Luca Mercalli apri gli occhi per Giove!


http://www.natice.noaa.gov/new_look/products/ice_extent_graphs/antarctic_daily_ice_extent.html

È scientificamente provato che alla fine di questo secolo resterà circa un 10% dell’area glaciale presente oggi.

Luca Mercalli, 28 settembre 2012

In quegli stessi giorni l’estensione dei ghiacci antartici ha stabilito il nuovo record assoluto
ftp://sidads.colorado.edu/DATASETS/NOAA/G02135/south/daily/data/

E sta succedendo proprio alle maggiori distanze dal continente (quindi non è l’effetto dello scioglimento della calotta)


http://nsidc.org/data/seaice_index/images/daily_images/S_bm_extent_hires.png

Nuovo record di temperatura minima assoluta al Polo Sud, infrange quello del 1966


http://amrc.ssec.wisc.edu/news/index.php?id=41

Qui un raffronto tra serie di temperature artiche ed antartiche

http://www.climate4you.com/Polar%20temperatures.htm

Anche la massa dei ghiacci che formano la calotta antartica sta aumentando e proprio per le ragioni addotte (riscaldamento globale = evaporazione = maggiori precipitazioni nevose):


http://ntrs.nasa.gov/archive/nasa/casi.ntrs.nasa.gov/20120013495_2012013235.pdf

Vanno bene gli esperti della NASA?

L’Antartide possiede oltre il 90% dei ghiacci mondiali, perciò il bilancio totale globale è destinato ad essere positivo. Altro che 10% residuo!

L’Artico si sta ricongelando ad una velocità mai registrata in precedenza:

http://wattsupwiththat.com/2012/10/18/sea-ice-news-volume-3-number-15-arctic-refreeze-fastest-ever/#more-72596

Ghiacciai si espandono nel Karakorum e in Alaska

http://www.torontosun.com/2012/04/17/glaciers-growing-in-some-parts-of-the-world-expert-says


http://www.meteoportaleitalia.it/clima/clima-agw-dissenzienti/gli-scenziati-qdissidenti-q-dicono/2585-himalaya-ghiacciai-in-ripresa-i-dati-e-la-spiegazione-nei-dettagli-dello-studio-condotto-da-una-glaciologa.html#.UGbf9K5vHGg

in Nuova Zelanda

http://www.science20.com/news_articles/contrarian_new_zealand_glaciers_grow_age_global_warming

In Scandinavia crescevano negli anni Novanta

http://articles.latimes.com/1990-10-28/news/mn-4597_1_glacier-norway-grows

e hanno continuato a farlo

http://www.dailytech.com/Glaciers+in+Norway+Growing+Again/article13540.htm

Come succede un po’ in tutto il mondo

http://news.nationalgeographic.com/news/2009/06/090622-glaciers-growing.html

Le guide “alpine”, sul Kilimanjaro, affermano che i ghiacciai si scioglievano fino al 2010. Ma in seguito hanno cominciato a crescere nuovamente:

http://www.wenatcheeworld.com/news/2012/jan/24/glaciers-are-growing-back-on-kilimanjaro-guide/

Questo però Luca Mercalli non ve lo dirà nel corso delle sue attività di divulgazione e sensibilizzazione perché, comprensibilmente, a nessuno piace ammettere di aver puntato sul cavallo perdente.

La verità che sfugge a Mercalli & co. è che il riscaldamento globale causa, ciclicamente, le glaciazioni e le attività umane hanno un impatto minimo su questo fenomeno (lo accentuano e lo accelerano, ma accadrebbe ugualmente)

Post Scriptum: Perché così tanti “esperti” continuano a confondere modelli e realtà? La mappa non è il territorio, lo sanno anche i bambini.

QUI CI SONO TUTTI I DATI, NUDI E CRUDI, CHE VI OCCORRONO PER FORMARVI UN’OPINIONE LIBERA DA DOGMI

http://www.climate4you.com/

“Sono rimasto a bocca aperta” (Thorne Lay, geoscienziato, UC Santa Cruz)

 

 

Il Pianeta Terra potrà anche avere 4,5 miliardi di anni, ma questo non significa che, di tanto in tanto, non possa prenderci alla sprovvista con una sorpresa sconvolgente. È quel che è successo l’11 aprile, con due massicci terremoti nell’Oceano Indiano al largo della costa dell’isola indonesiana di Sumatra, lontano dalle consuete zone a rischio. Ora gli scienziati dicono che le fratture del fondale marino sono parte di un evento che si sospettava da tempo potesse accadere, ma non era mai stato osservato prima: lo scisma di una placca tettonica. Il primo dei terremoti, di magnitudo 8.7, è stato 20 volte più potente del tanto anticipato “Big One” californiano e ha spezzato una complessa rete di faglie in profondità, sui fondali oceanici. La violenza del sisma ha anche innescato scosse di assestamento insolitamente importanti a migliaia di chilometri di distanza, quattro delle quali al largo della costa occidentale del Nord America. “Sono rimasto a bocca aperta”, ha detto Thorne Lay, professore di geoscienze presso la UC di Santa Cruz. “È stato qualcosa che non avevamo mai visto“. In un primo momento, Lay si era domandato se il codice del computer che aveva impiegato per analizzare i terremoti fosse sbagliato. Alla fine, lui e altri scienziati si sono resi conto che avevano documentato la rottura della placca Indo-Australiana in due parti, un processo epocale che ha avuto inizio circa 50 milioni di anni fa e continuerà per altre decine di milioni di anni. Lay e altri scienziati hanno messo online i loro risultati mercoledì sulla rivista Nature. La maggior parte dei grandi terremoti si verificano lungo i bordi delle placche, dove l’una si sovrappone all’altra adiacente e sprofonda nel mantello terrestre, un processo chiamato subduzione. I terremoti dell’aprile, però, si sono verificati al centro della placca, e ha coinvolto una serie di placche trascorrenti, che sono quelle che scivolano orizzontalmente, in parallelo rispetto alle altre. Gli scienziati dicono che la scossa principale da 8,7 ha rotto quattro faglie. Il sisma è durato 2 minuti e 40 secondi – la maggior parte dura pochi secondi – ed è stato seguita da una seconda scossa principale, di magnitudo 8.2, due ore più tardi. A differenza del terremoto di magnitudo 9.1 che ha colpito la stessa regione il 26 dicembre 2004, creando uno tsunami letale, quelli dell’11 aprile non hanno causato una distruzione paragonabile a quella. Questo perché gli spostamenti orizzontali non provocano massicci spostamenti in verticale dell’acqua degli oceani, come succede invece con i sovrascorrimenti delle faglie (leggi: una si sovrappone all’altra e spinge in alto l’acqua che si trova sopra di lei). Il tipo di faglie coinvolte nei terremoti di Sumatra sono il risultato di forze monumentali, alcune delle quali hanno spinto l’India verso il centro dell’Asia milioni di anni fa, sollevando le montagne dell’Himalaya. Man mano che la placca Indo-Australiana continua a scivolare verso nord-ovest, la parte occidentale della placca, di cui fa parte l’India, sfrega contro quella dell’Asia ed ad infilarvicisi sotto (sottoscorrimento, subduzione). Ma la porzione orientale della piastra, che contiene l’Australia, continua a muoversi senza incontrare quel genere di ostacoli. Questa differenza esercita pressioni di schiacciamento (compressione) nell’area in cui si sono verificati i terremoti.

[…].
Questi due terremoti sono famosi anche perché hanno innescato potenti scosse di assestamento a migliaia di chilometri di distanza. Anche se i terremoti più importanti sono stati noti per questo fenomeno, di solito la magnitudo non eccede i 5,5. I terremoti dell’11 aprile, invece, hanno prodotto scosse di assestamento superiori a 5.5 nei sei giorni seguenti; tra questa, una di magnitudo 7. Si sono avvertite scosse a distanze comprese tra i 6.000 ed i 12.000 chilometri dagli epicentri. Fred Pollitz, un geofisico dello US Geological Survey di Menlo Park, in California, autore di uno degli studi, ha detto che i terremoti erano estremamente efficaci nella trasmissione di onde sismiche in tutto il mondo. Ha aggiunto che sebbene il terremoto più grande dei due è il numero 10 nella classifica dei terremoti più forti misurati a partire dal 1900, nessun altro sisma ha innescato così tante forti scosse di assestamento a così grande distanza. È il terremoto più potente mai registrato in quanto a capacità di mettere sotto pressione altre faglie in giro per il mondo“.

La luna lesbica e il tavolo/a transessuale

 

Fanatismo religioso (per intensità) – cenni di antropologia critica del consumismo e del marketing

La cultura influenza ciò che le persone vedono, ricordano ed il modo in cui elaborano le informazioni. Essa influisce sulla costruzione soggettiva della realtà, degli insiemi di valori, atteggiamenti e reazioni standardizzati e convenzionali, norme e principi, suggerendo un certo indirizzo d’azione o una certa linea di interpretazione. Quando i valori sono socio-culturalmente strutturati, allora queste linee guida e priorità forniscono motivazioni per l’agire dei gruppi sociali e, cumulativamente, in certe circostanze storiche, di interi popoli.

Anche l’acquisto ed il consumo di un prodotto sono frutto di una scelta fatta sulla base di considerazioni di ordine sociale, culturale ed economico che s’intersecano con le più vaste dinamiche dei mutamenti culturali, dei rapporti di potere, e dei processi di costruzione di un’identità personale e collettiva. Comprare un determinato prodotto equivale a fare una dichiarazione pubblica sulla propria identità, sul proprio status e sui propri gusti. Un consumatore può teoricamente identificarsi con numerose categorie sociali e quindi con vari stili e modalità di consumo, ma non tutte queste variabili sono in grado di attivare i suoi criteri selettivi, perché la loro influenza sulla sua identità sociale e sulla sua rappresentazione del tipo di persona che aspira a diventare può variare sensibilmente.
In altre parole, i suoi bisogni cambiano al variare delle sue identificazioni (religiose, di genere, etniche, di ruolo sociale, ecc.), cioè al variare del messaggio che il consumatore intende trasmettere a chi gli sta intorno e che spesso definisce la sua affiliazione ad un gruppo (es. donna araba di ceto medio-alto che sceglie di esibire la sua etnicità).
Si tratta di capire quali valori e preferenze prevalgono in un certo contesto socio-culturale ad un dato momento.

E’ nell’interesse dei pubblicitari che operano in mercati “esotici” sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze di culture e società che vengono descritte come non pienamente confrontabili e traducibili. Solo così possono valorizzare la loro professionalità (lo stesso discorso vale anche per numerosi antropologi, ovviamente). Ma è anche così che nascono interpretazioni fantasiose sulla concezione di natura umana che prevale nella tal cultura, sulle prerogative del tal gruppo sociale e sulle inclinazioni della tal categoria di consumatori.

L’indirizzo meramente quantitativo delle ricerche di mercato può comportare conseguenze sommamente spiacevoli:

  • l’esclusione di tutto ciò che non si concilia con parametri prefissati e obiettivi specifici del cliente;
  • la mortificazione dei consumatori, trasformati in dati statistici più o meno corrispondenti alla realtà;
  • l’accumulo di studi che presentano conclusioni discrepanti e dati disomogenei. Ci si dovrebbe chiedere: indicano differenze interculturali reali o sono il risultato di misurazioni imprecise?
  • l’impossibilità di stabilire se le differenze nel comportamento dei consumatori siano significative;
  • l’impossibilità di verificare se le risposte ai questionari completati dai consumatori siano veritiere e se i consumatori agiscano coerentemente rispetto ai propri propositi (discrasia tra intenzioni dichiarate e comportamento reale);
  • l’impossibilità di verificare che i parametri non siano datati o che siano efficaci nella “lettura” della realtà, che le generalizzazioni siano giustificate, che i dati culturali siano trasferibili in altri contesti, che le correlazioni siano dirette e non coinvolgano altri fattori che si è scelto di non considerare;

Per “etnogenesi” s’intende la creazione di un’etnicità (di un gruppo etnico) attraverso la reificazione (fabbricazione) di determinati attributi. Un caso emblematico di etnogenesi è quello dei Latini e degli Ispanici negli Stati Uniti, generati a tavolino per classificare chiunque provenga da sud e parli una lingua iberica, a prescindere dall’ampiezza delle differenze tra un portoricano ed un cileno, o tra un Maya ed un cittadino della capitale del Messico.
Questa irragionevole semplificazione, che serve agli analisti del servizio censimenti ed all’amministrazione pubblica per meglio gestire la complessità di una società multietnica e multiculturale, si interseca con la logica propria dell’analista di mercato il quale, prendendo per buono il criterio classificatorio ufficiale, tende a cercare di dimostrare che esistono differenze ragguardevoli tra i gruppi sociali ed etnici, tali da giustificare il ricorso a specialisti. Questa operazione amplifica le differenze tra gruppi (es. Italo-Americani ed Ispanici) e riduce quella all’interno di un gruppo (es. Cubani e Boliviani).
Questa vera e propria invenzione di marcatori di differenze spesso inconsistenti finisce per inglobare l’intera cultura, essenzializzandola: se alcune di queste peculiarità si rivelano incerte, allora se ne creano di nuove.
Così le dinamiche interne alla segmentazione del mercato su base etnica producono differenze che possono essere irrilevanti, ininfluenti, o persino inesistenti, ma che sono rese salienti ed influenti a fini commerciali. Al contrario, quelle differenze reali che non sembrano utili alla commercializzazione del prodotto o che complicano il quadro generale vengono dissimulate e rimosse.

Ogni discorso alternativo e “deviante” che nasca all’interno di una comunità viene soffocato da certi dogmi del marketing, che preferisce linee divisorie nette e precise e nessun mutamento sostanziale. Altrimenti come si spiega il fatto che l’unico metodico esame comparativo delle strategie pubblicitarie svedesi e statunitensi abbia mostrato che il contenuto valoriale degli spot commerciali è rimasto pressoché invariato nel corso di 20 anni?

Montesquieu mon amour

Il grande filosofo Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755) – nella foto, in uno dei suoi momenti più ispirati ;o) – fu un celebre intellettuale illuminista. Non fu certamente privo di difetti e non tutti suoi giudizi sarebbero condivisibili, ai nostri occhi, ma qui io voglio celebrare unicamente la sua grandezza, nella speranza che funga da modello anche per molti altri.

Pochi sanno che cominciò la sua brillante carriera, in qualità di consigliere e poi presidente del parlamento di Bordeaux, agli inizi del diciottesimo secolo, difendendo la dignità di una casta di reietti, i cagots. Fu in quell’occasione che formulò le sue idee egalitarie, seguendo questo ragionamento (pseudo-sillogismo): le tirannie si fondano sulla paura > i cagots sono temuti > l’uguaglianza e la democrazia dovranno servire ad abolire la paura.

I cagots (variamente denominati Cagots, Gézitain, Chrestians, Gahets, Capots, Agots) della regione pirenaica Francese e Spagnola rappresentano il primo e uno dei più formidabili ed atroci esempi di biologizzazione di una categoria umana. Questi sfortunati esseri umani furono trasformati in una sub-specie, una casta di intoccabili segregati ed ostracizzati dal resto della popolazione.

Questo episodio della storia del razzismo è importante perché mostra che il razzismo era presente anche nei paesi mediterranei di tradizione greco-romana ed è possibile che in qualche modo questo fenomeno fosse collegato al tentativo di biologizzare le differenze culturali di Mori ed Ebrei nella Spagna dell’Inquisizione. Sappiamo infatti che l’Inquisizione impiegò medici spagnoli per determinare il grado di purezza razziale degli imputati (Alcalà, 1984) e lo stesso avvenne nella Germania nazista, quando ai medici genetisti (Erbarzt) venne richiesto di stabilire la proporzione di “ebraicità” dei certi cittadini tedeschi.

È tuttavia importante tenere a mente che la segregazione non fu codificata dalle autorità spagnole e francesi, eredi della giurisprudenza romana che rifiutava recisamente di adottare un  parametro biologico per la definizione della persona giuridica. Anche gli statuti di limpieza de sangre spagnoli furono avversati persino da numerosi inquisitori e di conseguenza essi vennero raramente adottati, ed ancor più raramente osservati (Kamen 1998, Baud 2001).

Tornando ai nostri cagots, è possible che questo termine possa essere emerso nel Medioevo a partire da un termine della parlata béarnais che stava ad indicare i lebbrosi. Dunque, più che ad una tara ereditaria, esso si riferiva al rischio di contagio ad essi associato. Tuttavia, sembra abbastanza certo che non di lebbrosi si trattasse, ma di reietti, gozzuti, ed asociali. La ragione principale di questa discriminazione è ancora incerta, e la credenza popolare la faceva risalire ad una remota discendenza gotica, celtica o saracena, ossia ad una distinzione etno-razziale che aveva reso possibile l’arbitraria creazione di una race maudite, a dispetto dei dubbi e delle obiezioni sollevati da un certo numero di medici, molti dei quali confessavano di non poter distinguere i cagots dai “normali”.

Questo tipo di apartheid pre-moderno durò per diversi secoli. I cagots non potevano frequentare i “normali” e potevano solo lavorare come carpentieri e pastori, essendo però costretti a lasciare i centri abitati al calar del sole. Non potevano portare armi e possedere terre, delle sezioni delle chiese erano loro riservate in modo da non porli in contatto con gli altri fedeli, dovevano portare sulle vesti dei contrassegni che li identificassero e non potevano essere seppelliti nei cimiteri ufficiali. Poi, a partire dalla fine del diciassettesimo secolo, i magistrati ed amministratori locali più illuminati, come Montesquieu, appunto (Bériac 1990; Kingston 1996), cominciarono a lottare per l’abolizione di queste aberrazioni sociali, anche in virtù delle dichiarazioni sempre più egalitarie ed anti-razziste di medici e chirurghi.

Fu quest’esperienza ad indirizzare il pensiero di Montesquieu verso l’attivismo universalista e democratico. Furono gli insegnamenti che ne trasse a guidarlo nella composizione delle “Lettere Persiane” (1721), in cui esaltava la diversità di ogni singolo essere umano e denunciava il desiderio di irreggimentare questa varietà, di armonizzarla in un’uniformità di caratteri, estinguendone la rigogliosità. Uno dei temi centrali dell’opera è che la persona può realizzarsi solo assieme alle altre persone, non a loro spese. Il che implica che per godere del prossimo, debbo rispettare la sua autenticità (e lui o lei deve rispettare la mia). Come recita l’adagio: “il mondo è bello perché è vario”. Il che causa la dissoluzione dell’istinto di possesso reciproco ma anche della rigidità identitaria: nessuna personalità è intrinsecamente più inestimabile delle altre, dunque nessuna identità è essenziale per garantire il successo nella vita. Posso recitare una molteplicità di ruoli nel corso della mia esistenza; anzi, è nel mio interesse farlo, se è questa la mia vocazione, ciò che mi rende autentico.

Fu così che cominciò ad affermarsi la democrazia moderna, che non si fonda sull’idea che l’uomo comune o medio, non particolarmente competente, andrebbe riformato in linea con le aspettative dei grandi pianificatori, bensì sulla premessa che uomini e donne, per quanto inevitabilmente imperfetti, siano capaci di compiere le loro scelte, di coltivare una propria autonomia di giudizio, di saper gestire i conflitti che immancabilmente ne derivano.

Montesquieu recupera e proietta verso il futuro l’umanesimo universalista di Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam e Bartolomé de las Casas.

Per la stessa ragione, nel capitolo intitolato “Sull’Impero della Cina” (“Lo spirito delle leggi”, 1748), il Nostro approva il giudizio dell’ammiraglio Anson sulla società cinese, schierandosi contro i padri gesuiti che, ammaliati dall’autoritarismo imperiale cinese e dai loro obiettivi, idealizzano quella nazione:

Ci parlano i nostri missionari del vasto impero della Cina, come d’un governo ammirabile, che mescola insieme nel suo principio il timore, l’onore e la virtù. Adunque ho io piantata una vana distinzione, allorché ho stabiliti i principi dei tre governi. Ignoro che cosa sia questo onore, di cui si parla presso a popoli ai quali nulla si fa fare se non a forza di bastone. Inoltre se ne fanno poco i nostri commercianti di questa idea di virtù di cui parlano i missionari; si possono interrogare a proposito delle estorsioni per mano dei mandarini…Non potrebbe essere che i missionari fossero stati ingannati da un’apparenza d’ordine; che avesse lor fatto colpo quel continuo esercizio del volere d’un solo da cui sono governati essi stessi, e che tanto amano di trovare nelle corti dei re indiani? Poiché essi vi si recano con nessun’altra mira che quella di effettuarvi dei grandi cambiamenti, è loro più agevole convincere i principi che possono tutto, che persuadere i popoli che tutto possono soffrire”.

I contemporanei apprezzano Montesquieu per la sua passione per il pluralismo, che lo porta a formulare la “teoria dei corpi intermedi”, ossia a perorare la tesi che tra sovrano e cittadini siano necessario l’inserimento di gradi intermedi di distribuzione del potere che tutelino questi ultimi dalle forme dispotiche del suo esercizio. Per Montesquieu, come per James Madison, uno dei padri del costituzionalismo americano, una società democratica moderna non può fare a meno di un meccanismo di bilanciamento delle forze antagonistiche, degli interessi contrastanti, per diluire gli impulsi coercitivi ed autoritari.

M. afferma che nessuna società può rendere felici gli esseri umani se non garantisce il diritto fondamentale di ogni uomo e donna a poter essere se stesso/a, ad esprimere e coltivare la propria personalità, nel rispetto delle leggi. Questa concezione dell’individualità democratica prende le mosse dal presupposto che se tutte le persone sono messe nella posizione di poter realizzare le proprie finalità personali (in forme legittime, ossia che tutelino il diritto altrui di fare lo stesso) il fine e la volontà di qualcuno in particolare non potrà contare più di quello degli altri (come invece avviene nelle oligarchie e nelle monarchie).

Per M. l’effetto benefico della città è quello di smantellare la fissità dei ruoli imposti dalle società tradizionali, una rigidità mortificante.

Se la società cerca di reprimere la varietà prodotta in natura la conseguenza non potrà che essere una legittima rivolta.

Una posizione, questa, fortemente avversata da Rousseau, paladino della “volontà generale” che tanto piace ai fautori della democrazia diretta: se il popolo è sovrano, la sua volontà è legge ed ogni interesse divergente non ha ragione di esistere. Oggigiorno questa si chiamerebbe “tirannia della maggioranza”. Pur con tutti i nostri difetti, abbiamo fatto molti, importanti passi in avanti sulla strada dell’affermazione della dignità umana. La strada, però, è ancora lunga e passa per il rafforzamento e consolidamento della dignità degli immigrati e di tutti gli esseri viventi.

Montesquieu era convinto che il commercio fosse una scuola di tolleranza. Infatti la compravendita di beni insegnava alle persone che era possibile accordarsi su un certo numero di regole di base, pur conservando opinioni anche radicalmente antitetiche sulle cose della vita. Mettendo a contatto genti di estrazione sociale e provenienza diversa, il commercio non poteva fare a meno di distruggere il particolarismo e promuovere la tolleranza per le diversità.

Per questo soleva dire: “Sono necessariamente uomo…e francese solo per caso”.

Montesquieu era anche convinto che la certezza della pena avesse un potere di deterrenza molto maggiore della sua severità. Il che è indubbiamente vero (pena di morte docet).

Le rivoluzioni si fanno con l’appoggio delle forze dell’ordine (la lezione spagnola)


PREMESSA
: sia chiaro che io sarei per principio contrario alle rivoluzioni/rivolte. Pur essendo contrario agli assolutismi dei pacifisti-nonviolenti, non mi piace per nulla l’idea di fare del male al prossimo e di distruggere i beni degli innocenti. Penso che nessuna persona sana di psiche/anima e non robotizzata/sociopatizzata dovrebbe desiderare farlo.
Se succederà sarà essenzialmente per colpa della sinistra moderata e dei suoi elettori, che hanno rifiutato di porsi come alternativa ed hanno creato quel tappo che sta facendo salire la pressione alle stelle. Le mie sono soprattutto delle constatazioni.

Sempre più i poliziotti in assetto anti-sommossa solidarizzano coi compagni fuori servizio che partecipano alle manifestazioni.

Ieri mattina sono apparse squarciate, in una caserma di polizia, le gomme di un centinaio di camionette, fatte venire da varie regioni per il servizio d’ordine della manifestazione contro i tagli.


http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/07/20/APESnIzC-crisi_madrid_rabbia.shtml

Yo tampoco voy a oponerme al pueblo cuando llegue el momento.

[Neanch’io ho intenzione di mettermi contro la gente quando arriverà il momento].


http://www.forodelguardiacivil.com/web/viewtopic.php?t=60615

Conferme da fonti spagnole che le autorità stanno perdendo il controllo delle forze dell’ordine


http://www.laglorieta.net/la-aume-recuerda-a-los-militares-que-pueden-manifestarse-el-15-s-a-titulo-individual-


http://politica.elpais.com/politica/2011/08/03/actualidad/1312390136_001099.html


http://www.20minutos.es/noticia/1541090/0/fuerzas-seguridad/protestas/recortes/

Madrid, la polizia si toglie il casco e invece di reprimere aderisce ai cortei

È successo in questi giorni: gli agenti hanno solidarizzato con i dipendenti pubblici e non solo, si sono seduti vicino a loro tra gli applausi. «Anche noi  siamo penalizzati dai tagli, molte nostre famiglie lamentano una situazione drammatica». Il Governo è infuriato, valuta sanzioni e provvedimenti disciplinari

Alberto Di Vita

 

MADRID - Poliziotti a Madrid che si tolgono il casco e solidarizzano con i manifestanti. Si siedono con loro, parlano con loro, in aperto contrasto con i colleghi che in altra parte della città reprimono duramente i manifestanti. Sembrano scene di “combutta col nemico”, degne d’altri tempi, invece è accaduto in questi giorni in Spagna. Gesti significativi, carichi di comprensione, da parte degli agenti, per chi protesta e anzi ne condivide i destini, come speigano essi stessi. Gesti silenziosi,  ma sembrano dire molto: “Noi non siamo qui a picchiare le brave persone, il nostro ruolo è reprimere il crimine, non la genete onesta che lavora e viene penalizzata”. Una sorta di “ammutinamento” – ma che in realtà tale non voleva essere – che ha fatto infuriare il Governo.

Tutto è iniziato domenica, quando migliaia di dipendenti pubblici si sono mobilitati, dandosi appuntamento dopo il calare del sole: così per diverse ore il centro di Madrid è stato bloccato dalla protesta contro i tagli del governo centrale che prevede, tra le altre cose, provvedimenti pesantissimi, come la soppressione della tredicesima, la riduzione delle ferie e dei permessi sindacali. Tra i manifestanti, c’erano insegnanti, operatori sanitari, funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione, pompieri compresi.

PRIMO SGARRO: CORTEO NON PERMESSO - La marcia, svoltasi senza il consenso delle autorità, è stata organizzata grazie ai social network. L’intento degli organizzatori era di accamparsi davanti al Parlamento spagnolo, ma le strade erano bloccate per cui la folla si è radunata a “Plaza de Neptuno”. Poi hanno sfilato per alcune vie di Madrid e, vista l’impossibilità di raggiungere il luogo prefissato, si sono accampati di nuovo a “Plaza de Neptuno”.

Ed è qui che è avvenuto il fatto straordinario: l’approccio dei manifestanti, così diverso da quello che ha generato gli scontri violenti dei giorni scorsi; l’atmosfera festosa e pacifica ha suggerito ad alcuni poliziotti di togliersi i caschi e accamparsi assieme ai concittadini, tra gli applausi e le urla dei presenti. «Sì, possiamo» è stato il motto della serata, cantato sotto uno striscione con su scritto «Uniti si può»: tante le foto che stanno facendo il giro dei social network iberici.

ARRIVANO ANCHE GLI AGENTI FUORI SERVIZIO – Nel corso delle ore, altri applausi per agenti fuori servizio e con cani al guinzaglio che si sono aggiunti alla spicciolata. Finché, attorno alle due del mattino, un centinaio di agenti antisommossa è arrivato per lo sgombero e far riprendere normalmente il traffico. La partecipazione di altre forze dell’ordine e il clima ha impedito qualunque incidente: la manifestazione si è dispersa dopo qualche minuto di serena discussione.

Un fatto davvero insolito e che coinvolge lavoratori che, per natura e inclinazione, sono lontani da proteste e atteggiamenti eversivi, a dimostrazione dell’impopolarità del premier Mariano Rajoy dopo le misure anti-crisi. La carta dei diritti e dei doveri militari impedisce però ai militari di unirsi alle manifestazioni e la reazione del Governo e del Ministero degli Interni spagnolo non si è fatta attendere. L’agenzia di stampa Reuters, infatti, rende noto che si stanno valutando sanzioni e provvedimenti disciplinari, ascrivendo ai partecipanti i reati di ammutinamento e insubordinazione.

«CI UNIAMO AI CITTADINI» - A seguito dell’accaduto, lunedì i principali sindacati delle forze di sicurezza civili e militari hanno espresso l’intenzione di assecondare le proteste e parteciparvi. Il segretario della Asociación Unificada de Militares Españoles (AUME), Mariano Casado, si è fatto portavoce del malessere dell’esercito per le misure adottate dal Governo che «potrebbero portare molte famiglie a una situazione veramente drammatica» e lanciato un monito: «Siamo stati pazienti, tolleranti e solidali col Governo. Ma la nostra capacità di sopportazione ha un limite». Ha poi aggiunto che si uniranno alle proteste dei cittadini e che gli organi direttivi dell’associazione valuteranno l’opportunità proteste specifiche, pur garantendo il «pieno rispetto della legge».

Anche il Sindacato della Guardia Civile ha invitato ufficialmente i facenti parte del corpo armato ad unirsi alle proteste, anche in forma anonima. Esempio seguito dalla polizia municipale di Madrid, con la protesta che si estende a macchia d’olio.

Come riporta El Paìs, ieri diverse centinaia di agenti di polizia non in divisa, ma perfettamente riconoscibili per via dei berretti blu e delle magliette sindacali, si sono uniti alle proteste di Madrid. Alcuni di loro hanno accolto il Direttore Generale della Polizia, Ignacio Cosidó Gutiérrez, a suon di fischi e rumorosissime vuvuzelas prima di una cerimonia per la presentazione di nuovi agenti, per poi tornare a protestare a mani alzate e al grido di «dimissioni di Rajoy, mani in alto questa è una rapina».

AUMENTO DEGLI EMIGRANTI SPAGNOLI - La situazione dell’economia spagnola desta preoccupazione per la tenuta dell’ordine pubblico e non lascia molte speranze.  Aumentano gli spagnoli che decidono di emigrare, con un dato in crescendo del 44% rispetto al 2011, circa 12mila persone in più rispetto al solito.  Dopo tante proteste e malcontento, arrivano gesti simbolici da parte delle istituzioni più alte. Il re Juan Carlos e il principe Felice si sono ridotti del 7% lo stipendio in linea con le misure di rigore predisposte dal Governo: 21mila euro in meno per il re (percepirà 272mila euro circa) e 10mila per l’erede al trono (percepirà 141mila euro). Su richiesta della stessa Casa Reale, il budget a disposizione era già stato diminuito del 2% rispetto al 2011.

Sono gesti  non sufficienti a fermare l’ondata di protesta e le manifestazioni già programmate per giovedì, che non si fermeranno neanche dopo l’annuncio del Ministro delle Finanze, Cristobal Montoro, del ripristino della tredicesima natalizia per i dipendenti statali con stipendi inferiori a 962 euro, per allentare una situazione di esasperazione profonda.


http://www.ilvostro.it/esteri/madrid-la-polizia-si-toglie-il-casco-e-invece-di-reprimere-aderice-ai-cortei/49165/

Anche le forze dell’ordine italiane sono in rotta di collisione con i famigerati “poteri forti”


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/16/le-cause-della-rivoluzione-in-italia/


http://www.siap-polizia.org/it/sezione/posts/2396/lettera-unitaria-al-presidente-del-consiglio-monti.htm

I “mercati” hanno continuato a strizzare la gente per strappare loro ogni centesimo senza rendersi conto che ci andavano anche di mezzo gli uomini e donne (e rispettive famiglie) preposti a difendere lo status quo.

Ora ai politici, per salvarsi, non resterà che dare in pasto alle folle chi li ha manovrati/ricattati/corrotti.

Non se ne andranno senza combattere.
Ma se le forze dell’ordine solidarizzano in massa abbiamo le stesse chance che avevano gli Alleati dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Povero Matteo Renzi: l’uomo sbagliato, al momento sbagliato, nel posto sbagliato.

Scende la pioggia (di meteore) ma che fa, crolla il mondo addosso a me…

Jacques Attali ci aveva avvertito

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/23/jacques-attali-e-gli-asteroidi-il-mondo-non-finira-ma/


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/26/jacques-attali-domani-chi-governera-il-mondo-2012-estratti/

Le Perseidi sono terminate in agosto e le Orionidi arriveranno nella seconda metà di ottobre

22 settembre – Pioggia di meteore nei cieli delle isole britanniche


http://www.u.tv/News/Uncertainty-over-fireballs-in-the-sky/ef0cfc21-55b3-4ea2-8593-5e9387fe8a99

21 settembre – enorme bolide sopra l’Irlanda


http://www.irishtimes.com/newspaper/ireland/2012/0922/1224324270462.html

21 settembre – pioggia di meteoriti nel Nord dell’Inghilterra


http://www.mirror.co.uk/news/uk-news/meteor-mania-huge-comet-spotted-1337427

20 settembre – bolidi nel New England


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/mbiq-detects-ma-nj-nh-md-fireball.html

20 settembre – meteora sullo stato di New York


http://www.9wsyr.com/news/local/story/Many-report-seeing-a-fireball-in-the-sky-over/50DmeMIMz0WnVj9M_f1_oQ.cspx

19 settembre – tre distinti bolidi sul Regno Unito


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/three-uk-meteor-fireball-events.html

18 settembre – bolide sopra Austria-Slovenia


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/slovenia-slovakia-meteors-reported.html

17 settembre – bolide sopra Guam/Saipan


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/saipan-guam-bright-as-sun-bolide-meteor.html

17 settembre – meteorite sull’Inghilterra


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/uk-meteor-17sep2012.html

16 settembre – grossa meteora in California


http://lunarmeteoritehunters.blogspot.fr/2012/09/mbiq-detects-california-meteor-15sep2012.html

Qualche giorno prima un meteorite è arrivato a terra, scatenando un incendio, in Canada


http://www.castanet.net/edition/news-story-80321-33-.htm

e nel Colorado una pioggia di meteoriti ha causato un incendio gigantesco ed una seconda ha bloccato le operazioni di spegnimento


http://www.gazette.com/articles/fire-140577-shower-fireball.html

*****

Fino al 2009 gli avvistamenti di bolidi erano sempre stati inferiori ai 200


http://www.amsmeteors.org/fireball2/public.php

Poi:

2010 – 433

2011 – 514

2012 (al 23 dicembre) – 630

La scoperta di nuove comete è un evento considerato raro. Non è più così raro.
Solo ad ottobre 2012:

http://remanzacco.blogspot.co.nz/2012/10/new-comet-p2012-t7-vorobjov.html

**********

avvistamenti di meteoriti segnalati alla American Meteor Society

2005 = 463

2006 = 517

2007 = 588

2008 = 726

2009 = 694

2010 = 951

2011 = 1628

2012 = 2216

Faccio fatica ad immaginare che la ragione di questo incremento sia solo la maggiore attenzione (anche perché fino al 2009 i numeri non erano così “saettanti”).

*********

Aggiungo che sulla rete circola il sospetto che se un impatto urbano dovesse verificarsi in una nazione della NATO, potrebbero attribuire l’esplosione ad un attentato terroristico ed usarlo come pretesto per attaccare Siria ed Iran.

Onestamente, non so come potrebbero inventarsi una cosa del genere, con tutti i testimoni che sopravvivrebbero.
Un conto è far credere a milioni di persone che dei pivelli dediti all’alcool, alle droghe, alle spogliarelliste ed al gioco d’azzardo, decidano di unirsi ai fondamentalisti islamici di Al-Qaeda e, pur essendo incapaci di far volare decentemente un Cessna, riescano a colpire con precisione chirurgica 3 obiettivi su 4 nello spazio aereo meglio difeso del mondo pilotando dei giganteschi boeing – la spiegazione alternativa più plausibile è che i velivoli fossero teleguidati – un altro conto è far passare un impatto cosmico per un attentato terroristico.
Mi sembra un’ipotesi peregrina. Comunque la butto lì, non si sa mai.

Inaudite affermazioni sui Conquistadores pubblicate dal Trentino – mia replica


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/22/la-verita-sulla-nostra-conquista-di-caprica/

Leggo con sconcerto l’inaudito attacco di Luciano Conotter a Stefano Oss, fisico all’Università di Trento, “colpevole” di aver condannato gli eccidi e l’indottrinamento coatto che hanno accompagnato la Conquista della Americhe.

Senza soffermarsi troppo su quel “miliardo di cattolici latinoamericani” (ci sono circa un miliardo di cattolici in tutto il mondo e la popolazione latino-americana supera di poco il mezzo miliardo), l’intervento di Conotter è talmente disgiunto dalla realtà che inizialmente pensavo fosse da intendersi come una provocazione goliardica.

A beneficio dei lettori del Trentino, del rigore storico e della decenza, è opportuno citare i testimoni del tempo.

A proposito degli indios, nel 1556 il cronista Gonzalo Fernández de Oviedo tuonava: “Dio provvederà presto a distruggerli tutti”. Era certo che “l’influenza di Satana scomparirà quando la maggior parte degli indiani sarà morta…chi può negare che l’uso della polvere da sparo contro i pagani equivale alla combustione dell’incenso in onore di Nostro Signore?”. Secondo lui gli Indiani erano “codardi sozzi e mentitori che si suicidano per noia, solo per danneggiare gli Spagnoli con la loro morte; non hanno alcun desiderio o capacità di lavorare” e l’idea di farne dei Cristiani equivaleva a “martellare il ferro quando è freddo” perché le loro teste erano così dure che quando combattevano contro di loro gli Spagnoli dovevano stare attenti a non colpirli in testa con le spade, per non spezzarle.

Il viceré Francisco de Toledo asseriva che “prima di divenire cristiani, gli indios devono diventare uomini”.

Il giurista Diego de Covarrubias li definiva “stolidi, dementes, obtusi, hebeti” e “di ingegno animale”.

Il domenicano Domingo de Betanzos li chiamava “bestias”, preconizzando che la loro barbarie li avrebbe condannati ad una rapida e certamente meritata estinzione.

Il giurista spagnolo Juan de Matienzo li considerava “più schiavi dei miei negri”.

Il dominicano Tomás Ortiz scriveva al Consiglio delle Indie che gli autoctoni erano scimuniti, instabili, imprevidenti, ingrati e volubili, brutali, si dilettavano nell’esagerare i propri difetti, erano disubbidienti, insubordinati ed irrispettosi. Si rifiutavano o erano incapaci di apprendere il giusto modo di vivere. Le punizioni non servivano da deterrente con loro. Mangiavano insetti e vermi, osavano affermare che il messaggio cristiano era adatto agli Spagnoli, ma non necessariamente a loro; non volevano cambiare le loro usanze. Più vecchi diventavano, peggio si comportavano: da ragazzini sembravano avere una parvenza di civiltà, da vecchi diventavano delle bestie. “Devo dunque affermare – concludeva – che Dio non ha mai creato una razza tanto radicata in vizi e bestialità, senza alcuna presenza di bontà e civiltà”.

Queste sono le persone che Conotter afferma abbiano rispettato i nativi, la loro terra e le loro cose, aiutandoli a progredire e svilupparsi.

Bartolomé de las Casas si rivolta nella tomba.


http://fanuessays.blogspot.it/2011/10/bartolome-de-las-casas-introduzione.html

Persa la sovranità sulla Sicilia, in bilico quella su “Padania” e Sudtirolo – quale futuro per l’Italia?

 

Un giornalista, tempo addietro, mi confidò che delle fonti istituzionali lo avevano informato del fatto che esisteva un progetto di dissoluzione dello stato italiano e che la Sicilia costituiva un tassello importante.

Pare che le sue fonti non fossero troppo sprovvedute o fuorvianti.

Maurizio Zoppi, “Niscemi si trasforma in star wars pronto il Muos degli Usa”, Il Manifesto, 21 settembre 2012

La Sicilia sarà il cuore pulsante dell’esercito Americano. Come in star wars la nostra Isola governerà le guerre climatiche e nucleari attraverso comandi satellitari e telematici. A Niscemi, proprio nel cuore della riserva naturale “Sugherata”, sta per vedere la luce il Muos.

VEDI IL VIDEO

La struttura verrà edificata nell’antico feudo niscemese ‘Ulmo’ dove, dal 1991, è operativa una delle più grandi centrali di telecomunicazioni della marina Usa esistente nel Mediterraneo. Questa centrale, con le sue 41 antenne, collega il nostro mare con l’Asia sud-occidentale, l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico. La base ‘Ulmo’ è sotto il controllo della ‘U.S. Naval Computer and Telecommunication Station Sicily’ che ha sede a Sigonella, la base militare americana dislocata tra gli agrumeti della piana di Catania. La centrale militare statunitense assicura la comunicazione top secret e non di alleati Nato e Stati Uniti. Questo, per grandi linee, il quadro generale dell’egemonia militare a stelle e strisce in Sicilia. Troppo poco, a quanto pare, per gli Usa che, a breve, amplieranno la loro forza militare tramite il Muos (Mobile user objective system). Questo sistema satellitare è un’infrastruttura militare di ultima generazione. Sono quattro, oggi, le strutture tipo Muos presenti nel mondo. Tutte dislocate in zone desertiche. Solo quella che sta per essere realizzate in Sicilia, chissà perché, vedrà la luce in un’area vicinissima ai centri abitati. Da qui la ragionevole e giustificata paura delle popolazioni che si ‘sciropperanno’ le radiazioni con effetti sulla loro salute ancora tutti da capire.

L’impianto presenta due torri radio e tre antenne del diametro di 18,4 metri e dell’altezza pari a 149 metri. Il sofisticato sistema di comunicazione ad altissima frequenza integrerà comandi, centri d’intelligence, radar, cacciabombardieri, missili da crociera, velivoli senza pilota e altri strumenti di morte. Insomma dalla nostra Isola gli Stati Uniti, con un solo click, potrebbero immedesimarsi nel generale dell’esercito romano, Massimo Decimo Meridio, e dire: “Al mio segnale scatenate l’inferno”. Tutto questo con un solo unico obiettivo: aumentare la capacità offensiva militare.

[…].

La Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito ha ritenuto che sussistono le basi per una moratoria, sia per quanto riguarda la costruzione del Muos, sia per il sistema di antenne già presente nella riserva.

MUOS e militarizzazione della Sicilia. Intervista ad Antonio Mazzeo

“In Sicilia cresce la protesta e l’opposizione ai processi di militarizzazione della regione portati avanti negli anni da parte degli USA e della NATO. Da decenni l’isola è letteralmente violentata dalla presenza di basi militari che oltre a nuocere alla salute distruggono l’ambiente e la biodiversità e che l’hanno ‘bellicizzata’ a tal punto da divenire il centro strategico per il controllo e le azioni militari su tutta l’aera del mediterraneo, dell’Africa e del Medio Oriente. Ne abbiamo discusso con Antonio Mazzeo, scrittore e giornalista, grande conoscitore di tali tematiche.

La Sicilia è sempre più armata e militarizzata e progressivamente sembra essersi trasformata in un’area di conquista degli USA. Che foto prenderesti oggi dell’isola in questo senso?

L’immagine che più mi viene in mente è quella di un’immensa portaerei superarmata nel cuore del Mediterraneo, in grado di lanciare terribili strumenti di morte (cacciabombardieri, missili, droni e testate persino nucleari) contro obiettivi civili e militari in Est Europa, Caucaso, Africa, Medio oriente e sud est asiatico. Un’isola soffocata da basi e porti militari per le forze armate italiane, Usa, Nato ed extra-Nato, dove le poche oasi naturali vengono sacrificate per ospitare selve di radar e antenne di telecomunicazione.

Ma contemporaneamente un territorio di frontiera dove s’innalzano gigantesche mura per negare l’accoglienza ai profughi e ai migranti che fuggono dalle guerre e dalla miseria. Per i pochi scampati ai tragici naufragi, la Sicilia si trasforma in un grande centro di detenzione, con decine di Cie e Cara che violano impunemente i diritti umani.

In pochissimi sono al corrente di tutte le infrastrutture militari esistenti in questa regione italiana…

Sì è vero, eppure in Sicilia proliferano e vengono ampliate le basi di guerra. Alle porte di Catania c’è la metastasi di Sigonella, la maggiore stazione aeronavale delle forze armate degli Stati Uniti d’America, destinata a fare da vera e propria capitale mondiale degli aerei senza pilota. Nel golfo di Augusta approdano le unità della VI flotta e i sottomarini a propulsione nucleare zeppi di missili e bombe atomiche. Più a sud, in contrada Testa dell’Acqua del comune di Noto, sorge una delle maggiori installazioni radar della Nato, per spiare l’intero bacino mediterraneo e concorrere a dirigere i blitz e gli attacchi militari.

La Sicilia è sempre più armata e militarizzata e progressivamente sembra essersi trasformata in un’area di conquista degli USA

A Niscemi, all’interno di una pregevole riserva naturale, la ‘sughereta’ di contrada Ulmo, da più di vent’anni la marina militare Usa ha installato 41 antenne per le comunicazioni con le unità di superficie e subacquee. E nonostante il lungo bombardamento elettromagnetico contro le comunità che vivono nelle vicinanze della base, a Niscemi fervono adesso i lavori di costruzione di uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare Usa, il MUOS, un ecomostro per condurre le guerre sempre più disumanizzate e disumanizzanti del XXI secolo.

Ci sono poi gli scali aerei di Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa, utilizzati dai reparti Nato ed extra-Nato in caso di crisi e conflitto in nord Africa; gli aeroporti ‘civili’ di Palermo Punta Raisi e Catania Fontanorossa dove atterrano con sempre più frequenza i giganteschi aerei per il trasporto truppe e munizioni; il pericolosissimo radar di Marsala, e i sempre più numerosi radar che le forze armate e di polizia italiane installano nelle coste della Sicilia e delle isole minori per fare la guerra alle imbarcazioni dei migranti. Ma è prevedibile che nei prossimi mesi il processo di militarizzazione si faccia ancora più soffocante.

In un intreccio di accordi, consensi, assensi silenziosi ed affari tra la classe politica governante a livello regionale e nazionale, le organizzazioni mafiose e le forze armate statunitensi, la Sicilia è divenuta inoltre un territorio geo-politicamente e militarmente strategico, quali sono le conseguenze e le ripercussioni di tutto ciò per i cittadini e per il paese?

La diabolica alleanza tra forze armate alleate e organizzazioni criminali mafiose siciliane alla vigilia dello sbarco del ’43 [Accordi fra Allen Dulles e Lucky Luciano,
http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Husky
, NdR]
ha avuto come prima conseguenza storica quella di impedire, anche con il sangue, che nella Sicilia del dopoguerra venisse riconosciuta piena legittimità e cittadinanza alle forze politiche e sociali realmente democratiche e che si riconoscessero le giuste istanze sociali di libertà, uguaglianza e ridistribuzione della ricchezza delle classi popolari. Abbiamo pagato in termini di agibilità democratica, siamo stati per tutti questi decenni un’isola a sovranità più che limitata.

“Il MUOS è una bomba ambientale i cui effetti elettromagnetici saranno devastanti per le popolazioni, la flora e la fauna dell’isola”

La mafia è stata, accanto alla borghesia parassitaria dell’isola, il gendarme privato, una specie di contractor ante litteram, per assicurare il pieno controllo politico e sociale del capitale. La partnership con i poteri militari transatlantici è stata una costante. La mafia ha assicurato il controllo del territorio, impedendo con le stragi e gli omicidi selettivi di sindacalisti, giornalisti e leader politici di sinistra lo sviluppo di una coscienza democratica collettiva, ostacolando ogni forma d’opposizione contro l’uso e l’occupazione della Sicilia a fini di guerra. E la borghesia mafiosa è stata ricompensata con milioni e milioni di dollari grazie agli appalti di edificazione delle installazioni di morte o alla vendita o all’affitto dei villaggi-residence per i militari Usa e le loro famiglie.

Grazie alla vostra protesta, la faccenda MUOS è finalmente approdata in Parlamento proprio in questi giorni, ci daresti maggiori dettagli?

Finalmente, a seguito di decine di manifestazioni, incontri e dibattiti, in cui abbiamo denunciato l’insostenibilità socio-ambientale del MUOS e che la decisione di localizzarlo a Niscemi è stata presa bypassando del tutto il circuito parlamentare, l’11 settembre scorso una delegazione dei sindaci e dei Comitati No MUOS è stata ricevuta in audizione dalle due Camere.

Il primo incontro si è svolto davanti alla Commissione difesa della Camera dei deputati, mentre il secondo, sicuramente più proficuo, davanti al Comitato d’inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della Repubblica. Tutti i membri di quest’organo si sono dichiarati d’accordo a convocare prima possibile il presidente della regione siciliana e il ministero della difesa per chiedere la moratoria del progetto d’installazione delle tre maxi-antenne radar del nuovo sistema militare Usa.

C’è da sperare in un miracoloso risveglio della politica italiana e in una ‘controffensiva’ al potere militare ed affaristico?

Pur condividendo la soddisfazione di tutti i membri della delegazione No MUOS in trasferta a Roma credo che non ci si debba fare molte illusioni sulle reali volontà di fermare il progetto da parte di una classe politica da sempre asservita agli interessi geo-strategici Usa e Nato e del complesso militare-industriale transnazionale.

Da decenni la Sicilia è violentata dalla presenza di basi militari che oltre a nuocere alla salute distruggono l’ambiente e la biodiversità

Per questo bisognerà continuare a sviluppare azioni di lotta il più possibile partecipate e radicali, rafforzando la mobilitazione e l’auto-organizzazione dei comitati popolari di base in tutta la Sicilia. Credo che sarà fondamentale riuscire a legare i temi dell’opposizione alla guerra e alla militarizzazione a quelli della difesa dello stato sociale, del diritto all’istruzione e alla sanità per tutti i cittadini, contro l’ondata neoliberista e di dissoluzione della Costituzione che ha investito l’Italia a partire dalla fine degli anni ’80.

Della protesta pacifica contro i MUOS e dei Comitati NO MUOS non c’è molta risonanza su scala nazionale quasi si trattasse di una faccenda relegabile a livello regionale e locale, vogliamo ricordare cosa rischiano gli abitanti della zona colpita e perché deve essere considerata una problematica scottante riguardante l’intero paese?

Il MUOS è una bomba ambientale i cui effetti elettromagnetici saranno devastanti per le popolazioni, la flora e la fauna dell’isola. Le microonde impediranno il regolare funzionamento dei sistemi di bordo degli aerei in rotta nei pressi della stazione di Niscemi e non consentiranno l’attesissima apertura dell’aeroporto di Comiso, ex base missilistica nucleare della Nato. Ancora una volta i processi bellici ostacoleranno ogni possibilità di sviluppo economico e occupazionale e genereranno nuove povertà.

Ma il MUOS è soprattutto un sistema di guerra ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, programmato per riaffermare la superiorità militare e strategica di Washington e consentire di colpire e uccidere a migliaia di chilometri di distanza, con gelido anticipo sui potenziali e sospetti avversari.

I futuri conflitti ipertecnologizzati esautoreranno qualsivoglia presenza decisionale dell’Uomo, annullando la ragione e l’assunzione di responsabilità innanzitutto etiche. Il MUOS risponde alle logiche di morte degli odierni apprendisti stregoni del Pentagono che puntano ad annientare gli antichi paradigmi dell’umanità sulla Vita e sulla Morte, sulla Pace e sulla Guerra. Per questo la sua installazione non va vissuta solo come un problema locale, ma innanzitutto come un Problema globale.

Quali sono le prossime mosse dei Comitati NO MUOS?

Dopo le audizioni a Roma, il Movimento si è dato appuntamento per una manifestazione nazionale No MUOS a Niscemi, sabato 6 ottobre. Stiamo raccogliendo le prime adesioni d’oltre Stretto e sappiamo già dell’arrivo in Sicilia di una delegazione delle donne del Presidio No dal Molin di Vicenza e di attivisti No TAV della val di Susa. All’appuntamento giungeremo con un fitto calendario d’iniziative in tanti Comuni siciliani e con azioni di protesta di fronte ai maggiori santuari di guerra dell’isola. Sarà importantissimo rafforzare i legami con i territori a partire dalle vertenze più drammatiche che riguardano soprattutto la mobilità e i trasporti, i settori maggiormente colpiti dall’asfissiante processo di militarizzazione.

Sarà opportuno così sostenere la mobilitazione perché venga utilizzata Sigonella per i voli di linea che dovranno lasciare Fontanarossa a novembre per consentire i lavori di ampliamento e messa in sicurezza delle piste (un primo passo per la riconversione a uso civile della stazione aeronavale Usa) o quella per l’apertura dello scalo di Comiso, il cui funzionamento sarà impossibile se malauguratamente dovessero essere attivate le antenne MUOS. Ma penso anche alla lotta contro il Ponte sullo Stretto e per impedire la trasformazione del porto di Messina in megadiscarica delle unità navali Nato da rottamare o a quella contro l’uso a fini militari dello scalo di Trapani-Birgi, da dove sono stati scatenati lo scorso anno, quasi il 70% degli attacchi contro la Libia.

Da un lato, c’è una parte della società civile, attiva, che cerca di fare emergere certe verità, dall’altra una maggioranza di cittadini italiani ignari probabilmente vittime passive di alcune forze d’interessi, in primis quelle politiche e quelle dell’informazione, che spesso manipolano per insabbiare. In questa Italia a due livelli, qual è la strada da percorrere per svegliare il paese?

Bisogna tornare a riconquistare le piazze, le strade e ogni spazio dove poter denunciare i crimini dei poteri finanziari transazionali e riconquistare agibilità, fiducia, speranza di cambiamento e trasformazione democratica. Un’azione generale, in prima persona, senza deleghe, con la convinzione che i tempi per impedire l’olocausto mondiale si sono fatti strettissimi.

Il paese non è spento e non vuole cedere alla rassegnazione, è così?

Sì, nonostante le amplificazioni generali del pensiero unico neoliberista, sono tantissime le coscienze che non si sono piegate, specie tra le fasce di popolazione più giovane. Come generazione, siamo stati pessimi padri e pessimi maestri. Mi auguro che riusciremo almeno ad essere buoni osservatori e buoni ascoltatori e che saremo in grado di star loro accanto con passione e profondo rispetto quando nei prossimi mesi, ne sono certo, ragazze e ragazzi torneranno a riprendersi la vita e il presente-futuro che gli sono stati sino ad ora negati.


http://www.ilcambiamento.it/territorio/muos_militarizzazione_sicilia_intervista_antonio_mazzeo.html

 

Gli OGM uccidono: è un fatto.

Quando si auspica il superamento dell’istituzione Stato, si dovrebbe considerare anche che le autorità europee – non elette – hanno dimostrato a più riprese di essere molto sensibili al lobbismo delle multinazionali euro-americane. In questo, come in altri casi, sono stati i governi nazionali di Italia e Francia a proteggere i loro cittadini dall’avidità ed irresponsabilità degli amministratori delegati – non eletti – delle grandi imprese transnazionali. E l’hanno fatto sfidando le decisioni di Bruxelles, che solo a causa di queste resistenze ha accettato di considerare l’ipotesi di una “maggiore flessibilità” concessa ai Paesi dell’Unione che vogliano limitare o vietare la coltivazione di OGM nel loro territorio.

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Superparassiti (erbacce ed insetti) evolutisi per aggirare le “difese” del mais geneticamente modificato della Monsanto ora sono inarrestabili. Questo stesso articolo riporta i risultati di studi clinici canadesi ed italiani che dimostrano la tossicità per gli esseri umani degli OGM


http://www.npr.org/blogs/thesalt/2011/12/05/143141300/insects-find-crack-in-biotech-corns-armor

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Qui una rassegna delle dozzine di ricerche specialistiche che documentano le conseguenze impreviste degli OGM:


http://natureinstitute.org/nontarget/report_class.php

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Tumori plurimi così grandi da formare protuberanze visibili e palpabili e forte incremento della mortalità: sono le conclusioni di uno studio choc sulla tossicità degli Ogm realizzato dai ricercatori dell’Università di Caen, nel nord della Francia, su 200 topi.

In particolare lo studio, condotto nella massima segretezza per evitare intercettazioni telefoniche e pressioni, ha valutato gli effetti tossici di un mais transgenico e di un erbicida molto diffuso, il Roundup, prodotti dal gigante americano Monsanto. Pronta la reazione del governo francese che ha annunciato “misure urgenti”. “Per la prima volta al mondo si è studiato sul lungo termine l’impatto sulla salute di un Ogm e di un pesticida, cosa che non era mai stata fatta dai governi e dalle industrie. I risultati sono allarmanti”, osserva il coordinatore del rapporto, Gilles-Eric Seralini, ricercatore di biologia fondamentale e applicata all’Università di Caen, e autore del libro, ‘Tous cobayes’ (Tutte cavie), pubblicato in queste ore.

“Le conclusioni del nostro rapporto – prosegue Seralini – dimostrano un effetto tossico del mais transgenico e del Roundup sull’animale e ci portano a pensare che (queste sostanze, ndr.) siano tossiche anche per l’uomo. Diversi test che abbiamo effettuato su cellule umane vanno nella stessa direzione”. E aggiunge: “dallo studio emerge che anche a piccole dosi, l’assorbimento a lungo termine di questo mais, così come del Roundup, agisce come un veleno potente e molto spesso mortale, i cui effetti colpiscono prioritariamente i reni, il fegato e le ghiandole mammarie“.

Durante l’esperimento i ricercatori di Caen hanno ripartito i 200 topi-cavie in tre gruppi alimentandoli per due anni rispettivamente con mais Ogm NK603, Mais Ogm trattato al Roundup, e mais non Ogm trattato con l’erbicida. Rispetto a un altro gruppo di topi-campione, non alimentato con l’Ogm e il pesticida, il primo topo-cavia è morto un anno prima e al 17/o mese di esperimento si è osservato che i topi alimentati con gli Ogm hanno una mortalità di cinque volte superiore rispetto agli altri.

“I risultati mostrano un tasso di mortalità più rapido e più elevato quando vengono consumate le due sostanze incriminate (mais e Roundup, ndr.). Nei tre gruppi i ricercatori hanno constatato una mortalità da due a tre volte superiore nei topi femmina e la comparsa di tumori nei topi di entrambi i sessi fino a tre volte maggiore.

Lo studio ha suscitato vive reazioni. Il governo francese sta valutando l’attuazione di “misure urgenti” e il ministro dell’Agricoltura, Stephane Le Foll, ha chiesto che vengano attuate procedure di omologazione degli Ogm in seno all’Ue “molto più strette”. La Commissione europea ha subito chiesto che il rapporto sia sottoposto all’Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa), mentre il vicepresidente della commissione agricoltura, José Bové, ha richiesto all’Ue la sospensione immediata delle autorizzazioni per la coltivazione di mais geneticamente modificato. Per la Coldiretti i risultati dello studio “rafforzano la scelta dell’Italia di vietare le coltivazioni di organismi geneticamente modificati nel rispetto del principio di precauzione”.

La ricerca francese potrebbe riaprire la discussione sulla tesi finora sostenuta ufficialmente da Bruxelles, ovvero che i prodotti transgenici finora esaminati siano innocui. Una tesi che però è già stata contestata da alcuni Paesi, come è il caso della Francia dove è stata adottata una clausola di salvaguardia per impedire la coltivazione del Mon 810 sul suo territorio”.


http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=113&ID_articolo=1227&ID_sezione=242

“Il Governo francese ha attaccato lunedì scorso Monsanto anche per gli effetti degli ogm, ed in particolare di quelli del mais geneticamente modificato MON810 che non sembra si limiti a minacciare la biodiversità delle colture, ma pare contempli “rischi significativi per l’ambiente e la salute”, ha fatto sapere il ministero dell’Ambiente francese in una nota. Notizia confermata anche dai risultati pubblicati recentemente sulla rivista International Journal of Biological Sciences che parlano di grossi danni agli organi dei mammiferi provocati proprio da un noto mais ogm della Monsanto diffuso per la sua fama di essere resistente alla siccità.

Così, anche in seguito al blitz di due settimane fa all’interno del centro di ricerca della Monsanto a Trèbes-les–Capucins di alcuni attivisti No-Ogm, che avrebbero trovato sacchi di mais MON810 trattati con il Poncho 2, un potente pesticida prodotto da Bayer (già sotto accusa per la moria di api), il ministro delle Politiche Agricole Bruno Le Maire e quello dell’Ecologia Nathalie Kosciusko-Morizet hanno confermato la moratoria indetta quattro anni fa per la coltivazione del mais della controversa azienda. Una decisione in netta contrapposizione con il parere negativo espresso lo scorso novembre dalla Corte suprema francese, in linea con la Corte di Giustizia europea, secondo le quali “non c’è alcuno studio che possa provare che gli ogm siano rischiosi”.

Non si è fatta attendete la replica della Monsanto che dopo aver dichiarato che “dal 2008 ad oggi, non ha venduto né sperimentato colture ogm in Francia in quanto i suoi stabilimenti potevano solo stoccare ed imballare sementi geneticamente modificate e convenzionali da destinare all’esportazione” ha in ogni caso annunciato che intende lasciare la Francia e l’Europa “per il clima di accesa opposizione da parte dell’opinione pubblica francese verso l’introduzione degli ogm”.


http://www.unimondo.org/Guide/Ambiente/Francia-la-Monsanto-lascia-Parigi-per-il-clima-velenoso-quasi-come-i-suoi-pesticidi-133972

La Russia, sulla base dello studio francese, ha deciso di bloccare l’importazione di mais geneticamente modificato targato Monsanto:

http://rt.com/business/news/russia-monsanto-corn-ban-005/

La destra chiede ai suoi di votare Renzi alle primarie del PD

Il giovane Silvio

Il “giovane” Matteo

Renzi mi piace. Non vado in casa d’altri a votare alle primarie ma è un gigante nel panorama politico di oggi, una persona giusta per questi tempi. Mi ricorda un po’ Berlusconi, per esempio nell’essere anticonformistaAlle politiche, se non ci fosse Berlusconi, Renzi lo voterei assolutamente – insiste Dell’Utri – Molti del Pdl se non ci fosse Silvio lo voterebbero. Meglio di La Russa e Gasparri? Siamo su un altro pianeta.
Marcello Dell’Utri

Votereste per il candidato prediletto di Giuliano Ferrara? Per il nuovo Berlusconi? Per il politico che consentirà di realizzare il grande inciucio che andrà sotto il nome di Grande Coalizione?
“Nel caso di una grande coalizione il Pd riuscirebbe a restare unito? Se se si dovesse spaccare, chi se non Renzi potrebbe guidare la parte decisa a far parte comunque della coalizione governativa?

http://orsodipietra.wordpress.com/2012/09/17/renzi-non-esclude-la-scissione-del-pd/

Quest’uomo, un prodotto di largo consumo, creato ad hoc per fondere berlusconismo e blairismo e dirottare definitivamente il PD verso la destra, deve perdere. La destra sta già chiedendo al suo elettorato di prendere la tessera del PD e votarlo. E’ evidente che le primarie sono, a questo punto, un suicidio.

Una buona parte dell’elettorato di sinistra è così irrecuperabilmente tonta che manco si accorgerà di essere stata dirottata a destrauna buona parte della destra moderata anti-liberista voterà PD anche alle elezioni, in caso di vittoria di Renzi, senza capire che è il rappresentante della destra radicale neoliberista per il dopo-Monti

Giuliano Ferrara (sul Giornale) spiega perché Renzi può vincere le primarie solo se la destra va in massa a votare per lui, regalando così definitivamente lo scatolone del PD alla destra neoliberista:

Perché Matteo Renzi piace alla pancia della destra, all’elettorato di Berlusconi o a una sua parte ragguardevole? Perché tutti si aspettano, molto al di là del ragionevole, che i berluscones si apprestino a fare la fila in tanti al botteghino delle primarie del Pd, e questo per premiare con la scelta trasversale, il panachage, la star della rottamazione?

[…]

La risposta alla domanda sulla trasversalità di Renzi, che egli stesso da furbone ha evocato alla sua prima uscita ufficiale dicendo che si augura di stanare e sedurre gli elettori della parte avversa, è semplice. Grillo con tutti quei settatori parrucconi della Casaleggio & associati, può essere lo sberleffo, la canagliata elettorale di un momento, un vaffanculo comico e senza particolari conseguenze; Renzi è un carisma politico in erba e insieme l’abbozzo di un programma di governo fondato su un’affinità del profondo con la storia italiana degli ultimi vent’anni. Il candidato non è percepito solo come l’anti-Bersani, quel tizio di sinistra che nel dicembre del 2010 (in piena crisi) si è fatto ricevere ad Arcore dal premier Arcinemico e non se ne è mai pentito, è il brusco rinnovatore che tende a cancellare il confine ideologico otto-novecentesco tra sinistra e destra per introdurre la discriminante della nuova generazione, è quello che sfotte, destabilizza, ridicolizza e delegittima un establishment d’apparato onusto di vecchia gloria ma incapace (secondo lui) di intercettare le novità e il portato di libertà e autonomia che queste novità tecnologiche e di mercato contengono, incapace di alternativa e visione.

C’è molto di berlusconiano in lui, sospetta il militante fazioso e un po’ tonto perduto nello stupidario ideologico «de sinistra». Guardate, dice, le sue manifestazioni, le scenografie, questo gusto people, l’americanata perfino ingenua che veniva rimproverata anche al Cav. delle origini; guardate alla cosiddetta narrazione personale, la politica come sceneggiatura o soap, come cinematica, come fun. Sì, è vero, gli risponde il trasversalista di destra, ma questo non vuol dire necessariamente che il compagno Renzi sia un venduto, forse invece le esigenze rivoluzionarie o rottamatrici impersonate da Berlusconi tanti anni fa e per tanti anni riproposte con il suo stilnovo non erano un’esplosione di cattiveria e di avidità personale ma un fenomeno sociale e politico da comprendere, a parte la personalità e la singolarità irripetibile di ogni leadership carismatica. Renzi non è solo uno scout che si è fatto venire in testa certe idee. Figlio di un democristiano, fiorentino di spirito, ha preparato la corsa facendo una grandissima gavetta e strappando ogni cosa, a cominciare dalla guida della sua città, con scaltra energia, ha anche fegato perché non è da tutti prendere posizione per Marchionne nel paese dei laudatori della lotta di classe e dei nostalgici del socialismo pianificatore o dei moderati e confindustriali concertatori ad ogni costo; e non è da tutti fare lega con Pietro Ichino, riformatore intelligente e per questo inviso agli sbandieratori del lavoro che non c’è e non ci sarà mai finché in fabbrica comandano loro.

Quando dicono che alla sua età, poco sotto la quarantina, non si può partecipare a un Consiglio europeo e parlare con Angela Merkel, viene da sorridere. Certo è che deve irrobustire il suo staff, completare il quadro delle competenze. E magari deve perdere, mettere la pietra di inciampo e dello scandalo là dove deve stare, e aspettare un turno. Chissà. Quel che è sicuro è che Renzi, senza dover piacere specialmente, è nella sua eruttività la dimostrazione geologica del fatto che questi vent’anni dalla fine del muro di berlino non sono passati inutilmente”.


http://www.ilgiornale.it/news/interni/837821.html

David Cameron

Negli ultimi venti anni alle elezioni nazionali non ho mai votato a sinistra, non per un pregiudizio ideologico o antropologico e nemmeno perché sentissi di appartenere a un qualche altro “popolo”, ma semplicemente perché, nella pochezza dell’offerta politica che via via mi si presentava davanti, da liberale ho sempre ritenuto che l’altra parte fosse meno peggio. Di fronte alla deriva integralista e confessionale del Pdl, alla sua ormai conclamata incapacità di divenire un vero e proprio partito con dinamiche democratiche al suo interno (per assumere la fisionomia di un’aggregazione tra bande), e al definitivo tradimento della promessa liberale e dopo il fallimento dell’esperienza finiana, che per un breve periodo mi aveva fatto sperare che qualcosa di più somigliante a una destra liberale potesse emergere anche in Italia, per la prima volta nella mia vita mi sono detta che ormai nemmeno il criterio del “meno peggio” avrebbe potuto di nuovo indurmi a votare.

Oggi, osservando da cittadina delusa e sconsolata il panorama politico, scorgo una sola esperienza che mette insieme il tentativo di un rinnovamento radicale (perché l’Italia in questo momento ha bisogno di radicalità) con la diretta assunzione di responsabilità da parte di chi quel tentativo vuole incarnare, quella che ha preso forma attorno alla figura di Matteo Renzi. Guardo con interesse anche al fervere di iniziative (Fermare il declino, Zero+, Italia Futura) all’interno del centrodestra, anche se una certa diffidenza verso certe rigidità del modo di interpretare il pensiero liberale, in un momento in cui non si può non essere consapevoli che a pagare questa crisi e certamente anche gli sforzi per uscirne saranno gli individui più deboli, mi porta a confidare maggiormente nella via più blairiana alla riforma liberale sposata dal sindaco di Firenze. Ma al di là di questo, ad oggi nella nebulosa non pidiellina del centrodestra è evidente che manca una guida, manca qualcuno che assuma su di sé la responsabilità di un progetto, e senza un leader ritengo non si possa andare molto lontani.

Per questi motivi ho deciso che voterò alle primarie della sinistra dando la mia preferenza a Matteo Renzi. E lo farò anche se dovrò recarmi in qualche sezione di partito per iscrivermi in qualche albo, magari con la minaccia di avere la posta inondata da spam che mi informa di ogni minima iniziativa del Pd, di Sel o altro da qui ai prossimi decenni. Naturalmente, se alla fine Renzi risulterà vincitore, alle prossime elezioni voterò per il Pd; se i vincitori saranno Bersani o Vendola me ne guarderò bene. Perché da libera cittadina ho deciso che voglio dare la mia fiducia all’ipotetico Pd di Renzi, altri Pd al momento non m’interessano.

E’ scandaloso tutto ciò? In molti ritengono di sì. Dopo che Renzi ha fatto appello anche ai delusi del centrodestra, nel partito del segretario Bersani già si denuncia l’infiltrazione di elettori che non appartengono al “popolo” di centrosinistra e, dunque, il pericolo che il risultato sia alterato da chi non avrebbe alcun diritto a scegliere il candidato premier di quella parte. Eppure, quel diritto io ritengo di possederlo. Perché non credo che oggi in politica possano esistere case, popoli, perimetri.  Credo che debbano esistere donne e uomini che si assumono responsabilità e sottopongono la propria idea di società, la propria faccia e il proprio impegno  a cittadini che con la ragione, l’istinto e la passione li valutano, li scelgono o li rifiutano.

Tutto ciò mi appare ancora più vero nella fase attuale, grave, caotica, contrassegnata dalla fortissima diffidenza dei cittadini verso la politica (uomini e istituzioni). In questa fase, lo sforzo per creare qualcosa di nuovo e di efficace non può non passare per un rimescolamento delle carte, per nuove coalizioni (non di partiti, ma di segmenti della società) che facciano convergere, ad esempio, le forze più produttive, e non assistite, del paese con quanti anche  l’ottusità di una sinistra che non ha mai conosciuto una vera Bad Godesberg ha posto ai margini del sistema.

L’Italia è il mio paese e per il mio paese sono fermamente convinta che una sinistra davvero liberale, che pone accanto alla solidarietà il merito e lo sforzo individuale, che non demonizza la ricchezza e alla rigidità del posto di lavoro contrappone la flessibilità in un contesto di opportunità e un welfare a sostegno dei percorsi individuali, non di categorie privilegiate, sia una sinistra essenziale per fare uscire il nostro sistema politico dalla palude in cui oggi ristagna, una sinistra che può fare bene una volta al governo, una sinistra capace di sfidare seriamente la destra e per questo costringerla a sua volta a trasformarsi [UNA SINISTRA INDISTINGUIBILE DALLA DESTRA, NdR].

Perché, dunque, chi non ha mai votato a sinistra dovrebbe stare a guardare? Io non starò a guardare, voterò alle primarie del centrosinistra e sarò, se la sfida di Renzi andrà a buon fine, una sua convinta elettrice.

di Sofia Ventura


http://www.ilfoglio.it/soloqui/15059

NOTA BENE
Naturalmente chi ama Renzi griderà al complotto: vogliono screditarlo, gli remano contro!
Chi non vuole vedere che il suo programma politico non differisce sostanzialmente da quello del PDL si sigillerà gli occhi.

Un progetto politico per un Mondo Nuovo

La risposta non è la guerra tra i poveri, ma la regolamentazione dei mercati, la tassazione delle rendite finanziarie, la soppressione dei paradisi fiscali e l’abolizione del gigantismo bancario ed industriale.

E se ciò mi guadagnerà l’epiteto di comunista, allora me ne farò una ragione.

Stefano Fait, antropologo e blogger

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Se uno o più politici intendono attuare il programma che delineo in questo post, metterò la mia persona ed il mio blog (da 5.000+ visualizzazioni settimanali ed una certa misura di autorevolezza) al loro servizio.

Trovo disarmante che i politici di sinistra non si siano ancora resi conto che la nostra situazione è realmente drammatica, che vari sondaggi (e l’Eurobarometro estende i risultati al resto d’Europa) confermano che almeno un terzo della popolazione italiana sarebbe pronta a partecipare ad una rivoluzione, che se i suddetti politici non cominciano a dare risposte politiche a questioni squisitamente politiche saranno co-responsabili dei disastri che seguiranno.

È possibile che siano così disconnessi dalla realtà? È possibile che non sappiano tirar fuori un leader come Tsipras, mettendo da parte i loro personali narcisismi e settarismi? Non erano entrati in politica per il bene comune? Per cosa sono ancora in politica? Per legalizzare i matrimoni gay? Per ripetere che con più Europa tutto magicamente si risolverà? Per conservare la loro purezza ideologica? Per lasciar trionfare la destra?

O forse ci sono cose un filino più importanti, utili, costruttive e dignitose di cui occuparsi e da proporre?

Tipo (cito liberamente da un articolo di Piero Bevilacqua, “Perché Monti ha fallito”, da “Il Manifesto” del 23 luglio 2012, dalle idee di alcuni economisti francesi di sinistra e da altre fonti):

  • L’interruzione delle politiche di austerità neoliberiste che stanno smantellando lo stato sociale e deprimendo i consumi;
  • la creazione di banche pubbliche dedicate allo sviluppo sostenibile (sotto ogni punto di vista) ed alla tutela dei risparmi delle famiglie;
  • una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax e dovrebbe essere all’1%);
  • il 3% del Pil destinato alla formazione e alla ricerca;
  • la creazione di un sistema fiscale progressivo;
  • una tassa stabile sui patrimoni;
  • una grande legge urbanistica che protegga il nostro territorio e faccia vivere civilmente le nostre città;
  • la separazione delle banche di credito dalle banche d’affari;
  • leggi anti-trust per impedire che le banche diventino troppo grandi per fallire;
  • l’abolizione di prodotti finanziari ad alto rischio;
  • la riforma delle agenzie di rating;
  • la regolamentazione dei movimenti di capitale;
  • il divieto per banche ed imprese di aprire attività e filiali nei paradisi fiscali e la lotta per la soppressione degli oltre 100 paradisi fiscali che sottraggono alla tassazione 32mila miliardi di dollari, pari alla somma del PIL di Stati Uniti e Unione Europea;
  • il rilancio degli investimenti pubblici visto che quelli privati, in fase recessiva, latitano;
  • la ristrutturazione del debito pubblico insostenibile ed il ripudio del debito illegittimo (es. assunzione dei debiti bancari da parte degli stati) e perciò inesigibile;
  • l’attuazione di una seria transizione ecologica e sostenibile ad ogni livello, con l’obiettivo di promuovere il pieno rispetto della dignità degli esseri umani e degli esseri viventi;
  • il coordinamento delle politiche economiche europee per la piena occupazione e la riduzione degli squilibri commerciali tra i paesi europei. Da che mondo è mondo i ricchi, che partono avvantaggiati, hanno il dovere di ridistribuire le risorse e questo vale anche per le nazioni;
  • la lotta alla militarizzazione della Sicilia ed alla sua progressiva sottrazione alla sfera di sovranità italiana;

Il fallimento degli indignati

Anche se molti continuano a credere che la via maestra per sfruttare la crisi allo scopo di realizzare una trasformazione positiva della civiltà che abbiamo permesso che andasse alla deriva sia quella dell’indignazione, i fatti dimostrano il contrario.

Gli indignati/occupanti sono stati scacciati da Madrid (giugno 2011), New York (novembre 2011), Parigi (dicembre 2011), Londra (febbraio 2012), Francoforte (agosto 2012). Ormai sono una presenza evanescente.

Il movimento della destra radicale “Tea Party” si è assicurato ingenti finanziamenti, ha selezionato dei rappresentanti, ha occupato il partito repubblicano ed ora si gode ben 63 congressisti e la possibilità di arrivare alla presidenza degli Stati Uniti con Paul Ryan come vicepresidente.

Gli indignati si sono ben guardati dal trasformare l’indignazione in una piattaforma politica. Negli Stati Uniti non hanno organizzato marce imponenti, non hanno nessun leader carismatico e direttivo che sappia prendere delle decisioni vincolanti, non si sono coordinati con le uniche forze organizzate in grado di mobilitare i lavoratori e i cittadini, ossia i sindacati, non hanno occupato il partito democratico, non hanno formulato un programma di governo, non hanno nessun candidato al Congresso, non hanno una singola legge o normativa al loro attivo. Non hanno combinato nulla, pur sostenendo di rappresentare il 99% della popolazione mondiale. Ma sono contenti di poter dire: “tutti sanno che siamo indignati!”.

In Europa, se possibile, le cose sono andate anche peggio e ormai l’immagine nell’opinione pubblica non si discosta troppo da quella di gruppetti di disoccupati che scimmiottano i figli dei fiori.

Il Partito Pirata in Germania, con la sua enfasi sulla trasparenza e partecipazione in democrazia e null’altro di rilevante da dire, è riuscito a conquistare quasi il 9% dei voti a Berlino. La sua inconsistenza e vacuità hanno causato la sua sconfitta in Olanda.

Se persino una proposta politica così impresentabile è riuscita a smuovere l’elettorato tedesco, cosa avrebbe potuto ottenere un fronte unito e pan-europeo contro l’austerità che avesse fatto suoi i punti sopra-elencati?

Nessun leader del movimento per i diritti civili e contro la guerra degli anni Sessanta ha mai pensato di poter realizzare i suoi obiettivi magicamente, senza “sporcarsi le mani” in politica. Nelle democrazie parlamentari le cose si cambiano nei parlamenti, cercando di prendere il potere, persuadendo l’elettorato, tutto l’elettorato, non auto-marginalizzandosi con narcisistico compiacimento e crogiolandosi nel vittimismo. La strategia anarchica per cui la natura umana dovrebbe miracolosamente ed istantaneamente trasformarsi per venire incontro alle esigente di pochi militanti di belle speranze è stata foriera di ogni genere di intralci ed autolesionismi (e lo dice uno che è convinto che l’anarchismo sia la dottrina politica potenzialmente migliore in assoluto). Il sistema si cambia dall’interno, cercando di controllarlo, non dall’esterno per non rischiare di inzaccherarsi la coscienza. Per farlo, occorre capire che le coscienze sporche sono quelle di chi non è abbastanza umile da porsi al servizio della collettività.

È questo l’insegnamento di Martin Luther King, Nelson Mandela, Thomas Sankara, Ahmad Shāh Massoūd (il leone del Panjshir),Ernesto Che Guevara, Sun Yat-sen, Robert F. Kennedy, Aung San Suu Kyi, ecc.: senza organizzazione, senza spirito di sacrificio, senza coraggio civile, senza l’umiltà di rivolgersi a tutti e non solo ad un’élite, non si cambiano le cose. Forse è vero che certe idee sono immortali, ma l’inettitudine, l’irresponsabilità ed il narcisismo le mandano in letargo per molte generazioni. E, in una fase storica in cui la gente è disperata, si suicida e, non solo in Grecia, sopravvive solo grazie alla carità delle agenzie umanitarie, questo è un crimine contro l’umanità.

Non serve far circolare altra informazione, servono concetti chiari, proposte precise, la volontà di costruire un fronte unito di varie organizzazioni. Alexis Tsipras ha unito 12 partiti frazionati in un’unica forza che va oltre pretese particolaristiche e protagonismi narcisistici.

Non è più tempo per le proteste, serve un movimento “rivoluzionario” che cerchi di prendere il potere in modo legittimo, democratico. Altrimenti arriverà davvero la Rivoluzione, quella che uccide, quella che non sai mai se alla fine ti ritroverai in una “dittatura per il bene comune” che sospende la costituzione appellandosi allo stato di eccezione ed alla situazione di emergenza.

Abbiamo il dovere di esercitare il nostro diritto alla nonviolenza.
La violenza dev’essere l’extrema ratio, come nella filosofia dell’aikido.

Come la destra ha spazzato via la sinistra nel giro di una generazione

Il magnifico capolavoro della destra è stato quello di far credere alla sinistra di essere ancora tale, pur avendo abbracciato una dottrina di destra (neoliberismo). Questo non sarebbe stato possibile senza il tradimento più o meno consapevole di vari “generali” della sinistra, come D’Alema, Veltroni, Enrico Letta, ecc..

Il trionfo è stato totale.

Oggi il maggior partito della sinistra è ormai perfettamente integrato nell’area moderata di centro-destra, con programmi di governo difficilmente distinguibili da quelli dei partiti di centro destra. Fino a qualche mese fa uno stupefacente 20% dei suoi potenziali elettori era convinto che Mario Monti fosse un uomo di sinistra.

Se Matteo Renzi vincesse le primarie ci sarebbe un leader di destra che guida un partito di sinistra (di nome, se non di fatto) al governo:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/17/sto-con-marchionne-si-al-nucleare-si-al-tav-io-i-referendum-per-lacqua-non-li-voto-matteo-renzi/

E’ già successo con Tony Blair, non è improbabile che succeda anche in Italia:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/15/matteo-renzi-giovane-rampante-plastico-pericoloso/

Onore al merito.

Ma com’è potuto accadere?

La destra ha applicato scrupolosamente le raccomandazioni di Sun Tze (Sun Tzu) contenute nel suo celebre “L’Arte della Guerra” e quella di Adolf Hitler contenute nel “Mein Kampf”.

Sun Tzu:

“Quando il nemico è unito, dividilo.

Il segreto per creare le divisioni interne sta nell’arte di suscitare i seguenti cinque contrasti: dissensi tra i cittadini nelle città e nei villaggi; dissensi con gli altri paesi; dissensi all’interno; dissensi che hanno per conseguenza la condanna a morte; e dissensi le cui conseguenze sono i premi e le ricompense. Queste cinque specie di dissensi non sono che rami di uno stesso tronco.

Crea discordanze nello Stato avversario, semina la discordia fra i capi eccitandone la gelosia e la diffidenza, provoca l’indisciplina, suscita motivi di scontento creando difficoltà all’arrivo dei viveri e delle provvigioni

Corrompi tutto quel che c’è di meglio nel nemico con offerte, con doni, con promesse. Distruggi la fiducia nei suoi ufficiali inducendo i migliori di essi ad azioni vergognose e vili, e non mancare di divulgarle.

In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore. Catturare intatto un esercito nemico è meglio che  sterminarlo. Meglio catturare una divisione intatta che distruggerla: meglio catturare un battaglione intatto che distruggerlo: meglio catturare una compagnia intatta che distruggerla. Questo è il principio fondamentale dell’Arte della Guerra.

Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle, e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate.

Soltanto un sovrano illuminato e un abile generale, capaci di utilizzare per le operazioni segrete gli uomini più intelligenti, possono essere certi del successo. In guerra le operazioni segrete sono essenziali: prima di fare qualsiasi mossa ci si deve basare su di esse”.

Adolf Hitler:


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/12/hitler-vi-spiego-io-perche-la-gente-continua-a-mettersi-reverentemente-a-90/

COMMENTO DI MAURO POGGI (che ringrazio molto!)
“Il problema da noi, ma forse anche altrove, è che si vive la politica secondo gli stessi schemi mentali con cui si segue il calcio: una volta identificati con la squadra (partito) i tifosi (elettori) ne saranno sostenitori a prescindere da ogni evidenza.
Che il PD in particolare (ma anche SEL) abbia tristemente concluso la lunga parabola verso la deriva neo-liberista, è fatto conclamato. Eppure tutte le volte che ne ho discusso con amici suoi elettori ho trovato resistenze invalicabili, blocchi emotivi che impediscono di fatto l’esercizio di una ragione critica tutto sommato nemmeno troppo raffinata, tanto è l’evidenza delle cose.
Eppure se Bersani – a proposito del governo prossimo venturo – a domanda risponde di non essere preoccupato dei mercati perché i mercati “hanno imparato a conoscerci”, qualche riflessione sarebbe d’obbligo…
Temo a questo punto che non sia nemmeno un problema di elaborazione del lutto, qui la maggior parte nemmeno si è resa conto che c’è stato un decesso e che la salma puzza. In queste condizioni è difficile pensare che ci sia una possibilità di inversione di tendenza, almeno nel breve termine”.

La guerra in corso tra Germania e USA – un’interpretazione della crisi (Gattei di UniBo)

Premetto il commento critico di un lettore
“Una buona sintesi del pensiero repubblichino, cioè una costruzione basata su articoli di Repubblica, che tende raggiungere gli obiettivi prefissati in partenza:
- la colpa è della Germania (da personalizzare come Merkel per avere un migliore effetto antropomorfo, il nemico deve essere un umano);
- non c’è alternativa a questo pensiero economico;
- la NATO non c’entra niente;
- Goldman Sachs poverina, cerca di aiutare questi europei disastrati;
- le agenzie di rating fanno del loro meglio per riportare onestamente il valore delle valute.
C’è una parte iniziale promettente sul partito della finanza (citazione inziale di Giannuli) ma serve solo per colpire l’attenzione, perchè poi si devono raggiungere le conclusioni prefissate.
In realtà siamo in un gioco dove tutti barano e la prima regola per ristabilire ordine al tavolo da gioco è cacciare i bari. Con le buone o con le cattive”.

Giudizio mio: Gattei aggira un po’ troppo facilonamente un paio di contraddizioni fondamentali nel suo ragionamento, attribuendo il comportamento dei politici tedeschi allo choc dell’iperinflazione di un secolo fa e ad un atteggiamento dottrinale in materia di politiche economiche. Mi pare francamente implausibile. C’è del buono in quest’analisi e c’è del meno buono, ossia buchi, segnalati dal lettore summenzionato che ha ragione da vendere nel sottolineare come lo studioso abbia preso per buona la lettura della crisi fatta dalla Repubblica, che non è certo imparziale. Tali buchi andrebbero riempiti con argomentazioni solide, che qui non ci sono. Non credo che Gattei sia in malafede. E’ che un economista tende a vedere solo alcuni aspetti di certe questioni e non altri, come tutti. Se, per di più, fa un eccessivo affidamento sul punto di vista di un quotidiano dell’establishment, difficilmente potrà procedere spediatamente sulla strada della ricerca della verità.
Comunque ecco l’analisi in questione.

“La Germania contro tutti”

di Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna.

1. Se la Grande Germania ritorna.

Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012).

E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.

Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43). È questo “partito della finanza” che agita i “mercati”, i quali però vanno declinati al plurale perché non hanno un comportamento univoco secondo a come si muovono nei confronti delle due valute monetarie che si contendono gli scambi internazionali: il dollaro e l’euro. Conseguentemente due sono i suoi poli geografici di riferimento: da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la Germania, che è la vera custode della solidità di quella moneta unica europea decisa a fare concorrenza al dollaro.

È questa una contrapposizione recente. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano consegnato agli Stati Uniti il monopolio della emissione della moneta mondiale e nemmeno la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 era riuscita a scalfirne la supremazia valutaria. È solo con la ricomposizione delle due Germanie nel 1990 che le cose sono cambiate. La divisione della Germania in due unità separate e contrapposte era stata la conseguenza/punizione per i due disastrosi “assalti al potere mondiale” che aveva tentato manu militari nel 1914-1918 e nel 1939-1945. Per evitarne un terzo gli alleati vincitori l’avevano smilitarizzata e tagliata in due come una sogliola. Ma con la riunificazione successiva alla implosione dell’URSS, il problema geopolitico si è ripresentato: quale collocazione internazionale, adeguata alla sua potenza non più militare bensì economica, dare alla rinata Grande Germania?

 

2. Due visioni geopolitiche.

Secondo la dottrina geopolitica anglosassone, come è stata elaborata da Halford Mackinder e Nicholas Spykman, ci sarebbe nel mondo un luogo privilegiato, detto il “Cuore della terra” (Heartland), il cui controllo politico assicurerebbe il governo del pianeta [NOTA MIA: il famigerato ed in fluentissimo Zbigniew Brzezinski sottoscrive questa visione geopolitica]. Questo centro strategico della storia è posizionato nelle grande steppe euroasiatiche, così che soltanto la Russia può impadronirsene. Con una limitazione, però: che per esercitare nei fatti la supremazia geopolitica, essa deve traboccare su qualcuna delle “Terre di contorno” (Rimlands) che la circondano e che si affacciano sui mari caldi degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Da qui l’obiettivo permanente della Russia (zarista, sovietica o quant’altro) di muoversi verso l’Europa, il Medio Oriente, l’Afghanistan o la Corea, ma con la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi a contrapporle una accorta ed efficace (finora) azione di “contenimento-respingimento”.
Però la Germania ha dato alla geopolitica un proprio ed originale contributo per opera di Karl Haushofer (1869-1946). Secondo questa diversa “visione” del mondo non è più questione di “Cuore della terra” e “Terre di contorno” ad esso concentriche, bensì di Pan-Regioni che si estendono nel senso dei meridiani, da polo a polo, avendo ciascuna uno stato-guida dominante [NOTA MIA: Carl Schmitt, l’eminente giurista filo-nazista che tanto influenzò Leo Strauss, il padre dei neocon americani, apparteneva a questa stessa scuola di pensiero].

Esse sono quattro, e quindi Pan-America con a capo gli Stati Uniti, Pan-Asia guidata dal Giappone (ma oggi si dovrebbe dire meglio la Cina), Pan-Eurasia dominata dalla Russia e Pan-Europa a direzione tedesca. E siccome ogni Pan-Regione dovrebbe godere del proprio “spazio vitale geopolitico” in reciproco rispetto con quello di ogni altra, alla Germania, in rapporti di buon vicinato con la Russia (il capolavoro di Haushofer è stato il patto Ribbentrop-Molotov del 1939), il Giappone e pure gli Stati Uniti, avrebbe dovuto spettare la guida delle penisole mediterranee che allora era facilitata dalla somiglianza di regime fascista presente in Portogallo (Salazar), Italia (Mussolini), Grecia (Metaxas) e Spagna (Franco): quattro paesi che nell’insieme già facevano in sigla PIGS = “maiali”.

Restavano estranee a questo Nuovo Ordine Europeo con mire espansionistiche sul Medio Oriente ed il continente africano soltanto le democrazie di Francia e Gran Bretagna, che comunque sarebbero state ridotte all’obbedienza con la forza. Si sa però che, se con la Francia la sottomissione riuscì, non altrettanto avvenne con la più ostica Gran Bretagna, nonostante il volo conciliatore tentato nel 1941 da Rudolph Hess (il vice di Hitler che era anche il migliore allievo di Haushofer) per trovare un accomodamento spartitorio col governo britannico. Ma proprio in quello stesso anno Hitler, smentendo le buone regole della geopolitica tedesca, dichiarava guerra all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti (fu solo allora che la guerra “europea” divenne “mondiale”), votandosi a quella clamorosa sconfitta da cui dovevano nascere le due Germanie separate da una “cortina di ferro”, poi materializzatasi fisicamente nel Muro di Berlino, che doveva sancire la fine di una Pan-Europa autonoma dalle altre Pan-Regioni.

 

3. “Framania” e i suoi “maiali”.

Con la riunificazione del 1990 il gioco geopolitico tedesco si è però riaperto e ha trovato una esplicita manifestazione di volontà nel documento elaborato nel 1994 per conto della CDU/CSU da Wolfgang Schäuble (cfr. Bonn va avanti con pochi sponsor, “Il Sole-24 Ore”, 12.9.1994 – artefice del progetto dell’Europa a due velocità:


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/14/che-fine-fara-litalia-dopo-leutanasia-dellunione-europea/


http://www.alternativaeuropea.org/documenti/aemag/Edit26.htm
).

Vi si teorizzava che senza un consolidamento interno l’Unione Europea avrebbe rischiato «di crollare per tornare ad essere un debole raggruppamento di Stati incapaci di soddisfare il bisogno di stabilità della Germania,… che è in linea di principio identico a quello dell’Europa considerata nel suo insieme,… in quanto gli USA non possono più svolgere il loro ruolo tradizionale ora che il conflitto Est-Ovest è un ricordo del passato». Però questa volta a «nocciolo duro» della rinascente Pan-Europa doveva essere posta una alleanza organica con la Francia, che da De Gaulle in poi si era mostrata insofferente della stretta tutela americana sulle cose europee. Attorno a questa Framania avrebbero ovviamente gravitato nazioni “satelliti” come l’Olanda, mentre i paesi “maiali” del Mediterraneo, ad esempio Spagna ed Italia, e perfino la Gran Bretagna avrebbero dovuto essere «convinti» ad aderire al Nuovo-Nuovo Ordine Europeo non appena avessero «risolto alcuni dei loro attuali problemi». Ma quali?

Se nella sua nuova offensiva geopolitica la Grande Germania non avrebbe fatto questione di supremazia militare (lasciando alla Francia il compito di assicurare all’Europa unita la deterrenza nucleare) bensì soltanto di egemonia finanziaria, ad essa i paesi mediterranei e la Gran Bretagna si sottraevano, come doveva vedersi negli anni successivi, per ragioni differenti. Intanto la Gran Bretagna, che batteva una moneta propria come la sterlina, ad essa non avrebbe rinunciato quando è nato l’euro, la moneta unica europea esemplata sul marco tedesco. A loro volta i paesi “maiali” vi hanno aderito gravati da debiti sovrani esagerati che i c.d. “parametri di Maastricht” non sono arrivati nel tempo a ridimensionare.

C’è però da dire che questo indebitamento sovrano non è tanto l’effetto di governi eccessivamente spendaccioni (come di solito si giudica), bensì del mal riuscito amalgama, all’interno dell’Unione Monetaria Europea, di economie nazionali organicamente difformi per capacità di produzione e, soprattutto, di esportazione – e questo proprio quando la moneta unica toglieva ai paesi in deficit commerciale la possibilità di adottare “svalutazioni competitive” della propria moneta per pareggiare i conti con l’estero, come era stato il caso della svalutazione della lira nel 1992. All’ombra dell’euro si è così “cronicizzato” lo squilibrio tra i paesi esportatori netti di merci (il “nocciolo duro” con esportazioni maggiori delle importazioni) e quelli che invece importano più di quanto esportano (che è la vera causa del loro essere “maiali”). Ma ciò nemmeno basta perché, se lo scompenso della bilancia commerciale è stato pagato dai “maiali” in moneta comune, essi se la sono vista restituire dal “nocciolo duro” in cambio di titoli dei loro debiti sovrani così da lucrare interessi fino al loro rimborso. Se quindi il “nocciolo duro” ha finito per risultare esportatore netto di merci e creditore di capitali ed i paesi “maiali” importatori netti e debitori, tuttavia si riteneva che l’asimmetria si sarebbe sanata quando quei capitali ricevuti in prestito si fossero indirizzati alla produzione di merci per l’estero, riportando progressivamente la bilancia commerciale in pareggio. Nell’attesa di tanto risultato in Europa si pazientava, finché a mezzo 2011 non è successo qualcosa che ha fatto precipitare la situazione.

 

4. I “mercati” tra dollaro ed euro.

Nel pieno dell’estate del 2011, quale conseguenza del duro braccio di ferro dei “mercati” contro il governo di Washington che era necessitato a violare il limite di legge posto all’indebitamento pubblico, quel limite è stato sforato ma le agenzie di rating (longa manus dei “mercati”) hanno punito il debito sovrano americano togliendogli la valutazione massima di tripla A (cfr. G. Gattei, La grande guerra dei rating (2011-2011), Bologna, 2012). Siccome però il debito sovrano tedesco manteneva la valutazione AAA, si è creata una fastidiosa disparità di rating che avrebbe potuto portare i risparmiatori internazionali, nelle proprie scelte d’investimento, a preferire i Bund di Berlino ai Bond di Washington. Che i “mercati” avessero finito per fare gli interessi della Germania? A ciò bisognava porre urgentemente rimedio, ma senza rinnegare la punizione inflitta al governo di Obama.

I titoli pubblici tedeschi a tripla A sono espressi in euro. Ed è un paradosso che in euro siano espressi anche i debiti sovrani dei paesi “maiali” che costituiscono l’anello debole della Unione Monetaria Europea e che godono (si fa per dire…) di rating di bassa, se non di pessima qualità. Perché allora non approfittare del difficile momento congiunturale per deprezzare ulteriormente i loro rating, così da allontanare i risparmiatori dall’acquisto di titoli sempre più “maiali” ma più di tutto svalutando il portafoglio di quanti (siano Stati, banche o imprese) li detengono? È stata così innescata l’arma micidiale dello spread che paragona il prezzo d’acquisto dei titoli in euro dei paesi “maiali” con i migliori sul mercato quali sono, per l’appunto, i Bund tedeschi. Se i risparmiatori, a fronte di rating peggiorati, si fanno riluttanti ad acquistarli, per indurli a sottoscrivere bisognerà offrire loro migliori condizioni di rendimento, da cui consegue l’aumento dello spread. Ma a tassi d’interesse più alti peggiorano i bilanci pubblici dei paesi “maiali” che potrebbero finire per trovarsi addirittura costretti a ripudiare quei debiti diventati troppo onerosi per le loro finanze (qualcosa di simile non è forse successo in Argentina qualche tempo fa e non si è ripetuto in Islanda nel 2010?). In caso di default di Grecia, Portogallo, Spagna o Italia i possessori dei loro titoli si troverebbero con quella loro parte di portafoglio inesigibile e le agenzie di rating avrebbero tutte le buone ragioni per abbassare i rating delle imprese private e degli Stati “incagliati” in quei crediti a rischio. Sia uno di questi Stati la Germania: non si meriterebbe allora di perdere la tripla A equiparandosi al rating americano?

 

5. “Fiscal compact”.

Di fonte alla minaccia la Germania è corsa subito ai ripari. Ma come difendere la massima valutazione del proprio debito sovrano? Imponendo ai paesi “maiali” di non far scherzi e di obbligarsi a ripagare i loro creditori “senza se e senza ma”. Lo strumento è stato l’accordo di fiscal compact sottoscritto dai governi europei nel marzo 2012 (solo Gran Bretagna e Repubblica Ceca non hanno firmato) poi passato alla ratifica dei parlamenti nazionali. La “filosofia” del fiscal compact è presto detta: se lo spread peggiora la situazione finanziaria dei bilanci pubblici dei paesi “maiali” minacciandone il default, il rimedio sta nel rimborsare la più parte del debito sovrano esistente vincolandosi contemporaneamente a non accenderne più altro. È per questo che due sono i termini del patto a cui i governi si sono impegnati a dare esecuzione a partire dal 2013.

Il primo vincolo è l’obbligo del bilancio statale in pareggio, così che le spese pubbliche vengano interamente coperte dal gettito fiscale. Ma siccome tra le spese sono compresi pure gli interessi da pagare sul debito esistente, i governi firmatari si obbligano in verità a realizzare un avanzo di bilancio primario, che è il saldo positivo d’imposte e tasse sulle spese statali. Se così non verrebbero più contratti nuovi debiti, per quelli vecchi che fare? Qui interviene il secondo vincolo che prevede il rientro in vent’anni della parte di debito eccedente il 60% del PIL, che è la percentuale originariamente prevista dagli accordi di Maastricht. Allo scopo di capire l’entità dello sforzo finanziario richiesto ai paesi “maiali”, si consideri il caso dell’Italia: a fronte di un debito pubblico che sfiora i 2000 miliardi di euro (120% del PIL), in vent’anni lo si dovrebbe ridurre della metà a colpi di 50 miliardi all’anno (50×20 = 1000). Ma considerando che ci sono anche gli interessi dai pagare sul debito esistente (sebbene in diminuzione per la riduzione progressiva del suo ammontare), si stima la necessità di un avanzo primario di 65 miliardi di euro all’anno da coprirsi con l’imposizione fiscale anche in assenza di qualsiasi spesa pubblica!

Comunque tanta severità di manovra era giustificata dall’idea della c.d. austerità espansionistica: se gli investimenti privati oggi difettano perché il risparmio viene “spiazzato” dallo Stato che lo sequestra per i propri fini improduttivi, con il bilancio in pareggio ed il rientro (almeno parziale) del debito sovrano si rimetterebbero in circolo capitali che affluirebbero spontaneamente verso i migliori impieghi occupazionali. Per questo (come spiegato da Wolfgang Schäuble, l’autore del programma geopolitico del 1994 che adesso è ministro delle finanze) «i piani di austerità non creano recessione» (“La Repubblica”, 1.3.2012), bensì sviluppo. Ma chi garantisce che, restituito dallo Stato ai creditori il “maltolto”, essi lo rivolgano ad investimenti produttivi e non invece a speculazioni finanziarie senza ricaduta in termini di produzione e occupazione? E poi nello specifico dei paesi “maiali”, essendo buona parte dei creditori straniera (quasi il 50% per l’Italia), a rimborsarla il risparmio nazionale non andrebbe a finire all’estero rilanciando altrove, ad esempio in Germania, la produzione per l’esportazione? Ma per esportare dove (si replica) se non proprio verso quei paesi “maiali” penalizzati dalla fuoriuscita dei propri capitali? Non ci sarebbe quindi convenienza per la Germania ad un programma di austerità, a meno che non si trovassero altri mercati di sbocco al posto di quelli, ormai avviati ad estinzione, dell’Europa mediterranea. È giusto, ma non è un caso che la Cancelliera Merkel sia corsa più volte a Pechino per concordare contratti d’esportazione con la Cina, ferrovia transiberiana coadiuvando.

 

6. I “mercati” contro la Germania.

La prospettiva di un’alleanza, anche solo logistica, della Germania con la Russia (che nella geopolitica anglosassone resta pur sempre il “Cuore della Terra”) preoccupa il governo di Washington, educato alla visione di Spykman-Mackinder. Per questo oltre Atlantico si giudica pericolosa una repressione finanziaria che finisca per marginalizzare il Mediterraneo spostando gli interessi commerciali della Germania verso l’Eurasia. Da qui nasce il sostegno ad un diverso trattamento dei debiti sovrani “maiali” che non passi attraverso quel loro rimborso coatto imposto dalle regole del fiscal compact.
Il soggetto dell’alternativa dovrebbe essere la Banca Centrale Europea che, rinunciando al proprio “principio di nascita” di sola difesa della stabilità dei prezzi, dovrebbe stabilire un livello tollerabile dello spread e, qualora i “mercati” lo superassero, intervenire acquistando i titoli sovrani dei paesi in sofferenza, così da riportarlo a quel giusto livello. Con peso finanziario ridotto i paesi “maiali” non dovrebbero più ricercare avanzi primari di bilancio esagerati e potrebbero dedicare le maggiori risorse a disposizione se non proprio ad aumenti della spesa pubblica (sempre malvista di questi tempi), almeno a riduzioni della pressione fiscale ormai a livelli insopportabili. Con più denaro in tasca, i cittadini potrebbero aumentare la domanda trascinando nella sua scia la produzione e l’occupazione. E quindi sarebbe crescita invece di austerità.

Ma come dovrebbe finanziarsi la BCE? Anche con la stampa di più moneta, così che i prezzi interni della zona-euro in aumento incentivassero le imprese alla produzione. Ma su quali sbocchi piazzare le maggiori merci prodotte? Intanto sul mercato europeo dove la domanda sarebbe in aumento anche per la sola crescita dell’occupazione; ma poi sui mercati esteri perché la maggior moneta circolante porterebbe ad una svalutazione dell’euro sul mercato dei cambi favorendo le esportazioni, anche dei paesi “maiali”, fuori dalla zona-euro. E qualcuno ha provato a quantificare la svalutazione che sarebbe necessaria per far riprendere a correre l’Europa: secondo Nouriel Roubini la BCE dovrebbe «mettere in circolazione più moneta e abbassare ancora i tassi, se non altro per far svalutare l’euro fino alla parità col dollaro» (“La Repubblica”, 2.4.2012).

Ma accetterebbe mai spontaneamente la Germania che la BCE si facesse artefice di una inflazione che nell’immaginario tedesco è parola (e cosa) tabù? La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!). Ma tant’è. E allora, per superare la resistenza tedesca non resta che far agire i “mercati” che dovrebbero porre l’aut-aut a Berlino: o impegnare la BCE al salvataggio dei paesi “maiali” caricandosi in parte di quei debiti sovrani anche al prezzo d’indebolire l’euro, oppure spingere i “maiali” verso il default, così che le agenzie di rating siano giustificate ad abbassare le valutazioni di tutte le istituzioni (statali e non) che ne posseggono i titoli. Insomma, delle due l’una: o l’euro si svaluta rispetto al dollaro oppure la Germania perderà la tripla A.

7. “La finanza è un’arma e la politica è sapere quando tirare il grilletto” (F. F. Coppola, Il padrino, parte III).

A mezzo del 2011 l’asse “framanico” tra Angela Merkel e Nicholas Sarkozy sembra veramente inossidabile. Ne fa le spese Silvio Berlusconi, vaso di coccio tra due vasi di ferro, che quando si vede intimare ai primi di agosto dalla BCE di Jean Claude Trichet e del suo successore subentrante Mario Draghi di «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» adottando misure d’austerità estrema (leggere per credere!) da prendersi «il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011» (cfr. “Corriere della Sera”, 29.9.2011), tergiversa e lascia passare la scadenza di settembre. Ma ci si può fidare di un governo così “maiale”? Secondo i retroscena giornalistici è stata la Cancelliera tedesca, il 20 ottobre, a chiedere la testa di Berlusconi (cfr. “La Repubblica, 31.12.2011), eppure occorrono ancora tre settimane di pressioni concentriche perché quelle «dimissioni volontarie» giungano finalmente il 12 novembre, lasciando il posto ad un più malleabile (così si spera) Mario Monti, appena nominato senatore a vita perché la sostituzione non sembri extra-parlamentare.

E Monti, sebbene in precedenza “uomo Goldman Sachs”, sul momento viene incontro ai suoi sponsor europei facendo approvare da una alleanza parlamentare tripartisan (PD-UDC-PdL) l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 e quindi una manovra Salva-Italia d’inusitata durezza: i partiti, commenta, «non avrebbero potuto permettersi di correre il rischio di diventare così impopolari. Noi non abbiamo questo problema, non dobbiamo presentarci alle prossime elezioni» (cit. in C. Bastasin, Tra Atene e Berlino, Milano, 2012, p. 45). Però Monti è come Badoglio: proclama che la guerra continua, mentre già tratta l’armistizio con gli alleati. Infatti gli basta appena un viaggio a Washington nel febbraio 2012 per rivelarsi il migliore “amico americano”, come dimostra il 20 febbraio firmando, insieme ad altri 11 capi di governo europei (quello inglese in testa), una lettera di «misure coraggiose» per ripensare alla «crescita oltre l’austerità». Ma è fatica sprecata perché Merkel e Sarkozy non recepiscono. Comunque ad aprile lui ci riprova, in compagnia del presidente della Commissione Europea, per chiedere almeno un ripensamento delle regole del fiscal compact, ma la Merkel gli risponde che «il fiscal compact non si tocca» (“La Repubblica”, 28.4.2012).

Siamo quindi allo stallo e solo le elezioni francesi, che sostituiscono Sarkozy con il “socialista” Hollande, possono venire a fare la differenza. Lo si capisce il 30 maggio quando, in una teleconferenza, Obama e Monti ed Hollande vanno per tre volte alla carica del rigore di Berlino e «per tre volte Angela Merkel dice di no. In inglese e, per non sbagliare, anche in tedesco» (“La Repubblica”, 1.6.2012). Ma la resa dei conti non può tardare perché, come Obama ha suggerito a Monti, «se la Merkel non cede va messa spalle al muro» (“La Repubblica”, 7.6.2012). E’ il 28 giugno, al summit europeo di Bruxelles, quando va in scena lo psico-dramma: alle 19,30, in coincidenza con la partita di calcio Italia-Germania, Monti pone il veto dell’Italia su qualsiasi decisione comunitaria se prima non si costituisce un Fondo salva-Stati “maiali”. Lo spalleggia subito il presidente spagnolo Rajoy e «nella sala scende il gelo». Per il momento si sospende la seduta e si va a cena, così da vedersi anche la partita che finisce con l’Italia che batte la Germania e passa alla finale… con la Spagna! «Congratulations, Italy played very well», ammette alle 22,30 Angela Merkel, ma ben più esplicito è il commento del premier irlandese Enda Kenny perché (dice) adesso il veto di Italia e Spagna è diventato «di tutto rispetto perché è stato posto dalle due finaliste». Eppure esso potrebbe ancora non bastare se non vi si aggiungesse a sorpresa quello ben più pesante della Francia. La Germania è isolata e «alle 4,20 del mattino, dopo 15 ore di negoziati, la Merkel capitola» (“La Repubblica”, 30.6.2012). Lo scudo anti-spread si farà e «Vaffanmerkel» è il titolo liberatorio, ma poco elegante, di un giornale italiano di quel dì (però l’Italia dovrà pagare lo scotto di perdere la finale di calcio a ringraziamento di quell’aiuto spagnolo ricevuto a Bruxelles…).

 

8. Tempi supplementari.

Alla sconfitta la risposta di Berlino è rabbiosa. Il giorno dopo parte un ricorso alla Corte Costituzionale per verificare se possa la Germania firmare una partecipazione al Fondo salva-Stati senza preventiva autorizzazione del Parlamento nazionale. Contemporaneamente un altro ricorso arriva sul tavolo della Corte. In simultanea con il summit di Bruxelles è stato approvato dal Parlamento tedesco, con voto bipartisan CDU/CSU e SPD, l’accordo di fiscal compact. Questa volta è die Linke a non starci, promuovendo il giudizio di costituzionalità su di una misura che dall’estero condizionerebbe la libertà di decidere la politica di bilancio nazionale. Però la Corte prende tempo, annunciando il 17 luglio che darà il proprio parere solo il 12 settembre e che nel frattempo ci si affidi alla buona sorte. Subito, il 24 luglio, l’agenzia Moody’s ammonisce che la Germania mantiene ancora la tripla A, ma che il suo outlook (la previsione) da positivo passa a negativo dipendendo dall’esito della sentenza che sarà emessa su fiscal compact e scudo anti-spread.

Per più di un mese Borsa e spread vanno sulle montagne russe e solo il 6 settembre il presidente della BCE Mario Draghi riesce a mettere le mani avanti strappando al suo Consiglio Direttivo, col solo voto contrario della Bundesbank, l’autorizzazione di principio ad acquistare quantità «illimitate» di titoli dei paesi aggrediti dalla speculazione, qualora questi ne facciano esplicita richiesta. Ma c’è un codicillo. L’intervento della BCE non dovrà essere inflazionistico perché per l’ammontare del suo intervento dovranno essere ritirati altrettanti titoli dal mercato. Tecnicamente funzionerebbe così: la BCE immette moneta per acquistare i titoli “maiali” con vita residua da 1 a 3 anni (l’autorizzazione concessa consente solo questo), ma in contropartita venderà titoli che già possiede, non necessariamente “maiali” ed anche con scadenze superiori, per recuperare la maggior liquidità che ha messo in circolazione. Insomma, non ci sarà nessun aumento dei prezzi, men che meno svalutazione dell’euro e solo la BCE pagherebbe il proprio intervento peggiorando la qualità e la scadenza del proprio portafoglio titoli.

Poi finalmente arriva, il 12 settembre, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Il Fondo salva-Stati è dichiarato legittimo (e quindi il presidente della BCE potrà dare esecuzione effettiva alla decisione di principio del 6 settembre), ma la Germania vi parteciperà solo fino al massimo di 190 miliardi di euro, così che quell’intervento “illimitato” diventa, almeno per i tedeschi, limitato. Ma pure il fiscal compact è dichiarato costituzionale, così che la sua approvazione da parte di Berlino può far legge per tutti i Parlamenti degli altri governi firmatari (in Italia si è già provveduto approvandolo ai primi di luglio). Come già spiegato, gli Stati aderenti si impegnano a rientrare del proprio debito sovrano fino al limite del 60% del PIL. Ma naturalmente non saranno i governi a rimborsarne i creditori, bensì i cittadini tutti a colpi di avanzi primari di bilancio che siano l’effetto di meno spese pubbliche e più tasse.
Così per il prossimo ventennio, che è il tempo stabilito per il rientro dell’eccedenza di debito sovrano, non ci potrà essere denaro per la crescita in Europa. E’ come nel Nuovo Ordine Europeo di nazista memoria: allora il Terzo Reich aveva risucchiato, come una enorme idrovora, nelle proprie fabbriche (anche di morte) la manodopera dei paesi vicini, alleati o sottomessi; adesso, nel Nuovo-Nuovo Ordine Europeo la Grande Germania ci riprova, ma questa volta più pacificamente risucchiando il denaro degli altri.

Giorgio Gattei, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia di Bologna


http://www.carmillaonline.com/archives/2012/09/004458.html

20.09.2012

Parliamo un po’ di droghe, legalizzazione e psichedelia (ma sì, dai!)

 

In un certo senso, siamo nello stesso dilemma etico e morale in cui si trovarono i fisici nei giorni precedenti al Progetto Manhattan. Quelli di noi che lavorano in questo campo vedono il potenziale di sviluppo per un controllo quasi totale delle emozioni umane.

Dr. Wayne Evans, U.S. Army Institute of Environmental Medicine, 1978

Il senno è in svendita per eccesso di offerta e nessuno lo compra. Tutti lo danno via convinti che non abbia valore o sia addirittura un disvalore.

Viviamo in un mondo in cui il termine “classe” è diventato sinonimo di “casta”, chi chiede giustizia sociale è “anti-europeista”, chi chiede pace è “antisemita” e chi chiede il rispetto dei diritti umani è “anti-americano”.

È ovvio che se una persona è appena appena in grado di intendere e volere la dissonanza cognitiva lo costringe a svendere il senno, o rifugiarsi nella droga,  oppure rassegnarsi a vivere come un paria.

Parliamo allora di chi trova conforto nella droga.

“La foglia di marijuana è il nuovo simbolo della pace”. Lady Gaga lancia così l’ultima provocazione durante il suo concerto ad Amsterdam. I suoi fan le lanciano sul palco uno spinello e la cantante lo accende, lo fuma e poi lo rilancia al pubblico. Non soddisfatta, la popstar ha dichiarato che la marijuana ha cambiato la sua vita facendole ridurre l’assunzione di alcol e che, combintata alla sua musica, è stata un’esperienza assolutamente spirituale. Scherzando, Lady Germanotta ha dichiarato che tenterà di parlare con il presidente Barack Obama per convincerlo a far diventare la cannabis legale in tutto il mondo”.


http://tv.liberoquotidiano.it/video/108028/Lady_Gaga_fuma_uno_spinello_sul_palco.html#.UFrbXK5vHGg

 

L’ultimo trend è chiedere la legalizzazione delle droghe leggere. Lo fanno un  po’ tutti: Saviano (personaggio di fama e stima immeritatissima), Veronesi (non particolarmente stimato dai suoi colleghi oncologi ed una ragione ci sarà), Lady Gaga, Vasco Rossi, Beppe Grillo, i quotidiani simbolo della crema dell’establishment: Economist e Washington Post, nonché Gianfranco Micciché (!!!) e Milton Friedman, il guru dei neoliberisti (degli interessi forti)


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/25/il-criptofascismo-dei-liberalizzatori-e-dei-privatizzatori/

e teorico del capitalismo del disastro


http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/shock-economy-il-capitalismo-del.html

Il che mi dà da pensare e dovrebbe far pensare un po’ tutti.

 

Mi dà da pensare anche l’opinione del professore di Economia della Sorbona Pierre Kopp: “Lo Stato deve supervisionare produzione e distribuzione”. Per il docente, il guadagno è assicurato: un miliardo di euro di tasse e 300 milioni ora spesi per le incriminazioni per chi si trova in possesso di cannabis


http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/francia-la-legalizzazione-delle-drogheleggere-farebbe-bene-alleconomia/150030/

Penso infatti alla visione distopica di uno che era un insider in certi ambienti britannici, Aldous Huxley (Il Mondo Nuovo – Brave New World):

“Al tradizionale processo di educazione viene sostituito uno di condizionamento psico-fisico, che inizia sin dal concepimento…Il condizionamento viene considerato una pratica normale in questa società, tanto che gli individui usano il termine “condizionato” al posto di “educato”. Ognuno viene indottrinato ad amare la propria collocazione sociale, il colore della propria uniforme, la vita cui sarà destinato per la casta cui appartiene. Come “rimedio” per ogni eventuale infelicità, agli individui viene fornito un medicinale chiamato soma, in realtà una droga euforizzante e antidepressiva[2], garantendo così un ulteriore controllo della popolazione”.


http://it.wikipedia.org/wiki/Il_mondo_nuovo

“La rivoluzione definitiva, l’ultima rivoluzione, quella in cui l’uomo può agire in modo diretto sulla mente e sul corpo dei suoi simili”


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/11/la-rivoluzione-finale-di-aldous-huxley-ovvero-rivoluzione-non-e-sinonimo-di-emancipazione/

 

Paolo Borsellino [“Droga libera o uomini liberi?, in Idem, Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile, Rcs, Milano 2011, p. 96] smentiva la tesi di Saviano che la liberalizzazione delle droghe leggere avrebbe inferto un duro colpo alla mafia. La considerava «semplicistica e peregrina», figlia di «fantasie sprovvedute».

La CIA ha, come sempre, le mani in pasta:


http://it.wikipedia.org/wiki/CIA_e_traffico_di_droga

“Alfred McCoy, The Politics of Heroin (pubblicato originariamente nel 1972 come The Politics of Heroin in Souiheast Asia, e ripubblicato in un formato grandemente rivisto ed ampliato nel 1991); The Great Heroin Coup: Drugs, lntelligence & International Fascism, del giornalista danese Henrik Kruger (1980); The Big While Lie: The CIA and The Cocaine/Crack Epidemic, dell’ex agente di vertice alla DEA Michael Levine (1993); Cocaine Politics: Drugs, Armies and the CIA in Central America, di Peter Dale Scott e Jonathan Marshall (1991); The Crimes of Patriots: A True Tale of Dope, Dirty Money and the CIA dell’ex reporter del Wall Street Journal Jonathan Kwitny (l987); In Banks We Trust, dell’ultimo Penny Lernoux (1984); Storming Heaven: LSD and the American Dream, di Jay Stevens (1987; il capitolo intitolato “Noises Offstage” riguardante gli esperimenti MK-ULTRA della CIA, che utilizzava LSD su cittadini americani inconsapevoli negli anni ’50 e ’60); e Acid Dreams: The CIA, LSD and the Sixties Rebellion, di Martin Lee e Bruce Shlain (1985). Malgrado le evidenze schiaccianti del coinvolgimento diretto di agenti dello Stato nello spaccio di eroina e cocaina, la posizione ufficiale dell’apparato è che sta diligentemente perseguendo una strategia di “tolleranza zero”, volta ad eliminare il “flagello delle droghe illegali” dalla nostra società. Come recita il cliché, la prima vittima in questa guerra è stata la verità”.


http://www.gotanotherway.com/IANNC/109/Controllare_sballati,_spacciatori_e_una_Nazione_di_eroinomani

Nota Bene: “Storming Heaven: LSD and the American Dream” di Jay Stevens è un capolavoro assoluto. Una di quelle inchieste metodiche, dettagliate ed argomentate che si fanno sempre più raramente


http://books.google.ca/books?id=WWmAE3kiNzsC&printsec=frontcover&source=gbs_book_other_versions_r&cad=5#v=onepage&q&f=false

L’Olanda, pioniera nel campo, sta facendo marcia indietro:


http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/413254/


http://www.ilgiornale.it/news/l-olanda-pensiona-mito-canna-marijuana-droghe-pesanti.html


http://www.ilpost.it/2012/04/28/i-coffee-shop-saranno-vietati-agli-stranieri/

Le argomentazioni conservatrici contrarie alla legalizzazione:


http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/laici/11409-droghe-leggere-o-dignita-umana-la-droga-di-stato-e-una-forma-di-resa-e-promuove-la-schiavitu-del-tossicodipendente

Io non propongo un argomento pro o contro la legalizzazione delle droghe leggere, ma un argomento antropologico contro l’uso delle droghe per spalancare le porte della coscienza e della percezione: un motivo che incontriamo su un settimanale ultra-establishment come Time:


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=3382

Lo sciamanesimo è diventato il cavallo di battaglia di molti militanti New Age ma la sua venerazione acritica è altamente discutibile. Ad ogni buon conto, stando a quanto mi consta, la stragrande maggioranza di società “indigene” non fa uso di psichedelici ed anche quelle con una tradizione sciamanica di norma non vi fa ricorso, preferendo sollecitazioni visive ed acustiche per indurre una trance.

Le due tradizioni spiritualmente più avanzate – se ci si attiene ai parametri New Age –, ossia quella aborigena australiana e quella tibetana, non hanno sentito il bisogno di usare allucinogeni.

Ne facevano invece abbondantissimo uso gli Aztechi, con la loro industria del sacrificio umano, l’imperialismo e la loro assoluta devozione a dèi spietati, schiavisti e mortiferi che avrebbero fatto la felicità dei superuomini ariani che popolavano i sogni e le visioni di Hitler.


http://fanuessays.blogspot.it/2012/01/la-sindrome-del-feto-egoista-come.html

Il noto(rio) Carlos Castaneda, oltre ad essere un falsificatore professionista, si era anche costruito un culto personale ed un harem in cui proibiva l’uso di certe parole e di certi gesti legati alla sfera affettiva, il che non è propriamente in linea con il comportamento di una persona spiritualmente avanzata, che dovrebbe amare la verità, non la mistificazione, e l’emancipazione consapevole del prossimo, non il suo asservimento:


http://www.salon.com/2007/04/12/castaneda/

Se proprio uno volesse procedere lungo questa strada, alla ricerca di un’interconnessione con l’universo che non sa trovare in altro modo, ed a suo rischio e pericolo (si veda com’è finito David Icke), sarebbe auspicabile che abbandonasse fin dal principio l’approccio amatoriale e seguisse invece le istruzioni di Aldous Huxley, Alan Watts, Stanislav Grof e di tutti quegli studiosi autodisciplinati, non dediti all’eccesso (avrete forse incontrato persone che hanno abusato di sostanze psichedeliche ed è uno spettacolo miserevole – conoscevo una coppia che faceva la stagione in riviera e poi coi soldi guadagnati passava il resto dell’anno a fare il giro del mondo per provare ogni possibile sostanza psicotropa), che non hanno ripudiato l’uso dell’intelletto per obbedire alle intimazione della voce del sangue e di quella del “dio del peyote”.

Grinspoon e Bakalar, “Psychedelic Drugs Reconsidered”

Brian Wells, “Psychedelic Drugs”

Stafford e Golightly, “LSD The Problem-Solving Psychedelic”

Aaronson e Osmond, “Psychedelics: The Uses and Implications of Hallucinogenic Drugs”

David Solomon (a cura di), “LSD The Consciousness-Expanding Drug”

Pahnke, W., 1971. Psychedelic Mystical Experience in the Human Encounter with Death

www.maps.org/psychedelicreview/n11/n11004pah.pdf

Pahnke e Richards, 1966. Implications of LSD and experimental mysticism

www.psychedelic-library.org/pahnke4.htm

Griffiths, R. et al. 2006. Psilocybin can occasion mystical-type experiences having substantial, sustained personal meaning and spiritual significance


http://csp.org/psilocybin/Hopkins-CSP-Psilocybin2006.pdf

Griffiths, R., et al. 2008. Mystical-type experiences occasioned by psilocybin mediate the attribution of personal meaning and spiritual significance 14 months later

www.steffenlepa.de/oyster/psilostudie.pdf

Un cattivo esempio è invece quello di un Castaneda o di un Terence McKenna, che non sono migliori di un volgare Pifferaio di Hamelin e che hanno fatto dell’attacco alla ragione ed al metodo scientifico la loro ragione di vita e di un ritorno ad una fantomatica Età dell’Oro (quella di Oetzi?) l’utopia da ammannire ai propri seguaci per blandirli meglio ed aiutarli a fuggire dalla realtà, depotenziando così drammaticamente il potenziale di cambiamento e riformismo che c’è nei giovani. A quel punto, mille volte meglio William Blake, che almeno teneva un piede ben saldo nella realtà quotidiana e denunciava le iniquità del suo tempo. Chi fugge dalla realtà non è particolarmente incentivato ad aiutare a cambiarla in modo intelligente e ragionevole. È, di conseguenza, un perfetto conservatore.

Gli sciamani migliori, quelli più savi, erano sempre al servizio della comunità, per rendere felici, sane, integrate e prospere le altre persone. Non erano mai convinti di aver raggiunto una comprensione definitiva della realtà, anzi, e sapevano che, durante i viaggi, nell’altra dimensione, si fanno incontri anche pessimi, perché c’è un po’ di tutto, come in questa dimensione. Non erano materialisti “spirituali” e narcisisti in cerca di piacere, autostima e status. Non erano spietati e sprezzanti con chi non condivide il culto ed il gergo. Soprattutto, non cercavano potere sugli altri, ma sapienza (ossia conoscenza introspettiva e potere su di sé).

Blonde Redhead – 23

Frances Stonor Saunders, “La Guerra Fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti”, Fazi, Roma, 2004

“In nome di che? Non delle virtù civili, ma dell’Impero”

di Guido Barbarigo

Recensione di Frances Stonor Saunders, La Guerra Fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi, Roma, 2004 (ed. originale Londra, 1999)

“Bel libro, questo dell’inglese Saunders. L’autrice racconta, con ricca documentazione (da cui abbiamo tratto anche il titolo) e stile gradevole, la storia di una parte delle operazioni culturali della CIA dal 1946 al 1970 circa: la parte relativa all’utilizzo in funzione anticomunista e antirussa di varii intellettuali progressisti, della sinistra non comunista o ex-comunista, a livello mondiale e nelle varie sezioni nazionali del cosiddetto Congresso per la libertà della cultura.
Non è possibile nemmeno tentare di riassumere la vasta messe di episodi relativi alle attività del Congresso, e nemmeno fare l’elenco completo dei nomi di coloro che in USA e in Europa vi furono più o meno pesantemente coinvolti. Fra i principali (alcuni fra l’altro sono già noti): Arthur Koestler, James Burnham, Isaiah Berlin, Raymond Aron, Denis de Rougemont, André Malraux, Jean Cocteau, Mircea Eliade, Salvador de Madariaga, Hannah Arendt, Bertrand Russell, Michael Polanyi, George Orwell, Czeslaw Milosz, Jason Pollock. E in Italia, sotto l’egida della rivista Tempo Presente (e non solo): Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Benedetto Croce, Altiero Spinelli, Enzo Forcella, Adriano Olivetti, Mario Pannunzio, Ferruccio Parri, Primo Levi, Italo Calvino, Eugenio Montale, Vasco Pratolini, Libero del Libero, Ugo La Malfa, Nicolò Carandini, Francesco Compagna, Giuseppe Romita, Gaetano Martino, Tristano Codignola, eccetera eccetera.

Più interessanti sono gli aspetti per così dire strutturali della vicenda, intesa come modello operativo. In primo luogo, si deve dare atto a Bill Donovan, l’indimenticato capo dell’OSS, di autentiche virtù di reclutatore. Praticamente, la squadra CIA che segue l’operazione è prevalentemente composta di uomini da lui selezionati e provati durante la guerra mondiale: i due Dulles, Arthur Schlesinger, John McCloy, James Jesus Angleton, George Kennan, Irving Kristol, Melvin Lasky, Michael Josselson (che del Congresso per la libertà della cultura fu l’anima), Tom Braden, il cui scanzonato cinismo alla fine si attira le simpatie del lettore. Tutti professionisti del miglior livello, dotati di notevole sensibilità intellettuale e di una capacità organizzativa a tutta prova – tale da permettere alla CIA di intervenire in ogni campo della cultura.

Qualche esempio. 1984 di Orwell, Buio a mezzogiorno di Koestler, I machiavellici di Burnham non avrebbero avuto la risonanza che ebbero senza le cure assidue del Congresso. Forse non ci sarebbe stata Radio Free Europe. L’Europa non sarebbe stata invasa dall’astrattismo pittorico di Pollock e sodali, la Boston Symphony Orchestra non avrebbe conosciuto i fasti del successo internazionale, non avremmo avuto un così spiccato interesse per la musica contemporanea (Luigi Nono compreso), e la storia del cinema sarebbe stata alquanto diversa.

In secondo luogo, è interessante notare come su quel tavolo le posizioni eccessivamente di destra o ferocemente anticomuniste (alla Koestler e alla Burnham, per intendersi), non fossero assolutamente gradite. L’operazione, nella sua durata più che ventennale, era diretta a sedurre gli opinion leaders e le “masse” in modo da creare un progressismo non comunista, anche a livello politico e sindacale – non un anticomunismo forcaiolo. Non a caso Burnham fu da noi girato alle Edizioni del Borghese, assieme al più mite de Madariaga, e in bella compagnia col vice di Johnson, Spyro Agnew, ed altri personaggi del genere (il catalogo di qualche decennio fa delle predette edizioni è un vero florilegio di certo anticomunismo para-neofascista nostrano e delle sue liason dangereuses). Non a caso il maccartismo creò alla CIA e al Congresso sempre e soltanto problemi.

In terzo luogo, la struttura organizzativa, il sistema di reclutamento e quello di finanziamento (benissimo descritte dall’autrice) sono un vero classico, soprattutto per l’utilizzo fatto delle fondazioni (Ford, Rockefeller, eccetera eccetera), in modo che la CIA non comparisse mai direttamente, e al tempo stesso avesse sempre un suo uomo nei punti di controllo critici. Ah, va precisato che quando si dice CIA si arriva direttamente alla Presidenza USA: quindi Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson erano al corrente per quanto di loro competenza (cioè molto), insieme al Dipartimento di Stato, peraltro presidiato da personaggi del calibro di John Foster Dulles, il fratello del più celebre Allen, direttore della CIA: ambedue ex-OSS, ovviamente.
In ultimo è di grande interesse la fine del Congresso e delle multiformi attività culturali ad esso collegate. Tutto comincia, anzi finisce, con un’inchiesta della rivista radicale americana Ramparts. Inchiesta talmente dettagliata da far pensare, a livello di quasi certezza, che le informazioni siano state rese accessibili dalla stessa CIA, o meglio da quel gruppo di suoi strateghi che non ritenevano più interessante una sinistra non comunista. La Saunders non inquadra bene il momento (è il 1966): ma se pensiamo ad alcuni eventi successivi (golpe dei colonnelli in Grecia, 1967; avvio della strategia della tensione in Italia, 1969; golpe in Cile, 1971; terrorismo e caso Moro, 1974 e anni successivi), nonché alla situazione in Vietnam e a quella in Medio Oriente, ci sono pochi dubbi che il Congresso fu liquidato perché non serviva più ad una linea di condotta orientata, almeno nei teatri citati, a forme di gestione più – come dire? – incisive.

Va anche detto che i protagonisti della vicenda furono riassorbiti o riciclati in posizioni di tutto comodo, salvo quelli ormai troppo noti, o incapaci di riallinearsi nel quadro di una diversa strategia. Resta anche il fatto che alcuni di essi ebbero singolari, penose vicende cliniche, turbe psichiche assortite e tendenze suicide (realizzate) – vai a capire se logorati dai conflitti di coscienza, dai troppi alcolici e da un tenore di vita pingue ma frenetico, dagli psicofarmaci o da altro.

Imbecilli o ipocriti? – si chiede reiteratamente la Saunders, quando commenta le dichiarazioni di stupore sulla circostanza di essere pagati dalla CIA da parte dei varii collaboratori del Congresso, allorché il giocattolo si ruppe. L’autrice propende – prove alla mano – per l’ipocrisia. Oddìo, c’è anche una certa dose di imbecillità, abbastanza tipica degli intellettuali, nel senso che se è vera la scultorea massima di sir Stuart Graham Menzies, capo dell’Intelligence britannica nell’ultima guerra mondiale – “Intelligence is the business of gentlemen” – è vero che pur sempre di business si tratta, e che quindi è bene sapere che, quando non si serve più, si è, per così dire, serviti. E questo è il caso migliore, perché poi c’è sempre Musil a ricordarci che il funzionario che non funziona più è, logicamente, de-funto.

Vogliamo sottolineare che la Saunders si richiama esplicitamente ad un metodo prosopografico e di ricostruzione delle reti di amicizie: il che le consente di delineare piuttosto bene la sostanziale compattezza e durata della dirigenza USA, la sua consapevolezza, la natura e la qualità del dibattito interno, le modalità di selezione e di cooptazione del personale – insomma, un bello spaccato di una élite molto organica e programmaticamente convinta di dover interpretare, letteralmente, il ruolo dei guardiani platonici al vertice del nuovo impero romano.

Per finire, qualche parola sulla prefazione, molto interessante per alcuni fatti citati, di Giovanni Fasanella. Abbiamo qualche difficoltà a condividere il suo atteggiamento mentale, quando dice che gli obiettivi (la sconfitta del comunismo) erano giusti, e i metodi invece no. Intanto, va messo in chiaro che la classe dirigente americana era pienamente consapevole, fin dal 1949, che non esisteva nessun piano comunista di dominio del mondo e che, anche se fosse esistito, la Russia non aveva i mezzi per attuarlo (si veda al riguardo la nota 39 al cap.6, sugli esiti del progetto Jigsaw). E poi, se gli obiettivi erano giusti, a che discutere di mezzi? Vogliamo perpetuare l’eterna discussione sulla democrazia protetta, ovvero sul fatto che alla democrazia, per difendersi, non sarebbe lecito impiegare gli stessi mezzi usati dalle dittature?

Francamente, sembra un problema di lana caprina, a parte il caso di crimini che sono tali comunque, democrazia o non democrazia. Ma – ci chiediamo – che doveva, anzi, che deve, meglio ancora: che cosa ci si aspetta che faccia un paese consapevole (nel 1946 come adesso) di essere l’unica vera superpotenza, e per di più convinto di avere raggiunto tale status per la propria intrinseca superiorità in quanto civiltà umana? Ovviamente, che faccia di tutto per rimanere tale il più a lungo possibile. La guerra culturale è un mezzo eccellente per un simile fine. E i problemi di accesso a certe fonti che la Saunders denuncia (a cominciare dalle registrazioni di Radio Free Europe prima e durante l’insurrezione ungherese del 1956), nonostante il Freedom of Information Act, sono del pari mezzi adeguati.

Il vero problema non è la contraddizione interna fra democrazia e mezzi per difenderla, fatti salvi gli eccessi sanguinosi e sanguinari. Fin quando la sinistra europea continuerà su questa strada, non riuscirà mai ad elaborare una seria diagnosi della situazione e quindi nemmeno una seria alternativa.
Il vero problema è, molto semplicemente, che quella angloamericana (nelle sue due versioni) non è più da molto tempo una democrazia, ma una sorta di repubblica aristocratica, con buoni meccanismi di rinnovamento per cooptazione della classe dirigente. Una repubblica aristocratica ben decisa a prolungare il proprio dominio, che ha origini ideologiche assai precise, di cui la teoria del destino manifesto è solo una delle più risalenti ed esplicite espressioni – ma non certo la sola.

Insomma, fin quando si rimane nell’equivoco di riconoscere al mondo angloamericano il titolo di democrazia per eccellenza, non si verrà mai a capo di nulla. Si potrà pensare qualcosa di nuovo solo quando si capirà che la democrazia angloamericana è da un bel pezzo solo un mezzo, in sé stesso quasi formale ma alquanto efficiente, per tutt’altri scopi: in modo assolutamente coerente, e in genere anche con linee strategiche definite ed attuate in maniera piuttosto professionale.

Tra l’altro, rimanere in questo equivoco nell’anno del Signore 2004 dimostra che fra le vittime della guerra culturale della CIA possiamo includere, fra i tanti, anche Fasanella. In tal senso, mai fu scritta presentazione più pertinente e significativa del cronico e persistente fallimento della sinistra europea nel pensare una nuova democrazia, e della solida vittoria statunitense in quella guerra culturale che si depreca.

Un libro proprio da leggere, insomma, adatto anche a non specialisti perché adeguatamente annotato. Un libro in cui non si fa troppa fatica a vedere un modello d’azione tuttora in essere, anche se sono cambiati l’avversario, i nomi dei protagonisti, alcuni dei mezzi impiegati, certe tecniche operative, con buona pace di quei commentatori della grande stampa che (imbecilli o ipocriti? – per dirla con la Saunders) qualche tempo fa cadevano dalle nuvole quando gli USA hanno ripreso espressioni tipo “la battaglia delle idee”.

Riguardo a questi sviluppi più recenti, naturalmente, aspettiamo fiduciosi la puntata successiva”.

APPROFONDIMENTI SUL VERSANTE ITALIANO:

http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkppVVlEpFJBzpSaEW.shtml

La Cia finanziò abbondantemente l’Espressionismo astratto. Obiettivo dell’intelligence Usa, sedurre le menti delle classi lontane dalla borghesia negli anni della Guerra Fredda. Fu proprio la Cia a organizzare le prime grandi mostre del “new american painting”, che rivelò le opere dell’Espressionismo astratto in tutte le principali città europee: “Modern art in the United States” (1955) e “Masterpieces of the Twentieth Century” (1952).


http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/11/11/news/cia_mecenate_dell_espressionismo_astratto-8997066/

L’Islanda si è salvata dai banchieri, non si salverà dalla glaciazione (povere pecore!)


Mi rendo conto che se i media vi bombardano con lo scioglimento record dei ghiacci artici il fatto che dobbiate mettere la trapuntina in estate per poter dormire perché al mattino fa un freddo cane non vi scomoda i neuroni, ma la questione, lo ripeto è semplice:
riscaldamento = evaporazione = maggiori precipitazioni nevose = albedo = glaciazione.
E’ quel che sta accadendo nell’Antartide, che si sta espandendo ad una velocità impressionante ed è una massa di ghiaccio infinitamente maggiore di quella artica (oltre il 90% dei ghiacci mondiali). E’ quel che è successo in Scandinavia ed Alaska quest’ultimo inverno e primavera. Chiedete alle pecore cosa sta succedendo in Islanda.
Lo scioglimento dei ghiacci artici servirà a bloccare la Corrente del Golfo con conseguenze catastrofiche per il Nord Europa, che deve solo pregare che non ci si aggiunga pure un’altra eruzione islandese.
Mi rendo anche conto che sia difficile abbandonare le proprie convinzioni dopo aver predicato il verbo dei tropicalisti per tanti anni, magari ai propri studenti. Ma se l’ho fatto io, che ero uno dei difensori del dogma e sono riuscito a liberarmi dalla sicumera per mettermi umilmente a studiare le ragioni degli scettici e dei critici, dovrebbero poterlo fare tutti. C’è voluto un amico ingegnere ad aprirmi la mente. C’è speranza per tutti.

Vi conviene schierarvi con i glacialisti finché siete ancora in tempo. Se lo farete tra un paio di mesi non guadagnerete nessun credito di carisma, seduzione, credibilità, autorevolezza ;opppppppp

Meteo Islanda,
bufere di neve con accumuli fino a 3 metri! 13 mila pecore rimaste sepolte.

È arrivata la neve in Islanda, con intense bufere che hanno imperversato in particolare sui settori più settentrionali. L’evento in questo periodo non è affatto raro, ma lo è probabilmente l’accumulo che al suolo localmente ha raggiunto i 3 metri. Le conseguenze sono state devastanti, soprattutto per gli allevamenti; circa 13 mila pecore sono rimaste prese alla sprovvista dalle bufere di neve, rimanendo sepolte dal manto nevoso. Gli allevatori, aiutati da centinaia di volontari, sono riusciti a salvare centinaia di pecore, mentre molte sono quelle che non hanno resistito al gelo o attaccate dalle volpi. Nei centri abitati oltre al problema della viabilità c’è anche quello elettrico, con centinaia di persone rimaste senza elettricità; fonti locali parlano del peggior black-out degli ultimi 17 anni, per un danno complessivo che ammonta a circa 2 milioni di euro.


http://www.centrometeoitaliano.it/islanda-pecore-sepolte-neve-video/

La neve in questa regione ad inizio settembre non è così inusuale ma una nevicata di due-tre metri mentre le pecore sono ancora nei pascoli, al contrario è un evento straordinario. Gli allevatori sono stremati delle continue ricerche negli sterminati pascoli innevati, nella speranza di trovare gli animali intrappolati.

[…]

Il danno subito dalle linee elettriche è il peggiore in 17 anni afferma il gestore nazionale del servizio. I soccorritori sono stati impegnati anche nel soccorrere dei turisti nel ghiacciaio di Langjökull, che dopo aver ignorato i segnali di chiusura della strada sono rimasti bloccati, e questo è il quinto caso in quattro giorni di viaggiatori sprovveduti.


http://www.diariometeo.com/news-mondo/europa/item/156-migliaia-di-pecore-sepolte-dalla-neve-in-islanda

I due fuochi, l’uovo di serpente, la lotta per un Mondo Nuovo

Le autonomie europee alla sfida dell’immigrazione. Quali diritti-doveri per i nuovi cittadini glocali?

21 settembre 2012, 18.00

Incontro pubblico

La crisi europea offre una grande opportunità per le autonomie locali come Trentino e Alto Adige, ma anche Catalogna, Baviera, Scozia, Paesi Baschi, Corsica. Queste regioni sono protagoniste di un processo di costruzione di una identità propria sempre più fortemente proiettata sullo scenario internazionale. Tale processo crea tuttavia una fortissima tensione attorno al concetto di cittadinanza: aperta all’inclusione degli immigrati come nuovi cittadini delle autonomie europee, o chiusa su una concezione attenta alla difesa della propria identità storica e delle radici etniche e territoriali?
Ne parliamo con Lorenzo Piccoli, Stefano Fait e Piergiorgio Cattani. Introduce Michele Nardelli.

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Luogo: Sala Aurora, c/o Sede Consiglio Provinciale – Trento


http://www.tcic.eu/web/guest/eventi/-/asset_publisher/8ZdO/content/storie-di-immigrazione-appunti-di-cittadinanza?redirect=%2Fweb%2Fguest%2Feventi

LINEE GUIDA DEL MIO INTERVENTO

La crisi dell’eurozona e la crisi globale aprono scenari nuovi per il futuro.

Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori).

Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa.

Al momento attuale il Trentino-Alto Adige, come il resto del mondo, si trova preso tra due fuochi: quello della destra neoliberista, esportato dal mondo anglo-americano (Wall Street e la City di Londra) – il suo verbo è incapsulato in quel “a me non interessano i poveri” di Mitt Romney – , e quello della destra etnopopulista/etnofederalista, particolarmente forte nell’area che si estende tra i confini settentrionali della Baviera ed il Po e che, localmente, preme per la soppressione della regione Trentino-Alto Adige e vuole che il Trentino sia escluso dalla candidatura alle Olimpiadi Invernali del 2022.

Il rischio che corriamo è quello di un ritorno al passato, addirittura ad un sistema neo-feudale su base etnica-sciovinista che si proponga come rimedio (falso) alle catastrofi prodotte dal neoliberismo (vere); cioè a dire, ad una ridotta alpina (Alpenfestung) in un’Europa unita di stampo “imperiale” (“Fortezza Europa” la chiamano i critici), tenuta insieme solo dalla bramosia di potere e risorse e dalla paura di ciò che sta fuori e di ciò che è sgusciato dentro (milioni di immigrati, molti di loro musulmani).  

Alcune citazioni aiuteranno a delineare meglio i contorni e la natura del problema.

Vergérus, “L’uovo del serpente”, di Ingmar Bergman:

Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come l’interno dell’uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato.

Lucio Caracciolo (prefazione a “I confini dell’odio”, 1999):

In discussione non è la dimensione geopolitica, economica o demografica della mia, della vostra, o forse della nostra patria di domani. In gioco è il carattere delle sue istituzioni e della sua società civile. Prima di decidere pro o contro l’Europa – l’Europa delle nazioni, l’Europa delle Regioni, lo Stato europeo o l’Europa ineffabile ed esoterica degli europeisti – dobbiamo decidere per o contro la democrazia liberale. Il resto viene dopo.

La decisione, come abbiamo oramai capito, non è purtroppo così scontata.

Ho parlato di due fuochi.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) descrive il primo fuoco:

Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile, del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista.

Bruno Luverà (“Il razzismo del rispetto”, Una Città, 1999) descrive il secondo fuoco:

Nel nuovo regionalismo europeo ci sono due correnti: il regionalismo autonomista della Svp in Alto Adige o di Pujol in Catalogna, che hanno come idea-guida quella dell’autonomia dinamica, con l’acquisizione di sempre maggiori competenze per arrivare a forme forti di autogoverno, senza però che si arrivi a mettere in discussione la lealtà rispetto allo Stato nazionale, se non in una prospettiva lontana (per esempio, il diritto di autodeterminazione viene posto come valore, ma non se ne chiede l’esercizio immediato). L’altra corrente è quella, invece, micronazionalista, secondo la quale la regione diventa sinonimo di nazione, di piccola nazione, di piccola patria, e il richiamo alla regione serve per creare dei meccanismi di esclusione, serve per innalzare dei muri attorno a un luogo molto facile da controllare, potenzialmente più sicuro, in cui il criterio fondante la cittadinanza è quello dell’omogeneità etnica… La Baviera ha giocato fino in fondo la carta dell’Europa a due velocità perché questa poteva aprire scenari geopolitici interessanti. I quali, guarda caso, sarebbero andati nella direzione dell’Europa delle Regioni; l’Europa delle due velocità era uno scenario che poteva rimettere in discussione i confini.

Lucio Caracciolo, in un dibattito con Enrico Letta (Caracciolo/Letta, 2010, p. 22), illustra il punto di contatto tra i due fuochi: la distruzione del progetto europeo pluralista, democratico e liberal-socialista e degli stessi stati-nazione che lo compongono, attraverso la creazione di un’Europa a due velocità:

L’attuale crisi economica, che è sempre più una crisi sociale, rischia poi di mettere in questione il senso concreto degli Stati nazionali, a cominciare dal nostro. Quando i tedeschi riscoprono l’Euronucleo come insieme riservato ai Paesi connessi all’economia e alla cultura monetaria germanica, constatiamo che ne risulta rafforzata la tesi «padana» per cui il Nord Italia pertiene a questo spazio, il Sud niente affatto. […]. Se davvero si costituisse un Euronucleo paracarolingio, forse ne saremmo esclusi. In tal caso metteremmo a rischio l’unità nazionale. Perché se il criterio di quel nucleo è l’appartenenza alla sfera economica tedesca, fino a Verona ci siamo, più a sud molto meno. Bossi avrebbe buon gioco a rispolverare i suoi argomenti secessionisti. Per la Lega l’Euronucleo tornerebbe a rivelarsi la leva per dividere l’Italia, non per unire l’Europa.

Zbigniew Brzezinski, architetto della politica estera statunitense in Eurasia dagli anni Settanta, mentore del giovane Obama e co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale, ha espresso la sua approvazione per questo genere di sviluppo, che si integra perfettamente nelle strategie della NATO (Christian Science Monitor, 24 gennaio 2012):

Io credo che, alla fine, la risoluzione della crisi odierna in Europa non funzionerà poi tanto male…Inevitabilmente, una vera unione politica prenderà gradualmente forma, all’inizio probabilmente attraverso un trattato di fatto, che sarà raggiunto con un accordo intergovernativo nel prossimo futuro. Sarà un’Europa a due velocità. Non c’è niente di male in un’Europa che è in parte e contemporaneamente un’unione politica e monetaria nel suo nucleo centrale e che accetta di essere diretta da Bruxelles, circondata da un’Europa più ampia che non fa parte dell’eurozona ma condivide tutti gli altri vantaggi dell’Unione, per esempio la libera circolazione delle persone e delle merci. È un progetto in linea con la visione post-Guerra Fredda di un’Europa in espansione, unita e libera.

Questo è un progetto che piace molto alle fondazioni e think tank neoliberisti e che potenzierebbe a dismisura le spinte secessioniste nei paesi relegati in “serie B”. Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Alto Adige e “Padania” difficilmente tollererebbero l’esclusione.

In un’intervista per il Corriere della Sera (“Ispiratevi alle città del Rinascimento”, 14 luglio 2012), Marcia Christoff Kurapovna, sfegatata paladina del neoliberismo residente a Vienna, ha perciò esortato la Grecia e l’Italia a seguire l’esempio jugoslavo, smembrandosi in piccoli staterelli sul modello dell’Alto Adige/Sudtirolo. Ha sorvolato però sul dettaglio che tali micro-entità sarebbero istantaneamente e completamente alla mercé dei mercati, delle oligarchie finanziarie, delle multinazionali.

Esaminiamo dunque questo progetto di uno Stato Libero del Sudtirolo.

Il politologo Günther Pallaver, intervistato nel febbraio del 2009 da Gabriele Di Luca, in vista di un dibattito pubblico sul tema “Stato libero: una visione” ha dichiarato, in modo piuttosto perentorio:

Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta con i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri. Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente.

I Freiheitlichen hanno commissionato la stesura della bozza di una possibile costituzione per lo Stato Libero del Sudtirolo. Tale bozza corrobora i timori di Pallaver, stabilendo che lo strumento referendario consentirebbe di emendare la costituzione: il che introduce la prospettiva di una tirannia della maggioranza che stravolga quegli articoli che tutelano i diritti civili di chiunque risieda in Alto Adige – in primis gli immigrati, che non sono particolarmente ben visti –, lasciando intatti quelli più problematici, come quello che consente ai ladini veneti di chiedere l’annessione al nuovo stato, generando ulteriori tensioni con l’Italia e quello che sancisce il diritto per ogni gruppo etnolinguistico di difendere la propria identità, aprendo la strada ad ogni possibile interpretazione. Infatti, molti si ricorderanno della famosa vicenda della rana verde che stringe un boccale di birra ed un uovo tra le zampe, autoritratto dell’artista Martin Kippenberger, torturato dall’alcolismo, la sua croce. Fu esposta al Museion di Bolzano e scatenò la furia di una parte della popolazione locale. Il presidente del Consiglio Regionale, Franz Pahl, arrivò a dire che “la Rana è un oltraggio alla nostra cultura. Se continueremo di questo passo arriveremo alla totale anarchia”. Ora, al di là del fatto che la stessa destra che mandava gli Schützen a presidiare l’accesso al Museion ora bolla come primitivi i musulmani che si sentono ingiuriati da una pellicola trash che ritrae Maometto come un pedofilo-stupratore-pappone-sterminatore, questa è una dichiarazione che esplicita la bizzarra credenza che non insegnare ai bambini la (presunta) verità di una particolare religione equivalga ad educarli al nichilismo. Bizzarra perché c’è da augurarsi che molti concordino nel dire che la fonte più affidabile per una condotta autenticamente morale è imparare a metterci nei panni degli altri – pur tenendo conto dei loro gusti. Chiunque dovrebbe essere in grado di farlo, ma sono proprio le militanze ed identificazioni forti (incluso l’ateismo) ad essere di grave ostacolo. Pichler-Rolle, il presidente del partito di governo in Alto Adige, l’SVP, chiese la rimozione dell’opera perché “troppi sudtirolesi si sono sentiti feriti nei loro sentimenti religiosi”.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012,  p. 45) ci ragguaglia rispetto al potere dei simboli ed alla necessità di democratizzarli:

“Il simbolo che non è di tutti, ma è solo di qualcuno, cessa di essere simbolo e diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti d’unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Se qualcuno se ne impadronisce, governandone i contenuti, inculcandoli come propaganda o come pubblicità nella testa degli altri, facendone così strumento di governo e di dominio delle coscienze, il simbolo cambia natura…Il simbolo-diabolo può diventare il diapason del potere totalitario.

Chi controlla certi simboli controlla le coscienze attratte da tali simboli; può così dominare intere nazioni (pensiamo ad Hitler, alla swastika, all’Ariano) e magari perfino interi pianeti.

Quel che vogliono i Freiheitlichen è, molto semplicemente, una piccola fortezza, una ridotta alpina, all’interno della Fortezza Europa.

Proprio sul tema delle fortezze in Alto Adige e della loro vacuità, la celebre scrittrice indiana Arundhati Roy ha qualcosa da dire (da “The Briefing”, Manifesta 7, 2008):

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.

Per concludere, un intervento (Alto Adige, 25 luglio 2012) di Luigi Gallo, assessore alla Partecipazione, al Personale e ai Lavori Pubblici del comune di Bolzano, che va dritto al cuore del problema. Rispondendo a due lettori impregnati di luoghi comuni xenofobici, mostra il nesso tra i due fuochi, l’immigrazione e l’unica, concreta, attuabile soluzione ai nostri problemi, un autentico viatico verso un Mondo Nuovo:

I due lettori hanno sacrosanta ragione a lamentare una drammatica crisi economica che colpisce giovani, pensionati, lavoratori; ma dovrebbero rivolgere i propri strali verso altri bersagli; mentre loro guardano male il carrello della spesa del vicino immigrato o notano con invidia la marca della sua auto di “seconda mano”, qualche decina di speculatori a livello mondiale – con un clic sulla tastiera di un computer – guadagna miliardi di euro con operazioni di Borsa che mandano sul lastrico interi paesi, Italia compresa; le conseguenze sono poi che i governi di quei paesi devono tagliare gli ospedali, le scuole e le pensioni per risparmiare e pagare interessi astronomici sui titoli di stato. Forse i due lettori potrebbero prendersela con queste politiche economiche che tagliano pensioni e diritti del lavoro mentre gli evasori fiscali rimangono salvi. Certo, è più facile guardare il vicino di casa che viene dal Marocco o dal Pakistan e pensare che sia colpa sua, ma non è così. Piaccia o meno, semplicemente non è così. Avete tante ragioni cari signori ma la guerra fra poveri serve solo a distruggere la solidarietà fra le persone e a far ridere “quelli in alto, ma molto in alto” che decidono la nostra vita. Sta a voi decidere da che parte stare

Possiamo e vogliamo smentire Jack London?

 

Il romanzo fu scritto nel 1907, in un periodo in cui Jack London si professava ancora apertamente socialista: del resto questa ideologia politica, che vedeva nel merito e nel lavoro le molle che dovevano portare ad un avanzamento sociale, ben si accordava con quanto lo scrittore aveva realizzato nella propria vita, arrivando al successo dal basso.

I primi anni del ’900 furono dominati dalla sensazione che grandi cambiamenti fossero in arrivo: il partito socialista, che riceveva molti voti dagli operai, stava guadagnando consensi nel nuovo come nel vecchio mondo. In Europa la Germania stava diventando una potenza economica e militare a cui occorrevano nuovi sbocchi commerciali: una guerra era nell’aria. Il capitalismo stava cominciando a mostrare il suo volto organizzato e disciplinato, in grado di cambiare l’assetto della società su scala mondiale: iniziava l’erosione della classe media, che continua ancora oggi, per portare ad un nuovo assetto fatto di  grandi potenze economiche da una parte, ed una massa sterminata di poveri dall’altra.

Nel suo “Il tallone di ferro“, il tallone dei grandi poteri che schiaccia il popolo, Jack London tenta di interpretare questi cambiamenti, di analizzare la natura vera del capitalismo e del socialismo e dell’inevitabile scontro che questi due sistemi sembrano destinati ad affrontare. Il risultato è un libro che è solo parzialmente quello che sembra, perché in realtà è più una vera e propria denuncia politica, che non un semplice romanzo. In questo libro vi è forse la più profonda, dettagliata e sconcertante descrizione di cosa sia veramente il capitalismo e di quali siano i suoi obiettivi sul lungo termine.  Multinazionali che schiacciano uomini indipendenti, agricoltori che finiscono per essere  “impiegati” dell’industria, organi d’informazione completamente sotto il controllo dell’oligarchia: questo il volto marcio del capitalismo e Jack London lo aveva già visto più di un secolo fa. Questo libro fu letto da generazioni di socialisti, ma anche, e molto bene, da chi militava nella fazione opposta: Mussolini, ad esempio, ne proibì la stampa durante il fascismo e seguì molte delle tecniche di intimidazione che i plutocrati applicano ne “Il tallone di ferro”.

Ernest Everhard, il protagonista, viene descritto come un uomo carismatico, capace di calamitare facilmente l’attenzione del pubblico e di suscitare immancabilmente le più vive reazioni fra chi gli sia d’opinione avversa. Everhard è più di un rivoluzionario, è quasi un profeta del socialismo, tanto da generare quasi “una conversione” fra coloro che, vivendo nel privilegio, hanno chiuso gli occhi di fronte allo sfruttamento dei poveri e del popolo. Fra costoro vi è anche Avis, una giovane donna di una classe sociale agiata che finisce per aderire completamente al progetto rivoluzionario di Ernest. Non tutti saranno però ugualmente fortunati: la plutocrazia è spietata con chi manifesti la propria avversione ai suoi progetti, e persino un vescovo, che dopo aver ascoltato Ernest vuole vivere solo in mezzo ai poveri e ai diseredati,  e il padre di Avis verranno privati di tutti i loro beni e accusati di essere pazzi.
In un crescendo di persecuzioni, azioni repressive e violenza, il libro termina in modo brusco, dopo che a Chicago le masse sono insorte, in una specie di rivoluzione che sembra anticipare quanto accadrà di lì a breve in Russia.

Forse come “puro romanzo”, “Il tallone di ferro” ha più di un difetto, eccedendo talora nella santificazione del personaggio principale, e prediligendo le spiegazioni politiche e tecniche allo sviluppo della  trama. Tuttavia, come ho scritto sopra, questo non è davvero  solo un romanzo. È forse quanto di più onesto, e attuale, si possa trovare scritto sul capitalismo. In questo senso fa quasi paura, perché ci dice che è in atto un processo: l’eliminazione degli uomini indipendenti e liberi e della libera informazione. Jack London non poteva sapere che ci sarebbe stato internet, che l’istruzione avrebbe raggiunto così tante persone, che sarebbe esisto qualcosa come l’”Open Source” in grado di far collaborare la gente, che insomma al capitalismo e al socialismo, sarebbe succeduta questa epoca, quella dell’informazione. Non è più solo il denaro a muovere le acque. Siamo ancora tutti in gioco in questa partita.


http://ilpesodellafarfalla.org/post/29959145941/il-tallone-di-ferro

Jack London – La peste scarlatta - Adelphi, Milano 2000

Anno 2013. Un vecchio cencioso e un giovane cacciatore armato di arco e frecce si aggirano in un paesaggio selvaggio ed abbandonato, dove il muschio ricopre prepotentemente il ferro delle rotaie arrugginite e gli aeroplani non solcano il cielo ormai da quasi settant’anni. La Natura ha ripreso il sopravvento sulla Civiltà e l’umanità è ripiombata nell’età della pietra. I pochi sopravvissuti si coprono con rudimentali pelli di orso o di capra e si nutrono dei proventi della caccia. È così che Jack London immagina l’apocalisse ne La Peste Scarlatta, un racconto visionario in cui ripercorre gli eventi che hanno trascinato l’umanità verso il baratro, dalla comparsa del morbo rosso che colpì il genere umano tanto inavvertitamente, quanto velocemente lo decimò, fino alla lenta e disperata ricerca, per i pochi sopravvissuti, di altre comunità umane. La storia della peste scarlatta è un lungo racconto che “il Nonno”, ultimo superstite di un mondo morto e di una lingua, l’inglese, ormai inutilizzata, narra ai suoi nipoti attorno al fuoco: un tempo insegnate a Berkeley, il professor Smith parla commosso ai nipotini dell’inaspettato e terribile arrivo dell’epidemia che, in meno di dieci giorni, ha flagellato il genere umano, e di come i pochi supersiti siano fuggiti nelle campagne, cercando poi di ricostruire una vita sociale che non sarebbe mai stata più la stessa di prima; il vecchio racconta il lungo vagabondaggio in solitudine, durato quasi tre anni, dominati dall’angoscia, e dalla rassegnazione, di essere ormai rimasto l’ultimo uomo vivente, prima di poter finalmente riascoltare voce umana. Ma La Peste Scarlatta non è solo un racconto fantastico, descrizione di un mondo post-apocalittico, a cui la letteratura, anche precedente (L’ultimo uomo di Mary Shelley è del 1826), già ci aveva abituati, né Jack London appartiene alla schiera dei molti autori del dopoguerra che cercheranno di trasporre in racconti fantascientifici le tragedie belliche, e  La terra sull’abisso di George R.Stewart o Io sono leggenda di Richard Matheson, scritti non a caso negli anni ’50, ne sono un classico esempio. La Peste Scarlatta insegna di più. Memore delle atrocità commesse durante la guerra russo-giapponese, a cui aveva assistito come cronista, Jack London dà vita a un libro visionario e profetico in un mondo (il libro venne scritto nel 1912) non ancora abbrutito da Guerre Mondiali, totalitarismi, genocidi, disastri nucleari e ambientali.

Eppure, l’autore preannuncia con sconcertante lucidità gli incubi e i pericoli che affliggeranno l’uomo moderno, dipingendo un’umanità vendicativa e prepotente che, proprio nell’epoca più “civilizzata” della storia, è però oltremodo facile a dar sfogo agli istinti umani più brutali e animaleschi. All’alba dell’epidemia infatti, il mondo è dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria (preveggenza di quello che sarebbe poi diventato l’odierno capitalismo industriale?) che hanno ridotto gli uomini in docili servi e automi silenziosi ma che, con lo scoppio e il pretesto della peste, si trasformeranno in bestie feroci che rubano e uccidono, incendiano e saccheggiano; bruti e rancorosi, approfitteranno del caos provocato dall’epidemia per liberare le frustrazioni più represse e gli istinti di vendetta da sempre nutriti nei confronti della classe dirigente, ma a lungo tacitamente soffocati, come farà l’Autista che, nel “nuovo mondo”, soggiogherà crudelmente la bella e ricca Vesta, in un gioco dei ruoli invertiti (non è un caso che l’autore, di simpatie socialiste, conoscesse direttamente e approfonditamente il movimento operaio e certe sue derive). L’intera storia si  presenta quindi come un malinconico necrologio della civiltà e del tempo andato, ma la vena nostalgica si accompagna alla disincantata rassegnazione del vecchio circa l’ineluttabilità di quel destino, come se il germe che la Civiltà porta già in sé fosse l’autodistruzione, l’inevitabile abisso in cui essa sprofonderà, poiché “La polvere da sparo tornerà, niente potrà impedirlo, e la stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. La polvere da sparo permetterà agli uomini di uccidere milioni di uomini, e solo a questo prezzo, con il fuoco e con il sangue, si svilupperà, un giorno, una nuova civiltà”.

Valerio D’Angelo


http://www.lafrusta.net/rec_london_peste_scarlatta.html

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