Cos’è il Male?

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Il debole lo abbatte, il forte che lo inghiotte.

Cloud Atlas

Un enorme buco nero che, nella sua foga di incrementare la propria potenza, inghiotte tutto ciò che gli sta intorno, senza esserne mai sazio. Inghiotte soprattutto, per rimanere sul piano filosofico, le anime degli uomini, le loro risonanze emotive ed affettive, i loro slanci ideali.

Luca Grecchi, “La filosofia politica di Eschilo”

L’entropia è la misura dell’aumento del disordine in un sistema ed equivale ad una perdita di informazione e quindi di vitalità. Il massimo dell’entropia per un essere umano si ha con il suo decesso.

Una comunità o una civiltà contrasta l’entropia (è neghentropica), quando riduce il disordine creando varietà e vita. In altre parole, quando permette un continuo scambio di idee, energia, persone. Il Terzo Reich è l’esempio più puro di civiltà entropica, a causa del suo isolamento, della sua uniformità, del suo bisogno di omologare, controllare e consumare ciò che lo circondava. In quanto sistema chiuso, era nato per estinguersi rapidamente, condannato com’era ad operare come un buco nero, per evitare il collasso. I nazisti si sentivano potenti perché potevano cannibalizzare altri popoli e nazioni ma, una volta che il resto del mondo riuscì ad organizzarsi per resistere all’assimilazione, all’imposizione di un unico paradigma, l’entropia nazista perse la partita.

Quando non riuscite a distinguere il governo dall’opposizione, vuol dire che l’entropia di un sistema politico è salita. Succede anche con certi prodotti di largo consumo, distinguibili solo dal marchio. Originalità, creatività, inventiva, immaginazione sono forze neghentropiche: diversificano, promuovono il cambiamento e quindi la vita.

Il parassitismo è perciò la quintessenza dell’entropia: prende senza voler dare, distrugge senza creare. Come un buco nero, appunto. Il parassita dipende dall’organismo che lo ospita, ma può anche causarne la morte. Vive sempre a spese degli altri, li vampirizza. Come la tenia: “Non semplicemente costanza dell’energia, ma massima economia dei consumi: sicché il voler diventare più forti, per ogni centro di forza, è l’unica realtà – non conservazione di sé, ma volontà di appropriazione, di diventare padroni, di diventare di più, di diventare più forti” (F. Nietzsche, “La volontà di potenza”).
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/04/14/legoista/

Il parassita, come lo psicopatico, che è l’apoteosi del parassitismo, è dominato dalla paura di perdere il controllo, disperdendo la sua energia e non può quindi essere altro che predatorio e violento. È autolesionistico perché, consumando chi gli dà la vita senza restituire nulla al sistema, pone le basi per la sua morte.

La simbiosi, o mutualismo, è invece la solidarietà biologica tra esemplari di specie diverse che mettono in comune le loro specificità, scambiandosi dei “servizi” che beneficiano entrambe le parti. È creativa, non distruttiva come l’entropia. È una forza di integrazione, che permette alla vita ed ai sistemi complessi di esistere.

È una relazione di mutua compensazione ed equilibrio: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Com’io v’ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (Giovanni 13, 34). “Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude il proprio cuore, come dimora l’amor di Dio in lui?” (1 Giovanni 3:17).

Si deve mangiare il prossimo per vivere. Coccinelle e passerotti sono degli spietati carnivori, ma non sono parassitari, non sono malvagi.

Il male è, in buona sostanza, tutto ciò prende dal suo ambiente senza dare niente in cambio. Si comporta come un buco nero, un vampiro, un untore, un predicatore fanatico, uno psicopatico che sociopatizza la comunità in cui vive (es. Hitler o Stalin), un imperialista/colonialista (es. esportatori di “democrazia”) o, per i fan della fantascienza, gli alieni de “L’invasione degli Ultracorpi”, o i Borg di “Star Trek” (“Assimilando altri esseri alla nostra collettività, li portiamo più vicini alla perfezione”). Si sforza di omologare, assimilare quel che lo circonda, trasformandolo in una copia di se stesso.

Il maligno è un propagatore virale di entropia: diminuisce la variabilità della vita, semplifica la sua complessità, degrada la sua qualità, disturba i fecondi equilibri solidaristici, divide e contrappone solo per poter controllare e metabolizzare più facilmente, ci spinge ad attaccare il “male” che vediamo negli altri (es. omosessualità) senza renderci conto di quel che c’è in noi (repressione, intolleranza), cerca di distruggere l’unità nella diversità (unica garanzia di equilibrio e mutualismo), offusca ciò che andrebbe messo a fuoco, costringe a scegliere tra due alternative come se l’una escludesse l’altra (e magari occulta una terza opzione), cerca di arrestare l’evoluzione, il cambiamento, la creazione. Fa tutto questo perché brama la stasi, l’inerzia, l’uniformità, ovverosia la morte, la quiete eterna.

Approfondimento “esoterico”:
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/18/la-sindrome-del-feto-egoista-come-vivono-e-cosa-pensano-gli-angeli-caduti/

Il paese più stupido del mondo – incontro-dibattito (6 maggio, Trento)

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L’associazione culturale italo-giapponese “Yomoyamabanashi – 4 ciacere” è lieta di invitarvi ad un incontro-dibattito dal titolo:

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“Il paese più stupido del mondo”

con Claudio Giunta,

docente di Letteratura italiana all’Università di Trento

e Stefano Fait,

antropologo e politologo

lunedì 6 maggio alle ore 20:30

a Trento, presso il Café de la Paix
passaggio Teatro Osele 6/8

 https://www.facebook.com/pages/Caf%C3%A9-de-la-Paix-Trento/172033196275003

Non ci può essere autentica democrazia se l’opinione pubblica non è sufficientemente istruita. L’analfabetismo di ritorno ci rende incapaci di comprendere la realtà e difenderci dagli abusi.

Ma cosa vuol dire essere istruiti?

In una classe sudcoreana sei studenti su dieci sperano in un attacco della Corea del Nord perché desiderano morire per porre fine alla pressione psicologica causata dalle esigenze di studio.

Gli studenti con le migliori performance del mondo si trovano molto spesso in nazioni che hanno alti tassi di suicidio e bullismo.

All’estremo opposto, David Gilmour (Pink Floyd), famoso anche per le sue severe critiche al modello educativo inglese, ha dovuto ritirare i suoi figli da una delle migliori scuole steineriane inglesi perché, in un mondo dominato da un sistema formativo standard, si sentivano dei disadattati.

Che fare?

Ne parliamo con Claudio Giunta, docente di letteratura italiana all’Università di Trento, che ha insegnato in Marocco, in Australia, negli Stati Uniti e, ciò che più ci interessa, a Tokyo. Sulla scorta della sua esperienza didattica giapponese, ha scritto “Il paese più stupido del mondo” (Il Mulino), un confronto tra i vizi e le virtù della società giapponese e di quella italiana: ha concluso che i due modelli rappresentano “due tipi opposti di stupidità, due lussuosi fallimenti”.

Dialogherà con Stefano Fait, autore di “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”.

Associazione culturale italo-giapponese “Yomoyamabanashi – 4 ciacere”

cellulare: +39 345  7866166 (Stefania Da Pont)

http://www.yomoyamabanashi.it/

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Il paese più stupido del mondo

di Claudio Giunta

Ho scritto un libretto sul Giappone, l’Italia e altre cose che si chiama “Il paese più stupido del mondo” (Il Mulino, 14 euro). Il paese più stupido del mondo non è il Giappone, naturalmente. Comincia così:

Nell’inverno del 2008 mi hanno invitato ad andare per due mesi a Tokyo, aprile-maggio 2009, per fare due corsi all’università, la prestigiosa The University of Tokyo. «Mettiamo l’articolo per distinguerla dalle altre che ci sono in città», mi spiegano il giorno del mio arrivo. Ho accettato subito non per il prestigio (non c’è nessun prestigio, il prestigio è un’idiozia) e non per i soldi (pochi) ma perché (1) starci due mesi è l’unico modo per capire qualcosa del Giappone, cosa che probabilmente si può dire e si dice di qualsiasi luogo del pianeta, ma per il Giappone di più; e perché (2) volevo prendermi una vacanza dall’Italia, un paese in cui sembra che tutti quanti si siano messi d’accordo per fare ogni cosa alla cazzo di cane.
Questo non piacevole aspetto dell’«identità nazionale» (non c’è nessuna identità nazionale, l’identità nazionale è un’idiozia) mi aveva spinto, negli ultimi anni, su posizioni non destrorse, oh no, ma diciamo di conservazione intelligente, posizioni fraintese da qualcuno dei miei amici meno benevoli come segno di involuzione, passatismo, misoneismo, e da qualcun altro addirittura come segno di stronzaggine. E insomma volevo, voglio un paese in cui al posto della sacrosanta libertà individuale non ci sia la licenza di fare tutto quel che viene in mente di fare, in cui il bene pubblico conti più del piacere privato, un paese con meno furbizia e più lealtà, più regole e meno illegalità, la repressione degli istinti al posto della loro mobilitazione da parte dei demagoghi, le buone maniere al posto della scortesia, le gonne sotto il ginocchio e via dicendo.
Insomma, la civiltà: una bella civiltà repressiva e funzionante. Non potendo tornare nella Vienna di fine Ottocento, il Giappone sembrava la realtà più prossima al mio sogno. E dunque.

Metterei anche il resto, ma l’editore non sarebbe contento.

http://www.claudiogiunta.it/2007/09/il-paese-piu-stupido-del-mondo/

N.B. Giunta ha poi scoperto cosa significhi vivere in una “bella civiltà repressiva e funzionante” ;oD

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TRACCIA INTEGRALE

In tutto il mondo si domanda a gran voce più democrazia partecipata ma, contemporaneamente, una grossa fetta dell’opinione pubblica non sembra ancora capace di decidere con cognizione di causa in vista dell’interesse generale.

Per di più ci ritroviamo con alti tassi di suicidio, violenza, bullismo e violenza domestica: troppi non sanno adattarsi ad una società in rapido cambiamento e reagiscono distruttivamente. Un recente sondaggio indica che “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi” (Ausserbrunner et al. 2010).

La promessa dell’era tecnologica era che la tecnologia ci avrebbe affrancato dai compiti più ingrati e permesso di sperimentare attività ricreative e creative, alla scoperta delle nostre potenzialità inesplorate.

Invece il tasso di disoccupazione continua ad aumentare, la stagnazione culturale è un dato innegabile, l’analfabetismo di ritorno ci infantilizza, l’indebitamento e il precariato ci imprigionano.

Nick Connelly, insegnante di inglese nella Corea del Sud, poco prima di tornare in patria, quando era già in corso l’escalation di minacce e contro-minacce tra Corea del Nord e Stati Uniti, ha chiesto ai suoi studenti quali siano i loro sentimenti: sei studenti su dieci gli hanno risposto che speravano in un attacco della Corea del Nord perché desideravano morire, non ce la facevano più. Connelly riferisce che è un fenomeno diffuso nelle scuole coreane, dove la pressione competitiva è incredibile, in un paese con il più alto tasso di suicidio del mondo (Nick Connelly, The west seems more concerned about North Korea than most Koreans, Guardian, 14 April 2013).

Gli studenti con le migliori performance del mondo si trovano in Cina, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong, Finlandia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone. A parte Canada e Nuova Zelanda, sono tutte nazioni con altissimi tassi di suicidio.

A Singapore, su oltre 600 ragazzini tra i 6 ed i 12 anni, il 22% ha dichiarato di avere l’intenzione di suicidarsi o di averci pensato in passato. Un quinto degli scolari soffre di depressione.

Un giovane studente giapponese, citato dalla filosofa ed educatrice giapponese Naoko Saito (Università di Kyoto), ci spiega la ragione dei suoi crucci: “La società di oggi non accetta facilmente la mia esistenza…Se mi guardo attorno, non c’è un luogo dove mi senta accettato. Non c’è qualcuno con cui poter parlare della domanda filosofica più importante: ‘Perché viviamo?’. Le menti dei miei compagni di scuola sono troppo impegnate a preparare i test d’ingresso alle scuole superiori e non si possono permettere di parlare delle apprensioni del cuore. Nell’educazione contemporanea si pone l’accento sul come realizzare l’obiettivo di passare il test d’ingresso piuttosto che discutere di questioni relative alla dignità umana. Non si capisce quanto importante sia pensare e parlare dei problemi della vita”.

All’estremo opposto David Gilmour (Pink Floyd), famoso anche per le sue critiche al sistema educativo inglese, ha dovuto ritirare i suoi figli da una delle migliori scuole steineriane inglesi, perché in un mondo dominato da un sistema educativo standard, si sentivano dei disadattati.

Che fare?

Ne parliamo con Claudio Giunta, docente di letteratura italiana all’Università di Trento, che ha insegnato in Marocco, in Australia, negli Stati Uniti e, ciò che più ci interessa, a Tokyo. Sulla scorta della sua esperienza didattica giapponese, ha scritto “Il paese più stupido del mondo”, un confronto tra i vizi e le virtù della società giapponese e di quella italiana: ha concluso che i due modelli rappresentano “due tipi opposti di stupidità, due lussuosi fallimenti”.

L’egoista

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Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri…la vita vive sempre a spese di un’altra vita – chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l’onestà.
Nietzsche, “Volontà di Potenza”, 369.

L’essenziale di una buona e sana aristocrazia è che essa…accolga con tranquilla coscienza il sacrificio di innumerevoli esseri umani che per amor suo devono essere spinti in basso e diminuiti fino a diventare uomini incompleti, schiavi, strumenti.
Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 176.

Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico.
Martin Bormann, Memorandum, 1942.

La forza e la volontà di infiggere grandi sofferenze. Essere capace di soffrire è l’ultima cosa: anche le donne deboli e gli schiavi possono raggiungere l’eccellenza in questo campo. Ma non morire per il disagio interiore e l’insicurezza quando si infligge una grande sofferenza e si ascoltano le grida di dolore – questo è grande, questa è la vera grandezza.
Nietzsche, “La Gaia Scienza”.

La maggior parte di voi sa cosa significa un mucchio di 100 cadaveri, di 500, di mille cadaveri. Aver sopportato tutto ciò e, eccezion fatta per umane debolezze, essere rimasti persone decenti, è ciò che ci ha reso duri. Questa è una pagina gloriosa della nostra società che non è mai stata scritta né mai lo sarà.
Heinrich Himmler, Poznan, 4 ottobre 1943.

In malora il Terzo Mondo: è solo una zavorra.

In malora i PIIGS: vivono al di sopra delle loro possibilità.

In malora i tedeschi dell’est: non possiamo essere noi bavaresi a mantenerli tutti.

In malora gli italiani: non possiamo essere noi lombardi a mantenerli tutti.

In malora i parassiti del welfare: senza di loro ci sarebbero più risorse.

In malora gli immigrati: senza di loro il welfare funzionerebbe.

In malora chi vive nei quartieri poveri: la città è più brutta ed insicura per colpa loro.

In malora mio figlio: è solo un costo.

In malora mia moglie: spende più di quello che guadagna.

In malora la mia mano sinistra: è decisamente meno efficiente della destra.

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Il simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda. Medusa è il suo volto mitico più minaccioso, il volto dell’alienazione psicotica. Medusa interrompe il flusso dell’energia vitale, pietrifica ed uccide la vita nel suo accumularla egoistico e disperato.

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Carlo Emilio Gadda (“L’egoista”, 1953) descrive l’egoista come un ego che si considera autarchicamente indipendente da tutto il resto, per nulla in “simbiosi con l’universo”, quando invece “ognuno di noi è il no di infiniti sì, è il sì di infiniti no” e “se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me”. L’egoismo tirannico spadroneggia ovunque ed estingue la coscienza morale e lo spirito civico, per poi estinguere gli egoisti più estremi: “autostritolatosi nella sua pressione centripeta, nella sua propria ipergravità. La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato”.
Per Gadda, c’è un nesso evidente tra egoismo e consumo del prossimo:

L’egoismo è riferibile a un prepotere dell’io fàgico; sì, fàgico, da faghèin che significa manducare, manicare, mangiare: sgranare, come dicono a Firenze. L’egoismo interessa la nostra peristalsi, il nostro io gastro-enterico: discende dalla smania priméva di appropriarci il vitto, la maggior quantità possibile di cibo. è un impulso istintivo, non riflesso: è la liberazione dalla paura atavica, primordiale, belluina, di rimanere senza cibo: è la reviviscente fame dei millenni, ove il trasporto e la distribuzione del grano e delle cibarie non si operava, indi si operava a fatica, e le lunghe notti invernali e il coltrone diacciato delle nevi bloccavano sentieri e tratturi, e cadeva, il mulo, sulla neve, sotto la sferza del vento rovaio. […]. L’egoismo di discendenza fàgica, il duro senso del possesso, lo spietato esercizio del proprio tornaconto, la liruccia disputata alla serva, la schioppettata nella gobba del prossimo per una falciata di fieno; o viceversa quell’amore dei propri comodacci di che l’egoista non si smuove d’un millimetro nemmeno a veder crepare la su’ nonna, è condizione morale, è stato biopsichico oggigiorno così consueto e diffuso, da neppure doverci spendere parola.

L’egoismo dell’istinto di autoconservazione, il desiderio di ego di perseverare nella sua esistenza fisica, di non essere un semplice epifenomeno, di affermare la propria pienezza e permanenza, è anche quello di possedere, controllare, sfruttare chi è più debole. Nella psicologica junghiana il supremo egoista è associato al simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, un emblema dell’individualismo possessivo e parassitario: una forma di vita attaccata alla terra, di sangue freddo e spesso velenosa, imprigionata nel proprio ciclo di morte e rinascita. L’archetipo dell’uroboro è il cerchio dell’eterna immutabilità, simbolo della stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, della ricerca ossessiva della sicurezza e del controllo sul prossimo, il dominio sul proprio universo, non della maturazione.

Nella letteratura, un esempio particolarmente calzante è il personaggio del contadino Mazzarò nella novella di Giovanni Verga intitolata “La roba”. Nella filosofia, la più pura incarnazione è quella del superuomo nietzscheano, specchio del senso di inadeguatezza di Nietzsche, che lo cela dietro la sua autocelebrazione: “Perché sono una fatalità?”, “Perché sono tanto saggio”, “Perché sono tanto accorto”, “Perché scrivo così buoni libri”, “Io non sono un uomo, sono dinamite”, “Io sono per natura battagliero”. Nietzsche è “Dioniso”, è “l’Anticristo” è “il più grande filosofo della storia”, è una persona sofferente, sconfitta dalla vita che cerca un riscatto nelle sue fantasie e merita il nostro rispetto, perché è successo a molti di noi.

È questo il Male? Io credo di sì. Bene e Male sono concetti vaghi, largamente interpretabili. Egoismo ed altruismo sono concetti più facilmente circoscrivibili. Compie il male chi, da adulto, si comporta come un bimbo capriccioso, arrogante ed egoista. Chi, invece, ama se stesso attraverso l’amore per il prossimo, l’altruismo, la sollecitudine, la premura, la solidarietà, l’umiltà, l’accettazione della mutua interdipendenza, riconosce pari dignità all’altro, per quanto diverso. Per queste persone la coscienza è un’attività integrativa di interrelazione ed interdipendenza, perché nel prossimo si vede se stesso e proprio per questo lo si assiste, nel rispetto della sua diversità. Questa, a mio avviso, è la migliore approssimazione al Bene che sia concessa agli esseri umani ed è, non a caso, lo spirito della democrazia come è stata interpretata in Europa, in senso liberal-socialista, prima dell’idolatria dell’avidità neoliberista.

Credo che, in questo particolare momento della storia, segnato da un incrudelimento delle tendenze rapaci e cannibalistiche, particolarmente nelle persone più inclini a questo tipo di vulnerabilità, quello di cui le persone hanno bisogno più di ogni altra cosa è il riconoscimento dei loro meriti e della loro bontà, dello sforzo che fanno per restare umani in un mondo disumanizzante. Ci vuole incoraggiamento, non uno sterile imperversare di condanne misantropiche, di auspici che l’umanità si estingua e lasci in pace il pianeta, di cacce alle streghe di turno, di sacrifici al capro espiatorio di turno. Servono parole di incoraggiamento, di sostegno al valore ed alla dignità delle persone, espressioni concrete e quotidiane del rispetto che meritano, anche se pensiamo che c’è chi possa meritare più di altri. Diversamente, il futuro sarà fin troppo conforme al passato.

Apocalisse = Rivelazione – per chi ha avuto o avrà esperienze che non sa spiegare

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esperienze come queste, ad esempio:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/11/di-che-vita-parlava-gesu-della-vita-della-morte-e-delle-esperienze-extracorporee/

Jacob Needleman intervistato da Richard Whittaker, Parabola, Autunno 2012

Jacob Needleman ha abbandonato una carriera in medicina per dedicarsi alla filosofia, studiando ad Harvard e Yale, per poi insegnare alla SFSU.

Richard Whittaker: Ho pensato che, visto che lei insegna filosofia, potrei chiederle di parlare un po’ dell’ignoto nella tradizione filosofica occidentale.

Jacob Needleman:…Quando sento la frase “l’ignoto” penso prima di tutto ad Immanuel Kant, forse il più grande filosofo moderno. Ha definito qualcosa di essenziale per la modernità del mondo occidentale attraverso un libro straordinario chiamato “La Critica della Ragion Pura”. Si tratta di un vasto e complesso capolavoro, è come camminare in una grande cattedrale per l’immensità e la profondità di pensiero e di comprensione in esso contenute. Per dirla in breve, ha sostenuto con insuperabile forza di persuasione che la struttura della mente plasma la nostra realtà, che ci sono categorie con cui opera la mente, organizzando i dati che ci provengono dai nostri sensi.

Organizza tutti i dati automaticamente al di sotto del livello cosciente in modo che nel momento in cui otteniamo una percezione del fiore o del tal oggetto, essa è già stato ordinata dalle categorie attraverso le quali opera la mente. Tutta la nostra esperienza prende forma passando attraverso queste funzioni plasmanti. Quindi non possiamo veramente mai sapere come sono le cose indipendentemente dalla nostra percezione di esse….Qualunque sia il grado di certezza sul mondo che ci sembra di avere – come ad esempio la legge di causalità – è semplicemente una certezza che la mente sovrappone irresistibilmente alla nostra percezione…Per molte persone è stata e rimane ancora una presa di coscienza (!) sconvolgente pensare che l’umanità non avrà mai la possibilità di conoscere la realtà così com’è.

[…].

Mi sono reso conto che avevo una specifica capacità della mente, la capacità di ritrarre la mia attenzione da tutto ciò che si trova all’esterno, al di fuori di “Io”, rivolgendola verso me stesso.

Ora, ho trascorso molto tempo a contatto con grandi insegnamenti spirituali, come i sermoni di Meister Eckhart, la Bhagavad Gita e molte altre fonti. A un certo punto, e in alcuni contesti, quasi tutti parlano dell’opera di distogliere l’attenzione da quelli che Eckhart chiama “gli agenti dell’anima”, dai dati che ci portano i sensi, i pensieri, per rifocalizzarla su se stessi.

[…]
È stata un’esperienza di estremo interesse. Potevo separarmi – in maniera molto sana – dall’esperienza di essere preso, ingoiato dai pensieri, dalle immagini emotive e dal mondo esterno. Ciò ha avuto una grande influenza su di me. Non c’era alcun senso di alienazione dalla natura o dalla vita intorno a me, ma solo la sensazione di una nuova capacità mentale, personale, che non sapevo di avere.

[…]

Penso che Cartesio sia stato demonizzato per questo, perché ha fatto una distinzione radicale tra mente e materia, queste due realtà fondamentali che, a suo dire, non hanno nulla in comune l’una con l’altra. E questo ha generato un paradosso. Come interagiscono tra loro, visto che ovviamente lo fanno
ogni volta che ci muoviamo intenzionalmente? Un paradosso che è rimasto con noi.

[…]

RW: Socrate è questa figura basilare grazie a Platone. Da dove spunta fuori? Dove ha trovato la sua conoscenza? So che è una domanda che non trova risposte definitive, ma resta una domanda interessante, non è vero?

JN: Dobbiamo riconoscere di Socrate, prima di tutto, che tutto quello che sappiamo di lui e della sua grandezza è qualcosa che si è svolto in forma di dialogo con altre persone. Era un maestro nel mostrare alle persone che non sapevano quello che credevano di sapere. Era un maestro nel togliere alle persone le loro certezze, in particolare nelle questioni morali, ma anche più in generale. Questo modo di interrogare, in un faccia a faccia, era un aspetto fondamentale di Socrate, e Platone ha colto un suo tratto, ma forse non l’intera cosa. Un altro scrittore greco, Senofonte, ha scritto dei suoi incontri con Socrate e di un altro aspetto della forza di Socrate come persona: indagava e sapeva ascoltare.

[…]

Ed è questa la liberazione che ci dona. Approfondire realmente una questione ci mette in contatto con un’altra parte di noi stessi che le nostre “risposte” normalmente occultano; questa è la libertà dal noto di cui parlano Krishnamurti ed anche altri. La grande risposta è avvertita come una domanda, quando è un maestro che ve la offre. Il noto può essere uno schiavista.

L’altra cosa principale di Socrate è che lui invitava ogni persona a conoscere se stessa – a prendersi cura di ciò che egli chiamava l’anima, prendersi cura del vero sé. Il primo obiettivo di chiunque avrebbe dovuto essere quello di essere solleciti nei confronti dell’anima. Tutto il resto ci porta fuori strada…Prenditi cura del tuo vero sé, della tua vera coscienza e spogliati delle cose che pensavi di conoscere, non solo riguardo al mondo, ma su di te. Queste due cose vanno di pari passo.

RW: Quindi, questa idea di conoscere me stesso – che cosa significa? Chiaramente, l’implicazione è che io non mi conosco.

JN: La grande incognita sono io, me stesso. Possiamo parlare quanto vogliamo di Kant e della Critica della ragion pura e di come non conosciamo le cose in sé, ma questa è la grande incognita: me stesso. […]. Ha a che fare con la coscienza. Ed è una grande incognita, questa cosa chiamata coscienza. Noi non sappiamo cosa sia la coscienza. Questo è incredibile! Non so cosa sia la coscienza, ma sono sicuro di essere consapevole! La mente, i pensieri, le categorie, le parole che riguardano ogni tipo di conoscenza specificamente umana e l’azione…Una delle grandi questioni della filosofia è come facciamo a sapere? Ma questa classica domanda filosofica è in realtà una domanda inerente alla coscienza. La coscienza è l’uomo [sta parlando dei più elevati stati di coscienza: cani e gatti sono spesso più consapevoli degli scimpanzé non in cattività, pur essendo geneticamente più distanti dall’uomo, in virtù della loro frequentazione dell’ambito umano, NdT]. Questa è la sua specificità. Quindi penso che l’idea della mente, la conoscenza, la certezza, l’ignoto, abbiano a che fare prima di tutto con la coscienza.

RW: È bellissimo. A volte mi stupisce che non si riconosca il fatto che ogni cosa esiste, prima di tutto, come esperienza.

[Questo è esattamente il punto che hanno cercato in ogni modo di farci capire i fisici quantistici, con scarso successo, purtroppo:

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/fisica-quantistica-e-trascendenza.html - NdT]

JN: È sorprendente che questo non sia in cima ai nostri pensieri. Il mio “essere io” ["Iness"] si perde nella mia vita. Potrei trascorrere un intero mese, un anno, una vita intera, senza rendermi conto della mia esperienza dell’esistenza. La coscienza sono io in un senso profondo della parola. Io non sono le braccia e le gambe, il mio naso, le mie opinioni. Non sono le mie parole, i miei pensieri, le mie sensazioni. Io non sono i miei organi. Io sono un essere umano. Un essere umano è definito dalla coscienza.

[…].

Nelle neuroscienze ora è quasi di moda affermare che si possono cominciare a vedere molte cose all’interno del cervello. È notevole, ma ancora non hanno spiegato l’esperienza della coscienza. Si può dire tutto quello si vuole sui neurotrasmettitori e tutto il resto, ma come si dà conto della qualità esperienziale della coscienza, anche a suoi livelli più semplici, come l’esperienza, per esempio, di vedere un colore rosso, o blu, o qualunque altro colore?

[…]

RW: Parliamo di comunità. La comunità ed una sua possibile funzione, quella di avere una cosa di cui ho bisogno ma non conosco e manco me ne rendo conto. Questa è una realtà importante.

JN: Certo che lo è…Ma troppe comunità sono semplicemente punti di incontro di similarità e diventano un po’ come una folla. Una massa è una comunità di persone che hanno tutte la stessa illusione, la stessa paura. E c’è l’inflazione dell’ego anche lì [cf. Jung, ma anche “la rana e il bue” di Fedro - NdT].

http://www.lefiabe.com/fedro/larana-ilbue.htm

Quindi, una comunità che non abbraccia l’altro non è una comunità.

RW: Una vera comunità potrebbe abbracciare l’altro e diventare migliore nel farlo, giusto?

JN: Sì. E ci sono molti livelli in questo processo. Penso che la grandezza dell’America sia quella di rendere ancora possibili le comunità. È una qualità molto grande per una nazione quella di tutelare la libertà delle persone di costituire comunità spirituali, altri tipi di comunità. La speranza è che l’America permetta alle persone di cercare coscienza. Questo è il suo grande ideale. Il pericolo è che se lo perdiamo, allora l’America diventerà solamente un altro grosso e potente dinosauro che scomparirà.

RW: C’è un articolo di Philippe Lavastine intitolato “I due Vedanta: Il meglio e il peggio dell’India”. È notevole. Scrive che qualcosa è andato storto nell’Induismo forse alcune centinaia di anni fa. Prima la ricerca della liberazione era fatta nel contesto della comunità, assieme agli altri. Ma qualcuno ha introdotto l’idea di singoli che perseguono la loro via per conto loro. È diventato un qualcosa di individualistico.

JN: Sta parlando di come la liberazione di sé sia diventato l’obiettivo principale, piuttosto che l’integrazione della vita interiore e delle esigenze della comunità. È un articolo molto potente [sono d’accordo ma occorre fare comunità in modo intelligente, con senso critico: Lavastine, 30 anni prima nella Francia di Vichy collaborò entusiasticamente con le politiche culturali degli occupanti nazisti, NdT].

[…].

Può sembrare assurdo dire che la scienza non funziona. Sembra funzionare in maniera fantastica. Guardate tutto quello che fa. Ma un qualcosa che non serve a portare l’amore, la bellezza, il porsi al servizio del prossimo è, nel migliore dei casi solo una mezza verità in un senso profondo, e non è davvero pragmatico.

[…].

Abbiamo bisogno di un linguaggio basato sull’esperienza, su ciò che vorrei chiamare un empirismo interiore. La scienza si basa su un empirismo esterno. Ma c’è anche un empirismo interiore che ci mostra la verità su noi stessi. E quando questo è risvegliato, inizia a mostrare anche la verità del mondo. Allora gli strumenti impiegati dalla scienza cominciano a servire scopi di altro genere [più nobili, NdT].

[…].

Rivelazione [“apocalisse”, NdT] è un altro termine per quella coscienza superiore che incontra gli strumenti di cui ci ha dotato l’evoluzione o qualcos’altro, e li umanizza e divinizza trasformandoli in qualcosa di straordinario. Quindi c’è un significato dell’interiorità che non è affatto quello comune. Non è solo l’insieme dei miei pensieri, dei miei sentimenti, è un energia di una qualità molto elevata e sottile che quando entra in contatto con gli strumenti del sé, li divinizza. Si pongono spontaneamente al servizio di una causa. In questo senso, la pratica spirituale è una forma di empirismo interiore. Quindi è corretto definirla una scienza, la scienza della vita interiore.

[…].

La questione legata a questi doni e poteri speciali è a cosa ci servono, che uso ne vogliamo fare, se li abbiamo? Le persone con questa sensibilità hanno uno scopo che è onorevole e corrisponde a ciò che è meglio per il mondo? Quindi è una specie di intelligenza del cuore quella su cui dobbiamo lavorare molto sul serio, perché ci sono questi poteri, ci sono queste cose che accadono. Non c’è proprio nessun dubbio su questo.

Se uno non ha mai provato quell’esperienza, naturalmente, è libero di essere un cinico. È qui che diventano fondamentali le grandi idee, la grande filosofia, la grande musica, la grande arte: per ricordarci chi siamo.

Ci sono tante idee tossiche, tanta arte tossica, tante cose che ci fanno dimenticare quel che dobbiamo ricordare.

[In “La Città Incantata” di Hayao Miyazaki, Chihiro accetta il cambiamento di nome e l’oppressione della strega Yu-Baaba, si dimentica della sua missione, del suo vero nome, della sua vera identità, della sua origine. Solo quando un biglietto le ricorda che il suo vero nome è Chihiro e non Sen, tutto riaffiora alla memoria, assieme al coraggio ed al senso di responsabilità e dedizione alla causa. Così può salvare i suoi genitori immemori e tornare con loro in “Kansas” (cf. Il Meraviglioso Mago di Oz), NdT]

C’è un blocco nella cultura contemporanea. Non importa quali fenomeni avvengano, si cerca di spiegarli tutti riducendoli a qualcosa di inferiore rispetto a quello che sono.

[...].
Al giorno d’oggi, giovani e adulti, quando fanno esperienza di quest’altra energia, un evento che si verifica anche accidentalmente, non sanno come chiamarlo. Non ne conoscono il significato. Non si rendono conto che la loro vera natura li sta chiamando e che è questo il loro destino.

http://www.jacobneedleman.com/storage/pdf/J-Needleman_w-Whitaker_Parabola_Fall_2012.pdf

E se Gesù fosse veramente “risorto”? (Nagel contro il riduzionismo materialista)

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Thomas Nagel, uno dei massimi filosofi viventi, è ateo e ha dichiarato: “Voglio che l’ateismo sia vero e sono a disagio per il fatto che alcune delle persone più intelligenti e ben informate che conosco siano credenti. Non è solo che io non credo in Dio e, naturalmente, spero che le mie convinzioni siano corrette, è che mi auguro che Dio non esista. Non voglio che ci sia un Dio! Non voglio che l’universo sia fatto così [teleologico]“.

http://www.weeklystandard.com/articles/heretic_707692.html?nopager=1

TUTTAVIA…

Thomas Nagel conclude così i ringraziamenti in apertura del suo ultimo libro, “Mind and Cosmos: why the materialist neo-darwinian conception of nature is almost certainly false”: “Alla luce dell’eterodossia delle conclusioni, spero che questi ringraziamenti non siano presi come un’offesa”.

Il professore della New York University, tempio della cultura liberal e secolarizzata, ha sfidato frontalmente il pensiero dominante in ambito scientifico e filosofico. Nell’area delle credenze private tutto è concesso, “ma fra gli scienziati e i filosofi che si esprimono sull’ordine naturale come tale, il riduzionismo materialista è postulato come l’unica possibilità seria”. Ogni paradigma alternativo è un residuo della doxa o oppio per gli scienziati premoderni che vedono una tendenza verso l’ordine dove c’è soltanto scontro casuale di particelle senza qualità e selezione naturale; invocano una mente che avrebbe apparecchiato un cosmo intelligibile quando invece c’è soltanto una catena fortuita di eventi spiegabile senza uscire dall’ambito delle leggi fisiche. “Il riduzionismo psico-chimico è la visione ortodossa in biologia e ogni resistenza è considerata non soltanto come scientificamente scorretta, ma anche come politicamente scorretta. Per molto tempo ho trovato difficile da credere la versione materialista su come noi e gli altri organismi siamo arrivati all’esistenza, inclusa la versione standard dell’evoluzionismo. Più dettagli scopriamo sulla base chimica della vita e sulla complessità del codice genetico, più questa versione storica mi sembra incredibile”. Ancora: “Mi sembra che la presente ortodossia sull’ordine cosmico sia l’esito di premesse non dimostrate”.

[…].

Nagel anticipa le reazioni piccate che puntualmente sono arrivate: “I miei dubbi saranno considerati da molti oltraggiosi, ma questo succederà perché quasi tutti nella nostra cultura secolare sono stati costretti a considerare i dettami del riduzionismo come sacrosanti, sulla base del fatto che qualunque altra cosa non può essere considerata scienza”.

L’aggravante è che Nagel è un disertore. Un apostata dell’ateismo scientista. Era sul carro che portava gli eredi di chi ha vinto la guerra della modernità e improvvisamente è saltato giù. In “The Last Word” ha difeso con passione il proprio ateismo: “Voglio che il mio ateismo sia vero. Non voglio che ci sia un Dio”.

In “Mind and Cosmos” spiega che il suo scetticismo radicale attorno a quel materialismo che è la calce dell’edificio evoluzionista “non è basato su un credo religioso, o su un credo in qualunque alternativa definita. Credo soltanto che le evidenze scientifiche disponibili, malgrado il consenso delle opinioni scientifiche, in questa materia non ci impongano razionalmente di obliterare l’incredulità del senso comune. E questo è specialmente vero rispetto all’origine della vita”.

La forza che muove l’indagine di Nagel è il vecchio ideale filosofico di trovare “un singolo ordine naturale che unifica tutte le cose”, le montagne e l’origine della vita, i neuroni e la coscienza; quanto più il filosofo prende sul serio l’aspirazione verso il principio fondante, tanto più il dualismo cartesiano e il materialismo o l’idealismo mostrano i loro limiti. Con una differenza: Cartesio aveva in sostanza rinunciato alla ricerca di un ordine naturale unificante, mentre per poter offrire un modello credibile il materialismo ha dovuto “escludere la mente dal mondo fisico”: per sostenersi ha dovuto cioè restringere radicalmente il campo della sua indagine, accontentandosi di una “comprensione quantitativa del mondo, espressa in leggi fisiche formulate in modo matematico”. La fortuna della scienza galileiana e dell’evoluzionismo darwiniano è stata l’efficacia.

La riduzione materialista scompone i fenomeni e li analizza, spiega la biologia con la chimica e la chimica con la fisica, e il linguaggio matematico che unisce le scienze prevede e seziona l’esistente, ma soltanto a condizione di limitarsi a un “universo senza mente”.

Per non rovinare i calcoli la coscienza deve essere tenuta fuori dalla porta. Il governo americano difficilmente investirebbe 3 miliardi di dollari in uno studio su un paradigma epistemologico comprensivo per colmare le falle di Darwin e riconciliare il materialismo e l’emergere irriducibile e misterioso della coscienza, ma orgogliosamente spende 3 miliardi di dollari per mappare il cervello e “sbloccare il segreto dell’Alzheimer”, come ha detto il presidente Obama. L’indagine della scienza moderna produce risultati apprezzabili in termini materiali.

[…]

La risposta divina, dice, è oscura e si sottrae all’ambito naturale, ma prende sul serio la natura dell’universo più di quanto faccia il materialismo. “Qualunque cosa si pensi circa la possibilità di un ‘designer’, la dottrina prevalente, cioè che la nascita della vita dalla materia morta e la sua evoluzione attraverso i mutamenti accidentali e la selezione naturale fino alla sua forma attuale non sia scaturita da altro che dalle leggi fisiche, non può essere considerata inattaccabile. È un postulato che guida il progetto scientifico, non un’ipotesi scientifica confermata”.

Al filosofo americano nato a Belgrado la spiegazione in senso squisitamente materialista dell’universo è apparsa come una coperta troppo corta, una lente che mette a fuoco soltanto il primo piano e non coglie lo sfondo, almeno dai tempi di “Cosa si prova a essere un pipistrello?”, un classico della filosofia della mente apparso nel 1974.

Le leggi fisiche, chimiche e biologiche, sosteneva allora Nagel, non riescono a spiegare adeguatamente la coscienza, non esauriscono quella che lui chiama “esperienza soggettiva”. Carpire e tradurre in linguaggio matematico i processi attraverso cui il pipistrello esperisce il suo ambiente, conoscere in modo esaustivo la corteccia cerebrale e la catena di reazioni chimiche che ne determinano il funzionamento non ci dice nulla su cosa effettivamente si provi a essere un pipistrello. La coscienza cade fuori dalla portata dell’indagine materialista e, in mancanza di strumenti adeguati per esplorarla, viene bollata come un accidente, pura apparizione casuale che disturba l’irreprensibile concatenazione causale. Un mero “effetto collaterale” delle leggi fisiche. Notare: Nagel non sostiene che la mente e il suo “supporto” fisico siano distinti, non concepisce una coscienza instillata nell’uomo con un soffio divino e disgiunta dai neuroni e dalle sinapsi che la neuropsichiatria studia con zelo positivistico. Non rifiuta il naturalismo, rifiuta una concezione ridotta del naturalismo. E allo stesso modo non rifiuta la teoria dell’evoluzione, rifiuta il modello materialistico che quella teoria dell’evoluzione ha elevato a strumento inadeguatamente univoco per la comprensione della complessità dei fenomeni.

Proprio per questo il filosofo percepisce la bruciante necessità di una rifondazione della scienza. E’ qui che si squaderna la “open question” di Nagel, quella che ha fatto schiumare di rabbia i tedofori della scienza pura e “mindless” che si sono scandalosamente ritrovati sul banco degli imputati con l’accusa di aver adulterato la ragione, di averla ridotta con il pretesto di liberarla dai lacci di una teleologia superstiziosa e irriducibile alla pura fisica. Quella stessa ragione in nome della quale si sono battuti – e in nome della quale hanno vinto, almeno a livello dell’establishment accademico – per frantumare i detriti dell’oscurantismo portati dal fiume della storia. La domanda di Nagel suona così: quale principio unitario può spiegare l’esistenza della vita, degli organismi, dell’uomo, la sua evoluzione, la comparsa della mente, i desideri, i valori, l’intenzione senza uscire dall’ambito della natura e senza ridursi all’ambito della materia? Nagel non offre una risposta cartesianamente chiara e distinta – anche se gli argomenti teleologici abbondano e si trovano più somiglianze con l’impianto aristotelico-scolastico di quante l’autore sia disposto ad ammettere – ma il valore dirompente (e la vis polemica) del suo “Mind and Cosmos” è nella preparazione del terreno, nel raffinamento della domanda e nella scelta degli strumenti. “Se la biologia evoluzionista – scrive Nagel – è una teoria fisica, come è generalmente concepita, allora non può considerare la coscienza e altri fenomeni che non sono riducibili all’ambito fisico. Dunque se la mente è il prodotto dell’evoluzione biologica – se gli organismi con una vita mentale non sono miracolose anomalie ma una parte integrante della natura – allora la biologia non può essere una scienza puramente fisica. Si apre la possibilità di una concezione pervasiva dell’ordine naturale molto diversa dal materialismo, una concezione che mette al centro la mente, invece di considerarla soltanto un effetto collaterale delle leggi fisiche”. La visione materialista si incaglia sugli scogli della coscienza e per riprendere a navigare serenamente la deve “accidentalizzarla”: è solo un incidente di percorso.

[…].

“Mind and Cosmos” non è un trattato creazionista, ma una ricerca di quello che Tom Sorell chiama “monismo neutrale”, un principio per rendere ragione della natura che detronizzi le premesse riduzioniste dell’evoluzionismo riportandole al livello che compete loro. Paradossalmente il testo di Nagel può rendere a Darwin un servizio enormemente più valido di quello che offerto dai suoi più invasati seguaci, incastonando il darwinismo nell’ambito d’indagine che gli è proprio. “Mind and Cosmos” si conclude con una profezia ambiziosa almeno quanto la confutazione dalla quale muove il ragionamento: “Scommetto che l’attuale consenso scientifico nel giro di un paio di generazioni sarà considerato ridicolo. Anche se, certamente, potrebbe essere rimpiazzato da un nuovo consenso altrettanto debole”.

Quello di Nagel è un invito ad allargare la ragione per inquadrare in tutto il suo abbacinante splendore un cosmo irriducibile al paradigma della scienza galileiana; e contemporaneamente è un atto rivoluzionario in un’epoca dominata dai dati e dagli algoritmi, idoli della postmodernità cresciuti nel solco di un conformismo scientifico che Nagel non teme di rovesciare.

Mattia Ferraresi

http://www.ilfoglio.it/soloqui/17134

Jacob Needleman sul nostro rapporto patologico con i soldi e con il tempo

JN-at-Baylor

The Meaning of Money in the 21st Century

An Interview with JACOB NEEDLEMAN 

By Alexander M. Dake

Filosofo in un’università statale, mistico ma anche consulente finanziario. È Jacob Needleman, che ha previsto correttamente l’esplosione della bolla della new technology (il boom finanziario legato ad internet che ha preceduto l’ultima bolla dei subprime e le cui conseguenze sono state neutralizzate dall’11 settembre e dalla Guerra al Terrore – una buona ragione per attendersi qualche altro incidente internazionale nei prossimi mesi).

Intervistato sul significato dei soldi, per un interessante confronto con l’approccio di Giampiero Mughini

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-05-14/soldi-sono-poesia-difesa-173456.shtml?uuid=AbKtcacF

AD: Cosa c’è di così attraente e seducente nei soldi?

JN: Il denaro ha il potere di far sentire le persone potenti, felici ed importanti. Ecco dove sta il pericolo, perché si tratta di un falso senso di comfort. Se ti preoccupi di piccole cose quando sei povero, continuerai a preoccuparti di cose più grandi quando sarai ricco. Il denaro non cambierà la vostra interiorità ed è lì che la maggior parte delle persone cade in errore. Pensano che il denaro cambierà la loro vita e questo è vero, ma non nella maniera attesa. Se non sai come ti poni nei confronti del denaro e comprendi questo rapporto, non sai chi sei veramente. Un ansioso rimarrà tale, una persona sicura resterà tale, indipendentemente dal suo benessere.

AD: Lei spiega nei suoi saggi che l’importanza del denaro è aumentata sostanzialmente a causa del protestantesimo. Può chiarire meglio questo punto?

JN: Mi si consenta innanzitutto di spiegare che cosa vuol dire che il denaro è diventato più importante che mai. Prima di tutto il denaro entra in ogni tipo di relazione nella società, molto più che in qualsiasi altra epoca e civiltà. Tutto è stato monetizzato. C’è stato un tempo in cui le questioni che riguardavano le relazioni personali, i medici e la medicina, le relazioni accademiche, la vita artistica erano esentate dalle considerazioni monetarie. Un artista poteva essere apprezzato per quello che faceva senza riscuotere un successo finanziario. Un medico era disposto a curare senza necessariamente essere pagato subito o l’intera somma, se il paziente non se lo poteva permettere. Ora, però, se si parla di malattie, spesso il costo della sanità è una parte importante della discussione. Per esempio, parlando delle morti causate dal tabacco, il fatto che le imprese produttrici di tabacco debbano pagare miliardi di dollari di danni sembra più importante delle morti e malattie causate dal tabacco. Tutto ha un prezzo al giorno d’oggi. Questo non è necessariamente un male, ma mostra come il denaro si sia insinuato in ogni angolo della nostra vita. Parte di questo processo ha a che fare con la polverizzazione dei valori nella nostra cultura. Il denaro ha colmato un vuoto. Di nuovo, questo potrebbe non essere un male: invece di uccidersi a vicenda, ci si fa causa. Il potere del denaro sta nel fatto che ha iniziato a quantificare la vita, cancellando gli aspetti qualitativi della vita. Questo coincide con un altro sviluppo nella nostra cultura: usiamo le nostre menti sempre di più e il nostro cuore sempre di meno quando prendiamo delle decisioni. Comunque, è stato all’inizio del XX secolo che il sociologo Max Weber ha detto che il protestantesimo è stato la causa principale del capitalismo. Il capitalismo esisteva anche in altre culture, ma la cultura protestante è stata l’unica che ha dato un significato religioso ai guadagni.

AD: Come si spiega la differenza tra l’atteggiamento nei confronti del denaro nei paesi protestanti dell’Europa occidentale, come la Svizzera e l’Olanda, e negli Stati Uniti, dove l’importanza del denaro pare endemica?

JN: Quando Weber faceva le sue osservazioni in merito al protestantesimo faceva uno specifico riferimento agli sviluppi negli Stati Uniti, in cui il denaro aveva quasi assunto il ruolo della religione. Ciò era cominciato con l’inizio della storia americana, con leader come Benjamin Franklin, che aveva fatto dei soldi una misura del proprio rapporto con Dio. Questo esiste in misura limitata in Svizzera e anche in Olanda, ma negli Stati Uniti gli americani hanno interpretato lo spirito del protestantesimo a modo loro ed accresciuto l’importanza del denaro ed il suo ruolo religioso.

 

AD: Avendo appena stabilito l’influenza pervasiva del denaro nella nostra società, continua a sostenere che abbiamo bisogno di rendere i soldi più significativi nella nostra vita. Perché?

JN: L’uomo deve dimostrare maggior rispetto per il denaro. Il denaro di per sé non è male, diventa una cattiva influenza solo quando distrugge o sostituisce ciò che è prezioso nella nostra vita. Il denaro è un mezzo attraverso il quale il desiderio umano si esprime in tutto il mondo e il desiderio umano di per sé è una grande cosa, che merita rispetto. Per questo la gente deve prendere più sul serio i soldi, in quanto mezzo (per un fine). Non sul serio nel senso di mettere le mani su quanto più denaro sia possibile, ma sul serio nel senso di riconoscere che il denaro è una parte importante della vita umana. Al fine di comprendere la propria vita è necessario capire il ruolo del denaro nella propria vita.

 

AD: Lei consiglia tante persone diverse su come gestire i soldi nella loro vita. Da dove comincia quando fornisce una consulenza? Esamina la loro vita personale o il modo in cui trattano i soldi nella loro vita?

JN: Parto dal secondo punto. La gente nutre ogni sorta di paura, illusione ed auto-inganno in materia finanziaria. Esiste un’enorme ipocrisia riguardo ai soldi. Il tabù che circonda il sesso ora circonda il denaro. Si deve avere il coraggio e l’onestà di studiare il proprio atteggiamento verso i soldi, senza giudicarsi. Nella mia esperienza questi atteggiamenti sono spesso basati su nozioni molto primitive sepolte nella psiche delle persone: gli esempi più ovvi sono le persone che credono veramente che il denaro sia sporco [lo “sterco del demonio”, lo si chiamava nel Medio Evo, NdT] e poi ci sono persone che credono che il denaro sia la cosa più importante nella vita. Soprattutto quest’ultima è la visione radicata nella cultura americana. E poi ci sono molte persone che credono vere entrambe le cose e diventare ancora più ipocrite sui soldi. Non ci si può sbarazzare in fretta di questi preconcetti.

 

AD: Come spiega la spontanea ammirazione, in particolare negli Stati Uniti ma anche in altri paesi, per le persone facoltose, spesso senza sapere altro su di loro?

JN: Questo è un altro esempio di ipocrisia intorno al denaro. Quando negli Stati Uniti si incontra qualcuno che si rivela essere un miliardario, l’atteggiamento cambia improvvisamente. Non è una risposta razionale, ma profondamente emotiva. Le persone rispettano i ricchi più di chiunque altro. Una volta ho chiesto a un miliardario, che aveva iniziato la sua carriera con niente in mano, qual è stata la cosa più sorprendente che ha scoperto quando è diventato ricco. Ha detto che la gente lo trattava con immenso rispetto e valutava le sue opinioni come se fosse ben informato su tutto. Ha poi aggiunto che l’unica cosa che sapeva fare era far soldi. L’autopercezione della gente è legata a quanti soldi fanno. Questo è molto più forte negli Stati Uniti che in Europa, anche se l’Europa si sta muovendo in questa direzione pure lei. Il rovescio della medaglia è che gli uomini d’affari americani possono essere molto più diretti ed onesti nel loro business, mentre gli uomini d’affari europei sembrano nascondere l’importanza di realizzare un profitto. Ma anche lì le cose stanno cambiando.

 

AD: Come pensa che gli storici del futuro giudicheranno quest’epoca in cui i soldi governare la nostra cultura?

JN: Come uno straordinario periodo di ricchezza, ma anche decisamente barbaro. Non possiamo sopravvivere se diamo importanza solo al denaro ed al potere. Non credo che nessuna società o cultura possa esistere senza dei valori spirituali come suo fondamento. Penso che stiamo raggiungendo una situazione di crisi, se non cambiamo il nostro amore per il denaro [profetico: pochi anni dopo è arrivata la Seconda Depressione NdT].

AD: Qual è la sua esperienza con la nuova ricchezza guadagnata e persa negli ultimi anni da molti manager della Silicon Valley?

JN: Due anni fa sono stato invitato da Microsoft per offrire consigli su come trattenere i loro giovani dirigenti sui 30-35 anni di età, che se ne andavano perché erano diventati ricchi per conto loro. Era chiaro che non sarebbe stato il denaro a trattenerli. Forse solo un lavoro pieno di significato avrebbe potuto farcela. La Silicon Valley è stata descritta come il più grande accumulo legale di ricchezza della storia.

 

[…]

 

AD: Cos’è il successo per questi specialisti della conoscenza [knowledge workers]?

JN: Sorprendentemente, non lo definiscono solo in termini monetari. Pensano di avere successo quando fanno qualcosa di pionieristico, qualcosa di nuovo ed interessante, e possibilmente che sia di beneficio per il genere umano e per la società. Sono prigionieri dell’illusione che, se lavorano ad un computer o modem più veloce, sarà automaticamente un bene per l’umanità. La chiamo l’illusione delle nuove tecnologie. Noi, come società, crediamo che la nuova tecnologia ci abbia assicurato ogni genere di vantaggio, ma ci potremmo chiedere che cosa abbia ottenuto, oltre ad accelerare la vita delle persone. La tecnologia risolve spesso un problema per crearne due di nuovi, che a loro volta richiederanno nuova tecnologia per risolverli. E questo processo continua imperterrito. Invenzioni progettate per risparmiare tempo e fatica, eppure la maggior parte degli americani lavora più a lungo e non ha mai avuto meno tempo libero.

 

AD: Perché la nostra società non sembra valorizzare alcune professioni molto importanti, come l’insegnamento, la sanità e la cura dei bambini, delle arti e della scienza, se monetizzate?

JN: Le persone che toccano i punti più deboli della natura umana sono quelle che fanno di gran lunga più soldi di tutti gli altri messi insieme. Le persone sono disposte a pagare di più per dei servizi che soddisfano il desiderio di eccitazione, l’autoinganno, la vanità, il piacere. Sono quelle le situazioni in cui le persone si sentono più vive, non quando ascoltano un’insegnante premurosa o sono assistite da un infermiere capace in ospedale. Questo potrebbe apparire come ingiusto, ma il denaro non ha a che fare con la giustizia, bensì con le emozioni e con l’apprendere a gestirle.

AD: Il denaro è il modo giusto di valutare il lavoro? Per esempio, un insegnante in una cittadina non sarà mai in grado di estendere i suoi servizi o il suo pubblico e ha quindi un limite massimo al suo reddito, mentre una pop star teoricamente può ampliare il suo pubblico fino ad includere il mondo intero, con un reddito virtualmente senza limiti.

JN: Usare altri mezzi per premiare le persone non cambierà la natura umana alla base di queste grottesche differenze di retribuzione. Non so se apprezzeremo mai il valore di un insegnante in termini paragonabili al valore che diamo ad una pop star. Forse è meglio così. Forse un insegnante insegna meglio se non guadagna due milioni di dollari all’anno. Inoltre la gente potrebbe arrivare a rendersi conto che il punto non è pagare di più gli insegnanti, ma capire che hanno una vita migliore di una pop star. Ci sono esempi di persone che hanno abbandonato posti di lavoro ben retribuiti per fare delle cose che gli piacevano molto, ma con una paga molto inferiore.

AD: Lei si è anche occupato del tempo e dell’esistenza di una povertà di tempo. I problemi associati al tempo sono paragonabili a quelli collegati al denaro?

JN: Sì, tempo e denaro sono al centro di analoghe illusioni. La proliferazione del desiderio è stata la base della nostra economia capitalistica. Non è la soddisfazione del desiderio, ma la creazione di desideri artificiali. Le persone non hanno bisogno del 99% dei prodotti immessi sul mercato. Se i cosiddetti desideri “normali” fossero soddisfatti, allora l’economia crollerebbe. L’economia si basa su illusioni e falsi desideri. Chi ha bisogno di 20 tipi di succo d’arancia al supermercato? È qui che entra in gioco la questione del tempo. A causa di tutti questi desideri dobbiamo lavorare per molte più ore e molto più duramente per poterceli permettere e poi abbiamo troppo poco tempo per acquistare i prodotti o servizi, per non parlare di goderne. Questo, a sua volta, è un riflesso della vita nelle nostre teste che ci mantiene continuamente impegnati con i nostri desideri di futuri possibili. Il tempo sembra quindi scorrere sempre più velocemente. Semplicemente non abbiamo abbastanza tempo per fare tutto quello che pensiamo di dover fare, non abbiamo nemmeno il tempo di fare ciò che realmente dobbiamo fare. Questa è la povertà di tempo. Proprio come nel caso del denaro, con il tempo stiamo assistendo alla perdita di valori e del senso di cosa sia un essere umano.

AD: Sembra una situazione miserevole, all’inizio del 21° secolo.

JN: È una crisi molto grave, e non potrà andare avanti così ancora a lungo.

http://www.paraview.com/features/needleman.htm

Obama è psichicamente sano? (oppure è schizoide?)

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si difende dall’accusa di essere freddo e analitico nel corso di un’intervista concessa alla celebre conduttrice dell’Abc, Barbara Walters. Obama ha spiegato che le persone che lo conoscono sanno che è un tipo facile alla commozione, e che il suo unico problema è rappresentato dal fatto che la stampa e i personaggi televisivi vogliono che manifesti in modo eccessivamente evidente le sue emozioni [fin dall'inizio del primo mandato è stato accusato di essere freddo, distante, calcolatore, quasi disumano nella sua compostezza, persino ai funerali di amici, NdR] 

Intanto c’è chi dopo essere stato un suo grande sostenitore durante la campagna per le presidenziali del 2008 è diventato uno dei suoi peggiori detrattori: la star hollywoodiana Matt Damon. L’attore, intervistato dall’edizione statunitense di Elle, ha dichiarato che Obama non valeva neppure un mandato alla Casa Bianca. L’interprete della saga di ‘Bourne Identity’ sostiene di essersi confrontato con numerose persone che hanno collaborato con il presidente Usa nella base e alcune di loro gli avrebbero detto che non si faranno mai più raggirare da un politico.

http://www.bloo.it/mondo/barack-obama-risponde-alle-critiche-non-sono-freddo-e-calcolatore.html?cp

Gli Stati Uniti d’America sono un paese malato – economicamente, socialmente e persino a livello di singoli cittadini (obesità, psicofarmaci, feticcio delle armi, iperattività infantile, ecc.). Il culto di Obama è servito a mettere in secondo piano il declino di una nazione che era nata per fornire un magnifico esempio al mondo e che, dopo l’uccisione dei Kennedy e di M.L. King è diventata la nemesi di quel progetto, una potenza coloniale esportatrice di una mentalità consumistica che la sta corrodendo dall’interno (e la Cina è messa anche peggio). La mia impressione è che Obama non sia il salvatore della visione nobile dell’America – questa qui – ma il becchino degli Stati Uniti. Questo perché non è psichicamente sano, molto probabilmente a causa di un’infanzia prospera ma tormentata.

Barack H. Obama è una figura affascinante già solo per il fatto che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di scrivere una propria autobiografia all’età di 34 anni. Del resto è la stessa persona che, già a 22 anni, si augurava di poter diventare il primo presidente nero, come rivelò ad un suo amico pachistano a New York.

Oltre a ciò, una buona parte della sua narrazione – intitolata “I sogni di mio padre”è inventata o distorta dal suo desiderio di essere diverso da quello che è, il protagonista di una vicenda epica che doveva concludersi con il trionfo. Rilegge ogni episodio della sua vita in funzione del suo destino manifesto (non era ancora diventato presidente).

Maraniss – uno dei migliori biografi statunitensi – ha raccolto abbastanza evidenza documentaria per contestare la veridicità di 38 elementi significativi dell’autobiografia di Obama. Una distorsione che serve ad enfatizzare un unico tema: la razza. E, con essa, un’improbabile parabola che da nero marginalizzato ed arrabbiato lo ha condotto alla Casa Bianca. Ma più che quella di un nero stereotipico che realizza il sogno americano, la sua vicenda personale sembra quella di un meticcio molto confuso, molto introverso, molto malleabile (se ciò gli può portare dei riconoscimenti che puntellano la sua autostima ferita irrimediabilmente dall’abbandono paterno), spesso escluso dai bianchi perché scuro (i suoi migliori amici di NY erano pachistani, pachistani come quelli che uccide con i droni) e dai neri perché troppo cosmopolita ed insufficientemente nero.

Obama piace pur non avendo mantenuto praticamente nessuna delle sue promesse: la riforma sanitaria è un grosso favore agli assicuratori a spese dello stato, Guantanamo è aperta, alcune prigioni segrete della CIA non sono state chiuse, le truppe americane sono ancora in Afghanistan e i mercenari sono in Iraq. Non ha mai detto un no esplicito ad Israele, ha approvato i bonus per i banchieri colpevoli di aver distrutto l’economia mondiale (2009), ha controfirmato leggi liberticide che hanno sicuramente rallegrato quel fascista di Cheney (e Sarah Palin), è stato il presidente di gran lunga più feroce della storia nella prosecuzione delle gole profonde che cercano di informare i cittadini americani di quel che avviene alle loro spalle. Intanto, le basi di droni si moltiplicano in tutto il mondo e nessuno dei responsabili della catastrofe finanziaria è stato punito, a parte l’inetto Madoff, né sono state prese quelle misure che potevano evitare che il disastro si ripetesse:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

È difficile capire cosa motivi l’entusiasmo che circonda internazionalmente questo temporeggiatore, amante dei compromessi più vili, tenero con i poteri forti e inflessibile con chi sfida l’establishment (inclusi i sindacati), incapace di prendere una posizione chiara finché non è manifestamente quel che vuole la maggioranza degli americani (es. controllo delle armi semiautomatiche).

Come in Spagna con Zapatero ed in Italia con il PD, la “sinistra” ha perso (deliberatamente?) tutte le battaglie sociali e vinto molte battaglie culturali. Magra consolazione. Ora viviamo in mezzo a strutture di destra e sovrastrutture moderatamente di sinistra. Non è stato uno scambio equo, è stata una resa.

Obama è uno dei maggiori responsabili di questa disfatta.

Si comporta come se non fosse il capo di un partito con un programma politico ben preciso e come se pazienza e benevolenza tirassero sempre fuori il meglio di tutti, anche da una fazione meschina, egoista, avida e fascistoide come i repubblicani post-2001, a loro volta spietati con i deboli – al punto da voler tagliare anche quei sussidi che tengono in vita milioni di americani finiti in miseria –, e servili con gli interessi forti.

Lincoln, Roosevelt e Kennedy non hanno mai agito così: si sono battuti per quel che era giusto, perché quello era il momento di farlo. Invece Obama non solo cala le braghe su quasi tutto quel che conta ma, in materia di diritti civili, fa persino peggio di Nixon e di Bush jr. Se è un uomo di salde convinzioni, non sono le sue.

Un politico che non vuole scomodare o irritare nessuno e preferisce ispirare tutti senza offendere nessuno non dovrebbe essere a capo della nazione più potente del mondo, non avendo gli attributi per essere altro che un burattino. Non dovrebbe essere a capo di nulla, neanche della sua famiglia.

Obama non improvvisa, non si scalda, non si irrita in pubblico, non perde il controllo, è sempre circospetto, misurato ed usa due registri linguistici con vocabolari sensibilmente diversi: uno (tecnocratico) per sedurre la gente “sveglia” ed un altro (artificiosamente popolare) per imbonire la massa beota. Allo stesso modo di Monti nei confronti dei terremotati emiliani e di Bush con gli abitanti di New Orleans, Obama è sembrato curarsi davvero poco delle vittime del disastro petrolifero del Golfo del Messico (o dello tsunami giapponese). Ci sono volute settimane prima che si recasse in Louisiana. Usa spesso la metafora della nazione come una famiglia, ma non si comporta da capofamiglia, si comporta da amministratore delegato (al soldo di qualcun altro), o come uno scacchista.

Perché è diventato così?

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Ventenne, è ossessionato dal desiderio di affermare la sua identità nera (paterna) a spese di quella bianca (materna).

In precedenza, gran parte dei suoi amici erano stati bianchi e le sue ragazze erano bianche.

Costretto a seguire la madre antropologa in diversi paesi del mondo, è sradicato e ne soffre. Non ha una sua identità e cerca di assorbire tutte le tradizioni, diventando così l’icona del crogiuolo americano (melting pot). Accetta tutti i punti di vista e non ne rifiuta nessuno.

Non c’è solo un rapporto immaginario con un padre assente a tormentare Obama, c’è anche il rifiuto della madre di rinunciare ai suoi studi etnografici per stare assieme a lui. Già abbandonato dal padre, il giovane Obama si sente tradito anche dalla madre, essendo allevato dai nonni. Qualcosa succede tra loro, qualcosa di definitivo. Obama non la nomina alla cerimonia di laurea (sebbene sia stata lei ad educarlo e prepararlo alla vita universitaria), non la visita quando sta morendo, non si reca al suo funerale, mentre lo fa per i suoi nonni bianchi. Dedica pochissimo spazio e molto aneddotico a lei nelle sue memorie, ma l’intero libro al padre che non hai mai conosciuto e addirittura più spazio al contributo di un amico nero del padre nella sua formazione (chiaramente non paragonabile a quello di una madre che lo ha educato fino alla maggiore età).

Altera radicalmente il suo passato attribuendo le caratteristiche di alcuni suoi amici bianchi a degli amici neri inesistenti, per soddisfare le sue esigenze identitarie estetizzando e moralizzando il suo passato.

Si costituisce come punto di intersezione del mondo, di ogni classe e tradizione, che fluiscono in lui ed attraverso lui: l’asse di coincidenza dei contrari. Non potrà mai essere accusato di campanilismo, marginalità o di essere lo strumento di interessi particolari.

È come se fosse ancora fiducioso nel fatto che come lui – a suo dire – è riuscito a risolvere le contraddizioni della propria vita, tutti possono arrivare a capire come farlo a loro volta, inclusa la società americana.

Ma mentre Abraham Lincoln era pienamente consapevole dell’esistenza di forze separatrici che andavano sconfitte per poter conciliare gli “opposti” (bianchi e neri, nord e sud, imprenditoria borghese e latifondismo), anche a costo di una guerra, Obama sembra convinto che qualunque tipo di unità ha valore in sé e per sé e che non ci sono compromessi inaccettabili, se si raggiunge lo scopo della concordanza, anche provvisoria.

Ci sono però tipologie di unità e pace che possono essere inique, oppressive, discriminatorie, indegne di una società civile, incuranti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Obama, quasi la quintessenza del relativismo postmodernista, ama dire che la verità sta sempre nel mezzo, indipendentemente dalle circostanze. Questo va forse bene per la politica – e non certo in ogni caso, come ci insegna Berlusconi – dove i compromessi tra forze ostinatamente contrapposte sono indispensabili, ma resta il fatto che esistono posizioni più vicine al vero e posizioni più lontane dal vero su tutte le grandi questioni del nostro tempo, dai Territori Occupati al controllo delle armi, dallo strapotere degli oligopoli finanziari ai progetti di sviluppo sostenibile. A volte il vero si colloca da una parte e non sarà l’amore per il quieto vivere a cambiare questa cosa.

Non basta credere di essere la persona più ragionevole d’America per esserlo effettivamente e per immunizzarsi dalle cattive scelte: non c’è alcuna giustificazione per le sue liste di persone da uccidere, stranieri o statunitensi, senza che possano essere processati (Obama non tortura, manda i droni ad uccidere direttamente). Solo un mitomane potrebbe prendere così sul serio il suo giudizio o quelli del suo entourage. Ora qualunque afgano maschio morto in età da combattimento diventa automaticamente un terrorista come quando, al tempo del Vietnam, ogni vietnamita morto era per definizione un vietcong.

Alex McNear, la sua ex più importante, ricorda che lui le confidava sempre di non sentirsi a suo agio né da bianco, né da nero, un problema estremamente diffuso e gravoso in moltissimi ambiti – pensiamo solo ai figli di coppie miste in Alto Adige ed ai problemi che incontrano pure in una società così prospera e piena di opportunità (Cf. Fait/Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Raetia, 2010).

Essendo alla disperata ricerca di un modo di trascendere le sue divisioni interne, non trovava altra via che abbracciare tutto, indistintamente. Fare una scelta era troppo limitante e ripudiare qualcosa era inaccettabile. Nei suoi libri ed interviste ribadisce che la sua identità dipendeva dalla sua capacità di raschiare via le differenze superficiali delle persone per arrivare all’essenza dell’umano (un obiettivo più che condivisibile).

Il problema è quando, per realizzare questo scopo, ci si de-umanizza, per raggiungere non tanto lo stoico disciplinamento di passioni altrimenti forti come quelle di Spock (cf. Star Trek), ma una vera abolizione delle medesime, come è il caso degli schizoidi.

I diari di Alex sono molto rivelatori, evidentemente compilati da una mente brillante almeno quanto quella del suo partner. Obama tende ad essere distante pur continuando a cercarla e voler stare assieme a lei. Sembra molto ma molto più vecchio della sua età, molto guardingo, attento ad assumere un certo contegno, protetto da un’armatura, mai spontaneo, mai innocente. C’è trasporto sessuale ma l’affettività è spigolosa, la spinge a prendere le distanze, la rende rancorosa, le fa pensare che il suo calore è ingannevole, che le sue dolci parole e la sua trasparenza nascondano una sostanziale freddezza che lei non tollererebbe in un suo partner. Alex parla di un velo che lo avvolge, sempre. Non un muro, ma un velo. Sembra un giocatore di poker. Non si lascia veramente andare.

Le cose non vanno diversamente con Genevieve Cook. Obama è astemio, non si droga, non indulge in alcun vizio. Una mattina si sveglia da un sogno in cui il padre che non ha mai visto gli dice che lo ama. È sconvolto, affranto, Genevieve sente il bisogno di aiutarlo a curare il suo dolore, ben sapendo che non è in suo potere farlo. Obama le confessa di sentirsi un impostore, di non sentirsi nero per nulla, ma di volerlo diventare.

Alex era arrivata ad immaginarsi nera, per poter superare il divario che li separava. Si era resa conto di non essere la donna per lui ed immaginava quale sarebbe stata la sua compagna: una donna nera, di temperamento molto forte e determinato, una combattente con il senso dell’umorismo. Michelle Obama è il ritratto di quella prefigurazione.

Uno dei suoi compagni neri (Hook) ricorda: “non aveva problemi con nessuno, una volta che lo accettavano”. Ma restava un osservatore partecipante, come un etnografo che si trova in una società che deve studiare ed è contemporaneamente dentro e fuori, smanioso di farsi accettare ma anche incapace di sentirsi veramente parte della comunità, mai al centro ma sempre ai margini, mai completamente aperto e spontaneo, sempre pronto a tagliare i ponti, senza alcuna voglia di partecipare alla vita accademica, di socializzare oltre una certa misura, eternamente irrequieto, sempre di corsa, sbrigativo persino nel suo incarico di senatore per l’Illinois, trampolino di lancio per la presidenza.

FONTI

David Maraniss, “Barack Obama: the story”, New York : Simon & Schuster, 2012.

http://www.huffingtonpost.com/david-bromwich/

Webster G. Tarpley, “Barack H. Obama: The Unauthorized Biography”, 2009

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I media e la popolazione americana inizialmente lo descrivevano come “cool”, ora lo definiscono “cold”.

“La personalità schizoide manifesta chiusura in sé stessa o senso di lontananza, elusività o freddezza. La persona tende all’isolamento oppure ha relazioni comunicative formali o superficiali, non appare interessata a un legame profondo con altre persone, evita il coinvolgimento in relazioni intime con altri individui, con l’eccezione eventuale di parenti di primo grado.

I parenti di primo grado potrebbero non percepire l’intensità del disturbo schizoide, in quanto il soggetto potrebbe avere con loro una sfera di relazione intensa e strutturata di tipo normale.

Il soggetto schizoide, all’esame clinico mostra una tendenza pervasiva a vivere emotivamente in un “mondo proprio” rigidamente separato del mondo esterno delle relazioni sociali, e la sua stessa idea del sé è affetta da incertezze.

In alcuni casi manifesta “freddezza” all’esterno con atteggiamenti di rifiuto, disagio, indifferenza o disprezzo (rivolto magari a personalità non affini a sé), o comunque altre modalità di chiusura, elusività, blocco emotivo o distacco.

Le situazioni che scatenano la risposta schizoide, cioè la manifestazione dei sintomi, sono in genere quelle di tipo intimo con altre persone, come ad esempio le manifestazioni di affetto o di scontro. La persona schizoide non è in grado di esprimere la sua partecipazione emotiva coerentemente e in un contesto di relazione; in contesti dove è richiesta spontaneità, simpatia o affabilità appare rigida o goffa. Nelle relazioni superficiali e nelle situazioni sociali formali – come quelle lavorative e quelle abituali – il soggetto può apparire normale.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia).

Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo. Il soggetto schizoide spesso appare una persona tendenzialmente poco sensibile a manifestazioni di partecipazione emotiva o giudizi di altri – ad esempio incoraggiamenti, elogi o critiche – cioè può apparire una personalità “poco influenzabile”. Anche una scarsa paura in risposta a pericoli fisici, o una sopportazione del dolore più elevata del normale, possono far parte del quadro.

Il termine schizoide è usato come sinonimo di introverso, solitario, poco comunicativo o con uno stile di vita poco aperto alle realtà emozionali esterne.

Tuttavia – secondo diversi autori – il soggetto introverso/schizoide presenta spesso una immaginazione ricca ed articolata ed un vissuto emozionale intenso, concentrando molte delle sue energie emotive coltivando un mondo interiore “fantastico”. Reinterpretando ed alterando ricordi di eventi che riguardano la sua vita emotiva, e alterazioni della propria immagine e identità, in qualche modo appaga alcuni bisogni senza partecipare attivamente al mondo reale. La risposta schizoide sarebbe cioè un meccanismo difensivo profondo rivolto verso la realtà in quanto tale, inconsciamente percepita come fonte di pericolo o di dolore.

Il paziente schizoide si distingue nettamente dallo schizofrenico per il fatto che il disturbo schizoide non intacca le capacità logico-cognitive: il soggetto è pienamente consapevole della realtà benché non vi partecipi emotivamente. La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è assente, oppure circoscritta a brevi episodi. Si potrà allora parlare di attacchi psicotici – o disturbo schizofreniforme – come reazioni dello schizoide a stress emotivi.

Le persone affette da disturbo schizoide hanno una vita sessuale scarsa o assente, oppure percepita come non appagante in senso affettivo. L’individuo schizoide è poco attratto dal costruire relazioni affettive intense, e può mostrare insofferenza verso intimità inter-personale. Può apparire riluttante a parlare degli aspetti intimi del proprio sé o a conoscere del sé di altri individui.

L’incapacità (o grande difficoltà) di “partecipare alla vita” da parte della persona introversa può valere in vari ambiti, ma solitamente si limita alla vita emotiva e di relazione. Talvolta può non manifestarsi visibilmente in altri ambiti, come quello lavorativo o in ambienti sociali formali.

Come segue, la diagnosi può essere posta solo nell’età adulta, poiché l’evoluzione della sintomatologia è compiuta al passaggio dall’adolescenza alla maturità. I caratteri espressi dalla personalità del bambino – come timidezza, aggressività, ecc. – perlopiù non sono indicatori attendibili di un futuro sviluppo del disturbo.

Come nel caso della schizofrenia, anche nel disturbo schizoide è spesso difficile convincere l’individuo dell’esistenza del disturbo e della necessità di intervento, in quanto se nello schizofrenico sono intaccati i processi logico matematici, e dunque non è in grado di capire che vi è un problema, nello schizoide invece, pur essendo un soggetto lucido, avendo egli una certa riluttanza all’apertura del suo sé di fronte ad altri, il tentativo di avvicinamento all’argomento può generare una forte chiusura o una reazione anche psicotica. Ciò è aggravato dall’immagine distorta del suo sé che il soggetto può aver costruito negli anni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_schizoide_di_personalit%C3%A0

Alcibiade il Rottamatore

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Quando si pensa ad uno psicopatico, i nomi che vengono in mente sono quelli di Hitler, Stalin, Mao, il marchese de Sade, qualche serial killer, qualche squalo della finanza.

Se fosse così facile sgamare uno psicopatico, saremmo a posto.

Purtroppo la cosa è molto più complicata di così:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/15/psicopatia-portami-via-la-gente-ce-lha-sotto-il-naso-ma-non-la-vuole-vedere/

 

Hervey Cleckley, pioniere dello studio della psicopatia e ancora oggi riconosciuto come uno dei massimi specialisti del campo, sospetta che una figura storica in molti casi ammirata, come Alcibiade, fosse verosimilmente uno psicopatico.

Qui trovate “The Mask of Sanity”, in cui lo psichiatra esamina anche il profilo psicologico di Alcibiade (pp. 327-336):

http://www.cassiopaea.org/cass/sanity_1.PdF

Noi non sappiamo se la descrizione della personalità di Alcibiade che ci è stata trasmessa sia corretta; la cosa è di importanza secondaria. Quel che mi preme è che il lettore possa farsi un’idea di come si comporterebbe un leader psicopatico, in modo da riuscire a riconoscerlo. Insomma l’Alcibiade al centro di questa “inchiesta” è un tipo ideale, utile per esplorare l’attualità ed il prossimo futuro, non per fare storiografia.

Esaminiamo alcuni estratti da “Alcibiade e l’eterno desiderio di gloria” di Paola Scollo:

- Geniale e abile stratega, nel corso della guerra del Peloponneso non ha esitato, per convenienza, a tradire più volte la sua patria, alleandosi dapprima con gli Spartani, poi con i Persiani. Ambizioso e amante dei piaceri, ha esercitato sempre grande fascino nella sua gente. E non solo.

- Nell’immagine di Alcibiade, la presenza di Socrate rappresenta «un reale aiuto degli dèi» a tutela della virtù, pertanto «come un gallo sconfitto abbassò le ali e si rannicchiò intimorito verso Socrate, amico e amante che non andava in cerca di piaceri indegni di un uomo e non chiedeva baci e carezze, ma che gli apriva gli occhi sulla corruzione della sua anima e umiliava il suo orgoglio vano e sciocco» (Phrin. fr. 17 Nauck).

- Ancora giovanissimo, Alcibiade è introdotto alla vita politica. Fin da subito, comprende che nulla gli avrebbe procurato influenza sulla massa più del fascino della parola.

- Come puntualizza Plutarco, oltre alle notevoli doti di politico e oratore, alla sottile intelligenza e alla singolare abilità, nell’animo di Alcibiade si annida la dissolutezza dei costumi, che lo guida «verso eccessi nel bere e negli amori…verso un’ostentazione di lusso sfrenato».

- «egli indusse il popolo a concepire grandi speranze, ma ancor più grandi erano le sue aspirazioni: la Sicilia, infatti, doveva costituire solamente il principio della realizzazione delle sue mire e non un fine in sé, come pensavano tutti gli altri».

-  alcuni schiavi e meteci accusano Alcibiade e i suoi amici «di aver sfregiato anche altre statue e di aver parodiato, nell’ebbrezza del vino, i sacri misteri, ovvero i Misteri Eleusini».

- Plutarco sostiene che Alcibiade possiede, tra le numerose capacità, «un’arte tutta particolare nell’accalappiare le persone, conformandosi e adeguandosi alle abitudini e ai costumi altrui, imponendosi cambiamenti più rapidi e radicali di quelli di un camaleonte» (Alc. XXIII) [questo è il marchio di fabbrica dello psicopatico http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html].

- Alcibiade si affida a Tissaferne, satrapo del re di Persia, che, essendo per natura malvagio e amante di chi è come lui, apprezza molto «la versatilità e l’abilità eccezionale dell’Ateniese».

- Alcibiade cerca in tutti modi di danneggiare gli Spartani e di metterli in cattiva luce presso Tissaferne (Tucidide VIII 45 – 51). Dopo aver tradito Atene alleandosi con Sparta e, quindi, aver tradito Sparta, alleandosi con la Persia, nell’inverno del 412/1 a.C., Alcibiade tenta di allearsi con la flotta ateniese schierata a Samo

- Ambizioso uomo politico, freddo e valoroso stratego, personaggio complesso e, come tutti coloro che sono destinati a imprimere il sigillo della loro personalità, contraddittorio. Forse, è proprio questa contraddittorietà che continua, a distanza di secoli, ad affascinare e ad eternare il ricordo di Alcibiade. Forse, è la stessa contraddittorietà che gli Ateniesi hanno amato e per cui non sono riusciti a odiare Alcibiade nemmeno quando ne hanno ricevuto del male (Alc. XLII 3).

http://www.instoria.it/home/alcibiade.htm

Dalla tesi di dottorato di Costanza Pacini

http://amsdottorato.cib.unibo.it/2090/1/Pacini_Costanza_TESI.pdf

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Alcibiade secondo Tucidide e Plutarco

- Fin dall’inizio della sua ‘carriera scolastica’, egli avrebbe dato prova della stessa prepotenza mostrata altrove… Plutarco mette in evidenza le stesse caratteristiche emerse nei testi precedentemente analizzati: ogni sua azione risultava prodotto di prepotenza e dispotismo, ma nonostante questo l’autore non poté evitare di cercare delle motivazioni che rendessero in qualche modo più accettabile il consenso generale di cui godeva.

- un individuo che agisce in costante contrasto con le norme della polis accettate e riconosciute da tutti [altro tratto caratteristico degli psicopatici http://www.informarexresistere.fr/2011/11/18/psicopatici-in-giacca-e-cravatta/]

- Plutarco non nega che Alcibiade avesse comunque ricevuto una educazione, la quale, tuttavia, privata del sostegno di una solida morale, si sarebbe resa utile per il conseguimento di altri obiettivi, meno nobili. Come abbiamo visto, Alcibiade era infatti dotato di una particolare abilità nell’adeguarsi alle circostanze esterne, sapeva cioè imitare sia i comportamenti moralmente riprovevoli che quelli encomiabili. Tale capacità, risultato dell’esercizio della ragione sulla sua natura incoerente, sarebbe diventata un elemento molto utile alla sua carriera politica, poiché gli avrebbe permesso di adattarsi alle diverse circostanze e di appianare gli scontri [lo psicopatico è, per definizione, camaleontico, poiché altrimenti non riuscirebbe ad ottenere ciò che vuole]

- proprio l’eccezionalità che nessuna delle testimonianze analizzate pare voler negare avrebbe determinato il sorgere delle accuse di ambire alla tirannide di cui egli fu, fin da subito, oggetto; in questo contesto però la tirannide non indica un vero e proprio regime politico basato sul potere personale di un solo individuo, quanto piuttosto un modello di comportamento prepotente e assolutista, che tende a sopraffare la sovranità esercitata dal demos;

- Alcibiade manifesta invece una visione antitetica del rapporto tra città e individuo: al primo posto della scala di valori egli pone infatti il soddisfacimento di desideri personali;

-  Pericle mette in guardia dai rischi di una guerra di attacco, poiché obiettivo di Atene doveva essere la conservazione e il rafforzamento dell’impero, e per questo rifiuta ogni progetto di ampliamento; Alcibiade porta invece l’imperialismo ateniese al suo limite estremo, presentando un progetto espansionistico senza pari. La differenza fondamentale tra questi due atteggiamenti consiste nel tentativo di Pericle di trovare una giustificazione morale all’impero. Lo statista infatti riconosce l’ingiustizia intrinseca nel concetto stesso di imperialismo ateniese (che definisce infatti simile ad una tirannia vd. II 63.2), ma cerca un’attenuante – seppur debole – nella straordinarietà di Atene, che costituisce un esempio per tutta la Grecia, e nella superiorità degli Ateniesi (II 62.4); nel discorso di Alcibiade manca invece ogni pretesto morale alla sua politica imperialistica aggressiva, che appoggia solo in vista dei vantaggi che questo può procurargli. In questo modo l’imperialismo ateniese perde ogni giustificazione morale e diventa pura espressione della legge del più forte.

- Alcibiade spiega le ragioni di quello che si presenta come un tradimento della propria patria [si è schierato con Sparta contro Atene] attraverso un ragionamento sofistico, nel quale si riscontrano tutte le caratteristiche già presentate di questo personaggio. All’interno del suo sistema di valori, orientato al soddisfacimento egoistico dei propri desideri, l’idea di patriottismo assume un significato nuovo: “non penso di andare contro quella che è la mia patria, ma piuttosto di riprendere quella che non è più mia. E ama giustamente la patria non quello che non assale la sua dopo averla ingiustamente perduta, ma colui che con tutti i mezzi, per l’amore che le porta, cerca di riprenderla»… Si manifesta ancor più chiaramente l’egoismo di questo personaggio che, pur di soddisfare il proprio desiderio di tornare ad Atene, si dimostra disposto a distruggerla, sia militarmente (grazie all’aiuto di Tissaferne), che politicamente (determinando la caduta della democrazia). Lo scopo non è dunque quello di essere riammesso nella comunità civica, ma quello di soddisfare un proprio desiderio individuale.

- “egli conquistò il favore degli umili e dei poveri al punto che questi ardevano addirittura dal desiderio di averlo come tiranno; e taluni glielo dissero e lo esortarono a farsi tale per vincere gli invidiosi e abrogare i decreti e le leggi di quei chiacchieroni che mandavano in rovina la città in modo da poter agire e governare lo Stato senza più dover temere i sicofanti”.

- «Quanto ai sentimenti del popolo verso di lui, bene li ha espressi Aristofane i questi versi: “lo ama, lo detesta, ma lo vuol avere”. E caricando ancor più la dose, usa questa metafora: “Non si alleva certo un leone in città: ma se uno se lo alleva, ai suoi modi conviene che si pieghi”».

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Dal blog “Notecellulari”

Matteo Renzi (o l’eloquenza volgare)

“Bei tempi quelli della canotta del senatùr? Anche no. Non è necessario rimpiangere la ruspante grossolanità padana per trovare volgaruccio Matteo Renzi. Matteo ha un look su cui si potrebbe eccepire, ma che appare meno sguaiato di quello esibito dall’Umberto prima maniera; del resto altrettanto cafone della canotta alla Pacciani può apparire anche un doppiopetto ostentato e impomatato, tirato a lucido e che vernicia la corruzione. Quella di Renzi è invece la vera nuova volgarità rampante, quella che si afferma e brilla contenta di sé. Matteo Renzi è volgare nel suo proporsi, nel suo sorrisetto gnè-gnè, nel suo esprimere fastose certezze siderali su argomenti banali, nel suo applicare ovunque e con dovizia aggettivi come “bello”, “meraviglioso”, “naturale”, nel suo dire “chi ha coraggio, chi ha entusiasmo, chi ha voglia” riferendosi esclusivamente a se stesso, nello sciorinare i suoi “sinceramente”, “con sincerità”, “con chiarezza” quando sta shiftando di brutto su un concetto; nel dire che augura successo all’avversario mentre gli sega, e nemmeno silenziosamente, le gambe della sedia.

La sua volgarità è nel plurale majestatis (non lo usa più nemmeno il romano pontefice) che gli fa dire “noi” quando intende “io”, nel parlare con enfasi del futuro dell’Italia senza esporre altro che se stesso oppure nell’ostinarsi a dividere ottusamente giusto e sbagliato in base a un criterio grottesco e solo generazionale fino ad arrivare a lodare strumentalmente le dimissioni del papa emerito Ratzinger; scrive infatti nel suo blog: “Ho chiesto ai miei figli di accendere la tv insieme e abbiamo guardato le immagini del vecchio Papa che lascia, che se ne va, che saluta prima delle dimissioni. Non avrei mai immaginato di assistere alla scena di un Papa che dice basta. Che lui non è più in grado di farcela. Che giura obbedienza al suo successore. “ (come lo vorrebbe per se stesso!)

Matteo Renzi però piace; ammettiamolo: sciaguratamente piace e questa è una dannazione del nostro tempo televisionaro, grossolano, sprecone, superficiale e di bocca buona. Respingo sempre le critiche (comprese quelle filorenziane) che attribuiscono alla generazione come la mia le colpe che riguardano il dissesto economico. Le respingo proprio perché vengono da ignoranti tirati a lucido e non sono argomentabili; se invece una colpa l’abbiamo è di non essere riusciti a educare i matteorenzi che ora ci infestano con le loro vanterie da cicisbeo, con i loro atteggiamenti da miles gloriosus appena attenuati, con la supponenza di un tartufino-berluschineggiante. O forse no, gente come lui che chiama i collaboratori “il mio staff”, ma che chiama il suo partito o la politica “questa roba qua” non era educabile. Succede”.
http://notecellulari.wordpress.com/2013/03/10/matteo-renzi-o-leloquenza-volgare/

Qual è il ruolo dell’umanità nell’universo? La crescita felice

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La decrescita “felice” ci condurrebbe all’atrofizzazione della mente/coscienza in un mondo rilocalizzato, autarchico, privo di forze espansive e centrifughe, a ridottissimo pluralismo:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/03/04/perche-grillo-non-crede-nella-decrescita-felice/
Il paradigma materialista ci sta già portando verso l’abisso e nuocendo all’ecosfera.
Lo sviluppo dev’essere sostenibile anche per la psicologia ed antropologia umana e deve attivare ed amplificare le nostre migliori facoltà, incluse quelle latenti. La missione della democrazia è proprio quella di creare le precondizioni indispensabili, sebbene di per sé insufficienti, per facilitare il processo evolutivo della nostra specie e di questo pianeta. Dobbiamo crescere, non abbandonarci ad una deriva involutiva. Ma crescere come, in che direzione, per qualche scopo?L’opinione del filosofo e docente alla San Francisco State University Jacob Needleman (che è anche la mia).

Jacob Needleman risponde ad alcune domande sul suo libro “An Unknown World” (“un mondo ignoto”)
D. Quando ci interroghiamo sul senso della vita, lei insiste sulla necessità di aggiungere la Terra a questa ricerca. Perché è importante farlo?
JN. Uno degli obiettivi principali di questo libro è quello di capire che cosa significa per noi il fatto che la Terra stessa sia un essere vivente (cf. Gaia). All’interno di ciascun organismo vivente tutto ciò che esiste ha una funzione, un ruolo, nel quadro complessivo della vita di cui fa parte. Pertanto, il senso della vita umana è inseparabile dalla funzione che la specie umana è destinata a servire come parte della Terra vivente. La questione centrale del mio libro è: di cosa ha realmente bisogno da parte nostra la Terra? Al di là dello sforzo che stiamo facendo per risolvere la crisi ambientale che abbiamo creato. Dal momento che tutto ciò che è umano è parte della Terra ed è pensato per svolgere un ruolo essenziale per l’evoluzione stessa della Terra, allora tutte le cose umane, specialmente la nostra vita interiore e più intima, hanno una funzione essenziale nella vita del pianeta [questo ragionamento va compreso alla luce di una scuola di pensiero antica che, in anni più prossimi ai nostri, ha persuaso, tra gli altri, R.W. Emerson, Teilhard de Chardin, Gustav Theodor Fechner, William James, Vaclav Havel, Mary Midgley, Alfred North Whitehead, i fisici Erwin Schrödinger, Wolfgang Pauli, Fritjof Capra, Shimon Malin e la biologa Mae-Wan Ho, NdT]
D. Il suo libro esplora lo scopo dell’umanità sulla Terra, l’eterna questione che non sembriamo mai in grado di rispondere. Qual è l’elemento mancante nella nostra comprensione del perché l’umanità è sulla Terra? Inoltre, perché è una questione importante per le nostre riflessioni?
JN. Ciò che manca è la nostra comprensione di ciò che distingue la vita umana da tutte le altre forme di vita sulla Terra. L’elemento che distingue un essere umano da tutte le altre creature è la possibilità di una coscienza desta. Pertanto, è proprio questa coscienza desta quello di cui ha bisogno la Terra da noi, ben oltre il livello di pensiero, emozioni e comportamento che caratterizza la qualità della nostra attuale vita di tutti i giorni. Siamo costituiti in maniera tale da vivere a un livello di esperienza cosciente e azione superiore, più fine, più profondo. In questo senso, parlando in generale, la vita umana, la vita pienamente umana, non si è ancora radicata sulla Terra, tranne che in uomini e donne straordinari nel corso della storia che hanno cercato di aiutare gli esseri umani a risvegliare il livello di comprensione, compassione e forza morale che sono gli attributi di una coscienza risvegliata.
D. Nella ricerca della coscienza, lei conclude che il Sé (o l’anima) non è misurabile dalla scienza della nostra epoca. Quali parti del Sé non possono essere spiegate con il metodo scientifico? Perché la scienza non basta?
JN. La coscienza può esistere a diversi livelli e ogni livello di coscienza porta con sé il proprio livello di conoscenza. Il nostro livello attuale di conoscenze scientifiche riflette il nostro attuale livello di coscienza. Una mente umana più pienamente risvegliata umano vedrebbe una realtà completamente diversa, una visione più unitaria di un più teleologico universo vivente. La capacità di sentimento/sensibilità umano più elevato, di una qualità sconosciuta, è un elemento essenziale per vedere l’intera realtà per quello che è. Questa capacità di percezione è sconosciuta alla scienza e può essere riconosciuta solo dal suo destarsi dentro di noi. Pertanto, una profonda conoscenza di sé è necessaria per una più profonda comprensione sia dell’universo, sia del cervello. Gli scienziati che studiano il cervello e la mente prima o poi si renderanno conto che le nuove tecnologie o teorie non saranno capaci di per sé a comprendere il Sé all’interno della psiche umana. Per capire una coscienza risvegliata occorre cominciare a diventare consapevoli della potenzialità della propria coscienza. Senza questo sforzo, la nostra cultura moderna continuerà a spingere su di noi uno standard di conoscenza e una visione della realtà che ci faranno dimenticare il nostro possibile ruolo nello schema cosmico.
D. Perché lei sostiene che tutta la scienza dell’uomo è una scienza della Terra?
JN. Così come ci sono livelli di coscienza e livelli di conoscenza, così ci sono anche livelli di realtà. In altre parole, ci sono livelli di realtà in qualsiasi organismo: ogni livello serve gli scopi di un livello più alto ed è a sua volta servito dal livello sottostante. La vita delle cellule serve le esigenze e le finalità dei tessuti in cui funzionano le cellule – in questo senso i tessuti esistono ad un livello di scopo superiore rispetto alla cellula. Questa è la progressione: cellule-tessuti-organi (come cuore, polmone, ecc), sistema (circolatorio, respiratorio, ecc) e, infine organismo. In un universo vivente, organico, ci sono anche livelli di realtà: i fini della Terra servono i fini del successivo livello – i fini dei pianeti nel sistema solare, i pianeti servono gli scopi del Sole, ecc. Possiamo dire che la scienza moderna non supera mai il livello della Terra perché per percepire uno scopo (e valore) occorre aver sviluppato un sentimento; l’intelletto isolato in quanto tale non può percepire valore o scopo nella realtà, la ragione per cui lo scientismo dogmatico (come quello di Richard Dawkins) offre una visione relativistica di etica e di valori. La parte della mente che viene utilizzata nello scientismo è quella meccanica, la parte logica della mente che è non in grado di percepire lacuna finalità nel mondo esterno. La scienza moderna non supera mai il livello della Terra, perché spiega tutto ciò che incontra tentando di vedere solo gli elementi meccanici in esso (quelli privi di mente e di scopo). Poiché non può percepire uno scopo non può comprendere le finalità che spettano alla Terra e che sono quindi al di sopra del livello della Terra. Nell’essere umano vi è anche un livello di funzionamento che si trova al di sopra del livello della Terra – la consapevolezza risvegliata appunto (che vede uno scopo nel mondo oggettivo) e la coscienza risvegliata (che avverte l’elemento morale in tutta la realtà) [NB. in inglese si distingue tra coscienza morale – conscience – e coscienza come superiore grado di consapevolezza – consciousness]
[…]
D. Che cosa si augura che i lettori ricavino dal suo libro?
JN. Un nuovo senso di speranza e di responsabilità, a misura che ci rendiamo conto che ciò che può dare alla nostra vita il suo vero significato è anche ciò che la nostra Terra minacciata si aspetta da noi.

http://www.jacobneedleman.com/blog/2013/2/9/responding-to-questions-about-an-unknown-world.html

1001 Jacob Needleman An Unknown World cover

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/e-tutta-una-questione-di-coscienza.html
http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/fisica-quantistica-e-trascendenza.html
http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/la-paura-della-morte-non-dovrebbe.html

Perché Grillo fa bene a non credere nella decrescita “felice”

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Grillo non ha sposato la decrescita, ma molti elettori ed eletti del M5S sì

Maurizio Pallante

Non sono assolutamente a favore della decrescita; io sono per una crescita qualitativa e per un calcolo del Pil diverso come ha provato a dimostrare Joseph Stiglitz

Mauro Gallegati, braccio destro per le questioni economiche di Beppe Grillo

Diffido della decrescita come idea ma apprezzo la portata etica del richiamo al cambiamento degli stili di vita, occorre fare meglio con meno e in modo sostenibile per le nuove generazioni.

Walter Ganapini, co-fondatore di Legambiente, ex presidente di Greenpeace Italia

Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte) che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Alexander Langer

La differenza tra austerità recessiva e decrescita “felice” è quella che passa tra dissanguamento e donazione del sangue. La sera vai a letto presto in entrambi i casi, perché non ti reggi in piedi.
Non potete permettervi di avere figli a causa dell’austerità? E’ un’ottima cosa per il bilancio demografico mondiale.
Il vostro datore di lavoro vi lascia a casa perché è costretto a contrarre la produzione? Perfetto: è esattamente quel che bisognerebbe fare comunque, crisi o non crisi.
Niente ferie quest’anno? Meglio! Meno inquinamento, meno consumi superflui. Il mondo vi sarà grato.
Pochi clienti nel vostro ristorante? Convertitelo in una trattoria ecosostenibile come quella in Danimarca che ha eliminato l’olio d’oliva italiano e il formaggio francese per sostituirli con l’olio di colza e lo yogurt skyr: poco importa se la gente è stufa dei sapori locali e, se decide di uscire la sera, è per provare qualcosa di diverso.

Non stupitevi: per loro stessa orgogliosa ammissione il patrono dei decrescisti è J.J. Rousseau (mito del buon selvaggio, Parigi = Sodoma e Gomorra, Sparta = società ideale, morte agli atei, plebiscitarismo). Ecco un’utile descrizione del pensiero di Rousseau (da Michel Onfray, “Illuminismo estremo. Controstoria della filosofia IV”, p. 13): “discredito gettato contro l’invenzione della stampa, colpevole di aver reso possibile la pubblicazione di tanti libri pericolosi; odio per il teatro che infiacchisce le coscienze e i corpi; genealogia difettosa della scienza e di tutte le arti; elogio dell’ignoranza; volontà di mantenere il popolo nell’obbedienza; messa in guardia contro ogni desiderio rivoluzionario; elogio di Sparta; difesa della pena di morte; esaltazione della rusticità, del lavoro manuale, dell’ignoranza, della fede e della religione, della disciplina militare; il tutto accompagnato da una critica dei lavori intellettuali, della filosofia e della metafisica. Un autentico breviario oscurantista”.

Scrive un’amica FB: “Ormai è come se ci fosse solo una grande area grigia in cui non si distingue più nulla. Tutto è opinabile. Tutti sono uguali. Se non riusciamo a recuperare qualche riferimento, rischiamo di non trovare più la via d’uscita“.
Purtroppo è in queste fasi che gli apprendisti stregoni possono avere successo. Maurizio Pallante [che è chiaramente animato dalle migliori intenzioni: ma la strada per l'inferno è lastricata di buone ed ingenue intenzioni] si ostina a ripetere che si può essere contro la decrescita solo se non la si conosce. Ma lui stesso classifica come misure di decrescita quelle che sono misure di sviluppo sostenibile (es. lotta agli sprechi, tutela dell’ambiente, riproducibilità delle risorse energetiche, qualità anteposta alla quantità, disciplinamento dell’avidità, del materialismo consumistico, dell’edonismo, giustizia sociale e ridistribuzione/condivisione delle risorse del pianeta):

Dopo aver convenientemente rimosso l’esistenza di un intero campo di ricerche multidisciplinari che include diversi premi Nobel, tra i quali Elinor Ostrom, l’economista dei beni comuni e della sostenibilità, tanto amata dalla sinistra riformista, proclama che la scelta è tra la decrescita (come la intende lui) e il turbocapitalismo. Il resto è fuffa. L’UNESCO è fuffa. Stiglitz (Nobel 2001) è fuffa. Amartya Sen (Nobel 1998) è fuffa. 3 premi Nobel non valgono nulla.

I decrescisti citano Robert F. Kennedy e la sua critica al feticcio del PIL come se fosse stato un paladino della decrescita. Ma né lui, né suo fratello avevano stilato programmi economici finalizzati alla “decrescita felice”: sarebbero stati presi per dei venditori di fumo o degli squilibrati. Quello in cui credevano era lo sviluppo sostenibile, come farebbe qualunque persona non superficiale, in grado di analizzare obiettivamente la realtà e che non scelga di schierarsi con la decrescita perché fa fico, perché è moralmente giusta, perché è ovvio che non ci sono alternative. Ci vuole l’umiltà di informarsi prima di prendere posizione ed informarsi significa esaminare le tesi al centro della controversia, non decidere che lo sviluppo sostenibile è una sciocchezza o un complotto degli industriali solo perché l’ha detto Pallante.

A questo punto l’obiezione diventa: “non è solo Pallante a dirlo, ma Nicholas Georgescu-Roegen”. Georgescu-Roegen, un economista rumeno-americano giustamente piombato nell’oblio (GOMBLODDO!! SVEGLIAAAA!!!11!): pensava che la Terra fosse un sistema chiuso - “La difficoltà principale consiste allora nell’impossibilità che le innovazioni continuino all’infinito in un sistema chiuso”.
Ma le menti umane e il nostro pianeta non sono sistemi chiusi, in quanto scambiano energia con l’esterno e riducono l’entropia (aumentano la complessità, la diversità). Diversamente non ci sarebbe l’evoluzione. Perciò la premessa fondamentale della decrescita è assolutamente infondata: è un articolo di fede confutato dalla fisica, dalla biologia e dall’esperienza.

Un ispiratore di ben altro calibro del movimento per la decrescita è nientemeno che il biologo Paul Ehrlich. Oltre quaranta anni fa vendette circa 3 milioni di copie di un suo libercolo apocalittico intitolato “La bomba demografica” (1968) in cui (traduzione mia) dichiarava: “La battaglia per nutrire l’umanità è finita. Negli anni Settanta il mondo sarà colpito da carestie – centinaia di milioni di persone moriranno di fame a dispetto di tutti i programmi emergenziali intrapresi in questi anni… Non possiamo più permetterci di trattare solamente i sintomi del cancro della crescita della popolazione, il cancro stesso deve essere estirpato. Il controllo della popolazione è l’unica risposta”.

3 milioni di copie vendute!

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La decrescita piace solo a chi non ha capito cosa sia e cosa implica.

Non solo non può risolvere i problemi del presente, ma è il perfetto strumento per trincerare lo status quo che vogliamo sovvertire introducendo un nuovo feudalesimo (N.B. il feudalesimo è il modello sociale antesignano del neoliberismo, con i feudi al posto degli oligopoli economico-finanziari).

Infatti Serge Latouche è diventato contemporaneamente un guru di CasaPound, dei Giovani Padani e di una certa sinistra amante delle idee più che della realtà quotidiana. Maurizio Pallante, intellettuale di riferimento del M5S per la decrescita, desidera che tutti divengano contadini, in quanto “quella contadina è l’unica civiltà“, un classico topos della destra reazionaria e filo-nazista (es. Jean Giono).

Come il collaborazionista Giono (quello de “L’ussaro sul tetto” e de “L’uomo che piantava gli alberi”), Latouche predica il ritorno al localismo, all’orticoltura, alla borgata autarchica sia dal punto di vista alimentare, sia da quello economico e finanziario.

Serge Latouche (parole sue), profeta della decrescita, auspica l’avvento di una dittatura che bandisca o spinga alla bancarotta multinazionali, grande distribuzione, industrie automobilistiche, compagnie aeree, agenzie turistiche, industria alberghiera, allevamento intensivo, agricoltura intensiva, trasporti merci, gran parte delle banche, borse, industria del lusso e della moda, le agenzie pubblicitarie.

Il commercio sarà limitatissimo, principalmente confinato alla propria “bioregione”, con valuta bioregionale. Il turismo sarà inesistente perché “bisogna avere i piedi ben piantati in terra” e “l’immaginazione ha le ali”, specialmente grazie a internet (almeno quello resta). Non dovendo camminare molto, si potrà anche fare a meno di quel mucchio di scarpe che abbiamo: due, tre paia sono sufficienti. Ma il numero giusto sarà stabilito dalla comunità.

Sì, Latouche ci vuole ridurre allo stile di vita delle tribù che ha studiato da etnografo, per “recuperare l’abbondanza perduta delle società di raccoglitori-cacciatori”, oppure riportare alle epoche oscure dopo la caduta dell’Impero Romano (decrescita felice al tempo delle carestie, epidemie, bande di predoni, guerre, anarchia, ecc.?).
Il problema è che a quel tempo eravamo molto meno numerosi, noi umani. Così suggerisce che la soluzione ideale sarebbe avere una popolazione mondiale ridotta a 3 miliardi di persone (c’è un surplus del 60-70% di umani: poco male). Ma si può anche provvedere a stabilizzare la crescita demografica e costringere la gente a mangiare molta meno carne (peccato che proprio la crescita economica e del benessere siano il fattore determinante per il calo demografico).

Felicissimi i russi e i cubani dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando il loro tenore di vita è sprofondato, causando un collasso demografico che la Russia deve ancora riassorbire (!), mentre Cuba (-35% del PIL tra 1989 e 1993), si è salvata da un analogo disastro solo grazie a Cina, Venezuela ed al turismo. Giulivi anche i cambogiani deportati da Phnom Penh nelle campagne dai Khmer rossi e morti a decine di migliaia.

Felicissimi i lavoratori europei, specialmente quelli tedeschi, di dover subire una costante riduzione del salario reale, cosicché tedeschi ed italiani si trovano assieme ai giapponesi in fondo alla classifica mondiale per tasso di natalità. L’asse delle culle vuote.  Serge Latouche si compiace che i giapponesi siano stati felici di decrescere e che il buddhismo li abbia aiutati. Pensa che il confucianesimo possa attutire l’impatto psicologico della decrescita per i cinesi. I Giapponesi sono certamente molto lieti di non potersi permettere di pagare le pensioni per via del declino demografico che, nei prossimi decenni, si porterà via circa un milione di abitanti l’anno (!!!).

L’ideologia della decrescita non è altro che una dottrina neo-malthusiana che non si sostiene su un singolo dato socio-economico e storico. Scoprirete che la letteratura scientifica citata serve unicamente a dimostrare che l’attuale sistema è folle e completamente insostenibile. Non che la cosa ci colga di sorpresa. Di contro, nessun esempio storico di decrescita viene preso in esame per capire se la decrescita possa essere essa stessa sostenibile. Si dà per scontato che non ci possa essere uno sviluppo sostenibile, mentre la decrescita lo è per definizione. Un po’ come dire che la morte è più sostenibile della vita. Non è scienza, è dogma. Anzi, è verosimilmente apologia di genocidio.

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La vita è crescita, la decrescita è atrofia e morte. L’intelletto decresce con l’invecchiamento, le civiltà decrescono con la decadenza e la scomparsa. La decrescita del Sole lo trasformerà in una nana nera. La decrescita di una specie la porta facilmente all’estinzione.

La decrescita del nostro sistema non sarebbe possibile senza un collasso demografico (es. catastrofe globale) o una dittatura planetaria che decretasse la composizione delle famiglie e decidesse chi può consumare cosa e a quali servizi pubblici (limitatissimi) può accedere.

Istruzione, sanità, previdenza sociale, trasporti, infrastrutture, ordine pubblico, energia, poste e telecomunicazioni, ecc.: ogni servizio considerato essenziale sarebbe ridotto ai minimi termini. Per non parlare della ricerca nel settore dell’energia nucleare (es. fusione fredda), delle rinnovabili, del risparmio energetico, dei nuovi materiali, della medicina, dei trasporti, dell’alimentazione, della tutela ambientale, delle esplorazioni spaziali, delle scienze cognitive. Non è chiaro come la Rete potrebbe essere alimentata.

Chi già possiede terreni (i ricchi latifondisti come il principe Carlo e tanti altri aristocratici europei non propriamente progressisti ed umanitari) sarà avvantaggiato, la gente comune urbanizzata dovrà accontentarsi di “quel che passa il convento”, morire d’inedia o suicidarsi. Gli abitanti delle megalopoli del terzo mondo morirebbero come mosche.

Sarebbe un’idea suicida per milioni di persone nell’Occidente e nel resto del mondo, che non avrebbero alcuna speranza di arrivare a fine mese. Chi si ostina a distinguere tra recessione e decrescita non sa quello che dice, si bea di astrazioni, non ha fatto due conti della serva, ha un reddito garantito – o pensa di averlo.

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Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, socio fondatore del circolo del Movimento per la Decrescita Felice di Parma risponde alla domanda: “Pensa che il cambiamento di paradigma culturale proposto da Mdf sia davvero realizzabile?”

Tutti i cambiamenti non si possono fare da un giorno all’altro. Puoi promuovere correttamente gli orti sociali, giusto per fare un esempio, o i mercatini a km-zero (ne abbiamo aperti già due ma ne vorremmo attivare degli altri), oppure lo Scec, che stiamo cercando di lanciare, o ancora cercare modi per sostenere l’economia locale, ma è tutto collegato alla disponibilità di tempo. Per fare l’orto, infatti, hai bisogno di tempo; per andare a fare la spesa nei mercatini bio devi avere tempo; per occuparti dei figli o dei parenti anziani senza doverli affidare ad altri a pagamento perché tu sei sempre al lavoro hai bisogno di tempo. Si possono dare alle persone gli strumenti, ma se poi la maggior parte di queste, per vari motivi, non ce la fa (o non vuole), rischia di essere tutto vano.

mmmmh

merda

Mi accadde diverse volte di scorgere nei suoi occhi un’espressione di dolore e disappunto quando la realtà non corrispondeva alle idee romantiche che si era fatto, o quando qualcuno che amava o ammirava non riusciva a dimostrarsi all’altezza dei suoi inarrivabili standard.

Graham Greene, “Un Americano Tranquillo”

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La sindrome di Peter Pan è quella situazione psicologica in cui si trova una persona che si rifiuta o è incapace di crescere, diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. La sindrome è una condizione psicologica patologica in cui un soggetto rifiuta di operare nel mondo “degli adulti” in quanto lo ritiene ostile e si rifugia in comportamenti ed in regole comportamentali tipiche della fanciullezza.

http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Peter_Pan

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L’autore, nel ruolo di un personaggio, suggerisce attraverso motivazioni economiche ed un convinto moralismo, di trasformare il problema della sovrappopolazione tra i cattolici irlandesi nella sua stessa soluzione. La proposta dell’autore consiste nell’ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. I figli dei poveri potrebbero essere venduti in un mercato della carne all’età di un anno per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione. Così facendo si risparmierebbe alle famiglie il costo del nutrimento dei figli fornendole una piccola entrata aggiuntiva, si migliorerebbe l’alimentazione dei più ricchi e si contribuirebbe al benessere economico dell’intera nazione.

L’autore offre un supporto statistico per le sue asserzioni e fornisce dati specifici sul numero di bambini da vendere, il loro peso, il prezzo ed i possibili modi di consumazione. L’autore suggerisce alcune ricette per preparare questo «delizioso» tipo di carne ed è sicuro che questa cucina innovativa darà spunto per ulteriori piatti. Anticipa, inoltre, che le pratiche di vendita e di consumo di bambini avranno positivi effetti sulla moralità familiare: i mariti tratteranno le loro mogli con più rispetto ed i genitori valuteranno i loro bambini in modi finora sconosciuti. La sua conclusione è che l’implementazione di questo progetto aiuterà a risolvere i problemi complessi dell’Irlanda in materia sociale, politica ed economica più di ogni altra misura finora proposta.

Quest’opera è ritenuta il più grande esempio di ironia nella storia della letteratura inglese.

Jonathan Swift, “Una modesta proposta: per evitare che i figli degli Irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli un beneficio per la comunità”

http://it.wikipedia.org/wiki/Una_modesta_proposta

Un uomo che nasce in un mondo già occupato, se non può ottenere di che sussistere dai suoi genitori, verso cui è portatore di una giusta domanda, e se la società non vuole il suo lavoro, non ha il diritto di pretendere la più piccola porzione di cibo, e, di fatto, è di troppo in questo mondo. Nel grande banchetto della natura, non c’è alcun coperto vacante per lui.

Thomas R. Malthus, “Saggio sul principio della popolazione”, ed. 1803

La grande famiglia europea, nella più grande famiglia umana

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Pare dunque che la popolazione europea non stia sottovalutando le conseguenze della frantumazione dell’eurozona, come invece tendono a fare certi maître à penser

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/08/eletto-obama-ora-i-piigs-potrebbero-lasciare-leuro-i-pro-e-i-contro/

Bene così.

Le economie regionali di Cina e Stati Uniti sono molto più eterogenee di quelle europee

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_U.S._states_by_income

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-30/grande-migrazione-cinese-024726_PRN.shtml

eppure non pare che quei due paesi siano in procinto di disgregarsi. I loro governi e banche centrali provvedono a fare in modo che le asimmetrie siano controbilanciate a sufficienza da evitare il collasso delle due nazioni. Lo stesso accade in Russia, Canada, Australia e in tantissimi altri paesi.
Infatti possono fare tutto quel che serve per difendere la propria sovranità e la cittadinanza, se i governi sono al servizio dell’interesse generale. Come come quelle che dovrà fare l’Unione Europea e che un singolo stato europeo, invece, non potrebbe mai fare:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/08/14/gli-economisti-francesi-contro-lausterita-unalternativa-in-12-punti/

L’intrinseca scorrettezza dell’impostazione eurouscitista più dura e pura sta nella falsa scelta secca che impone tra l’Europa merkeliana-francofortese e il ritorno alla lira o ad un’altra valuta post-euro, cancellando tutte le altre opzioni collocate tra questi due estremi.

La seguente analisi di un fautore dell’uscita dall’eurozona è molto più onesta ed apprezzabile, perché presenta almeno a grandi linee il progetto di Syriza, che prospetta un certo tipo di riforma dall’interno (ce ne sono altri), pur restando scettico sulla sua attuabilità (senza comunque spiegare perché non dovrebbe funzionare – se invece di perorare cause disfattiste si desse costruttivamente una chance a Syriza ed altri ora saremmo messi meglio) :

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11503

L’unione europea non è certo stata pensata da degli psicopatici ma da statisti che volevano sapientemente porre fine a violenze ed egoismi collettivi. Fin dall’inizio, però, certe forze si sono attivate per salire a bordo clandestinamente e poi prendere il controllo dell’imbarcazione. Ora fanno di tutto per buttare fuori bordo i passeggeri e tenersela per sé e ci sono dei passeggeri che addirittura si offrono volontari per darsi in pasto ai pesci e urlano agli altri di seguire il loro esempio, invece di restare a bordo e scacciare i pirati. Così chi ancora crede in questa imbarcazione si trova a dover combattere contro pirati e aspiranti suicidi, involontariamente coalizzati.
[N.B. Per la verità non è una coalizione propriamente involontaria: è evidente che i pirati hanno tutto l'interesse a farsi passare per onnipotenti e convincere i passeggeri a togliersi di mezzo spontaneamente].

*****

Chi si oppone all’unificazione europea in quanto tale, indipendentemente dal modo in cui sarà realizzata, ossia dando per scontato che il risultato non potrà che essere una tirannia, non ragiona in maniera troppo diversa da chi si opponeva all’unificazione italiana.
L’esito dipende dalla volontà dei cittadini europei: se vorranno che nasca una confederazione europea con una banca centrale al servizio dell’economia e non della finanza ed un governo europeo di nomina democratica incline a pratiche democratiche in un assetto complessivo in cui macroregioni, stati e cittadini europei (tramite l’europarlamento e la democrazia partecipata) abbiano più voce in capitolo, allora sarà quell’idea d’Europa a prevalere e non una tecnocrazia supina di fronte agli interessi delle multinazionali e delle banche. I movimenti di protesta pan-europei dell’anno scorso lasciano intravedere un futuro di cittadinanza europea attiva, partecipe e sovrana che fa ben sperare.
I poteri forti malevoli non sono onnipotenti e non sono gli unici in gioco.

 Al momento la Germania – affetta dalla sindrome della botte piena e della moglie ubriaca – è l’unico, serio ostacolo sulla strada dell’unificazione europea ed alla risoluzione della crisi:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/04/la-modesta-proposta-per-superare-la-crisi-delleuro-di-yanis-varoufakis/

Accade per via della faziosità dei media tedeschi e del governo, che disorientano la popolazione, la ingannano, la indottrinano:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/30/il-lavaggio-del-cervello-che-stanno-subendo-i-tedeschi-e-tutti-gli-altri/

E per la persistenza di ridicoli miti etnici al servizio del liberismo neofeudale che rendono l’ammaestramento più efficace:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/14/lumache-giapponesi-bradipi-tedeschi-ed-altri-miti-etnici/

Questa resistenza tedesca (una vera e propria guerra economica ai danni del resto d’Europa) non durerà ancora a lungo. La loro economia sta cedendo, com’era inevitabile, dato l’alto grado di interdipendenza mondiale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/29/quando-i-tedeschi-capiranno-che-la-merkel-li-ha-truffati/

L’idea di un’Unione Europea non è nata come complotto neonazista per prendersi una rivincita dopo la sconfitta del Terzo Reich o come complotto della NATO per estendere la sua egemonia fino ai confini russi. Forze che operano in quelle due direzioni esistono, in Baviera ed al Pentagono,

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/27/lucio-caracciolo-leuropa-e-finita-considerazioni-di-immenso-buon-senso-sulleuropa-sullitalia-e-su-altro-ancora/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/20/bruno-luvera-tg1-rai-sulla-jugoslavizzazione-dellitalia-e-la-balcanizzazione-delleuropa/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/23/la-geopolitica-dei-miti-etnici-la-morte-delleurozona-e-lavvento-dellimpero/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/08/stati-uniti-deuropa-i-dubbi-dei-costituzionalisti-e-delle-persone-di-buon-senso/

ma sono anche le stesse forze che spingono per la balcanizzazione del nostro continente, dato che un’effettiva unione (rispettosa delle autonomie dei popoli), ridimensionerebbe la loro influenza:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/03/alto-adige-baviera-catalogna-veneto-parco-della-vittoria-viale-dei-giardini-il-vaso-di-pandora-dei-separatismi/

La confederazione europea sarà qualcosa di diverso dagli Stati Uniti d’Europa, sarà qualcosa di nuovo, di mai sperimentato prima, sul modello elvetico, ma con delle sensibili migliorie. Questo era il progetto iniziale (cf. Michael Sutton, “France and the Construction of Europe 1944-2007: The Geopolitical Imperative”) e lo tornerà ad essere. Non solo perché è nell’interesse di mezzo miliardo di europei e del mondo, ma perché le forze che sospingevano Jean Monnet & co. sono più che mai determinate a contrastare l’intolleranza, il fanatismo, l’avidità ed il vizio separatista-etnocentrico-isolazionista che affligge le menti ristrette.

Esistono europeisti e globalisti motivati da cupidigia, tracotanza ed egoismo che realmente progettano distopie sul modello di Singapore (o della Cina “comunista”), o di Nea So Copros

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/

da applicare su scala planetaria per poter massimizzare lo sfruttamento delle risorse umane (cf. amazon.de ed il nuovo schiavismo)

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/02/18/abolizionismo-2013-2014-un-aneddoto-personale-ed-un-fatto-di-cronaca/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/31/commesse-e-commessi-di-tuttitalia-unitevi/

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

ma esistono anche europeisti e globalisti animati dalle migliore intenzioni: altruismo, condivisione, spirito comunitario, unificazione del genere umano in una famiglia o in un coro in cui ciascuno canti con la sua voce e non sia costretto ad uniformarsi ad un pensiero unico, ad un’unica direzione di “sviluppo”.

Questi ultimi lottano contro settarismi, nazionalismi, la sfrenata competizione e l’iniquità insite nel capitalismo sregolato.

I nomi sono noti: F.D. Roosevelt ed Eleanor Roosevelt, Charles de Gaulle, i fratelli Kennedy, Bruno Kreisky, Willy Brandt, Mario Cuomo, Olof Palme, Aldo Moro, Alcide Degasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Martin Luther King, Thomas Sankara, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Dominique de Villepin, Nelson Mandela, Benazir Bhutto, Dag Hammarskjöld, Jimmy Carter, Nikita Krusciov, papa Giovanni XXII, Federico Mayor, Irina Bokova, Roberto Assagioli, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/09/quei-santuomini-dei-fratelli-kennedy/

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/arduo-da-vedere-illato-oscuro-e.html

E poi ci sono le nuove leve, come Alexis Tsipras o Beatriz Talegon, che un giorno, se faranno le scelte giuste, saranno forse celebrate come i giganti di cui sopra:

http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=2499

L’unità della famiglia umana, a partire dall’esperimento europeo, è l’unica maniera per stroncare l’ascesa prepotente degli oligopoli finanziari e della tirannia dei mercati e per scongiurare le violenze di massa di un 1848 globale, i cui esiti sarebbero imprevedibili.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/e-successo-un-quarantotto-la.html

È il nostro destino, come è stato auspicato dallo stoicismo, dal cristianesimo delle origini, dal buddhismo, dal taoismo, dal sufismo, dall’umanesimo rinascimentale, dall’illuminismo, dallo spirito con cui sono state fondate le Nazioni Unite (che non dovevano certo diventare uno strumento di imperialismo), la Croce Rossa, l’UNESCO, ecc.

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/19/il-rinascimento-umano-la-ricetta-dellunesco-per-ridarci-dignita-e-un-futuro/

Ce lo ingiungono il buon senso e la buona volontà

Tutti per uno, uno per tutti: unità delle coscienze nella molteplicità delle forme, nella fratellanza compassionevole e quindi nella perequazione delle risorse (giacché le disparità che creano stenti e squallore sono la principale causa di conflitto e le risorse del pianeta non appartengono a qualcuno in particolare, essendo per definizione e per loro natura dei beni comuni).

Non certo un Mondo Nuovo huxleyano uniformato, livellato, meccanico, mentalmente intorpidito, psicopatico e materialista: la vita biologica e quella della mente amano la diversità e si estinguono nell’isolamento autarchico.

http://www.raetia.com/it/shop/item/1567-contro-i-miti-etnici.html

http://unesdoc.unesco.org/images/0019/001924/192499m.pdf#page=20

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Siamo dunque arrivati al punto cruciale.

L’unificazione dell’umanità (il “tutti per uno, uno per tutti” e l’”uniti nella diversità”) è un progetto malevolo?

Oppure il complottismo sul Nuovo Ordine Mondiale che osteggia l’unificazione dell’umanità fa comodo proprio a chi desidera una tirannia globale di carattere liberista neofeudale e, a questo scopo, sfrutta il classico divide et impera?

Questa è la radice del problema: chi crede che i potentati finanziari siano invincibili preferirà che le cose rimangano (pessime) come sono; chi invece crede che un’umanità unita avrebbe la forza di scrollarsi di dosso psicopatici & co. dovrebbe essere a favore dell’UE e di Nazioni Unite più forti e libere da influenze di nazioni e lobby finanziarie, per emanciparsi dalla NATO (e poi anche dell’egemonia cinese e di qualunque altra potenza) e dal giogo dei mercati.

Vedete voi, la scelta è vostra. Non mi disturba l’idea di essere liquidato come un “utile idiota” se vi interrogate sulla possibilità che possiate esserlo voi.

Questo libro (e mi auguro anche altri) sarà testimone della mia buona fede e del mio impegno. Saranno i posteri a giudicarmi.

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La storia dello zombie che fu bruciato vivo dalla polizia (Stati Uniti, 2013)

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Non mi importa più sopravvivere. Non ho paura della morte, giacché sono già morto molto tempo fa, il 2 gennaio del 2009. Dal febbraio del 2005 al gennaio del 2009, in qualità di agente di polizia a Los Angeles, ho visto alcune delle cose più vili che degli esseri umani possano infliggere ad altri esseri umani. Non le ho viste nelle strade di Los Angeles, le ho viste nelle stazioni di polizia.

Christopher J. Dorner

Sta succedendo quel che era facilmente prevedibile: la violenza negli Stati Uniti è ormai fuori controllo e presto si trasformerà in guerriglia:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/23/ora-sono-diventato-la-morte-il-distruttore-dei-mondi-100-1000-waco/

Questa è la storia di un guerrigliero, Christopher Jordan Dorner, poliziotto a LA, e delle sue “ragioni”.

Ciò che vi hanno raccontato i media italiani:

L’ex poliziotto da giorni ricercato in California dopo aver ucciso tre persone sarebbe stato coinvolto in una sparatoria avvenuta nella zona in cui nasconde. Christopher Dorner ha sparato dei colpi contro alcuni agenti federali dopo aver svaligiato una casa e aver legato la coppia che vive nell’abitazione. Uno dei due poliziotti è morto in ospedale, riporta il Los Angeles Times.

Dorner è fuggito a bordo del pick up Dodge rubato alla coppia dell’abitazione in cui aveva fatto irruzione. Per precauzione tutte le scuole della zona di Big Bear Lake, nella contea di San Bernardino, sono state sbarrate e messe sotto protezione.

L’ex poliziotto si è poi barricato in un’abitazione, uno chalet sulle montagne nel sud della California. La caccia all’uomo è seguita in diretta tv con riprese dagli elicotteri delle principali emittenti.

In fiamme la casa in cui Dorner si è barricato – La casa in cui si è barricato l’ex poliziotto da giorni ricercato dalla polizia è in fiamme. Le immagini televisive mostrano chiaramente come il fuoco avvolga l’abitazione dove si trova Cristopher Dorner”.

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1081561/usa-sparatoria-con-lex-agente-ricercato-christopher-dorner-si-e-barricato-in-una-casa.shtml

È morto il 13 febbraio in quella capanna di legno, bruciato vivo dopo un brevissimo assedio. Accanto al suo corpo bruciato, un portafogli con documenti identificativi “miracolosamente” intatti. Un “altro” suo portafogli era stato recuperato dalla polizia di San Diego il 7 febbraio.

Qui di seguito, quel che c’è da sapere per capire.

Nel suo “manifesto”, Christopher Dorner, denuncia la corruzione all’interno della polizia di Los Angeles, visceralmente razzista e pronta a premiare con promozioni ad incarichi di responsabilità o addirittura di supervisione ed indagine sulle violazioni del regolamento interno proprio gli agenti responsabili dei più infami abusi di potere (es. il caso Rodney King) punendo invece chi, come lui ed altri, aveva segnalato episodi di violenza ingiustificata, di bullismo nei confronti di cittadini e di altri agenti, nonché canti nazisti e l’uso di terminologie apertamente razziste nei confronti delle minoranze.

Christopher Dorner dichiara guerra ai poliziotti neri che tormentano i novellini bianchi per vendicarsi dei maltrattamenti subiti e così alimentano il ciclo dell’odio; dichiara guerra ai poliziotti bianchi che credono nella supremazia bianca; dichiara guerra ai poliziotti latinos che trattano come feccia altri latinos, solo per farsi accettare dai colleghi bianchi, come se non sapessero che i loro genitori o nonni arrivarono in America allo stesso modo, con scarsa conoscenza della lingua e dei loro diritti; dichiara guerra alle poliziotte pseudo-femministe che usano la carta del sessismo per ricattare e manipolare i colleghi maschi; dichiara guerra ai poliziotti di origine asiatica che restano a guardare le ingiustizie senza fare nulla perché “nella mia cultura non amiamo il conflitto”.

Si rivolge ai cittadini: “Perché dare valore alla loro vita quando chiaramente non danno alcun valore a quella vostra e dei vostri familiari?…Perché versare una lacrima per loro quando sorridono davanti al vostro lutto pensando ai soldi che guadagneranno con gli straordinari per essere stati sulla scena del crimine per 6 ore? Quando fotografano i corpi dei vostri cari con i loro cellulari e fanno a gara con i poliziotti di altri distretti per vedere chi ha il corpo più maciullato di quella notte?”.

Specialmente per queste ragioni, Christopher Dorner ha deciso di morire portando con sé quanti più poliziotti potesse ammazzare e magari anche i loro famigliari, “colpevoli” di aver coperto o ignorato la corruzione del coniuge o genitore. Si è dato alla guerriglia in America.

http://ktla.com/2013/02/12/read-christopher-dorners-so-called-manifesto/#axzz2Kpn8PcSG

Per questo motivo la caccia all’uomo ha portato alla sua uccisione deliberata (se spari 7 fumogeni in una baracca di legno sai che molto probabilmente prenderà fuoco, inoltre le TV locali hanno trasmesso le registrazioni di poliziotti che esortano a “bruciare il figlio di puttana”) e barbara (ma comprensibile, date le intenzioni del fuggitivo-guerrigliero).E’ stato mandato un messaggio agli altri cittadini: chi si fa giustizia da solo finisce così, non come Rambo.

La caccia all’uomo ha anche portato all’assalto di tre civili, sopravvissuti per miracolo a decine di pallottole sparate dalla polizia contro i loro veicoli, somiglianti a quello usato dal ricercato (una di loro ha ancora due pallottole nella schiena). 

Ora il manifesto sta circolando viralmente in rete, ma con quali conseguenze?

Poliziotti innocenti che fanno il loro dovere diventeranno dei bersagli, poliziotti fascisti che usano l’uniforme per dare sfogo alle loro peggiori pulsioni si sentiranno autorizzati ad usare la violenza per “autodifesa”.

D’altronde, è quello che hanno imparato dalle amministrazioni Bush e Obama (Dorner definiva i poliziotti corrotti e razzisti “combattenti nemici”, usando una classica, orwelliana formula della Guerra al Terrore):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/14/amerikarma-obamamania/

Ci saranno altri casi come questo, sempre più frequenti, perché la società americana si sta disgregando sotto il peso dell’iniquità, del materialismo, del razzismo e del culto della violenza. Non ci dev’essere spazio per alcun compiacimento: il loro fallimento è il fallimento del genere umano e della sua civiltà. Abbiamo permesso ai peggiori di guidarci come un gregge sulla cattiva strada, sicuri che la democrazia ci avrebbe preservati da ogni degenerazione.

O cambiamo rotta, o finiremo male.

No, Angela, hai torto (come sempre)

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La Germania ha una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo

Angela Merkel, 27 gennaio 2013

La Merkel ha detto una boiata, come peraltro le capita di sovente. Ma le future generazioni tedesche non saranno colpevoli delle sue idiozie e dei suoi fanatismi neoliberisti (a meno che non l’abbiano votata e si siano fatti rimbambire dalla propaganda nazionalista di questi anni).

I tedeschi non sono in libertà su cauzione o in libertà vigilata, come non lo è l’umanità. Dobbiamo studiare il passato per comportarci meglio, non tenere in ostaggio un popolo per dei crimini commessi da altre persone, in un’altra epoca. Quelle sono precisamente le cose che facevano i nazisti. Noi siamo migliori dei nazisti.

E siamo migliori di loro perché sappiamo che nessuna persona può essere ritenuta responsabile di ciò che è successo prima della sua nascita. Questo è un principio non solo banalmente ovvio, ma essenziale per l’etica e la giurisprudenza democratica. Senza questo presupposto, non ci può essere alcuna democrazia.

Persino un testo sacro dell’età del bronzo proclamava che le colpe dei padri non ricadono sui figli.

Responsabile è chi commette un delitto o un errore, non certo chi nasce nel mondo che risulta da quel delitto o da quell’errore, o chi lo subisce.

Un conto è riesaminare il passato, un altro conto è definire “nostro passato” degli eventi che si vorrebbero usare per incriminare i posteri, personalizzando l’analisi e coinvolgendo persone che non furono direttamente coinvolte (es. chi non ha mai votato Hitler e non l’ha mai lodato spontaneamente) oppure chi non ha mai potuto influenzare gli eventi, in quanto non era ancora nato.

Questi festival del mea culpa serviranno forse a far sentire più innocenti e puri chi li promuove, ma non certo ad illuminare le questioni più spinose e complicate. Non sarebbe sorprendente scoprire che questi paladini dell’autoimputazione fossero gli stessi che invocano leggi per l’introduzione del reato di revisionismo storico, abolendo di fatto, la possibilità di fare una qualunque seria ricerca storiografica sulle pagine più nere del “nostro” passato. La Merkel è uno degli esempi più emblematici di questa “relazione pericolosa”.

Perciò se la cancelliera tedesca vuol chiedere scusa per le pagine più atroci del passato tedesco lo può fare a titolo personale – è nel suo pieno diritto farlo –, ma non deve permettersi di parlare a nome di tutti i tedeschi, coinvolgendoli nella sua auto-vittimizzazione narcisistica e sconfinatamente presuntuosa.

Analogamente, nessun comunista di oggi può essere considerato responsabile dei mostruosi crimini di Mao o di Stalin o dei Khmer Rouge. Non è solo un fatto giuridico, è un’evidenza morale.

Gesù avrebbe condannato una visione così disumana, degna dell’infame dottrina del peccato originale: la colpa non si trasmette geneticamente da una generazione all’altra.

Il Mandela presidente della riconciliazione nazionale dopo aver scontato una lunga pena detentiva è moralmente responsabile per le azioni terroristiche del giovane Mandela che lottava contro l’oppressione bianca o si tratta di due persone sostanzialmente diverse?

L’Abraham Lincoln del Discorso di Gettysburg è moralmente responsabile del Lincoln degli anni cinquanta, che era razzista e segregazionista, oppure ciò che conta è ciò che uno è diventato, mentre le ombre del passato servono a far rifulgere ancora di più un luminoso presente?

Aung San Suu Kyi è moralmente responsabile dell’uso della violenza da parte del padre o di una parte dell’opposizione alla dittatura birmana? Francesco Palermo e Hans Heiss sono moralmente responsabili per il passato rispettivamente fascista e nazista del Tirolo del Sud? Gli inglesi sono più moralmente responsabili degli scozzesi, dei gallesi e degli irlandesi per le malefatte del colonialismo britannico?

È un’idea piuttosto bizzarra quella secondo cui gli italiani (un’entità monolitica che marcia a ranghi serrati attraverso i secoli) dovrebbero essere responsabili dell’imperialismo fascista anche nel terzo millennio, o che il discendente di immigrati italiani in Germania si debba sentire colpevole sia per i crimini fascisti sia per quelli nazisti, in quanto cittadino tedesco di origini italiane. Il grande storico Eric Hobsbawm, nato in Egitto, arrivò in Inghilterra solo a 16 anni, dopo aver trascorso l’infanzia in Austria e Germania: dovrebbe sentirsi colpevole al 10-15% per i crimini nazisti e all’85-90% per quelli inglesi? Oppure il fatto che fosse un ebreo marxista lo dispensa da ogni colpa, salvo un modesto 5% di sionismo ed un più rilevante 25% di comunismo? Io o i miei discendenti saremo ritenuti responsabili per il disastro afgano, iracheno, libico, greco, dell’eurozona, per le arene romane e per la distruzione di Cartagine e Corinto, ecc.? I milioni di persone che hanno marciato contro la guerra in Iraq o l’hanno denunciata pubblicamente sono colpevoli di cosa, esattamente? Tutti gli inglesi sono criminali di guerra alla stregua di Tony Blair? Oppure ha ragione Desmond Tutu a condannare Blair e non il Regno Unito nel suo complesso?

È molto comodo e conveniente per le classi dirigenti scaricare le loro responsabilità sulle spalle di un intero popolo, o magari di tutto l’Occidente, indiscriminatamente. Tra l’altro, e forse non per caso, è il classico espediente dello psicopatico, un vero specialista nel far sentire in colpa le sue vittime (una strategia che avvince sempre di più le prede al predatore)

In ogni epoca la popolazione è stata soprattutto vittima delle istituzioni dominanti e della propaganda con la quale queste conservavano il potere e giustificavano le loro azioni. Accusare i contemporanei di indifferenza per una colpa collettiva che non sentono ma dovrebbero sentire significa anche accusare i loro figli e nipoti degli olocausti che si verificano periodicamente nel Terzo e Quarto Mondo a causa di un sistema economico mostruoso.

Questi spettri di colpa collettiva che si impossessano ciclicamente di certe persone che sentono il dovere di assolversi dei peccati dei loro avi a nome di tutti, pubblicamente, sono gli stessi che rinvigoriscono i miti etnici – l’Ebreo Usuraio, il Tedesco Nazista, l’Italiano Mafioso, l’Americano Imperialista, il Musulmano Fondamentalista, il Giapponese Razzista, la Razza Bianca Schiavista e Genocida, ecc.

Perché ammirare gli orgogliosi islandesi, visto che la loro civiltà era, originariamente, una colonia schiavista?

Oggigiorno chi, tra gli israeliani, non ha votato per Netanyahu o per dei partiti nazionalisti, è innocente di quel che potrà accadere in Medio Oriente, perché non sono le collettività che vanno giudicate, ma le singole persone. E  saranno innocenti anche tutti gli ebrei che non vivono in Israele e hanno cercato di far prevalere la ragionevolezza e gli strumenti della diplomazia. La gran parte degli ebrei mondiali non potrà e non dovrà essere condannata per le decisioni di un particolare governo israeliano. 

Il nostro compito è UNICAMENTE quello di capire il passato per evitare di ripetere gli stessi errori, non certo quello di sentirci in colpa per procura.

NOTE BENE: [Una spiegazione alternativa è che la Merkel stia deliberatamente usando il senso di colpa per controllare i tedeschi ed i PIIGS. Un po' come ha fatto Al Gore con il riscaldamento globale imputato unicamente all'umanità (giochetto che non funziona più: CO2 in continuo aumento, temperature stabilizzate). Chi controlla la Merkel? Chi controlla Al Gore?]

Sonmi-451 e Thomas Sankara – quando finzione e realtà riecheggiano

 

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La preghiera di Sonmi~451 (2144)

Archivista “Ricordati non è un interrogatorio, né un processo, la tua versione della verità è ciò che conta”

Sonmi~451 “La verità è singolare, le sue versioni sono non-verità”

Archivista “Qual è il primo catechismo?”

Sonmi~451 “Onora il tuo consumatore”

Yoona~939 “Io non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi”

Sonmi~451 “La nostra vita non è nostra, da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”

Sonmi~451 “Puoi mantenere il potere sulle persone finché dai loro qualcosa, deruba un uomo di ogni cosa e quell’uomo non sarà più in tuo potere”

Hae-Joo Chang “Spesso la sopravvivenza richiede coraggio”

Sonmi~451 “Ma io sono solo la servente di una mangeria, non sono stata genomata per alterare la realtà”

Generale An-kor Apis “Nessun rivoluzionario lo è mai stato”

Sonmi~451 “Non importa se siamo nati in una vasca o in un grembo, siamo tutti purosangue. Dobbiamo tutti combattere, e se necessario morire, per insegnare alle persone la verità”

Sonmi~451 “Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo.

Archivista “Nella tua rivelazione hai parlato delle conseguenze della vita di un individuo che si spandono per tutta l’eternità. Questo vuol dire che credi in una vita nell’aldilà, nel paradiso e nell’inferno?”

Sonmi~451 “Io credo che la morte sia solo una porta, quando essa si chiude, un’altra si apre. Se tenessi a immaginare un paradiso, io immaginerei una porta che si apre e dietro di essa, lo troverei lì, ad attendermi”

Archivista “Se posso fare un’ultima domanda, dovevi sapere che la rivolta dell’unione sarebbe fallita”

Sonmi~451 “Si”

Archivista “E perché hai accettato di farlo?”

Sonmi~451 “E’ questo che il generale Apis mi aveva chiesto”

Archivista “Cosa, di essere giustiziata?”

Sonmi~451 “Se io fossi rimasta invisibile, la verità sarebbe stata nascosta, non lo potevo permettere.”

Archivista “E se nessuno credesse a questa verità?”

Sonmi~451 “Qualcuno ci crede già”

A Nuova Seoul (Nea So Copros), l’ingegneria genetica viene impiegata per produrre cloni inseriti in caste inferiori, con uno status morale inferiore. Possono essere oggetto di abuso senza che ciò sia sanzionato, ma sia i cloni sia i consumatori (“purosangue”) sono all’oscuro del destino di questi servitori: dopo un prematuro pensionamento dopo 12 anni di servaggio, sono uccisi e trasformati in cibo per cloni (sedato per intontire i servitori in modo che non si mettano in testa strane idee) e tessuti organici per fabbricare altri cloni.

Coesistono tre caste: la “razza padrona”, i servitori e i consumatori, che hanno il dovere costituzionale di consumare una certa somma, calcolata in funzione del loro status sociale, e di obbedire alle direttive della tirannia che li domina. I consumatori cercano solo apatia spirituale, comfort e gratificazioni fisiche. Sono distinguibili dai cloni che li servono per il fatto di possedere dalla nascita un microchip sull’indice, mentre i servitori hanno un collare che li può uccidere se disobbediscono.

Con il passare del tempo le distinzioni di classe e di casta hanno perso il loro carattere arbitrario, artificiale, fittizio per acquistare una vita propria, una certa naturalità e quindi ineluttabilità: “le cose stanno così perché è giusto e normale che sia così”.

Questo è il “progresso” che conduce alla Caduta e ad un mondo post-apocalittico.

Gattaca

Di sviluppi del genere se ne discute da anni negli ambienti della bioetica (si veda anche Gattaca):

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/leugenetica-e-un-complotto-scientista.html

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/06/ethical-aspects-of-genetic-engineering-and-biotechnology/

o “In Time”

In-Time

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/01/in-time-occupy-hollywood-e-la-lotta-di-classe-del-terzo-millennio/

È un avvelenamento progressivo dell’umanità e del mondo, che si perpetua a causa di una popolazione sedata dal consumismo, dalla propaganda che filtra l’informazione che può essere comunicata e dall’ignoranza che ne consegue. È l’oblio della realtà che conserva strutture di potere tossiche e, nel lungo periodo, autodistruttive. Un potere predatorio, cannibalistico, che si sostiene grazie alla sua capacità di definire una narrazione univocamente vantaggiosa, che colonizza le menti delle masse e razze subordinate, predicando una supposta superiore condizione esistenziale, naturale, intellettuale e morale della casta dirigente che giustifica lo status quo.

Questi colonialisti, veri e propri conquistadores, sono cannibali, consumano ciò che li circonda per sostentarsi ed espandere la loro fonte di reddito e potere. Il potere, in particolare, va mantenuto ed esteso, a spese di tutti gli altri ed a qualunque costo, in una frenetica scalata della piramide sociale e naturale che dovrebbe dare un senso ad esistenze ossessionate dalla bramosia insaziabile, una fame inestinguibile, e dalla paura di decadere, di trovarsi sempre più parassiti sul groppone e sempre meno vittime da vampirizzare. Una splendida illustrazione del circolo vizioso che rappresenta la condanna esistenziale degli psicopatici/sociopatici: così terribili eppure così tragicamente prigionieri della loro natura.

Vyvyan Ayrs, ultra-nietzscheano ode una sinfonia in un sogno di un mondo futuristico in cui tutte le cameriere di un locale sotterraneo sono identiche ed ogni giorno ripetono gli stessi gesti e le stesse frasi per accogliere i clienti. La vuole riprodurre per affermare la propria grandezza e come tributo al suo “prezioso Nietzsche”:

E sapete voi che cosa é per me il mondo? Devo mostrarvelo nel mio specchio? Questo mondo é un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, che non diventa né più piccola né più grande, che non si consuma, ma solo si trasforma, che nella sua totalità é una grandezza invariabile [...] Questo mio mondo dionisiaco che si crea eternamente, che distrugge eternamente se stesso, questo mondo misterioso di voluttà ancipiti, questo mio al di là del bene e del male, senza scopo, a meno che non ci sia uno scopo nella felicità del ciclo senza volontà, a meno che un anello non dimostri buona volontà verso di sé, per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più forti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza e nient’altro! (F. Nietzsche, La volontà di potenza)

Non è il possesso del potere che produce piacere ma l’incessante ricerca di più potere. Non serve dire che questa brama senza fine è una prigionia. Se questo incremento di potenza non ce lo possiamo garantire da noi stessi, ci legheremo sempre più strettamente alla fazione più promettente. Il che spiega come, nel corso della loro vita, molti militanti di un colore politico sono passati a quello opposto: per loro l’ideologia è solo un pretesto, un mezzo per accumulare potenza. Se il partito o movimento che hanno abbandonato tornasse in auge si riavvicinerebbero in breve. Anche la lealtà o slealtà rispetto ad una particolare azienda o nazione segue le stesse logiche (es. si osservi la parabola del sionismo, una causa che era di “sinistra”/“progressista” solo un paio di generazioni addietro).

La ribellione di Sonmi-451 apparentemente fallisce. Viene catturata, interrogata, giustiziata. Migliaia, milioni di altri ribelli come lei sono stati inghiottiti dall’oblio, il loro eroismo si è dimostrato inutile: una goccia in un oceano, appunto. Però gli esseri umani sono tanti, sono come gli spermatozoi, se mi si passa il parallelo non particolarmente elegante. Basta che uno solo riesca a far arrivare il messaggio a destinazione che qualcosa di prodigioso si manifesta (la vita, la libertà).

Se ci pensiamo, è un po’ il fato di Thomas Sankara, martire della dignità e libertà africana, tornato improvvisamente in auge nell’Europa oppressa dai dogmi neoliberisti e dagli attacchi degli speculatori e delle agenzie di rating (chi l’avrebbe mai detto?):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/12/05/thomas-sankara-e-il-terzo-mondo-europeo-piigs/

http://mauropoggi.wordpress.com/2013/01/20/thomas-sankara-un-documentario-e-un-appello/

o quello di Joel Olson, docente ed attivista morto prematuramente, poco dopo aver realizzato un’analisi che è stata poi fatta circolare viralmente sulla rete, specialmente tra gli indignati:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/11/16/la-democrazia-bianca-e-la-nostra-prigione/

Questi esempi valorizzano e comprovano il contenuto di verità di Cloud Atlas: un messaggio di valore universale resisterà al tempo e riaffiorerà carsicamente al momento giusto, anche in un altro luogo del mondo: laddove ci sia chi ne ha bisogno.

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Il messaggio di Sonmi-451 ce la fa a sopravvivere: è così autentico, vibrante, pregnante, universale, rivoluzionario, da lasciare scossi alcuni dei guardiani del sistema tirannico di Nuova Seoul (Nea So Copros). Non servirà a salvare la civiltà umana del ventiduesimo secolo, ma darà speranza ai superstiti nei secoli seguenti e la speranza è un bene di valore inestimabile quando si conduce un’esistenza miserabile.

Grazie ad un film di un’epoca precedente, ed in particolare ad una battuta – “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi!” – che ha il potere di scuotere dal torpore persino chi è nato per essere schiavo, Sonmi-451 comprende che esistono dei diritti universali e che occorre battersi per riaffermarli, perché questi possono essere sovvertiti esattamente come il granito può essere eroso, dato che l’ignoranza produce paura, la paura partorisce l’odio, l’odio genera violenza e la violenza prolifera fino a quando l’unico diritto riconosciuto è la volontà di chi è più forte e spietato in un dato momento.

I forti restano al comando grazie alle illusioni. Dunque la libertà vera è quella dalle illusioni (di separazione, differenza, gerarchia come parte di un “ordine naturale”) che vengono perpetrate da rapporti di forza iniqui ed artificiali. Il coraggio proviene dalla ferma volontà di combattere queste illusioni: “Sarai solo una goccia nell’oceano” – “Cos’è l’oceano se non una moltitudine di gocce?”. Di combatterle per sé e per tutti quanti, a nome di tutti quanti.

Cloud Atlas ci chiede di essere più empatici e più audaci nell’estensione verso il prossimo della nostra empatia, nel nostro riconoscimento della nostra comune condizione, comuni esigenze, comune destino. L’empatia, l’amore e la meraviglia sono le fondamenta della società. Il cinismo è ciò che la corrode e minaccia la nostra sopravvivenza come civiltà e come specie degna di esistere. La strada per l’ascensione, di Sonmi-451 e di tutti noi, passa per la disponibilità a trattare gli altri con decenza e rispetto, riconoscendone la dignità intrinseca, e per il rifiuto di accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni ed avvantaggiano gli altri e che, se trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare.

La storia di Sonmi-451 ci insegna che, sebbene il mondo possa essere destinato ad una caduta – il che può certamente essere il nostro caso –, il percorso non è predeterminato. Le scelte dei singoli hanno la capacità di creare narrazioni diverse, con conclusioni diverse. Le scelte interrelate di molte persone hanno considerevoli ramificazioni (effetto del battito d’ali di una farfalla).

Per questo è indispensabile credere in un futuro alternativo (es. a quello deciso per noi dalle autorità monetarie e dalle oligarchie finanziarie) e plasmare un mondo nuovo. Il futuro è aperto e c’è sempre l’opportunità di considerare verità alternative e di scoprire una conoscenza insperata che può condurci verso altri futuri.

Se un numero sufficiente di persone, una massa critica, mette in discussione la narrazione egemonica che condiziona il comportamento di tutti, è possibile arrivare ad un cambiamento duraturo.

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Per un’analisi più generale:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/18/cloud-atlas-uno-studio-antropologico/

Cloud Atlas – uno studio antropologico del libro e del film

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Certo che credo nella reincarnazione – guardate mia sorella!

Andy Wachowski riferendosi a Lana Wachowski (già Laurence Wachowski, dopo l’operazione per il cambio di sesso)

 

Cloud Atlas - James D'Arcy and Ben Whishaw

Il viaggio nel pacifico di Adam Ewing (1849)

Adam Ewing “La domanda che egli pone è, se Dio ha creato il mondo, come sappiamo quali cose cambiare e quali cose devono rimanere sacre e inviolabili?”

Adam Ewing “Ho paura che il tuo destino sia affar tuo, e io non desidero farne parte”

Autua “Allora uccidi io”

Adam Ewing “Non dire assurdità”

Autua “Se tu non aiutare, uccidere è stessa cosa, è verità…”

Autua “Dolore forte si, occhio di amico più forte”

Dr. Henry Goose “Esiste una sola regola che unisce tutte le persone, un solo principio dominante che definisce ogni rapporto nella verde terra di Dio: il debole lo abbatte, il forte che lo inghiotte.”

Padre di Tilda “Adam, stammi a sentire, per il bene di mio nipote se non per il tuo, c’è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene. Questo movimento non sopravvivrà, se ti unisci a loro tu e l’intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate, al peggio sarete linciati o crocifissi. E per cosa, per cosa, qualunque azione vogliate non ammonterà più che a una singola goccia in un oceano sconfinato”

Adam Ewing “Ma cosa è l’oceano, se non una moltitudine di gocce”

Lettere da Zedelghem (1936)

Robert Frobisher “Un libro letto a metà è, dopotutto, una storia d’amore incompiuta”

Robert Frobisher “A questo punto della mia vita so soltanto, Sixsmith, che le forze invisibili che fanno girare il mondo sono le stesse che ci straziano il cuore”

Vyvyan Ayrs “La reputazione è tutto nella nostra società”

Robert Frobisher “Sixsmith, salgo i gradini dello Scott monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti fare vedere tutta questa luminosità, non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso”

Robert Frobisher “Credo che esista un altro mondo che ci attende Sixsmith, un mondo migliore, e io ti attenderò lì. Credo che non restiamo morti a lungo. Cercami sotto le stelle della Corsica dove ci siamo dati il primo bacio. Tuo, in eterno, RF.

 

Il primo caso di Luisa Rey (1972)

Luisa Rey “Devi fare, tutto quello che non puoi non fare”

Isaac Sachs “La fede, come la paura o l’amore, è una forza che va compresa come noi comprendiamo la teoria della relatività, il principio di indeterminazione, fenomeni che stabiliscono il corso della nostra vita. Ieri la mia vita andava in una direzione, oggi va verso un’altra, ieri credevo che non avrei mai fatto quello che ho fatto oggi, queste forze che spesso ricreano tempo e spazio, che possono modellare e alterare chi immaginiamo di essere, cominciano molto prima che nasciamo e continuano dopo che spiriamo. Le nostre vite e le nostre scelte, come traiettorie dei quanti, sono comprese momento per momento, a ogni punto di intersezione, ogni incontro suggerisce una nuova potenziale direzione”

Luisa Rey “Perché noi continuiamo a ripetere gli stessi errori ogni volta?”

L’orribile impiccio del signor Cavendish (2012)

Timothy Cavendish “Libertà, il frivolo motivetto della nostra civiltà, ma solo quelli che ne sono privati hanno il benché minimo sentore di cosa sia realmente”

Uno dei fuggitivi, rivolto a Cavendish “La domanda è, vecchio mio, credi di sapere il fatto tuo?”

La preghiera di Sonmi~451 (2144)

Archivista “Ricordati non è un interrogatorio, né un processo, la tua versione della verità è ciò che conta”

Sonmi~451 “La verità è singolare, le sue versioni sono non-verità”

Archivista “Qual è il primo catechismo?”

Sonmi~451 “Onora il tuo consumatore”

Yoona~939 “Io non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi”

Sonmi~451 “La nostra vita non è nostra, da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”

Sonmi~451 “Puoi mantenere il potere sulle persone finché dai loro qualcosa, deruba un uomo di ogni cosa e quell’uomo non sarà più in tuo potere”

Hae-Joo Chang “Spesso la sopravvivenza richiede coraggio”

Sonmi~451 “Ma io sono solo la servente di una mangeria, non sono stata genomata per alterare la realtà”

Generale An-kor Apis “Nessun rivoluzionario lo è mai stato”

Sonmi~451 “Non importa se siamo nati in una vasca o in un grembo, siamo tutti purosangue. Dobbiamo tutti combattere, e se necessario morire, per insegnare alle persone la verità”

Sonmi~451 “Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo.

Archivista “Nella tua rivelazione hai parlato delle conseguenze della vita di un individuo che si spandono per tutta l’eternità. Questo vuol dire che credi in una vita nell’aldilà, nel paradiso e nell’inferno?”

Sonmi~451 “Io credo che la morte sia solo una porta, quando essa si chiude, un’altra si apre. Se tenessi a immaginare un paradiso, io immaginerei una porta che si apre e dietro di essa, lo troverei lì, ad attendermi”

Archivista “Se posso fare un’ultima domanda, dovevi sapere che la rivolta dell’unione sarebbe fallita”

Sonmi~451 “Si”

Archivista “E perché hai accettato di farlo?”

Sonmi~451 “E’ questo che il generale Apis mi aveva chiesto”

Archivista “Cosa, di essere giustiziata?”

Sonmi~451 “Se io fossi rimasta invisibile, la verità sarebbe stata nascosta, non lo potevo permettere.”

Archivista “E se nessuno credesse a questa verità?”

Sonmi~451 “Qualcuno ci crede già”

Sloosha Crossing e tutto il resto (2321)

Zachry “Chi ha fatto lo sgambetto alla caduta se non Giorgy”

Meronym “Il vero vero? Gli antichi stessi”

Zachry “E’ tutto una massa di fumo. Gi antichi c’hanno saviezza, hanno piegato malattie e semi fatto miracoli, volati nel cielo”

Meronym “vero, tutto vero, ma c’hanno altra cosa, una fame in loro cuori, fame più forte di tutte le loro saviezze”

Zachry “Fame, di cosa?”

Meronym “Fame di altro”.

Zachry “Andare, Andare dove, prescienti e noi stessa barca, nessuno c’ha casa”

Meronym “Ma, non ancora”.

Zachry “Credi che qualcuno sente tue preghiere e viene giù da cielo?”

Meronym “Può forse, può forse un giorno”

Zachry “Un giorno è pulce di speranza”

Meronym “Si, e da pulci non ti liberi facile”

http://miscellaneo.wordpress.com/2013/01/13/cloud-atlas-citazioni-e-aforismi-del-film/

 

Cloud Atlas (libro e film) mi piace perché è l’opera giusta al momento giusto: in una civiltà al lumicino, l’unica cosa intelligente da fare è mettercela tutta per creare una nuova narrazione, di un futuro diverso, da costruire assieme, pensando ed agendo in modo diverso, perché non c’è nessun salvatore disinteressato che verrà a toglierci le castagne dal fuoco. È un investimento sul futuro.

1849: un giovane avvocato viene avvelenato a poco a poco da un “medico” senza scrupoli che vuol il suo oro. Uno schiavo clandestino chiede il suo aiuto e poi gli salva la vita. L’esperienza lo spinge ad abbracciare la causa dell’abolizionismo della schiavitù.

1936: un giovane aspirante compositore bisessuale assiste un vecchio compositore sifilitico.

1973: una giornalista in California s’imbatte in un complotto e cerca di comprenderlo e renderlo noto.

2012: un anziano editore inglese con problemi economici viene rinchiuso in un ospizio-carcere.

2144: un clone coreano capisce di non essere inferiore ai “normali” e diventa un esempio per un’umanità oppressa

2321: un isolano selvaggio post-apocalittico incontra un’esploratrice dei Prescienti (altri superstiti che però hanno preservato una parte del livello tecnologico pre-apocalittico) e la aiuta a salvare la sua gente e se stesso.

Ogni episodio è legato da una testimonianza-retaggio del passato (un diario, un libro, una sinfonia, un’inchiesta, un film, una confessione registrata): “La nostra vita non ci appartiene. Dal grembo alla tomba, siamo legati agli altri. Passati e presenti. E da ogni crimine e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_Atlas

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In breve, Cloud Atlas è la storia di un gruppo di anime che si incarnano in varie epoche storiche, incrociandosi ed interagendo – “sestetto per solisti che si sovrappongono, per pianoforte, clarinetto, violoncello, flauto, oboe e violino, ognuno nella sua chiave, dimensione e colore”. Lo fanno in un contesto di sofferenza, patimento, violenza gratuita e sterile, a causa della loro tendenza a commettere gli stessi errori. Errori determinati in gran parte dal loro ossequio ad una visione del mondo social-darwinista (neoliberista) per cui l’unica legge del cosmo/universo è “il debole lo abbatte, il forte che lo inghiotte”.

Il bene e il male che compiono si riverberano nel passato e nel futuro (rifiuto della concezione lineare del tempo)

Il cammino si conclude quando superano gli esami che la vita pone loro di fronte e comprendono le varie ramificazioni della massima “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te” (e fai agli altri solo quello che ti chiedono di fare), tra le quali l’imperativo morale di costruire un mondo fondato su libertà, uguaglianza e fratellanza (tangibilmente, non astrattamente: sono principi che, come gli esseri umani, trionfano assieme ed affondano insieme).

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Uno dei due motivi centrali è quello del potere e del controllo nelle relazioni umane: si può essere parassitari, oppure simbiotici. La prima è una relazione di mutua compensazione (mutualismo) ed equilibrio: è feconda e benefica per entrambe le parte: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Com’io v’ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” [Giovanni 13, 34]. “Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude il proprio cuore, come dimora l’amor di Dio in lui?” [1 Giovanni 3:17]

Il rapporto parassitario è quello dove una parte consuma l’altra, come fa la tenia: “Non semplicemente costanza dell’energia, ma massima economia dei consumi: sicché il voler diventare più forti, per ogni centro di forza, è l’unica realtà – non conservazione di sé, ma volontà di appropriazione, di diventare padroni, di diventare di più, di diventare più forti” (F. Nietzsche, “La volontà di potenza”). Il parassita, come lo psicopatico, che ne è la quintessenza, è dominato dalla paura di perdere il controllo e dalla sete di potere e non può quindi essere altro che violento. È autolesionistico, perché consumando chi gli dà la vita pone le basi per la sua morte.

È quel che spiega Meronym a Zachry in merito alla caduta della civiltà umana: gli antenati resero i miracoli un evento ordinario ma non riuscirono mai a controllare una cosa, cioè a dire la fame nel cuore umano, la fame di cibo, di velocità, di longevità, di comodità, di potere. Il mondo non era grande abbastanza per loro e continuarono a manipolare l’esistente finché persero definitivamente il controllo della natura, contaminando le terre, i mari, l’aria e i loro corpi, per poi tornare allo stato tribale, salvo rare eccezioni.

È la tenia in azione (cf. Jung/Gurdjieff).

La storia è un incessante confronto tra queste due personalità archetipiche, il simbionte e la tenia: chi cerca di rallentare lo sviluppo umano, farlo sfiorire per controllarlo (la “decrescita infelice”) e chi desidera espanderlo (limite esterno, illimitatezza interiore).

http://www.informarexresistere.fr/2012/01/18/la-sindrome-del-feto-egoista-come-vivono-e-cosa-pensano-gli-angeli-caduti/#axzz2ILQu9kO7

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L’altro tema cardine è che l’unica ascensione possibile per l’umanità è attraverso la consapevolezza. La conoscenza permette di comprendere la propria condizione miserevole, di immaginare circostanze di esistenza più dignitose, di cercare di abolire quelle correnti.

Ciascuno dei sei protagonisti, a modo suo, ostacolato dai suoi vizi e manie e quindi non sempre con successo, è un emancipatore di se stesso, ma anche di altre persone che incrociano il suo percorso. E anche se apparentemente nulla sembra cambiare, perché le forme di dominio e subordinazione evolvono in maniera tale da mimetizzarsi meglio ed agire più sottilmente ed efficacemente (la schiavitù finale è quella di chi crede di essere libero) – come in un eterno ritorno nietzscheano – Cloud Atlas illustra come la sommatoria di tante piccole azioni liberatorie, abolizioniste, altruistiche, rivoluzionarie, può fare la differenza.

Queste si riverberano nel tempo – nel futuro come nel passato (tramite visioni, sogni ed intuizioni) – alterando il corso degli eventi per milioni di persone, persino su altri pianeti. E anche se la ribellione di Sonmi-451 non salva la civiltà umana nel 2144, l’ultimo segmento postapocalittico, ambientato nel ventiquattresimo secolo, mostra come il suo esempio abbia ispirato i superstiti, salvandoli dall’abbrutimento al quale si sono abbandonate le bande di predoni cannibali, eredi diretti degli oligarchi corporativi della decadente Nea So Copros, degli schiavisti delle isole Chatham, del vanaglorioso “mecenate” che spinge al suicidio il promettente artista bisessuale, dei guardiani/carcerieri di Aurora.

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Le parti assegnate a Tom Hanks rappresentano un’allegoria dello sforzo umano di progredire imparando dai propri errori.

Inizia come brigante travestito da medico (Goose) che raccoglie i denti delle vittime di cannibalismo per venderli e per impiantarli nella sua bocca che ha assunto un’apparenza ferina: uccide invece di curare, i suoi desideri sono puramente materialistici ed egoistici. Si comporta come un conquistador: per l’oro è disposto ad uccidere, slealmente.

Nella vita successiva gestisce un albergo e sfrutta uno stato di difficoltà del giovane Frobisher per ricattarlo. Però non uccide nessuno.

La successiva incarnazione è il fisico Isaac Sachs che cerca di aiutare la giornalista (Halle Berry) a smascherare un terribile complotto. Pur essendo stato un ingranaggio nella macchina per tutta la sua vita, muore dopo aver fatto la cosa giusta.

In seguito però ricade nel solco della violenza: Dermot Hoggins è uno scrittore che non tollera una recensione feroce ed uccide il critico letterario che l’ha “disonorato”.

Infine Zachry, nell’isola post-apocalittica, subisce una trasformazione da codardo superstizioso a eroe pronto a sacrificarsi per il prossimo e per una causa che non riguarda direttamente né lui né la sua famiglia.

Si scopre così che il suo meglio lo dà solo quando entra in contatto con la sua “anima gemella” (Halle Berry – Luisa Rey e Meronym).

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Nel corso delle sue esistenze abbandona la filosofia egoistica dell’autoperpetuazione ad ogni costo e diventa un saggio ed un uomo di pace.

In una vita un uomo è cattivo, in un’altra è un’eroina. Ogni volta che un’anima ritorna alla vita terrena ha la possibilità di imparare ad esistere in diversi contesti storici, culturali, economici ed in diversi ruoli (razza, genere, status, potere). Sono esistenze esperite lungo una catena di molte permutazioni diverse, che definiscono un percorso di evoluzione personale. Una sola vita non basta, servono tante lezioni lungo l’iter educativo personalizzato per mettere alla prova le proprie peculiari debolezze.

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Il messaggio finale è che non dobbiamo accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni ed avvantaggiano gli altri e che, se trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di mettere in dubbio e cambiare. Il passato, il presente e perfino il futuro ci possono venire in soccorso, se abbiamo raggiunto un certo livello di consapevolezza.

Sonmi-451 e Yoona-939, nati schiavi e destinati a servire prima come cameriere e poi come nutrimento e materiale organico, sono oppresse in una misura che il meschino Timothy Cavendish, che pure è alle prese con una casa di riposo gestita tirannicamente, neppure può immaginarsi. Ciò nonostante, sono le sue parole – “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi!” – quelle di cui questi cloni avevano bisogno per concepire e formulare quei principi di dignità e libertà estranei alla loro società.
La conoscenza è uno specchio – dichiara Sonmi-451 – e, per la prima volta nella mia vita, mi è stato concesso di vedere chi ero e che cosa ero diventata”.

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L’uso degli stessi attori per ruoli diversi, maschili e femminili, neri e asiatici, giovani ed anziani è importante per arrivare a capire che l’esteriorità è un dettaglio e che ciò che conta è quel che c’è dentro di noi e quel che riusciamo ad esprimere, che le nostre tribù non devono restare separate, che ciò che ci distingue non è l’essenza di quel che siamo, che esiste una comune umanità, un comune spirito che trascende i confini e i muri insormontabili che ci imponiamo e che “giustificano” lo sfruttamento, la prevaricazione, la tracotanza, la violenza, l’egoismo. Una verità che, per quanto scontata, deve ancora essere assimilata e che molti considerano ancora come un affronto personale (es. le critiche che ci sono piovute addosso per aver scritto “Contro i miti etnici”.

Viviamo in un sistema piramidale così devoto al divide et impera che se fosse possibile porre delle barriere alla trasmigrazione delle anime, lo si farebbe in un batter d’occhio.

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Al termine del romanzo Adam Ewing capisce che la storia non segue alcuna regola, ammette solo esiti. Questi esiti sono determinati da vizi e virtù, buone e male azioni. Queste azioni sono la risultante di convinzioni. Perciò se noi crediamo che l’umanità debba essere divisa per categorie, ciascuna delle quali va collocata su un gradino diverso della scala evolutiva, e che la storia è l’arena in cui il forte sopprime il debole, allora quello è il tipo di umanità che si affermerà in una data epoca. Sarà difficile opporsi a questo “ordine naturale” ma l’esito non sarà augurabile per nessuno. Un mondo puramente predatorio consuma se stesso (parassitismo, entropia). In una persona, commenta Ewing, l’egoismo abbrutisce l’anima; nella specie umana, comporta l’estinzione.

Se invece crediamo che l’umanità possa elevarsi al di sopra della legge della giungla, che razze e credenze diverse possano convivere pacificamente, che ci possano essere governanti giusti, che la violenza possa essere arginata, che i potenti debbano rispondere delle loro azioni, che le ricchezze della terra e degli oceani vadano condivise equamente, un altro mondo sarà possibile (simbiosi) e si realizzerà. Questo anche se è il più difficile da concretizzare, dato che i progressi conquistati penosamente nel corso di molte generazioni possono essere persi con un tratto di penna di un presidente o la sciabola sguainata di un generale.

E tuttavia, conclude Ewing, quello è l’unico mondo degno per suo figlio, l’unico che questi non dovrà temere, l’unico per cui vale la pena di lottare.

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Il suocero non è dello stesso avviso. Lo accusa di sciocco sentimentalismo, di non essere in grado di capire che nessun bianco crederà mai di essere pari ad un nero, nessun nero crederà mai di essere un bianco con la pelle nera e nessuno accetterà di buon grado di perdere le sue proprietà in nome di diritti inalienabili. Lo avverte: riceverà sputi, gli urleranno contro, lo linceranno, lo corromperanno, lo ostracizzeranno, lo crocifiggeranno per la sua ingenuità. Per aver osato duellare con l’idra della natura umana, pagherà con indicibili sofferenze; e con lui la sua famiglia. E solo all’ultimo istante di vita arriverà a capire che la sua vita non contava più di una goccia in un oceano sconfinato.

La replica di Adam Ewing è diventata la citazione più famosa di “Cloud Atlas” (del libro e del film):  “Ma cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?”

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ULTERIORI LETTURE SU QUESTI TEMI

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2013/01/21/sonmi-451-e-thomas-sankara-quando-finzione-e-realta-riecheggiano/
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/12/heliofant-i-pet-goat-ii-il-nostro-futuro/

Eterna Eurabia

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Termini italiani di derivazione araba o assimilati per il tramite dell’arabo:

Aguzzino, alabarda, alambicco, albicocca, alcalino, alchimia, alcol, alfiere, algebra, algoritmo, almanacco, amalgama, ammiraglio, arancio, asparago, assassino, auge, azimut, azzurro, babbuccia, baita, baldacchino, bazar, bizzeffe, calibro, canone, caraffa, carciofo, carovana, cifra, cremisi, cuscus (“couscous” è in francese), darsena, divano, gomena, dogana, elisir, facchino, fardello, felafel, gabbana, gabibbo, gara, gelsomino, genio, giara, giubba, hummus, intarsio, lacca, limone, liuto, magazzino, marzapane, meschino, moka, nababbo, nacchera, nadir, nuca, ottone, pigiama, ragazzo, ricamare, riso, safari, scacco, scarlatto, scirocco, sciroppo, sensale, spinacio, tabacco, taccuino, tafferuglio, talismano, tamburo, tara, tariffa, tazza, x, zafferano, zecca, zenit, zerbino, zero, zibibbo, zucchero
http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml
http://www.treccani.it/enciclopedia/arabismi_%28Enciclopedia_dell%27Italiano%29/
http://www.placidasignora.com/tag/parole-arabe-usate-in-italiano/

http://www.sahara.it/bm/saharaThree/cultura/approfondimenti/arabismi-nelle-lingue-neo.shtml

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Femminicidio

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La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia

Marcela Lagarde, antropologa

“Il termine sembra astratto ma se si legge ognuna di queste vite si capisce come siano diverse e come siano simili i loro assassini”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/femminicidio-la-spoon-river-delle-donne/

“Ricordo che ero ragazzina quando mia madre mi spiegò che quel giorno veniva abolito il delitto d’onore, ed era solo il 1981. Ed era ancora come fosse ieri, che mia nonna materna si infilò guanti e cappello, guardò il marito in poltrona e gli comunicò: “Io vado a votare”. Era il 1946 ed era la prima volta che era autorizzata a farlo. Da poco, veramente da pochi anni, noi donne stiamo faticosamente cercando di autodeterminare la nostra vita, sia nel lavoro sia nel privato e questo cambiamento epocale ha alterato in modo irreversibile la relazione tra uomini e donne, portando un comprensibile disorientamento tra chi per anni aveva goduto di un potere di scelta totale all’interno della coppia”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/21/siamo-persone-non-beni-di-proprieta/388866/

Massimo Gramellini, La Stampa del 15/11/2012: Savita è una giovane dentista indiana che abita in Irlanda con il marito Praveen, ingegnere. Aspetta un bambino da quattro mesi quando si presenta in ospedale. Ha dolori atroci alla schiena e la possibilità concreta di perdere, insieme col figlio, la vita. Al termine di una notte di scelte non facili, chiede ai medici di interrompere la gravidanza. Le rispondono che l’Irlanda è un Paese cattolico dove, finché si sente battere il cuore del feto, non è possibile interrompere niente. Savita non è irlandese e non è cattolica, ma deve stare alle regole. Soffrire. Aspettare. Il 23 ottobre il cuore del feto si ferma e i medici lo asportano, ma è troppo tardi. Il 28, a una settimana esatta dal ricovero, Savita muore di setticemia nell’ospedale universitario di Galway: in piena Irlanda, in piena Europa, in pieno ventunesimo secolo.  

Mi ostino a sperare che questa storia sia falsa o almeno incompleta. Che fra il comportamento dei medici cattolici e il decesso della dentista indiana non ci sia il nesso che traspare dalla denuncia dell’Irish Times, confermata dal marito della vittima e ripresa dai principali network del mondo. Ma l’idea che le religioni – associazioni di uomini mosse dal più nobile degli afflati, quello spirituale – possano ispirare comportamenti fanatici, superstiziosi e sostanzialmente ottusi non ha purtroppo bisogno di conferme: è sotto i nostri occhi ogni istante, in ogni angolo del mondo. Mai come oggi abbiamo bisogno di spiritualità. Mai come oggi non abbiamo bisogno di fanatici, questi esseri sfocati che vivono di testa e di viscere, avendo dimenticato che in mezzo c’è un cuore.

**********

È morta la giovane 23enne vittima di uno stupro di gruppo, che ha suscitato un’ondata di reazioni in tutta l’India: ricoverata in un ospedale di Singapore, le sue condizioni erano disperate. Era stata violentata, picchiata e torturata su un autobus di New Delhi lo scorso 16 dicembre. A causa della violenza subita, aveva riportato un arresto cardiaco, infezioni ai polmoni e all’addome, oltre a un grave trauma cranico. Ieri una ragazza di 17 anni si è tolta la vita, dopo aver subito uno stupro di gruppo il 13 novembre scorsoi genitori sperano che la morte della figlia porterà un futuro migliore per le donne a New Delhi e in tutta l’India

http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/28/news/india_in_fin_di_vita_ragazza_stuprata_da_branco-49555220/

Questa povera ragazza non solo è stata brutalmente violentata da 6 uomini. È stata picchiata in testa con una sbarra di ferro e le hanno danneggiato irreparabilmente gli organi interni con la suddetta sbarra. Un abominio, un abominio non ignoto nel “civile” Occidente, dove si sono usate anche bottiglie di vetro rotte.

[In India] è la vittima che deve subire l’onta e l’ostracismo sociale”, ha dichiarato Ranjana Kumari, direttore del Centro di Delhi per la Ricerca Sociale e membro della commissione nazionale per i diritti delle donne. “Non può sposarsi, per esempio. Questo farà in modo che lo stupratore si vergogni [sic!]. Non gli sarà possibile ottenere un posto di lavoro, o un posto dove vivere e sarà tagliato fuori dalla società. Si tratta di un potente deterrente”.

[…].

All’inizio di questa settimana, Abhijit Mukherjee, un parlamentare figlio del presidente, è stato costretto a chiedere scusa dopo aver definito le manifestanti “donne dipinte” che “hanno pochi legami con la realtà concreta” e non “hanno niente di meglio da fare”. L’incidente ha messo in luce spaccature profonde all’interno della società indiana. Descritte come “provocazioni femminili”, le molestie sessuali è endemico e la colpa dello stupro ricade sistematicamente sulle donne, considerate irresponsabili e inclini ad un comportamento “non-indiano”.

http://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/28/india-name-shame-sex-offenders#comment-20281341

Questa è anche la ragione per cui molte donne indiane vittime di stupro “scelgono” di suicidarsi piuttosto che continuare a vivere con lo stigma dell’ “impurità”, dell’essere state “contaminate”, che è parte integrante della mentalità patriarcale che incolpa la vittima in luogo dell’aggressore. È questa mentalità, la mentalità fascista che divide le donne in angeli o puttane, ma comunque sempre strumenti, giocattoli e proprietà dell’uomo. Una mentalità che non sarebbe mai dovuta essere tollerabile, e non solo in India.

Quante prostitute in Italia subiscono violenze perché sono considerate Untermenschen; e non possono difendersi e ben pochi sono pronti a credere che siano state violentate, visto il mestiere che fanno?

Perché la notizia che un noto conduttore televisivo inglese ha violentato 400 bambine e bambini non ha scatenato una furiosa autoanalisi nella società inglese e in tutto l’Occidente?

http://versounmondonuovo.wordpress.com/category/pedofilia-2/

Come si inserisce in questa problematica il noto bestseller “Cinquanta sfumature di grigio” che rende “appetibile” la relazione morbosa tra un “vampiro” sociopatico ed una “crocerossina”?

http://www.diariodipensieripersi.com/2012/07/cinquanta-sfumature-di-nero-quando-la.html

Il marito dell’autrice pubblicherà un’opera analoga, ma per adolescenti (i consumatori vanno allevati)

http://www.joplinglobe.com/enjoy/x1483812486/Lee-Duran-Erotic-literature-fuels-publishing-world

Mi sembra sempre più chiaro che questa società, che si crede così avanzata, emancipata, progressista, illuminata, sia tragicamente retrograda. Non volendo però affrontare il suo degrado, cerca dei comodi capri espiatori. Come il famigerato prete misogino, molto probabilmente una persona che necessita di cure specialistiche, tali sono le ossessioni che affliggono i suoi discorsi, i suoi pensieri, persino le sue interviste giornalistiche.

C’è un problema più vasto: noi uomini facciamo fatica ad accettare la diversità femminile quando non ci torna comoda. Troviamo spiacevole dipendere da una donna, essere considerati inferiori rispetto ad una donna.

Se una donna si candida per una carica importante, non è quasi mai presa davvero sul serio

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/14/donata-borgonovo-re-presidente-del-trentino-nel-2013-la-mia-scelta-per-un-mondo-nuovo/

A meno che non abbia dato prova di essere inflessibile (lady di ferro) come la Thatcher, o una spietata valchiria come la Merkel, o una figura semi-angelica come Aung San Suu Kyi. Il modo in cui l’establishment indiano tratta Arundhati Roy è particolarmente emblematico, ma anche la trasformazione subita da Hillary Clinton, che con gli anni è diventata un superfalco ed ha perso la sua umanità, fino ad arrivare alla salacità psicopatica con cui ha commentato il linciaggio di Gheddafi.

Il fatto è che non c’è un luogo del mondo in cui donne e uomini sono uguali o sono percepiti come tali (figuriamoci i bambini!). Eppure l’umanità, la nostra civiltà, se vuole sopravvivere, ha bisogno di società eque, dove le risorse, le energie, la dignità siano riconosciute equamente a uomini e donne. Più di tutto, dobbiamo costruire società in cui la violenza – psicologica e fisica e non solo verso le donne – sia tenuta sotto controllo, società in cui l’aggressività possa trovare sbocchi costruttivi e creativi (come succede nell’arte o nella ricerca tecnologica e scientifica, se non è pensata per applicazioni belliche) in ogni ambito della vita.

Iside cerca Osiride, come lo yin cerca lo yang. Dovrebbero trovarsi, in equilibrio.

Scrive il sociologo Marco Deriu, sul Manifesto (“La tv e l’uomo che non c’è“, 7 marzo 2012): “Insistere sulla vittima, lasciando sullo sfondo l’autore, permette infatti di “demonizzare” o “disumanizzare” l’uomo violento. “Chi picchia una donna non è un uomo”, taglia corto una pubblicità sociale. Sospetto che per molti sia meno problematico mantenere un’immagine disumana o bestiale di questi individui piuttosto che prendere atto della profonda ambivalenza presente in molti uomini, compagni o padri nei quali possono convivere e alternarsi affetto e risentimento, protezione e minaccia, fragilità e violenza, bisogno e negazione dell’alterità.

Nei pochi casi in cui nella comunicazione sociale sul problema della violenza ci si rivolge apparentemente (anche) agli uomini, spesso lo si fa riattivando stereotipi e contribuendo a rendere più difficili le cose. “Gli uomini picchiano le donne” sentenziava senza tanti distinguo un manifesto politico qualche tempo fa. Un’altra pubblicità mostrava “Mario e Anna” un bambino e una bambina di pochi anni, nudi, con ai piedi la didascalia “Carnefice” e “Vittima”, come se fossero già predestinati a diventare persecutori e prede. Si tratta di generalizzazioni che rischiano paradossalmente di “naturalizzare” la violenza maschile e di impedire invece di domandarsi in profondità perché alcuni (molti) uomini sono violenti e (molti) altri no. D’altra parte affermare, come fanno molte campagne, “I veri uomini non stuprano”, “I veri uomini non picchiano” ecc… non rischia di riconfermare l’idea di virilità unica e assiomatica anziché aiutare gli uomini a rivendicare la loro soggettività e la loro responsabilità aprendo un confronto tra forme di maschilità differenti?

E ancora, molte campagne insistono sulla violenza compiuta, sugli effetti fisici e psicologici più evidenti, mettendo in primo piano lividi, tumefazioni, ossa rotte, umiliazioni. Che effetto dovrebbero avere simili campagne sugli uomini? Siamo sicuri di riuscire a stabilire una comunicazione in questo modo? O non creiamo l’effetto inverso di presa di distanza e di allontanamento?

Occorre immaginare una forma di comunicazione che abbia il coraggio di assumere gli uomini come interlocutori reali, nel bene e nel male. Perché senza un loro impegno non è possibile affrontare il problema della violenza maschile sulle donne”.

http://maschileplurale.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=533:mar-2012-qla-tv-e-luomo-che-non-ceq-di-mderiu&catid=16:25-novembre&Itemid=18

David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”

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La mia prima reazione subito dopo il discorso è stata: “porca puttana che figata!”. Ma ciò che mi ha colpito di più del suo discorso era che non conteneva nessuna puttanata, nessuna manfrina, niente di ideologico o politico, o qualsiasi cosa che potesse essere intesa come un suggerimento. Se ne stava lì davanti a noi come una delle persone più umili che abbia mai visto di fronte a un pubblico, parlando della vita. Il fatto che abbia preparato per noi questo discorso è stato un onore incredibile.

Gabe S.

David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”

Ogni cosa, nella mia esperienza immediata, conferma la mia profonda convinzione che sono io il centro assoluto dell’universo, la persona più reale, vivida e importante che esista. Raramente parliamo di questa sorta di egocentrismo naturale, di base, perché ispira una forte repulsione sociale, ma in fondo lo stesso vale per ognuno di noi. È la nostra configurazione standard, quella che ci ritroviamo installata nei nostri circuiti a partire dalla nascita. Pensateci: nessuna delle esperienze che avete vissuto era incentrata su qualcuno che non foste voi stessi. Il mondo di cui fate l’esperienza è proprio di fronte a voi, o dietro di voi, o alla vostra sinistra, o alla vostra destra, sul vostro teleschermo, sul vostro monitor, o quel che è. I pensieri e i sentimenti degli altri vi devono essere comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali – ci siamo capiti…Non è una questione di virtù – è una questione di scegliere se impegnarmi a modificare o a liberarmi dalla mia conformazione standard, naturale, impiantata nei circuiti, che consiste nell’essere profondamente e letteralmente incentrato su di me, nell’osservare ed interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. […]. Se imparate davvero come pensare, a cosa prestare attenzione, scoprirete che ci sono altre opzioni. Avrete il potere di vivere una situazione affollata, rumorosa, lenta, da inferno del consumatore, non soltanto come dotata di significato, ma anche sacra, animata dalla stessa forza che accende le stelle – compassione, amore, l’unità profonda di tutte le cose. […]. Nelle trincee quotidiane della vita adulta, l’ateismo non esiste. È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano. L’unica scelta che possiamo fare è cosa venerare. E un’ottima ragione per scegliere di venerare qualche specie di divinità o di ente spirituale – Gesù Cristo o Allah, Jahvè o la dea-madre di Wicca, le Quattro Nobili Verità o un qualche insieme infrangibile di principi etici – è che praticamente qualunque altra cosa voi veneriate finisce per mangiarvi vivi. Se venerate i soldi e gli oggetti – se è in essi che riponete il vero significato della vita -, non ne avrete mai abbastanza. Non sentirete mai di averne abbastanza. Questa è la verità. Venerate il vostro stesso corpo, la vostra bellezza e il vostro fascino, e vi sentirete sempre brutti, e quando il tempo e l’età inizieranno a farsi notare, morirete un milione di volte prima che essi vi abbandonino davvero. Venerate il potere – vi sentirete deboli e impauriti, e avrete bisogno di un potere sempre maggiore sugli altri per tenere a distanza la paura. Venerate la vostra intelligenza, la vostra brillantezza – finirete col sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere smascherati.. La cosa insidiosa di queste forme di culto non è il fatto che siano malvagie o peccaminose; è che sono inconsapevoli. Sono configurazioni standard. Sono quel tipo di culto nel quale scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi riguardo a quello che osservate e al modo in cui misurate il valore, senza mai essere pienamente consapevoli che lo state facendo. E il mondo non vi impedirà di operare secondo la vostra configurazione standard, perché il mondo degli uomini e del denaro e del potere procede piuttosto gradevolmente con il carburante della paura e del disprezzo e della frustrazione e della bramosia e del culto di sé. […]. La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” – la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito.

http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/la-coscienza-dal-buddha-david-foster.html

Un Mondo Nuovo sta prendendo forma – “Canti da Mat” / “Chants for a nut”

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http://www.diaolin.com/cantidamat/

Mi ha molto colpito una considerazione di Massimo Gramellini, apparsa sulla Stampa del 16 dicembre 2012. Ecco cosa scriveva: “Mi piace pensare che i Maya non avessero del tutto torto. Che il 21.12.12 non finirà il mondo, ma un altro comincerà a prendere forma. Anch’io avrò la possibilità di farne parte, se smetterò di fidarmi ciecamente dei sensi, che intercettano solo una piccola fetta di realtà, e imparerò a rinvigorire il muscolo rattrappito dell’intuizione: «La voce degli dei» come la chiamava Jung, l’unica parte immutabile e immortale di me stesso. Per chi non ha, o non ha più, un lavoro o un affetto, la fine del mondo è già arrivata e questi sembreranno discorsi astratti, brodini caldi per anime intirizzite. Ma non è così. La crisi psicologica e poi – solo poi – economica in cui versiamo è anzitutto una crisi del modello materialista che ha dominato il Novecento. Se non torniamo a chiederci chi siamo, e non solo cosa abbiamo, finiremo per non avere più nulla. Qualunque profezia non va presa alla lettera: è l’indicatore di un cambiamento spirituale. Da qualche settimana ho coinvolto i lettori domenicali di «Cuori allo Specchio» nei preparativi del viaggio. Ho chiesto di regalarmi i ricordi più belli della loro vita e in cambio ho offerto parole da mettere in valigia, tratte dai libri che mi hanno temprato il cuore. Per ultimo ho tenuto il più importante: il Simposio di Platone. Buon viaggio”.

Sarà un viaggio periglioso. Viviamo in società aggressive, violente, ansiose, egoistiche, materialiste: in breve, patologiche. Di una patologia anomala, che ci interroga sulla sua origine e sui suoi esiti.

La “terra-formazione” è un ipotetico processo che dovrebbe consentire di rendere un altro pianeta adatto alla vita umana. Sembra che la Terra abbia subito quel tipo di trattamento e sia stata trasformata in un habitat adatto al proliferare di psicopatici e sociopatici, ossia esseri umani che, esternamente indistinguibili dagli altri, sono però privi di empatia (compassione) e di coscienza.

Potremmo battezzare questa patologia la “Sindrome di Faust” o la “Sindrome di Atlantide”.

Faust è un imprenditore capitalista che porta avanti un titanico progetto ingegneristico ed urbanistico con l’assistenza di Mefistofele, sfruttando il servaggio, i sacrifici, la sofferenza altrui, la rapina, la pirateria, la corruzione, l’inganno, la violenza: come un conquistador, come un emissario coloniale sul libro paga della Compagnia delle Indie.

L’archetipo atlantideo, che attraversa i secoli, è quello di una civiltà intossicata dalla propria bramosia di potere, che alla fine si autodistrugge. Il progresso tecnologico disgiunto da quello morale ed un progresso materiale inseguito ossessivamente per compensare la perdita dei poteri spirituali delle origini è satanico o comunque autodistruttivo.

Atlantide è l’estremo dal quale dovremmo tenerci alla larga, ma la summenzionata terra-formazione sta atlantidizzando la civiltà globale, a partire dagli Stati Uniti e dalla NATO (il Patto Atlantico, appunto).

Tutte le persone di discernimento e di buona volontà hanno il dovere di contrastare questo deleterio esperimento di ingegneria sociale.

Tre di queste persone sono qui con noi stasera: Giuliano “Diaolin” Natali, Claudio “Mago G” Gottardi e Guido “PoetaMatusel” Comin.

Ho accettato con entusiasmo l’invito a presentare la mostra “Canti da Mat” / “Chants for a nut” perché mi ero lamentato di come, in rete, nazionalisti e campanilisti usassero le loro lingue e dialetti per escludere gli altri e non, al contrario, per arricchire il loro prossimo ed il patrimonio culturale umano.

Da antropologo legato alla missione dell’UNESCO ed al suo motto – “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite” – l’idea di promuovere una mostra che valorizza la poesia dialettale traducendola in italiano, inglese e nella lingua universale audiovisiva, non poteva che suscitare la mia piena approvazione.

Ho “consumato” la mostra sullo schermo del mio computer, in anteprima, e l’esperienza mi ha riportato alla mente la visione di un Mondo Nuovo che emergeva dalle parole di Federico Mayor Zaragoza, direttore generale dell’UNESCO tra il 1987 ed il 1999 e che potrebbe corrispondere alle attese di Gramellini.

Per Mayor le caratteristiche precipue dell’essere umano sono la capacità creativa, l’immaginazione, l’inventiva. È lì che risiede la nostra speranza di non terminare i nostri giorni come dei “burattini attaccati a delle stringhe”. La creatività, assistita dall’educazione, ci fa diventare noi stessi, sviluppa le nostre potenzialità latenti. L’istruzione ci deve insegnare a prenderci il tempo per pensare ed essere noi stessi e per sviluppare quella che lui chiama la “sovranità personale” (cioè l’autodeterminazione e la fiducia in noi stessi).

Mayor lo considera un compito gravoso, specialmente a causa della “crescente contraddizione fra la democrazia a livello nazionale e le oligarchie, o se si preferisce, plutocrazie a livello globale”. Esiste un terribile potenziale di “clonazione spirituale”, cioè a dire l’impulso all’uniformazione, una spinta diametralmente opposta alla vocazione dell’istruzione, che è quella di fungere da levatrice di esseri umani unici e preziosi.

Tuttavia, ci rassicura Mayor, non bisogna disperare, perché il futuro non è ancora stato scritto e a noi tocca il compito di impedire a qualcuno di scriverlo, giacché “appartiene ai nostri figli ed ai loro figli. Il passato è già stato scritto, ma possiamo permettere ai figli di scrivere un futuro diverso”.

“Canti da Mat” / “Chants for a nut” è un antidoto ad un mondo che sta diventando sempre più stressante, liberticida, brutto e noioso (o comunque falsamente eccitante). Non sono gli autori ad essere matti, è questo mondo che è fuori di testa. Sono canti che annunciano un Mondo Nuovo ma sono anche, in un certo senso, canti funebri per il Mondo Vecchio che se ne va…alla buon’ora!

È un antidoto per due ragioni: fa lavorare il cervello e ricollega coscienza e natura attraverso l’arte e la fantasia.

Penso che la causa principale dei mali della nostra società sia stata proprio l’alienazione dalla natura, che non doveva essere l’inevitabile conseguenza della nostra emancipazione dallo stato di natura (che chiamiamo cultura).

Faccio infatti fatica ad immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.

La continua spinta alla razionalizzazione, alla massimizzazione, alla riduzione dello spreco (anche di risorse umane) sta facendo avverare la profezia del sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), secondo il quale saremmo diventati “specialisti senza spirito, edonisti senza cuore”: un’accurata descrizione di uno psicopatico.

Stiamo, in pratica, costruendo società sociopatiche: un folle paradosso.

Che futuro c’è per una società che sacrifica la famiglia, il lavoro, la comunità e, soprattutto, la vita della mente? È un comportamento suicida.

Fortunatamente in questa mostra c’è tanto cibo per la mente, ci sono tanti simbolismi ed archetipi.

Citerò a questo proposito Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, p. 17): “Ogni lotta tra gli uomini che ha come posta in gioco la forma della vita comune, cioè il modo d’essere della società, e ogni vicenda politica, cioè ogni lotta per conquistare, mantenere e aumentare la capacità di governo della società, è essenzialmente una lotta simbolica. Se mancano i simboli, vuol dire che non c’è politica, ma semplice amministrazione tecnica dell’esistente o sopraffazione per il bruto potere”. Ma quando il simbolo cessa di appartenere a tutti e diventa possesso di qualcuno o di una fazione “diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti di unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza” (p. 45).

Siamo circondati dai diaboli e ci tocca combatterli.

Sempre Zagrebelsky (op. cit. pp. 89-90) riesce, in poche righe, ad illustrare cosa c’è in ballo:

“Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile? Del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista. Ma a quale prezzo? A un prezzo molto elevato: il sacrificio della politica. La politica non può essere il luogo di decisioni solo esecutive. Se così fosse, non sarebbe politica, bensì tecnica. La politica è, per definizione, il luogo delle possibilità e delle scelte tra le possibilità, aperto al futuro. Se le possibilità, al plurale, scomparissero per lasciare il posto a un’unica grande possibilità, cioè alla necessità, avente come alternativa soltanto la catastrofe, allora avremmo fatto un passo decisivo all’indietro, perdendo la nostra libertà politica. Perché dovrebbero esistere allora partiti politici, movimenti sociali, ideali, visioni del mondo? Tutto ciò che si distacca dall’unico pensiero conforme al mondo che si è dato sarebbe solo devianza. Ma proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente”.

Guardate, è proprio questo il significato più profondo di “Canti da Mat” / “Chants for a nut”: “lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente”.

Questa mostra, nunzio e preludio di un mondo diverso, un mondo nuovo, è un habitat adatto alla vita della mente, all’espansione della coscienza, all’esperienza di una qualità del sentire che normalmente resta invisibile, impercettibile, salvo in alcune sporadiche circostanze, come ad esempio un grande choc, una catastrofe che ci unisce, l’improvvisa realizzazione della propria bancarotta morale, una perdita immensa, il mistero della morte, il tenere un neonato in braccio, un certo sorriso o un certo sguardo di una persona amata, ecc.

Queste esperienze possono generare una poderosa, sebbene temporanea, capacità d’amore e di compassione (di libertà, uguaglianza, fratellanza), evidenza del fatto che si tratta di una facoltà rimasta latente nell’essenza della natura umana, oscurata da un processo “civilizzatore” e da un condizionamento educativo mal-concepiti e peggio indirizzati.

Purtroppo oggigiorno, e ormai da diverse generazioni, stiamo permettendo alla MegaMacchina di questa civiltà di colonizzare pure questo luogo sacrale che è la coscienza.

Se non cambieremo rotta trascineremo tutto il resto con noi nell’abisso involutivo verso cui siamo diretti.

Se vogliamo invertire questo corso e proseguire verso un eventuale prossimo stadio dell’evoluzione della coscienza umana e della vita sulla Terra, dovremo darci da fare, servirà un massiccio sforzo interiore ed intenzionale da parte dell’uomo.

Dovremo essere come centauri, contemporaneamente animali e spirituali, radicati nella Terra, ma rivolti al Cielo.

Questa mostra ci indica la strada, ma dobbiamo capire come percorrerla, o almeno come aiutare le nuove generazioni a farlo, nella speranza che loro riescano laddove noi abbiamo fallito. Il Trentino è un luogo ideale per avviare le necessarie riforme dello spirito e della società.

Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile ed inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura ad imparare nomi di piante ed animali, come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni.

I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, non diventano obesi, non soffrono di deficit di attenzione. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli; hanno voti più alti a scuola.

Diventano adulti intraprendenti ed autodeterminati, e l’autonomia ha bisogno di cittadini autonomi, non dipendenti dal potere centrale e da tutori surrogati dei genitori.

Gli alunni imparano a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali.

Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato ed apprendistato.

Esperti in pensione supervisioneranno assieme agli insegnanti certificati una varietà di progetti utili all’acquisizione di molteplici competenze (anche culinarie o teatrali). La terza età tornerà ad essere maestra della prima, come da tradizione.

Ci sarà un’intensificazione degli scambi culturali con i compagni di genitori immigrati. Grazie a questa adeguata trasmissione del patrimonio culturale e ambientale locale e globale avremo cittadini più civili, glocali ed eco-sensibili.

E.F. Schumacher (“Piccolo è bello”) ci ha insegnato che i veri problemi che affliggono il pianeta non sono economici e non sono di natura tecnica: sono filosofici. William Blake aggiungerebbe che sono anche poetici; e lui sapeva bene come filosofia e poesia siano l’una l’ancella dell’altra.

“Canti da Mat” / “Chants for a nut” è un altro passo nella direzione giusta. È un mondo nuovo che sta prendendo forma.

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