Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte

A cura di Stefano Fait

Web Caffè Bookique [Facebook]

8d5325f9a3b5ec8fe0547d9689d9a5e6
Erika Giovanna Klien (n. Borgo Valsugana),  Tauchender Vogel – 1939

Aiuterò Putin nel G8

Romano Prodi

La crisi che si preannuncia è come un camion carico di dinamite che si avvicina a tutta velocità. L’inizio di una rivoluzione globale.

Dominique de Villepin

17,25% a Bolzano, 20,2% in Regione, 21,2% in Val d’Aosta. I numeri parlano chiaro: nelle regioni alpine Pippo Civati ha totalizzato i suoi risultati migliori.

http://www.salto.bz

Il mondo che verrà non sarà più lo stesso, sarà nuovo: economicamente, politicamente, climaticamente, antropologicamente. Ciò che resta aggrappato ai relitti del mondo vecchio non farà parte del futuro, non sarà il futuro.

Non di indipendenza, bisognerebbe parlare, ma di autonomia e interdipendenza, ossia di unità nella diversità, cioè a dire di federalismo.

un abbraccio ad Ai Yoshida e Alex Gai

Il seguente testo può essere letto e scaricato in un formato più accessibile qui:

Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte [ISSUU]

Per una Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte [SCRIBD]

e ora anche in PDF su Academia.edu


PER UNA DICHIARAZIONE DI AUTONOMIA DELLE TERRE ALTE

 

Non siamo stati cittadini, siamo stati sudditi, per secoli, fino al punto di offrire la nostra vita per dei disegni di potere e siamo stati confinati tanto intellettualmente quanto geograficamente. Non sapevamo che cosa succedeva a pochi chilometri di distanza. Abbiamo sognato di pace, di libertà di solidarietà, fino a quando ci hanno cominciato a togliere tutto dicendo: “no ora è il mercato, il mercato è quel che ci guiderà nella direzione in cui troveremo il nostro benessere”. La democrazia si è risolta in una conta dei cittadini. Ma non è democrazia, la democrazia è dove i cittadini contano, vengono presi in considerazione, si tengono da conto. Consolidiamo la democrazia, diciamo: non possiamo tollerare gli intrallazzi tra potere politico ed economico-finanziario, non possiamo tollerare la mancanza di solidarietà di quelle migliaia di cittadini che hanno i loro conti nei paradisi fiscali. Non avevamo detto che avremmo regolamentato i mercati finanziari? Nessuno lo ha fatto. I paradisi fiscali sono un’ossessione per me, perché li considero l’apice del rifiuto di essere solidali, come lo è l’economia sommersa. Come possiamo pensare di conservare la sanità gratuita, l’istruzione gratuita se allo stesso tempo ci dicono che occorre salvare le istituzioni finanziarie in buona parte responsabili della crisi che stiamo affrontando? E ora i soccorritori impoveriti sono costretti a tirare la cinghia.

Sono solo poche le persone che comandano il resto del genere umano. Io lo chiamo il Gran Dominio, perché se si guarda a chi detiene il potere mediatico nel mondo, sono sei o sette persone. E non è solo una questione di informazioni parziali o menzognere, a sua volta un’altra cosa contro cui occorrerebbe protestare. Non credo che sia questo il mondo che vogliamo per i nostri figli. Ma mentre prima potevamo solo essere testimoni, oggi possiamo partecipare in maniera decisiva. Ora possiamo mobilitare la gente, spingerla verso quest’altro mondo che sogniamo, un mondo che si orienta in funzione dei diritti umani. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è una meraviglia. Ci dice: non abbiate paura. Nel preambolo si spiega che i diritti umani servono a liberare l’umanità dalla paura. Sono credente, credo nell’amore, nella solidarietà, non credo nella minaccia del fuoco eterno. È il potere eternamente minaccioso. Chi non è al potere è sempre obbediente.

Un gruppo di paesi ricchi ha sostituito la democrazia delle Nazioni Unite: “noi, i popoli”. Che formula magnifica! Non tanto stati e governi, ma popoli. E l’hanno sostituita con un gruppo di plutocrati G6, G7, G8, G20. E questi sono i signori che ci portano in guerra. Spese militari ingenti mentre migliaia di persone muoiono ogni giorno di fame. Follia. Si possono distrarre le masse per un po’ di tempo, ma non per tutto il tempo, e penso che questo tempo stia per scadere.

Federico Mayor Zaragoza, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, “Las 1001 noches”, Canal Sur2, 2011.

 

Alienazione è il termine che più correttamente descrive il maggiore tra i problemi sociali dell’odierna Gran Bretagna: la gente si sente alienata dalla società. In certi circoli intellettuali lo si considera per lo più come un fenomeno recente. A ben guardare, però, questa condizione ci ha accompagnato per anni. Credo piuttosto sia corretto affermare che il problema stia oggi rivelandosi sempre più diffuso e pervasivo, come mai prima d’ora.  Lasciatemi innanzitutto definire cosa io intenda per alienazione: è il grido degli uomini che si sentono vittime di cieche forze economiche al di fuori del proprio controllo. È la frustrazione della gente comune esclusa da qualsiasi processo decisionale. È il senso di disperazione e di sconforto che s’impadronisce delle persone comuni quando avvertono, a ragione, di non avere voce in capitolo nel definire o determinare il proprio destino. […]. La società ed i suoi valori dominanti … distolgono alcune persone dalla loro umanità. Le de-umanizzano, almeno in parte, le rendono insensibili, spietate nella loro gestione di altri esseri umani, egocentriche ed avide. L’ironia è che spesso queste persone sono considerate normali e ben integrate. La mia sincera convinzione è che chiunque sia ben integrato nella nostra società ha maggiormente bisogno di terapia psichiatrica.

[…]

Rivolgo questo appello agli studenti. Rifiutate questi atteggiamenti. Rifiutate i valori e la falsa morale che stanno alla base di questi atteggiamenti…Siamo esseri umani. Rifiutate le pressioni insidiose che attenuano le vostre facoltà critiche riguardo a tutto ciò che accade attorno a voi, che consigliano il mutismo di fronte all’ingiustizia per timore di compromettere la vostra possibilità di carriera. È così che comincia e, prima di rendervene conto, fate già parte della corsa. Il prezzo è troppo salato. Comporta la perdita della vostra dignità e spirito umano. Oppure, nelle parole del Cristo, “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima sua?” (Mt 16,26).

Il profitto è l’unico criterio utilizzato dal sistema per valutare l’attività economica. […]. Le strutture di potere che sono inevitabilmente emerse da questo approccio minacciano e compromettono i diritti democratici duramente conquistati. L’intero processo è indirizzato alla centralizzazione ed alla concentrazione del potere nelle mani di pochi…Gigantesche società e consorzi monopolistici dominano quasi ogni branca della nostra economia. Gli uomini che detengono il controllo effettivo di questi giganti esercitano un potere sui loro simili che è spaventoso ed è una negazione della democrazia.

[…].

Dal profondo del mio essere, io contesto il diritto di chiunque, nel mondo degli affari o al governo, di dire ad un altro essere umano che è sacrificabile.

[…].
Tutto ciò che vi viene proposto dal sistema sembra quasi calcolato per ridurre al minimo il ruolo della gente, per miniaturizzare l’uomo. Posso capire quanto questa prospettiva debba sembrare attraente per chi sta in alto. Quelli di noi che rifiutano di essere pedine nel loro gioco di potere possono essere estratti con le loro pinzette burocratiche e archiviati alla lettera “M” di malcontento o mal-integrato.

[…].

Misurare il progresso sociale sulla base della crescita materiale è insufficiente. Il nostro scopo dev’essere l’arricchimento della qualità della vita nel suo complesso. Ciò richiede una trasformazione sociale e culturale o, se preferite, spirituale del nostro paese. Una parte necessaria di questa trasformazione dev’essere la ristrutturazione delle istituzioni di governo e, se necessario, lo sviluppo di strutture aggiuntive, in modo da coinvolgere le persone nel processo decisionale della nostra società. I cosiddetti esperti vi diranno che questo sarebbe ingombrante o marginalmente inefficiente. Sono pronto a sacrificare un margine di efficienza in cambio della partecipazione popolare ma, in ogni caso, guardando al futuro, respingo questa tesi.

Liberare il potenziale latente delle persone vuol dire responsabilizzarle…Sono convinto che la gran parte della gente arriva alla fine dei suoi giorni senza esprimere nemmeno un barlume di quel contributo ai suoi simili che era nelle sue possibilità. Questa è una tragedia personale. È un crimine sociale. La fioritura della personalità e dei talenti di ciascun individuo è la pre-condizione per lo sviluppo di tutti.

In questo contesto, l’educazione ha un ruolo vitale da svolgere. Se l’automazione e la tecnologia si accompagnano, come dev’essere, alla piena occupazione, il tempo libero a disposizione dell’uomo sarà enormemente aumentato. Se è così, allora tutto il nostro concetto di educazione deve cambiare. L’obiettivo dev’essere quello di dotare ed educare le persone nel corso della loro intera esistenza, non esclusivamente per il loro mestiere o professione.

L’uso creativo del tempo libero, in comunione con ed al servizio dei nostri fratelli può e deve diventare un elemento importante nella realizzazione di sé.

Le università devono essere in prima linea in questo sforzo di sviluppo, debbono soddisfare i bisogni sociali e non andare a rimorchio…”

Appello agli studenti di Jimmy Reid (1932-2010), sindacalista, politico e giornalista scozzese, in occasione del suo insediamento come rettore dell’università di Glasgow (1971). Il testo del suo acclamato discorso fu pubblicato integralmente dal New York Times, che lo definì “il migliore dall’epoca del discorso di Gettysburg del presidente Lincoln”.

http://www.gla.ac.uk/media/media_167194_en.pdf

 

*****

Quest’opera è il frutto di 12 anni di riflessioni.

È anche il frutto del continuo sostegno, amore e affetto di moltissime persone.

Ringrazio i miei genitori, mia moglie, gli amici e tutti quelli che mi hanno donato critiche costruttive, consigli e gesti esemplari.

 

È il 23 novembre 2013 e pubblico questo scritto nello spirito di chi mi ha preceduto e nella consapevolezza che ci attendono sfide inaudite: saremo all’altezza e ciò che verrà dopo sarà altrettanto inaudito. Si chiama evoluzione.

 

I libri non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie.

John Milton, “Areopagitica. A Speech of John Milton, for the Liberty of Unlicensed Printing, to the Parliament of England”, 23 novembre 1644.

 

Oui, c’est l’Europe, depuis l’Atlantique jusqu’à l’Oural, c’est toute l’Europe, qui décidera du destin du monde.

Charles De Gaulle, discorso di Strasburgo, 23 novembre 1959.

 

Mentre vi avvicinate al vostro futuro, ci saranno ampie opportunità di diventare stufi e cinici, ma vi esorto ad opporvi al cinismo – il mondo è ancora un bel posto e il cambiamento è possibile. Il mio percorso verso la presidenza non è mai stato semplice o assicurato. Carcere, minacce di morte e l’esilio mi hanno dato ogni opportunità e motivo per smettere e dimenticare il mio sogno, eppure ho insistito, convinta che il mio paese e il mio popolo sono molto meglio di quanto possa indicare la nostra storia recente.

Ellen Johnson Sirleaf (Nobel per la Pace nel 2011) viene eletta prima presidente di una nazione africana (Liberia) il 23 novembre 2005.

*****

 

Assistiamo alla convergenza di grandi crisi globali: la crisi del modello di “sviluppo” del capitalismo finanziario angloamericano, fondato sulla progressiva concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle sperequazioni e l’esplosione dell’indebitamento finalizzato all’asservimento “volontario” delle masse; la crisi di legittimazione della politica, causata da incompetenza, dilettantismo, immobilismo, partitocrazia e dal sacrificio dei principi di uguaglianza e fratellanza; la crisi dell’egemonia geopolitica occidentale; la crisi ecologica (cf. Golfo del Messico, Fukushima, imprevedibili mutazioni da antibiotici e OGM); la crisi climatica, che potrebbe avere risvolti imprevedibili; la crisi esistenziale resa manifesta dall’abuso di psicofarmaci; la crisi delle grandi istituzioni confederate o federali, con la strumentalizzazione delle appartenenze identitarie, in direzione della balcanizzazione del pianeta – una proliferazione di micro-stati incistati nei loro particolarismi mitizzati e ipertrofici, narcisismi collettivi, populismi tribalistici-xenofobici, sindromi identitariste più o meno messianiche, timori esistenziali, clientelismi, e nondimeno  vulnerabilissimi alle pressioni esterne –, come strategia di dominio politico-economico sostitutiva di quella esplicitamente coloniale-imperiale (François Thual 1995; 2002; Stefano Fait & Mauro Fattor 2010).

Queste crisi incrociate stanno producendo ferite narcisistiche, risentimenti, revanscismo, minando alle fondamenta la causa della pace e della cooperazione tra i popoli e agevolando i piani di chi si propone come grande risolutore (top down).

Se prevarrà la discordia, potremmo risvegliarci in un autoritarismo “soft” ma capillare, abile nel presentare la sua disumanità come una superiore volontà umanitaria, riducendo l’uomo alla sua dimensione economica, consumistica, materialista, al ruolo di servo della gleba (del debito) di una megamacchina buro-tecnocratica. Il suo motto potrebbe essere quello adottato da un architetto-star, Daniel Libeskind, che descrive l’architettura come “la macchina che produce l’universo che a sua volta produce gli dèi”.

Questo genere di deriva è già stato abbondantemente analizzato da rinomati sociologi come Weber, Foucault, Bourdieu, Wacquant, Bauman, ecc. L’idea di fondo è quella di una società in cui la promozione del benessere collettivo diviene il pretesto per espandere progressivamente i poteri del governo centrale e di un’élite che si auto-perpetua, grazie al controllo dei media, all’abuso delle cause umanitario-ecologiste all’unico fine di irreggimentare i cittadini, una burocrazia capillare e contrapposizioni identitarie sintetiche che prevengono ogni forma di protesta e resistenza collettiva e coordinata.

È un’idea che ricalca quasi perfettamente lo scenario denominato “renew-abad” nell’analisi futurologica intitolata “Megacities on the Move” del think tank britannico “Forum for the Future” e che prevede la riemersione delle “città-stato”, un massiccio uso delle energie rinnovabili, risorse strettamente regolamentate, “benevole” autocrazie sul modello singaporese, crescente divario tra ricchi e poveri a livello globale, ma in diminuzione a livello locale; iniziativa privata strettamente disciplinata dal potere centrale:

 

I governi impongono regole più severe e utilizzano tecnologie sempre più sofisticate per monitorare i cittadini e far rispettare la legge. Spesso decretano il distretto in cui uno dovrà risiedere, le modalità di spostamento, il livello di consumi energetici consentito. Il tasso di criminalità è calato drasticamente, il traffico è più fluido, ma le rappresentanze della società civile denunciano la morte della democrazia. Le città-stato controllano vasti territori come al tempo dell’Europa medievale (da Megacities on the Move).

 

In questo possibile futuro l’esecutivo calpesta la rappresentanza parlamentare richiamandosi all’oggettività e razionalità intrinseca di un presunto “tecnicismo apolitico” che deve prevalere su qualunque altra istanza, anche morale, in quanto comunque viziata da emotivismi e sentimentalismi.

I centri urbani funzionerebbero come città-stato neo-feudali che sfruttano e tengono a bada le masse sottomesse e divise in clan neotribali in perenne conflitto – la filantropia al posto dei diritti sociali, la “sicurezza” al posto dei diritti civili, il populismo al posto della democrazia, il vassallaggio al posto del contratto sociale, il precariato al posto dei diritti dei lavoratori.

Benjamin R. Barber, Forum for the Future, Rockefeller Foundation e i molti altri ingegneri sociali che chiedono di abolire gli stati nazionali e sostituirli con una rete planetaria di città-stato non sembrano voler tener conto di una serie di problematiche.

I sindaci di norma vengono eletti perché assecondano le esigenze (e i capricci) locali e si ripromettono di risolvere i problemi locali, prima di tutto e quasi esclusivamente. Difficile che un sindaco venga eletto perché promette di risolvere i problemi del mondo assieme ad altri sindaci. A un sindaco, anche il sindaco di una megalopoli, manca una prospettiva non solo globale, ma anche semplicemente nazionale. Ha poco senso che siano autorizzati a parlare a nome di milioni di persone che non abitano nella città o nei paraggi (e se i paraggi fossero davvero estesi, che differenza ci sarebbe rispetto agli stati-nazione e capi di stato attuali?). Chi controllerà che i sindaci rispettino i principi costituzionali degli stati che sono stati aboliti, evitando che il mondo diventi un mosaico di neofeudi liberisti corrotti e dispotici, permanentemente in competizione tra loro? Circa il 50% della popolazione mondiale non vive in un contesto urbano. Di che tutele potrebbe godere? Senza entità nazionali e federali chi amministrerebbe i parchi nazionali, la viabilità transcontinentale, i soccorsi ed aiuti di emergenza, la difesa, la lotta alla criminalità transnazionale? Chi tamponerebbe le conseguenze delle crisi cicliche della finanza? Chi si sforzerebbe di contrastare le disparità dovute alle rendite di posizione che nascono dalla concentrazione di ricchezze e di competenze in certi luoghi strategici? Chi difenderebbe le amministrazioni locali dagli squali della speculazione e della criminalità organizzata?

In Cina o a Singapore sindaci onnipotenti delle maggiori città non sembrano interessati a coordinarsi per il bene della Cina. Sembrano più intenzionati a trasformare le loro città in feudi personali e gli amministratori locali in cortigiani.

Il celebre scrittore di fantascienza William Gibson, incuriosito dalla possibilità che Singapore incarnasse l’avanguardia di quel mondo futuro che lui descriveva nei suoi romanzi, dopo aver visitato la città-stato, l’ha definita “Disneyland con la pena di morte” e ha ipotizzato che, se la IBM avesse potuto crearsi un suo staterello, le corrispondenze con la tecnocrazia capitalista di Singapore sarebbero state ragguardevoli. Un microcosmo fatto di conformismo, automatizzazione, sorveglianza capillare, carenza di creatività e di senso dell’umorismo, efficientismo, soppressione di tutto ciò che è considerato vecchio, censura, divieto di vendita di certi libri (inclusi, a quel tempo, i suoi!), programmi TV che insegnano ai vari gruppi etnici come essere stereotipicamente “se stessi”, locali gay clandestini, omologazione della moda e delle vetrine, ecc. Gibson conclude mestamente che, se gli architetti della società di Singapore dimostreranno di avere ragione – cioè che è così che una società dovrebbe essere amministrata – sarà una sconfitta per l’umanità, perché sarà la prova che essa può prosperare a dispetto della repressione della libera espressione delle personalità e dell’eterogeneità della natura umana.

 

Nulla di tutto questo è inevitabile, naturalmente. Ogni crisi ha sbocchi imprevedibili.

Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori).

Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa.

La Grande Crisi è uno spartiacque, una profonda frattura. Tutto lascia pensare che ci stiamo lasciando alle spalle un tempo “ordinario” per entrare in un’epoca eccezionale, di grandi rivolgimenti e trasformazioni, un tempo in cui si possono verificare eventi straordinari e molte cose prima impensabili o utopiche diventano improvvisamente realizzabili.

Kairós lo chiamavano i Greci, un termine che deriva da “un radicale indoeuropeo *ker-/krr- che esprime un’idea di unione o di armonia, ma che comporta anche il senso di “principio”…”rinnovamento del mondo”…“giusta misura”…”che propizia il raggiungimento del “culmine” che può scaturire solamente dal coraggio di un saldo cuore” (Nuccio D’Anna 1999, pp. 54-56).

È un mondo nuovo, una monumentale metamorfosi planetaria.

Ci sono promesse e ci sono insidie. La sovranità è passata dagli dèi, al tempio e alla reggia, per finire in pratica nelle mani dei consigli di amministrazione delle banche d’affari. Ogni avanzamento democratico ha incontrato una forza contraria che ha rallentato il progresso civile e spirituale dell’umanità. Questo estenuante tiro alla fune ci ha portati all’attuale impasse, incerti sul da farsi, incapaci di discernere cosa sia meglio per noi: il sentiero che sembra portarci avanti sarà in realtà un’inconsapevole marcia indietro, una controrivoluzione, una trappola?

AUTONOMIA E DEMOCRAZIA SOTTO ATTACCO

La maggior parte degli “squilibri globali” che continuano a preoccupare l’intelligentsia mondiale sembra molto meno minacciosa se esaminata dal punto di vista plutonomico [precedentemente definito come “il governo dei ricchi per i ricchi”]…la Terra non sta per essere smossa dal suo asse e risucchiata nello spazio per colpa di questi “squilibri”. Che piaccia o meno, il pianeta è sostenuto dalle braccia muscolose dei suoi imprenditori-plutocrati.

Ajay Kapur, “Plutonomy: Buying Luxury, Explaining Global Imbalances”, memorandum del capo analista della banca d’affari Citigroup, 16 Ottobre 2005

 

La democrazia è venuta ad assumere il carattere di un sistema che ha riconsegnato per aspetti cruciali il potere a nuove oligarchie, le quali detengono le leve di decisioni che, mentre influiscono in maniera determinante sulla vita collettiva, sono sottratte a qualsiasi efficace controllo da parte delle istituzioni democratiche. Si tratta sia di quelle oligarchie che, titolari di grandi poteri, privi di legittimazione democratica, dominano l’ economia globalizzata, hanno nelle loro mani molta parte delle reti di informazione e le pongono al servizio degli interessi propri e dei loro amici politici; sia delle oligarchie di partito che in nome del popolo operano incessantemente per mobilitare e manovrare quest’ ultimo secondo i loro intenti; sia dei governi che tendono programmaticamente a indebolire il peso dei parlamenti (…) esoggiacciono all’ influenza del potere finanziario e industriale, diventandone in molti casi i diretti portavoce e gli strumenti.

Massimo Salvadori, “Democrazie senza democrazia”

 

Si affacciano nuovi conformismi e nuovi autoritarismi, nuove imposizioni di ‘identità’ obbligatorie, nuove e immediate forme di potere che fanno leva sulla paura (anche producendola) e non certo sulla libertà o sulla virtù civica, sostituita da una cupa chiusura dei cittadini su se stessi. In parallelo, le istituzioni liberaldemocratiche, rappresentative e di garanzia, sono travolte dalle nuove forme che la politica assume: populismo, plebiscitarismo, fittizie mobilitazioni di massa contro fittizi nemici inventati dai poteri politici ed economici in modo che i cittadini non si sentano del tutto assoggettati e impotenti davanti al governo reale delle “cricche” economico affaristiche. […] La democrazia rischia di uscire trasformata in una democrazia della sicurezza, delle identità (delle civiltà, delle culture) in conflitto, delle ‘radici’ da riscoprire, del controllo sociale e del dominio sulla vita biologica della persona, del plebiscito autoritario, dell’ignoranza acritica, dell’apatia e del risentimento, soprattutto, in una democrazia del mercato.

Carlo Galli (cf. Portinari, 2011, p. 43-45)

 

Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l’amore per la diversità; l’opportunismo, con la legalità e l’uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà

Gustavo Zagrebelsky, “Le parole della politica”, Repubblica, 16 giugno 2011.

 

In una democrazia si parte dal postulato che ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, che ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, e che nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e nessuno è un maestro, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso.

L’insigne giurista austriaco Hans Kelsen era convinto che le spinte autoritarie fossero anti-moderne, residui di mentalità antiquate. Ciò potrà anche essere vero, ma sono ancora tra noi.

Toyota e Sony condizionano pesantemente la vita politica giapponese. Lo stesso fa la Nokia in Finlandia, la GlaxoSmithKline nel Regno Unito, le banche d’affari e le multinazionali dell’informazione su scala mondiale. Qual è il peso dell’industria bellica statunitense sulla politica internazionale americana? Multinazionali implicate in colpi di stato, nel drastico taglio dei servizi sociali, nell’inquinamento doloso, nella privatizzazione dei beni pubblici (incluso il DNA umano).

Questo vizio di fondo delle nostre società incrementa l’entropia nel sistema. Una prospettiva a corto raggio limita i poteri creativi dell’immaginazione degli investitori e dei politici, che rischiano di adagiarsi nel solco di logiche consuete inadatte ad un mondo in rapida trasformazione.

La virtù precipua della democrazia è quella di avvalersi del giudizio di molte teste, ciascuna con le sue competenze. La frammentazione in gruppi di pressione identitari, la deindividualizzazione dei cittadini, la salda gerarchizzazione sono tutti indizi che la democrazia formale non si riesce a tradurre in una democrazia sostanziale e che il potere è riuscito a dividere i governati, indebolendoli.

Chi non apprezza la democrazia preferisce cittadini passivi e facili da tenere in pugno. L’oligarchia è una sistema di potere simile a quello aristocratico, ma sorretto dalla ricchezza e non dal lignaggio (il sangue). In termini pratici si tratta di una plutocrazia: i ricchi comandano, i poveri obbediscono.

Storicamente, è stato il più acerrimo avversario della democrazia.

 

Ora ha buon gioco perché la democrazia versa in una profonda crisi di legittimità. L’astensionismo alle stelle delegittima il processo democratico.

La democrazia va rivitalizzata, la classe politica deve riconquistare la fiducia di elettori disillusi, sfiduciati, rancorosi.

La democrazia è preziosa e va difesa perché distribuisce il potere invece di concentrarlo, e lo fa in modo intelligente, salvaguardando il necessario coordinamento di strutture sociali complesse. La democrazia è lo strumento che permette all’umanità di cambiare le cose senza rischiare di perdere la vita per farlo.

Tenuto conto dell’inoppugnabile e spettacolare aumento della disuguaglianza a livello locale e globale, specialmente negli anni della Crisi, sarebbe consigliabile provvedere a fare il possibile per evitare che la protesta, che si è finora espressa nell’astensionismo e nel voto populista, degeneri e sfoci nella rivolta sociale, con prevedibili sbocchi autoritari, e quindi filo-oligarchici. Lo sanno bene gli immigrati provenienti da paesi non democratici o solo parzialmente democratici.

 

Le autonomie speciali sono parimenti sotto attacco, in parte anche per l’atteggiamento difensivo e non sempre propositivo di chi se ne fa paladino. I trentini si sono trincerati e si preparano a dar battaglia. Molti sudtirolesi credono che quest’aggressione non sia un problema loro, che le loro conquiste siano inespugnabili. Altri mirano alla secessione, sfruttando l’eutanasia dell’eurozona da parte delle autorità europee ed internazionali.

Il resto d’Italia tifa in gran parte per Roma, senza rendersi conto che il federalismo è l’unica via di uscita dai nostri problemi e che la soppressione delle autonomie è la pietra tombale su ogni aspirazione all’autodeterminazione coltivata in Italia. Un eccessivo accentramento dei poteri non è una buona premessa per una democrazia sana. All’Italia serve un disegno organico che riordini le istituzioni in senso federale, di regionalismo avanzato, con un Senato delle Regioni.

Al contrario, la Crisi viene usata come pretesto per abolire diritti civili e diritti sociali e per riprendersi funzioni che erano state delegate ai territori, con la scusa che costano e che ci rendono meno competitivi sul piano economico e troppo vulnerabili su quello della “Guerra al Terrore”.

Il debito –  es. i debiti da record mondiale della Danimarca (privato) e del Giappone (pubblico), due nazioni generalmente considerate virtuose – pare più uno stratagemma per incrementare la sudditanza di popoli e nazioni.

È in corso un gigantesco travaso di sovranità e di risorse dalla base alla cima della piramide. Come possiamo invertire questa perniciosa tendenza?

Escludendo ogni tentazione di rimpiazzare la democrazia rappresentativa che, quando non funziona, non è per demeriti suoi, ma degli eletti (e quindi anche degli elettori).

Serve una migliore democrazia rappresentativa, non una democrazia ostaggio dei populismi.

Propongo perciò quindi di dar vita ad una convenzione (permanente?) sulla democrazia per le province autonome di Trento e Bolzano, se possibile estesa anche al Tirolo austriaco e al bellunese – tanto per cominciare –  che discuta di una serie di questioni che, pur non essendo nuove e originali, diventano sempre più attuali e pressanti. Tra queste: voto ai sedicenni, voto agli immigrati, quote rosa, sistema elettorale, trasparenza, pluralismo dell’informazione, assemblee civiche deliberative e di consulenza (nominate come le giurie statunitensi?) e una dichiarazione di autonomia che indichi per iscritto i principi e i criteri di governo che indirizzeranno queste comunità alpine per le generazioni a venire. 

IL DIRITTO ALL’EVOLUZIONE

Il passato è degno di rispetto e riconoscimento, non di venerazione. È nel futuro che troveremo la nostra grandezza.

Pierre Trudeau

 

I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso. La situazione è irta di difficoltà, e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione. Poiché il nostro caso è nuovo, dobbiamo pensare in modo nuovo e agire in modo nuovo. Dobbiamo emanciparci.

Abraham Lincoln

 

Questo è il tempo che ci è dato, abbiamo la responsabilità di dare risposte alle esigenze di questo tempo.

Aldo Moro

 

La storia vi giudicherà e, col passare degli anni, in ultimo vi giudicherete da voi stessi, sulla misura in cui avete utilizzato le vostre doti per illuminare ed arricchire le vite del vostro prossimo. Nelle vostre mani, non nei presidenti e nei capi, vi è dunque il futuro del vostro mondo e la realizzazione delle migliori qualità del vostro stesso spirito.

Robert F. Kennedy

 

Non sono venuto qui a proporre una lista di rimedi specifici, né esiste una simile lista. A grandi linee però sappiamo che cosa si debba fare. Quando insegni a un uomo a odiare e a temere il proprio fratello, quando gli spieghi che è un uomo inferiore a causa del suo colore, delle sue credenze o delle politiche che persegue, quando insegni che chi è diverso da te è una minaccia per la tua libertà o per il tuo lavoro o per la tua famiglia, allora anche tu impari a trattare gli altri non come concittadini ma come nemici, da affrontare non con spirito di cooperazione bensì come spirito di conquista, da soggiogare e da dominare. Impariamo, alla fine, a considerare i nostri fratelli come degli estranei, gente con cui condividiamo una città, ma non una comunità; gente a cui ci lega l’essere vicini di casa, ma nessuna cooperazione. Impariamo a condividere solo una paura comune, solo un comune desiderio di allontanarci gli uni dagli altri, solo un comune impulso a reagire al disaccordo con la forza. Per tutte queste cose non ci sono risposte risolutive. […]. Le nostre vite su questo pianeta sono troppo brevi e il lavoro da compiere è troppo grande per consentire a questo spirito di prosperare ancora sulla nostra terra. Ovviamente non possiamo sconfiggerlo per mezzo di un programma o di una risoluzione. Forse però possiamo ricordare, almeno per una volta, che coloro che vivono insieme a noi sono nostri fratelli, che condividono con noi lo stesso breve periodo dell’esistenza, che non cercano, proprio come noi, niente altro se non la possibilità di vivere la propria vita dandole un senso e un po’ di serenità, cercando la soddisfazione e l’appagamento che potranno ottenere. Certamente questo vincolo di una fede comune, questo vincolo di un fine comune, può cominciare a insegnarci qualcosa. Di sicuro possiamo almeno imparare a guardare a coloro che ci sono intorno come ad altri uomini, e di sicuro possiamo cominciare a sforzarci un po’ di più per curarci reciprocamente le ferite e tornare ad essere nei nostri cuori fratelli e compatrioti.

Robert F. Kennedy

 

Questa dichiarazione dovrebbe essere formulata in modo tale da essere riconosciuta come una Grande Idea, una di quelle che non appartengono a nessuno in particolare, essendo patrimonio di tutti. L’America è nata da una grande idea, la Dichiarazione universale dei diritti umani è nata da una grande idea, le Nazioni Unite sono nate da una grande idea. Le grandi idee, distillato di sapienza, aiutano a crescere anche chi viene dopo di noi.

 

Evoluzione. A tutte le persone, in quanto appartenenti alla stessa specie, va garantita un’esistenza umana dignitosa, ossia un adeguato nutrimento, vestiario, alloggio, cure mediche, istruzione, tempo libero da dedicare ad attività creative, ricreative, didattiche, civiche, spirituali che le facciano sentire utili e importanti, che diano significato alle loro esistenze e consentano loro di rivendicare una vigorosa vita interiore da esplorare, origine della condotta morale e veicolo per la celebrazione della vita.

Fratellanza. Questo obiettivo può essere raggiunto solo coralmente, unendo le nostre capacità per il nostro reciproco vantaggio e diletto e aiutandoci vicendevolmente a non mascherare involontariamente comportamenti egoistici dietro una facciata altruistica. Il fine più alto nell’universo non è il bene del singolo, ma il bene di tutti.

Uguaglianza. Le risorse necessarie per una vita dignitosa sono beni comuni. Il loro accesso e fruizione rappresentano un diritto fondamentale di ogni persona. L’utile ricavato dallo sfruttamento di queste risorse – in primis l’energia – deve essere ripartito equamente.

Libertà. È il sacrosanto fondamento della condotta morale e non deve violare la libertà altrui.

PERCHÉ UNA DICHIARAZIONE?

Vorrei iniziare con una frase che ho casualmente trovato su Internet. È di un cittadino che non è né deputato, né ministro, né sottosegretario, né presidente della Repubblica. Si chiama Alberto Tesseri e dice: “Questa Costituzione è stata scritta da gente sana per gente sana”. È quasi un trattato di politica costituzionale in pochissime parole. Si dice che la Costituzione è quella cosa che un popolo scrive quando è sobrio per valere quando non lo sarà più. Qualcuno dei riformatori ha detto che questa nostra Costituzione è inadatta a governare. Noi gli chiediamo se loro sono adatti a governare. C’è una domanda che io vorrei fare ai nostri ministri, al presidente del Consiglio, al ministro per le Riforme e al presidente della Repubblica: sono più importanti le istituzioni o gli uomini e le donne che operano nelle istituzioni? La risposta classica è che una Costituzione anche mediocre se è in mano a uomini e donne buoni (cioè disinteressati, competenti, attenti al bene comune, disattenti al bene particolare), può funzionare bene, mentre la migliore delle Costituzioni in mano a uomini e donne cattivi si corrompe. Allora chiediamoci: questa Costituzione in mano a che genere di uomini e donne è caduta?

Gustavo Zagrebelsky, 13 ottobre 2013

 

Non otterremo nulla senza una dichiarazione dei nostri diritti intrinseci. Ogni rivoluzione delle coscienze e delle istituzioni è sorta da una rivolta contro l’ingiustizia, però nessuna ribellione può diventare una rivoluzione civile senza una dichiarazione, un patto, un contratto tra cittadini che sancisca quei principi che dovranno assicurare organizzazione, coerenza e, in ultimo, successo, alla trasformazione.

L’umanità deve rivendicare l’autorità di un contratto sociale, che è il potere di stabilire una forma di civiltà basata sulla giustizia e sulla trasformazione della coscienza umana nel senso dell’autogoverno morale e solidale delle persone e delle comunità. Si deve formalizzare la causa del genere umano, come si è fatto in precedenza con i singoli popoli, allo scopo di veicolare un ideale in forma esplicita e concreta.

 

Per quanto riguarda il Trentino, l’autonomia interessa poco perché è afflitta da formalismi giuridico-burocratici. È un’idea astratta che non scalda i cuori.

Le costituzioni sono l’anima di una nazione, per questo meritano l’attenzione dei cittadini. Prendere sul serio l’autonomia significherebbe accorgersi che è un contratto sociale, un accordo tra cittadini, l’accordo fondamentale che viene rinnovato ad ogni generazione.

Le costituzioni si preservano per consuetudine, deferenza, orgoglio, paura di indebolirle, ecc. Ma il senso vero delle costituzioni risiede nel loro spirito, nella convinzione che sono dei patti che, se venissero a mancare, sarebbero re-introdotti alla prima occasione e grosso modo nella stessa forma, e comunque nel pieno rispetto del suo spirito. E questo spirito merita rispetto perché incarna ciò che c’è di più elevato in noi, la convergenza dei nostri migliori istinti e aneliti.

Pensiamo al preambolo alla costituzione americana. Ha perso un po’ del suo smalto, dimostra la sua età, ma non è la vetustà delle parole e dei sentimenti espressi a contare. Inchinarsi alla lettera delle leggi anche quando sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito è scellerato. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare.

La verità è che, come tutte le “cose​​”, la lettera della legge subisce un processo di decadimento, ma il suo spirito è immortale, perché si fonda su ciò che è giusto. Non credo che chi si ripromette di riformare la costituzione italiana in questi anni abbia a cuore il suo spirito.

Sarebbe doveroso e opportuno tornare a concentrarsi su ciò che la costituzione rappresenta, non su quello che dice testualmente, perché ci sono sempre azzeccagarbugli che giocano con le parole e le loro interpretazioni.

Sarebbe doveroso ed opportuno ricordarsi che, oltre a ciò che è lecito, vi è anche ciò che è giusto, e che ciò che è giusto definisce quel che è lecito, non vice versa.

 

Ciò che segue è l’alfabeto dei principi e delle pratiche di questo futuro possibile che potrebbero ispirare la “Dichiarazione di Autonomia delle Terre Alte”.

ABOLIZIONISMO / SEISACHTHEIA

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Padre Nostro, preghiera cristiana

 

Padre di Tilda, fidanzata di Adam: “Adam, stammi a sentire, per il bene di mio nipote se non per il tuo. C’è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene. Questo movimento non sopravvivrà, se ti unisci a loro tu e l’intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate, al peggio sarete linciati o crocifissi. E per cosa, per cosa, qualunque azione vogliate non ammonterà più che a una singola goccia in un oceano sconfinato”

Adam Ewing: “Ma cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?”

Da “Cloud Atlas”

 

Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento. Ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso.

Gustavo Zagrebelsky, appello del 4 aprile 2011 (Libertà e Giustizia)

 

Il mondo non è mai stato così ricco: circolano beni per un valore di 241mila miliardi di dollari, equivalenti a 47000 euro per ciascun adulto. Questa ricchezza crescerà del 39% entro il 2018. La popolazione mondiale aumenta di 1,1% annuo, ma la produzione di cibo aumenta dell’1,5% annuo.

Eppure il numero di esseri umani condannati alla fame è stabile da trent’anni circa, a quota 850 milioni di persone.

La prova del fatto che il modello economico dominante è parassitario e iniquo è data dal fatto che lo 0,7% più ricco possiede il 41% delle ricchezze globali (e solo una minima percentuale è costituita da imprenditori che contribuiscono all’economia reale), il 10% più ricco ne controlla l’86%, la metà più povera della popolazione mondiale possiede l’1% delle risorse. Il paradiso delle rendite di posizione.

120 milioni di europei e 150 milioni di statunitensi vivono sotto o appena sopra la soglia di povertà.

Il debito privato della “virtuosa” Danimarca è pari al 322% del reddito delle famiglie, ed è il più alto del mondo. Due quinti della popolazione britannica non saprebbe come far fronte ad una spesa inattesa di 300 sterline senza chiedere un prestito. Ogni 5 minuti un cittadino del Regno Unito viene dichiarato insolvente

L’1% che risiede in cima alla scala sociale americana si è accaparrato il 95% della ricchezza prodotta nei quattro anni compresi tra il 2009 e il 2013.

110 persone controllano il 35% delle ricchezze russe. 432 famiglie possiedono metà delle terre scozzesi non demaniali.

3 esseri umani su 1000 sono schiavi. Sono poco meno di un milione solo in Europa (60% sono cittadini europei). A questi vanno aggiunte le centinaia di milioni di servi di fatto. Se un’azienda fosse autorizzata a detenere degli schiavi dovrebbe fornire un tetto, vestiti, cibo, cure mediche e sorveglianza/sicurezza, per un costo che supererebbe tranquillamente i 100 euro al giorno, molto più del “salario” di un lavoratore immigrato sotto ricatto o di un precario disperato. I servi contemporanei sono decisamente più convenienti degli schiavi del passato: sono loro che si trasferiscono a spese proprie, a costo della vita, si devono procurare per conto loro vitto e alloggio, accettano una condizione di servaggio volontario, giacché l’alternativa è miseria, caos, pericolo, arbitrio e assenza di prospettive del paese di provenienza:

 

Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi in criminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto, di un “rimpatrio” coatto, in una patria che non ha più. La prepotenza dei privati si accompagna per lui all’assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere “scoperto” nella sua posizione, l’irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all’ Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l’esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino). In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’integrazione sociale, al lavoro, all’istruzione, alla maternità. Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?… Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell’espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società.

Gustavo Zagrebelsky, “Lo straniero che bussa alle porte dell’Occidente”, la Repubblica, 13 novembre 2007

 

Milioni di giovani precari vivono infinitamente meglio di queste persone, ma sono forse liberi? Sono cittadini sovrani? La loro dignità è rispettata? I loro diritti civili sono effettivi?

Viviamo in una società gerarchica, razzista, esclusivista. Abbiamo tentato in ogni modo di riformarla rendendola più egalitaria ed inclusiva ma, ogni volta, le conquiste sono state erose dalla reazione di chi crede che gli esseri umani non abbiano pari dignità, perché non hanno pari valore e quindi ciascuno deve guadagnarsi il diritto a stare al mondo e, in seconda battuta, a farlo dignitosamente.

Quella stessa logica ha portato allo sfruttamento di Auschwitz da parte della I.G. Farben, la più grande multinazionale chimica del mondo del suo tempo.

Auschwitz non è un’aberrazione ma il culmine di una tradizione schiavista. Il paradigma della società di dominio totale resta una tentazione permanente di ogni sistema in cui il potere si accentri e si espanda senza limiti. Una volta che un sistema di dominio totale ha dimostrato in modo così eclatante la sua efficacia, rimarrà, per alcuni, un modello da imitare, o “perfezionare”.

Prima dell’abolizionismo lo schiavo era parzialmente considerato un essere umano. Nel capitalismo sfrenato la logica della massimizzazione dei profitti fa sì che l’essere umano divenga un utensile e una merce.

La nostra è una società che si fonda sull’ossessione feticista per il valore intrinseco delle essenze. Tutto ha un prezzo e, più pura è l’essenza di una cosa, maggiore la sua autenticità, più elevato sarà il suo valore. Essere maschi eterosessuali significa essere meglio quotati in una società patriarcale: è più facile fare carriera. Essere belli è un valore aggiunto. I mercati esistano per assegnare un valore alla differenza, ogni differenza. Nel farlo, separano, disgregano, frammentano, contrappongono, a spese di uguaglianza e fratellanza.    

Ogni diversità diventa preziosa non perché ci aiuta a comprendere meglio la realtà, guardandola da diversi punti di vista, ma perché genera un profitto.

Sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze accresce il profitto.

Viviamo in una società che insegna ad amare le cose e a usare le persone: una società che i posteri definiranno, a buon diritto, schiavista.

Con buona pace dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”.

L’aveva intuito il Karl Marx della “Miseria della Filosofia”:

 

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

 

Gustavo Zagrebelsky, in dialogo con Ezio Mauro (Mauro/Zagrebelsky 2011), ha colto nel segno quando a rilevato la drammatica involuzione che sta subendo la democrazia, un’istituzione, come ci ricorda il costituzionalista, che, finora è sempre stata rivendicata dagli inermi, dagli esclusi, dagli ultimi, da

 

quelli che contano poco o nulla e vogliono contare di più, vogliono farsi valere in società che li tengono ai margini…La democrazia dovrebbe stare dalla parte, dovrebbe essere la parola d’ordine dei senza-potere, contro coloro che dispongono di troppo-potere. Dovrebbero essere i primi, non i secondi ad esserle amici. […]. Mi pare si debba constatare il contrario. Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero (p. 11).

 

La democrazia, continua Zagrebelsky, sta mostrando il suo volto minaccioso proprio nei confronti di chi avrebbe il compito di proteggere e, in nome suo e del consenso popolare, si legittimano e razionalizzano prepotenze, pregiudizi, discriminazioni, soprusi, prevaricazioni, “indecenze di ogni tipo”.

Che fare?

Per ristabilire la democrazia su tutto il pianeta bisogna prima di tutto rimuovere il meccanismo infernale della schiavitù per debiti. Il giubileo del debito era una prassi consuetudinaria nell’antichità, in Europa come in Asia e in Africa, almeno dal terzo millennio avanti Cristo, e serviva a ristabilire la pace sociale. In Mesopotamia se ne contano circa 30 nel corso di mille anni. La stele di Rosetta testimonia il fatto che gli annullamenti del debito si effettuavano anche in Egitto.

Nella Grecia di Solone si chiamava seisachtheia (lo scrollarsi di dosso degli oneri del debito) e coincise con la nascita della democrazia greca. Nella Bibbia si narra che il popolo di Israele, ogni 50 o 70 anni, faceva il punto della situazione, si interrogava sulle sue mancanza, sui suoi peccati, rifletteva sulla strada da percorrere e ripudiava il debito azzerando tutto per poter ripartire su basi più egalitarie.

Il corano insiste sulla necessità di non tormentare il debitore quando è evidente che non sarà in grado di ripagare.

Non c’è ragione di credere che, per evitare il peggio, non si possa arrivare ad un accordo anche ai nostri giorni.

Le iniziative per il ripudio della schiavitù per debiti si manifestano come ondate globali. Con alterne fortune, la prima ebbe luogo nella Grecia (Sparta), India (Ashoka) e Cina (dinastia Qin) del terzo secolo a.C. e nella Roma del II secolo a.C. (i Gracchi). Di nuovo, con maggior successo, nel tredicesimo secolo: a Bologna (1256), in Inghilterra (1215) e in Giappone.

Grecia, Italia, Giappone, Cina, Islanda (al tempo dei vichinghi) e Inghilterra possono essere considerate le nazioni e culture pioniere dell’abolizionismo.

Oggi Argentina, Grecia e Islanda stanno cercando di ripercorrere quella strada, nella certezza che il modello attuale garantisce che la crescita economica e la crescita del benessere saranno sempre inferiori all’aumento del debito, per indebolire la democrazia, restringere gli spazi di manovra della politica, soggiogare i cittadini.

L’unica soluzione per far trionfare il nuovo movimento abolizionista è tassare le rendite, ripudiare almeno una parte del debito, frantumare banche e multinazionali così grandi da determinare le politiche delle nazioni e riprendere il controllo del sistema bancario, ormai quasi per nulla interessato a porsi al servizio dello sviluppo dell’economia reale e dell’interesse generale.

L’alternativa sarà una permanente condizione di instabilità sociale, con scioperi di massa, caos, rivolte, secessioni della plebe (secessione delle masse dalla società) e fascismi “sicuritari”.

ALTRUISMO

Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”.

don Lorenzo Milani Lettera ai giudici (1965)

 

La patologia di chi accumula denaro al di là di ogni misura è simile a quella del collezionista a cui non interessa la natura delle cose raccolte, ma la sistematicità dell’insieme collezionato, che gli garantisce la sicurezza di un mondo chiuso e invulnerabile.

Umberto Galimberti

 

L’ultima visione dell’inferno umano di Dante è quella del conte Ugolino che morde il cranio del suo tormentatore; l’ultima grande visione allegorica di Spenser è quella di Serena spogliata e preparata per un banchetto cannibalesco…L’orco e il gigante cannibale delle favole popolari che compare nella letteratura come Polifemo, e tutta una lunga serie di sinistre vicende di sangue e carne umana dalla storia di Tieste al patto di Shylock, appartengono a…una forma demonica radicale.

Northrop Frye, “Anatomia della critica”

 

Il simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, è un emblema dell’individualismo possessivo e parassitario: una forma di vita attaccata alla terra, di sangue freddo e spesso velenosa, imprigionata nel proprio ciclo di morte e rinascita. L’archetipo dell’uroboro ci rimanda al perfezionismo, all’ossessività, alla stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, alla debolezza ed insicurezza di chi ha un bisogno ossessivo di controllare le proprie circostanze di vita. Una ricerca della sicurezza, non della maturazione, che interrompe il flusso dell’energia vitale.

 

Nella storia umana il cannibalismo è un tabù, una delle proibizioni più categoriche. In Cina è associato alla tirannia e ad intrighi politici, al sovvertimento dei valori della benevolenza (ren) e della rettitudine (yi). Nella Grecia omerica è legato all’egocentrismo, all’utile personale, alla possessività, all’inospitalità, all’hybris, la dismisura, la superbia che saranno necessariamente punite. Caratterizzazioni analoghe si riscontrano nelle Americhe e in Africa.

L’antropologo Jack D. Forbes e lo psicanalista Paul Levy hanno ripreso questo motivo leggendario in riferimento a una psicosi tipica dell’esperienza umana, che in certe persone (es. psicopatici/sociopatici) e culture (es. neoliberismo) raggiunge livelli parossistici, cancellando dalla sfera della consapevolezza l’ovvia constatazione che nessuno di noi è un essere vivente autosufficiente, ma siamo tutti interconnessi e interdipendenti.

 

Carlo Emilio Gadda (“L’egoista”, 1953) descrive molto efficacemente l’egoista come un ego-buco nero che si considera autarchicamente indipendente da tutto il resto, per nulla in “simbiosi con l’universo”, quando invece “ognuno di noi è il no di infiniti sì, è il sì di infiniti no” e “se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me”. L’egoismo tirannico spadroneggia ovunque ed estingue la coscienza morale e lo spirito civico, per poi annientare gli egoisti più estremi: “autostritolatosi nella sua pressione centripeta, nella sua propria ipergravità. La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato”. Per Gadda c’è un nesso evidente tra egoismo e consumo del prossimo:

 

L’egoismo…discende dalla smania priméva di appropriarci il vitto, la maggior quantità possibile di cibo. è un impulso istintivo, non riflesso: è la liberazione dalla paura atavica, primordiale, belluina, di rimanere senza cibo: è la reviviscente fame dei millenni. […]. il duro senso del possesso, lo spietato esercizio del proprio tornaconto, la liruccia disputata alla serva, la schioppettata nella gobba del prossimo per una falciata di fieno; o viceversa quell’amore dei propri comodacci di che l’egoista non si smuove d’un millimetro nemmeno a veder crepare la su’ nonna, è condizione morale, è stato biopsichico oggigiorno così consueto e diffuso, da neppure doverci spendere parola.

 

L’egoista è chi, da adulto, si comporta come un bimbo capriccioso, arrogante ed egoista.

L’altruista ama se stesso attraverso l’amore per il prossimo, la sollecitudine, la premura, la solidarietà, l’umiltà, l’accettazione della mutua interdipendenza, riconosce pari dignità all’altro, per quanto diverso. Per queste persone la coscienza è un’attività integrativa di interrelazione e interdipendenza, non di dominio e fagocitazione e la reciprocità, esercitata con spirito di umiltà e giustizia, è la miglior guida etica.

Reciprocità significa usare l’empatia per rendersi sensibili, porosi, ricettivi alle esigenze, sentimenti e prospettive altrui. L’umiltà tiene sotto controllo il nostro istinto di dominare chi è più debole di noi, la nostra aggressività e ci permette di raggiungere dei compromessi, nel rispetto degli altri.

Questo risulta più facile se ci rendiamo conto di essere parte del tutto, di essere tutti sulla stessa barca e che quindi il mio prossimo non è veramente “altro da me”.

Un modo equanime e integrato di guardare alla realtà è quello di percepire l’unità che sottintende la diversità apparente – unità nella diversità. Una prospettiva espansiva, o altruistica, è quella che riconosce negli altri i tratti di sé e l’unitarietà dell’origine dell’esistente e si comporta secondo la regola d’oro: “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te” (cioè a dire, non comportarti come un dio).

AMERICA

La via scelta dagli Stati Uniti era contrassegnata a chiare lettere da pochi, trasparenti principi guida della loro condotta nella politica mondiale. Primo: nessun popolo di questa terra, in quanto popolo, può essere giudicato un nemico perché l’umanità tutta condivide un bisogno comune di pace, di fratellanza e di giustizia. Secondo: la sicurezza e il benessere di qualsiasi nazione non possono essere acquisiti permanentemente nell’isolamento, ma solo attraverso una reale cooperazione con le altre nazioni. Terzo: il diritto di ogni nazione ad un governo e ad un sistema economico di sua scelta è inalienabile. Quarto: qualsiasi tentativo di una nazione di imporre ad altre nazioni la sua forma di governo è indifendibile. E quinto: la speranza di una nazione in una pace duratura non può essere solidamente basata sulla corsa agli armamenti ma su rapporti giusti e su intese oneste con tutte le altre nazioni.

Dwight D. Eisenhower, 1953.

 

Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo, per quanti successi abbia avuto nel sollevare le masse dalla loro degradazione, nello sviluppo materialistico, nella produzione e in certa molto ingannevole e superficiale intellettualità popolare, è oggi come oggi un fallimento quasi completo nei suoi aspetti sociali e in tutti i risultati più grandi, quelli religiosi, morali, letterari e estetici. Invano marciamo a passi mai visti verso un impero tanto colossale da oscurare quelli dell’antichità, l’impero di Alessandro e le più audaci conquiste di Roma. Invano ci siamo annessi il Texas, la California, l’Alaska, e ci spingiamo a Nord verso il Canada, a Sud verso Cuba. È come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasto solo un poco, o niente affatto anima.

Walt Whitman, Prospettive democratiche, 1871

 

Lincoln riteneva, con ogni fibra del suo essere, che questo luogo, l’America, potesse offrire un sogno a tutta l’umanità, un sogno diverso da ogni altro negli annali della storia. Più generoso, più compassionevole, più inclusivo…L’idea di famiglia, l’idea che, se non ci si aiuta l’un l’altro, alcuni non ce la faranno. È la famosa immagine della persona che ascende lungo la scala sociale, raggiunge il suo sogno e poi si volta per aiutare il prossimo a salire, non per ritrarre la scala. Quale altro popolo ha mai rivendicato una qualità di carattere che non risiede in un modo di parlare, vestire, ballare, pregare, ma in un’idea? Quali altri popoli della terra hanno sempre rifiutato di ancorare le definizioni della loro identità a qualcosa che non fosse quell’idea?

Mario Cuomo

 

Il vero punto di forza degli Stati Uniti, almeno fino al fatidico 1973, che ha segnato l’inizio della risacca controrivoluzionaria neoliberista occidentale, è stata la capacità di incarnare una via al progresso ed alla modernità che poteva fungere da modello per il resto del mondo. Si poteva essere in estremo disaccordo sulla politica estera, senza per questo smettere di ammirare le conquiste della società americana e la sua capacità di dare un’opportunità a milioni di diseredati.

 

La grande speranza dei fondatori della repubblica statunitense risiedeva nella visione di cosa fosse l’umanità e di cosa potesse diventare – individualmente e coralmente. L’America era una grande idea, una di quelle grandi idee che fanno andare avanti il mondo, che dischiudono nuove possibilità e nuovi significati nell’epopea umana. Idee che indirizzano la nostra attenzione verso la grandezza che ci circonda nella natura e nell’universo, aprendoci gli occhi sulle reali esigenze del nostro prossimo, mostrandoci che non siamo qui solo per onorare noi stessi, che non è solo la sicurezza economica e fisica ciò a cui dobbiamo aspirare. L’America era un’espressione nuova ed originale, un esperimento sociale e politico, fondato su idee che sono state patrimonio dell’umanità per secoli e forse millenni, senza mai poter trovare una solida attuazione (neppure al tempo dell’Atene classica). L’America, prima di essere corrotta dal materialismo, dal consumismo, dal militarismo, dal feticcio per le armi e dall’imperialismo, fino grosso modo all’elezione di Richard Nixon, era la promessa di un nuovo inizio per l’intera umanità e fu questa promessa ad essere fatta propria dai girondini che cercarono di governare la rivoluzione francese prima che questa sfociasse nel Terrore.

Le due rivoluzioni si nutrirono della fede in una natura umana decaduta ma perfettibile. Fu questa la linfa del migliorismo sociale, della democrazia, dei diritti umani, del costituzionalismo. Una visione che ci chiama ad agire responsabilmente, a onorare qualcosa di più elevato dei nostri desideri di profitto e gratificazione materiale: la libertà di chi si sente veramente libero solo se sono tutti liberi, la giustizia, l’uguaglianza, l’indipendenza di giudizio, la coscienziosità, la sollecitudine verso il prossimo, il senso di responsabilità, l’auto-determinazione. L’uomo visto come un bocciolo, un frutto non ancora maturo, un potenziale inespresso, un divenire che si compie coralmente, in una comunità, non nel supponente isolamento dagli altri, che all’opposto ci rende più vulnerabili all’autoinganno, all’egoismo, alla superbia, alla paura, alla violenza aggressiva propria di chi separa ciò che è interconnesso.

L’America non doveva essere una sacra Heimat ma, più propriamente, una comunanza di coscienze e di sodali nello spirito più esoterico del motto “E pluribus unum”: “Da molti, uno”. Lo si evince dagli scritti di Washington, Madison, Jefferson, Paine e, più tardi, di Lincoln, Frederick Douglass, Emerson, Thoreau, Whitman, Martin Luther King e dei fratelli Kennedy, che sapevano conciliare considerazioni di natura sinceramente spirituale e finalità puramente pragmatiche.

La loro America doveva essere un paese prospero ma anche un luogo dell’anima – intesa come un potere della coscienza di cui siamo ancora scarsamente consapevoli –, una regione del pianeta privilegiata, in cui le persone dovevano avere la possibilità, i mezzi ed il diritto di cercare la verità, ascoltare le proprie coscienze, coltivare la vita interiore e lavorare assieme per il bene comune. Questa dimensione spirituale era centrale ed è innegabile (Needleman 2002).

L’America si è dotata di una specifica forma di governo che doveva permettere ai suoi cittadini di migliorarsi e di migliorare la vita umana sulla terra, nella convinzione che, senza una rivoluzione dello spirito, se non cambia l’interiorità, se non si trasformano le teste delle persone, ogni cambiamento esterno non farà altro che perpetuare l’ingiustizia e l’autoritarismo in forme diverse. Questo perché l’ingiustizia proviene dall’uomo – dalle menti e dai cuori delle persone –, non dalle circostanze. L’America non si è ancora dimostrata all’altezza delle sue aspirazioni. Nel dopoguerra le forze anticostituzionali hanno cominciato a prendere il sopravvento. Hanno ucciso, hanno cospirato. Ma lo spirito della Costituzione e della Dichiarazione di Indipendenza è indomito, perché fa parte della natura umana e perché rappresentano il preludio alla trasformazione planetaria delle coscienze che sta avendo luogo grazie a Internet e alla globalizzazione.

AUTONOMIA

Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Imparare a imparare da soli. Ecco il segreto dell’autonomia.

Raoul Vaneigem

 

Ciò che differenzia la storia svizzera dal modello europeo è il risultato. Le comunità svizzere si sono costruite dal basso verso l’alto, crescendo da liberi contadini o piccole associazioni di paese, e sono curiosamente pesanti nella loro parte bassa, un po’ come quelle bambole che, anche se spinte, si rimettono sempre in piedi. Il peso è in basso. Le comunità hanno un profondo equilibrio verso il quale, come verso il punto di riposo, l’ordine sociale e politico tende a ritornare.

Jonathan Steinberg, “Why Switzerland”, 1976

 

La missione del Trentino e dell’Alto Adige-Südtirol è quella di concorrere ad una rivoluzione federalista: l’obiettivo è quello di donare l’autonomia a tutti, ossia condividerla, per renderla efficace ed effettiva a livello planetario. Se la perderemo sarà una sconfitta per tutti, non solo per noi, perché avrà vinto la logica della scarsità artificiosa e del divide et impera.

 

Per il momento una maggioranza di scozzesi, trentini e altoatesini ha scelto la via dell’autonomismo (devolution) e del dialogo, del confronto ragionato, dell’unità nella diversità. Ha rifiutato il muro contro muro, la credenza che il proprio punto di vista o causa è più significativo di quello di qualcun altro.

In fin dei conti, l’unica cosa che davvero importa è come ci si comporta con il nostro prossimo e questo giudizio non è determinato da appartenenze religiose, culturali, politiche. Contano solo le azioni che hanno reso la nostra e l’altrui vita più gioiosa e meno dolorosa, più gentile e meno arcigna, più profonda e meno esteriore. Non esiste alcuna ragione, alcun alibi per rifiutarsi di vedere le persone per quello che sono e non come esemplari senza volto di una comunità oggetto del nostro disprezzo e acrimonia.

 

L’autonomia, o autogoverno, è la libertà calata in un contesto sociale complesso.

Significa vivere la propria vita, agire in base al proprio giudizio, assumere liberamente degli impegni, rispettare delle convenzioni nella consapevolezza che non sono nulla più che convenzioni, far emergere il meglio di sé a beneficio della proprio comunità. Comporta un distanziamento, un distacco dagli altri, una condizione che è raramente possibile per gli altri esseri viventi di questo pianeta. Comporta anche dei rischi, perché solo un essere autonomo si può assumere delle responsabilità e quindi andare incontro alle conseguenze delle sue azioni senza poter dare la colpa a nessun altro.

Ma, nell’autonomia – l’autonomia vissuta, non l’autonomia istituzionale che non impregna di sé la società –, io conto, le mie decisioni possono fare la differenza, perché sono mie; non sono trascurabile, la mia volontà ha un peso. Mi si devono delle spiegazioni, posso esprimere il mio parere, posso contestare quello altrui, ho diritto di poter ascoltare il parere altrui, di prendere parte alla vita della comunità. In questo risiede la mia dignità, nel fatto che sono imprevedibile perfino a me stesso, sono solo parzialmente determinato dal mio corredo genetico e dal mio ambiente socio-culturale, c’è qualcosa in me che è unico e che è in larga misura inespresso. Sono un progetto, un lavoro in corso, posso e debbo riflettere su chi sono, da dove vengo e su dove voglio andare. Posso scegliere, mi creo e ricreo ogni giorno e non sono un prodotto, un manufatto, una merce, un burattino, un automa. Posso trovare il coraggio di essere me stesso, di vivere consapevolmente e sento che questo enorme beneficio vale per tutti gli altri, che vivrei meglio in una comunità in cui tutti potessero farlo, senza violare l’altrui diritto di poterlo fare. Una comunità di persone libere e responsabili che si sforzano di consentire agli altri di essere nelle condizioni di poter esprimere e migliorare se stesse, di non nascondersi a se stesse ed agli altri, di cambiare, di desistere e ricominciare da capo.

Non sono la proprietà di nessun altro, neppure della mia comunità, di una casta, della società o dello Stato. Nessuno mi può trattare come un bambino o un animale domestico se sono un adulto e mi comporto come tale. Ci sono dei limiti che non devono essere violati, ho/abbiamo dei diritti inalienabili che mi/ci permettono di procedere nell’elaborazione del progetto di me stesso, assieme agli altri, coralmente. Mi pongo al servizio del prossimo ma non sono a disposizione degli altri per qualunque cosa, eccezion fatta per le persone che amo e anche lì con dei distinguo.

Devo poter vivere a modo mio anche se le mie scelte sono impopolari e magari persino considerate aberranti, purché non leda il diritto altrui di fare lo stesso e non danneggi il mio prossimo.

BENI COMUNI

L’idea dell’essere umano come animale stanziale, un animale che, come altri, ha il suo territorio e lo difende dalle intromissioni, deve essere un’idea del profondo…La terra, questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par., XXII, 151) l’abbiamo divisa in tante parti e ce ne siamo impossessati, popolo per popolo, come cosa nostra, e ci pare normale, naturale, l’idea di straniero, di colui che passa o tenta di passare da un’aiuola all’altra turbando le sicurezze che riponiamo “in casa nostra”. Quante volte abbiamo sentito ripetere anche da noi, come se fosse ovvia e innocente, questa espressione!

Gustavo Zagrebelsky

 

Secondo Immanuel Kant siamo solo di passaggio su questo pianeta, la cui superficie sferica e finita fa sì che non possiamo evitare di incontrarci. Le nostre nascite sono del tutto accidentali, per quanto ne sappiamo. Siamo nati in un certo luogo piuttosto che in un altro e ciò non ci dà alcun diritto di reclamare un’area come nostra. La nascita non dipende da una libera scelta del nascituro e quindi non è un atto giuridico. Per lo stesso principio nessuno può rivendicare alcun titolo preferenziale a risiedere in un dato luogo piuttosto che in un altro, o ad essere titolare di una porzione di questo pianeta. Poiché siamo tutti nomadi, allora la condizione originale dell’uomo e delle sue interazioni è una relazione aperta, di condivisione, che respinge ogni pretesa di esclusività. Il risiedere in un luogo, la delimitazione del proprio rifugio, santuario, riparo, non assegna alcun diritto di possesso. La superficie della terra e le sue risorse appartengono a tutti e a nessuno e non è pertanto inquadrabile nella logica del diritto d’uso esclusivo e meno che meno della proprietà privata. Non esiste una terra promessa ed un popolo eletto destinato a dimorarvi.

 

Ora, il paradigma prevalente impone una scelta secca ed esclusiva tra pubblico e privato, quando invece, in diversi casi, sarebbe più giusto, efficace e conveniente un sistema misto, basato sul principio di una comunità di persone (privati) che si impegnano e si responsabilizzano nei confronti di un gruppo più vasto (pubblico). Con una chiara divisione dei compiti: il pubblico si occupa delle norme, regolamentazioni, controlli e della missione (la vision), mentre il privato provvede alle soluzioni tecniche ed attuative, nonché alla “condivisione, cogestione, collaborazione e coabitazione”.

Viviamo in un sistema complesso, quindi non ha senso fissarsi sulla scelta tra proprietà privata e proprietà collettiva.

Serve una categoria di proprietà internazionalmente riconosciuta che indebiti tutti a beneficio di ciascuno (es. il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’alloggio). Idealmente, dovrebbe essere un criterio elastico, con gradazioni, gamme, proporzioni, nei titoli di proprietà sulle cose, secondo un’etica della responsabilità che prescrive modalità diverse di gestione a seconda che si tratti di beni non rinnovabili, oppure duplicabili/moltiplicabili, e che si prende cura delle generazioni future, di un avvenire che non può essere compromesso.

Ciascuno sarebbe allora conscio della necessità di accettare una progressiva restrizione dei suoi diritti di proprietà nella misura in cui si tratta di assicurare la migliore circolazione e fruizione di quei beni che la comunità (urbana, europea o planetaria) giudica essenziali.

L’equa redistribuzione delle risorse del pianeta dovrà essere una delle principali missioni delle Nazioni Unite rifondate.

CORAGGIO

Se c’è qualcosa da temere è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata.

Franklin D. Roosevelt

 

Bello vivere nella paura, vero? In questo consiste essere uno schiavo.

Roy Batty

 

La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura.

Yoda

 

Avverto il loro disagio: la mancanza di fiducia nel bene. e penso che debba essere molto triste non poter credere nel bene. Dev’essere difficile essere una persona che crede solo nelle banconote…Non sto parlando di morale o di coscienza. Non so se ce l’abbiano. Purtroppo ho imparato che esistono persone prive di coscienza morale. Quello che voglio dire è che c’è molta insicurezza nelle persone che riescono a credere solo nei dollari…Ci considerano oggetti da schiacciare, ostacoli da rimuovere. Ma io li valuto molto come persone… Non ho mai imparato ad odiarli. Se lo avessi fatto, sarei stata davvero in loro balia…non si può avere paura di chi non odi. Odio e paura vanno a braccetto… Prima di entrare in politica in Birmania pensavo di essere capace di odiare come chiunque altro. Tuttavia, in seguito mi sono resa conto di non conoscere il vero significato dell’odio, ma che lo potevo vedere nei miei carcerieri…Odio profondo e malvagità…Per superare le tue paure devi prima di tutto dimostrare compassione verso gli altri. Quando cominci a trattare le persone in maniera compassionevole, gentile, partecipe, le tue paure si dissolvono. È un processo immediato.

Aung San Suu Kyi

 

Essere vigili, circospetti, cauti, ragionevolmente apprensivi di fronte a una sfida o un pericolo non è aver paura, perché non c’è una perdita di controllo. Il codardo è servo della paura e vede pericoli ovunque, anche laddove non ce ne sono, o li vede più grandi di quello che sono ed è perciò incapace di contrastarli con efficacia. Il coraggioso (non temerario o incosciente) ha una visione più obiettiva, o meno soggettiva, della realtà, rispetto al codardo.

Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere, e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite, molto maggiore di quello che sarebbe giustificato dal suo reale potere.

Uno stato d’animo impaurito ed aggressivo fa il gioco di chi detesta la democrazia e cerca di indurre gli esseri umani a pensare unicamente alla loro sopravvivenza, a reprimere il potenziale di espansione della nostra verità interiore, della nostra libertà interiore, della giustizia e della fratellanza umana.

 

La democrazia liberale ha il compito di emancipare l’umanità dalla strumentalizzazione della paura per fini politici. Una vita di paura è l’antitesi di un’esistenza costituzionalmente tutelata. Le costituzioni esistono proprio allo scopo di impedire ai governi (ed ai potenti in genere) di diffondere la paura tra gli innocenti. Servono ad abolire la crudeltà, che nasce dalla paura. Se ci comportiamo come bulli (contro il nostro prossimo, contro altri popoli, contro animali e piante, contro la Madre Terra, ecc.), nella speranza che non arrivi mai un bullo più forte di noi a metterci in riga, è perché siamo maniaci del controllo, ci terrorizza l’idea di perderlo. Le incertezze e indeterminazioni della vita ci spaventano, come ci spaventa la morte: e allora ci troviamo a manipolare, sfruttare, tormentare, aggredire il prossimo per sentirci vivi e illuderci che “è tutto sotto controllo”.

Possediamo però anche una conoscenza istintiva di ciò che ci spaventa, di ciò che troviamo doloroso e proprio questo ci ha spinti, nella nostra ricerca di un’esistenza dignitosa, ad abbracciare un ordinamento politico fondato sulla tolleranza, lo stato di diritto, la divisione dei poteri, il pluralismo e la solidarietà. Un ordinamento che ci dà sicurezza e ci rende più coraggiosi.  

COSTITUZIONALISMO

Tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero, tra il padrone e il servitore è la libertà che opprime, è la legge che affranca.

Jean-Baptiste Henri Lacordaire

 

Entriamo nel parlamento per munirci, nell’arsenale della democrazia, delle sue stesse armi. Se la democrazia è così stupida da darci biglietti gratuiti e stipendi per farlo, sono affari suoi. Non veniamo da amici, e nemmeno da neutrali. Veniamo come nemici.

Joseph P. Goebbels

 

Se la regola d’oro (“non fare agli altri…”) è la migliore morale privata, il costituzionalismo è la migliore morale pubblica.

Sono i diritti umani, non la democrazia, il fondamento delle società “avanzate”. Una democrazia non è tale se non è costituzionale, perché il costituzionalismo limita i capricci della sovranità popolare.

Ne consegue che il peggiore abuso che può essere fatto dell’istituto referendario è la pretesa di poter conferire, abrogare o negare un qualunque diritto fondamentale con il proprio voto. I diritti fondamentali non si attribuiscono, si riconoscono e basta: sono pre-esistenti e vanno onorati.

La volontà popolare non è legittima a prescindere dalle sue decisioni e la “democrazia radicale” non è necessariamente democratica solo perché così la si definisce. È più probabile che sia proto-democratica.

Molti cittadini pensano, con un voto, di poter conferire, abrogare, o negare qualsiasi diritto fondamentale – mentre possono solamente riconoscere dei diritti. La struttura e le procedure di governo devono essere determinate dal popolo, ma è meglio non parlare di sovranità popolare, come se la potestà popolare fosse illimitata e comunque legittima. La cittadinanza non può legittimamente disporre a suo piacimento delle vite di chi è messo in minoranza. La voce del popolo non è la voce di Dio, non può godere di un’autorità incondizionata.

In ogni democrazia sana il potere è mediato, distribuito, controbilanciato e spetta, di norma, a chi è sufficientemente competente da poterlo impiegare con cognizione di causa. Una democrazia sana è una democrazia costituzionale. Il motto “più democrazia è meglio” non è compatibile con la difesa della costituzione, che ha orrore dello zelo patriottico/nazionalista, delle ondate emotive, delle mode, della demagogia, delle crociate, dell’anti-intellettualismo, delle cacce alle streghe, dei movimenti identitari che negano il diritto dei singoli a determinare per conto loro la propria identità.

Dopo l’11 settembre abbiamo capito quanto è facile convincere una popolazione ad approvare la tortura, le detenzioni a tempo indeterminato, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti dei droni sui civili, le guerre “umanitarie”, la sorveglianza capillare, la persecuzione o discriminazione delle minoranze, la censura, gli embarghi illegali, ecc. In innumerevoli occasioni i politici hanno contrapposto la sovranità popolare ai dettami delle costituzioni, al loro spirito, alle pratiche che esse prescrivono. Dobbiamo fare in modo che non accada mai più.

Il costituzionalismo fornisce una cornice entro la quale le dispute possono essere risolte civilmente. La nostra Costituzione esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità, all’onorabilità, all’umanità. L’Italia pretende da se stessa di non essere selvaggia, di non umiliare, di non terrorizzare, di non mutilare la dignità degli esseri umani. Anche laddove è costretta a usare la forza, vuole imporsi di non trattare gli esseri umani come bestiame, come burattini, come automi, come infanti. Almeno a livello di aspirazioni, ripudia la disumanità e la manipolazione, vuole dare un esempio al mondo, contribuire a rendere il mondo più a misura degli esseri umani come aspirano a essere e faticano a diventare (Paolo, Lettera ai Romani 7: 14-20).

CULTURA

Volendo preservare l’unità spirituale e culturale del Tirolo ed il suo patrimonio storico…

Proposta di Costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo, a cura dei Freiheitlichen

 

Gli esseri umani non sono automi che eseguono un programma culturale caricato nel loro cervello (hardware) alla nascita. Non esistono due italiani che usano la lingua italiana allo stesso modo e non esistono due sudtirolesi che saprebbero mettersi d’accordo su cosa si debba intendere per cultura sudtirolese e Heimat. Ogni cultura è una narrazione e ogni individuo è un narratore che la interpreta, la racconta a modo suo, declinandola secondo le sue sensibilità, aggiungendo qualcosa qui e lì, e togliendo qualcos’altro altrove. La cultura è un prodotto dell’immaginazione umana e ogni mente, essendo diversa, contribuisce a renderla porosa, flessibile, incessantemente mutevole, eterogenea. Ogni persona narra la “sua” cultura ponendosi in relazione con altre persone che narrano la loro e solo Dio potrebbe cogliere la narrazione complessiva nella sua interezza, senza sacrificarne la complessità. La cultura non è un’essenza o un oggetto, le culture non si scontrano tra loro, non si confrontano, non conversano, non agiscono: non sono esseri viventi.

La cultura è una relazione dinamica tra soggetti che non hanno come priorità la conservazione della medesima, ma il vivere pienamente, al meglio delle proprie possibilità. Per farlo, tutti noi usiamo la cultura come uno strumento e apprendiamo ad adoperare altri strumenti, perché lo troviamo utile e piacevole, e talvolta ci inganniamo e trasformiamo la narrazione in una tavola delle leggi, in un fine e non un mezzo.  

Ci inchiniamo alla lettera delle presunte “leggi culturali” anche quando esse sono interpretate in modo tale da tradirne lo spirito. Chiunque rilevi un’eventuale discrepanza è accusato di tradimento. È una degenerazione patologica dell’idolatria, una dipendenza che ci vincola a degli idoli al posto dei significati che sono chiamati a rappresentare. Si chiama razzismo culturalista e non è diverso o migliore del razzismo su basi biologiche. È una patologia della coscienza che sclerotizza e mortifica (rende morto) ciò che è vivo, imbalsama ciò che è mutevole e variabile, reifica un parto della fantasia umana. Una patologia che dissemina superstizione, paura e violenza ed ostacola la naturale disposizione dei singoli a fiorire, maturare, emergere, trascendere le proprie circostanze, eccellere, ciascuno secondo le proprie inclinazioni.

Come la lettera delle leggi subisce un processo di decadimento (entropia), mentre il suo spirito resta immortale, perché si basa su ciò che è giusto, così le culture possono decadere, se si allontanano dal loro spirito, che è quello di riflettere la comune, universale esperienza umana.

DECENTRAMENTO

Molti federalisti europei sembrano aver perso di vista il tradizionale assunto centrale del federalismo, identificato come un sistema politico che consente di combinare i vantaggi dei piccoli Stati con quelli degli Stati più grandi, senza comportare alcuni degli inconvenienti legati a entrambi….gli Stati piccoli tendono a essere isolazionisti, ordinati e ostili alla tirannide. Data la loro limitata gamma di interessi, tendono a contenere le ambizioni, mentre l’attenzione del popolo è rivolta alla prosperità materiale più che alla gloria o alla conquista. A questi vantaggi si accompagnano però gli svantaggi: soprattutto la mentalità ristretta, il campanilismo e la vulnerabilità …Uno Stato esteso ha invece il vantaggio di allargare la mente e suscitare ambizioni tramite una vasta gamma di interessi e la moltiplicazione delle idee.

Larry Siedentop, “La democrazia in Europa” 

 

Abbiamo bisogno di forti governi locali, per evitare di perdere il controllo dei problemi locali.

La logica del decentramento è quella di responsabilizzare un territorio sulle questioni che lo riguardano (democrazia di prossimità), facendo rete per evitare il ripiego localistico, perché l’apertura al mondo è anche una sfida locale.

La tendenza riformista attuale è quella di arrivare al superamento della concezione gerarchica del territorio nazionale, in cui le entità amministrative sono inserite l’una nell’altra come delle bambole russe, con lo Stato a contenerle e controllarle tutte, dal centro.

Siamo in grave ritardo rispetto al pensiero progressista illuminista che, già ai tempi della rivoluzione americana e di quella francese (prima che i giacobini ghigliottinassero i federalisti girondini), aveva capito che solo il decentramento poteva permettere a una nazione di affrontare efficacemente la complessità della gestione della cosa pubblica in una struttura che comprende aree a forte urbanizzazione e regioni rurali e montane, ciascuna titolare del pieno diritto di svilupparsi nei suoi modi e nei suoi tempi. Già oltre due secoli fa si era capito che non si possono costringere realtà diverse nello stesso stampo e che si debbono riconoscere le diversità dei bisogni e delle aspirazioni.

DEMOCRAZIA

Mi piacerebbe pensare che sarà una democrazia dal volto più compassionevole. Una democrazia più gentile…più gentile perché più forte. […]. Nei regimi autoritari, dove è lecito esprimere solo certe cose, al crescita del talento viene distorta. Non può sbocciare, Come un albero che cresce in una sola direzione perché è costretto: la direzione che aggrada alle autorità. Non potrà mai esservi un’autentica fioritura di talenti e creatività.

Aung San Suu Kyi

 

Si osserva ripetutamente che le rivoluzioni creano genio e talenti; ma questi eventi non hanno altro merito che quello di farli affiorare. Sono già presenti nell’uomo, una massa di senso che giace in uno stato di latenza e che, a meno che qualcosa non ci ecciti all’azione, ci accompagna nella tomba, in quelle stesse condizioni. Siccome va a tutto vantaggio della società che l’interezza delle facoltà umane siano messe a frutto, la conformazione di un governo dovrebbe essere tale da far emergere, in virtù di operazioni silenziose e regolari, la piena estensione della capacità che non mancano mai di manifestarsi nel corso delle rivoluzioni.

Thomas Paine, “Rights of Man”, 1792

 

La democrazia costituzionale è la più nobile delle forme di governo perché pone al centro l’individuo nella comunità. Non lo Stato, come facevano i totalitarismi del secolo scorso. Non i mercati, come sembra voler fare Angela Merkel, quando impiega espressioni come “democrazia conforme ai mercati” (Marktkonforme Demokratie).

La democrazia è giudicata inadeguata solo da chi non la vuole sviluppare. La democrazia non è una macchina, ma un’invenzione dell’ingegno umano ed è quindi viva e vitale, come se fosse un organismo vivente. È un principio astratto che acquista realtà concreta per mezzo degli esseri umani. L’idea che la democrazia o c’è o non c’è, allo stesso modo in cui una donna è incinta o non lo è, è puerile. Ci sono gradi di democratizzazione e non sappiamo ancora come sarà una democrazia compiuta. Non l’abbiamo mai vista all’opera. Le nostre democrazie sono ancora acerbe.

 

Democrazia è bello perché, salvo degenerazioni oligarchiche, le decisioni sono più ragionate, consensuali e frutto di una pluralità di vedute, ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle; perché si ritiene che l’umanità possa migliorare (ottimismo antropologico), che il cambiamento può essere un’opportunità; perché la personalità dei cittadini è protetta e coltivata in un clima di collaborazione e non di divisione (unità nella diversità) e perché c’è maggiore prosperità ed equità.

Le democrazie non riconoscono l’esistenza di persone comuni e medie, si compongono di persone che hanno valore in quanto tali e che, idealmente, non temono le opinioni altrui, non hanno paura di chi non la pensa come loro e guardano ai propri governanti con una salutare misura di scetticismo.

Non esiste democrazia senza individualità, ossia la capacità di ragionare con la propria testa e di agire responsabilmente non perché così è richiesto dalla legge ma perché ce lo suggerisce la coscienza, il nostro giroscopio morale. I cittadini non sono mattoni nell’edificio della società, non sono dei mezzi per un fine: sono dei fini in se stessi. La maturazione di una coscienza individuata non porta all’egotismo ma ad un diverso e migliore – più saldo, più profondo, più significativo, più intenso, soprattutto più adulto – rapporto di interconnessione con gli altri.

Come vi è una fede religiosa matura, così esiste un civismo maturo, basata sull’autonomia dei singoli e l’iniziativa personale e non su routine interiorizzate, convenzioni incontestate, superstizioni ritualizzate, preconcetti fossilizzati e lealtà ascritte.

La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica in questo mondo, capace di conciliare pragmatismo e coscienza, materia e spirito, esteriorità ed interiorità.

Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze.

Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere l’essere umano dietro le superficiali distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali. Il significato più profondo della democrazia è la comprensione delle strutture più profonde dell’umano.

La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e insegnanti, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui.

DIGNITÀ E DIRITTI UMANI

Assistiamo a una rinascita delle nazioni in chiave non politica e al riaffacciarsi dei pregiudizi tra nazioni etniche e forti (quelle del Nord Europa) e nazioni “incivili” (quelle del Sud Europa). Così i diritti rischiano di essere associati a un patrimonio etnico: nel senso di essere identificati con il possesso del suolo, della cultura, della lingua, della religiose, dell’etnicità e perfino del civismo. L’idea di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la “nostra” terra, o la “nostra” nazione, o la “nostra” stessa Costituzione, ci induce a leggere i diritti come uno strumento che non stempera la visione possessiva, ma la fagocita. Così, quando si dice di “voler tenere fuori gli immigrati”, non ci si riferisce tanto o soltanto a un’azione fisica di protezione dei confini, quanto a un’esclusione simbolica e culturale dalla cittadinanza di quegli immigrati che vivono nel nostro paese, lavorano, rispetto le leggi e pagano le tasse. All’obiezione del “perché questa esclusione”, ci sentiamo rispondere: “I diritti appartengono a noi”

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Dopo tutto, dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli luoghi, vicini a casa, così vicini e così piccoli che non possono essere visti su alcuna mappa del mondo. Eppure costituiscono il mondo delle singole persone; il quartiere in cui si vive; la scuola o il college che si frequenta; il luogo di lavoro. Sono questi i luoghi dove ogni uomo, donna e bambino cercano un’equa giustizia, pari opportunità e dignità senza discriminazione. Se questi diritti non hanno significato in questi luoghi, hanno poco significato anche altrove. Senza l’azione concertata dei cittadini che li sostengono a casa, vana è la ricerca del progresso nel mondo.

Eleanor Roosevelt, discorso per il decennale dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1958

 

Un’idea di dignità umana – “ci sono cose che non si fanno agli esseri umani perché in loro c’è qualcosa di intrinsecamente, essenzialmente speciale” – esisteva già tra i Cro-Magnon che, a differenza dei Neanderthal, mostravano una spiccata sensibilità verso le salme e si astenevano, in genere, dal cannibalismo. La dignità umana è antitetica al cannibalismo, essendo il frutto di quel sentimento che conferisce forza ai principi morali, che ci fa guardare con ribrezzo e vergogna a chi tratta il prossimo come un oggetto e non come un essere unico ed indeterminato, creatura e creatore al tempo stesso.

 

La specie umana è solo parzialmente naturale, rappresenta un fenomenale scarto rispetto alla natura. Nell’assenza di confini precisi risiede la dignità intrinseca degli umani, che è il fondamento dei diritti umani. La sua fondamentale indeterminazione consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indefinibile, inestimabile. Possediamo una dignità intrinseca perché la nostra esistenza, a differenza di quella degli altri animali, è una nostra creazione: dunque condividiamo un attributo universalmente condiviso (la nostra umanità), ma anche la condizione universale di una irriducibile diversità individuale. È questo che ci rende più speciali tra le specie, ciascuna delle quali è a suo modo speciale.

La nostra dignità deriva pertanto anche dalla nostra creatività e audacia nell’uso della nostra libertà d’azione e di pensiero, nella manifestazione del nostro spirito artistico, nel senso di responsabilità che dimostriamo nei confronti di noi stessi e degli altri, quando stabiliamo che ciascuno di noi è un proprio progetto e non un manufatto o la creatura di qualcun altro. Inoltre, eccezion fatta per gli psicopatici, la percezione della vulnerabilità e mortalità che ci accomuna ci rende più inclini alla tolleranza e alla premura.

 

Descrivere il valore della vita umana come una mera convenzione è sciocco (oltre che pericoloso) perché è contrario a ogni esperienza umana di cosa abbia valore. Se la vita umana non avesse un valore intrinseco allora niente sarebbe più al sicuro, neppure la tutela degli animali e dell’ecosistema. Noi tutti riteniamo che qualcosa sia dovuto agli esseri umani per il semplice fatto di essere tali. Questo tipo di assunto è la base minima non-negoziabile, senza la quale non saremmo in grado di far funzionare una società nella quale valga la pena di vivere e non avremmo alcuna concreta speranza di costruire una civiltà sostenibile e amica della natura e del creato.

 

Noi tutti avvertiamo la presenza di legami invisibili e a volte misteriosi che intessono la trama sociale di gruppi e comunità, che incoraggiando la nostra interdipendenza e mutuo supporto e la disponibilità a cooperare, che influenzano la nostra vita in mille modi, tramite la presenza, l’assenza, il ricordo, il desiderio o anelito. Ci sentiamo svuotati o trabocchevoli di vita a seconda di chi frequentiamo, della potenza dei sentimenti e dei ragionamenti che intrecciamo con certi interlocutori. Una forza che possiamo più appropriatamente definire spirituale nel senso più ampio del termine.
I concetti che definiscono i nostri significati morali e la nostra condotta sono condizionati dalla nostra forma umana, da questo imperscrutabile potere che abbiamo di influenzarci l’un l’altro in modi imprevedibili.

È questo potenziale indeterminabile che dà conto dell’idea che ogni singolo individuo è un universo, un infinito, un’entità insostituibile, l’architetto della propria e dell’altrui esperienza di vita.

 

Un’offesa alla dignità di qualcuno è un’offesa alla dignità di tutti. Questa è la lezione che dobbiamo apprendere.

DIPLOMAZIA

La diplomazia è il volto che un paese si vuol dare

Dominique de Villepin

 

Gabriela Mistral, Saint-John Perse, George Seferis, Ivo Andric, Miguel Angel Asturias, Pablo Neruda e Octavio Paz: premi Nobel per la letteratura e diplomatici. Stendhal svolgeva le mansioni di console francese a Civitavecchia quando ebbe l’ispirazione che lo portò a scrivere il “Rosso e il Nero”.

Diplomatici lo furono pure Goethe, John le Carrè, Giovanni Boccaccio, per conto di Firenze e, in un certo senso, Dag Hammarskjöld, poeta, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per otto anni, fino alla sua morte prematura, a 56 anni, in un incidente aereo.

Come mai? Perché la cultura è l’habitat degli esseri umani ed è il mezzo che consente a persone cresciute in ambienti diversi di collaborare per trovare delle soluzioni a dei problemi comuni, in un’atmosfera di reciproca fiducia, al di là delle barriere linguistiche.

La diplomazia è un’arte antropologica e letteraria complicata, che si fonda sulla premessa che l’ignoranza dell’altro è solo nociva e può produrre disastri.

Aprirsi all’altro, studiarlo, ascoltarlo, capire il suo punto di vista sul mondo, esaminare criticamente le proprie posizioni è il cuore del lavoro diplomatico, al servizio della concordia. La diplomazia fa la storia quando è attiva, in movimento, propositiva, creativa, immaginifica, quando s’appoggia a dei principi e non esclusivamente a degli interessi. Quando apre percorsi nuovi, orizzonti di possibilità e nel contempo difende una certa idea di umanità e di mondo incentrata sull’idea di dignità, di dirittodovere a non nuocere al prossimo, di giustizia, dialogo, indipendenza, buona volontà, solidarietà, collegialità, tolleranza, curiosità, apertura, pluralismo (unità che non è uniformità) e conflitto gestito non violentemente.

 

Il Trentino non può accontentarsi della sua vocazione di cerniera di mediazione tra Mediterraneo e Mare del Nord. I punti cardinali sono 16 e le nazioni del mondo sono quasi 200.

Già adesso la provincia di Trento gestisce le sue relazioni internazionali autonomamente e l’Alto Adige si propone come modello di soluzione dei conflitti interetnici per l’intero pianeta. Un Trentino-Alto Adige inserito in una macroregione alpina potrà avvalersi di un corpo “diplomatico” autonomo che ottimizzi i rapporti internazionali tra enti locali proiettati internazionalmente.

La diplomazia di una piccola potenza, sul modello dell’Austria di Kreisky, necessita di cause universali (es. equità nei rapporti internazionali) e di quattrini, ma anche di funzionari capaci. Molto presto un residente su dieci sarà di origine straniera e molti trentini e sudtirolesi hanno già adesso la pelle più scura di Obama, indossano il velo, ci guardano con occhi a mandorla e parlano anche inglese, francese, arabo, cinese o una lingua balcanica. Hanno nomi esotici ma spesso conoscono il dialetto. Non dovrebbe essere naturale impiegarli per stringere rapporti culturali e commerciali con i loro paesi e continenti di origine? Non sarebbe saggio e proficuo coinvolgerli nel lavoro di elaborazione di quell’autonomia-nel-mondo che è anche la loro?

Frederick Douglass, abolizionista afroamericano e sostenitore del suffragio universale esteso alle donne, uno dei padri dell’America migliore e uno dei più intelligenti critici della contraddizione di una costituzione che sanciva l’uguaglianza degli esseri umani ma non vietava la schiavitù, soleva dire che “il destino degli americani di colore è il destino dell’America intera”. È tanto più vero oggi per i nostri concittadini “diversi”, che ormeggiano/allacciano questa regione al resto del pianeta.

Prendiamo esempio da Ginevra, sede di quasi 200 organizzazioni internazionali, tra le quali spiccano il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), la sede europea delle Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN).

Nei fatti, è una delle capitali della civiltà umana. È prevedibile che, negli anni a venire, aumenteranno le opportunità di esercitare un’influenza decisiva in settori chiave come lo sviluppo sostenibile, il diritto internazionale, la pace, le politiche energetiche e le questioni umanitarie.

Sono convinto che il Trentino Alto Adige debba seguire l’esempio ginevrino e intraprendere un’avventura comune, con un respiro internazionale e scopi di utilità generale, globale: porsi al servizio della pace, della giustizia, della fratellanza (unità nella diversità) e della prosperità nel mondo, diventando una piccola potenza umanitaria.

Le due province di Trento e di Bolzano hanno già dimostrato in questi anni un lodevole attivismo in questo ambito e la regione è nota in Europa e nel mondo per il suo policentrismo e pluralismo culturale-linguistico, la sensibilità autonomistica, la tutela delle minoranze, la vocazione egalitaria, il civismo (cura per l’interesse comune) e infine la capacità e la volontà di coniugare locale e globale, tradizione e modernità. Si tratta solo di coordinarsi e mettere in comune risorse e progetti per poter incidere di più e, se possibile, imitare Strasburgo e l’Alsazia, attirando una qualche nuova, importante, organizzazione planetaria o quantomeno europea, le cui funzioni potrebbero essere equamente ripartite tra Bolzano (comparto nordeuropeo) e Trento (comparto euro-mediterraneo).

ECOLOGIA

Noi che ci preoccupiamo di preservare le specie animali, affinché non scompaiano gli elefanti dall’Africa, i leoni, gli ippopotami dal Nilo, dobbiamo rallegrarci che il governo si preoccupi di accogliere degli esseri umani.

Temistio, IV secolo d.C.

 

A meno che non riusciamo a ristabilire l’ordine e la pace come valori e imparare a vedere il nostro benessere nella prosperità del nostro vicino, non potremo fare nulla per le foreste pluviali e i koala. Pretendere che possiamo agire altrimenti è voltare le spalle a problemi più dolorosi e più essenziali. È inganno e autoinganno. Suscita in me il triste sospetto che stiamo dalla parte sbagliata, senza saperlo. 

Marilynne Robinson, “The death of Adam”

 

Un mattino di primavera uscii per fare una passeggiata. I campi erano verdi, gli uccelli cantavano, la rugiada brillava, il fumo si levava, qua e là apparivano uomini; una luce quasi trasfigurava le cose. Era solo una piccola parte della Terra; era solo un momento della sua esistenza; eppure a mano a mano che la mia vista la abbracciava sempre più mi apparve, non solo come una splendida idea, ma come fatto vero e chiaro, che essa è un angelo … e mi chiesi come mai le opinioni degli uomini possono essersi allontanate tanto dalla vita da ritenere la Terra soltanto una massa bagnata … Ma un’esperienza come questa passa per fantasticheria. La Terra è un corpo a forma di globo, e tutto ciò che essa può essere in più si può trovare nei gabinetti di mineralogia.

Gustav Theodor Fechner

 

L’esposizione al mondo naturale aiuta a migliorare la salute umana, il benessere, e la capacità intellettuale in un modo che la scienza ha solo recentemente cominciato a capire. Solastalgia è un neologismo che designa lo stress psicologico dovuto all’allontanamento dalla natura.

La chiave del nostro futuro rapporto con l’ambiente sta nella nostra capacità di ri-familiarizzarci con le altre specie, e quindi con noi stessi.

L’alternativa è il declino: un habitat degradato può solo produrre esseri umani degradati

Possiamo davvero prenderci cura della natura e di noi stessi solo se ci percepiamo come inseparabili dalla natura, solo se ci amiamo come parte della natura, solo se crediamo che i nostri figli abbiano il diritto di godere dei doni di una natura degna del nostro rispetto ed amore.

Il filone apocalittico hollywoodiano ha instillato nella nostra psiche le immagini fatalistiche e scoraggianti di “Blade Runner”, “Mad Max”, “Matrix” o “La Strada”/”The road”: distopie spoglie di natura che generano forme di attrazione-repulsione morbose e pericolose fissazioni. Se vediamo davanti a noi solo un futuro apocalittico, rischiamo di farlo avverare.

Che speranza possiamo dare ai nostri figli e nipoti se sarà questo cinismo a prevalere? Serve una visione diversa, una narrazione alternativa in cui ambientalismo e umanismo crescano assieme, dando vita ad un movimento di riforma globale che dia fiducia e speranza, che dia significato alle nostre vite, che ci strappi alla stasi, all’inerzia, alla conservazione, che ci energizzi, che ci restituisca salute, intelligenza, creatività, gioia, attraverso la natura.

Perciò non basterà conservare gli ambienti naturali, dovremo ripristinare o creare dal nulla habitat naturali nelle nostre aziende agricole e allevamenti, nelle nostre città, nei quartieri, edifici commerciali, cantieri, sui nostri tetti (giardini pensili). Non solo giardini privati, ma immensi parchi pubblici, espressione di un rinverdimento della sfera umana che rappresenta un bene comune.

Dobbiamo riuscire ad immaginare, evocare, costruire una società in cui le nostre vite siano immerse nella natura e nella tecnologia, nel digitale e nel fisico, ogni giorno, nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, apprendiamo e giochiamo. È assai probabile che in quel tipo di habitat il nostro intelletto e i nostri sensi si amplificheranno, si acuiranno: la nostra intelligenza, creatività, capacità di sentire, vitalità, si arricchiranno grazie ad un contatto più frequente ed intenso con il mondo naturale.

EDUCAZIONE

Le città non concedono spazio sufficiente ai sensi umani. E sia di giorno che di notte ci tocca andar fuori a nutrirci gli occhi di orizzonti e a richiedere la nostra parte di spazio, così come abbiamo bisogno dell’acqua per lavarci. […] mi distacco dalle beghe e dalle personalità del luogo: sì, e dall’intero mondo di piccoli centri e di personalità, e mi trasferisco in un delicato reame di tramonti e di pleniluni, troppo splendido, forse, per quell’essere contaminato che è l’uomo, e perché vi si possa accedere senza una qualche forma di noviziato e di accettazione. […]. Ed è per colpa della nostra insipienza e del nostro egoismo che ci rivolgiamo alla natura; ma quando saremo sulla via della guarigione, sarà la natura a rivolgersi a noi. Guardiamo con un senso di compunzione il ruscello che spumeggia; ma se la nostra vita scorresse con la sua giusta carica di energia, sarebbe il ruscello a sentire vergogna.

Ralph Waldo Emerson, “Nature”

 

Forse la causa principale dei mali della nostra società è proprio l’alienazione dalla natura, che non è l’inevitabile conseguenza della nostra emancipazione dallo stato di natura (che chiamiamo cultura).

Faccio infatti fatica ad immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.

Oggi sappiamo che il contatto con la natura riduce lo stress nei bambini già a cinque anni e cura i deficit di attenzione. Riduce rischio di obesità. Potrebbe ridurre l’incidenza della miopia. Sembra aumentare il tasso di creatività e di autodisciplina anche in bambini disabili. Riduce i tempi di convalescenza dei pazienti negli ospedali. È possibile che sia utile a rinsaldare i legami familiari.

I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, sono più sani, fisicamente e mentalmente. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli. Hanno voti più alti a scuola. Diventano adulti intraprendenti, autodeterminati, critici, lucidi.

Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile e inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura ad imparare nomi di piante ed animali, o come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni.

Impareranno a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali.

Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato e apprendistato.

Esperti in pensione supervisioneranno assieme agli insegnanti una varietà di progetti utili all’acquisizione di molteplici competenze (anche culinarie o teatrali). La terza età tornerà ad essere maestra della prima, come da tradizione.

Ci sarà un’intensificazione degli scambi culturali con i compagni figli di genitori immigrati. Grazie a questa adeguata trasmissione del patrimonio culturale e ambientale locale e globale avremo cittadini più civili, glocali ed eco-sensibili.

A dispetto di tutto, la natura sarebbe impoverita se venissimo a mancare. L’umanità è la parte più interessante della natura, nel bene e nel male, l’unica che può aiutare la natura a riflettere su stessa. Come Adamo, l’essere umano può tornare a essere il giardiniere, il guardiano e l’amico dell’ecosfera (Kateb 2011) e penso che questo tipo di educazione sia l’unica strada per dare un senso alla nostra presenza su questo pianeta.

ENERGIA

Non è riscontrabile un rapporto tra i cambiamenti climatici e le emissioni di CO2. La situazione nuova è che nonostante le emissioni continuino, dal 2000 si è registrata una diminuzione della temperatura

Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, giugno 2012

 

È la prima volta che il governo americano, tramite il Dipartimento della Difesa, reclama la proprietà intellettuale e scientifica di un brevetto sulla fusione fredda. Di fatto l’amministrazione statunitense dice che il fenomeno esiste e che loro ne sono proprietari. Prima avevano sempre rifiutato di mettere un timbro ufficiale come governo. È un cambiamento di atteggiamento: sono abbastanza convinti che la cosa abbia una sua solidità scientifica tale da metterci la faccia

Francesco Celani, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati, maggio 2013

 

La maggior parte delle persone cerca prove a sostegno delle proprie credenze, quando sarebbe più saggio formarsi delle convinzioni dopo aver esaminato gli elementi di prova.

Il riscaldamento planetario è stato osservato anche su Marte, Giove, Plutone e sulla più grande luna di Nettuno, Tritone, per decenni, dopo il picco del “Grande Massimo Solare” e là non ci sono esseri umani. Per di più Plutone, lungo la sua orbita, si sta allontanando dal Sole e quindi si sarebbe dovuto raffreddare. Invece si sta riscaldando.

Questo è uno degli indizi che ci dovrebbero far capire che il cambiamento climatico sulla Terra è dovuto principalmente alle variazioni dell’attività solare e al contesto interstellare.

Ora il Sole sta passando, ciclicamente, dal suo Grande Massimo al suo Grande Minimo. La Terra continua a riscaldarsi anche dopo la fine di un Grande Massimo, per via dell’inerzia degli oceani. Le oscillazioni sono quindi ritardate; non c’è una risposta immediata, dopo un picco.

All’orizzonte si intravede già l’imminente raffreddamento globale.

Il riscaldamento globale ha fatto in modo che una quantità maggiore di CO2 fosse rilasciata dagli oceani. Ora gli oceani sono in via di raffreddamento e quindi anche l’aumento di anidride carbonica, dopo quello delle temperature, raggiungerà il suo plateau, per poi declinare.

L’unica cosa buona di tutto questo è che, a parte i miliardi buttati via in finte soluzioni, l’umanità ha cominciato a ri-orientarsi in senso ecologista.

Non è cosa da poco e ci tornerà molto utile nel corso di questo secolo. 

 

Il grande nodo di questo secolo sarà perciò quello energetico. Per mitigare l’impatto di un raffreddamento globale serve moltissima energia a costi contenuti. E in ogni caso non è realistico attendersi che una maggioranza di persone sia disposta a vivere permanentemente in un mondo di austerità energetica, una volta che avesse toccato con mano cosa significhi, concretamente, il “ritorno alla natura”, che non è sempre una madre benevola (e non lo è specialmente durante le glaciazioni).

L’umanità ha un bisogno impellente e insopprimibile di mettere a frutto il suo ingegno e la sua creatività innovando e diversificando. Questa è la sua natura. Per farlo serve energia.

Le rinnovabili, da sole, non sono in grado di venire incontro alle esigenze ambientali e umane e tantomeno possono riscattare dalla miseria milioni di esseri umani del terzo e quarto mondo. Nel 2012 i consumi energetici mondiali sono aumentati dieci volte più dell’incremento di produzione derivato dall’eolico e solare. La Danimarca da anni non riesce a coprire più del 25% del suo fabbisogno con l’eolico e dipende dal petrolio della Norvegia, dall’elettricità e dal carbone tedeschi, dalla biomassa europea e dalle sue estrazioni di gas e petrolio nel Mare del Nord (è un’esportatrice netta di idrocarburi). Nel 2012 solare e eolico sono riusciti a coprire solo il 5% del fabbisogno tedesco e l’insieme delle rinnovabili ha soddisfatto l’8% dei consumi energetici.

Tutto questo in un contesto di temperature globali relativamente elevate e quindi di inverni meno severi.

Le rinnovabili sono spettacolarmente adatte alla produzione e consumo su piccola scala, domestica. Per il resto, serve altro.

Anche il miglioramento dell’efficienza energetica, da solo, non basta.

Il piano energetico trentino non può essere concepito separatamente da una fondamentale strategia energetica europea, che richiederà l’unione di intenti per conquistare quel peso negoziale e quella voce comune e compatta che ci permetteranno di trattare con i produttori energetici in modo coordinato ed efficace e di costruire dei partenariati per lo sfruttamento delle energie rinnovabili sulla riva sud del Mediterraneo e per lo sviluppo di fonti alternative e più adeguate.

Energie rinnovabili e reattori al torio [LFTR - Liquid Fluoride Thorium Reactor] possono e devono procedere mano nella mano (cf. Monbiot, Lovelock), fino all’avvento della rivoluzione energetica (grafene e nanoplasmonica applicata alla catalizzazione di reazioni nucleari, come nel famoso reattore E-Cat). Questa sarà resa possibile dal superamento di antiquati paradigmi della fisica grazie a centinaia di studi, migliaia di verifiche sperimentali documentate, oltre a una mezza dozzina di richieste di brevetto da parte di Marina statunitense, NASA, CERN, Toyota, Mitsubishi, ENEA, Stanford Research Institute, Los Alamos National Laboratory, Università di Bologna, Missouri, Mainz e Uppsala, Istituto Reale di Tecnologia della Svezia, Bill Gates e vari ricercatori e aziende indipendenti. Ciò finalmente ci permetterà di: (a) non dover bruciare materie prime per ricavare energia; (b) usare il petrolio solo per produrre plastica riciclabile; (c) elettrificare il Terzo Mondo.

È la via scelta dalla Norvegia, oltre che dalla Francia, dall’India (primo reattore al torio in linea nel 2016, altri 60 reattori programmati per il 2025), dalla Cina (prima centrale operativa entro 5-6 anni) e da Singapore.

L’utilizzo del torio comporta un rischio molto minore, se non nullo, di proliferazione nucleare (parola di Hans Blix); annulla la possibilità di una fusione del nocciolo (gli incidenti di 3 Mile Island, Chernobyl e Fukushima non si sarebbero mai verificati); smaltisce le scorie radioattive che non sappiamo ancora dove sistemare generando energia nel farlo (!); 62 volte meno radioattivo del potassio contenuto nelle comuni banane e nel nostro corpo, il torio decade in poche centinaia di anni e la sua radioattività non attraversa la pelle (ogni giorno consumiamo diversi microgrammi di torio, a nostra insaputa); è più abbondante dello stagno e dell’argento e ha un’altissima resa. Lo sfruttamento anche solo di un millesimo del torio presente nella crosta terrestre basterebbe a soddisfare gli attuali consumi energetici mondiali per i prossimi 20mila anni (cf. Carlo Rubbia). La Cina coprirebbe il suo fabbisogno annuale con 500 tonnellate di torio. Dalle ceneri di una centrale a carbone da 1000MW si possono estrarre 13 tonnellate di torio all’anno (non servono nuove attività estrattive). Le riserve mondiali stimate sono quasi certamente superiori a 4 milioni di tonnellate.

Un reattore al torio può essere di dimensioni così ridotte che ogni comunità di valle trentina potrebbe creare una propria cooperativa energetica locale e poi vendere/scambiare l’energia prodotta.

EQUILIBRIO

Nel singolo, l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, egoismo significa estinzione. È forse questa l’entropia inscritta nella nostra natura? Se noi ci convinciamo che l’umanità può realmente trascendere artigli e zanne, se ci convinciamo che razze e religioni diverse possono convivere in pace sulla terra, se ci convinciamo che i governanti devono essere onesti, che la violenza deve essere arginata, che il potere deve essere responsabile e che le ricchezze della Terra e dei suoi oceani devono essere suddivise equamente tra tutti, questo mondo nascerà davvero…Una vita spesa a plasmare un mondo che io sia felice di consegnare a mio figlio, anziché un mondo che io debba aver timore di passargli. Ecco, a mio avviso, una vita degna di essere vissuta.

L’Atlante delle Nuvole

 

La croce rappresenta il punto di congiunzione degli opposti.

L’assetto sociale migliore è quello che mantiene in uno stato di equilibrio virtuoso pensiero conservatore (passato – storia), liberale (futuro – progresso), socialista (interno – giustizia sociale) ed ecologista (esterno – tutela dell’ambiente). Quello che coniuga il libertarismo costituzionale più tipico del Nord-Ovest, con il comunitarismo spirituale più comune nel Sud-Est del mondo. Ambedue i modelli sono stati corrotti e resi dispotici precisamente perché erano frammenti di una visione unitaria. Vanno integrati come due idee che diventano una singola, nuova idea, superiore ad entrambe. Oggi sta avvenendo il contrario, con una sintesi al peggio che estremizza i vizi delle loro parzialità. Ma è anche vero che diventa altresì più facile immaginare anche congiunzioni benigne.

 

La nostra civiltà ha bisogno di attuare un programma di sviluppo equilibrato, ossia imperniato su meccanismi di bilanciamento che conservino l’equilibrio sociale e ambientale. Questo era il progetto di Alexander Langer, ma anche di premi Nobel come Trygve Haavelmo, Elinor Ostrom, Joseph Stiglitz, Amartya Sen. Questa è l’avanguardia di un mondo nuovo che affonda le radici nel passato e che prevede piani di crescita che non sono ossessionati dal PIL e dalle fughe in avanti compulsive, ma hanno invece a cuore l’eliminazione degli sprechi, lo sviluppo di tecnologie informatiche ed energetiche innovative, del biologico/organico e dei prodotti ecologici, l’edilizia sostenibile, l’efficienza energetica e le eco-tecnologie più ampiamente intese, inclusi i trasporti sostenibili, la sicurezza alimentare e sanitaria globale, l’urbanizzazione verde e la tutela dei paesaggi, il commercio equo e solidale, l’alfabetizzazione e dell’istruzione permanente. Si può fare meglio con meno ed è probabilmente un bene che la fusione fredda non sia ancora disponibile: l’umanità non è ancora psicologicamente e moralmente pronta a disporre di energia illimitata senza abusarne.

 

Se intraprenderemo questo percorso di maturazione, quella che ci attende – l’era planetaria – potrà essere una nuova era di umanesimo, un umanesimo di tutti i popoli, per tutti i popoli, capace di offrire enormi opportunità, senza eccezioni e discriminazioni. Penso a una governance globale che non sia monopolio di pochi ma sia condivisa tra tutte le nazioni e che promuova la solidarietà, la soluzione diplomatica dei contrasti, la giustizia sociale, lo sviluppo sostenibile, una visione più nobile (meno materialista) delle finalità umane, in una reciproca fecondazione di idee, esperienze, sentimenti che, un giorno, dia vita ad un arcipelago di popoli affratellati da un destino comune (come la Svizzera o la Polinesia, come dovrebbe essere l’Unione Europea), nella cornice di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che finalmente tenga fede alle sue premesse fondative, alla sua ragion d’essere.

EUROPEISMO

Serve un salto di qualità, per puntare più in alto, facendo del Trentino un laboratorio di formazione della cittadinanza europea.

Giuseppe Ferrandi

 

Penso a una Confederazione europea nell’Unione europea, che comprenda i sei Paesi fondatori (Italia, Francia, Germania, Olanda, Lussemburgo e Belgio) più Spagna, Portogallo, Austria ed eventualmente la Svizzera… uno Stato confederale, dotato quindi di vari livelli di sovranità, dall’Europa al comune…Questa Confederazione europea sarà una potenza attiva su scala globale. E sarà parte della molto più vasta e lasca Unione europea, da estendere a sud-est, verso la Turchia e il Nord Africa, che chiamerei quindi Unione euromediterranea.

Lucio Caracciolo, “L’Europa è finita?”

 

La povertà e l’ingiustizia non sono inaccettabili solo dal punto di vista morale, sono anche un terreno fertile per la violenza, il terrorismo, la guerra.

L’obiettivo del Trentino Alto Adige e dell’Europa dovrebbe essere quello di fare in modo che il resto del mondo possa godere dello stesso tenore di vita, senso di sicurezza e civismo. Solamente in una società prospera si possono realizzare gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia, fratellanza e pluralismo.
È nel nostro interesse smussare e contenere i problemi relativi alla gestione dei flussi migratori, del rischio terroristico e dell’approvvigionamento energetico.

È nel nostro interesse che l’Europa divenga un fattore di intermediazione e conciliazione tra Russia e Stati Uniti

Si sostiene che ci vorrà del tempo prima di realizzare il sogno degli Stati Uniti d’Europa, perché le differenze sociali, economiche e culturali rimangono forti e radicate. Ci si metta il cuore in pace: l’identità europea è indissociabile dalla diversità e l’Europa non assomiglierà mai agli Stati Uniti.

Il progetto europeo non dev’essere una copia carbone di quello americano, giacché ciò implicherebbe una fusione e progressiva, controproducente, uniformazione. Non si tratta di una fusione, ma di un modello inedito, un mosaico di diversità capace di coniugare integrazione sovranazionale e cooperazione tra stati.

La sovranità va condivisa, per il bene comune, a livello continentale prima e planetario poi.

È insensato non avere una politica energetica congiunta che ci permetta di avere un peso preponderante quando si tratta di negoziare il prezzo del petrolio e del gas. È altrettanto insensato non avere una politica comune di resistenza agli oligopoli finanziari o di gestione dell’immigrazione.

L’eterogeneità economica dell’Unione Europea non è maggiore di altre realtà: la differenza tra Shanghai e l’entroterra cinese o tra il Connecticut e l’Arkansas è monumentale. Inoltre il Sud Europa ha un futuro roseo davanti a sé. Il centro nevralgico continentale è situato lungo il Reno e le coste dell’Atlantico, ma già ora un terzo del commercio mondiale transita per il Mediterraneo e lo sviluppo delle nazioni emergenti africane ed asiatiche è solo agli inizi.

L’Europa permetterà all’Italia di riconquistare un po’ della sovranità persa, condividendola.

Al presente il nostro paese ha delegato agli Stati Uniti (NATO) le decisioni strategiche e alla Germania (Francoforte) quelle economico-finanziarie. Serve un diverso progetto europeo che non parta dalla premessa che l’unica buona soluzione per l’Europa è quella buona per la nazione egemone. Va bene per l’Europa ciò che va bene per tutte le nazioni che la compongono.

Avremmo solo da guadagnare da un’Unione in cui le autorità europee dovessero rispondere delle proprie decisioni, dove i processi decisionali fossero trasparenti, dove le politiche economiche sapessero allevare le imprese europee invece di esporle alle tempeste globali.

Pensiamo anche alla protezione civile: mettere in comune competenze e risorse per far fronte a delle grandi catastrofi (incendi, terremoti, maremoti, siccità, ecc.) è un vantaggio incommensurabile. Un’Europa realmente solidale potrebbe inoltre imporre dazi su merci prodotte in maniera ecologicamente e socialmente insostenibile. Un’opportuna disciplina di bilancio e grandi progetti che rilancino l’economia e riducano la disoccupazione, sarebbero possibili solo in un’Europa unita, su scala continentale.

FEDERALISMO

La separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza… La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. 

Gustavo Zagrebelsky “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, pp. 104-105

 

Il piccolo non è bello in quanto tale, come vuole un retorico slogan; lo è se rappresenta e fa sentire il grande, se è una finestra aperta sul mondo, un cortile di casa in cui i bambini giocando si aprono alla vita e all’avventura di tutti. L’identità autentica assomiglia alle Matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani ha senso solo se implica essere e sentirsi italiani, il che vuol dire essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale — senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gioco — ed europea; del nostro Dna culturale fanno parte Manzoni come Cervantes, Shakespeare o Kafka o come Noventa, grande poeta classico che scrive in veneto. È una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana, foglia o ramo di quel grande, unico e variegato albero che era per Herder l’umanità.

Claudio Magris

 

La società di investimenti BlackRock gestisce capitali per un ammontare superiore del 15% al PIL tedesco (2013).

Quanto contano nel mondo Croazia, Slovenia, Macedonia, Serbia? Davvero poco. La Jugoslavia era il leader di un centinaio di paesi non-allineati.

Le nazioni più piccole e più deboli possono opporre ben poca resistenza agli oligopoli economico-finanziari ed alle potenze egemoni. Così, per loro, la globalizzazione dei mercati si traduce in coercizione, intimidazione, sfruttamento, corruzione, autoritarismo. Culture, valori, tradizioni, comunità locali contano davvero poco agli occhi dei grandi manovratori di ricchezze, che sono nella posizione di decidere che cosa e come debbano produrre le nazioni emergenti, quando e dove possano vendere la loro produzione, a che prezzo, quale debba essere il salario dei lavoratori, le condizioni di lavoro, le tutele, i sussidi, ecc. E, attraverso le istituzioni globali, possono anche decretare le politiche monetarie, fiscali, commerciali e bancarie di queste nazioni, punendo i riottosi. Gli abitanti del Terzo Mondo sanno molto bene che piccolo non è per niente bello in un mondo iniquo e prevaricatore.

Anche le piccole nazioni più ricche patiscono le conseguenze delle loro dimensioni ridotte. Le popolazioni di Belgio, Austria, Olanda, Svizzera, Danimarca sono in parte accomunate dalla paura di essere sommerse dagli immigrati, specialmente quelli musulmani, e di essere sminuzzate dal processo di integrazione europea e dalla globalizzazione. Molti cittadini di queste piccole patrie si sentono vittime di una manovra a tenaglia che li sta progressivamente snazionalizzando e votano in massa per dei partiti xenofobi e per dei quesiti referendari discriminatori. La paura è una cattiva consigliera e chi è piccolo tende ad essere più insicuro ed ad ingigantire i problemi.

 

Piccolo può essere molto brutto e sinistro.

D’altra parte “piccolo è bello” è un titolo che non è mai piaciuto a E.F. Schumacher, che lo considerava ingannevole, in quanto era convinto che l’obiettivo dovesse essere quello di realizzare il piccolo nel grande, non certo quello di ridimensionare le attività umane.

La via del “piccolo è bello” è sovente la via separatista, la via della secessione dal mondo, dell’impoverimento culturale, morale, spirituale ed economico.

L’infantilizzazione della società contemporanea ha però indotto molti a credere che se i propri desideri non vengono esauditi, allora è giusto che ciascuno se ne vada per la sua strada. Ci si divide in gruppi sempre più piccoli, alla ricerca di una crescente conformità di vedute che è tossica per la mente, per la coscienza, per la società e per la civiltà umana. I miti della cultura, della patria, della lingua, della fede, ecc. sono solo espressione di coscienze immature che antepongono al benessere collettivo il benessere della propria parrocchia e campanile, o l’interesse personale.

L’enfasi sul separatismo, l’esclusione, l’esclusività e l’interesse particolare è il retaggio di uno stadio della storia umana che è sorpassato.

 

Il futuro è federalista, perché il federalismo è il modello organizzativo che realizza l’unità nella diversità anche su grande scala. I separatisti sono, di fatto, antifederalisti. La loro ostinazione è il più serio ostacolo ad una riforma autenticamente federalista dello stato che riduca la distanza tra la sovranità e i cittadini (decentramento). Inoltre favorisce quegli interessi forti che aspirano alla deregulation in ogni ambito economico-finanziario.

 

In un mondo globalizzato, la sovranità degli stati è sempre più circoscritta e l’indipendenza non offre nessun diritto che i cittadini non abbiano già e questa è la ragione per cui i secessionisti di Scozia e Québec sono nettamente minoritari rispetto ai fautori della devolution, ossia del federalismo.

Gli antifederalisti vogliono poter marcare un confine, delimitare la loro terra, separandola da quella altrui. Dichiarano di voler essere sovrani, ma la sovranità nazionale è virtuale in un’economia globalizzata. Affermano che solo nella loro patria, assieme alla loro gente, potranno realizzarsi, ma le persone sono grovigli di molteplici ideologie e identità. Asseriscono che solo l’autogoverno in una patria indipendente potrebbe essere democratico, trasparente e responsabile, ma l’élite separatista catalana è rimasta al potere così a lungo che il potere l’ha corrotta profondamente (aeroporti superflui, edilizia speculativa, iniziative culturali esclusivamente auto-celebrative, sostegno finanziario a media faziosi, nepotismo, ecc.).

 

Gli antifederalisti sono, volenti o nolenti, dei nazionalisti accentratori, indipendentemente dai loro proclami. Si sentono sinceramente progressisti e libertari, anche se giudicano le persone sulla base di dove sono nate e dove vivono invece che sulla base delle loro convinzioni ed azioni; anche se si comportano con il meschino opportunismo dei topi che abbandonano la nave che, secondo loro, sta affondando; anche se il loro atteggiamento non è troppo diverso da chi si sente insoddisfatto del suo aspetto e decide di ricorrere alla chirurgia estetica per cambiare la sua vita, invece di andare alla radice dei suoi problemi.

 

Le ragioni degli unionisti federalisti sono più solide: (a) l’unione (nella diversità) fa la forza in un mondo in cui i piccoli hanno pochissima voce in capitolo, perché dà la possibilità di coordinare una maggiore quantità di risorse e competenze; (b) l’apprezzamento per ciò che abbiamo in comune rispetto a quel che ci divide cementa la cooperazione e previene la violenza; (c) scappare è sempre più facile ma impedisce di maturare.

FRATELLANZA

Siamo tutti naturalmente fratelli…e non esiste una ripugnanza naturale dell’uomo verso l’uomo…Se i desideri umani sono sconfinati e non c’è sufficiente gloria e potere per soddisfarli, quella non è una legge di natura, ma un difetto

Alberico Gentili, “De iure belli”, 1588

 

La fraternità, la cui dimensione politica è stata peraltro riconosciuta proprio dalla rivoluzione del 1789, è velocemente scomparsa dalla scena, benché su di essa si sarebbe potuta fondare una innovativa teoria dei doveri fondamentali dell’uomo e del cittadino. Avrebbe potuto essere la fraternità, nella sua accezione più ampia e universale, ad accompagnare il pieno riconoscimento della dignità di ogni persona, consentendo all’uguaglianza di divenire, da mera dichiarazione formale ed astratta, effettiva e concreta. E avrebbe potuto essere la fraternità a temperare ogni possibile esercizio egoistico della libertà, assicurando un adeguato bilanciamento tra i diritti dei soggetti più forti e di quelli più deboli, dei quali in particolare la comunità si deve fare carico.

Donata Borgonovo Re

 

Il comunismo è crollato perché, ossessionato dall’uguaglianza, ha dimenticato la libertà. Il capitalismo finanziario, ossessionato dalla libertà, ha smarrito la giustizia sociale e l’uguaglianza. Senza solidarietà e fratellanza non ci può essere una soluzione di continuità, una riconciliazione di uguaglianza e libertà che interrompa le violente e dolorose oscillazioni di questo pendolo. In altre parole, non ci può essere sviluppo sostenibile. Il preambolo della Costituzione dell’UNESCO lo conferma: “una pace basata esclusivamente su accordi economici e politici tra i Governi non raccoglierebbe il consenso unanime, duraturo e sincero dei popoli e, per conseguenza, detta pace deve essere fondata sulla solidarietà intellettuale e morale dell’umanità”.

L’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

La reciprocità o mutualismo (regola d’oro) è la migliore guida etica che abbiamo trovato. Reciprocità significa usare l’empatia per rendersi sensibili, porosi, ricettivi alle esigenze, sentimenti e prospettive altrui. L’umiltà tiene sotto controllo il nostro istinto di dominare chi è più debole di noi e ci permette di raggiungere dei compromessi, nel rispetto degli altri.

La più alta forma di eccellenza umana è la fratellanza, il fondamento di una vera e propria rivoluzione della dignità.

GAIA

Gaia io canterò, la madre universale, dalle salde fondamenta, antichissima, che nutre tutti gli esseri, quanti vivono sulla terra; quanti si muovono sulla terra divina o nel mare e quanti volano, tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi.

Inno omerico XIV

 

Siamo tutti simbionti su un pianeta simbiotico e Gaia è la simbiosi vista dallo spazio. L’indipendenza dalla biosfera equivale alla morte per qualunque forma di vita

Lynn Margulis, biologa e geoscienziata

 

Il modello dominante è quello che per massimizzare la produzione non si fa scrupolo di utilizzare il massimo di energia per ottenere lo scopo; questo modello intrinsecamente ha un’alta entropia (aumento dell’energia necessaria, aumento del caos, aumento degli sprechi, aumento dell’usura, diminuzione della vita del processo stesso). La green economy, mutua dal modello circolare illustrato nelle precedenti diapositive, la massima coerenza e cooperazione tra le fasi di lavoro e gli elementi che concorrono alla realizzazione del ciclo di produzione, anche se questi sono utilizzati in sotto-cicli separati; tutte le risorse impegnate nel ciclo devono essere orchestrate al fine di raggiungere la minima entropia possibile. Da notare che minore è l’entropia più lungo è il ciclo vitale del processo, minori le usure, minore l’energia, minore il caos, minori gli sprechi; al limite se riuscissi a compiere un ciclo ad entropia zero, questo ciclo sarebbe «immortale» riproponendosi immutato nel tempo.

Mae-Wan Ho, biologa molecolare

 

Gran parte delle difficoltà che incontriamo nel capire il concetto di Gaia..derivano dalla generale frammentazione del nostro pensiero. Nascono da queste barriere artificiali…Le nostre idee morali, psicologiche e politici sono stati tutte schierate contro l’olismo. Sono troppo specializzate e troppo atomistiche.

Mary Midgley

 

Cos’è che rende il “principio antropico” e “l’ipotesi Gaia” così ispiratori? Una semplice cosa: entrambi ci ricordano di quello che abbiamo sospettato a lungo, di quello che abbiamo da tempo proiettato nei nostri miti dimenticati e cioè che è sempre stato dormiente in noi come archetipo. E cioè, la consapevolezza di essere ancorati alla Terra e all’universo – e la consapevolezza che non siamo qui da soli e neppure semplicemente per noi stessi…I politici nei forum internazionali potranno ripetere migliaia di volte che la base del nuovo ordine mondiale deve essere il rispetto universale per i diritti umani, ma questo non significherà niente finché questo imperativo non nasce dal rispetto del miracolo dell’Essere, il miracolo dell’universo, il miracolo della natura, il miracolo della nostra stessa esistenza.

Vaclav Havel, 1994

 

[Con l’espressione “senso della Terra”] designeremo qui il senso appassionato del destino comune che trascina sempre più lontano la frazione pensante della Vita. In via di diritto, nessun sentimento è meglio fondato per natura, né pertanto più potente di questo. Ma in pratica, è quello che si sveglia più tardi degli altri, dato che per esplicitarsi esige che la nostra coscienza, emergente dai cerchi sempre più vasti (ma ancora assai troppo ristretti) della famiglia, delle patrie, delle razze, scopra finalmente che la sola unità umana veramente naturale e reale è lo Spirito della Terra.

Teilhard de Chardin

 

E certo, ora che l’intelligenza umana è costantemente collegata in una rete perenne dove le informazioni generano una dimensione inaspettata, tornano legittime due letture diverse del caso: una laica, a tutti nota, e una mistica, intuita visivamente da Grünewald, nella quale una pellicola sta per avvolgere il cosmo ormai definitivamente interconnesso grazie all’evoluzione del pensiero umano che s’incontra con il permanere del divino per il completamento dei tempi.

Philippe Daverio, “Il Cristo cosmico di Grünewald”, Avvenire, 7 dicembre 2011

 

Il mondo non starebbe meglio senza gli umani.

Un mondo senza Mozart, Heisenberg, Aung San Suu Kyi, Michelangelo, i Beatles, Truffaut, Kandinsky, Dostoevskij, Omero, Calvino, Socrate, Gesù, il Buddha, Goethe, senza le danze, canti e musiche tradizionali, senza i piatti tradizionali, i giardini zen, gli orti, l’artigianato, le chiesette di montagna, i templi shintoisti e le cattedrali gotiche, senza la moda al suo meglio, senza la fede, senza l’altruismo disinteressato, senza la capacità di tradurre i sogni in realtà, ecc. sarebbe triste e povero in senso assoluto, non solo per gli umani.

Questo perché l’umano è nella natura ma contemporaneamente la trascende. E questo spiega perché Mozart sembra far bene ai criminali, alle mucche e alle piante e perché ci sembra perfettamente plausibile che la regola d’oro, che trova riscontri a qualunque latitudine, possa contenere un significato universale che va ben oltre i confini di questo pianeta. D’altra parte, quale animale potrebbe esperire e comunicare l’estasi poetica e spirituale di un Walt Whitman nell’entrare in contatto con la natura?

Tutti gli animali sono speciali, ma gli umani sono più speciali nella loro specialità. E non è una questione di supremazia e quindi di privilegi. Questa deduzione è il risultato di proiezioni della psiche e della società umana. Un verme non è uguale a un albero o a un umano. Negarlo significa non riconoscere le potenzialità uniche di ogni forma di vita e in particolare le potenzialità uniche dell’essere umano.

La differenza sta nel grado di profondità con cui si percepisce e si comprende la realtà: la consapevolezza di una formica è meno profonda di quella di un gatto. Un gatto ha una comprensione di universali come la matematica e la musica più estesa e complessa di quella di una formica. Se i conigli avessero un’intelligenza sofisticata come quella umana, avrebbero sovrappopolato il mondo molto prima di noi. Se i predatori avessero un’intelligenza “umana” ci sarebbero bagni di sangue peggiori di quelli provocati dalla nostra specie.

Gli esseri umani – se liberi dalle inclinazioni psico e sociopatiche che ci fanno vivere all’insegna del motto mors tua vita mea – sembrano essere l’unica forma di vita in grado di integrare la natura in modo qualitativamente radicale. Una volta maturati, una volta apprese certe lezioni, gli esseri umani possono accelerare l’evoluzione e possono stabilizzarla, responsabilmente. Si potrebbe perfino immaginare che la natura ci abbia creati perché potevamo tornarle utili, come tutto il resto.

Questa, dopo tutto, è sempre stata la prospettiva dei popoli “primitivi” che, anche se non sempre erano in perfetta armonia con la natura, avevano trovato nella figura e nelle mansioni dello sciamano un connubio degli archetipi del guerriero e del guaritore che, per lo più, assicurava l’equilibrio nel cambiamento e garantiva che la natura, in un certo senso, potesse dire la sua.

Solo noi “civilizzati” siamo misantropici, cinici, nichilisti e psichicamente instabili a livello collettivo, pur possedendo tutte le risorse intellettuali e creative per riscoprire il nostro ruolo ed assolvere i nostri compiti in maniera mirabile, senza paralleli nella storia.

Superata questa fase adolescenziale, passato l’esame di maturità che stiamo affrontando in questi anni, potremo diventare quel che siamo destinati ad essere, creatori responsabili, non bulletti distruttori e sfruttatori. Lo siamo stati (es. aborigeni, nativi americani ed africani) e lo torneremo a essere.

La scelta è tra proteggere l’ecosistema nel suo complesso e catalizzarne l’evoluzione, oppure distruggerlo, come se fossimo un tumore all’interno della natura.

In una prospettiva sistemica, Gaia è il nome della Terra intesa come un vasto organismo interconnesso che compensa gli squilibri che insorgono spontaneamente raggiungendo nuovi punti di equilibrio. L’uomo ne è un elemento cardine, un catalizzatore, appunto. Gli ecologisti misantropici non possiedono alcuna prospettiva sistemica, altrimenti saprebbero che la filosofia aborigena dello jukurr (sogno) ha basi fattuali: il sistema di caccia e gestione ambientale degli indigeni australiani era co-evolutivo e favoriva la moltiplicazione della vita nei loro territori. La loro scomparsa, ossia il venir meno delle loro tecniche di ingegneria eco-sistemica, ha causato un impoverimento della flora e della fauna locali, un’omogeneizzazione dell’habitat di diverse specie, specialmente a causa di disastri naturali, come i roghi spontanei, che loro riuscivano a prevenire.

Ogni parte di ciascun organismo svolge una funzione, che definisce il significato dell’esistenza di questa parte. La Terra, come organismo, ossia Gaia, ha bisogno di noi, poiché tutto ciò che è umano (cultura, coscienza più sofisticata, interiorità) è parte di Gaia e della sua evoluzione (cf. Emerson, Teilhard de Chardin, G.T. Fechner, William James, Alfred North Whitehead, Shimon Malin). Siamo interdipendenti. Il nostro livello di comprensione, compassione, sensibilità, consapevolezza e forza morale è anche quello raggiunto da Gaia.

Questa è la nuova narrazione di cui abbiamo bisogno, se vogliamo sopravvivere, una che sappia risvegliare un apprezzamento integrale della Terra. Una narrazione che risponde al bisogno interiore che molti di noi avvertono di aprirsi a qualcosa di più alto e più grande di noi, il nostro amore per la conoscenza e la sapienza, l’Amore.

Leggiamo le testimonianze di astronauti di varie nazionalità che hanno potuto contemplare Gaia.

“Volare nello spazio significa vedere la realtà della Terra, solitaria. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e il mio modo di vedere la vita stessa” (Roberta Bondar). “Man mano che ci allontanavamo, la Terra si restringeva. Alla fine si ridusse alle dimensioni di una biglia, la più bella che uno potesse immaginare. Quell’oggetto così bello, caldo e vivo sembrava così fragile, così delicato, che se lo si fosse toccato con un dito si sarebbe infranto. Vedere una cosa così ti cambia per forza la vita” (James B. Irwin). “La Terra era piccola, azzurra, e così pateticamente sola…la nostra casa va protetta come una sacra reliquia” (Aleksei Leonov). “Nello spazio sviluppi istantaneamente una coscienza globale, un comportamento prosociale, un’intensa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo ed un desiderio irrefrenabile di fare qualcosa per cambiarle. Vista da lassù, dalla luna, la politica internazionale sembrava così insignificante” (Edgar Mitchell). “Per chi ha visto la Terra dallo spazio, e per le centinaia e forse migliaia di persone che seguiranno, è un’esperienza che cambia la tua prospettiva sulle cose. Ciò che ci accomuna è molto di più di quel che ci divide” (Donald Williams).   

GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE

Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.

Aung San Suu Kyi

 

Trattare una persona con giustizia vuol dire prendere seriamente la sua concezione di sé stessa, i suoi attaccamenti e predilezioni, la sua comprensione della sua situazione e di che tipo di comportamento le è richiesto in quelle circostanze.

Peter Winch

 

Un pesce piccolo che sta per essere mangiato da un pesce più grande pensa: “non c’è giustizia nel mondo”. Il pesce più grande pensa: “c’è abbastanza giustizia nel mondo”. Il pesce ancora più grande che sta per mangiarsi quest’ultimo pensa: “il mondo è giusto”.

 

Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza.

La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale ma come una prospettiva sul mondo: il riconoscimento della comune umanità. Il mio prossimo differisce da me, ma riconosco il suo diritto di essere quello che è, non una replica di me stesso; di essere diversamente umano rispetto a come lo sono io.

La mia eventuale posizione di privilegio è un accidente del caso e quindi il mio senso di superiorità è del tutto ingiustificato. Mi comporto come se non sussistesse uno squilibrio di forze a mio vantaggio, perché mi sento meglio quando non approfitto del prossimo, perché possiedo una coscienza (non sono uno psicopatico), perché mi piace rinunciare a qualche mio desiderio per poter intensificare le mie relazioni con l’altro a beneficio di entrambi, individuando gli interessi comuni e le strategie di collaborazione che ci possono aiutare a soddisfarli.

Il concetto di giustizia – sul quale gli utilitaristi non saranno mai in grado di mettersi d’accordo – esiste perché gli umani sono capaci di provare indignazione, oltraggio e simpatia. L’afflizione, l’empatia, il risentimento, la simpatia non solo non sono irrilevanti nelle questioni riguardanti il giusto e lo sbagliato, sono anzi le precondizioni necessarie per la creazione e la sopravvivenza stessa dell’idea di bene e di male, giusto e sbagliato, di solidarietà, di sollecitudine per il prossimo, di riconoscimento dell’uguale dignità dei cittadini.

“La pace non è assenza di guerra”, dice Baruch Spinoza, “è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

GLOBALIZZAZIONE

Ho così capito e sentito che la letteratura mondiale non è più un’astratta antologia o un vago concetto inventato dagli storici della letteratura, ma un corpo ed uno spirito viventi, che riflettono la crescente unità del genere umano…Allorché non ci sono più “affari interni” su questa nostra affollata Terra la salvezza del genere umano dipende dal fatto che tutti si facciano gli affari degli altri, che i popoli d’Oriente abbiano un interesse vitale in ciò che si pensa in Occidente, che i popoli occidentali hanno un interesse vitale in ciò che sta accadendo in Oriente. La letteratura, uno dei più sensibili strumenti dell’umanità, è stata la prima a rilevare questo crescente senso di unità del mondo e a farlo proprio.

Alexandr Solzhenitsyn

 

È spiacevole che si sia diffusa una tale paura della “globalizzazione”, quando il vero problema è l’ideologia globalista che vorrebbe imporre un unico modello economico-finanziario neofeudale a miliardi di persone (il cosiddetto Washington consensus).

La globalizzazione può assumere due significati, uno negativo ed uno positivo: può indicare l’unificazione di tutto il mondo in un’unica unità produttiva. In questa tecnocrazia finanziaria mondiale le multinazionali sono libere di sfruttare, investire, comprare e vendere dove vogliono e come vogliono.

Può anche designare la progressiva integrazione planetaria, che è invece un fatto positivo, perché abitua l’umanità a ragionare in termini di libertà, uguaglianza e fratellanza a livello globale, a sentirsi responsabili per il benessere di un villaggio che abbraccia il mondo e quindi anche per tutti gli esseri viventi. A un mondo caotico alla mercé dei potenti, la planetarizzazione reagisce stabilendo norme che tutelano tutti e promuovono i principi della Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

Oggi siamo tutti sulla stessa barca. Mutui non pagati negli Stati Uniti scatenano una tempesta finanziaria globale; le proteste greche contro l’austerità contagiano altri paesi europei; un muro abbattuto in una città cambia la storia umana; la siccità in una porzione di un continente o una guerra regionale causano l’aumento dei prezzi degli alimenti e dell’energia in tutto il mondo; un incidente nucleare in un remoto angolo del mondo rischia di diventare una minaccia globale. Ci sentiamo fragili e vulnerabili, impotenti, come se ci trovassimo quotidianamente sull’orlo di una catastrofe.

I rimedi locali non bastano più. La nostra fissazione per tutto ciò che riguarda l’area alpina è retrograda. Una grossa fetta della popolazione che risiede nella nostra regione ha legami affettivi ed economici molto più stretti con Melbourne, Buenos Aires, Nairobi, Doha, Berlino, Milano, New York, Shanghai e Londra che con Aosta, Villach, Grenoble, Maribor o, talvolta, le stesse Bolzano, Verona e Innsbruck.

 

La verità è che un’umanità unita e consapevole è la nostra unica speranza di cavarcela. Andare d’accordo non è abbastanza. Dobbiamo comprendere in profondità l’altro e farci capire. Dobbiamo anche comprendere che ci sono gruppi di persone che traggono vantaggio dalla sofferenza umana, dalla divisione, dai conflitti. Business is business.

La solidarietà interrazziale, interetnica e internazionale è necessaria per la sopravvivenza e quindi lo è l’empatia, che la genera. Non come tributo al politicamente corretto, ma perché ci conviene e perché altrimenti la vita perderebbe ogni significato.

Non dobbiamo soccombere alla demonizzazione della solidarietà tra i popoli, perché la chiusura difensiva nei localismi ci impedisce di forgiare alleanze, ci consegna ad un mondo in cui mors tua vita mea, ci preclude gli immensi vantaggi del “tutti per uno, uno per tutti”.

Fare insieme le cose vuol dire avere più potere negoziale e maggiore efficacia, specialmente nel quadro di una “governance” globale (non di un governo mondiale).

Il requisito per questa vera integrazione planetaria è la creazione di una storia universale dell’umanità (una meta-storia) che definisca una cultura eterogenea ma autenticamente planetaria, seguendo ed ampliando il suggerimento del premio Nobel Amartya Sen, che consigliava di farlo riguardo alla civiltà europea, per evitare un’ottica riduzionista di stampo economicista o politico.

IDENTITÀ

Uno dei paradossi del tempo presente è che i paladini delle identità, quelli che le brandiscono come armi contro ogni diversità, vorrebbero cancellare l’altro, quando invece è proprio grazie a quell’altro, che essi costruiscono il proprio noi. L’identità, infatti, è un dato relazionale, che si costruisce sulla base della diversità. Non c’è identità senza alterità: siamo ciò che gli altri non sono. E per dipingerci migliori, spesso condanniamo gli altri a essere ciò che noi non vogliamo essere. Addossare colpe e difetti a qualcuno che è estraneo ci rende automaticamente buoni.

Marco Aime

 

Orgoglio gay, orgoglio femminista, orgoglio afroamericano, orgoglio nazionale, orgogli che si esibiscono attraverso cortei e festival.

Queste grandi manifestazioni pubbliche di orgoglio si verificano sovente nel contesto di un pronunciato sentimento di umiliazione e lesione identitaria.

È giusto  che gli esseri umani solidarizzino nello sforzo di recuperare un senso di dignità e autostima altrimenti negato.

Dì a qualcuno che deve dimenticare le sue radici, la storia e il suo senso di identità condiviso con altri in cambio della promessa di una condizione superiore e questi sentirà che qualcosa non torna. Sarebbe come cercare di spiegare a dei genitori che i loro figli appartengono a tutta l’umanità, e che per questo devono essere sollevati dall’incombenza genitoriale.

L’identità è distinzione e varietà. Ma se l’identità è separazione allora qual è il senso della molteplicità?

Il problema nasce quando l’orgoglio diventa un pretesto per marcare le differenze a discapito della comune umanità. Conosciamo bene i disastri prodotti dalla superbia razziale e nazionale strumentalizzata da certi potentati privi di scrupoli e sfociata nel filisteismo culturale e nella politica più reazionaria. L’imperialismo giapponese è quello nazista sono tragici esempi di ego collettivo mascolini feriti e risentiti che aggrediscono gli altri paesi per riscattarsi. I movimenti etnopopulisti europei seguono le stesse dinamiche.

Le identità sotto pressione e in difficoltà sono la cifra della cosiddetta “condizione postmoderna”, che tende alla decostruzione, frammentazione e nichilismo. Il disagio è poi amplificato dalle cicliche crisi del capitalismo. È in risposta a questa angoscia (o malessere) che si affermano certe politiche reazionarie e salvifiche/messianiche dell’“orgoglio” come tentativo di aggrapparsi a un’identità, sebbene questa non possa più funzionare in maniera soddisfacente nella post-modernità.  

Molti subiscono questa fibrillazione e progressivo sfarinamento di identità che apparivano solide come una minaccia esistenziale per loro stessi e i loro valori più sacri. Altri vivono questo fenomeno come una liberazione, l’emancipazione finale da idoli inadatti alle nuove circostanze, da punti di vista fissi, inamovibili, antiquati, incarceratori, egotistici, narcisisti e particolaristici, terribili ostacoli sulla strada di chi vorrebbe vedere nel prossimo un suo fratello affinché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10).

INFORMAZIONE

Ma ognuno di noi, in una certa misura, è ormai direttore responsabile di quella microcentrale di news che è se stesso

Michele Serra

 

La sfiducia verso i media ha raggiunto percentuali sconcertanti in Europa come negli Stati Uniti. Non è difficile capire come mai: l’informazione globale è virtualmente controllata da una mezza dozzina di multinazionali dell’informazione e dell’intrattenimento: Time Warner, Walt Disney, Viacom, News Corporation (Rupert Murdoch), Bertelsmann, Axel Springer AG, Sony.

Nel suo brillante “The return of the public” (2010), Dan Hind, giornalista di fama internazionale, ha proposto una visione semplice e al tempo stesso rivoluzionaria del giornalismo del futuro. La “società civile” dovrebbe poter commissionare inchieste ed articoli a giornalisti indipendenti che sarebbero pagati con un canone e che risponderebbero del loro operato direttamente ai cittadini e non più ai tycoon dell’informazione. In questo modo la stampa locale e nazionale sarebbe sottoposta a pressioni competitive virtuose, mentre ci sarebbero dei giornalisti freelance specializzati in certi campi, disposti ad approfondire tematiche che i quotidiani sono impossibilitati a seguire per un lungo periodo di tempo e globalmente.

In questo modello di giornalismo civico, un professionista dell’informazione potrebbe presentare delle proposte per ricevere dei fondi da impiegare per realizzare delle inchieste. La sua reputazione sarebbe legata non alla testata per cui scrive, ma alla qualità del servizio che garantisce, alla sua autorevolezza, alle valutazioni di assemblee di cittadini che devono decidere se e quanto sborsare di tasca propria.

I vantaggi sarebbero molteplici: si riconquisterebbero all’informazione quei cittadini che non leggono più i quotidiani e si sperimenterebbero nuove forme di associazionismo, responsabilizzazione e partecipazione civile.

Questo stesso modello, se si dimostrasse efficace, potrebbe essere esteso a ricercatori scientifici ed operatori museali.

Partecipando all’indagine, le persone comincerebbero ad interessarsi all’informazione e alla scienza, ossia alla conoscenza nel suo complesso, che è l’architrave di una democrazia sana, di una società civile vitale. Si abituerebbero a interrogarsi e informarsi invece di restare passivi per poi magari sprofondare nel risentimento e nel rancore. Nascerebbero nuove questioni, nuove controversie, nuove ricerche. Politici e cittadini commetterebbero meno errori, risparmiando risorse, grazie a una maggiore attenzione alla realtà e una percezione più obiettiva dei fatti.

Alan Rusbridger, direttore del quotidiano britannico “Guardian”, si muove in questa direzione e ha elencato le dieci regole dell’open journalism (The future of open journalism”, Guardian, 25 marzo 2012): incoraggia la partecipazione; non è un rapporto tra “noi” e “loro”; stimola il dibattito; favorisce la nascita di comunità intorno a interessi condivisi; è aperto al web; aggrega e seleziona il lavoro degli altri; ammette che i giornalisti non sono le uniche voci autorevoli e interessanti; promuove la diversità ma anche i valori comuni; riconosce che il giornale può essere l’inizio e non la fine del lavoro giornalistico; è trasparente e aperto alle osservazioni, comprese le correzioni, le spiegazioni e le aggiunte.

INTERCULTURALITÀ

A incontrarsi o a scontrarsi non sono le culture, ma le persone.

Marco Aime

 

Quello di assimilazione, con le sue connotazioni legate all’idea di metabolizzare, digerire, assorbire, conformare è un concetto etnocida e fascista. Gli stranieri non vogliono essere assimilati, ma integrati. Integrare significa “rendere completo, conforme a giustizia”, non amputare la diversità che non ci piace. Assimilare significa convertire in noi stessi ciò che è fuori da noi ed è differente da noi (es. i Borg in Star Trek).

Non bisogna confondere i due termini, che sottintendono due visioni del mondo diametralmente opposte.

Lo slogan dell’assimilazione è: “pace e unità nell’uniformità”. Vale anche per la segregazione, che costruisce muri affinché le persone di culture/etnie diverse non entrino in contatto e non si “contaminino”.

Lo slogan dell’integrazione è: “concordia e unità nella diversità”. L’integrazione difende l’autonomia della persona e del gruppo, l’assimilazione non lascia spazio a margini di autodeterminazione. Si tollerano la prima generazione di immigrati nella speranza che quelle successive divengano più indigene degli indigeni.

Il problema del “multiculturalismo” è che ha avuto origine da una carenza di discernimento della distinzione tra “assimilazione” e “integrazione”. Per evitare l’assimilazione le politiche multiculturaliste hanno ostacolato l’integrazione, producendo società parallele, che raramente si incontrano e familiarizzano l’una con l’altra, ossia segregative. Nel farlo, sono state coadiuvate dalle forze reazionarie presenti tra gli immigrati, quelle interessate a riprodurre pari pari la cultura e società di origine in un altro luogo, come se si potessero trapiantare, come se il loro valore fosse troppo inestimabile e dovessero essere conservate come un animale impagliato, al di fuori dello spazio e del tempo e quindi del cambiamento. Il multiculturalismo è un terreno fertile per il narcisismo etnocentrico, che non si concilia con la democrazia.

Le politiche interculturali sono invece quelle che creano integrazione, a partire dal dialogo, dallo scambio.

LIBERTÀ

Un mondo fondato sulle quattro libertà umane: la libertà di parola e di espressione, la libertà per ogni persona di pregare Dio nel modo che preferisce, il diritto di vivere al riparo dall’indigenza e il diritto di vivere al riparo dalla paura.

Franklin D. Roosevelt, 6 gennaio 1941

 

Le scelte obbligate sono l’architrave del sistema socio-politico in cui viviamo, che non può essere chiamato libero, se non in senso molto lato.

 

La libertà pone al centro l’individuo come principio e come valore. È uno dei capisaldi del pensiero umanista. “Ti determinerai la tua natura secondo il tuo arbitrio”, scrive Giovanni Pico della Mirandola nell’orazione “De hominis digitate” (1486). “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa” confermerà Cesare Beccaria, tre secoli più tardi, nel 1764.

La libertà è lo svincolamento da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse e anche contraddittorie.

Ciascuno di noi è libero solo se si cura di proteggere la libertà altrui e questa libertà, una volta persa, non la si riguadagna facilmente. La storia ne è testimone.

 

Cosa sarebbe l’essere umano senza libertà creativa e realizzativa? Un automa, uno strumento. Lo sviluppo dell’immaginazione è accrescimento di vita, mentre la sua limitazione è una riduzione di vita, un impulso di morte. La libertà è la dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della psiche e della coscienza. Essere libero, libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente.

Non c’è umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti: ogni atto di autodeterminazione era bandito.

Tutto ciò che penso, che dico, che faccio, ha un significato ed ha un valore perché sono libero. Solo in questa condizione di libertà la mia vita, i miei pensieri, le mie decisioni, i miei sentimenti sono realmente miei. Diversamente, sarei una marionetta.

 

Se la libertà è un volo, allora più si mozzano le ali delle persone per circoscriverla, più basso e incerto sarà il volo dell’intera comunità e del genere umano nel suo insieme.

MITI PRAGMATICI

L’unico che mito che vale la pena di prendere in considerazione nell’immediato futuro è quello che parla del pianeta…e di tutti quelli che ci stanno sopra

Joseph Campbell

 

Il Canada al quale dobbiamo devozione è il Canada che non siamo riusciti a creare….l’identità che non siamo riusciti a realizzare. È espressa nella nostra cultura ma non realizzata nella nostra vita, come la nuova Gerusalemme di Blake da costruire nella verde e bella terra inglese non è ideale meno genuino solo perché non è stata edificata laggiù. Ciò che resta della nazione canadese può ben essere distrutto da quella sorta di dispute settarie che per molta gente sono più interessanti della vita vera dell’uomo. Ma, mentre entriamo nel secondo secolo di vita contemplando un mondo in cui il potere e il successo si esprimono così ampiamente in menzogne stentoree, in una leadership ipnotizzata e nell’atterrita repressione della libertà e della critica, l’identità non creata del Canada forse non è, dopotutto, un retaggio così brutto da accollarsi.

Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

 

Ogni lotta tra gli uomini che ha come posta in gioco la forma della vita comune, cioè il modo d’essere della società, e ogni vicenda politica, cioè ogni lotta per conquistare, mantenere e aumentare la capacità di governo della società, è essenzialmente una lotta simbolica. Se mancano i simboli, vuol dire che non c’è politica, ma semplice amministrazione tecnica dell’esistente o sopraffazione per il bruto potere. [Quando una fazione si appropria di un simbolo, esso] diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti di unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere”

 

Il falso realismo (utilitarismo selvaggio e privatistico, determinismo materialista) che pervade le nostre società deve essere contrastato nei fatti e non solo contestato a parole. La maggior parte di noi non può accontentarsi di un mero adattamento finalizzato alla sopravvivenza. Non è certo un buon catalizzatore di quel cambiamento che ci costringe a tirare fuori il meglio di noi, che ci spinge a superare le sfide. 

La soluzione migliore, in questo momento, è reinventare le strutture sociali esistenti per formare dei ponti pragmatici rivolti al futuro. Realismo, in questo senso, è sinonimo di discernimento e vuol dire tener conto dei limiti e delle contingenze, piuttosto che cercare di imporre un ideale, generalmente artificioso, alla realtà esistente. Questo ci permette di evitare voli pindarici e ingenui slanci emotivi e stabilisce una continuità, nel mutamento, tra le nostre comuni aspirazioni e quegli elementi del presente che conosciamo e sui quali possiamo fare affidamento.

Allo stesso tempo, però, una vera rivoluzione spirituale e mentale – ossia un futuro che non sia un semplice restyling del presente – non può avere luogo senza l’attivazione delle forze inconsce e il ricorso a miti umanizzanti ed emancipatori che ci assistano nell’immaginare futuri diversi e migliori, in cui si rispetti la dignità del prossimo nei fatti e non solo a parole e in cui le persone facciano il proprio dovere per ragioni diverse dall’avidità – per il senso di appagamento che si ricava dal fare qualcosa di utile o interessante, dal fare la propria parte.

Come trovare un punto di equilibrio tra pragmatismo e immaginazione che prevenga i grossolani auto-inganni del cinico e del visionario dissociato dalla realtà?

I miti – quelli giusti, quelli buoni – sono un equipaggiamento indispensabile perché, da almeno 30mila anni a questa parte, ci nutriamo di simboli, ci muoviamo in una ragnatela di simboli, siamo rivestiti di simboli fin da prima di nascere (es. Royal Baby) e cerchiamo di essere simbolici anche al momento del trapasso e nel ricordo che lasciamo di noi. Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda, dalla carità spontanea del Buon Samaritano ai raduni di massa dei totalitarismi. Siamo fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati.

Negare questa nostra seconda o forse prima natura perché ci complica la vita e rende meno lineari i progetti e gli scenari che cerchiamo di formulare è sciocco. La modernità iper-razionalista non ha saputo cambiarci: es. Miyazaki, Calvino, William Blake, Cloud Atlas, Matrix, Lost, C’era una volta (Once upon a Time), Star Trek, Guerre Stellari, Harry Potter, Beowulf, Superman, il Signore degli Anelli, ecc. Gli esempi sono innumerevoli.

Sono i simboli (archetipi) e i miti che ci permettono di uscire dal nostro ristretto universo linguistico-culturale e dalle nostre costrizioni biologiche, per capire gli altri, per investire di significato e concretezza i principi di libertà, uguaglianza, fraternità. Sono loro a unificare il genere umano.

 

Più persone si legano a un’idea, più quest’idea si fortifica. Le idee potenti si fanno mito. Le nostre vite sono plasmate dalle storie che raccontiamo a noi stessi a proposito di noi stessi.

“Italiani brava gente” e “trentini schivi, ma di buon cuore”: sono miti che ci sollecitano ad essere migliori di quello che siamo, oppure diventano degli alibi. Dipende da noi, dalla nostra buona fede, obiettività e capacità di autocritica. 

La storiografia e l’antropologia servono anche per riflettere criticamente sulle narrazioni, per frenare il nostro impulso a rifugiarci, pavidi e smarriti, nelle storie altrui, in ideologie sintetiche e manipolative, in sistemi di credenze dottrinali, in miti deteriori.

Ci sono infatti miti che imprigionano, che cristallizzano le identità, fossilizzano le menti, inchiodano le coscienze a strutture rigide. Sono i miti della tradizione, della razza, della patria, della famiglia, della civiltà, del sangue, della terra. Io e Mauro Fattor li abbiamo attaccati in “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010).

Ci sono anche quelli che aiutano a maturare, che parlano simbolicamente di quelle grandi idee che toccano il cuore e la mente di quasi tutti, che ci uniscono e ci fanno fare un salto di qualità.

 

L’idea di Trentino è ancora un mito buono, o lo può tornare a essere, una volta che sarà stata ripulito dalle incrostazioni ideologico-idolatriche.

Il mito del Trentino e della sua autonomia ha preso forma a partire da autonomie locali di tradizione secolare, dalle presunte e reali virtù delle genti alpine, dall’idea che la democrazia è un patto sociale e non una tecnica di governo e dal contrasto con un modello di sviluppo delle pianure che non era e non è sostenibile.

È il precipitato di molte idee interconnesse di natura etica, sociale, ecologista e metafisica. Essere trentini – idealmente una miscela equilibrata di Mitteleuropa e latinità – è un modo diverso di stare al mondo, più lento, più profondo, più dolce, direbbe Alex Langer.

Comprende le nozioni di autonomia, comunità, duro lavoro, giustizia, rispetto, sobrietà, solidarietà, senso di responsabilità, coscienza dei limiti, ma anche globalizzazione, grazie ai legami coltivati con gli emigranti (cosa che non avviene in Alto Adige).

Una morale austera, d’altri tempi, che condanna nepotismi, clientelismi, cortigianerie, avidità, conflitti di interesse, furbizie, malizie, ecc. Insomma, l’umanità come dovrebbe essere e come aspira a essere, ma come non è quasi mai stata capace di essere, neppure in Trentino.

Sono assai pochi i trentini che si sono dimostrati all’altezza dell’anelata “trentinità”.

Eppure non ha senso amare il Trentino e i trentini del presente, le loro radici. Trentini si diventerà. Bisogna amare il Trentino che verrà: il fiore che non è ancora sbocciato, il frutto non ancora maturo. Il Trentino come Grande Idea, come Mito che guida le nostre azioni e le nostre politiche.

Un po’ come l’idea di America che accoglie e offre opportunità di eccellenza, l’idea di Francia post-rivoluzionaria modello di riscatto per gli altri popoli, o l’idea di un Giappone che sa coniugare oriente e occidente, tradizione e modernità.

Sono dei miti, dei miti che elevano milioni di persone, perché invocano “i migliori angeli della nostra indole” (cf. Lincoln). Sono dei miti buoni, dei miti costruttivi, dei miti che ci spingono a tralasciare gli interessi egoistici e gli appetiti personali e a prenderci cura del prossimo e del bene comune. 

Spesso patiscono le sferzate del lato oscuro, dei miti degradanti (sciovinismo, imperialismo, xenofobia), ma si piegano senza spezzarsi e restano ancora lì a ispirare.

 

L’autonomia trentina è stata, e può tornare a essere, una nuova ed originale espressione, nella forma di un esperimento socio-politico, di principi eterni che stanno tornando in auge con l’aggravarsi della crisi sistemica del nostro tempo. Principi perfettamente accessibili e condivisibili per i trentini di origine straniera.

Se vogliamo uscire dal labirinto e realizzare un’autentica comunità responsabile e quindi una genuina democrazia partecipata, che oltrepassi le lealtà istintive di carattere familista e tribale, così prevalenti nelle fasi di crisi profonda e di incertezza esistenziale, questo filo mitologico va recuperato.

Occorre, perciò, rimitologizzare il Trentino, per generare quell’effervescenza creativa che ci farà arrivare dall’altra parte del guado, senza indulgere in fantasie etnocentriche e senza abbandonarsi alla retorica del fare senza una prospettiva di lungo termine, globale e morale. 

Si tratta di riscoprire il profondo “significato mitico” della nostra “repubblica alpina”, riscoprire le grandi idee che hanno guidato i momenti più alti del nostro passato e che acquistano una dimensione sacra al cospetto della magnifica natura che ci circonda. Come l’accordo De Gasperi-Gruber, malvisto da alcuni, letto in chiave utilitaristica da altri, sprofondato nell’oblio tra i giovani, e che pure rappresenta un evento storico non solo per le popolazioni coinvolte, ma per la civiltà umana (cf. la volontà di pace e cooperazione, l’innovativa e avveduta ingegneria istituzionale e sociale implicata).

 

Nuovi miti emergono comunque, lentamente, dalle esperienza di una comunità.

In questi anni il Trentino, come il vicino Alto Adige, si è costruito una reputazione internazionale di micro-potenza umanitaria. La migliore evoluzione di questo percorso sarebbe la trasformazione della regione Trentino-Alto Adige in una mini-potenza umanitaria sul modello ginevrino e nordico, una forza di pace, diplomazia, concordia, fratellanza, tra i popoli e tra l’umanità e la natura.

Questo è un futuro altamente desiderabile, un mito nobilitante, un progetto mobilitante.

Il futuro di questa e di altre comunità dipende principalmente dagli ideali dei suoi cittadini e dal loro atteggiamento reciproco, dalla loro condotta di vita.

NATURA UMANA

L’uomo è la sola creatura che si rifiuta di essere ciò che è

Albert Camus

 

La mia umanità è legata a quella di chiunque altro, perché noi possiamo essere umani solamente insieme

Desmond Tutu

 

In ogni persona ritrovo me stesso e il bene e il male che dico di me lo dico anche di loro

Walt Whitman

 

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è. Per me i bambini non hanno nazionalità. La discriminante non può essere il colore dalla pelle o la forma degli occhi. Da bambino quando subisci una discriminazione non sai fartene una ragione, io lo so bene.

Gianangelo Bof, sindaco leghista di Tarzo (TV)

 

Gli organismi crescono e cambiano in ogni istante. Non sono fabbricati sulla base di una serie di istruzioni di montaggio, non ci sono capacità innate (abilità, disposizioni, motivazioni, sensibilità) pre-programmate uniformemente. Ciascun individuo si sviluppa in modo peculiare nel suo ambiente.

I geni o la cultura non interagiscono con l’ambiente naturale e tra di loro, è l’organismo a farlo e l’organismo è in costante mutamento, come lo è l’ambiente.

Perciò non c’è alcuna ragione di fissarsi sui geni o sugli elementi culturali. Non c’è alcuna ragione scientifica per descrivere gli esseri umani indipendentemente da un’immensa pluralità di circostanze storiche ed ambientali nelle quali crescono e vivono la loro vita.

Ogni persona è un’eccezione vivente (Fait/Fattor 2010).

Le persone non debbono essere incarcerate in celle identitarie che mettono a repentaglio l’integrazione e la coesione sociale, con conseguenze che possono essere sanguinose. Una comunità è coesa e robusta solo quando è anche sufficientemente flessibile da dare ai singoli la libertà di scegliere la propria vita. Una società rigida può spezzarsi molto più facilmente di una società flessibile, quando è sottoposta a forti pressioni.

È possibile fondare una società sostenibile solo sulla base del pluralismo, di alcuni valori fondamentali condivisi e di un minimo di solidarietà.

Omogeneità culturale e purezza etnica non solo non hanno nulla a che vedere con questo, ma ne sono l’antitesi, come l’entropia (l’antitesi dello sviluppo: è alta nei sistemi isolati) è la negazione della vita (che fiorisce nella diversità, non nell’omogeneità e nell’isolamento).

Non abbiamo altra scelta che convivere con la differenza, senza rinunciare in tal modo a dei valori fondamentali che non sono solo nostri, ma sono un bene comune del genere umano.

Questo è il significato di “fare comunità” nel terzo millennio.

I fiocchi di neve sono tutti unici, nessuno è identico all’altro, ma sono pur sempre fatti della stessa materia, hanno tutti sei facce o sei punte, sono tutti bianchi e freddi. Sono unici, ma sono anche la stessa cosa. L’umanità è così, ma infinitamente più complessa.

OSPITALITÀ LOCALE

In molti film, o serie televisive…ci si accorge progressivamente che una tale xenofobia è la conseguenza di un segreto, o piuttosto di una colpa che tutti conoscono, ma tacciono, di una colpa tenuta nascosta dalla società che compone la piccola città. Lo straniero viene respinto, perché non si vuole che egli scopra questa tara intima, non si desidera che egli esprima il non-detto, il taciuto e il celato, che renda pubblico ciò che deve rimanere affare di una cerchia chiusa, che ravvivi, riattivi, smuova ciò che ognuno si sforza di dimenticare. Lo sguardo dello straniero disturba: egli dà a vedere, e ciò che fa vedere è, all’occorrenza, un’immagine sgradevole e degradante, un panno sporco che dovrebbe essere lavato solo in casa. Lo straniero evidentemente viene a sconvolgere le cose, l’immobilità, la stagnazione, l’inerzia, il marasma, il torpore, l’abbattimento, la letargia che regnano sulla piccola società. Egli introduce un movimento, una turbolenza.

Alain Montandon, “Elogio dell’ospitalità”

 

L’umanità raggiunge l’eccellenza nella condivisione, del convivio, dell’ospitalità e il suo degrado più imbarazzante nella smania psicopatologica dell’accumulo, dell’accaparramento, della depredazione, della conquista, dell’asserragliamento in ville, quartieri, nazioni fortificate.

 

L’Odissea è il poema che meglio definisce le norme di ospitalità, eleggendole a fondamento di un codice di comportamento esemplare ed eterno. 

Xénos è il vocabolo greco che indica lo straniero ma anche l’ospite. Xenía era l’atto di accogliere senza domandare al forestiero di identificarsi. Lo sconosciuto era già un titolare di diritti in quanto ospite, indipendentemente da tutto il resto.

Anche i fuggiaschi e gli esiliati potevano ricevere ospitalità. Il rapporto sottostava a regole ben precise: rispetto, senso della misura, sobrietà, modestia da parte di entrambi i contraenti. L’ospite riceveva vesti, cibo, bevande, un bagno, un passaggio fino alla tappa successiva, un piccolo dono. Si dava senza pretendere niente in cambio, in un continuo flusso circolare di doni e benevolenza che non lascia nessuno a mani vuote.

 

Nell’Odissea Eumeo, pur povero, offre al mendicante Ulisse ciò che può e si spoglia del suo mantello per coprirlo: sa che i rovesci del destino, la vulnerabilità, la mortalità e, più in generale, la precarietà e la transitorietà accomunano tutti gli esseri umani. Polifemo è un mostro perché si mangia gli ospiti e, come dono di ospitalità, promette beffardamente a Ulisse che lo mangerà per ultimo. I Feaci sono ospiti impeccabili e infatti sono descritti come il popolo più prossimo agli dèi, pur essendo imparentati con i ciclopi. Non è il sangue a determinare l’evoluzione sociale.

 

Come Procuste, il locandiere che restringe o allunga i suoi ospiti per adattarli al letto, Polifemo e i proci non riconoscono un obbligo di reciprocità, quel che li diletta e li attira se lo prendono, come se tutto fosse loro dovuto. Vittime, come tutti gli avidi, della coazione a ripetere il male, senza saper controllare le proprie pulsioni, i ciclopi non sono capaci di esaminare il mondo dal punto di vista altrui e quindi la loro comprensione della realtà è estremamente deficitaria: non a caso possiedono solo un occhio. Per loro tutto è appropriabile, sono eterni creditori, tutto deve piegarsi ai loro capricci ed esigenze, ai loro implacabili appetiti perché, così almeno credono, loro sono la misura di tutte le cose.

 

Similmente, i proci sono frivoli, avidi, bramosi, tracotanti, violenti, smodati, disonorano la casa che li ospita, offendono Temi, la legge della convivenza, il principio del reciproco rispetto.

 

Gesù informa gli apostoli che se una città sarà inospitale nei loro confronti subirà un trattamento peggiore di Sodoma. I Samaritani si dimostrano invece buoni ospiti. Alla fine dei tempi, chi seguirà il loro esempio sarà salvato (Matteo 25):

 

Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiero, e m’accoglieste; fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi..In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me.

 

Adriana Destro e Mauro Pesce, nello splendido “L’uomo Gesù: giorni, luoghi, incontri di una vita” (2008), mostrano come Gesù il Cristo scelga di dipendere dall’ospitalità e misericordia altrui. Si fa precedere da due apostoli nei luoghi in cui cerca ospitalità, non permette che nessuno dei villaggi visitati divenga una sede stabile, cammina incessantemente per entrare in contatto con la gente, con persone nuove, conduce un’esistenza incerta e precaria, all’insegna di un’identità molto labile, flessibile, come quella dei nomadi. La sua casa è interiore, la sua famiglia è chi lo accompagna, una famiglia itinerante. Vuole fornire un modello di vita diverso a una società fratturata, iniqua, razzista.

OSPITALITÀ GLOBALE

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita… Ma, pur vivendo in città greche o barbare – come a ciascuno è toccato – e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l’esempio di una vita sociale mirabile, o meglio – come tutti dicono – paradossale. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera… Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo… Per dire tutto in breve: i cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima è diffusa in tutte le membra; e i cristiani abitano in tutte le città della terra. L’anima, pur abitando nel corpo, non è del corpo; e i cristiani, pur abitando nel mondo, non sono del mondo.

Lettera a Diogneto, II secolo d.C.

 

L’ospitalità è un perfezionamento della natura voluto dallo spirito empatico umano e il riconoscimento della condivisione di una natura e condizione comune. Non è figlia di un contratto, è un modo di stare al mondo, di rapportarsi agli altri, di porsi nei confronti della natura, del pianeta che ci ospita, l’atteggiamento di chi lascia socchiuse le porte perché sa di non potercela fare da solo, sa di avere bisogno degli altri.

 

I cristiani sono chiamati ad essere paroikoi, “stranieri residenti”, “stranieri nella terra ove risiedono”, spaesati nel loro paese, in quanto cittadini del cielo residenti in terra. Come i buddhisti, non possono avere radici. “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Matteo 10, 40). Il Vangelo secondo Giovanni chiarisce che i cristiani “sono nel mondo” (17,11), ma “non sono del mondo” (17,14).

Il nomadismo è perciò la vera condizione umana per cristiani e buddisti.

 

Per Kant ospitalità e pace sono complementari. Il filosofo prussiano immagina un diritto cosmopolitico fondato sul principio cardine dell’ospitalità universale: “il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro”. Questo perché “originariamente, nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della terra”.

Lo straniero per Kant è ospite e lo si allontana solo se crea problemi, ma non se ciò comporta la sua rovina. Kant parla di diritto alla visita, alla mobilità, in nome della socievolezza e del destino comune (siamo su una stessa barca e non è grande): “Diritto di possesso comune della superficie della terra”. Esclude il possesso esclusivo: “L’inospitalità è contraria al diritto naturale”.

L’ospitalità universale diventa uno dei pilastri imprescindibili per il conseguimento della pace perpetua, la “comunanza tra i popoli della Terra”.

 

Idealmente, la vera ospitalità deve superare il vincolo psicologico di dipendenza dall’altro, interiorizzata, che nasce con il concetto di proprietà. C’è un legame occulto, ma vibrante, tra il tuo e il mio, me e te: siamo ospiti di questo pianeta. Siamo provvisori, nomadi, votati alla scomparsa. Questo legame non ha nulla a che vedere con la pietà, ma piuttosto con il rispetto e la devozione per l’ospite, nel quale riconosco l’estraneità che alberga in me stesso: anch’io, come lui, nato e cresciuto per caso qui ed ora. Così si realizza la promessa della fratellanza, il terzo termine della triade rivoluzionaria francese.

 

Per come è organizzato il mondo attuale, con squilibri economici tali che la migrazione di lavoratori può solo deprimere i salari nei paesi di destinazione, questa resta un’utopia. Ma, una volta che si sarà data priorità alla condivisione delle risorse mondiali in quanto beni comuni universali, le migrazioni di massa svaniranno e sarà possibile introdurre un diritto illimitato alla visita, a non essere apolide e un diritto universale all’ospitalità che, con il tempo, possa tradursi in titolo di cittadinanza.

PACE

Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite.

Motto dell’UNESCO

 

La guerra da tempo ci è entrata nelle ossa…Se alla sterminata guerra anti-terrorismo aggiungiamo i conflitti balcanici di fine ‘900, sono quasi 14 anni che gli Europei partecipano stabilmente a operazioni belliche. All’inizio se ne discuteva con vigore: sono guerre necessarie oppure no? E se no, perché le combattiamo? Sono davvero umanitarie, o distruttive? E qual è il bilancio dell’offensiva globale anti-terrore: lo sta diminuendo o aumentando?…L’Europa è entrata in una nuova era di guerre neo-coloniali con gli occhi bendati, camminando nella nebbia…

Barbara Spinelli

 

Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.

Gustavo Zagrebelsky

 

MULDER: il segreto è essere specifici. Esprimere il desiderio perfetto. Così tutti quanti ne trarranno vantaggio. Sarà un mondo più sicuro e più felice. Ci sarà cibo per tutti, libertà per tutti, la fine della tirannia dei forti sui deboli. Manca qualcosa?

SCULLY: sembra magnifico.

MULDER: e allora qual è il problema?

SCULLY: forse il senso della nostre vite è proprio questo, Mulder – raggiungere quell’obiettivo. Magari è un processo che nessuno dovrebbe cercare di aggirare con un singolo desiderio.

“Il terzo desiderio/ Je Souhaite”, X-FILES (7×21)  

 

Le guerre sono combattute da persone che non si conoscono, a vantaggio di persone che si conoscono fin troppo bene tra loro. È un intollerabile insulto all’intelligenza umana.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che reca un messaggio di bontà, potere e pace (Kayaneren’kó:wa) incardinato sui principi di gaiwoh/kaihwíyóh (equanimità, virtuosità, aspirazione alla giustizia più forte del desiderio di avere ragione), skenon/skę́’nų’ (salute, chiarezza di intendimento e integrità fisica) e gashasdenshaa/ka’tshátstę́hsæ’ (potere, autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali).

Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – e assomiglia a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore impiega un espediente per non convertirlo con la forza. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il lestofante sta per preparare il suo pasto umano, affinché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo.

Effettivamente, scioccato da questa rivelazione, Atotarho si deprime, ma il Grande Pacificatore lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso azioni deprecabili per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante, in quanto era inconsapevole del potere dell’amore e della sapienza che dimoravano in lui.

Per i nostri antenati la pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male” e persino la guerra, condotta in un certo modo e con certe motivazioni. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta, yin e yang, eros che unisce tutte le forme di vita e thanatos che le separa e le disperde.

La perfezione senza imperfezione sarebbe imperfetta; senza mancanza non ci sarebbe creazione, niente luce senza oscurità, verità senza errore, bianco senza nero.

L’unico vero male è la negazione dell’interdipendenza della vita.

“Satana” deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario, colui che si separa da noi e ci vuole sottomettere. “Diavolo” viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. È l’integralista, il fanatico che vuole distruggere ciò che è diverso, perché è convinto che l’universo sia sbagliato e lui crede di saperlo riparare. Da qui scaturisce ogni violenza psicologica e fisica.

La pace non è assenza di conflitto, è una forza che armonizza la molteplicità e i contrasti dell’agire umano. Fa da ponte tra due forze contrapposte. Pace è riconciliazione, coincidentia oppositorum. Riconciliazione anche con ciò che deve ancora venire. La “Grande Legge di Pace” (Gayanashagowa), la “costituzione” della lega delle nazioni irochesi (Haudenosaunee), prescriveva che le decisioni collettive tenessero conto dell’interesse generale dei contemporanei, ma anche, per quanto possibile, di quello delle future generazioni, fino alla settima.

Il codice etico che informava queste consuetudini (kaswentha) poneva in rilievo l’autonomia dei soggetti e delle nazioni, la cooperazione, la risoluzione diplomatica delle dispute, la negoziazione di modalità di convivenza che contrastino l’ingiustizia e permettano a ciascuno di sentirsi trattato con equità, la libertà di culto, il diritto a una rappresentanza nel Gran Consiglio, il principio di unanimità nelle decisioni che riguardavano la confederazione, la facoltà da parte delle matriarche di poter rimuovere quei capi che si comportavano iniquamente.

Per convincere le nazioni irochesi dell’opportunità di confederarsi, il Grande Pacificatore mostrò come una freccia possa essere spezzata facilmente, mentre un fascio di frecce non può essere spezzato (il fascio, lo stesso simbolo di concordia e ordine degli Etruschi, poi degradato a simbolo di hybris). Poi seppellì le armi sotto l’Albero della Grande Pace i cui rami dovevano riparare le nazioni irochesi e protendersi verso i quattro punti cardinali, a significare che la Legge della Pace aveva una portata universale. L’aquila che, appollaiata sull’albero, doveva sorvegliare la confederazione e metterla in guardia dai nemici, assieme al fascio di frecce, sono oggi immortalati sulla banconota da un dollaro.

 

La regione Trentino Alto Adige si è fatta strumento di pace e riconciliazione, all’interno e all’esterno, e potrà consolidare questo ruolo dando vita a coordinamenti più ampi di comunità.

Non basta agire localmente e pensare globalmente, è giusto difendere e valorizzare ciò che è locale, restando però consci del fatto che se non facciamo rete tutto diventerà molto più difficile. Parlo di una rete che trascenda la matrix sociopatica dei mercati e di un modello di “sviluppo” che è involutivo, poiché ci lascia sempre meno tempo per riflettere e sempre meno spazio per sperimentare alternative, essendo all’insegna dell’hybris, della tracotanza.

Abbiamo bisogno di una comunità che ragioni in termini planetari, di interesse generale dell’umanità, dell’ecosfera e delle generazioni future.

Non abbiamo invece bisogno di sottomettere gli altri e non abbiamo bisogno di separarci dagli altri.

Se l’idea di villaggio globale o famiglia umana ci spaventa perché sembra fare il gioco di chi accarezza l’idea di “un pianeta, un sistema” (mors tua, vita mea), non c’è problema: possiamo comunque esplorare modi di allearci, federativamente, con chi si oppone, non solo a parole, a questo tipo di futuro. Tenendo a mente che l’unione fa la forza e “uno per tutti, tutti per uno”.

La pace si costruisce con una comunità che non sia coriacea, che non abbia ispessito la sua pelle come una corazza, che attraversi la vita “senza pelle”, senza filtri, per sentire il piacere ma anche il dolore degli altri, il peso delle ingiustizie, il calore degli affetti, per comprendere intimamente il significato della regola d’oro “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” e per capire che siamo tutti, realmente, sulla stessa barca.

Più chiaramente percepiamo, più siamo partecipi delle vicende del pianeta e della civiltà umana, più la nostra assunzione di responsabilità si riverbera, ha ramificazioni planetarie, fa comunità su scala globale. Fa la pace.

PARI OPPORTUNITÀ

Perché ancora manca, tra gli uomini, la capacità di fare spazio alle donne? E perché manca, tra le donne, la capacità di farsi spazio tra gli uomini?… Se le elettrici decideranno di dare la propria fiducia ad altre donne, candidate nelle liste dei diversi partiti metteranno fine ad una sorta di monopolio maschile della politica provinciale e daranno inizio ad una nuova stagione di reale eguaglianza delle opportunità, e forse anche di migliori politiche pubbliche.

Donata Borgonovo Re

 

Cinque millenni di leadership patriarcale, in particolare per quello che attiene alla guerra, indicano che la psiche maschile resiste tragicamente ai processi di maturazione psicologica. Purtroppo i danni non sono limitati al genere maschile adulto, ma all’intera umanità ed all’ecosistema. Poteva forse essere utile nelle ere glaciali, quando la competizione era brutale, ma la tecnologia contemporanea rende superflua la competizione e agevola la collaborazione, se la buona volontà e l’interesse generale prevalgono.

Il patriarcato è, odiernamente, una patologia anacronistica, perché l’umanità si è evoluta al punto in cui abbiamo tutte le risorse a nostra disposizione e c’è solo bisogno di maturità psicologica, conoscenze scientifiche e tecniche, collaborazione, creatività, compassione e la sincera volontà di sviluppare una strategia di più equa ridistribuzione delle abbondantissime risorse.

La stragrande maggioranza delle persone affette da disturbo narcisistico di personalità e da socio/psicopatia è di sesso maschile. Maschi (o di donne dai tratti di personalità affini a quelli maschili) sono anche gli autori di quasi tutti gli stupri, atti di pedofilia, violenza domestica e omicidi. L’archetipo mascolino immaturo glorifica la guerra e l’aggressione, la prevaricazione, il “sesso forte” e preferirebbe l’estinzione alla prospettiva di non poter controllare e dominare. Perciò alimenta divisioni e contrapposizioni che favoriscono solo le personalità più sociopatiche, ossia completamente prive di scrupoli e compassione. Non è esagerato definirlo un cancro globale, dato che i suoi effetti sono devastanti (guerre, autoritarismi, terrorismo, tirannia dei mercati, austeritarismo, ecc.) e possono essere fatali in una civiltà munita di armi di distruzione di massa.

Il patriarcato è una patologia narcisistica e quindi è ossessionato dal controllo, dalla potenza, dalla purezza e dalla perfezione. Si alimenta di un desiderio irrefrenabile di controllare e dominare – soprattutto, ma non esclusivamente – le persone percepite come più deboli e vulnerabili. Auschwitz è la sua apoteosi, come anche i campi di lavoro sovietici e maoisti. Il senso di onnipotenza, grandiosità e rivendicazione nel narcisista impediscono alla coscienza di chi ne è affetto di cambiare, intossicato com’è da una fantasia di superiorità e dalla ferma convinzione che le sue opinioni siano indiscutibilmente corrette.

L’attribuzione di tratti caratteriali indesiderabili ad un’altra persona, l’idealizzazione di sé e di quelli che riteniamo rispecchino le nostre caratteristiche, la negazione delle imperfezioni, il rifiuto di essere e sentirsi vulnerabile, il desiderio di non dipendere dall’aiuto di nessuno, l’impulsività e l’ansia quando ci si sente minacciati, la proiezione sugli altri delle proprie responsabilità e colpe e l’incapacità di tollerare l’idea che si possa essere in disaccordo senza dover convertire l’altro al proprio punto di vista, per amor del quieto vivere e del pluralismo. Ogni volta che il suo controllo e visione di sé grandiosa e illusoria, costantemente e dolorosamente minacciata dalla realtà, sono messi a repentaglio, il narcisista reagisce categoricamente, con una rigidità manichea: “io sono buono, perfetto e giusto e chi non è d’accordo con me è cattivo, sbagliato e malvagio”. Le critiche causano ulteriori irrigidimenti. Il compromesso è insostenibile perché minaccia la sua onnipotenza.

È facile immaginare quanto ciò sia nocivo e tossico per il vivere democratico in una società con forti propensioni patriarcali. Nei casi estremi si manifesta una mentalità servo/padrone che si esprime attraverso le quattro classiche modalità: religione, sesso, razza/etnia e ceto.

 

Guai a noi se non saremo in grado di imparare a dissentire pacificamente e condividere le nostre risorse equamente. Se la coscienza maschile immatura, che può contagiare anche le donne (es. Thatcher, Merkel), continua a essere oscenamente avida e divisiva e non riesce a operare nel migliore interesse di ogni essere umano su questo pianeta, senza distinzione di religione, razza, etnia, educazione o status socio-economico, andremo incontro a una brutta fine.

L’umanità, la nostra civiltà, se vuole sopravvivere, necessita di società eque, dove le risorse, le energie, la dignità siano assegnate e riconosciute equamente a uomini e donne. Più di tutto, dobbiamo costruire società in cui la violenza – psicologica e fisica e non solo verso le donne – sia tenuta sotto controllo, società in cui l’aggressività maschile possa trovare sbocchi costruttivi e creativi (come succede nell’arte, nell’esplorazione o nella ricerca tecnologica e scientifica, se non è pensata per applicazioni belliche o totalitarie), in ogni ambito della vita.

L’attuale società è troppo squilibrata a vantaggio del mascolino e perciò non può che essere disfunzionale.

PLURALISMO

È facile pensare che il fascismo è là fuori, negli altri. Ma è in noi, ogni volta che preferiamo il potere alla giustizia. Lo faccio anch’io, spesso, perché tutto intorno a me mi invita a farlo. Questo è il motivo per cui la decolonizzazione è un processo quotidiano e senza fine.

Teju Cole

 

Sono vasto, contengo moltitudini

Walt Whitman

 

Il nostro genoma è meticcio, le nostre culture sono meticcie, il frutto di mescolamenti millenari e di una costante evoluzione. Quasi nessuno su questo pianeta è mai stato veramente isolato dal resto del mondo. L’Australia è stata popolata decine di migliaia di anni fa via mare. Gli antichi romani sono arrivati in Cina, le Americhe precolombiane pare siano state visitate in diverse occasioni da vichinghi, pescatori giapponesi, migranti polinesiani, forse anche da una spedizione cinese. Siamo sempre stati glocali (locali e globali), siamo sempre stati plurali: è solo che oggi il processo sta subendo un’accelerazione irrefrenabile.

 

POLITICA

Con malanimo verso nessuno; con carità per tutti

Abraham Lincoln, secondo discorso inaugurale, 4 marzo 1865

 

Le grandi questioni del nostro tempo si decidono non con discorsi e risoluzioni di maggioranza, ma con il ferro e il sangue

Otto von Bismarck

 

Il governo è un’unione di persone impegnate a fare l’uno per l’altro, assieme, quello che non potrebbero fare o non potrebbero farlo altrettanto bene privatamente, attraverso il mercato o la filantropia

Abraham Lincoln

 

Molti contemporanei di Bismarck credevano che il suo potere e la sua capacità di conservarlo avessero una dimensione non-umana, non di questo mondo…ciò che Freud avrebbe definito das Unheimliche [qualcosa che sembra familiare ma si avverte come alieno e quindi spaventa, NdT]…un genio malevolo che celava un gelido disprezzo per gli altri esseri umani e una metodica determinazione a controllarli e governarli….Quando Bismark uscì di scena, il servilismo dei tedeschi era stato cementato, un’acquiescenza al potere della quale non riuscirono più a disfarsi….Per lui l’alternativa era tra vincere e distruggere i suoi avversari, oppure perdere ed essere distrutto”.

Jonathan Steinberg, “Bismarck”

 

Sono rimasto molto colpito da un discorso di Mario Cuomo, forse il miglior leader americano dai tempi di Bob Kennedy per la sua umanità, sensibilità, buon cuore, cultura e determinazione. Il padre era un fruttivendolo immigrato analfabeta che lavorava 15-16 ore al giorno e che, anche grazie all’assistenza dello stato, ha permesso al figlio di diventare governatore dello stato di New York. Il 16 luglio 1984, ad una convention del partito democratico che si teneva a San Francisco, seppe riepilogare l’essenza del pensiero progressista.

Ecco i passaggi salienti. Il successo non ci arriderà se tutto ciò che sapremo costruire è una babele di voci dissonanti e non un coro. Nessuno ascolterà e capirà il nostro messaggio. Gli interessi personali dovranno cedere il passo di fronte a un progetto che unisca, affinché la nazione si riunifichi. L’alternativa è lasciare che al potere continuino a rimanere figure che considerano la divisione un successo – per loro e per la società –, e che allargano il divario tra ricchi e poveri invece di farci sentire tutti parte di una comunità equanime, sollecita nei confronti di chi ne fa parte, soccorrevole verso i bisognosi. L’America è un mosaico ed è giusto che sia così. Il suo ambiente va salvaguardato dall’avidità e dalla stupidità. Serve tutto lo stato di cui c’è bisogno, ma nulla di più. Serve un governo abbastanza forte da usare parole come “amore” e “compassione” e abbastanza intelligente e capace da convertire le nostre più nobili aspirazioni in realtà concrete.

Crediamo nella promozione del talento, ma crediamo che, mentre la sopravvivenza del più forte (adatto) può forse essere una buona descrizione del processo evolutivo, un governo di esseri umani ha il dovere di elevarsi ad un ordine di realtà superiore, in cui è possibile colmare le lacune del caso o di una saggezza che non comprendiamo fino in fondo.

Crediamo in una giustizia rigorosa ma equa. Crediamo con orgoglio nel movimento sindacale. Crediamo nel rispetto della privacy delle persone e nella trasparenza del governo. Crediamo nei diritti civili e nei diritti umani. Crediamo che un giusto governo dovrebbe essere come una famiglia, ossia all’insegna della reciprocità, della condivisione dei benefici e degli oneri per il bene di tutti, della sensibilità verso la sofferenza del nostro prossimo, della condivisione dell’abbondanza, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla geografia, o dall’affiliazione politica.

Perché al fondo di tutto vi è una realtà di interdipendenza: siamo tutti legati gli uni agli altri e i problemi di un insegnante di scuola in pensione sono i nostri problemi, il futuro di un bambino che vive lontano da noi è il nostro futuro, la lotta per la sopravvivenza e dignità di un uomo disabile a noi sconosciuto è la nostra lotta, la fame di una donna è la nostra fame, la nostra incapacità di provvedere a bisogni che il buon senso ci indica dovrebbero essere soddisfatti e rimediare a sofferenze che potrebbero essere evitate, è il nostro fallimento.

PRAGMATISMO

In politica bisogna essere flessibili. Non sono una di quelle persone che direbbero: sciopero della fame fino alla morte. Non credo serva a risolvere le cose. […] Nella nostra famiglia non siamo melodrammatici. Pensiamo solo agli aspetti pratici delle cose. Io non incoraggio il melodramma. Non mi piace…lo trovo molto stupido. Bisogna affrontare la vita con razionalità.

Aung San Suu Kyi

 

Il pragmatismo è una virtù preziosa in politica. Il politico pragmatico, come Abraham Lincoln, non permette alla sua mente di asserragliarsi dietro mura dottrinarie perché non pensa che questo sia il modo giusto di risolvere i problemi delle persone e dei popoli. Si può – si deve – essere pragmatici e restare ligi a certi principi universali, rifuggendo il cinismo ma anche quegli idealismi emotivi, dissociati da una realtà spesso irritante, fastidiosa, spiacevole, che sono destinati a fallire fragorosamente.

Aung San Suu Kyi è un fulgido esempio di una donna idealista che, eletta leader dell’opposizione, ha saputo agire pragmaticamente, abbandonando l’attivismo in favore della politica ragionata ed equilibrata. Avendo compreso che il nuovo corso del regime necessita di assistenza ed incoraggiamento e non di impazienza ed intransigenza, se si vuole evitare che i falchi dell’esercito tornino al potere, ha scelto la via del dialogo, del compromesso, dei sacrifici tattici. La via che può darle un ruolo significativo e costruttivo nelle trasformazioni che interessano il paese e diventare il preludio a una transizione democratica senza risvolti catastrofici. Questo suo approccio realista le è costato molto in termini di immagine, anche per la sua scelta di rilasciare pochissime interviste e di dedicarsi esclusivamente alla risoluzione dei problemi del paese, rinunciando in pratica al suo status di icona globale. I media occidentali hanno cominciato a criticarla sempre più aspramente. Human Rights Watch ha definito deludente la sua “indifferenza” nei confronti della sorte di certe minoranze birmane.

È facile giudicare dall’esterno, senza conoscere le tortuosità di certe negoziazioni e mosse diplomatiche – e la posta in gioco.

Di questi tempi l’idealismo fortemente pragmatico della politica birmana è il modo di fare politica meno strumentalizzabile e più efficace e può servire da esempio anche in società molto diverse da quella di Myanmar.

REGIONE TRENTINO-ALTO ADIGE

Il terzo Statuto di Autonomia deve delineare una Regione più europea, più salda, più leggera. L’Assemblea avrà funzioni su questioni strategiche riguardanti rapporti tra Stato e Regione in tema di federalismo; macroregione e rapporti europei; tutela dei diritti di cittadinanza costituzionali e statutari e dunque garante, anche, del processo di coesione tra le sue diverse componenti linguistiche e culturali; raccordo tra le due Province sui temi strategici per lo sviluppo socio-economico del territorio regionale.

Disegno di legge n. 67 – istituzione di una convenzione per la predisposizione del nuovo statuto speciale di autonomia della regione Trentino-Alto Adige, 25 luglio 2013

Cogo, Nardelli, Ferrari, Zeni, Dorigatti, Civico, Rudari, Tommasini, Bizzo, Magnani, Dello Sbarba, Heiss Hans, Bombarda, Lunelli, Anderle, Zanon, Agostini, Panetta, Casna, Muraro, Dallapiccola, Dominici

 

Sono un unionista. Mi pare evidente che federare popoli e culture sia meglio che separarli/e. Il potere negoziale e l’offerta di servizi di due province separate è inferiore a quello di una regione unita. Non è necessariamente vero che più piccolo è più libero, più efficiente, migliore.

Un grande ospedale può erogare prestazioni che sarebbero impensabili per una rete di piccoli ospedali. Le Nazioni Unite, la Croce Rossa, Medici senza Frontiere, Amnesty International, Greenpeace, WWF, Fao, Unesco, Oxfam, Save the Children, Reporter senza frontiere, Unicef, Emergency, il CERN, il MIT, le compagnie aeree, la NASA, ecc. sono tutte organizzazioni estremamente grandi che riescono ad assolvere i loro compiti fondamentali solo in virtù delle loro dimensioni e del buon coordinamento tra le parti.

L’abolizione della regione sarebbe una sconfitta per tutte le persone che risiedono in questa terra.

Chi vuole sopprimere la regione sostiene che è inutilmente costosa, farraginosa, superflua, politicamente meno legittimata delle due province di Trento e di Bolzano, ostacola l’autodeterminazione delle due province. Meglio due regioni separate con qualche meccanismo di coordinamento e collaborazione interregionale.

I difensori dell’istituzione Trentino-Alto Adige vogliono invece snellirla e rimodellarla, trasformandola in una struttura meno politica e più operativa, uno strumento di raccordo e Alta Rappresentanza che curi i rapporti tra le province e quelli nazionali ed internazionali, la formulazione di accordi, l’attuazione di convenzioni e trattati, la gestione di “acque, infrastrutture, energia, sanità, università-ricerca, sviluppo e servizi comuni” (Progetto Trentino 33).

RIFORMISMO

Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi…

Agostino di Ippona

 

Se credi veramente di essere tu a scrivere la trama della tua vita, allora il finale dipende da te.

Freya, “Outlander – l’Ultimo Vichingo”

 

Un ingenuo ottimismo non conduce da nessuna parte. Occorre prendere coscienza dei problemi e denunciare le ingiustizie. Il “bello” e il “brutto” non sono separati l’uno dall’altro, si trovano in un rapporto dinamico. Forse non è mai esistita un’epoca in cui così tante persone hanno messo in campo le proprie risorse e si sono concentrate sui problemi globali, cercando di porvi rimedio, concretamente, fattivamente.

L’uomo è nato per essere un riformatore, un “rimodellatore di ciò che è stato fatto” (R.W. Emerson). In questo senso, la valutazione di ciò che è negativo deve portare alla scoperta di mezzi e possibilità per effettuare un cambiamento, qualcosa che possa farci muovere in una direzione alternativa, altrimenti servirà solo a fomentare cinismo e fatalismo. Il cinismo spacciato per realismo inibisce il cambiamento e infonde una falsa sensazione di sicurezza, come se uno sdegnoso distacco dalla realtà ci tenesse al riparo dagli eventi: “se abbandoni ogni speranza, non resterai mai deluso”. Ma che vita è? Cinismo e fatalismo sono sentimenti mortalmente ostili all’umanità, in quanto negano il libero arbitrio, lo considerano del tutto illusorio e quindi svalutano la nostra capacità di risolvere i problemi, ci fanno sentire impotenti.

Si può seriamente credere che la natura abbia commesso un errore nel creare l’umanità? Da un punto di vista evolutivo l’uomo è una magnifica innovazione, perché è un acceleratore di cambiamento. Contempla, pondera, crea. È un piccolo, grande creatore. È un riformatore nato.

Non siamo scimmie nude. Gli esseri umani apprendono e progrediscono perché sono in grado di capire che il cambiamento è preferibile ad uno stato di ignaro appagamento, che la vita reale non deve necessariamente seguire le istruzioni contenute nel copione della tradizione, perché una vita creativa, innovativa e vibrante, cioè una vita culturale, può essere immensamente più gratificante. Ciascun essere umano è votato al cambiamento ed è destinato a contribuire al cambiamento del pianeta; in questo, nessun animale si avvicina anche lontanamente alla condizione umana.

RIVOLUZIONE (CIVILE)

La “rivoluzione esistenziale” non è un qualcosa che un giorno ci cadrà in grembo dal cielo, o che un nuovo Messia ci porterà. E un compito che ogni uomo ha davanti a sé in ogni momento. Possiamo “fare qualcosa in proposito”, e dobbiamo farlo tutti, qui e ora. Nessuno lo farà mai per noi, e quindi non possiamo aspettare nessuno.

Vàclav Havel

 

Molta gente trova imbarazzante e poco pratico pensare alla vita spirituale e politica come una cosa sola. Io non vedo alcuna divisione. Nelle democrazie esiste questo impulso a dividere il secolare dallo spirituale, ma non è necessario. […]. Quando parlo di rivoluzione dello spirito, mi riferisco alla nostra lotta per la democrazia. Ho sempre sostenuto che una vera rivoluzione deve nascere dallo spirito. Bisogna essere convinti di avere bisogno del cambiamento e di voler cambiare determinate cose, non solo quelle materiali. Occorre un sistema politico ispirato a determinati valori spirituali, valori diversi da quelli del passato.

Aung San Suu Kyi, 2008.

 

Conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza, gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura.

Gustavo Zagrebelsky, “Il welfare del pensiero: perché le idee sono un bene comune”, la Repubblica, 31 agosto 2012

 

Alex Langer non era semplicemente un costruttore di ponti. Di quelli ce n’è a bizzeffe: uno in più o uno in meno non farebbe alcuna differenza. Era un creatore di mondi, di scenari di vita alternativi per umanità migliori. Come tanti riformatori prima di lui, rientra nel novero di persone che hanno cercato, di ispirare le persone, non di rieducarle con l’indottrinamento. Nessuna riforma può germogliare senza un terreno adatto e una rivoluzione della coscienza è il terreno più adatto.

Questo è anche il pensiero di una magnifica figura del nostro tempo, Aung San Suu Kyi: “L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo” (Aung San Suu Kyi 2003).

 

Si tratta di preparare ed aiutare la nascita di un nuovo futuro, a livello personale e collettivo.

Le dinamiche della globalizzazione abbatteranno, inevitabilmente, confini e divisioni frutto di strutture di credenze che perpetuano la separazione e la guerra.

Non succederà in maniera lineare ed indolore. Per questo servono buoni esempi e buone letture che fungano da veicoli di de-programmazione, emancipazione ed apertura.

La prospettiva globale è quella che ci rammenta i nostri bisogni fondamentali, che condividiamo con l’intero genere umano, ciò che non dovrebbe essere negato a nessuno, ciò che ci spinge a provare sentimenti genuinamente umanitari, a tutelare la vita e la dignità altrui.

Non sono le comunità a dover essere smantellate, sono le forze che indirizzano i loro sforzi nella direzione sbagliata (violenza, soprusi, prevaricazioni, sfruttamento, discriminazioni, ecc.) che vanno fermate. Non c’è nulla di grandioso nell’infischiarsene delle regole. È l’atteggiamento classico dei sociopatici, che pensano che le regole valgono solo per gli altri. Ci sono regole superate, regole infami e altre regole che hanno invece  dimostrato di aiutare le persone a convivere pacificamente e costruttivamente. Serve discernimento, non basta dire “questa regola va abolita perché mi fa schifo”.  

Non c’è nulla di intrinsecamente encomiabile nel voler cambiare il mondo, dipende da come lo vuoi cambiare: lo puoi voler rimodellare a tua immagine e somiglianza, in funzione dei tuoi desideri o, in alternativa, puoi scegliere di vivere assieme agli altri in un mondo più rispettoso, sereno, equo, umile e sostenibile.

SOLIDARIETÀ

Mi ricordo molto chiaramente il terremoto del 1989 a san Francisco. Nei giorni seguenti era come se l’area della Baia di san Francisco si fosse improvvisamente ricordata della sua umanità – come se quasi tutti avessero preso coscienza del loro Sé, della loro anima. La gente si comportava e parlava con straordinaria calma e gentilezza; le persone si aiutavano a vicenda, si ascoltavano. Non c’erano automobilisti infuriati, c’erano pochi insulti e frasi aggressive nell’aria. E il tempo era ricomparso nelle nostre vite, un tempo che aveva un significato, un tempo umano. Le lancette dell’orologio non correvano più, le ore non svanivano, i secondi e i minuti non contavano più. Ciò che contava era che eravamo vivi, che esistevamo. Le nostre case erano solo case: nulla di più, nulla di meno. I nostri progetti erano progetti: nulla di più, nulla di meno. Ma noi c’eravamo. Io esistevo e gli altri esistevano. La gente era riapparsa nel mondo. E quando la gente fa la sua ricomparsa nelle nostre vite, vi fa ritorno anche il tempo. Così molti di noi poterono dire “Io” senza mentire.

Jacob Needleman (San Francisco State University)

 

Nel mondo contemporaneo l’uomo viene frammentato, affettato come un salame, disgregato. Non è mai integro ed integrato, ma sempre separato nei suoi ruoli, facilmente adescabile dagli esperti di marketing commerciale e politico. Così ciascuno di noi diventa consumatore, produttore, cittadino, elettore, straniero, gay, ecc. Come possiamo essere solidali con il prossimo se siamo infranti e divisi al nostro interno, se non siamo capaci di distinguere il quadro generale? Come possiamo essere altruisti ed equanimi se le divisioni generano paura, frustrazione, gelosia, invidia, desiderio di vendetta e fanno dell’uomo non solo un lupo per gli altri uomini (cf. Plauto), ma prima di tutto per se stesso?

Queste parti vanno ricomposte e, fatto questo, anche la comunità degli uomini e delle donne va ricomposta. Questo è il compito della politica: aiutare l’umanità a usare la ragione e il cuore per innalzarsi verso una visione dell’umanità unita nella dimensione della fratellanza, facendo leva su una dimensione della persona umana che è radicalmente trascendente rispetto all’ego.

Un obiettivo che diventa meno arduo in tempi straordinari. Innumerevoli studi mostrano che, perfino in mezzo alle catastrofi, un numero sorprendente di superstiti ricorda quei momenti come i più pieni e belli della propria vita. In mezzo ai ruderi, ai cadaveri, alla distruzione, queste persone scoprono un aspetto della natura umana che avevano solo intravisto a sprazzi. Mentre molti si aspetterebbero che la legge della giungla prenda il sopravvento, in realtà molti trovano ciò che normalmente è assente nella loro vita “normale”: il riscatto, la redenzione, il cameratismo, la fratellanza, la forza di volontà e lo spirito di iniziativa, la capacità di ingegnarsi e trovare delle soluzioni assieme agli altri. Ci sono persone che si improvvisano vigili per regolare il traffico, che organizzano alla bell’e meglio cucine da campo nei parchi, riparano le cose in officine d’emergenza.

I testimoni parlano di un senso di fusione interpersonale che non è rovinato dalla dispersione dell’individualità che c’è nella folla. Parlano di comunità umana al suo meglio, non di folle in preda a traumi e psicosi. Parlano di arricchimento, non di impoverimento emotivo.

L’inessenziale svanisce e ciò che davvero conta viene a galla. Nonostante la disperazione, molti, per la prima volta, capiscono il significato di “ama il tuo prossimo come te stesso”.

SOSTENIBILITÀ

Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte) che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Alexander Langer

 

Lotta agli sprechi, tutela dell’ambiente, riproducibilità delle risorse energetiche, qualità anteposta alla quantità, disciplinamento dell’avidità, del materialismo consumistico, dell’edonismo, giustizia sociale e ridistribuzione/condivisione delle risorse del pianeta.

L’economia verde da sola non basta (cf. Danimarca). Il problema di fondo è la non-corrispondenza tra bisogni reali e desideri. L’economia del passato voleva soddisfare i bisogni materiali essenziali. L’economia del presente è costretta, per potersi espandere, a creare continuamente bisogni superflui che però ci rendono nevrotici.

Una crescita saggia è stata rimpiazzata da una crescita miope, dopata dalla pubblicità, malsana, effimera: un fuoco di paglia di illusioni, falsi bisogni, feticismi, manie, narcisismi, edonismi che producono frustrazione, ansia, rancore, risentimento in un implacabile circolo vizioso. E tutto questo a un ritmo in continua accelerazione. 

Ciò detto, non bisogna cedere all’ideologia del declino, della nostalgia, del revanscismo, della chiusura, del passatismo. È un vicolo cieco.

L’alternativa tra l’attuale crescita sospinta da un consumismo sfrenato e da una persistente finanziarizzazione dell’economia da un lato (obesità) e la decrescita (anoressia) è falsa.

Dobbiamo offrire alle persone gli strumenti e le opportunità per prendere il controllo del proprio destino e maturare, ossia crescere, come esseri umani, come cittadini, come comunità, come civiltà globale. Una crescita democratica, che permetta a ciascuno di muoversi al proprio ritmo, nel rispetto delle differenze.

STATO

In un mondo di poteri economici globali recalcitranti alla legge, l’alternativa allo stato potrebbe essere che siano le stesse multinazionali a battere moneta o formare eserciti. O che le chiese decidano chi ammettere e chi no nei territori dove la loro fede è maggioritaria…Il protezionismo, le politiche razziste, la xenofobia e l’ideologia dell’eccezionalismo nazionale sono stati, e restano tuttora, esempi di interpretazioni anticosmopolitiche. Ecco perché la nazione, più dello stato, può diventare un ostacolo all’universalismo, distorcendo la democrazia.

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Lo Stato è un mezzo, non può essere considerato responsabile del nazionalismo, allo stesso modo in cui non è la provincia a fomentare il provincialismo, o il comune che sparge campanilismo tra i residenti.

Lo Stato italiano non si dileguerà. Il ruolo degli stati non sarà ridotto, ma anzi si espanderà, perché solo gli stati possono tamponare le crisi finanziarie causate dagli eccessi privati, gestire lo stato sociale e i servizi pubblici per milioni di persone, stabilire le politiche educative, regolare e dirigere lo sviluppo economico, assicurare l’uguaglianza dei diritti e la sicurezza.

È quindi attorno agli stati che si dovrà articolare la nuova geografia del mondo, per il bene dei cittadini. Le aree più caotiche e pericolose, quelle più in sofferenza sono proprio quelle dove le entità statali sono più recenti, più fragili e maggiormente messe in discussione.

L’Italia sarà un corpo intermedio autonomista e tutelerà i diritti e gli interessi dei propri cittadini. Possiamo e dobbiamo fare a meno delle nazioni, ma non degli Stati. “Nazione” è sinonimo di popolo e patria, ossia di comuni tradizioni linguistiche e culturali. “Stato” è un’entità giuridica e politica sovrana. La nazione non è tenuta a curarsi delle persone, lo Stato (democrazia costituzionale) sì. Nazioni ed etnie sono libere di dare il peggio di sé (nazionalismo e razzismo).

Lo Stato, specialmente in questo millennio, dovrà trascendere la nazione, perché il bene della comunità umana equivale al bene di chi vive in questa penisola. Dobbiamo valorizzare questa nostra tradizione di mediazione che suscita aspettative, che porta speranza, che richiede pazienza, determinazione e coraggio: queste grandi trasformazioni, questo continuo flusso di eventi, sono anche nostre, sono anche nostri.

SUSSIDIARIETÀ

Osservate con che arte nel comune americano si è avuto cura, per dir così, di “sparpagliare” la potenza in modo da interessare più gente possibile alla cosa pubblica….Il sistema americano, nel tempo stesso che divide il potere municipale fra un gran numero di individui, non teme di moltiplicare il numero dei doveri comunali…In questo modo la vita comunale si fa sentire ad ogni istante; essa si manifesta ogni giorno con il compimento di un dovere o con l’esercizio di un diritto. Questa esistenza politica imprime alla società un movimento continuo, ma nel tempo stesso tranquillo che l’agita senza turbarla. Gli americani si affezionano alla città per una ragione analoga a quella che fa amare il paese nativo agli abitanti delle montagne, presso i quali la patria ha tratti marcati e caratteristici, ha una fisionomia più spiccata che altrove. […]. L’abitante della Nuova Inghilterra si affeziona al suo comune, poiché esso è forte e indipendente; vi si interessa perché concorre a dirigerlo; lo ama perché non ha da lagnarsi della sua sorte; mette in esso la sua ambizione e il suo avvenire; si mescola ad ogni piccolo incidente della vita comunale; in questa sfera ristretta che è in suo potere, egli si esercita al governo della società; si abitua a quelle forme senza le quali la libertà procede solo con rivoluzioni: si compenetra del suo spirito, prende gusto all’ordine, comprende l’armonia dei poteri, e raccoglie infine idee chiare e pratiche sulla natura dei suoi doveri e sull’estensione dei suoi diritti.

Alexis De Tocqueville

 

Sussidiarietà vuol dire che l’autorità più prossima a un problema è, di norma, la più indicata ad occuparsene.

Aleksandr I. Solzhenitsyn soleva dire che l’unico, autentico progresso è dato dalla sommatoria dei progressi spirituali delle singole persone, dalla loro effettiva capacità di migliorarsi. Reputava che, a questo scopo, l’autogoverno locale (“democrazia dal basso”) potesse stabilire un legame significativo e costruttivo tra individuo e nazione, garantendo a ciascuno l’opportunità di partecipare alle decisioni che riguardano direttamente la sua esistenza.

Solzhenitsyn era un attento lettore di Tocqueville e un ammiratore dei sistemi e stili di governo della cosa pubblica in auge nel New England (Vermont) e in Svizzera (Appenzell), che aveva potuto studiare prendendo parte a diverse assemblee popolari e che paragonava al mir (assemblea di villaggio russa con funzioni e norme analoghe a quelle delle “regole” trentine, dotate anch’essere di un patrimonio fondiario libero ed indiviso), alle veche (le assemblee cittadine della Russia medievale) e agli svemstvo (autogoverni locali nella Russia imperiale).

Per lui l’autonomia municipale era un fatto naturale, fin dai tempi delle società tribali, costantemente in lotta con le smanie centralizzatrici e disciplinatrici di certi governanti. Solo le autonomie garantiscono che ci siano cittadini e non sudditi, man mano che l’auspicabile unificazione del genere umano si realizza. Una conclusione in pieno accordo con quella raggiunta, circa un secolo prima, da Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman, nonché dal già citato Alexis De Tocqueville, nel corso del suo viaggio nel New England.

Il segreto di una buona globalizzazione sta nel mettersi in rete (globale) e condividere le buone pratiche. Ciò può scongiurare i ripieghi localistici pur valorizzando le risorse locali. Inoltre lo scambio di informazioni e valutazioni sulle sperimentazioni più interessanti e i progetti trasformativi e innovativi più lungimiranti possono avviare una rivoluzione culturale capace di ricostruire il patto sociale tra cittadini ed istituzioni, stimolare la partecipazione democratica facendo sentire utili ed efficaci i cittadini, rendendoli nel contempo competenti, responsabili ed esigenti.

SVIZZERA

La sensazione di essere impegnati in un percorso storico distinto (Sonderfall Schweiz), la fierezza nell’aver adottato stili di vita corretti e creato istituzioni degne del più alto ideale sociale. Questo orgoglio, a sua volta, spiega il tono facilmente moralizzatore delle analisi sugli affari del mondo, la convinzione di essere nel giusto, la severità esemplare riservata ai trasgressori dell’ordine costituito ed un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli stranieri e dell’estero.

André Reszler

 

La libertà non è una semplice idea, è una modalità dello spirito, un sentimento che si può avvertire fisicamente e che richiede disciplina, coralità, volontà comune. La Svizzera è stata giustamente lodata per i suoi progressi nel campo della libertà fin dalle sue origini, che risalgono al suo reciso rifiuto del progetto imperiale asburgico.

Ci sono stati dei grossi passi indietro nella sua storia, come l’eugenetica, l’infame trattamento riservato a jenisch ed ebrei, l’esasperante lentezza con cui è stata riconosciuta la parità tra uomo e donna, la gravissima ritrosia a combattere l’iniquità del sistema bancario elvetico e una perdurante riluttanza ad assumere un ruolo guida nel mondo che non si limitasse all’ambito finanziario (Davos, Banca dei Regolamenti Internazionali, ecc,), l’aspetto più deteriore della globalizzazione. Come l’America, anche la Svizzera, concentrandosi sulla mondializzazione economica e materialista, ha tradito la sua vocazione e la sua missione nel mondo, ha sprecato un capitale di autorevolezza. In un mondo che aveva e ha un estremo bisogno di serenità e generosità, ha aperto le porte ai rifugiati ed immigrati, ma non si è attivata diplomaticamente per curare alla radice i mali che causano le migrazioni di massa.

La Svizzera è il solo stato nella storia ad aver aderito alle Nazioni Unite a seguito di un referendum popolare ed è anche la nazione che ha sperimentato la democrazia diretta, mostrandone le virtù ed i limiti, a vantaggio di tutti.

Di speciale rilievo è il suo successo nel tenere assieme nazioni, lingue, confessioni diverse. Se la Svizzera ce l’ha fatta, ce la potranno fare anche il Belgio, l’Unione Europea e il nostro pianeta. Il carattere multiculturale, multilingue e cosmopolita della società elvetica – è il quarto paese più globalizzato al mondo – ha fornito e continuerà a fornire un contributo essenziale al dialogo tra le civiltà, che oggi è indispensabile per la riforma democratica delle Nazioni Unite.

TOLLERANZA

Le piaceva Berlino perché era una città che accoglieva tutti, ognuno poteva trovare un posto sotto il suo cielo, come diceva lei.

Nicol Ljubić, “Mare calmo”

 

In Virginia il signor Jones era l’uomo più antirazzista, un giorno sua figlia sposò un uomo di colore, lui disse ‘Bene!’ ma non era di buon umore.

Giorgio Gaber

 

Una tendenza dominante nella società contemporanea e caratteristiche delle civiltà in decadimento è quella di pensare solo in termini dualistici e reciprocamente esclusivi, del tipo “o…o”: bene vs male, sinistra vs destra, privato vs pubblico, civiltà vs barbarie, ecc. Antitesi radicali l’una dell’altra. Ciò permette di trovare motivazioni razionali per la propria violenza e di condannare come irrazionale la violenza o opposizione altrui, sebbene, come nel caso di Breivik, il terrorista cristiano sia assolutamente indistinguibile dal terrorista islamico suo avversario.

È più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza, che comporta introspezione, autocritica, messa in discussione dei propri presupposti, se messi di fronte a realtà dissonanti.

Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza.

La tolleranza non può essere illimitata, per questo esistono le costituzioni.

UGUAGLIANZA

La prima nozione comune di Euclide dice che “Cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra di loro”. È una regola di ragionamento matematico. È vera perché è valida, lo è sempre stata è sempre lo sarà. Nel suo libro, Euclide dice che è di per sé evidente; è così perfino in quel libro vecchio di 2000 anni, è così nelle leggi della meccanica, è verità evidente di per se stessa che cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra di loro: cominciamo con l’uguaglianza, lì è l’origine, lì è equilibrio, lì è correttezza, lì è giustizia.

Dal film “Abraham Lincoln”

 

Non ti pare che si stia creando una distanza persino nella conformazione fisica esteriore tra una super e una infra-umanità? Non è razzismo, perché attraversa tutte le popolazioni d’ogni colore. Ha invece qualcosa di nietzscheano. La ricchezza e la povertà, con l’accesso o l’esclusione a cure, trapianti, trattamenti d’ogni genere, mai forse come ora – o comunque mai visibilmente come ora – si trasformano in differenze di corpi e di prospettive di vita- […]. Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? Un orrore che non ha nemmeno lontanamente a che vedere con la differenza di vita esistente un tempo tra un proletario e un borghese nelle nostre società. La stirpe umana si sta dividendo tra un sopra e un sotto biologico, come conseguenza d’un sopra-sotto sociale, e questa divisione è a tutti evidente. […]. E vuoi che prima o poi questa tensione, una volta che l’ideologia si congiunga con la tecnologia della violenza in una dimensione mondiale, non possa raggiungere un punto di rottura in grado di provocare la catastrofe?”

Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, p. 42

 

Non dobbiamo accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni e avvantaggiano gli altri e che, trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare.

Le nostre tribù non devono restare separate; ciò che ci distingue non è l’essenza di quel che siamo. Esiste una comune umanità, un comune spirito che trascende i confini e i muri insormontabili che ci imponiamo e che crediamo possano giustificare lo sfruttamento, la prevaricazione, la tracotanza, la violenza, l’egoismo.

Se noi crediamo che l’umanità debba essere divisa per categorie, ciascuna delle quali va collocata su un gradino diverso della scala evolutiva, e che la storia è l’arena in cui il forte sopprime il debole, allora quello è il tipo di umanità che si affermerà in una data epoca.

Sarà difficile opporsi a questo “ordine naturale” ma l’esito non sarà augurabile per nessuno. Un mondo puramente predatorio consuma se stesso. In una persona l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, comporta l’estinzione.

Se invece crediamo che l’umanità possa elevarsi al di sopra della legge della giungla, che razze e credenze diverse possano cooperare, che ci possano essere governanti giusti, che la violenza possa essere arginata, che i potenti debbano rispondere delle loro azioni, che le ricchezze della terra e degli oceani vadano condivise equamente, un altro mondo sarà possibile e si realizzerà.

Siamo tutti uguali, eppure tutti diversi.

I bambini non sono meno degni perché non sono ancora adulti.

I neri non sono meno degni perché non sono ancora bianchi.

I musulmani o i cristiani non sono meno degni perché non sono ancora atei (e vice versa).

I poveri non sono meno degni perché non sono ancora ricchi.

 

Onoreremo la dignità umana attraverso il rispetto dei diritti umani di tutti, senza distinzioni, nella convinzione che gli esseri umani non siano bambini irrequieti, discoli ineducabili, ma creature in via di maturazione e capaci di migliorarsi, coralmente.

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

Concordia non è né unicità né pluralità. Essa è il dinamismo dei Molti verso l’Uno, i quali non cessano di essere differenti né diventano uno, e nemmeno raggiungono una sintesi più alta. Il paradigma qui è quello della musica. Non c’è accordo armonico se non c’è una pluralità di suoni e neanche se questi suoni si fondono fino a diventare una sola nota. Né molti né uno, ma concordia, armonia. Ritroviamo questa metafora radicale quasi dappertutto, dall’ultimo mantra del Rg Veda a Chuang Tzu. È lo stesso pensiero che diversamente ripete Eraclito, ripreso da Filolao, commentato da Raimondo Lullo, Pico della Mirandola, Cusano e molti altri, fino a san Francesco di Sales, e più tardi fatto proprio da R. C. Zaehner, che così intitola un suo libro. Questo leitmotiv è stato spesso sopraffatto dalla predominante tendenza alla vittoria e all’unità.

Raimon Panikkar

 

Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale.

Primo Levi

 

Maschi e femmine, bianchi e neri. Siamo diversi, eppure al 99,99% uguali. Esiste una fondamentale identità dietro la nostra diversità.

Montesquieu, nelle “Lettere Persiane”, esalta la diversità di ogni singolo essere umano e denuncia il desiderio di irreggimentare questa varietà, di armonizzarla in un’uniformità di caratteri, estinguendone la rigogliosità. Teniamo bene a mente il motto “uniti nella diversità”. È il motto dell’Unione Europea (in varietate concordia), del Sudafrica, dell’Indonesia e degli Stati Uniti (e pluribus unum). La diversità in equilibrio, il rispetto dell’altro e della sua autonomia, l’espansione creativa e non prevaricatrice, il conflitto equilibrato, ossia la coincidentia oppositorum, l’armonia dei contrasti.

Symphonein, in greco, indicava il coro, il concerto. Congiungersi si diceva harmozein. Harmonia proviene dal linguaggio dei carpentieri ed indica la congiunzione delle parti in una struttura complessa, ordinata, equilibrata. Harmonia dev’essere symphonia: non una sola voce o strumento, ma una molteplicità, in una risoluzione delle contraddizioni. Un assemblaggio di elementi separati ma che stanno bene assieme, una miscela (krasis) composita nella tensione tra elementi opposti ma che ben si combinano. Harmonia è figlia di Ares e Afrodite, che si attraggono irresistibilmente, ed è dunque la riconciliazione di amore e guerra. Symphonoi sono i toni che stanno bene assieme, diaphonoi quelli non vanno d’accordo. Maggiore è la diversità, più saldo sarà il legame nella loro combinazione, l’armonia degli opposti. Una società civile sana è quella in cui le voci sono diverse e solo in virtù di questa diversità possono formare un coro. Un’incredibile simmetria, la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, è quella in cui tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge. Un perfetto equilibrio delle forze, quieto nella sua costante tensione. Un dinamismo bilanciato che si conserva tale in virtù di tensioni proporzionali, oscillazione armoniosa (palintropos harmonie).

 

L’unità nella diversità (“uno per tutti, tutti per uno”) è il principio che fonda la vita nell’universo. La vita è lotta contro l’entropia e l’entropia è la tendenza di un sistema chiuso e isolato a raggiungere il massimo equilibrio, ossia l’omogeneità assoluta, un equilibrio finale amorfo e inerte in cui non esistono differenze e specificità. Un esempio di dinamica entropica nella sfera umana sarebbe una dittatura globale che imponesse a tutti i popoli un unico standard di vita, professando motivazioni umanitarie. Allo stesso modo in cui l’ordine nazista, estremamente entropico, era caotico, una tale dittatura garantirebbe un unico genere di pace, la pace eterna: sarebbe all’origine dell’involuzione e della conseguente estinzione della civiltà umana e forse perfino della vita sul nostro pianeta.

Per sconfiggere l’entropia occorre salvaguardare la varietà, le infinite ricombinazioni della creazione. Dunque essere tolleranti è nel nostro interesse. L’equilibrio che piace alla vita è quella della riconciliazione dei contrari (coincidentia oppositorum), o composizione delle diversità. È un equilibrio che armonizza le tensioni e promuove il cambiamento e la vita e viene spesso raffigurato dal simbolo del tao, dove le forze opposte si completano e generano la vita con la loro armoniosa contrapposizione, senza che una tenti di assimilare l’altra.

 

Esiste un’universalità dell’esperienza umana – le nostre paure, sofferenze, gioie e aspirazioni –, che trascende le culture: è ciò che ha reso possibile la compilazione della dichiarazione universale dei diritti umani. Non esiste un luogo al mondo in cui Shakespeare, Mozart, Omero, Dostoevskij, la Bhagavad Gita, Kurosawa, i canti africani, le danze aborigene e le finalità ed aspirazioni espresse nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non tocchino le corde più profonde dell’animo umano. L’umanità è una e si esprime come un coro polifonico.

Non uno stampo in cui fondere tutte le identità sotto un governo mondiale quasi inevitabilmente dispotico, bensì un mosaico federato di culture e nazioni che cooperano per il bene comune: localmente e globalmente. Non è forse questa la principale vocazione del Trentino Alto Adige?

 

UTOPIA

Lo si incatena, lo si spinge, lo si trattiene, avendo come unico vincolo la necessità, senza che egli mugugni: lo si rende duttile e docile con la semplice forza delle cose, senza che alcun vizio abbia l’occasione di germinare in lui; giacché le passioni non si animano se non hanno alcun effetto

J.J. Rousseau, Émile ou de l’éducation

 

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe più esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lì, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.

Alexis de Toqueville, “La Democrazia in America”, 1840

 

L’Unione Europea può vantare una forma di potere che nella Storia non ha esempi. La sua originalità consiste nel fatto di realizzarsi senza fare uso di violenza. Si muove in punta di piedi. Si comporta in modo spietatamente umanitario. Vuole solo il nostro bene. Come un tutore sommamente benevolo, si prende cura della nostra salute, del nostro stile di vita, della nostra morale…ai suoi occhi siamo troppo impotenti e immaturi. Perciò abbiamo bisogno di essere assistiti e rieducati a fondo.

Hans Magnus Enzensberger, “Il totalitarismo ‘soft’ di Bruxelles”

 

Eccellenti giuristi come il francese Louis Favoreu, lo statunitense Martin Shapiro, il sudafricano Joseph H.H. Weiler e il tedesco Dieter Grimm, lo storico oxfordiano Larry Siedentop, nonché intellettuali del calibro di Hans Magnus Enzensberger e Jürgen Habermas hanno messo in guardia l’opinione pubblica dei paesi europei dai rischi connessi a una deriva tecnocratica su scala continentale che assorba il dissenso disciplinandolo, che concepisca la società come una macchina in cui gli ingranaggi [le persone e i popoli] vanno oliati per farli funzionare al meglio, in cui ogni aspetto della vita venga proceduralizzato, in ossequio alle virtù ingegneristiche della sicurezza, operosità, disciplina, continuità, prevedibilità, coscienziosità ed efficienza.

 

Assistiamo a una colonizzazione dell’inconscio, all’anestetizzazione delle facoltà critiche, all’omogeneizzazione delle strutture mentali ed intellettuali, alla regolamentazione dei ritmi quotidiani e cicli di vita che abbraccia i regimi alimentari, lo sport, il tempo libero, le letture, persino la sessualità.

Essere umani, da un punto di vista evolutivo e culturale significa al contrario mantenere molteplici opzioni aperte. L’unica condizione naturale è il cambiamento. Ogni società che brama la stabilità e fissità deve esigere la trasformazione dell’umano e per ciò stesso è totalitaria. Le utopie sono sempre ostili alle persone reali perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. La diffidenza totale nei confronti dell’uomo è alla base di queste apologie della tecnocrazia. L’ostacolo è l’uomo, l’ambito incontrollabile del privato. Ne va della nostra sopravvivenza.

 

L’unica utopia che dobbiamo considerare seriamente è quella dell’esplosione di creatività umana, un’eruzione sperimentalista che abbia luogo in ogni continente, in ogni nazione e sia istantaneamente condivisa sulla rete, in uno sforzo di cooperazione planetario. Miriadi di idee e progettualità intercombinate, di iniziative auto-organizzate motivate da un sentimento di partecipazione alle vicissitudini del nostro prossimo e dell’intero pianeta. L’utopia di una nuova mentalità pragmatica ma anche compassionevole, in un certo senso devota, fiduciosa, costruttiva, espressiva, immaginifica, determinata, che aderisca a nuovi principi organizzativi che abbraccino l’unità nella diversità (libertà e fratellanza) e la giustizia sociale (uguaglianza e fratellanza).

Il tutto necessariamente all’interno di cornici costituzionali e del diritto internazionale che diano ordine e indirizzo a un movimento che, dovendo essere flessibile ma anche equilibrato e concreto, non può permettersi di essere anarchico-spontaneista-pressapochista né, come detto, per reazione, può imboccare vie autoritarie per il rimodellamento del mondo e della specie umana (es. ecologismo profondo, messianismo, neocomunismo, ecc.).

Nascerà perciò dal proficuo intersecarsi delle virtù stereotipicamente associate al nord, sud, est e ovest del mondo.

Come sottolineava saggiamente Dag Hammarskjöld – segretario generale delle Nazioni Unite (1953-1961) –, l’utopia di cui abbiamo bisogno non deve pretendere di portarci in paradiso, deve “limitarsi” a salvarci dall’inferno.

VERITÀ

Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace.

Benito Mussolini, Relativismo e fascismo, Popolo d’Italia, 22 novembre 1921

 

La natura stessa dei governi autoritari e delle dittature impedisce loro di conoscere la verità, perché le persone che vivono sotto tali regimi si abituano a nasconderla a loro stessi e a vicenda. Anche chi ha il compito di scoprire che cosa sta succedendo nel paese per riferirlo alle autorità, acquisisce l’abitudine di non riferire la verità ai superiori. Così tutti disimparano a dire la verità e alcuni arrivano addirittura a non saperla più vedere. Vedono ciò che vogliono vedere, oppure ciò che reputano i superiori vogliano che loro vedano. Se sviluppi tale atteggiamento, poi diventa facile non osare più nemmeno ascoltare ciò che non vuoi sentire. E così finisce per non vedere, né sentire, né dire al verità. E alla lunga l’intelligenza ne risente. […]. Se non ti rendi conto che ciò che fai è sbagliato, non potrai neppure vergognartene. Vivi nella pura fantasia – una specie di follia e una totale mancanza di obiettività. Il che si riduce poi all’incapacità di affrontare la verità. Se vivi in un mondo dove tutto ciò che fai è giustificato da concetti come “patriottismo” o “il bene del paese”, non potrai compiere il passo successivo di vergognarti e desiderare di correggerti.

Aung San Suu Kyi

 

È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Chi crede che le cose umane siano inafferrabili, non dubita affatto, ma sospende necessariamente ogni giudizio…L’astensione dall’affermare di ogni cosa ch’essa sia vera o falsa, buona o cattiva, giusta o ingiusta, bella o brutta significa che tutto è indifferente a questo genere di giudizi. Come forma estrema di scetticismo, è incompatibile con il dubbio. Il dubbio, infatti, al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza del carattere necessariamente fallibile o mai completamente perfetto della onoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. […]. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: “sarà davvero vero?”. […] Essere per l’etica del dubbio non significa dunque affatto sottrarsi al richiamo del vero, del giusto, del buono e del bello, ma, propriamente, cercare di rispondere alla chiamata, in liberà e responsabilità verso sé e verso gli altri.

Gustavo Zagrebelsky, “Contro l’etica della verità”

 

Credere alle bugie e agire sulla base di una percezione falsata della realtà può, letteralmente, distruggerci.

Quando chiesero a Thomas Herndon, studente di economia presso l’Università del Massachusetts, di scegliere un’analisi economica ed esercitarsi provando a replicare i risultati lui, ambiziosamente, scelse un articolo di Carmen Reinhart (Harvard) e dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Ken Rogoff, che aveva avuto un ruolo decisivo nel giustificare le misure di austerità nell’eurozona. Dopo mesi di tentativi i conti non tornavano. Assieme ai suoi docenti, Herndon scoprì che i due esperti avevano commesso una serie di errori, tra i quali uno particolarmente grossolano.

Daniel Hamermesh, economista all’Università di Londra, ha saputo comunicare concisamente il significato più profondo dell’evento: “Quell’articolo ha contribuito a plasmare il modo in cui le persone, e specialmente i politici, vedono il mondo ed è proprio questo che, alla fine, determina come funziona il mondo” (BBC 19 aprile 2013).

La mancanza di obiettività e trasparenza è la causa di gran parte dei nostri mali e della nostra violenza. L’accesso a una pluralità di prospettive sul mondo ci può consentire di percepire la realtà meno soggettivamente e quindi ci rende persone e società migliori (cf. articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani). Una cittadinanza abituata a interrogarsi e informarsi non sprofonda nell’apatia e in un sordo e potenzialmente pericoloso risentimento generalizzato.

Arrestare e invertire la tendenza all’invenzione mediatica e distorsione dottrinale della realtà è possibile solo se la cosiddetta società civile è vivace, scettica, vigile e discernente, ossia patriottica nell’accezione migliore del termine. Altrimenti, se resta silente e passiva, le collusioni proliferano, i poteri arbitrari si consolidano e la popolazione non si accorge che la sua libertà di pensiero si è rarefatta. Oppure, dandosene conto, esagera nel senso opposto. Alla fine le ipotesi più strampalate finiscono per fare ombra alle tesi più plausibili e circostanziate, per quanto “controverse”. Così i veri e propri crimini di stato e di lobby contro la democrazia, l’umanità e il pianeta finiscono per partorire aberrazioni dell’intelletto, paranoie irrazionaliste, nichilismo e attese messianiche. Diventa arduo distinguere tra un’idea folle e un’idea realistica, tra un autentico complotto e una fantasia. Tutto finisce nel calderone delle sottoculture del complottismo, un termine che oggi viene usato per screditare indiscriminatamente chiunque contesti l’establishment e denunci gli abusi di potere.

Abbiamo bisogno di una “congiura per la verità” di persone dotate dei tre sensi chiave del buon cittadino: senso civico, senso critico, buon senso.

VITA

Il ladro non viene se non per rubare e ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza

Giovanni 10, 10

 

È irrealistico credere che la condizione naturale degli esseri viventi sia dolorosa e inappagata. La vita al di fuori del contesto umano è gioiosa e soddisfatta, rispetto alla nostra. Non ci sono apatia, rassegnazione e disperazione nella fauna e nella flora.

Sono gli animali domestici non amati, la cui integrità non è rispettata, che hanno bisogno di psicofarmaci, non quelli selvatici. Oppure gli animali in cattività costretti magari a scimmiottare le capacità umane per dimostrare che meritano rispetto (!).

Allo stato brado ogni specie non parassitaria coopera e coesiste creativamente, non mira alla distruzione delle altre specie. In natura il valore di un essere vivente non è determinato dal numero di altri esseri viventi che ha calpestato.

Ogni specie vuole vivere al massimo, abbondantemente, e persegue, per quanto possibile, l’espressione massima delle proprie capacità, e pare quasi intuire che, per farcela, ha bisogno di tutte le altre specie.

È solo di recente, con l’affermarsi del paradigma darwinista-sociale, che l’umanità ha cominciato a leggere la natura come il regno della competizione spietata, del patimento per chi è debole e vulnerabile, del trionfo di chi è disposto a tutto pur di trasmettere il suo corredo genetico, come se la soddisfazione dei propri bisogni essenziali dipendesse dalla cancellazione di quelli altrui. Diverse generazioni hanno visto il loro mondo attraverso queste lenti distorcenti. È arduo agire razionalmente o altruisticamente se crediamo nel nostro ineluttabile e generale degrado. Conseguentemente, molti esseri umani si sono fatti l’idea che la vita sia angosciante e priva di significato, che le nostre azioni non contano in un universo ostile, o comunque indifferente, in cui l’uomo è un parassita o un morbo indesiderato, un errore di natura condannato a sbagliare sempre, indipendentemente dalle sue intenzioni, e il cui corpo è un campo di battaglia, un entità estranea, inaffidabile. Certuni si vedono come degli eterni pazienti, o dei dispersi, o degli alieni.

Queste persone, che si sentono impotenti e che non trovano un motivo per vivere, rinunciano a esprimere i propri talenti e capacità e appassiscono, si suicidano, oppure possono fare causa comune in un branco per distruggere altra vita, nichilisticamente, alla ricerca di un modo disperato di affermare il significato della propria esistenza e di ottenere un certo controllo sul mondo che li circonda, sulla vita. Sono esseri umani spaventati, timorosi della vita e quindi non interessati alla libertà, in preda a comportamenti compulsivi, desiderosi di ubbidire a qualcuno che metta ordine nelle cose al posto loro.

Questo comportamento, questa attitudine, è degenerativa, innaturale, necrofila.

Non solo non esiste in natura, ma cozza contro l’universale anelito della vita a realizzarsi, a maturare, crescere, espandersi, a contrastare l’entropia.

Se non fosse così l’universo sarebbe già privo di vita, completamente entropico.

Un mondo visto da una prospettiva morale biofila è amabile, bello, ispira reverenza, non appetito, avidità, voracità.

VOCAZIONE

Si commette un errore fondamentale nel cercare l’unanimità in Europa. La coppia non esiste se non per riunire due esseri distinti. La polifonia musicale, in cui ciascuno conserva la sua voce e la mette al servizio degli altri, ha regalato al mondo delle opere molto più sublimi che i canti monocordi di numerose civiltà

François Thual, “La passion des autres” 

 

[L’oligarchia è composta di] persone che possiedono una ricchezza materiale straordinaria e che non cercano necessariamente un ruolo politico, potendo vivere sotto tutti i regimi. Il loro obiettivo primario è proteggere e far lievitare l’immensa ricchezza di cui dispongono. Non è un interesse per un progetto futuro che li mobilita, ma la tutela (che vuole dire anche espansione) di una forza economica che già hanno. Ed è alla luce di questo potere nel presente che le oligarchie decidono se astenersi o intervenire nel gioco politico.

Nadia Urbinati, La mutazione antiegualitaria

 

Apri il frigorifero di casa, dai una rapida occhiata e ti domandi cosa puoi mangiare o bere senza preoccuparti della provenienza, della possibile contaminazione. Gli alimenti a chilometri zero, prodotti in quei luoghi, sono sicuri? Si pensava di vivere in un’isola felice, un mondo in stile Mulino Bianco. In fondo è ciò che raccontano tutti i depliant di promozione turistica del Trentino. E le prime “vittime” di questo bombardamento mediatico sono proprio i trentini…Non possiamo evitare di chiederci perché i controllori non hanno controllato, il perché di certe autorizzazioni, date in piena autonomia, all’interno dei confini provinciali. Per quale motivo Cava Zaccon, in Valsugana, è diventata un concentrato di rifiuti tossici? Non possiamo non domandarci perché, a fronte di tante segnalazioni di cittadini (non solo ambientalisti militanti), non si è intervenuti; perché questo profondo nord, forse un po’ troppo presuntuoso, è diventato capolinea per centinaia di camion – provenienti da mezza Italia – che hanno trasportato e scaricato rifiuti pericolosi; perché sono dovuti intervenire gli agenti del Corpo forestale dello Stato, visto che la Provincia avrebbe i propri, di forestali. Esiste forse un problema di indipendenza di questi organi dal potere politico?…Si è quasi parlato di vilipendio dell’autonomia. Guai a dire che qui le cose non vanno bene, come abbiamo sempre raccontato…Serve a qualcosa preoccuparsi? Serve a qualcosa uscire da questo piccolo-grande Matrix che è il racconto di un paradiso terrestre che stiamo distruggendo, convinti del contrario? Secondo noi sì. Serve perché un cittadino informato può pretendere una politica ambientale seria. Può chiedere a chi governa questo territorio di preservarlo, di non nascondere la verità nel sottosuolo.

Andrea Tomasi, Jacopo Valenti, “La Farfalla Avvelenata”.

 

La vocazione del Trentino – Alto Adige, come di qualunque altra comunità, dovrebbe essere quella di fungere da portavoce dell’umanità, per l’umanità (e quindi per l’ecosfera e il pianeta), riconoscendo e rendendo effettivo il diritto di ogni individuo di perseguire un’esistenza di dignità, creatività, serenità, al riparo da interpretazioni neodarwiniste del vivere associato, che rappresentano il ripudio di tutti i progressi fatti in questi secoli. Ogni singolo cittadino dev’essere concepito come un essere vivente sovrano, in grado di assumersi il fardello della libertà e della responsabilità delle sue scelte.

 

Prima di tutto bisogna scegliere tra servire chi è più potente di noi, o l’umanità, che va intesa come una fratellanza in cui ciascuno è il custode di suo fratello e ha la parziale responsabilità dell’infelicità di tutti i suoi fratelli, e il dovere di dovere di operare in vista dell’elevazione della condizione di tutti quanti.

La Lega delle Nazioni prima e le Nazioni Unite poi sono stati i primi, timidi tentativi – sabotati e dirottati dall’avidità, dalla paura e dalla diffidenza, di dare una risposta istituzionale a questa esigenza. I fallimenti sono stati causati in primo luogo dal prevalere nella classe dirigente globale di un cinismo mascherato da pragmatismo, della ricerca dell’utile per pochi e quindi della conservazione di uno status quo sperequativo. La libertà, intesa come licenza per il più forte di infischiarsene di tutti gli altri, ha schiacciato uguaglianza e fratellanza.

Una classe dirigente planetaria all’altezza avrebbe ricercato sicurezza sociale, uguaglianza, fratellanza, comprensione, dignità, giustizia, pazienza, compassione, sicurezza finanziaria, pace interiore, salute fisica per ogni essere umano. 

Purtroppo l’umanità è come una catena: non è più forte dei suoi anelli più deboli, ossia dei suoi Caini. Le carestie, le epidemie, la disoccupazione e la precarietà di massa, la disillusione, l’anti-politica, in un pianeta di risorse naturali e intellettuali creative vastamente sovrabbondanti, sono figlie del cainismo, dell’idolatria del proprio interesse egoistico, della propria tribù e quindi dei propri vizi (odio, gelosia, piccineria, invidia, avidità, ecc.); come pure della pretesa di rendere le persone buone per legge, quando sono le persone buone a fare le buone leggi, non il contrario.

Le persone buone hanno bisogno di speranza, fede e comprensione reciproca, a ogni livello, in ogni cuore, in ogni luogo, per poter dare l’esempio e mostrare che un mondo diverso è possibile. Hanno bisogno di energia a basso costo, di un reddito universale garantito che elimini lo spettro della miseria, di una migliore condivisione dei profitti, della stabilizzazione valutaria, della regolamentazione dei commerci, della gestione razionale dei mercati. Solo così gli esseri umani potranno essere liberi e vivere in dignità e in pace. Senza giustizia non c’è pace, ma solo violenza, psicologica e fisica.

Poiché tutti raccogliamo ciò che seminiamo, occorre una rivoluzione della coscienza, passando dalla mentalità del creditore – che cosa mi deve il mondo? – a quella del debitore – che cosa posso fare per migliorare il mondo e per il mio prossimo, senza trattarlo paternalisticamente?

Quel che raccoglieremo sarà una società cooperativa e coordinata, su scala planetaria, che rispetti la diversità di ciascuno e di ogni popolo, senza omologarci per controllarci meglio e subordinarci agli oligopoli (socialismo per i ricchi, darwinismo sociale per i poveri).

WELFARE

Nessun uomo può vendersi né essere venduto, la sua persona non è una proprietà alienabile

At. 15 della carata costituzionale repubblicana francese, 1795

 

Non c’è alcun bisogno di passare per la teoria marxista per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Mona Chollet, “Le Monde Diplomatique”, Maggio 2013.

 

La produttività è aumentata in misura tale da creare un enorme esubero di manodopera. Il nostro sistema economico non è più in grado di offrire un posto di lavoro per tutti. Ma ogni uomo su questo mondo ha il diritto di vivere una vita dignitosa. Il sole, l’acqua, l’aria e la terra e con ciò i frutti di questo pianeta fondamentalmente sono di tutti. Una distribuzione equa e giusta garantirebbe la sussistenza per tutti. Ci vuole un reddito di base per tutti per combattere la povertà.

Sepp Kusstatscher

 

La fratellanza, alla base del costituzionalismo tanto quanto la libertà e l’uguaglianza, è rimasta sulla carta, un principio anonimo, astratto, una parola vuota, uno slogan. Il welfare è diventato un generatore di dipendenze e il mezzo con cui i datori di lavoro scaricano sulla collettività i costi di cui non vogliono farsi carico.

La stabile, inesorabile crescita del tasso di disoccupazione “strutturale”, dovuta soprattutto alla delocalizzazione ed all’automazione dei sistemi di produzione, gestione e distribuzione, può solo aggravare queste circostanze sfavorevoli.

Inoltre, ormai quasi da un secolo, la crescita economica dipende massicciamente dai consumi, non dagli investimenti. Mentre i ricchi consumano solo una minima parte dei loro introiti, sottraendo i loro crescenti redditi al flusso globale del benessere senza neppure restituirne una parte con la filantropia (es. finanziando scuole, ospedali e biblioteche), i meno abbienti consumano quasi tutte le loro risorse.

Il reddito di base incondizionato per ogni cittadino – invocato anche dal Nobel per l’Economia Paul Krugman (New York Times, 13 giugno 2013) – consentirebbe di eliminare il problema della disoccupazione, sarebbe speso interamente, rilanciando i consumi ed assicurando una costante ridistribuzione delle risorse mondiali e permetterebbe di passare da una società della sfiducia ad una società della fiducia, oltre a garantire i lavoratori contro i ricatti salariali e a consentire agli studenti di dedicarsi allo studio a tempo pieno, con esiti che sono generalmente migliori.

Chi lo vorrà percepire non potrà restare in panciolle, ma dovrà dedicarsi a servizi di utilità pubblica. Almeno tre ore al giorno di assistenza ai bisognosi, come fanno quotidianamente molti volontari, farebbero la differenza sia per chi fruisce di questo servizio sia per chi lo presta. Chi non fosse disposto a farlo potrà rimanere nel regime fiscale-contributivo “tradizionale”. In ogni caso una somma che, almeno all’inizio, difficilmente potrebbe eccedere gli 800-1000 euro, sarebbe appena sufficiente per vivere e non potrebbe in alcun caso incentivare l’ozio. È il minimo vitale per preservare la dignità umana e ridurre l’incidenza dei reati di microcriminalità.

Considerevoli porzioni dei redditi tedeschi e francesi dipendono ormai da allocazioni sociali e non dal lavoro. Se ci fosse la volontà politica, non sarebbe difficile completare l’opera e si risparmierebbe sulla spesa legata a incentivi, bonus, sussidi, esoneri, defiscalizzazioni, verifiche fiscali, farraginosità burocratica, ecc.

Il reddito di base incondizionato, o reddito minimo garantito, o reddito di cittadinanza – già caldeggiato dai Nobel per l’Economia James Tobin e Paul Samuelson, da John Kenneth Galbraith e da altri 1200 economisti che appoggiavano la campagna presidenziale di George McGovern, poi sconfitto da Nixon – permette a una persona di decidere di non lavorare e vivere modestamente, oppure prendersi un anno sabbatico per capire cosa fare della sua vita, lasciare un lavoro insoddisfacente per specializzarsi in un altro campo, chiedere diverse annualità anticipate per formare un capitale d’impresa assieme ad altri soci.

È un meccanismo che, sgravando ogni cittadino dai ceppi dell’occupazione a ogni costo, gli permette di emanciparsi, sperimentare, di cercare la maniera migliore di realizzarsi, di esprimere i propri talenti e passioni, inclusa quella di dedicarsi ad attività socialmente utili, senza essere condannato alla frustrazione, al cinismo, al carrierismo, al precariato, alla disoccupazione, alle nevrosi, alla pressione, all’ansia, al senso di inadeguatezza, mediocrità, vergogna, colpa, fallimento esistenziale. Sarebbe una rivoluzione nonviolenta dei rapporti umani che consentirebbe ai ricchi di restare tali, ma abolirebbe la miseria e le condizioni di lavoro e remunerazione umilianti e semi-schiavistiche.

Il reddito minimo garantito, cumulabile con quello lavorativo, corrisposto alle persone fisiche, dev’essere sufficiente per emancipare ogni cittadino e quindi abolire le nuove forme di servaggio. Per questo serve, propriamente, un reddito di base incondizionato. Diversamente è carità e la carità crea dipendenza, ossia asservimento.

La dignità dei cittadini può essere garantita solo da un alloggio dignitoso per tutti e da un reddito di cittadinanza vincolato ad un periodo di servizio civile e magari all’obbligo di voto, come segni tangibili del proprio esercizio della cittadinanza.

 

Riconosciamo il diritto inalienabile a ricevere ciò che è necessario per sopravvivere una volta che si è nati. Questo diritto avvantaggerà la comunità perché è nell’interesse della comunità fare in modo che tutti si esprimano al loro meglio e nessuno potrà dare la colpa alla famigerata società: ciascuno farà le sue scelte e si dovrà assumere la responsabilità dei propri errori. A livello europeo lo si potrebbe chiamare “eurodividendo”.

FONTI

Vi sono periodi nella vita dell’umanità, che generalmente coincidono con l’inizio del declino delle civiltà, in cui le masse perdono irrimediabilmente la ragione e si mettono a distruggere tutto ciò che era stato creato in secoli e millenni di cultura. Tali periodi di demenza, che spesso coincidono con cataclismi geologici, perturbazioni climatiche ed altri fenomeni di carattere planetario, liberano una grandissima quantità di questa materia di conoscenza. Ciò che, a sua volta, rende necessario un lavoro di ricupero, senza il quale essa andrebbe perduta. Così, il lavoro consistente nel raccogliere la materia sparsa della conoscenza, molto spesso coincide con il declino e la distruzione di culture e civiltà.

George Ivanovich Gurdjieff,Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto”

 

Francisco de Vitoria, Domingo de Soto, Melchor Cano, Bartolomé de Las Casas.

Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino.

George Washington, James Madison, Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, George Mason, Abraham Lincoln, JFK, RFK, MLK.

La tradizione irochese. [N.B. Il contributo irochese al costituzionalismo statunitense è stato ufficialmente riconosciuto dal Senato americano il 16 dicembre 1987 con la Concurrent Resolution 76 che ha sancito quanto segue: (a) “È risaputo che gli autori della Costituzione, tra i quali in particolare, George Washington e Benjamin Franklin, ammiravano i concetti, i principi e le pratiche governative delle Sei Nazioni irochesi della Confederazione”; (b) “La Confederazione delle tredici colonie originarie della Repubblica fu esplicitamente modellata sull’esempio della confederazione irochese come lo furono molti dei principi democratici incorporati nella Costituzione stessa”].

I padri e le madri della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, della dichiarazione universale dei diritti umani e delle costituzioni del dopoguerra e post-coloniali.

Le mille persone con le quali ho dibattuto sui social network e altrove.

I miei “ebook” 2011-2014

Bartolomé de las Casas, avvocato dell’umanità (il mio primo “ebook”)

a cura di Stefano Fait, direttore di FuturAbles

 

Questo testo può essere scaricato e letto più comodamente su ISSUU

 

bartolome_de_las_casas-_el_defensor_de_los_indios

BARTOLOMÉ DE LAS CASAS, AVVOCATO DELL’UMANITÀ

Per voi è meglio se io me ne vado. Perchè se non me ne vado non verrà da voi il Paracleto [lo Spirito che vi difende, il Consolatore]. Ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò.

Giovanni 16:7

Giovanni definisce così lo Spirito Santo, dicendolo paracleto, che significa appunto avvocato; e ugualmente dice di Cristo nella sua lettera che egli è avvocato presso il Padre per i nostri peccati.

Origene, “Commento al Cantico dei Cantici”

La scoperta dell’America coincise con la scoperta di un Mondo Nuovo e di un’Umanità Nuova, diversa, sconcertante. Francisco Lòpez de Gòmara (1511-1566), ecclesiastico e storico spagnolo, riconobbe nella scoperta dell’America il più grande evento della storia dopo la venuta del Cristo. Per l’umanità del Nuovo Mondo fu quasi certamente il più grande evento in senso assoluto. Gli indigeni presero coscienza del nuovo ordine quando ormai il loro servaggio si era trasformato in una condizione irreversibile. Alcuni credettero che i nuovi arrivati fossero dèi o semidèi, altri, pur essendosi resi conto di avere a che fare con degli esseri umani provenienti da terre molto distanti, rimasero prigionieri del preconcetto che ogni civiltà sufficientemente avanzata da attraversare un oceano doveva per forza essere benevola. La maggior parte degli indigeni cessò di vivere troppo in fretta per potersi fare un’idea chiara di ciò che stava accadendo. Fortunatamente, tra gli Europei, ci furono anche persone di buona volontà e lucida coscienza, come Bartolomé de Las Casas, che usarono il Nuovo Mondo come uno specchio che poneva in evidenza il putridume e le brutture della civiltà del Vecchio Mondo e si cimentarono nell’impresa di porvi rimedio.

Le opinioni sono ancora divise sulla figura di Bartolomé de Las Casas. “Nonostante la mole di documenti e di studi che attestano il contrario, rimangono ancora pregiudizi e riserve verso un semplice clerigo che non aveva mai fatto studi regolari e forse nemmeno raggiunto la licencia (laurea) in teologia, la cui opera non risponde ai canoni accademici ed è totalmente finalizzata alla sua attività pratica, quindi facilmente tacciabile di parzialità, di apologetismo e propagandismo o nel, migliore dei casi, di umanitarismo e messianismo evangelico privo di mediazioni culturali. Non contribuisce certo a far apprezzare l’opera del Procuratore degli indios il suo stile complicato, farraginoso, prolisso, discontinuo, poco elegante, lontano dalla chiarezza e dalla sistematicità degli scolastici come De Soto e De Vitoria, come pure dall’eleganza della retorica di un Sepúlveda” (Tosi, 2009).

Chi è dunque Bartolomé de Las Casas e perché qualcuno dovrebbe essere interessato a leggere una sua biografia? A mio giudizio è una figura a dir poco straordinaria e, come tante personalità eccezionali, dei tratti caratteriali spigolosi hanno nuociuto alla sua immagine ma hanno anche permesso ai suoi biografi di poter lavorare su materiale intrinsecamente stimolante. Il Nostro non amava i compromessi, se questi comportavano un maggior carico di sofferenza per i suoi protetti, gli indigeni americani. Non accettava di fare passi indietro quando era convinto di essere nel giusto, ossia quasi sempre. Molti lo consideravano spocchioso ed arrogante, e forse lo era, specialmente quando riteneva che i suoi avversari fossero pavidi, o ignoranti, o in cattiva fede e dunque complici di un genocidio. Difficile non dargli ragione: chi si mostra timido di fronte al male non è meno colpevole di chi lo commette.
Numerosi furono i politici, amministratori, imprenditori, esploratori, militari di professione e rappresentanti del clero che, per così dire, se la legarono al dito. Nel 1543 un inviperito cabildo (consiglio coloniale cittadino) di Santiago del Guatemala scrisse al sovrano che “in realtà siamo allibiti di come la vostra Casa, fondata dai vostri avi cattolici…venga improvvisamente sovvertita da un monaco illetterato e privo di senso religioso, invidioso, vanitoso, passionale, agitato e non privo di cupidigia, colpevole per di più di suscitare scandalo! Tutto ciò a tal punto che dovunque abbia abitato in queste Indie egli ha dovuto essere espulso, non lo possono soffrire in nessun monastero, non accetta di obbedire a nessuno e non dimora mai a lungo nello stesso luogo” (Mahn-Lot, 1985, p. 144). Come Gesù il Cristo, Las Casas, di estrazione non agiata e per di più autodidatta, scandalizza i suoi contemporanei con gli insegnamenti, le azioni, le prese di posizione, la prodigiosa vitalità ed energia, l’asprezza delle sue polemiche, il rifiuto del patriottismo e dell’ortodossia quando mascherano l’ingiustizia. Come Gesù, è invidiato, temuto, disprezzato, braccato, è pietra di scandalo. Un giorno esclama: “Signore, tu vedi che cosa cerco in tutto ciò e che non ci guadagno che fame, stanchezza, sete e odio da parte di tutti. Se sbaglio, è per il tuo Vangelo, illuminami affinché io non sia più per il mondo uno scandalo”. Drammatizza. Non è profeta in patria, ma la Corona lo sostiene, perché lui, scaltramente, intuisce di potersi rendere utile alla corte di Spagna nel suo tentativo di imbrigliare i Conquistadores che, troppo lontani dalla madrepatria, la fanno da padroni nel Nuovo Mondo. Anche una parte importante del mondo accademico – fortunatamente, almeno in quella fase, egemone – lo appoggia, perché i suoi nemici sono anche i loro nemici.

Quasi ogni sua iniziativa è però destinata al fallimento. Las Casas è un perdente della storia, ma un vincente della memoria e della coscienza umana, che lo hanno premiato.
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/
Troppo in anticipo sui tempi, le sue idee risultano francamente donchisciottesche nel loro contesto, sebbene all’osservatore odierno possano apparire come eminentemente ragionevoli e sensate. Con il suo zelo pesta troppi piedi. Commenta il vescovo del Guatemala Francisco de Marroquín: “Da quando padre Bartolomé ha ricevuto la mitra ha dato libero sfogo alla sua vanità; quando si dà prova di zelo, occorre unirvi l’umiltà”. Las Casas non è umile, non ha né il tempo né la disposizione ad esserlo. Deve salvare quante più vite sia possibile, deve proteggere le culture e le comunità locali, “non perché io [sia] un cristiano migliore degli altri, ma per la compassione che [provo] istintivamente nel vedere questa gente subire simili ingiustizie”. Il suddetto vescovo riconosce che “è molto dolce e sempre tale resterà, ma…ha cominciato a recalcitrare”. Marianne Mahn-Lot osserva molto giustamente che “gli spagnoli di Ciudad Real erano credenti a modo loro, ma non potevano sopportare il fatto che il vescovo esigesse da loro una trasformazione tanto repentina e radicale del proprio stile di vita”. È intransigente, è moralizzatore, è schietto, è audace. “Questo parlare è duro: chi lo può ascoltare? Ma Gesù, conoscendo in se stesso che i Suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: Questo vi scandalizza?” (Gv. 6, 60-61).

Il “Difensore degli Indiani”, storico, antropologo, politologo, filosofo morale, teologo autodidatta, consacrò la sua vita alla difesa dei deboli, degli oppressi e dell’umanità in generale, al di là di interessi e vicissitudini storiche. Fu un moderno Sisifo, lottò per anni, in ogni suo scritto ed in ogni sua orazione, contro un cinico realismo che aveva già dichiarata persa la battaglia degli Indios, che non ci credeva più e anzi, vedeva in una struttura organizzativa neofeudale l’unica alternativa all’estinzione degli autoctoni. Molti tra i suoi avversari, in fondo, disprezzavano quell’umanità inferiore. Las Casas fu un novello Sisifo perchè il macigno che faceva rotolare (lo skandalon) era enorme e ponderoso, la salita era aspra e gli sforzi sembravano futili in una società che accumulava detriti sulla cima per allontanare la meta e che irrideva chi spingeva la roccia della dignità e dei diritti umani, tacciandolo di stolto idealismo o di labilità mentale. Il missionario francescano Toribio de Benavente, detto Motolinía, scriveva all’imperatore: “Non so come Sua Maestà abbia potuto sopportare un uomo così pesante, irrequieto, importuno, turbolento, litigioso, agitato, maleducato, offensivo, senza pace”.
Era in corso un contrasto tra domenicani e francescani sulla maniera di evangelizzare gli autoctoni e Motolinía, che pure aveva a cuore le sorti dei medesimi, accusava Las Casas di eccessivo idealismo, di causare turbative del Nuovo Ordine, di essere un anti-colonialista. “Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la Mia parola, osserveranno anche la vostra.” (Gv. 15, 20). Eppure, ogni giorno, quest’apostolo della libertà e della giustizia – e non è facile retorica, come avrò modo di dimostrare – si risvegliava e riprendeva a sospingere, perché la sua vita non avrebbe avuto senso altrimenti. Come il Sisifo di Albert Camus, la sua azione fu una rivolta contro l’assurdo della Conquista, contro la disumana insensatezza di una realtà senza Cristo, di fronte alla quale non si poteva non levare la voce in protesta, se si intendeva rimanere umani e cristiani.

La protesta di Las Casas fu ampia, intensa e lungimirante, abbracciando diversi campi del sapere e non mancò di influenzare Voltaire ed altri intellettuali illuministi. Questo pensatore-militante, a tratti contradditorio, a tratti proiettato in una dimensione irrealistica, si rifà agli autori canonici ed alle Sacre Scritture, ma supera i primi per passione, impegno civile ed umanità ed emula Gesù il Cristo nel suo carattere sovversivo, universalista e messianico. Dialoga con profitto con la punta di diamante della teoria giuridica europea, gli esponenti della Scuola di Salamanca Francisco de Vitoria, Domingo de Soto e Melchor Cano, ma se ne discosta per il maggior ruolo che affida al magistero della Chiesa e per l’opposizione alle ingerenze umanitarie armate ed alla dottrina dei “doveri naturali” degli Indios verso gli Spagnoli. Semmai, per Las Casas, erano gli Spagnoli ad aver contratto doveri ben precisi verso gli autoctoni al momento della scoperta. Crede energicamente nell’unità della specie umana e nei suoi attributi intrinsici di dignità, uguaglianza, socievolezza, razionalità e libertà, che permettono a ciascun essere umano di godere di diritti inviolabili ed inalienabili. Crede che ogni società ed ogni uomo possano realizzare il loro potenziale attraverso l’educazione ed il pieno godimento della loro libertà. Per lui il perfezionamento, fine ultimo dell’umano, si ottiene tramite la luce dell’intelletto che, anche autonomamente, può condurre alla conoscenza naturale di Dio; un evento spontaneo, visto che , ne è convinto, non esistono esseri umani che non tendano al divino, in modi e forme diverse e proprie. È un paladino del rispetto delle usanze, credenze, leggi e costumi degli altri popoli, anticipando di quattro secoli il relativismo epistemologico della professione antropologica. Non ritiene che la barbarie – che pure considera tale – di certe pratiche possa diventare un pretesto per imbarcarsi in crociate di imperialismo civilizzatore. A più riprese sottolinea come l’arretratezza di una cultura o civiltà in certi suoi aspetti – giudicata in base ai summenzionati principi-cardine della natura umana – si sormonta persuadendo le persone con ragioni solide, facendo appello all’intelletto, al buon senso, alla volontà, senza l’impiego di imposizioni e violenza. Solo così la specie umana può maturare in armonia con la sua natura. La via della pace, della concordia e del rispetto è quella indicata dal Cristo ed è l’unica da seguire. Il sistema di sfruttamento ed asservimento neofeudale delle encomiendas (servizi di corvé coloniali imposti agli indigeni) è in diretta contraddizione con l’essenza della natura umana, è un peccato contro l’anima e contro Dio che dilapida la stessa vita umana. Ancora una volta con impressionante lungimiranza. Las Casas insiste che il potere di sovranità risiede nella gente, nel popolo, non nella sommità della piramide sociale. Senza la base non esiste alcuna società e da essa procedono il diritto ed i diritti. Nessuno può governare una nazione senza il consenso dei governati. L’autorità si deve costituire con libere elezioni che includano l’intera cittadinanza, uomini e donne: il principio del suffragio universale democratico, teorizzato a metà del Cinquecento! Il fine ultimo dei governanti dev’essere quello di garantire il bene comune, inteso come giustizia, libertà, prosperità e concordia. Il limite dell’azione di governo è stabilito dai diritti dei cittadini e dalla legge. Più sorprendente ancora è la richiesta che ogni autorità legittima recepisca la volontà popolare tramite un vero e proprio referendum, quando le circostanze sono drammatiche e le decisioni comportano conseguenze importanti per l’intera comunità. In pratica, nella visione lascasiana, un sovrano – o per meglio dire un presidente, o un supremo delegato – non può dichiarare guerra a nessun altra nazione o intraprendere una politica coloniale senza il consenso dei sudditi/cittadini. Il grado di perfezione di una comunità si misura in funzione della libertà di cui godono i suoi cittadini. Questo è un criterio prettamente liberale, concepito circa duecento anni prima che il liberalismo prendesse piede in Europa, e con buona pace di chi, con una lettura altamente selettiva delle sue opere, focalizzata sulla prima metà della sua attività pubblicistica, lo ha accusato di essersi prestato unicamente a servire il ruolo di agente attivo e partecipe dell’imperialismo ecclesiastico e coloniale europeo (Capdevila, 1998; Castro, 2007).

L’originalità e forza anticipatrice di Las Casas non si fermava qui. Il carattere innovativo delle sue proposte e raccomandazioni non va ricercato nelle premesse – già ben delineate da diversi teorici umanisti spagnoli, italiani e fiamminghi – ma nella radicalità delle sue conclusioni, frutto di una creatività speculativa alimentata dall’amarezza e disgusto per un presente inumano e dal sogno di un mondo realmente migliore e non confezionato ad uso e consumo dei soverchiatori e prevaricatori. Così, ad esempio, il vescovo del Chiapas teorizzava che il sovrano non deteneva beni di proprietà per diritto di nascita, ma solo in relazione alla volontà popolare; questi beni potevano anche essere alienati in caso di malgoverno. Di conseguenza le encomiendas perpetue erano illegittime, i servi indoamericani dovevano essere emancipati e le ricchezze redistribuite, in quanto sottratte illegalmente. I popoli trattati ingiustamente e tirannicamente avevano il diritto di ribellarsi ed anche di usare la forza Allo stesso tempo, però, certi vizi in seno ad una comunità dovevano essere tollerati se il tentativo di risolverli rischiava di provocare conseguenze maggiormente dannose rispetto alla loro sussistenza.

Non ci fu nessun Las Casas a proteggere i nativi nordamericani e gli schiavi neri di quelli che diventeranno gli Stati Uniti. I più celebri evangelizzatori puritani non ritennero mai che questi esseri umani avessero la medesima dignità dei coloni e li videro come un intralcio al Destino Manifesto della loro civiltà. L’espressione del Potere, in Nordamerica, non trovò seri antagonisti in grado di contenerlo e frammentarlo e il risultato fu lo sterminio degli autoctoni. Quel che rimase fu un assordante silenzio di fronte al male che, come si è detto, equivale a complicità.

Quanto alla disputa teologico-antropologica di Valladolid tra Las Casas e la sua nemesi, il filosofo di Cordoba Juan Ginés de Sepúlveda, prima ancora di essere una controversia sui diritti dell’uomo, essa concerne la natura umana, tocca una pluralità di discipline e rivela i machiavellissimi che rischiano di oscurare la verità dietro una cortina di fumo fatta di ragionamenti capziosi e circolari, manipolazioni semantiche e simboliche ed appello alla massimizzazione dell’utile. Essa ha comunque gettato le fondamenta per la teoria dei diritti umani e legittimato i fini del movimento indigenista. Personalmente ritengo che sia uno dei più importanti dibattiti della storia della teologia, del diritto e dell’antropologia politica e che abbia anticipato di secoli le attuali polemiche sulla bioetica e sul globalismo. Da una parte c’è il campione del naturalismo neo-paganeggiante (e, paradossalmente, di un’ortodossia inflessibile), dello sciovinismo militarista-imperialista, del feticismo della diversità (che diventa fine a se stessa e gerarchizzata). Dall’altra un ammiratore di Erasmo da Rotterdam, un paladino dei diritti umani universali, di una globalizzazione equa, egalitaria, giusta, rispettosa, pacifica, dell’idea che ogni essere umano dev’essere messo nelle condizioni di determinare il proprio destino e non va trattato come un infante o uno “schiavo di natura”.

Di conseguenza questo è anche un saggio sul contatto tra una civiltà tecnologicamente avanzata, rapace e moralmente degradata (l’Impero spagnolo) ed una civiltà decadente e violenta, isolata, devastata dalle pandemie, sadomasochisticamente prigioniera di attese apocalittiche (l’Impero azteco). Ci fu chi, tra gli emissari della prima, difese nobilmente la dignità della seconda di fronte agli invasori, riscattando almeno in parte le nefandezze della propria. Tra questi, il più illustre fu Bartolomé de las Casas, una figura purtroppo non sufficientemente nota, nonostante un’esistenza abbondantemente vissuta e che ha lasciato un segno nella storia – oltre cinquant’anni di luci della ribalta tra Vecchio e Nuovo Mondo ed una decisiva influenza su ben quattro tra re ed imperatori dell’epoca d’oro spagnola.

L’originalità di questa biografia risiede nella prospettiva, che non è esclusivamente storica ma anche socio-antropologica, filosofica, giuridica e politologica e rimarca l’attualità del pensiero di una persona “aiutata” da imprevedibili esperienze di vita a trasformare certi suoi difetti caratteriali in virtù e a dare il meglio di sé, ad essere all’altezza della sfida decisiva, a servire da modello anche a distanza di secoli.

Dopo una prima sezione dedicata ad una disamina del contesto storico ed una seconda che esplora la vita di Las Casas, mi soffermo sul tema dell’appropriazione del Cristo. Entrambe le parti – avversari e difesori degli indigeni – se ne appropriarono, ma solo i primi ne sovvertirono il messaggio. Lo scenario prospettato dai critici di Las Casas è quello di una crociata di Fratelli Maggiori, giunti nel Nuovo Mondo per decisione del Buon Pastore, il Salvatore che avrebbe condotto il gregge all’ovile. La visione dello stesso Las Casas e degli indigenisti non era troppo dissimile, se non in un punto cruciale, che sta alla base della civiltà contemporanea: il libero arbitrio unito al rispetto della dignità umana ed al consenso informato, quest’ultimo inteso nell’accezione più ampia di una relazione in cui completezza, trasparenza ed onestà permettono alle persone di essere pienamente consapevoli di quali siano le ramificazioni del loro beneplacito. Per gli avversari dei lascasiani, non di ovile si trattava, ma di una catena di montaggio. Lo slogan ufficiale era quello dell’avvento della civiltà dell’amore, della pace e del benessere, dopo il terrore azteco, ma la realtà era ben diversa. I nuovi signori soffrivano di un’illimitata bramosia di beni materiali e manodopera gratuita. Le invocazioni ad amarsi ed a vivere in pace con i conquistadores seguendo l’esempio di Gesù erano dunque ingannevoli, perché miravano ad imporre una certa visione del mondo, inducendo un’auto-lesionistica mansuetudine irriflessiva nei sudditi. Esisteva un’enorme discrepanza tra le parole ed i fatti. La predicazione dell’amore e della pace si accompagnava a misure di radicale intolleranza verso i non-allineati, verso una società definita senza Dio e irrimediabilmente corrotta, che richiedeva un vasto sacrificio collettivo per essere rifondata sulla base dei dieci comandamenti, il più importante dei quali è l’assoluta e completa obbedienza e sottomissione al vero Dio. Contro tutto questo si scagliò Las Casas, contro la marcia ipocrisia di quelli il cui unico Dio era – ma quanti di loro l’avevano davvero capito? – l’universo materiale, ma si proclamavano razzialmente e spiritualmente superiori, appellandosi alle parole di Gesù e dei Maestri della Chiesa. Contro chi non sapeva cosa farsene dell’Amore e formava caste dominanti che esigevano venerazione, onore, lealtà, sottomissione, conversione al loro culto e timorata idolatria, non amore. Las Casas obiettò all’ingiunzione di adorare ed onorare la presunta volontà di Dio e di rispettare le sue leggi, se ciò comportava l’annullamento di ogni libera volontà ed istanza critica. Obiettò alla segregazione degli indigeni nelle encomiendas e repartimientos – “un governo di tirannia molto più ingiusto di quello al quale furono soggetti gli Ebrei dal faraone egiziano” –, alla ritualizzazione della fede e della quotidianità, perché questa ottundeva le menti e facilitava il compito di quelli che chiamava “tiranni”, scatenando la furia di Cortés e Pizarro. In questo nuovo ordine instaurato dai conquistadores, chi disobbediva era punito nei modi più atroci perché il perdono e la tolleranza erano merce rara. L’idea di peccato mortale acquistava un significato letterale in un clima culturale da età del bronzo. I nuovi fedeli erano infantilizzati e si affermava che Dio – per mano e per bocca dei suoi inviati – si era assunto l’incarico di sistemare le cose, perché i nativi avevano dimostrato in modo definitivo la loro inettitudine, abiezione e pericolosità per se stessi continuando a farsi la guerra e a sacrificare i prigionieri. Las Casas capì che molti colonialisti e cortigiani non vedevano nella predicazione un veicolo di illuminazione spirituale ma un pretesto per mantenere l’oscurantismo e l’ignoranza ed il dominio sulla mente, il corpo e lo spirito dei sottoposti. In un paradosso orwelliano, ogni opposizione indigena a questo stato di cose era bollata come ispirata da Satana, dall’Anticristo. Solo la voce autorevole dei missionari indigenisti e dei teologi umanisti rivelava che il re era nudo, cioè che la fede dei coloni era segnata da un’interpretazione monolitica, unilaterale e perversa – ma molto conveniente – della tradizione veterotestamentaria, fatta di violenza, risentimento, soprusi, tirannia, rancore e sanguinarietà.

Anche qui, la centralità della celebre disputa di Valladolid è sancita dall’evidenza del fatto che nessuno, né prima né dopo, si era mai trovato a discettare di natura umana e destino della sua civiltà in seguito alla scoperta di un Nuovo Mondo e di traiettorie “evolutive” separate. L’unicità dell’evento e delle sue implicazioni è fuor di dubbio: una situazione analoga si realizzerebbe solo se fosse possibile retrocedere nel tempo fino al momento dell’incontro tra l’uomo anatomicamente moderno e il neandertal o se una civiltà extraterrestre prendesse contatto con la nostra. Prospettive che sono per il momento alquanto remote.
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

La questione dell’affidabilità delle fonti

Può essere rimasto uno spazio di saggezza in questa terra di avidità?

Francisco Cervantes de Salazar, discorso del 25 gennaio 1553

Uno studio comparativo di realtà molto diverse deve partire dal “principio di umanità”, che presuppone uno schema di relazioni tra credenze, desideri e mondo che sia il più simile possibile a quello che usiamo quotidianamente. Ma quanto possiamo fidarci delle informazioni raccolte da cronisti e missionari europei? E, soprattutto, non rischiamo di incappare in grossolani fraintendimenti, applicando schemi d’analisi contemporanei a delle realtà del tutto estranee ad essi? Luciano Gallino è dell’avviso che “l’obiezione talvolta mossa ai lavori di storiografia dei sociologi è di forzare in uno schema categoriale derivato in prevalenza dall’analisi delle società contemporanee, gli eventi di società del passato. Obiezioni simili tradiscono la ricaduta in uno storicismo di pretto stampo diltheyano, per il quale soltanto le categorie dei soggetti degli eventi studiati sono valide per comprendere il passato. Di fatto, gran parte della storiografia e della sociologia post-storicistiche hanno da tempo minato alla base l’ipotesi che coloro che partecipavano agli eventi si trovino in condizioni di privilegio per spiegare o per comprendere o interpretare gli eventi stessi, elaborando una serie di concetti strutturali la cui funzione preminente è di porre il contemporaneo in condizione di spiegare eventi del passato assai meglio di quanto non abbiano potuto fare coloro che parteciparono ad essi” (Gallino, 1993: 664). Allo stesso modo, l’antropologia moderna ha da tempo posto in rilievo come la definizione che la fonte dà della sua realtà socio-culturale è generalmente inficiata da un processo cognitivo di auto-rappresentazione ideale. Che fare allora? Ho cercato di illustrare quale fosse la definizione lascasiana di verità e di realtà ed i limiti della sua percezione soggettiva.

Bartolomé de las Casas non imparò mai le lingue indigene e non raccolse materiale etnografico, perché non idolatrava le culture, ma amava le persone in carne ed ossa e, per aiutarle, si spostò incessantemente. Poiché viveva in una società in cui il valore di una persona era commisurato alle sue realizzazioni culturali, si trovò a dover magnificare le virtù civili ed intellettuali degli indo-americani. Per contrastare le descrizioni grottescamente menzognere degli indigeni da parte di cronisti visceralmente razzisti ed in combutta con i coloni e gli schiavisti, Las Casas si sentì obbligato ad invertirle di segno e finì per idealizzare ed esagerare i meriti dei nativi, omettendo gli aspetti più sgradevoli della loro civiltà; li trasformò nella pietra di paragone della perfezione, in “nobili selvaggi” di fine intelletto, vasta spiritualità, robusta costituzione e valore guerriero. Giunse perfino ad indicare i sacrifici umani di massa come indice di vitale religiosità nativa. In questo modo traslò i soggetti della sua analisi verso un piano di irrealtà che rischiava di mortificare comunque la loro umanità e quotidianità e di cancellare con un tratto di penna la disumanità precedente alla Conquista. Francesco Surdich, docente di Storia delle esplorazioni e scoperte geografiche a Genova, è dell’opinione che Las Casas abbia idealizzato strumentalmente il mondo indigeno, rendendolo di più ardua decodificazione, perché più interessato a difenderli che a farli conoscere (Surdich, 2002). Questo tipo di discorso, ispirato da una sensibilità postmodernista, a mio avviso lascia però il tempo che trova. Bisogna tenere a mente le circostanze storiche in cui si trovò ad operare, ossia un’epoca in cui non esisteva un’opinione pubblica attenta e i pregiudizi etnocentrici erano percepiti come dogmi. I suoi antagonisti nel Nuovo Mondo erano spesso persone di scarsa cultura e di vasta ambizione e cupidigia, quelli nel Vecchio Mondo erano eruditi privi di una conoscenza diretta della realtà coloniale. Nel frattempo i nativi morivano letteralmente come mosche, senza che lui potesse in alcun modo arrestare quest’apocalisse, se non perorando la causa indigena alla corte di Spagna con passione ed eloquio, ma anche con astuzia, destrezza e diplomazia. Non si accontentò mai di confutare le tesi degli avversari, ma fece attivismo politico, cercando di influenzare il processo legislativo, di far approvare piani per l’istituzione di comuni utopiche per i nativi convertiti, per fermare le guerre, “giuste” o “ingiuste” che fossero, per abolire la schiavitù e screditare e condannare quegli sfruttatori rapaci che erano gli encomenderos.

Se Las Casas peccò di etnocentrismo e benevolo paternalismo nelle sue azioni e prese di posizione, lo si può giudicare con una certa magnanimità e clemenza. Possiamo certamente preferirlo  a chi, come Bernardino de Sahagun e José de de Acosta, consigliava vivamente di apprendere le culture indigene, le superstizioni e gli errori per poterli curare, come si era fatto con i pagani greci e romani.

 

IL CONTESTO STORICO

Il prete [Las Casas], irato, va contro di loro riprendendoli aspramente per ostacolarli, ed essi, che lo rispettavano un poco, cessarono quello che stavano per fare, e corì restarono vivi quaranta indios, ed i cinque se ne andarono ad ucciderne dove gli altri uccidevano. E poiché il prete rimase fermo nell’ostacolare la morte dei quaranta, che erano giunti lì come portatori, quando andò avanti, trovò una catasta di morti, che avevano fatto con i corpi, che era una cosa certamente da far spavento. Quando lo vide Narváez, il capitano, gli disse: “Cosa sembra a Sua Signoria di questi nostri spagnoli? Che hanno fatto?”. Gli rispose il prete, vedendo davanti a sé tanti fatti a pezzi, molto turbato dall’avvenimento così crudele: “Vi mando, sia Lei sia loro, al diavolo”

Bartolomé de las Casas, Historia de las Indias

Las Casas fu, come tutti, un uomo del suo tempo, cioè legato al suo ambiente culturale, sociale e politico. Bisogna dunque tenerne conto per poter valutare la sua figura, senza per questo cedere alla tentazione di attribuire alla sua vita ed al suo insegnamento quegli attributi di unicità, incomparabilità ed incomunicabilità che impedirebbero allo studioso ed ai suoi lettori di trarne delle lezioni utili per la loro esistenza, in un’epoca per molti versi differente ma per altri inquietantemente simile. Infatti è mia opinione che le guerre sante, il fanatismo religioso, il Gott mit uns hanno una radice comune nell’iniquità della Conquista e nella pretesa mai sopita di accelerare con ogni mezzo l’unificazione del mondo nell’unico ovile e sotto l’unico pastore profetizzato nella Bibbia – unum ovile et unus pastor –, l’obiettivo dell’omologazione culturale finale ad un unico modello superiore e prevalente.

Al tempo di Las Casas, ipocritamente, non si usò spesso il termine “schiavitù”, perché la giurisprudenza spagnola la contemplava solo per i prigionieri di guerra. Esso fu presto sostituito dall’istituto dell’encomienda, una schiavitù di fatto, mascherata da contratti di derivazione medievale. Affermare che si era peccatori perché si sfruttavano gli Indiani era tanto sconcertante quanto affermare che lo si era perché si sfruttavano gli animali da soma. In quell’epoca sfruttare gli indios ed essere cristiano e prete non era considerata una contraddizione in termini. Ce lo racconta Las Casas nella sua Historia: “Rimasero tutti meravigliati e anche spaventati da ciò che egli disse loro, e alcuni compunti e altri come se lo sognassero, ascoltando cose tanto nuove come il dire che non potevano avere gli indios al loro servizio senza peccato; e non ci credevano, come se dicessero che non si potevano servire delle bestie del campo”. Lo stesso presidente del Consiglio delle Indie – istituzione alla quale Las Casas rivolse diversi appelli –, Juan Rodrìguez de Fonseca, che era vescovo a Burgos, si vantava di possedere molti schiavi indios. Per questo il vescovo del Chiapas fu costretto ad assaltare le trincee ideologiche dei suoi oppositori partendo dal basso. I pregiudizi erano saldissimi e robusti e le orecchie spesso tappate dalle esigenze erariali e da più prosaiche mazzette dei coloni, che volevano garantirsi lauti profitti, e delle multinazionali del tempo, come la corporazione bancario-assicurativa della famiglia Welser, che si era impadronita di una fetta del Venezuela con i suoi mercenari, guidati dal conquistador tedesco Nikolaus Federmann. Quella delle infamie perpetrate dal capitalismo colonialista fu un’altra delle questioni di cui Las Casas si occupò in prima persona, scrivendo una lettera di denuncia al Consiglio delle Indie: “E come non vedevano le Vostre Signorie lo sfruttamento cui i tedeschi avrebbero sottoposto quella terra e i suoi abitanti nel tempo che gliela aveste concessa? Non si adopereranno a sfruttarla e a distruggerla per ricavare ciò che hanno prestato ed è costato loro? Poiché affermo che, nei quattro anni in cui dicono debba durare loro (la concessione), potranno rubare tanto per comprare tutta la Germania. Perché, signori, concedete così generosamente ciò che non conoscete, né sapete ciò che offrite, né ciò che potete dare, con sì grande danno di Dio e del prossimo?”.

Questa è invece una felice sintesi del muro di gomma contro cui si trovò a cozzare: “Tutti costoro, o alcuni di loro, furono i primi…che a corte infamarono gli indios, dicendo che non sapevano governarsi o che avevano bisogno di tutori; e questa cattiveria crebbe sempre, tanto che li umiliarono fino a dire che erano incapaci di fede – che non è una piccola eresia – e a renderli uguali alle bestie, come se in tante migliaia di anni dacché queste terre sono popolate, piene di popoli e genti, con i loro re e signori, vivendo in tutta pace e tranquillità, in tutta abbondanza e prosperità – quella che la Natura richiede affinché gli uomini vivano e si moltiplichino in inmenso – avessero avuto bisogno della nostra protezione. […]. E così iniziarono per tutto questo orbe a infamare e dire quanti mali si potevano credere negli indios e, principalmente, che erano bestie, fannulloni e che amavano l’ozio e che non si sapevano governare, per fingere necessità che sembrasse opportuno possederli e servirsi di loro in quell’infernale schiavitù in cui li misero, dicendo di civilizzarli e per farli lavorare” (Historia de las Indias). Così le richieste del Nostro furono spesso respinte, sebbene il suo eroismo ed il suo spirito indomito non mancassero di portare dalla sua parte diverse figure di non poco prestigio e di influenzare alcune decisioni sovrane sulla politica coloniale spagnola.

 

Ci possono essere degli esseri umani che non discendono da Adamo?

 

Adolph Bandelier, un insigne archeologo svizzero che esplorò l’America centrale e meridionale a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, riassunse, in un interessantissimo ed esaustivo articolo apparso nel 1905, le diverse tradizioni peruviane che menzionavano una qualche sorta di leggendario sbarco di stranieri sulle coste sudamericane. Egli segnalava che l’origine delle genti che avevano popolato il Nuovo Mondo era stato forse il primo dei problemi che si erano trovati ad affrontare gli Europei in seguito alla scoperte delle Americhe. Come vedremo, in genere la posizione prevalente fu quella monogenetista, che tendeva a prediligere un’interpretazione elastica delle Bibbia. I nativi sarebbero stati i discendenti dei popoli protagonisti delle migrazioni conseguenti al crollo della Torre di Babele o, più raramente, delle tribù d’Israele scomparse in seguito alla deportazione in terra di Babilonia in un periodo successivo. Bandelier fece notare che per gli Spagnoli del tempo della Conquista fu molto facile interpretare le leggende locali come prove storiche a sostegno di questo assunto. Egli stesso mette in guardia chi intenda impegnarsi nella disamina delle suddette leggende: “ciò che desidero si tenga nella massima considerazione è il pericolo che le tradizioni orali indiane siano state “arricchite” da chi le ha raccolte, in modo da fornire sostegno ad una particolare teoria” (Bandelier, 1905, p. 251).

Il clima culturale e dottrinario del periodo influenzò dunque pesantemente i cronisti della prima fase dell’”ispanizzazione” della futura America Latina. Questo capitolo esamina alcune delle teorie più in voga sull’origine delle popolazioni americane, elementi di un furioso dibattito che si era scatenato in Europa all’indomani della scoperta del Nuovo Mondo e dell’umanità che lo popolava. Da dove provenivano queste genti? Erano figli del demonio o avevano ricevuto in una qualche misura il messaggio evangelico da ipotetici predicatori giunti in America prima di Colombo? Potevano essere considerati di pari dignità rispetto ai conquistatori europei oppure schiavi di natura? Bandelier raggruppò in tre grandi categorie le molteplici tradizioni riguardanti l’arrivo di “predicatori caucasoidi” nel Sudamerica in un’epoca precedente allo sbarco degli Spagnoli. La prima comprende quelle narrazioni che accennano alla comparsa di esseri umani di fisionomia diversa da quella indigena. La seconda annovera quelle che fanno menzione di antichi insediamenti americani costituiti da genti provenienti da regioni oltreoceano. Infine nella terza troviamo le leggende che narrano di sbarchi avvenuti sulla costa nord-occidentale dell’America meridionale.

Dalla Corónica moralizada del Orden de San Agustin en el Peru di padre Antonio de la Calancha veniamo a sapere che uomini bianchi e barbuti, dopo essere sbarcati sulle coste brasiliane ed aver attraversato l’Amazzonia, erano giunti sul Titicaca predicando alla maniera di missionari. Là uno di loro era stato ucciso, mentre l’altro aveva proseguito il suo cammino fino ad arrivare sulle coste del Pacifico, dove era scomparso. In Colombia, presso i Muisca ed i Chibcha, incontriamo Bochica, predicatore dalla lunga barba, scalzo e vestito con una specie di tunica. Questa categoria di leggende in genere fa riferimento alla figura di Wiracocha, una specie di semidio predicatore, che fu presto adottato come prova decisiva dai promotori della tesi secondo cui il Nuovo Mondo era già stato visitato dagli apostoli di Cristo, come ad esempio San Tommaso, o da anonimi discepoli in un periodo posteriore. Pr la seconda categoria ci sono pervenute le relazioni dei frati agostiniani sulla regione di Huamachuco, elaborate tra il 1552 ed il 1561, che hanno trascritto la credenza locale nell’esistenza in un remoto passato di insediamenti di stranieri che si sarebbero in parte estinti con il passare del tempo ed in parte sarebbero emigrati senza più fare ritorno. Secondo Cieza de Leon (Cronica del Perú), un capo indigeno un giorno si diresse vero il Titicaca e trovò “sull’isola maggiore di quella palude delle genti di pelle bianca e barbute con le quali si scontrò, sterminandoli”.

Nell’Historia del Perù y varones insignes en santidad, Anello Oliva, un gesuita italiano vissuto tra il XVI ed il XVII secolo, riferisce che un numero imprecisato di stranieri sbarcarono lungo la costa del Venezuela, nei pressi di Caracas, per poi spingersi nell’interno, fino a raggiungere Santa Elena nell’Ecuador e poi, per mezzo di una lunga navigazione costiera, nel Perù meridionale ed in Cile. Oliva sostiene che i dati in suo possesso testimoniano come questo popolo non fosse nativo del Nuovo Mondo ma provenisse dalla Tartaria, la Cina di allora. Oliva fu il portavoce di un movimento gesuita clandestino che cercava di tutelare la dignità dei nativi in qualunque modo possibile, anche avvalendosi di tradizioni arbitrariamente modificate. Tuttavia queste credenze esistevano anche nel nord del paese, più precisamente tra i Chimù, ed era diffusa una tradizione incaica che collegava la genesi del mondo al cammino “demiurgico” di una specie di antenato totemico peruviano divinizzato, tale Apu Kon Tikse Wiracocha (o Koniraya Wiracocha), il quale, supremo artefice dell’universo, non si negò una lunga peregrinazione attraverso le terre da lui create, con la relativa assegnazione ad ogni popolo del suo proprio territorio di stanziamento e luogo di culto. Come segnala Mario Marchiori, “il fatto che in questo mito si parli di luoghi che furono incorporati nell’impero incaico relativamente tardi lascia supporre che questa versione sia il risultato dell’incorporazione, operata dagli Inca stessi per consolidare il loro impero, di miti originariamente locali” (Marchiori, 1999, 175). Nella cronaca di Oliva, basata sui racconti di Catari, uno degli ultimi sapienti inca (quipucamayoc), ritroviamo alcuni dei motivi presenti nelle fonti messicane: l’arrivo in America susseguente al Diluvio Universale (Pachakuti), la coesistenza di umani e giganti (alti tra i 4 ed i 5 metri) che li tiranneggiavano, il pellegrinaggio di predicatori di aspetto europeo, la stretta connessione tra potere imperiale e culto del sole.

Oliva fece parte di un ristretto e piuttosto riservato circolo di gesuiti dediti allo studio delle culture locali nell’intento di rendere loro giustizia. Carlos Galvez Peña, nella sua introduzione alla cronaca di Oliva, scrive che “alla base della sua opera si situa la convinzione nella dignità umana degli indiani” che condivide con “un altro umanista del suo stesso ordine, padre José de Acosta”. Alcune dichiarazioni del gesuita italiano gli guadagnarono l’aperta ostilità di alcuni potenti gesuiti spagnoli, molto preoccupati a causa della “cattiva” influenza dei gesuiti italiani in Perù. Sempre Peña osserva che nell’opera di Padre Vargas “Biblioteca peruana”, si fa riferimento a un clima agitato e per nulla “fraterno”. È in particolar modo sul tema della valutazione della dignità umana degli indigeni americani che si consuma la frattura fra i gesuiti italiani e umanisti (gesuiti e non) spagnoli. Nessuno stato o signoria italiana aveva il benché minimo interesse nelle Americhe, a causa della posizione geografica decentrata della nostra penisola, che si trovava separata dall’Atlantico proprio da quelle potenze coloniali iberiche che si sarebbero divise la futura America Latina. Il papato invece si trovava impegnato nell’organizzazione del programma di evangelizzazione delle nuove terre. La creazione della Compagnia del Gesù (1534) fu così approvata da papa Paolo III (1540) ed incaricata di fare opera di proselitismo in Estremo Oriente e nel Nuovo Mondo. All’inizio del XVII secolo si formarono due fazioni gesuite divise proprio dalla provenienza dei propri simpatizzanti. Da una parte troviamo gesuiti italiani come Oliva e Giovanni Antonio Cumis, o Matteo Ricci e Martino Martini in Cina, e dall’altra soprattutto quelli spagnoli. In verità non esistevano confini netti, ma solo dei poli di attrazione contrapposti, che riproducevano nel contesto gesuita il dissidio tra latifondisti e missioni, specialmente in Messico, scaturito fin dall’inizio della colonizzazione a causa di  una diversa visione della dignità ed umanità dei vinti. Da una parte erano schierati i coloni, fautori delle encomiendas, cioè di una forma di schiavitù legittimata dalla necessità di condurre gli indigeni sulla retta via. Già il 30 novembre del 1511 il frate Antonio de Montesinos si rivolgeva in una predica ai coloni,  con queste parole: “Questi, non sono uomini? Non hanno anime razionali? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?”. Fu proprio questa predica a trafiggere la coscienza di Las Casas, avviandolo alla sua vocazione: la difesa dell’umanità e dignità degli oppressi.

La giustificazione di questo sistema di asservimento era ricercata nella teoria politica di Aristotele, che godeva di un vero e proprio rinascimento di interesse in quegli anni, e nel pensiero dell’Aquinate, che aveva distinto due tipi di dominio, uno “reale”, che consisteva nel “governare uomini liberi e sudditi per il loro bene e utilità”, e l’altro “dispotico”, che “è come da signore a servo”. Il licenziato Gregorio applicò questo secondo modello agli indios, che ritiene giusto, dal momento che “si applica verso coloro che per natura sono servi e barbari, quelli che mancano di giudizio e di comprendonio, come sono questi indios, che secondo l’opinione di tutti, sono come animali che parlano” (AA.VV., 1984, p. 95). L’encomienda divenne dunque un “mezzo molto più conveniente [rispetto alla libertà] per ricevere la fede e continuare a perseverare in essa”. L’aspetto più sgradevole di questa disputa fu che un sotterfugio per ottenere manodopera gratuita si trasformò in un pregiudizio duro a morire anche per gli stessi ecclesiastici, molti dei quali conclusero che non valeva la pena di sprecare delle energie per degli esseri che non erano del tutto umani, quindi non adatti ad accogliere il messaggio e tantomeno i sacramenti. Così, mentre negli ambienti coloniali colti dilagavano concezioni poligeniste del popolamento del mondo, secondo cui gli Indios non erano discendenti di Adamo, ma di altro ceppo umano, e quindi non avevano la medesima dignità, oltre che le stesse potenzialità, degli Europei, dall’altra parte della barricata si sviluppava un acceso dibattito monogenista. Questo cercava di dare una risposta al quesito posto dall’esistenza di culture evolute in zone così distanti dal mondo civile e che allo stesso tempo progettava nuove forme di inculturazione degli indigeni tramite le reducciones, soprattutto ad opera dei missionari italiani che non erano invischiati negli interessi economici dei coloni. Fu in questo stesso periodo che si consumò anche una parziale frattura tra gesuiti italiani ed umanisti italiani.

All’interno dell’ordine gesuita esistevano perciò delle correnti di pensiero che si distaccavano, talora in maniera drammatica, da quello che doveva essere l’indirizzo ufficiale, stabilito dalle alte gerarchie dell’ordine stesso. Alcuni gesuiti subirono la reazione dei loro superiori a causa di atteggiamenti non sempre “consoni” ai loro incarichi. Nel 1989, la scoperta in una collezione privata di Napoli del cosiddetto “Manoscritto di Napoli”, raccolta di scritti di alcuni gesuiti, tra i quali Oliva, Cumis e Pedro de Illanes, confermò come all’interno dell’Ordine esistessero delle correnti di pensiero in contrasto con la politica filo-spagnola del Padre Generale Aquaviva e che furono costrette alla clandestinità dal rigore di quest’ultimo. A Cumis fu impedito il trasferimento in Cina, mentre ad Oliva non fu concessa la pubblicazione della sua prima opera. Pedro de Illanes operò in un periodo posteriore, quando l’Ordine cominciava già a risentire delle pressioni politiche dei regni cristiani, sempre più insofferenti verso le continue intromissioni dei gesuiti nei loro affari interni e i superiori avevano problemi ben più gravi della disciplina di missionari recalcitranti. Eppure Illanes esprime opinioni del tutto affini a quelle dei gesuiti che redassero il manoscritto e per molti versi in consonanza con le più intime convinzioni di Las Casas. In un passo del sopracitato documento, in cui Illanes s’interroga sull’identità degli autori del manoscritto sulle origini degli Inca e del loro sistema di scrittura, leggiamo: “Chiunque egli sia, ha scritto una pagina di storia veramente drammatica: è poco, senza dubbio, ciò che resta dell’antica Gerusalemme sulla quale passarono, violenti e devastatori, i Conquistadores. Dio ne abbia misericordia…”. Dunque per Illanes, che scriveva nel 1737, era ancora del tutto naturale l’eretica associazione tra il l’Impero Inca (Tawantisuyu) e la “Città di Dio” agostiniana. Rimane da citare il misterioso Blas Valera, del quale Giovanni Antonio Cumis dice che “per l’intero popolo dei Piruani, essendo egli meticcio, fu non solo guida spirituale, ma soprattutto loro difensore…il quale ebbe molti fastidi dai suoi stessi confratelli, per il fatto che s’era schierato contro le torture della queshua che gli Spagnoli praticavano per estorcere l’oro…non voleva che alcuni di essi (i sacerdoti cristiani), falsamente col nome di Gesù Cristo sulla bocca, accusassero di idolatria il popolo…in quanto la religione da esso professata era molto simile a quella Cattolica”. Lo stesso Oliva dichiara che “tutte le religioni hanno fondamenta comuni”. In un importante brano, dedicato alla figura di Huayna Capac, undicesimo Inca, Oliva esprime la sua convinzione che il vangelo sia stato in qualche modo percepito dagli indigeni anche prima dell’arrivo dei missionari. È il fol.74v., dal quale apprendiamo che l’Inca si era permesso di non piegare la testa di fronte al padre Inti, il Sole, motivando questa sua condotta sacrilega con un ragionamento tanto arguto che era stato in grado di convincere il Gran Sacerdote. Nessun suddito poteva costringere l’imperatore a fare alcunché. Stando così le cose solo un essere più potente poteva obbligare il Sole a seguire costantemente la traiettoria celeste ad esso assegnata; di qui l’inutilità di mostrare devozione verso un servo. Oliva commenta questa argomentazione dell’Inca affermando che, se i missionari fossero giunti a quel tempo, sarebbero certamente riusciti a convertirlo alla vera fede, dato che il seme era stato già gettato dalla divina provvidenza. Il miraggio di una comunità umana unita da una stessa credenza pervadeva questi confratelli, al punto da far loro intravedere la possibilità che le sue fondamenta fossero già state in qualche modo gettate prima dell’arrivo dei Conquistadores. Questo per merito delle riflessioni di alcuni individui particolarmente ispirati, o per una predicazione diretta da parte di cristiani spintisi fin laggiù secoli addietro.

Ma torniamo alla domanda centrale che ci si pose al momento del Contatto, che è poi quella formulata da Agostino: ci possono essere degli esseri umani che non discendono da Adamo? Secondo Giuliano Gliozzi l’appartenenza degli Americani al genere umano non fu mai seriamente messa in discussione nella Spagna del primo Cinquecento, ligia alle consegne papali (Gliozzi, 1977). Per il gesuita José de Acosta, autore della Historia natural y moral de las Indias era irrilevante il modo in cui Dio aveva popolato il Nuovo Mondo; ciò che contava era la fondamentale unità dell’umanità.

Tommaso Campanella, sebbene monogenista in accordo con le Sacre Scritture, era fautore della tesi della progressiva corruzione della stirpe noachica approdata in America e quindi della giustezza della punizione degli Indios da parte degli Spagnoli che, umiliandoli, divenivano strumenti della volontà provvidenziale. Campanella sosteneva che le Sacre Scritture menzionavano il Nuovo Mondo: Mosé, a suo parere, aveva tramandato che i figli di Javan avevano raggiunto le isole; Gesù, sempre a suo parere, affermava di voler raccogliere con sé anche “le altre pecore, che non sono di quest’ovile”. Infine Esdra che, ispirato dall’Altissimo, parlava dello stretto che si deve oltrepassare per regnare sopra il vasto mare (Gliozzi, 1977). Nella prospettiva monogenetista, che dominava gli ambienti ecclesiatici del tempo, intensamente impegnati a replicare alle teorie poligenetiste “libertine”, era naturale che le Americhe non potessero essere intese come un mondo assolutamente estraneo a quello biblico-cristiano. Ciò avrebbe significato abdicare dalla missione suprema del suo completo inglobamento realizzato con l’evangelizzazione e con la costituzione di una monarchia universale cattolica. Di conseguenza per Campanella l’unica famiglia umana, che ha come capostipite Adamo, fu distrutta da Dio con il diluvio universale che separò, come testimonia Platone, il Vecchio dal Nuovo Mondo. Questo fu ripopolato da Noè, che provvide a mandarvi “colonie […] per la China ed il Giappone, ed empì di abitatori tutto il paese sin a Baccalaos e tutto il Perù” (Ghiozzi, op. cit.). Questi discendenti non ebbero la possibilità di ricevere la parola di Cristo, e per questo continuarono a peccare.

Antonio de la Calancha (1584-1684), monaco agostiniano e antropologo ante litteram, sosteneva l’ipotesi tartara perché anche lui non era rimasto immune alla “fascinazione” europea verso l’estremo Oriente. Uno dei primo estensori delle cronistorie indigene, il padre gesuita Miguel Cabello de Valboa, malagueño di nascita e giunto in America a partire dal 1556, era noto per la precisione delle sue ricerche, redatte dopo aver minuziosamente esplorato gli altipiani e la foresta vergine dell’Ecuador e del Perù settentrionale, ma anche per essersi formato una pervicace convinzione riguardo all’origine dei nativi. Von Hagen (Von Hagen 1987, p. 117) annota che “frate Juan de Orozcomán, un erudito francescano che in molti suoi scritti aveva già avanzato ipotesi sulle “origini”, così rispose a Cabello, avido di sapere: gli indiani erano Ebrei; essi discendevano “da Noè attraverso Sem ed attraverso Ofir pronipote di Noè”. Padre Cabello adottò questa tesi. Mentre era a Quito, aveva persino eseguito una mappa, ora perduta, per rappresentare queste migrazioni; egli si lanciò a dimostrare per mezzo dell’indagine che quegli indiani discendenti da Ofir avevano raggiunto il Sudamerica passando per le isole sparpagliate nel Pacifico, tra l’India e le due Americhe.

Per concludere, la testimonianza di Francesco Guicciardini, che così commentava la scoperta del Nuovo Mondo nel capitolo nono del libro sesto della “Storia d’Italia”: “Né solo ha questa navigazione confuso molte cose affermate dagli scrittori delle cose terrene, ma dato, oltre a ciò, qualche ansietà agl’interpreti della Scrittura sacra, soliti ad interpretare che quel versicolo del salmo, che contiene che in tutta la terra uscì il suono loro, e nei confini del mondo le parole loro, significasse che la fede di Cristo fosse per la bocca degli Apostoli penetrata per tutto il mondo: interpretazione aliena dalla verità, perché, non apparendo notizia alcuna di queste terre, né trovandosi segno o reliquia alcuna della nostra fede, è indegno di essere creduto, o che la fede di Cristo vi sia stata innanzi a questi tempi, o che questa parte sì vasta del mondo sia mai più stata scoperta, o trovata da uomini del nostro emisferio” (Guicciardini, 1963). Molte idee e tutte poco chiare.

Per completare la descrizione del clima ideologico nel quale si svilupparono le teorie sul popolamento del Nuovo Mondo, sarà ora necessario concentrarsi sulla nozione di razza come stava prendendo forma all’epoca della Riconquista, ossia della cacciata dei Mori dal suolo iberico, avvenuta nel 1492, poco prima della scoperta dell’America, quasi che l’impulso espansionistico della corona di Castiglia non potesse arrestarsi sulle coste del Mediterraneo.

 

Uomini a metà

Il sott’uomo, questa creatura, con le sue mani, i suoi piedi, quel suo tipo di cervello, con i suoi occhi e la sua bocca, una creatura che sembra appartenere alla stessa specie di quella umana. Tuttavia se ne discosta completamente: una creatura orribile, una parvenza di uomo, con tratti simili a quelli dell’uomo, ma situata, in virtù del suo spirito, della sua anima, al di sotto dell’animale. All’interno di questa creatura vi è un caos di passioni selvagge, senza freni: un’indicibile volontà di distruzione, messa in atto dagli appetiti più primitivi, un’infamia senza pudore.

Ufficio centrale delle SS per la razza e la colonizzazione, testo di propaganda contro gli Ebrei (1942)

Nel secolo presente i neri sono creduti di razza e di origine totalmente diversi da’ bianchi, e nondimeno totalmente uguali a questi in quanto è a diritti umani. Nel secolo decimosesto i neri, creduti avere una radice coi bianchi, ed essere una stessa famiglia, fu sostenuto, massimamente da’ teologi spagnuoli, che in quanto a diritti, fossero per natura, e per volontà divina, di gran lunga inferiori a noi. E nell’uno e nell’altro secolo i neri furono e sono venduti e comperati, e fatti lavorare in catene sotto la sferza. Tale è l’etica; e tanto le credenze in materia di morale hanno a che fare colle azioni

Giacomo Leopardi, Pensieri LXVI

Atrocità, genocidi e schiavitù sono inevitabili? Non per Las Casas, che si sforzava di trovare un modo per prevenire la prepotenza dei forti sui deboli, raccogliendo tutte le ragioni che potessero sostenere la sua campagna umanitaria. Non si opponeva all’idea che alcuni popoli fossero effettivamente barbari ma faceva rilevare come “queste genti delle Indie, come noi le stimavamo  barbare, così anch’esse, non comprendendoci, ci consideravano tali” (Apologética Historia II, 435). Ribadiva inoltre che tutti gli esseri umani sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e quindi vanno considerati fratelli, redenti dal sacrificio del Cristo. Senza questa credenza nella creazione autoriflessa la servitù naturale sarebbe stata più facilmente difendibile. Bisogna però pure ammettere che l’assunto cristiano da essa derivato dell’identico valore di tutte le anime umane potrà anche aver influenzato positivamente il pensiero giuridico europeo, ma non ha impedito che la schiavitù nei paesi cattolici sia rimasta in vigore per quasi 1900 anni (Cuba abolì la schiavitù nel 1880 ed il Brasile nel 1888), ossia per circa il 95 per cento della storia della Cristianità stessa.

Gregorio XVI, nella bolla In Supremo (1839), denunciava questa nefandezza in termini inequivocabili: “Ma poi, e lo diciamo con immenso dolore, sono sorti, nello stesso ambiente dei fedeli cristiani, alcuni che, accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare 1’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri”. Nonostante ciò, il suo successore, Pio IX, nelle sue istruzioni del 20 giugno 1866 – pochi mesi dopo l’entrata in vigore del tredicesimo emendamento, abolizionista, della Costituzione degli Stati Uniti d’America, il 6 dicembre 1865 – dichiarava che: “La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina; possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento. Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato” (cf. Martina, 1985).

Per l’intero corso della storia umana, l’istinto della prevaricazione e l’ideologia dell’oppressione hanno continuato a dividere l’umanità in due categorie: la specie degli uomini autentici e la specie dei semiumani, sottoumani o primati superiori, passibili di assoggettamento. Fortunatamente il filosofo britannico John Locke (1632 –1704), paladino della proprietà privata, fu l’ultimo dei grandi pensatori europei a produrre argomentazioni in favore della schiavitù perpetua. Possiamo dunque sperare che eventuali future inversioni di rotta, come durante il nazismo, siano solo episodiche.

Mentre nel Nord Europa si dibatteva sulla possibilità che diversi ceppi della specie umana si fossero sviluppati in diversi punti del globo, la disfida dialettica tra Las Casas e i suoi avversari orbitò piuttosto intorno al tema della pari dignità in contrapposizione alla condizione di servitù naturale. In un certo senso gli schiavisti ispanici utilizzavano le argomentazioni del pensiero razziale e solo in rari casi manifestavano pubblicamente il riduzionismo teriomorfo del nazismo, che combatteva Ebrei e Rom come specie anti-ariane e perciò sub-umane ed anti-umane. Non era ammessibile farlo, specialmente dopo la bolla Sublimis Dei del 1537, in cui Paolo III affermava che i nativi americani erano esseri umani come tutti gli altri e perciò perfettamente idonei all’ammissione alla comunità dei fedeli. Non solo, il pontefice sferrava un attacco devastante alle opinioni di tutti coloro che giudicavano semi-umani o sotto-umani gli indiani, associandoli a Satana: “Il nemico del genere umano, che sempre si oppone alle opere buone affinché gli uomini periscano, inventò un mezzo fino ad oggi inaudito per impedire che la Parola di Dio fosse predicata alle genti per la loro salvezza e ispirò alcuni dei suoi sottoposti che, desiderando compiacerlo, non hanno esitato ad affermare che gli Indiani occidentali e meridionali e le altre genti di cui in questi tempi abbiamo avuto conoscenza, devono, con il pretesto che ignorano la fede cattolica, essere condotti alla nostra obbedienza come se fossero animali e li riducono in schiavitù, affliggendoli con quelle violenze che si usano con le bestie. Noi quindi che, benché indegnamente, facciamo in terra le veci di Nostro Signore e che con ogni sforzo cerchiamo di condurre al suo ovile le pecore del suo gregge che ci sono state affidate e che stanno fuori del suo recinto, considerando gli stessi indiani come i veri uomini che sono, che non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma che, secondo le nostre informazioni, accorrono prontamente ad essa, e desiderando intervenire con rimedi opportuni, facendo uso dell’Autorità apostolica determiniamo e dichiariamo attraverso le presenti lettere che detti Indiani, e tutte le genti di cui in futuro i cristiani verranno a conoscenza, benché vivano fuori della fede cristiana, possono usare, possedere e godere liberamente e lecitamente della loro libertà e del dominio delle loro proprietà; che non devono essere ridotti in schiavitù e che quanto sia fatto contro di ciò è nullo e senza valore; che detti Indiani e le altre genti devono essere invitati ad abbracciare la fede di Cristo attraverso la predicazione della Parola di Dio e con l’esempio di una santa vita, non essendovi nulla in contrario”. Pensieri espliciti e categorici, ma purtroppo pronunciati in un sistema mondiale non regolato dal diritto internazionale e dai mezzi per farlo rispettare. La quasi totale indifferenza dei partecipanti al Concilio di Trento nei confronti della questione dell’evangelizzazione degli Indios e il fatto che entro la metà del sedicesimo secolo il governo spagnolo aveva già nominato autonomamente ventidue vescovi ed arcivescovi sul suolo americano, dimostrano lo scarso ascendente papale in queste faccende.

Le cronache, le relazioni e le corrispondenze mostrano che molti Spagnoli non ebbero alcuno scrupolo e credevano sinceramente che la falcidie degli indios causata dalle epidemie fosse una punizione divina e quindi la prova che Dio stava dalla loro parte. Si stima che, nel 1496, l’isola di Hispaniola (gli attuali stati di Santo Domingo ed Haiti) avesse una popolazione di oltre 3 milioni e mezzo di abitanti. Dopo soli 22 anni il numero di indigeni era calato fino a 16.000, dopo 44 anni ne erano rimasti 250. Secondo una stima complessiva, al momento del contatto, la popolazione messicana era di circa 25 milioni. Dopo un secolo era scesa ad un milione. In Perù si passò da oltre 30 milioni a 5 milioni di indios in 28 anni di occupazione. La causa del collasso demografico non va ricercata solo nelle epidemie e migrazioni. Il calo continuò anche quando la situazione si era ormai stabilizzata. Quel che avvenne fu che il crollo delle strutture socio-culturali indigene aveva ucciso la speranza in un futuro migliore e non si facevano più bambini, ci si suicidava, ci si lasciava morire di inedia, o si moriva per esaurimento fisico da sfruttamento eccessivo (Traboulay, 1994).

Sia padre José de Acosta, peraltro un uomo generalmente tollerante e comprensivo, sia Bernal Díaz del Castillo, esploratore, conquistador e cronista, stabilivano un parallelo tra Tenochtitlan e Gerusalemme e tra gli Indios e gli Ebrei condannati dal Dio cristiano. Gregorio García, nell’Origen del los Indios del nuevo mundo, legittimava la guerra santa facendo riferimento alle piaghe bibliche che avevano imperversato nel Nuovo Mondo per punire gli indigeni. Il missionario francescano Toribio de Benavente, detto Motolinía, che pure in diverse occasioni fustigava la violenza e l’arroganza dei conquistatori, era dello stesso avviso e cominciò la sua Historia elencando le dieci piaghe inviate da Dio a punire il Nuovo Mondo. La guerra era un castigo, la servitù un’espiazione, la distruzione di culture, simboli e stili di vita era ipocritamente elevata a principio di libertà trascendente e redenzione. Un sinistro e terribile esempio di nichilismo teologico-morale: bisognava disprezzare la vita terrena per potersi guadagnare quella ultraterrena. Convinti del fatto che Dio fosse dalla loro parte, gli Spagnoli trasformarono il Messico in un vero e proprio lager, dove gli indigeni morivano come mosche, dovendo persino pagare di tasca proprio per il materiale da costruzione che erano costretti ad usare per costruire la città dei nuovi signori, mentre i loro campi non venivano coltivati, condannandoli a morire di fame. Gli schiavi che lavoravano nelle miniere recavano sul volto i segni dei vari padroni che li avevano posseduti. Alla fine alcuni visi divenivano irriconoscibili. I neonati venivano fatti divorare dai cani per “diletto” o per sfamarli. I trasferimenti uccidevano una gran parte di questi schiavi. Innumerevoli testimoni assistettero a stupri di massa, pire di prigionieri ancora vivi e massacri completamente gratuiti, con terribili amputazioni e torture, per il puro piacere di farlo, perché era possibile farlo senza incorrere in alcuna punizione, come in Bosnia, come in Ruanda, come a Nanchino, come nell’Europa nazista. C’era chi si sentiva immune da ogni potere esterno, perché nessuno lo avrebbe incriminato per le sue azioni. Troppi esseri umani trovano gratificante violare le norme morali più basilari. I conquistatori più crudeli non si comportarono a quel modo solo perché erano avidi e volevano diventare ricchi nel più breve tempo possibile, giacché l’oro conquista titoli, onorificenze, prestigio, status, ecc. Lo fecero anche perché si divertivano a farlo, altrimenti non avrebbe avuto senso distruggere la forza lavoro che permetteva loro di arricchirsi. Si esaltarono nel loro istinto di morte, nel Bemächtigungsbetrieb, l’istinto di dominio, di sopraffazione. Una società di maschi guerrieri, arrivisti, ingordi, brutali, stolti, pavidi, rinnegatori di se stessi, parvenu, leccapiedi privi di coscienza e di scrupoli, sadici che godevano nel torturare e massacrare gli avversari domati. Ma anche di amministratori coloniali modello, che portavano a termine il proprio compito senza esaminare il suo contenuto, senza interrogarsi sulla sua eticità, che amavano un lavoro ben fatto in quanto tale. Tutto questo condusse ad un’anestetizzazione della sensibilità. Né Cortés né Pizarro, né molti altri sterminatori si sentirono mai veramente responsabili di nulla, anche se avevano fatto qualcosa di così enorme che non potevano non riconoscerlo. La guerra di sterminio spagnola sovvertì l’ordine sociale locale e pervertì quello della madrepatria ma il tutto avvenne in una parentesi temporale, in un Nuovo Ordine di un Nuovo Mondo dove le regole del vecchio non valevano più, o molto limitatamente. Un intervallo di tempo sospeso, al di fuori della storia, non una cesura – anche se per gli indigeni fu la più devastante delle cesure. Una liberazione dalle costrizioni della vita quotidiana in un sistema chiuso, una scatola nera ermeticamente sigillata rispetto all’esterno, dove l’anormalità diventava la norma, le convenzioni non valevano più e mancava una reale presa di coscienza di quel che si stava facendo. Un senso di finalità, di irreversibilità, di apatia ed intorpidimento morale conquistò tanti conquistatori, che non riuscivano a provare alcuna compassione se non per se stessi ed i compagni d’arme. Vivevano alla grande, erano diventati ricchi, andavano a letto con la pancia piena, senza preoccupazioni per il futuro. Ognuno aveva ricavato un profitto e si era lasciato alle spalle gli inconvenienti della miseria, le norme sociali della madrepatria e i principi fondanti della religione. In molti casi è assai probabile che non percepissero di avere una vera e propria esistenza individuale e non la riconoscessero alle vittime, esattamente come queste ultime – gli Aztechi ed i loro alleati – non l’avevano riconosciuta ai popoli sottomessi. Qualcuno doveva recitare la parte della vittima e qualcun altro quella del persecutore trionfante.

Poi c’era il riduzionismo zoologico. In ogni genocidio si animalizzano le vittime. Più remoto ed alieno il nemico, più calamitoso il massacro: con l’espandersi degli orizzonti, l’esotismo degli incontri, l’indebolirsi delle leggi e l’allontanarsi delle forze dell’ordine, tutto è permesso. Ci si convince che Dio non ha nulla a che vedere con le vittime, anzi, è favorevole alla loro distruzione. Senza questi elementi di certezza morale, distanza psicologica e fatalismo biologistico e teologico, senza il carattere assoluto di questo progetto, è difficile immaginare che la Conquista si sarebbe realizzata così brutalmente. Esaminiamo meglio questo aspetto teriomorfizzante. Nel 1556 il cronista Gonzalo Fernández de Oviedo diede alle stampe la Historia general y natural de las Indias, che descriveva con abbondanza di particolari le usanze indie, a volte in modo abbastanza obiettivo, e talora persino con paragoni piuttosto favorevoli rispetto a Greci e Romani. Tuttavia, pur non riducendo gli indiani al rango di cavalli o asini, li collocava da qualche parte tra i materiali da costruzione e gli altri oggetti inanimati. “Dio provvederà presto a distruggerli tutti”, tuonava, sicuro che “l’influenza di Satana scomparirà quando la maggior parte degli indiani sarà morta…chi può negare che l’uso della polvere da sparo contro i pagani equivale alla combustione dell’incenso in onore di Nostro Signore?”. Concludeva poi che gli Indiani sono “codardi sozzi e mentitori che si suicidano per noia, solo per danneggiare gli Spagnoli con la loro morte; non hanno alcun desiderio o capacità di lavorare” e l’idea di farne dei Cristiani equivaleva a “martellare il ferro quando è freddo” perché le loro teste erano così dure che quando combattevano contro di loro gli Spagnoli dovevano stare attenti a non colpirli in testa con le spade, per non spezzarle. I sovrani indiani, continuava lo storico e naturalista spagnolo, non avevano alcuna pietà e governavano con l’intento di incutere il terrore, non facendosi amare. Adoravano il diavolo, ma non per sincero amore, ma perché lo temevano. Essi spiegavano ai cronisti che se non lo avessero fatto lui avrebbe inviato la grandine a distruggere i loro raccolti. Oviedo assicurava che gli uomini erano pigri, mandavano le donne e i bambini a lavorare mentre loro battevano la fiacca e passavano le giornate ad ubriacarsi. Vivevano in povertà per l’eccessiva tassazione dei sovrani aztechi e se non riuscivano a pagare le tasse erano venduti come schiavi. Fu l’unico cronista ad essere citato da Sepúlveda nella Disputa di Valladolid a supporto della tesi dell’intrinseca depravazione ed inferiorità degli Indiani. Las Casas ribattè che il cronista di corte aveva questa pessima opinione degli indios perché lui stesso aveva preso parte alla Conquista: il suo giudizio era distorto dalle nefandezze che aveva a sua volta commesso o autorizzato.

Accanto a queste asserzioni se ne possono enumerare altre che presentavano gli indiani come esseri semi-umani. Invero, la maggior parte dei commentatori europei accettava l’idea che i nativi fossero umani, ma era indecisa sul loro grado di umanità. Altri non riuscivano a trattenere il loro disprezzo per gli autoctoni; gli Indios erano una via di mezzo tra le scimmie e gli uomini, creati da Dio per servire l’uomo o comunque come ostacoli da sormontare nell’avanzata lungo la scala naturae, al fine di forgiare lo spirito e l’intelletto. L’umanista aronese Pietro Martire d’Anghiera ed il filosofo politico Giovanni Botero si trovavano d’accordo nello sminuirne l’umanità per la presunta assenza di leggi e di una vera e propria classe dirigente. Il viceré Francisco de Toledo, ottimo amministratore delle risorse minerarie del Perù quanto fu un pessimo gestore di quelle umane, asseriva che “prima di divenire cristiani, gli indios devono diventare uomini”. Il giurista Diego de Covarrubias, in seguito un abolizionista, li definiva “stolidi, dementes, obtusi, hebeti” e “di ingegno animale”. Persino l’educatore francescano fiammingo Pieter van der Moere (Pedro de Gante), che si considerava un padre per i suoi discenti, scrisse a Filippo II, nel 1585, che erano “animali senza ragione, indomabili, che non possiamo portare in seno alla Chiesa”, salvo poi dare un importante contributo allo sradicamento delle tradizioni locali. “I nativi di questa terra sono…adatti a ricevere la nostra santa fede. Ma hanno lo svantaggio di essere di condizione servile, perché non fanno nulla se non li si costringe…non hanno appreso a fare nulla per amore di virtù, ma solo per timore e paura. Tutti i loro sacrifici, cioè uccidere i propri figli o mutilarli, lo facevano per la paura, non per amore degli dèi” (cf. Thomas 1994, p. 463)

José de Acosta, antropologo ante litteram e naturalista gesuita, nell’Historia natural y moral de las Indias aveva denunciato il pregiudizio di chi credeva che gli indiani fossero dei bruti, notando come, al contrario, chi li aveva studiati ed aveva appreso la loro storia era rimasto assolutamente “stupito di come ci siano stati così tanto ordine e raziocinio tra loro”. Ciò nonostante ebbe a dire degli indigeni non associati in forme statuali che “a tutti costoro, che a malapena sono uomini, o sono uomini a metà, è opportuno insegnare a essere uomini e istruirli come bambini. E se attraendoli con carezze si lasceranno istruire, tanto meglio; ma se resistono, non per questo bisogna abbandonarli. […] Ma bisogna costringerli con la forza ed il potere opportuni, ed obbligarli ad abbandonare la selva ed a riunirsi in villaggi e, anche in certo modo contro la loro volontà, far loro forza perché entrino nel regno dei cieli”. Il domenicano Domingo de Betanzos li chiamava “bestias”. Nel 1528 disse che la loro barbarie condannava i Nativi Americani ad una rapida e certamente meritata estinzione, salvo poi, nel 1549, sul letto di morte, sconfessare tutto quello che aveva detto sugli Indiani, dichiarandolo frutto di un equivoco dovuto alla scarsa conoscenza della lingua autoctona ed alla sua ignoranza in generale. Il giurista spagnolo Juan de Matienzo li considerava “più schiavi dei miei negri”. Il dominicano Tomás Ortiz scriveva al Consiglio delle Indie che gli autoctoni erano cannibali, sodomiti, non conoscevano la giustizia, giravano nudi, non rispettavano l’amore, la virginità e la verità, salvo quando andava a loro vantaggio. Erano anche scimuniti, instabili, imprevidenti, ingrati e volubili, brutali, si dilettavano nell’esagerare i propri difetti, erano disubbidienti, insubordinati ed irrispettosi. Si rifiutavano o erano incapaci di apprendere il giusto modo di vivere. Le punizioni non servivano da deterrente con loro. Mangiavano insetti e vermi, osavano affermare che il messaggio cristiano era adatto agli Spagnoli, ma non necessariamente a loro; non volevano cambiare le loro usanze. Più vecchi diventavano, peggio si comportavano: da ragazzini sembravano avere una parvenza di civiltà, da vecchi diventavano delle bestie. “Devo dunque affermare che Dio non ha mai creato una razza tanto radicata in vizi e bestialità, senza alcuna presenza di bontà e civiltà”. Il francescano Bernardino de Sahagún va apprezzato non solo per aver studiato rispettosamente la lingua franca del Messico centrale, il nahuatl e la cultura Nahua dei Mexica, ma anche per la lodevole iniziativa di aver preservato i Colloquios y doctrina christiana, i sermoni dettati dai primi francescani giunti in Messico agli ultimi filosofi nahua. Da questi apprendiamo però che la visione comune era che l’indio, in quanto omuncolo, poteva essere ucciso o asservito, ma non solo, era necessario che accettasse questa sua condizione attraverso lo strumento di persuasione del terrore.

Quando l’umanità indigena non fu più messa in discussione e la tesi della loro schiavitù naturale fu respinta, si escogitò l’inghippo della servitù paternalistica (schiavitù legale), cioè della presa in consegna di terre, risorse e popolazione in forza del principio della res nullius (area legittimamente appropriabile in quanto libera da vincoli proprietari), dello ius belli (il diritto di guerra) in una “guerra legittima” (bellum iustum), dello ius predae (diritto al bottino) e dell’imperativo della buona amministrazione di popoli immaturi (incapacità giuridica). Vale la pena di segnalare che questi stessi criteri di liceità furono quelli che consentirono agli statunitensi di impadronirsi delle terre indiane e di segregare i nativi americani nelle riserve. Anche in quel caso una delle ragioni addotte fu l’incapacità razziale di assolvere la missione morale di mettere a frutto le risorse naturali. Ancora nel 1945 il giudice della Corte Suprema Robert H. Jackson, che fu anche il procuratore capo americano al processo di Norimberga, commentava come segue la sentenza di “Northwestern Bands of Shoshone Indians v. United States” 324 U.S. 335 (1945): “Il senso del possesso, che sta alla base del diritto reale fondamentale [di proprietà], è una conquista esclusiva dei popoli civili”. In pratica, gli Europei avevano scoperto la terra, anche se questa era abitata da tempi ancestrali, e quindi se la potevano tenere (con acclusa l’umanità ivi dimorante), perché erano signori e padroni di natura, in quanto dotati di quelle facoltà intellettive e di quella saggezza che mancavano agli altri popoli.

Nel 1524 Cortés in persona si rivolgeva al sovrano per difendere lo status quo: “Conviene che Vostra Maestà ordini che gli Indiani di queste parti si affidino agli Spagnoli perpetuamente perché in questo mondo si avrà cura di ognuno come di una cosa propria, un’eredità che dovrà succedere ai discendenti”. Nel 1595, il gesuita Luis de Molina (1535-1600) pubblicò il primo volume di De Iustitia et Iure, affrontando il problema posto dalla tratta degli schiavi per la sensibilità e coscienza cristiana. Rigettava l’argomento della schiavitù naturale ma sosteneva che, almeno provvisoriamente, si dovessero agevolare “gli schiavisti pii”, quelli cioè disposti a donare agli schiavi la fede cristiana, strappandoli così ad una vita barbara ed empia, “sebbene tutto ciò si accompagni alla miseria della schiavitù perpetua”. È forse una delle prime formulazioni dell’ideologia del fardello dell’uomo bianco, costretto dalla sua compassionevole coscienza a prendere sotto tutela l’umano inferiore. Argomentazioni analoghe sarebbero poi state avanzate dai gesuiti Alonso de Sandoval e Diego de Avendaño, qualche decennio dopo Molina. In Noticias históricas de la Nueva España (1589), Juan Suárez de Peralta, figlio di un encomendero e lontano parente di Cortés, scriveva che gli indiani se la passavano molto meglio rispetto a prima della conquista. Si domandava argutamente anche come mai nessun attivista umanitario si fosse speso per la difesa dei diritti dei neri come lo avevano fatto per gli indios. Ogni argomento usato per gli uni doveva necessariamente valere anche per gli altri. Infatti, fatta eccezione per la pelle più scura, nient’altro li distingueva: erano cannibali, praticavano la schiavitù, l’idolatria ed i sacrifici umani e non avevano attaccato per primi gli Spagnoli, ma erano stati invasi. Eppure gli Spagnoli di ogni ordine e grado, inclusi vescovi, preti e persino frati, possedevano schiavi neri. Perché i due pesi e due misure?

Fino al diciottesimo secolo, non ci fu mai un serio dibattito sulla condizione degli Africani e sulla loro uguale umanità. Per lungo tempo Las Casas fu uno dei pochi a pentirsi non solo dell’omissione della denuncia ma della perorazione dello schiavismo (André-Vincent, 1980). Infatti nel 1516 e 1518 aveva suggerito l’importazione di schiavi africani, fisicamente più resistenti ed immuni alle malattie europee, e nel 1544 aveva ottenuto una licenza per la loro importazione. Questa presa di posizione, che sconvolge la sensibilità dei lettori contemporanei, veniva incontro all’esigenza manifestata dai coloni di impedire che l’emancipazione degli indigeni bloccasse lo sviluppo delle colonie. In pratica, si rendevano necessarie delle concessioni, in cambio di una contropartita: la liberazione dal giogo dei nativi americani. Di qui la richiesta dei frati missionari di passare all’importazione di schiavi guineani, o bozales. Nel 1518 il sovrano concede la licenza di trasporto di quattromila schiavi africani nelle Americhe. Las Casas non fu direttamente coinvolto in questa decisione ma non la avversò, anche perché frate Pedro de Córdoba, in una missiva, lo esortava a dare per persa la popolazione caraibica, ormai virtualmente estinta, concentrandosi invece su quella del continente. Il comportamento lascasiano va dunque valutato alla luce di un frangente davvero catastrofico, in cui un processo di colonizzazione ed evangelizzazione giudicato realisticamente irreversibile è causa di un tracollo demografico inaccettabile sia in termini pratici, sia in termini cristiani.

Nel luglio del 1519 Las Casas redige un progetto che prevede che ciascun colono disponga di sette schiavi e schiave per poter operare in modo tale da mantenersi ed arricchire le casse reali. Las Casas, molto realisticamente, non perde mai di vista la necessità di perorare ogni sua causa giustificandola con l’interesse del monarca ad espandere le sue disponibilità finanziarie. Questo suo progetto non comportava la cattura di persone libere, ma il trasferimento dalla Spagna alle Americhe di prigionieri di guerra, bianchi o neri. Il suo errore più grave fu quello di non essersi interrogato sulla reale origine di quegli schiavi e sulla legittimità stessa della schiavitù di guerra.

Nonostante le sue raccomandazioni, la quota di schiavi importati, che non doveva eccedere le  quattromila persone, fu superata molto presto. Solo nel 1544, e specialmente a partire dal 1547, dopo la sua ordinazione a vescovo, Las Casas modificò in maniera sensibile la sua posizione sulla schiavitù africana, tanto che il rivoluzionario francese Danton, rivolgendosi alla Convenzione nazionale, che avrebbe approvato l’abolizione della schiavitù il 4 febbraio del 1794, lo indicava come un precursore dell’abolizionismo ed un modello da prendere ad esempio (Beuchot, 1994).

Sostando a Lisbona prima di tornare nelle Americhe, apprese dai domenicani locali la realtà della tratta negriera e scoprì che altri uomini di chiesa portoghesi avevano raccolto le sue invettive contro il servaggio indio per applicarle agli Africani. Fu probabilmente allora che gli si aprirono gli occhi e vide che gli schiavi non erano prigionieri di guerre “giuste” ma vittime di rapimenti e deportazioni. La sua prima severa critica del traffico di schiavi portoghese e la netta sconfessione dei suoi precedenti convincimenti arrivarono nel capitolo 129 del terzo volume della Storia delle Indie, che però fu pubblicata integralmente solo tra il 1875 ed il 1876. Questa porzione della Historia de las Indias fu completata tra il 1555 ed il 1556. Si tratta dei capitoli che vanno dal 17 al 27, quelli di cui Pérez Fernández curerà un’edizione separata sotto il titolo di Brevísima relación de la destrucción de África. In essi il domenicano illustra e denuncia la conquista portoghese delle Canarie, delle Azzorre e della costa occidentale africana e spiega che nei primi anni del suo apostolato diversi coloni si rivolsero a lui per ottenere la licenza di sfruttamento di schiavi neri (algunos negros esclavos) promettendo che in cambio avrebbero liberato gli indigeni, ormai consunti. Nella sua petizione al re Las Casas non distingueva tra schiavi neri e bianchi e specificava una provenienza spagnola, non africana (esclavos negros y blancos de Castilla). Era convinto che gli schiavi fossero pirati turchi e saraceni catturati nel corso delle scorrerie o delle rappresaglie, dunque persone che dovevano sapere a che pena rischiavano di andare incontro. Nel testo chiamò “tratta infernale ed esecrabile” la schiavitù dei neri, ammettendo di aver “visto e compreso che ridurre in schiavitù i neri era tanto ingiusto quanto nel caso degli indios…e non è chiaro se l’ignoranza nella quale [lui] versava in questa materia e se la sua buona fede gli potranno servire come scusa dinnanzi al giudizio di Dio”. La sua identificazione della causa india con quella degli schiavi africani, per quanto relativamente tardiva, gli è comunque valsa il titolo di “primo difensore dei neri”, da parte di Ángel Losada (1970).

A mio avviso è perciò corretto concludere che la leggenda di un Las Casas peroratore dell’istituzione schiavista fu dovuta alla lentezza con la quale si provvide a pubblicare la Historia de las Indias, che conteneva la suddetta nettissima e meditata presa di distanza dalle sue posizioni iniziali e la piena, convinta adesione alle posizioni abolizioniste.

*****

Le radici di queste controversie vanno ricercate agli albori della ricerca etnografica. Quando missionari ed esploratori cominciarono a spingersi verso i quattro angoli del globo incontrando popolazioni esotiche e “primitive”, scoprirono che in molte lingue il vocabolo usato per indicare gli esseri umani era anche il nome della tribù dell’interlocutore. In altre parole, i membri della tribù erano etnocentricamente esseri umani, gli altri no. Una forma primigenia di razzismo. In antropologia si definisce razza un gruppo di popolazioni appartenenti alla stessa specie che differisce in almeno alcune caratteristiche fisiche da un altro gruppo di popolazioni della medesima specie. Il razzismo è invece l’atteggiamento di chi giudica e tratta le persone in funzione della loro razza perché ritiene che un sostrato biologico determini la natura delle differenze culturali tra gruppi umani. Oggi la categoria razza non pare avere più alcuna utilità scientifica. Da tempo gli antropologi non compiono studi razziali ed anche i genetisti hanno marginalizzato questa tematica così scottante, questo perché non esistono studi empirici che siano riusciti a tracciare una linea netta e definita tra gruppi di popolazioni. Infatti certi tratti somatici o genetici più diffusi all’interno di un dato gruppo umano si possono incontrare in un altro gruppo che risiede in un continente diverso. Come sottolinea Luca Cavalli-Sforza  (Cavalli-Sforza, 1996), quando si divide una linea continua lo si fa solo in modo arbitrario, e questo è precisamente ciò che avviene quando si separa la specie umana in razze.

Il concetto moderno, cioè a dire “biologico”, di razza apparve a partire dal quindicesimo secolo della nostra era nella penisola iberica (Sweet 1997). In precedenza musulmani e cristiani avevano ridotto in schiavitù le popolazioni sub-sahariane senza porsi troppo il problema di una giustificazione scientifica delle loro azioni. Ma la necessità di separare i marrani spagnoli (ebrei convertiti) dai “veri cattolici” per poi cacciarli rese indispensabile l’adozione di criteri biologici. Successivamente, con l’ascesa del metodo scientifico, nel diciottesimo secolo, rinomati naturalisti come Linneo, Buffon e Blumenbach cominciarono a raggruppare assieme le popolazioni umane in funzione della loro posizione geografica. Ma si era ancora distanti dalla mania gerarchizzatrice del secolo successivo, quello che vide il trionfo del positivismo. Quando le ambizioni espansionistiche dei governi e della classe mercantile prevalsero la scienza non trovò mai particolarmente arduo confermare i sospetti del pubblico europeo, e cioè che se altre civiltà erano arretrate ciò dipendeva dall’inferiorità biologica dei suoi membri. Questa deriva cognitiva e ideologica della scienza antropologica e medica impose una concezione gerarchica delle differenziazioni razziali basata su premesse “naturalistiche”. La scala naturae, che nel linguaggio teologico rappresentava la catena che univa gli esseri viventi più semplici su su fino agli esseri umani, agli angeli per arrivare infine a Dio, fu rivista in modo tale da poter essere impiegata per rappresentare i rapporti gerarchici che intercorrevano tra le razze e le civiltà umane. Questa grande catena dei viventi formava una scala sulla quale si posizionavano gruppi e specie a seconda del loro livello qualitativo, in basso gli inferiori ed in alto quelli di elevato valore intrinseco. La sua origine storica può essere fatta risalire alle speculazioni dei filosofi politici della Grecia classica che s’interrogavano sulla miglior conformazione possibile della polis. La città ideale, come sostenevano fra gli altri Platone ed Aristotele, avrebbe dovuto strutturarsi in modo tale che gli schiavi, che erano inferiori di natura, occupassero per sempre i gradini più in basso. Quando questa visione dell’umanità si fuse con una lettura finalistica dell’evoluzione, quella secondo cui le razze bianche erano destinate fin dal principio a dominare il mondo, nulla poté ostacolare le campagne imperialistiche delle grandi potenze europee in Asia e Africa e degli Stati Uniti nella loro espansione verso l’Oceano Pacifico. La distinzione tra classificazione tassonomica e giudizio di valore rimase estremamente confusa, mentre la variabilità culturale fu progressivamente ridotta ad una questione di diversità biologica, dunque inalterabile. L’anatomista scozzese Robert Knox, nel 1850, dichiarò che “la razza o la discendenza ereditaria sono tutto, esse marchiano l’uomo” (Hudson 1996, p. 248). In questo modo si radicava anche in Europa una dottrina, l’ereditarismo, per molti versi affine a quella karmica. Infatti, a differenza di quanto generalmente si crede, il karma non è esclusivamente inteso come un qualcosa di astratto ed impalpabile, come il peccato originale, ma anche come una sostanza che può essere trasmessa attraverso i fluidi corporei, alla stregua di un virus. Nell’originale sistema karmico ogni individuo è punito non solo per i propri peccati e manchevolezze, ma anche per quelli degli antenati e parenti (Keyes e Daniel, 1983). Le prime avvisaglie di ereditarismo risalgono al concetto medievale di noblesse de race (e del seme), ovverosia quella commistione di biologismo e moralismo, razzismo e fissazione per i lignaggi che permeava l’ideologia endogamica dell’aristocrazia feudale europea e che potremmo anche chiamare genealogismo. Spiega Giuliano Gliozzi che “a cavallo tra la biologia e la morale, il concetto di purezza del sangue apparteneva… all’ideologia nobiliare: la pratica endogamica della nobiltà spagnola e tedesca si giustificava implicitamente o esplicitamente con l’assunto che le virtù nobiliari si ereditassero col sangue” (Gliozzi 1993: p. 246). Fondato sul principio che solo i nobili natali, e perciò la purezza del lignaggio, potevano assicurare la nobiltà dello spirito e dell’intelletto, esso influenzò pesantemente la formazione del sistema castale latino-americano imposto dai Conquistadores (Gliozzi, 1986).

Non intendo insinuare che il principale avversario di Las Casas, Juan Gines de Sepúlveda, avesse aderito entusiasticamente a questo tipo di sviluppi teorici e, di conseguenza, ai relativi corollari politici. Non è possibile dimostrarlo, perché Sepúlveda non avrebbe mai osato esprimersi pubblicamente in questi termini ma, come mostrerò, certe affermazioni contenute nelle sue opere e nella corrispondenza privata sembrano in effetti alludere ad un orizzonte mentale e morale non sufficientemente distante da questi orientamenti e in contrasto con la sua formazione umanista. Altri cronisti della Conquista furono certamente molto più espliciti di lui, perché non temevano l’autorità papale e confidavano nel fatto che la Corona spagnola avrebbe chiuso entrambi gli occhi, pur di evitare “complicazioni” nella sua politica coloniale. Lo sterminio degli indigeni fu reso possibile dall’accettazione di premesse che andarono ben oltre il razzismo più sfacciato, arrivando in certi casi a sfiorare i dogmi dell’arianesimo nazista, un caso esemplare di materialismo deterministico radicalizzato. Abbiamo visto e vedremo che vi fu non solo il rifiuto di intendere gli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti, che hanno valore per quel che fanno e per il fatto di essere membri della stessa specie. Fu l’appartenenza alla medesima specie ad essere messa in dubbio. Molti commentatori dell’epoca della Conquista manifestavano una certa resistenza a considerare i nativi come esseri interamente umani.

Ciò che avvenne nel nazismo ed in una porzione tutt’altro che insignificante dell’ideologia della Conquista fu un cortocircuito logico, un annebbiamento delle facoltà cognitive che impedì di vedere nell’Altro un proprio simile. Come per i nazisti gli Ebrei erano una minaccia per l’intero ordine che intendevano erigere, così per certi Spagnoli gli indigeni che si rifiutavano di convertirsi o fingevano di farlo per poi continuare a pregare i propri dèi costituivano un’offesa alla Verità, alla Giustizia, alla Provvidenza divina. Uno dei tanti meriti di Las Casas fu quello di porsi come ostacolo di fronte a questa deriva, minando alle fondamenta l’archetipo dell’uomo precivile ed infantile, in un perenne stato di minorità, dunque bisognoso di ricevere tutela e sacrificabile, se riottoso. Lo fece con perizia ed avvedutezza. Questo è un esempio di una sua denuncia, esplicita ed inoppugnabile: Hanno trovato il modo di nascondere la loro tirannia ed ingiustizie e per giustificare le proprie azioni ai loro occhi. Ecco come hanno fatto: hanno affermato falsamente che gli Indiani erano così privi della ragione comune a tutti gli uomini che non erano in grado di governare se stessi e perciò abbisognavano di tutori. E l’insolenza e follia di questi uomini è diventata così grande che non hanno esistato ad insinuare che gli Indiani erano bestie o quasi come bestie, diffamandoli pubblicamente. Poi hanno sostenuto che era giusto sottometterli alla nostra autorità con la guerra, e cacciarli come prede e ridurli in schiavitù. Così potevano fare uso degli indiani a loro piacimento” (De unico vocationis modo omnium infidelium ad veram religionem, 1530).

Si tratta ora di capire la natura delle affinità tra il fanatismo di certi conquistadores e una metafisica del sangue e della razza che ha attraversato i secoli fino a raggiungere la “dignità” di dottrina di stato sotto il Nazismo. I nazisti credevano in una mistica della biologia, l’ideologia neo-pagana della metagenetica, l’idea che l’eredità/lascito biologico e spirituale di una persona o di un popolo fossero ontologicamente identici e trascendessero lo spazio e il tempo. La disuguaglianza tra razze era di ordine biologico e spirituale. Per questo, secondo Hitler, l’Ebreo era alieno all’ordine naturale. Si può ipotezzare che, per le stesse ragioni, secondo Juan Gines de Sepúlveda, la nemesi di Las Casas, gli Spagnoli avevano non solo il diritto ma il dovere di sottomettere con la forza i nativi americani al fine di riallinearli spiritualmente, moralmente e culturalmente alle sacre leggi di natura.

La metafisica del sangue e della razza

 

C’è soltanto una nobiltà di nascita, una nobiltà del sangue. […]. Là dove si parla di “aristocrazia dello spirito”, di solito non mancano motivi per celare qualcosa: come è noto, questa è una locuzione comune fra gli ebrei ambiziosi. Lo spirito da solo, infatti, non nobilita; ci vuole piuttosto, prima, qualcosa che nobiliti lo spirito. Di che cosa c’è bisogno a tale scopo? Del sangue

Friedrich W. Nietzsche, La volontà di potenza

Il concetto di razza proviene dall’idea di una macchia incancellabile (macula) che si trova nella tradizione biblica dell’impurità e nell’ideologia aristocratica del lignaggio, che impone misure di protezione e perpetuazione del sangue nobile, il “sangue buono”, attraverso la pratica dell’endogamia e l’accurata compilazione di tavole genealogiche. Nel corso del tempo questo criterio è stato esteso ai popoli e razze.

La forza misteriosa e incomprensibile del genos e del sangue sedusse anche Friedrich Schlegel: “In una vera nazione, ossia una comunità che assomiglia ad una famiglia molto unita, i cittadini dovrebbero essere tenuti uniti dal sangue”. L’antichità e la purezza della corrente di sangue che attraversa le generazioni garantisce la persistenza dei costumi tradizionali e milita contro le influenze esterne. Il sangue, come simbolo di adesione eterna alle sorti della nazione, opera verticalmente (trascendendo le epoche e proiettandosi verso il futuro) ed orizzontalmente (trascendendo le vicende personali). “Solo il plasma germinale, non l’anima, è immortale. L’uomo che muore senza discendenza pone fine all’immortalità dei suoi antenati. Riesce ad uccidere i suoi morti”, afferma l’antropologo francese Georges Vacher de Lapouge (Les selections socials, 1896). Il lignaggio, non la vita sociale, determina il carattere: tutto si eredita, l’eredità è tutto. Nel nazismo si arriverà alla logica conclusione di questo tipo di impostazione: il Volk è l’eterna catena di sangue che unisce una generazione all’altra. L’individuo è una forma momentanea di una grande corrente ereditaria che giunge dal passato e va nel futuro. Ciascuno è solo un anello nella catena della corrente del sangue dei nostri avi, che giunge dall’eternità e deve andare verso l’eternità. Compito di un popolo o di una razza è fare in modo che questa corrente di sangue non si esaurisca. Per Alfred Rosenberg sangue e carattere, razza e anima sono soltanto differenti designazioni della stessa entità. Il determinismo del sangue non lascia spazio a conversioni ed assimilazioni. Esistono solo due leggi naturali: l’endogamia e la selezione. Il nazismo diventa allora una missione cosmica, macro-storica, che ingloba l’origine delle civiltà, del pianeta. L’obiettivo è quello di ritornare all’universo olistico e solipsistico della tribù, con il suo esclusivismo e la sua morale brutale, ma questo all’interno di uno schema apocalittico/millenaristico che coinvolge l’intero globo, l’intera specie umana. Il nazismo è stato sconfitto, ma non molti anni fa il filosofo politico conservatore statunitense Russell Kirk (1918-1994) credeva ancora in un grande ordine eterno dove il compito dell’uomo è quello di “venerare la misteriosa unione sociale dei morti, dei viventi e dei nascituri”.

L’inquisizione papale che precedette quella spagnola aveva già disposto che gli eretici non incarcerati o eliminati indossassero delle croci gialle sui loro vestiti. Nella Spagna dell’Inquisizione fu richiesto ai medici di determinare il grado di purezza razziale di imputati sospettati di essere ebrei falsamente convertiti, come doveva poi avvenire nella Germania nazista, quando la figura del medico genetista (Erbarzt) fu investita del compito di stabilire la proporzione di “ebraicità” di certi cittadini tedeschi. Questa problematica riguarda da vicino la vita e le scelte di Las Casas, che era nipote di ebrei convertiti, allos tesso modo in cui un numero sproporzionato dei più ispirati paladini dei diritti dei nativi americani era discendente di ebrei convertiti. Tra questi, Francisco de Vitoria e molti dei suoi colleghi alle università di Valladolid e Salamanca. Evidentemente l’appartenenza a due mondi in conflitto influenzò drasticamente la visione del mondo di questi umanisti.

La Spagna della Riconquista e dell’Inquisizione fu perciò un laboratorio sperimentale di omologazione e soggiogamento etnico alimentato dal fanatismo religioso e dal realismo politico-giuridico. Come notava acutamente Cristoforo Colombo, la decisione di cacciare gli Ebrei dalla Spagna fu presa lo stesso mese in cui si accolse la sua richiesta di partire alla ricerca di una rotta occidentale per le Indie. In pratica nello stesso, fatidico anno, il 1492, si verificarono l’espulsione di Ebrei e Mori, la conquista di Granada e la scoperta dell’America. L’unità dei Cattolici doveva essere realizzata a qualunque costo e quindi serviva uno stato forte ed autoritario, una politica aggressiva ed una campagna di disumanizzazione dei nemici. Successivamente, per imbrigliare quegli Ebrei che non erano fuggiti e si erano convertiti fittiziamente, furono emanati gli statuti di purezza del sangue, che impedivano agli infedeli di intraprendere una carriera nel settore pubblico, nell’esercito e nel clero. In realtà già nel 1348 le leggi “Las Siete Partidas” designavano gli Ebrei una nazione straniera in Spagna. Furono seguite da persecuzioni più o meno violente ed ufficiali. Nel 1449 il Concilio di Toledo adottò il primo statuto, che fu subito rintuzzato da una bolla di Nicolò V che ribadiva la forza redentrice del battesimo e proibiva di discriminare i nuovi cristiani. Ciò non impedì che altri statuti fossero approvati in altre città, ma mai a livello nazionale. In Spagna i medici funsero da consulenti per gli inquisitori impegnati ad epurare i falsi convertiti, fornendo una legittimazione “scientifica” alle loro pratiche nella forma di tre argomenti principali, che saranno poi talvolta riapplicati agli indigeni americani: (a) gli Ebrei sono intrinsecamente depravati ed inferiori; (b) la loro inferiorità e immoralità non risulta da fattori esterni ma dall’essere membri di una razza distinta; (c) non ci può essere alcuna redenzione per loro, perché queste caratteristiche sono costituzionali ed ereditarie.

I nuovi cristiani, i marrani, i convertiti dalla fede ebraica, dovettero essere inseriti in una griglia di classificazione del meticciato ordinata su venti categorie, mentre l’ortodossia della fede finì per coincidere con la purezza della genealogia, cioè del sangue (limpieza de sangre) (Dedieu 1992). La griglia fu recuperata e re-impiegata nelle colonie americane per distinguere le appartenenze castali in base ai gradi di meticciamento. Questo processo di biologizzazione della fede ebbe inizio nel quindicesimo secolo, quando la discriminazione sociale verso quelli che non erano originariamente cristiani si trasformò in discriminazione razziale (Kamen 1997). Si sosteneva infatti che al momento del concepimento il feto avesse già acquisito i tratti dei genitori e che l’odio giudeo verso i cristiani era un’infezione che sarebbe stata trasmessa di madre in figlio. A questo riguardo lo storico spagnolo Julio Caro Baroja (cf. Gracia Guillén 1984, p. 338) ha sottolineato come la mentalità inquisitoriale era “così impregnata di biologismo che si riteneva che il latte di una madre ebrea giudaizzasse il figlio”. La valutazione della purezza di una persona si effettuava verificando il proprio albero genealogico e le deposizioni sotto giuramento di parenti e testimoni. I convertiti, o nuovi cristiani (“marrani” se precedentemente ebrei e “morischi” se precedentemente musulmani) non potevano ricoprire cariche pubbliche o emigrare nelle colonie americane. Tuttavia molti aggirarono i divieti e riuscirono a rifarsi una vita nel Nuovo Mondo, costringendo l’Inquisizione ad estendere la sua longa manus anche oltreoceano, il 25 gennaio del 1569. Sebbene i nativi americani non rientrassero ufficialmente nella giurisdizione dell’inquisizione coloniale, essi furono comunque assimilati ai convertiti da un punto di vista giuridico, perché anche a loro fu vietato di congiungersi con gli spagnoli. Il risultato di questa patologia morale e culturale fu l’assurda proliferazione di portatori sani di sangue impuro. Questi statuti crearono una casta di paria che infettava tutti quelli coi quali aveva degli intercorsi. Ma questa non era una casta riconoscibile da caratteristiche esteriori e perciò nessuno poteva immaginare che, entrando in una famiglia o accogliendo qualcuno nella sua famiglia, stava compromettendo per sempre l’onorabilità del suo nome con una macchia indelebile.

È tuttavia importante tenere a mente che il corpo legislativo nazionale spagnolo – come quello francese e degli stati italiani –, erede della giurisprudenza romana che separava rigidamente ius naturale e ius civile, rifiutò recisamente di adottare parametri biologici per la definizione della persona giuridica. Gli statuti di limpieza de sangre spagnoli furono avversati persino da numerosi inquisitori, che usavano la verifica del sangue solo per corroborare altre prove. Di conseguenza essi vennero raramente adottati, ed ancor più raramente osservati, servendo soprattutto per risolvere le lotte di potere tra famiglie altolocate e sopprimere ogni velleità meritocratica e di mobilità sociale.

Rimane il fatto che fu proprio questa fissazione per il sangue che rese accettabile la classificazione e separazione degli esseri umani nelle colonie. Fu proprio questo il paradigma contro cui Las Casas si battè gagliardamente: l’immanentismo razzista che assegna ad una data comunità il compito di riprodurre continuamente la sua presunta essenza, perché essa è, di natura, una comunità di essenza condivisa. Il razzismo della Conquista fu, come tutte le sue manifestazioni, una forma di determinismo materialistico, il sintomo di un modo di pensare, piuttosto che la sua causa. Il sintomo della volontà di prevalere, di separare e gerarchizzare gli esseri umani dalla nascita. Come abbiamo visto il nocciolo simbolico del razzismo spagnolo fu lo schema genealogico, l’idea di filiazione che trasmette di generazione in generazione una sostanza biologica e spirituale, indice del possesso delle virtù necessarie al comando ed alla supremazia. Le parole chiave sono l’immutabilità e l’inalterabilità. Questa ideologia era all’origine della “banalità del male” della Conquista. Senza dubbio non tutti i coloni erano uniformemente reazionari, bigotti, ignoranti, meschini, irrazionali, patologici. Nel Nuovo Mondo giunsero anche persone aperte, intelligenti e abbastanza beninformate. Ciò nonostante, il linguaggio della purezza del sangue come veicolo di fede autentica e nobili virtù dell’animo o, al contrario, di vizi morali trasmessi di generazione in generazione, finì per condizionare la vita sociale delle colonie americane iberiche fino al diciannovesimo secolo. Era un paradigma severo, categorico, anche spietato nelle sue applicazioni più rigide. A livello teorico, non avrebbe potuto ammettere gradazioni di purezza, ma già nel corso del diciassettesimo secolo ci si era resi conto del fatto incontrovertibile che gli statuti stavano mandavano in rovina l’impero, economicamente e demograficamente, e molti si opposero a questa pratica denunciando la sua inconciliabilità con il diritto canonico e civile e con la tradizione neotestamentaria. Ma la discriminazione castale, sebbene abbandonata nella pratica, terminò ufficialmente solo nel 1773, mentre l’inquisizione sopravvisse fino all’inizio del secolo successivo. Nelle Americhe le cose furono più complicate, perché la realtà locale era estremamente eterogenea. Spagna e Portogallo vietarono l’immigrazione coloniale di Ebrei, Mori, Gitani ed eretici, inclusi i loro figli, ma la crisi demografica causata da epidemie ed oppressione costrinse i sovrani a più miti consigli. La metafisica del sangue fu presto estromessa dal discorso giuridico-legislativo e le unioni con gli indigeni non furono proibite. Tuttavia, o forse proprio per questo, le nozioni di razza ed etnicità continuarono a pervadere le società locali. I meticci nascevano quasi sempre da relazioni extraconiugali o casuali – da cui il proverbio colombiano “la palabra de mestizo se entiende de ilegítimo” – ed erano estremamente malvisti, perché di non facile classificazione e perché generalmente ritenuti inaffidabili, rimestatori delle gerarchie naturali. In pratica la contrapposizione con un Altro più esotico servì a ricompattare la società coloniale europea. Questo processo si intensificò con l’afflusso degli schiavi africani, che subirono l’impatto più drammatico del materialismo biologico assurto a codice di organizzazione socio-economica. Mentre dopo tre generazioni il sangue spagnolo cancellava la “macchia” del sangue indio, quella nera era indelebile. Quasi nessuno, oltre a Las Casas, obiettava all’idea della schiavitù dei neri. Di conseguenza la società spagnola, e specialmente quella andalusa, rimase una società schiavista. Nel sedicesimo secolo, gli schiavi costituivano ben il quattordici per cento degli abitanti di Granada. Siamo ben lontani dalle percentuali dell’Atene classica, ma non si può dire che l’umanesimo cristiano spagnolo abbia affrontato questo paradosso con il dovuto impegno ed una sufficiente lucidità.

In America Latina la concentrazione di maschi europei era tale che non si sarebbe potuta mantenere in vita una società castale di tipo indiano, o una qualche forma di apartheid che anticipasse quello sudafricano. A differenza di quel che avveniva in Nord America – dove si trasferivano intere famiglie nord-europee per sfuggire alle persecuzioni religiose –, le politiche coloniali relative alla purezza di sangue furono piuttosto elastiche, ma non lo furono le pratiche sociali, perché l’ideologia castale non tollera gradienti e sfumature tra i tipi umani. I confini devono essere netti e devono comportare significative variazioni di status. I Conquistatori e le donne dell’aristocrazia indigena potevano sposarsi, anzi, ciò poteva meglio garantire la stabilità del Nuovo Ordine, ma i meticci non formavano un’unica categoria tassonomica. C’erano gli españoles, i creoli, i castizos, i mulatti, i morischi, gli albini, i zambos e persino gli Inca. Oltre una dozzina di categorie, ciascuna a sua volta suddivisa in parti, a seconda della percentuale di sangue “impuro” di una persona. L’élite coloniale trattò diversamente i nuovi meticci rispetto ai discendenti di meticci che per alcune generazioni non si erano “contaminati”. Le persone la cui condizione sociale, sangue e persino latte di balia “concordavano” potevano anche essere considerate inferiori, ma almeno erano pure. Anche i creoli, gli ispanici nati nelle colonie americane e quindi per ciò stesso diversi da quelli nati e cresciuti nella madrepatria, erano in qualche modo macchiati se erano stati allattati da balie indie o africane. Ai meticci era fatto divieto di intraprendere una carriera militare, accademica o ecclesiastica. In Perù non potevano ereditare encomiendas. Altrove il codice penale li distingueva dai creoli, punendoli più severamente. La loro capacità di fungere da ponte tra indigeni e coloni li rendeva pericolosi per il Nuovo Ordine, potenzialmente sovversivi. Questa profezia si compì nel 1780, quando la vigorosa rivolta indigenista di Túpac Amaru II vide un massiccio coinvolgimento di meticci ai quali non era stato permesso di integrarsi nella società coloniale. Con il passare del tempo e la complessificazione dei rapporti sociali dovuta alla globalizzazione del colonialismo e dei commerci internazionali, le genealogie di stampo feudale vennero abbandonate ed il colore della pelle e la fisionomia del volto (tratti somatici) divennero i nuovi parametri di classificazione. Non bastava dimostrare di essere “Spagnolo”, si doveva essere “bianco” (blanco) o “biondo” (rubio).

Possiamo dire che una delle grandi intuizioni di Las Casas fu quella di capire che per avere un impatto prolungato, un’ideologia deve rispecchiare certi valori e simboli che esercitano una decisiva influenza in una società. Dunque per abbattere il razzismo si dovevano creare le premesse per una proficua convivenza tra i gruppi etnici, ossia un’interdipendenza in grado di annullare la percezione di un divario radicale tra esseri umani. Las Casas comprese che il feticcio del sangue poteva essere sconfitto solo con il meticciato ed il feticcio della civiltà superiore solo con la Buona Novella di Gesù il Cristo. Già nel suo Memorial de los Rimedios dell’aprile del 1516 aveva proposto che Spagnoli ed Indiani “si sarebbero dovuti mescolare dando in sposi i figli degli uni alle figlie degli altri”. Serviva un’encomienda indivisa, un gemellaggio permanente, una grande famiglia: “Gli uni sposeranno gli altri, e da loro si formerà una sola repubblica, una delle migliori e magari persino la più cristiana e pacifica del mondo”. Sarebbe stato sufficiente per estirpare la logica circolare di chi affermava che certi modi di fare e considerare una cosa erano giusti perché naturali e se erano naturali allora dovevano essere veri e validi, che è poi la tendenza a conficcare gli esseri umani in caselle, condannandoli a ripetere deterministicamente gli stessi pensieri, gli stessi comportamenti, le stesse emozioni, in un eterno ritorno dell’identico a se stesso che congela ogni possibilità di mobilità sociale.

Il Requerimiento

La Corona spagnola cercò sempre un compromesso tra le esigenze di un umanitarismo compassionevole e quelle del realismo più becero e letale, con risultati contradditori se non addirittura incomprensibili. Ad esempio nel 1512 furono promulgate le Leggi di Burgos (Leyes de Burgos), concepite per regolamentare i rapporti tra conquistatori e conquistati e per definire lo status degli Indigeni. Essi erano considerati uomini liberi e tuttavia sottoposti alla sovranità spagnola, che aveva il compito di evangelizzarli e consentiva il loro sfruttamento a patto che non fosse immoderato – uno spagnolo non poteva detenere più di 150 schiavi. Tra le varie disposizioni vi era anche quella, molto lungimirante ed avvertita, secondo cui “nessuno poteva picchiare o frustare o chiamare cane un indio, o usare qualunque altro nome che non fosse il suo”. È tuttavia facile notare che queste ordinanze, nella loro applicazione, preservavano sostanzialmente lo status quo, perché erano soggette ad intepretazioni del tutto soggettive. Per di più queste includevano anche il ricorso alla forza in caso di resistenza all’evangelizzazione, che quindi comportava una guerra giusta. Era una beffa per tutti quei predicatori e laici che avevano protestato pubblicamente contro la tirannide che si stava instaurando nel Nuovo Mondo a pochi anni dalla sua “scoperta”. L’aspetto tristemente ironico della faccenda era che si stabiliva che una popolazione stava resistendo all’evangelizzazione in base alla sua reazione al cosiddetto Requerimiento, un’ingiunzione indirizzata agli indiani che era stata redatta nel 1514 da uno dei migliori giuristi spagnoli del tempo, Palacios Rubios, per venire incontro all’esigenza di regolare una conquista piuttosto caotica. Veniva letta agli indigeni in castigliano, il che evidentemente ne impediva la comprensione. La sua utilità era dunque quella di placare le poche coscienze non invase dal cinismo e dalla cupidigia. Doveva essere letto agli indigeni ma serviva in realtà a convincere gli Europei che la Conquista era legittima. Las Casas si sarebbe poi scagliato contro quest’ingiunzione, spiegando che affermazioni come: “Dio ha scelto San Pietro come guida dell’umanità…affinché stabilisca la sua sede in tutte le parti del mondo e governi su tutti i popoli, siano essi cristiani, mori, ebrei gentili o qualunque altra setta” erano solo esempi di un’indecente e grossolana ipocrisia. Il Requerimiento non faceva altro che confermare che le comunità native potevano autogovernarsi ma che la loro autorità doveva comunque piegarsi alle esigenze dell’evangelizzazione e dello Stato. Mi si consenta di citare ampi stralci di questo documento, perché questo stesso tipo di retorica fintamente benevola è moneta di facile reperimento nella politica internazionale di oggigiorno, sotto mentite spoglie pseudo-umanitarie. “Da parte del re Don Ferdinando, e di Donna Giovanna, sua figlia, regina di Castiglia e Léon, di Aragona, delle Due Sicilie [...] dominatori delle nazioni barbare, noi loro servitori Vi notifichiamo e rendiamo noto al meglio delle nostre possibilità, che…[…]…riconosciate la Chiesa come Governante e Superiore del mondo intero, e il sommo sacerdote chiamato Papa, e in suo nome il Re e la Regina Donna Giovanna nostri signori, in sua vece, come superiori e signori di queste isole e di questa Terra Ferma in virtù della detta donazione, e che consentiate e diate luogo che questi padri religiosi debbano dichiarare e predicare alla vostra volta la sopradetta parola. Se farete in questo modo, farete bene e ciò che voi siete obbligati a fare nei confronto delle loro Altezze, e noi in loro nome vi riceveremo con tutto l’amore e la carità e vi lasceremo, con le vostri mogli e figli e terre, liberi, senza servitù, sì che voi possiate disporre di essi e di voi stessi liberamente e nel modo che vi piaccia e riteniate meglio, ed essi non vi costringeranno a farvi Cristiani, a meno che voi stessi, una volta informati della verità, non vogliate convertirvi alla nostra Santa Fede Cattolica, come quasi tutti gli abitanti delle restanti isole hanno fatto. E, oltre a questo, le loro Altezze vi accordano molti privilegi ed esenzioni e vi conferiranno molti benefici. Ma, se voi non fate questo e con malizia frapponete ritardi, io vi dichiaro che, con l’aiuto di Dio, noi faremo ingresso con la forza nel vostro paese e vi faremo guerra in tutti i modi e maniere che potremo e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa e delle loro Altezze; vi prenderemo le vostre mogli e figli e ne faremo degli schiavi e come tali li venderemo e ne disporremo come vogliano ordinare le loro Altezze, e vi prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e i danni che possiamo, come a vassalli che non obbediscono e rifiutano di riconoscere il loro Signore, e gli resistano e lo contraddicano; e dichiariamo che le morti e le perdite che da questo deriveranno sono vostra colpa e non delle loro Altezze o nostre, né dei cavalieri che vengono con noi”. La premessa era che Gesù Cristo, signore del lignaggio umano e sovrano supremo con giurisdizione sull’intero universo, aveva trasmesso il suo potere a Pietro e da questo esso era stato trasferito ai papi ed ai sovrani di Spagna e Portogallo. In questo modo si potevano schiavizzare altri esseri umani nel nome di una religione universalista ed egualitaria. La “scelta” degli autoctoni era quella tra diventare volontariamente schiavi convertendosi, oppure diventarlo da superstiti. Com’è noto, il commento di Las Casas fu che “[non sapeva] se ridere o piangere dinanzi all’assurdità [di tale ingiunzione]” e non poté fare a meno di domandarsi se nella prospettiva indigena “tutto questo non doveva sembrare delirio o cose fuori di ragione e fuori strada, tutti vaneggiamenti e spropositi, soprattutto quando veniva loro detto che erano obbligati ad assoggettarsi alla Chiesa”.

Gustavo Gutiérrez ha opportunamente segnalato che “Cristo e la libertà umana sono i due grandi assenti dalla teologia del Requerimiento: il primo non viene menzionato e la seconda non è riconosciuta veramente agli indios. Si tratta di cattiva teologia, almeno quanto alla formulazione teorica, perché sul piano delle inevitabili conseguenze pratiche è necessario piuttosto dire che vi è una totale assenza di teologia, vale a dire di riflessione sulla fede in un Dio d’amore che sfoci nell’amore per il prossimo” (Gutiérrez, 1995, p. 159).

 

 

TUTTO CIÒ CHE ASCENDE, CONVERGE

 

Uccidere un uomo non è difendere un’idea, è uccidere un uomo

Sébastien Castellion (1515-1563)

I Conquistadores non furono secondi a nessuno in quanto a doppiezza: con una mano propagavano i principi della loro santa fede, che invitava alla sobrietà, alla moderazione ed alla semplicità, mentre con l’altra depredavano i nuovi credenti coatti. La loro bramosia di ricchezza si mascherava da pietà, la loro fanatica ambizione da devozione patriottica, la crudeltà adottata come strumento di conversione e civilizzazione dei pagani, l’asservimento come unica speranza di salvezza. “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, orwellianamente. Il totalitarismo azteco trovò la sua degna prosecuzione in quello spagnolo. “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro son lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti” (Matteo 7:15-16).

Las Casas era diverso perché non pensava che la politica e la predicazione avrebbero potuto trasformare la natura umana degli indigeni – non ce n’era bisogno –, ma piuttosto che sarebbero dovute servire a riscattarli dalla tirannide e dall’ignoranza. La sua intenzione era quella di aiutare chi non era nella posizione di aiutare se stesso, di proteggere chi non aveva i mezzi per farlo, opponendosi alla religione della potenza ed alla teologia del potere messe in campo dagli Spagnoli; promuovendo contemporaneamente l’esercizio della libertà consapevole e la presa di coscienza indigena della propria dignità, del proprio essere stati creati spiritualmente ad immagine e somiglianza di Dio, della verità che tutti gli esseri umani sono amati dal Creatore allo stesso modo e nella stessa misura, anche quando sbagliano, ed infine liberandoli dell’errore di credere che il fine dell’esistenza umana è l’obbedienza fine a se stessa o il risarcimento di un debito pregresso contratto con Dio. Las Casas era sicuro che l’umanità stesse ascendendo, stesse percorrendo un tragitto di perfezionamento spirituale e morale, stesse convergendo verso Dio, sebbene lungo strade diverse. L’importante era conoscere la parola del Cristo, che reindirizza gli sforzi di miglioramento di ciascun individuo e popolo, senza interferire con la loro volontà. La sua nemesi, Juan Ginés de Sepúlveda, era più incline a credere che l’universo e la vita fossero brutali, spietati e violenti, che la natura umana fose spregevole e corrotta (tranne quella dei “migliori”) e che non v’era rimedio, eccezion fatta per l’imposizione della volontà pacificatrice del più forte e illuminato dalla fede. Nella sua prospettiva la massa degli umani era priva di vera grandezza, non era destinata alla gloria ma alla sopravvivenza meccanica, seguita da un’anonima estinzione. Era dunque nell’ordine delle cose considerare quasi tutte le persone come ingranaggi di un meccanismo – l’Impero Spagnolo – perfettamente oliato dalla teologia cristiana, come anelli di un’indistruttibile catena della necessità. Sepúlveda non si faceva scrupolo di appoggiare con la sua eloquenza e la sua erudizione i progetti di chi utilizzava le cose dello spirito per fini egoistici e materialistici, di chi si poneva al posto di Dio, giudicando sommersi e salvati.

Las Casas sapeva, per esperienza di vita, avendo avuto modo di incontrare un numero enorme di popoli e persone, dalle Fiandre fino al Perù e da Roma al Messico centrale, che nessuno può prevedere con certezza che cosa è e che cosa è destinato a diventare qualcuno, nel bene e nel male. Nessuno può realmente capire cosa passi per la testa di ciascun altro, come questi percepisca ed interpreti il mondo. A differenza di Sepúlveda, Las Casas era capace di e disponibile a fare ammenda, ammetteva di aver commesso errori e non cercava alibi. Il suo pregio era quello di aver riconosciuto l’esistenza di un oceano interiore di spiritualità e fede che si espandeva e si contraeva a seconda della sollecitudine che riceveva. Cura che comportava il sottoporsi ad un costante esame di coscienza, all’introspezione, all’esplorazione di sé stessi e del mondo, per estendere i confini del proprio sapere e quindi dell’autocoscienza, diventando sempre più consapevoli della vastità di quest’oceano e dell’amore di Dio. Credo che da ciò dipendesse un suo atteggiamento che molti critici hanno imputato ad arroganza e superbia. Nessuno di noi era presente e può parlare a ragion veduta ma, a me pare che, tranne qualche rara eccezione, nei suoi scritti Las Casas non dia l’idea di essere borioso e non mostri di essere minimamente interessato alla fama, alla gloria, ai beni materiali. Quanto alle sue azioni, avendo la possibilità di diventare vescovo della prestigiosa e ricchissima diocesi di Cuzco, preferì quella semisconosciuta e problematica del Chiapas. Dopo il disastro del suo primo esperimento di convivenza tra indigeni e spagnoli, non insistette e dedicò lunghi anni alla ricerca delle cause del suo fallimento, che era costato la vita a decine di nativi e ad alcuni confratelli. Cercò di capire dove aveva sbagliato leggendo i resoconti dei cronisti, scambiando opinioni con altri missionari, interrogando la sua coscienza in solitudine. La visione del mondo e la personalità di Sepúlveda erano drammaticamente diverse. Le sue osservazioni denotavano una personalità egotista, un’irragionevole e smisurata attenzione verso se stessi che non era guidata e sostenuta dall’introspezione autocritica e dall’empatia e quindi non poteva arrivare a comprendere che la logica che governa il creato e ciascun individuo è la medesima, secondo la volontà di Dio. Non era interessato a scoprire gli universi altrui, accecato com’era dall’orgoglio, dalla vanità e dalla bramosia. Il suo era un atteggiamento aggressivo e predatorio nei confronti del prossimo e del Nuovo Mondo. Riconoscibilissimi, come vedremo in seguito, sono il suo narcisismo, il pessimismo antropologico, la megalomania ed un’inestirpabile insoddisfazione di fondo, unita all’invidia nei confronti dei successi altrui. Considerava l’ordine sociale esistente come uno specchio dei talenti innati dei singoli; di conseguenza gli interessi ed i sentimenti altrui avevano meno valore dei suoi, emanazioni di un intelletto e di una personalità superiori. Naturalmente questo è ciò che s’imponeva di credere, con uno zelo pari solo alla ferocia con la quale lo tormentavano l’insicurezza ed il sospetto di non essere speciale, sentimenti che lo spinsero a scrivere un pamphlet intitolato Propossiçiones Temerarias, Escandalosas y heréticas in cui accusava Las Casas di essere uno sfacciato mentitore ed un eretico per aver smascherato la sua ipocrisia e per aver essenzialmente preannunciato le intuizioni fondamentali che stanno alla base della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale stabilisce che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” (art. 1), “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (art. 2). Las Casas si sarebbe trovato in pieno accordo con questo riconoscimento della comune appartenenza alla specie umana, del valore e della dignità del singolo individuo in quanto tale e del diritto di ciascuno di essere messo nelle condizioni di potersi sentire ed essere libero, materialmente, psicologicamente e spiritualmente. Enunciati irricevibili per Sepúlveda che rimaneva invece legato alle tesi agostiniane e tommasiane dell’organicità del rapporto individuo-comunità, fondato sul presupposto dell’imperfezione della persona e perfezione della comunità, sulla dialettica dell’ordinare ed essere ordinato e sul sacro dovere dell’obbedienza ad un ordine piramidale e paternalista.

Come si diventa Las Casas?

Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera.

Giovanni 15, 13

Bartolomé de Las Casas fu senza dubbio la figura centrale di quel movimento che si attivò per tutelare i nativi americani Indiani nel corso del sedicesimo secolo. A dire il vero, non è azzardato definirlo una delle più straordinarie figure della storia. Se gli eroi sono tutte quelle persone che, di fronte all’oppressione ed all’ingiustizia si spendono personalmente, mettendo a repentaglio la propria incolumità, per porvi rimedio, fronteggiando forze soverchianti, allora Las Casas fu un eroe. Las Casas si trovò nel posto giusto al momento giusto e seppe fare la scelta giusta, quella della verità in luogo della menzogna, della giustizia in luogo del sopruso, del coraggio in luogo della pusillanimità, della libertà in luogo della tirannia.

Ebbe la fortuna di nascere in un periodo ed in circostanze tali che gli permisero di frequentare alcune tra le menti più rimarchevoli del suo tempo proprio quando un nuovo mondo e nuove civiltà furono scoperte dagli Europei. Eloquente, devoto, caritatevole, tenace, vigoroso, inflessibile, fervente, a volte fin troppo fervente, molto attento ai rapporti umani. Pio e saggio, disposto al sacrificio, ma anche impregnato di una furiosa indignazione che non gli dava pace. Forse non potè mai essere diverso da quel che sentiva di dover essere. La sua non fu una vera scelta. Furono la sua coscienza e la sua indole a scegliere al posto suo. Disinteressato ai beni materiali ed al prestigio, rifiutò sempre donazioni personali e avanzamenti nella gerarchia della Chiesa. Conobbe Ferdinando, Filippo il Bello, Carlo V e Filippo II ed ogni volta, dopo aver assistito all’ascesa e declino di notabili e signori, si trovò costretto ad intraprendere nuovamente la stessa battaglia per convincere la nuova generazione di dirigenti ed amministratori della giustezza della sua causa. A 82 anni, poco prima di morire, ancora nel pieno possesso delle sue facoltà, si trovava al cospetto dei ministri di Filippo II per invocare la concessione ai Guatemaltechi di una corte di giustizia autonoma, come da promessa.

Per tutta la vita lottò per un unico obiettivo, quello del riconoscimento della dignità e del rispetto dell’umanità e la difesa di popoli massacrati ed umiliati, contro i capricci e le pretese di re, principi, schiavisti, coloni, generali, alti prelati, ed in generale contro una civiltà che si presumeva superiore mentre spianava come uno schiacciasassi tutto ciò che le si opponeva. Fu in grado di vedere le cose diversamente dalla norma contingente perché viveva diversamente. Risiedeva nel mondo in maniera attenta e consapevole e, così facendo, seppe superare le restrizioni epistemologiche che impediscono a chi fa parte di una certa classe, gruppo o comunità umana di immedesimarsi in chi non ne fa parte.

Alcuni secoli più tardi, Dietrich Bonhoeffer avrebbe esortato le persone a contemplare i grandi eventi della storia dal basso, adottando la prospettiva di chi è maltrattato, marginalizzato, svilito, sofferente. Fu l’ottica di Las Casas, che comprese rapidamente che era il profitto ad aguzzare l’ingegno ed anestetizzare la coscienza degli Spagnoli, non l’ignoranza. Indipendentemente da qualunque sforzo di sensibilizzazione, gli encomenderos non erano disposti a cambiare stile di vita e visione del mondo, convinti che in fondo la situazione avrebbe beneficiato gli uni e gli altri, nel lungo termine. Fu questa sua ottica più organica, più obiettiva che lo differenziò da chi si occupò solo di rimediare alle sofferenze degli indigeni senza sviluppare una proposta di riforma che inibisse gli abusi, o da chi, oltreoceano, edificava meravigliose strutture giuridiche e filosofiche in difesa dell’umanità, senza preoccuparsi di renderle applicabili alle realtà specifiche. Las Casas non si fissò mai su una particolare teoria o pratica: si servì volentieri di tutto quel che poteva tornare utile agli indios (Ruston, 2004).

Le sue denunce furono ammirate da chi guardava con compassione alla sorte degli indigeni, detestate dai Conquistadores e dai nazionalisti spagnoli – specialmente ai tempi della dittatura franchista, ma ancora fino ai nostri giorni – e manipolate dalle altre potenze coloniali che le trasformarono nella “Leggenda Nera” anti-spagnola. Ad esempio, il futuro liberatore dell’Olanda dal giogo spagnolo, Guglielmo d’Orange, citava Las Casas per dimostrare la “naturale predisposizione” degli Spagnoli alle crudeltà. Per la prima volta un impero doveva badare a come le iniziative dei propri coloniali si riflettevano sulla propria immagine internazionale. I fautori dei diritti umani lo considerano generalmente un loro antesignano, altri pongono in risalto le numerose contraddizioni del suo pensiero e gli aspetti più oscuri della sua iniziale visione utopico-teocratica. Resta il fatto che, dal punto di vista di popolazioni ormai sottomesse e martoriate, fu un dono del cielo.

Indubbiamente non fu l’unico a denunciare le atrocità spagnole. L’esploratore e scrittore italiano Girolamo Benzoni descriveva analoghe vicende nella sua Storia del Nuovo Mondo (1565) e in quegli stessi anni circolavano altre descrizioni dei massacri perpetrati dagli Spagnoli ai danni dei calvinisti francesi in Florida, che corroboravano l’impressione che questi fossero i veri nuovi barbari. Las Casas però non si limitò a denunciare, fece tutto quel che era umanamente possibile fare per sistemare le cose e per prevenire future prevaricazioni. Per la prima volta, cercò di collocare al centro del dibattito politico-giuridico la nozione basilare di dignità intesa come diritto di non essere umiliato, e solo in quanto tale fondamento di ogni altro diritto inalienabile, non conferito da un sovrano ma patrimonio naturale dell’intera specie umana, indipendentemente dall’aspetto, dalla cultura, dalle credenze e dalle pratiche sociali. Il suo fallimento non è ragione sufficiente per continuare ad escluderlo dal pantheon del pensiero politico e giuridico mondiale.

Bartolomé nacque nel 1484 a Siviglia, una città strappata ai Mori nel 1248, che svolse un ruolo fondamentale come trait d’union tra le colonie americane ed i territori europei dell’impero spagnolo. Era figlio di conversos, ossia di Ebrei che avevano rinunziato alla propria fede pur di non essere costretti all’esilio, e questo quasi certamente influenzò il suo modo di porsi nei confronti dei popoli oppressi. Ancora ragazzino, era presente al momento del ritorno trionfale di Colombo dal Nuovo Mondo e rimase colpito dai sette Tainos che l’Ammiraglio delle Indie portava con sé. Nel 1493, suo padre, Pedro, assieme ad alcuni dei suoi zii, s’imbarcò per il Nuovo Mondo con la seconda spedizione di Colombo. Pedro rientrò in patria solo nel 1498 recando un regalo per suo figlio, un giovane servo taino, di nome Juanico. Aveva fatto fortuna e poté garantire al figlio un minimo di istruzione. Nel 1498 accompagnò suo padre nel Nuovo Mondo assieme a Colombo, ritornando a Cadice nel 1500. Nel 1502 vi ritornò per restarci, al seguito della spedizione di Nicolás de Ovando, che doveva assumere il titolo di governatore di Hispaniola. La sua partecipazione gli valse il conferimento del diritto di sfruttare un lotto di indigeni nella forma dell’encomienda. Nel 1507 fu ordinato sacerdote a Roma. Una volta tornato nelle Americhe, pur vestendo l’abito talare, acquistò terreni e schiavi e condusse una vita prospera ed apparentemente serena, senza nutrire particolari remore per il fatto che il suo benessere derivava dallo sfruttamento di altri esseri umani. Nella sua autobiografia ricordava quel giorno ad Hispaniola (le odierne Haiti e Santo Domingo), quando un frate domenicano si rifiutò di confessarlo. Gli chiese ragione del rifiuto e procedette poi a confutare gli argomenti del frate, fornendo contro-prove frivole e contenenti, a suo dire, solo una parvenza di ragionevolezza e verità. Ad un certo punto il frate lo interruppe dicendo: “sono arrivato alla conclusione, padre, che la verità ebbe sempre molti nemici e la menzogna molti aiuti”. Las Casas ricorda che “il chierico [Bartolomé] subito gli diede ragione, per la riverenza e ossequio che gli si doveva, perché il religioso era una veneranda persona e uomo molto dotto, più del prete; ma per quanto riguarda liberare gli indios non si curò della sua opinione” (Historia). Eppure, con il passare del tempo la sua prospettiva comincò a cambiare, per via dell’accumularsi di esperienze che segnarono profondamente la sua coscienza, non ultima la partecipazione come cappellano militare alla conquista di Cuba, che si risolse in un bagno di sangue del tutto gratuito, visto che la maggior parte degli indigeni non era intenzionata a ricorrere alla resistenza armata. Las Casas riferì poi di aver visto “crudeltà su una scala che nessun essere vivente aveva mai visto o si aspettava di dover vedere”. Dopo aver assistito a questi insensati massacri, si risvegliò in lui una sensibilità sopita. Fu un kairos, un intervallo di crisi e presa di coscienza, che l’avrebbe condotto ad una tappa radicalmente nuova della sua esistenza. Ne nacque un sentimento di rigetto nei confronti del sistema e di ciò che comportava l’accettarlo così com’era, passivamente. Si rese quindi conto che l’unica scelta moralmente decente era quella della difesa degli indigeni contro i suoi compatrioti e correligionari. Così l’encomendero Las Casas si convertì nella nemesi degli encomenderos e la storia della sua vita si confuse con quella della lotta per l’emancipazione degli indiani. In questo fu assistito dal buon Pedro de la Renteria, un laico con l’animo di un monaco: solitario, generoso e benevolo, contemplativo al punto da essere quasi completamente indifferente alle brame del materialismo.

La svolta decisiva – non la conversione di un peccatore, ma la rivelazione della sua vocazione di profeta – giunse con la lettura di un passo del Libro del Siracide (34, 18-22) in preparazione del sermone pentecostale: “Sacrificare il frutto dell’ingiustizia è un’offerta da burla, i doni dei malvagi non sono graditi a Dio. L’Altissimo non gradisce le offerte degli empi e per la moltitudine delle vittime non perdona i peccati. Sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveri. Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento. Versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio”. La crisi di coscienza che lo attanagliò trovò poco dopo uno sbocco costruttivo grazie ad un potente, vibrante ed indignato sermone di padre Antonio de Montesinos, che Las Casas ebbe l’opportunità di ascoltare ad Hispaniola il 4 dicembre del 1511 e che riporta nei suoi scritti. Montesinos esortava a riconoscere l’umanità dei nativi con queste parole: “Vivete nel peccato mortale per le atrocità che avete imposto tirannicamente a questa gente innocente. Ditemi, che diritto avete di schiavizzarli? In base a che autorità avete fatto loro la guerra quando vivevano in pace nei loro territori e li avete uccisi in modo che non si erano mai sentiti prima? Come potete opprimerli e non curarvi di curarli e nutrirli, e farli lavorare fino alla morte per soddisfare la vostra avidità? E perché non vi curate della loro salute spirituale, affinché possono arrivare a conoscere Dio, che siano battezzati e che possano ascoltare la messa e santificare i giorni di festa? Non sono forse degli esseri umani? Non hanno forse un’anima razionale? Non siete forse obbligati ad amarli come amate voi stessi? …Potete star sicuri che, in quanto a Salvezza, la vostra condizione non è migliore di quella dei Mori o dei Turchi che rifiutano la fede cristiana” (Iannarone, 1992, pp. 99-100).

Prevedibilmente, queste parole, ed i sermoni successivi, che pure contribuirono alla promulgazione delle Leyes de Burgos a tutela degli indigeni, produssero non poco sconcerto ed irritazione alla corte di re Ferdinando, che era di tutt’altra pasta rispetto alla moglie Isabella. La regina, finché rimase in vita, insistette che gli indigeni fossero considerati e trattati come uomini liberi. Lui era un cinico realista, più interessato all’oro che all’evangelizzazione, ed autorizzò la deportazione di intere popolazioni per rinsanguare le regioni disabitate in seguito alle epidemie. Il sovrano convocò Montesinos in Spagna per chiedere ragione della sua condotta. Nel 1514 Las Casas aveva già deciso che tutto ciò che era stato commesso ai danni degli Indiani era “ingiusto e tirannico” e che la cosa migliore da fare sarebbe stata muoversi come un pendolare tra Vecchio e Nuovo Mondo prestando il proprio servizio come un avvocato dei diseredati. Così, nel 1515, Las Casas colse l’occasione e ripartì per la Spagna assieme a Montesinos, per parlare col re ed ottenere finanziamenti per ultimare la costruzione di un monastero domenicano. Ebbe così modo di prendere contatto per la prima volta con gli ambienti di corte che avrebbe frequentato assiduamente negli anni a venire per perorare la causa dei nativi americani. Nel corso di questo viaggio presentò il suo Memorial de remedios, in cui elencava venti ragioni per cui gli indiani non dovevano essere consegnati agli Spagnoli in encomienda, vassallaggio o risarcimento e poté incontrare il cardinale Francisco de Ximenes e Adriano di Utrecht, futuro papa Adriano VI e precettore di Carlo I (che sarà intronato con il nome di Carlo V), il quale viveva ancora nelle Fiandre. Questi simpatizzavano per la sua causa e fecero in modo che, nel 1516, ricevesse il titolo di “Procurador o protector universal de todos los indios de las Indias”, conferitogli dal cardinal Cisneros assieme al compito di tenere informata la corona riguardo all’implementazione delle disposizioni previste dalle leggi a tutela degli indios. Fu autorizzato a portare con sé quegli uomini di chiesa che giudicava più idonei.

Gli insegnamenti morali del Siracide e il sermone di Montesinos convinsero dunque Las Casas che bisognava passare all’azione, affrancando i propri schiavi e predicando affinché gli altri coloni facessero lo stesso e rinunciassero all’encomienda. Ma questo non gli poteva bastare. Aveva in mente qualcosa di molto più rivoluzionario, la concretizzazione del sogno utopico di una società ideale in cui la dignità umana fosse salvaguardata ed il messaggio di Cristo potesse essere insegnato senza l’impiego di metodi di coercizione. Trascorse gli anni tra il 1516 ed il 1522 tentando in tutti i modi di istituire una comunità cristiana sperimentale a Cumanà, nel nord del Venezuela, dove coloni spagnoli e indigeni avrebbero convissuto in pace e concordia, come fratelli spirituali di pari dignità. L’imperatore lo autorizzò a portare con sé dei coloni spagnoli, che ribattezzò “I cavalieri dello sperone d’oro”, per infondere un senso di romantico eroismo. Las Casas aveva persino disegnato un’uniforme per loro – una veste bianca con una croce rossa sul petto – ma fu così onesto da ammettere in seguito che fu l’unico ad indossarla. L’idea era quella di far vivere assieme indigeni e spagnoli affinché i primi apprendessero la parola di Dio e le tecniche agricole per emulazione. I lavoratori indigeni sarebbero stati salariati, avrebbero appreso nuove tecniche di coltivazione dai contadini spagnoli e avrebbero avuto accesso agli ospedali. Entro un anno, nel 1521, i nativi si erano già ribellati per via delle scorrerie degli schiavisti che avevano rapito 35 indiani dopo essere passati per la missione (rendendola complice agli occhi degli indigeni). Le continue frizioni tra coloni in cerca di guadagni facili ed indigeni tutt’altro che pacifici causarono l’uccisione di due frati. La rappresaglia spagnola non si fece attendere: furono tutti schiavizzati. L’intera impresa fallì miseramente, perché tra i desideri degli idealisti e la realtà quotidiana si frappongono i vizi della natura umana, che è come è e non come i riformatori vorrebbero che fosse nei loro progetti più radicali. I detrattori di Las Casas usarono subito questo fiasco per dimostrare che la conversione e pacificazione degli Indiani poteva essere ottenuta solo con la forza e la violenza. Tuttavia, come spesso avviene, non tutto il male vien per nuocere. Lo scacco costrinse il frate ad un profondo esame di coscienza e ad un attento riesame delle sue strategie. L’esperienza fu una salutare lezione di umiltà e concretezza che lo avviò su un percorso più produttivo, quello dell’accettazione dei difetti umani e del rifiuto dell’hybris artificialistica, cioè a dire dell’idea che sia non solo possibile ma necessario fare tabula rasa dell’esistente per ricrearlo minuziosamente dalle sue fondamenta, facendo in modo che la variabile umana non interferisca con i piani dell’utopista. Da quel momento in poi Las Casas insisterà su motivi come l’adesione naturale, lo slancio spontaneo e la libertà responsabile di una scelta informata che erano agli antipodi rispetto ai progetti di ingegneria sociale dei suoi avversari, intenti a costruire una società dominata dalla volontà e rapacità del più forte in una cornice di astrazioni discriminanti, rigide asimmetrie castali, uniformità dispotiche, programmazioni mirate alla meccanizzazione dell’umanità indigena, in un’ipertrofia di ingordigia e razionalità inesorabile ed indifferente.

Las Casas reagì scomparendo dalla scena pubblica, in un monastero domenicano a Santo Domingo, nel 1523, non prima però di aver affrontato dialetticamente, nel 1519, l’aristotelico Juan Quevedo, vescovo del Darien. A Barcellona, davanti al giovane imperatore Carlo V, Las Casas liquidò Aristotele come “un gentile che brucia all’inferno, la cui dottrina non va necessariamente seguita a meno che non sia conforme alla verità cristiana”. A Quevedo riservò un trattamento non dissimile: “E voi Signore, avete peccato mille e più volte perché non avete rischiato la vostra vita per le vostre pecore, per sottrarle alle mani dei tiranni che le sterminano”. Quanto agli Indios, il domenicano dovette ammettere che il re aveva accettato, perché malconsigliato, che esseri umani razionali fossero trattati alla stregua di pezzi di legno da costruzione o come greggi di pecore o come qualunque altro animale che possa essere spostato indiscriminatamente, “e che se anche morissero per strada non sarebbe una gran perdita”. A Santo Domingo Las Casas potè continuare i suoi studi teologici, meditare sul da farsi e lavorare alla stesura della Historia de las Indias, pubblicata nel 1561, e del primo trattato di missiologia della storia, il De unico vocationis modo omnium infidelium ad veram religionem (“Dell’unico modo di attrarre tutti i popoli alla vera Religione”), che vide la luce tra il 1527 ed il 1530 (ma fu pubblicata in spagnolo solo nel 1942) e fu messo alla prova alcuni anni più tardi a Tuzultlán, nel Guatemala. Tra il 1536 ed il 1538 la sua opera di evangelizzazione pacifica non rispose pienamente alle sue attese né in Nicaragua né in Guatemala ma, a parziale consolazione, il risultato non fu neppure catastrofico come in Venezuela; tant’è che fu possibile ribattezzare “Verapaz” (Vera Pace) la regione guatemalteca che inizialmente era stata chiamata “Tierra de Guerra” (Tuzultlán), per il carattere spartano della società indigena.

In seguito visitò il Perù e tornò in Europa, nel 1539, per reclutare nuovi missionari ed incontrare il sovrano. Durante la sua permanenza scrisse la celebre Brevísima Relación de la Destrucción de las Indias, che completò nel 1552, ma che fu distribuita solo nel 1566, dopo la sua morte e tradotta in olandese nel 1578, in francese nel 1579, in inglese l’anno seguente, in latino nel 1598 ed infine in tedesco entro la fine del secolo. Presentò quest’opera, ancora abbozzata, al Concilio delle Indie nel 1541, in vista della riforma legislativa del 1542. Era un trattato che intendeva fornire prove testimoniarie e scioccanti di ciò che stava avvenendo nelle colonie spagnole americane. In questa relazione Las Casas accusava i coloni spagnoli di sterminio sistematico e stabiliva una peraltro forzata dicotomia tra cattivi spagnoli ed indiani buoni, “pazienti, umili, pacifici”. Ne aveva comunque ben donde. Mentre nelle alte sfere si discettava di quieta diplomazia, gli Indios si stavano estinguendo ed i Conquistadores badavano solo ad accumulare ricchezze. Nelle encomiendas i mariti erano separati dalle mogli e i genitori dai figli e mandati a lavorare lontano dalle loro comunità. I coloni si comportavano da nemici, non da insegnanti, e d’altra parte gli indiani non avevano bisogno di tutela, sapendo già cavarsela bene da soli nelle interazioni sociali. C’era solo bisogno di qualcuno che insegnasse loro la dottrina cristiana, nulla più di questo. Ed in piena libertà, perché “la libertà è il più prezioso e più elevato di tutti i beni di questo mondo”, andava ripetendo Las Casas, mentre nell’encomienda la condizione degli indigeni era quella degli schiavi. I nativi erano ridotti a “pure bestie”, distrutti come “sale nell’acqua” in un mondo in cui il loro consenso e libero arbitrio non contavano nulla. L’encomienda, continuava Las Casas, era assolutamente illegale, perché non aveva ricevuto “il consenso di tutti quei popoli che non erano stati chiamati, sentiti o difesi…come richiesto dalla legge naturale, divina, canonica e imperiale”. Tra le affermazioni che generarono più controversia ci fu quella secondo cui “fin dall’inizio gli Spagnoli non si sono presi la briga di predicare la fede cristiana a queste genti più che se si fosse trattato di cani ed altri animali” e l’accusa che l’opera dei frati era ostruita “perché si temeva che la diffusione del Vangelo si sarebbe interposta tra loro e l’oro e le ricchezze che bramavano”. Ammoniva le autorità: se le encomiendas non fossero state abolite, il Nuovo Mondo sarebbe rimasto spopolato. Se invece se gli indigeni fossero stati trattati come liberi vassalli sotto la diretta giurisdizione della corona le colonie avrebbero potuto garantire grande prosperità alla Spagna. Il domenicano, assennatamente, toccava il tasto dei benefici concreti che sarebbero derivati agli Spagnoli rimasti in madrepatria a discapito degli emigrati, non particolarmente leali nei confronti della stessa. Altrimenti, concludeva minacciosamente, “Dio manderà orribili punizioni e forse distruggerà la Spagna”.

Nel 1542 apparvero le Veynte Razones (“Venti Ragioni”) in difesa delle libertà dei nativi, proprio in coincidenza con l’emanazione delle Leyes Nuevas, da lui fortemente volute, che restringevano l’arbitrio degli encomenderos e ribadivano certi diritti degli Indios. Queste Nuove Leggi seguivano in gran parte le sue indicazioni e prevedevano l’abolizione della schiavitù tranne che per gli schiavi acquistati legittimamente in precedenza, la liberazione degli indigeni dalle encomiendas di proprietà privata e la soppressione di quelle illegittime, in vista della graduale eliminazione di questo istituto. “Disponiamo e ordiniamo che d’ora in avanti nessun indiano sia fatto schiavo per alcun motivo, né di guerra, né di ribellione o riscatto; ma siano trattati come quello che sono, cioè sudditi della Corona di Castiglia”. In un’altra disposizione leggiamo che: “Nessuno potrà servirsi degli indiani come persone al proprio servizio né in alcun altro modo contro la loro volontà”. Non aveva però efficacia retroattiva (de aquì en adelante). Si sanciva altresì che gli esploratori avrebbero dovuto ottenere una licenza e si dovevano fare accompagnare da ecclesiastici che ne avrebbero mitigato gli eccessi. I nativi dovevano infine essere trattati con rispetto. Più chiaro di così. Eppure, fatta la legge trovato l’inganno: il servizio personale obbligatorio fu sostituito da quello volontario, che lo era solo formalmente. In teoria, dunque, le leggi abolivano interamente le encomiendas, ma furono aggirate in molti modi – tra i quali cospicue donazioni al sovrano – e la schiavitù non fu di fatto abolita. Il primo vicerè del Perù, Blasco Nùñez de Vela, che cercò di rendere effettive le Nuove Leggi, provocò una sommossa e finì decapitato, la sua testa attaccata ad una corda e trascinata in giro. Il 20 ottobre 1545 la forza di queste stesse leggi fu limitata drasticamente con la revoca del capitolo XXX e solo nel 1562 Filippo II decise di non assegnare le encomiendas in perpetuità. La successiva legislazione non risolse nulla e servì semplicemente ad esaltare il ruolo degli Spagnoli come pacificatori invece che conquistatori. L’istituzione dell’encomienda scomparve solo al principio del diciottesimo secolo, con decreto abolitivo del 23 novembre 1718. Queste leggi servirono comunque a comunicare ai coloni ispano-americani che i loro soprusi non avrebbero incontrato la compiacenza della monarchia spagnola. Per il suo ruolo nella formulazione di queste leggi Las Casas fu minacciato di morte da chi aveva interesse a mantenere le cose come stavano. Nel 1543 rifiutò di diventare vescovo di Cuzco, perché l’offerta serviva unicamente ad allontanarlo, ma nel 1544 accettò il seggio episcopale del Chiapas, dove si diresse assieme a 45 frati dominicani e 7 assistenti laici come guide ed interpreti. Nel frattempo le Nuove Leggi avevano causato un inasprimento delle tensioni tra coloni e monarchia. In Perù era in corso una vera e propria insurrezione contro la madrepatria, capitanata da Gonzalo Pizarro, uno dei fratelli minori di Francisco Pizarro, il conquistatore del Perù. Fu domata solo nel 1548, dopo che le Nuove Leggi furono parzialmente abrogate, proprio in quei punti più determinanti per la sorte degli indigeni e più devastanti per le rendite dei coloni. Ciò fece infuriare Las Casas che, a Ciudad Real del Chiapas, aveva già dovuto subire una continua serie di minacce e di piccole vendette da parte delle autorità spagnole, culminata in un complotto che doveva concludersi con il suo assassinio.

La sua prima mossa per evitare lo scacco fu quella di replicare con il suo Confessionario (Avisos y Reglas Para Confesores). In esso ingiungeva ai predicatori di rifiutarsi di assolvere gli schiavisti e i venditori d’armi. L’assoluzione poteva seguire solo la restituzione del maltolto e della libertà. In punto di morte i coloni erano così costretti a firmare un atto con cui distribuivano i loro beni agli indigeni sfruttati o ai loro discendenti, in cambio dell’assoluzione. La resistenza e le proteste a queste “direttive” di Las Casas, che godeva del favore di moltissimi evangelizzatori, furono violente. Gli encomenderos erano venuti dalla Spagna con pochi soldi in tasca e tutto quel che avevano guadagnato lo dovevano alla manodopera gratuita degli indigeni. Per di più i loro eredi non avrebbero ricevuto nulla. L’efficacia del Confessionario non fu duratura e fu essenzialmente ristretta alla regione andina, ma servì quantomeno a moderare l’avidità dei conquistatori. In esso si riaffermarono due principi fondamentali: l’emancipazione degli indios e la restituzione del maltolto e compensazione delle vittime. Juan Ginés de Sepúlveda, la nemesi di Las Casas, definì questo scritto “scandaloso e diabolico”. La Corona lo interpretò come un’implicita critica al suo operato e chiese ragione di queste accuse, mentre diverse figure tramavano affinché fosse accusato di alto tradimento. Tornò in Spagna nel 1547, un anno dopo la morte di Francisco de Vitoria, e fu immediatamente coinvolto in tre dispute. La prima in difesa delle nuove leggi, sotto attacco da parte degli encomenderos e dei loro alleati nel clero. Poi si dovette difendere dalle accuse rivoltegli dai medesimi per la sua proibizione di assolverli prima che avessero risarcito gli Indios. Infine la celebre disfida di Valladolid, contro Sepúlveda.

Las Casas rimbeccò i suoi denigratori con i “Trenta Proponimenti” in cui spiegava che la missione europea nel Nuovo Mondo era quella di predicare il messaggio di Cristo, non di perseguitare altri esseri umani. Las Casas sosteneva che la bolla papale di donazione Inter Caetera (4 maggio 1493) di Alessandro VI, quella che divideva il mondo ad occidente delle Colonne d’Ercole tra Spagna e Portogallo, era stata concepita per sollecitare i sovrani iberici ad espandere e proteggere la fede e convertire gli infedeli. Dunque i fini materiali, pur importanti, non potevano avere la precedenza su quelli spirituali, per il buon nome stesso della Corona. Di conseguenza i governanti indigeni non potevano essere privati dei loro titoli di sovranità in accordo con la legge naturale e la legge delle nazioni. Altrimenti si sarebbe data via libera all’esproprio arbitrario e violento ed alla tirannia. L’idolatria non era certo una ragione sufficiente per perpetrare il latrocinio ai danni di chi se ne macchiava. Gli indigeni non avevano mai avuto l’opportunità di ascoltare il vangelo e quindi non avevano colpe. Gli unici che andavano puniti erano quelli che ostacolavano deliberatamente la predicazione. Las Casas avrebbe poi rivisto il suo giudizio anche su questo punto, sostenendo che persino in questo caso la violenza era ingiustificata. Le premesse erano già chiare in questo testo. Infatti il Nostro prevedeva che, una volta convertiti, i capi locali avrebbero riconosciuto la sovranità spagnola ma – e questo era un ragionamento particolarmente audace, per quei tempi – anche il rifiuto di convertirsi non era ragione sufficiente per punirli. Le conquiste armate non avevano perciò alcuna validità giuridica ed erano e rimanevano “ingiuste, inique e tiranniche”. Per quel che riguardava il sistema di lavoro coatto, la sua opinione era che il diavolo in persona non avrebbe potuto inventarsi un metodo più efficace dell’encomienda e del repartimiento per distruggere il mondo dei nativi americani, perché questi costringevano gli Indiani a lavorare nelle miniere e come portatori su lunghissime distanze, dividendo le famiglie. Las Casas concludeva rammentando al sovrano che questi aveva la responsabilità di proteggere le leggi ed i costumi locali quando erano in armonia con le leggi e la moralità spagnola, cambiando solo quelle che non lo erano ed aiutando i nativi a rimediare ai difetti dei loro sistemi di governo.

In quegli anni Las Casas completò ben nove trattati, tra i quali la già citata Brevissima relazione della distruzione delle Indie, che forse non era stata pensata per essere pubblicata ma solo per servire da canovaccio. Irritò molte figure influenti. Nella sua Storia delle Indie ridicolizzò Gonzalo Fernández de Oviedo definendolo “il peggiore nemico degli Indiani”, un uomo che cercava solo il suo profitto personale, e chiamò mentitore López de Gómara. In cambio López de Gómara lo chiamò lunatico e, nella sua Historia General, si rifece all’autorità di Sepúlveda per legittimare la conquista. Motolinía accusò a sua volta Las Casas di essere un falso profeta ed un ipocrita che distruggeva la reputazione internazionale della Spagna. Per Motolinía la conquista era un evento provvidenziale, divino e legato all’avvento del Millennio. Egli insinuò altresì che Las Casas era troppo impegnato a rimestare nel torbido in Spagna per occuparsi del suo vescovato del Chiapas. Nel frattempo il consiglio municipale di Città del Messico fece diverse donazioni a Sepúlveda affinché continuasse la sua opera di difesa delle sue prerogative. Las Casas si mosse abilmente perché ribadì l’innocenza della Corona e incolpò di tutto coloni avidi e privi di coscienza. In questo modo offrì al re l’opportunità di rimettere in riga i suoi sudditi americani che cercavano di ritagliarsi una sempre maggiore autonomia. La sua destrezza è ulteriormente testimoniata dal fatto che fu in grado di creare attorno a sé una rete di simpatizzanti che esercitava una notevole influenza a corte. Per fare un esempio dell’efficacia del suo attivismo e lobbismo basti pensare che Bernal Díaz, un encomendero favorevole ai massacri preventivi come monito per gli indigeni insubordinati o belligeranti, pur detestando Las Casas, cercò di servirsene, rivolgendosi a lui per farsi aiutare in diverse occasioni – ad esempio per consolidare la sua posizione professionale, ora che era “attempato e con una famiglia numerosa”. Questo perché “so che dovunque Lei ponga mano, ottiene dei risultati, che è proprio come dev’essere”. Las Casas ignorò le sue richieste. Persino il vicerè della Nuova Spagna, Luis de Velasco, si rivolse a lui per ottenere un aumento di stipendio dal re.

 

Ingerenze umanitarie

L’idea di un uso della forza non più collegato alla pura e semplice potenza nazionale, ma messo al servizio del bene comune dei popoli, comporta molti rischi in termini di vite umane, ma è un classico esempio giusto di globalizzazione dei diritti e dei valori assolutamente irrinunciabile, come recita la Costituzione. Se la vita umana diviene l’obiettivo essenziale delle imprese militari, allora esse sono imprescindibili per la pace nel mondo. Se poi ciascuna forza armata lega il proprio compito ad una missione umanitaria che non appartiene più, di fatto, al solo interesse sovrano dello Stato di cui è parte, allora abbiamo una funzione nazionale che si amplia fino a diventare un’istituzione etica globale.

Joaquín Navarro-Valls, “Gli eserciti globali”, La Repubblica, mercoledì 10 novembre 2010.

E se il giogo di Cristo è tanto soave ed il suo carico tanto leggero che prendendolo sulle spalle, le anime trovano refrigerio e piacere, perché consentite si addossi loro un peso sì doloroso, insopportabile, un giogo così amaro e fonte di tanta disperazione?

Las Casas, Lettera al Consiglio delle Indie

Las Casas condusse un’esistenza lunga e attiva, morendo a 82 anni.

Juan Ginés de Sepúlveda non lo sconfisse nell’arena della retorica, ma lo riuscì a superare in longevità. Nacque nel 1490 nei pressi di Cordoba, città dove morì nel 1573, a 83 anni, quasi fosse simbolicamente legato al suo rivale. Studiò inizialmente ad Alcalà e Sigüenza, per poi trasferirsi in Italia, paese che avrebbe amato appassionatamente, grazie ad una borsa di studio per il Colegio de San Clemente a Bologna, dove affinò la sua preparazione sotto il famoso, sebbene teologicamente discusso, filosofo Pietro Pomponazzi, grande amante della filosofia greca. L’altro suo patrono fu Alberto Pio, principe di Carpi, nipote di Pico della Mirandola e frequente visitatore del suddetto collegio. Questi apprezzò molto la statura intellettuale di Sepúlveda e lo tenne a lungo con sé presso la corte di Carpi, tra il 1522 ed il 1525. In Italia l’umanista spagnolo assistette al Sacco di Roma del 1527 ed all’assedio di Napoli del 1528. Per l’incoronazione ad imperatore di Carlo V, scrisse L’esortazione a Carlo V a muovere guerra ai Turchi (1529) contro la minaccia ottomana, “perché se non lo si arresta in tempo, gravi saranno il rischio ed il pericolo incombenti sulla nostra sicurezza e libertà”. Poi, in seguito al decesso del suo patrono papale, Clemente VII, seguì in Spagna l’imperatore, per diventare suo cronista e cappellano. Era stato lontano dalla Spagna per 20 anni. Traduttore dal greco al latino delle opere di Aristotele, era un grande ammiratore della Roma imperiale. Era invece ostile, come lo fu Alberto Pio, alle teorie di Erasmo da Rotterdam e dei suoi estimatori, tra i quali proprio il nostro Las Casas che, pur non essendo un erasmiano, aveva conferito evidenti accenti erasmiani alle sue opere, promuovendo un cattolicesimo non conformista, in un’epoca in cui pure tirava una brutta aria per i difensori spagnoli di Erasmo.

Il teologo sivigliano si lasciò coinvolgere in continue polemiche con gli erasmiani ma, nei loro confronti, i suoi toni furono quasi sempre molto civili e cortesi. È degna di nota la sua contrarietà al pacifismo erasmiano che, osservava con una certa inquietudine, stava facendo proseliti anche a Bologna. Per Erasmo l’imperialismo romano era un esempio perfetto dei pericoli di un’illimitata autocrazia e per questa stessa ragione era estremamente sospettoso nei confronti del suo erede, il Sacro Romano Impero, che tassava i suoi compatrioti olandesi con una forma di parassitismo che appariva senza limiti, senza fine e senza ritegno. Erasmo soleva anche criticare severamente quegli educatori che istillavano nei prìncipi il desiderio di emulare Giulio Cesare, un leader a suo avviso tutt’altro che glorioso, ma anzi “pestifero”. Gli erasmiani esaltavano l’unità e la concordia della razza umana in sintonia con l’originale insegnamento di Gesù il Cristo e condannavano i fattori di divisione e discordia, inclusa la de-umanizzazione dei nativi americani. In risposta a questi proclami pacifisti ed anti-romani, Sepúlveda scrisse Gonsalus (1523), un’apologia della rincorsa della gloria, che secondo lui equivaleva alla ricerca del bene comune. In seguito scrisse altre tre opere in favore della giusta guerra. Quella del 1529, alla quale abbiamo già accennato, per controbattere alla posizione di Lutero che negava il diritto dei Cristiani di fare guerra ai Turchi. Una nel 1533, il Democrates primus, o De conuenentia militaris disciplinae cum christiana religione dialogus per riaffermare la compatibilità tra la guerra e l’essere cristiani, in risposta all’influenza di “quelli che si abbandonano al desiderio di novità di fronte alle nuove idee”. Infine il “Trattato sulla giusta guerra nelle Indie” (Democrates segundo o de las justas causas de la guerra contra los indios) del 1544, riassunto poi nell’Apologia pro libro de iustis belli causis, che apparirà il 1 maggio del 1550 e servirà per la Disputa di Valladolid. Las Casas, molto tempestivamente, redigerà immediatamente la sua replica, l’Apología contra los adversarios de los indios, che non fu mai diffusa.

Sepúlveda chiama a sostegno delle sue tesi sulla guerra giusta Sant’Agostino: “Cos’è che non ci sta bene della guerra? Che qualche volta muoiono quelli che devono morire affinché quelli che devono vincere dominino in pace. Deplorare questo è da uomini timidi e poco religiosi”; San Gerolamo: “chi colpisce i mali in quelli che sono malvagi e possiede strumenti di morte per uccidere i peggiori, è ministro di Dio”; e infine Sant’Ambrogio: “Quando per ingiunzione divina insorgono i popoli per castigare i peccati, come fece il popolo ebraico per occupare la terra promessa e distruggere le genti peccatrici, si può spargere il sangue dei peccatori senza incorrere in alcuna colpa, e ciò che possiedono ingiustamente passerà debitamente sotto il controllo dei buoni”.

Alla fine del 1531 Sepúlveda scoprì suo malgrado che il pacifismo umanista si era insinuato persino tra gli studenti spagnoli del suo collegio a Bologna, ora più che mai determinati a difendere la tesi secondo cui non si può essere allo stesso tempo un soldato ed un buon cristiano. Questo movimento di vera e propria contestazione studentesca pacifista esercitò un’influenza piuttosto estesa, geograficamente e temporalmente. Un esempio importante è quello di Alberico Gentili, umanista italiano emigrato in Inghilterra perché protestante, che pubblicò intorno al 1588 il De iure belli, una confutazione dell’esistenza delle guerre sante. Gentili era dell’opinione che la religione non potesse essere un motivo sufficiente per dichiarare una guerra perché essa riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio e nessun uomo può perciò lamentarsi con qualcun altro di essere stato insultato per via di una divergenza nelle credenze religiose. Un altro argomento sollevato era quello dell’inesistenza degli schiavi di natura, “perché, al contrario, siamo tutti naturalmente fratelli…e non esiste una ripugnanza naturale dell’uomo verso l’uomo…Se i desideri umani sono sconfinati e non c’è sufficiente gloria e potere per soddisfarli, quella non è una legge di natura, ma un difetto”. Tantomeno sussisteva il diritto di far la guerra ad un popolo perché si rifiutava di ascoltare il vangelo: “Anche se sta scritto “Andate in tutto il mondo a predicare il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) non ne consegue che ogni creatura che si rifiuti di ascoltare debba essere costretta a farlo con la forza della guerra e delle armi. Queste sono assurdità”.

Dal punto di vista delle élites tradizionali la diffusione del pacifismo tra i giovani studenti avrebbe potuto creare una generazioni di “obiettori di coscienza” di fronte alla minaccia islamica. Sepúlveda sminuì l’importanza della considerazione che nel Nuovo Testamento non si parlava di fare guerra, ribattendo che, se si voleve prendere Gesù a modello, visto che lui non condannava l’adultera, allora si sarebbe dovuto fare altrettanto, ma non ci sognavamo di farlo. Mettere a confronto l’adulterio e la guerra, in riferimento ad una rivelazione che era universalmente associata alla pace, alla concordia, alla fratellanza, alla carità ed all’amore per il prossimo, era una scelta argomentativa quantomeno curiosa, ma Sepúlveda non se ne diede conto, la minaccia era troppo grave. Gli intellettuali pacifisti indebolivano il fronte comune contro il nemico: “Dicono che i cristiani dovrebbero vincerli non con la violenza, ma con la pazienza; voci queste che, come altre opinioni eretiche, sono sicuro non procedono da errori della mente, da depravazioni del pensiero o da ambizione, ma dal sacrilegio criminale ed insidioso di chi, corrotto dai Turchi con doni e promesse, mette in grave pericolo la libertà dei Cristiani”. È in questo contesto che nacque l’anti-erasmiano Democrates primus, pubblicato a Roma, che s’imperniava sulla celebrazione del codice cavalleresco: se gli altri non si sanno difendere, allora meritavano di essere vinti e soggiogati. La sconfitta ed il soggiogamento costituiranno la giusta punizione per i loro crimini collettivi contro la natura e per il loro fallimento nel creare una società civile. Questo manoscritto sarà seguito dal più famoso Democrates secundus (o Primus Alter), la cui stesura fu sollecitata da un membro del Consiglio delle Indie per minare alla base i principi che informavano le Nuove Leggi del 1542 ed il rifiuto dei missionari di assolvere i coloni. Questo manoscritto incorporava il dibattito sul Nuovo Mondo e sulle Nuove Leggi, ispirate agli scritti e discorsi di Las Casas e mirate alla restrizione del potere dei nuovi signori locali sugli indigeni. Il Democrates secundus ricapitolava i temi centrali del primo: le guerre giuste sono autorizzate dalla legge di natura e ciò che è consentito dalla legge di natura è parimenti permesso dalla legge divina. Un soldato non deve mai chiedersi se una guerra sia giusta o no, deve solo obbedire in buona fede, contando sul fatto che la responsabilità non ricadrà su di lui. Una regola di vita che fu adottata da Adolf Eichmann e dal giurista nazista Hans Frank, con le loro personali formulazioni dell’imperativo kantiano: rispettivamente “agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo Paese” e “agisci in maniera tale che il Führer, se conoscesse le tue azioni, le approverebbe”.

Nel periodo intercorso tra la prima opera ed il suo seguito, Sepúlveda aveva aggiornato il suo pensiero. Aveva capito che gli Aztechi erano guerrieri, non “educande”, e che i Mexica erano convinti che Cortés fosse un emissario del dio Quetzalcoatl, identificato con il lontano sovrano spagnolo. Positivamente impressionato da questa rivelazione nei suoi aneliti autoritari, – perché la personalità autoritaria onora sempre un nemico sconfitto ma valoroso, quando la sua resistenza ha messo in risalto il valore del vincitore – aveva ammorbidito i toni. Esaltava l’audacia della loro difesa finale e ne minimizzava i vizi, arrivando ad attribuire ai Mexica una conoscenza intuitiva dell’immortalità dell’anima e l’aspirazione alla salvezza. Si registra una crescente moderazione nei suoi giudizi, che continua con l’Apologia del 1550, che descrive la società Mexica in termini relativamente positivi, un giudizio però non esteso alle altre società indigene. Evidentemente l’amicizia con Cortés – che, secondo lui, nel Nuovo Mondo aveva “agito da apostolo” – e con diversi cronisti della Conquista aveva mutato la sua opinione. In fondo, come recita il detto, “molti nemici molto onore”. Non si poteva certo sminuire l’impresa spagnola. Ma, ancora una volta, il suo giudizio sulla restante barbarie disorganizzata non si discostava molto dai giudizi precedenti. Così scriveva nel Democrates Alter: “Sono così ignavi e timidi che a mala pena possono sopportare la presenza ostile dei nostri, e spesso sono dispersi a migliaia e fuggono come donnette, sbaragliati da un numero così esiguo di spagnoli che non arriva neppure al centinaio. [...] Così Cortés, all’inizio, per molti giorni tenne oppressa e terrorizzata, con l’aiuto di un piccolo numero di spagnoli e di pochi indigeni, una immensa moltitudine, che dava l’impressione di mancare non soltanto di abilità e prudenza, ma anche di senso comune. Non sarebbe stato possibile esibire una prova più decisiva o convincente per dimostrare che alcuni uomini sono superiori ad altri per ingegno, abilità, fortezza d’animo e virtù, e che i secondi sono servi per natura”.

Sepúlveda non cambiò mai idea sulla mancanza di strutture politiche atte all’autogoverno e rimase convinto di tre cose: (a) che tutte le azioni sono il risultato di una decisione divina o di una sua autorizzazione; (b) che ci sono certe azioni che si realizzano miracolosamente per disegno divino; (c) che la Provvidenza illumina i leader prescelti rendendoli consci di compiere una missione divina. L’orizzonte mentale che affiora dalla lettura dei suoi scritti e della sua corrispondenza è, come detto, quello di una personalità autoritaria: semplice, rigido, dualistico, chiaramente delimitato. Noi, gli amici, e Loro, i nemici. Vi è un elevato grado di subordinazione alle autorità, di aggressività (anche solo verbale) nel nome delle autorità, e di convenzionalismo-conformismo: tutti devono seguire le norme e pratiche stabilite dall’alto. Credeva che, al fine di mantenere la pace, i sudditi dovessero tenersi anche i capi più incompetenti o moralmente deprecabili, perché le leggi erano fatte per essere osservate, non per ribellarvisi. Tipicamente, Sepúlveda è giustizialista verso i diversi e permissivo verso i potenti e verso chi aggredisce qualcuno che è il bersaglio delle autorità. La punizione divina o umana del criminale lo fa sentire bene, lo fa sentire puro, perché è intimamente persuaso che l’universo sia intrinsecamente giusto e che le cose cattive succedono alle persone cattive e che se ciò non avviene è per un qualche imperscrutabile disegno divino che va accettato. In pubblico si autocontrollava, appariva gentile, socievole, piacevole, amichevole – riaffermava l’assenza di avversione personale nei confronti di Las Casas, che considerava una persona iraconda e pericolosa, “di intenzioni migliori dei suoi giudizi”, verso il quale dichiarava però di non nutrire alcuna ostilità e di limitarsi a “pregare che Dio gli concedesse una mente più serena, affinché arrivasse a preferire le quiete riflessioni ai progetti turbolenti” (Epistola ad Melchiorem Canum).

In privato era un vulcano che attende di eruttare in tutta sicurezza e con l’approvazione del potere. Se si fosse trovato dall’altra parte, se cioè fosse nato azteco o inca, è presumibile che si sarebbe comportato nella stessa maniera, con la stessa foga e zelo, anche se a ruoli invertiti. Non si può ignorare la soddisfazione che traspare quando l’autore distingue e discrimina, come se ciò lo potesse far sentire più vivo. Come l’ideologo reazionario statunitense del ventesimo secolo Leo Strauss, Sepúlveda era persuaso che le masse abbisognassero di comando e disciplina, non di governo (perché sono politicamente troppo incompetenti) ed andassero frenate, represse, confinate (perché troppo dissolute e volgari). Coltivava il mito dell’autorità politica e di quelle strutture di potere in cui chi comanda gode di enorme discrezione e si autogratifica con abbondante liberalità, mentre chi è comandato è relegato in rigidi binari morali. Ecco come poneva a confronto la condizione degli autoctoni prima e dopo l’arrivo degli Spagnoli: “Prima della venuta dei cristiani avevano il carattere, i costumi, la religione e i nefandi sacrifici che abbiamo descritto; ora, dopo aver ricevuto col nostro dominio le nostre lettere, le nostre leggi e la nostra morale ed essersi impregnati della religione cristiana, coloro – e sono molti – che si sono mostrati docili ai maestri e ai sacerdoti che abbiamo loro procurato, si discostano tanto dalla loro prima condizione quanto i civilizzati dai barbari, i dotati di vista dai ciechi, i mansueti dagli aggressivi, i pii dagli empi e, per dirla con una sola espressione, quasi quanto gli uomini dalle bestie” (Demócrates segundo).

Sepúlveda era profondamente colto e scriveva elegantemente, ma i suoi ragionamenti non si dipanavano con scorrevolezza. Forse perché, come insinuava lo studioso ellenista Juan Pérez de Castro, nei suoi scritti non si riusciva a capire veramente cosa intendesse dire, perché non era un uomo di principio. In effetti i ragionamenti degli autoritari tendono ad essere falsati da pregiudizi, salti logici, compartimentazione della conoscenza, omissioni, doppiopesismo, ipocrisia, mancanza di autocritica, rimozioni, inferenze erronee, etnocentrismo e dogmatismo. La logica e l’evidenza empirica non potevano cambiare le sue opinioni. Questo è precisamente ciò che avvenne nello scambio di opinioni con Las Casas. L’esperienza in presa diretta del domenicano non fu mai sufficiente a modificare il punto di vista di Sepúlveda, prigioniero in una gabbia di erudizione che gli impediva di rendersi conto della realtà della sofferenza di milioni di esseri umani. Grande amante del pensiero aristotelico ed uno dei più apprezzati traduttori e commentatori spagnoli di Aristotele del sedicesimo secolo, Sepúlveda sottoscriveva i pareri espressi nei seguenti brani della Politica di Aristotele: “Quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato”. E ancora: “Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Cosí pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo o l’uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro sono per natura schiavi, e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di autorità, proprio come nei casi citati”.

Fedeli a questo modello, gli Aristotelici difendevano una nozione gerarchica del valore umano che vedeva alla sommità della piramide i maschi adulti dotati di raziocinio, con in fondo le donne e i bambini dei popolo più selvaggi. L’umanista spagnolo non citava esplicitamente questi passi dello Stagirita, già abbondantemente dibattuti, ma è evidente che il suo argomento che il “più perfetto” è sempre superiore al “meno perfetto” derivava direttamente dalla Politica di Aristotele. “Un singolo principio e dogma naturale: il governo ed il dominio della perfezione sull’imperfezione, della forza sulla debolezza, della virtù sul vizio”, scriveva il pensatore cordobese: gli Indios erano destinati a servire gli Spagnoli, “de ingenio más elegantes”. Nel Tratado sobre las justas causas de la guerra contra los Indios, che generò la controversia di Valladolid, citava esempi biblici di guerre giuste, condotte con obiettivi nobili e sacrali e ribadiva che la legge di natura stabilisce una gerarchia tra signori perfetti e schiavi imperfetti (preludio a Nietzsche). Gli Spagnoli, nonostante il sacco di Roma, secondo lui esemplificavano la virtù e la grazia. Il suo punto di vista è articolato in maniera inequivocabile: “È per questo che le belve sono domate e sono sottoposte all’autorità dell’uomo. Per questo motivo l’uomo comanda alla donna, l’adulto al fanciullo, il padre al figlio: cioè, i più forti e i perfetti prevalgono sui più deboli e sugli imperfetti. Questa stessa situazione si riscontra tra gli uomini; perché ve ne sono di quelli che sono per natura signori di altri che per natura sono servi. Quelli che superano gli altri per prudenza e per saggezza, anche se non prevalgono per la forza fisica, quelli sono, per la stessa natura, i signori; al contrario, i pigri, i tardi di mente, anche se hanno le forze fisiche per compiere tutti i lavori necessari, sono per natura dei servi. Ed è giusto ed utile che essi siano servi, e noi lo vediamo sanzionato dalla stessa legge divina, perché sta scritto nel libro dei Proverbi: “Lo stolto servirà il saggio”. Tali sono le nazioni barbare e inumane, estranee alla vita civile e ai costumi tranquilli. E sarà sempre giusto e conforme al diritto naturale che queste genti siano sottomesse all’autorità di principi e nazioni già colte ed umane, di modo che, grazie alla virtù di quest’ultimi ed alla prudenza delle loro leggi, essi abbandonino la barbarie e si conformino ad una vita più umana ed al culto delle virtù. E se essi rifiutano questa autorità, si può loro imporla per mezzo delle armi e questa guerra sarà giusta come lo dimostra il diritto naturale. [...] In conclusione: è giusto, normale e conforme alla legge naturale che gli uomini probi, intelligenti, virtuosi ed umani dominino tutti quelli che non hanno queste virtù”.

Altrettanto illuminante è questo suo rifarsi direttamente a quel passaggio della Bibbia – “Lo stolto servirà il saggio” – che era stato citato favorevolmente da Tommaso d’Aquino, ed all’esempio dei Romani, “il cui dominio sugli altri popoli era giusto e legittimo”. Sepúlveda menzionò anche il coraggio di Cortés nella conquista del Messico come prova dell’innata superiorità degli Spagnoli, in contrasto con la natura servile degli indigeni. Stiamo parlando di quello stesso Cortés che si era gloriato del fatto che nell’assedio di Tenochtitlan erano morti più Indiani che Ebrei nell’assedio di Gerusalemme. Sepúlveda definiva gli indiani “homunculi” (sic!) immeritevoli di una qualche forma di autodeterminazione, ma al contrario tenuti a servire i nuovi signori e padroni. Ignorava la distinzione tra pagani, che non avevano mai potuto ascoltare la parola di Cristo, ed infedeli come i Musulmani e gli Ebrei che, pur avendo avuto accesso ad essa, la rifiutavano. Metteva a confronto la “magnanimità, la temperanza, l’umanità e la religione” degli Spagnoli “con quelle degli homunculi nei quali non rimane quasi alcuna vestigia di umanità” [“Compara ahora estas dotes de prudencia, ingenio, magnanimidad, templanza, humanidad y religión, con las que tienen esos hombrecillos en los cuales apenas encontrarás vestigios de humanidad, que no sólo no poseen ciencia alguna, sino que ni siquiera conocen las letras ni conservan ningún monumento de su historia sino cierta oscura y vaga reminiscencia de algunas cosas consignadas en ciertas pinturas, y tampoco tienen leyes escritas, sino instituciones y costumbres bárbaras”. Demócrates segundo, 309]. Concedeva che, “con il passare del tempo, quando saranno diventati più umani…” allora sarebbe stato possibile accordare loro maggiori libertà. Una volta costretti ad abbandonare le loro pratiche innaturali, la pace e la giustizia sarebbero prevalse. Ma era difficile immaginare che ciò sarebbe avvenuto in tempi ragionevoli. Infatti, sempre secondo il nostro, come tutti i barbari, gli Indios non conoscevano il senso della misura, si davano agli eccessi, mentre “in medio stat virtus”. Queste genti, la cui religione era un’inversione della pietà cristiana, si comportavano davvero “come maiali con gli occhi sempre fissi sul terreno”. La pubblicazione di quest’opera fu inizialmente approvata dal consiglio di Castiglia, ma poi, tra il 1547 ed il 1548, il libro dovette essere riesaminato da una commissione di teologi alle università di Salamanca e Alcalà, che lo condannarono. Sepúlveda imputò alle interferenze di Las Casas il mancato via libera e decise di inviare un sunto del testo alla corte papale, che lo approvò e lo fece pubblicare nella forma di un’Apologia. Tuttavia tutte le copie che giunsero in Spagna furono bruciate per ordine del sovrano. In realtà nessuno dei suoi scritti polemici fu mai pubblicato in Spagna mentre lui era in vita, inoltre le pressioni censorie di Salamanca ed Alcalá, oltre a quelle dell’Ordine dei Domenicani, furono sufficienti ad evitare che la sua opera arrivasse nelle Americhe (se non clandestinamente) e rafforzasse le pretese dei coloni.

L’impressione generale era che Sepúlveda fosse ben lontano dal corrispondere all’immagine dell’umanista illuminato tipica di una certa vulgata storiografica. Alcuni giudicavano certe sue asserzioni isteriche o comunque irragionevoli. L’erudito ellenista Juan Páez de Castro, confessore di Filippo II, lo bollò come l’opera di un uomo “non sani capitis” (non sano di mente), forse sulla scorta di un scambio espitolare con l’autore, che si era lamentato dell’imposizione dell’obbligo di lanciare degli avvertimenti preventivi a degli idolatri quali erano gli indiani. Nei tempi biblici, osservava Sepúlveda, non c’erano stati avvertimenti ed inoltre era piuttosto evidente che “nessun popolo abbandonerà mai la religione dei suoi avi se non per la forza delle armi o per miracolo”. Altri recensori avevano trovato irritante lo stile letterario con cui aveva scritto il Democrates Alter. Ma il suo intento era quello di farsi leggere da un vasto pubblico, non da un gruppo di specialisti. Questi teologi si atteggiavano a guardiani dello stile, ostili a chi si permetteva di varcare le giurisdizioni disciplinari senza avere i titoli per farlo. Sepúlveda, come Erasmo, era visto come un impudente outsider. Va comunque precisato che la visione del mondo di Sepúlveda non era agli antipodi rispetto alla teologia “politicamente corretta”: cercava di non dare troppa enfasi alla sua fede nel determinismo biologico e ribadiva che, alla lunga, gli indigeni potevano essere civilizzati e che questo era l’obiettivo di Dio. Prima però dovevano essere sottomessi. Secondo lui il passo del Vangelo di Giovanni (10:16) in cui Gesù riferiva di avere “altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diverranno un solo gregge, un solo pastore” poteva alludere ai nativi americani, anche se più probabilmente le pecore in questione erano un’allegoria dei popoli limitrofi non-Ebrei.

Sorprendentemente, in tutto questo i suoi ragionamenti non si differenziavano poi molto da quello di Francisco de Vitoria, “il pinnacolo del pensiero umanista spagnolo di quell’epoca”, celebrato ancora oggi come uno dei padri della dottrina dei diritti umani. Per farsi un’idea della sua importanza, al momento della sua morte, nel 1546, quasi trenta dei suoi studenti erano già docenti universitari. Nelle sue lezioni universitarie Vitoria aveva difeso i nativi americani, il loro diritto alla proprietà privata e perfino quello a non farsi convertire con la forza al cattolicesimo. Ma leggiamo il punto di vista di quest’ultimo sugli indiani: “Anche se questi barbari non sono del tutto pazzi, non sono neppure troppo lontani dall’esserlo…Non sono capaci, o non lo sono più, di governarsi da soli più di quanto lo saprebbero fare dei folli o delle bestie ed animali selvatici, visto e considerato che il loro cibo non è più gradevole e per nulla migliore di quello degli animali selvatici”. Inoltre la loro stupidità è “maggiore di quella dei bambini e pazzi in altri paesi”. Non che ci fosse alcunché di inerentemente sbagliato in loro, è solo che erano stati sottoposti alle influenze sbagliate. Se potevano sembrare insensati e stolti (insensati et hebetes) era per colpa della cattiva educazione. Conferme provenivano dalle osservazioni del teologo Alonso de la Veracruz che viveva a Città del Messico e riferiva che gli indiani che risiedevano in città si comportavano in modo perfettamente civile. Il francescano Juan de Silva era dell’avviso che gli indiani dovevano essere educati a capire ciò che altri esseri umani potevano cogliere intuitivamente. Bisognava renderli consapevoli del fatto che erano davvero “uomini razionali con un’anima sensibile, razionale ed immortale”. Analogamente, per Vitoria, l’indio, come il povero villano europeo, era forse un essere umano inferiore, ma rimaneva un “homo sapiens”. Non schiavo naturale, ma infante naturale, una creatura razionale in potenza, ma non in atto. Era perciò lecito intervenire per esercitare il diritto di tutela a beneficio degli indigeni e delle loro menti non inferiori, ma semplicemente immature, che dovevano essere plasmate e quindi richiedevano una costante tutela. In questo modo si anticipava l’argomento di Pufendorf che se qualcuno è capace di apprendere, anche retrospettivamente, che qualcosa è nel suo interesse, si può dire che vi abbia acconsentito anche se è evidente a tutti che non ha esercitato alcuna effettiva libera scelta. La legge naturale e Dio avevano così decretato: il contratto sociale non poteva essere modificato, i sudditi non avevano voce in capitolo su chi li comandava, ma si governava comunque con il loro consenso. Allo stesso modo gli Indios dovevano accettare volontariamente la loro sottomissione, perché questa li avrebbe avvantaggiati. Finché gli Indios fossero rimasti nella condizione infantile gli Spagnoli si sarebbero presi cura di loro (accipere curam illorum). Dunque Vitoria, un altro umanista che ragionava per sentito dire, dietro la maschera del rispetto del diritto internazionale, offriva in pratica, più o meno consapevolmente, un perfetto pretesto per una politica coloniale non troppo diversa dall’odierna pax americana. Legato a doppio filo, come molti altri colleghi, alle speculazioni aristoteliche, nel 1539 Vitoria lesse De Indis Relectio Posterior, sive de iure belli, uno dei testi seminali del diritto internazionale, all’università di Salamanca, ma commise un errore tanto ingenuo quanto evidente nel reinterpretare arbitrariamente la posizione di Aristotele, invece di rifiutarla recisamente. Il risultato fu un  trattato che razionalizza l’impiego della guerra in determinate circostanze e con cristiana moderazione, dopo un’elencazione delle fonti scritturali che invece la condannano. Ora, poiché Vitoria era un intelletto di grandissimo spessore ed esperienza, è lecito sospettare che il suo obiettivo fosse quello di legittimare l’imperialismo spagnolo, cercando però nel contempo di salvare l’essenza del messaggio evangelico. Un’impresa moralmente discutibile e tecnicamente irrealizzabile, se non facendo uso di contorsioni logiche e riprovevoli omissioni.

Sia come sia, contro ogni evidenza testuale, Vitoria affermò di ritenere che Aristotele non credesse veramente all’esistenza di una schiavitù di natura, ma fosse piuttosto orientato a giustificare la tutela degli uomini superiori su quelli inferiori, fino a quando questi ultimi non fossero maturati a sufficienza da potersi emancipare. In fondo, come altri ebbero occasione di sottolineare, lo stesso Agostino d’Ippona non era stato contrario alla schiavitù, perché questa offriva l’opportunità di sviluppare le virtù dell’umiltà, perdono, modestia, obbedienza e pazienza, ossia parte del programma divino per la rigenerazione della razza umana. In questa maniera si salvava il costrutto teorico aristotelico purgandolo di ogni implicazione biodeterministica – “sei schiavo e la tua natura non può essere modificata”.

Una posizione perlomeno stravagante, visto che se il filosofo greco avesse voluto indicare la reversibilità o alterabilità della condizione di schiavo non avrebbe certo insistito sul concetto di stato naturale. Il risultato di questa acrobazia concettuale fu un’imbarazzante giustificazione della tirannia che avrebbe avuto un notevole successo nei secoli a venire. Per di più questa proveniva da un difensore dei diritti umani ed era fondata su una revisione del pensiero dello stagirita che poteva essere confutata con una facilità disarmante, citando anche solo un paio di estratti dalla Politica in cui il filosofo esplicitava il favore con cui vedeva l’idea di schiavitù naturale permanente. Vitoria cercò insomma di far passare Aristotele per un difensore della dignità umana, andando anche oltre le “correzioni” di Tommaso d’Aquino, che pure procedevano in quella stessa direzione. L’Aquinate, infatti, si era almeno peritato di precisare che homo homini obbedire non tenetur, sed solum Deo – gli uomini devono rispondere solo a Dio delle azioni che riguardano la loro sfera personale.

Questo punto di contatto tra i due intellettuali, Vitoria e Sepúlveda, non deve comunque oscurare i meriti della Relectio de Indis, che riconosceva comunque, tra le altre cose, la dignità umana degli indios, il diritto di proprietà ed il diritto dei popoli di difendere la propria sovranità (dominium). Questo in base alla seguente considerazione: (a) che non è vero che il peccato impedisce di possedere delle terre in quanto questo dominio è conferito per grazia divina e quindi il peccatore non la può ricevere. Per l’Aquinate gli esseri umani razionali esercitano il dominio e gli indios hanno dimostrato con le loro realizzazioni che sono razionali. Sarebbero colpevoli di peccato mortale se rifiutassero la parola del Signore presentata da cristiani dalla condotta morale impeccabile e dagli argomenti dimostrabilmente ragionevoli. Ma purtroppo le cose non stavano ancora così; (b) che “una persona è padrona dei suoi atti quando può scegliere questo o quello”; (c) che gli indios “hanno a modo loro l’uso di ragione”, perché “è evidente che seguono un certo ordine nelle loro cose: hanno città debitamente governate, matrimoni ben definiti, magistrati, nobili, leggi, professori, industrie, commercio; tutto ciò richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una certa forma di religione e non sbagliano nemmeno nelle cose che sono evidenti ad altri, cosa che è un indizio dell’uso di ragione. Dio e la natura non li abbandonano in ciò che è indispensabile per la specie; la facoltà principale nell’uomo è la ragione ed è inutile la potenza che non si riduce in atto”. Infine Vitoria sottolineava che Gesù aveva affermato esplicitamente che il suo regno non era di questo mondo, e di conseguenza la pretesa papale del dominus totius orbis era invalidata; al pontefice non spettava alcun potere temporale né per diritto naturale, né per diritto umano e neppure per diritto divino. Inoltre, “anche ammettendo che il Sommo Pontefice avesse questa potestà politica su tutto l’orbe, non potrebbe trasmetterla ai prìncipi secolari” e “anche se i barbari non volessero riconoscere nessun dominio del Papa, non si [potrebbe] per questo far loro guerra, né impossessarsi dei loro beni e dei loro territori”.

Parole magnificamente rivoluzionarie, queste, che però si arrestarono ad un passo dal traguardo che sarà varcato solo da Las Casas: il rifiuto di considerare legittima un’ingerenza umanitaria non richiesta dai suoi presunti beneficiari. Come abbiamo visto, Vitoria e Sepúlveda erano d’accordo nel ritenere che certi popoli barbari fossero a malapena in grado di autogovernarsi e necessitassero di assistenza, o per meglio dire di una tutela paternalistica che poteva anche comportare una guerra giusta, nel caso in cui fossero state vittime di tirannia, idolatria e abusi: “Un altro titolo – spiegava Vitoria – può essere la tirannia degli stessi barbari o le leggi tiranniche a danno degli innocenti, come quelle che ordinano il sacrificio di uomini innocenti o l’uccisione di uomini senza colpa al fine di mangiarli”. In questi casi esisteva un obbligo morale di intervenire: “Ne è la prova il fatto che Dio abbia mandato ognuno a prendersi cura del suo prossimo e tutti questi sono il nostro prossimo”. Vitoria demolisce le giustificazioni correnti delle guerre condotte in America, ma ritiene tuttavia che delle guerre giuste siano possibili, quando sia violato il “diritto naturale di socievolezza e comunicazione”, oppure qualora l’intervento sia compiuto per proteggere degli innocenti contro la tirannia dei capi e delle leggi e pratiche indigene. Non vi è alcuna nozione, neppure in fieri, di una vera eguaglianza fra spagnoli e indiani, come si evince dalla giustificazione ultima della guerra nelle Americhe: “Benché questi barbari non siano affatto pazzi, non sono tuttavia lontani dalla follia […]; Non sono più capaci di governarsi da sé di quanto lo siano i pazzi, gli animali e le bestie feroci, visto che il loro cibo non è più gradevole ed è appena migliore di quello delle belve”. Era dunque lecito intervenire nel loro paese per esercitarvi un diritto di tutela, impeccabile base legale per delle guerre imperialiste.

È importante ricordare che questo giudizio non era condiviso dall’intero spettro dei giuristi spagnoli. Per esempio, se da un lato Juan de Solórzano y Pereyra si rifaceva allo ius ad subiciendum eos, il diritto a sottomettere gli indigeni, assicurando che “non v’è nazione così barbara, così stupida che, se educata e istruita correttamente, non si liberi dalla barbarie”, dall’altro Vasco de Quiroga, magistrato, membro della Seconda Audiencia che amministrò la giustizia in Nuova Spagna tra il 1531 ed il 1535 e primo vescovo di Michoacán, era recisamente contrario a progetti di addestramento e rieducazione finalizzati all’addomesticazione dell’indio. Egli denunciò ripetutamente un sistema di potere che aveva bisogno di mantenere gli indiani in una condizione degradante per potersene servire come “bestie prive di ragione”. Melchior Cano, che nel De dominio indiorum aveva categoricamente escluso la possibilità dell’esistenza di esseri umani servi di natura – “nullus homo est natura servus” –, aggiungeva che, se si interveniva in difesa di innocenti, non si doveva andare oltre il necessario per garantire la loro tutela. Certamente ciò non comportava spoliazioni e tributi vessatori come risarcimento. Gli Spagnoli erano andati in America “non come pellegrini, ma come invasori, a meno che uno non voglia chiamare quello di Alessandro un pellegrinaggio”. Diego de Covarrubias, discepolo di Vitoria e Cano, superò la posizione di Vitoria, sostenendo che gli indiani avevano il diritto di vietare il passaggio anche agli Spagnoli esclusivamente interessati al commercio perché, una volta entrati, la loro supremazia militare avrebbe causato la rovina degli indigeni. Il giurista Francisco Falcòn, “procurador general de los indios” e rappresentante dei cacicchi peruviani al secondo Concilio provinciale di Lima del 1567 dichiarò, arditamente, in quell’occasione: “se Sua Maestà è sovrana delle terre del Regno di Castiglia, per averle conquistate secondo giusta guerra, la stessa cosa non la si può dire per questi regni [le Nuove Indie], perché non li ha avuti con giusta guerra; […] sarebbe [piuttosto] da ritenersi tirannia”. Il giurista progressista Fernando Vázquez de Menchaca (1512-1569), che accompagnò Filippo II al Concilio di Trento, non fu meno esplicito e denunciò la teoria della schiavitù di Aristotele come un esempio di come le persone cerchino di dissimulare le loro guerre dietro la maschera della giustizia e di “quel rilassamento dello spirito umano che è quasi sempre causato dall’influenza e dall’opera di quelli che desiderano compiacere i principi illustri e potenti”; forse un velato riferimento a Sepúlveda. Proseguiva poi ancor più esplicitamente: “La dottrina di queste autori è una tirannia bella e buona, introdotta in guisa di amicizia e saggi consigli, per il sicuro sterminio della razza umana e dispotismo sui superstiti. Per poter praticare in tutta libertà questa tirannia, saccheggiando città e usando violenza, cercano di giustificarla con nomi fittizi, descrivendola come una dottrina vantaggiosa per chi subisce vessazioni, mentre in realtà non si è mai sentito o visto nulla di più lontano dal vero e più meritevole di essere sbeffeggiato e vilipeso”.

Nei primi anni del sedicesimo secolo gli erasmisti spagnoli erano stati spinti in un angolo ed alcuni avevano optato per una virtuale clandestinità, mentre i guerrafondai dominavano il dibattito. Lo stesso Vitoria in una lettera al suo amico Frate Miguel de los Arcos si lamentava del fatto che durante gli accesi dibattiti a corte si rischiava di essere giudicati sleali nei confronti dell’imperatore. Ma, grazie anche a queste figure, gli anni a cavallo della metà del secolo servirono ad attenuare l’impatto della Conquista. Poi, purtroppo, il pendolo oscillò nella direzione opposta, perché il movimentismo teologico-giuridico progressista metteva in dubbio la liceità delle imprese coloniali, e questo fin dall’inizio. Leggiamo per esempio cosa scriveva a questo proposito il teologo domenicano Domingo de Soto, già nel 1535: “Abbiamo stabilito che l’imperatore in nessun modo detiene il dominio sull’intero mondo. Con quale diritto, dunque, possediamo noi l’impero oltremarino appena scoperto? Io davvero non lo so”. Las Casas la pensava esattamente allo stesso modo e, in una lettera del 1549, raccomandava irrealisticamente a Soto di pretendere dal re una condanna pubblica ed ufficiale della Conquista. Quella stessa lettera, però, ci istruisce su di un aspetto cruciale dell’intera questione. Anche le personalità più sensibili alla causa indigena erano disinformati o, in alternativa, usavano estrema cautela nel sollevare certe questioni con il sovrano. Infatti Soto, confessore di Carlo V, in una lettera precedente indirizzata a Las Casas aveva spiegato di non sentirsi abbastanza informato per poter fornire una sua opinione di carattere teologico-politico, figuriamoci per protestare presso l’imperatore.

Bartolomé Carranza, che insegnava al collegio di San Gregorio a Valladolid, presenziò assieme all’imperatore al concilio di Trento e si schierò dalla parte di Las Casas nella famosa Disputa di Valladolid, non fu così fortunato o forse si spinse troppo oltre nell’ammissione pubblica del suo erasmismo, senza poter godere di appoggi sufficientemente influenti a corte. Nominato arcivescovo di Toledo nel 1558, un incarico estremamente prestigioso, l’anno successivo fu comunque incarcerato dall’Inquisizione a Valladolid per il reato di eresia. Las Casas lo aiutò in ogni modo, testimoniando in suo favore e denunciando durante il processo il conflitto di interessi dell’inquisitore, il quale temeva che se le opinioni di Carranza avessero trovato ascolto a corte i suoi affari (compravendita di latifondi) avrebbero subito un duro colpo. La Spagna del tempo non poteva tollerare alcun tipo di religiosità interiorizzata e men che meno mistica, come quella ammessa da Carranza. Nel 1576 fu condannato formalmente da papa Gregorio XIII e gli si ordinò di abiurare sedici opinioni eretiche contenute nel suo catechismo. Morì poco tempo dopo. A dispetto di queste voci, tutt’altro che isolate, l’umanissimo ufficiale coloniale Rodrigo de Albornoz dovette commentare amaramente che sebbene ci fossero 400 difensori degli Indiani per ogni indiano, la schiavitù ed il commercio umano non furono mai aboliti. Eppure, “non ho trovato nella legge di Cristo che la libertà dell’anima debba essere pagata con la schiavitù del corpo”.

Ricapitolando, a quell’epoca si era assistito ad un vasto recupero della sapienza aristotelica, che poteva però anche essere adoperata – e fu proprio ciò che avvenne – per puntellare un modello di società in cui una vasta massa di servi permetteva ad una minoranza di signori di indulgere in una vita edonistica, o nel migliore dei casi contemplativa. Questi schiavi naturali non potevano pensare da sé e provvedere per sé. Tuttavia, come gli animali addomesticati a contatto con i padroni affinano le proprie capacità, così anche loro si potevano riscattare, col passare del tempo. Vitoria aderiva all’idea di Tommaso d’Aquino che l’umanità costituisse un corpo mistico spirituale e temporale e che il destino del mondo cristiano non poteva essere separato dal destino dell’umanità. Se una nazione non era capace di autogoverno doveva intervenire qualcuno dal di fuori, prendere in mano la situazione e rieducarla, facendola ragionare. Entrambe le prospettive legittimavano la presenza spagnola nel Nuovo Mondo in quanto braccio terreno per la realizzazione del disegno provvidenziale della conversione dell’umanità alla cristianità. Gli indigeni erano così immobilizzati in uno schema di storia provvidenziale a loro alieno ed in un sistema politico-amministrativo aristotelico-cristiano per loro difficilmente intelligibile.

L’egemonia del diritto di origine romana nella giurisprudenza iberica comportò il graduale superamento della nozione di schiavitù naturale – ossia l’intersecarsi della dottrina ciclica dell’eterno ricorso (gli esseri umani sono una mera espressione di lignaggi ancestrali più o meno puri) e della concezione teleologica naturale della storia (la biologia è un destino personale e collettivo). Ciò nonostante, all’estensione lineare delle leggi naturali nella sfera sociale, si sostituì l’opposizione fondamentale (culturalista) tra il cristiano e il non cristiano come pretesto per costringere quest’ultimo a cambiare. Da schiavi naturali (permanenti) gli indigeni divennero schiavi socio-culturali e provvidenziali, l’affrancamento dei quali era rinviato a data da destinarsi. Nel corso della Disputa di Valladolid arrivò il benservito ad Aristotele da parte di Las Casas ed il rinsaldamento del legame con  il messaggio originario di Gesù Cristo: “Addio Aristotele! Il Cristo, che è verità eterna, ci ha lasciato questo comandamento: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’. (…) Benché fosse un filosofo profondo, Aristotele non era degno di essere salvato e di giungere a Dio attraverso la conoscenza della vera fede” (Apología, 3). Egli contrastò sempre l’idea che le forme culturali potessero essere l’espressione di disposizioni innate, ma la lucida forza e perspicacia della posizione di Las Casas risiedeva nella sua capacità di asserire vigorosamente e senza riserve ed esitazioni che un regalo non può essere un compito, un favore non può essere un incarico, la disponibilità non può essere una pretesa. L’umanismo “umanitario” della correctio fraterna di Sepúlveda era quello che faceva dire a H.D. Thoreau: “Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo”. Las Casas, avendo vissuto di persona in circostanze che rivelavano la spudorata ipocrisia di questa ideologia, aveva ben compreso che la regola aurea nelle relazioni con il prossimo – “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” – andava completata, nel senso dell’imperativo di trattare gli altri come loro, in primo luogo, vorrebbero essere trattati; cioè ascoltare il loro punto di vista, le motivazioni più profonde, capire le loro esigenze ed aspettative ed agire di conseguenza. Anche se questo poteva significare non battezzare nessuno che non avesse ben compreso cosa significasse e che non avesse fornito il suo consenso informato. Una logica diametricamente opposta a quella di quei francescani che si limitavano a battezzare meccanicamente, come in una catena di montaggio, senza verificare se i nuovi cristiani avevano realmente capito a che cosa si stavano sottoponendo. Si compiacevano di aver battezzato la strabiliante cifra di quattro milioni di pagani in dodici anni di attività, con un picco di 15 mila indiani in un sol giorno. Uno di loro, Juan de Tecto (Jan Dekkers), scrisse l’Apología del bautismo Administrado a los gentiles Mexicanos con solo el agua y la forma sacramental, in cui difendeva il metodo del battesimo di massa argomentando che la fine del mondo era prossima e, sostanzialmente, non bisognava guardare per il sottile. La conversione degli indigeni avrebbe accelerato il compimento delle profezie chiliastiche.

Carlo Maria Martini si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda di Las Casas quando ha invitato a seguire l’esortazione di Gesù ad amare il nostro prossimo perché è come noi, ossia plurale, eterogeneo, fluido. Non si può enfatizzare a sufficienza la grandezza ed attualità dell’intuizione lascasiana, che ha una valenza universale. Questa riecheggia nelle parole del filosofo inglese Peter G. Winch, quando afferma che “trattare una persona con giustizia vuol dire prendere seriamente la sua concezione di sé stessa, i suoi attaccamenti e predilezioni, la sua comprensione della sua situazione e di che tipo di comportamento le è richiesto in quelle circostanze” e in quelle del filosofo neo-confuciano Li Zhi, quando scrive che: “è da se stessi, non dagli altri, che bisogna innanzitutto esigere l’onestà, lo zelo e l’intrepidezza; queste virtù, quando le possediamo, cessano molto rapidamente di sembrare amabili se pretendiamo troppo dagli altri”. Non basta donare tanto per donare, o mettersi al servizio del prossimo in risposta ad un complesso di colpa esistenziale che ci attanaglia, facendoci pensare che dobbiamo qualcosa al prossimo ed al cosmo e prima li risarciamo meglio è. In quel caso è come prendere. Purtroppo, a differenza di Las Casas e di non molti altri, diversi “indigenisti” aiutarono i nativi per motivi fondamentalmente egoistici, come ad esempio per rincuorarsi nella certezza di una ricompensa divina, o per ricevere segni tangibili di apprezzamento. Insomma lo fecero per migliorare la propria immagine agli occhi degli altri, di se stessi e soprattutto di Dio. Nel farlo violarono sistematicamente il libero arbitrio degli autoctoni e quindi tradirono lo spirito del messaggio di Gesù il Cristo. Il Las Casas delle sperimentazioni di ingegneria sociale venezuelana rientrava in questa categoria di benefattori compulsivi. L’astuzia di molti conquistatori, imprenditori ed autorità coloniali fu quella di far leva su questo umanitarismo interessato per realizzare i propri obiettivi, in ultimo distruggendo il corpo che li nutriva, come dei parassiti infinitamente voraci, eternamente insoddisfatti, insaziabilmente a caccia di ricchezze materiali, risorse, potere, controllo sul prossimo, incapaci di accettare limiti e di apprezzare il senso della misura. In questo senso il mondo dei Conquistadores era un mondo di fantasie e grandiosi sogni di successo e ricompense, segnato da un forte desiderio di dominare o di essere dominati che non poteva non attirare Sepúlveda. Questi era un uomo che, stando al ritratto di Àngel Losada, che pure è un suo apologeta, fu “dominato dal desiderio di incrementare le sue proprietà” e trascorse la vita impegnato in compravendite di terreni ed immobili. “Non fece altro nella sua vita che comprare, vendere, affittare ed accumulare rendite ecclesiastiche” ed ispezionare la sua tenuta ed i suoi amati alveari, dall’osservazione dei quali, si può presumere, trasse spunto per le sue teorizzazioni politologiche. Un uomo che, pur di vedersi dar ragione, non esitava a millantare credito presso chi non gliene avrebbe dato, al punto che tre ecclesiastici scrissero a Las Casas per lamentarsi del fatto che Sepúlveda avesse affermato pubblicamente e falsamente che loro erano dalla sua parte. La stoccata del domenicano non si fece attendere: “La smetta di nascondere i suoi errori dietro i nomi di così tanti uomini e cominci a sostenere la causa di Cristo, come si conviene ad uno studioso”.

 

La Disputa

Nel 1550, l’anno in cui si svolse il confronto dialettico con Sepúlveda, Las Casas aveva 66 anni. Le opinioni erano divise e il re convocò alla corte di Valladolid una giunta di teologi e giuristi per dirimere la questione se sia lecito fare la guerra a popoli le cui “colpe” risalgono a quando erano infedeli. Furono convocati i due rivali, in un confronto destinato a trascendere l’oggetto del contendere per cristallizzare nelle due trattazioni i due possibili approcci politici al problema dell’altro, del diverso: quello delle piramidi oligarchiche e castali e quello democratico, universalista ed egalitario.

Las Casas aveva lasciato il Nuovo Mondo nel 1547 ed era determinato a dedicare gli anni che gli rimanevano da vivere all’attività di avvocato difensore dell’umanità americana. Sebbene per estrazione sociale fosse un popolano, Las Casas era tutt’altro che un sempliciotto. Gli studi e la passione per l’apprendimento l’avevano reso un erudito della letteratura teologica-scolastica e del diritto canonico (Parish, 1992). L’esperienza di vita e la pratica della dialettica avevano affinato la sua arte retorica. Fu moderno nel reperire nella matrice dell’economia di profitto e rapina le radici dell’ideologia coloniale e nell’insistere che il benessere materiale e la sopravvivenza degli indigeni dovevano venire prima di ogni altra cosa, persino della conversione. Solo una conversione per amore era valida, mentre il comportamento tirannico e distruttivo degli Spagnoli era “uno scandalo agli occhi di Dio”.

Analizzò la civiltà azteca, quella degli sconfitti, nell’Apologética Historia, composta tra il 1527 ed il 1550, che però rimase inedita per oltre tre secoli. Questa vera e propria ricerca etnografica si basava sulle sue esperienze personali, sulla sua estesa corrispondenza e su manoscritti altrui. Lo scopo era quello di dimostrare che gli indiani soddisfacevano tutti i requisiti aristotelici della buona vita. Erano semplicemente rimasti isolati dal resto del mondo e non avevano potuto fruire della circolazione della conoscenza e della verità. In breve avrebbero potuto recuperare il tempo perduto perché facevano parte di un’unica umanità, dotata delle medesime facoltà. Questo, naturalmente, a patto che nella loro educazione si impiegasse il metodo giusto, fatto di “amore, gentilezza e premura”.

La disputa fu equilibrata. Sepúlveda eccelleva nella cultura classica e nel latino, Las Casas possedeva una fervida eloquenza – invidiabile e da molti invidiata – ed un’esperienza sul campo estesissima, maggiore di chiunque altro, cosa che fece pesare nel dibattito, quando ad esempio insinuò che il suo rivale “aveva scritto il suo libretto velocemente e senza soppesare adeguatamente il materiale e le circostanze”. Nel corso della disputa Sepúlveda si limitò sostanzialmente a riassumere i punti principali della sua posizione “rigidamente ortodossa ed altamente sciovinista” (Pagden, 1989) che, comprensibilmente, non poteva essere elaborata ulteriormente in un contesto come quello della madrepatria, che in generale non vedeva di buon occhio proclami biodeterministici (la natura come destino) che ponevano limiti alla Divina Provvidenza. Las Casas invece approfittò dell’occasione per illustrare la condizione dei nativi e lesse estratti dalla sua apologia per diversi giorni. Entrambi si autoproclamarono vincitori, ma la commissione non espresse alcun giudizio.

Al centro del conflitto tra i due “colossi” c’era il principio di separazione contrapposto a quello di unità. Sepúlveda riusciva a vedere – o dava mostra di vedere – solo differenze, disparità, gerarchie, identificando in ogni diversità la cifra dell’inferiorità ed una conferma che gli Spagnoli avevano il diritto-dovere di imporre il bene. “Sepúlveda crede che non l’eguaglianza, ma la gerarchia sia lo stato naturale della società umana” (Todorov, 1992). Las Casas enfatizzava le analogie, le affinità e la condivisione paritaria, ossia quei principi nutritivi che hanno alimentato la quercia dei diritti civili e dei diritti umani. Secondo Sepúlveda i nativi amerindiani potevano usufruire del diritto alla libertà, ma non nei medesimi termini degli Europei cristiani. La libertà dei primi era fortemente attenuata dalla loro natura specifica ed inferiore, ciò che lo induceva a ritenere che non si sarebbe mai veramente raggiunta una condizione di uguaglianza e che quindi la sovranità spagnola non sarebbe mai stata seriamente messa in discussione nei secoli a venire.

In pratica, la posizione dell’umanista di Cordoba è l’adattamento più estremo delle speculazioni aristoteliche sulla diversità umana che si potesse accettare in un contesto giuridico e teologico generalmente ostile al concetto di inferiorità e schiavitù naturale, ma tollerante nei confronti dell’aggiogamento dei prigionieri di guerra a fini di conversione e civilizzazione. Un’impostazione radicalmente anti-cristiana ed anti-umana agli occhi del domenicano che, nella Brevissima relazione della distruzione dell’Africa, condannava queste pratiche senza mezzi termini: “Come se Dio fosse un violento ed iniquo tiranno e gradisse e approvasse, per la parte che gliene offrono, le tirannie”.

Sepúlveda diede l’avvio alle sue argomentazioni usando come caso emblematico l’impero azteco, ritenuto la civiltà più sviluppata del Nuovo Mondo. Il comportamento di Montezuma (Motekwmatzin, in lingua Nahuatl), che avrebbe potuto schiacciare i pochi invasori ma si limitò a dissuaderli dall’avvicinarsi alla capitale, per poi accoglierli senza offrire resistenza, è indicato come prova della codardia, inanità, mancanza di spirito degli Aztechi. Nessun aspetto della civiltà era davvero degno di nota: commercio, edifici, vita sociale erano solo necessità naturali che sorgono automaticamente e spontaneamente, senza merito alcuno da parte di chi ne fa uso. La loro esistenza dimostrava solo che “non sono orsi o scimmie e non sono completamente privi di ragione”. D’altra parte non avevano sapienza, né scrittura e archivi storici, ma solo immagini pittografiche. Non avevano leggi scritte ma solo usanze e costumi barbari; soprattutto non conoscevano la proprietà privata. Che avessero accettato questo stato di cose senza ribellarsi confermava lo spirito meschino e servile di questi barbari che andavano sottomessi per il loro bene. Le loro terre sarebbe state meglio gestite da chi se ne intendeva e non commetteva peccati così infamanti; il pontefice non avrebbe avuto nulla da ridire.

Las Casas rispondeva che il papa non aveva una giurisdizione punitiva universale e, se l’avesse avuta, questa si sarebbe dovuta estendere fino a includere la fornicazione, il furto e l’omicidio. Inoltre Israele non si era mai impadronito delle terre dei vicini perché erano non credenti o idolatri o perché commettevano peccati contro natura. Ciò detto, pur domandandosi con quale autorità questo papa assegnava terre che non gli appartenevano e mettendo in discussione la validità giuridica dell’espropriazione dei beni indigeni, non negava che le cose più imperfette dovessero cedere il passo a quelle più perfette quando le incontravano, “come la materia dinnanzi alla forma, il corpo dinnanzi all’anima ed il sentimento dinnanzi alla ragione”, ma non quando queste caratteristiche appartenevano a soggetti distinti. Perciò la gerarchizzazione nei rapporti tra coloni e soggetti era illegittima: “Nessun popolo libero può essere costretto a sottomettersi ad un popolo più educato, anche se questa sottomissione dovesse dimostrarsi di grande vantaggio per il primo”. Qui Las Casas si rifaceva al principio cardine dello jus gentium, il consenso volontario dei soggetti. Anche lui aveva studiato il suo Aristotele, ma lo usava solo per confermare le Scritture, non per reinterpretarne il senso. Dopo tutto, lo stesso Stagirita non aveva mai indicato chiaramente come distinguere uno schiavo da un uomo libero.

Tra i due esisteva un forte divario etico ed esistenziale: uno metteva al centro l’uomo ed i deboli, l’altro il ceto e la nazione (i ricchi e i potenti). Sepúlveda cedeva alla passione per l’economia politica, al limite dell’eresia, con argomentazioni che mal si conciliavano con il diritto canonico e la teologia e che celavano un sostrato pagano e naturalista. Le sue tesi erano in contrasto con la missione evangelizzatrice della Conquista ma non con quella sfruttatrice dei Conquistadores. Per questo non erano ben accolte a Corte, mentre erano molto ben viste in America. Per certi versi il pensiero di Sepúlveda fu l’espressione massima della coscienza sociale e politica dei conquistatori. Lo jus gentium, che regolava i rapporti tra i popoli, secondo lui altro non era che uno sviluppo del diritto di guerra. Poneva così la violenza e la sopraffazione all’origine del diritto, in diretto conflitto con il Nuovo Testamento. Inoltre, insistendo sull’autonomia della sfera sociale e politica da quella religiosa, si collocava ad una distanza piuttosto ridotta da Lutero, al quale, oltre venticinque anni prima, aveva rivolto una severa critica. Sepúlveda dichiarava che si era tenuti a sottomettere con le armi, se non fosse stato possibile farlo diversamente, quei popoli che per condizione naturale dovevano obbedire ad altri e rifiutavano il loro fato. Ogni disuguaglianza era naturale e, in quanto naturale, era tale per decreto divino.

Questo assunto non era però ricevibile dai giuristi spagnoli, che da tempo avevano accettato l’idea che lo stato di diritto non avrebbe lasciato spazio a rapporti di sfruttamento servile, prediligendo la forma di contratto sociale tra individui giuridicamente liberi. Per questa ragione il sistema di schiavitù di fatto che esisteva nelle colonie americane non fu mai sancito giuridicamente. Come al giorno d’oggi la tortura, il lavoro nero e lo sfruttamento della prostituzione, pur non dovendo esistere, la schiavitù esisteva, e nessuno poteva farci nulla. Così si ideò l’istituzione neo-feudale dell’encomienda, fingendo ipocritamente che ciò non fosse in contrasto con lo spirito delle leggi dell’impero.

Sepúlveda aveva un’idea ben definita del nuovo ordine che doveva essere costruito nelle Americhe: il diritto doveva rispecchiare il sistema di potere e le strutture gerarchiche imposte dai vincitori. Il discrimine tra civile e barbaro era la proprietà privata, fino ad allora sconosciuta nel Nuovo Mondo. La Conquista era un’opera di civilizzazione non tanto perché divulgava le parole di Cristo, ma perché esportava il modello capitalista-mercantilista e pedagogico europeo. Un’anticipazione della retorica del fardello dell’uomo bianco, ufficialmente tollerato in quanto atto caritatevole.

Un governo autonomo e rispettoso dei suoi cittadini spettava esclusivamente ai popoli avanzati, quelli inferiori – privi di sangue cristiano e dominati dalle passioni e dai vizi – necessitavano di governi autoritari che li avviassero su un cammino di rettitudine, anche se ciò comportava il disprezzo dell’uomo per l’uomo. I nuovi signori avrebbero agito come strumenti di redenzione e rigenerazione, vicari di Dio in terra.

Quattro furono le motivazioni addotte per dar conto di questa posizione: (a) la gravità dei delitti degli indiani, soprattutto la loro idolatria e i loro peccati contro natura; (b) la grossolanità della loro intelligenza, che ne faceva una nazione servile, barbara, destinata ad essere sottomessa all’obbedienza da parte di uomini più avanzati, quali gli spagnoli; (c) le esigenze della fede, poiché il loro assoggettamento avrebbe reso più facile e rapida la predicazione; (d) il male che si facevano tra loro, uccidendo degli uomini innocenti per offrirli in sacrificio.

La prima giustificazione dell’asservimento degli Indios era formulata come segue: “Così il motivo per porre fine a questi atti criminali e mostruosi e per liberare gli innocenti dalle azioni ingiuriose commesse contro di loro, potrebbe già da solo concedervi il diritto, peraltro già assegnatovi da Dio e dalla Natura, di sottomettere i barbari al vostro dominio…a ciò si aggiunga l’intento di garantire ai barbari molte cose utili e necessarie…una volta che questi beni siano stati offerti e che le mostruosità che spaventano per la loro empietà, siano state soppresse dallo sforzo, lavoro e valore della nostra gente, e che la religione cristiana e le sue ottime leggi sia stata introdotta, come potrebbero questi popoli ripagarci di tanta abbondanza, varietà ed immortalità di doni?”.

In questa prospettiva la missione civilizzatrice arrecava solo benefici ai colonizzati, che dovevano essere eternamente grati ai loro nuovi signori. L’autorità di usare la forza traeva origine dalla superiorità del sistema di valori e forma di governo dei colonizzatori. La civiltà non era il regalo della Spagna al mondo ma di Dio all’umanità; la Spagna era solo un veicolo della volontà di Dio. Sepúlveda esprimeva con cinica franchezza l’idea che l’inferiore è universalmente responsabile per la sua condizione. Gli indios obbedivano all’arbitrio e non si curavano della loro libertà: “Tale comportamento spontaneo e volontario, senza essere oppressi dalla forza delle armi, è un segno evidente dell’animo servile e vile di questi barbari […]. Tali erano insomma l’indole e i costumi di questi omuncoli, tanto barbari, incolti e disumani, prima dell’arrivo degli Spagnoli”. Il dovere dei padroni-educatori non era quello di coltivare la personalità dei singoli, come unità indipendenti, ma di adattarli minuziosamente alla loro umile funzione di ingranaggi nella megamacchina dell’Impero, in nome di un fine più elevato, il Bene Comune, l’Armonia Superiore, la realizzazione della Volontà di Dio in terra.

A dispetto delle giustificazioni addotte dai suoi sostenitori, la visione sociale di Sepúlveda era inumana e cerebrale, ostile agli Indios nella loro realtà concreta, perché si prefiggeva degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali non avrebbero mai potuto essere all’altezza. Si indicava la possibilità che la natura umana indigena, seppur distinta da quella euro-cristiana, potesse essere modellata ed adattata al sistema grazie ad una corretta pedagogia, ad un’organizzazione politico-sociale dirigista e a maglie strette e ad una pianificazione preveggente. La diffidenza totale nei confronti dell’Altro era alla base di quest’apologia del Nuovo Ordine.

Leggere le tesi dei sostenitori della Conquista riporta alla mente il tema dell’”accusa del sangue”, così ben delucidata da Furio Jesi. Gli Indios, come gli Ebrei, erano visti come “una popolazione che, pur mascherandosi ipocritamente sotto parvenze di civiltà, era di fatto, e per sua incancellabile natura, diversa come i selvaggi erano diversi dagli uomini civili. […]. Negli Ebrei, popolo “sacrificatore ed antropofago” si riconosceva dunque una singolare commistione di civiltà e di natura selvaggia, di cultura e di impulsi cannibalici”. Ipocritamente ed esteriormente civilizzati, dall’animo “crudo, feroce e sanguinario”, non sono “selvaggi allo stato puro, ma selvaggi mascherati, quelli che non astuzia e ipocrisia sono riusciti a fingere di essere civili” (Jesi, 2007).

La distopia del Nuovo Ordine Cristiano doveva essere protetta dal peccato, dal sincretismo, dall’idolatria mascherata, persino dai più reconditi pensieri dei sudditi, appannaggio del peccato, perché troppo iniqui, troppo fragili, troppo vulnerabili rispetto alle passioni. Mentre per Las Casas l’indio era un essere umano come lui, per Sepúlveda l’indio era una risorsa ed un ostacolo in un ordine dove tutto doveva essere in perfetta sintonia con la volontà degli encomenderos. L’umanità era svalutata perché incompiuta ed imbarazzante e persino l’elemento spagnolo doveava guardarsi dalla contaminazione che sempre segue il contatto con l’impuro. Non era il cristiano che si macchiava delle più atroci scelleratezze con perfida innocenza, era l’autoctono che gli aveva forzato la mano, con la sua indocilità e stoltezza. La coscienza di quest’ultimo andava colonizzata come si fa con le aree geografiche, denaturata come da indicazioni del Grande Fratello orwelliano: “Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi”.

L’indio doveva essere reso docile, duttile, doveva capire che la volontà dei suoi signori-tutori era espressione della forza della necessità, dell’indispensabilità, che si sbagliava se credeva di essere diretto surrettiziamente in una certa direzione: la sua era una scelta libera (sic!) che conseguiva alla sua maturazione civile, alla sua debarbarizzazione. Sepúlveda si era costruito una stravagante concezione dell’autonomia e dell’emancipazione. Gli indigeni sarebbero stati pronti all’autodeterminazione quando fossero stati in grado di agire nel senso voluto da chi li aveva educati, dai suoi demiurghi-pedagoghi. Questo sistema, in cui si era pienamente liberi se ci si inchinava, se si dimostrava la propria innocenza, in cui i signori si riservavano il privilegio di far sentire liberi e uguali i servitori a loro piena discrezione, era un simulacro di libertà, una burla estremamente dolorosa per chi se ne avvedeva.

È stupefacente osservare come le prescrizioni di “ingegneria comportamentale” di Sepúlveda coincidano talora con quelle della pedagogia di Gor’kij – “Solo nella sofferenza l’anima umana è bella” – e Makarenko – “La crudeltà è la più alta forma di umanesimo perché costringe l’individuo a cambiare anche controvoglia”. Ma è ancora più sorprendente constatare la somiglianza con il Grande Inquisitore sivigliano di Ivan Karamazov. Sepúlveda esortava gli Spagnoli a “sradicare le turpi nefandezze e il grave crimine di divorare carne umana, crimini che offendono la natura, così come continuare a rendere culto ai demoni piuttosto che a Dio […] e salvare da gravi ingiustizie molti innocenti che questi barbari immolavano tutti gli anni”. Dio era con loro e nessuno avrebbe potuto arrestare la loro opera redentrice, poiché “per molte cose e molto gravi, questi barbari sono obbligati a riconoscere il dominio degli spagnoli […] e se rifiutano il nostro dominio potrebbero essere obbligati con le armi ad accettarlo, e questa guerra, con l’autorità di grandi filosofi e teologi, sarà una guerra giusta per legge naturale”. L’uso della violenza e della guerra giusta era giustificato anche dalla parabola evangelica (Lc 15,15-24) di quel signore che, dopo aver invitato molti a nozze, alla fine obbliga i poveri a partecipare al banchetto. L’umanista si richiamava all’interpretazione di Sant’Agostino il quale, riferendosi ai primi, osservava che li si invita ad entrare, mentre i poveri sono obbligati. “Questi, barbari, quindi, che violano la natura, sono blasfemi ed idolatri, perciò sostengo che non solo li si può invitare, ma anche obbligare (compellere), costringere affinché, ricevendo l’imposizione del potere dei cristiani, ascoltino gli apostoli che annunciano loro il Vangelo”. Questo argomento conseguiva alla tesi centrale del Democrates Alter: si poteva ottenere più in un mese con una conquista che in un secolo di predicazione. Non servivano miracoli, perché i mezzi umani che godevano di sanzione divina ottenevano gli stessi risultati. La guerra era insomma necessaria e giusta e se si insegnava ai nativi senza terrorizzarli, questi sarebbero rimasti testardamente aggrappati alle loro tradizioni secolari. Nulla di strano che il domenicano Melchor Cano, subentrato a de Vitoria, trovasse in quest’opera passaggi che suonavano “offensivi per le orecchie pie”. Sepúlveda sembrava affascinato dai vincoli di servitù (vinculum serviendi) e dal patriarcalismo che compenetrano l’Antico Testamento. Non amava la libertà e forse non la capiva. La nozione di giustizia parimenti gli sfuggiva.

Secondo Carlo Maria Martini “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio. Nel giudizio universale Gesù formula come criterio di distinzione tra il bene e il male la giustizia, l’impegno a favore dei piccoli, degli affamati, degli ignudi, dei carcerati, degli infermi. Il giusto lotta contro le disuguaglianze sociali”. Se questo è vero, Dio non era con Sepúlveda quando, rifacendosi alle ingiunzioni divine contenute nel Deuteronomio, affermava che la Spagna era autorizzata a muovere guerra a qualunque nazione di religione diversa. Non gli era accanto nemmeno quando, sempre nel Democrates Alter, dichiarava che “il fatto che qualcuno di loro abbia un’intelligenza per certe cose meccaniche non significa che abbiano una maggiore saviezza, perché vediamo come certi animali come le api e i ragni facciano cose che nessuna mente umana potrebbe ideare”. È cristiano il mondo visto come un intero ordinato in cui l’ordine è strettamente gerarchico e opera meccanicamente, in cui il valore della natura e dell’umanità inferiore corrisponde al suo valore d’uso, in cui l’obiettivo dei dominatori è ottenere il libero consenso delle vittime al loro supplizio, in modo da potersi scagionare preventivamente?

Per fortuna l’antagonista di Sepúlveda sapeva il fatto suo. Nella sua difesa Las Casas si avvalse della sua Apología e della Apologetica História Sumária, la sua opera più antropologica, completata dopo il 1551. Intendeva guadagnarsi un pubblico più ampio, non solo gli esperti della commissione, e voleva altresì dimostrare al più vasto numero di persone possibili che gli indiani erano membri di pari dignità della comunità umana e che le loro società erano sostanzialmente mature e civili, a dispetto della diversità di tradizioni e costumi. Voleva corroborare la tesi che “dietro le evidenti differenze culturali tra i popoli umani esisteva un medesimo sostrato di imperativi sociali e morali” (Pagden, 1989). Guardate alle cose che abbiamo in comune, non a quello che ci divide! Ammirate le splendite città azteche e inca! Nel confronto con Greci e Romani gli Aztechi vincevano a livello tecnologico, architettonico, artigianale ed artistico; specialmente nell’uso decorativo delle piume, con le quali riuscivano a comporre ritratti e rappresentazioni che potevano competere con l’arte rinascimentale e per di più cangiavano i colori a seconda della prospettiva dell’osservatore. “Non abbiamo alcuna ragione di meravigliarci dei difetti, delle usanze non civili e sregolate che possiamo riscontrare presso le nazioni indiane, né abbiamo ragione di disprezzarle per questo. Infatti, tutte o la maggior parte delle nazioni del mondo furono molto più pervertite, irrazionali e depravate, e fecero mostra di molto minor prudenza e sagacia nel loro modo di governarsi e di esercitare le virtù morali. Noi stessi fummo molto peggiori al tempo dei nostri antenati e su tutta l’estensione del nostro territorio, sia per l’irrazionalità e la confusione dei costumi, sia per i vizi e le usanze bestiali” (Apologetica História). Per non parlare della loro modestia e mitezza. Quanto al sacrificio umano, sicuramente i sacrifici indigeni reclamavano meno vittime della Conquista: “Non è vero affermare che nella Nuova Spagna si sacrificavano ogni anno ventimila persone, né cento, né cinquanta, perché, se così fosse, non troveremmo tante infinite genti come ne troviamo. Tale affermazione altro non è che la voce dei tiranni, per scusare e giustificare le loro arbitrarie violenze e per opprimere, depredare e tiranneggiare gli indios… E questo pretendono coloro che dicono di essere dalla loro parte, come il dottore e i suoi seguaci…Il dottore ha contato malissimo, perché possiamo con maggiore verità e meglio dire che gli Spagnoli hanno sacrificato alla loro dea amatissima e adorata, la cupidigia, ogni anno della loro permanenza nelle Indie una volta entrati in ogni provincia, più anime di quante in cent’anni gli indios in tutte le Indie ne avessero sacrificato ai loro dei”.

Inoltre gli indigeni non avevano avuto sentore di alcuna alternativa prima dell’arrivo degli Spagnoli: “Tanto coloro che volontariamente permettono di essere sacrificati, come i semplici uomini del popolo in generale, quanto i ministri che li sacrificano agli dèi per ordine dei principi e dei sacerdoti, agiscono sotto gli effetti di una ignoranza invincibile, e il loro errore dev’essere perdonato anche se arrivassimo a supporre l’esistenza di un giudice competente che possa punire tali peccati” (Apología). Non erano dunque in cattiva fede e, finché i cristiani non fossero riusciti a dimostrare coi fatti che la loro religione era ispirata da Dio, “essi sono senza dubbio tenuti a difendere il culto dei loro dèi e la loro religione, e ad uscire con le loro forze armate contro chiunque cerchi di privarli di tale culto o religione, o di recare loro offesa o impedirne i sacrifici; contro di essi sono così tenuti a lottare, a ucciderli, catturarli ed esercitare tutti quei diritti che sono corollario di una giusta guerra, in accordo con il diritto delle genti” (ibid.). Mai si era udita una tesi così ardita, che ritorce i principi della scolastica contro chi li impiegava per giustificare l’imperialismo. Angél Losada, nell’introduzione all’Apología, ha così riassunto l’innovativa interpretazione lascasiana del tomismo: “se i cristiani fanno uso di mezzi violenti per imporre la loro volontà agli indios, è meglio che questi rimangano nella loro religione tradizionale; anzi, in tal caso sono gli indios pagani a trovarsi sulla buona strada, e da loro devono imparare i cristiani che si comportano così”.

Questo argomento si riaggancia alla strategia di confrontare civiltà americane e civiltà classiche. Quale società non ha praticato sacrifici nel suo passato? Non facevano sacrifici umani anche gli Spagnoli, i Greci e i Romani? In seguito però erano diventati popoli civili. Lo stesso Abramo aveva offerto in sacrificio suo figlio a Dio. Eppure non riteniamo questi popoli depravati ma devoti, sebbene non ancora illuminati dalla Grazia. Un tempo il sacrificio era importante per venerare Dio. Arrivavano persino a sacrificare se stessi per Dio: una devozione più appassionata di questa non la si può immaginare! Las Casas, esibendo un’impressionante ed anticipatrice capacità di distacco relativistico dall’oggetto della sua analisi comparativa, completava il ragionamento facendo rilevare che il sacrificio umano non era in contrasto con la ragione naturale, era piuttosto un errore intrinseco della ragione naturale. Gli indoamericani non erano umani difettosi. Originariamente, a suo giudizio, erano monoteisti, come dimostrano i miti del dio creatore e civilizzatore diffusi in tutte le Americhe. Fu soltanto in seguito che l’isolamento li aveva esposti all’azione subdola e corruttrice del demonio, spingendoli verso il politeismo. Ora li si dovevano aiutare a rinunciare ai sacrifici con la forza delle argomentazioni e mostrando esempi di alternative migliori, non con quella delle armi. “Se questi sacrifici offendono Dio spetta a Dio punirli, non certo a noi”. Non era stato forse San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, a chiarire una volta per tutte questo punto? “Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di fuori li giudicherà Dio”. La Chiesa doveva forse oltraggiare Dio ergendosi a giudice degli esseri umani quando lo stesso Gesù il Cristo, stando a Luca (12, 13), aveva obiettato: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Infatti, sempre rifacendosi al Nuovo Testamento, “Cristo non è venuto per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Giovanni 3, 17).

Gli Indios dovevano essere messi nelle condizioni di accettare sinceramente e liberamente la cristianità, non indotti a farlo slealmente o coercitivamente. La pedagogia azteca insegnava ai figli ad essere ordinati, sensibili, prudenti e razionali: non certo il segno di una società che non avrebbe saputo autogovernarsi. L’unico tratto barbaro era l’ignoranza delle Scritture, ma a questo si poteva presto porre rimedio. A questo punto la trattazione si fece allegorica. Le varie manifestazioni dell’umano che s’incontravano nel mondo erano eterogenee. Alcune assomigliavano a dei campi non coltivati. E proprio come un campo abbandonato produceva solo spine e cardi ma, se coltivato, dava frutti, così ogni essere umano, per quanto apparentemente barbaro e selvaggio, era dotato dell’uso della ragione e poteva apprendere e generare i frutti dell’eccellenza.

Al richiamo alle terribili punizioni divine descritte nel Vecchio Testamento, replicò che esse andavano contemplate con meraviglia, non imitate. Quanto alla rozzezza degli Indiani, egli poteva produrre innumerevoli prove a sostegno della tesi inversa. Alla questione della maggiore rapidità delle conversioni dopo una conquista, si poteva obiettare portando ad esempio l’opera dei missionari domenicani. La quarta tesi, quella del male minore – una guerra causa meno morti dei sacrifici di massa –, fu contrastata appellandosi al comandamento “non uccidere”, più efficace dell’imperativo di “difendere gli innocenti”, specialmente se ciò comportava una guerra indiscriminata che non poteva che far detestare la vera fede agli indigeni. “Quando io parlo della forza delle armi, parlo del peggiore di tutti i mali”.

Sui soldati della Conquista Las Casas era irremovibile: “Essendo stati educati all’insegnamento di Cristo, non possono ignorare che non si deve arrecare danno alle persone innocenti. Chi manca di questo discernimento è reo di un gravissimo crimine verso Dio ed è degno di una condanna eterna”. Las Casas accettava che ci potessero essere danni collaterali a cose e persone, ma ribadiva che l’uso della forza non doveva avere un obiettivo preventivo ed offensivo. Neppure la liberazione di innocenti poteva giustificare la messa a rischio dell’incolumità di un gran numero di altri innocenti. Per questo precisava che, “sebbene sia vero che uccidere un tiranno, che è una pestilenza per la repubblica, è un’azione buona e meritoria, lo stesso non si può dire nel caso in cui il suo assassinio dia origine ad una ribellione o grave tumulto che raddoppi i mali della suddetta repubblica”. L’intero ragionamento di Sepúlveda era contraddittorio e avrebbe arrecato infiniti danni alla causa dell’evangelizzazione: “Come potranno amarci queste persone, e fare amicizia con noi (condizione necessaria affinché possano ricevere la nostra fede) se i figli si vedono orfani delle proprie madri, le mogli perdono i mariti, i padri perdono i loro figli ed amici; se vedono i loro cari feriti, tenuti prigionieri, spogliati delle loro proprietà e l’innumerevole moltitudine di cui facevano parte ridotta ad uno sparuto gruppo?”.

Nel Nuovo Testamento non si potevano trovare appigli che permettessero di sostenere una simile bestialità: “Citi dunque Sepúlveda un solo passaggio in cui il Cristo o i Santi Padri ci abbiano insegnato che i pagani debbono essere soggiogati mediante la guerra prima che gli si predichi il vangelo!”. Non sarebbe stato possibile, infatti, “quando Cristo mandò i suoi discepoli a predicare, non li armò certo con spade e bombarde”. Se il sacrificio era l’unico modo conosciuto dai nativi per onorare Dio, non si poteva impiegarlo come pretesto per assoggettarli. D’altronde anche i Romani li compivano, ma quando fondarono l’impero non punirono i popoli dediti ai sacrifici, si limitarono a proibirli per decreto. Volgendo poi l’attenzione a Luca 14,15, dove il compelle intrare, interpretato da Agostino come un’esortazione a costringere ad entrare nell’ovile della Chiesa, sembrava portare acqua al mulino di chi gradiva l’uso delle maniere forti, Las Casas ribatteva che la costrizione doveva essere di origine interiore, come confermato dall’analisi della medesima parabola effettuata da Tommaso d’Aquino, che parlava di “efficace persuasione”. Imporre il vangelo con le armi era solo un pretesto per depredare i nativi: “Che temano Dio, vendicatore della macchinazioni perverse, quelli che, con il pretesto di propagare la fede, con la forza delle armi invadono le proprietà altrui, le saccheggiano e se ne appropriano”. Il processo di conversione poteva solo funzionare se si fosse usato Cristo ed il suo messaggio come modello. L’uso della violenza coattiva nel nome della verità assoluta poteva solo smascherare la natura perversa di chi proclamava di rappresentarlo. Citava sant’Ambrogio: “Quando gli apostoli vollero chiedere il fuoco dal cielo, perché bruciasse i samaritani che non avevano voluto ricevere Gesù nella loro città, egli, voltatosi, inveì dicendo loro: non conoscete lo spirito al quale appartenete, il figlio dell’uomo non viene per mandare in rovina le anime, ma per salvarle”.

Inoltre, una volta che il vaso di Pandora della violenza fosse stato scoperchiato, quest’ultima avrebbe finito per ritorcersi contro i suoi perpetratori, in forza della giusta punizione divina. Ancora più incisivamente, cercando la stoccata decisiva: “Il dottore fonda questi diritti [del re di Spagna sul Nuovo Mondo] sulla superiorità delle armi e sulla maggiore forza fisica. Questo serve solo a porre i nostri sovrani nella posizione di tiranni. Il loro diritto si basa sull’estensione del Verbo nel Nuovo Mondo e sulla loro buona amministrazione delle Indie. Negare questa dottrina significa adulare ed ingannare i nostri monarchi e mettere in pericolo la loro stessa salvezza. Il dottore perverte il naturale ordine delle cose, trasformando i mezzi in fini e ciò che è secondario in fondamentale. È secondario il vantaggio temporale, è fondamentale la predicazione della vera fede. Chi ignora questo ha una conoscenza ben limitata e chi lo nega non è più cristiano di Maometto”.

In verità, purtroppo, Las Casas era abbastanza isolato in questa sua presa di posizione in Spagna. Lo stesso Soto, che ricapitolava brillantemente le argomentazioni dei duellanti ebbe a dire: “sembra che il signor vescovo – se non mi sbaglio io – sia caduto in un errore, perché una cosa è che li possiamo costringere a lasciarci predicare, il che è opinione di molti dottori, altra cosa che li possiamo obbligare ad assistere alle nostre prediche, il che non è altrettanto chiaro”. In altre parole la forza non poteva essere usata per costringere alla conversione ma era legittima se venivano posti ostacoli all’evangelizzazione, in virtù dello jus defendi nos, che ci riporta alla bizzarra nozione che gli Spagnoli, se in buona fede, erano automaticamente dalla parte giusta, di chi difendeva se stesso e il Cristo dalle ingiurie e gli assalti dei non-credenti.

L’umanista di Cordoba vide che il domenicano si era scoperto ed assestò un fendente: “per l’opinione secondo cui gli infedeli non possono essere giustamente forzati ad ascoltare la predicazione, si tratta di una dottrina nuova e falsa, e contraria a tutti coloro che nutrirono una diversa opinione. Il Papa infatti ha il potere – anzi il comando – di predicare egli stesso e per mezzo di altri il Vangelo in tutto il mondo, e questo non si può fare se i predicatori non vengono ascoltati; perciò egli ha il potere, per mandato di Cristo, di costringere ad ascoltarli”. Gustavo Gutiérrez (Gutiérrez 1995) parla molto a proposito di “teologia elaborata nella prospettiva del potere”.

Las Casas era assolutamente persuaso che si dovesse scongiurare il “pericolo del cancro velenoso” che il contraddittore voleva diffondere. “Che uomo di sano intelletto – si chiedeva, esagerando retoricamente le virtù dei suoi protetti – approverebbe una guerra contro uomini che sono innocui, ignoranti, gentili, temperati, disarmati e privi di ogni difesa?”. Insisteva, poi, riportando il discorso nei binari del buon senso: “Sarebbe impossibile trovare nel mondo un’intera razza, nazione o regione che è così tonta, imbecille, scellerata o comunque priva in gran parte di un livello sufficiente di conoscenza e capacità naturale da non sapersi governare autonomamente”.

Sepúlveda, lo abbiamo visto, non era dello stesso avviso: “In buon senso, talento, virtù ed umanità sono tanto inferiori agli Spagnoli quanto i bambini lo sono nei confronti degli adulti…come le scimmie lo sono a confronto degli uomini” [Bien puedes comprender ¡Oh Leopoldo! se es que conoces las costumbres y naturaleza de una y otra gente, que con perfecto derecho los españoles imperan sobre estos bárbaros del Nuevo Mundo e islas adyacentes, los cuales en prudencia, ingenio, virtud y humanidad son tan inferiores a los españoles como los niños a los adultos y las mujeres a los varones, habiendo entre ellos tanta diferencia como la que va de gentes fieras y crueles a gentes clementísimas, de los prodigiosamente intemperantes a los continentes y templados, y estoy por decir que de monos a hombres, “Demócrates segundo”, 305].

Las Casas metteva in dubbio la competenza del rivale: “Non è andato a rileggersi le scritture con diligenza, o sicuramente non ha compreso a sufficienza come applicarle perché, in quest’epoca di grazia e carità, cerca di applicare i rigidi precetti della Vecchia Legge che erano stati dati in circostanze speciali e quindi apre la porta a tiranni e saccheggiatori, a crudeli invasioni, oppressioni, violazioni e il crudo asservimento di nazioni inoffensive”. In pratica, non aveva senso credere che fosse giusto fare agli Indios quel che Dio aveva comandato agli Ebrei di fare agli egiziani e cananiti.

Sepúlveda era d’accordo sul fatto che la missione principale era convertire gli indiani ma, in linea con lo spirito del Requerimiento, ribadiva che la conquista militare avrebbe facilitato questo compito. Gli indiani si meritavano tutto quello che gli era franato addosso perché erano culturalmente e moralmente barbari, la civiltà europea era superiore e ad essa dovevano sottomettersi per il loro bene. Si rifaceva non solo alla nozione aristotelica di schiavitù naturale ma anche alla definizione agostiniana di schiavitù come punizione per i propri peccati. L’idolatria, i sacrifici umani ed il cannibalismo erano colpe evidenti e prove della giustezza della sua posizione. Esisteva un diritto (legitimus titulus) di intervento bellico in difesa degli innocentes, cioè delle vittime di sacrifici, antropofagia, tirannia dei sovrani indigeni e delle loro leggi, aberranti norme religiose dei popoli indigeni, ecc. Le stesse ragioni che legittimano le “guerre umanitarie” contemporanee.

Sepúlveda era schiettamente ma elegantemente razzista, ed in perfetta buona fede, poiché la sua mente era dogmatica, ideologica. La ricezione negativa della sua opera in Spagna era in parte dovuta anche al fatto che aveva scelto la forma espositiva del dialogo, in luogo della trattazione classica. Il dialogo aveva enfatizzato le differenze tra conquistatori e indigeni fino a renderle caricaturali, indebolendo così la cogenza delle argomentazioni. Per lui i nativi sarebbero anche potuti diventare amici dei nuovi dominatori, ma non prima di essere stati soggiogati. Mentre i loro talenti avrebbero potuto gradualmente sorpassare quelli delle scimmie e degli orsi, i loro limiti mentali fisiologici avrebbero impedito loro per lungo tempo di trascendere “le capacità delle api e dei ragni”. A suo avviso la maggior parte degli indiani non era pienamente umana, mostrava solo una parvenza di umanità. Lo dimostrava la discrepanza tra il coraggio, la magnanimità e le virtù civili degli Spagnoli e la natura selvaggia dei nativi americani, che rifiutavano le norme e usanze della vita civile. Si valutino i temperamenti dei rispettivi leader, esclamava ancora una volta: Hernan Cortés era nobile e coraggioso, Montezuma era un codardo. Per questo gli Spagnoli erano moralmente e politicamente giustificati nelle loro pretese di dominio assoluto.

Vitoria aveva sostenuto che il livello di maturità civile e morale di alcune delle culture native era pari a quello dei contadini europei e che era la cultura che aveva causato la divergenza nei percorsi di sviluppo, non una naturale condizione di schiavi. Sepúlveda sottoscriveva questa prospettiva, ma naturalizzava la cultura. Non poteva esserci un vero margine di sviluppo umano attraverso un processo civilizzatore che non comportasse l’estirpamento delle culture locali. Chi non voleva capirlo si faceva partecipe di una farsa ipocrita.

Al che Las Casas non poteva esimersi dal chiedersi quando gli indigeni cristianizzati a milioni sarebbero stati giudicati degni di vivere da uomini e donne libere? Non arrivò al punto di affermare che dovevano essere lasciati completamente in pace, perché era pur sempre un evangelizzatore, ma ribadì che la tolleranza era una precondizione della conversione, mentre per Sepúlveda le necessità del realismo politico e della dottrina cristiana non lasciavano spazio alla tolleranza che, al massimo, poteva seguire la conversione completa. Pur ammettendo che c’erano state violenze ed atrocità, egli riteneva che il fine giustificasse i mezzi quando invece, come abbiamo visto, Las Casas ammoniva che tradurre i mezzi in fini ed i fini in mezzi era una disastrosa fallacia logica e morale.

La commissione che valutò la disputa, composta da giuristi e studiosi della scuola di Salamanca e del Consiglio di Castiglia e delle Indie non possedeva alcun potere formale o legale oltre quello di offrire consulenza al monarca. I due non si incontrarono mai nella stessa stanza. Questo consiglio non lasciò alcun documento pubblico in cui fossero registrate le loro preferenze. Alcuni non erano stati convinti da Sepúlveda ma nessuno si pronunciò a favore di Las Casas. In effetti la giunta non si pronunciò a favore di nessuno dei due contendenti, ma la monarchia decise che il trattato di Sepúlveda De justis belli causis era troppo pericoloso e lo bandì dal Nuovo Mondo.

L’autore, piccato, accusò il suo avversario di oscurare la verità e la giustizia con un’eloquenza, una circospezione ed una perizia che “a confronto l’Ulisse di Omero era inerte e balbettante”. Gli addebitò la responsabilità di aver provocato “un grande scandalo ed infamia contro i nostri sovrani”. Nella sua apologia Las Casas rispose che il suo rivale aveva “diffamato questi popoli di fronte al mondo intero”.

Il grande cardinale tedesco Josef Höffner, coltissimo, anti-nazista e “Giusto tra le Nazioni”, un giorno scrisse che “tra gli Spagnoli, fu il nobile Las Casas che comprese più profondamente lo spirito del Vangelo di Cristo”.

La dignità umana

Gli Indios sono nostri fratelli e il Cristo ha donato la sua vita per loro. Perché li perseguitiamo con una crudeltà inumana, senza che ci abbiano fatto nulla per meritare un trattamento del genere?

Bartolomé de Las Casas

 

È importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona… La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto.

Carlo Maria Martini

Nelle loro rispettive Relectiones, Vitoria e Soto sintetizzarono efficacemente quali erano gli interessi e le questioni al centro della Disputa, cioè cosa c’era in ballo: “Con quale diritto gli indios sono stati assoggettati al dominio spagnolo”, “quale sia la potestà temporale e civile dei reali di Spagna sugli indios” e “se sia giusto che un uomo possa essere signore di un altro uomo”.

Sono vertenze che hanno accompagnato l’intera storia della maturazione politica e civile dell’umanità. L’universalismo che sostiene la moderna teoria dei diritti umani risale all’ideale greco di paideia, a quello cosmopolita degli Stoici, all’umanitarismo “giudeo-cristiano”, all’antropocentrismo umanista del Rinascimento ed alla nozione di individualità democratica che cominciò ad affermarsi con l’Illuminismo. Un cammino progressivo che ha incontrato innumerevoli ostacoli. Sappiamo che i nazisti assegnavano valori diversi alle persone e sulla base di questo criterio arbitrario le amavano o odiavano, lavoravano per la loro schiavizzazione, eliminazione o integrazione nella razza ariana. Chi assegna un valore arbitrario alle persone finisce per amare solo quelli che fanno di tutto per compiacerlo e per detestare quelli che non la pensano come lui. La ricetta perfetta per un disastro. Quegli Indios che resistevano furono macellati e torturati. Un destino inevitabile, questo, secondo Sepúlveda, che nel Democrates Alter giustificava la guerra contro quelli “la cui condizione naturale richiede che debbano obbedire ad altri, qualora rifiutino tale imperio e non rimanga altra via”. Di contro Las Casas contribuì a formare i rudimenti della teoria dei diritti umani universali, che trae origine dalle nozioni di dignità metafisica dell’essere umano e di unitarietà della specie umana; queste trascendono criteri quantitativi, qualitativi e somatici, per riaffermare il valore incontestabile ed assoluto dell’umano prototipico, ideale, che va al di là delle preferenze soggettive.

La lungimiranza e genialità di Las Casas in questo campo è testimoniata dal cosiddetto Piano Las Casas-Cisneros, ideato nel 1516 per salvare le comunità indigene caraibiche trasferendole dalle encomiendas a villaggi autonomi (corregimientos), ma mai portato a compimento per la morte del cardinal Francisco Jiménez de Cisneros, che peraltro non godeva dei favori del nuovo imperatore, Carlo V, giunto in Spagna dalle Fiandre nel 1517. Questo programma sanciva la validità di quasi tutti quei principi che, dopo diversi secoli, sarebbero serviti a tracciare le linee guida della dottrina dei diritti umani: la razionalità degli Indoamericani; il diritto alla vita ed all’integrità fisica; il diritto alla sicurezza personale; il diritto alla dignità; il diritto alla tutela della propria cultura; il diritto di associazione ed il diritto di parola e di consultazione in faccende che rigurdano la propria condizione giuridica. Principi che non necessitano di alcuna dimostrazione, come sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana del 4 luglio del 1776: “Noi consideriamo come autoevidenti queste verità, ossia che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di sicuri diritti inalienabili, e che tra questi sono la vita, la libertà ed il perseguimento della felicità”. Con la stessa convinzione, nell’Historia, Las Casas dichiarava: “Tutte le nazioni del mondo sono uomini, e di tutti gli uomini e di ciascuno di essi una sola è la definizione, ed essa è che sono razionali: tutti hanno comprensione e volontà e il loro libero arbitrio, essendo formati a immagine e somiglianza di Dio; tutti gli uomini hanno i loro cinque sensi esterni e i loro quattro interni, e ciascuno di essi si muove secondo il suo oggetto; tutti hanno i principî naturali o semi per intendere e per apprendere e sapere le scienze e le cose che non sanno, e questo non soltanto in quelli di buona inclinazione, ma si trovano anche in quelli che per costumi depravati sono malvagi, tutti si rallegrano del bene e sentono piacere di ciò che è gustoso e allegro e tutti respingono e aborrono il male e si irritano dello sgradevole e di ciò che nuoce loro”.

Il merito di Las Casas e di altri teologi versati nella teoria politica e giuridica fu quello di capire che non si poteva fondare un giudizio di valore su un valore che non sia ultimo, non ulteriormente fondabile e quindi oggettivo, pena la creazione di una concatenazione infinita, e che questo valore non poteva essere un’interpretazione arbitraria della volontà di Dio o di quella papale. Prima di tutto c’era l’umano, che si autofondava. Le dottrine totalitarie come quella dei Conquistadores sono antiumanistiche perché, a differenza della filosofia umanistica, considerano superabile la persona umana. Al contrario, secondo Las Casas ed i giuristi di Salamanca, l’uomo non rientrava nella categoria di ciò che è sottoponibile alla potestà o facoltà di appropriazione per l’uso di qualcun altro. L’intuizione fondamentale e non razionalizzabile era che la persona non ha un valore in base a quello che ha o che fa, ma possiede una dignità assoluta ed è per questo meritevole del nostro assoluto rispetto. La vita umana è sacra perché ciascuno ha un valore pari alla somma di tutte le vite umane, passate, presenti e future. Questa dignità non deriva esclusivamente da uno status privilegiato nell’universo. Sussisterebbe ugualmente in quanto la vita umana è una creazione di chi la vive. L’umanità adatta ciò che la circonda, non vice versa, come è invece il caso degli altri animali. Per questo Las Casas, come altri grandi credenti della storia, assegnava un’importanza monumentale alla libertà, inclusa la libertà di culto. Egli aveva compreso che i due tipi di dignità, quella fondata sull’universalmente comune (la dignità umana, quella dell’essere umano) e quella che nasce dall’universalmente differente (la dignità della persona), s’incontrano, si congiungono e si coniugano nel libero arbitrio.

In questo senso la teoria umanistica dei diritti presuppone una dottrina della dignità umana, della sua preziosità e sacralità che non può essere facilmente dissociata dalla credenza in Dio o almeno da una visione del mondo spirituale/religiosa in un senso profondamente metafisico. Il diritto ha sempre ammesso che la persona possa non essere autonoma, ma ha riconosciuto capacità giuridica, cioè titolarità di diritti, ai minori ed ai minorati che pure hanno una ridotta capacità di agire. La dignità rimane intatta, perché essere persona è qualcosa di più profondo e comprensivo dell’essere autonomi. La lezione di Las Casas e dei Salmantini è che la condizione dell’umano non può essere ridotta o degradata a quella degli animali irruenti, delle macchine, delle cose/strumenti o di bambini indocili o di malati cronici in costante bisogno di assistenza, come volevano far credere Sepúlveda e quelli come lui. La nostra dignità deriva in parte anche dalla nostra capacità di essere creativi ed audaci nell’uso della nostra libertà d’azione, di pensiero e artistica, di essere responsabili di noi stessi e di essere un proprio progetto e non un manufatto o la creatura di qualcun altro. Questo, per Las Casas, era il dato di partenza e non ritenne mai di doversi sfiancare in un tentativo di difenderlo analiticamente. La sua esperienza personale era più che sufficiente. L’umanità è partecipe di una medesima condizione e non esiste una migliore incarnazione dell’umano rispetto alle altre. Di qui la sua tolleranza – se gli uomini sono essenzialmente uguali è possibile ammettere che possano continuare ad essere superficialmente diversi – e di qui la sua perentoria dichiarazione in una lettera al principe Filippo, datata 1544, che “Le leggi e le regole naturali e i diritti degli uomini sono uguali in tutte le nazioni, cristiane e gentili, qualunque sia la loro setta, legge, stato, colore e condizione, senza alcuna differenza”.

Quando gli esseri umani non sono oggetto di abusi e degrado hanno sempre dimostrato di meritarsi rispetto, comprensione e affetto. Nella sua Fondazione della metafisica dei costumi (1785), Immanuel Kant distinguerà tra esseri razionali e cose. Secondo Kant tutto ha un prezzo oppure una dignità. Le cose hanno un prezzo, un valore equivalente di qualche genere e possono essere scambiati. Gli esseri con dignità non hanno prezzo e non possono essere scambiati. Per Kant l’uomo non può disporre di sé stesso perché non può essere nello stesso tempo persona e cosa, proprietario e proprietà, perché questa sarebbe un’insanabile contraddizione; ne conseguirebbe la sua mercificazione e la liceità giuridica della schiavitù. Di qui l’imperativo kantiano: “Agisci in modo da trattare l’umanità sia nella tua persona che nella persona di ogni altro sempre nello stesso tempo come un fine, e mai semplicemente come un mezzo”. Ebbene Las Casas, più di due secoli prima, aveva compreso questa verità, che è frutto di un’intuizione morale che ha quasi certamente percorso l’intera traiettoria esistenziale dell’Homo Sapiens, non essendo una mera conseguenza logica di un freddo calcolo razionale. Quando Las Casas affermava che la sua libertà è la medesima di quella degli indigeni, intendeva anche dire che se questi ultimi non sono esseri umani come lui, cioè se non sono persone di pari dignità, allora proprio non esistono delle persone e si deve negare l’idea di umanità. Anche i più deboli, malati, morenti, mentalmente carenti, ignoranti rimangono persone per la legge come per quel senso comune che ancora tanto comune non era e tornerà a non esserlo nel tragico ventesimo secolo. Las Casas si rifiutava di descrivere il valore della vita umana come una convenzione legata ad una nozione soggettiva di legge naturale e di natura umana, perciò inapplicabile nel caso degli indigeni che, non essendo pienamente umani, non erano “coperti” da essa. Questo tipo di logica era semplicemente contrario alla sua e ad ogni esperienza umana di che cosa abbia valore. Il valore della sua e dell’altrui vita era intrinseco, senza altre qualifiche. Ciò che era dovuto a lui per il semplice fatto di essere umano era dovuto anche agli Indios. La Sublimis Dei non lasciava dubbi in materia quando enunciava: “Considerando gli stessi indiani come i veri uomini che sono”. In un certo senso, la religione cristiana di Las Casas era, come quella delle origini, un’autentica religione dell’umanità, la base minima e non-negoziabile per costruire e far funzionare una società in cui valga la pena di vivere. L’aspetto rivoluzionario, in tutto questo, è che Dio non giocava un ruolo decisivo. Cristo era il suo referente principale, il modello esemplare. L’antropologia filosofica e politica di Las Casas accettava l’ipotesi di un Dio che, pur essendo onnipresente ed onnipotente, concedeva all’uomo la facoltà di seguire o non seguire il messaggio di suo figlio, di lavorare con Lui direttamente e deliberatamente, oppure indirettamente ed inconsapevolmente, come fu per Adamo ed Eva. La sua filosofia morale, incentrata su un profondo rispetto della vita che superava le nozioni di razionalità e legge naturale/divina, trovava il suo fondamento teorico nel concetto di condivisione della vita, nel senso di fratellanza, comunanza e compassione, nella consapevolezza della nostra mortalità, vulnerabilità e finitezza e nella convinzione che il principio fondamentale della moralità sarebbe dovuto essere quello secondo cui ciascun individuo va capito attraverso l’amore, secondo l’insegnamento di Gesù il Cristo. Dio non era responsabile né del bene, né del male, era un testimone inattivo, ma partecipe, degli accadimenti. Las Casas scriveva non per esaltare Dio e la sua opera, ma per rischiarare un mondo così impoverito di retroterra metafisico che i Conquistadores ed i coloni spagnoli, sebbene “cristianissimi”, di fatto si trovavano privi di altra guida morale che non fosse la volontà di potenza, magari dissimulata dietro tradizioni e citazioni teologiche. Scriveva per ricordare ai suoi contemporanei le parole del Cristo, il suo esempio, la sua volontà di capire la realtà dell’altro attraverso un’opera d’amore, di giustizia e di compassione, sentimenti che diventavano forme di comprensione piuttosto che mere precondizioni o presupposti che facilitavano l’intendimento reciproco. Scriveva per esprimere il suo sdegno verso chi predicava bene e poi sguazzava nella realtà materiale che invece da sola non basta, verso chi si beava dei suoi castelli speculativi ed era incapace di raggiungere un’autentica, piena comprensione di quel che è fondamentale per la vita umana, ciò che ci spinge ad attenerci ad una condotta morale, perché la cercava nella direzione sbagliata, nelle definizioni e nelle citazioni dotte. Molte di quelle definizioni, come il domenicano s’impegnò a dimostrare nella Disputa ed in innumerevoli altri scritti, non sarebbero rimaste in piedi ad un’attenta analisi. Quel che importava era il fatto, non la sua definizione e ancor più pressanti erano la comprensione e la sensibilità, perché la percezione della vulnerabilità e mortalità che ci accomuna, ci rende più inclini alla tolleranza ed alla premura e sollecitudine verso il nostro prossimo. Non a caso la “conversione” di Las Casas all’umanitarismo fu accelerata grandemente dalla partecipazione a spedizioni sanguinarie e dalla visione dell’abbrutimento di migliaia di esseri umani proprio come lui.

È assai probabile che la personalità di Sepúlveda fosse strutturalmente incapace di comprendere il senso più profondo degli argomenti del suo antagonista. In una lettera all’inquisitore Martín de Oliva, datata 1 ottobre 1551, si lasciava andare ad una serie di recriminazioni: “Come si può vedere, le mie prove erano molto più convincenti delle sue, senza contare il fondamento della mia argomentazione, senza dubbio più solida di quella dei miei avversari. Essi, è vero, maneggiavano la falsa dialettica con un’abilità sorprendente: abituati come erano alle polemiche scolastiche, fornivano le più strane ed ingegnose interpretazioni delle Sacre Scritture e delle testimonianze dei Santi Padri, distorcendo completamente il loro senso e offuscando la verità piuttosto che lasciarla risplendere” (cf. Di Liso, 2007, p. 152). Sospetto che quella di Sepúlveda fosse una forma di alienazione dal linguaggio dell’amore, della tolleranza, della comprensione e del rispetto. Ai suoi occhi il Nuovo Mondo era e doveva essere ingiusto, come il Vecchio, il cinismo era l’unico vero realismo ed un linguaggio analitico-pragmatico era razionalmente più attraente e plausibile. Per lui non esisteva una comune umanità, non sussistevano legami invisibili di carattere non utilitaristico che intessevano la trama sociale, quel misterioso potere che abbiamo di influenzarci l’un l’altro in modi imprevedibili che incoraggia l’interdipendenza, il mutuo supporto e la disponibilità a partecipare a progetti comuni. Per lui, presumibilmente, solo la razionalità e l’utile sociale erano di per sé degni di rispetto, mentre per Las Casas il linguaggio dell’utilità razionale era sempre parassitario rispetto a quello dell’amore e minava alle fondamenta la possibilità di riconoscere agli indigeni una dignità morale indipendente dalla loro capacità di contribuire al bene dell’Impero. Coerentemente, Las Casas ripudiava la schiavitù o la servitù estorta, perché scambiare un indio per denaro corrompeva il suo valore, che apparteneva ad una sfera diversa, più alta, spirituale e divina, ed assegnava un valore sproporzionato al denaro. La sorprendente modernità di Las Casas, che non era un umanista di formazione, ma lo diventò col tempo, da autodidatta, fu la comprensione che la libertà sospinge ogni forma di uguaglianze e l’uguaglianza promuove ogni tipo di libertà. La libertà e l’uguaglianza comportano la rivendicazione di un’umanità comune e la dignità dell’individuo, che appartiene a se stesso e non ad altri, è architetto della sua vita e della sua anima, non di quella altrui, è immaginifico e creativo e la sua pelle non può essere indossata da altri. “Nell’arringa finale, il Vescovo del Chiapas elegge a criterio fondamentale di giustizia globale l’autonoma soggettività delle popolazioni indigene e il común consenso de toda la República y de todos los particulares. È un pensiero davvero radicale che tende ad affermare, per un verso, l’uguaglianza naturale di tutti gli uomini e di tutti i popoli e l’unità del genere umano e, per un altro verso, la libertà (civile, economica, culturale, religiosa politica) e la piena sovranità delle comunidades e dei “regni” indigeni all’interno di un’organizzazione federativa e sopranazionale. Nel quadro di una teocrazia pontificia radicalmente svuotata di poteri temporali e riconvertita alle pure esigenze evangeliche, è garantita la libertà di coscienza, di religione e di culto degli indios, anche di fronte ai predicatori e alla Chiesa evangelizzatrice” (Di Liso 2007, p. 64).

Si potrebbe ipotizzare, e lo si è fatto, che l’unico merito di Las Casas sia stato quello di aver applicato le più avanzate teorie giuridiche spagnole del tempo al caso indiano. Ma questa interpretazione ha il grave difetto di obliterare la causa prima della sua militanza in favore dei diritti umani e della dignità umana. Las Casas si comportò a quel modo perché toccò con mano l’orrore di un mondo che non intendeva riconoscere questi principi, come i posteri avrebbero toccato con mano l’orrore del nazismo e dei vari totalitarismi di destra e di sinistra. Esperienze che rammentano all’umanità come sarebbe il mondo senza questi valori, il più nobile prodotto dell’ingegno e della civiltà umana. Un mondo dove il mito fa apparire una contingenza disumana come eterna ed inesorabile, dove un’immaginazione o curiosità perniciosa votata al male, alla viziosità ed all’impulso di morte è “maestra dell’errore”, un gelido mostro che genera una virulenta e repellente tendenza a vivisezionare la realtà e, letteralmente, le persone. Si leggano, a questo proposito, le testimonianze di chi aveva visto i Conquistadores, cristiani di nome ma non certo di fatto, eviscerare e mutilare donne e bambini indigeni. Questo mentre un’immaginazione indolente diffonde lassitudine morale, crudele indifferenza e disinteresse e cieca, conformistica obbedienza. Un universo parallelo in cui il disprezzo irato verso il diverso, verso ciò che è “contro natura”, è corrivo con la logica del carnefice, dettata dall’odio organizzato e da ideali che, moralisticamente ed ipocritamente, si proclamano nobili, in piena adesione ai principi del bene, ma abbrutiscono chi li professa e chi li subisce. Una dimensione dominata dall’estetica manichea della dualità, che si abbatte feroce sulla dignità ed alterità dei singoli, da un culto del sublime, delle linee nette e precise, i confini ben tracciati, i colori ordinatamente disposti sulla tavolozza, tipico di chi crede che la bellezza sia una, ordinata e prevedibile e non tollera ciò che gli appare come brutto, sformato, caotico, sciatto, scialbo, improvvisato, incoerente, fluido e mediocre. E anche dalla disciplina paternalistica, tanto cara ai misantropi autoritari, quelli che vedono solo bruttezza e degradazione naturale nell’umano non addomesticato, non inquadrato in una composizione ben regolata e magari anche esteticamente attraente, non pedina, preda, o bestia da soma.

La lettura delle cronache delle trucidazioni di massa nella Nuova Spagna richiama alla mente la barbarie nazista. Vorrei riportare un passo di Mario Spinella, tratto da “Memoria della Resistenza” (1995, p. 137), perché mi sembra emblematico della mentalità della Conquista contro cui si batté Las Casas: “E mi domandavo per quale mostruosa logica i tedeschi credessero di dover cercare una giustificazione per trucidare i russi. Avrebbero potuto prenderli a caso, ma forse il solo fingere che si trattava di ebrei, serviva loro da pretesto metafisico, li assolveva davanti al loro Signore”. R.D. Laing l’avrebbe chiamato un “sistema di fantasia sociale”, ossia una visione della realtà in cui un gruppo crede fermamente anche se non corrisponde alla realtà fattuale. Las Casas era esecrato dai colonialisti proprio perché le sue denunce producevano crepe in questo sistema inerziale e le sue descrizioni degli orrori costringevano l’immaginazione di chi risiedeva in madrepatria ad uscire dalla modalità selettivamente inattiva in qui era stata confinata, sempre in nome dell’utile sociale e del bene dell’Impero. Una modalità che, prima di Montesinos e Las Casas e pochi altri uomini di fede e di umanità, era riuscita a rendere assente il presente e presente l’assente, costruendo una realtà parallela su cui si potevano fare progetti come se questa fosse l’unica autentica, come se la realtà tangibile fosse assente, o inesistente, o fosse un minuscolo pezzetto della realtà che si voleva fosse vera, una sua caricatura. Come se gli indigeni fossero davvero numeri, unità, quantità, materiale da costruzione o di scarto, strumenti o impedimenti. Allora i Conquistadores lottavano con tutte le proprie energie per barricarsi in queste finzioni impedendo lo zampillamento di schizzi o getti di realtà, compartimentando la propria esistenza. La verità era estirpata e sostituita con la credenza, con il costrutto mentale, il pregiudizio, la congettura, la fantasticheria, l’ubbia, il capriccio, il fantasma del reale. La destinazione finale era l’inimmaginato, che per gli Indios e gli Ebrei fu l’inimmaginabile, la tentata pianificazione di un’estinzione. Non v’era spazio per l’immaginazione benigna, quella morale, che ci permette di riconoscere nel prossimo un nostro fratello.

La crisi esistenziale e morale di Las Casas, invece, gli permise di neutralizzare quel meccanismo innato dell’umanità che impediva a troppi suoi compatrioti di assegnare agli altri un grado di realtà uguale al proprio. Come Eichmann, che non era privo di idee, ma era posseduto da idee fisse perché il suo piccolo sé agognava significati, linearità, chiarezza, ordine, comandi, laboriosità, la sottomissione appassionata ad un’estetica dominante, intossicante e virulenta (come una conversione religiosa) che depriva la persona della capacità di tener conto delle considerazioni morali. I quotidiani della Repubblica Sociale Italiana annunciavano: “Non si può vivere senza ideali, i nostri ideali sono i più alti”. Difficile distinguerli dai Conquistadores che, come loro, uccidevano perché sentivano di possedere un codice morale intatto, perché erano sviati dalla volontà, anzi dalla necessità di credere, una rozza forma di autoinganno che distrugge l’integrità delle persone, trasformandole in vacui ed opachi strumenti di mendacità e di immoralità. Leggiamo direttamente da Las Casas, in Brevissima relazione della distruzione delle Indie, l’impatto di queste fantasie sociali, o miopie selettive, sulla dignità umana: “Perniciosissima è sempre stata la cecità che hanno avuto coloro cui è affidato il governo delle Indie. [...]. Tale offuscamento ha raggiunto il colmo quando sono state escogitate, comandate e messe in pratica certe intimazioni da fare agli indiani, con le quali si ingiunge loro di adottare la fede e di rendere obbedienza ai re di Castiglia, pena la guerra a fuoco e a sangue, la morte e la schiavitù. Come se il figlio di Dio, che si è pur sacrificato anche per ognuno di loro, col dire, a proposito della sua legge, euntes docete omnes gentes, avesse ordinato di fare tali ingiunzioni agli infedeli che vivono pacifici e tranquilli nelle loro terre; come se avesse comandato che poi, senza predicazione alcuna né dottrina, se questi non si fossero piegati subito a osservarla e non si fossero dati corpo e anima alla signoria di un re mai visto né conosciuto, a un re dai sudditi e dai messaggeri tanto crudeli, spietati e orribilmente tirannici [...] Dovessero per castigo perdere i beni e le terre, la libertà, le donne e i figli insieme alle lor vite, tutti. E una cosa assurda, stolta, degna d’ogni ludibrio e vituperio: dell’inferno”.

Nella filosofia, come nella vita, tre sono le distinzioni che contano: tra vero e falso, tra adeguato ed inadeguato e tra libero e servo. È su questa base che ciascuno può giudicare se stesso ed è, immagino, questo il senso di un’importante riflessione di Las Casas, che a sua volta si rifà a Seneca: “lo spirito umano vuole essere persuaso e non costretto, in quanto ha in sé qualche cosa di elevato e di sublime che non sopporta costrizioni ma si compiace di ciò che è rispettabile e virtuoso, perché lo ritiene in grado di confermare la propria dignità”. Autenticità, verità, integrità ed adeguatezza si realizzano solo attraverso il libero arbitrio di una mente non offuscata. Recuperando una sapienza antica, Las Casas riaffermava il principio che il fine dell’umano è essere libero, libero di essere onesto con se stesso e con gli altri, di pensare con la propria testa senza doversi ogni volta chiedere cosa gli altri pensino, di vivere pienamente ed abbondantemente, cioè autenticamente.

La libertà

La prescrizione opera in favore della libertà e mai contro la libertà. La libertà, al contrario, non si può mai perdere per prescrizione

Bartolomé de las Casas

Ulpiano aveva riassunto in poche formule gli imperativi etici universali che dovevano governare le questioni umane: honeste vivere (vivere onestamente); alterum non laedere (non danneggiare gli altri); suum cuique tribuere (dare a ciascuno il suo, ciò che si merita). Las Casas non avrebbe avuto nulla da eccepire, ma non avrebbe neppure esitato a porre in cima a questa lista “essere libero e non schiavo”. Las Casas ripeteva insistentemente che l’uomo è libero “di forma costitutiva” e che la libertà religiosa è un corollario necessario del fondamentale valore antropologico della libertà e della dignità umana. In questa sua determinata adesione al principio della tolleranza si scorge la più alta comprensione della vicenda umana e del messaggio evangelico, diametralmente opposta alla sciagurata interpretazione agostiniana del compelle eos intrare (Lc 14, 23). Questo suo sconfinato attaccamento alla libertà lo ricavò probabilmente dal suo essere discendente di conversos: non si converte nessuno con la paura, perché la fede dev’essere autentica, altrimenti non ha alcun valore. Il rifuto della fede non poteva in alcun modo comportare l’adozione di misure punitive. Coerentemente, Las Casas risolse diplomaticamente la questione della rivolta (1519-1533) di Enriquillo, sovrano cristiano dei Taíno indigeni di Hispaniola, riconoscendo le ragioni di questa insurrezione e proponendo soluzioni in grado di porre rimedio al malessere indigeno. Gli Spagnoli si dovevano limitare ad operare come “mediatori e coadiutori di Gesù Cristo per la conversione di così numerosi infedeli” (Historia de las Indias). Peraltro, “infedeli” è un termine che il domenicano usava sporadicamente e soprattutto a fini retorici. Per il resto la sua percezione degli Indios era certamente più simile a quella dei poveri del Vangelo, attraverso i quali Cristo comunica la Verità.

Quello della libertà come attributo essenziale dell’umano è un dato che noi moderni diamo per scontato, ma non così gli antichi. L’insigne filologo tedesco Bruno Snell, ne La cultura greca e le origini del pensiero europeo (Snell, 2002) ha rilevato che nell’Iliade non si trovano decisioni personali. L’intervento degli dèi è determinante in ogni scelta e non c’è vera introspezione, consapevolezza della propria libertà, come non ci sono scrupoli, rimorsi e ripensamenti. Tutto avviene perché così deve avvenire, al di là del bene e del male, del giusto e dello sbagliato. Nelle saghe nordiche riscontriamo il medesimo motivo (Gurevich, 1995). Il destino è installato nell’eroe come un software. L’eroe rispetta i suoi dettami e produce le condizioni adatte alla realizzazione delle profezie. Il suo fato, la sua misura di buona sorte e miserie è rivelato dal suo aspetto (in greco, kalokagathia: il bello e il buono, assumendo forma corporea, diventano veri) e dalle sue imprese o fallimenti. Le azioni dell’eroe sono meccaniche, automatiche, inevitabili, perché decretate dall’ordine cosmico, che si riflette nell’ordine clanico, dove il personale ed il sovrapersonale sono indistinguibili ed inseparabili. Non vi è coscienza personale, ma solo coscienza di gruppo. Non si può dire che una cosa è sbagliata, ma solo: “la gente ritiene che questa cosa sia sbagliata”. Non esistono parametri etici universali ma solo costumanze claniche e copioni di ruolo tramandati dalla notte dei tempi, cioè coordinate socio-culturali da interiorizzare. La mitologia greca offre numerosi esempi di eroi che dichiarano di essere nati per compiere un destino preordinato e per difendere il proprio nome, la propria reputazione. Nelle saghe nordiche, come nelle epopee greche, è arduo incontrare eroi che disobbediscano al mandato divino o alle leggi della propria città per salvare una comunità (MacEwen, 2006). L’eroe greco, quello germanico e quello giapponese non possono fare a meno di misurare il proprio valore in funzione del soddisfacimento delle prerogative associate al proprio status e lignaggio, oltre che del conseguimento della gloria personale. La civiltà azteca non si discostava da questo modello iper-fatalistico. A partire da Montezuma, che ammoniva: “Ed io voglio metterti in guardia; senza alcun dubbio, tutti saremo massacrati da questi dèi e il destino dei sopravvissuti sarà di diventare schiavi e vassalli”. Gli Aztechi insistevano ossessivamente sulla copertura di metallo degli Spagnoli, trattandoli come esseri sovrannaturali, “dèi-venuti-dal-cielo”. Le loro navi erano “opera, certo, più di dèi che di uomini”. Cortés era Quetzalcoatl redivivo, di cui si attendeva messianicamente il ritorno. Lui ne approfittò per sottometterli. “È la novità, l’insolito aspetto, la diversità che, insieme con la superiorità delle competenze tecnologiche, induce l’assunzione dei nuovi venuti al rango di dèi” (Todorov & Baudot, 1988, p. XXIV). Invece di contrastare la loro avanzata, li veneravano. Decimati dalle epidemie, interpretate come punizioni divine, tra gli indigeni lo stupore lasciava il posto alla rassegnazione ed all’accettazione: “Non ci è dato sottrarci ai decreti del destino”, “ciò che è stato deciso, nessuno può scongiurarlo”, “non si può sfuggire a ciò che deve accadere”, “queste cose si compiranno. Nessuno potrà impedirle”, “chi non saprà comprendere, morrà; chi capirà, vivrà”. È ancora Todorov a commentare lucidamente l’accaduto: “Gli Indigeni non furono sconvolti dal timore di perdere le loro terre, i loro regni o i loro averi, ma dalla certezza che il mondo ormai era giunto al suo termine, che tutte le generazioni dovevano, ormai, scomparire e perire, giacché gli dèi erano discesi dal cielo e ad altro non si poteva pensare che alla fine, alla rovina e alla distruzione di tutte le cose”. Lo stesso fatalismo e determinismo avvinceva gli Spagnoli, che leggevano i segni e cercavano nelle Sacre Scritture un annuncio profetico delle loro imprese. Las Casas non ne era immune, ma la straziante realtà della megamacchina mortifera e schiavista della Conquista lo scioccarono ad un punto tale da non consentirgli più di restare indifferente e passivo. In lui teoria e pratica erano indissolubilmente interconnessi. Da quel momento in poi la difesa e caldeggiamento del libero arbitrio, la rivendicazione di una sfera di libertà inviolabile nell’essere umano divennero la cifra delle sue parole ed azioni.

È degno di nota il fatto che, forse intuitivamente o forse inconsciamente, Las Casas colse la perniciosità della fusione di pessimismo, fanatismo e determinismo bio-culturale (l’ordine esistente riflette innate proporzioni di talento ed intelligenza) e si fece un punto d’onore e di principio di demolire ogni singolo pilastro portante di quest’edificio anti-umano ed anti-cristiano, così idoneo a far emergere ed irrobustire le peggiori pulsioni dell’animo umano. Egli ripudiava il desiderio e l’illusione di appartenere ad un’élite privilegiata – una razza spirituale dominante –, l’imperativo di svuotarsi della propria coscienza, personalità e libero arbitrio, l’infantilismo imposto agli indigeni, le relazioni strenuamente gerarchizzate, la fobia del diverso, il prevalere dell’idea astratta sulla persona, dell’obbedire sul pensare, del servire sull’amare, del vegetare sul vivere, dell’umiliazione sull’umiltà, del conformismo spirituale sulla vita dell’anima, delle ripetizioni a pappagallo sulla consapevolezza, del fine di plasmare il prossimo invece di aiutarlo fiorire. Abbiamo detto che il suo credo politico era incentrato sul principio di libertà. Per Las Casas Dio stesso è principio di libertà. In una lettera al principe Filippo, datata 20 aprile 1544, scrive: “Tutti gli indiani che vi si trovano devono essere considerati liberi: perché in verità lo sono, in base allo stesso diritto per cui io stesso sono libero”. Una considerazione profondamente in anticipo sui tempi. Poco meno di 400 anni dopo, un grande avvocato statunitense, Clarence Darrow, era ancora costretto a spiegare alla giuria ciò che avrebbe dovuto essere auto-evidente, e cioè che “potete proteggere le vostre libertà a questo mondo solo se proteggete la libertà altrui. Potete essere liberi solo se io sono libero”.

Le ramificazioni di questo assunto a livello socio-politico avrebbero potuto essere dirompenti, se fossero state recepite in Europa. Per Las Casas, la gente doveva poter vivere in comunità politicamente organizzate, essendo soggetta al minimo controllo necessario a farle funzionare. Non era lecito usare il pretesto della riottosità per imporre regimi di dispotismo illuminato. La libertà dei singoli doveva essere l’obiettivo finale, perché senza la libertà la ragione, che fa propendere le persone per una vita sociale pacifica ed armoniosa, non avrebbe potuto ricercare il bene ed evitare il male senza incontrare restrizioni. Ogni restrizione era un passo verso il male. Se il libero esercizio della ragione costituiva un diritto umano fondamentale per gli Europei, lo stesso doveva valere per i nativi americani. Nemmeno il papa poteva revocare questo diritto, neppure a beneficio dell’evangelizzazione, perché il pontefice non aveva alcuna autorità sui non-Cristiani e non poteva autorizzare la punizione dei loro peccati o ordinare la rimozione dei loro capi. Ogni conversione doveva essere libera e volontaria, nessun uso della forza poteva essere condonato. “Gli Apostoli facevano appello alla sola persuasione. Gesù non li ha mai autorizzati a costringere coloro che non volevano ascoltare o ad infastidire chicchessia. Dovevano invece armarsi di una grande pazienza, poiché le anime si conquistano soltanto con la dolcezza della voce, il volto umile e l’affabilità…Essi dovevano testimoniare il loro disprezzo dei beni temporali, e la loro condotta doveva essere buona e i costumi irreprensibili…Gli Apostoli non furono mai visti persegitare o uccidere un essere umano, nemmeno i loro nemici”. La predicazione doveva dunque avvenire “quietamente, tranquillamente e dolcemente, utilizzando un modo calmo e soave, rogativo ed attraente, ed in intervali di tempo successivi, affinché si possa prima di tutto pensare sulle affermazioni che vengono proposte ed inferire se crederle e dare il consenso….In conclusione, è indipensabile disporre di tempo sufficiente per ascoltare, pensare, discorrere e deliberare su ciò che viene proposto così da conoscere se sono veritiere o false, se sono degne od indegne le cose alle quali prestiamo il nostro assenso” (De unico vocationis modo omnium infidelium ad veram religionem). Rifacendosi al pensiero di Vitoria, Las Casas ribadiva che se una comunità indiana si rifiutava di ascoltare la parola del Signore o di osservare leggi diverse dalle sue non li si poteva costringere a farlo. Juan de la Peña, studente di Cano e Carranza e legatissimo a Las Casas, condivideva l’opinione di questo suo amico fraterno: la fede è un dono soprannaturale, nessuno può essere costretto a riceverlo, altrimenti è tirannia. Mentre secondo Sepúlveda gli schiavi africani stavano meglio da schiavi che da uomini liberi in Africa, de la Peña replicava che solo in una condizione di completo caos sociale e violenza generalizzata si poteva dire una cosa del genere e non era certo il caso né degli Africani né degli Indiani. Quanto alla distinzione tra superiori ed inferiori, il giurista salmantino chiedeva retoricamente se il re di Spagna avrebbe avuto il diritto di intervenire in Francia se si fosse stabilito che gli Spagnoli erano superiori in intelligenza. Per entrambi, il vescovo del Chiapas ed il giurista, gli indios avevano il diritto naturale di formare la società che preferivano ed in America non sarebbe stato illegale per dei Cristiani essere soggetti, volontariamente, a non-Cristiani, visto che la sovranità indiana sulle proprie terre era legittima e l’intervento spagnolo era illegale quando comportava l’espropriazione di terre. La supremazia spagnola sarebbe stata autorizzata solo da una libera scelta da parte di una maggioranza degli indigeni.

Nel preambolo alla sua opera più importante dal punto di vista della teoria politica, il De regia potestate, pubblicato postumo a Francoforte nel 1571 e summa del suo pensiero negli ultimi tre anni di vita, Las Casas dichiarava solennemente: “Dall’inizio del genere umano tutti gli uomini sono liberi per diritto naturale e per il diritto dei popoli. La libertà è uguale per tutti”. Quest’opera è, sostanzialmente, un trattato politico sulla libertà delle persone e dei popoli in un mondo in cui il pontefice esercitava una potestà ecumenica ma esclusivamente spirituale e il sovrano non aveva alcun potere che non fosse stabilito sulla base del consenso dei sudditi – nulla subiectio imposita fuit sine consensu populi. Il popolo, scriveva Las Casas, è la causa efficiente e finale di ogni autorità legittima e la legge ha lo scopo di fungere da garanzia della libertà dei cittadini contro l’arbitrio dei forti e prepotenti. Sulla stessa linea, alcuni secoli dopo, si muoverà il pensiero del religioso e politico francese Jean-Baptiste Henri Lacordaire (1802 – 1861), uno dei fondatori del cristianesimo moderno, che parafrasando Rousseau, sentenziava: “Tra il debole e il forte, tra il povero e il ricco, tra il servo e il padrone, è la libertà che opprime ed è la legge che affranca”. Per Las Casas la società ideale era quella dove i cittadini eleggevano i propri dirigenti – per liberam electionem – e, nel farlo, non perdevano la propria libertà. Chi andava al potere non si doveva sentire autorizzato a costringere le persone ad agire a detrimento proprio o del bene comune al di fuori della cornice legislativa e del diritto naturale. Questo era un diritto originario, universale e necessario, indivisibile, che accomunava tutti gli esseri umani nella stessa misura ed era imprescrivibile. Seguendo la lezione stoica, con riferimento esplicito a Cicerone, Las Casas sosteneva che tutte le nazioni ed i popoli, per il semplice fatto di esistere, a prescindere dalle loro credenze e costumanze, erano liberi e dovevano rimanere tali. Non avrebbe avuto senso, e sarebbe stato contrario al diritto naturale, credere che dopo la venuta di Cristo i non-credenti fossero stati privati dei loro diritti, trasferiti istantaneamente ai credenti, come se questi fossero gli unici, veri uomini.

Furono numerosi i missionari che, pur denunciando l’infamia del sistema neofeudale e gerarchico dell’encomienda, conclusero che forse quello era un male minore, l’unica maniera per porre rimedio al disastro, prima che acquistasse un carattere definitivo. Confidavano nel fatto che, con alcuni correttivi, nel Nuovo Mondo la forza dei signori sarebbe stata temperata dai doveri verso i sottoposti e da una tutela paternalistica illuminata. Las Casas non fu mai di questo avviso. Accusato di avere in mente una teocrazia sacerdotalista anacronistica, in realtà il radicalismo cristiano di Las Casas avrebbe demolito qualunque struttura piramidale; seguendo l’esempio di Gesù il Cristo, appunto. Non avversava gli encomenderos ma l’encomienda. Era pronto a redistribuire le ricchezze restituite ai coloni ricchi anche ai coloni poveri, che avrebbero comunque potuto continuare a ricevere una parte dei profitti di un lavoro indiano libero da vincoli di sfruttamento padronale, in un regime di equa spartizione delle risorse. Non era un fanatico indigenista, ma un sincero cultore della giustizia e della libertà, libertà che non avrebbe avuto senso in una condizione di miseria e disperazione, dove non sarebbe possibile una genuina adesione alla verità, un sincero atto di fede. D’altra parte per Las Casas un diverso grado di sviluppo civile e benessere economico non minacciava l’unità fondamentale del genere umano. Un’uguaglianza ontologica, radicata nella legge naturale e divina, fondava l’uguaglianza giuridica degli uomini. La nozione di un diritto che esisteva nella natura, poteva essere riconosciuto dall’umanità e veniva prima delle leggi specifiche era un’idea piuttosto diffusa nella cristianità e nell’umanesimo del tempo. Las Casas però, come altri, si augurava che il Nuovo Mondo diventasse il luogo deputato ad un esperimento nuovo: la possibilità di disfarsi della frenesia mercantile e di mettere il pratica il messaggio del Cristo. Scrive Las Casas: “Aiuta molto queste terre ad essere felicissime e fertilissime l’aria tanto clemente e le mutazioni del clima tanto opportune e favorevoli, così che pur col pochissimo lavoro che queste genti compivano, moltissimo avanzava a tutti, e in ogni parte avevano il necessario. Non si è mai vista tra loro la fame se non dopo che ci arrivammo noi cristiani, che in un giorno gli mangiavamo e sperperavamo tutto quello che a loro bastava per mantenere le loro famiglie per due mesi. In quest’isola Ispaniola, e in quella di Cuba e in quella di San Juan e Giamaica, vi erano infiniti villaggi, con le case vicine e con molti abitanti uniti di diversi parentadi. E poichè in quest’isola era consolidata la pace e l’accordo tra alcuni popoli e regni e gli altri, non ebbero necessità di unirsi in molta gente e di formare centri abitati assai vasti: così vi erano comunemente villaggi di cento, duecento e cinquecento abitanti: dico case in cui dimoravano dieci e quindici abitanti con le loro donne e i loro figli. E questo è assai notevole e sicuro argomento della bontà naturale, mitezza, umiltà e amor di pace di queste nazioni, che in una casa di paglia la quale avrà trenta quaranta piedi di vano, benchè rotonda, e che non ha ritirata né luoghi appartati, possono vivere dieci quindici abitanti per tutta la vita, senza che i mariti con i mariti, nè le mogli con le mogli, nè i figli con i figli abbiano litigi o contese, più che se fossero tutti figli di un padre o di una madre. È chiaro che se ne avessero tra loro e non vivessero in pace, d’amore e d’accordo, non si potrebbero sopportare, e per conseguenza sarebbe necessario che uno degli abitanti, per vivere in pace, si allontanasse dall’altro: sappiamo bene quante volte accade tra noi che figli e genitori non possano vivere uniti nella stessa casa” (Apologetica Historia). L’idealizzazione dell’umanità indigena è chiaramente intesa ad irrobustire in se stesso e nel lettore la fede nella realizzabilità del disegno divino come era stato delineato nel Nuovo Testamento, in vista del Millennio, del ritorno del Cristo, un evento in cui Las Casas credeva fermamente. Ecco un altro brano che svela l’irrealistico utopismo lascasiano: “Tutte queste universe e infinite genti d’ogni razza o nazione, Dio le ha create semplici, senza malvagità nè doppiezze, obbedientissime … e più di ogni altre al mondo umili, pazienti, aliene da risentimenti, da risse, da liti, da maldicenze, senza rancori, odi, desideri di vendetta. Sono d’intendimento chiaro, libero e vivace, assai capaci e docili per apprendereogni buon insegnamento … Tra questi … giunsero gli spagnoli … e altro non hanno fatto, da quarant’anni a questa parte … che straziarli, ammazzarli, angustiarli, tormentarli e distruggerli con crudeltà straordinaria”. Noi oggi sappiamo che gli indigeni sapevano essere tanto feroci quanto gli Spagnoli, ma in quel momento il vescovo del Chiapas doveva per forza alterare la realtà per contrastare altre e più letali contraffazioni della verità confezionate dai Conquistatori, impegnati a minimizzare responsabiltà e placare coscienze.

Ma, allora, cosa distingueva l’estetizzazione della realtà indigena operata da Las Casas dalla demonizzazione xenofobica dei suoi avversari? Il fatto che le sue intenzioni erano benevole? Di buone intenzioni sono lastricate le strade che conducono all’inferno. Posto che le Sacre Scritture sono state impiegate per giustificare guerre imperialiste, torture, crociate, cacce alle streghe, sacre inquisizioni, ecc. credo si possa dire che solo un estetismo benevolo può dar conto della legittimatà dei diritti umani. L’empatia, il fondamento della dignità umana, è una simpatia immaginativa, un accrescimento di vita. Solo la persona empatica è realmente viva ed ogni limitazione alla simpatia immaginativa è un impulso di morte, l’impulso a restringere i margini di libertà della vita. Las Casas, quando raggruppò coloni e indigeni nella sua comunità sperimentale venezuelana, chiese loro di fare in modo che le loro differenze e pregiudizi non determinassero le loro interazioni. Questo è il nucleo centrale del pensiero democratico: le persone non sono uguali per natura, ma lo sono nella società e, per i credenti, agli occhi di Dio, spiritualmente. O, nelle parole di Simone Weil, “la virtù soprannaturale della giustizia consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale”. Di conseguenza, Las Casas dedicò la sua vita alla lotta alle concezioni antropologiche deterministiche che negano il libero arbitrio e la coscienza e quindi legittimano l’imposizione del “bene”, ufficialmente la principale missione della crociata iberica nel Nuovo Mondo. Las Casas era contrario ai guardiani della fede. Credeva in Dio e in Cristo e nella missione ecumenica ed evangelizzatrice della Chiesa, ma non intendeva prendere il controllo delle vite degli indigeni professando autoingannevoli motivazioni umanitarie: se gli indigeni non volevano abbracciare il Verbo, solo Dio avrebbe potuto deliberare sulla sorte delle loro anime. Piuttosto, la sua impostazione di umanesimo cristiano e Respublica Christiana era per molti versi affine a quella della dottrina sociale della Chiesa e fu avversata da una parte dell’establishment ecclesiastico fin dai tempi del Concilio di Trento. Ancora nel 1832 Gregorio XVI scomunicava Lamennais per aver propugnato la libertà di coscienza, un’idea che il pontefice qualificava come “delirio”. Solo nel 1965, con un ritardo di circa 400 anni rispetto a Las Casas, la dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II approvava quel medesimo “delirio”: “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa. […] Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana. […]. L’esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un’autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti”.

Las Casas è un pensatore compiutamente ed autenticamente anti-totalitario, forse uno dei primi, forse uno dei grandi. Non sogna vere e proprie utopie perché la sua è un’esperienza in presa diretta. Sa di cosa hanno bisogno gli indigeni, conosce i loro problemi, capisce i loro desideri. Interagisce con persone in carne ed ossa, persone che ama, nelle quali riesce ad identificarsi empaticamente. Qual è allora l’alternativa proposta da Las Casas? L’idea è quella di “propagare la sua [di Dio] santa Chiesa e forse trasferirla del tutto di là” (Historia), cioè lontana dalle tentazioni e corruzioni del Vecchio Mondo, per ripartire da zero, come i primi Cristiani. Non è immune da paternalismo, come si desume da una lettera in cui dichiara che “bisogna strappare questa terra al potere dei padri snaturati e darle un marito che la tratterà in modo ragionevole e secondo i suoi meriti”. Però non stabilisce sistemi di gerarchie e di potere pronti a plasmare un’umanità ideale in una società ideale. Non vi è alcuna sincronizzazione di corpi, menti ed atti per conseguire una produttività ottimale. La regolamentazione statale non è per nulla invadente, anzi, abbiamo visto che credeva fermamente che il fine ultimo di ogni istituzione dove essere la libertà delle persone. Las Casas è stato accusato di far ricomparire la costrizione alla conversione surrettiziamente sotto forma di indottrinamento e di incentivi morali. Questo era probabilmente vero nel primo Las Casas, quello che non era ancora stato sconfitto dalla realtà; il Las Casas maturo è cambiato. Mi pare che Carlos Castillo abbia replicato più che soddisfacentemente a queste critiche (1993, p. 29), elencando le idee centrali della teologia politica lascasiana: “Quella di libertà totale, cioè la libertà degli indios in tutti i sensi della vita umana, come condizione precedente all’accettazione della fede: libertà di vivere, di riprodursi di essere popoli, di essere persone, di autogovernarsi, di mantenere i propri costumi, perfino di credere nei propri dèi. Quella di conversione, non solo come cambio di religione al cristianesimo, ma anche come nuova comprensione della fede, partendo dalle cose positive dei propri costumi. Quella dell’atteggiamento evangelizzatore, dove il predicatore è soprattutto qualcuno che deve comportarsi come “suddito” degli indios che evangelizza. Quella di difesa naturale, per mezzo della quale riconosce che gli indios non sono ribelli perché non sono sudditi di nessuno. Si difendono soltanto e naturalmente perché sono attaccati”.

Per molti versi Las Casas aspira ad una società libera, in cui si deve permettere che le cose procedano da sé, con moderazione e misura, perché l’ordine divino si prenderà cura di tutto e le norme di condotta predicate dal Cristo sono sufficienti a far funzionare la società in modo equo, armonioso e solidale. Ecco cosa scrive nell’Historia: “Il vero rimedio non era altro che di lasciarli nelle proprie terre native e paeselli che avevano, per pochi che fossero, e concedere loro tutta la libertà, affinché sapessero che non dovevano servire mai più gli spagnoli, e di tanto in tanto facessero loro visita i religiosi per insegnare la dottrina cristiana, e così riprendessero a moltiplicarsi come conigli…sì che fossero certi di doversi godere la propria libertà e che i loro lavori non dovessero goderseli i loro capitali nemici, che tanto disonestamente li avevano eliminati dalla faccia della terra”.

Il divario tra quest’utopia e la maggior parte delle utopie umaniste del suo tempo va ricercato evidentemente nell’esercizio del potere e del controllo. Non può esistere un vero controllo se ci sono solo persone disponibili a controllare. Serve anche una maggioranza di persone, di indigeni, che desidera essere controllata. L’apparato deve coltivare una fantasia di soggiogamento volontario e spontaneo che comincia con l’infanzia e che mantiene la popolazione in uno stato di infantilismo prolungato. È questo lo spirito delle proposte di Sepúlveda, molto simile al dispotismo come l’aveva profetizzato Alexis de Toqueville nel 1840: “Più esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri…Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua”. Una tirannia mascherata da utopia che amministra una giustizia inflessibile e spietata, ossia l’emanazione della virtù ed espressione della volontà sovrana della casta dominante. Un “autismo collettivo”, un monismo che mantiene gli inferiori in uno stato di servilismo e subordinazione, come dei burattini, dei semi-idioti.

Purtroppo per molti indios del nostro tempo, questo incubo si è avverato, ma Las Casas fece davvero tutto quello che era in suo potere per evitare il presente degrado della loro condizione. Fino all’ultimo. Nel 1565, a pochi mesi dalla sua morte, impossibilitato a parlare di persona, inviò il suo ultimo memoriale al Consiglio delle Indie, dove riassunse per sommi capi le conclusioni di mezzo secolo di avvocatura in difesa degli indigeni e del genere umano: “Tutte le guerre, che chiamarono conquiste, furono e sono in giustissime e proprie dei tiranni. Tutti i regni e domini delle Indie li abbiamo usurpati. Le encomiendas o repartimientos di indios sono più che iniqui e di “per sé” cattivi, e così pure arbitrari, e questo modo di governo tirannico. Tutti coloro che le concedono peccano mortalmente, e coloro che le detengono sono sempre in peccato mortale e, se non le lasciano, non si potranno salvare. Il re, nostro signore, che Dio renda prospero e conservi, con tutto il potere concessogli da Dio, non può giustificare le guerre e i furti fatti a queste genti, né i suddetti repartimientos o encomiendas, più di quanto possa giustificare le guerre e i furti che fanno i turchi al popolo cristiano. Tutto quanto l’oro e l’argento, perle ed altre ricchezze giunte in Spagna, e che nelle Indie si mercanteggiano tra i nostri spagnoli, sono furti con pochissime eccezioni. Se coloro che lo hanno rubato ed oggi rubano con le conquiste e con i ripartimientos o encomiendas e coloro che di esso partecipino non lo rimborsano, non si potranno salvare”.

Questa è l’utopia di Las Casas: un popolo libero di cittadini liberi, sovrani sulle loro terre e beni, che maturano con i loro tempi e nei loro modi e che hanno la possibilità di farlo anche grazie alla parola di Gesù il Cristo. Ci vollero secoli prima che questi principi basilari del diritto internazionale e delle missioni evangeliche fossero recepite dai più. E ancora adesso rimane il timore che da un giorno all’altro i nostri beneamati diritti e principi possano essere messi seriamente in discussione dal prossimo autocrate e dalla prossima oligarchia dispotica.

Un’antropologia della speranza

Gli scritti di Las Casas non formano un’unica opera filosofico-antropologica strutturata. Il suo intento era diverso, cioè quello di rimbeccare ogni assalto teorico alla natura umana e pari dignità dell’indio. Per questo le ripetizioni e le contraddizioni abbondano e si deve anche ammettere, con onestà, che il suo argomentare è tutt’altro che limpido e lineare. La veemenza e la prolissità rendono i suoi trattati di non facile lettura, per un lettore contemporaneo. Richiedono una costante attenzione per non fraintendere il senso di un ragionamento non sempre ben articolato, che talora pecca di semplicismo, scarsa chiarezza, ingenuità, limitata organicità, coesione e sistematicità. Si può ipotizzare che gli ambienti in cui esponeva le sue tesi non si sarebbero accontentati dei semplici resoconti della sua inchiesta antropologica e investigativa e che ciò lo abbia costretto ad improvvisarsi saggista e cronista. Eppure rimane la netta impressione di un’onesta coerenza concettuale e morale. Las Casas non temeva le conseguenze delle sue requisitorie perché era sicuro di essere dalla parte della giustizia e della Provvidenza, di lottare contro la stessa iniquità denunciata da Gesù il Cristo. Si poneva a viso aperto, senza ipocrisie, tentennamenti, ripensamenti, astuzie che mal si conciliavano con la sua visione dell’umano e della sua missione universale: l’uomo desidera il bene ed evita il male, se ne è consapevole, perché questo è il fine per cui è stato creato da Dio. Come Pitagora, Socrate e Boezio, Las Casas era convinto che “nel cuore dell’uomo è infuso un naturale anelito per il vero bene”, cosicché alla fine giunge quasi sempre a destinazione “come l’ubriaco che non sa per che strada sia riuscito ad arrivare a casa” (De unico vocationis modo omnium infidelium ad veram religionem). Il Male è un’assenza di Bene, di sapienza, un ammanco, non un’aggiunta di qualcosa. Le facoltà razionali umane, se ben coltivate con l’educazione, non potevano che dare buoni frutti, “sani e benefici” (sanos y provechosos). Come si vede, quella di Las Casas era un’antropologia positiva, ottimistica, riformatrice, anti-reazionaria e libertaria; era l’“antropologia della speranza” di un uomo contemplativo che tenne sempre gli occhi spalancati di fronte alla realtà. Padre Vicente de Couesnongle (1916-1992), anche lui domenicano, ha descritto con rara maestria il dono dello sguardo antropologico-contemplativo: “Non si tratta di passeggiare distrattamente in mezzo alla gente, ma di mantenere lo sguardo attento su tutto quel che ci circonda: queste persone, i loro volti, il loro passo, la povertà dei loro vestiti o l’insolenza della loro pettinatura…Saper cercare, indovinare quel che non si vede: fallimenti, sofferenze, aspirazioni. Scoprire poco a poco ciò che tutto questo significa nella vita di tutti questi uomini, di tutte queste donne, di questi giovani, per loro stessi e agli occhi di Dio”. Uno sguardo che “sa sempre rendere attuale quello al tempo stesso divino ed umano del Cristo – il più contemporaneo di tutti gli uomini – sulla folla, sui malati, tutti quelli che sono posseduti dal male; il denaro, le ingiustizie, una sessualità esacerbata, il potere illimitato, l’odio. In questa folla, chi è Maddalena, chi Zaccheo, i pubblicani, il sacerdote ed il levita che vanno da Gerusalemme a Gerico? Chi solo quelli che agognano di sentire Gesù, magari anche senza essere consapevoli di lui? […]. A imitazione di ciò che è Cristo nel suo essere e nella sua orazione, questa contemplazione deve essere il punto di unificazione privilegiato, nella nostra vita, tra la fede ed il mondo”.

È in forza di un’analoga ispirazione che Las Casas dichiarava che all’uomo poteva e doveva essere concessa piena libertà di disporre della sua persona e della sua coscienza in conformità alla sua volontà e discrezione perché in ogni caso la ragione, Dio, la rivelazione cristiana e la sua naturale socievolezza e religiosità avrebbero provveduto a guidarne i passi, per quanto esitanti e riottosi. La forza vitale della natura, inclusa quella umana, era senza macchia, incorrotta. Trovo molto bella e acuta una considerazione di Fernando Mires (1991, p. 199) sulla passione quasi maniacale di Las Casas per la natura: “Nelle dettagliate, a volte noiose, a volte bellissime descrizioni della natura che ci offre Las Casas, troviamo lo scienziato che cerca le componenti esatte tra l’ambiente naturale e l’essere sociale e, al tempo stesso, il credente che vive un profondo amore per tutti gli oggetti della “creazione”, com’è dimostrato nelle descrizioni dei tipi di pane che mangiavano gli Indios, degli alberi, delle pietre, dei fiori. In tutti gli oggetti vede una rivelazione dei misteri della Provvidenza e nei legami tra oggetti ed esseri umani trova la rivelazione dei misteri dei rapporti sociali, politici e culturali degli Indios. Teologia e antropologia, fede e scienza; sono parti inseparabili del metodo di analisi di Las Casas”. Il nostro chierico era estremamente curioso. Voleva capire ciò che non conosceva, voleva esplorare la Creazione per individuare i segni del divino. Molto correttamente, il giurista tedesco Wolfgang Griesstetter che curò l’edizione tedesca di De Regia Potestate (1571) lo definiva nella sua prefazione come “un uomo versato in ogni scienza”. Era anche uno spirito contemplativo, magari persino un mistico. “Un nuovo tipo di mistico, di enorme portata pratico-riflessiva e creativa. Un mistico, però, la cui esperienza della gratuità di Dio diede alla sua azione il valore e libertà della profezia, la lucidità del giurista, la sistematicità del teologo, la perspicacia del politico, la prospettiva e capacità di concretizzare proposte dello stratega e del riformatore” (Castillo, 1993, p. 35). Nella Historia, scriveva questo di sé: “Vedendo tutto ciò mi mossi, non perché fossi un cristiano migliore di altri, ma per una compassione naturale e pietosa che ho avuto nel vedere genti, che giammai lo meritarono, sopportare tante offese ed ingiustizie; ed è così che giunsi in questi regni per informare il Re Cattolico di questo stato”. L’empatia di Las Casas è molto accentuata e non c’è vita morale senza empatia. L’empatia richiede emozioni, condivisione di patimenti e di gioie. La grande forza del “male” risiede invece nell’indifferenza, nella carenza di introspezione e di capacità di immedesimazione, di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri. Adler sosteneva che l’empatia è la chiave per realizzare la trasformazione dell’identità. Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con i suoi orecchi, sentire con il suo cuore, fino ad estendersi ed includere animali, piante ed esseri inanimati, e poi il cosmo. È possibile che Las Casas costituisca un esempio di questo processo. Husserl parlava di empatia trascendentale, ipotizzando l’esistenza di una sola cornice psichica per tutte le anime. Non esiste alcuna prova che dimostri che era questo che sentiva Las Casas, ma lui stesso, nel suo testamento, rivolgendosi all’umanità ed a Dio, constatava di aver speso oltre cinquant’anni di vita “senz’altro movente che l’amore di Dio e la compassione che provo nel veder morire queste moltitudini di creature razionali, così pacifiche, così umili, dolci e semplici”. Las Casas era un uomo giusto, ed il concetto di giustizia nasce perché gli esseri umani sono capaci di provare risentimento e simpatia.

L’afflizione, l’empatia, l’indignazione ed il risentimento sono fondamentali per ciò che concerne il giusto e lo sbagliato, sono le precondizioni necessarie per l’esistenza stessa dell’idea di bene e di male, giusto e sbagliato. E questo è possibile se la nostra è una risposta spontanea, un atteggiamento istintivo che deriva dall’automatico riconoscimento del fatto che gli altri esseri umani sono come noi, che i loro patimenti non sono meno significativi dei nostri. Las Casas si rapportava agli Indios ed agli Spagnoli più umani o più bisognosi con empatia e amore perché nel prossimo, anche nella persona più ordinaria, vedeva un riflesso della Verità e dell’Amore e tendeva ad espandere il proprio senso del sé, in un processo unitario, di assimilazione. Las Casas avrebbe condiviso il giudizio di Dostoevskij che “l’amore per l’umanità è inconcepibile, incomprensibile e persino impossibile senza la credenza nell’immortalità dell’anima”. Lui stesso scrive nell’Apologética Historia: “Essendo la nostra anima uno spirito immateriale, i corpi non possono produrre né bene né male nelle cose immateriali. […]. E l’anima, nell’istante della sua infusione, rimane determinata nei suoi gradi di bontà, o di qualità non tanto buona rispetto al naturale (non dico al morale, bensì al naturale). E da ciò deriva che dalla capacità del corpo si può misurare la capacità dell’anima, sicché alcuni uomini hanno l’anima più perfetta o meno perfetta di altri. […]. Il limite della natura dell’anima negli uomini è proporzionale alla capacità del corpo”.

Per Las Casas l’unità del genere umano non traeva origine da un’uniformazione astratta, ma dalla sua unitarietà trascendentale. Insomma, gli esseri umani erano uguali sebbene diversi perché le loro anime discendevano dall’unità del divino, che le informava. Come abbiamo appena appreso, ciò non significava che le anime umane fossero identiche. Sempre nell’Apologética Historia leggiamo che “secondo la capacità del corpo si misura la capacità dell’anima e alcuni uomini hanno un’anima più o meno perfetta di altri”. In pratica il corpo mediava tra anima ed intelletto e siccome questo varia da persona a persona, allora anche la comunicazione dell’anima al corpo sarebbe stata qualitativamente diversa. “E questa è la ragione per cui possiamo vedere che alcuni uomini ci appaiono più acuti e lucidi di altri e meglio provvisti delle virtù naturali”. Ma sempre di anime si trattava, e quindi di pari dignità, giacché “ogni anima rimane sempre la medesima, a seconda della sua specie”. Alle variazioni individuali si sommavano quelle climatiche, l’influenza dell’alimentazione, dell’educazione e della cultura, che per Las Casas era una seconda natura, ma pur sempre seconda, ossia modificabile. A prescindere dalle cattive azioni dei membri di una data popolazione, ogni singolo essere umano poteva essere convinto ad abbracciare una vita moralmente e spiritualmente sana, cioè quella in cui non pecca contro la sua anima; questo per opera del dialogo e dell’uso della razionalità. Perché, come ci spiega nel De unico vocationis modo omnium infidelium ad veram religionem, “Dio ha provvisto l’anima umana di una luce intellettuale, con la quale le ha fornito una certa conoscenza di se stessa, che è il principio di conoscenza nell’ordine della fede…inoltre ha instillato in tutti gli esseri naturali i principi germinali di tutti gli effetti che dovranno produrre. Per questo l’uomo può raggiungere da lontano una qualche conoscenza di Dio per mezzo della ragione naturale”. Un altro evidente riferimento alla tradizione socratica, passando per Agostino: la conoscenza di sé è la via maestra per la conoscenza del divino. La natura, a maggior ragione quella umana, è un riflesso della sapienza divina, verso cui tende finalisticamente. Dio risiede nell’intimo di ciascuno, ne dipendiamo esistenzialmente, siamo il punto di convergenza delle forze cosmiche che da esso emanano. Di conseguenza gli indios potevano vivere in armonia con la verità anche se l’avevano vista e compresa solo parzialmente; era sufficiente che si fidassero dei loro impulsi più profondi, più naturali, che certamente li avrebbero avvicinati alle Sacre Scritture. La fiducia di Las Casas in se stesso e nei nativi americani era dunque una vasta, incontenibile fiducia nell’uomo e nella sua sintonia con la Verità, con il Divino. Si trattava solo di far emergere questa sintonia, questo desiderio di Bene e di Vero, con una prassi evangelica che, ancora una volta, a mio avviso, assomigliava dappresso alla maieutica socratica.

In questa stessa ottica gli Spagnoli erano ancora distanti dal traguardo. Ogni universo culturale umano era in ritardo, non avendo realizzato la sua vocazione naturale e storica. L’imperativo era quello di realizzare il proprio potenziale di perfettibilità che, d’altronde, era un’esigenza intrinseca alla natura propria dell’umano ed andava rispettata e promossa dai governanti con ogni mezzo possibile, dando priorità all’evangelizzazione cristiana, nel pieno rispetto della volontà dei singoli. Ma come si poteva garantire che ciò avvenisse? Non certo conservando forme di esercizio del potere assoluto, ma stabilendo libere elezioni in un regime di democrazia diretta. “Come se tutti fossero liberi e non uno più signore di un altro…ma che invece tutti o la maggior parte di loro si radunassero e si accordassero, scegliendo o eleggendo qualcuno che sia generalmente riconosciuto come più prudente o irrobustito dalla natura in una qualche grazia o virtù speciale…e vi si sottomettano di loro propria volontà e consensualmente”. In piena ascesa dell’assolutismo monarchico il vescovo del Chiapas proponeva l’istituzione del suffragio universale maschile e femminile nella cornice di un governo repubblicano e liberale, dichiarava che un regime politico sarà più perfetto quanto maggiore sarà la libertà che concede ai cittadini, ribadiva che “i sudditi non sono sottoposti alla potestà del re, ma a quella di una legge giusta” e asseriva che “il potere di sovranità procede dal popolo, senza alcuna mediazione” e che chi governava rimaneva un delegato, ossia un servitore della comunità (intesa nel senso moderno di persona giuridica), e del bene comune. “Nessuna sottomissione, nessuna servitù, nessuna imposizione si può dettare ad un popolo senza che questo, che deve sopportarla, dia il suo libero consenso”. Il fondamento del principio di giustizia, che per lui era preminente, visto che, per citare Isaia, “la pace sarà opera della giustizia” e “la vera e propria politica, secondo i filosofi e la filosofia morale, consiste nella giustizia, che si realizza quando ogni vicino o cittadini o membro di una repubblica è contento di ciò che ha e coltiva una disposizione conforme alla sua condizione ed alle sue mansioni, agendo secondo quanto ci si attende da lui, e vivendo in pace ed amore con gli altri, senza offesa o danno al prossimo” (Apologética Historia). Da ciò ne conseguiva che la giustizia si sarebbe compiuta solo se si fosse ascoltato il parere dei cittadini. Infatti, in un memoriale inviato a Filippo II nel 1556, Las Casas ricordava all’imperatore che un sovrano non rende più giusto per legge ciò che per la legge di natura è ingiusto e lo invitava a sondare le opinioni dei sudditi, inclusi gli indigeni, giacché “secondo la legge naturale e divina devono essere…avvisati, ascoltati ed informati in merito ai loro diritti (de lo que conviene a su derecho)”. Nel De regia protestate il Nostro insisteva che “nelle questioni che possono avvantaggiare o colpire tutti, è necessario agire in accordo con il consenso generale. Per questa ragione in ogni genere di affari pubblici si deve chiedere il consenso di tutti gli uomini liberi…di tutto il popolo”.

È piuttosto sorprendente che riflessioni così avanzate come quelle contenute nel De regia protestate e nel suo compendio, il Derecho Público, non siano quasi mai state segnalate da politologi e storici e che rimangano confinate a ristretti circoli di esperti del periodo della Conquista e delle opere lascasiane. Nasce il sospetto che la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica, la pubblicazione postuma, l’identificazione dell’autore unicamente con le denuncie delle atrocità della Conquista e la sua prossimità alle più luminose stelle del firmamento della teoria politica dell’epoca come Erasmo, Vitoria, Machiavelli e Hobbes abbiano oscurato la potenza visionaria e lungimirante delle sue formulazioni. Nel modello lascasiano agli indios mancava solo una conoscenza adeguata della vera religione per diventare esseri umani modello: la parola del Cristo si sarebbe innestata su un’ottima base di partenza e avrebbe espulso i gravi peccati della loro tradizione (antropofagia, sacrifici umani, idolatria, ecc.), il primo passo verso una completa rivoluzione dell’umano che, partendo dalle Americhe e per tramite della fede, avrebbe interessato il mondo intero, riconducendo l’umanità allo stato adamico primigenio, quello precedente alla cacciata dal Paradiso Terrestre. Gustavo Zagrebelsky (1992, p. 141) ha perfettamente ragione quando sostiene che “tutte le dottrine dei diritti nel senso dell’umanesimo laico si giustificano solo nell’ambito di un’antropologia positiva” e che “ogni antropologia negativa (come quelle dell’uomo quale la più feroce tra le bestie feroci o della natura umana degradata da una colpa originaria) è piuttosto la premessa delle teorie dei doveri”. Non c’è uguale dignità e comunanza di intenti ed aspirazioni senza empatia e fiducia nel potenziale umano. Las Casas attraversò l’Atlantico dieci volte per diffondere, ogni volta più veementemente e con argomentazioni più stringenti, la sua antropologia della speranza, tutta incentrata sul potenziale degli indiani e non sui loro difetti, sulla loro dignità intrinseca ed uguaglianza rispetto agli Spagnoli, sull’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo. Laddove i suoi critici sminuivano le virtù degli autoctoni e li indirizzavano verso un processo di adattamento meccanico al Nuovo Ordine, lui sottolineava la loro immaginazione e creatività.

Diversi studi sociologici, confermando il senso comune, indicano che chi ha una visione positiva della natura umana è più tollerante verso la libertà d’espressione e di sperimentazione. Chi invece reputa che le persone siano guidate da egoismo, cupidigia ed altre passioni distruttive appoggia misure liberticide. Las Casas, evidentemente, andrebbe inserito nella prima classe di persone. Egli credeva negli indigeni e negli Spagnoli, credeva nella possibilità di una fondamentale e durevole solidarietà nata dalla comunanza degli scopi, dei successi, delle paure, delle sconfitte. Nel Nuovo Mondo il domenicano aveva intravisto un paradiso possibile, uno scorcio di quello che sarebbe potuto essere il Regno di Dio dopo il secondo avvento di Cristo, una forma più alta di civiltà a portata di mano se solo lo si fosse voluto con tutta la forza e la sincerità necessarie, se si fosse fatto lo sforzo di vincere pregiudizi, egoismi, sfiducia e diffidenza. Las Casas si rifiutava di credere che il destino dell’umano fosse determinato da un ordine naturale/divino che prescriveva come sistema politico-sociale ideale quello del branco di lupi o dell’alveare, dove non c’era alcun perché – Hier ist kein warum, come spiegava un guardiano di Auschwitz a Primo Levi. L’amore di Las Casas per la libertà scaturiva dalla comprensione antropologica della maniera ideale di effettuare la promozione e crescita delle capacità umane, di portare l’umano alla sua piena espressione, l’emancipazione da forze e circostanze che lo oggettificano, che lo rendono passivo, prevedibile, meccanico, impotente. Mentre gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse e talora contraddittorie, hanno un peculiare carattere trasformativo che Las Casas aveva scoperto in sé, negli indigeni e negli stessi Spagnoli. Forse, ancora una volta, la sua origine da una famiglia di conversos lo aveva reso più sensibile all’esigenza di essere giudicati per ciò che si è e si fa qui e ora, non per un passato sul quale non si ha voce in capitolo. Gli Indios avevano fatto degli sbagli, questo era fuori di dubbio, ma non avevano mai ascoltato le parole del Cristo, non avevano mai conosciuto alternative praticabili al loro sistema di vita.

Las Casas era sicuro che la natura è buona quando emerge dalle mani di Dio ed il suo ordine e bellezza non sono intaccati dai peccati umani. Gli schiavi di natura sarebbero dei mostri, ma i mostri sono creazioni umane, non naturali. La legge naturale vivificata dall’evangelizzazione doveva costituire il volano del cambiamento, della liberazione dalle strutture oppressive della Conquista e di una parte della tradizione indigena che non era conforme alla legge naturale ed all’insegnamento di Cristo. I tempi e i modi sarebbero stati affidati alla discrezione dei sovrani indiani sotto una guida apostolica che si sarebbe attenuta al principio, definito nei suoi Remedios del 1516, che “gli Indios sono uomini liberi e devono essere trattati simultaneamente come uomini e come uomini liberi”.

Come Thomas Paine, Las Casas lottò per i diritti dei vivi, affinché questi non fossero defraudati dall’autorità dei morti, ossia da una tradizione incartapecorita. L’umano doveva avere la precedenza, perché solo così, elevandosi, si sarebbe realizzata la convergenza di tutti gli esseri umani verso Dio, in una vasta fraternità elettiva. Il libero consenso informato costituiva la via maestra per questa trasformazione millenarista. A differenza di moltissimi altri missionari, lui non aveva avuto alcun problema ad affermare pubblicamente di preferire “un indiano pagano vivo e libero” ad “un convertito morto o schiavo”. Per Las Casas un’umanità universale aveva doveri universali verso i suoi membri. Come specificava Sant’Agostino, “Quando si dice ama il tuo prossimo, è chiaro che ogni uomo è il nostro prossimo” e come affermava Ovidio, “L’uomo non è un lupo per l’uomo, ma un uomo”, altrimenti nessuna società sarebbe in grado di sopravvivere. Se vogliamo, il suo atteggiamento verso gli indoamericani era, più o meno consapevolmente, all’insegna dell’integrità morale ed intellettuale socratica, come mezzo per ridurre l’ingiustizia nel mondo, non strumento per maltrattare ed approfittarsi degli altri. Un’integrità che si nutriva di fede umanitaria, nobiltà di cuore, vitalità, spontaneità, tenerezza, sincerità, fierezza ed empatia. Ma anche dell’impeto dell’indignazione di fronte all’ingiustizia più smaccata, il rifiuto di accettare che gli indios si piegassero e si abbandonassero ad una vita indegna di loro, in quanto esseri umani. C’è tutto il Camus del “mi rivolto, dunque siamo” nello sdegno di Las Casas contro un mondo sottosopra, dove il male è chiamato bene ed il bene è isolato. Las Casas non provava solo indignazione ma anche vergogna per quegli Spagnoli come lui, quei Cristiani come lui che lo imbarazzavano o lo insultavano con il loro comportamento. Rifiutava la complicità nei loro malaffari. Diceva no, per sé, per gli Indios, ma anche per gli stessi Spagnoli. “Vostra Maestà farà a tutti gli spagnoli che si trovano nelle Indie un’incredibile ed inestimabile grazia, liberandoli dai grandissimi peccati di tiranni, latrocinio, violenza e parricidio che commettono ogni giorno opprimendo e ammazzando quelle genti” (Memoriale a Filippo II). In lui c’era la tenace convinzione che chi crede sinceramente in Cristo sarà salvato da questo inferno in terra, sarà reso immune dalle malattie dell’anima, dalla bestialità dilagante, dall’inerzia morale, dall’intorpidimento psicologico e mentale che si sono impadroniti di vittime e carnefici, intrappolati in questo particolare ordine di esistenza. Sarà reso padrone del proprio destino e libero dal contagio anti-cristiano delle brame materialistiche e dei vili egoismi riduzionistici caratteristici di una mentalità mercantile, tesa esclusivamente all’appropriazione ed all’accaparramento. Non sarà più un essere umano come gli altri, ma un eletto.

 

I diritti umani

 

[L’oppressione degli indigeni] è contro l’intenzione di Cristo e contro la forma di carità che nel suo Vangelo ci ha tanto raccomandata, e contraddice completamente, a ben guardare, tutta la Sacra Scrittura

Bartolomé de las Casas

Il significato di “diritti umani” è molto semplice: gli stessi diritti per ogni essere umano. Sono fondamentali perché sono quelli che tutelano i deboli dall’arbitrio dei forti, i poveri da quello dei ricchi, le minoranze da quello delle maggioranze. In un mondo segnato da enormi sperequazioni ce n’è un disperato bisogno ed andrebbero inseriti in una cornice legale indissolubile che permetta di contrastare la bigotteria, santimonia, pregiudizi, debolezze, soverchierie di quegli esseri umani che esercitano una qualche forma di autorità, potere o controllo su di noi. Senza di loro, le persone che bramano il potere di per se stesso avrebbero mano libera. Nessuno dovrebbe sentirsi sufficientemente sicuro senza questo tipo di tutela, quando la storia, anche la storia presente – si vedano i dibattiti sul Patriot Act negli Stati Uniti e sulle libertà civili nel Regno Unito, la nazione che, assieme a Singapore, è la più monitorata del mondo – ci insegna quanto sia fin troppo facile abolire certi diritti che sono costati sangue e sacrifici alle generazioni precedenti. I diritti umani devono venire prima di ogni altro dovere, perché altrimenti non sono più tali e vengono subito sacrificati nel nome di qualche fine “più alto”. Hannah Arendt sottolineava che i diritti umani garantiscono che gli esseri umani non vengano de-umanizzati, ridotti a meri corpi che non sono altro che macchine per soffrire. Per Simone Weil esiste una verità primordiale della nostra natura alla base dell’etica e del diritto ed è che “c’è in noi un obbligo verso ogni essere umano per il solo fatto che è un essere umano…Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto…su alcuna convenzione…Quest’obbligo è eterno. Risponde al destino eterno dell’essere umano”. Secondo il filosofo morale australiano Raimond Gaita, l’amore per le persone, specialmente quelle più difficili da amare, è alla base dei diritti umani universali (Gaita 1991). Gaita sostiene che “se non fosse per i molti modi in cui gli esseri umani si amano l’un altro – dall’amore sessuale a quello imparziale dei santi – non credo che avremmo un senso della sacralità degli individui o dell’inalienabilità dei loro diritti e dignità” (Gaita, 2000). Credo che interpreti benissimo il pensiero giuridico-morale di Las Casas che, nei Principia Quaedam del 1551-1552 tratteggiava una teoria dei diritti civili ed umani, applicata al caso indiano, non ancora sistematica, ma certamente incisiva, sebbene inadatta ad un’epoca come la nostra, di spiritualità panteista o ateismo materialista: “Poiché queste genti indiane sono, per natura, umilissime, molto pusillanimi e, nella maggior parte, pacifiche e miti, per cui possono facilmente essere maltrattate ed oppresse dagli spagnoli. Per la stessa ragione i re di Spagna sono obbligati, come condizione necessaria alla loro salvezza, a difenderle da quelli, non come si vuole, ma efficacemente, con l’amministrazione della giustizia ed altri opportuni rimedi; a ordinare, regolare e disporre il loro regime in modo tale che, vivendo questi popoli in pace e tranquillità, conservando i loro beni e diritti, liberandosi da tutti gli impedimenti esterni, abbraccino gradatamente, liberamente e facilmente, la fede cattolica; assimilino i buoni costumi e, credendo in Dio, loro vero creatore e redentore, raggiungano il fine proprio della creatura razionale, ossia la felicità eterna, che è allo stesso tempo l’obiettivo e l’intento di Dio”. In questa esortazione scorgiamo, in nuce, i diritti fondamentali contemporanei (Kateb, 2011).

Per Las Casas non esistevano diritti naturali dissociabili dalla Provvidenza Divina. Essi si irradiano dall’Amore, dalla Giustizia, dalla Grazia e dalla Verità di Dio. Chi li vuole intendere li intenderà, gli altri rimarranno invece sordi e ciechi. Lui stesso racconta di uno spagnolo che aveva seviziato un’india che gli si era rifiutata, per poi bruciarla viva. Fu condannato al pagamento della risibile somma di 5 castellanos: Las Casas sa che Dio non si dimenticherà di lei, perché proprio le vittime innocenti dei persecutori gli sono più care. “Chi, se ha cuore di carne e viscere umane, potrà soffirire che vi sia una crudeltà così inumana? Quale memoria di quel precetto della carità “amerai il tuo prossimo come te stesso” ci sarebbe mai dovuta essere allora in coloro che, a tal punto dimentichi di essere cristiani e persino di essere uomini, trattavano così – in quegli uomini – l’umanità?” (Historia).

 

Il torturatore, o l’addomesticamento dell’uomo – parte prima

 

[L’autorità] non invano porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male

Paolo, Romani 13:4

Chi potrebbe dubitare che è certo meglio condurre gli uomini all’amore di Dio con l’istruzione e la persuasione, piuttosto che costringerveli con il timore e con il dolore del castigo? Ma per il fatto che gli uni sono mezzi migliori, non ne segue che i secondi debbano essere trascurati; infatti è utile a molti prima essere scossi dal timore e dal dolore, per poi essere disposti a venir istruiti

Agostino di Ippona

Nessuno ha il diritto di trattare qualcuno altro crudelmente a fini pedagogici o di intrattenimento. Dio non avrebbe mai creato l’universo semplicemente per insegnare qualche lezione morale o teologica del tipo “non infliggere delle sofferenze non necessarie”. Un dio del genere, amante di astute seduzioni, “edificanti” tormenti e complotti ben elaborati ai danni di esseri umani ignoranti, piuttosto che malvagi, sarebbe nemico del messaggio di Cristo e dell’umanità stessa. Il suo comportamento sarebbe infantile, sadico e manipolatore, psicopatico, indegno di Dio. Le torture, incluse quelle psicologiche e mentali non sono mai giustificabili, per nessun motivo o fine. Molti tra i simpatizzanti dei metodi spicci di certi evangelizzatori della Conquista non sarebbero stati d’accordo. Il fine era “nobile” – la crescita della consapevolezza civile degli indigeni ed il bene dell’Impero –, la mortificazione ed il degrado dell’umano solo una fase transitoria ed inevitabile. In fondo, senza vaste crisi, questa la logica retrostante, non ci si libera dall’inerzia dei propri abiti mentali. La questione più attuale e fondamentale è naturalmente se sia lecito manipolare gli altri, sottoporli magari ad una certa misura di sofferenza psicologica, per il loro bene, per aiutarli a correggere i loro comportamenti ed abitudini. Sepúlveda rispondeva affermativamente, Las Casas negativamente. Molti francescani si schierarono, idealmente, dalla parte di Sepúlveda, i domenicani, al contrario, concordarono in gran parte con Las Casas. Cerchiamo di capire perché, partendo da una provincia coloniale dello Yucatán, Maní, amministrata dai francescani.

Nel 1561, Vasco de Quiroga, il compassionevole ed illuminato vescovo del Michoacán (oggi uno stato messicano collocato tra la Cordigliera e la costa pacifica centrale), denunciò i soprusi ai quali i frati di diversi ordini sottoponevano gli indigeni che erano stati affidati loro. La descrizione delle violenze e degli abusi era così sconvolgente che non furono in molti a prenderlo sul serio. Persino numerosi storici hanno rinunciato ad investigare questa ed altre denunce, quasi che non fosse opportuno macchiare l’immagine degli ordini mendicanti. La realtà, purtroppo, è che i frati sono esseri umani come gli altri e, in quelle circostanze, non furono sempre all’altezza dei principi ispiratori dei rispettivi ordini. La loro “caduta”, però, ci aiuta a comprendere meglio uno dei punti deboli più gravi della nostra concezione del processo civilizzatore, il paternalismo redentivo (Clendinnen, 2010).

Oggi sappiamo che Vasco de Quiroga parlava a ragion veduta ed era molto ben informato. In quegli anni era pratica comune tra gli ordini mendicanti quella di “trasferire”  migliaia di indigeni a fini didattici. Sovente, non ci si premurava di fornire un minimo preavviso. Le famiglie ricevano la visita di frati e dei loro coadiutori e venivano sfollati, le loro case date alle fiamme, i loro poveri beni distrutti. Alcuni dei deportati morivano di privazioni, altri si lasciavano morire per la disperazione. Il palo delle fustigazioni al centro delle nuove comunità (reducciones) era il simbolo del potere ed un costante ammonimento a non violare le regole. Le feste erano bandite e vigeva il coprifuoco. Non esistevano più case comuni ma solo abitazioni monofamiliari. Anche questo accorgimento doveva servire a sfibrare il tessuto sociale tradizionale, allentando i legami clanici.

Qualche mese dopo il j’accuse di Quiroga, i francescani di Maní – tra una quindicina ed una ventina di confratelli – istituirono un regno del terrore che sconcerto e traumatizzò non solo molti coloni, ma persino gli altri francescani che arrivarono ad ispezionare le comunità coinvolte quest’opera di epurazione violenta del paganesimo. I frati disciplinatori rimasero però persuasi fino alla fine di stare facendo non solo ciò che era giusto, ma soprattutto ciò che era indispensabile. Tanto che protestarono veementemente contro le denunce dei confratelli, chiamandoli traditori ed invocando inchieste ai loro riguardi.

Cosa avvenne? Nel maggio del 1562, dopo diciassette anni di predicazione, i francescani di Maní si accorsero di essere stati ingannati dai loro protetti quando, ispezionando una caverna, vi trovarono idoli e teschi umani. Inizialmente si erano limitati a minacciare gli indigeni con la promessa della collera divina se non avessero rinnegato i loro dèi. Ma, vista la loro ostinazione, la suddetta scoperta divenne la goccia che fece traboccare il vaso, scatenando un’isteria collettiva nei predicatori, che passarono alle maniere forti, alle punizioni corporali. Da quel fatale istante si verificò un’escalation nell’uso della violenza disciplinare e correttiva. La tortura, questa pratica infernale, divenne uno strumento di disciplinamento e di didattica. Convinti che le confessioni estorte sotto tortura potessero essere plausibili, non esitarono a credere ad un quadro desolante: sacrifici umani, cuori ancora pulsanti strappati dal petto, crocifissioni di bambini. Non possiamo decisamente escludere che certe pratiche avessero ancora luogo, ma la bestiale rappresaglia che lanciarono contro l’intera popolazione e che si autoalimentò proprio a causa delle fantasie estratte da bocche tormentate, non si distingueva in nulla dalle costumanze indigene che loro stessi ritenevano demoniache. In seguito, i frati si rifiutarono finché poterono di rinunciare a questo metodo “educativo” che avevano individuato ed applicato così scrupolosamente; anche se violava le leggi dell’Impero, anche se era agli antipodi degli insegnamenti evangelici.  Si verificarono arresti di massa, fustigazioni e torture indiscriminate, con l’uso della strappada (dall’italiano “strappata”), la tecnica di tortura usata nel Castello del Buonconsiglio contro gli Ebrei accusati di aver sacrificato il Simonino, nel 1475. Consisteva nell’issare il malcapitato legato a delle funi tramite una carrucola, per poi mollare improvvisamente facendo slogare le articolazioni delle vittime. Frate Diego de Landa coordinava l’inquisizione locale, facendo le veci di un vescovo che non era mai stato nominato. Diego de Landa (1524-1579) meriterebbe un volume a parte. Giunto in Messico a soli 24 anni, fu un torturatore, schiavista e, nel luglio del 1562, il responsabile della distruzione di ventisette rotoli manoscritti maya – se si considera che ce ne sono pervenuti solo quattro è come se avesse bruciato la Biblioteca di Alessandria messicana. Nonostante questo, gli fu permesso di diventare il secondo vescovo dello Yucatán. Il suo zelo paranoico e “salvifico” non si fermava di fronte a nulla ma non gli impedì di scrivere una “Relazione sulle cose dello Yucatan” che è uno dei pochi documenti che permette a storici ed antropologi di gettare uno sguardo sulla cultura e la società maya. Il problema, però, è che gli studiosi sono costretti a fidarsi di una trascrizione abbreviata di un testo scritto da un cronista che solo pochi anni prima era intenzionato ad annientare completamente qualunque “satanica” fonte primaria, che omette di menzionare il rogo dei manoscritti e la tortura degli indigeni e che, nella sua analisi della lingua maya, commette errori grossolani.

Landa, insoddisfatto dei risultati raggiunti nella prima fase dell’inquisizione, la estese alle due province adiacenti di Sotuta e Hocaba Homun, con metodi sempre più stravaganti ed esiti terribili. L’inchiesta ufficiale del 1565, coordinata da Sebastian Vazquez, rivelò che oltre 4500 uomini e donne furono torturati, più di seimila frustati o rapati per punizione. 157 persone morirono per le conseguenze dell’interrogatorio, almeno una dozzina si suicidò prima di finire tra le mani dei torturatori. Di altri diciotto non si trovò traccia e si pensò che si fossero uccisi. Un numero imprecisato di persone rimase menomato, con i muscoli delle spalle irrimediabilmente lesionati e le mani paralizzate.

L’inquisizione impiegava la tortura in tutte le colonie, ma in modo molto selettivo e regolato. Non si era mai visto, né si vide mai, nulla del genere. In queste tre province, Landa e gli altri francescani decretarono che tutti gli indiani erano idolatri e che non si poteva sottoporli a processo uno dopo l’altro, perché vagliare ogni caso avrebbe richiesto decine di anni, mentre la minaccia era immediata. Quindi si optò per la colpa collettiva, il reato preferito dai nazisti per giustificare le loro sanguinarie rappresaglie di massa. Ci furono coloni spagnoli che cercarono di intervenire per interrompere il Terrore, ma rischiarono la loro stessa incolumità senza riuscire peraltro ad ottenere alcun risultato concreto. Solo l’arrivo del vescovo, un altro francescano, frate Francisco de Toral, spezzò l’infernale sortilegio che aveva trasformato una missione evangelizzatrice in un cuore di tenebra dell’onnipotenza. Toral pose fine al massacro dichiarando che le confessioni estorte sotto tortura erano invenzioni che le vittime avevano offerto ai loro carnefici in cambio della fine dei supplizi e che la prosecuzione di alcune delle loro idolatrie era del tutto naturale in un popolo che aveva appena incontrato la vera fede. Accusò Landa di aver reagito in modo assolutamente sproporzionato a dei crimini minori, spinto da rabbia, arroganza e crudeltà. Lorenzo de Bienvenida, pioniere delle missioni francescane dello Yucatán, fu sconvolto nello scoprire che persone deputate alla tutela degli indigeni si erano trasformati nei loro giudici, torturatori e boia. Entrambi furono però denunciati all’ordine dai francescani di Maní, con l’accusa di tradimento. A tre mesi dal suo arrivo, Toral rimase isolato. Anche quando Landa fu convocato dal Consiglio delle Indie per essere processato, i francescani suoi complici continuarono a difendere la bontà del loro operato. È tempo di cercare una spiegazione per questo comportamento disumano.

L’ordine francescano aveva stabilito che lo status degli indigeni era quello di bambini ed i figli si educavano anche con le percosse ed il terrore. Al contrario i domenicani, più versati nel diritto e nella teologia, erano riluttanti ad usare la forza per costringerli a credere alla sacre scritture. Secondo i francescani, la naturale docilità degli indigni li aveva resi più vulnerabili alla subdola azione del demonio. Erano troppo impressionabili e volubili e con la stessa facilità con cui aderivano alla cristianità rischiavano di allontanarsene, per questo andavano sorvegliati e castigati diligentemente. Per questi predicatori la condizione infantile non era una fase transitoria ma uno stato permanente, come permanente sarebbe stata la loro tutela. La furia punitiva dei francescani forse assomigliò a quella di un genitore autoritario tradito (Clendinnen, 2010). La slealtà indicava che quella terra e la sua gente erano dannate e la loro innocenza doveva essere rigenerata attraverso la sofferenza espiatoria. Lo stupefacente grado di narcisismo, mitomania e brama di onnipotenza di questo nucleo di francescani fece in modo che si persuadessero che sotto i colpi della frusta gli adulti indigeni sarebbero stati nuovamente restituiti alla loro “naturale” condizione di bambini inermi, dolenti, frignanti, plasmabili. Senza una mano ferma gli indiani sarebbero invece stati ingovernabili, come gli animali della foresta non addomesticati. Grazie a questi “metodi spicci” potevano ritornare ad una fede semplice e pura. La loro relazione speciale con gli indigeni giustificava ogni intransigenza. Quella che gli altri giudicavano crudeltà gratuita era invece rigore appropriato e proporzionato. Gli astratti principi della legge nulla potevano contro lo zelo riparatore e redentore di persone che avevano fatto della salvezza di esseri umani riottosi l’unica causa degna di essere perseguita.

I nativi dovevano essere guidati, salvaguardati dalla loro debolezza, dovevano delegare la propria volontà a coloro che, essendo più saggi, erano in grado di condurli per mano alla Salvezza. Dovevano collaborare nel loro addomesticamento. I francescani di Maní misero in piedi un’organizzazione che, consapevolmente, ripristinò il progetto millenarista dell’addomesticamento dell’umano. L’addomesticamento è il modello archetipico di ogni tipo di subordinazione sociale, il culmine di ogni esperimento totalitario. L’anno della sua morte, lo zoologo francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire (1805 – 1861) fece in tempo a pubblicare un libro sull’addomesticazione degli animali e distinse tre possibili stati in cui l’uomo può ridurre gli animali per subordinarli al suo volere: ingabbiati, addomesticati e domestici. I primi, se liberati, tornerebbero in libertà senza essere segnati dall’esperienza. I secondi sono stati domati e non devono essere tenuti prigionieri. La loro idea della vita ideale è stata radicalmente trasformata e stanno bene dove sono. Gli animali domestici sono una specie che ormai riproduce ad ogni generazione la condizione di addomesticamento. Non è più una condizione di subordinazione interiorizzata a livello individuale, ma collettivo. Non hanno più una volontà indipendente da quella dei loro padroni. Questo era anatema per Las Casas, come lo sarebbe stato per Gesù, che non controllava le persone, si limitava ad invitarle a seguirlo ed a seguire il suo esempio, liberamente. Al contrario, questi predicatori francescani, come Sepúlveda, si erano prefissati precisamente l’obiettivo di addomesticare e poi addestrare ed gli indigeni. Ci pare di poter dire che non ebbero mai ripensamenti in merito alle loro azioni ed alla moralità del progetto. Anche questa mancanza di turbamenti ed esitazioni merita la dovuta attenzione.

Gerónimo de Mendieta (1525-1604) fu un missionario francescano nella Nuova Spagna (Messico) che riuscì a conciliare nella sua coscienza due identità: quella di intransigente ingegnere sociale di una nuova utopia che doveva anticipare l’avvento del Regno di Dio e quella, direi “lascasiana”, di difensore degli indigeni dallo sfruttamento, dalla violenza, dall’umiliazione, dalla brutalità dei loro compatrioti. Mendieta aveva sviluppato un’interpretazione mistica della conquista, marcata da profetismo e messianismo. Credeva, come Sepúlveda, che occorresse usare la forza per convertire gli infedeli, ma non una forza illimitata. In accordo col confratello Motolinía, Mendieta affermava che essa doveva servire solo per abbattere i regni locali e per distruggere il paganesimo. Un uso eccessivo sarebbe stato controproducente nella fase della predicazione, perché avrebbe alienato le simpatie dei nativi. La relazione paterna tra predicatori ed indigeni sarebbe invece stata sufficiente.

Abbiamo visto che esisteva una divergenza di vedute tra francescani – empiristi, pratici, carenti in cultura umanistica – e domenicani, che avevano spesso ricevuto un’educazione accademica. Mendieta ripudiava l’assunto lascasiano che esiste un solo metodo per convertire tutti i popoli del mondo e che questo metodo non può prescrivere la violenza. Sepúlveda sottolineava il fatto che la Chiesa non poteva comportarsi allo stesso modo prima e dopo Costantino (criterio cronologico), Mendieta osservava che maggiore era la distanza dalle fonti della fede, maggiore doveva essere l’esercizio di pressioni coercitive (criterio spaziale-geografico). Mendieta credeva che la Spagna fosse stata prescelta da Dio come nuova Israele per portare la sua parola ai quattro angoli del mondo, unificando la terra in vista del secondo avvento. Questo doveva essere ormai prossimo, visto che, a suo parere, ormai tutte le terre emerse ed i popoli del mondo erano stati scoperti e si sarebbero presto convertiti alla fede cristiana.

La Spagna era una teocrazia messianica, i sovrani degli apostoli tra gli infedeli, i primi missionari della monarchia universale. Il loro compito era quello di diffondere il vangelo tra i pagani ed i loro eserciti erano le armate del signore, destinate a vincere perché Dio le favoriva (Gott mit uns, dicevano i nazisti). Anche Las Casas credeva che i monarchi di Spagna fossero stati investiti di una sacra missione, ma non arrivò mai a credere che il successo di questa missione evangelica potesse essere l’unica lente attraverso cui osservare la realtà locale, l’unico parametro etico in funzione del quale si doveva decidere quali dovessero essere le regole di condotta nei confronti degli indigeni. All’opposto, questa fu proprio la strada imboccata da Mendieta, la cui mentalità era spiccatamente veterotestamentaria. Per lui Filippo II era il Messia, il Re del Mondo che doveva convertire l’umanità alla vigilia del Giudizio Universale.

C’era tra i francescani chi, come Pedro de Azuaga, vedeva gli indios diversamente da Mendieta. Per lui non erano degli esseri umani spogliati di tutto il superfluo e ridotti al denominatore essenziale dell’umanità, l’innocenza infantile, come pensava Mendieta, sicuro che proprio per questa ragione sarebbero stati più facilmente convertibili e perfettibili rispetto agli altri esseri umani. Azuaga interpretava la prontezza con quale si inchinavano alla fede cristiana come manifestazione di mero opportunismo, ipocrisia e timore delle possibili rappresaglie in caso di diniego. La presenza militare spagnola doveva servire a prevenire un ritorno al vecchio ordine, con l’espulsione dei coloni e dei frati.

Mendieta invocava al contrario una completa segregazione degli indigeni da tutte le altre razze presenti nel Nuovo Messico, per tutelarli dall’influenza corruttrice del Nuovo Mondo: “nel dubbio, bisogna sempre presumere che lo spagnolo sia il reo e l’indiano la vittima”. Con un’efficace metafora: “è un fatto notorio ed evidente che quando si mescolano grandi e piccoli pesci, i primi divoreranno molto presto tutti gli altri” (Phelan, 1970).

Tuttavia, per la stessa ragione, anche il diritto romano, quello a cui si appellava Las Casas per difendere i nativi, non doveva essere applicato nel Nuovo Messico: troppo complicato per le loro menti semplici, troppo inadatto alla loro primordiale innocenza. Al suo posto, si sarebbe istituita una disciplina pedagogica e paternale. I frati dovevano esercitare un controllo illimitato sui nativi, per il tramite del vicerè, fondato non sulle leggi umane ma su quelle della natura. Essendo uomini naturali, la relazione più naturale doveva essere quella padre-figlio, in un regime di adozione reciproca. In ossequio al magistero del teologo francescano Duns Scoto, l’autorità monarchica doveva essere onnipotente e deteneva la prerogativa di promulgare ed abrogare qualunque legge, nonché confiscare qualunque bene di proprietà, ridistribuendolo a suo piacimento. La visione di un tiranno assoluto, plasmatore dei corpi e delle coscienze umane, piaceva molto anche a Motolinía e a Sepúlveda, quest’ultimo dell’avviso che ogni forma di vita inferiore dovesse essere naturalmente subordinata a quella ad essa superiore, attraverso una tutela legale, come per i minori in affido temporaneo che, però, nel caso degli indigeni, si profilava come un affido permanente. Tuttavia, a differenza di Sepúlveda, Mendieta spiegava che quell’inferiorità era in effetti un vantaggio che avrebbe reso gli indigeni più autenticamente cristiani dei supposti cristiani del Vecchio Mondo.

Ricapitolando, l’ipotesi che spiega più plausibilmente la condotta dei francescani nello Yucatán chiama in causa l’intersezione di attese messianiche e di una spiccata tensione paternalista ed utilitarista, fondamentalmente ed inevitabilmente avversa alla dignità umana Infatti la logica dell’utile non può che accettare che si commettano delle atrocità e si assoggettino le persone, se ciò può aumentare le opportunità di salvezza personale e collettiva sia delle vittime, sia dei disciplinatori.

A ben guardare, l’insegnamento principale che fu impartito ai nativi americani dai coloni e da molti evangelizzatori (non solo quelli di Maní) fu: se siete diligenti, obbedienti e lesti nell’apprendere le lezioni e metterle in pratica, sarete degni di integrarvi nel nuovo ordine coloniale, in una posizione subordinata. Si può ben capire come mai gli indios non fossero così entusiasti di abbandonare le loro tradizioni e di sognare un ritorno al passato.

In questo capitolo abbiamo scoperto che c’erano francescani che non mettevano in dubbio la giustezza del postulato che sia giusto sottoporre un essere umano a pressioni coercitive, stimoli dolorosi e persino tortura psicologica o fisica se il fine ultimo è quello della sua illuminazione e maturazione. La tortura poteva avere fini didattici, se serviva ad individuare le mele marce nella cesta, le pecore nere nel gregge. La violenza psicologica era un passaggio centrale dell’iniziazione, il senso di onnipotenza l’attributo caratterizzante gli iniziatori. Nulla poteva essere lasciato al caso o all’improvvisazione, in questo esperimento di induzione di una catarsi collettiva, perché il demonio era sempre pronto ad interferire, a tentare, a spingere dalla sua parte le pecorelle smarrite.

L’impressione che di questa vicenda si è fatto chi scrive è che il feticismo delle idee è nocivo per la dignità delle persone, che la vocazione assolutista di chi vive di idee rischia di sfociare nel disprezzo per le persone comuni. Mi domando quanti evangelizzatori siano riusciti ad astenersi dal manifestare pubblicamente una certa boria e sdegno nei confronti dei “discepoli”, dato che le loro realizzazioni non corrispondevano mai alle idee pure, ai progetti ideali che avevano formulato nelle loro menti. La discrepanza tra realtà e immaginazione era tale che possiamo immaginare che non furono pochi quelli che non riuscirono a sopprimere un moto di disgusto per ciò che stonava, per quegli esseri umani “fuori luogo”.

Mi chiedo anche se dietro l’ardore di un Diego de Landa o di un Juan Ginés de Sepúlveda non fossero celati dei bisogni narcisistici insopprimibili che li spingevano a chiudersi autisticamente nel loro bozzolo di certezze, nel loro personale universo di determinismi, semplificazioni, autoritarismi, fantasie di dominio e bramosie demiurgiche, che li deresponsabilizzavano, spostando il fardello della colpa sui difetti congeniti dei pagani. Un autoinganno che bollava come minaccia tutto ciò che contaminava la purezza dell’idea fissa, l’estetica dell’ordine ideale come se l’erano immaginati. Il Cuore di Tenebra di Maní non fu forse un’epidemia di narcisismo tradottosi in fanatismo religioso?

Il narcisista, se privato della sua sorgente di conferme e rassicurazioni – i coscienziosi indigeni – si sente vuoto e depresso, inutile, senza scopo, amorfo, ansioso ed insicuro. Soffre di considerevoli oscillazioni nell’autostima e può arrivare a credere che la vita non sia degna di essere vissuta. Per evitare questo tragico epilogo sente l’impulso di aggrapparsi ad una qualche figura o idea dominante che fornisca un sostegno solido. Molti binomi padrone-servo potrebbero essere tranquillamente invertiti, perché entrambi sono narcisi ed hanno bisogno di quel tipo di rapporto patologico più di quanto necessitino di un certo status. È il vuoto interiore, l’inautenticità, la perdita di senso, l’incertezza del futuro che paventano più di ogni altra cosa. La superficialità non è un problema, il narcisista è in ogni caso antropologicamente pessimista, il suo pensiero non è mai profondo, né lo è la sua stima nei confronti degli altri esseri umani, che non sono mai suoi simili.

Non ho la pretesa di poter spiegare in termini puramente psicologistici quel che accadde nel 1562, l’anno in cui Las Casas, ormai in età avanzata e prossimo alla morte, inviava l’ennesimo memorandum per il Consiglio delle Indie, in cui dichiarava, senza mezzi termini, che gli indios “hanno il diritto di condurre una giusta guerra contro di noi e di spazzarci via dalla faccia della terra”. Mi domando solo se questo attributo, che è patologico in alcuni, ma è anche un’inclinazione più o meno forte in ciascuno di noi, possa avere svolto un qualche ruolo nell’estrema radicalizzazione dell’impegno missionario.

Magari lo sconcerto, la demoralizzazione, la frustrazione, il risentimento che seguirono alla scoperta della grotta pagana, infiammarono gli animi di questi francescani, spingendoli lungo la china di chi vede negli altri esseri umani del materiale  da rimodellare per renderlo compatibile con una certa concezione di società ideale, a propria immagine e somiglianza, in una spasmodica ricerca di purezza, autenticità e senso.

 

Il mago, o l’addomesticamento dell’uomo – parte seconda

Il potere non spezza, ma ammollisce, piega e dirige le volontà; non distrugge, non tiranneggia, ma ostacola, comprime, snerva, spegne, inebetisce tutti gli uomini, riducendoli come un branco di animali timidi e laboriosi, di cui lo Stato è il pastore.

Alexis de Tocqueville, “La democrazia in America” (1840)

Durante la sua vita terrena, Gesù Cristo ha rifiutato la strada del potere temporale, preferendo una vita umile, dolce, pacifica e povera.

Las Casas

Il popolarissimo storico della Conquista Francisco López de Gómara assicurava i suoi lettori che se volevano farsi un’idea chiara ed affidabile della situazione nelle Indie dovevano consultare Sepúlveda, il cronista imperiale, che aveva illustrato tutto ciò che era necessario sapere nel suo elegantissimo latino. “Ne rimarrete completamente soddisfatti”, concludeva. Oggi questa nota di approvazione fa rabbrividire i fautori della democrazia. La società ideale di Sepúlveda era verticale, piramidale; certe categorie, pur non godendo degli stessi diritti di altre più privilegiate, erano zavorrate da molti più doveri. Alcune classi di esseri umani potevano essere asservite o recluse in caste, non possedendo il medesimo valore intrinseco delle altre. È da questo ordinamento rigidamente gerarchico, neo-feudale – che colloca su una scala i cittadini, con la massima concentrazione di diritti in cima e la loro rarefazione in fondo – e dalla mentalità che lo contraddistingue, che discendono le contemporanee argomentazioni in favore della pena di morte, della tortura, delle “guerre umanitarie”, delle segregazioni interetniche e contrarie al basilare rispetto per la persona umana, che non va mai concepita come uno strumento ma sempre come un fine, mai come una fotocopia o un ingranaggio sostituibile, ma come un unicum di valore inestimabile.

Bernal Díaz del Castillo, nella Conquista della Nuova Spagna, condensava eccellentemente il senso della crociata della Conquista: “Al servizio di Dio e di Sua Maestà e per illuminare chi giace nell’oscurità – e anche ottenere quella ricchezza che molto uomini bramano”. La scoperta del Nuovo Mondo offrì a molti la possibilità di rifarsi una vita, di migliorare la propria posizione. Ad altri dischiuse nuovi scenari di riforma sociale. Ci fu chi, come i missionari indigenisti, fu solleticato dall’idea di poter finalmente edificare quell’utopia cristiana che i movimenti monastici non erano riusciti a realizzare nel Vecchio Mondo. Ma ci fu anche chi, più o meno consapevolmente, colse l’occasione per rinverdire l’eredità patriarcale e feudale, con un Nuovo Ordine costruito attorno a certi valori e principi che erano in netto contrasto con quelli umanisti che dominavano il dibattito teologico-politico nella madrepatria. Principi come quello secondo cui il disordine e la guerra erano la condizione naturale dell’umano e che salde gerarchie erano necessarie per costringere gli esseri umani a rispettare le leggi e la dottrina. Questi imprenditori della morale non erano animati dal desiderio di elevare la condizione umana, ma piuttosto da quello di porsi alla sommità della piramide sociale e degradare chi si trovava sotto. Intendevano controllare il gregge umano autoctono, come santi, angeli o dèi, sottomettendolo ad un regime di vassallaggio permanente e ad un’energica campagna di correzione sociale, sulla base di una lettura selettiva dell’Antico Testamento. Il loro intransigente moralismo non ammetteva compromessi e, miscelandosi al cieco rispetto per l’autorità e a forti venature razziste e misantropiche, produsse un composto altamente instabile, perché tendeva costantemente a sospingere verso l’alto chi si trovava già in alto, e verso il fondo chi sosteneva la piramide in basso. Se fossero riusciti a prevalere, le loro procedure di governo sarebbero state all’insegna della paura, dell’autoritarismo, della tortura, della mortificazione, della menzogna, dell’imbarbarimento, della negazione del diritto di ciascuno di essere padrone della propria esistenza e del proprio corpo, ossia della schiavitù, intesa come “spontanea” sottomissione alla volontà della Providenza e dei suoi strumenti in terra. In pratica l’istituzionalizzazione di quello che sarebbe stato chiamato Darwinismo Sociale, pur avendo ben poco a che fare con Darwin. E questo in nome di Dio e della Croce.

Come si può facilmente intuire, non c’era nulla di edificante e pedagogico nelle loro intenzioni. Non erano lì per insegnare agli indigeni a superarli per virtù ed ingegno, ma per indottrinarli al Nuovo Ordine. Giocavano a fare il dio punitivo e redentore di un popolo degenerato e malvagio, che necessitava di lezioni di buona condotta. Sognavano una dittatura pedagogica, soccorrevole ma severa, rigida e punitiva, che diffidava dei “discenti” e si prefiggeva il compito demiurgico di addestrarli, addomesticarli, plasmarli, rendendoli mentalmente rigidi, rispettosi, integerrimi ed incondizionatamente, automaticamente obbedienti, funzionali alle esigenze ed all’armonia dell’Impero. Questa distopia si sarebbe autoperpetuata attraverso la suddetta “pedagogia nera” costrittiva, la “pedagogia dell’Anti-Cristo” o “del Grande Inquisitore”. Per ottenere un’adeguata obbedienza filiale (o, per meglio dire, l’obbedienza dell’anima) i nuovi padroni dovevano incutere timore negli autoctoni, tramite punizioni fisiche, sadismo, profferte subito smentite. Qualunque manifestazione di volontà autonoma sarebbe stata rimpiazzata da abnegazione e diniego.

 L’amministrazione coloniale non sarebbe stata molto dissimile dal modello spartano e del totalitarismo del secolo scorso: intrinsecamente morale e moralizzatore, educativo e formativo, “pastorale” e patriarcale, motivato dalla missione di creare la società ideale ed il suddito ideale. Le sue prescrizioni ed arbitrati sarebbero state inoppugnabili proprio in virtù della sua intangibilità morale, derivata dall’imperatore, dalla Santa Madre Chiesa e da Dio. Il potere avrebbe stabilito ciò che era giusto e virtuoso. Per via di questa miscela di moralismo, responsabilità collettiva, utilità sociale ed ambizioni tecnocratiche, il Nuovo Ordine prefigurato da Sepúlveda e dagli altri commentatori ed analisti di mentalità autoritaria, sarebbe stato incline a considerare la diversità come un impedimento al corretto funzionamento della Megamacchina imperiale. Non vi poteva essere alcuno spazio di libertà, e di autodeterminazione individuale o di popolo, perché la vera libertà, in quest’ottica, è quella di piegarsi ai valori dei padroni, senza che siano posti ostacoli alla più completa adesione. La libertà delle marionette che sono soddisfatte delle cordicelle che le manovrano e del loro efficace ricondizionamento mentale. Questo era precisamente il destino degli Indios: mansuetudine o estinzione. Gli intenti di questi ingegneri sociali ed imprenditori morali erano, ai loro occhi, nobili e lodevoli, perché finalizzati alla crescita della “consapevolezza” civile e religiosa degli indigeni. Ai nostri appaiono come sadistici e crudeli, dettati da un ignobile complesso di onnipotenza divina. Le proteste dei nativi sarebbero state interpretate come il risultato di un autoinganno: vedono questo mondo come manipolativo e brutale perché è al di là della loro comprensione, ma noi l’abbiamo creato per il loro bene! Ecco, la potente intuizione che Dostoevskij pone in bocca a Aljòsa: “Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!” Al che Ivàn Karamazov, di rimando: “Infine tu hai indovinato. È proprio così, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto…Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti, affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita così appassionatamente creduto!”.

Marionette, automi, gli indigeni trasformati in una galleria di pupazzi da narcisisti megalomani che aspiravano ad esercitare un controllo completo sugli altri, decidendo quali regole valevano per loro e quali no, esercitando l’autorità di Dio. Come nel Processo di Kafka, dove il protagonista affronta un potere implacabile ed invisibile ed alla fine muore senza aver capito cosa gli sia successo e perché.

Come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, lo storico Gonzalo Fernández de Oviedo, il giurista Juan de Matienzo, il vicerè del Perù Francisco de Toledo, il domenicano Tomás Ortiz, l’ormai familiare Juan Ginés de Sepúlveda, Pedro de Alvarado, responsabile dell’eccidio di Tenochtitlán, Hernán Cortés, responsabile di quello di Cholula e Francisco Pizarro, responsabile di quello di Cajamarca, erano quasi certamente convinti che gli indigeni avrebbero un giorno capito quale immensa benedizione era toccata loro. Avrebbero potuto pronunciare loro le parole del Grande Inquisitore, fiducioso della sua rettitudine: “Essi ci ammireranno e ci considereranno come altrettanti dèi, per aver consentito, dopo esserci messi alla loro testa, a prendere sulle nostre spalle il carico della libertà, della quale essi hanno avuto paura, e per aver consentito a dominarli; tanto tremendo finirà col sembrar loro l’essere liberi!…Per l’uomo rimasto libero non esiste una preoccupazione più assillante e tormentosa che quella di trovare al più presto qualcuno davanti al quale prosternarsi”. Servi di natura, come propugnato dai sofisti Gorgia e Trasimaco, secondo i quali “la natura vuole padroni e servi”, la giustizia naturale essendo “l’utile del più forte”, o servi per cultura, ma comunque servi. Per un breve periodo si erano ribellati, per poi ammansirsi nuovamente. “Ma il gregge di nuovo si radunerà e di nuovo si sottometterà, e stavolta per sempre. Allora noi gli daremo una quieta, umile felicità, una felicità di esseri deboli, quali costituzionalmente essi sono. Oh, noi li persuaderemo, alla fine, a non essere orgogliosi, giacché Tu li hai sollevati in alto, e così hai insegnato loro a inorgoglirsi: dimostreremo loro che son deboli, che non son altro che dei poveri bambini, ma che in compenso la felicità bambinesca è la più soave di tutte. Essi si faranno timidi e s’avvezzeranno a girar gli occhi a noi e a stringersi a noi tutti spaventati, come pulcini alla chioccia”.

Paul Tillich soleva dire che gli unici pensatori genuinamente profetici del nostro tempo sono quelli che hanno dedicato la propria esistenza a misurarsi con la subdola eloquenza del Grande Inquisitore dostoevskijano. Las Casas lo fece con alcuni secoli di anticipo e, se non ne uscì vincitore, poiché fu sconfitto in quasi tutte le iniziative che intraprese, come succede quasi sempre ai visionari nati prima del tempo, riuscì comunque a porre un argine alla piena della Conquista e a rispedire Sepúlveda ai suoi libri ed alle sue compravendite.

È ancora il Grande Inquisitore a parlare: “Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro daremo alla loro vita un assetto come di gioco infantile, con canzoni da bambini, cori e danze innocenti. […]. Ed essi non ci terranno nascosto assolutamente nulla di loro stessi. Noi permetteremo loro, o proibiremo, di vivere con le loro mogli e amanti, di avere o non avere figli, sempre regolandoci sul loro grado di docilità, ed essi si sottometteranno a noi lietamente e con gioia. Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano nostra, e noi tutto risolveremo, ed essi si affideranno con gioia alla decisione nostra, perché questa li avrà liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale. […] in silenzio essi morranno, in silenzio si estingueranno nel nome Tuo, e oltre tomba non troveranno che la morte. Ma noi manterremo il segreto, e per la loro stessa felicità li culleremo nell’illusione d’una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, seppure ci fosse qualcosa nel mondo di là, non sarebbe davvero per della gente simile a loro”.

Sono dei selvaggi e l’unica libertà adatta a loro è l’innocenza incosciente degli animali addomesticati che si concentrano sulla sopravvivenza e sull’obbedienza. Leggendo i testi della disputa di Valladolid non ho potuto fare a meno di pensare che, proprio lì, in quei giorni, si stava svolgendo, simbolicamente, l’eterno confronto tra Cristo ed il suo antagonista, il cosiddetto Anticristo, che predica il totalitarismo eudemonistico/utilitaristico, il governo di un’oligarchia pseudo-cristiana, quella dei Conquistadores, coi loro miracoli, la loro autorità ed i loro misteri. Non avevano mai goduto di alcuna libertà, gli indios, e non avrebbero saputo che farsene. Sarebbe stato un fardello eccessivo, irritante. “Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. […] Essi sono viziosi e sedi­ziosi, ma alla fine saranno proprio loro che diverranno obbedienti”. In fondo sono i veri beneficiari di tutto ciò che è stato fatto. “Noi diremo che obbediamo a Te, e che dominiamo nel nome Tuo”. E le punizioni, le torture, le persecuzioni, i massacri, la schiavitù? Tutto meritato: “La tua condotta e le tue azioni ti hanno causato tutto ciò. Questo il guadagno della tua malvagità; com’è amaro! Ora ti penetra fino al cuore…” (Geremia 4,18). Chi oserebbe obiettare alla volontà di semidèi che esprimono il giudizio di Dio? “Il censore dell’Onnipotente vuole ancora contendere con lui? Colui che censura Dio ha una risposta a tutto questo?” Come Giobbe, gli Indios dovevano solo accettare la loro sorte e ringraziare il Cielo di essere vivi e di avere l’opportunità di riscattarsi. “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò più” (Giobbe 40,5).

C’è un’illuminante annotazione di Vladimir Sergeevic Solov’ev che può servire a comprendere meglio le dinamiche psicologiche di questi tiranni inconsapevoli di esserlo: “L’Anticristo credeva in Dio, ma nel profondo del suo cuore preferiva se stesso”. Non credo vi sia una migliore definizione di certi Conquistadores (o dei Nazisti). L’emblema perfetto per queste stirpi di crociati è l’uroboro, il serpente che si morde la coda. Una forma di vita attaccata alla terra ed alla materialità, indifferente alla spiritualità ed alla trascendenza, tossica per sé e per gli altri, imprigionata nella propria gabbia di brame, gelosie ed egoismi. Non è il Sole di Cristo che li illumina, ma piuttosto un Sole Nero, la “fantasia dell’Uomo Malvagio”, l’avrebbe chiamata William Blake.

Il Nuovo Ordine instaurato dai Conquistadores e difeso da Sepúlveda era un neo-feudalesimo predatorio in cui una casta di signori al vertice della piramide sociale tiranneggiava e spogliava le masse degli inferiori, beandosi del potere come di un afrodisiaco, provando piacere nel senso di dominio e di appropriazione. Sepúlveda chiuse gli occhi davanti a tutto questo. Gli fu più facile dopo aver ricevuto le generose regalie dei suoi sostenitori della Nuova Spagna. Las Casas, al contrario, comprese che non sarebbe mai riuscito a vivere con se stesso se non avesse fatto quanto in suo potere per combattere questo regime diabolico, dove l’intelligenza era al servizio dell’insensatezza, dell’ingordigia, dell’ipocrisia, del sovvertimento delle consuete relazioni di causa effetto, dello sfruttamento dell’uomo come bene sostituibile – una volta morti tutti gli Indios sarebbero rimasti pur sempre i neri, e poi tutti gli altri non-bianchi non-cristiani. La razionalità di cui Sepúlveda si fece paladino non era il Logos, ma l’espressione di un’intelligenza che aspira ad un’unica libertà, quella di nutrirsi letteralmente del prossimo. L’intelligenza di un guerriero crociato, di un cacciatore d’uomini: dura, implacabile, insensibile, indifferente, che trascende emozioni e valori, vittimizza l’inferiore e il debole, che sente la sua mascolinità minacciata dal caos e dall’indefinitezza delle emozioni umane come l’empatia, la simpatia e la pietà; che deve combattere per sopravvivere o non è più se stesso, che intellettualizza l’abuso e la prevaricazione, che ama i gesti radicali come simboli di potere e conquista, che confonde l’amore con il possesso. Con le sue parole Sepúlveda si cimentò nello sdoganamento di una violenza sadica che cercava di negare tutto ciò che era considerato impuro, una violenza votata alla distruzione di ciò che può essere distrutto. Alexander von Humboldt aveva ogni ragione di osservare amaramente che “nel paradiso delle foreste d’America, l’esperienza ha insegnato a tutte le creature che la benevolenza di rado si accompagna al potere”. La teologia e la filosofia umanista del cordobese avevano come unico, esplicito scopo quello di conferire potere a chi già lo possedeva, intendeva proteggerlo ad ogni costo e, se possibile, ne desiderava ancora di più. Ricordiamoci dell’ammonimento di R.W. Emerson a non dare “arnesi affilati in mano ai bambini. Non si dia all’uomo, per amore del cielo, più potere di quanto già non disponga, finché non ha imparato a usare questo un po’ meglio. Quale inferno non sarebbe questo mondo, se potessimo fare ciò che vogliamo!”; è piuttosto paradossale che valesse infinitamente di più per gli Spagnoli che per i tanto bistrattati indigeni. Sepúlveda e chi la pensava come lui enfatizzò la Rangordnung tra esseri umani, la differenza morale ed ontologica tra persone a prescindere dalle loro azioni. L’unica vera libertà, una libertà prettamente nietzscheana, risiedeva nella spontanea sottomissione dei deboli al dominio dei forti e nel naturale esercizio del dispotismo da parte di questi ultimi, che hanno il dovere di proteggere la propria specificità ed eccellenza, non di porvi delle restrizioni.

La teologia diventava allora un mero alibi, non una motivazione. Gott mit uns, Dios está con nosotros. Per affermare la mia dignità devo mortificare quella altrui, devo esigere che la vittima sia consenziente. Il mio spazio di libertà si commisura a quello del mio arbitrio nell’esercizio del potere: sono tiranno con chi mi sta sotto, schiavo di chi mi sta sopra. Sono libero perché sono in grado di comprendere il disegno divino e di adeguarmicisi. Sepúlveda non vede, perché non vuole vedere che il nobile apostolato spagnolo è segnato dall’inganno, dall’ingiustizia, dallo sfruttamento spropositato, dal consumo smodato e da un controllo patologico. E tutto questo in modo sistematico, quasi inconscio, perché provvidenzialmente legittimo e perché le sue cause culturali e psicologiche sono radicate ed inveterate. È il trionfo del virilismo, dell’aggressività predatoria, dell’essere sempre al limite delle proprie capacità e magari oltre, del desiderare di possedere più di quanto spetta, come se la vera soddisfazione si trovasse oltre la mera soddisfazione, vedere il potere come un’opportunità di trasgressione e prevaricazione, il rifiuto del limite e della proporzione. L’antagonismo tra noi e loro come ordine cosmico, il bisogno di prendere invece di dare, di sfruttare invece che accordarsi. Un’aggressiva tecnocrazia mentale, meccanomorfa, che si fregia di raffinate e mistificatorie corone di ragionamenti che celano assunti non solo indimostrabili, ma umanamente indecenti. “Io dico che i barbari devono essere dominati, non soltanto perché ascoltino i predicatori ma anche perché alla dottrina e ai consigli si aggiungano le minacce e si infonda il timore. […]. Grazie al terrore unito alla dottrina, hanno ricevuto la religione cristiana, quegli stessi che con la sola predicazione l’avrebbero respinta” (Democrates Alter).

Sepúlveda non dubitò mai per un solo istante della validità di tali assunti, centrati su ciò che era normativamente permissibile, ed insensibile al tema di ciò che è buono. In questo senso la sua filosofia analitica, che lui considerava risolutamente apolitica e quindi neutra ed obiettiva, acquistava caratteri non meno politici dell’antropologia filosofica di Las Casas. L’umanista liquidava risolutamente l’elemento emozionale delle argomentazioni dell’avversario come irrilevante. Ciò che contava in un’epistemologia che era indifferente alle ragioni della dignità umana non era il dato esperienziale ma la coerenza argomentativa, la lucidità del processo di analisi, tematizzazione, quantificazione ed espressione. L’unica irruzione in questo circolo autoreferenziale era quella della volontà dell’autorità prevalente, degli interessi consolidati di chi esercitava il potere, personificazione della Provvidenza. Era il suicidio della ragione, lo sprofondamento del pensiero razionale nell’irrazionalismo, nell’egoismo che si auto-giustifica, nella filosofia che ha come unico scopo quello di fungere da dolcificante, rendendo appetibile ciò che in precedenza era stato giudicato spregevole, e da solvente di ogni obiezione di natura morale.

Ci stupisce la cecità di chi accusava Las Casas di petulante arroganza, senza accorgersi della trave nei propri occhi, un ego dilatato al punto da non saper dire dove finisce il credente e comincia la divinità. Cosa ha a che vedere con l’etica predicata dal Cristo l’ethos del Conquistador, fatto certamente di audacia, disposizione eroica, nobiltà, orgoglio, forte senso dell’onore, lealtà, senso del dovere e del sacrificio, ma anche e soprattutto da un senso di superiorità, da esuberante egotismo, gioia sensuale, disprezzo della mitezza (vista come debolezza), aggressività, ambizione, disciplina, moralismo ipocrita e presuntuoso, energia sovrabbondante e robusta volontà di potere? Molto poco. Anche i tratti che avvicinano questa “moralità dei padroni” a quella cristiana sono indirizzati alla realizzazione di un progetto antitetico a quelli di Gesù il Cristo: umiliare l’umano, addomesticarlo e trascinarlo a fondo. Con tutto ciò, Sepúlveda dava l’impressione di credere che ovunque fossero avanzate le armate spagnole ci poteva solo essere carità ed amore, e quand’anche ciò non fosse accaduto, sarebbe stata solo una questione di tempo, fino a quando non si fosse riusciti a domare la fauna umana locale. Il Conquistador, avendo una sorta di connessione diretta con un imperativo categorico che determinava le sue azioni e la sua visione del mondo, non si sarebbe mai comportato deliberatamente in modo barbaro e crudele e, d’altra parte, non ci poteva essere un bene più grande, per un Servitore della Rettitudine, di una guerra giusta. L’umanista si collocava dalla parte di chi cura l’odio con altro odio.

L’uno dibatteva per la schiavitù, per il dominio dell’uomo sull’uomo, per il dispotismo, per l’oscurità, per il passato, e quindi per la tortura, l’inquisizione, la condanna a morte per eresia e persino per reati minori, i pogrom, la caccia alle streghe, le guerre di religione, l’imperialismo, ecc.; l’altro per la libertà, la dignità, l’emancipazione, lo sviluppo umano, la luce. Raramente ci fu una distinzione più netta ed evidente, che fu oscurata solo dalle insistite proteste del teologo e cronista di corte, che non si dava pace di essere mal interpretato, negando di aver mai affermato ciò che aveva dato alle stampe. Las Casas non trascorse il suo tempo nelle biblioteche o con gli agenti immobiliari. Voleva essere a contatto con le persone perché amava sinceramente gli esseri umani. Leggeva sì molto, ma si portava dietro la sua biblioteca personale, per poter essere vicino alle vittime o a chi poteva aggiogare i carnefici. Non fu un uomo perfetto, tutt’altro, ma bisognerebbe apprezzare il bene che fece e non accentuare irragionevolmente le sue debolezze. Fu un essere umano come gli altri e come tale soggetto a miriadi di fallacie e manchevolezze, in un curioso intreccio di astuzia e coraggio, generosità e irascibilità, premura ed irruenza, onestà e tendenza ad esagerare. Quest’ultimo difetto è forse il più scusabile. Quando scrisse la lettera al consiglio delle Indie del 20 gennaio 1531, assicurando che “mai si videro, in altre epoche o presso altri popoli, tanta capacità, tanta disposizione e facilità per questa conversione. (…). Non esistono al mondo nazioni così docili e meno refrattarie, più atte o meglio disposte di queste a ricevere il giogo di Cristo” o quando, nella prefazione alla Relación, insisteva che “tutti questi popoli, innumerevoli e di vario genere, sono stati da Dio creati estremamente semplici, senza cattiveria né doppiezza, obbedientissimi e fedelissimi ai loro signori naturali e ai cristiani di cui sono al servizio; sono i più umili, i più pazienti, i più pacifici e tranquilli uomini che vi siano al mondo, senza astio né baccano, senza liti né violenze, senza rancore, senza odio, senza desiderio di vendetta”, Las Casas sapeva di non potersi semplicemente appellare all’Amore, per non fare la figura dell’ingenuo idealista. Realisticamente, giocò la carta del popolo innocente e puro, che avrebbe quasi certamente avuto più chance di sedurre sovrani e pontefici. Aveva infatti un cervello di prima qualità ed un grande cuore che lo spinsero ad amare e servire gli esseri umani con sincerità, lealtà e tenacia.

Fu anche così coraggioso e audace da non rendersi conto di esserlo, e con un tale livello di empatia che non sembra azzardato sospettare che potesse avvertire la sofferenza e l’agonia altrui come se fosse la sua, cioè fisicamente, nella sua pelle e nella sua coscienza; un tratto caratteristico di quelle persone che si fanno influenzare da ogni vita che incontrano e a loro volta la influenzano. Odiava la superficialità e si rifiutava di conformarsi tanto per conformarsi. Assieme alla libertà, un principio particolarmente caro a Las Casas fu quell’indefinibile qualità che gli uomini chiamano giustizia e di cui ancora oggi si sa abbastanza poco. Ma prima di tutto poneva l’amore e la pietà, le uniche virtù che possono realmente migliorare questo mondo. Coerentemente, nel suo Entre los remedios (1542), il domenicano spiegava che non solo non era lecito lasciar morire migliaia di persone per la salvezza di una sola persona, ma anche che la vita di un uomo era più importante della sua stessa salvezza. Siamo ad una distanza siderale dall’altra fazione, quella inebetita dalla mania della ricchezza che si era impossessata di loro, come una malattia, o un caso di possessione demoniaca, incurabile, della quale si sarebbero liberati solo distruggendo se stessi. Quella libera da ogni scrupolo, che si sentiva al di sopra della legge, anzi, che pretendeva di incarnarla, che aveva il diritto di uccidere in quella grande industria del massacro che fu la Conquista, perché aveva il potere di farlo. Nell’Historia Las Casas rovesciò scaltramente le accuse dei Conquistadores: “Di fronte alla nostra smaniosa e incontenibile ansia di accumulare ricchezze e beni temporali, dovuta alla nostra innata ambizione e alla nostra insaziabile cupidigia, questi indiani – lo concedo – potrebbero essere tacciati di oziosi; ma non secondo la ragione naturale, la legge divina e la perfezione evangelica, che lodano e approvano il fatto che ci si accontenti del puro necessario”. Quell’umanità, dicevo, che aveva appreso solo la dottrina dell’odio e della paura e pensava davvero che ci fosse un solo modo per tener buone le persone, terrorizzarle in una misura tale da estirpare l’idea stessa di potersi “comportare male” disobbedendo alle leggi del Nuovo Ordine. “La guerra spagnola – tuonava Las Casas – è violenta e crudele perché non ha alcun diritto di fare le cose profondamente inique e nefande che fa […] Il potere che si acquista con la forza delle armi, è tirannico e violento”. Chiedeva vita, comprensione, carità, bontà per sovrastare la crudeltà e l’odio, come chi ha simpatia per i suoi consimili e che odia la povertà non perché sia povero ma perché altri lo sono. Questo secondo un principio universale ed unificante della moralità umana che esorta alla sollecitudine per ognuno, a prescindere da legami parentali e sociali, al desiderio di recare beneficio, all’avversione al nuocere ad altri, all’attribuzione agli altri dello stesso valore che attribuiamo a noi stessi. Las Casas sapeva, avvertiva nell’intimo, che il futuro sarebbe stato dalla sua parte e che la Corona non avrebbe rivolto il suo sguardo verso il passato.

Il Cristo Razzista

Badate bene, badate bene; perché temo e dubito per la vostra salvezza

Bartolomé de las Casas

Credo di poter dire che Las Casas sia in errore quando sostiene che “non da altro mossi, i cristiani hanno ammazzato e distrutto tante e tali anime, in numero incalcolabile, non da altro guidati che dalla sfrenata brama di oro, dal desiderio di empirsi di ricchezze e di elevarsi ad alte posizioni, assolutamente sproporzionate alla qualità della loro persona” (Brevissima relazione della distruzione delle Indie). Non dobbiamo mai perdere di vista l’evidenza dei fatti che la Chiesa Cattolica non fu in grado di cancellare le correnti anti-semite e razziste che la percorrevano. Poté solo tenerle sotto controllo. È ben vero che la Spagna, neppure al tempo degli statuti di limpieza de sangre, conobbe un anti-semitismo paragonabile a quello più comune nell’Est Europa e che la campagna contro Mori ed Ebrei era guidata da interessi di bottega. Ma è altrettanto vero che il legame tra sangue impuro ed “indesiderabilità” fu stabilito allora, che oltre due terzi degli Ebrei furono espulsi, e che ad Ebrei e conversos fu impedito di migrare nel Nuovo Mondo. E poi c’erano i pogrom, come quello terribile del 1391 che, benché generati dall’inasprirsi delle condizioni economiche dei contadini spagnoli, non possono, a mio parere, essere tenuti interamente distinti da quelli est-europei e nazisti, anch’essi, peraltro, legati alle oscillazioni del ciclo economico ed ai capricci del tempo. A questo proposito, Maurizio Giretti, nella Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, scrive: “L’intolleranza verso le minoranze, ebraica e musulmana, continuò con fasi alterne. I motivi dello scoppio di una sorta di fobia per il diverso si spiegano…con ragioni di ordine politico, di rivalità socioeconomiche, ma anche con una violenta campagna alimentata dai domenicani. Via via che il potere regio per intrinseca debolezza o per spregiudicato calcolo politico allentava la sua protezione, essi aizzavano il fanatismo popolare che poi si sfogava con violenti attacchi contro i quartieri ebraici e musulmani” (Giretti, 2007). Poi, quando Ebrei e Mori si fecero battezzare a migliaia ed ebbero così accesso alle più alte cariche istituzionali, affiorarono le tendenze cripto-razziste. “Tutto si è svolto come se un paese che aveva solo tardivamente preso coscienza di se stesso avesse avuto bisogno di questo elemento negativo – l’ebreo – per scoprirsi e si fosse trovato nella necessità di reinventarlo, una volta espulso o convertito. Senza di che la sua esistenza interna si sarebbe trovata minacciata” (Jean Delumeau, 1979, p. 465). L’anti-semitismo, in Spagna ed altrove, fu il prodotto dell’intersecarsi delle paure ataviche di massa con le paure riflesse, quelle che “sgorgano cioè da un atteggiamento d’indagine sulla sofferenza guidato dai direttori di coscienza della collettività, quindi anzitutto dagli uomini di Chiesa. […] Essi stesero l’inventario dei mali che (Satana) è capace di provocare e la lista dei suoi agenti: i Turchi, gli Ebrei, gli eretici, le donne (specialmente le streghe)” (ibidem, p. 37).

Questa fu una modalità di espressione del razzismo biologico. L’idea di razza è un caso di pensiero collettivista, moralmente parassitario. È il rifiuto di immaginare che l’altro, il singolo, possa esistere in quanto tale e non come membro di un qualcosa di più vasto. Prende forma quando la cultura è ridotta alla biologia, resa dipendente da questa, o quando viene essenzializzata ed ogni elemento culturale si auto-giustifica in quanto parte di una tradizione statica. Vi è una negazione categorica della volontà di tollerare ibridazioni e contiguità, della possibilità di contemplare una realtà in cui ogni identità è plurale, porosa, mista, eterogenea e mutevole. Giuliano Gliozzi precisa che “il concetto di razza si presenta non di rado, fino alla metà dell’Ottocento, scevro di molti elementi che caratterizzano il razzismo: o perché l’”altro”, concepito come separato da noi, non per questo è ritenuto inferiore; o perché la sua inferiorità, riconosciuta, è però attribuita a cause esterne rimovibili; o ancora perché, pur attribuendo all’inferiorità un’origine genetica, se ne auspica l’abolizione mediante la miscela razziale”. Nella Spagna della Riconquista e della Conquista questi elementi sono presenti, anche se in una condizione di sudditanza rispetto alla vulgata giuridico-teologica dominante che, per la buona sorte degli autoctoni di quella che diventerà l’America Latina, appoggiava Las Casas. Il razzismo “ispano-americano”, come ogni altro razzismo, passò dalla teoria alla pratica solo in virtù del differenziale di potere tra le parti e, in seguito, della minaccia che i meticci potessero prendere il potere, sostituendo la casta padrona. Fu ostacolato dalla mancanza di un terreno politico e morale favorevole a livello istituzionale, che però non poté impedire che esso fungesse da coagulante per l’identità spagnola nella madrepatria e nel Nuovo Mondo. Di qui la diffusione di pratiche, spesso illegali o comunque ritenute inopportune dalle autorità, di meccanismi di esclusione, dominazione e discriminazione che alla fine permearono la società coloniale. Vale l’annotazione di Alexander von Humboldt: “in Spagna è un tipo di titolo di nobiltà non discendere da Ebrei e Mori. In America, la pelle, più o meno bianca, è ciò che determina la classe che un individuo occupa nella società”. Ora si tratta di capire perché questo problema dovrebbe sollecitare una serie di ponderate riflessioni sulle vicende contemporanee e, in primis, l’appropriazione del Cristo per fini di propaganda politica.

Tutto cominciò col contatto. Le relazioni che pervennero in Europa convinsero Hegel che “questi popoli di debole cultura scompaiono quando entrano in contatto con i popoli di cultura superiore e più profonda” e che “gli Americani vivono come bambini che si limitano ad esistere, ben lungi da tutto ciò che rappresenti pensieri e fini elevati” (Hegel, 2003 [1837]). Abbiamo già avuto modo di familiarizzarci con il genere di denigrazioni alle quali erano sottoposti, più o meno in buona fede, i nativi. Lo storico e sociologo cileno Fernando Mires, nel bel In nome della croce (1991), ha raccolto una serie di giudizi crudi e perentori che aiutano a comprende l’infervoramento lascasiano. Juan de Quevedo (1450-1519), il vescovo col quale Las Casas incrociò dialetticamente la spada a Barcellona, inizialmente non era particolarmente entusiasta di evangelizzare i nativi perché “non diventeranno mai uomini…sono convinto che sono nati per la schiavitù e soltanto con essa li potremo rendere buoni. […]. Se in qualche tempo alcuni popoli meritarono di essere trattati con durezza, sono nel presente gli Indios, più simili a bestie feroci che a creature razionali”. Sorprende che la stessa persona che poi aderì alla “crociata” umanitaria di Las Casas, tanto da ottenere la sua approvazione per un progetto di tutela degli Indios, abbia potuto altresì chiedersi “che cosa perde la religione con tali soggetti?” e concludere che senza l’istituto schiavistico “invano si lavorerebbe per condurli alla vita razionale di uomini e mai si riuscirà a renderli buoni cristiani” (Mires, p. 62). Quevedo era un frate francescano e vescovo del Darien (Istmo). Possiamo solo immaginare cosa potessero pensare gli encomenderos. Bernardino Mesa, primo vescovo di Cuba, intravedeva negli indios “tanta piccola disposizione della natura e abitudine che per portarli a ricevere la fede era necessario tenerli in qualche modo in schiavitù, per meglio disporli e per costringerli alla perseveranza, e questo è conforme alla bontà di Dio” (Mires, p. 63). Gli oidores (magistrati) di Santo Domingo, Espinoza e Suazo, non si danno cura di ammorbidire i toni, quando insinuano che “sembra che Dio nostro Signore venga servito meglio da queste genti di indios con il loro completo sterminio, o per i peccati degli antenati o loro, o per altre cause a noi occulte” (op. cit., p. 64). Dal canto suo il francescano Pedro de Azuaga, vescovo di Santiago del Cile, scrive nel “De iure obtentionis regnorum Indiarum questiones tres”: “L’occupazione violenta della Nuova Spagna fu giusta per l’infedeltà e per i vizi dei naturali; era necessario castigare l’ingiuria che questi facevano a Dio con la loro “apostasia”. Si trattava di alberi infruttuosi che dovevano essere tagliati e bruciati. Dal momento che avevano rifiutato l’invito di convertirsi al cristianesimo, la guerra che si fece loro era stata lecita e ugualmente lo sarebbero state le guerre future” (op. cit., p. 64). Infine merita di essere riportata la posizione radicale di un laico, il cartografo e navigatore concittadino di Las Casas Martín Fernández de Enciso (c. 1470 – 1528): “Le conquiste spagnole erano legittimate dalla donazione del pontefice Alessandro VI, che in virtù del suo supremo potere sulla terra, dove occupava il posto di Dio, poteva castigare il peccato di idolatria degli indios – adoratori di dèi falsi con l’oblio assoluto del loro Creatore condannandoli, come in effetti li condannava, alla perdita dei loro regni, a capo dei quali collocava i re cattolici di Spagna, perché questi, con tutti i mezzi a loro disposizione, procurassero la conversione di quei barbari” (op. cit. p. 66). Un’idea di fondo che accomuna questi sproloqui razzisti è quella ottimamente condensata in uno slogan da uno degli antagonisti di Las Casas, il missionario francescano Toribio de Benavente, detto Motolinía: “Vale di più buono per forza che cattivo per volontà”.

Credo che all’origine di questa feroce intolleranza vi siano problemi di natura psicologica. Molti Conquistatori, a prescindere dall’estrazione sociale e dalla formazione e professione, sembrano esibire dei tratti abbastanza definiti. Tutto ciò che allietava i pensieri di Las Casas, il calore umano, l’amore, la fluidità delle situazioni, delle personalità, delle identità, il femminile in tutte le sue espressioni, era visto come spiacevole se non addirittura indecoroso. Molti Nuovi Signori non erano preparati per questo ruolo, non sapevano come esercitare il potere con equilibrio e moderazione. Erano tanti ego mascolini che indossavano armature di ferro o di idee fisse, che temevano che una perdita di potere potesse significare la loro disintegrazione e frammentazione. Cercavano solidità nei corpi-macchina, nelle uniformi, nelle spade, nei pregiudizi, della deferenza e nella desensitivizzazione. Las Casas invece, nelle sue visioni riformiste, pensava a strutture sociali senza confini netti, senza gerarchie definite, senza certezze monolitiche (fatta eccezione per la Verità del Cristo), dove Europei ed Americani potessero convivere, amarsi, figliare, apprendere il meglio dell’altro. Il Paradiso Terrestre sarebbe diventato di nuovo realtà. Las Casas preferiva parlare di anime, razionalità e sentimenti, oltre che di giustizia sociale. Anche se si sforzava di accattivarsi le simpatie dei potenti, gli unici che potevano fermare la distruzione delle Indie, diffidava del potere e di ciò che fa agli uomini: “Mai si deve far potere a uomini poveri o avidi che ambiscono solo ad uscire dalla povertà, e molto meno a coloro che anelano, sospirano ed hanno per fine di esser ricchi, poiché la natura mai invano lavora ed opera”. Lui si faceva pecora tra i lupi, i suoi avversari, spesse volte, lupi tra le pecore. Erano ossessionati dal potere ed affascinati dal sangue: “Vedono nel sangue versato il liquido benedetto che permetterà la cristianizzazione del Nuovo Mondo” (Mires, 1991, p. 73). La loro struttura mentale, una miscela di istinto agonistico, intransigente moralismo, razzismo (“nessuna riabilitazione è possibile per certe classi di umani”), nazionalismo (“la Spagna è innocenza e purezza incarnata”) autoritarismo e tradizionalismo (“i reati contro l’ordine coloniale sono crimini contro l’ordine divino; ogni deviazione da questo modello sociale è una caduta nel peccato”), spiace dirlo, fa parte a pieno titolo della nostra natura ed è sempre a disposizione del politico scafato, del leader populista, della dottrina autoritaria, del guru millenarista. Il sangue puro ed il sangue versato dal Cristo nobilitano lo spirito e la Verità si testimonia con il sangue, meglio ancora se quello di qualcun altro.

“Tutta la concessione e la sua causa – ricorda Las Casas in una lettera alla Corte del 1535 – dei re di Spagna e del dominio che hanno su queste terre e genti è stata ed è per la loro vita, e per la salvezza e conversione delle loro anime, e sono state invece trasformate in morte molto anticipata e miserabile, e perdizione finale”. In un’altra lettera, questa volta indirizzata al Consiglio delle Indie del 1531, leggiamo: “A quelle misere genti bastava andare all’inferno con la loro infedeltà, poco a poco e da sole, senza che quelli che avrebbero dovuto salvarle, i nostri cristiani, venissero a toglierle dal mondo in così pochi giorni, per sola avidità, con nuove e inaudite maniere di crudeltà e tirannia andandosene così con loro nelle tenebre e nei lamenti senza fine”.

Non c’è compassione per gli afflitti, i pagani, i barbari che, in quanto servi disobbedienti del Signore, non hanno diritto di proprietà né sulle loro terre, né sulle loro vite. Nell’Historia Las Casas denuncia questa situazione: “E volevano piena libertà per trionfare sugli indios e su tutta l’isola, su signori e sudditi, per godere nei propri vizi senza che neppure ci fosse chi li moderasse e senza cercare motivi e pretesti per giustificare e dissimulare la loro ribellione, disobbedienza e iniquità”. In verità li cercavano eccome, e per questo “assoldarono” Sepúlveda proprio come una multinazionale stipendia un team di avvocati e di spin doctors (manipolatori di immagini e simboli) per mettersi al riparo dalla giustizia e da un eventuale giudizio negativo dell’opinione pubblica. Il teologo di Cordoba era l’uomo giusto perché credeva nella superiorità morale ed intellettuale di chi comanda. “Se ha raggiunto il potere una ragione ci dovrà pur essere”. Non credeva che tutti gli Spagnoli fossero superiori. Nutriva disprezzo per la plebe ignorante e sordida e non avrebbe sprecato un pensiero per ciò che giudicava volgare. Ma non aveva dubbi che la classe dirigente spagnola fosse la crema dell’umanità del suo tempo. Chi stava in alto non doveva render conto a nessuno delle sue decisioni e chi stava in basso doveva solo obbedire. Leggiamo nel Democrates Alter: “In una repubblica [da intendersi come “società”, “comunità”, NdR] ben amministrata…non sta certo al volgo decidere degli affari di stato…questo deve solo obbedire gli ordini ed i decreti del principe e degli alti magistrati…perché laddove il volgo si arroga l’autorità di ponderare importanti questioni di governo non si ha più una repubblica ma la sua aberrazione; questa forma di governo, detta “popolare”, è sia ingiusta sia deleteria per il bene comune”. Più oltre: “Non c’è nulla che sia più in contrasto con la giustizia redistributiva (contra iustitiam distributivam appellatam) dell’attribuzione di uguali diritti a persone disuguali e della parificazione in favori, onori o diritti di quelli che sono superiori per dignità, virtù e merito rispetto a quelli che gli sono inferiori”. Questa era la sua concezione della società spagnola, figuriamoci cosa pensava dei rapporti tra conquistatori e nativi conquistati. Per loro aveva già in mente “una combinazione di autorità paterna e servaggio, come richiesto dalla loro condizione e circostanze”. E se i nativi se la fossero presa? Improbabile, la felicità non è uguale per tutti. C’è chi è felice quando ordina, perché è stato “creato per comandare” e chi lo è quando è comandato. Ognuno ha un ruolo ed una posizione che gli competono nella gerarchia socio-politica, e questa è determinata dalla natura. Perciò l’indigeno e lo schiavo africano potevano essere quanto e persino più felici dell’encomendero spagnolo e dello schiavista portoghese.

Sepúlveda non temeva il risentimento della masse nei confronti dei signori. Las Casas aveva ben compreso il perché di tanta indifferenza. Gli encomenderos seminavano pusillanimità: “Essa è il principale espediente dei tiranni per sostenersi nei loro regni usurpati: opprimere ed affliggere di continuo i più potenti e i più saggi, perché, occupati a piangere e gemere le loro calamità, non abbiano tempo né animo per pensare alla loro libertà, e così si impauriscono e degenerano in animi timidi e paurosi”. Alla fine l’intera società india era ostaggio di una “pusillanimità immensa, scoramento profondo, annichilazione della stima del proprio essere umano, meravigliandosi e dubitando di se stessi, se erano uomini o animali” (Historia). Esseri umani o animali, esseri viventi o oggetti, risorse?

La cultura della vita di Las Casas, almeno per quel che è dato di capire leggendo le sue opinioni, trascendeva l’aspetto biologico-organico: “Con l’uomo abbiamo una natura non semplice, bensì composta, ancorché armonica”. Nell’Apologética leggiamo che “Dalla luce impressa nell’animo degli Indios si conosce che vi è Dio”. La cultura della vita di Las Casas valorizzava il reticolo di significati, azioni, pensieri e conversazioni di uomini che “sono fratelli, in quanto figli dello stesso Padre che li [invita] alla sua dimora celeste”. Si riscontra qui il radicale contrasto con chi descrive gli Indios come “non-ancora-persone” che non hanno diritto di parola riguardo alla loro sorte e che se muoiono è per volontà di Dio. Gli Indios erano in parte muti anche per Las Casas, che essendo continuamente in viaggio, aveva rinunciato ad apprendere le lingue dei vari popoli che incontrava. Anche lui metteva parole in bocca agli indigeni senza minimamente sapere cosa avrebbero detto se fosse stato loro concesso di esprimersi nella loro lingua.

Eppure gli stessi autoctoni lo nominarono loro rappresentante. Potevano non essere d’accordo con tutto ciò che affermava, ma gli riconoscevano la buona fede e l’impegno generoso. Sapevano che lui amava la vita, inclusa la loro, che parteggiava per eros, che integra ed unisce, contro thanatos, che disgrega, smembra e separa (diavolo viene dal greco diaballein, dividere). Sapevano che lui insisteva costantemente su un punto nodale della sua prassi teologica: il missionario doveva pensare e vivere “come se fosse un Indio”.

Un Dio Implacabile

Da queste miti pecore…giunsero gli Spagnoli, che naturalmente furono riconosciuti come lupi.

Bartolomé de las Casas

Cristo è severo ed implacabile

Josef Goebbels

 

Nella sua Apologia, Sepúlveda dichiarava che a Gesù Cristo era stato affidato il potere sui cieli e sulla terra e questo potere era stato poi delegato al suo rappresentante in terra, il pontefice, il quale dunque era sovrano su ogni terra. La sua giurisdizione non si estendeva solamente alla predicazione del vangelo ma anche all’imposizione dell’osservanza della legge di natura a tutti i popoli. Imposizione che, lo affermava esplicitamente, doveva comportare anche le “guerre giuste”, cioè le crociate punitive e redentrici. “La guerra giusta è causa di giusta schiavitù”. Questo enunciato era piuttosto condiviso nell’Europa dell’epoca, tant’è che una parte degli schiavi che vivevano in Spagna erano stati ottenuti combattendo contro i Mori. Ma rimaneva in contraddizione con il messaggio di Cristo e persino Marcelino Menéndes Pelayo, suo traduttore e commentatore, nonché feroce critico di Las Casas, dovette riconoscere che “gli sforzi che Sepúlveda fa per conciliare le sue idee con la teologia ed il diritto canonico non bastano per nascondere il loro strato pagano e naturalista”. Nel 1895 Menéndez Pelayo portò avanti la battaglia di Sepúlveda definendo Las Casas un “fanatico intollerante” e la Brevísima Historia un “mostruoso delirio”. Un suo studente, il filologo medievalista Ramón Menéndez Pidal, era dell’avviso che il domenicano fosse infermo di mente e che gli eccidi dei Conquistadores ai danni di quegli “indios preistorici, residui del Neolitico”, fossero stati giustificati dalla necessità di contrastare le trame di Montezuma. “Possiamo ben credere – scrive Menéndez Pidal, convenendo con l’approccio di Sepúlveda – che Dio abbia fornito chiari indizi del bisogno di sterminare questi barbari, e non mancano dottissimi teologi che tracciano un parallelo con i Cananei e gli Amorrei, sterminati dal popolo ebreo”. A detta di Sepúlveda, “le cause della guerra non nascono dalla probità degli uomini, né dalla loro pietà e religione, ma dai crimini e dalle nefande concupiscenze di cui è piena la vita umana”. Tuttavia, invece di ricavare da questa deduzione una riflessione più generale sulla follia della guerra, come abbiamo visto lo studioso cordobese, esibendo una considerevole dose di cinico “realismo”, stabiliva che la violenza è la fonte stessa del diritto, quando la giudica inevitabile per la pacificazione di popoli che non avevano mai interferito in alcun modo con gli affari europei e che avevano fin da subito preferito le vie diplomatiche rispetto allo scontro frontale.

Abbiamo già toccato il tema del carattere autoritario delle passioni civili di Sepúlveda, ma tale è la loro pertinenza ed attualità, che un saggio sulla filosofia morale e l’antropologia politica di Las Casas deve indugiarvi a lungo. Il teologo andaluso era un umanista elitario, uno di quelli che giudica volgare tutto ciò che non è eroico, altolocato ed esclusivo. Tutto ciò che riguarda il volgo è per definizione volgare e indegno della sua attenzione. Se poi questo volgo è somaticamente e culturalmente differente dalla sommità della civiltà europea, l’élite spagnola, come lo sono gli indo-americani che, a suo dire, non conoscono il commercio, la letteratura e la moneta, allora si può ben capire che il suo approccio nei loro confronti non potrà che essere sussiegoso e sbrigativo. Nel Democrates Alter si precisava che gli indiani non dovevano essere oppressi in misura eccessiva perché avrebbero potuto reagire “tentando di disfarsi del giogo spagnolo”. Se era ben vero che gli Spagnoli s’impossessavano del loro oro e argento, era anche vero che in cambio davano ferro, bronzo e animali d’allevamento, più utili agli indigeni. Per non parlare dell’inestimabile dono della dottrina cristiana. Naturalmente è necessario capire che cosa intenda Sepúlveda per dottrina cristiana. È piuttosto evidente che la distanza che separa Las Casas dal suo avversario è la medesima che separa il Vecchio dal Nuovo Testamento. Gesù il Cristo non chiedeva di fare a meno di ciò che era venuto prima di lui – ed infatti Las Casas si affida all’Ecclesiaste ed ai Proverbi – ma è evidente che diversi passaggi dell’Antico Testamento risentono del periodo e delle circostanze in cui furono elaborati e sono incompatibili con il messaggio del Cristo. Così Las Casas accusava il suo contendente di “non aver esaminato le scritture con sufficiente determinazione”. Secondo il domenicano, in quest’epoca di “grazia e pietà”, il suo avversario rimaneva ostinatamente impantanato “nella sua inflessibile applicazione dei rigidi precetti del Vecchio Testamento”, un grave errore ermeneutico che aveva come unico risultato quello di agevolare “l’oppressione, lo sfruttamento e la schiavizzazione di nazioni innocenti”. Diversi studiosi di Sepúlveda hanno provato a minimizzare la gravità di certe sue asserzioni ma se Gesù il Cristo è la fonte teologica più autorevole – “Io sono la Verità” – ed è universalmente risaputo che il suo è un messaggio di amore, tolleranza, sapienza e soprattutto giustizia, allora gli sforzi sepulvediani di realizzare la quadratura del cerchio, trasformando quest’insegnamento in un culto proto-nietzscheano del superuomo e della casta dei signori, non solo non possono essere presi sul serio, ma devono essere contrastati in ogni modo, come fece Las Casas quand’era in vita.

Sepúlveda giudicava l’Antico Testamento superiore al Nuovo, perché conteneva leggi la cui solidità aveva permesso loro di pervenire fino a noi, prova del fatto che erano leggi naturali. L’insegnamento di Gesù era complementare; le aveva perfezionate ma non abolite. Erano già buone e naturali di per sé. Le esortazioni di Gesù servivano a migliorare la propria esistenza, ma chiaramente non erano applicabili alla sfera politica. Non è che avesse qualcosa da ridire su di esse, ma non le riteneva vincolanti, perché sarebbe stato impossibile metterle in pratica nella vita reale e perché contravvenivano alle leggi di natura. Infatti nell’Antico Testamento si vedeva chiaramente che agli Ebrei era consentito combattere una guerra quando la legge di natura lo decretava necessario. Poiché le leggi di natura erano state definite da Sant’Agostino come espressione della volontà di Dio, che aveva stabilito che l’ordine naturale doveva essere conservato intatto, allora qualunque cosa fosse compiuta in accordo con la legge di natura sarebbe stata in accordo con l’autorità divina.

Si noti che questo tipo di ragionamento, sebbene non applicato al Dio cristiano com’è generalmente inteso, era comune nella Germania nazista. Adolf Hitler si appellava invariabilmente alle leggi naturali decretate dal “Creatore dell’Universo”. Le leggi eugenetiche servivano a plasmare un’umanità quale “l’Onnipotente Creatore stesso aveva creato”. In un discorso del 1922, Hitler definì Gesù “il vero Dio”. In seguito lo chiamò “il nostro più grande leader ariano”. Secondo Hitler il movimento nazista avrebbe completato “il lavoro che Cristo aveva iniziato, ma non poté completare”. Infatti “il vero messaggio” della Cristianità poteva essere trovato proprio nel Nazismo. Cristo aveva combattuto gli Ebrei e loro l’avevano liquidato. La sua religione è la cosiddetta “Cristianità Positiva” ossia il Cristianesimo tradizionale spogliato di ogni cosa che non gli piacesse. La divinità di Hitler non era un deus otiosus ma un dio attivo, chiamato Creatore o Provvidenza che aveva creato l’universo ed un mondo in cui le varie razze dovevano combattersi per la sopravvivenza. Per il Führer, esattamente come per Democrates, uno dei due interlocutori dell’omonimo trattato di Sepúlveda, “i dieci comandamenti sono un codice di condotta irrefutabile. Questi precetti corrispondono agli irrefragabili doveri dell’anima umana; sono ispirati dal migliore spirito religioso”. Anche il sinistro Martin Bormann invocava le leggi di natura, come fonte di verità ed autorità in ogni campo dell’esistenza: “Il potere della legge di natura è ciò che chiamiamo l’onnipotente forza di Dio. […]. Noi Nazional-Socialisti pretendiamo da noi stessi di vivere nel modo più naturale possibile, ossia in accordo con le leggi della vita e della natura. Più precisamente le comprendiamo e vi ci atteniamo, più agiamo nel rispetto della volontà della forza onnipotente”. Heinrich Himmler parlava della volontà del Grande Spirito in toni assolutistici: “Esiste un solo grande spirito e noi individui siamo le sue temporanee manifestazioni. Siamo eterni quando eseguiamo la volontà del Grande Spirito, siamo condannati quando lo contestiamo nel nostro egotismo ed ignoranza. Se obbediamo, viviamo. Lo sfidiamo e siamo gettati nel fuoco inestinguibile”. Adolf Eichmann spiegò al pastore evangelico William Hull, che lo voleva convertire prima della sua esecuzione, che “nella mia concezione, Dio, per via della sua onnipotenza, non è un punitore, non è un Dio irato, ma piuttosto un Dio che abbraccia l’intero universo, l’ordine nel quale sono stato collocato. Il suo ordine regola tutto. Tutto l’essere e il divenire – incluso me – è soggetto al suo ordine”.

A mio giudizio la fissazione di Sepúlveda per la legge di natura celava una credenza panteista come quella esplicitata dalle citazioni dei gerarchi nazisti: la credenza in un Dio-nella-natura onnipotente che libera l’uomo da ogni costrizione morale. Il teologo insisteva con protervia che lui non stava difendendo la schiavitù naturale ma trovava una certa difficoltà nel dimostrare di non essere un fautore di quella civile, per di più semipermanente, e quindi essenzialmente naturale. Provava ad aggirare il problema parlando di dominium, lo stato di subordinazione imposto dai Romani ai popoli assoggettati, ma non nascondeva la sua convinzione dell’esistenza di un “bisogno naturale” che i popoli e gli individui intellettualmente e culturalmente meno dotati si sottomettano volontariamente alla volontà dei più dotati. Necessità che, sempre secondo lui, era suffragata dal parere di Sant’Agostino nella sua lettera al vescovo scismatico Vincenzo, in cui giustificava le maniere forti contro gli eretici: “Ma io penso che sono stati castigati per amore e non per odio. Tu però devi considerare tante persone, il cui ravvedimento ci procura ora tanta gioia. Se infatti ci limitassimo a spaventarli senza ammaestrarli, ciò avrebbe l’apparenza d’uno spietato dispotismo. D’altra parte, se ci limitassimo ad ammaestrarli senza spaventarli, incalliti come sono nella loro inveterata abitudine, comincerebbero ad incamminarsi troppo pigramente sulla via della guarigione. […]. Quando però ad un utile spavento si unisce un salutare insegnamento, in modo che non solo la luce della verità scacci le tenebre dell’errore, ma che anche la forza del timore spezzi i lacci di una cattiva abitudine, allora ci rallegriamo – come ho detto – della guarigione di molti”. Sepúlveda era irremovibile su questo punto: quando gli indiani resistevano alla volontà ed all’autorità degli Spagnoli, si ribellavano alla volontà della natura, e quindi a Dio. Per questo andavano puniti e corretti ed i loro beni potevano essere legittimamente sottratti. Non potevano permettersi di rifiutare i doni degli Europei, cioè i doni di Dio.

Altri teologi e politici, come Sepúlveda, ricorrevano alle Sacre Scritture per legittimare la Conquista e la conversione manu militari, citando l’episodio di Gerico, Matteo 10:34 (“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”), il già citato Luca 14:23 (“E il signore disse al servitore: Va’ fuori per le strade e lungo le siepi, e costringili ad entrare, affinché la mia casa sia piena”). Las Casas rispondeva accostando il comportamento dei Conquistadores a quello descritto in Zaccaria 11: 4-5: “Così parla l’Eterno, il mio Dio: “Pasci le mie pecore destinate al macello, che i compratori uccidono senza rendersi colpevoli, e delle quali i venditori dicono: Sia benedetto l’Eterno! Io m’arricchisco!”. Citava Isaia 32:17: “Il frutto della giustizia sarà la pace, e l’effetto della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre”. Annunciava sciagure a chi si fosse macchiato di colpe imperdonabili. Rimandava ad Ezechiele 34:2-4, peraltro già usato da Montesinos alla corte di Castiglia: “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza”. Ricorreva a Giacomo 5:1-6: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza”. Infine, nel suo testamento teologico-politico, Tratado de las doce dudas (1564), pronunciava la condanna definitiva e proponeva a Filippo di abbandonare le Indie: “Hanno gravemente macchiato il nome di Gesù Cristo e la nostra religione cristiana, creato degli ostacoli fatali alla propagazione della fede e arrecato dei danni irreparabili all’anima e al corpo di questi popoli innocenti. E sono convinto che come punizione di tali azioni, empie, scellerate ed ignominiose, tanto tirannicamente e selvaggiamente perpetrate, Dio fulminerà la Spagna con il suo furore e la sua ira”. Las Casas non dubitava della veridicità delle profezie sulla fine del mondo, ma le impiegava con astuzia, perché sapeva che, malauguratamente, le menti semplici di molti Conquistadores erano più facilmente smosse dalla paura piuttosto che dalla compassione e dalla ragione.

Se ho intrapreso questa ricerca è perché, personalmente, mi trovo più a mio agio con la teologia politica di Las Casas, che prende le mosse dalla realtà della situazione come la vive un popolo, i Nativi Americani nel suo caso, e non un’élite, per poi seguire la strada di un’opzione umanista ed umanitaria più equa, giusta e cristiana di quella che ha sotto gli occhi. L’operazione lascasiana, se messa a confronto con quelle sopra descritte, è altrettanto semplice: si appoggia al Cristo “storico” ed al cristianesimo primitivo per esaltare il punto di vista antropocentrico degli oppressi, non per giustificare gli oppressori. L’opzione di Sepúlveda e di chi fa uso dell’immagine del Cristo sferzante ed implacabile è quella di chi sostiene la bontà e necessità di tendenze esclusiviste, settarie e fatalistiche, di chi proclama l’incommensurabilità, l’irriducibile pluralità e diversità ontologica di culture chiuse, distinte, omogenee e separate, opponendo al diritto all’eguaglianza il diritto ad una differenza gerarchizzata, non equa ed unitaria. Quello che chiamo il “Cristo Implacabile” – una caricatura del Cristo, la sua negazione – è un Crociato Cosmico che persegue gli interessi suoi e dei suoi fedeli a discapito dei diritti umani e che assegna le persone al posto che gli spetta nell’ordine naturale e sociale, sulla base di arbitrarie attribuzioni di valore intrinseco. È un Cristo inestricabilmente associato ad un peccato originale onnipotente ed insopprimibile, al mito dell’immutabile natura ferina ed egoistica umana che ne determina le azioni, e della vita come carosello di iniquità, ingiustizia e violenza. Dato questo stato di cose, gli avversari di Las Casas insistevano sulla necessità di plasmare la cristianità in una religione di stato, una religione civile che ingiungesse ai cittadini il retto sentire ed il retto agire, in accordo con la natura e con gli interessi di un Impero sacralizzato. Chi invece si schierava con Las Casas era ricattato moralmente, esposto alla riprovazione di chi lo accusava di essere un egoista, un folle e un traditore del bene comune, con un livore che non scema neppure dopo diversi secoli. Ancora nel dopoguerra Ramón Menéndez Pidal tacciava Las Casas di paranoia: “Non era né santo, né impostore, né malevolo né folle; era semplicemente un paranoico”.

Il Cristo di Las Casas è un Cristo d’Amore. Per lui che l’indio sia cristiano o meno fa sempre parte del corpo di Cristo. Al licenziato Aguirre, un suo ammiratore, confida: “Ho lasciato, nelle Indie, Gesù Cristo flagellato, tormentato, sferzato e crocifisso, non una, ma milioni di volte”. Coerentemente, sostiene che i non credenti possono comunque essere attivi partecipanti nel corpo di Cristo attraverso la grazia salvifica di Dio che è presente in ogni essere umano. L’Indio è Gesù Cristo, lui stesso è Gesù Cristo e chiunque faccia qualcosa a loro lo fa a Cristo (Matteo 25, 40). È un ritorno alla paleo-cristianità, la cristianità delle origini, quella di Alessandria, di Clemente e di Origene, quest’ultimo una figura grandemente ammirata da Erasmo da Rotterdam. Las Casas non cita Origene, perché è un gigante del pensiero cristiano che, con il passare del tempo, è diventato scomodo. Compenetra il pensiero di molti riformatori cristiani, ma lo si cita di rado, per evitare di mettersi nel mirino dell’Inquisizione. Las Casas preferisce ritorcere contro i detrattori degli indo-americani i versi più forti del Vangelo, come quando cita il commento di Sant’Agostino a Matteo 25: “se il fuoco eterno è il premio per chi ha visto Gesù nudo e non lo ha coperto che posto all’inferno sarà riservato per quelli a cui è stato detto “ero vestito e tu mi hai spogliato”?” Il sivigliano, ormai cittadino del mondo, ritiene che se uno vuole seguire l’insegnamento di Cristo lo deve fare fino in fondo, non accontentarsi di verità parziali, ma prendere a modello chi ha incarnato la Verità. Il che però non impediva agli altri credenti della Conquista, quelli più “agguerriti” e meno tolleranti di prenderlo a modello solo per quel che li autorizzava a piegare l’indio alla loro volontà. È qui che Bartolomé non sente ragioni. Lui vede il nativo, l’altro, come uno dei poveri del vangelo, come Cristo stesso, appunto, e vede nei Conquistadores i suoi persecutori: “Quando predichiamo agli Indiani l’umiltà e la povertà di Gesù Cristo, e come ha sofferto per noi, e come Dio ha a cuore i poveri e gli ultimi, loro pensano che stiamo mentendo”. L’unica condotta moralmente degna diventa allora quella di Mosé; si deve sfidare l’ira del faraone per liberare il suo popolo dalla schiavitù, un paragone che ricompare più volte negli scritti lascasiani. Realizzare un mondo di libertà e giustizia, questa era, secondo Las Casas, la volontà di Dio, il cui figlio “non era morto per l’oro”.

Altri, come Sepúlveda, prediligevano un mondo di obbedienza e sudditanza, di avidità e sopraffazione, in cui l’uomo “infine è prigioniero e schiavo del denaro, e deve fare quel che gli comanda il suo padrone, è sempre preoccupato e diligente e si impegna per essergli gradito e ricercarlo, poiché da lui si attende ogni conforto, il suo bene, al fine dei suoi desideri e tutta la sua beatitudine” (Las Casas, El octavo remédio). Il loro era un dio diverso, non certo quello di cui parla Gesù il Cristo e che Cristoforo Colombo aveva voluto far conoscere in America. Per Las Casas Colombo era un uomo della Provvidenza. Lo indicava il nome stesso – “Ma quell’uomo illustre, rinunciando al nome consacrato dall’uso, volle chiamarsi Colón, ripristinando il vocabolo antico, non tanto per questa ragione, ma in quanto mosso, dobbiamo credere, dalla volontà divina che lo aveva prescelto per realizzare ciò che il suo nome e cognome significavano. [...] Per questo egli era chiamato Cristóbal, cioè Christum ferens, che vuol dire portatore di Cristo, e così firmò molto spesso; perché, in verità, egli fu il primo a schiudere le porte del mare Oceano per farvi passare il nostro Salvatore Gesù Cristo, fino a quelle terre lontane e a quei regni fino ad allora sconosciuti. [...] Il suo nome fu Colón, che significa ripopolatore; un nome che ben si conviene a chi, con i suoi sforzi, ha permesso che fossero scoperti quei popoli, quelle innumerevoli anime che, grazie alla predicazione del Vangelo, [...] sono andate e andranno ogni giorno a ripopolare la città gloriosa del Cielo” (Historia, I, 2).

Invece Hernán Cortés e quelli come lui erano messaggeri di rovina, iniquità ed ignominia. L’unica maniera di fermarli, come raccomandava nel Dell’unico modo di attrarre tutti i popoli alla vera Religione, era sforzarsi di “vivere una vita pura e santa, essere di esempio con le proprie parole, maniere, carità, fede, castità, di modo che nessuno abbia a disprezzare [noi predicatori]”. Non basta chiamarsi cristiani per esserlo. Un autentico cristiano è uno che si comporta come tale, non come un automa, una macchina, o un lupo travestito da agnello. Uno che ripudia le guerre e le torture, non le considera strumenti per esportare fede e “democrazia”, visto che la fede, come ripete Las Casas, proviene da dentro di sé, da una mente e da un cuore che si aprono a Dio, e non può in alcun modo essere imposta dall’esterno.

La Fine dei Tempi

 

Se questo è il tempo della Salvezza nascosto nei secoli passati, come ha detto l’Apostolo, perché si tramuta in un tempo di tribolazione, vendetta, ira, afflizione, dissipazione, crudeltà e morte?

Lettera di Las Casas al Consiglio delle Indie, 1531

Gesù Cristo non ha fissato un limite di tempo per la conversione degli uomini, ha lasciato loro tutta la vita

Bartolomé de las Casas

Il già citato Motolinía, uno dei primi dodici missionari a raggiungere le Americhe, in una lettera a Carlo V del 1555, interpretava la Conquista del Messico come l’avvento del quinto regno, o quinta era della storia umana, preludio alla parusia del Cristo. Un regno che riempirà di sé l’intero pianeta e di cui l’imperatore sarà leader (caudillo) e capitano. Nella lettera il missionario implorava l’imperatore di “impiegare tutta la diligenza possibile” affinché questo regno si realizzi. Anche Bartolomé de las Casas credeva che il Giudizio Universale fosse ormai alle porte. Inoltre, lo abbiamo appena visto, era persuaso che Cristoforo Colombo fosse l’Uomo della Provvidenza che aveva raggiunto la Terra Promessa – “scelse il divino e sommo maestro tra i figli di Adamo che in questi nostri tempi vivevano sulla terra, quell’illustre e grande Colombo, al quale affidare una delle più egregie imprese che in questo secolo volle nel suo mondo fare” (Historia de las Indias). Ne era persuaso perché sia lui sia Colombo, del quale era un sincero ammiratore, avevano ricavato dalla lettura della Bibbia l’impressione che Isaia aveva profetizzato la scoperta dell’America. Per l’Ammiraglio, l’America era Ofir, la sede delle famose miniere di re Salomone. “La scoperta delle nuove terre è, per Colombo, un evento previsto e profetizzato nelle scritture sacre. La predicazione del vangelo si estenderà finalmente a tutto il mondo e l’opera degli apostoli sarà completata grazie agli strumenti che la provvidenza divina ha preparato a tale scopo: in primo luogo lui, Colombo, e i sovrani di Castiglia e d’Aragona. A questi ultimi è riserbata la conquista di Gerusalemme e l’universale conversione delle genti al cristianesimo. In questo modo si manifesta la volontà divina di abbreviare i tempi dell’ultima fase della storia del mondo, risparmiando sofferenze agli eletti secondo la promessa evangelica” (Prosperi, 1976, p. 7). Per Las Casas l’undicesima ora del mondo era scoccata proprio grazie a Colombo ed ora la Spagna poteva recitare una parte decisiva nel dipanarsi della missione di Cristo, in vista del kairos apocalittico, il tempo di Dio. “È cosa di certo credibile che [il papa] rendesse lodi e ringraziamenti immensi a Dio, datore dei beni, perché nei suoi ultimi giorni aveva visto aperto il cammino per il principio dell’ultima predicazione del Vangelo e per l’appello o conduzione degli operai oziosi alla vigna della Santa Chiesa, già alla fine del mondo, che è, secondo la parabola di Cristo, l’ora undicesima” (Historia). Malauguratamente, come si rese presto conto, il “popolo eletto” spagnolo, invece di facilitare la redenzione dei nativi e la salvezza del genere umano, stava trasgredendo la sua missione.

Allo stesso tempo, non esitava a suggerire l’ipotesi che molti degli eletti da Dio sarebbero stati indo-americani. “E potrà essere che costoro, che in tanto disprezzo abbiamo avuto, si trovino, più di noi, nel giorno del giudizio alla destra del Padre; e questa considerazione dovrebbe mantenerci notte e giorno in gran timore” (Historia). Di conseguenza tutti gli indigeni dovevano essere rispettati e tollerati, anche solo per evitare il rischio di ferire o uccidere uno degli eletti.

Queste sue convinzioni spiegano però solo in parte il suo attivismo solidaristico. In nessuno dei suoi scritti dà l’impressione di essere stato condizionato da questa credenza, peraltro molto diffusa negli anni della Scoperta dell’America e capace di affascinare persino Newton, uno dei patroni della scienza moderna. Las Casas non fa quello che fa perché anela lo scontro finale tra il bene e il male, una trasformazione epocale che premi gli eletti e danni i malvagi. Non crede che il mondo stia inabissandosi nel peccato, nella corruzione, nell’abiezione. Non crede che un Dio castigatore sia in procinto di prendere il controllo della situazione ormai sfuggita di mano agli esseri umani. Las Casas ha fiducia nella sua specie, ha fiducia nel potere dell’educazione e del Verbo. La sua visione del mondo e della storia umana, anche dopo aver assistito a stragi e persecuzioni, rimane angelica, non catastrofista. Vede, soffre e denuncia le malefatte dei singoli, senza fare di tutte le erbe un fascio. Non giudicando il mondo ormai al di là di ogni possibile redenzione, non auspica l’impiego di misure terribili e tracotanti, conseguenti alla “corrispondenza automatica tra massimo grado di abiezione e massima probabilità della sua eliminazione” (Placanica 1990). È un gradualista. Sa che tutto cambia, che le persone maturano e così le civiltà e che la rivelazione cristiana fa sì che tutto ciò che è accaduto prima e dopo l’avvento di Cristo sia progresso spirituale, morale e civile. La violenza sarebbe controproducente, giacché “il movimento o modo con cui la divina sapienza guida tutti gli esseri creati, e soprattutto gli esseri razionali, al conseguimento del loro bene naturale o soprannaturale, è dolce, delicato e soave. Quindi il modo di chiamare gli uomini al seno della vera religione, mediante la quale devono raggiungere il bene soprannaturale eterno, deve essere un modo delicato, dolce e soave, in una misura molto maggiore di quello del modo che corrisponde agli altri essere della creazione” (Dell’unico modo).

Paradossalmente, per uno che crede nell’imminenza della fine dei tempi, la mentalità lascasiana è anti-catastrofista. Laddove il catastrofista vede solo un mondo dominato dalle forze del Male e si affida alla speranza, alla fiducia, all’obbedienza ed all’attesa come unica via di salvezza per se stesso, lui insiste che il progresso umano non può essere slegato dalla razionalità, dalla comprensione e soprattutto dalla collaborazione. Nel summenzionato manuale di evangelizzazione, precisa che “portare gli uomini alla conoscenza della fede e della religione cristiana è simile al modo di portarli alla conoscenza della scienza” e che il predicatore non può permettersi di razzolare male: “La predicazione sia perlomeno utile ai predicatori”, affinché l’evangelista offra un modello di comportamento ed “insegni più con le sue opere che con le parole”. L’apocalittico fornisce un’interpretazione del male del mondo e del destino umano che in fondo solleva gli uomini da ogni responsabilità e giustifica l’immobilismo. Las Casas ripudia questa visione cripto-gnostica: ognuno farà semplicemente quel che è chiamato a fare, indipendentemente da ciò che accadrà al pianeta ed all’umanità nell’approssimarsi del giudizio universale. “Qualunque nobiltà, qualunque eccellenza e virtù che in qualunque cosa creata per i segni divini si trova, non è altra cosa…se non un vestigio e impronta molto sottile della divina perfezione” (Apologética Historia).

Il Dominio – l’America, Sepúlveda e l’Armageddon

Fanno libagioni in onore di Baalí, cioè dell’idolo peculiare di quanti si comportano in quel modo e che li domina, li tiene in soggezione e li possiede; è questo, in altre parole, il desiderio di dominare, la smisurata ambizione di ricchezze che non è mai sazia e mai finisce, e che è anch’essa idolatria. Perché – secondo san Girolamo – Baalí significa il mio idolo, colui che mi possiede. Tutto ciò si addice a ogni ambizioso, o avido o avaro e, in particolare a simili predicatori, o piuttosto a questi miserabili e infelici tiranni

Bartolomé de Las Casas (Dell’unico modo).

Negli ultimi decenni ogni sondaggio effettuato negli Stati Uniti indica che oltre il cinquanta per cento dei cittadini americani crede nella veridicità della visione contenuta nell’Apocalisse di Giovanni.

La politica mediorientale degli ultimi anni è stata fortemente condizionata dall’attesa dell’Armageddon, del ritorno del Cristo o del Mahdi e dell’instaurazione del suo Regno. “Fedele alle dottrine apocalittiche dell’ayatollah Mesbah Yazdi, il presidente [Ahmadinejad] si dice convinto che l’era dell’ultimo Imam, il dodicesimo Imam messianico, il Mahdi occultato da Dio per oltre 1100 anni stia per riaprirsi, con il ritorno del Mahdi. Tutte le apocalissi, anche quelle ebraiche e cristiane, sono rivelazioni che presuppongono tempi torbidi, in cui il male s’intensifica. Anche per la scuola Hakkani, che Yazdi dirige e cui appartengono gli Hezbollah iraniani, il male va massimizzato per produrre il Bene finale. L’ayatollah ha insegnato a Ahmadinejad l’uso del messianesimo a fini politici, non teologici. I politici messianici in genere parlano di Apocalisse non perché credono nella Rivelazione, ma perché nell’Apocalisse il dialogo con Dio è diretto (nell’Apocalisse di Giovanni scompaiono i templi) e il capopopolo non ha più bisogno del clero come intermediario. L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione” (Spinelli, 2009).

Un analogo messianismo, formalmente cristiano ma nei fatti anti-cristiano, ha dominato la destra americana dai tempi della prima guerra nel Golfo ed è andato al potere con George W. Bush. È piuttosto curioso che gli Stati Uniti siano attualmente l’unico paese al mondo assieme all’Iran sciita dove sia sorto un millenarismo di massa (Tonello, 1996). Ma non sorprende che siano anche la nazione, assieme alla Germania, dove la caccia alle streghe è stata più intensa e dove il maccartismo è riuscito per un attimo a far precipitare una democrazia trionfante in una società di delatori, persecutori e vittime.

Nella sua forma più virulenta, chiamata Dominionismo, quest’ideologia intollerante e radicale si affanna a conquistarsi margini di potere politico ed economico sempre più ampi, fino a trasformare gli Stati Uniti, per il momento uno stato laico, in una “nazione cristiana” – una sorta di “democrazia Herrenvolk”, della stirpe eletta –, modello per tutte le altre nazioni, in cui ogni istituzione sarà governata in accordo con le Sacre Scritture, o comunque con un’interpretazione dominante delle stesse. Al momento attuale oltre 35 milioni di Americani (più di uno su dieci), aderiscono al “cristianesimo dominionista”, un’escatologia che insegna che il mondo si riscatta “sporcandosi le mani” con la politica, cioè prendendo il potere, prima dell’arrivo del Cristo. L’elezione di George W. Bush ha rappresentato per la Teologia del Dominio un segno del favore divino, il primo di una serie di presidenti che, da “ministri di Dio in terra”, avrebbe preparato l’America al ritorno del Cristo. Gli obiettivi di questa teologia politica non hanno quasi nulla a che fare con quello che molti pensano sia l’insegnamento di Gesù il Cristo. Si parla di edificare una teonomia (ossia non una teocrazia ma una repubblica governata non direttamente da Dio, ma secondo le sue leggi), di sopprimere sindacati, diritti civili, lo stato sociale (perché ci si deve rivolgere a Dio, non a Washington), le scuole non-religiose, di punire i nemici dell’America, che sono per definizione nemici di Dio, di ridimensionare l’influenza delle donne nella sfera pubblica americana, negare la cittadinanza ai non-Cristiani, discriminare gli omosessuali. È bene segnalare che la presidenza di Ronald Reagan fu caratterizzata dalla sensazione di un imminente Armageddon, tanto che il movimento ecologista si sentì rispondere che non aveva senso preoccuparsi dell’ambiente visto che il mondo sarebbe terminato prima che le sue risorse si fossero esaurite. Sono gli stessi argomenti messi in campo negli ultimi anni dai Dominionisti che, anzi, si augurano che la crisi ecologica globale riduca i tempi di attesa del Regno di Dio (Hendricks, 2005).

Il bersaglio è la società laica, che facilita le opere di Satana. Abbatterla significa fornire assistenza a Gesù, che presto tornerà a regnare e si aspetta che la Nuova Israele sia governata secondo le leggi bibliche e gli editti cristiani – Sola scriptura, Sola gratia, Sola fide, Solus Christus, Soli Deo Gloria, cioè i cinque sola della riforma protestantedel nuovo presidente, come da ingiunzione di San Paolo nella Lettera ai Romani (13: 1-6): “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza”. I Dominionisti, che organizzano campi di addestramento per giovani militanti e milizie di mercenari come la famigerata Blackwater (oggi Xe Services LLC) e sostengono i teorici della tortura giustificata e della Guerra al Terrore permanente, appoggiano con tutta la loro forza mediatica e lobbistica ogni pretesa sionista. Questo perché credono che il loro “Cristo-Rambo” vendicativo e giustiziere non possa tornare sulla terra prima che si compia la profezia dell’Apocalisse e si verifichi l’Armageddon, la distruzione di Israele; un secondo Olocausto in seguito al quale i veri Cristiani ascenderanno al cielo (The Rapture) e siederanno al fianco di Dio (assieme agli Ebrei che si saranno sinceramente convertiti e dunque si salveranno prima della loro eliminazione). È decisamente sorprendente che la destra sionista israeliana accolga con favore questo sostegno. D’altra parte le colombe, in Israele, sono spesso considerate alla stregua di traditori.

 Il Dio compassionevole e benevolo che parla per bocca del Cristo nel Discorso della Montagna è eclissato, esiliato. Non c’è posto per miti e mansueti, per giusti e misericordiosi, per puri di cuore e pacifisti. Oggi come ai tempi della Conquista, quando Hernán Cortés, citato da Sepúlveda nella sua Cronica Indiana, si rivolgeva alle sue truppe con queste parole: “Spesso io stesso ho rimuginato nei miei pensieri tali difficoltà e confesso che alcune volte questo pensiero mi rendeva vivamente inquieto. Però riflettendo da un altro punto di vista, mi vengono in mente molte cose che mi rianimano e mi stimolano. In primo luogo, la nobiltà e la santità della causa; infatti combattiamo per la causa di Cristo quando lottiamo contro gli adoratori degli idoli, che proprio per questo sono nemici di Cristo, dal momento che adorano demoni malvagi invece del Dio della bontà e onnipotenza, e facciamo la guerra sia per castigare coloro che continuano nella loro ostinazione, come per permettere la conversione alla fede di Cristo di coloro che hanno accettato l’autorità dei cristiani e del nostro Re”.

Ancora una volta è Sepúlveda ad offrire un ritratto articolato, accurato e completo delle radici storiche e dottrinali del dominionismo e della sua vocazione alle guerre giuste e preventive. Nella sua logica circolare autoreferenziata – le premesse contengono in sé le conclusioni – non c’è nulla che sia più in armonia con la legge naturale che sforzarsi in ogni maniera di impedire a chi intende negare le gerarchie e l’ordine naturale delle cose decretato da Dio di mettere in pratica le proprie intenzioni. In questo caso la guerra non è solo permessa, ma necessaria. Infatti non contravviene alla legge divina quando la si fa per una giusta causa, e non c’è, appunto, miglior causa di quella di difendere i disegni della Provvidenza. Così non ci può essere vera pace ed armonia, non ci può essere un mondo privo di armi, finché l’iniquità e la malvagità non saranno bandite dai cuori dei violenti, siano essi compatrioti o stranieri. Fino a quel momento i giusti dovranno combattere guerre giuste per consentire ai loro discendenti di vivere in pace, virtù ed equanimità. Nel caso degli indios, “per mezzo di una guerra giusta cerchiamo anche di istituire un imperium su quelli il cui benessere ci sta a cuore, affinché i barbari – una volta che siano stati privati della licenza di peccare, che le loro consuetudini contrarie alla legge di natura siano state estirpate e che siano stati esortati a seguire uno stile di vita più umano attraverso un governo civile – siano mantenuti entro i ragionevoli limiti dei loro doveri”. Gli stessi schiavi africani dei Portoghesi vivono in una condizione migliore di prima. All’inizio non se ne sono resi conto, ma i teologi sanno che certe misure vanno prese per il loro bene, anche contro le loro resistenze, perché non ci si deve impensierire troppo riguardo agli empi desideri dell’uomo. Ciò che davvero conta è la recta ratio.

Lo sostiene anche il Deuteronomio (20: 10-15): “Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la tua offerta di pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si trova pagherà i tributi e ti servirà. Ma se non vuole far pace con te e ti vuole far guerra, allora la stringerai d’assedio. Quando poi l’Eterno il tuo Dio, te la darà nelle mani, passerai tutti i maschi a fil di spada; ma le donne i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino, li prenderai come tua preda; e mangerai il bottino dei tuoi nemici che l’Eterno, il tuo Dio, ti ha dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni”. L’umanista chiosa che “è assolutamente chiaro che per legge naturale e divina quelli che combattono una guerra giusta possono uccidere il nemico, spogliarlo delle sue proprietà, metterlo ai ceppi, distruggere i suoi villaggi e città, devastare i suoi campi ed infliggere ogni tipo di calamità su di lui finché la vittoria non sia assicurata; dando per scontato, naturalmente, che tutto ciò sia fatto con le migliori intenzioni e con la pace come obiettivo ultimo”. Successivamente, Democrates, l’alter ego di Sepúlveda, che non fa distinzioni tra indigeni pacifici e bellicosi in quanto sono comunque tutti idolatri e cannibali, mitiga questa posizione, precisando che non ha senso opprimere ed indebolire fatalmente i propri sudditi. Sarebbe svantaggioso nella logica di una politica coloniale a lungo termine. L’importante è asservirli, il che è nell’interesse di entrambe le parti.

Leopoldo, l’interlocutore, si chiede che cosa intenda Democrates con l’espressione servi natura. La risposta è che quando un popolo si rifiuta di assolvere i suoi obblighi naturali allora può essere sottoposto ad una guerra giusta e diventare bottino. I vinti saranno convertiti in “stipendiares et vectigales” (stipendiari e tributari), “come si conviene alla loro natura e condizione”. Il solito vezzo dei parallelismi con i precedenti d’epoca romana, unito ai cavilli da leguleio che oscurano ciò che altrimenti sarebbe ovvio. Il “diavolo” ha molti causidici e pennivendoli, la verità molti nemici.

Quel che sorprende è che questo ragionamento palesemente fallace sia stato ritenuto degno di udienza e considerazione. Riflettiamo bene su ciò che si sta affermando. Il fondamento giuridico della guerra giusta e dell’asservimento degli indiani deriva dall’atto stesso di combatterli e sottometterli. Infatti se non si ribellassero non ci sarebbe bisogno di ucciderli ed imprigionarli. Se collaborassero spontaneamente non si dovrebbero costringere a servire nelle encomiendas. Ma poiché la loro stessa esistenza è un’offesa all’ordine naturale, un attacco alla volontà di Dio, allora la guerra imperialista è una guerra difensiva e perciò giusta. Allo stesso tempo, però, la resistenza degli Indiani agli invasori non è una guerra giusta ma una motivazione aggiuntiva e decisiva per la loro conquista e soppressione. È arduo capire come ci sia chi stima un pensatore che adorna edifici speculativi fondati su premesse così manifestamente insostenibili e mistificatrici, o per meglio dire tragicomiche. Ancora una volta, l’enfasi su ciò che è normativamente permissibile adombra ciò che è eticamente buono.

Qui però manca persino la coerenza argomentativa della filosofia analitica; la stessa pretesa tipica del realismo di stabilire cosa sia naturale e quindi corretto era contestata già a quei tempi. Nell’apologia dello status quo di Sepúlveda, poco importa che ne sia consapevole oppure no, c’è l’idea che gli indiani non abbiano diritti perché questi sono il frutto delle predilezioni della civiltà più avanzata. Il resto sono superstizioni oppure consigli evangelici per una condotta di vita più soddisfacente. Non esistono diritti naturali per chi si oppone alla natura, ossia all’interpretazione che di essa ne danno i vincitori. Il diritto è l’espressione oggettiva degli interessi consolidati e della volontà di potenza della civiltà che prevale; e questa è la pragmatica sorgente della morale egemone, o per meglio dire unica. Nessuna metafisica, nessuna trascendenza, se non un conveniente riferimento ad un Dio creato ad immagine e somiglianza di chi deve giustificare un crimine di massa. Solo l’utilità sociale. Le buone leggi imposte dai conquistatori renderanno buoni i colonizzati e ciò andrà a vantaggio di tutti. Una realtà multidimensionale è ridotta alla sua forma bidimensionale.

Sepúlveda se la prende con i suoi critici, specialmente con Las Casas, accusandoli di ipocrisia, ignoranza, parzialità e presunzione, ma è indiscutibile che le sue argomentazioni danno adito al sospetto che stia difendendo pregiudizi o compiacendosi di sfoggiare erudizione, o il presunto coraggio intellettuale del sedicente pensatore serio, quello vero, quello che non si ferma davanti a nulla quando pensa, che non ha paura delle conclusioni alle quali perviene, per quanto queste possano sembrare spiacevoli. Quello che dice pane al pane e vino al vino e che se c’è da dire che una parte dell’umanità è indecorosa e incompatibile con la legge naturale non si ritrae. Insomma uno scanzonato eroe del libero pensiero che si lamenta di essere vittima di una congiura di malevoli.

Non che peraltro qualcuno l’abbia costretto a pensare ciò che ha pensato e renderlo pubblico. Si badi bene, non ha offerto alcuna resistenza e l’unico suo cruccio pare sia stato l’accoglienza non particolarmente positiva che le sue idee hanno ricevuto in certi ambiti accademici. È più probabile che abbia provato il piacere iconoclasta prodotto da ciò che è “fascinosamente trasgressivo”, mentre si spacciava per un pensatore integro e realista. In realtà l’utilitarismo militante di Democrates sfocia nel relativismo, nell’indifferenza verso ciò che è giusto e ciò che è bene. Bene è relativo a ciò che è utile al più forte. La Conquista è moralmente giusta, in accordo con la recta ratio, e serve solo qualcuno che sappia massaggiare le opinioni di alcuni notabili e studiosi e di una parte del clero per rendere il tutto accettabile, anzi appetibile.

La filosofia di Sepúlveda, che non è amore per il sapere ma “amore” per l’erudizione – quella passione tirannica che antepone le idee agli esseri umani –, è giustificativa, funge assieme da solvente, diluente e dolcificante che dovrebbe gradualmente produrre un ampio consenso: quel che è reale è razionale e quel che è razionale è morale. Ritroviamo il piglio fiero e superbo del Grande Inquisitore, il perfetto realista giuridico-politico, che ci assicura che (a) esistono dei fatti inconfutabili a proposito della natura umana e degli esseri umani, e quindi degli indios e degli spagnoli; (b) gli indios sono barbari e di conseguenza le loro azioni sono essenzialmente immorali o amorali; (c) non sono neppure capaci di soddisfare le proprie esigenze primarie ed interessi principali; (d) fortunatamente nella loro semplicioneria questi indigeni sono manipolabili (non godono di un vero e proprio libero arbitrio, è al di là della loro portata); (e) il potere conferisce il diritto, la legge sta dalla parte di chi ha il coltello dalla parte del manico, che ha il diritto di stabilire cosa sia congruente con il mondo in cui desidera vivere; (f) la giustizia non è altro che l’interesse del più forte che è evidentemente benvoluto e prescelto da Dio per portare avanti i suoi progetti terreni.

Leopoldo azzarda una domanda: non è per caso possibile che la ragione stia da entrambe le parti e non sia assoluta? Democrates opina che non si dà mai il caso in cui le ragioni di entrambi siano simultaneamente giuste. Quel che avviene, invece, è che una parte, accecata dall’ignoranza, crede di essere nel giusto, ma si sbaglia. Democrates non è neppure sfiorato dall’idea che quella parte possa essere la sua. È nel giusto per definizione, perché la sua interpretazione delle leggi di natura e del volere divino è manifestamente corretta.

 La risposta lascasiana a questo genere di invasamenti castigatori è stata, e non potrebbe essere altrimenti, un richiamo all’esempio di Gesù il Cristo, che non ha chiesto sacrifici, ma misericordia (Matteo, 9:13), e non ha mai parlato di punizioni terrene: “Cristo non stabilì alcuna pena corporale per castigare in questo mondo, nemmeno per gli uomini che non accettassero la sua fede, cioè quelli che non credessero, bensì una pena eterna dopo questa vita” (“Dell’unico modo”). Il chierico, che come abbiamo visto al Vecchio Testamento preferisce il Nuovo, rifiuta la violenza che non sia puramente difensiva. Nell’opera succitata non lascia spazio ad equivoci: “[La guerra] è come un uragano e come un oceano, che tutto invade e distrugge. Essa apre la via alle azioni depravate, eccita odi e rancori. I poveri non hanno più nulla; i ricchi sono spodestati. Tutto si riempie di timore, le leggi sono abolite; ogni sentimento umano sparisce; non c’è più equità e religione; sacro e profano si confondono. Cos’è la guerra se non un omicidio?…è perdita delle anime, dei corpi e delle ricchezze”. Quanto alla conversione coatta: “Il modo consistente nell’assoggettare i popoli infedeli per mezzo della guerra perché in seguito ascoltino la predicazione della fede e abbraccino la religione cristiana è contrario al modo che seguirono gli antichi santi padri in tutte le età, dalle origini del mondo fino alla venuta di Cristo. […] [La guerra] è contro il diritto divino…che non soltanto proibisce di provocare la morte del nostro prossimo, e principalmente degli innocenti; ma impone anche che non lo spogliamo dei suoi beni…che non lo calunniamo né lo opprimiamo; che non rendiamo testimonianza contro la sua vita; che non prendiamo ciò che è suo con la violenza”. E ancora: “[la guerra è sbagliata] perché distrugge la fede dovuta a Dio…ponendo ostacoli alla stessa pietà divina, all’onore e al culto divini, che si accrescerebbero con la diffusione della fede e con la conversione dei gentili che [invece] gli encomenderos scandalizzano, opprimono e uccidono”. È infine sbagliata perché i conquistadores “antepongono il loro utile particolare al temporale – cosa che è propria dei tiranni – al bene comune e universale” e perché “il potere che si acquista con la forza delle armi, o che in qualche modo si è acquistato contro la volontà dei sudditi, è tirannico e violento, e mai può essere duraturo”. In conseguenza di ciò, il pagano “si rifiuterà di credere alle verità della fede e disprezzerà colui che gliele insegna. Se lo si costringe ad ascoltare egli rifiuterà il suo assenso”.

Utopia e sgomento nel Giardino dell’Eden

Erano nudi, pacifici e semplici come degli agnellini. Stetti ad osservarli a lungo, soprattutto un vecchio dall’aspetto molto venerando, di alta statura, il volto allungato, l’aspetto imponente che suscitava rispetto. Mi sembrava di vedere in lui il nostro padre Adamo, quando era ancora nello stato di innocenza…quanti di quelli ce n’erano tra tante genti…

Bartolomé de las Casas, Historia:

Di fronte alla Scoperta dell’America ed al suo significato storico le reazioni di Las Casas e Sepúlveda sono state pressoché identiche. Entrambi hanno compreso di poter essere protagonisti di un’epopea della specie umana, di una congiuntura storica irripetibile che andava sfruttata appieno per riformare la società e riscattare l’umano nel senso da loro prediletto. La militanza politico-ideologica è stata intensa in entrambi, e così le aspirazioni palingenetiche. Ma le loro posizioni sono inconciliabili. “Posto di fronte alla drammatica realtà della Conquista e dei suoi meccanismi, nella prospettiva di liberare quella verità che egli vede incatenata e soffocata dagl’interessi economici, dall’inestinguibile sete di ricchezza, dalla cecità o dalle complicità morali, Las Casas vive e dichiara con estrema urgenza la necessità di una nuova dottrina, in grado di far fronte alla dimensione reale dei problemi posti dalla scoperta di un mondo nuovo, un mondo che avanza il diritto inalienabile di venire riconosciuto nella propria alterità” (Cantù, 1993). Il suo rivale o, se vogliamo, la sua nemesi, ha in mente qualcosa di profondamente diverso, un imperialismo universalista che, per certi versi, oltrepassa surrettiziamente quello che percepisce come il parrocchialismo del cristianesimo politico. L’umanista cordobese è al tempo stesso antico e moderno, pagano e cristiano perché, come Las Casas, assorbe da varie fonti ciò che più gli aggrada e che meglio serve il fine di definire un Nuovo Ordine per un Nuovo Mondo, alternativo a quella Koinonìa, comunità di spiriti intimi, solidali e corresponsabili, erasmiana “Libera Fratellanza di Uguali” – del tipo “tutti per uno, uno per tutti” – che scaldava il cuore a Las Casas.

Nel Democrates Alter Sepúlveda nega che l’esempio di Gesù il Cristo possa essere messo in pratica. Si può essere guerrieri di professione, amare l’opulenza ed essere nel contempo autentici cristiani. Al contrario, non si possono praticare “in buona coscienza” certe virtù cristiane senza entrare in conflitto con specifici doveri civici, che dovrebbero invece avere sempre la precedenza. Per lui la spiritualità è una minaccia per la stabilità sociale, la contemplazione e la saggezza divina degli intralci al “vivir bien”. La comunità nazionale è il vero bene ed il cittadino probo accetterà la secolarizzazione della virtù senza sprofondare nell’immoralismo machiavellico. Lo Stato Etico, la verdadera razón de Estado, infrange ogni velleità cosmopolita ed ecumenica. Esistono tre categorie d’uomini: quelli natura domini, quelli natura servi e gli altri, che “non eccellono né in intelligenza né in giudizio, anche se non ne sono del tutto privi”. Questi costituiscono la gran massa degli esseri umani. Di riflesso, esistono nazioni intelligenti e giudiziose ed altre che ignorano deliberatamente o inconsapevolmente la legge di natura. Queste ultime dovrebbero lasciarsi governare dalle prime, in modo da fruire di leggi ed istituzioni migliori. “Se si dovessero rifiutare di accogliere un governo che è buono e vantaggioso per loro, la legge naturale impone di costringerle a conformarsi. È sulla base di questo diritto che i Romani sottomisero i barbari”.

Così il diritto della forza è consacrato come lo strumento legittimo di risoluzione delle questioni internazionali. Allo stesso tempo, l’enfasi è posta sul concetto di responsabilità sociale e morale. Gli indios posseggono in gran parte il libero arbitrio, ma lo usano male. È come se non ce l’avessero, mentre ciò che è dovuto va fatto. Non si fanno sconti. La funzione del regime coloniale illuminato è quella di eliminare o contenere i rischi che comporta la coesistenza con dei selvaggi antisociali che sfidano irragionevolemente l’autorità terrena e quella divina, che vogliono solo il loro bene. Sepúlveda non è interessato alle culture ed alle società autoctone, non s’interroga sulle loro ragioni e motivi. In questo modo, dopo aver fatto uscire la metafisica del male dalla porta principale, la fa rientrare dal retro, come eccedenza di realtà che non sa e non intende spiegare. L’ignoto, l’esotico, l’imprevedibile lo spaventano, ciò che è diverso va collocato in un luogo diverso: le encomiendas e i repartimientos.

L’autoritarismo paternalista di Sepúlveda non consente mescolanze, non permette che la libertà divenga un pretesto per porre a rischio l’ordine, la regolarità, la calcolabilità e la classificabilità dei singoli. Singoli visti come unità, come nella classica distorsione dell’umanesimo che si fissa sull’Umanità a discapito degli umani in carne ed ossa, nella loro individualità e specificità. È curioso che un severo ed intransigente critico di Martin Lutero come lui finisca per condividere sostanzialmente il punto di vista del padre spirituale della riforma protestante, quando afferma che “Dio ha disposto che gli inferiori, i sudditi, fossero del tutto isolati, separati fra loro, e ha tolto loro la spada, e li ha gettati in carcere. Ma quando si sollevino, e si uniscano ad altri e infurino e prendano la spada, al cospetto di Dio sono meritevoli di condanna e di morte”.

Sepúlveda sostiene che i nativi americani potranno essere educati, ma non in realtà non è mai stata concessa loro la possibilità di farlo nei loro modi e nei loro tempi. Non è accettabile, non è quasi concepibile che chi è restio a partecipare al nuovo ordine pedagogico, a rendersi utile all’imperatore e a Dio, a farsi collocare nella nuova gerarchia di potere, in uno stato semi-servile, al fondo della piramide sociale. Il feticcio dell’astrazione: si astrae un tratto dal tutto, lo si esamina, si stabilisce essere disarmonico, si provvede a rimuoverlo. La sensibilità del filosofo e teologo spagnolo ci rimanda piuttosto all’integralismo puritano. È l’utopismo dell’”uomo senza petto” (cf. Men Without Chests di C. S. Lewis), uno che usa la testa per decidere ma non il cuore per guidare le sue decisioni, un giardiniere che estirpa le erbacce e toglie di mezzo le ramaglie che rovinano l’estetica del giardino e che, nei casi estremi, come quando si addomestica un popolo barbaro, ricorre alla.logica del bonsaista: si tagliano via quasi tutte le radici, tranne quelle più giovani e si confina la pianta nella prigione di un vaso. Questo per il suo bene, perché è della retorica del benessere che si ammanta l’umanesimo autoritario di Sepúlveda.

Questi, scettico in merito alla possibilità dei nativi di vivere senza danneggiare il prossimo, contempla piani di armonizzazione sociale che inducano una qualche forma di rinuncia volontaria ai conflitti in nome del bene comune. La sacralizzazione dello Stato è solo il primo passo, ma è necessario, perché occorre stabilire come premessa di fondo l’impossibilità che il sovrano e la nazione possano essere ingiusti o nocivi per sudditi e cittadini. Serve l’immunità morale, l’intangibilità che è propria del sacro, ossia di ciò che incarna le forze del bene e l’unica verità possibile (recta ratio).

Condivido l’opinione di Fernando Mires quando conclude che “ciò che caratterizza il pensiero rinascimentale di Sepúlveda è l’averlo messo al servizio di cause (stato, nazione, classe, ecc.) che non pongono al centro l’uomo”. Di fatto il filosofo totemizza e venera tutto ciò che non è umano, screditando la sua stessa formazione di umanista, appunto. In un’inavvertita autocastrazione morale ed intellettuale, la sua missione non è valorizzare l’umano ma promuovere il pragmatismo anemozionale della megamacchina burocratica imperiale. Come avrebbe poi scoperto Max Weber, “la burocrazia nel suo pieno sviluppo si trova anche, in senso specifico, sotto il principio della condotta sine ira ac studio. La sua specifica caratteristica, gradita al capitalismo, ne promuove lo sviluppo in modo tanto più perfetto quanto più essa si “disumanizza” – e ciò vuol dire che consegue la sua struttura propria, ad essa attribuita come virtù, che comporta l’esclusione dell’amore e dell’odio, di tutti gli elementi affettivi puramente personali, in genere irrazionali e non calcolabili, nell’adempimento degli affari di ufficio”.

Una concezione del mondo e dell’umano che è, ancora una volta, agli antipodi di quella lascasiana, la quale predica che moralità e realizzazioni intellettuali non vanno a braccetto (ma poi elogia le imprese artistiche ed architettoniche dei nativi americani); celebra l’evidenza del fatto che tutti i gruppi umani fanno parte della medesima famiglia e che ciascuno dà il suo specifico contributo al progresso dell’umanità verso Dio; infine ammonisce che non si fanno riforme senza spirito autocritico e che quando questo manca, l’orgoglio superbo che rimane serve solo gli scopi di un imperialismo anti-cristiano. Dovendo scegliere, conclude Las Casas, “uno dovrebbe dare più peso all’osservanza della legge di Gesù Cristo che alla disapprovazione dei monarchi”. Las Casas non è per nulla propenso a dar vita ad una concordia totalitaria, che sembra invece essere l’aspirazione di Sepúlveda. Per lui l’addivenire ad “un solo ovile e un solo pastore”, ossia la conversione dell’intera umanità alla vera religione, è un evento che preannuncia il ritorno del Cristo, ma non può calpestare il dovere della tolleranza. Non è tutto accettabile quando si persegue l’unità, anche quando questa garantisce il riconoscimento e la difesa della pari dignità morale degli indigeni.

Non c’è dubbio che lo stesso disprezzo verso i popoli inferiori (che vanno sgrezzati ed addestrati) di Sepúlveda connota anche l’atteggiamento di Jonathan Swift, magnificamente esposto in tutta la sua virulenza da George Orwell: “Lo scopo, come sempre, è umiliare l’Uomo ricordandogli quanto è debole e ridicolo…e la ragione ultima, probabilmente, è un qualche tipo di invidia, l’invidia del fantasma per il vivente, di chi sa che non può essere felice per quelli che – teme – possono essere più felici di lui. L’espressione politica di questa prospettiva dev’essere o reazionaria o nichilista, perché la persona che la perora vuole evitare che la società evolva in una direzione in cui il suo pessimismo possa essere ingannato”.

Qualcuno potrebbe obiettare che Sepúlveda difende il diritto dei nativi di ricevere qualche beneficio dalla Conquista e che il loro benessere è tutt’altro che marginale nelle sue argomentazioni, ma è difficile dissipare il sospetto che sia virtualmente indifferente alle crudeltà spagnole nel Nuovo Mondo, visto che le ritiene un male minore, o un mezzo spiacevole giustificato da un nobile fine e che per lui qualunque discorso inerente l’autodeterminazione degli indigeni è futilmente idealistico.

Rileggiamo un brano emblematico della sua Apología: “è proprio dell’usanza e della natura umana che i vinti adottino con facilità i costumi dei vincitori e dominatori, e li imitino volentieri in ciò che fanno e dicono”. Nessun compromesso è previsto. Vincere è convincere. Di contro, Las Casas, fedele alla sua convinzione che ogni essere umano merita rispetto in quanto anima incarnata, ossia manifestazione terrena del divino, denuncia anche la pratica di ispanizzare i toponimi e i nomi propri degli indigeni, addirittura sostituendo con nomi spagnoli quelli delle figure più prominenti. Comprende immediatamente che, com’è poi avvenuto nell’Alto Adige fascistizzato, questo è uno passaggio chiave dell’espropriazione dell’identità autoctona, assieme alle proprietà indo-americane.

È bene però non idealizzare eccessivamente la liberalità del domenicano. Nel 1516 aveva chiesto all’inquisitore Cisneros di trapiantare l’inquisizione nel Nuovo Mondo, per evitare che le coscienze suggestionabili dei nativi fossero corrotte da possibili influenze protestanti o eretiche. Inoltre il suo rispetto per i culti locali, talora persino eccessivo – come quando difende i sacrifici umani in un fremito post-modernista ante litteram –, è pur sempre finalizzato alla definizione degli stessi come propedeutici all’evangelizzazione della vera fede. In altre parole i nativi non hanno altra scelta se non quella di diventare cristiani, per il semplice fatto che Las Casas non può neppure concepire l’idea che una mente razionale, anche dopo lunghe disquisizioni, possa rifiutarsi di amare Gesù il Cristo, come questi amava gli esseri umani. “Tutte le nazioni del mondo sono umane” e “la nostra religione cristiana è la medesima e può essere adattata a tutte le nazioni del mondo e da tutte essa riceve in ugual misura, e non sottrae a nessuna la loro sovranità, né le soggioga”, scrive. Allora come si può pensare di rifiutare un dono, quando non si chiede nulla in cambio, se non apprezzamento e valorizzazione? Di qui il suo maggiore cruccio: “Loro [gli indigeni] che arrivano a detestare Dio stesso poiché lo considerano la causa di tutti le loro disgrazie…a tal punto che deducono che i loro dèi erano migliori del nostro Dio, poiché questo procura loro tanto male”. Ciò detto, e tenendo conto del fatto che è pur sempre un uomo di Chiesa, è giusto elogiare la costanza e la lucidità con la quale il Nostro demolisce iconoclasticamente ogni motivo di vanto degli Spagnoli, incluso l’appellativo di “conquistadores”, a suo avviso “il più infame dei titoli, anche se loro lo considerano un grande onore”.

La reazione di chi doveva difendere i propri interessi socio-economici dall’assalto di chi li giudicava giuridicamente e moralmente illegittimi non poteva che essere brutale. Las Casas è stato accusato di essere uno strumento del demonio dall’Anónimo de Yucay nel 1571 che si è lamentato della sua nefasta influenza e degli scrupoli che ha fatto insorgere nell’animo dell’imperatore e nei teologi spagnoli. Una manipolazione certamente d’origine diabolica, “era una scaltra opera del diavolo convincere il mondo così repentinamente di un tale inganno”. L’esploratore e cosmografo Pedro Sarmiento de Gamboa, nel suo prologo alla Historia de los incas, spiega che il diavolo, avendo riconosciuto il declino del suo culto nelle Americhe, si era servito dei suoi stessi nemici, frati come Las Casas, per mettere in discussione le leggi e la sovranità spagnola nelle Indie. I Conquistadores sono strutturalmente incapaci di comprendere che esiste un modello di società cristiana ideale che è radicalmente differente rispetto a quello spagnolo. Ciò li spinge a svalutare tutto ciò che incontrano e a sovrastimare i loro capricci e le loro fissazioni. L’utopia di Gonzalo Fernández de Oviedo è emblematica della voragine che si era aperta tra l’uno e l’altro schieramento. Mentre Las Casas sottolinea la dignità e preziosità di tutte quelle espressioni della civiltà umana che non ostacolano la diffusione della rivelazione di Gesù il Cristo e patrocina l’abolizione dell’encomienda, Oviedo elabora la sua risposta alla domanda su come sia possibile far cambiare i nativi in modo da tramutarli nel tipo umano che dovrebbero essere. Ovviamente l’encomienda, una “nobile istituzione”, rappresenta l’architrave di questa risposta. Il problema vero è che non tutti sono degni di gestirla, non tutti lo sanno fare come si deve. Dovrebbe essere concessa in usufrutto esclusivamente a caballeros y personas de mucha hidalguía e noble sangre, perché Non potest arbor mala bonos fructus facere, l’albero cattivo non può dare buoni frutti. Ritorna dunque il motivo dell’associazione di sangue puro ed aristocratico e superiore intelletto e padronanza che dovrebbe formare una gerarchia indeformabile ed armoniosa, garante di un ordine assoluto, pacifico ed industrioso. Se il Consiglio delle Indie inviasse anche solo cento cavalieri del glorioso Ordine di Santiago, la riforma diventerebbe realtà immantinentemente.

 

Las Casas, Erasmo e Origene

Cristo costituisce le ricchezze dell’anima e pertanto lui stesso è la sua redenzione

Origene

Trovo assolutamente stupefacente che una persona così solerte ed avveduta nell’approfondimento sistematico e ragionato della questione indo-americana sia la stessa che, da vescovo del Chiapas, decise di scrivere al principe Filippo una lettera di questo tenore: “Credo che Dio mi illuminerà su come agire…Dio vuole che io ricominci a riempire i cieli e la terra di grida, di pianti e gemiti davanti a questa Corte e in questo mondo finché Lucifero non uscirà dalle Indie, poiché egli vi regna e vi detta legge più che quando questa gente viveva nel paganesimo più totale…Il mio unico desiderio è che Dio mi dia la forza necessaria”. Las Casas era profetico, mistico ed idealista ed al tempo stesso pratico e giudizioso. Non era un uomo di mezze misure e di temperamento contegnoso. Tutto questo lo rendeva un geniale innovatore, a tratti sovversivo, ma mai a sufficienza da divenire inviso ai vari sovrani ai quali si appellava. Non mi è parso che Las Casas abbia mai nominato quelli che sono i pensatori che lo hanno maggiormente ispirato, Erasmo da Rotterdam e Origene. Immagino che ciò sia da addebitarsi al fatto che entrambi erano presenze scomode nel pantheon intellettuale della Chiesa. L’origenismo non piaceva all’imperatore Giustiniano e la Chiesa post-costantiniana, col quinto concilio ecumenico di Costantinopoli, condannò gli origenisti (ma non Origene) per le loro influenze pitagoriche, platoniche e neo-platoniche. Ritengo tuttavia che sia assai probabile che Las Casas conoscesse piuttosto bene il loro pensiero e lo ammirasse. Infatti il Rinascimento vide un forte recupero dell’interesse per Origene, con la pubblicazione di numerose edizioni critiche delle sue opere. Ma anche se non avesse mai potuto leggere alcuno scritto originale, rimane pur sempre vero quel che sostiene Hans Urs von Balthasar in Geist und Feuer, ossia che “non c’è nessun pensatore della Chiesa che è così invisibilmente onnipresente quanto Origene”. Las Casas può aver assorbito l’origenismo da molte fonti. Erasmo non fu l’unico riformatore umanista ad esserne influenzato. Sono perciò indotto ad ipotizzare che il Nostro abbia cercato di applicare la loro lezione alla realtà americana e che alcune delle sue riflessioni più peculiari, dalla metafisica dell’anima al rifiuto di assolvere gli encomenderos indichino una chiara influenza in questo senso.

Le personalità e mentalità di Erasmo e di Bartolomé erano particolarmente congruenti. Erano entrambi spiriti liberi ed indomiti, appassionati, sensibili, cultori dell’amicizia, insofferenti alle gerarchie, responsabili, perseveranti, giusti, pacifisti, scettici nei confronti di rituali e osservanze meccaniche, contrari a divisioni e confini, e perciò critici del patriottismo e del nazionalismo e cosmopoliti; e ancora amanti dei classici, cristocentrici e sospettosi di ogni verbosa complicazione teologica che rischiasse di oscurare la parola del Cristo, impegnati ad estendere alle relazioni tra i popoli e le nazioni le virtù da lui indicate come primarie. Erasmo, come Las Casas, credeva che i dieci comandamenti fossero passati in secondo piano rispetto alle Beatitudini, che la politica dovesse essere subordinata alla morale insegnata nei Vangeli e che una teologia della pace sarebbe stata anche una teologia della liberazione, perché la pace presupponeva la fratellanza e la solidarietà, senza le quali sarebbe irrealistico pensare di poter essere liberi (Halkin 1988). Per tutti e due la Chiesa non era un’istituzione piramidale ma il corpo mistico del Cristo. Las Casas, nel prologo all’Historia, così lo descriveva: “un necessario e cattolico principio, vale a dire, che non c’è né c’è mai stata generazione, né stirpe, né popolo, né lingua, fra tutte le genti create…da cui – tanto più dopo l’Incarnazione e la Passione del Redentore – non si debba raccogliere e comporre quella gran moltitudine che nessuno può contare, che san Giovanni vide nel capitolo sette dell’Apocalisse, e che è il corpo mistico di Gesù e Chiesa, o uomo perfetto”.

Difficile immaginare che la teologia politica e l’antropologia filosofica di Las Casas, diciotto anni più giovane di Erasmo, non siano state influenzate dall’umanista olandese. Carlo V era nato a Gand (Gent), nelle Fiandre, e presso la sua corte Las Casas incontrò diversi influenti fiamminghi che lo presero in simpatia e continuarono a perorare la sua causa (Thomas, 1994). Tra questi, il cancelliere Jean le Sauvage, che era anche protettore di Erasmo ed aveva addirittura proposto quest’ultimo per un seggio vescovile in Sicilia ed il cappellano del cancelliere, Pierre Barbier, che fu indicato come vescovo (senza obbligo di residenza) della diocesi di Paria y Cumaná, proprio quella dove Las Casas aveva miseramente fallito la sua sperimentazione sociale.

È perciò abbastanza naturale che la sua famosa (o famigerata, per chi vi si opponeva) esortazione ad astenersi dall’assolvere gli oppressori come mezzo per liberare gli oppressi avesse un precedente illustre proprio in Erasmo che, nel trattato Querela Pacis (1517), invitava a non assolvere militari di professione morenti e a non seppellirli in terreno consacrato: “I preti consacrati a Dio non dovrebbero frequentare luoghi dove si fa la guerra, ma quelli dove la guerra ha termine”. Anche il pacifismo assennato di Las Casas aveva molto in comune con quello di Erasmo. Scriveva Las Casas nel Dell’unico modo: “è come un uragano e come un oceano, che tutto invade e distrugge. Essa apre la via alle azioni depravate, eccita odi e rancori. I poveri non hanno più nulla; i ricchi sono spodestati. Tutto si riempie di timore, le leggi sono abolite; ogni sentimento umano sparisce; non c’è più equità e religione; sacro e profano si confondono. Cos’è la guerra, se non un omicidio?…perdita delle anime, dei corpi e delle ricchezze”. Nell’Apología, un’avveduta condanna del calcolo utilitaristico nella deliberazione sulla giustezza di una guerra: “gli infedeli che commettano un crimine di questo genere, cioè a dire, che uccidano i bambini in sacrificio o li mangino, non vanno sempre combattuti con una guerra, sebbene sia in conformità ai compiti della Chiesa trovare dei rimedi che pongano fine a questo male; però, innanzitutto, occorre rifletterci bene, di modo che per impedire la morte di pochi innocenti non si causi quella di un’innumerevole moltitudine di persone che parimenti non lo meritano, non si distruggano interi regni, non s’infettino i loro animi con l’odio verso la religione cristiana e non desiderino mai più sentir parlare del nome del Cristo, né ascoltare la sua dottrina”.

In un’occasione il domenicano difese l’umanista olandese dall’accusa di essere un disfattista in odore di eresia. È forse uno dei pochi rapidi accenni dedicati a questa figura che si possono trovare negli scritti ufficiali di Las Casas, quasi certamente perché Erasmo, a quel tempo, era “persona non grata” nel dibattito teologico spagnolo. Va rilevata comunque la comune enfasi sulla natura pacifica dell’insegnamento del Nuovo Testamento, sull’essenzialità del libero arbitrio e sulla bontà della natura spirituale dell’umano. “Tutte queste universe ed infinite genti, di ogni genere, Dio le ha create semplici, senza malvagità né doppiezze, obbedientissime e fedelissime ai loro signor naturali ed ai cristiani che servono; più di ogni altre al mondo umili, pazienti, pacifiche e tranquille, aliene da risse e da baruffe, delitti e maldicenze, senza rancori, odi né desideri di vendetta” (Brevissima relazione della distruzione delle Indie). A questo io aggiungerei quella che sospetto sia un’identica passione per l’origenismo. Erasmo era un pensatore impregnato di origenismo; affermava che “una sola pagina di Origene mi insegna più filosofia cristiana che dieci di Agostino e trovo più compassione in una pagina di Origene che in dieci di Agostino” (Godin, 1982, pp. 684-685). Arrivò ad associare Origene, il suo autore di riferimento in molti campi del sapere – incluso il tema del libero arbitrio: Erasmo basa le sue riflessioni sul Peri Archon di Origene –, a Venere, dichiarandolo senza confronti, rappresentante per eccellenza di ciò che lui chiamava la saggezza della prisca vetustas, la più venerabile antichità.

Origene, che per H.U. von Balthasar, uno dei massimi teologi cattolici del secolo scorso, “resta il più geniale, il più grandioso interprete e amante della Parola di Dio” (cf. Franco 2005), insisteva sempre sulla bontà di Dio – che non può essere causa del male – e sulla libertà dell’uomo, che ha generato il male: “Dio non ha prodotto la malizia, ma una volta prodottasi per la scelta volontaria di coloro che hanno piegato dalla via retta, non ha voluto toglierla del tutto, prevedendo che, anche se inutile a quelli che se ne servivano, egli poteva renderla tuttavia utile a coloro contro i quali era esercitata” (Origene, cf. Franco, op. cit. p. 140). Come Erasmo e Las Casas, Origene non credeva alle crociate contro il Male, perché presupponeva che le cose dell’universo fossero ordinate in un certo modo da Dio, che aveva in mente la Salvezza della Creazione. “Dobbiamo evitare in tutti i modi che si trovi in noi il male; negli altri dobbiamo sforzarci di vincerlo, non di sopprimerlo, poiché anche quelli nei quali c’è il male apportano un concorso necessario al mondo. Niente è inutile, niente vano davanti a Dio, poiché egli si serve del buon proposito dell’uomo per il bene, e del proposito cattivo per ciò che è necessario”. Per Las Casas, come per Origene e Erasmo, il determinismo fatalista e pessimista, nonché misantropico, che aveva parzialmente condizionato l’evoluzione della dottrina cristiana era insostenibile. Per tutti e tre il vero grande maestro era Cristo, ma Socrate e i filosofi neo-platonici erano giunti molto vicini a certe verità basilari.

Concentrandosi ora sulle affinità tra Las Casas e Origene, queste si possono riscontrare già a livello antropologico. Origene dava immancabilmente la priorità ontologica all’anima sulla materialità del corpo perché la somiglianza con Dio (Genesi 1, 26) si spiega solo nella trascendenza, non certo nella mortalità fisica. Las Casas faceva lo stesso e traduceva questo principio in regole atte alla retta predicazione: “Lo spirito umano vuole essere persuaso e non costretto, in quanto ha in sé qualche cosa di elevato e di sublime che non sopporta ma si compiace di ciò che è rispettabile e virtuoso, perché lo ritiene in grado di confermare la propria dignità” (Dell’unico modo). Lassegue (1974) spiega che “Las Casas situa l’indio in un processo generale, in una marcia culturale dell’umanità. Più in là o più in qua: il luogo dell’indio secondo Las Casas è utopico, vale a dire che si tratta di un luogo proprio a nessuno e a tutti, luogo al quale l’umanità si vede spinta dal desiderio, dalla fame di felicità totale”.

Las Casas, almeno ufficialmente, non abbracciò mai l’apocatastasi origeniana – e di Clemente Alessandrino, Gregorio di Nissa e Giovanni Scoto Eriugena, cioè la credenza considerata eretica che la beatitudine diverrà realtà dopo l’avvenuta resurrezione del Cristo, quando l’aspirazione a ricongiungersi al Cristo e a Dio permetterà a tutte le anime, comprese quelle dannate, di raggiungere la meta e il giorno del giudizio i corpi fisici saranno trasformati in corpi spirituali. Una credenza che in pratica dichiara la funzione della Chiesa superflua, in contrasto con la massima “extra ecclesiam nulla salus”, ribadita dal Concilio di Trento. Tuttavia il Nostro poneva come unico limite temporale per la conversione il Giorno del Giudizio, opponendosi quindi alla smania convertitrice dei francescani fiamminghi – tra questi Pedro de Gande –, che avevano trasformato il battesimo in una catena di montaggio. Il domenicano non credeva che, senza battesimo, gli indios sarebbero stati automaticamente dannati. Abbiamo visto che mette in guardia gli Spagnoli dal credere di essere più benvoluti da Dio rispetto agli Indios. Dichiarava che non si sarebbe sorpreso di vedere quelle persone che erano state considerate subumane trovarsi in gran numero accanto a Dio. Contestando la validità del requerimiento, Las Casas lo descriveva come “un dileggiare la verità e la giustizia e vituperare la nostra religione cristiana e la pietà e carità di Gesù Cristo, che tanto aveva sofferto per la salvezza di queste genti; che non potendo fissare loro un limite di tempi per convertirsi a Cristo – poiché egli a nessuno lo fissò ma diede tutto il tempo che ci fu e c’è dal suo principio fino al giorno del giudizio – gli dicono di concedere non ad una particolare persona, ma ad ognuno tutto lo spazio della vita della vita per convertirsi, usando la libertà del libero arbitrio” (Historia).

Per Las Casas, come per Origene, la salvezza non era riservata a pochi e verteva sulla conoscenza consapevole del significato del messaggio cristiano e dell’amore di Dio. Non c’era invece salvezza in una fede sostenuta dalla paura di un dio vendicativo ed irascibile. Anche le anime degli indigeni americani, come ogni altra anima, erano cadute nel peccato per aver scelto di autoaffermarsi orgogliosamente, per essersi allontanate dal Bene. Ma per tutte valeva la parabola del Figliol Prodigo. “La fede consiste nel consenso che la volontà dà alle proposizioni che si credono, perché assentire è ciò che con proprietà si chiama credere” (Dell’unico modo). L’antropologia dei due pensatori cristiani era ottimistica perché, a differenza degli gnostici e di una parte della teologia cattolica e protestante, essi erano convinti che la volontà e l’amore divino compenetrano anche la sfera terrena, il livello materiale. Nulla di spirituale o materiale era separato da Dio e quindi – un punto al quale teneva molto Las Casas – la condizione dell’anima era strettamente legata a quella del corpo e vice versa. Un ulteriore corollario era che il diavolo non poteva essere un avversario indomabile condannato dalla sua natura ad indurre l’uomo in tentazione: il male si allontanava temporaneamente da Dio, ma non era una forza indipendente. Las Casas dedicava molto spazio alla figura del “Maligno” ed ai suoi poteri, specialmente nella Apologética Historia. Il diavolo non era solo ma veniva assistito dai suoi collaboratori con i quali rapiva gli esseri umani e li trasportava altrove, commetteva infanticidi, induceva comportamenti bestiali in certe persone predisposte, creava illusioni per ingannare i sensi umani, appariva in forma umana, ecc. Il suo obiettivo era quello di persuadere gli esseri umani ad agire contro la loro natura, cioè a scegliere un cammino che li avrebbe allontanati da Dio, e per farlo si serviva di riti e culti religiosi, cosicché l’inganno poteva amplificare esponenzialmente le scelleratezze umane. Tutte le attività demoniache erano implicitamente autorizzate da Dio, che aveva concesso all’intera creazione la libertà di errare e di indurre in errore. Satana ingannava e manipolava, ma non poteva violare il libero arbitrio, poteva solo influenzare le persone facendole sbagliare. “Non c’è bontà in ciò che non è libero”, scriveva Las Casas nel Dell’unico modo. L’uomo rimaneva libero di scegliere tra bene e male ma poteva scegliere il secondo scambiando una felicità mondana ed effimera per il Vero Bene. Era un travisamento, uno sviamento, come lo sono i sacrifici umani o i massacri in onore di Dio, ma non era un’adesione consapevole al Male. Non era il rifiuto della luce ma il classico equivoco tra lucciole e lanterne. Dunque non sarebbe stato irrimediabile, giacché nulla è irrimediabile. Dio è Bene ed Amore, come potrebbe creare qualcosa di malvagio? Da questo assunto di fondo s’ingenerava il relativismo culturale di Las Casas, che riusciva a tollerare gli errori dei nativi (cannibalismo, sodomia, idolatria, ecc.) perché li considerava episodi, parentesi in controcorrente lungo un percorso di evoluzione spirituale, prodotti di un consenso non-informato e disinformato, a sua volta figlio del libero arbitrio che era comunque una risorsa eccezionale: “poiché la libertà, un bene inestimabile, non si vende neppure a peso d’oro”. Nessun determinismo metafisico originario verso il male, ma un fuoco di attrazione che, dalla destinazione finale dell’umanità, s’impegnava ad attrarre le anime verso il Bene e l’Amore, lasciandole libere di rispondere al richiamo oppure no. L’anima non aveva perso la sua libertà con la caduta. Tutti erano ancora liberi di scegliere Dio o di non farlo. Qualcuno ci sarebbe arrivato prima di altri, seguendo percorsi meno tortuosi, altri ci avrebbero impiegato di più. Dio è alla fine del “nostro” tempo e ci chiama a lui, non è all’inizio a predeterminare le nostre mosse. Origene riteneva che anche i demoni potessero scegliere la via più diretta a Dio. Questo non è un problema che Las Casas si pone, perché si occupa soprattutto di questioni pratiche, non di metafisica. Ciò nonostante egli concorda con Origene nel dire che il principio di libertà unificava la realtà; ogni singola cosa nel mondo, organica o non-organica era libera fin dalla sua origine e solo l’intervento umano aveva determinato l’insorgere della proprietà privata o collettiva. Per entrambi a maggiore razionalità corrispondeva un grado maggiore di libertà ma, in un rapporto intimamente relazionale, ognuno era dotato di ciò che era necessario a redimersi, perché tutto l’esistente era buono nella sua relazione con l’essere e la volontà di Dio. La funzione pedagogica di Cristo risiedeva nel modello di vita che aveva offerto e nei suoi insegnamenti. Cristo era la Verità e perciò aveva già indicato tutti gli elementi necessari per la salvezza di ognuno, primo tra tutti il corretto uso del proprio libero arbitrio. Las Casas, come Origene, enfatizzava l’unità di volontà, mente e spirito. Il loro era uno strenuo attacco contro ogni tipo di determinismo. Grazia e libero arbitrio non si escludevano a vicenda e senza libertà non ci sarebbe speranza; la loro è incontrovertibilmente un’antropologia della speranza.

Un’altra premessa comune era che tutto ciò che Dio aveva creato aveva pari dignità, era uguale ai suoi occhi, con le stesse opportunità e potenziale. Tutti erano nati liberi ed uguali e in un rapporto diretto con Dio. Il libero arbitrio aveva fatto il resto, generando squilibri, disarmonie, divari e gerarchie. Per Origene il Logos si adattava molto bene alla mente ed alla vita dei singoli. Perciò non esisteva un’unica via che conduca a lui: qualcuna era più ottimale di altre, ma non sarebbe stato possibile saperlo in anticipo e si dovevano quindi considerare molte opzioni nella fede, poiché una di queste avrebbe potuto essere quella più giusta per la tal persona, quella che la portava più vicina alla verità divina. Las Casas non si spinse mai così lontano, ma sospetto il suo sentimento etico della vita e della politica lo avrebbe condotto necessariamente lì, in circostanze diverse. “Il suo essere cristiano si confonde con questo meravigliarsi dell’altro e si attua in base a codesto stupore. È, invece, nemico del rinchiudersi nella cecità dell’insensibilità” (Castillo, 1993, p. 12). Infine Origene prediligeva la cristianità dei piccoli gruppi, contrapposta alla campagna ed alla grande città. Similmente, i progetti di ingegneria sociale di Las Casas avevano l’obiettivo di costruire delle repubbliche indo-spagnole capaci di fondere le componenti più propizie e convenienti della vita di campagna (es. il senso comunitario) e di quella di città (es. ciò che al tempo si chiamava la “prudenza politica”), disfacendosi contemporaneamente di quelle più deteriori, come gli atavismi rurali e la frenesia acquisitiva delle metropoli (Mires, 1991).

In chiusura di capitolo, vorrei riportare due validissime considerazioni di due biografi latino-americani di Las Casas che secondo me hanno colto pienamente nel segno. Una è del teologo della liberazione Gustavo Gutiérrez, secondo il quale il rifiuto del Requerimiento da parte di Las Casas non era un anacronismo: “Las Casas è vissuto in quell’epoca, e perciò il suo ripudio non può essere più severo; e questo non perché egli precorra i tempi (elogio che piace allo spirito moderno) ma perché accetta le vecchie (e sempre nuove) esigenze evangeliche senza limiti e concessioni” (Gutiérrez, 1995, p. 163). Poi c’è l’osservazione di Fernando Mires che ritengo di importanza centrale: “L’attualità di Las Casas deriva anche dal suo tradizionalismo; egli era portatore e difensore di concetti antichi quanto la stessa società. Egli fu tradizionalista soprattutto perché nel mezzo della rivoluzione mercantile, per difendere l’indio, si trincerò sui valori più antichi, senza rinunciare alle nuove conoscenze culturali e scientifiche” (Mires, 1991, p. 184).

IL PARADISO RICONQUISTATO

Il cacicco [capo indigeno] dopo aver riflettuto un istante, domando al religioso se i cristiani andavano in cielo. Il religioso rispose di sì, ma che ci andavano quelli buoni. Il cacicco ribattè immediatamente che non era lì che voleva andare, ma piuttosto all’inferno, per non dover stare a contatto e vedere continuamente gente tanto crudele.

Bartolomé de las Casas, “Historia de las Índias”, vol. III

Io che ho cantato il giardino gioioso perduto per la disobbedienza di un solo uomo, canto ora il paradiso riconquistato per tutta l’umanità dalla tenace obbedienza di un solo uomo, messo alla prova fino in fondo da ogni tentazione; e il tentatore fallì in tutte le sue astuzie, sconfitto e respinto, e l’Eden sbocciò nello squallido deserto.

John Milton, “Il Paradiso Riconquistato”.

Las Casas fu un uomo eccellente quanto fu un pessimo cronista.

Il Nostro ammucchia idee e parole, apre parentesi senza chiuderle, non si cura della punteggiatura, come se fosse in preda ad un flusso di coscienza. L’urgenza della denuncia prende il sopravvento. Privilegia la quantità sulla qualità, a scapito della chiarezza, della coerenza, della precisione e della leggibilità. Ciò, oltre ad essere irritante e snervante per il lettore contemporaneo, lo ha esposto ad un continuo fuoco di critiche. Molte di queste sono però completamente immotivate, dettate da pregiudizio, ignoranza e malafede, più che da una sincera attenzione al suo pensiero. Per la stessa ragione, la sua figura, così centrale e così scomoda, è stata anche oscurata da un certo numero di equivoci e di dicerie senza fondamento, che non sarebbero sorte se avesse dedicato più tempo alla cura della concisione, della comprensibilità e della nitidezza argomentativa.

In questo capitolo finale, oltre a tirare le fila del discorso, possiamo provare a sfatare alcuni miti che lo circondano (Adorno, 1993). Il Sivigliano non fu mai un soldato: lo fu forse suo zio Francisco. Non possedette mai degli schiavi: l’attività familiare ad Hispaniola era di carattere commerciale. Non fu il primo prete del Nuovo Mondo: lo divenne a Roma, il 3 marzo 1507. Non fu l’iniziatore della tratta degli schiavi africani nel Nuovo Mondo: credeva, come molti, che fossero prigionieri di guerra giusta contro i mori e comunque re Ferdinando aveva già dato il via al commercio all’inizio del sedicesimo secolo. Non aggirò la censura inquisitoriale per pubblicare i suoi trattati. La sua Brevisima Relacion de la Destruccion de las Indias non fu immediatamente tradotta per creare la “Leggenda Nera” anti-spagnola, ma dovette attendere fino al 1578, quando fu tradotta per il mercato dei Paesi Bassi, allo scopo di servire da ammonimento e da sprone nella lotta per l’indipendenza dall’impero spagnolo. Il suo contributo alla stesura delle Nuove Leggi fu decisivo, grazie alla sua competenza giuridica, che si era conquistata grazie a due specializzazioni in diritto canonico all’Università di Salamanca. È falso che non abbia proposto un modello socio-economico alternativo a quello dello sfruttamento capitalistico delle colonie: le sue pressioni sull’iter legislativo servivano proprio a promuovere le due idee riformistiche, sebbene certe affinità con le elaborazioni dell’anarchismo cristiano posteriore (cf. Tolstoj, Ellul) tradiscono il carattere utopico di alcuni suoi progetti.

Las Casas è l’uomo del riscatto, il Giusto che salvaguarda la speranza in un’umanità possibile nel corso di una fase particolarmente atroce della storia della nostra civiltà. Non esito a paragonarlo a Dietrich Bonhoeffer e trovo sbalorditivo che sia ancora così relativamente poco noto.

Las Casas anticipò i fondamenti filosofico-teologici dei diritti umani ed in particolare i loro due capisaldi: la dignità della persona e l’universalità (Entre los remedios, 1542; De regia protestate, 1571). In quest’impresa concettuale e morale fu influenzato in modo decisivo da Francisco Vitoria e Domingo de Soto, entrambi educati all’università di Parigi. Ma li superò per lungimiranza, modernità ed impegno. L’idea di dignità dell’uomo era un lascito dell’umanesimo rinascimentale, una scuola di pensiero che si era fatta sentire, seppur flebilmente, fino a Salamanca. Lui la applicò nella realtà del Nuovo Mondo, laddove serviva, strappandola alla sfera delle idealità astratte. Le basi del suo approccio nonviolento furono quasi certamente erasmiane, per il tramite della corte di Carlo V e forse anche del frate Diego de Astudillo, insigne teologo e filosofo al prestigioso Collegio di San Gregorio di Valladolid. La sua importante condanna dei sofismi manipolativi contenuta nel De unico vocationis modo (1530), che proponeva come alternativa le argomentazioni ragionevoli, i buoni esempi, le testimonianza dirette ed il dialogo non il monologo, potrebbe aver risentito del modello socratico. Las Casas era però anche un ammiratore di Cicerone. Ovviamente, la sua massima fonte di ispirazione furono i Vangeli. Non nutriva alcun dubbio: se gli indios avessero compreso a fondo la grandezza del messaggio di Gesù il Cristo non avrebbero potuto astenersi dal metterlo in pratica. Il loro buon senso ed intelletto li avrebbero spinti a farlo. Era sufficiente salvaguardare lo ius communicationis, ovverosia il libero interscambio di beni e di idee, altro principio fondante delle moderne democrazie. Sempre nel De unico vocationis modo, Las Casas ripudia la guerra e la violenza coercitiva, stabilendo che una conversione rassomiglia d’appresso all’avvicinamento di uno studente alla scienza. I pensatori antichi più savi, come pure i santi ed i padri della chiesa, hanno sempre proclamato la necessità di impiegare le argomentazioni e non la forza. Questa era la posizione di Gesù, che non sentì mai il bisogno di distinguere tra diverse modalità di evangelizzazione. Questa ritengo sia la filosofia dominante del cattolicesimo liberale e sociale dei nostri giorni. A questo proposito, a mio avviso, vi sono due intuizioni lascasiane che precorrono i tempi in una misura quasi stupefacente. Il primo è un passaggio dell’Apología lascasiana: “Nessuno deve essere forzato ad abbracciare la fede; nessuno deve essere castigato per il suo fardello di vizi, a meno che non sia sedizioso o arrechi danno alle persone ed alle cose”. Questa formulazione fu reintrodotta nella filosofia politica occidentale – in maniera del tutto indipendente, a partire dal pensiero di John Locke (Due trattati sul governo, 1689), Samuel von Pufendorf (Sul dovere dell’uomo e del cittadino, 1682) e Thomas Jefferson (1743-1826) – dal filosofo britannico John Stuart Mill nel suo celebre “On Liberty”, nel 1859, ossia oltre trecento anni dopo. Altrettanto anticipatrice del pensiero liberale è la seguente intuizione contenuta nel De regia protestate: “L’autorità e la giurisdizione dei sovrani si applica esclusivamente per promuovere gli interessi collettivi del popolo, senza ostacolare ne pregiudicare la sua libertà”. Infine, in una lettera indirizzata a Bartolomé Carranza che risale al 1555, Las Casas formulò il principio che sarà poi alla base della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, no taxation without representation (sciopero fiscale senza un parlamento che difenda le nostre istanze): gli indigeni non sono tenuti a pagare le tasse alla monarchia spagnola senza il loro esplicito consenso [No serán obligados a pagar quintos o derechos a los Reyes de Castilla, si los reyes y los pueblos de las Indias no consintieren expresamente de su propia voluntad, en abdicar de sí y ceder todo el derecho que ellos tenían y se obligasen a pagar los dichos quintos a los Reyes de Castilla].

Il contrasto con la dottrina di Sepúlveda, che vede nella Conquista un benevolo atto emancipatorio che svincola l’indio dalla sua condizione selvaggia e nella violenza il giusto mezzo per castigare i nativi, colpevoli di essere sottosviluppati e non sufficientemente solerti nel farsi istruire al vivere civile, è a dir poco sconcertante. Sembra di assistere allo scontro tra due civiltà morali, antropologiche e  giuridiche inconciliabili, che si sono sviluppate parallelamente ma in direzioni opposte e, nella Disputa di Valladolid, hanno cercato di stabilire a chi spettasse l’egemonia sul suolo americano e forse sull’intero pianeta.

Per buona sorte degli indigeni, ma anche di noi tutti, Las Casas non fu lasciato solo. Oltre agli appoggi a corte e negli ambienti accademici, altri missionari si assunsero l’avvocatura dei popoli indigeni. Tra questi, meritano una menzione speciale Pedro de Córdoba, Antonio Montesinos, Bernardino de Sahagún e Vasco de Quiroga.

L’avanzata età non fiaccò la perseveranza ed abnegazione di Las Casas. Chi era presente alle sue “concioni” non ricordava segni di spossatezza nel tono della sua voce. Ma possiamo immaginare che, dopo aver assistito alle crudeltà ed ingiustizie del mondo e dei suoi compatrioti in particolare e dopo averle subite in prima persona, perseguitato come qualunque uomo con un sogno che oltrepassa la visione ristretta dei suoi contemporanei, questi segni attraversassero il suo volto. Non si perse però mai d’animo e continuò, finché ne ebbe la forza, a ricordare a chi aveva una coscienza e le dava ascolto, che gli indios dovevano essere soggetti della loro stessa vita e che l’intera impresa coloniale “è contro l’intenzione di Gesù Cristo e contro la forma di carità che nel suo Vangelo ci ha tanto raccomandata, e contraddice completamente, a ben guardare, tutta la sacra Scrittura” (Historia). Nel 1562, in un memorandum per il Consiglio delle Indie, rompendo ogni indugio, ribadiva con forza e schiettezza ciò che era andato dicendo per quarant’anni, con toni meno apodittici, ossia che: “I nativi delle Indie…hanno il diritto di condurre una giusta guerra contro di noi e di spazzarci via dalla faccia della terra. Questo diritto durerà fino al giorno del giudizio”.

Ciò non avvenne e, in verità, quando morì nel convento di Atocha a Madrid, si può tranquillamente dire che nessuna delle sue richieste e nessuno dei suoi desideri erano stati esauditi. Da un certo punto di vista la vita di Las Casas fu una lunga serie di fallimenti: a partire dalla colonia ideale nel Venezuela (1521), seguita dall’esperimento di evangelizzazione unicamente pacifica del Guatemala (1537-1552), che non fu all’altezza delle sue attese, lo svuotamento di senso delle Nuove Leggi nel 1545 – quando gli encomenderos misero assieme milioni di pesos per “massaggiare” la volontà monarchica – l’esperienza nel vescovato del Chiapas in quegli stessi anni – i coloni e una parte del clero si coalizzarono contro di lui per cacciarlo –, la battaglia scolastica con Sepulveda, che finì in una patta, ma soprattutto la mancata abolizione dell’encomienda. Furono invece i suoi libri ed il suo esempio a decretarne l’ingresso nella storia: i suoi ammiratori continuarono la lotta anche dopo la sua morte. La vittoria della guerra era stata solo posticipata, ma la sensibilizzazione degli ambienti intellettuali europei alla questione dei diritti naturali fu certamente di per sé un contributo magnifico e fruttuoso. Possiamo immaginare che forse il suo più grande rammarico fu quello di non aver saputo evitare la polarizzazione tra chi lo vedeva come il fumo negli occhi e chi aveva inteso il senso più profondo della sua missione, quella cioè di riaffermare che le verità evangeliche dovevano essere messe in pratica senza compromessi ed esitazioni, che non si potevano inventare cavilli e furbizie per aggirare il significato della testimonianza di Gesù il Cristo. Una parte della Chiesa del suo tempo – e possiamo sospettare una parte della Chiesa contemporanea – non accettò lezioni di moralità e coerenza da questo profeta indigenista. Ma la colonizzazione pacifica del Messico settentrionale e delle Filippine si compì anche e soprattutto grazie all’azione dei movimenti indigenisti che prendevano esempio da Las Casas. Inoltre fu in gran parte il disperato bisogno di fondi di Filippo II che portò ad un costante incremento della tassazione e all’abolizione di ogni esenzione, che impedì ai progetti lascasiani di trovare un maggior seguito. Ciò non toglie che fu anche grazie a lui ed a chi simpatizzava per la sua causa che nel 1597 Filippo II emanò un decreto che restituiva i tributi raccolti ingiustamente dagli indigeni filippini non-cristiani. Il decreto richiedeva un consenso volontario, non estorto, alla loro sottomissione alla Corona di Spagna. Così, tra i principi che guidarono la politica coloniale spagnola nel sedicesimo secolo, fecero la loro comparsa anche il consenso di chi è governato ed il potere legittimamente costituito. Non mi risulta che un’altra potenza coloniale abbia emulato la Spagna in questo. Solo la Spagna si fece degli scrupoli e s’interrogò sulla bontà delle sue iniziative.

Las Casas certamente esagerò le responsabilità umane nel genocidio indigeno e minimizzò o ignorò il ruolo delle pandemie e fece così un favore ai nemici della Spagna che enfatizzarono le devastazioni coloniali tralasciando la lotta per la giustizia ed i diritti umani, che fu invece scorrettamente qualificata dalle altre potenze imperialiste come lotta contro l’imperialismo spagnolo. Certamente lui fu tra i primi a capire ed affermare che solo un attacco radicale all’intero assetto coloniale avrebbe potuto interrompere il genocidio in corso, ma quest’etichettatura ha oscurato la grandezza del sivigliano, restringendo indebitamente il suo campo d’azione ed i suoi meriti, oltre che quelli della stessa Spagna, giacché in pratica la stessa società che produsse gli aguzzini allevò anche i paladini delle vittime. Negli anni Ottanta José Alcina Franch, uno dei grandi etnografi e storici del periodo precolombiano, descriveva l’attivismo di Las Casas come la lotta di un Davide contro il Golia dei poteri oligarchici di stampo feudale, una “lotta titanica di un uomo impegnato a cambiare la realtà del suo tempo utilizzando ogni mezzo disponibile…ma il cui pensiero era così precorritore dei tempi che solo ora lo stiamo raggiungendo. […]. Ancora oggi ci sono molte persone che non arrivano a comprenderlo. Come potevano comprenderlo i suoi contemporanei?” (Alcina Franch, 1985)

In una Suplicación a Filippo II del 1565 Las Casas, ormai vecchio e malato, ricapitolò la vocazione di una vita e ammonì la Spagna che se non avesse cambiato la sua condotta la giustizia divina sarebbe stata tutt’altro che benevola nei suoi confronti. La lessero al Consiglio delle Indie: “con questa supplica che presento a Sua Maestà al termine della mia vita…credo di aver assolto il ministero che Dio mi ha assegnato: porre rimedio alle tante ingiustizie commesse in così gran numero prima che intervenga il Giudizio. A causa della mia negligenza, ho tuttavia ottenuto pochi risultati e temo che Dio abbia motivo di castigarmi”. Una vita spesa predicando un Dio d’Amore e Comprensione, per poi cedere proprio alla fine alla tentazione del dio irascibile, vanesio e castigatore, che occhieggia persino in quello che doveva essere il suo testamento spirituale. Una robusta indicazione della forza coercitiva di consuetudini ed abiti mentali duri a morire. Ciò detto, il suo esempio può servire ancora a riscaldare i cuori e ad incoraggiare i giusti ad operare nel senso di una trasformazione epocale di almeno una parte della società e della coscienza umana. Una rivoluzione nonviolenta all’insegna della dignità, della pace, dell’empatia, della giustizia, della libertà e della spiritualità, perché non siamo automi preposti alla perpetuazione di una Cultura, di un Genoma o di una Moda, ma essere umani con una pluralità di identità, attributi ed interessi e con un destino cosmico ancora in gran parte inesplorato.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., La etica en la conquista de América, Corpus Hispanorum de Pace, 25, Madrid 1984, 95.

Rolena Adorno, “The politics of publication: Bartolomé de las Casas The Devastation of the Indies”, In «New West Indian Guide/ Nieuwe West-Indische Gids » 67 (3/4) (1993), pp.285-292.

José Alcina Franch, Bartolomé de las Casas; obra indigenista, Alianza Ed., Madrid 1985.

Philippe-Ignace André-Vincent, Bartolomé de las Casas, prophète du Nouveau Monde, Tallandier, Paris 1980.

Adolph F. Bandelier, Traditions of Precolumbian Landings on the Western Coast of South America, in «American Anthropologist» 7(2) (1905), pp. 250-270.

Marcel Bataillon, André Saint-Lu (a cura di), Las Casas et la défense des Indiens Gallimard-Julliard, Paris, 1973.

Mauricio Beuchot, Los fundamentos de los derechos humanos en Bartolomé de Las Casas, Anthropos, Barcelona 1994

Nestor Capdevila, Las Casas : une politique de l’humanité : l’homme et l’empire de la foi, Editions du Cerf, Paris, 1998.

Aldo Andrea Cassi. Ultramar : l’invenzione europea del nuovo mondo  Laterza, Roma ; Bari 2007.

Carlos Castillo, Bartolomé de las Casas : un itinerario cristiano, Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole (FI) 1993.

Daniel Castro, Another Face of Empire: Bartolomé de Las Casas,. Indigenous Rights, and Ecclesiastical Imperialism. Durham: Duke. University Press, 2007

Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996.

Inga Clendinnen The cost of courage in Aztec society: essays on Mesoamerican society and culture, New York: Cambridge University Press, 2010.

Jean-Pierre Dedieu, L’administration de la foi, Casa de Velázquez, Madrid, 1992.

Jean Delumeau, La paura in Occidente: secoli 14.-18. La città assediata, Società Editrice Internazionale, Torino 1979.

Saverio Di Liso (a cura di), La controversia sugli indios. Bartolomé de Las Casas, Juan Ginés de Sepúlveda, Pagina, Bari 2007.

Francesco Franco, La passione dell’amore: l’ermeneutica cristiana di Balthasar e Origene, EDB, Bologna 2005.

Raimond Gaita, Good and Evil: An Absolute Conception Macmillan, London 1991.

Raimond Gaita, A Common Humanity; Thinking about Love & Truth & Justice, Routledge, London and New York 2000.

Maurizio Giretti Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, Mondadori, Milano 2007

Giuliano Gliozzi, Adamo ed il Nuovo Mondo, La Nuova Italia, Firenze, 1977.

Giuliano Ghiozzi, Le teorie della razza nell’età moderna, Loescher, Torino 1986.

Giuliano Gliozzi Differenze e uguaglianza nella cultura europea moderna : scritti 1966-1991, Vivarium, Napoli 1993.

André Godin, Érasme lecteur d’Origène, Droz librairie, Genève 1982.

Diego,Gracia Guillén, “Judaismo, medicina y mentalidad inquisitorial en la España del siglo XVI”, in Angel Alcalá (a cura di), Inquisición española y mentalidad inquisitorial, Ariel, Barcelona 1984, pp. 328-352.

Francesco Guicciardini, La storia d’Italia, Salani, Firenze, 1963.

Aaron Gurevich, The origins of European individualism, Blackwell, Oxford; Cambridge, Mass 1995.

Gustavo Gutiérrez, Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo: il pensiero di Bartolomé de Las Casas. Queriniana, Brescia 1995.

Léon Ernest, Halkin, Erasme: sa pensée et son comportement, Variorum Reprints, London 1988.

Lewis Hanke. Aristotle and the American Indians: A Study in Race Prejudice in the Modern World. Henry Regnery Company, Chicago1959.

Lewis Hanke, All mankind is one: a study of the disputation between Bartolomé de Las Casas and Juan Ginés de Sepulveda in 1550 on the intellectual and religious capacity of the American Indians, Northern Illinois university press, DeKalb, Ill., 1974.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma; Bari 2003 [1837].

Stephenie Hendricks, Divine Destruction: Wise Use, Dominion Theology, and the Making of American Environmental Policy, Melville House, Hoboken, NJ 2005.

Nicholas Hudson, From “nation” to “race”: The origin of racial classification in 18th-century thought, «Eighteenth-century studies», 29(3) (1996), pp.247-264.

Reginaldo Iannarone, La scoperta dellAmerica e la prima difesa degli Indios, ESD, Bologna 1992.

Francesca Cantù, Le scoperte di Cristoforo Colombo nei testi di Bartolomeo de Las Casas, 2 voll., Istituto poligrafico e zecca dello stato, Roma 1993

Furio Jesi L’accusa del sangue: la macchina mitologica antisemita, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

Henry Kamen, The Spanish Inquisition: a historical revision, Yale University Press, New Haven and London, 1997.

George Kateb, Human Dignity, Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 2011.

Charles. F. Keyes, E. Valentine Daniel (a cura di), Karma. An Anthropological Inquiry: University of California Press, Berkeley 1983.

Bartolomé de Las Casas, Obras Completas, Aliança Editorial, Madrid 1988-1992.

Bartolomé de Las Casas, Obras escogidas, Atlas, Madrid1957-1961.

Bartolomé de Las Casas e Francisco Fernández Buey. Cristianismo y defensa del indio americano. Los Libros de la Catarata, Madrid 1999.

Juan Bautista Lassègue, La larga marcha de Las Casas, Centro de Estudios y Publicaciones, Lima, 1974.

Angel Losada, Fray Bartolome de Las Casas a la luz de la moderna critica historica, Editorial Tecnos, Madrid 1970.

Marianne Mahn-Lot, Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indiani, Jaca book, Milano 1985.

Mario Marchiori, Il puma ed il condor: miti e leggende delle Ande e della Terra del Fuoco, Edizioni San Paolo, Milano 1999.

Giacomo Martina, Pio IX, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma, 1985

Fernando Mires, In nome della croce : dibattito teologico-politico sull’olocausto degli indios nel periodo della conquista La piccola editrice, Celleno (VT), 1991.

Friedrich W. Nietzsche, La volontà di potenza, Newton Compton, Roma 1984.

Anthony Pagden La caduta dell’uomo naturale : l’indiano d’America e le origini dell’etnologia comparata, Einaudi, Torino 1989.

Hellen Rand, Parish, Las Casas en México. Historia y obra desconocidas, Fondo de Cultura Económica, México 1992.

John Leddy Phelan, The millennial kingdom of the Franciscans in the New World, University of California Press, Berkeley 1970.

Ramón Menendez Pidal, El padre Las Casas. Su doble personalìdad, Espasa-Calpe, Madrid 1963.

Augusto Placanica, Segni dei tempi. Il modello apocalittico nella tradizione occidentale. Marsilio, Venezia 1990

Adriano Prosperi, America e Apocalisse. Note sullaconquista spiritualedel Nuovo Mondo, «Critica Storica» 13 (1976), pp. 1-61.

Juan Pablo Martín Rodrigues, Bartolomé de las Casas, A Pena contra a Espada. Tesi di master in “Teoria della Letteratura”, Recife, Universidade Federal de Pernambuco 2006.

Roger Ruston, Human Rights and the Image of God, SCM Press, London 2004.

Frank Salomon, Stuart B. Schwartz, “New Peoples and new kinds of people: adaptation, readjustment, and ethnogenesis in South American indigenous societies (colonial era)”, in Frank Salomon, Stuart B. Schwartz The Cambridge History of the Native Peoples of the Americas. Cambridge University Press, Cambridge 1999, pp.443-501

Rubén A. Sánchez-Godoy, Mercancía, gentes pacíficas y plaga: Bartolomé de las Casas y los orígenes del pensamiento abolicionista en el atlántico ibérico, tesi di dottorato, Faculty of Arts and Sciences, University of Pittsburgh 2009.

Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Einaudi, Torino 2002.

Barbara Spinelli, L’Apocalisse maschera del potere, La Stampa, 28 giugno 2009.

Francesco Surdich, Verso il Nuovo Mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dellAmerica, Giunti, Firenze 2002

James H. Sweet, The Iberian Roots of American Racist Thought, in «William and Mary Quarterly», 54 (1997), 143-166.

Werner Thomas, Misioneros flamencos en América Latina, in «Espacio, Tiempo y Forma» 7 (1994), pp. 451-478.

Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, Torino 1992

Tzvetan Todorov, Georges Baudot (a cura di), Racconti aztechi della conquista, Einaudi, Torino 1988.

Giuseppe Tosi, Bartolomé de Las Casas, in Jura Gentium V (2009), 1 http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/rights/profiles/lascasas/ (15 gennaio 2011)

David M. Traboulay, Columbus and Las Casas: the Conquest and Christianization of America, 1492-1566, University Press of America, Inc., Maryland 1994.

Victor W. Von Hagen, Gli imperi del deserto nel Perù precolombiano, Newton Compton, Roma 1977.

Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992.

LESSICO

José de Acosta (1539–1600). Missionario e cronista gesuita. Pioniere dell’antropologia.

Pedro de Alvarado y Contreras (1485?-1541). Conquistador e governatore del Guatemala.

Pietro Martire d’Anghiera (1457–1526). Storico di origini italiane.

Miguel de los Arcos (1482-1564). Teologo domenicano.

Domingo de Betanzos (1480–1549). Missionario dominicano.

Giovanni Botero (1544–1617). Filosofo italiano.

Antonio de la Calancha (1584–1684). Religioso agostiniano e pioniere dell’antropologia.

Tommaso Campanella (1568–1639). Domenicano calabrese, filosofo e letterato. Autore dell’opera utopica intitolata “La Città del Sole”.

Bartolomé Carranza (1503–1576). Arcivescovo domenicano di Toledo.

Bernal Díaz del Castillo (1492–1584). Esploratore, conquistador, cronista.

Pedro Cieza de Leon (1512–1554). Cronista e storico del Perù.

Francisco Jiménez de Cisneros (1436–1517). Politico, cardinale, missionario, promotore di crociate. Una delle figure chiave della fase iniziale dell’imperialismo spagnolo.

Consiglio delle Indie. Consiglio della Corona di Spagna per l’amministrazione dei possedimenti d’oltremare.

Diego de Covarrubias (1512–1577). Giurista della scuola di Salamanca.

Giovanni (Joan) Antonio Cumis (1537-1618). Gesuita calabrese.

Encomienda, o repartimiento. Sinonimi, indicano la prassi della spartizione dei nativi, assegnati a diversi generi di corvée a seconda delle loro attitudini.

Francisco Falcòn (1521-1587). Procuratore dei nativi del Perù.

Pedro de Gante (Pieter van der Moere) (1480–1572). Missionario francescano di origini fiamminghe.

Alberico Gentili (1552–1608). Giurista protestante italiano.

Francisco López de Gómara (1511–1566). Storico, apologeta del conquistador Hernán Cortés.

Francesco Guicciardini 1483–1540). Scrittore, storiografo e filosofo politico.

Diego de Landa (1524-1579). Vescovo francescano dello Yucatán.

Juan de Matienzo (1520-1579). Giudice coloniale e membro della prima Real Audencia del Nuovo Mondo.

Fernando Vázquez de Menchaca (1512-1569). Giurista ed umanista spagnolo.

Antonio de Montesinos (1475-1540). Missionario dominicano. Primo avvocato della causa indigena.

Toribio de Benavente, detto Motolinía (1482-1568). Missionario francescano, uno dei primi 12 a giungere in Messico.

Joan Anello Oliva (1574–1642). Gesuita napoletano.

Tomás Ortiz (? -1538). Vescovo dominicano.

Gonzalo Fernández de Oviedo (1476–1557). Storico e naturalista.

Alberto Pio (1475-1530). Principe di Carpi, umanista e mecenate. Nipote di Giovanni Pico della Mirandola.

Samuel von Pufendorf (1632-1694). Giurista e filosofo tedesco.

Vasco de Quiroga (1470?–1565). Giudice e primo vescovo di Michoacán (Messico).

Real Audencia. Alta corte di giustizia.

Reducciones. istituzione gesuita. comunità di lavoro e preghiera. In casi estremi, come a Maní, centri di concentramento della popolazione indigena, che poteva essere più facilmente sorvegliata e castigata in queste città “carcerarie”.

Matteo Ricci (1552–1610). Missionario gesuita in Cina. Matematico, cartografo ed esploratore del Celeste Impero.

Palacios Rubios (1450–1524). Giurista spagnolo autore del requerimiento, un’ingiunzione di sottomissione che doveva essere letta agli indigeni per legalizzare il loro assoggettamento.

Bernardino de Sahagún (1499-1590). Missionario francescano. Pioniere dell’antropologia.

Francisco Cervantes de Salazar (1514?–1575). Letterato, uno dei primi accademici in Messico.

Juan de Solórzano y Pereyra (1575-1655). Giurista spagnolo.

Domingo de Soto (1494-1560). Teologo domenicano. Confessore di Carlo V e suo rappresentante al Concilio di Trento.

Francisco de Toledo (1516-1582). Vicerè del Perù dal 1569 ed il 1581.

Miguel Cabello de Valboa (1535-1608). Mercenario prima, missionario agostiniano in Sudamerica poi.

Blasco Nùñez de Vela (1490–18 gennaio 1546). Esploratore e primo vicerè del Perù.

Alonso de la Veracruz (1507-1584). Giurista e filosofo. Allievo di Francisco de Vitoria.

Francisco de Vitoria (1486-1546). Teologo dominicano. Uno dei padri del diritto internazionale.

“Contro i miti etnici” – un libro “preveggente” ed in offerta speciale (-20%) per i lettori del blog

Seguimi su FACEBOOK e nel gruppo FB “Contro i Miti Etnici”

Preveggente e lucido – (modestia a parte ;o)

Nelle annotazioni precisate che siete lettori del blog di Stefano Fait ed otterrete lo sconto (offerta valida fino al 31 agosto):
http://www.raetia.com/index.php?id=522&no_cache=1&lang=it&title=CONTRO%20I%20MITI%20ETNICI

Stefano Fait/Mauro Fattor
CONTRO I MITI ETNICI
Alla ricerca di un Alto Adige diverso

Osservandolo dall’esterno, l’Alto Adige appare una realtà molto particolare. Nel mezzo dello spettacolare scenario delle Dolomiti, due, anzi tre culture condividono un piccolo fazzoletto di terra, parlano tre lingue diverse e costituiscono un ponte tra nord e sud. Un’immagine che purtroppo, per ragioni storiche, non rispecchia la realtà. Stefano Fait e Mauro Fattor ritraggono l’Alto Adige da una prospettiva esterna e, (pur essendo) consapevoli del contesto storico mostrano che la “Matrix sudtirolese” si basa su principi troppo chiusi e rigidi, spesso interpretati erroneamente. Volk/popolo, Heimat/patria, Kultur/cultura sono concetti da ridefinire per il futuro di questa regione. Secondo gli autori, il presupposto per una pacifica convivenza è andare oltre il culturalismo.

Un’analisi corrosiva e spietata degli idoli e dei miti etnici che frenano la società sudtirolese e non solo. Dall’ideologia del Bergbauer/contadino al dispotismo degli idoli identitari, il libro è il tentativo di mettere a nudo la retorica della patria e del “tempo degli eroi” attraverso il filtro di un’analisi rigorosa che tocca sociologia, antropologia, politica, storia, filosofia.

Premio Itas 2011

del Libro di Montagna

 

SEGNALATO

dalla Giuria

 

59° Trentofilmfestival Montagna Esplorazione Avventura

 

 

 

 

Voci correlate al libro

“Se Fattor e Fait sono due utopisti, sono anche sufficientemente realisti da sapere che la distruzione del paradigma etnico è solo un lato della medaglia. Per questo non si limitano alla demolizione del mito etnico, ma anche a smontare la falsa consapevolezza che deriva dal rendere reale una costruzione sociale.”
Günther Pallaver

 

“È a questa Europa di minoranze in cammino e di identità mutabili che dovremmo affidare il futuro della nostra bella terra. Orgogliosi dell’autogoverno ma al tempo stesso responsabili nel costruire.”
Michele Nardelli

 

Eco della stampa

In Sudtirolo si scrive molto di Sudtirolo. Monografie e saggi di carattere politico e storico, talvolta assai ben documentati, non mancano. Con un piccolo, significativo, difetto. Una riflessione su questa terra pensata e redatta in lingua italiana stenta a decollare, oppure è consegnata alla fugacità di interventi giornalistici che non consentono il necessario approfondimento. Contrastando in modo programmatico questa tendenza, il volume “Contro i miti etnici”, uscito per l’attivissima casa editrice “Raetia” di Bolzano, colma questa lacuna e propone un punto di vista critico sul “modello Südtirol” con il quale è senz’altro utile confrontarsi. Il saggio, utilizzando un linguaggio accessibile a tutti e risultando con ciò comprensibile anche a chi non sia particolarmente esperto di problematiche locali, lancia la sua provocazione e vuol far discutere: decostruire le mitologie che innervano e condizionano un discorso pubblico tuttora impostato sulla prevalenza dei gruppi, proponendo – in opposizione – il senso di una progettualità più vicina alle esigenze degli individui.
Corriere dell’Alto Adige

Il volume di Fait e Fattor è un atto di accusa contro il “doping identitario” della politica locale. (…) Il libro è tanto un saggio quanto un pamphlet.
Alto Adige

Il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione.
Corriere dell’Alto Adige, Gabriele di Luca

Stefano Fait und Mauro Fattor analysieren die ethnischen Mythen und versuchen die Mechanismen und Beweggründe hinter der patriotischen Rhetorik freizulegen.
Der Brixner

Quello di Fait e Fattor è un coraggioso tentativo di rendere fruibile ad un pubblico di non addetti ai lavori, quello che nasce come uno studio di natura sociale ed antropologica della società altoatesina.
dislivelli, Daniela Zecca

Un libro fondamentale, assolutamente da leggere, forse il testo più “vero” e doloroso mai scritto sull’Alto Adige.
Reinhard Christanell, franzmagazine

INTRODUZIONE

“Vi hanno detto che senza le radici non si costruisce il futuro, che senza un’identità collettiva la vita non ha senso, che l’atto di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici è un’offesa a ciascuno di voi, prima ancora che a Dio, che ognuno dovrebbe essere orgoglioso della propria patria/Heimat ed è tenuto ad amare la propria lingua. Tutto questo lo si deve fare a prescindere. Un po’ come le Tavole della Legge donate da Geova a Mosè sul Sinai: “Io sono il Signore, tuo Dio… Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine… Non ti prostrerai davanti a quelle cose…ecc.” I Comandamenti sono stati debitamente aggiornati e la loro osservanza è dovuta. È curioso che l’unico animale terrestre nato per essere libero abbia trascorso la sua storia escogitando ogni possibile mezzo e metodo per ingabbiarsi. Eppure, per noi umani, non esiste a questo mondo nulla di inevitabile, tranne la morte. Geni, ambienti familiari, culture, lingue, estrazione sociale, ecc. non programmano la nostra esistenza. È estremamente facile provarlo…”
CONTINUA QUI

So di una persona che non ha letto un singolo libro in 5 anni (avendo l’opportunità di farlo)

Si dice: l’importante non è il numero di libri che uno legge, ma la qualità delle letture e il livello di comprensione delle medesime. Ma se non hai letto neppure un libro in 5 anni quanti libri puoi aver capito in quel lasso di tempo?

Ai miei occhi, la “colpa” di questa persona non è quella di essere ignorante, è quella di rifiutarsi di vedere la sua/nostra ignoranza come un problema di importanza capitale. Eppure se siamo messi come siamo messi, se continuiamo a lamentarci, impotenti, senza sapere da dove cominciare a porre rimedio a quel che non va, se ci affidiamo anima e corpo a dei “tecnici” e ci mettiamo i paraocchi, per non vedere che non hanno a cuore il nostro interesse, è proprio per la nostra ignoranza e la nostra pretesa di non esserlo, o che comunque non sia un problema così grave.

I libri, i libri migliori, i libri capiti, quelli che fanno pensare, quelli che rendono più profondo il nostro modo di rapportarci alla realtà ed agli altri sono la base che ci serve per percepire la realtà in modo meno superficiale. La comprensione della realtà è una faccenda corale e, siccome nessuno può pretendere di essere circondato da persone lucidissime, i libri, certi libri, sono un fondamentale ausilio. In questo senso i libri sono altre persone che ti parlano e bruciare un libro è come sopprimere una voce, non leggerlo è come ignorare quel che ti dice un’altra persona.

È chiaro che nella cacofonia del mondo uno cerca di filtrare le voci che lo circondano, ma certe voci vanno ascoltate (certi libri vanno letti) perché rappresentano l’unica maniera che ci rimane per poter vivere e morire dignitosamente in una fase storica estremamente complicata, estremamente menzognera, estremamente pericolosa.

QUELLO CHE MI È STATO INSEGNATO/HO IMPARATO

Le forze che percepiamo come “oscure” non sono malvagie, sono solo ignoranti e istituiscono sistemi sociali ignoranti perché è così che credono di dover operare. In questo senso, noi ne facciamo parte a pieno titolo, anche se esiste in noi un anelito a qualcosa di diverso rispetto ad una vita basata sulla paura, che non onora le altre vite, una vita che depreda le altre vite e che opacizza il sapere, lo tabuizza, lo censura, lo sopprime.

È una misera condizione quella di chi teme la conoscenza, perché ha paura di essere messo in discussione, di disgregarsi psichicamente e forse anche fisicamente.

Il fatto è che la conoscenza è davvero potere. La conoscenza è l’unica difesa di cui abbiamo bisogno. Più uno sa o, per meglio dire, più uno restringe l’abisso di ignoranza in cui si trova, minori saranno la paura e la sofferenza; ci sarà anche meno stress, meno angoscia, minori pericoli. Poiché la conoscenza non ha limiti, il suo valore è infinito e quindi seguire la strada della conoscenza significa emanciparsi dalle limitazioni che ci impediscono di amare il prossimo come noi stessi, di realizzare un’autentica empatia.

Ne consegue che l’illuminazione proviene dalla conoscenza. Se uno si sforza incessantemente di espandere la conoscenza si munisce di una protezione contro ciò che di negativo avviene nel mondo. Non vuol dire che si immunizzerà o diventerà indistruttibile, ma semplicemente diventerà più consapevole di che cosa serva a difendersi. Per la persona che si informa, che cerca di vedere la realtà obiettivamente, questa protezione diventa una seconda natura. L’ignorante, al contrario, è come una pagliuzza nel vento, un albero bloccato dalle sue radici mentre il fronte dell’incendio si avvicina, o un bimbo che si sente colpevole delle violenze che subisce.

In una prospettiva esoterica “sorprendentemente” conforme alle finalità di istituzioni come l’UNESCO (ad esempio), aggiungere conoscenza significa aggiungere sostanza al proprio essere, aggiungere tutto ciò che è desiderabile. La luce è conoscenza, conoscenza al centro di tutto ciò che esiste e quindi fornisce protezione da ogni genere di negatività. Non è l’amore a salvarci o redimerci, ma la conoscenza. L’amore l’accompagna e presumo che nessuno di noi sappia cosa veramente sia questo Amore (agape).

Chi fallisce nella sua cerca del Graal in realtà non sta cercando conoscenza, è impelagato ad un certo punto del suo progresso, in una certa ossessione. L’ossessione non è conoscenza, è stagnazione. Chi si fissa su una cosa chiude la porta alla conoscenza, interrompe la sua crescita, la maturazione della sua coscienza, del suo ego, verso l’individuazione (cf. Jung), ossia l’interdipendenza. Quando si è ossessionati la protezione si deteriora e ci si espone ad ogni genere di difficoltà.

I libri, i libri migliori, i libri ben compresi ci proteggono.

Giro giro tondo, casca il mondo – l’Apocalisse e il segreto delle cattedrali gotiche

Nulla esiste finché non è misurato.

Niels Bohr, Nobel 1922.

Un elettrone è una potenzialità immateriale finché non viene osservato.

Max Born, Nobel 1954.

Se non sono disturbati dall’osservatore, gli elettroni non sono cose, non esistono nello spazio e nel tempo, la loro esistenza è meramente potenziale. Emergono in una condizione di esistenza reale ma provvisoria nell’atto di misurazione che è quindi un atto creativo.

Erwin Schrödinger, Nobel 1933.

Per ciò che riguarda le particelle che costituiscono la materia, non sembra esserci alcuno scopo nel considerarle come composte di qualche materiale. Sono, in un certo senso, pura forma, nient’altro che forma; ciò che si manifesta di volta in volta in osservazioni successive è questa forma, non uno specifico frammento di materia.

Erwin Schrödinger, Nobel 1933.

Le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica.

Werner Heisenberg, Nobel 1932.

La gente pensa sempre che, quando si dice “realtà”, si sta parlando di qualcosa di chiaramente noto a tutti, mentre invece per me il più importante e più arduo compito del nostro tempo è lavorare alla costruzione di una nuova idea di realtà.

Wolfgang Pauli, Nobel 1945, lettera a Markus Fierz, 1948.

Gli elementi costitutivi del mondo fisico sono quelli che chiamiamo eventi. Un evento non persiste e non si sposta come un pezzo di materia tradizionale: esiste semplicemente per un suo breve attimo e poi cessa.

Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”.

Se si era inizialmente creduto che nel corso del progresso delle scienze tutto ciò che è ‘trascendentale’ sarebbe stato progressivamente soppresso, perché in ultima analisi si poteva ricondurre tutto ad una spiegazione razionale, si dovette poi ammettere che il mondo materiale che per noi è così tangibile, si dimostra invece sempre più simile ad apparenza e si dissolve in una realtà che non è fatta di cose e di materia, ma di forme che predominano. [...] La fisica quantistica ci ha confermato ancora una volta che la nostra esperienza scientifica, la nostra conoscenza del mondo, non rappresenta la realtà ultima ed intrinseca, qualunque significato si voglia attribuire a queste espressioni.

Hans-Peter Dürr, fisico nucleare e quantistico tedesco, 1986.

Ora sappiamo che l’immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà. Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è perlopiù vuoto [...]. Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva della materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore.

Christian De Duve, biochimico belga, Nobel per la medicina nel 1974 (2002).

Se l’universo è vivo, le emozioni possono avere un significato cosmologico.

Shimon Malin, fisico teorico, Colgate University, 2012.

Questo lungo saggio è in realtà un prontuario per chi sospetta che l’apocalisse (“Rivelazione”/”Disvelamento”) sia prima di tutto un’opportunità e sia catastrofica solo per chi non vede al di là del proprio naso. Il testo è un’analisi di un certo filone della tradizione ermetica in cui s’innesta sorprendentemente bene l’Interpretazione di Copenaghen della fisica quantistica. In teoria, a tempo debito, il lettore avveduto dovrebbe essere in grado di mettere a frutto ciò che ho illustrato, che rappresenta comunque solo una rozzissima, necessariamente parziale ed insoddisfacente interpretazione di un aspetto della realtà.

N.B. L’ermetismo può essere benigno o maligno, per questo bisogna cercare di conoscerlo.

Per Fulcanelli (1972) la cattedrale è un capolavoro d’art goth, ossia “d’argot”. Perché argot? Argot è “il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno”. Possiamo decodificare questo linguaggio ermetico? Forse almeno in parte. In molti hanno già contribuito al disvelamento. L’esoterismo delle cattedrali medievali è stato già indagato da insigni studiosi come Otto von Simson e Paul Frankl, due storici dell’arte tedeschi naturalizzati americani, e da Emile Mâle, storico dell’arte francese e membro dell’Académie Française, tutti e tre affascinati dall’influenza dell’ermetismo neo-pitagorico e neo-platonico sulle armonie architettoniche di quei magnifici edifici, inestricabilmente legata all’idea di un ordine morale ideale. Chi scrive si augura di integrare quanto è già stato detto, lasciando a chi verrà in seguito il compito di proseguire l’opera.

Per arrivare a comprendere il codice gotico è necessario calarsi nei panni di persone che avevano una concezione spirituale della vita e vedevano la cattedrale come l’immagine della città divina, la Gerusalemme celeste. La struttura delle cattedrali rispecchia le leggi divine esemplificate dalle forme platoniche e dalle armonie orfico-pitagoriche: idee perfette, eterne, incorruttibili esistenti in un universo soprasensibile e quindi non percepibile dall’essere umano in condizioni normali, prima della morte. Nel mondo terreno, la matematica, la musica, la luce (i colori) e l’architettura sono emanazioni di questa dimensione iperuranica.

La scuola di Chartres era particolarmente imbevuta di nozioni pitagoriche e neoplatoniche, specialmente attraverso la sintesi di Boezio (Masi, 1983). Enorme fu l’influenza del Timeo di Platone – il protagonista dell’omonimo dialogo è un pitagorico –, ma anche di Marziano Capella, Macrobio, Porfirio, Simplicio, Cassiodoro, Dionigi l’Aeropagita, Isidoro di Siviglia, Clemente Alessandrino, Vitruvio, Giamblico e, naturalmente, Plotino e Pitagora. L’essenza del messaggio che ne trassero fu che l’umanità si faceva distrarre eccessivamente dalle tentazioni materiali, allontanandosi sempre più da Dio. Per rettificare questa cattiva inclinazione era indispensabile coltivare la frugalità ed impiegare le chiese come anticipazione del Regno di Dio e come tramite fra umano e divino. La cattedrale gotica era “musica divina congelata”, così concepita in ossequio al misticismo numerico e geometrico dei suoi architetti che, per la verità non era universalmente condiviso: il Duomo di Milano, ad esempio, fu costruito senza dedicare una particolare attenzione ai calcoli esoterici, alle “misure del cosmo”.

Invece gli “inventori” del gotico furono tre amici: il vescovo Enrico di Sens, l’abate Sugerio di Saint-Denis e il vescovo Goffredo di Lèves, a Chartres. Erano accomunati dalla medesima ispirazione spirituale e culturale. Per loro, come per molti loro epigoni, la cattedrale gotica rimandava alla Città Celeste dell’Apocalisse, al Tempio di Salomone, alla scala di Giacobbe che congiunge la terra e il mondo ultraterreno, all’Arca di Noè che ha salvato e salverà l’umanità alla fine dei tempi, al cosmo nel suo complesso (Harries, 1977).

Non ci fu forse mai una vera e propria cesura con il passato. Chartres sorse su un edificio pagano preesistente che era stato adattato per ospitare la prima basilica cristiana. È Giulio Cesare a dirci che la città era la capitale del culto druidico gallico e meta di solenni pellegrinaggi. Gli assunti ontologici fondamentali non pare siano cambiati poi troppo, nei secoli. “Lo spazio sacro cristiano permetteva una penetrazione delle realtà metafisiche nel mondo profano, proprio come avevano fatto gli spazi sacri dell’antichità. Durante il periodo dell’intenso interesse di Newton per il significato dei templi antichi, i suoi contemporanei discutevano se si poteva dare un’interpretazione simile anche degli antichi monumenti britannici” (Dobbs, 2002, p. 125).

La luce rivestiva un ruolo fondamentale in questa sacralizzazione dello spazio e del tempo, giacché “tutte le creature sono “luci” che con la loro esistenza testimoniano la luce divina e in tal modo mettono in grado l’intelletto umano di percepirla” (Simson, 2008, p.63). La storica dell’arte americana Christiane Joost-Gaugier ha descritto il suo impiego nelle cattedrali (ma lo stesso discorso può essere applicato anche ai templi megalitici celtici): “la luce del sole illumina lo spazio sottostante, simile a una caverna; in tal modo la luce abbagliante del mondo superiore facilita l’ascesa dell’anima, che può ricevere la verità e la conoscenza” (Joost-Gaugier, 2008, p. 283). Un’immagine che ci rinvia al mito della caverna platonica. La stessa funzione spettava alla geometria, anch’essa incaricata di condurre l’anima alla verità, attraverso la presa di coscienza del principio delle concordanze e delle contrarietà che si equilibrano vicendevolmente nell’ordine armonioso del cosmo. Joost-Gaugier chiarisce che, per gli architetti di quelle opere, i numeri non erano freddi, erano una forma dinamica di energia che esercitava un decisivo impatto sulla vita e la morte dei singoli e della comunità. Sugerio era entusiasta della catarsi prodotta in lui dalla “sua” chiesa. Il credente era trasportato da un piano inferiore ad un piano superiore, un “Regno Celeste” che lui chiamava anche “la Fonte della Sapienza”. Lo storico francese Georges Duby spiega che al cuore di St. Denis c’è un’idea potente, eterna, di derivazione spiccatamente plotiniana: “Dio è luce. Ciascuna creatura partecipa a questa luce iniziale, non-creata e creatrice. Ciascuna creatura riceve e trasmette l’illuminazione divina in accordo con la sua capacità, cioè a dire, secondo l’ordine in cui è collocata nella scala degli esseri…scaturito da un irraggiamento, l’universo è uno zampillio luminoso che discende a cascata…Un legame d’amore bagna tutto il mondo, visibile ed invisibile” (de La Roncière & Attard-Maraninchi, 2001, p. 55)

Il carattere iniziatico delle cattedrali è indiscutibile (Scott, 2003; Stephenson, 2009), ma l’opera che, a mio parere, ha saputo meglio interpretare questo spirito dell’epoca è quella di von Simson – “La cattedrale gotica: il concetto medievale di ordine” –, ammiratissima da Jacques Maritain. Un lavoro che mostra come la cattedrale gotica fosse intesa a rappresentare la realtà sovrannaturale: “il medioevo viveva alla presenza del soprannaturale, che imprimeva il suo suggello su ogni aspetto della vita umana. Il santuario era la soglia d’accesso al cielo. Nell’ammirare la sua perfezione architettonica l’emozione religiosa oscurava l’esperienza estetica dell’osservatore. Non accadeva diversamente ai costruttori della cattedrale” (Simson, 2008, p. 5). In un’epoca di visioni, l’abate Suger asseriva di aver progettato St. Denis in base ad una visione celeste, dove le armonie percepibili dai sensi rinviano a quelle che gli eletti potranno vivere da beati nel regno dei cieli, dove sussiste un parallelismo tra creazione e redenzione e tra il cosmo e il Cristo, come Verbo incarnato e archetipo dell’Uomo come centro dell’universo (Simson, ibidem).

In sintesi, l’ipotesi esplorata in questo saggio è che le cattedrali siano effettivamente degli edifici concepiti per fungere da costellazioni di archetipi, ausili che permettono di innescare un qualche tipo di processo nella mente dell’iniziato, mentre lascerebbero indifferente il visitatore occasionale. La traccia analitica potrà sembrare labirintica – come in ogni percorso iniziatico – ma il lettore accorto, dopo un lungo e speranzoso tragitto, noterà una luce in fondo al tunnel e, inaspettatamente, si accorgerà di trovarsi in prossimità della meta.

Adamo ed Eva

I suoi discepoli dissero, “Quando ci apparirai, e quando tornerai a visitarci?” Gesù disse, “Quando vi spoglierete senza vergognarvi, e metterete i vostri abiti sotto i piedi come bambini e li distruggerete, allora vedrete il figlio di colui che vive e non avrete timore.”

Vangelo di Tommaso, 37

Il racconto biblico di Adamo ed Eva è un mito ed i miti rivelano motivi archetipici, ossia profonde verità sulla condizione umana che spesso, nella nostra quotidianità, ci sfuggono.

Cerchiamo di capire come una parte dell’umanità – il racconto biblico trova numerose corrispondenze nell’area medio-orientale e mediterranea (cf. Pandora) – ha immaginato la condizione umana prima della Caduta. Questo ci sarà d’aiuto quando si tratterà di capire lo scopo ultimo di certi simbolismi inseriti non certo casualmente nelle cattedrali.

Enkidu, un’importante figura mitologica sumera, era un uomo coperto di peli e capelli lunghissimi, che viveva fuori dalla cerchia delle mura di Uruk e “brucava l’erba insieme con le gazzelle, si affollava con le bestie selvatiche alle pozze d’acqua e gioiva in compagnia degli animali” (Campbell, 1992). Un giorno fu scorto da un giovane cacciatore che si rivolse al re di Uruk, Gilgamesh, per chiedergli come doveva comportarsi con lui. Gilgamesh lo consigliò di portare con sé una prostituta del tempio e presentarla a quest’Uomo Selvaggio in tutta la sua nuda bellezza: “Sarà tentato, cederà alle sue grazie e da quel momento in poi gli animali lo eviteranno”. Così fece il cacciatore ed Enkidu, proprio come l’Adamo biblico, “mangiò la mela”: “Per sei giorni e sei notti Enkidu giacque con la donna del tempio, dopodiché ritornò fra gli animali. Ma questi lo fuggirono ed Enkidu se ne stupì. Il suo corpo era indolenzito, le ginocchia si piegavano – egli non era più come prima e non poteva raggiungere gli animali” (Campbell, ibid.). Ad Enkidu non rimase che rassegnarsi alla sua nuova condizione e cercare rifugio all’interno della città, finendo per diventare il migliore amico e consigliere del re Gilgamesh. Adamo è ricollegabile al sumero Adapa, grande saggio che perse l’opportunità di diventare immortale perché si fidò del dio Enki, creatore dell’uomo e sostenitore della tesi che la morte è una componente fondamentale dell’esperienza umana. Allo stesso modo, Gilgamesh non riesce a conquistare l’immortalità per via di un serpente che gliela ruba.

È forse da una libera interpretazione di questi miti che nasce la narrazione della cacciata dal Paradiso Terrestre. Tuttavia, se prendiamo in esame più attentamente la narrazione biblica scopriamo che essa è simbolicamente e semanticamente molto più feconda. Vi propongo un’interpretazione che deve molto al magnifico John Milton, al critico letterario statunitense Stanley Fish (1967), al filosofo francese Jean-Marc Rouvière (Rouvière, 2009) e al filosofo statunitense George Kateb (2006).

Nell’Eden Adamo è fuori della storia, vive nell’armonia perché nulla gli è d’ostacolo, nulla gli impedisce di essere e di mantenersi nella sua condizione originale e permanente. Non è in divenire, ma è pienamente in atto. È eternamente gioioso, ammira l’Eden com’è, non come un fenomeno, infatti non vi è separazione tra soggetto ed oggetto, manca la soggettività della nostra coscienza. La sua percezione del reale non passa attraverso il mondo fenomenico, quello dei sensi. È come se non avesse un corpo, come se non fosse incarnato. Infatti, poco prima di cacciarli, “l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì” (Genesi: 3, 21).

Prima di avere i “vestiti di pelle” e prima di aver mangiato la mela, non si rendevano neppure conto di essere nudi. È la carne che ci situa temporalmente e spazialmente, che forma il mondo attorno a noi. Inizialmente Adamo ed Eva non erano nudi, è la Caduta che comporta determinazioni sessuali, culturali, sociali e dunque morali. Adamo non conosce il bene e il male perché è in comunione con Dio, con la Verità, non sa cosa significa distanziarsi da essa e dover discernere il vero dal falso e il bene dal male. È fuori dalla sfera etica perché è completamente immerso nel vero, nella purezza e nell’innocenza.

Adamo è però comunque libero e consapevole: gli è concessa la scelta di non servire Dio come suo giardiniere. È lui ad accettare il suo ruolo: nomina tutte le cose e gli animali, accoglie la presenza di Eva come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma rifiuta la proibizione di mangiare la mela; diritto, questo, che gli era pienamente concesso. Adamo è un uomo disinteressato e privo di vanità, fino al momento in cui cede alla tentazione. Come vedremo, il tema della tentazione è la chiave di lettura del simbolo del labirinto. Adamo fa il bene perché contempla incessantemente il bello in una dimensione in cui predestinazione e libertà sono identiche. Il serpente tenta lui ed Eva promettendo loro che diventeranno come Dio: una promessa ridicola, dato che il serpente stesso non l’ha certo attuata.

Caduta significa che Adamo ed Eva accettano l’auto-centramento (soggettivizzazione: io prima di tutto il resto!) e quindi il distanziamento da Dio, la fine della comunità con Dio e con gli animali e la natura tutta. Non è solo una brama di sensualità fine a se stessa: la coppia aveva a disposizione tutto l’Eden, incluso l’Albero della Vita Eterna, che fino ad allora non gli era stato negato, e viveva in una condizione di perfetta letizia. Essendo in comunione con Dio, non mancava nulla, tranne lo status di dio. Senza il serpente tentatore non si sarebbero mai neppure accorti di una “mancanza” a cui sopperire.

Fu dunque un atto di sfida, di orgoglio, che emulava quello del serpente stesso, un angelo caduto che era perfettamente consapevole della risibilità della sua promessa, ma si compiacque di trascinare nell’abisso gli innocenti: “Amo Dio ma gli preferisco me stesso. Il suo ordine mi sta bene, ma preferisco essere io a gestirlo, perché non mi fido del tutto di lui. Mi fido più di me stesso. Posso fare meglio di lui, se mi doto di una conoscenza assoluta e di una vita eterna. Posso prendere il suo posto”.

Adamo non riesce a lasciare che il cosmo proceda per suo proprio conto, vuole intervenire. Così facendo, invece di liberarsi, s’imprigiona. Così facendo entra nella storia, nel tempo, nel decadimento e morte, nella sofferenza, nel travaglio, perde l’innocenza, la sua prospettiva morale diventa soggettiva: allontanato dalla Verità, non sa più cosa sia giusto fare, vive in una perenne tensione tra il bene che dovrebbe fare ed il male che fa. I suoi stessi figli commetteranno il primo omicidio, un fratricidio.

L’aspetto interessante della questione è che l’esilio non trasferisce la coppia primigenia altrove. Essa rimane nei paraggi: è infatti necessaria la presenza di un angelo con la spada fiammeggiante per tenerla lontana. L’Eden è sulla Terra, come credeva anche Cristoforo Colombo, tra i tanti. Qualcosa prima impediva ad Adamo ed Eva di rendersi conto del mondo “esterno”. Ora qualcos’altro impedisce loro di rientrare nel Giardino. È come se Adamo ed Eva non vedessero più quel che vedevano prima, come se usassero occhi diversi. Forse si trovavano ancora nello stesso posto, nell’Eden, ma non lo vedevano più come prima, come un Paradiso Terrestre. Dal momento in cui avevano scelto di autocentrarsi, invece di vivere in comunione con il divino, la loro prospettiva si era ristretta drasticamente, come un’automutilazione, come una lobotomizzazione. Se avessero abbandonato questa prospettiva egocentrica forse sarebbero stati come gatti nella notte, ed avrebbero visto che l’Eden era ancora a portata di mano. Ma il pomo, invece di renderli più consapevoli, li aveva resi meno consapevoli, tagliati fuori dalla comunicazione con Dio, isolati dalla Verità e dall’Amore, condannati al divenire del tempo.

La Caduta

Gesú gli rispose e disse: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?». Gesú rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

Giovanni 3, 3-5.

La Caduta è la caduta nell’ego, nel soggettivismo, è la caduta di Narciso, che proietta se stesso nella natura e fa in modo che essa si conformi ai suoi desideri. Non solo Adamo ed Eva non si fidano del loro padre, ma non si scomodano neppure di chiedergli le ragioni della sua proibizione, che non era neppure troppo ingenerosa. Genesi spiega che «l’Eterno Iddio diede all’uomo questo comandamento: “Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai”» (Genesi 2, 16-17). Adamo può fare ciò che vuole nel Giardino, Dio si limita ad ammonirlo: attento, se mangi di quell’albero perderai tutto ciò che hai. Eva risponde al Serpente che la proibizione è motivata, non è un capriccio: “Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire” (Genesi 3:3). Però non sembra aver colto il senso di questa motivazione, a causa della sua inesperta innocenza. Così il serpente la inganna: “No, non morrete affatto” (Genesi 3:4). L’errore di Eva è dunque quello di fidarsi più di uno sconosciuto e delle sue promesse che di suo padre, che pure l’ha collocata in un Paradiso. Perché assumersi un tale rischio? Se ha ragione Dio la disobbedienza equivale alla morte. Chi vorrebbe giocarsi tutto prendendo per buone le parole di un essere inferiore, per di più affidato alla propria custodia?

Eppure il Serpente conquista la preda con l’esca della Conoscenza del Bene e del Male: “Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male” (Genesi 3:5)]. Quale disillusione ne è conseguita. La presunta conoscenza empirica del bene e del male non ha impedito a nessuno, neppure ai due progenitori, di compiere il male: Eva ha tentato Adamo e tradito la fiducia di Dio, Caino ha ucciso Abele. Pare che, a partire da quel fatale boccone, l’umanità abbia sempre, sostanzialmente, compiuto i propri interessi egoistici razionalizzando il male che commetteva, forse proprio come il Serpente.

L’umanità perde la vita eterna, l’accesso diretto alla Verità, l’innocenza e la pace. Davvero un pessimo affare! Prima della tentazione regnava l’armonia tra Adamo ed Eva e nei rapporti con la natura e gli animali in generale. Sapevano spontaneamente tutto quel che era indispensabile per una vita ideale. Non vedevano nulla che fosse falso o malvagio, perché vivevano nella verità. Dopo la tentazione si vergognano di essere nudi come gli altri animali, cercano di nascondersi da Dio pur sapendo che è onnisciente ed onnipresente, temono la voce di Dio, che pure non si era risparmiato per renderli felici, senza chiedere nulla in cambio salvo di non mangiare un singolo frutto. Adamo denuncia all’istante la compagna, scaricando infantilmente le sue responsabilità per il misfatto: “La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero, e io n’ho mangiato” (Genesi 3:12). Eva non è da meno: “Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato” (Genesi 3:13).

Il Serpente, che già non doveva passarsela troppo bene se trascorreva il suo tempo cercando di manipolare il prossimo, perse l’uso degli arti e la posizione eretta: «Allora l’Eterno Iddio disse al serpente: “Perché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita”» (Genesi 3:14). La pace e l’armonia lasciarono il posto al conflitto, ai dissidi, alla violenza: “E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno” (Genesi 3:15).

La caduta comporta l’ingresso nel tempo, nel divenire, nella durata, memoria ed anticipazione. Segna anche la perdita di facoltà sovrumane e della nobiltà d’animo. Adamo era un superuomo, dava un nome agli animali e comunicava con loro, era il giardiniere dell’Eden, il suo amministratore, ma non approfittava mai delle sue prerogative e poteri. Tutto questo ha fine. Il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male si rivela essere un simbolo di restrizione della conoscenza. Il principio archetipico femminile si allea con la parte sbagliata e, contrariamente a quel che si attendeva, perde gran parte della conoscenza e del potere perché, come pare ovvio a noi, in retrospettiva: credere che tutta la conoscenza possa provenire da un’unica fonte è un abbaglio autodistruttivo, contraddice la realtà, allontana dalla Verità ed imprigiona in un labirinto di illusioni ingannevoli, preparando la strada alla nostra rovina.

Non è però una condanna definitiva, non tutto è perduto. Gesù ha assicurato che ritornerà a giudicare i vivi e i morti e a restaurare l’Eden, il Regno di Dio. Così, per John Milton, Maria è la seconda Eva. Infatti, nell’arte medievale che decora le cattedrali gotiche, spesso Maria ed Eva sono fisicamente identiche: Ave Maria è l’inversione di Eva. Come Gesù riscatta l’errore di Adamo, Maria riscatta quello di Eva.

Perché la Caduta/Cacciata?

Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

Lettera di Giacomo

Di norma, quando uno cade, cerca di capire perché sia caduto, in modo da evitare di commettere lo stesso errore e risparmiarsi le dolorose conseguenze. Come Fulcanelli, sono dell’opinione che le cattedrali gotiche fossero dei libri aperti che avevano la funzione di istruire i discenti principalmente in questa materia: dove abbiamo sbagliato, come possiamo rimediare.

Al tempo della caduta Adamo ed Eva sono completamente inesperti, privi di infanzia, di educazione, di esperienza. Sono innocenti e puri come bambini. Per Ireneo Adamo era, metaforicamente, un infante. Dio dice ad Adamo che può mangiare tutti i frutti che vuole ma non quelli dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché ciò lo condannerà a morte. Adamo non poteva capire il significato di bene e male, perché la sua comunanza con Dio forniva risposte immediate ai suoi interrogativi. Il serpente tentatore spiega ad Eva che mangiando il frutto proibito i suoi occhi si apriranno e sarà in grado di ottenere la facoltà divina di distinguere tra bene e male, ma non è chiaro come Eva possa capire quale sia la posta in gioco, visto che non ha alcuna conoscenza dei termini della questione. Dunque cosa la spi