Senti il popolo cantare? (Les Misérables)

LesMisBarricade

Sono contrario alla violenza, poiché è meno efficace e molto più ingestibile, imprevedibile, discriminatoria e strumentalizzabile della disobbedienza civile (quel “sangue dei martiri che annaffia i prati della Francia” sa tanto di necrofilia fascista). Ma il film era splendido e questo finale rincuorava.

SENTI IL POPOLO CANTARE?

Senti il popolo cantare,
che canta la canzone degli uomini infuriati?
E’ la musica delle persone che non saranno mai più schiave!
Quando il battito del tuo cuore
fa riecheggiare il battito dei tamburi
c’è una vita che sta per avere inizio quando arriva il domani!

Ti unirai alla nostra crociata?
Chi sarà forte e si ergerà con me?
Al di là della barricata,
c’è un mondo che brami di vedere?

Allora unisciti alla lotta che ti darà il diritto di essere libero!

Senti il popolo cantare,
che canta la canzone degli uomini infuriati?
E’ la musica di delle persone che non saranno mai più schiave!
Quando il battito del tuo cuore
fa riecheggiare il battito dei tamburi
c’è una vita che sta per avere inizio quando arriva il domani!

Darai tutto ciò che puoi dare
così che la nostra bandiera possa avanzare?
Alcuni cadranno e alcuni vivranno,
ti alzerai e coglierai la tua occasione?
Il sangue dei martiri annaffierà i prati della Francia!

Senti il popolo cantare,
che canta la canzone degli uomini infuriati?
E’ la musica di delle persone che non saranno mai più schiave!
Quando il battito del tuo cuore
fa riecheggiare il battito dei tamburi
c’è una vita che sta per avere inizio quando arriva il domani!

Sonmi-451 e Thomas Sankara – quando finzione e realtà riecheggiano

 

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La preghiera di Sonmi~451 (2144)

Archivista “Ricordati non è un interrogatorio, né un processo, la tua versione della verità è ciò che conta”

Sonmi~451 “La verità è singolare, le sue versioni sono non-verità”

Archivista “Qual è il primo catechismo?”

Sonmi~451 “Onora il tuo consumatore”

Yoona~939 “Io non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi”

Sonmi~451 “La nostra vita non è nostra, da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”

Sonmi~451 “Puoi mantenere il potere sulle persone finché dai loro qualcosa, deruba un uomo di ogni cosa e quell’uomo non sarà più in tuo potere”

Hae-Joo Chang “Spesso la sopravvivenza richiede coraggio”

Sonmi~451 “Ma io sono solo la servente di una mangeria, non sono stata genomata per alterare la realtà”

Generale An-kor Apis “Nessun rivoluzionario lo è mai stato”

Sonmi~451 “Non importa se siamo nati in una vasca o in un grembo, siamo tutti purosangue. Dobbiamo tutti combattere, e se necessario morire, per insegnare alle persone la verità”

Sonmi~451 “Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo.

Archivista “Nella tua rivelazione hai parlato delle conseguenze della vita di un individuo che si spandono per tutta l’eternità. Questo vuol dire che credi in una vita nell’aldilà, nel paradiso e nell’inferno?”

Sonmi~451 “Io credo che la morte sia solo una porta, quando essa si chiude, un’altra si apre. Se tenessi a immaginare un paradiso, io immaginerei una porta che si apre e dietro di essa, lo troverei lì, ad attendermi”

Archivista “Se posso fare un’ultima domanda, dovevi sapere che la rivolta dell’unione sarebbe fallita”

Sonmi~451 “Si”

Archivista “E perché hai accettato di farlo?”

Sonmi~451 “E’ questo che il generale Apis mi aveva chiesto”

Archivista “Cosa, di essere giustiziata?”

Sonmi~451 “Se io fossi rimasta invisibile, la verità sarebbe stata nascosta, non lo potevo permettere.”

Archivista “E se nessuno credesse a questa verità?”

Sonmi~451 “Qualcuno ci crede già”

A Nuova Seoul (Nea So Copros), l’ingegneria genetica viene impiegata per produrre cloni inseriti in caste inferiori, con uno status morale inferiore. Possono essere oggetto di abuso senza che ciò sia sanzionato, ma sia i cloni sia i consumatori (“purosangue”) sono all’oscuro del destino di questi servitori: dopo un prematuro pensionamento dopo 12 anni di servaggio, sono uccisi e trasformati in cibo per cloni (sedato per intontire i servitori in modo che non si mettano in testa strane idee) e tessuti organici per fabbricare altri cloni.

Coesistono tre caste: la “razza padrona”, i servitori e i consumatori, che hanno il dovere costituzionale di consumare una certa somma, calcolata in funzione del loro status sociale, e di obbedire alle direttive della tirannia che li domina. I consumatori cercano solo apatia spirituale, comfort e gratificazioni fisiche. Sono distinguibili dai cloni che li servono per il fatto di possedere dalla nascita un microchip sull’indice, mentre i servitori hanno un collare che li può uccidere se disobbediscono.

Con il passare del tempo le distinzioni di classe e di casta hanno perso il loro carattere arbitrario, artificiale, fittizio per acquistare una vita propria, una certa naturalità e quindi ineluttabilità: “le cose stanno così perché è giusto e normale che sia così”.

Questo è il “progresso” che conduce alla Caduta e ad un mondo post-apocalittico.

Gattaca

Di sviluppi del genere se ne discute da anni negli ambienti della bioetica (si veda anche Gattaca):

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/leugenetica-e-un-complotto-scientista.html

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/06/ethical-aspects-of-genetic-engineering-and-biotechnology/

o “In Time”

In-Time

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/01/in-time-occupy-hollywood-e-la-lotta-di-classe-del-terzo-millennio/

È un avvelenamento progressivo dell’umanità e del mondo, che si perpetua a causa di una popolazione sedata dal consumismo, dalla propaganda che filtra l’informazione che può essere comunicata e dall’ignoranza che ne consegue. È l’oblio della realtà che conserva strutture di potere tossiche e, nel lungo periodo, autodistruttive. Un potere predatorio, cannibalistico, che si sostiene grazie alla sua capacità di definire una narrazione univocamente vantaggiosa, che colonizza le menti delle masse e razze subordinate, predicando una supposta superiore condizione esistenziale, naturale, intellettuale e morale della casta dirigente che giustifica lo status quo.

Questi colonialisti, veri e propri conquistadores, sono cannibali, consumano ciò che li circonda per sostentarsi ed espandere la loro fonte di reddito e potere. Il potere, in particolare, va mantenuto ed esteso, a spese di tutti gli altri ed a qualunque costo, in una frenetica scalata della piramide sociale e naturale che dovrebbe dare un senso ad esistenze ossessionate dalla bramosia insaziabile, una fame inestinguibile, e dalla paura di decadere, di trovarsi sempre più parassiti sul groppone e sempre meno vittime da vampirizzare. Una splendida illustrazione del circolo vizioso che rappresenta la condanna esistenziale degli psicopatici/sociopatici: così terribili eppure così tragicamente prigionieri della loro natura.

Vyvyan Ayrs, ultra-nietzscheano ode una sinfonia in un sogno di un mondo futuristico in cui tutte le cameriere di un locale sotterraneo sono identiche ed ogni giorno ripetono gli stessi gesti e le stesse frasi per accogliere i clienti. La vuole riprodurre per affermare la propria grandezza e come tributo al suo “prezioso Nietzsche”:

E sapete voi che cosa é per me il mondo? Devo mostrarvelo nel mio specchio? Questo mondo é un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, che non diventa né più piccola né più grande, che non si consuma, ma solo si trasforma, che nella sua totalità é una grandezza invariabile [...] Questo mio mondo dionisiaco che si crea eternamente, che distrugge eternamente se stesso, questo mondo misterioso di voluttà ancipiti, questo mio al di là del bene e del male, senza scopo, a meno che non ci sia uno scopo nella felicità del ciclo senza volontà, a meno che un anello non dimostri buona volontà verso di sé, per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più forti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza e nient’altro! (F. Nietzsche, La volontà di potenza)

Non è il possesso del potere che produce piacere ma l’incessante ricerca di più potere. Non serve dire che questa brama senza fine è una prigionia. Se questo incremento di potenza non ce lo possiamo garantire da noi stessi, ci legheremo sempre più strettamente alla fazione più promettente. Il che spiega come, nel corso della loro vita, molti militanti di un colore politico sono passati a quello opposto: per loro l’ideologia è solo un pretesto, un mezzo per accumulare potenza. Se il partito o movimento che hanno abbandonato tornasse in auge si riavvicinerebbero in breve. Anche la lealtà o slealtà rispetto ad una particolare azienda o nazione segue le stesse logiche (es. si osservi la parabola del sionismo, una causa che era di “sinistra”/“progressista” solo un paio di generazioni addietro).

La ribellione di Sonmi-451 apparentemente fallisce. Viene catturata, interrogata, giustiziata. Migliaia, milioni di altri ribelli come lei sono stati inghiottiti dall’oblio, il loro eroismo si è dimostrato inutile: una goccia in un oceano, appunto. Però gli esseri umani sono tanti, sono come gli spermatozoi, se mi si passa il parallelo non particolarmente elegante. Basta che uno solo riesca a far arrivare il messaggio a destinazione che qualcosa di prodigioso si manifesta (la vita, la libertà).

Se ci pensiamo, è un po’ il fato di Thomas Sankara, martire della dignità e libertà africana, tornato improvvisamente in auge nell’Europa oppressa dai dogmi neoliberisti e dagli attacchi degli speculatori e delle agenzie di rating (chi l’avrebbe mai detto?):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/05/thomas-sankara-e-il-terzo-mondo-europeo-piigs/

http://mauropoggi.wordpress.com/2013/01/20/thomas-sankara-un-documentario-e-un-appello/

o quello di Joel Olson, docente ed attivista morto prematuramente, poco dopo aver realizzato un’analisi che è stata poi fatta circolare viralmente sulla rete, specialmente tra gli indignati:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/16/la-democrazia-bianca-e-la-nostra-prigione/

Questi esempi valorizzano e comprovano il contenuto di verità di Cloud Atlas: un messaggio di valore universale resisterà al tempo e riaffiorerà carsicamente al momento giusto, anche in un altro luogo del mondo: laddove ci sia chi ne ha bisogno.

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Il messaggio di Sonmi-451 ce la fa a sopravvivere: è così autentico, vibrante, pregnante, universale, rivoluzionario, da lasciare scossi alcuni dei guardiani del sistema tirannico di Nuova Seoul (Nea So Copros). Non servirà a salvare la civiltà umana del ventiduesimo secolo, ma darà speranza ai superstiti nei secoli seguenti e la speranza è un bene di valore inestimabile quando si conduce un’esistenza miserabile.

Grazie ad un film di un’epoca precedente, ed in particolare ad una battuta – “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi!” – che ha il potere di scuotere dal torpore persino chi è nato per essere schiavo, Sonmi-451 comprende che esistono dei diritti universali e che occorre battersi per riaffermarli, perché questi possono essere sovvertiti esattamente come il granito può essere eroso, dato che l’ignoranza produce paura, la paura partorisce l’odio, l’odio genera violenza e la violenza prolifera fino a quando l’unico diritto riconosciuto è la volontà di chi è più forte e spietato in un dato momento.

I forti restano al comando grazie alle illusioni. Dunque la libertà vera è quella dalle illusioni (di separazione, differenza, gerarchia come parte di un “ordine naturale”) che vengono perpetrate da rapporti di forza iniqui ed artificiali. Il coraggio proviene dalla ferma volontà di combattere queste illusioni: “Sarai solo una goccia nell’oceano” – “Cos’è l’oceano se non una moltitudine di gocce?”. Di combatterle per sé e per tutti quanti, a nome di tutti quanti.

Cloud Atlas ci chiede di essere più empatici e più audaci nell’estensione verso il prossimo della nostra empatia, nel nostro riconoscimento della nostra comune condizione, comuni esigenze, comune destino. L’empatia, l’amore e la meraviglia sono le fondamenta della società. Il cinismo è ciò che la corrode e minaccia la nostra sopravvivenza come civiltà e come specie degna di esistere. La strada per l’ascensione, di Sonmi-451 e di tutti noi, passa per la disponibilità a trattare gli altri con decenza e rispetto, riconoscendone la dignità intrinseca, e per il rifiuto di accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni ed avvantaggiano gli altri e che, se trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare.

La storia di Sonmi-451 ci insegna che, sebbene il mondo possa essere destinato ad una caduta – il che può certamente essere il nostro caso –, il percorso non è predeterminato. Le scelte dei singoli hanno la capacità di creare narrazioni diverse, con conclusioni diverse. Le scelte interrelate di molte persone hanno considerevoli ramificazioni (effetto del battito d’ali di una farfalla).

Per questo è indispensabile credere in un futuro alternativo (es. a quello deciso per noi dalle autorità monetarie e dalle oligarchie finanziarie) e plasmare un mondo nuovo. Il futuro è aperto e c’è sempre l’opportunità di considerare verità alternative e di scoprire una conoscenza insperata che può condurci verso altri futuri.

Se un numero sufficiente di persone, una massa critica, mette in discussione la narrazione egemonica che condiziona il comportamento di tutti, è possibile arrivare ad un cambiamento duraturo.

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Per un’analisi più generale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

Cloud Atlas – uno studio antropologico del libro e del film

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Certo che credo nella reincarnazione – guardate mia sorella!

Andy Wachowski riferendosi a Lana Wachowski (già Laurence Wachowski, dopo l’operazione per il cambio di sesso)

 

Cloud Atlas - James D'Arcy and Ben Whishaw

Il viaggio nel pacifico di Adam Ewing (1849)

Adam Ewing “La domanda che egli pone è, se Dio ha creato il mondo, come sappiamo quali cose cambiare e quali cose devono rimanere sacre e inviolabili?”

Adam Ewing “Ho paura che il tuo destino sia affar tuo, e io non desidero farne parte”

Autua “Allora uccidi io”

Adam Ewing “Non dire assurdità”

Autua “Se tu non aiutare, uccidere è stessa cosa, è verità…”

Autua “Dolore forte si, occhio di amico più forte”

Dr. Henry Goose “Esiste una sola regola che unisce tutte le persone, un solo principio dominante che definisce ogni rapporto nella verde terra di Dio: il debole lo abbatte, il forte che lo inghiotte.”

Padre di Tilda “Adam, stammi a sentire, per il bene di mio nipote se non per il tuo, c’è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene. Questo movimento non sopravvivrà, se ti unisci a loro tu e l’intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate, al peggio sarete linciati o crocifissi. E per cosa, per cosa, qualunque azione vogliate non ammonterà più che a una singola goccia in un oceano sconfinato”

Adam Ewing “Ma cosa è l’oceano, se non una moltitudine di gocce”

Lettere da Zedelghem (1936)

Robert Frobisher “Un libro letto a metà è, dopotutto, una storia d’amore incompiuta”

Robert Frobisher “A questo punto della mia vita so soltanto, Sixsmith, che le forze invisibili che fanno girare il mondo sono le stesse che ci straziano il cuore”

Vyvyan Ayrs “La reputazione è tutto nella nostra società”

Robert Frobisher “Sixsmith, salgo i gradini dello Scott monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti fare vedere tutta questa luminosità, non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso”

Robert Frobisher “Credo che esista un altro mondo che ci attende Sixsmith, un mondo migliore, e io ti attenderò lì. Credo che non restiamo morti a lungo. Cercami sotto le stelle della Corsica dove ci siamo dati il primo bacio. Tuo, in eterno, RF.

 

Il primo caso di Luisa Rey (1972)

Luisa Rey “Devi fare, tutto quello che non puoi non fare”

Isaac Sachs “La fede, come la paura o l’amore, è una forza che va compresa come noi comprendiamo la teoria della relatività, il principio di indeterminazione, fenomeni che stabiliscono il corso della nostra vita. Ieri la mia vita andava in una direzione, oggi va verso un’altra, ieri credevo che non avrei mai fatto quello che ho fatto oggi, queste forze che spesso ricreano tempo e spazio, che possono modellare e alterare chi immaginiamo di essere, cominciano molto prima che nasciamo e continuano dopo che spiriamo. Le nostre vite e le nostre scelte, come traiettorie dei quanti, sono comprese momento per momento, a ogni punto di intersezione, ogni incontro suggerisce una nuova potenziale direzione”

Luisa Rey “Perché noi continuiamo a ripetere gli stessi errori ogni volta?”

L’orribile impiccio del signor Cavendish (2012)

Timothy Cavendish “Libertà, il frivolo motivetto della nostra civiltà, ma solo quelli che ne sono privati hanno il benché minimo sentore di cosa sia realmente”

Uno dei fuggitivi, rivolto a Cavendish “La domanda è, vecchio mio, credi di sapere il fatto tuo?”

La preghiera di Sonmi~451 (2144)

Archivista “Ricordati non è un interrogatorio, né un processo, la tua versione della verità è ciò che conta”

Sonmi~451 “La verità è singolare, le sue versioni sono non-verità”

Archivista “Qual è il primo catechismo?”

Sonmi~451 “Onora il tuo consumatore”

Yoona~939 “Io non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi”

Sonmi~451 “La nostra vita non è nostra, da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”

Sonmi~451 “Puoi mantenere il potere sulle persone finché dai loro qualcosa, deruba un uomo di ogni cosa e quell’uomo non sarà più in tuo potere”

Hae-Joo Chang “Spesso la sopravvivenza richiede coraggio”

Sonmi~451 “Ma io sono solo la servente di una mangeria, non sono stata genomata per alterare la realtà”

Generale An-kor Apis “Nessun rivoluzionario lo è mai stato”

Sonmi~451 “Non importa se siamo nati in una vasca o in un grembo, siamo tutti purosangue. Dobbiamo tutti combattere, e se necessario morire, per insegnare alle persone la verità”

Sonmi~451 “Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo.

Archivista “Nella tua rivelazione hai parlato delle conseguenze della vita di un individuo che si spandono per tutta l’eternità. Questo vuol dire che credi in una vita nell’aldilà, nel paradiso e nell’inferno?”

Sonmi~451 “Io credo che la morte sia solo una porta, quando essa si chiude, un’altra si apre. Se tenessi a immaginare un paradiso, io immaginerei una porta che si apre e dietro di essa, lo troverei lì, ad attendermi”

Archivista “Se posso fare un’ultima domanda, dovevi sapere che la rivolta dell’unione sarebbe fallita”

Sonmi~451 “Si”

Archivista “E perché hai accettato di farlo?”

Sonmi~451 “E’ questo che il generale Apis mi aveva chiesto”

Archivista “Cosa, di essere giustiziata?”

Sonmi~451 “Se io fossi rimasta invisibile, la verità sarebbe stata nascosta, non lo potevo permettere.”

Archivista “E se nessuno credesse a questa verità?”

Sonmi~451 “Qualcuno ci crede già”

Sloosha Crossing e tutto il resto (2321)

Zachry “Chi ha fatto lo sgambetto alla caduta se non Giorgy”

Meronym “Il vero vero? Gli antichi stessi”

Zachry “E’ tutto una massa di fumo. Gi antichi c’hanno saviezza, hanno piegato malattie e semi fatto miracoli, volati nel cielo”

Meronym “vero, tutto vero, ma c’hanno altra cosa, una fame in loro cuori, fame più forte di tutte le loro saviezze”

Zachry “Fame, di cosa?”

Meronym “Fame di altro”.

Zachry “Andare, Andare dove, prescienti e noi stessa barca, nessuno c’ha casa”

Meronym “Ma, non ancora”.

Zachry “Credi che qualcuno sente tue preghiere e viene giù da cielo?”

Meronym “Può forse, può forse un giorno”

Zachry “Un giorno è pulce di speranza”

Meronym “Si, e da pulci non ti liberi facile”

http://miscellaneo.wordpress.com/2013/01/13/cloud-atlas-citazioni-e-aforismi-del-film/

 

Cloud Atlas (libro e film) mi piace perché è l’opera giusta al momento giusto: in una civiltà al lumicino, l’unica cosa intelligente da fare è mettercela tutta per creare una nuova narrazione, di un futuro diverso, da costruire assieme, pensando ed agendo in modo diverso, perché non c’è nessun salvatore disinteressato che verrà a toglierci le castagne dal fuoco. È un investimento sul futuro.

1849: un giovane avvocato viene avvelenato a poco a poco da un “medico” senza scrupoli che vuol il suo oro. Uno schiavo clandestino chiede il suo aiuto e poi gli salva la vita. L’esperienza lo spinge ad abbracciare la causa dell’abolizionismo della schiavitù.

1936: un giovane aspirante compositore bisessuale assiste un vecchio compositore sifilitico.

1973: una giornalista in California s’imbatte in un complotto e cerca di comprenderlo e renderlo noto.

2012: un anziano editore inglese con problemi economici viene rinchiuso in un ospizio-carcere.

2144: un clone coreano capisce di non essere inferiore ai “normali” e diventa un esempio per un’umanità oppressa

2321: un isolano selvaggio post-apocalittico incontra un’esploratrice dei Prescienti (altri superstiti che però hanno preservato una parte del livello tecnologico pre-apocalittico) e la aiuta a salvare la sua gente e se stesso.

Ogni episodio è legato da una testimonianza-retaggio del passato (un diario, un libro, una sinfonia, un’inchiesta, un film, una confessione registrata): “La nostra vita non ci appartiene. Dal grembo alla tomba, siamo legati agli altri. Passati e presenti. E da ogni crimine e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_Atlas

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In breve, Cloud Atlas è la storia di un gruppo di anime che si incarnano in varie epoche storiche, incrociandosi ed interagendo – “sestetto per solisti che si sovrappongono, per pianoforte, clarinetto, violoncello, flauto, oboe e violino, ognuno nella sua chiave, dimensione e colore”. Lo fanno in un contesto di sofferenza, patimento, violenza gratuita e sterile, a causa della loro tendenza a commettere gli stessi errori. Errori determinati in gran parte dal loro ossequio ad una visione del mondo social-darwinista (neoliberista) per cui l’unica legge del cosmo/universo è “il debole lo abbatte, il forte che lo inghiotte”.

Il bene e il male che compiono si riverberano nel passato e nel futuro (rifiuto della concezione lineare del tempo)

Il cammino si conclude quando superano gli esami che la vita pone loro di fronte e comprendono le varie ramificazioni della massima “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te” (e fai agli altri solo quello che ti chiedono di fare), tra le quali l’imperativo morale di costruire un mondo fondato su libertà, uguaglianza e fratellanza (tangibilmente, non astrattamente: sono principi che, come gli esseri umani, trionfano assieme ed affondano insieme).

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Uno dei due motivi centrali è quello del potere e del controllo nelle relazioni umane: si può essere parassitari, oppure simbiotici. La prima è una relazione di mutua compensazione (mutualismo) ed equilibrio: è feconda e benefica per entrambe le parte: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Com’io v’ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” [Giovanni 13, 34]. “Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude il proprio cuore, come dimora l’amor di Dio in lui?” [1 Giovanni 3:17]

Il rapporto parassitario è quello dove una parte consuma l’altra, come fa la tenia: “Non semplicemente costanza dell’energia, ma massima economia dei consumi: sicché il voler diventare più forti, per ogni centro di forza, è l’unica realtà – non conservazione di sé, ma volontà di appropriazione, di diventare padroni, di diventare di più, di diventare più forti” (F. Nietzsche, “La volontà di potenza”). Il parassita, come lo psicopatico, che ne è la quintessenza, è dominato dalla paura di perdere il controllo e dalla sete di potere e non può quindi essere altro che violento. È autolesionistico, perché consumando chi gli dà la vita pone le basi per la sua morte.

È quel che spiega Meronym a Zachry in merito alla caduta della civiltà umana: gli antenati resero i miracoli un evento ordinario ma non riuscirono mai a controllare una cosa, cioè a dire la fame nel cuore umano, la fame di cibo, di velocità, di longevità, di comodità, di potere. Il mondo non era grande abbastanza per loro e continuarono a manipolare l’esistente finché persero definitivamente il controllo della natura, contaminando le terre, i mari, l’aria e i loro corpi, per poi tornare allo stato tribale, salvo rare eccezioni.

È la tenia in azione (cf. Jung/Gurdjieff).

La storia è un incessante confronto tra queste due personalità archetipiche, il simbionte e la tenia: chi cerca di rallentare lo sviluppo umano, farlo sfiorire per controllarlo (la “decrescita infelice”) e chi desidera espanderlo (limite esterno, illimitatezza interiore).

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/18/la-sindrome-del-feto-egoista-come-vivono-e-cosa-pensano-gli-angeli-caduti/#axzz2ILQu9kO7

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L’altro tema cardine è che l’unica ascensione possibile per l’umanità è attraverso la consapevolezza. La conoscenza permette di comprendere la propria condizione miserevole, di immaginare circostanze di esistenza più dignitose, di cercare di abolire quelle correnti.

Ciascuno dei sei protagonisti, a modo suo, ostacolato dai suoi vizi e manie e quindi non sempre con successo, è un emancipatore di se stesso, ma anche di altre persone che incrociano il suo percorso. E anche se apparentemente nulla sembra cambiare, perché le forme di dominio e subordinazione evolvono in maniera tale da mimetizzarsi meglio ed agire più sottilmente ed efficacemente (la schiavitù finale è quella di chi crede di essere libero) – come in un eterno ritorno nietzscheano – Cloud Atlas illustra come la sommatoria di tante piccole azioni liberatorie, abolizioniste, altruistiche, rivoluzionarie, può fare la differenza.

Queste si riverberano nel tempo – nel futuro come nel passato (tramite visioni, sogni ed intuizioni) – alterando il corso degli eventi per milioni di persone, persino su altri pianeti. E anche se la ribellione di Sonmi-451 non salva la civiltà umana nel 2144, l’ultimo segmento postapocalittico, ambientato nel ventiquattresimo secolo, mostra come il suo esempio abbia ispirato i superstiti, salvandoli dall’abbrutimento al quale si sono abbandonate le bande di predoni cannibali, eredi diretti degli oligarchi corporativi della decadente Nea So Copros, degli schiavisti delle isole Chatham, del vanaglorioso “mecenate” che spinge al suicidio il promettente artista bisessuale, dei guardiani/carcerieri di Aurora.

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Le parti assegnate a Tom Hanks rappresentano un’allegoria dello sforzo umano di progredire imparando dai propri errori.

Inizia come brigante travestito da medico (Goose) che raccoglie i denti delle vittime di cannibalismo per venderli e per impiantarli nella sua bocca che ha assunto un’apparenza ferina: uccide invece di curare, i suoi desideri sono puramente materialistici ed egoistici. Si comporta come un conquistador: per l’oro è disposto ad uccidere, slealmente.

Nella vita successiva gestisce un albergo e sfrutta uno stato di difficoltà del giovane Frobisher per ricattarlo. Però non uccide nessuno.

La successiva incarnazione è il fisico Isaac Sachs che cerca di aiutare la giornalista (Halle Berry) a smascherare un terribile complotto. Pur essendo stato un ingranaggio nella macchina per tutta la sua vita, muore dopo aver fatto la cosa giusta.

In seguito però ricade nel solco della violenza: Dermot Hoggins è uno scrittore che non tollera una recensione feroce ed uccide il critico letterario che l’ha “disonorato”.

Infine Zachry, nell’isola post-apocalittica, subisce una trasformazione da codardo superstizioso a eroe pronto a sacrificarsi per il prossimo e per una causa che non riguarda direttamente né lui né la sua famiglia.

Si scopre così che il suo meglio lo dà solo quando entra in contatto con la sua “anima gemella” (Halle Berry – Luisa Rey e Meronym).

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Nel corso delle sue esistenze abbandona la filosofia egoistica dell’autoperpetuazione ad ogni costo e diventa un saggio ed un uomo di pace.

In una vita un uomo è cattivo, in un’altra è un’eroina. Ogni volta che un’anima ritorna alla vita terrena ha la possibilità di imparare ad esistere in diversi contesti storici, culturali, economici ed in diversi ruoli (razza, genere, status, potere). Sono esistenze esperite lungo una catena di molte permutazioni diverse, che definiscono un percorso di evoluzione personale. Una sola vita non basta, servono tante lezioni lungo l’iter educativo personalizzato per mettere alla prova le proprie peculiari debolezze.

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Il messaggio finale è che non dobbiamo accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni ed avvantaggiano gli altri e che, se trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare. Il passato, il presente e perfino il futuro ci possono venire in soccorso, se abbiamo raggiunto un certo livello di consapevolezza.

Sonmi-451 e Yoona-939, nati schiavi e destinati a servire prima come cameriere e poi come nutrimento e materiale organico, sono oppresse in una misura che il meschino Timothy Cavendish, che pure è alle prese con una casa di riposo gestita tirannicamente, neppure può immaginarsi. Ciò nonostante, sono le sue parole – “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi!” – quelle di cui questi cloni avevano bisogno per concepire e formulare quei principi di dignità e libertà estranei alla loro società.
La conoscenza è uno specchio – dichiara Sonmi-451 – e, per la prima volta nella mia vita, mi è stato concesso di vedere chi ero e che cosa ero diventata”.

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L’uso degli stessi attori per ruoli diversi, maschili e femminili, neri e asiatici, giovani ed anziani è importante per arrivare a capire che l’esteriorità è un dettaglio e che ciò che conta è quel che c’è dentro di noi e quel che riusciamo ad esprimere, che le nostre tribù non devono restare separate, che ciò che ci distingue non è l’essenza di quel che siamo, che esiste una comune umanità, un comune spirito che trascende i confini e i muri insormontabili che ci imponiamo e che “giustificano” lo sfruttamento, la prevaricazione, la tracotanza, la violenza, l’egoismo. Una verità che, per quanto scontata, deve ancora essere assimilata e che molti considerano ancora come un affronto personale (es. le critiche che ci sono piovute addosso per aver scritto “Contro i miti etnici”.

Viviamo in un sistema piramidale così devoto al divide et impera che se fosse possibile porre delle barriere alla trasmigrazione delle anime, lo si farebbe in un batter d’occhio.

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Al termine del romanzo Adam Ewing capisce che la storia non segue alcuna regola, ammette solo esiti. Questi esiti sono determinati da vizi e virtù, buone e male azioni. Queste azioni sono la risultante di convinzioni. Perciò se noi crediamo che l’umanità debba essere divisa per categorie, ciascuna delle quali va collocata su un gradino diverso della scala evolutiva, e che la storia è l’arena in cui il forte sopprime il debole, allora quello è il tipo di umanità che si affermerà in una data epoca. Sarà difficile opporsi a questo “ordine naturale” ma l’esito non sarà augurabile per nessuno. Un mondo puramente predatorio consuma se stesso (parassitismo, entropia). In una persona, commenta Ewing, l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, comporta l’estinzione.

Se invece crediamo che l’umanità possa elevarsi al di sopra della legge della giungla, che razze e credenze diverse possano convivere pacificamente, che ci possano essere governanti giusti, che la violenza possa essere arginata, che i potenti debbano rispondere delle loro azioni, che le ricchezze della terra e degli oceani vadano condivise equamente, un altro mondo sarà possibile (simbiosi) e si realizzerà. Questo anche se è il più difficile da concretizzare, dato che i progressi conquistati penosamente nel corso di molte generazioni possono essere persi con un tratto di penna di un presidente o la sciabola sguainata di un generale.

E tuttavia, conclude Ewing, quello è l’unico mondo degno per suo figlio, l’unico che questi non dovrà temere, l’unico per cui vale la pena di lottare.

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Il suocero non è dello stesso avviso. Lo accusa di sciocco sentimentalismo, di non essere in grado di capire che nessun bianco crederà mai di essere pari ad un nero, nessun nero crederà mai di essere un bianco con la pelle nera e nessuno accetterà di buon grado di perdere le sue proprietà in nome di diritti inalienabili. Lo avverte: riceverà sputi, gli urleranno contro, lo linceranno, lo corromperanno, lo ostracizzeranno, lo crocifiggeranno per la sua ingenuità. Per aver osato duellare con l’idra della natura umana, pagherà con indicibili sofferenze; e con lui la sua famiglia. E solo all’ultimo istante di vita arriverà a capire che la sua vita non contava più di una goccia in un oceano sconfinato.

La replica di Adam Ewing è diventata la citazione più famosa di “Cloud Atlas” (del libro e del film):  “Ma cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?”

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ULTERIORI LETTURE SU QUESTI TEMI

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/12/heliofant-i-pet-goat-ii-il-nostro-futuro/

SABU – Monday – Dance Scene

Sabu, un attore passato alla regia nel 1996 con D.A.N.G.A.N. Runner, è degno di nota sia per il nome – con chiaro riferimento alla star indiana delle vecchie epiche esotiche hollywoodiane – che per le scene di inseguimento dei suoi film. Sabu le realizza alla maniera di Buster Keaton, con esilarante inventiva e spensierata indifferenza verso le leggi della probabilità. Nel suo quarto film, Monday, Sabu dà finalmente tregua agli inseguimenti, mantenendo il suo particolarissimo stile di racconto e le sue preoccupazioni tematiche. Questa storia del disastroso weekend di un impiegato fa veramente ridere a crepapelle. Shinichi Tsutsumi (già attore per Sabu in Postman Blues e Unlucky Monkey) è Takagi, un impiegato che si sveglia un lunedì in una stanza d’albergo e non si ricorda dove è stato durante il week-end. Trova un pacchetto di sali purificanti, di quelli che vengono dati alle persone in lutto durante i funerali – e la nebbia comincia ad alzarsi. Si ricorda di essere stato alla veglia funebre di un collega, e di essere stato il responsabile del modo macabro ed esilarante in cui questa si è conclusa. Il resto del film procede tra passato e presente, mentre Takagi recupera altre parti del weekend perduto. Man mano che le sue azioni passate, da quelle più idiote a quelle più terribili, cominciano a entrare nel suo presente sempre più disperato, il film muove verso un finale assurdo ed esplosivo. Sabu ha già usato in precedenza elementi comici simili, ma in Monday questi vanno a posto con estrema precisione ed efficacia. Inoltre, abbandonando le comodità degli stereotipi del cinema giapponese, il film respinge anche la formula hollywoodiana del signor nessuno che diventa un eroe. C’è qualcosa di ammirevole nella trasformazione di Takagi da semplice travet a leone fuorilegge, che urla il suo disprezzo contro i guardiani della legge mandati a ridurlo al silenzio, ma c’è allo stesso tempo qualcosa di ridicolo. Egli rimane, fino al finale esplosivo, l’idiota tipo per una nuova era.
Scenes set in a yakuza boss’s private nightclub nod to Jim Jarmusch and David Lynch, but the overriding influence appears to be Quentin Tarantino, especially in a stylized sequence that quotes the John Travolta-Uma Thurman dance from “Pulp Fiction.”

 

 

Furore 1932-2012

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Il titolo italiano ‘Furore’ cita uno dei passi più intensi del testo: “Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse trasformata in furore.”

La descrizione delle conseguenze della crisi economica, presente nell’opera di Steinbeck, fa riferimento alla Grande Crisi del 1929, ossia a quel periodo della storia del Novecento (fatto iniziare convenzionalmente con il crollo della Borsa di Wall Street il 24 ottobre 1929, il cosiddetto “giovedì nero”) a partire dal quale i livelli di produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi si ridussero in modo rapido e radicale a partire dagli Usa per poi raggiungere un autentico impatto mondiale. Il governo statunitense del presidente Franklin Delano Roosevelt (che ottenne quattro mandati consecutivi, dal 1932 al 1944 – unica eccezione nella storia del Paese) lanciò, tra il 1933 e il 1937, un corposo piano di riforme economiche e sociali definito “New Deal” (Nuovo Patto) per affrontare e superare la fase di grave recessione. Gli storici hanno sottolineato chiaramente come gli effetti della grande depressione del 1929 abbiano favorito l’ascesa al potere di Hitler e il deterioramento delle relazioni internazionali (a partire dall’introduzione di misure protezionistiche all’indomani della diffusione globale della crisi economica), tanto da considerare l’evento come un fattore non secondario tra quelli che portarono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1998 l’American Film Institute ha inserito Furore al ventunesimo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi. Dieci anni dopo, in seguito ad un aggiornamento della lista, è sceso al ventitreesimo posto.

Il film vinse due premi Oscar (1941) nelle categorie “Miglior regista” (John Ford) e “Miglior attrice non protagonista” (Jane Darwell, nel ruolo di Ma’ Joad).

Citazioni

Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti.

Non ci vuole coraggio a far qualcosa che si deve fare per forza.

Io non saprò più niente di te, Tommy: tu potresti morire e io non lo saprei. E se ti arrestano, chi me lo verrà a dire? – Mah, forse è come diceva Casy. Uno non ha un’anima per sé solo, ma un pezzetto d’una grande anima, che è la grande anima di tutta l’umanità. Quindi… – Che cosa, Tommy? – Quindi non importa, perché io non potrò mai morire. Io sarò dovunque, dovunque ci sia un uomo. Dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, io sarò là. Dovunque ci sia un uomo che lavora per i suoi figli, io sarò là. Dovunque il genere umano si sforzi di elevarsi, coi ricchi e coi poveri, in questa comune aspirazione di continuo miglioramento, e dove una famiglia mangerà la frutta d’un nuovo frutteto, o andrò a occupare la casa nuova, là mi troverai.

Quando c’è il raccolto sei un lavoratore stagionale, e dopo sei un vagabondo.

Tom, io sono una povera donna ignorante, ma se te ne vai sarà anche peggio. Una volta avevamo una casa, qualcosa che ci teneva insieme. I vecchi morivano, nascevano i bambini, ed eravamo sempre una cosa. Eravamo la famiglia, che era sacra e forte. Ma adesso non è più lo stesso. Niente più ci tiene uniti.

State bene a sentire: non cominciate a dare fastidio, lavorate, fatevi i fatti vostri, e starete bene.

E’ difficile dire quello che è giusto, Tom. Anch’io non lo so, e sto cercando di scoprirlo.

Noi non vogliamo altri vagabondi qui in paese. Non c’è lavoro nemmeno per quelli che ci sono già. – E dove dobbiamo andare? Tornatevene da dove siete venuti.

Perché la sorte si deve accanire contro di noi senza ragione? La resistenza di un uomo ha un limite. Viene il momento che se ne ha abbastanza, che un uomo non ne può più. – Devi farti forza. – Lo so, e ti giuro che faccio di tutto, mamma. – Tu devi resistere, sennò la famiglia si sfascerà, tu devi resistere!

Va’ dentro la tenda e mangia. – Eh, tanto è inutile. Li vedrò anche dentro la tenda.

State a sentire, voi altri. Andate tutti a prendere un bel recipiente adesso, e se avanza ve ne darò, eh? Su andate!… Non lo so nemmeno io, se faccio bene o male.

C’è del lavoro. Se volete farlo, sta bene. Sennò, state qui a morir di fame. – Badate, ci sono cascato già due volte io. Ha bisogno di mille uomini? Ne fa venire cinquemila, li paga quindici centesimi l’ora, e quando ci siete restate perché avete fame. Se vuole ingaggiare della gente deve dire quant’è la paga, e farci vedere la licenza. Non può ingaggiare nessuno se non ha la licenza. – Ehi Joe…agitatore.

Ma tu cosa avevi fatto? – Gli ho risposto.

Non passate la notte in città. Alla periferia c’è un campo. Se vi trovo in città dopo le otto, vi metto dentro.

A me hanno ordinato di dirvi di andarvene da questo podere ed io ve lo sto dicendo. – E io dovrei andarmene dalla mia terra? – Ma non te la prendere con me, non è colpa mia. – E di chi allora? – Lo sapete di chi è la terra, della società agricola di Shione. – E chi è la società agricola di Shione? – Ma non è nessuno, è una società. – Avrà un presidente no?! E lo saprà che così ci condanna a morire di fame! – Ma non è colpa sua, è la banca che gli dice che cosa deve fare. – E va bene, dov’è la banca? – A Tulsa. Ma con chi te la prendi, lì c’è soltanto il direttore, che sta impazzendo per fare quello che gli impongono da New York. – Insomma, chi è allora? – Aah io proprio non lo so. Eh sennò te lo direi, ma proprio non lo so di chi è la colpa. – E io dico che ancora non è nato l’uomo che mi caccerà via dalla mia terra. L’ha dissodata mio nonno, più di 75 anni fa. Mio padre c’è nato qui, siamo tutti nati qui, e qualcuno c’è stato anche ammazzato!

Come mai i miei si sono rassegnati? La mamma, lei che ha sempre tenuto a quello che era suo. Una volta ha pescato uno che le aveva rubato una gallina, gliel’ha strappata dalle mani e con quella l’ha picchiato finché non le sono restate che le zampe.

Ti hanno maltrattato? Ti hanno fatto diventare cattivo? – Perché, mamma? – Dicono che succede… – No mamma, sono rimasto come ero prima. – Perché ne ho sentito raccontare tante. Che quando ti maltrattano si comincia ad odiare tutti. E più ti maltrattano e più diventi cattivo, finché uno non è più neanche un uomo ma una specie di pazzo che parla da solo. Sei ridotto così, figlio mio? – No mamma, non temere. – Perché…io non lo voglio un figlio cattivo.

Lo avevo detto, lo avevo detto che Tommy sarebbe scappato dalla galera come un torello da un recinto di canne! Non ce lo tieni un Joad in galera, nossignore! – Ma io non sono scappato. – Anch’io ero così da giovane!

Domani veniamo coi trattori, d’accordo? – Sì d’accordo, ce ne andiamo, ce ne andiamo all’alba.

Dici che regge? – Se regge bisognerà prenderne nota nelle sacre scritture.

Questa è la mia terra, e io non me ne vado!

La polizia si interessa sempre dei morti più di quanto si interessi dei vivi.

Questo povero vecchio ha vissuto la sua vita e adesso ha finito. Io non so se fosse buono o cattivo, e poi non importa. Una volta ho letto una poesia che diceva: tutto ciò che vive, è sacro. Ma io non compiango questo povero vecchio che è morto, perché lui sta bene. Se dovessi pregare, pregherei per voi che siete vivi e non sapete dove andare.

L’avviso è uguale per tutti. Ottocento raccoglitori vuole? Va bene, lo sapete cosa fa allora? Ti fa stampare sei o settemila avvisi, e forse in ventimila lo vedono, e magari due o tremila se ne vanno in California per colpa di quell’avviso. Due o tremila persone che già non sanno come vivere, mentre ce n’è soltanto bisogno di ottocento. Vi sembra giusto, questo? – Tu cerchi di seminare zizzania. Ci scommetto che tu sei un agitatore.

Poi viene il dottore: i bambini sono morti di polmonite, dice. E scrive sul registro: polmonite. Sono morti di fame, altro che polmonite!

Sono un centesimo quei dolci? – Quali dice? – Questi, questi qui davanti. – Ah questi?… No… due, per un centesimo. – Allora me ne dia due ,signora… avanti, avanti prendete… Grazie, signora. –Quelli non erano da mezzo centesimo. –Pensa ai fatti tuoi! –Sono da dieci centesimi l’uno.

Quella gente non ha né cervello né anima. Sono bestie. Un uomo non potrebbe vivere come loro. Un essere umano non sopporta tanta miseria. –Ormai ci sono abituati.

http://www.silenzio-in-sala.com/curiosita-citazioni-furore.html

Batman, l’eroe della controrivoluzione

Il nuovo Frank Miller è diverso. Il nuovo Frank Miller è uno che, ad esempio, se la prende con il movimento Occupiamo Wall Street. Ora, qualsiasi persona sana di mente può magari discutere dei modi della protesta, ma sa che alla base gli Indignati d’America hanno ragione da vendere su una cosa: è una fottuta vergogna che l’economia reale, la vita di tutti i giorni di miliardi di persone, sia tenuta per gli zebedei da speculatori finanziari in maniche di camicia con la cravatta Zegna annodata male. Qualsiasi persona sana di mente tranne il nostro Frank, visto che SUL SUO SITO PERSONALE scriveva settimana scorsa di come il movimento Occupy non sia un’espressione del Primo Emendamento (la libertà di parola), ma solo, occhio che si quota, “UN BRANCO DI ZOTICI, LADRI E STUPRATORI, una massa indisciplinata spinta solo dalla nostalgia per i tempi di Woodstock e da un senso della giustizia schifosamente falso”. Rileggete un attimo, per piacere. Soprattutto la parte dei LADRI e degli STUPRATORI. Chi proprio se la sente, chi stamattina si fosse svegliato con il collo intorpidito e volesse scioglierselo un po’ agitando la testa da destra a sinistra in preda allo stupore e al disgusto, può anche andarsi a leggere il resto, tutto il “pensate piuttosto alla guerra in corso con al-Qaeda e l’Islamismo, perdenti pippaiuoli!”.
http://docmanhattan.blogspot.it/2011/11/perche-frank-miller-e-uno-stronzo.html

Recensione di The Dark Knight rises a cura di Duanne Ribeiro, São Paulo (Brasile), 14 agosto 2012

“Christopher Nolan completa la sua trilogia. Se Batman Begins era buono e Batman: The Dark Knight grande, Batman: The Dark Knight Rises è intermedio. È un film diverso, con meno attenzione per le scene d’azione e di più sullo sviluppo psicologico del protagonista. Il film si svolge otto anni dopo la fine del precedente, con Bruce Wayne stufo di agire come Batman, e il suo alter-ego è visto come un criminale dalla polizia locale. La città, molto violenta in precedenza, è quasi pacifica e un vendicatore non sembra necessario. Si manifesta però una nuova minaccia – Bane, il capo di una sorta di esercito-setta – e Wayne si sente spinto a tornare in azione. […].

L’opera ha delle virtù. La maggiore è la preoccupazione di Nolan per il realismo: oltre il lato personale di Batman, prendiamo visione dei problemi connessi alla dimensione di vendicatore della sua vita e le esigenze di esercizio costante. Anche gli altri personaggi possiedono delle caratterizzazioni plausibili. Il personaggio Bane è forte in virtù dell’incontro di una mancanza di espressione facciale (la maschera), un pensiero calcolatore e pianificazione ed una presenza fisica che intimidisce. […] Ci sono anche dei problemi: cadute di plausibilità ed ingegnosità della trama (un esempio è la battaglia finale Batman / Bane) e, soprattutto, un intenso contenuto ideologico, che ha condizionato il mio coinvolgimento nella narrazione.

Critico questa ideologia non per la sua tesi di fondo, ma per il modo insidioso in cui viene presentata: trasforma il film in un esempio di fallacia dell’uomo di paglia, distorcendo la posizione dei suoi avversari per renderli più facili da confutare.

[…].

È una lettura politico-culturale di “terrorismo”, “rivoluzione” e “liberismo”.

[…].

“Alcuni uomini vogliono solo vedere bruciare il mondo.” Ho commentato con un amico quella frase del secondo film della trilogia, affascinante per il suo elogio del disordine…Il mio amico ha replicato in modo penetrante: la tesi, proveniente dalla bocca del maggiordomo Alfred inglese, è sintomatica del pensiero del colonialismo britannico del passato (nel dialogo, Butler cita un’incursione in Birmania, ora Myanmar) e dipinge “il terrorismo” come un atteggiamento disconnesso dalla razionalità: non c’è bisogno di capire, basta combatterlo… The Dark Knight Rises è costruito su una visione altrettanto distorta e caricaturale dei problemi sociali, ed è quello che ho intenzione di dimostrare.

In un paese che ha visto nel 2011 l’espansione del movimento Occupy e dello slogan “Noi siamo il 99%” da Wall Street a circa 600 comunità del Nord America e 95 città di 82 paesi, Nolan fa una macchietta della critica della ricchezza e dello status quo. Catwoman dice: “C’è una tempesta in arrivo, signor Wayne, tu e i tuoi amici vi dovrete chiedere come abbiano potuto vivere con così tanto, lasciando così poco per il resto di noi”… alla fine Catwoman, come ci si poteva aspettare, si pentirà delle sue parole.

C’è anche il disprezzo per la borsa valori: quando Bane la invade qualcuno dice che non ci sono soldi lì, lui risponde: “Davvero? E allora cosa fate tutti qui?”…Bane, per un momento, è il risentimento per tutto questo. Un risentimento che è presentato come inappropriato, in due diverse maniere.

La prima è la visione liberista del mondo che vi è implicata. A un certo punto, Bruce Wayne – Batman – chiede al manager che gestisce la sua azienda, perché hanno smesso di finanziare un orfanotrofio. La risposta è che senza scopo di lucro non può farne a meno. Il miglioramento sociale qui è direttamente collegato alla crescita delle imprese private, che rientra nella cornice del finanziamento ai bambini bisognosi. Si noti l’assenza dello Stato, che d’altronde è sempre indicato come potenza inefficiente o corrotta, sul piano legislativo come su quello esecutivo…è l’industria e il suo modello amministrativo ideale (la Wayne Corporation sviluppa una fonte di energia più pulita di ogni altra, e un arsenale poderoso, ma con la saggezza di consegnare i prodotti solo nelle “mani giuste”).

[…].

La seconda è l’idea conservatrice di “rivoluzione”. Dopo vari attacchi terroristici a Gotham, Bane parla all’interno di uno stadio raso al suolo: “Non siamo venuti come conquistatori, ma come liberatori, per restituire il controllo di questa città al suo popolo”. Di seguito, libera i prigionieri da un carcere, chiamandoli “oppressi”. Il cattivo si arroga il diritto di iniziare una rivoluzione nel nome della libertà, della gente, degli oppressi. Queste parole, nel film, sono senza contenuto, come il negativo di qualcos’altro stabilito in precedenza…sono termini ideologicamente carichi, associati in genere alla sinistra, in particolare al comunismo….Di più, lo scienziato nucleare che modifica un reattore trasformandolo in un’arma atomica per Bane è di origine russa.

[…].
La rivoluzione di Bane è quasi vuota di forma e di contenuto. In primo luogo, lo spettatore non può prenderla sul serio nemmeno per un istante…ciò che instaurerà è solo barbarie. Come nella visione hobbesiana…il film ci mostra persone disorganizzate, passive, senza spirito di iniziativa, alla mercé delle bande; l’unica istituzione ancora in piedi è una parodia del potere giudiziario. Apolitica, la rivoluzione di Bane è un omaggio allo status quo precedente, l’opzione più solida di fronte a cambiamenti che sono irrazionali attacchi alla democrazia. Coniugando le due idee presentate, abbiamo una proposta sociale chiara, coronata dalla difesa della legge con mezzi coercitivi che vanno al di là della legge: “A volte, le regole diventano catene”, dice Gordon …

Come dice Mark Fisher, sul Guardian

“The Dark Knight Rises disegna linee nitide: i commenti anticapitalisti sono accettabili, ma qualsiasi azione diretta contro i ricchi, o azioni rivoluzionari per la redistribuzione delle risorse, condurranno ad un incubo distopico…[N.B. da qui passo direttamente all’articolo di Fisher citandolo più ampiamente rispetto alla recensione di Duanne Ribeiro]…Ci può essere la tentazione di leggere The Dark Knight Rises come un’allegoria dei tentativi da parte dell’élite di ricostruire il loro status dopo la crisi finanziaria – o almeno di difendere l’idea che ci siano ricchi buoni che, se opportunamente mortificati, potranno salvare il capitalismo dai suoi peggiori eccessi. La fantasia che attraversa i film di Batman di Nolan – che si armonizza con l’atteggiamento di Romney – è che gli eccessi del capitale finanziario possono essere moderati da una combinazione di filantropia, violenza non ammessa ufficialmente e simbolismi. Il cavaliere oscuro ha almeno esposto la doppiezza e la violenza necessaria a preservare le finzioni alle quali i conservatori vogliono farci credere. Ma il nuovo film demonizza l’azione collettiva contro il capitale, mentre ci chiede di confidare in un ricco reso umile dalla vita”.

Il grande inganno della meritocrazia

Sono stato così sciocco Vassili. L’uomo sarà sempre l’uomo, non esiste l’uomo nuovo. Con tanta fatica abbiamo provato a creare una società che fosse giusta, dove non ci fosse niente da invidiare al tuo compagno. Ma ci sarà sempre qualcosa da invidiare: un sorriso, un’amicizia, qualcosa che non hai e di cui ti vuoi appropiare. In questo mondo, perfino nel mondo sovietico, ci saranno sempre i ricchi e i poveri. Ricchi di talento, poveri di talento. Ricchi di amore, poveri di amore. Danilov parlando a Vassili – da “Il nemico alle porte”, 2001

N.B. Ringrazio Igor Ghigo

L’inganno della meritocrazia

di Mauro Boarelli

La meritocrazia è sulla bocca di tutti, a destra come a sinistra. In una società come quella italiana, dove l’assenza di “merito” incancrenisce ogni articolazione della vita sociale e svilisce aspirazioni, competenze, passioni e idee, quale cittadino – indipendentemente dalle idee politiche professate – potrebbe essere pregiudizialmente ostile verso questo termine? Eppure è un termine ambiguo. Muta di senso a seconda di chi lo usa, ma al tempo stesso custodisce un insieme di significati non negoziabili che dovrebbero indurre a maneggiarlo con prudenza. Come ogni parola, anche questa non è neutrale. Va interrogata alla ricerca del senso profondo e delle sue implicazioni.

Il lavoro di decodificazione è facilitato dal fatto che, in questo caso, il vocabolo ha una paternità accertata. Fu Michael Young a utilizzarlo per primo nel 1958 nel suo libro The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia), tradotto in italiano nel 1962 dalle edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portò al successo elettorale il partito laburista e aprì la strada al governo di Clement Attlee, Young scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volontà di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza. La narrazione è affidata a un sociologo, entusiasta paladino della “meritocrazia” e critico ironico delle posizioni di coloro che si ostinano a frenare l’avvento definitivo del nuovo ordine. Dietro quell’ironia c’è Young, che insinua nel lettore una serie di dubbi attraverso le lenti deformanti del suo detrattore. Il racconto si snoda nel corso di un secolo e mezzo, il lungo periodo nel quale alcune riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunità – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza. Uno degli assi portanti del cambiamento è rappresentato dalla misurazione precoce delle capacità, ispirata allo studio dei tempi e dei movimenti introdotto dai fautori dell’organizzazione scientifica del lavoro, a partire da Taylor. Questa metodologia selettiva trasforma gradualmente il sistema scolastico. L’istruzione non è più impartita a tutti allo stesso modo, ma viene differenziata. I bambini sono indirizzati verso scuole diverse, organizzate gerarchicamente sulla base delle capacità individuali. Gradualmente, l’aristocrazia di nascita viene sostituita dall’“aristocrazia dell’ingegno”, e la stratificazione sociale si fa ancora più netta, fino a che le tensioni create dal nuovo sistema sociale sfociano – nel 2033 – in una rivolta delle classi inferiori.

L’ordine meritocratico è fondato sulla crescita economica: “La capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama ‘intelligenza’ (…)” (p. 173). La canalizzazione dei bambini nel sistema di istruzione è precoce e rigida, l’educazione delle intelligenze è sostituita dalla loro misurazione e classificazione: “Gli uomini (…) si distinguono non per l’eguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. (…) A che pro abolire le ineguaglianze nell’istruzione se non per rivelare e rendere più spiccate le ineluttabili ineguaglianze della natura?” (p. 122) E ancora: “L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata è un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale.

Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si è ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato è entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed è stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra. Poco prima di morire, Young affidò alle pagine di un giornale inglese una caustica lettera aperta a Tony Blair in cui accusava il leader laburista di averlo messo al centro dei suoi discorsi pubblici senza comprenderne i pericoli, e lo invitava a smettere di usarlo a sproposito (Down with Meritocracy, in “The Guardian”, 29 giugno 2001). Inutile dire che non fu ascoltato. Il progressivo capovolgimento di senso della parola da lui inventata è stato inarrestabile. Come spesso accade, questo slittamento è il risultato di una combinazione tra letture superficiali e stravolgimenti pianificati. Per cogliere questi meccanismi in azione è utile soffermarsi sul testo di Roger Abravanel intitolato Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008). Il libro è interessante non tanto per la riflessione teorica (quasi inesistente) né per le proposte (davvero deboli), ma perché presenta una efficace sintesi di tutte le argomentazioni dei sostenitori del modello meritocratico.

Abravanel non comprende la struttura narrativa del libro di Young. Vi scorge due narratori, uno “giovane ed entusiasta, che illustra i vantaggi della meritocrazia”, l’altro – che coinciderebbe con l’autore – “più vecchio e più saggio, che di tanto in tanto lancia qualche ‘siluro’ ironico” (p. 54). Forse colto (sia pure fugacemente) dal dubbio che Young non abbia scritto esattamente ciò che a lui piacerebbe leggere, inventa una scissione narrativa inesistente per sterilizzare i dubbi che emergono anche dalla lettura più superficiale del libro e confinarli nella mente di un anziano e pedante osservatore che paventa pericoli immaginari e rischia con il suo allarmismo di offuscare lo splendore della meritocrazia. Partendo da questi presupposti, Abravanel capovolge completamente le tesi del sociologo inglese, e le trasforma nel primo manifesto dell’ideologia meritocratica. La selezione precoce in ambito scolastico fondata sulla misurazione – tra gli obiettivi principali della polemica di Young – diventa uno dei fondamenti positivi del nuovo modello sociale: “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la ‘selezione naturale’ della società” (p. 65). Abravanel non si interroga sul fatto che la valutazione possiede una dimensione sociale e – di conseguenza – non è neutrale, come ha evidenziato Nadia Urbinati (Il merito e l’uguaglianza, in “la Repubblica”, 27 novembre 2008). Aggira il problema liquidando in poche righe – con lo stile apodittico che caratterizza il libro – l’intero patrimonio della riflessione pedagogica internazionale a favore di teorie pseudoscientifiche riassunte con approssimazione e delle quali non cita quasi mai la fonte, per indirizzarsi con sicurezza verso una conclusione estremamente chiara (e cinica) dal punto di vista ideologico: “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p. 83). In fondo è questo il succo del ragionamento dei “meritocratici”: la crescita economica come unico metro di giudizio (senza alcun interrogativo sulle componenti immateriali di tale crescita e sulla necessità di altri parametri di valutazione del benessere sociale), e il premio economico alla classe dirigente, ovvero ai depositari del merito. Il collante è, inevitabilmente, il mercato: “La società meritocratica è profondamente basata sugli incentivi per gli individui a competere, che sono l’essenza del libero mercato” (p. 67). Inutile rimarcare che ancora una volta il “libero mercato” viene usato come feticcio senza riflettere sulla sua esistenza reale e sulle conseguenze sociali derivanti da questa costruzione ideologica. Su un punto, però, l’autore si esprime con candida sincerità, senza troppi giri di parole: “Nelle società meritocratiche la diseguaglianza è giustificata dall’ideologia della meritocrazia (…)” (p. 62). E ancora: “(…) nelle società meritocratiche la disuguaglianza sociale conta molto meno della mobilità sociale” (p. 109). Da qui a teorizzare la necessità di un sistema educativo diseguale il passo è breve: “In genere si ritiene che per assicurare eguaglianza di opportunità bisogna dare a tutti la stessa qualità di istruzione (…). Questo luogo comune è profondamente errato: dando a tutti la stessa educazione non si aumenta la mobilità sociale e il merito muore” (p. 256). Di conseguenza, “(…) è necessario passare dall’Istruzione all’Educazione, da ‘istruire tutti allo stesso modo’ a ‘educare secondo il potenziale di ciascuno’, dall’eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunità nel ricevere la migliore educazione” (p. 314).

I ragionamenti di Abravanel e quelli dell’anonimo narratore di Rise of Meritocracy si sovrappongono perfettamente. Young aveva visto giusto, le sue non erano solo fantasie. Soprattutto, aveva intuito che le argomentazioni dei fautori della meritocrazia puntano diritto al cuore della democrazia. “La meritocrazia è (…) l’esatta antitesi della democrazia”, scriveva Cesare Mannucci nella prefazione all’edizione italiana del libro di Young, perché la scuola gerarchica su cui è fondato quel modello non è immaginata per insegnare la pluralità di culture e valori, ma per anticipare e inculcare le stratificazioni del sistema produttivo e finalizzare il sapere allo sviluppo economico. è un nodo esplorato anche da Bruno Trentin, che in un denso e lucido articolo (A proposito di merito, in “l’Unità”, 13 luglio 2006) evidenziava come il concetto di merito sia sinonimo di obbedienza e dovere, perché presuppone una legittimazione discrezionale da parte di qualcuno che occupa una posizione gerarchica superiore, o esercita un potere politico. Criticando duramente la subalternità culturale della sinistra verso un concetto proprio del liberismo autoritario e la confusione dei linguaggi che ne discende, Trentin rivendicava il primato della conoscenza sul merito. Solo il sapere rappresenta un criterio equo di selezione del valore individuale, e quindi occorre renderlo disponibile per tutti. In questo modo ciascun individuo sarà in grado di governare il proprio lavoro. è una prospettiva che concilia libertà e conoscenza, e lo fa per tutti, non solo per una ristretta élite tecnocratica.

Eguaglianza e democrazia. Ecco cosa mette in gioco il concetto di meritocrazia. Non esprime il riscatto dall’ineguaglianza delle opportunità, ma il suo contrario. Non si tratta di una sterile disquisizione lessicale. Meritocrazia è una parola densa di implicazioni sociali, una parola che traccia un discrimine e impone di scegliere da che parte stare, senza giocare sulle ambiguità, senza camminare sul filo dei mille significati possibili laddove ce ne sono in realtà ben pochi, chiari, coerenti, connotati ideologicamente e perfettamente riconoscibili.

Mauro Boarelli

N.B. ringrazio Vinicio Dolfi

Potete tutti immaginare le implicazioni di questo dibattito a livello europeo: Nordisti vs Sudisti:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/17/le-presunte-virtu-della-mortificazione-lideologia-che-guida-gli-eurocrati-intenti-a-distruggere-lunione-europea/

La verità sulla nostra conquista di Caprica

Dedicato a tutti gli amanti di CapricaBSG, V-Visitors e V e a chi contrasta l’imperialismo umanitario in ogni sua forma.

“Non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fatto da lui” (Pittaco);

“Evita di fare quello che rimprovereresti agli altri di fare” (Talete);

“Quello che vorresti i tuoi vicini facessero a te, ciò sia anche per loro” (Sesto Pitagorico);

“Non fare agli altri ciò che ti riempirebbe di ira se fatto a te dagli altri” (Isocrate);

“Ciò che tu eviteresti di sopportare per te, cerca di non imporlo agli altri” (Epitteto);

“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12; Lc 6,31);

“Quel che non desideri per te, non farlo neppure ad altri uomini” (Confucio, Dialoghi);

“Non fare ad altri ciò che non vuoi che essi facciano a te” (rabbi Hillel, Sabbat);

“Nessuno di voi è un credente, fintanto che non desidera per il proprio fratello quel che desidera per sé” (al-Nawawi, Hadith);

“L’uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza verso le cose mondane e trattare tutte le creature del mondo così come vorrebbe essere trattato” (gianismo, Sutrakritanga);

“Una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere nemmeno per lui; e una condizione che non è gradita o piacevole per me, come posso imporla ad un altro?” (buddismo, Sanyutta Nikaya);

“Non bisognerebbe comportarsi verso altri in un modo che non è gradito a se stessi: questa è l’essenza della morale” (induismo, Mahabharata).

La popolazione terrestre non sa la verità su come abbiamo conquistato Caprica, ed è tempo che lo scopra.

Abbiamo sempre creduto che ciò che facevamo era il meglio per noi e per loro, che stavamo facendo un favore ai Capricani, che la nostra conquista non era distruttiva, ma soft, l’unica opzione giusta, logica, necessaria. Per questo ci siamo convinti che la loro sottomissione sia stata volontaria ed entusiasta.

Ma li abbiamo ingannati, manipolando la loro percezione della realtà, spacciando per canali diplomatici e donazioni tecnologiche (come segni della nostra buona volontà) delle strategie di disorientamento, distrazione, inganno e progressiva occupazione. Abbiamo insegnato loro che il loro vittimismo era una prospettiva sbagliata e che non eravamo oppressori ma fratelli e che la nostra missione doveva essere onorata, non contrastata. Volevamo sorrisi, non lacrime e alla fine ce l’abbiamo fatta. Abbiamo offerto loro conoscenza tecnica, ma non avevamo saggezza da condividere e forse abbiamo sradicato quella che ci avrebbero potuto donare loro. Se non lo abbiamo capito è perché siamo troppo antropocentrici, troppo sicuri di noi, sicuri della giustezza della nostra causa, della validità della logica dell’utile. In realtà siamo dei conquistadores, per nulla migliori di quelli che spazzarono via le civiltà indigene delle Americhe circa 700 anni fa.

Dovete capire come abbiamo agito e riflettere, perché siamo affetti da una sindrome a ripetere gli stessi errori, scambiandoli per virtù.

Abbiamo incoraggiato la soppressione del loro discernimento critico ed abbiamo detto loro che non potevano malgiudicarci, vista la condizione miserevole della loro civiltà. Il loro era ipocrita moralismo, puntare il dito contro dei soccorritori era poco saggio. Abbiamo spiegato che la loro percezione di noi era sviata da pregiudizi e preconcetti, come quella di un animale ferito che si ritrae di fronte al veterinario che lo vuole curare: “Siamo venuti ad istruirvi su ciò che è meglio per voi, sono le vostre paure irrazionali a confondervi!”. Li abbiamo convinti che erano più primitivi di quel che erano realmente e che noi avevamo completato il loro percorso da molto tempo, conoscevamo le loro difficoltà avendone fatta esperienza diretta e proprio per questo eravamo i più indicati ad assisterli nella loro evoluzione.

“Non c’è giusto o sbagliato, bene e male: quelle sono etichette apposte da mentalità arretrate. Facciamo tutti parte della grande famiglia delle specie viventi dell’universo, non possono esistere invasori ed invasi. Siamo come voi, non solo anatomicamente. Siamo come dei fratelli maggiori. Se ci temete è solo perché temete quella parte di voi che vi manca; è solo un senso di inadeguatezza a cui possiamo porre rimedio”. Così siamo riusciti a farci delegare le loro coscienze ed abbiamo deciso per loro cosa era “meglio” per loro, ossia per noi. Li abbiamo persuasi che quanto maggiore fosse stata la libertà d’azione che ci concedevano, tanto minori sarebbero stati i patimenti causati ad una resistenza futile e controproducente e tanto maggiore sarebbe stata la gioia, il godimento della scoperta, delle sperimentazione di un mondo nuovo, una Nuova Caprica (cf. Terra Nova).

Naturalmente non tutti i terrestri hanno osservato il protocollo, ma abbiamo sfruttato quei pochi devianti per dimostrare che si trattava di una piccolissima minoranza e che anche loro un giorno avrebbero potuto tollerare benevolmente uno sparuto gruppo di intrattabili.

Quanto ai rapimenti, alla sorveglianza, alle missioni di perlustrazione, a certi “incidenti” abbiamo rassicurato i Capricani: dovevamo capire con chi avevamo a che fare per poter massimizzare la qualità del nostro intervento. Siamo stati riluttanti a contattarli apertamente dal momento che ci sono apparsi subito come una razza inutilmente violenta, aggressiva, autodistruttiva. Inoltre certi imprevisti sono sempre in agguato, nessuno è perfetto e non c’è ragione di sentirsi meno sicuri solo per qualche spiacevole evento episodico.

Il tocco di classe è stato ammonirli che se avessero rifiutato il nostro aiuto rischiavano prima o poi di essere colonizzati da civiltà spietate interessate unicamente alle risorse di Caprica. Noi li avremo difesi, eravamo la migliore garanzia per la loro sopravvivenza. E questo valeva anche per i loro problemi interni. I Capricani, come noi Terrestri di qualche generazione fa, erano afflitti da carestie, miseria, alti costi dell’energia, epidemie, devastanti impatti del cambiamento climatico, guerre, insurrezioni, ecc. Abbiamo spiegato loro che il nostro know-how poteva risolvere ogni loro problema e che senza le nostre competenze e i nostri miracoli tecnologici e scientifici non sarebbero riusciti a sopravvivere. Abbiamo promesso loro l’attuazione di un vasto programma eugenetico che avrebbe drasticamente migliorato i loro corpi e le loro menti, abolendo certe emozioni ed atteggiamenti problematici. Nuova Caprica sarebbe stata un mondo di amore, pace e prosperità. Non serve dire che l’obiettivo di ogni tirannia è proprio quello di imporre la pace e l’ordine attraverso l’annientamento di ogni opposizione e di indipendenza di pensiero. In uno stato totalitario ideali come la pace, la fratellanza, la generosità e l’unità sono incoraggiati a condizione che possano servire i fini di chi detiene il potere. Ci siamo comportati come tiranni perché lo siamo, anche se ci piace credere che le cose stiano diversamente.

Ci serviva un capro espiatorio per poter completare l’opera e la scelta è stata ovvia. La classe dirigente del pianeta Caprica era semplicemente impresentabile, dedita a trame e complotti unicamente finalizzati all’espansione del loro potere e ricchezza. I Capricani erano già in rivolta e noi abbiamo corrotto alcuni di loro per usarli e poi disfarcene. Erano così accecati dal loro narcisismo da credere che non sarebbero mai stati tra gli scarti. Abbiamo spiegato ai Capricani che i loro capi erano responsabili della coltre di disinformazione e censura intorno alla nostra esistenza e presenza, che rappresentavano una casta che non voleva consegnare l’autorità al popolo sovrano e che il loro voto diretto avrebbe autorizzato un nostro intervento salvifico. In realtà avevamo già fornito a certi potentati le tecnologie necessarie a controllare i dissidenti anti-terrestri.

Il bene dei Capricani non è mai stato in cima alla scala delle nostre priorità. Abbiamo usato le loro religioni per farci obbedire, per farci passare come angeli, come dèi e portare a termine il nostro programma di pacificazione ed uniformazione. Molti Capricani erano così sfiduciati ed afflitti da scarsissima autostima e ancor minore stima nei confronti della loro specie e civiltà, che tutto è filato liscio come l’olio. Ci hanno visti come liberatori e salvatori, l’unica speranza per un mondo migliore, in cui l’egoismo e la psicopatia dell’élite non avrebbero più costituito una minaccia. Così i Capricani più disperati sono diventati i nostri migliori alleati, dei fanatici pronti a sopprimere ogni voce dissenziente, per quanto ragionevole, accusandola di sabotaggio, alto tradimento, terrorismo, ecc.

È questo che abbiamo fatto a Caprica.

So che molti di voi approveranno il nostro operato, ma non nutro alcun dubbio che ciascuno raccoglierà ciò che ha seminato: non sono questi i semi che voglio veder germogliare.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/17/teologi-in-favore-della-violazione-della-prima-direttiva-di-star-trek/
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/05/nessuno-ha-il-diritto-di-comportarsi-come-se-fosse-dio/

Il razzismo di sinistra che fa il gioco della destra neoliberista (divide et impera)

Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l’incertezza. Per il tentativo. Per l’esperimento. Per l’avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all’avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c’è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all’imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri

Una giornalista dell’Espresso scrive: “Lega e nazisti, una faccia una razza”.

La suddetto giornalista dell’Espresso usa slogan razzisti per denunciare il razzismo, usa logiche razziste (qualche leghista ragiona come un nazista, ergo la Lega è un movimento neonazi) per evidenziare le logiche razziste, contribuisce a svuotare di ogni significato agli epiteti fascista e nazista, ormai inflazionati ed usati quasi immancabilmente a sproposito.

Esiste dunque un razzismo di sinistra?

L’intolleranza di tanti cittadini di sinistra verso i concittadini leghisti assume spesso tinte razziste ma, a sinistra, è più difficile accorgersene, perché inveire con stereotipi ed insulti contro i leghisti è politicamente corretto. È come se questi ultimi fossero collocati un gradino sotto gli esseri umani normali, assieme ai Neanderthal (e sotto gli immigrati). Il che fa tra l’altro il gioco del governo e dell’élite che lo appoggia, ben felice di vedere che l’indignazione si scarica contro l’opposizione (leghisti, grillini, no-Tav, anarchici, camionisti, ecc.).

Il razzismo di sinistra si scaglia contro chi critica gli immigrati e le politiche dell’immigrazione. Come tutti i fanatismi, osserva selettivamente la realtà, rimuovendo gli aspetti spiacevoli della medesima. Così i clandestini non sono un così grosso problema, le carceri ricolme di extracomunitari non sono un così grosso problema, le strade invase dalle prostitute non sono un così grosso problema, l’insicurezza non è un così grosso problema, la mentalità medievale di una parte degli immigrati non è un così grosso parte. Non è un così grosso problema che certe realtà siano state letteralmente invase dagli extracomunitari nel giro di pochissimi anni per fare un favore alle imprese e perché ci va bene di continuare a distruggere le economie del Terzo Mondo per poter esportare le nostre merci:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/23/lunione-europea-prima-distrugge-le-economie-del-terzo-mondo-poi-condanna-il-razzismo/

I leghisti hanno comunque torto, i critici dei leghisti hanno comunque ragione. I parlamentari leghisti sono comunque incompatibili con la democrazia. “Se i leghisti prendessero il potere in Italia chissà cosa succederebbe!”

Il razzismo di sinistra è persino più irritante di quello leghista perché è moralista. Molti leghisti, in fondo, sanno che essere razzisti è brutto e sbagliato (infatti lo nascondono finché non sono con altri razzisti). Invece temo non siano molti i legofobi che si interrogano sulla moralità del loro atteggiamento nei confronti di milioni di loro concittadini (di serie B). Infatti “razzismo di sinistra” è un ossimoro. Non si può essere razzisti/xenofobi e di sinistra. O sei l’uno o sei l’altro. Chi è razzista/xenofobo non è davvero di sinistra. A sinistra, va da sé, ci stanno “li mejo”. Si comincia così e si arriva ai centri di rieducazione ed ai gulag ["se la sinistra prendesse il potere in Italia chissà cosa succederebbe!"] – specialmente in seno ad un certo ambientalismo messianico .

A questo proposito, un’osservazione di Jacques Attali mi pare quanto mai azzeccata (Attali, “Domani chi governerà il mondo?” 2012, p. 289): “In risposta ai rischi sistemici mondiali, si vedrà in particolare crescere un’ideologia ecologica planetaria che raccomanda la riduzione della produzione per diminuire il consumo di energia ed attenuare i rischi d’inquinamento, imponendo restrizioni in tutti i settori in nome della frugalità e dei vantaggi a lungo termine. Dall’altra parte, un’ideologia religiosa – o più d’una – tenterà anch’essa di imporre regole conformi alle esigenze di un aldilà dove risiederà, secondo quanto sostiene, l’unica speranza di salvezza. Queste due ideologia fondamentaliste, ecologica e religiosa, convergeranno: l’una e l’altra affermeranno che il destino degli uomini è già scritto e che il vero padrone del mondo – la Natura o Dio – è altrove. L’una e l’altra, alla ricerca della purezza, denunceranno l’Occidente. L’una e l’altra sosterranno di pensare alla felicità degli uomini in termini di prospettiva. Potrebbe anche emergere un giorno un’ideologia che metta insieme le due dottrine: un fondamentalismo allo stesso tempo religioso ed ecologico. Un ossimoro, come lo fu il nazionalsocialismo. Già ha fatto la sua comparsa in Brasile, dove si sta sviluppando un fondamentalismo evangelico eminentemente interessato alla tutela dell’ambiente. Inoltre, nel 2002, Osama Bin Laden, nella sua “Lettera all’America”, accusò gli Stati Uniti di distruggere la natura più di qualsiasi altra nazione, con l’emissione di gas a effetto serra e la produzione di rifiuti industriali. Nel gennaio del 2010, sosteneva che “tutte le nazioni occidentali” sono colpevoli del cambiamento climatico. Nell’ottobre dello stesso anno, ribadiva che le vittime del cambiamento climatico sono più numerose di quelle delle guerre”.

Ho sempre detto che la prossima tirannia sarebbe stata umanitaria ed ecologista, ma non avevo pensato al tipo di connubio preconizzato da Attali. Vedremo chi ci andrà più vicino.

Tornando alla questione del razzismo di sinistra, mi pare che il film “Cose dell’altro mondo”, quello con Abatantuono imprenditore veneto razzista (a proposito: un attore credibilmente veneto non lo si poteva trovare?) lo esemplifichi mirabilmente.

Il messaggio centrale è che senza la forza lavoro immigrata l’Italia sarebbe finita (il neoliberismo ce la sta comunque mettendo tutta – a proposito: chi può essere così genio da chiedere ad un neoliberista sfegatato di risolvere problemi causati dal neoliberismo?).

Un messaggio così banale che persino quei subumani dei leghisti l’hanno capito.

Dunque un film inutile? No. Molto utile per capire i pregiudizi della sinistra.

Il film in questione è una predica rivolta ai credenti, fatta di caricature di leghisti ignoranti, italiani mammoni, immigrati per bene che devono restare qui perché sono bravi amanti e lavoratori instancabili.

Un film che fa star bene i benpensanti perché sorvola sul problema della criminalità, della clandestinità, del lavoro nero, della virtuale abolizione dei diritti dei lavoratori, della sostituzione della forza lavoro italiana con quella immigrata, delle politiche commerciali europee ed italiane che sbattono fuori dal mercato gli imprenditori dei paesi in via di sviluppo (dumping), della filantropia e dell’umanitarismo che mantengono miliardi di persone in una condizione di dipendenza, minorità e squallore, ecc.

È un film ipocrita e classista. Infatti fa svanire gli immigrati. Poteva farli mobilitare, organizzare in un movimento di protesta appoggiato dagli italiani, invece sceglie di perpetrare la dicotomia tra veneto razzista benestante (leghista cripto-nazi o proto-nazi) ed immigrato umile e passivo servo della gleba.

È un film che crede di essere pedagogico ma è paternalista e reazionario, manicheo e stracolmo di cliché, incluso l’uomo bianco con ansie di inadeguatezza sessuale e l’ultrarazzista ipocrita che assume quasi solo extracomunitari, va con le prostitute nere e perciò si merita il nipotino meticcio.

La questione sociale, la lotta di classe, viene esclusa in favore dell’ennesima riproposizione del volemosebbène e del rassicurante ordine che vede i bianchi benevoli e magnanimi in alto e i rispettosi, disciplinati colorati in basso.

Nel film non c’è nessun protagonista immigrato che non sia un amante (alla fine la protagonista si consola molto presto tornando con l’ex italiano: alla faccia del grande amore!) o un lavoratore (amici? Parenti? Dirigenti? Negozianti? Liberi professionisti? Amministratori comunali? Docenti? Delinquenti professionisti?). Non si pone un’alternativa tra immigrato al suo posto ed immigrato assente (desaparecido).

Cosa sarebbe cambiato se alla fine del film gli immigrati fossero ricomparsi magicamente come magicamente erano svaniti?

Ci sarebbe stato meno razzismo esplicito in una società ugualmente iniqua, ugualmente ipocrita, ugualmente disumana. Si sarebbe radunato qualche milione di indigeni pronti a sostituire gli immigrati scomparsi – umilmente, docilmente, disciplinatamente (perché nel capitalismo, come nel socialismo, ogni essere umano è un’unità rimpiazzabile).

Il film assegna agli Italiani la parte dell’ebete superficiale incapace di adattarsi alla nuova situazione, troppo viziato e bamboccione per darsi da fare, a dispetto degli allarmanti tassi di disoccupazione giovanile.

È una forma di disumanizzazione – verso immigrati ed autoctoni – paragonabile a quella leghista, ma va bene perché è politicamente corretta. Non può essere razzismo, anche se è tanto deplorevole quanto quello leghista, anzi più viscido e manipolativo, perché moralista, perché offre una corsia preferenziale agli immigrati, trattandoli come minori o minorati, dispensati da alcuni degli obblighi spettanti a tutti gli altri in quanto sfortunati o comunque non ancora pienamente integrati, non ancora pienamente maturi, non ancora pienamente adulti.

Il razzismo anti-leghista, non solo disumanizza i leghisti ma non fa nulla per aiutare gli italiani a sentire, a capire che gli immigrati sono esseri umani esattamente come loro.

Se una maggioranza di persone comincia, per esempio, a pensare, come fece Jean-Paul Sartre, che “l’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo” (“Réflexions sur la question juive”), non c’è limite a cosa sarà possibile fare a chi non pensa in modo conforme alla norma. E’ necessario ripeterci continuamente che chi non la pensa come noi ha pari dignità rispetto a noi, è un essere umano come noi, anche se la cosa ci dispiace.

In conclusione, un film troppo compiaciuto dei suoi cliché per poter confessare il proprio razzismo. Un film manipolativo, diseducativo e squallido. Consigliatissimo per chi vuole capire la mentalità di certa sinistra.

“Children of Men” (“I figli degli uomini”) – un film preveggente?

ART. 1 “Gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace”

ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti”

ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici”

ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.

Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?

Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?

Saint-Just, 1794

Un vero e proprio capolavoro visionario e tecnico della cinematografia, “Children of Men” (“I figli degli uomini”) di Alfonso Cuarón – tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice britannica P.D. James, prefigura l’instaurazione di una democrazia autoritaria nella Gran Bretagna del 2027. I due protagonisti, Theo e Kee, arrivano ad un campo di internamento di rifugiati in fuga dai disordini dell’Europa continentale per scoprire che  i guardiani si sono gradualmente metamorfizzati, assumendo le sembianze e gli atteggiamenti delle guardie dei lager nazisti. È peraltro probabile che la coppia in fuga non sia rimasta particolarmente sorpresa nello scoprire il livello di abbrutimento delle forze dell’ordine britanniche, visto che nel corso dell’intero film si notano mezzi pubblici blindati e trasformati in gabbie per la deportazione degli “immigrati illegali”, insegne e comunicati che esortano i cittadini inglesi a denunciare i medesimi, indipendentemente dal rapporto di fiducia che si può essere instaurato con loro. Un evidente riferimento alla caccia nazista agli ebrei, rafforzato dalla scelta di mostrare la cattura e probabile esecuzione sommaria di una loro compagna di fuga (Miriam) al campo profughi di Bexhill con nel sottofondo un brano dei “The Libertines”, intitolato “Arbeit Macht Frei”.

La grandezza dell’opera risiede appunto in questa sua capacità di esplorare i risvolti di questioni centrali del nostro tempo come l’immigrazione, la gestione di rifugiati e profughi, la xenofobia, il razzismo, in un contesto degenerato a causa della lotta al terrorismo – si intuisce che un ordigno nucleare è stato fatto esplodere a New York e che è stato possibile salvare solo alcune opere d’arte italiane e spagnole dalle devastazioni causate da una qualche rivoluzione – e di una possibile terza guerra mondiale, con ricaduta radioattiva sull’Africa.

In un’intervista, Cuarón spiega che l’intento era proprio quello di far riflettere gl spettatori sulle implicazioni dell’esistenza di realtà come Abu Ghraib, Guantánamo e Bagram, in Afghanistan. Nessuna democrazia formale è al sicuro dal rischio di deteriorarsi, precipitando verso l’estremo nazista: le cose brutte non succedono solo alle persone di colore. Per questo la vista del rifugiato italiano implorante ed incapace di esprimersi in inglese che viene trascinato via con la forza da un militare inglese con al guinzaglio il classico pastore tedesco ha l’effetto di un pugno nello stomaco: non è un arabo, non è un nero, non è “uno degli altri”; è “uno dei nostri”. Uno dei nostri ridotto alla condizione di “nuda vita” (cf. Agamben), di essere vivente senza diritti e senza dignità, alla mercé dell’arbitrio e della violenza, condannato a morte non per aver commesso un crimine indicibile, ma solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, appartenendo alla categoria umana “sbagliata”, quella che non è più protetta dalle leggi dello Stato. Un individuo reso apolide, snazionalizzato, e quindi privato di ogni diritto. Un individuo segregabile e scartabile.

A pochi anni dalla realizzazione del film, questi scenari non sono più fantascientifici o comunque futuribili. Il futuro è dietro l’angolo.

Nel giugno del 2010, il senatore israelo-americano Joseph Lieberman – ex candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti – ed il senatore Scott Brown hanno presentato una proposta di legge – Terrorist Expatriation Act, S.3327, HR 5237 – che priverebbe della cittadinanza americana chiunque sia sospettato di appoggiare il terrorismo o una nazione in guerra con gli Stati Uniti. Questi non potrebbe avvalersi del giusto processo e delle altre forme di tutela specificate dalla Costituzione (cf. Miranda: l’insieme dei diritti costituzionali di cui si viene informati al momento dell’arresto nel diritto statunitense). Questo disegno di legge è motivato, così si sostiene, dalla necessità di impedire a cittadini come Faisal Shahzad, l’aspirante terrorista di Times Square, di fruire della protezione delle leggi americane, essendo un traditore. A parte il fatto che la possibilità di togliere la nazionalità escludendo un cittadino dei suoi diritti svuoterebbe di ogni significato lo stato di diritto e i principi sanciti dalla Costituzione Americana, la proposta di legge è così generica che potrebbe essere applicabile a migliaia di cittadini sospettati di “legami” con gruppi terroristici o nazioni ostili, che scomparirebbero letteralmente in una rete di centri di detenzione militare, senza che i loro avvocati possano rintracciarli e difenderli. Sarebbe, come vedremo, la prosecuzione delle logica adottata in passato, quando migliaia di cittadini di origine giapponese, italiana e tedesca furono internati per il tutto il corso della guerra, violando la Costituzione, per decisione di uno dei migliori presidenti americani di ogni tempo, F.D. Roosevelt.

Tra l’altro, è sconcertante che Joe Lieberman non si renda conto che una tale normativa, un giorno non troppo lontano, potrebbe anche giustificare la detenzione di decine, forse centinaia di migliaia di cittadini americani di religione ebraica, o ex coscritti nell’esercito israeliano, o titolari della doppia cittadinanza israelo-americana, come appunto lui. I terribili precedenti dovrebbero servire da monito.

A questa minacciosa proposta di legge si aggiunge quella promossa dal senatore John McCain, già candidato alla presidenza degli Stati Uniti e sconfitto da Obama, la S.3081 del 4 marzo – “Enemy Belligerent Interrogation, Detention, and Prosecution Act”. Presentata assieme al recidivo Joseph Lieberman e al potente senatore e fondamentalista cristiano James Inhofe, questa legge annullerebbe l’habeas corpus (la fondamentale tutela da un arresto illegittimo) agli Americani considerati “nemici belligeranti” (enemy combatants), in teoria, vista la vaghezza e quindi l’interpretabilità del testo, anche solo per aver apprezzato azioni di natura bellica contrarie agli interessi americani. Questi cittadini non avrebbero diritto ad un avvocato o a un giusto processo e sarebbero sottoposti a detenzione a tempo indeterminato in un centro di internamento militare. Queste due proposte, assieme al Patriot Act (prorogato da Obama fino al 2015) ed al Military Commissions Act del 2006, fanno letteralmente a pezzi la Bill of Rights americana allo stesso modo in cui la legislazione nazista preparava la strada ai campi di concentramento per i nemici del Terzo Reich.

Nessuno, a quel tempo, immaginava che cosa sarebbe avvenuto in seguito, allo stesso modo in cui quasi nessuno, al giorno d’oggi, potrebbe immaginarsi che il destino degli Stati Uniti sia quello di trasformarsi in una tirannia che incarcera arbitrariamente migliaia di cittadini e li fa processare da tribunali militari per aver osato opporsi alle politiche statunitensi.

Questa incapacità anche solo di concepire un tale sviluppo è essenzialmente dovuta ad ignoranza o attenzione selettiva. Nessuno può più sentirsi al sicuro, specialmente quando si profilano attentati anche più drammatici di quelli dell’11 settembre. Lo scenario descritto dal politologo ed ex leader politico canadese Michael Ignatieff, sul New York Times Magazine del 2 maggio 2004 è assolutamente plausibile: “Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza”.

I due summenzionati disegni di legge, che hanno incontrato il favore di Hillary Clinton, se convertiti in legge – il che avverrebbe in modo quasi automatico nel caso di un altro attentato terroristico, proprio come avvenne con il tremendo Patriot Act, approvato praticamente senza essere discusso –  conferirebbero al presidente degli Stati Uniti poteri straordinari, pressoché dittatoriali – incluso l’uso di tribunali militari, che non sono autorizzati a giudicare cittadini americani, finché a questi ultimi non viene tolta la cittadinanza – che si sommerebbero a quelli già previsti in seguito all’11 settembre. Nessun cittadino americano che dissentisse dalle decisioni del governo potrebbe dirsi al sicuro. Con il Patriot Act serviva una giusta causa, ora sarebbe sufficiente il mero sospetto, ossia l’insinuazione, un castello accusatorio fittizio fondato su un’arbitraria definizione di affiliazione ad un’organizzazione terroristica, che nessuna procedura processuale civile potrebbe smontare. Lo stesso Patriot Act, la cui bozza conteneva misure analoghe a quelle proposte da Lieberman ma che, alla fine, molto saggiamente, non furono approvate, fino al 2009 aveva già portato all’incarcerazione di oltre 200 passeggeri aerei per “cattive maniere” (Los Angeles Times, 20 gennaio 2009).

Barack H. Obama ha dichiarato solennemente che “non autorizzerà la detenzione militare a tempo indeterminato senza processo di cittadini americani. Una cosa del genere violerebbe le tradizioni e i valori più importanti della nostra nazione”. A parte il fatto che una tale misura sarebbe scandalosa anche se ad esservi sottoposti fossero cittadini non-Americani – e potrebbe accadere a chiunque, in qualunque luogo – la tragica verità è che, a dispetto delle sue promesse, Obama non ha chiuso il campo di concentramento di Guantánamo Bay, non ha bloccato le deportazioni illegali (extraordinary renditions), non ha soppresso i tribunali militari speciali istituiti da Bush, ha esteso la rete globale di prigioni segrete americane e la sua amministrazione è stata ancora più ostile all’habeas corpus della Bush-Cheney.

Alla fine del 2011 Obama ha controfirmato una legge (National Defense Authorization Act) che trasferisce all’esercito buona parte delle competenze in materia di operazioni anti-terroristiche e prevede la possibilità di imprigionare i sospetti terroristi a tempo indeterminato e senza processo. Persino il New York Times, normalmente molto pro-Obama, ha dedicato all’evento un devastante editoriale (16 dicembre 2011) che lo definisce maldestro e descrive il testo approvato come “così pieno di elementi discutibili che non c’è lo spazio per esaminarli tutti”, in particolare “nuove, terribili misure che renderanno la detenzione a tempo indefinito e i tribunali militari un aspetto permanente della legge americana”. In sintesi, “una deviazione dall’immagine che questa nazione si è fatta di se stessa, ossia di un luogo in cui le persone che hanno a che fare con lo stato o sono sottoposti ad un’accusa formale oppure restano a piede libero”.

Un gruppo di ventisei generali ed ammiragli in pensione, che si era già impegnato sul fronte del probizionismo della tortura, ha scritto ai rispettivi senatori spiegando che questa è una legge che arreca più danni che benefici. Trentadue parlamentari democratici hanno inviato le loro lettere di protesta alle due camere, temendo che la legge minerà alle fondamenta il quarto, quinto, sesto, settimo ed ottavo emendamento della Costituzione. Ulteriori critiche severe sono giunte da un articolo di Forbes, che la descrive come “la più grave minaccia alle libertà civili degli Americani”, dall’American Civil Liberties Union (ACLU) e da Human Rights Watch, che sostengono che l’ultima volta che poteri di detenzione così ampi sono stati conferiti allo stato è stato al tempo di McCarthy, con l’Internal Security Act. Secondo Jonathan Hafetz, avvocato ed uno dei massimi esperti di questo ambito giuridico, questa è la prima volta nella storia americana che si autorizza per legge l’incarcerazione militare illimitata e senza processo.

Quel che è grave è che questa disposizione non solo viola l’articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani – “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione” – ma stabilisce un obbligo di detenzione militare per cittadini non-americani, inclusi quelli arrestati sul suolo americano e, di conseguenza, anche l’obbligo di approntamento di una rete di centri di detenzione militari sul suolo americano.

Queste leggi e proposte di legge si fanno beffe delle convenzioni di Ginevra e violano gli articoli 8, 9, 10 e 11 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e rendono impossibile chiudere Guantánamo e gli altri campi di detenzione/concentramento americani sparsi nel mondo (es. sezioni 1026 e 1027 di NDAA 2011), nonostante la dichiarazione di Obama che “il carcere di Guantánamo Bay compromette la sicurezza nazionale e la nostra nazione sarà più sicura il giorno in cui questa prigione sarà finalmente e responsabilmente chiusa”.

Sempre riguardo a NDAA, dei gravi problemi interpretativi affliggono la sezione 1021 (precedentemente 1031), che contempla la detenzione a tempo indefinito, senza un giusto processo, di persone accusate di essere stati o essere membri o di aver appoggiato in misura sostanziale al-Qaeda, i Talebani o forze ad essi associate in stato di belligeranza con gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Dunque anche la resistenza palestinese, siriana e libanese all’occupazione israeliana? Saddam Hussein era stato falsamente collegato ad Al-Qaeda, pur essendone un nemico dichiarato: cosa succederà ai cittadini iraniani, siriani, palestinesi, libanesi, somali, yemeniti, pachistani, indonesiani, venezuelani, cubani?

L’amministrazione Bush è sempre stata molto elastica nella sua lettura di quel che era autorizzata o meno a fare e varie corti, in diversi gradi di giudizio, hanno simpatizzato con questo approccio che erodeva i diritti degli accusati/imputati (cf. Matteo Tondini, “Hamdan v. Rumsfeld. Se il diritto si svuota dei suoi contenuti”). Robert M. Chesney (University of Texas) ha criticato la scelta di non fare chiarezza, lasciando il testo in termini così vaghi da consentire interpretazioni restrittive e radicali. Il risultato è che Obama, o chi gli succederà, avrà una discrezionalità interpretativa senza precedenti nella storia americana e, quasi senza eccezione, chi arriva al potere tende a fare il massimo uso possibile delle sue prerogative.

D’altronde forse non bisognerebbe stupirsi di tutto questo, sapendo che gli Stati Uniti si fregiano del primato mondiale di possedere un quarto della popolazione carceraria del mondo (con il 5% della popolazione totale mondiale).

La mia conclusione è che esistono le premesse perché negli Stati Uniti si ripeta quel che accadde tra il 1941 ed il 1945 ai cittadini americani di etnia giapponese a Manzanar ed in altri campi di concentramento, ma anche ai trentini nel corso della Grande Guerra (cf. Katzenau).

The American Empire, c. AD 475 (2012), or the upcoming bloodshed

 ”I’m here to kick ass and chew bubble gum … and I’m all out of bubble gum“.

“The venom of snakes is under their lips. Their mouths are full of bitterness and curses. And in their paths, nothing but ruin and misery. And the fear of God is not before their eyes! They have taken the hearts and minds of our leaders. They have recruited the rich and powerful, and they have blinded us to the truth! And our human spirit is corrupted. Why do we worship greed? Because outside the limit of our sight, feeding off us, perched on top of us from birth to death are our owners. Our owners — they have us. They control us. They are our masters. Wake up. They’re all about you, all around you!“.

“Our impulses are being redirected. We are living in an artificially induced state of consciousness that resembles sleep. (…) The poor and the underclass are growing. Racial justice and human rights are nonexistent. They have created a repressive society, and we are their unwitting accomplices. Their intention to rule rests with the annihilation of consciousness. We have been lulled into a trance. They have made us indifferent to ourselves, to others. We are focused only on our own gain. Please understand. They are safe as long as they are not discovered. That is their primary method of survival. Keep us asleep, keep us selfish, keep us sedated.”

The economic impact of the firearms industry is up 66 percent since the beginning of the Great Recession, providing an unexpected shot in the arm for the economy, according to a new study.

The National Shooting Sports Foundation says the economic impact of firearm sales – a figure that includes jobs. taxes and sales – hit $31 billion in 2011, up from $19 billion in 2008.

Jobs in the firearms business jumped 30 percent from 2008 to 2011, when the industry employed 98,750.

The industry paid $2.5 billion in federal taxes in 2011, up 66 percent in three years.

“Ours is an industry with a rich history and heritage that remains vital and important to the American economy today,” NSSF Senior Vice President Lawrence G. Keane said in a statement. “To millions of Americans our industry’s products represent liberty, security and recreation.”

Some in the industry attribute the jump in sales to fears the Obama administration will tighten gun control laws in a possible second term.

“There’s a concern that in the second term the Obama administration would lead an attempt to restrict gun ownership,” Mr. Keane said.

That concern, known in the industry as “the Obama factor,” has led many gun owners to purchase now in hopes of avoiding more restrictions and regulations later.

“Some people jokingly refer to [President Obama] as the salesman of the year for the industry,” Mr. Keane said.

Mr. Keane said the president doesn’t deserve all the credit for the sales growth.

He said more young people and women are getting into gun ownership.

“You cannot attribute all the increase simply to the Obama factor,” he said. “It’s a factor, it’s an important factor, but it’s not the only reason.”

Although there is no single indicator that tracks the number of firearms sold in the country, the FBI reported that a record 14.4 million criminal background checks were requested for gun purchases in 2010, and that preliminary numbers project the figure to be above 16 million for 2011.

According to the NSSF’s numbers, requests for gun-related background checks was up some 17.3 percent for the month of January 2012 compared to the same period a year earlier – the 20th straight monthly increase in background check requests.

FBI officials say that just over 1 percent of such background checks result in denials, and not every background check results in a final gun purchase. But the numbers are widely considered a reliable proxy for gun sales trends generally.

http://www.washingtontimes.com/news/2012/apr/19/gun-sales-skyrocket-during-recession/print/

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