prolusione all’anno accademico del Rettore del Politecnico milanese. La strada sarebbe molto semplice: convocare un referendum con legge regionale nelle tre regioni interessate con la proposta di fusione. E dato che in due già c’è una maggioranza leghista-Pdl, la conquista della terza sarebbe decisiva. Ovviamente poi bisognerebbe vedere se il referendum approverebbe la proposta (il che non è affatto certo) ma è evidente che la rivendicazione del 75% delle tasse alla macro regione sarebbe il principale argomento di propaganda. Se poi si giungesse alla nascita della macro regione il passo verso la secessione sarebbe breve.
In primo luogo è ovvio che la Regione avanzerebbe la richiesta di quel trasferimento fiscale e si tratterebbe di un soggetto “forte” sia per popolazione (19 milioni e mezzo di cittadini. Il 31% del totale nazionale, anche senza Liguria, Friuli e Trentino) sia per peso economico (quasi il 40% del Pil), per cui sarebbe difficile resistere. A quel punto (considerato che la macro regione avrebbe una certa legittimità a rivolgersi agli organismi internazionali per rivendicare la propria indipendenza) la soluzione di una “separazione consensuale” rischieremmo che apparisse come del tutto ragionevole. Se poi questo coincidesse con un grave scossone della crisi (default italiano o di altri paesi membri, conseguente crisi dell’Euro ecc.) la cosa sarebbe tutt’altro che fuori dell’agenda politica.
Ma, a quel punto, la separazione non sarebbe affatto consensuale: come dividerci il debito pubblico? Come dividerci l’onere per pensioni e debiti dello Stato? Soprattutto, polizia, carabinieri ed Esercito accetterebbero di essere smembrati? E come, visto che la maggioranza dei militari è di origine meridionale? Potrei proseguire ma mi sembra che ce ne sia abbastanza per capire quali rischi di guerra civile potrebbero di colpo prospettarsi.
Nell’era della globalizzazione, dove la fobia inglese per la carne di cavallo si ripercuote sui tortellini e ravioli italiani, non si può più ragionare unicamente in termini di sovranità nazionale. Lo stato non scomparirà, essendo il baluardo della tutela e promozione dei diritti civili dei cittadini, nonché dell’autonomia e sovranità degli stessi, ma la sovranità stessa sarà sempre più condivisa con altri stati, a livello continentale, nella direzione di una sovranità compartecipata planetaria (una confederazione mondiale che impedisca l’affermarsi di fazioni egemoniche – una cosa à la Star Trek, per intenderci – cf. la “federazione dei pianeti uniti”).
In questo quadro, le macroregioni diventano indispensabili. Sono uno degli strumenti più utili per percorrere quella strada irrinunciabile che è l’unità nella diversità (concordia) della famiglia umana. Lo è ancora di più per il Trentino – Alto Adige, cuore d’Europa, naturale congiunzione tra le eccellenze (e purtroppo i vizi, che qui però si bilanciano abbastanza armoniosamente) del mondo germanico e di quello latino-mediterraneo. La missione di questa regione dovrebbe essere quella di operare perché la concordia planetaria si affermi e sbocci una civiltà più umana, più degna del nostro potenziale, più all’altezza delle nostre aspirazioni. Questo può avvenire più facilmente in un’Europa in cui macroregioni e stati operino di concerto per garantire che nessun paese e nessuna lobby consideri l’Europa come cosa sua.
IL PROGETTO
Si deve superare l’idea della separazione tra una prospettiva locale che si occupa di cose locali da una nazionale che si occupa di questioni generali e globali.
In particolare, in Trentino Alto Adige occorre liberarsi da un certo numero di false concezioni. Qui “superamento delle frontiere” significa “euregio” o, nella migliore delle ipotesi, “regione alpina”, “globalizzazione” significa “più Europa”, “più Europa” significa “più Germania” e “multiculturalismo” significa “bilinguismo italo-tedesco con una spruzzata di inglese” (e avvisi multilingue per i residenti extracomunitari).
Eppure, molto presto, 1 residente su 10 sarà di origine straniera e molti trentini e sudtirolesi hanno già adesso la pelle più scura di Obama, indossano il velo, ci guardano con occhi a mandorla e parlano anche inglese, francese, arabo, cinese o una lingua balcanica. Hanno nomi esotici ma spesso conoscono il dialetto. Non dovrebbe essere naturale impiegarli per stringere rapporti culturali e commerciali con i loro paesi e continenti di origine? Coinvolgerli nel lavoro di elaborazione di quell’autonomia che è anche LORO non sarebbe doveroso e proficuo?
Frederick Douglass, abolizionista afroamericano e sostenitore del suffragio universale esteso alle donne, uno dei padri dell’America migliore ed uno dei più intelligenti critici della contraddizione di una costituzione che sanciva l’uguaglianza degli esseri umani ma non vietava la schiavitù, soleva dire che “il destino degli americani di colore è il destino dell’America intera”.
È tanto più vero oggi per i nostri concittadini “diversi”, che ormeggiano/allacciano questa regione all’intero pianeta.
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La grande lezione della globalizzazione è che l’apertura al mondo è anche una sfida locale. Il successo economico delle regioni nel processo di globalizzazione dipende dalla loro capacità di irradiarsi in tutto il mondo, formando partnership per scambiare capacità, prodotti, idee, esperienze, ecc.
La ripresa, in Europa, dipende dall’impegno degli enti locali, dalla loro capacità di trovarsi vicino alle questioni transnazionali, nel contesto delle euro-regioni, per esempio, ma non solo. Per questo il progetto delle macroregioni, che piace tanto alla Lega, potrebbe essere sfruttato per dar vita ad una diplomazia macroregionale, distinta da quella nazionale, pur se nella cornice degli interessi nazionali, che andrebbero comunque declinati globalmente.
Immagino una macroregione alpina dotata di un corpo diplomatico autonomo. Questo corpo diplomatico ancorerà il Trentino ed il resto dell’area alpina all’evoluzione del resto dell’umanità, lo renderà partecipe e protagonista della medesima, in una rete che, superata questa crisi, abbraccerà il pianeta, non essendoci alcuna ragione per confinarla semplicemente all’ambito europeo o mediterraneo.
Le suddette macroregioni avranno un presidente eletto a suffragio diretto, esprimeranno dei consiglieri territoriali che abbiano il polso della situazione locale. I presidenti macroregionali incontreranno periodicamente un ministro del governo incaricato di gestire questo partenariato, consentendo così al potere centrale di agire in maniera precisa, efficiente, determinante, efficace.
Le macroregioni avranno un peso specifico importante in Europa e nel mondo. Ce ne saranno al massimo una decina in ogni nazione europea, in modo da raggiungere quella massa critica che le renderà globalmente competitive. Non saranno un mezzo per accentrare il potere, ma per devolverlo. Le regioni più piccole hanno già poco potere, insieme ne avranno di più, controbilanciando quello del lombardo-veneto e disinnescando il separatismo leghista.
Avremo così delle comunità responsabili organizzate per cerchi concentrici, modelli di buone prassi per un’umanità finalmente responsabile.
Pare dunque che la popolazione europea non stia sottovalutando le conseguenze della frantumazione dell’eurozona, come invece tendono a fare certi maître à penser
eppure non pare che quei due paesi siano in procinto di disgregarsi. I loro governi e banche centrali provvedono a fare in modo che le asimmetrie siano controbilanciate a sufficienza da evitare il collasso delle due nazioni. Lo stesso accade in Russia, Canada, Australia e in tantissimi altri paesi.
Infatti possono fare tutto quel che serve per difendere la propria sovranità e la cittadinanza, se i governi sono al servizio dell’interesse generale. Come come quelle che dovrà fare l’Unione Europea e che un singolo stato europeo, invece, non potrebbe mai fare: http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/
L’intrinseca scorrettezza dell’impostazione eurouscitista più dura e pura sta nella falsa scelta secca che impone tra l’Europa merkeliana-francofortese e il ritorno alla lira o ad un’altra valuta post-euro, cancellando tutte le altre opzioni collocate tra questi due estremi.
La seguente analisi di un fautore dell’uscita dall’eurozona è molto più onesta ed apprezzabile, perché presenta almeno a grandi linee il progetto di Syriza, che prospetta un certo tipo di riforma dall’interno (ce ne sono altri), pur restando scettico sulla sua attuabilità (senza comunque spiegare perché non dovrebbe funzionare – se invece di perorare cause disfattiste si desse costruttivamente una chance a Syriza ed altri ora saremmo messi meglio) :
L’unione europea non è certo stata pensata da degli psicopatici ma da statisti che volevano sapientemente porre fine a violenze ed egoismi collettivi. Fin dall’inizio, però, certe forze si sono attivate per salire a bordo clandestinamente e poi prendere il controllo dell’imbarcazione. Ora fanno di tutto per buttare fuori bordo i passeggeri e tenersela per sé e ci sono dei passeggeri che addirittura si offrono volontari per darsi in pasto ai pesci e urlano agli altri di seguire il loro esempio, invece di restare a bordo e scacciare i pirati. Così chi ancora crede in questa imbarcazione si trova a dover combattere contro pirati e aspiranti suicidi, involontariamente coalizzati.
[N.B. Per la verità non è una coalizione propriamente involontaria: è evidente che i pirati hanno tutto l'interesse a farsi passare per onnipotenti e convincere i passeggeri a togliersi di mezzo spontaneamente].
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Chi si oppone all’unificazione europea in quanto tale, indipendentemente dal modo in cui sarà realizzata, ossia dando per scontato che il risultato non potrà che essere una tirannia, non ragiona in maniera troppo diversa da chi si opponeva all’unificazione italiana.
L’esito dipende dalla volontà dei cittadini europei: se vorranno che nasca una confederazione europea con una banca centrale al servizio dell’economia e non della finanza ed un governo europeo di nomina democratica incline a pratiche democratiche in un assetto complessivo in cui macroregioni, stati e cittadini europei (tramite l’europarlamento e la democrazia partecipata) abbiano più voce in capitolo, allora sarà quell’idea d’Europa a prevalere e non una tecnocrazia supina di fronte agli interessi delle multinazionali e delle banche. I movimenti di protesta pan-europei dell’anno scorso lasciano intravedere un futuro di cittadinanza europea attiva, partecipe e sovrana che fa ben sperare.
I poteri forti malevoli non sono onnipotenti e non sono gli unici in gioco.
Al momento la Germania – affetta dalla sindrome della botte piena e della moglie ubriaca – è l’unico, serio ostacolo sulla strada dell’unificazione europea ed alla risoluzione della crisi:
Questa resistenza tedesca (una vera e propria guerra economica ai danni del resto d’Europa) non durerà ancora a lungo. La loro economia sta cedendo, com’era inevitabile, dato l’alto grado di interdipendenza mondiale:
L’idea di un’Unione Europea non è nata come complotto neonazista per prendersi una rivincita dopo la sconfitta del Terzo Reich o come complotto della NATO per estendere la sua egemonia fino ai confini russi. Forze che operano in quelle due direzioni esistono, in Baviera ed al Pentagono,
ma sono anche le stesse forze che spingono per la balcanizzazione del nostro continente, dato che un’effettiva unione (rispettosa delle autonomie dei popoli), ridimensionerebbe la loro influenza:
La confederazione europea sarà qualcosa di diverso dagli Stati Uniti d’Europa, sarà qualcosa di nuovo, di mai sperimentato prima, sul modello elvetico, ma con delle sensibili migliorie. Questo era il progetto iniziale (cf. Michael Sutton, “France and the Construction of Europe 1944-2007: The Geopolitical Imperative”) e lo tornerà ad essere. Non solo perché è nell’interesse di mezzo miliardo di europei e del mondo, ma perché le forze che sospingevano Jean Monnet & co. sono più che mai determinate a contrastare l’intolleranza, il fanatismo, l’avidità ed il vizio separatista-etnocentrico-isolazionista che affligge le menti ristrette.
Esistono europeisti e globalisti motivati da cupidigia, tracotanza ed egoismo che realmente progettano distopie sul modello di Singapore (o della Cina “comunista”), o di Nea So Copros
ma esistono anche europeisti e globalisti animati dalle migliore intenzioni: altruismo, condivisione, spirito comunitario, unificazione del genere umano in una famiglia o in un coro in cui ciascuno canti con la sua voce e non sia costretto ad uniformarsi ad un pensiero unico, ad un’unica direzione di “sviluppo”.
Questi ultimi lottano contro settarismi, nazionalismi, la sfrenata competizione e l’iniquità insite nel capitalismo sregolato.
I nomi sono noti: F.D. Roosevelt ed Eleanor Roosevelt, Charles de Gaulle, i fratelli Kennedy, Bruno Kreisky, Willy Brandt, Mario Cuomo, Olof Palme, Aldo Moro, Alcide Degasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Martin Luther King, Thomas Sankara, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Dominique de Villepin, Nelson Mandela, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Jimmy Carter, Nikita Krusciov, papa Giovanni XXII, Federico Mayor, Irina Bokova, Roberto Assagioli, ecc.
E poi ci sono le nuove leve, come Alexis Tsipras o Beatriz Talegon, che un giorno, se faranno le scelte giuste, saranno forse celebrate come i giganti di cui sopra:
L’unità della famiglia umana, a partire dall’esperimento europeo, è l’unica maniera per stroncare l’ascesa prepotente degli oligopoli finanziari e della tirannia dei mercati e per scongiurare le violenze di massa di un 1848 globale, i cui esiti sarebbero imprevedibili.
È il nostro destino, come è stato auspicato dallo stoicismo, dal cristianesimo delle origini, dal buddhismo, dal taoismo, dal sufismo, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo, dallo spirito con cui sono state fondate le Nazioni Unite (che non dovevano certo diventare uno strumento di imperialismo), la Croce Rossa, l’UNESCO, ecc.
Tutti per uno, uno per tutti: unità delle coscienze nella molteplicità delle forme, nella fratellanza compassionevole e quindi nella perequazione delle risorse (giacché le disparità che creano stenti e squallore sono la principale causa di conflitto e le risorse del pianeta non appartengono a qualcuno in particolare, essendo per definizione e per loro natura dei beni comuni).
Non certo un Mondo Nuovo huxleyano uniformato, livellato, meccanico, mentalmente intorpidito, psicopatico e materialista: la vita biologica e quella della mente amano la diversità e si estinguono nell’isolamento autarchico.
L’unificazione dell’umanità (il “tutti per uno, uno per tutti” e l’”uniti nella diversità”) è un progetto malevolo?
Oppure il complottismo sul Nuovo Ordine Mondiale che osteggia l’unificazione dell’umanità fa comodo proprio a chi desidera una tirannia globale di carattere liberista neofeudale e, a questo scopo, sfrutta il classico divide et impera?
Questa è la radice del problema: chi crede che i potentati finanziari siano invincibili preferirà che le cose rimangano (pessime) come sono; chi invece crede che un’umanità unita avrebbe la forza di scrollarsi di dosso psicopatici & co. dovrebbe essere a favore dell’UE e di Nazioni Unite più forti e libere da influenze di nazioni e lobby finanziarie, per emanciparsi dalla NATO (e poi anche dell’egemonia cinese e di qualunque altra potenza) e dal giogo dei mercati.
Vedete voi, la scelta è vostra. Non mi disturba l’idea di essere liquidato come un “utile idiota” se vi interrogate sulla possibilità che possiate esserlo voi.
Questo libro (e mi auguro anche altri) sarà testimone della mia buona fede e del mio impegno. Saranno i posteri a giudicarmi.
Bersani: “Che sinistra è quella che fa vincere la destra?”
Ingroia: “La tua”
scambio su twitter – 21 gennaio 2013
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Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.
Marco Travaglio
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Ingroia non è il mio leader ideale – vorrei un politico di razza con una certa preparazione sociologica ed economica -, il manifesto di Rivoluzione Civile non è come l’avrei voluto, l’uso di fumetti e di slogan è troppo grillino per i miei gusti, la composizione delle liste ha risentito fin troppo degli accordi pregressi e molto poco dell’esigenza di cambiamento (resto però dell’idea che la “società civile” debba partecipare ed influenzare le decisioni politiche, non certo governare).
Voterò comunque per RC, perché Ingroia vorrebbe candidare alla presidenza della Repubblica uno dei miei miti, Gustavo Zagrebelsky, perché in due mesi non si possono fare miracoli, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, perché in futuro le forze del cambiamento (e quindi anti-liberiste) di Sel e M5S (e forse del PD?) convergeranno con RC e nascerà qualcosa di nuovo ed importante, sulle ceneri di RC (che non credo abbia un futuro, nella forma attuale). Il mio voto è un seme.
Mi ricorda un film in cui c’era un treno lanciato a tutta velocità su un binario morto, d’inverno, in Alaska, con gli antagonisti (direttore del carcere ed evaso) consci della loro morte imminente.
Perché devo finire nell’abisso anch’io con la mia famiglia, assieme a milioni di ebeti?
Quando si sveglieranno le pecore dalla loro ovina superbia?
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Matteo Pucciarelli, “Al di là del nostro pregevole ombelico”, l’Espresso
“C’è uno sport che va di moda, ma parecchio di moda, in questi ultimi giorni. Spalare merda su Rivoluzione Civile. Da destra, da sinistra, dal centro, da sopra e da sotto. È uno spasso. «C’è il fascista al Senato in Sicilia», «c’è la guardia!», c’è quello che voleva il Tav, c’è uno che è andato al funerale del brigatista (non si ricordano proteste particolari per i partecipanti ai funerali di Pino Rauti), c’è l’altro che nell’88 non portò la busta della spesa alla vecchietta del piano di sotto. Tra qualche giorno ci racconteranno che Ingroia porta due calzini per piede, e che quindi probabilmente in un’altra vita era un dittatore sanguinario.
Fra le altre cose alcune critiche sono pure condivisibili, non a caso molto umilmente ne avevo scritto qualcosa su questo spazio. Ma da qui ad additare Ingroia e gli altri come pericolosi mitomani nemici della nostra civiltà ce ne passa. Forse occorre spostare l’occhio dal nostro pregevole e delicato ombelico, volare un po’ più in alto e osservare la realtà che ci circonda. Che è questa:
- C’è un centrodestra che ricandida i Razzi e gli Scilipoti, e tra un Cosentino amico dei casalesi e un deputato eletto con l’Idv che passa dall’altra parte perché comprato ci saranno pure differenze di ordine penale, ma non morale. Sono due diversi tipi di indegnità. Ma di indegnità si tratta. E non perdetevi le performance dei Minzolini – candidato al secondo posto in Liguria -, gente capace di farsi le vacanze pagate coi soldi di tutti e poi fare la morale sulla meritocrazia marchionnista agli operai di Mirafiori o Pomigliano. Senza scordare le cricche, gli affaristi, gli abusi di potere, le P3 e P4, lo sfregio più totale del convivere civilmente, del buonsenso e della ricerca della verità;
- C’è un centro perfetto portatore del classismo un po’ cialtrone all’italiana. I padroni del vapore che magnavano a destra prima e che magnano al centro adesso, quei bigotti che si scandalizzano al solo pensiero di una coppia di fatto e che però se la Chiesa non paga le tasse cosa c’è di male?, i capitani coraggiosi coi soldi degli altri, i sacerdoti moderni del neoliberismo che davanti a previsioni sbagliate e spacciate per bibbia non sanno cosa rispondere, se non con gli stessi slogan: “competitività”, “è colpa dell’articolo 18″, “sinistra conservatrice”, “continuare su questa strada”. Parole senza alcun senso, senza nessuna attinenza con la realtà. Cosa vogliono dire davvero? Non lo spiegano mai;
- C’è un centrosinistra che ha già detto che comunque vada governerà con il centro. Per fare cosa? Giorni fa ospite a Ballarò c’era un socialdemocratico olandese che spiegava: «In Italia voterei Bersani, porterà avanti le riforme», e ossessivamente ripeteva quella parola: “riforme”. Ma “riforme” cosa significa? Come quella delle pensioni? Come quella dell’articolo 18? Come quella lasciata a metà delle province? Qualcosa lo sa? Qualcuno lo ha capito? E se un giorno Vendola si azzarda a toccare la parola equità, il giorno dopo Bersani si sente costretto a tranquillizzare che nessuna patrimoniale verrà fatta. È vita questa? No dico, in futuro ci dovremo di nuovo prendere in giro sulla guerra, sul lavoro, sui diritti civili e sociali? Un film già visto, e rivisto, ricordi poco edificanti e una lezione che viene di volta in volta dimenticata: quando la sinistra non fa la sinistra non scalda i cuori, perde identità e consensi;
- C’è un «né destra né sinistra ma in alto» che sputa rabbia e a ragione, ma nel farlo butta tutti dentro un calderone e solidarizza con i fascisti e poi ci spiega che i sindacati non servono, e insomma non si capisce come sia possibile generalizzare, o tutti buoni o tutti cattivi. Strizza l’occhio alla generale indignazione ma senza illustrare le ragioni e i perché dello sfacelo attuale, e non ci dice una parola sulle disuguaglianze crescenti, sui danni prodotti da un modello di pensiero e pure economico (l’individualismo), e poi comunque “vaffanculo” è semplice e arriva dritto al punto ma dopo che ti sei sfogato tutto resta com’è;
- Il quadro è questo. Le liste di Rivoluzione Civile erano perfettibili, ma se il Porcellum esiste ancora non è certo grazie a Ingroia, né a Ferrero, Di Pietro, Diliberto e Bonelli (su cinque, quattro di loro negli scorsi cinque anni sono stati fuori dal Parlamento). I partiti sono perfettibili, ma ricordo che agli scioperi generali indetti dalla Cgil e dalla Fiom le loro bandiere le ho viste e i loro pullman pure. Il programma invece parla chiaro, ed è il motivo per cui, magari, da domani si può cominciare a pensare che dopotutto c’era davvero bisogno di qualcuno che parlasse fuori dal coro”.
Il fatto che un certo comportamento sia comune non lo rende meno corrotto. …chi è al potere conta sulla volontà dei cittadini di assuefarsi alla corruzione, diventando insensibili, indifferenti alla sua illiceità. Una volta che un tale comportamento è percepito come la norma, si trasforma nella mente delle persone da qualcosa di sgradevole in qualcosa di accettabile. Molte persone credono di dimostrare la loro sofisticatezza esprimendo una cinica indifferenza verso le malefatte dei potenti, in quanto sono così diffuse. Questo cinismo – “oh, non essere ingenuo: lo fanno tutti, sempre” – è proprio ciò che permette ad un comportamento distruttivo di prosperare incontrastato.
Glen Greenwald, 8 settembre 2012
È quello che sta accadendo nel centrosinistra in Trentino. Si sta levando un coro che canta all’unisono: ma no, ma quali primarie? Un coro che va da Dorigatti a Dellai, da Pinter ad Andreatta. Tutti che dicono: “Dai, chiudiamoci in sagrestia e decidiamo insieme, che tanto siamo maturi e responsabili”. Che lo dica uno come il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, poi, sembra proprio un paradosso: lui, il primo sindaco di Trento che ha dovuto affrontare le primarie e che si è legittimato proprio attraverso le primarie. […]. C’è anche chi non vuole le primarie del Pd, e ritiene buone e utili le primarie di coalizione. Immaginando quindi un accordo preventivo dentro il Pd su un unico suo candidato. Ovviamente chi tifa per questa soluzione è Alessandro Olivi, perché essendo uscito di scena Alberto Pacher, è lui il candidato che può trovare il minor numero di veti incrociati dentro il partito, e perché si eviterebbe di innescare la “pericolosa” rivalità con il giovane Luca Zeni e soprattutto, si eviterebbe di mettere in gioco la forte personalità di Donata Borgonovo Re. Anzi, proprio la Borgonovo Re è una delle motivazioni (inconfessabili per molti dirigenti del partito) del no alle primarie sempre più strisciante…. Al momento, dunque, ciò che porta molti attori a unirsi nel no alle primarie è il no al “Papa Nero” (vedi Borgonovo Re, Zeni o qualche altro candidato capace di calamitare l’entusiasmo dei militanti di base e dei cittadini simpatizzanti per il centrosinistra) o, al contrario, la voglia di “teleguidare” un Papa Nero (Schelfi o qualche altro candidato con quelle caratteristiche).
Paolo Mantovan, “Quella strana paura delle primarie”, Trentino, 8 novembre 2012
Il Trentino è un Land, una Comunità autonoma, non ci si può improvvisare, non è sufficiente essere stato sindaco o difensore civico, bisogna avere esperienze di governo. Eviterei dunque gelosie e ambizioni personali.
Una buona fetta dell’establishment (Andreatta, Panizza, Fabbrini, ecc.) ci tiene a far sapere, con interviste apparse sul Trentino, Adige e Corriere del Trentino, che Donata Borgonovo Re
è inadatta a governare la Provincia di Trento. Mi pare di poter dire che questa contrarietà sia motivata da 4 ragioni principali – due palesate, una malcelata ed una inconfessata:
* la sua inesperienza;
* la sua eccessiva prossimità ad ambienti della sinistra cattolica che sono ostili al neoliberismo montiano e che quindi sono bollati come conservatori, anti-moderni o neocomunisti;
* la sua denuncia dei malcostumi trentini (pubblici e privati);
* è una donna;
Poiché intendo essere governato da lei e non dai suoi avversari, cercherò di confutare le obiezioni esplicitate e degne di considerazione.
1. DONATA BORGONOVO RE VUOL DIRE DISCONTINUITÀ (È UN MALE?)
In quest’epoca “surrealista”, il cristianesimo sociale e la socialdemocrazia che hanno reso civilissimi i paesi del Nord Europa, il New England e il Canada (e che sta risollevando le sorti del Brasile) sono ideologie reazionarie: invece il neoliberismo che domina le politiche di “risanamento” dei paesi europei e che è storicamente associato a Pinochet, Reagan e Thatcher (tra gli altri), essendo per di più all’origine della catastrofe dei derivati, è l’ideologia progressista per antonomasia (!!!), tanto che Bersani stesso ha coerentemente ribadito il suo sostegno alle politiche di Monti.
Quest’ideologia, che secondo alcuni rappresenta il futuro, ha dimostrato a più riprese di non curarsi del suo impatto sulle persone vulnerabili, i migranti, i poveri, i lavoratori, i giovani, che anzi ritiene colpevoli della crisi, in quanto “sono vissuti al di sopra delle proprie possibilità” – dopo anni che erano stati bombardati con il mantra “spendete se volete far crescere l’economia e dare un futuro ai vostri figli”.
Il progressivo declino dell’economia tedesca, che avrà un impatto catastrofico sul suo tessuto sociale, dato l’esorbitante numero di pensionati poveri e sotto-occupati, servirà – almeno lo possiamo auspicare – a far prevalere il buon senso sulla manipolazione della realtà.
Restano però degli interrogativi irrisolti. Com’è possibile che politici di sinistra predichino i dogmi della destra neoliberista (si chiama “cattura cognitiva”)? Perché il compromesso social-democratico è stato rifiutato proprio quando aveva contribuito in modo determinante alla sconfitta del comunismo? Perché i dogmi neoliberisti la fanno da padrone proprio quando la crisi ne ha decretato il fallimento?
Ce lo spiega Ugo Morelli (“Taccuino dei giorni scomodi”): “Di solito, in gruppi troppo coesi, dove c’è una forte tendenza verso valutazioni e decisioni unanimi, si può affermare un modo di pensare erroneo che porta a scelte e decisioni sbagliate e anche disastrose. Si può perfino giungere al risultato paradossale che il gruppo nel suo insieme finisce per prendere una decisione che ognuno dei suoi membri, se decidesse da solo non prenderebbe”.
“Non ci sono alternative” è lo slogan usato per imporre un’unica soluzione, quella prediletta dall’élite e che ha fossilizzato il dibattito politico e sociale in Trentino e nel resto dell’Occidente.
Gli “esperti” hanno pronunciato il verdetto e quindi nessun’altra ipotesi è contemplabile. Altri esperti possono pensarla diversamente da chi esercita il potere politico-economico, ma sono bollati come faziosi, senza mai entrare nel merito delle loro critiche, perché “non ci sono alternative”.
Come la lingua impoverita di 1984 di George Orwell, questo mantra serve a rendere inelastica la mente dei cittadini, persuadendoli che questo è il migliore dei mondi possibili o comunque lo diventerà, se daremo retta ai pastori. In questo modo, ogni reale alternativa si volatilizza dalla sfera dell’immaginabile. L’operazione si completa con l’etichettatura. Infatti, la gente tende a credere di aver capito qualcosa se gli affibbia un nome o un’etichetta, come se classificazioni e marchiature equivalessero ad una reale conoscenza di una cosa o un fenomeno.
Le conseguenze di questo atteggiamento possono essere drammatiche. Il contratto sociale, il patto civile tra cittadini e stato si sta sbiadendo da tempo e ormai quasi non si distinguono più le parole e le firme. Sta succedendo in Europa, nel Nord America, in Giappone e altrove. La partecipazione democratica è un ricordo, il disprezzo per le “caste” è più vivo che mai:
Così la Grande Coalizione che verrà è definita un’Alleanza dei Responsabili, contrapposta a “tutti gli altri”, bollati come “populisti” e “demagoghi”. Un parlamentare ha espresso molto bene l’essenza di questa strategia propagandistica basata sull’idea di continuità senza se e senza ma: “Non si può andare contromano su un’autostrada. Se il mondo va in una certa direzione, dobbiamo fare lo stesso”.
Esiste un unico modello di sviluppo possibile e chi non lo condivide è un irresponsabile, proprio in una fase storica in cui le magagne del sistema sono dolorosamente sotto gli occhi di tutti ed è sempre più chiaro che il nostro stile di vita deve essere negoziabile, per il bene nostro e delle generazioni a venire.
Quel che è peggio è che s’intravede, alla radice, l’idea che il dissenso dei cittadini e delle comunità locali sia sempre e comunque espressione di un interesse particolare nocivo al bene comune e che i progetti del potere centrale siano al contrario sempre guidati da una prassi decisionale efficace, rapida e pragmatica che privilegia razionalità, disciplina ed assenza di sentimentalismi, preconcetti e pregiudizi.
Viene così a mancare la cultura tipicamente democratica della gestione del conflitto e della pluralità, fonte di creatività, innovazione, miglioramento, autocritica, graduale maturazione della società civile. Si prospettano, al contrario, energici disciplinamenti della popolazione e dei governi locali:
La scomparsa del limite. Se il mondo è dalla tua parte, allora non puoi avere torto e non ci sono limiti a quel che puoi ritenere giusto e legittimo fare.
Ma esistono limiti invalicabili, soglie che marcano il confine tra umano e disumano, tra responsabilità ed irresponsabilità. Non variano a seconda della situazione, del contesto, sono indipendenti dalle proprie sensibilità ed umori contingenti: si chiamano Costituzione, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, beni comuni, tutela della dignità delle persone (e degli animali), sostenibilità e rispetto per l’ecosistema, lotta contro le ingiustizie, regola d’oro, ecc.
Sono autolimitazioni che l’umanità si è imposta dopo aver appreso sulla sua pelle le conseguenze della dismisura/eccesso, della tracotanza, dell’egotismo e del tribalismo sfrenato. Millenni di elaborazione morale hanno dato buoni frutti: non lasciamoli marcire perché ci martellano in testa slogan egotisti all’insegna dell’autosufficienza/autarchia dell’individuo; non ignoriamo la saggezza collettiva che è il precipitato di milioni, miliardi di esperienze umane che ci hanno preceduto.
Bisogna stare attenti a non incartarsi nelle astrazioni relativiste: non sono sintomo di maturità, sono sintomo di confusione.
Non si può cancellare con un tratto di penna tutto quel che c’è tra l’intransigenza e il relativismo, altrimenti si finisce per aderire al mantra del “non ci sono alternative”: l’anticamera dell’autoritarismo in ogni sua possibile declinazione.
I critici di Donata Borgonovo Re non sembrano rendersi conto che invece di caldeggiare la contrapposizione tesi vs. antitesi in uno stato di equilibrio virtuoso (conflitto fecondo = democrazia), stanno dando man forte a chi vede la vita (sociale e politica) come un gioco a somma zero (legge della giungla), dove una delle due parti dev’essere estromessa (lotta senza quartiere = tirannia). Penso a Monti (“tagliare le ali estreme”) e Merkel (o Sarkozy) con i loro diktat contro chiunque osi ancora dire “cose di sinistra”. Penso al “o siete con noi o siete contro di noi” di George W. Bush ad al suo parimenti deprecabile “il nostro è uno stile di vita non negoziabile”.
Di più, i critici di Donata Borgonovo Re evidentemente ritengono che la gestione della cosa pubblica in Trentino sia stata ammirevole e che serva un’assoluta continuità.
Lo ha fatto anche la stessa Borgonovo Re: “mafia è un termine sicuramente esagerato: giovedì l’ho usato nella mia relazione semplicemente perché lo sentiamo ripetere spesso dai cittadini che vengono da noi a chiedere aiuto. Non posso negare che io e i miei collaboratori siamo rimasti colpiti dalla frequenza con la quale ci dicono ‘la mafia esiste anche in Trentino’ e questo vuol dire che c’è un problema. Se qualcuno indica con il dito la luna non bisogna guardare il dito, ma la luna”. “Non credo – afferma Borgonovo Re – che ci sia una cupola e se dovessi definire io stessa il fenomeno non userei il termine ‘mafia’. Credo però che in Trentino sia diffusa una cattiva cultura dell’amministrare, per la quale il sindaco considera il Comune come ‘cosa sua’. E non si tratta di casi sporadici”.
2. DONATA BORGONOVO RE VUOL DIRE INESPERIENZA (È UN MALE?)
Ho dedicato molto spazio alla seconda critica, ma questa, che dal punto di vista dei suoi avversari è la più convincente, è anche la più esile.
I seguenti politici sono stati eletti o nominati ad incarichi di gestione di realtà molto più complesse della Provincia di Trento pur avendo un’esperienza minima o nulla:
Barack H. Obama, Dominique de Villepin, John Fitzgerald Kennedy (al Congresso), Dwight Eisenhower, Aung San Suu Kyi, Isabel Perón, Alexis Tsipras (leader dell’opposizione greca, nato il 28 luglio 1974).
Sono quelli che mi sono venuti in mente; altri potranno certamente allungare l’elenco (i cosiddetti “renziani”, ad esempio, che avranno sicuramente replicato ad analoghe obiezioni).
Donata Borgonovo Re possiede invidiabili competenze giuridiche ed amministrative: in qualità di difensore civico per il Trentino, ha avuto un contatto diretto con i cittadini ed i loro problemi senza paragoni e non ha mai nascosto che la buona politica si fa quando ci si circonda di uno staff capace e si estende la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica (si veda la prossima sezione).
Detto questo, essere “inesperti” assicura un valore aggiunto non di poco conto. Significa infatti anche non essere incatenati ad un certo tipo di relazioni di potere che ti costringono a: (a) assecondare chi sta sopra di te e che ti ha permesso di arrivare dove sei; (b) difendere ad oltranza certe rendite di posizione ed equilibri di partito. Significa anche essere liberi di mettere in discussione ciò che non funziona all’interno del sistema, dogmi ed assunti obsoleti, proporre qualcosa di nuovo, essere aperti a contributi esterni, a soluzioni alternative, a riforme di sistemi ingessati.
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LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA SECONDO DONATA BORGONOVO RE
MIA TRASCRIZIONE: “Il legislatore si è reso anche conto che di fronte ad una particolare forza degli esecutivi, andavano introdotti quei meccanismi di controllo ed equilibrio, che sono da un lato i consigli comunali, che oggi mi par di capire che rappresentano quasi le cenerentole affaticate delle nostre autonomie locali. Con un forte potere di indirizzo e di controllo sull’esecutivo ed un potere di approvazione degli atti fondamentali del comune – il bilancio non dovrebbe costruirselo l’esecutivo, l’esecutivo dovrebbe fornire le informazioni necessarie perché il consiglio possa costruire un bilancio e dentro ci possa mettere le finalità e gli obiettivi che nell’anno che si presenta di fronte dovranno essere garantiti.
Accanto al consiglio, c’è un altro polo di cui gli enti locali si dimenticano per definizione: i cittadini. Nelle leggi degli anni Novanta e in particolare nella legge di riforma delle autonomie locali vengono introdotti i cittadini come titolari di un diritto di partecipazione che si esprime in una serie di istituti che debbono (alcuni debbono, altri possono) essere inseriti negli statuti comunali e che sono strumenti di partecipazione concreta.
Elvio Raffaello Martini ha fatto un’analisi bellissima del concetto di partecipazione e sostiene che la partecipazione la possiamo intendere come “appartenere, essere parte” – noi siamo cittadini della nostra comunità, poi della nostra provincia, della nostra nazione fino ad essere cittadini del mondo – e l’avere parte riguarda la ripartizione delle risorse. Oppure la si può interpretare come “prendere parte alle decisioni”…e qui veniamo alla scollatura con la realtà”.
MIA TRASCRIZIONE: “Nella mia panoramica delle male-pratiche, il contrario della best practice, io conto una serie di situazioni in cui i cittadini si sono accorti, tardi, di decisioni significative prese dall’ente pubblico, che li interessa e li tocca da vicino, decisioni delle quali non si sono rese e resi conto nella fase in cui queste decisioni venivano elaborate, discusse e concordate nelle “sedi competenti”, ma si sono semplicemente resi conto degli effetti…I cittadini si fanno sentire, protestano e contestano ma non prendono parte alla decisione; la decisione è già stata presa, molto tempo prima. I cittadini possono solo rincorrere con due sole possibilità: condizionare la realizzazioni con delle modifiche che non saranno mai radicali o sostanziali, oppure parlare, sfogarsi, farsi venire il mal di fegato senza riuscire ad incidere su una decisione che si è già consumata.
La partecipazione è faticosa. Se i cittadini riuscissero a riscoprire anche la passione per la partecipazione, che è certamente fare politica, anzi, è il modo più nobile – io ritengo – di fare politica, perché lo si fa per un interesse comune, mossi non già da un desiderio di seggio, di poltroncine, ma dal desiderio di costruire qualcosa di utile e buono per la comunità.
Dall’altro lato, però, l’amministrazione deve essere anche addestrata ad utilizzare gli strumenti di partecipazione, perché l’ente pubblico deve comprendere che gli strumenti di partecipazione sono strumenti di condivisione delle scelte, di condivisione dell’esercizio del potere e la partecipazione l’ha inventata il legislatore proprio per non lasciare dei vuoti nel corso dei famosi 5 anni almeno a livello locale e per addestrare amministrati ed amministratori a selezionare insieme l’interesse pubblico e a raggiungere insieme i risultati utili per la comunità.
Un tempo il meccanismo della democrazia rappresentativa era fondato su questa delega – io scelgo la persona che reputo migliore e le affido un compito, però non glielo affido in bianco – fai quel che vuoi, ci vediamo tra cinque anni – glielo affido in base agli impegni che questa persona si è assunta nella campagna elettorale, periodo in cui io, candidato, dico ai cittadini quel che mi piacerebbe fare, come vorrei camminare con questa comunità e chi è d’accordo con me mi sostiene, mi sostiene ma mi sta dietro, così se appena sgarro mi dà una mazzolata dietro le orecchie e mi rimette in campana. Non è che io arrivo lì e poi faccio quel che mi pare.
Perciò i meccanismi di partecipazione sono anche meccanismi di accompagnamento di chi ha la funzione di governo e decisionale, meccanismi di proposta e suggerimento, perché non è mica detto che le idee migliori ce le abbiano quelli che stanno all’interno delle istituzioni. Devono avere delle belle orecchie, la capacità di ascoltare e di selezionare, tra quello che i cittadini comunicano, cosa può essere utile e significativo.
Dobbiamo capire quali meccanismi di partecipazione abbiamo a disposizione per uscire da questa mancanza di libertà, perché non mi ascoltano una volta sulla ciclabile, non mi ascoltano un’altra sui bacini di innevamento, non mi ascoltano su qualche altra cosa e io non partecipo più. Non dico più nulla, vivacchio nella mia nicchia, oppure cerco i miei meccanismi clientelari che almeno a me garantiscono quel minimo di beneficio che mi consente di vivere in pace”.
Mi ha molto colpito una considerazione di Massimo Gramellini, apparsa sulla Stampa del 16 dicembre 2012. Ecco cosa scriveva: “Mi piace pensare che i Maya non avessero del tutto torto. Che il 21.12.12 non finirà il mondo, ma un altro comincerà a prendere forma. Anch’io avrò la possibilità di farne parte, se smetterò di fidarmi ciecamente dei sensi, che intercettano solo una piccola fetta di realtà, e imparerò a rinvigorire il muscolo rattrappito dell’intuizione: «La voce degli dei» come la chiamava Jung, l’unica parte immutabile e immortale di me stesso. Per chi non ha, o non ha più, un lavoro o un affetto, la fine del mondo è già arrivata e questi sembreranno discorsi astratti, brodini caldi per anime intirizzite. Ma non è così. La crisi psicologica e poi – solo poi – economica in cui versiamo è anzitutto una crisi del modello materialista che ha dominato il Novecento. Se non torniamo a chiederci chi siamo, e non solo cosa abbiamo, finiremo per non avere più nulla. Qualunque profezia non va presa alla lettera: è l’indicatore di un cambiamento spirituale. Da qualche settimana ho coinvolto i lettori domenicali di «Cuori allo Specchio» nei preparativi del viaggio. Ho chiesto di regalarmi i ricordi più belli della loro vita e in cambio ho offerto parole da mettere in valigia, tratte dai libri che mi hanno temprato il cuore. Per ultimo ho tenuto il più importante: il Simposio di Platone. Buon viaggio”.
Sarà un viaggio periglioso. Viviamo in società aggressive, violente, ansiose, egoistiche, materialiste: in breve, patologiche. Di una patologia anomala, che ci interroga sulla sua origine e sui suoi esiti.
La “terra-formazione” è un ipotetico processo che dovrebbe consentire di rendere un altro pianeta adatto alla vita umana. Sembra che la Terra abbia subito quel tipo di trattamento e sia stata trasformata in un habitat adatto al proliferare di psicopatici e sociopatici, ossia esseri umani che, esternamente indistinguibili dagli altri, sono però privi di empatia (compassione) e di coscienza.
Potremmo battezzare questa patologia la “Sindrome di Faust” o la “Sindrome di Atlantide”.
Faust è un imprenditore capitalista che porta avanti un titanico progetto ingegneristico ed urbanistico con l’assistenza di Mefistofele, sfruttando il servaggio, i sacrifici, la sofferenza altrui, la rapina, la pirateria, la corruzione, l’inganno, la violenza: come un conquistador, come un emissario coloniale sul libro paga della Compagnia delle Indie.
L’archetipo atlantideo, che attraversa i secoli, è quello di una civiltà intossicata dalla propria bramosia di potere, che alla fine si autodistrugge. Il progresso tecnologico disgiunto da quello morale ed un progresso materiale inseguito ossessivamente per compensare la perdita dei poteri spirituali delle origini è satanico o comunque autodistruttivo.
Atlantide è l’estremo dal quale dovremmo tenerci alla larga, ma la summenzionata terra-formazione sta atlantidizzando la civiltà globale, a partire dagli Stati Uniti e dalla NATO (il Patto Atlantico, appunto).
Tutte le persone di discernimento e di buona volontà hanno il dovere di contrastare questo deleterio esperimento di ingegneria sociale.
Tre di queste persone sono qui con noi stasera: Giuliano “Diaolin” Natali, Claudio “Mago G” Gottardi e Guido “PoetaMatusel” Comin.
Ho accettato con entusiasmo l’invito a presentare la mostra “Canti da Mat” / “Chants for a nut” perché mi ero lamentato di come, in rete, nazionalisti e campanilisti usassero le loro lingue e dialetti per escludere gli altri e non, al contrario, per arricchire il loro prossimo ed il patrimonio culturale umano.
Da antropologo legato alla missione dell’UNESCO ed al suo motto – “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite” – l’idea di promuovere una mostra che valorizza la poesia dialettale traducendola in italiano, inglese e nella lingua universale audiovisiva, non poteva che suscitare la mia piena approvazione.
Ho “consumato” la mostra sullo schermo del mio computer, in anteprima, e l’esperienza mi ha riportato alla mente la visione di un Mondo Nuovo che emergeva dalle parole di Federico Mayor Zaragoza, direttore generale dell’UNESCO tra il 1987 ed il 1999 e che potrebbe corrispondere alle attese di Gramellini.
Per Mayor le caratteristiche precipue dell’essere umano sono la capacità creativa, l’immaginazione, l’inventiva. È lì che risiede la nostra speranza di non terminare i nostri giorni come dei “burattini attaccati a delle stringhe”. La creatività, assistita dall’educazione, ci fa diventare noi stessi, sviluppa le nostre potenzialità latenti. L’istruzione ci deve insegnare a prenderci il tempo per pensare ed essere noi stessi e per sviluppare quella che lui chiama la “sovranità personale” (cioè l’autodeterminazione e la fiducia in noi stessi).
Mayor lo considera un compito gravoso, specialmente a causa della “crescente contraddizione fra la democrazia a livello nazionale e le oligarchie, o se si preferisce, plutocrazie a livello globale”. Esiste un terribile potenziale di “clonazione spirituale”, cioè a dire l’impulso all’uniformazione, una spinta diametralmente opposta alla vocazione dell’istruzione, che è quella di fungere da levatrice di esseri umani unici e preziosi.
Tuttavia, ci rassicura Mayor, non bisogna disperare, perché il futuro non è ancora stato scritto e a noi tocca il compito di impedire a qualcuno di scriverlo, giacché “appartiene ai nostri figli ed ai loro figli. Il passato è già stato scritto, ma possiamo permettere ai figli di scrivere un futuro diverso”.
“Canti da Mat” / “Chants for a nut” è un antidoto ad un mondo che sta diventando sempre più stressante, liberticida, brutto e noioso (o comunque falsamente eccitante). Non sono gli autori ad essere matti, è questo mondo che è fuori di testa. Sono canti che annunciano un Mondo Nuovo ma sono anche, in un certo senso, canti funebri per il Mondo Vecchio che se ne va…alla buon’ora!
È un antidoto per due ragioni: fa lavorare il cervello e ricollega coscienza e natura attraverso l’arte e la fantasia.
Penso che la causa principale dei mali della nostra società sia stata proprio l’alienazione dalla natura, che non doveva essere l’inevitabile conseguenza della nostra emancipazione dallo stato di natura (che chiamiamo cultura).
Faccio infatti fatica ad immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.
La continua spinta alla razionalizzazione, alla massimizzazione, alla riduzione dello spreco (anche di risorse umane) sta facendo avverare la profezia del sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), secondo il quale saremmo diventati “specialisti senza spirito, edonisti senza cuore”: un’accurata descrizione di uno psicopatico.
Stiamo, in pratica, costruendo società sociopatiche: un folle paradosso.
Che futuro c’è per una società che sacrifica la famiglia, il lavoro, la comunità e, soprattutto, la vita della mente? È un comportamento suicida.
Fortunatamente in questa mostra c’è tanto cibo per la mente, ci sono tanti simbolismi ed archetipi.
Citerò a questo proposito Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, p. 17): “Ogni lotta tra gli uomini che ha come posta in gioco la forma della vita comune, cioè il modo d’essere della società, e ogni vicenda politica, cioè ogni lotta per conquistare, mantenere e aumentare la capacità di governo della società, è essenzialmente una lotta simbolica. Se mancano i simboli, vuol dire che non c’è politica, ma semplice amministrazione tecnica dell’esistente o sopraffazione per il bruto potere”. Ma quando il simbolo cessa di appartenere a tutti e diventa possesso di qualcuno o di una fazione “diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti di unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza” (p. 45).
Siamo circondati dai diaboli e ci tocca combatterli.
Sempre Zagrebelsky (op. cit. pp. 89-90) riesce, in poche righe, ad illustrare cosa c’è in ballo:
“Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile? Del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista. Ma a quale prezzo? A un prezzo molto elevato: il sacrificio della politica. La politica non può essere il luogo di decisioni solo esecutive. Se così fosse, non sarebbe politica, bensì tecnica. La politica è, per definizione, il luogo delle possibilità e delle scelte tra le possibilità, aperto al futuro. Se le possibilità, al plurale, scomparissero per lasciare il posto a un’unica grande possibilità, cioè alla necessità, avente come alternativa soltanto la catastrofe, allora avremmo fatto un passo decisivo all’indietro, perdendo la nostra libertà politica. Perché dovrebbero esistere allora partiti politici, movimenti sociali, ideali, visioni del mondo? Tutto ciò che si distacca dall’unico pensiero conforme al mondo che si è dato sarebbe solo devianza. Ma proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente”.
Guardate, è proprio questo il significato più profondo di “Canti da Mat” / “Chants for a nut”: “lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente”.
Questa mostra, nunzio e preludio di un mondo diverso, un mondo nuovo, è un habitat adatto alla vita della mente, all’espansione della coscienza, all’esperienza di una qualità del sentire che normalmente resta invisibile, impercettibile, salvo in alcune sporadiche circostanze, come ad esempio un grande choc, una catastrofe che ci unisce, l’improvvisa realizzazione della propria bancarotta morale, una perdita immensa, il mistero della morte, il tenere un neonato in braccio, un certo sorriso o un certo sguardo di una persona amata, ecc.
Queste esperienze possono generare una poderosa, sebbene temporanea, capacità d’amore e di compassione (di libertà, uguaglianza, fratellanza), evidenza del fatto che si tratta di una facoltà rimasta latente nell’essenza della natura umana, oscurata da un processo “civilizzatore” e da un condizionamento educativo mal-concepiti e peggio indirizzati.
Purtroppo oggigiorno, e ormai da diverse generazioni, stiamo permettendo alla MegaMacchina di questa civiltà di colonizzare pure questo luogo sacrale che è la coscienza.
Se non cambieremo rotta trascineremo tutto il resto con noi nell’abisso involutivo verso cui siamo diretti.
Se vogliamo invertire questo corso e proseguire verso un eventuale prossimo stadio dell’evoluzione della coscienza umana e della vita sulla Terra, dovremo darci da fare, servirà un massiccio sforzo interiore ed intenzionale da parte dell’uomo.
Dovremo essere come centauri, contemporaneamente animali e spirituali, radicati nella Terra, ma rivolti al Cielo.
Questa mostra ci indica la strada, ma dobbiamo capire come percorrerla, o almeno come aiutare le nuove generazioni a farlo, nella speranza che loro riescano laddove noi abbiamo fallito. Il Trentino è un luogo ideale per avviare le necessarie riforme dello spirito e della società.
Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile ed inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura ad imparare nomi di piante ed animali, come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni.
I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, non diventano obesi, non soffrono di deficit di attenzione. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli; hanno voti più alti a scuola.
Diventano adulti intraprendenti ed autodeterminati, e l’autonomia ha bisogno di cittadini autonomi, non dipendenti dal potere centrale e da tutori surrogati dei genitori.
Gli alunni imparano a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali.
Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato ed apprendistato.
Esperti in pensione supervisioneranno assieme agli insegnanti certificati una varietà di progetti utili all’acquisizione di molteplici competenze (anche culinarie o teatrali). La terza età tornerà ad essere maestra della prima, come da tradizione.
Ci sarà un’intensificazione degli scambi culturali con i compagni di genitori immigrati. Grazie a questa adeguata trasmissione del patrimonio culturale e ambientale locale e globale avremo cittadini più civili, glocali ed eco-sensibili.
E.F. Schumacher (“Piccolo è bello”) ci ha insegnato che i veri problemi che affliggono il pianeta non sono economici e non sono di natura tecnica: sono filosofici. William Blake aggiungerebbe che sono anche poetici; e lui sapeva bene come filosofia e poesia siano l’una l’ancella dell’altra.
“Canti da Mat” / “Chants for a nut” è un altro passo nella direzione giusta. È un mondo nuovo che sta prendendo forma.
“Noi di Rifondazione salutiamo molto positivamente la nascita del Movimento Arancione e lanciamo la proposta di costruire tutti insieme un quarto polo contro le politiche di Monti” Paolo Ferrero, Rifondazione Comunista
Mia valutazione: per come la vedo io, De Magistris/Ingroia sono solo dei procacciatori di voti. L’importante è che siano quelli di “Alba” e “Cambiare si può” (Gallino, Revelli & co.), assieme a Ferrero ed alla parte più reattiva dei sindacati, a dettare il programma e le strategie del movimento. Il sindaco di Napoli non sarà candidato, come non lo sarà Pisapia. Daranno un appoggio esterno ed assicureranno migliaia di voti. Non sarò certo io a lamentarmi.
Qui un’altra intervista al leader del Fronte della Sinistra francese, Jean-Luc Mélenchon, in inglese e francese
“In Francia gli esperti infuriati e gli oppositori definiscono il programma del Fronte di Sinistra un “incubo economico” o una “fantasia delirante”. Non dovrebbero invece utilizzare questa terminologia per descrivere la debacle bancaria o le politiche di austerità in tutta Europa?”
ALEXIS TSIPRAS: “È ovvio che il dominio del capitale e dei mercati sulle società sta portando il mondo al disastro. Dobbiamo costruire un mondo in cui le persone valgano più dei profitti. Per farlo è ovviamente necessario inventare nuovi modelli di sviluppo, nuove forme di partecipazione, nuovi modi di prendere le decisioni in politica. Queste idee non nasceranno da menti illuminate o in ristrette avanguardie rivoluzionarie, ma attraverso la pratica e l’esperienza del conflito sociale. Il nostro obiettivo è rovesciare i rapporti di forza. Questo richiede una lotta in tutti i campi: le istituzioni, il Parlamento, la piazza, le idee. Dobbiamo rimuovere il potere e l’autorità dei nostri avversari, che sono i banchieri gli speculatori dei mercati finanziari, i canali televisivi e i giornali che loro controllano e i politici che li servono. Per fare questo dobbiamo superare le nostre paure, la paura della rottura e la paura di essere integrati nel sistema. La grande sfida per noi è convincere la società che può prendere in mano il proprio destino”.
Come sempre nei momenti di crisi, una parte della società sta a guardare, cercando di difendere posizioni e privilegi, per poi, eventualmente, schierarsi col vincitore. All’opposto, par di vedere atteggiamenti – alimentati da parte della stampa – schiettamente nichilistici: distruggiamo tutto, poi si vedrà. Infine ci sono coloro che comprendono e vivono le difficoltà del momento e non aspettano altro che potersi identificare in qualcosa di nuovo, per muovere in una direzione costruttiva. Tra questi, ci sono, oggi, molti passivi, solo perché non si mostra loro come e perché possano rendersi attivi.
Rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive e distruttive dello stato sociale. Costruiamo un fronte comune con i paesi del Sud d’Europa. Noi pensiamo ci sia un’altra Europa possibile: politica e democratica, cioè fondata sulla partecipazione delle cittadine e dei cittadini. E un’altra possibilità di uscita dalla crisi economica, basata su diritti e uguaglianza, beni comuni e lavoro, creatività e nuovo rapporto con la natura – non proprietario, non di consumo distruttivo.
Il prossimo governo deve riunire tutti i paesi Ue in crisi e proporre a Bruxelles un piano di ristrutturazione del debito come condizione indispensabile per la sopravvivenza dell’Euro. Deve inoltre proporre la revisioni dei trattati e ripensare il progetto europeo in modo policentrico, recuperando appieno lo spirito originario di pace e cooperazione in una forma istituzionale confederale. L’attuale unione valutaria, priva di una base democratica e di istituzioni politiche, ha prodotto una frattura profonda e squilibri pesantissimi tra i Paesi dell’Europa nord occidentale e quelli dell’Europa centrale mediterranea, risolvibili solo attraverso una profonda rigenerazione del progetto. L’azione congiunta dei governi in crisi fiscale deve essere sostenuta dai movimenti, sindacati, intellettuali di tutti i paesi interessati.
2. La crisi è della finanza, non dello stato sociale.
Vogliamo rinegoziare il debito. Creare un regime fiscale equo ed efficace, esteso ai patrimoni e alle rendite finanziarie, nonché alle proprietà ecclesiastiche, attraverso la lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle transazioni finanziarie e l’attivazione di tutte le misure necessarie a “disarmare la finanza”.
Riteniamo del tutto errata l’interpretazione della crisi iniziata nel 2007, che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. Le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario. Solo che, grazie a una grande operazione di inganno collettivo, la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.
Rivendicare una rinegoziazione congiunta del debito è l’unico modo per contrastare il dogma del «non c’è alternativa», che è il cuore delle politiche del governo Monti, dei partiti che lo sostengono, degli altri governi europei avviati verso il disastro. Misure di ordine finanziario a cui si fa spesso riferimento, come la separazione tra banca commerciale e banca d’affari, la nazionalizzazione dei principali istituti di credito, l’istituzione degli euro-bond, l’introduzione di monete a circolazione locale e altro ancora, sono tutte subordinate a una rinegoziazione del debito pubblico.
3. Salviamo il modello sociale europeo.
Rifiutiamo il fiscal compact, che impone scelte di politica economica obbligate per qualunque parlamento o governo vinca le elezioni. Intendiamo cancellare la norma sul pareggio di bilancio in Costituzione e rifiutiamo le norme della spending review che tagliano risorse allo stato sociale, alla scuola e alla sanità.
L’Europa si è caratterizzata nella storia per il modello sociale europeo che ha mirato a garantire libertà e uguaglianza, diritti sociali e soggettivi: il welfare non è un lusso dei periodi di prosperità che non ci possiamo più permettere, ma la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso.
4. Politica industriale e riconversione produttiva.
In Italia manca ormai da tempo una qualunque politica industriale. La vicenda recente della Fiat – nella quale il governo e la politica istituzionale non hanno saputo svolgere alcun ruolo, se non quello di mettersi al servizio dell’azienda – lo dimostra con tutta evidenza.
Non è sostenibile continuare a produrre automobili come se non ci fosse una sovrapproduzione di oltre il 30% in Europa, ma questo non significa che non servano mezzi di trasporto pubblici e anche privati innovati nei vettori e nel loro utilizzo sociale.
Allo stesso tempo è necessario che la produzione industriale sia attraversata da una riconversione ecologica, conviva con l’ambiente, con la tutela della salute di chi lavora e delle popolazioni circostanti. Questo è possibile solo a condizione di non lasciare la politica industriale in mano alla ricerca del profitto privato. E’ necessario un rilancio dell’intervento pubblico diretto in economia, puntando su settori strategici innovatori di produzioni materiali e immateriali, ai quali connettere un piano del lavoro che punti alla piena occupazione. L’individuazione dei settori su cui puntare deve essere fatta attraverso un processo di programmazione economica democratica, che valorizzi idee e contributi dei territori e degli attori sociali e produttivi.
5.Nuove forme di credito e micro-credito per nuove forme di impresa.
Forme creative di attività imprenditoriale, legate in particolare alla condizione femminile e giovanile, vanno sostenute con nuove forme di credito e micro-credito. Le fondazioni bancarie incentivino, con le loro attività, la valorizzazione dei beni sociali, culturali e ambientali. Esperienze come quella della Banca Etica vanno valorizzate e potenziate. La privatizzazione del sistema bancario non ha certo privilegiato la circolazione del credito. Le banche italiane si sono avvantaggiate del denaro a basso costo messo a disposizione dalla Bce, ma non c’è stata affatto una ripresa del credito alle imprese e alle famiglie, perché quei soldi sono serviti solo al rafforzamento del capitale delle banche.
Va separata la funzione di banca di investimento da quella commerciale, misura utile anche per frenare la speculazione.
6. Più diritti per il lavoro e reddito di cittadinanza.
Abolizione delle norme che hanno modificato l’art.18 dello Statuto dei lavoratori e dell’art.8 del decreto legge 13 agosto 2011 n.138,che distruggono, oltre ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il diritto del lavoro. Abolizione della riforma Fornero delle pensioni che porta l’età pensionabile, anche per chi ha svolto tutta la vita attività massacranti, a livelli sconosciuti in Europa e priva allo stesso tempo di lavoro i più giovani. Vogliamo definire norme che garantiscano la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro, che riducano drasticamente il ricorso a forme di lavoro precario. Intendiamo introdurre un reddito di cittadinanza che sia garanzia sociale nella crisi, sottrazione al ricatto sul mercato del lavoro, riconoscimento di tutte le attività che concorrono alla produzione di benessere collettivo, tessuto sociale, cura delle relazioni. Insieme al reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione è essenziale a ridefinire il rapporto fra lavoro e vita, tempi della produzione e della riproduzione, ruoli e relazioni fra i generi, appartenenza al tessuto sociale e prestazioni lavorative.
7. Creare lavoro.
Occorre elaborare un piano per la creazione diretta di lavoro nella salvaguardia dell’ambiente naturale e antropico, nell’ottica di una riconversione della struttura produttiva e della filiera energetica nazionale. Solo un processo radicale di riconversione può garantire il “new deal” necessario ad uscire da una crisi che non è solo di economia e finanza, ma di cultura e modelli di vita.
È urgente la messa in sicurezza, la manutenzione e il recupero del patrimonio artistico e culturale, delle scuole e delle biblioteche, delle ferrovie regionali e in generale del territorio in funzione di prevenzione dagli eventi estremi (terremoti, alluvioni, piogge intense, ecc.) con investimenti sia nelle strutture urbane che nelle aree agricole collinari e montane, con incentivi tesi al recupero delle terre abbandonate.
Adottiamo una politica urbanistica zero metri quadrati” puntando al recupero del patrimonio edilizio esistente e disincentivando le nuove costruzioni.
Attiviamo di politiche virtuose di turismo culturale.
8. Lotta per i beni comuni contro le privatizzazioni.
Difendiamo i principi di tutela dei beni comuni affermati dai referendum del 2011. Vogliamo l’approvazione della riforma elaborata dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà riguardo la modifica del codice civile in materia di beni pubblici.
La definizione della categoria giuridica di bene comune sposta l’attenzione dal soggetto proprietario alla funzione che un bene svolge nella società. Sono beni comuni quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, quindi anche e soprattutto i servizi pubblici, specie quelli locali; non possono essere regolati dalle leggi del massimo rendimento e devono essere salvaguardati per le generazioni presenti e future. La dimensione collettiva di questi beni, che sono costitutivi di una comunità politica e fondamentali per la giustizia ambientale, sociale ed ecologica, scardina la dicotomia pubblico-privato. Non si tratta di un’altra forma di proprietà, ma dell’opposto della proprietà.
9. Politiche infrastrutturali rispondenti alle esigenze del territorio e alla mobilità equo-sostenibile.
Ci opponiamo alle Grandi Opere inutili, dannose, fonte di corruzione politica – a cominciare dal Ponte sullo Stretto di Messina e dalla linea Tav Torino-Lione, divenuta ormai il simbolo di una cultura distruttiva della natura, di una società consumistica, di uno stato autoritario, che rifiutiamo radicalmente.
Quelle opere sono il frutto del mito del produttivismo, di una concezione dell’economia fondata sulla proliferazione quantitativa delle merci e sulla riduzione di tutto a merce. Sono utili solo alla borghesia mafiosa che costruisce intorno ad esse le sue relazioni d’affari e di politica. In più sottraggono risorse a politiche utili e necessarie, in particolare al rilancio delle reti e dei servizi regionali e interregionali, per la mobilità dolce (pedonale, ciclistica, a basso impatto ambientale), per lo sviluppo di un sistema portuale nazionale, per il rilancio delle industrie produttrici di mezzi di trasporto pubblici e la riduzione del consumo di suoli agricoli.
10. Energia efficiente e rinnovabile, rifiuti zero.
La Strategia Energetica Nazionale va ridefinita radicalmente, finalizzata al dimezzamento del ricorso ai combustibili fossili entro il 2030 e al suo azzeramento entro il 2050. Rimodulazione degli incentivi a sostegno dell’efficienza energetica, e della generazione energetica da fonti rinnovabili, delle reti di distribuzione, che devono essere indirizzati esclusivamente – salvo poche eccezioni – a impianti di taglia piccola o media, differenziati sulla base dei fabbisogni e delle risorse disponibili sui diversi territori, interconnessi ma dimensionati in via prioritaria sui carichi direttamente collegati alla fonte, partecipati dalle comunità locali, cioè decisi sulla base di una valutazione condivisa dei fabbisogni e delle potenzialità di ogni territorio. A tal fine è necessario promuovere e finanziare una grande leva di tecnici che in squadre polivalenti siano in grado di fornire assistenza tecnica alle comunità locali nella valutazione dei fabbisogni e delle soluzioni ottimali, nella progettazione e nella realizzazione degli interventi, nella loro gestione e manutenzione sia in campo energetico che in quello dell’edilizia: soprattutto nella ristrutturazione degli edifici esistenti. Definizione di un piano nazionale di prevenzione, recupero e valorizzazione dei rifiuti e degli scarti della produzione e del consumo con l’obiettivo “rifiuti zero”.
11. Cibo locale, filiere corte e nuova vita alle aree interne.
Chiediamo un Piano Agroalimentare Nazionale finalizzato alla sovranità alimentare. Sostegno a filiere corte, a produzione biologiche e a produzioni nelle aree interne. Incentivi per la creazione di filiere di cooperazione nord-sud Italia e con il resto del mondo improntate ai principi del commercio equo e solidale. Tutto il settore dell’altra economia è allo stesso tempo una risorsa fondamentale nella crisi e la prefigurazione di un altro stile di vita, di altre relazioni fra produttori e consumatori, di rapporti non mercificati, impersonali e anonimi all’interno di una dimensione comunitaria aperta. Nell’immediato bisogna rimettere al centro dell’impegno pubblico gli interventi per la rivitalizzazione delle cosiddette aree interne d’Italia, quella parte vasta del Paese non pianeggiante, fortemente policentrica, con diffuso declino della superficie coltivata affetta da un costante, ormai emorragico, calo demografico e da invecchiamento. Un intervento massiccio pubblico, comunitario, privato, darebbe il segno di un mutamento di paradigma nella tutela e promozione della diversità naturale e culturale, del rilancio di una stagione di inclusione sociale, di accoglienza solidale e rispettosa dei diritti e della dignità dei migranti, il cui flusso è ormai una costante.
Rilancio della cooperazione Euro-Mediterranea nei campi decisivi dell’energia, dell’agroalimentare, dell’ambiente, delle reti e servizi di comunicazione, della ricerca scientifica. L’Italia deve avere un suo ruolo chiave in quest’area, rafforzando i legami culturali, economici e le iniziative tese al disarmo ed alla pace. Avvio di un Erasmus Euro-Med che coinvolga tutte le Università dei paesi della sponda sud-est del Mediterraneo.
12. Lotta alle Mafie e alla borghesia criminale.
Le indicazioni e gli indirizzi sopra delineati rappresentano la cornice necessaria per una lotta realmente efficace alle Mafie e alle borghesie criminali, ormai parte strutturale dell’economia finanziaria della globalizzazione. Solo una scelta radicale in tal senso, può portare a un contrasto efficace verso una criminalità che si è trasformata in un segmento di classe dirigente, ormai parte integrante dell’attuale sistema economico-finanziario, con gravi e crescenti inserimenti negli stessi sistemi istituzionali e di governo ad ogni livello.
13. La pace non si costruisce con le armi.
Vogliamo l’attuazione dell’art. 11 della Costituzione e il ritiro da tutte le operazioni di guerra in cui è impegnata l’Italia; la riduzione drastica delle spese militari, a partire dalla cancellazione dell’acquisto degli F35; la riconversione dell’industria degli armamenti; l’impegno nelle iniziative di cooperazione internazionale, di pacificazione e assistenza sanitaria. Il grande risparmio di risorse finanziarie deve andare, in parte significativa, a ripristinare i fondi per scuola, università e ricerca, sanità e servizi sociali. Il ripudio della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali non è solo l’affermazione del valore della pace; non ribadisce con forza solo il desiderio e l’impegno di mettere “la guerra fuori della storia”. Afferma che il contrario della guerra è la politica: l’apertura di spazi di confronto, luoghi pubblici in cui è possibile l’espressione del conflitto in forma vitale, creativa, non distruttiva. La non violenza non è rassegnazione ma pratica politica conflittuale, che si sposta dal terreno aggressivo e militare, in cui vince sempre chi detiene il potere o chi si organizza a sua immagine e somiglianza, per disegnare un altro mondo sul tessuto discorsivo della democrazia.
14. Centralità del sapere.
Affermiamo in ogni ambito la centralità del sapere, della scuola e dell’università pubbliche, in un’ottica di liberazione personale, creatività e innovazione collettiva, di un nuovo rapporto fra società e natura. Nella formazione si incontrano generi e generazioni diverse, storie personali, culture ed etnie: è la radice prima della polis, costruzione di un mondo comune a partire da punti di vista diversi, lo spazio pubblico in cui la società incontra se stessa in un processo di autoeducazione. Il luogo in cui riconoscere e valorizzare l’intreccio delle culture nella costruzione di una società finalmente post-coloniale e multiculturale.
Sono da rifiutare processi invasivi di tecnicizzazione delle conoscenze, logiche aziendalistiche, familistiche o confessionali. La conoscenza si costruisce in un campo di relazioni delicate che si alimentano di domande, dubbi, desideri che danno senso al sapere. Di queste relazioni occorre avere cura e rispetto.
15. Un paese per donne.
Vogliamo contrastare sul terreno politico, giuridico e culturale, tutte le pratiche materiali e simboliche di discriminazione e violenza sulle donne. Difendiamo con intransigenza la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Questa politica si attua con l’estensione e il finanziamento dei centri anti-violenza, a partire dalle esperienze delle reti femministe estese e radicate in tutto il territorio nazionale; con pratiche di prevenzione della violenza sulle donne,con lo sviluppo dei consultori familiari, degli asili nido, dell’esperienza dei bilanci di genere e dei piani di tempi e orari. Esperienze che non devono rappresentare un capitolo a parte, aggiunto, riservato alle donne, ma essere espressione di uno sguardo femminile prezioso per tutti e tutte sulle città, sui luoghi e sui tempi della vita quotidiana.
La violenza sulle donne è maschile e dunque interroga in primo luogo gli uomini. Occorre costruire spazi di dialogo e confronto che permettano di stabilire relazioni di libertà, creatività, invenzioni di sé e della propria vita, riconoscimento e rispetto reciproco fra uomini e donne; in cui in particolare sia possibile immaginare e praticare una nuova modalità di essere uomini capace di affrontare la crisi dell’identità maschile, di combattere quella violenza che nasce da una mentalità “proprietaria”, dall’incapacità di rinunciare al potere, di misurarsi con la libertà femminile per farne l’occasione di una scoperta della propria parzialità. E di una liberazione comune.
16. Partecipazione come antidoto a clientelismo, centralismo, maschilismo.
Costruiamo un’alternativa radicale ai sistemi clientelari che hanno determinato corruzione e inquinamento mafioso a tutti i livelli della pubblica amministrazione, in modo da produrre una riforma dello stato che lo renda finalmente trasparente, decentrato ed efficiente, valorizzando le autonomie locali e il livello comunale, la democrazia partecipativa e di prossimità. Sono da sostenere e garantire le pratiche della democrazia, della rappresentanza e della partecipazione. In particolare occorre garantire la possibilità per le donne di essere rappresentanti, e non per una questione meramente “quantitativa”, di quote da rispettare, all’interno di una forma della politica che resta tradizionale e maschile, ma per produrre un cambiamento di paradigma e l’apertura di un altro orizzonte.
Prevediamo un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche; la drastica riduzione di tutti gli emolumenti a parlamentari, consiglieri regionali e ministri. Si possono immaginare sostegni alla stampa indipendente, accessi liberi ai media e a ogni strumento di diffusione delle idee e delle proposte. Ma occorre tagliare drasticamente i costi degli apparati dei partiti, garantire la loro democratizzazione interna, porre un tetto massimo a quanto è possibile spendere nelle campagne elettorali, riportare la pratica politica alla sua natura di servizio reso alla collettività per un periodo limitato, in modo che non diventi una professione e uno strumento per conseguire vantaggi personali.
17. Laicità dello stato.
Non ci stanchiamo di affermare la laicità dello stato. Lottiamo per la garanzia dei diritti civili individuali di ogni cittadina e di ogni cittadino, per una legge contro l’omofobia per il rispetto di tutte le scelte, orientamenti e identità sessuali, per il riconoscimento delle unioni di fatto, dei diritti di cittadinanza per tutte/i coloro che nascono, crescono e vivono in Italia, per contrastare le leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini).
Il principio costituzionale della laicità è per noi un prerequisito della democrazia, la rinuncia a una pretesa di possesso di verità indiscutibili, alla normazione autoritaria dei comportamenti, delle propensioni etiche, delle decisioni riguardo nascita e fine della vita, delle relazioni sessuali; è l’apertura a un confronto e a una ricerca comune di donne e uomini libere e liberi, che riconosce il senso ecologico del limite ma rifiuta autorità superiori o trascendenti cui dovere obbedienza.
Occorre rifiutare radicalmente ogni ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche all’interno delle questioni che riguardano lo stato e le leggi italiane. La cultura cattolica è certo importante, come altre culture religiose e non religiose, per le relazioni e le pratiche che costruiscono una comunità solidale, una polis inclusiva, ma i privilegi istituzionali, i vantaggi economici, le pretese gerarchiche, fanno male anche a quella cultura e a quelle pratiche, che sono preziose se vivono nel tessuto profondo della società, lontano dai privilegi e dalle burocrazie del potere.
18. Accoglienti con gli immigrati.
Cancelliamo subito le norme della Bossi-Fini maggiormente penalizzanti per le/i migranti: da un lato il contratto di soggiorno, che collega il permesso al contratto di lavoro, dall’altro le norme che di fatto stabiliscono un diritto speciale per le immigrate e gli immigrati, con la reclusione nei CIE per irregolarità amministrative, quindi senza aver commesso reati.
Vogliamo l’approvazione delle leggi per il diritto di voto alle cittadine e ai cittadini migranti alle elezioni amministrative e per il conseguimento della cittadinanza italiana (jus soli). Proponiamo l’elaborazione partecipata di una nuova legge sull’immigrazione che permetta di abrogare la Bossi-Fini. La legge sul diritto di asilo e lo sviluppo di un programma di accoglienza per i richiedenti asilo ed i profughi.
Anche per quanto riguarda l’immigrazione anni di governo berlusconiano-bossiano hanno profondamente inciso sulla società e sulla legislazione. Senza dimenticare che le scelte di politica securitaria erano cominciate con il Governo di centro-sinistra, quando la legge Turco-Napolitano aveva istituito i CPT (Centri di Permanenza Temporanea), trasformati poi in CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), con un cambiamento di nome ma non di ruolo, in quanto sono rimasti centri di detenzione per immigrate/i privi di regolare permesso di soggiorno. Occorre, quindi, una decisa inversione di rotta rispetto ai precedenti venti anni (con particolare riferimento all’ultima legislatura, dominata dagli spiriti razzisti e xenofobi).
A tutto questo vanno accompagnati un più incisivo intervento contro le discriminazioni ed una più decisa azione, anche sul piano culturale, contro il razzismo, intrecciato spesso con i fascismi risorgenti.
19. Non tolleriamo la tortura.
Vogliamo introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura, che – malgrado l’impegno preso a livello internazionale – non è contemplato nel codice penale italiano. Si tratta di una questione non solo politica ma di civiltà che riguarda il rapporto dei cittadini con le istituzioni, lo spirito democratico e la lealtà di chi lavora per lo stato. Ha a che fare profondamente con la qualità di una democrazia. Lo si è visto a Genova nel luglio del 2001, quando è stato sospeso lo stato di diritto e la protesta di un’intera generazione è stata ridotta a problema di ordine pubblico, schiacciata sul terreno militare. Lo si vede con l’infinita serie di episodi di violenza, avvenuti in caserme e carceri a danno dei soggetti più deboli quando erano affidati alla custodia dello stato. Vicende che hanno distrutto la credibilità delle forze dell’ordine.
Occorre anche prevedere la non prescrittibilità del reato e un fondo per la tutela delle vittime (che spesso restano segnate per tutta la vita), in modo che risulti assolutamente chiara sul piano simbolico la gravità della tortura e il valore che lo stato democratico attribuisce alla tutela dei diritti delle cittadine e dei cittadini.
20. Riportare le carceri alla civiltà.
Le condizioni dei carcerati in Italia non hanno nulla a che vedere con lo spirito della Costituzione italiana, che afferma il carattere educativo della pena, teso al recupero di chi ha commesso il reato. Nelle carceri ci sono quasi settantamila detenuti in strutture pensate per 45 mila persone, e un quarto dei prigionieri sono in carcere senza essere stati condannati, visto che sono in attesa di giudizio. Il sistema penitenziario italiano presenta scandalose disfunzioni che sono altrettante violazioni ai diritti fondamentali delle persone private della libertà. Occorre garantire la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, in particolare per quanto riguarda la promozione di opportunità di formazione e reinserimento sociale. Occorre ripristinare lo stanziamento di risorse consistenti per le attività promosse da associazioni e cooperative all’interno delle carceri.
21. Libertà di dissenso, diritto alla sicurezza, polizia democratica.
Chiediamo forze di polizia democratiche. Oggi è del tutto evidente che la politica istituzionale, espressione del neoliberismo dominante, non tollera più la presenza di cittadine e cittadini che protestano nelle piazze. Non lo vuole il governo “tecnico” che vuole rispondere solo ai mercati, e non lo vogliono neanche i partiti che lo sostengono. La democrazia è pericolosa. Questo clima si manifesta sempre più apertamente nei comportamenti della polizia, che sembra ormai espressione di quella cultura autoritaria che considera la protesta di per sé illegittima. A quasi trent’anni dalla riforma del corpo, con la sua smilitarizzazione e la sindacalizzazione degli agenti, il processo di democratizzazione è in crisi. Riaffiorano abitudini e prassi reazionarie. Scompare la pratica del negoziato cancellata dalla violenza dello scontro. Dall’idea che in piazza ci sia l’Altro, un Nemico da sconfiggere sul campo. Non solo è cresciuta una nuova tipologia repressiva, ma anche nuovi reati vengono utilizzati per colpire la protesta e si applicano di leggi che in passato non erano state quasi mai usate: ad esempio il reato di devastazione e saccheggio per danneggiamenti minori che una volta erano perseguiti in quanto tali. E questo non coinvolge solo la polizia ma anche la magistratura.
Il diritto alla sicurezza è innanzitutto sicurezza dei diritti per tutte e tutti. Occorrono interventi che riaprano il percorso verso una polizia per la cittadinanza e della cittadinanza; occorre avere attenzione alla formazione democratica dei poliziotti.Sono necessarie riforme profonde anche dal punto di vista dell’organizzazione, della struttura e della cultura della polizia.
22. La salute è un bene comune.
Noi consideriamo la salute un bene comune che riguarda e coinvolge l’intera società: è un fatto di cultura ed educazione, di economia e stili di vita, di ambiente e relazioni collettive. Di rapporto equilibrato con la natura. Il diritto alla salute deve essere garantito per tutte e tutti coloro che vivono sul nostro suolo, non deve essere oggetto di tagli indiscriminati ma sostenuto efficacemente in termini di estensione del servizio e della qualità, in modo da non ridurlo al calcolo triste costi-benefici, a una tecnicizzazione che cancella la qualità pubblica, la relazione umana fra medico e paziente, la dimensione olistica della cura; non deve ridursi alla misurazione quantitativa della prestazione o alla distribuzione consumistica di farmaci, al servizio di un’industria farmaceutica che si nutre di brevetti e di profitti. La cura della salute è cura di relazioni umane e naturali.
23. Internet e software liberi, copy-left.
Il sapere è uno di quei beni che non vengono distrutti, non si consumano quando vengono consumati. Anzi la produzione di sapere e la sua diffusione aumentano il livello di conoscenza e cultura collettiva, che è un fatto di cooperazione sociale, di scambio e circolazione di materiale e immaginario. Scuola, università, e tutti i luoghi pubblici di produzione della conoscenza hanno bisogno di relazioni aperte e cooperative, non competitive o proprietarie. Il modello è Linux, non Microsoft. Occorre sostenere la diffusione del software libero, dei sistemi opensource. Occorre liberare la comunicazione e il sapere da quelle nuove enclosures che sono rappresentate dalla privatizzazione delle conoscenze e delle istituzioni culturali, dal sistema dei brevetti e del copyright.
24. Liberalizzare le droghe leggere.
Liberalizzazione immediata delle droghe leggere e relativa tassazione (dalla quale si possono prevedere entrate per 5 miliardi annui), da destinare al reddito minimo di cittadinanza. Con l’obiettivo anche di ridurre il cash flow della borghesia criminale che sta conquistando spazi enormi di mercato nel nostro paese. Scarcerazione di tutti coloro che sono in carcere per reati di spaccio di droga con pene inferiori ai quattro anni, con utilizzo degli “arresti domiciliari” e dei lavori socialmente utili.
25. Stampa libera dai poteri forti e dall’immaginario volgare.
Vogliamo un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi, per garantire la democrazia costituzionale dall’invasione colonizzante dei media e dei poteri forti, che mirano a ridurre lo spazio del libero confronto politico, per costruire sulla“solitudine globale” prodotta dalla disgregazione economica e culturale della società, posizioni di potere libere da ogni controllo, modelli volgari di immaginario iperconsumistico, rassegnazione e affidamento a leader “carismatici” prodotti sul mercato politico secondo strategie commerciali.
DOCUMENTO approvato dal Comitato operativo di ALBA- 26 novembre 2012-11-26
Questa è una mia lettura della questione, la lettura di un cosiddetto “gentile”. Non esiste una versione condivisa, ufficiale, incontestabile.
L’America e Israele hanno una cosa in comune: sono nati già formati come stati, come Atena dalla testa di Zeus. Sono entità giuridiche “artificiali”, sorte prima che al loro interno si affermasse l’idea di nazione (contestata fin dall’inizio e a lungo), ispirate ad ideali laici e mai omogenee (gli ebrei sono geneticamente e culturalmente molto più eterogenei di qualunque altro popolo europeo). L’Unione Europea è nata allo stesso modo: sta assumendo una forma statuale senza che ancora esista una coscienza nazionale europea. [Sarebbe bello saltare un po' di passagi problematici ed arrivare subito ad una coscienza planetaria umana]
Purtroppo, l’incubo della Shoah e il prevalere delle forze più “sbrigative” (benevole nei confronti del terrorismo sionista) hanno sconfitto la visione di Martin Buber e di tanti altri ebrei diasporici: “Buber si è sempre battuto affinché il giovane Stato ebraico riuscisse a realizzare al suo interno la coabitazione armoniosa tra arabi e israeliani: uno Stato «binazionale», federalista, laico, non etnico, in cui ebrei e palestinesi fossero «semiti fra i semiti», due soggetti distinti ma capaci di conoscersi e cooperare”.
Chi sostiene che fosse inevitabile è in mala fede o malato di cinismo. C’erano (e ci sono ancora) interessi forti, ostili alla decolonizzazione del Medio Oriente, che già pensavano alla trasformazione di Israele in una ferita che non doveva mai rimarginarsi e che poteva essere impiegata come veicolo di destabilizzazione e di egemonia in un’area ricca di risorse e geostrategicamente cruciale (Mediterraneo, Suez, Oceano Indiano). [si veda anche la condanna da parte di Buber dell'alleanza con l'imperialismo britannico]
Tornando al merito della questione, il popolo ebraico ha sempre pensato di poter fare a meno di uno stato, fino all’Olocausto, quando si è reso conto che gli stati laici o cristiani non li avrebbero tutelati e che solo un potere sovrano nelle loro mani poteva difendere gli ebrei, anche con la forza delle armi. Israele è stato pensato per essere uno stato laico, secolarizzato, multietnico (sebbene a maggioranza ebraica, ma gli arabi israeliani costituiscono oltre il 20% della popolazione e l’arabo è una delle due lingue ufficiali).
È stata la cattura cognitiva della sinistra israeliana da parte di una destra nazionalista e amica degli ortodossi che ha gradualmente sovrimpresso la nazione Israele – un idolo da venerare – all’idea di uno stato laico che si voleva dotare di una costituzione laica che riconoscesse pari diritti ai cittadini arabi (musulmani e non) e cristiani – progetto osteggiato da David Ben Gurion che non voleva inimicarsi gli ortodossi. Negli ultimi anni le cose sono peggiorate; per i musulmani, per i cristiani e per gli israeliani non-ebrei ortodossi:
“I recenti scontri fra la polizia e le componenti estreme dell’ebraismo ultraortodosso, con tanto di emblemi dell’Olocausto branditi a fini politici, hanno riaperto antiche ferite fra l’anima laica e quella religiosa d’Israele. Gli ortodossi stanno suonando gli shoffar, i corni degli arieti, con quel suono desertico che ha cinque millenni di storia, e dichiarano di fronte alle telecamere che mai si sono sentiti così forti: lo stato laico dovrà fare i conti con loro. A sinistra, come ha fatto la colomba Yossi Beilin sul giornale Israel Hayom, c’è già chi propone di dividere le città contese, come Beit Shemesh, fra la zona laica e quella iper religiosa. Una sorta di apartheid territoriale ben vista anche dal premier di destra, Benjamin Netanyahu. Israele è oggi scisso fra due popoli, quello religioso e quello laico, la cui reciproca insofferenza, la mutua denigrazione quotidiana, la rabbia, prima produssero l’assassinio di Yitzhak Rabin e poi innumerevoli episodi fra cui quello di oggi è il punto d’arrivo. Negli ultraortodossi prevale un sentimento di frustrazione e addirittura di oppressione, come se abitassero in un paese straniero e fossero esuli in patria. Nelle loro strade, dove si vive come nello shtetl ucraino del medioevo, è fisicamente palpabile la sensazione di assedio da parte di un mondo che loro ritengono blasfemo e immorale: “Se vivessimo in America sarebbe logico”, vanno ripetendo, “ma nello stato ebraico la sofferenza è atroce”. Il loro motto è: “Prima la Torah, poi lo stato”.
La loro ipoteca demografica sul destino del paese è tale che anche il premier Netanyahu, pur condannando le proteste, ha invitato a “non generalizzare sugli ultraortodossi”. Sul Jerusalem Post l’ex rabbino capo dell’esercito, Avichai Rontzky, ha così spiegato la guerra in corso: “La cosiddetta élite – ashkenaziti non religiosi che vivono nel mezzo del paese in quello che è noto come lo ‘stato di Tel Aviv’ – percepisce la propria posizione minacciata dalla comunità nazionale religiosa”. Lo stato ebraico sta diventando sempre più religioso. Lo dicono i numeri e il peso politico dei partiti di ispirazione religiosa. Persino la città simbolo della laicità israeliana, la soleggiata e meridionale Eilat, sta vivendo un boom di sinagoghe senza uguali…Recentemente l’Università di Haifa ha rilasciato un rapporto choc: “Israele 2010-2030, verso lo stato religioso”. Arnon Sofer, autore dello studio, ha detto che la vera guerra demografica non è fra arabi ed ebrei, ma fra la nuova minoranza ebraica laica e la maggioranza ebraica religiosa. Alla Knesset Sofer ha detto: “Il paese avrà una leadership religiosa nel 2030. Oggi ci sono 700 mila nazionalisti religiosi e 700 mila ultraortodossi. Entro pochi anni, le comunità avranno due milioni e mezzo di membri. Gli unici figli delle famiglie laiche sono i ‘puppies’”. Tradotto: due genitori, un figlio e un cane. Otto sono i figli in media per ogni famiglia ultraortodossa”.
Alba Dorata – Italia ha il piacere di comunicare che in data 25/10/2012 si è costituito il Partito politico “Alba Dorata” ed esso è stato registrato ufficialmente presso l’Agenzia delle Entrate di Trieste.
Alessandro Gardossi, Segretario politico di Alba Dorata Italia
E Vendola che dice “o me o Casini”? D’Alema sorride. Poi: «Io sono molto rispettoso della propaganda, è una parte della politica, ma non può sostituirla».
Simone Collini intervista Massimo D’Alema, l’Unità, 6 novembre 2012
Salvo grosse sorprese (che coi sondaggi sono sempre possibili), alle primarie del PD (“di coalizione”) Nichi Vendola non riuscirà a conquistare neppure i voti di chi ha votato Sinistra e Libertà. Gli volteranno la schiena persino i “suoi”. Di settimana in settimana, invece di aumentare i suoi potenziali consensi, li perde. La gente non ti vota solo perché “sei un bravo ragazzo dalla faccia pulita”. Ci vuole una visione strategica convincente. Quella di Vendola, evidentemente, non lo è. In Francia, tutti i sondaggi danno Hollande in caduta libera. Stesso discorso anche qui. Ha battuto di poco un presidente odiatissimo come Sarkozy: gli elettori di sinistra francesi sono stati costretti a votare per il meno peggio (un notabile convinto che il sistema vada bene e necessiti solo di alcuni correttivi). Ora lo stanno punendo.
Questi sono politici che non hanno ancora capito che il vento è cambiato: milioni di persone soffrono, hanno capito che i loro sacrifici peggiorano le cose invece di migliorarle e si avviano alla rivoluzione o al colpo di stato (come constatava ieri sera un ufficiale di polizia intervistato su La7). Pensare di poter convertire alla sinistra una parte dell’establishment non è solo velleitario, è irresponsabile, perché serve a rendere ancora più concreta la prospettiva dell’insurrezione. Se non è successo in Grecia è solo perché Syriza tiene ancora accesa la fiammella della speranza in un’alternativa al neoliberismo, con un voto anticipato nel 2013.
Per Hollande e per Vendola vale purtroppo un’analisi sconfortante: o sono degli illusi o sono dei cinici. In condizioni normali, cinismo ed autoinganno non portano necessariamente alla rovina un leader e i suoi seguaci. Nelle condizioni attuali…Vendola sta commettendo un vero e proprio suicidio politico e nessuno è stato capace di fermarlo.
Al momento, la mia impressione è che la sconfitta di Vendola e la vittoria di Bersani o Renzi, che sono leali al montismo, possa rivelarsi salutare per la sinistra, perché servirà a far risuscitare negli italiani la voglia di dire e fare cose di sinistra. A quel punto il PD subirà una scissione di considerevoli proporzioni (ha già perso oltre la metà dei voti in Sicilia e il suo candidato condiviso con Casini ha vinto con 250mila voti in meno rispetto alla Finocchiaro del 2008, che aveva subito una cocente sconfitta, prendendo appena il 30% dei voti contro Lombardo).
Il problema più serio è: siamo ancora in tempo?Se la guerra in Medio Oriente si estenderà e se il tasso di disoccupazione non scenderà (quello reale, non quello ufficiale) allora le proteste oceaniche del 2012 saranno solo un aperitivo, purtroppo.
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Nichi nella trappola delle primarie – Enrico Grazzini (Il Manifesto)
31/10/2012
[…].
Puntando esclusivamente sull’alleanza elettorale con il centro-sinistra per andare al governo, e addirittura presentandosi come futuro premier del prossimo esecutivo, Vendola ottiene certamente un successo mediatico; ma purtroppo contribuisce oggettivamente ad emarginare dalla scena politica nazionale le istanze delle formazioni politiche d’opposizione e soprattutto dei numerosi e molto significativi movimenti che, come quello per l’acqua pubblica e contro il nucleare, hanno sempre fatto le loro battaglie al di fuori, e spesso anche contro, il centro-sinistra e lo stesso Pd. Proprio questi movimenti costituiscono la base per una possibile aggregazione di sinistra che sia veramente in grado di contrastare efficacemente la politica dei governi conservatori e neo-conservatori, a differenza di quanto ha fatto finora il centrosinistra.
Non illudiamoci: considerata la sua cultura e la sua pratica politica, di fronte alla crisi che precipita, il centrosinistra al governo, con o senza Vendola, non potrà – e non vorrà neppure – invertire la rotta rispetto alle politiche classiste di austerità e di recessione impostate dal governo Monti. Su questo credo che esistano pochi dubbi. Anche se il Pd diventasse il primo partito italiano, considerando la sua natura molto moderata, quasi centrista, e considerando che è ormai paralizzato da diverse e contrastanti correnti, come quella ex comunista, quella cattolica, quella cosiddetta liberal-socialista, quella rottamatrice di Renzi, non potrà (ammesso ma non concesso che lo voglia) opporsi alle potenti forze neo-conservatrici nazionali ed europee che sostengono il governo Monti.
Del resto è facile ricordare che anche nei due decenni passati le forze di centro-sinistra in Italia sono state quasi del tutto inefficaci di fronte ai governi berlusconiani che tutte le democrazie occidentali consideravano addirittura ridicoli. Ricordiamoci che Berlusconi è sempre stato forte proprio a causa della inettitudine politica della sinistra tradizionale italiana, che non è riuscita mai a batterlo realmente, neppure sul terreno del palese e clamoroso conflitto d’interessi, anche quando Prodi era al governo. Non a caso Berlusconi ha sempre reputato che il suo vero avversario fosse la magistratura e non la sinistra italiana. E comunque non è stata certamente neppure la magistratura a fare sloggiare Berlusconi e il suo dubbio seguito dal governo, ma le forze politiche e finanziarie europee che, con il precipitare della crisi, non lo hanno più voluto perché rappresentava un cattivo debitore. Berlusconi è stato allora sostituito da Monti, che garantisce invece il pagamento del debito pubblico alle banche europee e americane. Questa è la realtà: il centro-sinistra italiano, a differenza di altre più coerenti e decise formazioni democratiche europee, non ha mai contrastato con un minimo di efficacia la politica conservatrice e rapace berlusconiana. La realtà è che Hollande ha sconfitto Sarkozy ma Bersani, D’Alema e Veltroni (per non parlare di Renzi) non hanno sconfitto Berlusconi. Solo il mite Prodi ha battuto Berlusconi, ma è stato mandato a casa due volte dai suoi stessi coinquilini di governo del centro-sinistra, prima da D’Alema e poi da Mastella.
Il passato ci insegna con evidenza e chiarezza che, nonostante quello che pensa Asor Rosa, purtroppo il centrosinistra non rappresenterà neppure nel futuro un argine di fronte alle forze della destra antidemocratica. Del resto Bersani lo ha ripetuto chiaramente più volte: la sua agenda politica prenderà il “meglio” di quella di Monti. Renzi confermerà anche il peggio. In tutti i casi non ci saranno svolte. Sul piano della politica economica il nuovo governo, anche se sarà di centro-sinistra, cambierà poco o nulla rispetto all’attuale, anzi potrebbe addirittura avviare politiche ancora più austere se le condizioni in Europa dovessero peggiorare, come è possibile. Sul piano dell’architettura costituzionale, che è decisiva per la democrazia, anche il Pd (come il Pdl) è a maggioranza per il presidenzialismo o semi-presidenzialismo, quindi per un esecutivo forte, per un governo poco parlamentare e per un sistema elettorale maggioritario che tagli fuori le minoranze. Non credo allora di essere eccessivamente pessimista affermando che purtroppo servirà a poco se Vendola arriverà terzo alle primarie dopo Bersani e Renzi. È invece molto dannoso che un leader molto seguito e stimato come lui non scelga di contribuire alla creazione di un fronte alternativo delle sinistre e dei movimenti.
Vendola avrà un’indubbia risonanza mediatica partecipando alle primarie; e questa eco – lo riconosciamo senz’altro – è e sarà utile e positiva per promuovere le idee di sinistra presso l’elettorato del Pd. Il problema però è che la sua adesione al centro-sinistra di governo si basa sostanzialmente su una clausola di esclusione verso la sinistra d’opposizione. Il tentativo di Vendola di partecipare al governo di centro-sinistra costituisce allora a mio parere un grave sgambetto alla possibilità, e anzi alla necessità, di costruire un fronte della sinistra alternativa di cui il paese ha bisogno, soprattutto in questa crisi devastante. Perché non fare anche in Italia come in Grecia e in Francia, dove le diverse e variegate formazioni di sinistra sono riuscite a trovare tratti omogenei, ad unirsi e a incidere sul processo elettorale gettando le basi per un’opposizione più forte alle politiche economiche e antidemocratiche della destra conservatrice?
Riflettiamo un attimo: sul piano puramente elettorale una formazione alternativa di sinistra che riuscisse a fare leva sui tratti comuni di forze certamente non così distanti – come i movimenti che difendono i beni comuni, la Fiom e parte della Cgil, Alba, i sindaci per il bene comune, Sel e Rifondazione Comunista, l’Idv di Di Pietro e perfino il Movimento 5 Stelle – che prima o poi diventerà grande e non potrà correre da solo -, una formazione che riuscisse a conquistare buona parte del vasto elettorato di sinistra e del vastissimo elettorato di protesta (il 45% dell’elettorato totale), non solo non sarebbe minoritario nel paese ma potrebbe addirittura nel tempo diventare la prima formazione politica.
A costo di apparire ipercritico, mi sembra che la politica di Vendola, che privilegia sempre il piano delle alleanze a quello della costruzione di una forza unitaria ma plurale della sinistra, porti ad accentuare le fratture, le divisioni e le debolezze della sinistra d’alternativa. Come ricorda giustamente Piero Bevilacqua, non è certo facile mettere d’accordo il dissonante e caotico arcobaleno della sinistra alternativa. Però a mio parere occorre tentare: il progetto è possibile e anche necessario se non vogliamo il tramonto definitivo della sinistra in Italia. Esiste la possibilità di un fronte comune dell’opposizione, anche perché tutti hanno interesse a unirsi per non scomparire. In una situazione di crisi verticale come quella che stiamo vivendo, nella quale perfino il comico Grillo è riuscito a costruire nel giro di pochi anni una nuova forza politica ed elettorale, non è impossibile avere successo nell’aggregare una sinistra alternativa ed ecologista che ha esperienze e bagagli politici e teorici certamente molto più ricchi. E’ indispensabile una bussola sicura nella notte della crisi, e purtroppo questa bussola non c’è e Nichi Vendola non contribuisce a crearla, e questo è tanto più negativo considerando che purtroppo la sinistra è già carente di una leadership all’altezza della situazione.
[...].
Il Pd, debole con il berlusconismo, come ora con il montismo, non modificherà la sua traiettoria centrista.
E Vendola con le primarie non gli farà cambiare idea.
Bersani > Antonveneta, Monte dei Paschi Renzi > CL, Opus Dei, neocon americani (Ledeen) Vendola > firmo un impegno con gli elettori che poi ripudierò perché tanto è sbagliato e quindi non vale Puppato > l’aborto però
OPPURE TABACCI
Il Compagno Bruno indica a Bersani la strada verso il socialismo reale. Si può fare!
Marco Revelli (co-fondatore di Alba) scrive: “Certo, Nichi Vendola mi è più simpatico di Pierluigi Bersani, e naturalmente di Renzi. Ma non vorrei “impegnarmi” a votare poi per il PD di Renzi o di Bersani – di Monti in filigrana – quando uno dei due avrà vinto la gara e presenterà il conto. Sono uno che prende sul serio gli impegni sottoscritti – confessione per confessione, sono un “gobettiano” -, e forse non tutti sanno che andando oggi ai seggi si sottoscrive un impegno formale “a sostenere il centrosinistra e il candidato scelto dalle primarie alle prossime elezioni politiche”. In tanti faranno spallucce pensando che poi, passata la festa gabbato lo santo e chi li vedrà poi nel segreto dell’urna? Ma è una forma gesuitica di “riserva mentale” – o una forma residuale di tatticismo cinico – da cui deriva tanto del degrado e del discredito della nostra politica. Meglio cominciare da subito a segnarne un distacco ben riconoscibile”. http://www.soggettopoliticonuovo.it/2012/11/25/perche-non-voto-alla-primarie-marco-revelli-pubblico/
Il vendolismo è un’ideologia e, come tutte le ideologie, impedisce di percepire obiettivamente la realtà. La realtà è che Vendola, con il 6% di Sel e il 15% (se va bene) alle primarie, non conterà nulla, né è probabile che milioni di Italiani si convertiranno al vendolismo, se non l’hanno fatto negli ultimi 8 anni. Quindi, pensare che possa riportare il PD a sinistra è tanto efficace quanto credere che concentrandosi con tutte le proprie forze si potrà fermare una guerra o che il Torino vincerà lo scudetto perché è una squadra simpatica e se lo merita. D’altra parte cercare di dissipare queste illusioni avrà un unico effetto: quello di essere accusati di essere oltranzisti, aventiniani, menagrami, disfattisti, moralisti, ecc. L’unico risultato sarà che gli interlocutori termineranno il dibattito convinti che l’altro sia un fanatico, un illuso, un ingenuo, un intransigente o un sempliciotto, o tutte queste cose insieme. Il che è davvero triste. Un inutile, sterile duello tra ego.
NICHI VENDOLA ha sottoscritto questa carta d’intenti (PATTO DEI DEMOCRATICI E DEI PROGRESSISTI), definendola “alternativa ai pensieri conservatori di Casini”
* Il Fiscal Compact non può essere messo in discussione. Infatti l’impegno vincolante è quello di “assicurare il pieno sostegno, fino alla loro eventuale rinegoziazione, degli impegni internazionali già assunti dal nostro Paese o che dovranno esserlo in un prossimo futuro” e “appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona”.
Il Fiscal Compact è stato giudicato una politica suicida da 8 premi Nobel per l’Economia
* La Grande Coalizione è ineludibile: “I democratici e i progressisti s’impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni”.
Vendola ha sottoscritto un testo per nulla generico, con impegni vincolanti, che prosegue in quella direzione che ci guadagnerà la nomea di barbari da parte dei posteri:
Sottoscrivere questa carta vuol dire avallarla e vuol dire assumersi un preciso dovere nei confronti degli elettori. Perché l’ha fatto? Sta prendendo in giro i suoi elettori oppure quelli che non avrebbero mai votato SEL? Siete disposti a votare per un politico che dice una cosa e sottoscrive l’opposto? È questo il tipo di politico che dovrebbe arrestare la marea dei grillini? Oppure sono proprio quelli come lui che alimentano l’antipolitica?
È questo che vogliamo? Realpolitik a manetta? Cinismo sfrontato? Manipolazione dell’elettorato di sinistra per una “nobile causa”? La “trasparenza” e la “correttezza” di un retrovirus che si insinua in un corpo per mutarlo dall’interno?
Alexis Tsipras, che è una persona seria, non si sarebbe mai sognato di fare un’OPA sul PASOK, per poi trovarsi contro la nomenklatura del partito, complice del disastro greco, ed adeguarsi alla linea del partito o andarsene. Ma Tsipras, appunto, è una persona seria, che non prende in giro l’elettorato.Vendola è un opportunista ben disposto a svendere la coscienza in tutti i patti faustiani necessari a “salvare la sinistra”, “salvare il paese”, “salvare il Bene Comune”. Forse non se n’è ancora reso conto. Gli elettori italiani, che da anni si astengono dal votarlo (percentuali degne di Casini), evidentemente l’hanno capito.
Bersani e Renzi, per quanto spregevoli (Antonveneta, Monte dei Paschi, Cayman, Michael Ledeen), almeno non hanno mai nascosto da che parte stavano:
Ci devono essere delle linee che un politico non oltrepassa, che al solo avvicinarsi sente tremare i polsi e si ferma a riflettere e capisce che, se varca quella linea, nulla sarà più come prima, altri passi saranno possibili, legittimati da quel passo cruciale. Ci sono cose che non possono essere sottoscritte. Un programma che autorizza l’abominio della tortura socio-economica ai Greci ed agli altri PIIGS è una tale aberrazione morale che solo persone particolarmente confuse ed ottenebrate dall’utilitarismo più spinto, quello iniettato nella società dai darwinisti sociali che oggi chiamiamo neoliberisti, potrebbero sottoscrivere in vista di una “finalità più nobile”.
Obama, almeno, alla consegna del Nobel per la Pace, aveva ammesso che la guerra è necessaria. Vendola – come Hyde e Jekyll – si è sdoppiato: c’è un Vendola che condanna senza mezzi termini quel che l’altro Vendola sottoscrive “per il Bene Comune”.
Forse è lo stesso Vendola che da governatore della Puglia siglava accordi con Israele? Penso sia quello lì:
“Ti scriviamo perché le dichiarazioni che hai rilasciato sullo stato di Israele ci lasciano senza parole e perché ci preoccupa la tua intenzione di stringere relazioni economiche sempre più forti con uno stato che viola sistematicamente i diritti umani. Ci permettiamo di porti alcune domande, nella speranza che tu ci risponda, che tu ti ravveda delle dichiarazioni che hai fatto, e che tu decida di rivedere le scelte economiche che stai per mettere in campo…Non mettere anche tu gli interessi economici e geopolitici davanti alla faticosa costruzione della pace e della giustizia”.
Rifletteteci bene: chi vorrebbe votare per Renzi se non un elettore di centro-destra? Ma cosa ci fanno così tanti elettori del PD con idee e personalità di centro-destra? È semplice: si vergognano di ammettere di essere di destra. Non hanno il coraggio di dire al mondo e a se stessi: ebbene sì, sono di destra, dell’uguaglianza, della fratellanza e delle libertà altrui me ne importa davvero poco. Almeno in America si può essere orgogliosamente di destra. In Europa è imbarazzante.
Anzi, oggi pare si debba provare imbarazzo ad essere di sinistra (sinistra vera) e di destra. Il Grande Centro magmatico ha trionfato: la Grande Coalizione indistinta è dietro l’angolo. Il pensiero unico è già qui.
Massimo Gramellini, “Di’ qualcosa di sinistra”
“Alla domanda del conduttore di Sky su quale fosse la loro figura storica di riferimento, i candidati alle primarie del centrosinistra hanno risposto: De Gasperi, Papa Giovanni, Tina Anselmi, Carlo Maria Martini e Nelson Mandela. Tutti democristiani tranne forse Mandela, indicato da Renzi che, essendo già democristiano di suo, non ha sentito il bisogno di associarne uno in spirito.
Scelte nobili e ineccepibili, intendiamoci, come lo sarebbero state quelle di altri cattolici democratici, da Aldo Moro a don Milani, evidentemente passati di moda. Ma ciò che davvero stupisce è che a nessuno dei pretendenti al trono rosé sia venuto in mente di inserire nel campionario un poster di sinistra. Berlinguer, Kennedy, Bobbio, Foa. Mica dei pericolosi estremisti, ma i depositari riconosciuti di quella che dovrebbe essere la formula originaria del Pd: diritti civili, questione morale, uguaglianza nella libertà. Almeno Puppato, pencolando verso l’estremismo più duro, ha annunciato come seconda «nomination» Nilde Iotti. Dalle altre bocche non è uscito neppure uno straccio di socialdemocratico scandinavo alla Olof Palme.
Forse i candidati di sinistra hanno ignorato le icone della sinistra perché temevano di spaventare gli elettori potenziali. Così però hanno spaventato gli elettori reali. Quelli che non possono sentirsi rappresentati da chi volta le spalle alla parte della propria storia di cui dovrebbe andare più orgoglioso”.
La “democrazia bianca” (cf. Joel Olson, “Whiteness and the 99%”, 2011 – accessibile online per molte vie) è quell’accordo di compromesso (patto faustiano) siglato tra i ricchi ed il resto della popolazione bianca che assicura un certo numero di diritti e di privilegi ai bianchi (o ritenuti tali), a spese della popolazione non-bianca. È una sorta di secessione interna al genere umano che assegna un trattamento preferenziale ad una sua parte, creando la categoria “razza bianca” e condannando gran parte dell’umanità (inclusi i bianchi poveri: infatti è una truffa) ad un variabile grado di sfruttamento. Non sarebbe stato possibile se il modello di sviluppo del capitalismo oligopolistico (multinazionali e cartelli di banche d’affari) non fosse diventato il pensiero unico del nostro tempo.
È una truffa perché è ormai evidente che ci sono bianchi e bianchi (gli slavi, i greci e i napoletani sono considerati meno bianchi degli altri bianchi; i bianchi sotto la soglia di povertà sono grigi) e diversi colorati sono “meno colorati” degli altri e fanno di tutto per mostrarlo, diventando più bianchi dei bianchi (più realisti del re).
Moltissimi bianchi sono relegati ai margini e, negli Stati Uniti, vengono chiamati “white trash” (pattume bianco). Non esiste un analogo epiteto per neri, latini e musulmani, in quanto sarebbe superfluo, una ridondanza. Anche le donne bianche sono chiaramente subordinate.
Per molti il fatto di trovarsi comunque un gradino al di sopra dei colorati pare sia sufficientemente consolante: una sorta di contentino simbolico di qualche efficacia psicologica. In questo modo è stato possibile chiamare democrazia una società piramidale, fortemente oligarchica, che opera come una tirannia nei confronti di chi si trova alla sua base: una democrazia bianca, appunto.
L’elettore americano di colore può trarre conforto dal fatto che un meticcio di ottima famiglia sia arrivato a diventare presidente e quello tedesco di origini asiatiche può felicitarsi con se stesso che il ministro dell’economia e vice-cancelliere federale sia nato a Khanh Hoa, in Vietnam; ma il suo nome è Philipp Rösler ed è stato adottato da una famiglia tedesca all’età di nove mesi. È figlio di un ufficiale dell’esercito tedesco e di asiatico ha solo i tratti somatici.
Le presunte eccezioni confermano la regola: l’immigrato è pagato meno e licenziato prima. Se è donna le cose possono andare anche peggio. I suoi figli difficilmente riceveranno un’educazione pari a quella dei loro coetanei bianchi.
La legittimazione di queste forme di discriminazioni ha impedito che le classi disagiate (bianche e colorate) facessero fronte comune, presentassero delle precise rivendicazioni e riuscissero gradualmente a costruire una società meno iniqua e meno feroce verso i deboli, che si sostiene a spese dei molti. Il paradosso – che rivela una coscienza distorta, una falsa coscienza – è quello di vedere universali glorificazioni della libertà, ma non una libertà universale, bensì la libertà del più forte di imporre il suo arbitrio su chi si trova sotto di lui: licenziosità per pochi, prigionia per molti (colorati o meno). Se i leghisti si prendessero un po’ di tempo per ragionare lo capirebbero.
Per di più, questa stessa falsa coscienza induce i bianchi (specialmente se maschi ed eterosessuali) a credere che le loro istanze siano di carattere universale, mentre quelle degli altri sono particolari. Ci è voluta l’austerità neoliberista per far assaggiare a milioni di bianchi (ma non ancora abbastanza, apparentemente) il trattamento riservato a miliardi di colorati per tutta la loro storia. Si può sperare che, un giorno, sarà chiaro che quando parliamo di extracomunitari stiamo parlando di noi stessi, della comune sorte della specie umana e che battersi per un mondo migliore significa battersi per la pari dignità di tutti gli esseri umani, dato che solo così sarà possibile spianare un po’ la piramide sociale che ci accompagna e vessa dai tempi dei faraoni.
La democrazia bianca è l’espediente che fa sì che una maggioranza di bianchi trascorra esistenze insoddisfacenti (meccaniche) ed una stragrande maggioranza di colorati possa solo ambire a quelle esistenze insoddisfacenti, mentre una minoranza di bianchi e pochi colorati può continuare a comportarsi come se fosse parte di un élite di amministratori coloniali del pianeta.
Per sfidare la democrazia bianca con un nuovo movimento per i diritti civili occorre capire che battersi per chi è diverso da noi significa battersi per noi stessi: un mondo in cui le donne, gli omosessuali, i musulmani, i colorati, gli animali (notare che gli animali vengono appena dopo i colorati, in particolare se sono musulmani) e l’ambiente nel suo complesso sono tutelati è un mondo migliore per tutti e peggiore per quelle poche decine di milioni di persone che amano le piramidi, trovandosi alla loro sommità.
Al contrario, finché quel simbolico 99% resterà diviso, la civiltà umana e l’ecosfera non saranno mai al sicuro dal collasso.
a cura di Stefano Fait [e dedicato alla pasionaria Valegian]
“Credere sempre nel futuro, anche quando le cose vanno male”
George Lakoff descrive con efficacia la “cattura cognitiva” dell’area progressista da parte del pensiero neo-liberale nell’ultimo trentennio; il fenomeno per cui i progressisti, o buona parte di loro, hanno iniziato a pensare all’interno dei frame, degli schemi cognitivi, dei conservatori, e a parlare con il loro vocabolario, disattivando le proprie idee, valori e parole.
Occorre tenere il treno del cambiamento (della rivoluzione prossima ventura) sui binari costituzionali e del buon senso.
Il mio indirizzo riformista lo sto illustrando nella categoria “programma politico”.
Seguono interviste a gente che mi pare stia andando nella direzione giusta (né monarchica, né giacobina, ossia sobriamente rivoluzionaria). La volta scorsa i “girondini” come loro partirono bene e finirono malissimo. Questa volta partiranno malino e potrebbero finire per vincere. I prossimi due anni saranno decisivi. O ci si libera dalla dittatura dei mercati senza cadere nella brace di un qualche fascismo sobriamente postmoderno e globalizzato, oppure siamo fritti.
A differenza dei coordinatori di ALBA, mi pare evidente che non si possa sfondare elettoralmente senza un leader carismatico che abbia esperienza di partito. Syriza vincerà le prossime elezioni (2013, se ci saranno) perché ha Alexis Tsipras. La gente ha bisogno di persone in carne ed ossa in cui identificarsi, ha bisogno di eroi che si battano per loro: le idee sono fredde se non c’è qualcuno in cui incarnarle. Per questo i francesi non elessero quasi nessun illuminista all’Assemblea: cercavano dei rappresentanti pragmatici, non degli intellettuali. Perciò, se hanno intenzione di scollarsi dal 2-3%, ossia dalla marginalità ed irrilevanza, questi riformatori faranno bene ad individuare un giovane non rottamatore, possibilmente di aspetto gradevole, che sia un buon oratore e trasmetta simpatia, fiducia e desiderio di porsi al servizio della collettività, lealmente. Soprattutto, occorre che abbia fatto la gavetta in un partito o movimento di sinistra. Uso il genere maschile perché un uomo raccoglierebbe più voti, ma sarebbe anche opportuno che fosse associato ad una figura femminile carismatica, una co-leader che non abbia abiurato il suo femminino per prevalere in un mondo patriarcale (perciò non una Merkel o una Thatcher). Sono gli archetipi dell’eroe e della regina che possono catturare milioni di voti ed emancipare dalle prigioni cognitive, quando le condizioni sono favorevoli.Solo così potremo battere il trickster Matteo Renzi.
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“Il punto di partenza è l’appello «Cambiare si può», lanciato il 6 novembre. Un manifesto che conta 70 firme di peso e che ha tra i suoi promotori e organizzatori i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, l’ex magistrato Livio Pepino e lo storico Paul Ginsborg.
«Il sostegno al nostro movimento sta crescendo», dice a Lettera 43.it proprio Ginsborg, tra le anime della nuova iniziativa politica, «e sono in arrivo nuove adesioni importanti che per adesso preferisco non rivelare».
[…].
DOMANDA. Il vostro progetto, quindi, è una risposta alternativa anche al grillismo?
RISPOSTA. Sì. Non ci convince la forma di opposizione di Grillo, anche se ne condividiamo alcune battaglie come la forte denuncia alla Casta dei partiti.
D. Come pensate di recuperare gli astensionisti?
R. Mostrando loro che esiste un’alternativa dignitosa ai classici partiti. Parlo di una soluzione sobria. E lo posso dire da inglese d’origine, al contrario dello stimato premier Mario Monti.
[…].
D. È un messaggio rivolto anche a Nichi Vendola e alla sua alleanza con Bersani?
R. Sì perché il leader di Sinistra e libertà si è piegato alla linea del Pd che, neanche troppo velatamente, è di fatto quella di Monti.
D. Un dialogo con Renzi che ha dichiarato di voler interloquire solo con i cittadini potrebbe essere più facile per il vostro movimento? R. Assolutamente no. Da cittadino fiorentino, posso dire che Renzi è una persona dinamica e di grande capacità mediatica, ma anche superficiale sul piano dell’economia politica.
D. Porte chiuse al sindaco di Firenze, insomma?
R. Nutriamo forti dubbi su quanto di Renzi sia solo show e quanto sostanza.
[…].
D. Landini non vuole fare politica, ma il bacino dei voti Fiom è ambitissimo. Pensate di riuscire a intercettarlo?
R. Trovo corretto che un sindacato non si schieri. Che, poi, tra la Fiom e Alba in particolare esista un feeling è risaputo. Ma la nostra sfida è più ampia.
D. Cosa vuol dire?
R. Riuscire a parlare con operai, ceto medio, precari e disoccupati, tutti colpiti dalla crisi. E con loro stringere un’alleanza sociale e politica sui temi del lavoro e dei diritti.
[…].
R. Avremo un coordinamento centrale e, soprattutto, delle regole a cominciare dalla selezione democratica della classe dirigente e fino al limite dei mandati.
D. Sulla scia dell’esperimento di democrazia diretta di Grillo?
R. No perché anch’esso appartiene alla vecchia tradizione personalistica della politica italiana che va da Silvio Berlusconi a Umberto Bossi. Lo stesso comico genovese è un capo carismatico. Non a caso se sta incontrando delle difficoltà non è per eccesso, ma per assenza di democrazia.
Cambiare si può! Intervista a Ugo Mattei: “Tutti insieme per sconfiggere la stupidità neoliberista con la fattezza di Monti\Napolitano” – (www.controlacrisi.org) 9/11/2012
Intervistiamo Ugo Mattei, firmatario della campagna, giurista ma anche tra gli esponenti intellettuali che in questa fase politica stanno portando avanti proposte. Insieme a Paul Ginsborg, Stefano Rodotà, Paolo Cacciari, Luciano Gallino infatti Mattei è tra i fondatori di Alba (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente).
La sua firma è tra le adesioni alla campagna Cambiare si può! Noi ci siamo. Una campagna che molto probabilmente vivrà dell’adesioni degli stessi presenti in piazza il 27.Perché aderire alla campagna?
Io voglio a tutti i costi un cambiamento che reputo debba essere rivoluzionario per potersi far carico dell’ attuale fase, che non è di crisi ma di trasformazione strutturale del capitalismo (le crisi sono passeggere, questa dura ormai da cinque anni e non lo sarà). Quindi quando i miei compagni e fratelli torinesi Gallino, Pepino e Revelli me ne hanno parlato ho aderito con entusiasmo. Io non voglio lasciare nulla di intentato e voglio aiutare tutti i compagni che si oppongono in modo onesto e sincero al neoliberismo e al regime di Monti, che reputo fascistoide , e a cui occorre rispondere con un grande CLN (quello mi pare fosse embrionalmente in piazza il 27). Poiché coltivo la virtù del dubbio e non penso esista una sola strada giusta per resistere e sovvertire, partecipo a ogni azione. Ho partecipato ad Alba, giro l’Italia a portare amicizia e solidarietà alle occupazioni, sostengo il referendum su art.8 e art.18. In questa fase, contro i poteri più forti del mondo, bisogna tentare ogni strada, far sentire ogni voce, ognuno contribuire con tutte le sue forze nel modo in cui è più adatto. Tutti insieme per sconfiggere la tristezza e la stupidità neoliberista che ha la fattezza di Monti\Napolitano.
Cosa direbbe ai giovani e in generale agli italiani per avvicinarli a questa campagna?
Cambiare si deve!
Quali strade possiamo percorrere in questi mesi per divulgare al massimo la campagna Cambiare si può?
Occupare, resistere, trasformare! Io non sono un pubblicitario ma credo che si debba dire a tutti, anche a quelli come me che non credono affatto che esista una democrazia rappresentativa degna del nome, che votare si deve e si deve anche pretendere che ci sia qualcosa a sinistra da votare con gioia.
“Cambiare si può: una lista per il lavoro”. Intervista a Luciano Gallino – Salvatore Cannavò (Il Fatto Quotidiano)
8/11/2012
Può essere una lista fondata sui temi del lavoro e della crisi, in fondo non ne parla nessuno, nemmeno Grillo”. Il professor Luciano Gallino la presenta così la proposta di una lista della sinistra che è stata lanciata con l’appello “Cambiare si può” firmato da numerosi esponenti della sinistra intellettuale, sociale e anche da artisti e artiste. Accanto al suo nome si trovano quelli di Marco Revelli, Paul Ginsborg oppure Moni Ovadia e Sabina Guzzanti, operai della Fiom e esponenti No Tav oppure l’esponente del comitato No Dal Molin di Vicenza.
Chi sono i soggetti a cui guardate?
Non i partiti. Ci sono invece tante persone che si interrogano sul significato reale della crisi economica globale e hanno intenzione di scavare un po’ di più, di trovare risposte più concrete. Queste persone sono più numerose di quanto si pensi. La crisi ha morso in profondità e ha contribuito a far nascere numerosi interrogativi sulle bugie che vengono raccontate, su improbabili luci in fondo al tunnel o sul fatto che le responsabilità di tutto sarebbero della Germania.
Non ritiene che si tratti delle stesse persone attratte dal movimento di Grillo?
In quello che dice Grillo ci sono alcune cose interessanti. Quello che a me non va, però, è il tono sopra le righe, l’elemento aggressivo fino all’insulto e al disprezzo dell’avversario. Credo che ci siano molte persone attratte da quei temi ma non dai toni da commedia popolare.
È solo una questione di toni?
Non solo: se si guarda il programma del Movimento Cinque stelle, come giustamente invita a fare Travaglio, cliccando sul sito del movimento, si può osservare, ad esempio, che il M5S non parla di lavoro o di occupazione o di altri temi che figurano nel nostro appello.
Che rapporti avete, invece, con altri soggetti della sinistra?
Tra coloro che hanno condiviso e appoggiato l’appello c’è Paolo Ferrero, da cui si può essere distanti politicamente ma che dice cose di notevole concretezza sulla finanza e le politiche di austerità. Il problema è piuttosto rappresentato dai vari partiti che si alleano, si frantumano, si dividono. Non si sa mai bene con quale soggetto si ha a che fare. Punti di contatto ci sono con la Federazione della Sinistra e anche con Sel. In realtà ci sarebbero anche con gli elettori del Pd che sono cosa diversa dai loro dirigenti.
Quale sarà il rapporto con il centrosinistra?
La nostra lista è sicuramente a sinistra del Pd. Noi siamo disposti a confrontarci sui programmi ma le premesse non sono allettanti. Non c’è molto da attendersi dal Pd.
Nella lista ci sarà anche De Magistris?
Francamente non so risponderle. Vedremo nelle prossime riunioni, il 18 novembre e poi il 1 dicembre.
Arancione, l’alleanza «ragionevole», intervista a Luciano Gallino – Daniela Preziosi (Il Manifesto)
8/11/2012
C’è uno spazio elettorale fra le primarie, Grillo e il non voto?
Penso di sì. Girano umori e idee che non hanno punti di consenso se non nella protesta, nel dire «mandiamoli a casa tutti». Ma negli incontri, nelle conferenze, parlando con militanti anche del Pd ho l’impressione che gli elettori siano meglio di quelli che li rappresentano. Ma bisogna offrir loro un’idea di paese diverso. Certo, senza farsi l’illusione di richiamare fiumi di elettori.
Fiumi che si dirigono verso le liste di Grillo. Che però ha un know how mediatico furbo, dalle traversate a nuoto al divieto di andare in tv. Come pensate di fargli concorrenza?
Il nostro manifesto contiene idee, andranno in giro con la forza delle loro gambe. Nessuno di noi pensa di fare nuotate, neanche in un fiume. Avvieremo una discussione con altri mezzi. È un processo già partito. Si tratta di capire fino a che punto i decibel e i pixel abbiano la meglio sui ragionamenti. È la nostra scommessa. C’è ancora in giro gente che guarda alla sostanza.
Il grillismo è solo decibel e effetti speciali?
No, un po’ di sostanza c’è. La polemica contro i partiti, l’insistenza su questioni locali, il no alle grandi opere, l’attenzione all’economia al di là dei titoli dei giornali. Se questi temi fossero proposti con voce normale capiremmo se la presa sugli elettori è per il tono o per quello che dicono.
[…].
Lei è lo studioso che ha parlato della «cattura cognitiva» della politica da parte dell’ideologia dei mercati e della finanza. Come farete a combattere la battaglia per la liberazione da questa «cattura»?
C’è un grosso impegno culturale da assumere, ed è quello che faremo. Faccio un esempio: l’articolo 8 della legge Sacconi è una bomba nucleare sul diritto del lavoro. Permette di derogare a tutta la legislazione sul lavoro, e come altre leggi, è passato quasi senza opposizione. Ma paradossalmente permette di derogare anche alla legge Fornero: innescando una circuito dantesco. C’è un fatto culturale da ribadire contro gli infiniti peana per Marchionne e contro la «solitudine dei lavoratori» di cui ha scritto Giorgio Airaudo (responsabile auto Fiom, ndr): la centralità del lavoro nella Costituzione. L’articolo 4 dice che ogni cittadino ha diritto «al» lavoro. In quella preposizione c’è un dato sconvolgente: non parla del diritto del lavoro che si ha, ma il diritto «a» avere un lavoro. Invece in Italia da vent’anni si fabbrica precariato. Non si fa conversione, non si fanno progetti che possano creare nuovo lavoro. Sarebbe bello vedere messo in pratica qualche articolo della Costituzione.
Crede che il centrosinistra Pd-Sel sia «cognitivamente» catturato?
Se prima lo era al 90%, può darsi che adesso lo sia all’86. È possibile che ora sia scesa la percentuale.
Ovvero tutte le cose che il PD trentino e quello italiano hanno rinunciato a dire.
NEOLIBERISMO
Stiamo subendo le conseguenze del collasso del sistema finanziario globale, causato da decenni di politiche neoliberiste all’insegna dello slogan “stato piccolo – mercato grande”. Slogan fenomenalmente stupido ed ipocrita.
Stupido perché nessuno vorrebbe vivere in una società in cui concentrazioni inaudite di poteri privati non trovano ostacoli e i servizi essenziali sono nelle mani di persone che aderiscono unicamente al criterio del profitto.
Ipocrita perché non appena il mercato ha cominciato a divorare se stesso e le banche d’affari hanno rischiato di capottare, sono subito ricorse agli aiuti di stato, ossia hanno chiesto soldi a quegli stessi cittadini che avevano rovinato con la loro irresponsabilità ed avidità. I finanzieri, che hanno fruito del maggior programma di assistenza sociale della storia (come minimo 550 miliardi di euro, secondo la Banca d’Inghilterra, una cifra in costante crescita), ora danno la colpa ai cittadini e li definiscono “parassiti del welfare” ed allo stato, che accusano di non essersi sufficientemente ristretto. Quando chiedono che lo Stato si astenga dall’intervenire, intendono dire che non deve azzardarsi a ridistribuire il benessere dai ricchi ai poveri. Giustizia sociale, per loro, è quando i ricchi diventano sempre più ricchi (salvo ricevere aiuti pubblici quando sono nei guai) ed i poveri sempre più poveri. I ricchi non sono mai parassiti, i poveri lo sono sempre. Sozialschmarotzer (parassiti sociali) li chiamano nei paesi di lingua tedesca, un termine il cui radicamento nelle persecuzioni anti-giudaiche dei nazisti non sembra aver interferito con la sua diffusione.
È come se un piromane riuscisse a convincere le persone che i veri responsabili degli incendi sono i pompieri perché, guarda caso, ogni volta che c’è un incendio loro sono nei paraggi e gli stessi cittadini, perché si ostinano a voler cucinare e riscaldarsi. Il colpo da maestro è però quello del piromane che convince la gente di essere la persona giusta per difendere i boschi.
Per sopramercato, i banchieri hanno fatto in modo che i termini della restituzione dei crediti fossero così feroci, da rendere pressoché sicuro il fallimento dei paesi debitori, senza che le banche dovessero pagare dazio per aver sbagliato i loro investimenti, come succederebbe a una qualunque impresa privata, nello spietato universo morale da squali che loro stessi encomiano (come se avessero una qualche speciale immunità che garantisce solo vantaggi ed esenta da ogni svantaggio).
Il fiscal compact inserito nella costituzione ha di fatto reso illegali le politiche social-democratiche imponendo il pensiero unico neoliberista. Che siano stati solo gli economisti e non i politici di sinistra a notarlo testimonia dello sconsolante stato della sinistra europea (con l’importante eccezione della Francia).
Intanto un’élite di circa 100 milioni di privilegiati (Giannuli 2012) sta prendendo le distanze dal resto dell’umanità, alla deriva in un oceano di miseria, disoccupazione, caos, estremismo ideologico e fanatismo religioso. Non contenti, seminano zizzania. Come l’ex banchiere della Bundesbank, Thilo Sarrazin, ideologo di riferimento dei Freiheitlichen sudtirolesi, autore di un manifesto del nuovo razzismo che pare sia il saggio più venduto in Germania dai tempi del Mein Kampf. Le sue tesi sono a dir poco aberranti ma in linea con ipotesi “scientifiche” in voga il secolo scorso, quando genetica ed antropologia erano discipline agli albori e quindi maggiormente soggette a strumentalizzazioni razziste: gli ebrei sono una razza separata dalle altre, con dei geni distinti che li rendono speciali; turchi e musulmani in generale sono mediamente meno intelligenti dei tedeschi ed il loro corredo genetico diluisce ed impoverisce quello dei tedeschi”, “sono anche in larga misura incompatibili con la civiltà germanica” e “hanno troppi figli rispetto ai tedeschi, che dovrebbero sentire il dovere patriottico di riprodursi per tener testa a questo assalto”. I nazisti, un tempo, rivolgevano agli ebrei le stesse accuse che Sarrazin riserva a turchi e musulmani. Al di là di qualche generica protesta da parte di Angela Merkel e pochi altri – che peraltro non hanno fatto mancare la rituale condanna del multiculturalismo –, è mancato quel soprassalto delle coscienze che ci sarebbe stato in altri paesi, ma soprattutto in una società in cui, in teoria, si sarebbe dovuta sviluppare una particolare sensibilità ed immunizzazione nei confronti di certi toni ed argomentazioni, dati i precedenti. Addirittura, secondo vari sondaggi, una porzione che oscilla tra il 10 ed il 20% degli elettori tedeschi sarebbe disposta a votarlo se si presentasse alle prossime elezioni. È desolante che la libertà d’espressione sia impiegata dai populisti per rendere accettabile e persino rispettabile l’odio ed il disprezzo per il prossimo, senza che una nazione senta il bisogno di fare un esame di coscienza, intossicata com’è dall’eccitazione per la transitoria crescita in controtendenza.
Sarrazin, che è ancora membro del partito socialdemocratico tedesco, ossia un esponente del centrosinistra (!), ha poi rincarato la dose con un secondo saggio in cui, sorvolando sulle responsabilità (irresponsabilità e manipolazioni) delle banche tedesche (è stato un banchiere, in fondo) e delle politiche economiche tedesche ostili a tutti gli altri paesi europei (è un economista tedesco, in fondo), assegna tutta la colpa della crisi a Irlandesi e Mediterranei (gli stessi popoli che, guarda caso, erano considerati razzialmente inferiori quando raggiungevano le coste degli Stati Uniti) ed auspica che siano lasciati fuori da un futuro progetto di integrazione in senso federale (ossia abbandonati alla mercé degli avvoltoi finanziari). Anche questo secondo saggio, com’era facile prevedere, ha incontrato i favori dei separatisti sudtirolesi che, come i loro colleghi bavaresi, sono sempre lieti di poter alludere ad una qualche superiorità congenita del proprio Volk, pur non potendo adoperare pubblicamente il vocabolo “razza”.
L’ISLAMOFOBIA È L’ANTISEMITISMO DEL VENTUNESIMO SECOLO: Thilo Sarrazin ne è l’epitome: i musulmani sono dei parassiti, vivono in Germania ma sono un corpo estraneo, non creano o producono alcunché di valore ma solo degenerazione, non sono leali alla Germania ma a forze esterne ed ostili che vogliono controllare la nazione e l’Europa. Qualche decennio fa questi stessi discorsi si potevano ascoltare nelle birrerie bavaresi ed austriache, con gli ebrei al posto dei musulmani
È più facile che una gomena passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel regno di Dio.
Marco 10, 25
L’integralismo cristiano rappresenta l’esatta antitesi del messaggio di Gesù il Cristo. Ogni singolo principio trova la sua negazione: assenza di compassione, comprensione, altruismo e tolleranza (Giovanni 11, 33-3; Giovanni 4:5-30; Luca 15:21-32; Giovanni 8:3-11; Matteo 5:42; Giovanni 13, 34), venerazione del potere e della ricchezza (Matteo 4, 4; Luca 9: 24-25), razzismo, xenofobia e particolarismo (Luca 10, 29-37), ritualismo (Luca 14, 5), superbia (Matteo 6:2-4), venalitàm egoismo ed avidità (Marco 11, 15-19), disprezzo per i poveri e gli umili (Marco 10: 45), falsificazione della realtà (Tommaso, 5; Luca 4, 1-13), feticismo della vita biologica a scapito di quella spirituale (Giovanni 18, 36; Matteo 10, 28; Matteo 20: 25-28), ecc. I fondamentalisti hanno sviluppato una teologia politica che rende legittimamente cristiano tutto ciò che Gesù aveva rigettato resistendo alle tentazioni di Satana. Gesù rifiuta perché sa che le varie profferte sono fuorvianti e corrompenti, dietro un’apparenza di stuzzicante appetibilità. Compiere qualunque azione sollecitata da Satana equivale a rendersi suo complice e servo. Le opzioni proposte sono inevitabili solo perché Satana vuol far credere e vuol credere lui stesso che lo siano. Non è certo Satana a dover stabilire quali siano le opzioni disponibili.
Satana è un controrivoluzionario: gli piacciono le gerarchie feudali, ma vuole essere lui il capo. Gesù predica l’uguaglianza, ossia l’abolizione di tutte le gerarchie. Satana parla di libertà, ma le sue azioni sono all’insegna della dominazione, della gloria, della fama personale. Non riconosce gli altri come suoi pari. Non è neppure più un mentitore patologico, è una menzogna ambulante, così innamorato di sé stesso da aver rinunciato ad interessarsi a Dio, da desiderare di esistere per conto suo, da credere di non essere mai stato creato. L’orgoglio, l’invidia, il risentimento, l’odio, la furia, la gelosia sono le sbarre della sua prigione infernale. Si sente vittima pur essendo la causa dei suoi mali e questo vittimismo perpetuo lo imprigiona e lo corrompe progressivamente. Non è davvero possibile avere un dialogo con lui, perché il suo intelletto è gravemente compromesso, è virtualmente reso autistico dalla sua assoluta preferenza per se stesso. Satana non è strutturalmente in grado di capire le argomentazioni di Gesù e quest’ultimo non è minimamente interessato alle profferte di Satana, che considera ben poca cosa rispetto a ciò che già possiede.
Questi sono indubbiamente anche gli attributi del fondamentalismo cristiano. Il singolare destino di Gesù è stato quello di dedicare la sua esistenza alla lotta contro l’idolatria, la guerra e la tirannia per poi essere trasformato in un idolo, in un pretesto per combattere guerre sante ed in un oggetto di culto teocratico.
Si è mai vista una tale perversa inversione di valori nella storia umana? Si proclamano cristiani pur affermando che il Discorso della Montagna va inteso in senso contrario: beati gli arroganti, i materialisti, i ricchi, i potenti, gli aggressori, i violenti, gli iniqui, gli spietati, i perversi, i guerrafondai, i persecutori, i mentitori. Tutto questo è possibile, nelle loro teste perché, pur essendo privilegiati, si sentono vittime e il risentimento controlla i loro pensieri ed azioni (come accadeva a Nietzsche, che proiettava la sua ombra interiore sugli altri). Sono paranoidi e si sentono circondati da nemici (poveri, immigrati, musulmani, ecc.) che vogliono la loro “roba”, costantemente sotto pressione – demografica, economica, sociale, culturale, razziale, ecc. Così, ai loro occhi, essere cristiano è sinonimo di essere bianco, prospero (o che si percepisce come tale), in lotta con il mondo inferiore e degradato. Se incontrassero Gesù o Martin Luther King li denigrerebbero, perché sono estremamente puntigliosi nel fare l’esatto contrario di quel che sta scritto nei vangeli. Della Bibba, è l’Antico Testamento che li trova in sintonia: la distruzione dei nemici, la punizione degli abomini, la proibizione di certi comportamenti umani, ecc. Sulle parole di Gesù diventano relativisti: condivisione, identificazione con i meno abbienti e i marginali, accettazione della diversità altrui, non fare agli altri quel che non vorresti che fosse fatto a te, e così via, sono precetti che li lasciano perplessi, che preferiscono contestualizzare. Sono loro a selezionare ciò su cui vogliono essere integralisti.
Ha spiegato la potenza del suobraccio,ha disperso i superbi nei pensieridel loro cuore; ha rovesciato i potentidai troni, ha innalzato gli umili;ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (Luca 1, 51-53)
Nessun accenno a messe in proprio onore, alla concentrazione di potere e di ricchezza, all’uso dei media e dei partiti per il proprio tornaconto, all’assidua frequentazione degli ottimati, a progetti di instaurazione di istituzioni post-democratiche nella Mitteleuropa. Nulla di tutto questo. Al contrario, Paolo chiarisce che è proprio la brama di denaro e potere ad essere la radice di ogni sorta di male. Quanto credibile può essere, domando retoricamente, una persona che si dice cristiana, sebbene contraddica quotidianamente e senza remore l’insegnamento di Gesù proprio sui principi che per lui erano essenziali?
Per un utile confronto, consiglio l’ottimo “Il santo Reich: le concezioni naziste del cristianesimo” di Richard Steigmann-Gall (Milano: Boroli, 2005).
FREIHEITLICHEN (separatisti sudtirolesi) e LEGHISTI: è incomprensibile come qualcosa non possa essere considerato troppo pericoloso od estremo solo perché non può essere paragonato al nazismo. Si può disseminare odio, violenza verbale e psicologica, indottrinare i ragazzini, minacciare il prossimo, minare alle fondamenta la democrazia, ma sarebbe politicamente scorretto e passibile di denuncia definirli razzisti, bigotti, fanatici, estremisti, meschini, ecc.
La destra radicale etno-nazionalista è necessariamente perdente, essendo eternamente minoritaria. Quando le sue idee vincono i suoi leader muoiono (es. Strasser e Röhm nella Notte dei Lunghi Coltelli), perché sono solo dei burattini usa-e-getta impiegati dall’establishment quando questi sente il bisogno di “rimettere le cose a posto”. Questa sarà la sorte dei Freiheitlichen e della Lega Nord.
UNIONE EUROPEA: L’economista Vladimiro Giacché, in “Titanic-Europa: la crisi che non ci hanno raccontato”, ha riepilogato il quadro desolante di questi mesi, per quanto riguarda il comportamento delle autorità europee (2012, p. 157): Chi avrebbe detto che proprio quell’Europa che pretende di insegnare la democrazia a tutto il mondo, e talvolta di esportarla con i bombardieri, avrebbe impedito a un governo di organizzare un referendum popolare sulle misure di austerity da assumere come è avvenuto in Grecia? Chi avrebbe mai considerato normale che l’esito delle elezioni in Portogallo fosse ritenuto irrilevante, perché comunque il programma da seguire era già stato scritto a Bruxelles e a Francoforte? E che dire dell’Italia, dove si è ritenuto un atto di alta responsabilità nazionale impedire che si andasse alle elezioni anticipate dopo il catastrofico fallimento di un governo, oltretutto ormai privo di maggioranza parlamentare? In questi anni in Europa è successo letteralmente di tutto. La guida di fatto dell’unione Europea assegnata a Francia e Germania senza che questo sia previsto da nessun Trattato. Una Banca Centrale Europea che non può fare il prestatore di ultima istanza perché i Trattati le legano le mani, ma che in compenso manda lettere minatorie a governi di Paesi sovrani, dettando il proprio programma di governo (per giunta sbagliato). Parlamenti ricattati e costretti a votare l’inserimento in Costituzione di norme assurde e controproducenti come il vincolo del pareggio di bilancio. Tutto ciò mentre l’Europa degli accordi intergovernativi si adopera per modificare (in peggio) i Trattati esistenti facendo accuratamente in modo che nessun popolo europeo possa esprimersi con il voto su di essi.
LA QUESTIONE TEDESCA: La Germania ha potuto beneficiare di due grandi condoni debitori (anni Venti e 1953) e salvataggi (bail out), a spese degli Americani (Piano Dawes, Piano Young e Piano Marshall), di politiche congegnate in modo da creare un surplus commerciale ai danni degli altri paesi membri dell’Unione, di decisioni della Banca Centrale Europea che immancabilmente recepiscono le sue direttive, come ad esempio il fissare tassi di interesse che favoriscono la sua economia rispetto alle altre, di salvataggi delle sue banche pagati con le tasse di altri paesi colpiti dalle bolle speculative create da quelle stesse banche, di interpretazioni o rivisitazioni delle norme dell’unione che assicurano la sua egemonia continentale. Come reagirebbero i tedeschi se qualcun altro si comportasse allo stesso modo, a loro detrimento? Quale sarà il prezzo che dovranno pagare in termini di danno di immagine quando le prossime generazioni potranno apprendere cosa è realmente successo (e non cosa si è fatto credere alla gente)?
ISRAELE: trovo rivoltante il risorgere di motivi antisemiti neppure troppo velati (banchieri ebrei responsabili della crisi, complotti sionisti, ecc.). Ciò non toglie che una lobby sionista a Washington e nei media americani esiste, è influente e purtroppo non fa i migliori interessi di Israele, dato che si astiene scrupolosamente dal criticare le decisioni dei vari governi israeliani. Né si può negare che Israele abbia subito una radicale metamorfosi, dalla Scandinavia giudea delle premesse al Texas giudeo della realtà contemporaneità: una potenza nucleare paranoica, razzista, violenza, integralista, segregazionista ed imperialista che marcia a spasso spedito verso un futuro estremamente cupo, se non addirittura verso la sua distruzione. È stupefacente che non ci si interroghi sulla ragione per cui la destra cristiana antisemita sia la più filo sionista e non se ne traggano le necessarie ed estremamente allarmanti conclusioni.
“La Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2);
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3);
“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4);
“La Repubblica…adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento” (art. 5);
“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7);
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” (art. 9);
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11).
Stiamo, al contrario, scivolando verso una società castale, ultra-oligarchica, semi-feudale, guerrafondaia – localmente e globalmente.
Chi non se ne rende conto è perché ha idealizzato la situazione, rendendola verosimile quando non lo è. Si è aggrappato a delle astrazioni, cancellando tutto quel che interferisce con lo scenario ideale che predilige.
La colpa ricade un po’ su tutti noi, anche se in varia misura. Abbiamo discusso astrattamente, abbiamo più o meno consciamente generato confusione e corruzione morale, abbiamo perso di vista la natura perversa di questo genere di società: non una brutta o pessima copia dell’ideale raffigurato nella Costituzione, ma una sua quasi puntuale inversione. Abbiamo imboccato il sentiero sbagliato e ora stiamo arrivando agli antipodi di dove dovremmo essere. Gli antipodi morali.
Ci siamo desensibilizzati, abituati all’idea del compromesso su ogni questione nodale, ogni sacrificio è diventato meno impensabile, i tabù si sono erosi progressivamente. Alcuni corruttori hanno mascherato le intense emozioni e brame che motivavano le loro posizioni dietro ad una cortina di parole, di fumo, di infide razionalizzazioni, di retorica menzognera e vuota. Hanno creato e commercializzato una fantasia, una realtà fittizia dove l’inversione dei principi costituzionali è l’unica scelta giusta, simultaneamente obliterando la realtà effettiva delle cose.
Una capacità di discernimento empatico intorpidita o disattivata dalla grancassa mediatica ci ha impedito di metterci nei panni degli altri e di riflettere su ciò che stiamo tollerando e sulle conseguenze di ciò che ci si ripromette di fare. Approviamo il male e tuttavia ci sentiamo innocenti.
L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle attuali circostanze emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione è diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora. Li accontentiamo mitemente, vittime come siamo della Sindrome di Stoccolma.
La nostra Costituzione esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità, all’onorabilità, all’umanità. L’Italia pretende da se stessa di non essere selvaggia, di non umiliare, di non terrorizzare, di non mutilare la dignità degli esseri umani. Anche laddove è costretta ad usare la forza, vuole imporsi di non trattare gli esseri umani come bestiame, come burattini, come automi, come infanti. Ripudia la brutalità, la manipolazione, la disumanità per dare un esempio al mondo, per rendere il mondo più a misura degli esseri umani come aspirano ad essere e faticano a diventare:
Noi certo sappiamo che la Legge è spirituale. Ma io sono un essere debole, schiavo del peccato. Difatti non riesco nemmeno a capire quel che faccio: non faccio quel che voglio, ma quel che odio. Però se faccio quel che non voglio, riconosco che la Legge [la Costituzione, NdR] è buona. Allora non sono più io che agisco, è invece il peccato che abita in me. So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ora, se faccio quel che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me (Paolo di Tarso, Lettera ai Romani 7: 14-20)
Oggi, però, le cose sono cambiate. Innumerevoli vizi umani stanno prendendo il sopravvento: sadismo, dispotismo, brama di potere, godimento nelle altrui umiliazioni sono amplificati in circostanze dominate dalla paura, dalla rabbia, dallo stress, dal pericolo, dal panico e dal terrore. Ogni passo successivo sulla via del degrado rende difficile difendere divieti e tabù che ci appaiono sempre meno stringenti.
Una società malata, controllata da forze incapaci di perseguire e realizzare il bene comune, produce esseri umani malati, moralmente ed intellettualmente disintegrati ed inconsapevoli di esserlo.
La perversione che ne scaturisce, condonata in nome di una presunta utilità sociale, acquista una vita propria e fa di tutto per non morire. È come se fronteggiassimo “L’invasione degli Ultracorpi”.
Questa perversione si nutre dei vizi umani e questo genere di cibo è sempre abbondante. Le strutture di potere che la legittimano, approvano, promuovono sono le stesse che tendono ad attrarre persone che bramano il potere di per sé, che hanno sviluppato un senso grandioso d’importanza, che coltivano fantasie di successo roboante, che si credono speciali perché sono in grado di portare a termine compiti che altri respingono, che hanno un livello di empatia ridotto e non sanno riconoscere l’uguale umanità altrui, fanno fatica ad identificarsi nei sentimenti e nelle necessità degli altri. Persone che, avendo scarsa coscienza, non ritengono di avere sbagliato, non sentono rimorsi ed accusano i critici di ipocrisia. Hanno una struttura della personalità estremamente solida e difficile da alterare. Non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni, se non nei termini del conseguimento dei loro obiettivi. Si sentono superiori in un mondo ostile che non li capisce perché è abbagliato da illusioni irrealistiche.
e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa
sono sepolte nel petto profondodell’oceano.
Ora le nostre fonti sono cinte dighirlande di vittoria,
le nostre armi malconce appese come trofei,
le nostre aspre sortite mutati in lieti incontri,
le nostre marce tremende in misure deliziose di danza.
Riccardo III
Arriverà anche quel momento e bisognerà pensare a cosa costruire sulle macerie.
Questi dirittidoveri non abbisognano di spiegazioni e giustificazioni, sono intuizioni morali spontanee il cui significato e cogenza possono sfuggire solo a persone prive di empatia o introspezione. In un ipotetico consesso di civiltà della Via Lattea esemplificherebbero l’ethos umano, sarebbero il nostro biglietto da visita, qualcosa di cui essere orgogliosi.
Il dirittodovere alla giustizia sociale ed all’equità
Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza.
La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale ma come una prospettiva sul mondo. Sono in una posizione di privilegio rispetto alla tua, ma è un accidente, un caso del destino e quindi un mio eventuale senso di superiorità sarebbe del tutto ingiustificato.
Non c’è giustizia se manca il riconoscimento della comune umanità e il desiderio di riparare ad un’ingiustizia occorsa ad un altro come se l’avessimo subita in prima persona.
Per questo la civiltà contemporanea sta affondando e dalle sue ceneri non dovrà nascere una fenice, ossia un clone del presente, ma un mondo nuovo e diverso.
Tanto per cominciare si dovrebbero adottare misure di seria e rigorosa regolamentazione dei mercati, di tassazione delle transazioni finanziarie e di contrasto al fenomeno dei paradisi fiscali.
Secondo un rapporto realizzato da un ex capo economista di McKinsey, James Henry, sulla base dei dati della Banca dei Regolamenti Internazionali e del Fondo Monetario Internazionale, ed intitolato “Il prezzo dell’offshore rivisto”, fino al 2010 i patrimoni dei super-ricchi di tutto il mondo nascosti nei paradisi fiscali ammontano ad una cifra che potrebbe raggiungere i 32mila miliardi di dollari, pari ad una volta e mezza la somma del PIL americano e giapponese. Le 10 maggiori banche hanno messo da parte un quinto del totale, nel 2010, quasi triplicando il gruzzolo di 5 anni prima. Miracoli delle crisi globali. Le mancate entrate derivanti da questa elusione fiscale sono enormi. La ricchezza sottratta ai paesi in via di sviluppo (in primis alla Russia post-comunista) negli ultimi 40 anni sarebbe più che sufficiente a coprire il loro indebitamento con il resto del mondo, con effetti decisivi sui flussi migratori. Il rapporto precisa che “il problema è che i beni di queste nazioni sono controllati da un ristretto numero di persone mentre i governi ridistribuiscono i debiti sui cittadini ordinari”. La somma calcolata è così colossale da lasciar capire che la misura dell’ingiustizia sociale dei nostri tempi è “drammaticamente sottostimata”. Quasi la metà di queste ricchezze è posseduta da 92mila persone, ossia circa lo 0,001% della popolazione mondiale. Finora i politici si sono ben guardati dal prendere l’iniziativa contro questa vero e proprio crimine contro l’umanità. Del resto ben 68 parlamentari britannici controllano o sono partner finanziari di imprese uffici, conti correnti e sedi in vari paradisi fiscali (inchiesta del Guardian, 2012).
Anche la Tobin Tax, la cosiddetta “tassa Robin Hood”, continuamente evocata, non è mai stata approvata. Colpirebbe le compravendite borsistiche che, a differenza di quelle ordinarie (merci, beni e servizi sono sottoposti all’IVA o ad altre imposte), sono gratuite. Innumerevoli miliardi di dollari ed euro di fatturato non tassato. Negli Stati Uniti erano tassate fino alla seconda metà degli anni Sessanta, poi questa misura fu abolita dal successore di JFK, Lyndon Johnson. Curiosamente, è proprio dagli anni Settanta che il divario tra i redditi dell’1% e quelli del 99% della popolazione americana prima e occidentale poi ha cominciato a crescere in modo molto sostenuto. Una tassa di un semplice 1% risolverebbe la colossale crisi del debito sovrano americana.
Il dirittodovere alla libertà ed all’autonomia
La libertà è lo svincolamento da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse ed anche contraddittorie.
La libertà è la dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della psiche e della coscienza. Essere libero, libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente.
Non c’è umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti. Ogni atto di autodeterminazione era bandito.
In una democrazia che rispetto libertà ed autonomia, io conto, le mie decisioni possono fare la differenza, perché sono mie; non sono trascurabile, la mia volontà ha un peso. Mi si devono delle spiegazioni, posso esprimere il mio parere, posso contestare quello altrui, ho diritto di poter ascoltare il parere altrui, di prendere parte alla vita della comunità. In questo risiede la mia dignità, nel fatto che sono imprevedibile perfino a me stesso; sono solo parzialmente determinato dal mio corredo genetico e dal mio ambiente socio-culturale; c’è qualcosa in me che è unico e che è in larga misura inespresso.
Sono un progetto, un lavoro in corso, posso e debbo riflettere su chi sono, da dove vengo e dove voglio andare. Posso scegliere, mi creo e ricreo ogni giorno e non sono un prodotto, un manufatto, una merce, un burattino, un automa. Posso trovare il coraggio di essere me stesso, di vivere consapevolmente e sento che questo enorme beneficio vale per tutti gli altri, che vivrei meglio in una comunità in cui tutti potessero farlo, senza violare l’altrui diritto di poterlo fare. Una comunità di persone libere e responsabili che si sforzano di consentire agli altri di essere nelle condizioni di poter esprimere e migliorare se stesse, di non nascondersi a se stesse ed agli altri, di cambiare, di desistere e ricominciare da capo.
Non sono la proprietà di nessun altro, neppure della mia comunità, di una casta, della società, di una multinazionale, o dello Stato. Nessuno mi può trattare come un bambino o un animale domestico se sono un adulto e mi comporto come tale. Ci sono dei confini che non devono essere violati, ho dei diritti inalienabili che mi permettono di procedere nell’elaborazione del progetto di me stesso, assieme agli altri, coralmente. Mi pongo al servizio del prossimo ma non sono a disposizione degli altri per qualunque cosa, eccezion fatta per le persone che amo ed anche lì con dei distinguo.
Devo poter vivere a modo mio anche se le mie scelte sono impopolari e magari persino considerate aberranti, purché non leda il diritto altrui di fare lo stesso e non danneggi il mio prossimo (ma non certo la sua sensibilità, che è un arbitrio e come tale non merita rispetto a prescindere dalle circostanze e dalla persona).
Il dirittodovere alla tolleranza
È più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza.
Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza. La persona tollerante è pronta ad includere nel principio di libertà l’altrui espressione anche di idee che personalmente ripudia.
Ciò non significa però che la tolleranza debba essere illimitata. Esistono dei principi fondamentali incastonati nelle nostre costituzioni che fanno sì che non si varchi mai quella soglia oltre la quale una democrazia non è più in grado di gestire un eccesso di pluralismo e sprofonda nell’anarchia, nell’anomia, nel caos.
Il dirittodovere alla democrazia ed all’uguaglianza
Democrazia è bello perché le decisioni sono più ragionate e precise, perché ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle, perché c’è maggiore prosperità, perché una società democratica è tenuta a difendere i suoi assunti fondanti: l’essenziale dignità dell’essere umano; l’importanza di proteggere e coltivare la personalità dei cittadini in un clima di collaborazione e non di divisione (pluralità unitaria); l’eliminazione di privilegi basati su interpretazioni arbitrarie ed esagerate delle differenze tra esseri umani; l’idea che l’umanità possa migliorare; la convinzione che i profitti debbano essere ridistribuiti il più possibile tra tutti ed in tempi ragionevoli; il pari diritto dei cittadini di far sentire la propria voce su questioni delicate (coesistenza del maggior numero possibile di opinioni, o pluralismo) e di decidere autonomamente chi li debba rappresentare; la premessa che i cambiamenti sono normali, possono essere molto vantaggiosi e vanno realizzati tramite processi decisionali consensuali (spirito del compromesso, suffragio universale) e non con la prevaricazione e la forza bruta.
La democrazia è un ambiente in cui, idealmente, ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, ed in cui nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e maestri, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui.
Il dirittodovere alla fratellanza (convivialità)
Il più grave errore commesso dai rivoluzionari francesi è stato quello di trascurare la fraternité, sacrificata in nome della lotta alla controrivoluzione, all’edificazione di un’utopia in terra sfociata nel Terrore giacobino, alla volontà di schiacciare il movimento indipendentista ed anti-schiavista degli Haitiani, all’idea di una repubblica campanilista e uniforme nella sua volontà che stava tanto a cuore a Jean Jacques Rousseau ed ai suoi discepoli, Robespierre e Saint-Just.
Rousseau ci offre un esempio particolarmente efficace di come si possa ripudiare l’anelito alla fratellanza continuando però a credere di battersi per il bene dell’intera umanità.
Orfano di madre dalla nascita e di padre dall’età di 15 anni, senza fissa dimora, Rousseau conduce l’esistenza di un nomade, legandosi a chi lo ospita, specialmente a figure materne. È straniero in ogni luogo e patisce questa condizione di precarietà ed estrema vulnerabilità. È ossessionato dall’altrui generosità, eternamente sospettoso di ogni dono, delle motivazioni degli altri, fino al punto da rifiutarli, per paura del fardello dell’obbligo di reciprocità. L’ospitalità lo fa sentire alienato, un eterno straniero nel mondo. C’è in lui una forte ambivalenza: ne ha bisogno ma odia il senso di dipendenza. È ingrato verso le sue protettrici, senza l’assistenza e l’ospitalità delle quali sarebbe restato nell’anonimato e magari persino deceduto prematuramente. Finisce i suoi giorni come un eremita, prediligendo la compagnia del suo cane a quella degli altri esseri umani e quella dei libri alla compagnia di un amico. Preferisce il visitare all’essere visitato, si sente ostaggio, non ospite; rifiuta i doni per non doverli ricambiare.
Immanuel Kant è l’opposto di Rousseau. Per lui mangiare da solo è malsano, nocivo (ungesund), equivale alla morte del filosofo, che perde vivacità ed acutezza, non potendo avvalersi del contributo stimolante di un punto di vista alternativo, quello dell’ospite al suo desco. Il filosofo che consuma il suo pasto da solo diventa autarchico, auto-referenziato, si auto-consuma (il proprio cibo, come le proprie idee, a ciclo continuo), disperdendosi (sich selbst zehrt) in ragionamenti circolari, idee fisse, vicoli ciechi. Perde il suo vigore, la vivacità dell’intelletto (Munterkeit). L’ospitalità è invece apertura al resto del mondo, all’altro, è una messa in discussione di se stessi, una breccia nel proprio egoismo. Per questo Kant sente il bisogno di avere sempre degli invitati al pasto, a costo di domandare alla servitù di invitare un passante a sedersi al tavolo con lui. La compagnia conviviale deve essere eterogenea ed includere dei giovani, per variare la conversazione e renderla più giocosa. Il piacere deriva dalla presenza di commensali con interessi diversi dai nostri: “non mi attrae chi ha già ciò che possiedo, ma chi mi può dare ciò che mi manca”, spiega il filosofo di Königsberg.
Al contrario, Rousseau non sa gestire la diversità, ne è allergico, vorrebbe controllarla. Non ama mangiare con gli altri: mangia un boccone alternandolo con una pagina di libro. L’ospitante, nei suoi racconti, è incline al dispotismo, all’assimilazione cannibalistica dell’ospitato. Per questo muore da eremita, in preda alle allucinazioni, vittima del peso del matricidio, l’uccisione della madre, l’ospitante per eccellenza.
Il sentimento di fratellanza è quello dimostrato dal buon samaritano. Non viveva per compiere buone azioni – aveva sicuramente altre occupazioni, nella vita –, ma le faceva quando si presentava l’occasione. Non era l’amore a guidarlo, ma la compassione. La regola d’oro, infatti, si applica in egual misura alle persone che si amano o con le quali esiste un rapporto amicale o di intimità e familiarità ed agli sconosciuti, agli stranieri, agli immigrati. Lo straniero bisognoso d’aiuto non lo incomoda, non è più straniero, non è etnicamente/razzialmente differente, non è meno reale e meno degno di lui. Straniero, vicino, amico: non conta. Lo Stato salvaguarda i dirittidoveri, ma è il samaritanismo dei cittadini che deve supplire alla sua inevitabile e anche necessaria ed opportuna (in quanto lo stato è comunque coercitivo) assenza.
Nel 2009 Walt Staton, un programmatore elettronico dell’Arizona, è stato condannato ad un anno di libertà vigilata per aver lasciato brocche d’acqua con scritto “buena suerte” (buona fortuna) sul percorso attraversato dai chicanos che entrano clandestinamente negli Stati Uniti attraverso la frontiera con il Messico. Dava da bere agli assetati in un’area in cui negli ultimi vent’anni, sono morti come minimo 5mila immigrati illegali, in gran parte per disidratazione.
L’accusa: aver inquinato il parco naturale Buenos Aires National Wildlife Refuge.
Libertà, uguaglianza e fratellanza: o trionfano unite, o restano solo sulla carta.
Il dirittodovere all’ospitalità (cittadinanza mondiale e beni comuni)
Umberto Curi, storico e filosofo all’Università di Padova e Maria Chiara Pievatolo, filosofa politica all’Università di Pisa, ci aiutano a comprendere la dimensione politica e giuridica del principio di ospitalità (Curi, 2010; Pievatolo, 2011) che ha come suo insigne pioniere nientemeno che Immanuel Kant.
Kant concepisce un diritto cosmopolitico fondato su un principio cardine, quello, appunto, dell’ospitalità universale: “il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro”. Questo perché “originariamente, nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della terra”. Anche per il filosofo di Königsberg siamo solo di passaggio su questo pianeta, la cui superficie sferica e finita fa sì che non possiamo evitare di incontrarci. Le nostre nascite sono del tutto accidentali, per quanto ne sappiamo. Siamo nati in un certo luogo piuttosto che in un altro e ciò non ci dà alcun diritto di reclamare un’area come nostra. Per lo stesso principio nessuno può rivendicare alcun titolo preferenziale a risiedere in un dato luogo piuttosto che in un altro. Se è vero, come è vero, che nessuno ha più diritto di un altro di essere titolare di una porzione di questo pianeta, poiché siamo tutti viaggiatori, allora la condizione originale dell’uomo è quella di una relazione aperta, di condivisione, che respinge ogni pretesa di esclusività. Il risiedere in un luogo, la delimitazione del proprio rifugio, santuario, riparo, non assegna alcun diritto di possesso. La superficie della terra e le sue risorse appartengono a tutti e a nessuno e non è pertanto inquadrabile nella logica del diritto d’uso esclusivo e meno che meno della proprietà privata. Non esiste una terra promessa ed un popolo eletto destinato a dimorarvi. Lo straniero per Kant è ospite e lo si allontana solo se crea problemi, ma non se ciò comporta la sua rovina.
Kant parla di diritto alla visita, alla mobilità, in nome della socievolezza e del destino comune (siamo su una stessa barca e non è grande): “diritto di possesso comune della superficie della terra”. Esclude il possesso esclusivo: “l’inospitalità è contraria al diritto naturale”. Per questo il diritto cosmopolitico non è una “rappresentazione di menti esaltate”. L’evidenza del fatto che la superficie terrestre è un possesso comunitario di tutti gli esseri umani – con tutti i diritti fondamentali che ne conseguono – è rimasta un’ovvietà per la quasi interezza della storia umana, ma non lo era per gli europei che massacrarono i nativi americani proprio in virtù di un diritto proprietario e di sfruttamento delle risorse antitetico a quello indigeno. Gustavo Zagrebelsky ribadisce che dovrebbe ritornare ad essere un’ovvietà (Mauro/Zagrebelsky, 2011, pp. 101-102):
“L’idea dell’essere umano come animale stanziale, un animale che, come altri, ha il suo territorio e lo difende dalle intromissioni, deve essere un’idea del profondo…La terra, questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par., XXII, 151) l’abbiamo divisa in tante parti e ce ne siamo impossessati, popolo per popolo, come cosa nostra, e ci pare normale, naturale, l’idea di straniero, di colui che passa o tenta di passare da un’aiuola all’altra turbando le sicurezze che riponiamo “in casa nostra”. Quante volte abbiamo sentito ripetere anche da noi, come se fosse ovvia e innocente, questa espressione!”
Kant simpatizza per una posizione analoga a quella dei nativi americani ed invoca il diritto di visita e di asilo, non certo il diritto di imporre con la forza la propria volontà alle altre nazioni, come facevano le potenze coloniali. L’ospitalità universale diventa uno dei pilastri imprescindibili per il conseguimento della pace perpetua, la “comunanza tra i popoli della Terra”, in un’epoca, la sua, in cui il pianeta si andava già globalizzando, tanto che: “si è arrivati a tal punto che la violazione di un diritto commessa in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti”.
L’ospitalità dovrebbe precedere, fondare ed orientare il diritto.
La vera ospitalità deve superare la violenza intrinseca all’ospitalità, che risiede nella dipendenza dall’altro, interiorizzata, e che nasce con il concetto di proprietà. C’è un legame occulto, ma vibrante, tra il tuo e il mio, me e te: siamo ospiti di questo pianeta. Siamo provvisori, nomadi, votati alla scomparsa. Questo legame non ha nulla a che vedere con la pietà, ma piuttosto con il rispetto e la devozione per l’ospite, nel quale riconosco l’estraneità che alberga in me stesso: anch’io, come lui, nato e cresciuto per caso qui ed ora. Anche e soprattutto così si realizza la promessa della fratellanza, il terzo termine della triade rivoluzionaria francese.
Il dirittodovere alla dignità
L’idea di dignità umana – “ci sono cose che non si fanno agli esseri umani” – esisteva in nuce già tra i Cro-Magnon che, a differenza dei Neanderthal, mostravano una spiccata sensibilità nel trattamento dei cadaveri e pare si astenessero, in genere, dal cannibalismo.
È con Socrate – o, forse, prima di lui, con Pitagora – che si diffonde nell’Occidente il precetto che tutti gli esseri umani hanno un medesimo valore, pari dignità intrinseca, ossia il principio su cui si fondano lo stato di diritto, le carte costituzionali di tutti i paesi democratici, le convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani, insomma tutto ciò che ci separa dalla barbarie. Socrate è convinto che sopravvivere non sia sufficiente; occorre esserne degni e devono essere presenti quelle precondizioni essenziali senza le quali la vita non è tollerabile e perde il suo valore specifico, riducendosi ad un concetto astratto. Sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. La vita del corpo non è il valore precipuo. C’è un confine che molti esseri umani, come Socrate, non osano oltrepassare, ci sono azioni che queste persone non commetterebbero mai, indipendentemente dagli ordini che vengono loro impartiti o da quanto disperata sia la loro situazione. Questo perché sentono, istintivamente, che varcata quella linea, non potrebbero più tornare indietro, non ci sarebbe più un punto ulteriore dove marcare il confine del nec plus ultra (non oltre). Una tale azione, se compiuta, causerebbe un danno irreparabile dentro di loro, distruggerebbe qualcosa che vale più della loro stessa vita. Eseguito un certo comando, diventerebbe più difficile rifiutarsi di eseguirne altri, ancora più discutibili e riprovevoli.
La soddisfazione con cui persone dalla coscienza assopita si prestano ad ogni tipo di servizio corrisponde al patimento di chi quella coscienza ce l’ha ben desta e non si rassegna all’idea di eseguire certi ordini. Per questo Socrate affronta a testa alta un processo ingiusto, per insegnare a tutti che il valore etico fondativo delle nostre società è la dignità, non la forza, il giudizio di chi vince le elezioni, la presunta sovranità popolare incarnata nel capo.
Nuocere o tentare di rimuovere la dignità di qualcuno significa trattarlo come se fosse non completamente umano, uno strumento o una creatura subumana (Kateb 2011). L’essere umano è l’unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell’interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente culturale. Proprio nella sua indeterminazione, ossia nell’assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). La sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indeterminabile, inestimabile, appunto. È creativo, innovatore. Come aveva intuito Sartre, gli esseri umani sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza. Tale è la nostra condizione che ogni persona è unica ed individuata, non interscambiabile, anche quando non è interessata ad esserlo, senza però per questo essere esistenzialmente e moralmente superiore a chiunque altro.
La specie umana è solo parzialmente naturale, rappresenta uno scarto rispetto alla natura. Questo la rende la più speciale tra le specie, ciascuna a suo modo speciale. L’umanità è la parte più interessante della natura, nel bene e nel male, l’unica che può aiutare la natura a riflettere su stessa. Per questa ragione, il prossimo passo dovrebbe essere quello di comprendere e rispettare la dignità dell’ambiente naturale e di chi vi dimora.
Una volta che questi principi saranno condivisi da una massa critica di europei e di ospiti di questo pianeta, l’Europa dei dirittidoveri, confederale, unione euro-mediterranea, costruita dal basso e non calata dall’alto, diventerà un modello per il mondo (Caracciolo, 2010).
La risposta non è la guerra tra i poveri, ma la regolamentazione dei mercati, la tassazione delle rendite finanziarie, la soppressione dei paradisi fiscali e l’abolizione del gigantismo bancario ed industriale.
E se ciò mi guadagnerà l’epiteto di comunista, allora me ne farò una ragione.
Se uno o più politici intendono attuare il programma che delineo in questo post, metterò la mia persona ed il mio blog (da 5.000+ visualizzazioni settimanali ed una certa misura di autorevolezza) al loro servizio.
È possibile che siano così disconnessi dalla realtà? È possibile che non sappiano tirar fuori un leader come Tsipras, mettendo da parte i loro personali narcisismi e settarismi? Non erano entrati in politica per il bene comune? Per cosa sono ancora in politica? Per legalizzare i matrimoni gay? Per ripetere che con più Europa tutto magicamente si risolverà? Per conservare la loro purezza ideologica? Per lasciar trionfare la destra?
Tipo (cito liberamente da un articolo di Piero Bevilacqua, “Perché Monti ha fallito”, da “Il Manifesto” del 23 luglio 2012, dalle idee di alcuni economisti francesi di sinistra e da altre fonti):
L’interruzione delle politiche di austerità neoliberiste che stanno smantellando lo stato sociale e deprimendo i consumi;
la creazione di banche pubbliche dedicate allo sviluppo sostenibile (sotto ogni punto di vista) ed alla tutela dei risparmi delle famiglie;
una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax e dovrebbe essere all’1%);
il 3% del Pil destinato alla formazione e alla ricerca;
la creazione di un sistema fiscale progressivo;
una tassa stabile sui patrimoni;
una grande legge urbanistica che protegga il nostro territorio e faccia vivere civilmente le nostre città;
la separazione delle banche di credito dalle banche d’affari;
leggi anti-trust per impedire che le banche diventino troppo grandi per fallire;
l’abolizione di prodotti finanziari ad alto rischio;
il rilancio degli investimenti pubblici visto che quelli privati, in fase recessiva, latitano;
la ristrutturazione del debito pubblico insostenibile ed il ripudio del debito illegittimo (es. assunzione dei debiti bancari da parte degli stati) e perciò inesigibile;
l’attuazione di una seria transizione ecologica e sostenibile ad ogni livello, con l’obiettivo di promuovere il pieno rispetto della dignità degli esseri umani e degli esseri viventi;
il coordinamento delle politiche economiche europee per la piena occupazione e la riduzione degli squilibri commerciali tra i paesi europei. Da che mondo è mondo i ricchi, che partono avvantaggiati, hanno il dovere di ridistribuire le risorse e questo vale anche per le nazioni;
Anche se molti continuano a credere che la via maestra per sfruttare la crisi allo scopo di realizzare una trasformazione positiva della civiltà che abbiamo permesso che andasse alla deriva sia quella dell’indignazione, i fatti dimostrano il contrario.
Gli indignati/occupanti sono stati scacciati da Madrid (giugno 2011), New York (novembre 2011), Parigi (dicembre 2011), Londra (febbraio 2012), Francoforte (agosto 2012). Ormai sono una presenza evanescente.
Il movimento della destra radicale “Tea Party” si è assicurato ingenti finanziamenti, ha selezionato dei rappresentanti, ha occupato il partito repubblicano ed ora si gode ben 63 congressisti e la possibilità di arrivare alla presidenza degli Stati Uniti con Paul Ryan come vicepresidente.
Gli indignati si sono ben guardati dal trasformare l’indignazione in una piattaforma politica. Negli Stati Uniti non hanno organizzato marce imponenti, non hanno nessun leader carismatico e direttivo che sappia prendere delle decisioni vincolanti, non si sono coordinati con le uniche forze organizzate in grado di mobilitare i lavoratori e i cittadini, ossia i sindacati, non hanno occupato il partito democratico, non hanno formulato un programma di governo, non hanno nessun candidato al Congresso, non hanno una singola legge o normativa al loro attivo. Non hanno combinato nulla, pur sostenendo di rappresentare il 99% della popolazione mondiale. Ma sono contenti di poter dire: “tutti sanno che siamo indignati!”.
In Europa, se possibile, le cose sono andate anche peggio e ormai l’immagine nell’opinione pubblica non si discosta troppo da quella di gruppetti di disoccupati che scimmiottano i figli dei fiori.
Il Partito Pirata in Germania, con la sua enfasi sulla trasparenza e partecipazione in democrazia e null’altro di rilevante da dire, è riuscito a conquistare quasi il 9% dei voti a Berlino. La sua inconsistenza e vacuità hanno causato la sua sconfitta in Olanda.
Se persino una proposta politica così impresentabile è riuscita a smuovere l’elettorato tedesco, cosa avrebbe potuto ottenere un fronte unito e pan-europeo contro l’austerità che avesse fatto suoi i punti sopra-elencati?
Nessun leader del movimento per i diritti civili e contro la guerra degli anni Sessanta ha mai pensato di poter realizzare i suoi obiettivi magicamente, senza “sporcarsi le mani” in politica. Nelle democrazie parlamentari le cose si cambiano nei parlamenti, cercando di prendere il potere, persuadendo l’elettorato, tutto l’elettorato, non auto-marginalizzandosi con narcisistico compiacimento e crogiolandosi nel vittimismo. La strategia anarchica per cui la natura umana dovrebbe miracolosamente ed istantaneamente trasformarsi per venire incontro alle esigente di pochi militanti di belle speranze è stata foriera di ogni genere di intralci ed autolesionismi (e lo dice uno che è convinto che l’anarchismo sia la dottrina politica potenzialmente migliore in assoluto). Il sistema si cambia dall’interno, cercando di controllarlo, non dall’esterno per non rischiare di inzaccherarsi la coscienza. Per farlo, occorre capire che le coscienze sporche sono quelle di chi non è abbastanza umile da porsi al servizio della collettività.
È questo l’insegnamento di Martin Luther King, Nelson Mandela, Thomas Sankara, Ahmad Shāh Massoūd (il leone del Panjshir),Ernesto Che Guevara, Sun Yat-sen, Robert F. Kennedy, Aung San Suu Kyi, ecc.: senza organizzazione, senza spirito di sacrificio, senza coraggio civile, senza l’umiltà di rivolgersi a tutti e non solo ad un’élite, non si cambiano le cose. Forse è vero che certe idee sono immortali, ma l’inettitudine, l’irresponsabilità ed il narcisismo le mandano in letargo per molte generazioni. E, in una fase storica in cui la gente è disperata, si suicida e, non solo in Grecia, sopravvive solo grazie alla carità delle agenzie umanitarie, questo è un crimine contro l’umanità.
Non serve far circolare altra informazione, servono concetti chiari, proposte precise, la volontà di costruire un fronte unito di varie organizzazioni. Alexis Tsipras ha unito 12 partiti frazionati in un’unica forza che va oltre pretese particolaristiche e protagonismi narcisistici.
Non è più tempo per le proteste, serve un movimento “rivoluzionario” che cerchi di prendere il potere in modo legittimo, democratico. Altrimenti arriverà davvero la Rivoluzione, quella che uccide, quella che non sai mai se alla fine ti ritroverai in una “dittatura per il bene comune” che sospende la costituzione appellandosi allo stato di eccezione ed alla situazione di emergenza.
Abbiamo il dovere di esercitare il nostro diritto alla nonviolenza.
La violenza dev’essere l’extrema ratio, come nella filosofia dell’aikido.