La storia dell’orso, dell’uomo e di come finirono entrambi ingabbiati

Margherita D’Amico, “Trento, nel santuario torna l’orso rivolta contro la gabbia dei frati”, La Repubblica, 26 agosto 2012

Questione di giorni e la “buca” di San Romedio, la gola angusta e recintata, vuota dal 2008, che s’infossa sotto il famoso santuario della Val di Non, accoglierà un nuovo orso. 1500 metri quadrati umidi, privi di alberi; una solitudine su cui, nel lungo inverno trentino, non batte mai il sole: «Si ripropone un messaggio lugubre, diseducativo, arcaico: ci stupisce sia da parte delle istituzioni religiose che dalle amministrazioni locali», protesta Marcello Dell’ Eva, presidente del Movimento vegetariano No alla caccia, che guidando una formidabile battaglia popolare riuscì nel 2010 a ottenere il trasferimento di Jurka, l’ ultima prigioniera, in un’ oasi tedesca. Padre Fabio Scarfato, priore del santuario e della Diocesi di Trento, dice: «La Diocesi, proprietaria del santuario, mette a disposizione l’area in comodato alla comunità di valle. Ma San Romedio non ha affatto bisogno dell’animale in carne e ossa: è una tradizione molto recente e per quanto ci riguarda ne faremmo a meno». Più chiara la posizione dei sindaci dei comuni interessati: «L’orso è un richiamo turistico, la gente qui lo vuole, abbiamo ricevuto molte mail», asserisce Paolo Forno, sindaco ad interim di Coredo. Lo spunto che lega l’orso alla figura di Romedio di Thaur, eremita vissuto nel IV secolo, si rifà a un episodio leggendario. Si dice che il santo dovesse recarsi a Trento e un servitore gli riferì spaventato che un plantigrade gli stava sbranando il cavallo. Romedio non si preoccupò e fece mettere la briglia all’ orso, il quale docilmente si lasciò cavalcare. Ma nessun suo simile fu mai imprigionato, fino ai giorni nostri: nel 1958 Gian Giacomo Gallarati Scotti, senatore del Regno d’ Italia e ambientalista, riscattò da un circo Charlie. Per lui fu approntata una gabbia minima, di lì intrattenne i visitatori. L’ area fu migliorata un po’ solo in seguito, con la presenza di altri plantigradi. Marcello Bonadiman, sindaco di Sanzeno, dice: «La minoranza chiassosa degli animalisti stavolta ha avuto la peggio: l’orso tornerà. Ci costa 11mila euro l’anno di cibo, più il custode. Si chiama Bruno, viene dal Parco d’ Abruzzo». Se quest’ orso sia nato in cattività, da quale struttura provenga, sono domande a cui i sindaci trentini non rispondono, come pure Sergio Menapace, presidente della Comunità della Val di Non: «L’iter burocratico è definito, di altre informazioni non dispongo». Una chiusura che sembra tradire qualche timore. Nella valle c’è chi non dimentica infatti le fiaccolate notturne, le manifestazioni per Jurka, che arrampicata in cima all’ unica pertica di San Romedio divenne un simbolo. Entrò nel 2006, per lei fu sloggiata di corsa al Passo della Fricca un’altra coppia di orsi. Jurka era stata prelevata dalla Slovenia nel 2000, per ripopolare il Parco dell’ Adamello Brenta, in seno al progetto Life Ursus, finanziato dall’ UE alla Provincia di Trento con qualche milione di euro. Poi, però, la dichiararono “orsa problematica”. In un territorio antropizzato, impreparato ad accogliere i plantigradi, l’accusarono di avvicinarsi troppo alle abitazioni. Due dei suoi figli, JJ1 e JJ3, furono uccisi con clamore: il primo in Baviera nel 2006, mentre la Germania ospitava i Mondiali di Calcio; il secondo in Svizzera nel 2008, sempre a fucilate. Quando fu catturata per essere rinchiusa a San Romedio aveva tre cuccioli di un anno, lasciati a se stessi. Nel 2008 il fronte animalista ottenne che fosse spostata in un ettaro al Castellar, vicino Trento: lì oggi c’ è DJ3, altra orsa considerata ribelle. Quindi, nell’ agosto 2010, la migrazione all’ Alternativer Wolf – und Bärenpark Schwarzwald, piccola oasi nella Foresta Nera: 7 ettari che divide con altri orsi e alcuni lupi. Dice Dell’ Eva: «Basta detenzioni inadeguate, che la Provincia di Trento crei luoghi sostenibili per quegli orsi che, purtroppo, non possano tornare alla libertà».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/26/trento-nel-santuario-torna-orso-rivolta-contro.html?ref=search

Massimo Comparotto (Oipa Italia Onlus), “Basta orsi nella buca di San Romedio”

Apprendiamo dalla stampa che entro il mese di agosto dovrebbe tornare l’orso a San Romedio.

Nonostante le serie motivazioni culturali, scientifiche, etiche, portate dal nostro movimento e da tutto il mondo animalista affinché non vengano più rinchiusi orsi in quel luogo sembra che la tradizione e gli interessi economici abbiano avuto ancora una volta la meglio.

Uno degli esperti più rinomati, Rüdiger Schmiedel, consultato a livello europeo per progettare ambienti dove accogliere orsi nati in cattività, dopo aver visitato San Romedio nel periodo in cui vi era rinchiusa Jurka, nella sua relazione ha affermato che il luogo non è assolutamente adatto ad ospitare un orso, nemmeno se nato in cattività; che non debbono essere lasciati animali da soli e che per offrire un minimo di spazio vitale ad una animale di tale specie, è necessario ampliare il recinto fino ad almeno un ettaro.

Questo per dare all’orso l’indispensabile possibilità di muoversi, di evitare seri problemi alle articolazioni a causa dell’elevata umidità e dell’insufficiente esposizione al sole del piccolo recinto e non per ultimo di nascondersi quando non desidera contatti con l’uomo.

Ci chiediamo poi come dei frati che si rifanno all’insegnamento di Francesco d’Assisi, noto per il suo amore incondizionato verso gli animali e ogni essere vivente, possano essere favorevoli al ritorno dell’orso sfruttandolo come attrazione turistica.

Inoltre ai bambini che visiteranno l’orso in gabbia, verrà trasmesso un messaggio totalmente diseducativo.

Un’educazione che mira a formare un futuro cittadino consapevole, dovrebbe trasmettere il rispetto per ogni essere vivente e non abituare i bambini a trattare gli animali come fossero oggetti ad uso e consumo dell’uomo.

http://www.no-alla-caccia.org/lacatturadijurkaelacampagnajurkalibera/534988a0ad0a02a01.html

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Gli antropologi dell’epoca a cavallo tra Ottocento e Novecento, specialmente quelli austriaci (Fuchs, 2003), adottarono una percezione statica dei Naturvölker, popoli “altri”, esclusi dai processi storici, i cui progressi tecnici e socio-culturali potevano solo avvenire per contatto e diffusione a partire dai Kulturkreise, circoli o sfere culturali coinvolte nei grandi processi storico-evolutivi. Alcuni di questi “fossili viventi”, rappresentanti di una natura umana preservatasi pura nel corso dei millenni, venivano esibiti nelle città tedesche tramite i Völkerschauen, esibizioni di umani esotici nel loro “habitat”, spesso ricostruito in modo tale da venire incontro alle aspettative di autenticità degli spettatori (Zimmerman, 2001). Per forza di cose, trattandosi di esseri umani con esigenze, desideri e finalità specifiche, gli “esemplari umani allo stato naturale” talvolta si rifiutavano di recitare la parte loro assegnata dalle società antropologiche che organizzavano gli spettacoli pubblici. Tantomeno erano disposti a lasciare che i loro crani e tratti anatomici fossero misurati dagli antropologi. I margini di negoziazione erano però ridotti, dato che l’obiettivo principale dei ricercatori era quello di raccogliere informazioni sulle tipologie umane primitive al fine di meglio comprendere gli stadi evolutivi della civiltà occidentale, ossia dei Kulturvölker, non certo quello di contrastare la brutalità dell’imperialismo europeo.

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Non sono solo i Trentini ad avere un rapporto appassionato ed ambivalente con gli orsi. Il simbolismo dell’orso è uno dei più prominenti ed ambivalenti dell’immaginario umano ed è arrivato fino a noi, con gli orsacchiotti per i bambini, gli orsi polari di “Lost”, le costellazioni – associate alle orse in numerose tradizioni – e l’orso rampante dello stemma personale di Benedetto XVI. In Grecia l’orsa era venerata come essenza della prosperità e della maternità premurosa e sollecita. Era l’animale sacro ad Artemide. La medesima radice “arth” dell’orso si rinviene nella dea gallica Artio, anch’essa accompagnata da un’orsa, e in Artoris, ossia Re Artù(ro).

Mentre l’orsa femmina, lunare, è benevola, l’orso maschio, solare, è l’emblema della casta guerriera. Orione, il cacciatore d’orsi, fu ucciso da Artemide mentre cercava di stuprarla. I famigerati berserk erano guerrieri fanatici che indossavano pelli d’orso per assimilarne la ferocia e la resistenza al dolore. Nell’alchimia, come per Jung, l’orso era simbolo di oscurità e del mistero della materia prima e del subconscio. Nell’iconografia cristiana può rappresentare il demonio e non è quindi per caso che ci siano numerosi santi cristiani domatori di orsi: San Gallo, San Romedio, San Corbiniano evangelizzatore del Meranese, San Lugano dell’omonimo passo, Sant’Orsola, San Colombano e Santa Colomba. Laddove non ci sono i santi, ci sono invece gli sciamani.

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2010/07/04/AT6PO_AT601.html

 

Giovanni Kezich

Una cultura europea d’orso in I fogli dell’orso, Parco Naturale Adamello Brenta, ottobre 2009

www.pnab.it

Nell’Europa di un tempo, quella delle grandi selve e dei grandi spazi incolti, due sono le fiere a contenderne all’uomo il pieno dominio: il lupo, e l’orso. Ma se il lupo rappresenta di solito una malvagità cupa e un po’ stolida, comunque inavvicinabile, l’orso della tradizione popolare europea è quasi un uomo mancato, un uomo a metà, una parodia d’uomo. Ben lo sapevano gli antichi slavi, che sulla base di un’attribuzione antropomorfizzante e un po’ fiabesca hanno chiamato l’orso medved, il “mangia-miele”. Onnivoro, all’occasione bipede, giocherellone, goloso e improvvisamente iracondo come un òm selvadegh o un ragazzone un po’ scemo, l’orso appare come una controfigura selvatica dell’uomo, essendo la diretta dimostrazione in sede zoologica, nel sapere popolare di tutto il mondo, della continuità di fondo che, al di là delle molte differenze, esiste nei due sensi tra l’essere animale e l’essere uomo.

Ben lo sanno i pellegrini di San Romedio, che leggono all’ingresso del santuario questa massima moraleggiante, che dice infatti la stessa cosa: “Fatto stupendo, o cosa strana! L’orso, la belva si fa umana. / Stupor maggiore che l’uomo nato, in belva cerchi esser cangiato”.

Non vi è quindi da stupirsi se in quel mondo alla rovescia, in quella messinscena di valori all’incontrario, che è in tutta Europa il Carnevale, l’orso sia una comparsa d’eccezione, un personaggio, importante, talora un protagonista. Così è, ad esempio, in tutti i Balcani, dove l’orso tirato da una catena dal suo domatore, che nell’altra mano impugna l’immancabile gadulka e l’archetto, la piccola lira a tre corde per farlo ballare.

Così, per l’esibizione nel contesto carnevalesco, e in quello affine delle fiere, dei mercati e delle feste popolari, gli orsi venivano catturati anche vivi, meglio se da piccoli, strappandoli alla madre che veniva non di rado uccisa. In una valle dei Pirenei sul versante francese, non lontano da Lourdes, la valle del Garbet, gli abitanti, avuta l’idea da certi domatori d’orso boemi o zingari che si erano spinti fin là, si specializzarono in questo genere di catture, e cominciarono a girare l’Europa e anche l’America in proprio, andando ad esibire gli orsi, dapprima catturati in montagna e poi, dopo la quasi estinzione di questi sulle montagne di casa, reperiti alla meglio sul mercato algerino. Così, come il Tesino è la valle dei venditori di stampe e la Rendena la valle dei moléta, la valle del Garbet divenne nella leggenda popolare “la vallée des montreurs d’ours”, e le gesta anche d’oltreoceano di questi domatori improvvisati sono ormai oggetto di studi, ricerche, e di recente anche di un film, presentato con successo qualche anno fa al TrentoFilmFestival.
Duro, e molto crudele, il tirocinio musicale dei giovani orsi che – a quanto si racconta – venivano fatti ballare su una piastra rovente al suono di un tamburo, onde stimolarne per sempre un riflesso condizionato, che li avrebbe spinti alla danza ogniqualvolta ne avessero udito il rullare. Ma a poco a poco, vista la rapida riduzione delle popolazioni ursine un po’ ovunque in Europa, di orsi veri tra i baracconi delle fiere se ne videro sempre di meno e l’orso divenne quello che è oggi a carnevale, e cioè un personaggio in costume, una comparsa.

Così lo troviamo dalla Croazia alla Bulgaria, in tutti i Balcani, accompagnato dal suo fedele domatore imberrettato, vero antagonista clownesco con il quale ingaggia dei furiosi corpo a corpo seguito da altrettanto improvvise rappacificazioni: una coppia fissa del codazzo finale della processione carnevalesca, quello più buffonesco e sguaiato, insieme ad altri animali quali il cammello o l’immancabile cheval-jupon, ma anche a un’assortita compagnia di zingari veri e finti, di morti-viventi, di personaggi truculenti e di ogni genere di transgender.

Ma troviamo l’orso anche nell’Europa occidentale, e quantomeno dalla Navarra al Piemonte occitano. A Ituren in Navarra, in contesto culturale a fondo basco, è proprio un orso a condurre la processione degli Yoaldunak, l’antico gregge sacrale degli uomini-pecora che apre scampanando la processione del carnevale. Paradossalmente, come notava Cesare Poppi, l’orso (in basco artz) diviene così un pastore (arztain) come se a carnevale lo sterminatore dei greggi ne diventasse paradossalmente il custode: ancora, per il nostro orso, un’inversione di ruolo.

Dalla Navarra spagnola portiamoci nella Catalogna francese, sul versante settentrionale dei Pirenei. Qui l’orso è il vero protagonista del Carnevale che consiste, appunto, in una caccia all’orso. Nel villaggio di Arles-sur-Tech, per esempio, nel pomeriggio del sabato grasso, si sparge la notizia che l’orso ha rapito la bella Rosetta. Tutto il paese si lancia all’inseguimento del plantigrado, ma non riesce a evitare che la procace contadina (che è, manco a dirlo, un giovanotto travestito) venga stuprata in pubblico. Segue la rivincita dei paesani: un bravo cacciatore si fa avanti per catturare l’orso e riconquistare la Rosetta. Così, dopo qualche schermaglia dall’esito piuttosto scontato, l’orso verrà affrontato, bastonato, legato, ridotto alla ragione e alla fine fatto accomodare su una sedia, dove subirà, a cura del cacciatore divenuto barbiere, una rasatura con tanto di sapone e pennello: sorta di castrazione simbolica che ne sancisce l’avvenuta domesticazione.

Facciamo ancora un passo verso est, nel Piemonte occitano, e di cacce all’orso ne troviamo ancora molte, come ha dimostrato con grande dovizia di particolari l’antropologo Piercarlo Grimaldi. Qui però notiamo un fatto singolare: e cioè che il personaggio detto “orso”, e oggetto di una caccia in tutto e per tutto analoga a quella cui abbiamo assistito sui Pirenei, in realtà non assomiglia affatto a un orso vero, ma è una creatura di tutt’altro genere. A Valdieri nella montagna cuneese, per esempio, il cosiddetto “orso” è un portentoso uomo di paglia, ricoperto dalla testa ai piedi, fatto salvo il viso tutto nero di nerofumo, di una lunghissima treccia di paglia di segale, che lo avvolge tutto, conferendogli l’aspetto proprio di un vero covone semovente, o di uno spaventapasseri ambulante. Qualcuno ha suggerito che questo travestimento del tutto incongruo alla rappresentazione di un orso sia dovuto alla difficoltà intrinseca del reperirsi locale dei materiali (pelli, pelo, grugno…) atti una rappresentazione plausibile del plantigrado. A mio avviso, però, la spiegazione è tutt’altra, e ci impone una breve digressione.

Scrive infatti James Frazer, nella grande impareggiabile sua opera Il Ramo d’Oro, che fin dai tempi più remoti era uso degli antichi mietitori l’astenersi dal taglio dell’ultimo covone, che rimaneva così ritto in mezzo al campo a titolo di simulacro fino al completamento della raccolta, per essere oggetto in un tempo differito di un taglio ritualizzato o addirittura solenne. Si supponeva infatti che in quest’ultimo covone risiedesse lo spirito del grano, cioè lo spirito del raccolto, a cui si dava spesso nell’immaginario una forma animale: lupo, volpe, cinghiale, cervo, cigno, cicogna e naturalmente anche orso. Perché tutto questo? In origine, io credo, per conferire alla mietitura l’importanza sacrificale di una vera caccia, e al suo prodotto, il grano, uno status alimentare e simbolico non inferiore a quello della carne: una trovata non banale, io credo, per dei cacciatori neolitici risoltisi, e certo non sempre di buon grado, a transitare piuttosto repentinamente dalle grandi cacce a una dieta di carboidrati, certo meno adatta, almeno all’apparenza, a soddisfare appetiti preistorici. Con una importante differenza a favore del cibo di grano, però: mentre l’orso della caccia, una volta ucciso, è morto per sempre – salvo il ricomparire in quanto spirito nei mondi immateriali dello sciamanesimo – l’orso di paglia muore e risorge dal proprio seme, secondo quella elementare mistica di morte e resurrezione che vediamo infatti prender forma fin dalle origini nel mondo agrario del vicino oriente, intorno alla figura mistica di un dio – Attis, Osiride, Tammuz, Adone, fino ad Orfeo, per non fare altri nomi a noi più familiari – di cui il mito racconta l’esser stato capace, come il grano, di risorgere dopo la morte.

In questa prospettiva, l’orso di paglia, l’orso di Valdieri non è una sottospecie, non è una finzione, ma ci riporta al cuore stesso del percorso magico-religioso dell’umanità a partire dal neolitico e l’orso stesso, eterna figura di transizione tra il mondo animale e quello umano, diventa così in questa prospettiva un vero e proprio oggetto sacrificale, un quasi-dio.

Non a caso, il rito di Valdieri si conclude, come spesso avviene in questi casi, con il rogo pubblico di un pupazzo di paglia che è il perfetto simulacro dell’orso appena catturato e processato sulla pubblica piazza: arcaica anticipazione pagana, per il tramite del nostro antico mangia-miele, della scena del Golgota.
Tanto lontano ci conduce, se così vi piace, la storia dell’orso.

http://www.carnivalkingofeurope.it/resources/papers.php

Luigi Gallo e i luoghi comuni anti-immigrati

Luigi Gallo, assessore alla Partecipazione, al Personale e ai Lavori Pubblici del comune di Bolzano, ha saputo centrare il cuore del problema con un tempestivo intervento sull’Alto Adige (25 luglio 2012), in risposta ad una litania di luoghi comuni anti-immigrati contenuta in un paio di lettere inviate al quotidiano locale da alcuni lettori. Un commento che pone in risalto l’insufficienza del paradigma utilitaristico del calcolo costi-benefici in una società che fomenta le guerre tra i poveri per preservare uno status quo spaventosamente iniquo:

“Negli ultimi giorni sono state pubblicate due lettere di cittadini che avevano come tema la crisi, la povertà che avanza e i presunti privilegi degli immigrati. Non sono le prime e ormai non mi scandalizzo più, né giudico: ognuno guarda la realtà con gli strumenti che ha e dal punto di vista delle sue condizioni di vita materiale. Gli anatemi non servono a cambiare la percezione delle persone soprattutto in un’epoca di sofferenza economica. Tuttavia non si possono mai far passare luoghi comuni come verità acquisite. Massimo rispetto quindi per i due lettori in quanto cittadini ma anche massima chiarezza nel ribadire loro che i cittadini immigrati che ormai fanno parte della nostra società non hanno nessun privilegio rispetto ai cittadini italiani, nessuno. Anzi, subiscono ancora trattamenti differenziali e spesso discriminatori. La stragrande maggioranza dei cittadini immigrati è in età lavorativa e lavora realmente, producendo una ricchezza economica che è molto maggiore di quanto non ricevano in prestazioni sociali; detto in altri termini, sono i contributi dei lavoratori immigrati che ci aiutano a pagare le pensioni degli italiani così come sono le prestazioni lavorative degli immigrati che fanno andare avanti ospedali, case di riposo e cantieri. I due lettori hanno sacrosanta ragione a lamentare una drammatica crisi economica che colpisce giovani, pensionati, lavoratori; ma dovrebbero rivolgere i propri strali verso altri bersagli; mentre loro guardano male il carrello della spesa del vicino immigrato o notano con invidia la marca della sua auto di “seconda mano”, qualche decina di speculatori a livello mondiale – con un clic sulla tastiera di un computer – guadagna miliardi di euro con operazioni di Borsa che mandano sul lastrico interi paesi, Italia compresa; le conseguenze sono poi che i governi di quei paesi devono tagliare gli ospedali, le scuole e le pensioni per risparmiare e pagare interessi astronomici sul titoli di stato. Forse i due lettori potrebbero prendersela con queste politiche economiche che tagliano pensioni e diritti del lavoro mentre gli evasori fiscali rimangono salvi. Certo, è più facile guardare il vicino di casa che viene dal Marocco o dal Pakistan e pensare che sia colpa sua, ma non è così. Piaccia o meno, semplicemente non è così. Avete tante ragioni cari signori ma la guerra fra poveri serve solo distruggere la solidarietà fra le persone e a far ridere “quelli in alto, ma molto in alto” che decidono la nostra vita. Sta a voi decidere da che parte stare…”
http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2012/07/25/NZ_29_04.html

La catastrofe spagnola

stefano fait:

Povera Spagna, sacrificata come la Grecia sull’altare neoliberista, a beneficio di pochi oligarchi finanziari. Ma adesso Monti potrà dire che se tutto è crollato è colpa degli Spagnoli, non sua.

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di Agenor da Sbilanciamoci.info

La Spagna è ormai prossima a chiedere l’aiuto del fondo salva-stati perché non riesce più a rifinanziare da sola il proprio debito sul mercato. Non è più solo il settore bancario ad aver bisogno del sostegno esterno, ma le finanze pubbliche; gran parte dei “bonos” – i titoli di stato di Madrid – sono in scadenza a ottobre, e ci sono due mesi in cui il governo di Madrid negozierà le condizioni alle quali l’aiuto verrà prestato.

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Il salvataggio della Germania e l’11 settembre 2001 (2012)

Signore e signori,

la parola “segretezza” è ripugnante in una società libera e aperta e noi, come popolo, ci siamo opposti, intrinsecamente e storicamente, alle società segrete, ai giuramenti segreti e alle riunioni segrete. Siamo di fronte, in tutto il mondo, ad una cospirazione monolitica e spietata, basata soprattutto su mezzi segreti per espandere la sua sfera d’influenza, sull’infiltrazione anziché sull’invasione, sulla sovversione anziché sulle elezioni, sull’intimidazione anziché sulla libera scelta. È un sistema che ha reclutato ampie risorse umane e materiali nella costruzione di una macchina affiatata, altamente efficiente, che combina operazioni militari, diplomatiche, di intelligence, economiche, scientifiche e politiche. Le sue azioni non vengono diffuse, ma tenute segrete. I suoi errori non vengono messi in evidenza, ma vengono nascosti. I suoi dissidenti non sono elogiati, ma ridotti al silenzio. Nessuna spesa viene contestata. Nessun segreto viene rivelato. Ecco perché il legislatore ateniese Solone decretò che evitare le controversie fosse un crimine per ogni cittadino. Sto chiedendo il vostro aiuto nel difficilissimo compito di informare e allertare il popolo americano. Sono convinto che con il vostro aiuto l’uomo diventerà ciò che per cui è nato: un essere libero e indipendente.

J.F. Kennedy, discorso all’hotel Waldorf-Astoria di New York, 27 aprile 1961

Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere presentata come l’adulto responsabile e la Grecia come il figliol prodigo. La prudente Germania, dice la storia, è riluttante a salvare la Grecia scroccona, che ha preso in prestito più di quanto poteva permettersi e ora deve subire le conseguenze. Vi sorprenderebbe sapere che in Europa i contribuenti hanno fornito alla Germania lo stesso sostegno finanziario offerto alla Grecia? Lo suggerisce un esame dei flussi monetari Europei e dei bilanci delle banche centrali.

http://www.investireoggi.it/economia/bloomberg-anche-la-germania-ha-avuto-un-salvataggio/#ixzz24jgIYiiU

Ma i problemi vanno cercati più a monte ancora.

Richard Koo, capo-economista dell’Istituto di Ricerca Nomura, la più grande agenzia di consulenza giapponese nel settore IT, spiega che la crisi dell’eurozona è nata nel 2000 con un grande bailout da parte della Banca Centrale Europea a beneficio della Germania, che rischiava di essere affossata dall’esplosione della bolla informatica.

“L’intera Crisi Europea Inizia con un salvataggio della Germania da parte della BCE. Questo non ha funzionato molto in Germania (che è stata colpita da una recessione), ma mandato veramente su di giri le bolle nella periferia, causando il boom delle importazioni dalla Germania, indebitando la periferia, e spingendo il settore delle esportazioni in Germania, salvandola così dallo scoppio della bolla post-tech”.

http://www.investireoggi.it/economia/lintera-crisi-europea-inizia-con-un-salvataggio-della-germania-da-parte-della-bce/#ixzz24jhQ8M1o

Ma perché la crisi globale non è esplosa allora?

Perché i media non ne hanno parlato.

E perché non l’hanno fatto?

Perché non era ancora il momento giusto.

L’economista Vladimiro Giacché ci spiega invece cosa è successo:

Nel marzo del 2001 scoppia la bolla della New Economy e la recessione colpisce gli Stati Uniti. I profitti delle prime 500 imprese dell’indice di Standard & Poor’s nel secondo trimestre del 2001 erano calati mediamente del 60%. Il 10 settembre la Banca dei Regolamenti Internazionali certifica che la recessione riguarda l’economia globale.

Apro una parentesi sulla BRI: “I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema andava controllato in stile feudale dalle banche centrali di tutto il mondo, agendo di concerto, per mezzo di accordi segreti raggiunti in frequenti incontri privati e conferenze. Al culmine della piramide ci doveva essere l’elvetica Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali mondiali che a loro volta erano imprese private…non bisogna immaginare che questi dirigenti della principali banche centrali del mondo fossero loro stessi dei ragguardevoli potenti nel mondo della finanza. Non lo erano. Erano piuttosto dei tecnici e gli agenti dei massimi banchieri commerciali delle loro rispettive nazioni, che li avevano allevati ed erano perfettamente capaci di liberarsene…e che rimanevano in gran parte dietro le quinte…Questi costituivano un sistema di cooperazione internazionale e di egemonia nazionale più privato, più potente e più segreto di quello dei loro agenti nelle banche centrali. Il dominio dei banchieri commerciali era fondato sul controllo dei flussi di credito e dei fondi di investimento nelle loro nazioni e nel mondo….potevano dominare i governi attraverso il controllo dei debiti nazionali e dei cambi. Quasi tutto questo potere era esercitato dall’influenza personale e dal prestigio di uomini che in passato avevano dimostrato la capacità di portare a compimento con successo dei golpe finanziari, di mantenere la parola data, di mantenere la mente fredda nelle crisi e di condividere le loro opportunità più vantaggiose con i loro associati.

Lo scrive Carroll Quigley – docente di storia, scienze politiche e geopolitica a Princeton, Harvard e Georgetown, una delle massime autorità mondiali del suo tempo nel suo campo e mentore del giovane Bill Clinton, quando era uno studente universitario – in “Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time” (New York: Macmillan, 1966).

http://www.scribd.com/doc/71732657/Carroll-Quigley-Tragedy-and-Hope-2011-Ed

Chiusa parentesi.

Il mondo si salva dalla crisi che scoppierà nel 2008 solo grazie all’11 settembre.

Nel novembre del 2001 la recessione ha termine.

E ora?

E ora ci starebbe bene un altro 11 settembre e magari pure una guerra mondiale perché, se non distruggono, l’economia resta anemica e questi non guadagnano abbastanza (poverini!)

Verdure mutate, cisti tiroidee e le rassicurazioni di Oscar Giannino (Fukushima)

carota (carta, forbice, pietra) e daikon (rapa bianca) [dal Sankei Shimbun, uno dei 5 maggiori quotidiani giapponesi]

“Proprio la terribile intensità del fenomeno abbattutosi sul Giappone ci consegna una nuova conferma del fatto che in materia di sicurezza di impianti nucleari, i passi in avanti compiuti negli ultimi decenni sono stati notevolissimi, tali da reggere nella realtà dei fatti senza creare pericoli per ambiente e popolazione proprio l`impatto di eventi terribilmente fuori scala… Una delle ragioni per cui le centrali elettronucleari costano tanto, è proprio la sicurezza: ma come si vede sono soldi ben spesi.”

Oscar Giannino, “Nucleare sicuro. È la prova del nove”, da “IL MESSAGGERO” di sabato 12 marzo 2011

http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=57358426

Selon les résultats d’avril 2012, 13 380 enfants, soit 31,1 % des enfants testés, ont un kyste thyroïdien, ce qui confirme les résultats de janvier 2012. Même si les kystes liquidiens ne signifient pas qu’il y ait une chance immédiate de cancer de la thyroïde, quelque chose d’anormal se passe dans la glande thyroïde de ces enfants.

http://fukushima.over-blog.fr/article-problemes-de-thyroide-a-fukushima-une-population-cobaye-109484789.html

Di oltre 38.000 bambini esaminati dalla Prefettura di Fukushima in Giappone, il36% mostra crescite anomale – cisti o noduli – alla tiroide un anno dopo il disastro nucleare di Fukushima.

Tratto da: Il 36% dei bambini di Fukushima hanno crescite anomale da esposizione a radiazioni | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/07/21/il-36-dei-bambini-di-fukushima-hanno-crescite-anomale-da-esposizione-a-radiazioni/#ixzz24w7ttPj2

Gli effetti recessivi dei tagli alla spesa pubblica

stefano fait:

Altro working paper del FMI che critica l’austerità in recessione e la consiglia quando c’è una fase espansiva dell’economia.
Il numero di esperti che contestano le scelte di Monti e troika è enorme. E il fatto che siano già due gli studi dello stesso FMI che bocciano le misure neoliberiste intraprese per “salvare” l’eurozona la dice tutta sulla credibilità dei “tecnici” che hanno sostituito i politici.

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Sebbene dopo 76 anni dalla pubblicazione della Teoria Generale una parte di economisti continui, imperterrita, a negare l’esistenza del moltiplicatore keynesiano, la realtà si incarica di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il moltiplicatore non solo esiste ma è anche più grande di quanto comunemente si tende a supporre. Soprattutto quando c’è di mezzo una crisi economica: basti vedere i disastrosi risultati dell’austerità in giro per l’Europa.

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Breivik e lo stato diritto – contro il linciaggio del mostro

 

Thomas Moore, le leggi e il diavolo, dal film “Un uomo per tutte le stagioni”, di Fred Zinnemann

More. – Fosse anche il demonio può scappare finché non ha violato la legge.

Roper. – Ah! Sì, anche il demonio è protetto dalla legge?

More. – E che vorresti fare, una scorciatoia attraverso la legge per rincorrerlo?

Roper. – Sì! Abolirei tutte le leggi per fare questo!

More. – Ah! E se a questo punto il demonio si mettesse a rincorrere te, dove ti nasconderesti una volta abbattute tutte le leggi? Questa terra è rigogliosa di leggi, leggi fatte dagli uomini e non da Dio; se tu le tagli, e tu sei uomo capace di farlo, credi davvero che riusciresti a stare in piedi senza riparo dall’impeto dei venti?

Si! io concedo anche al demonio la protezione della legge: per la mia salvezza!

http://www.presentepassato.it/Dibattiti/guerraediritto/more_leleggi.htm

Perché molti terroristi islamici sono ingegneri? – tecnocrazia, se la conosci la eviti ;op

La varietà e complessità tra i terroristi sono molto spiccate, come in qualsiasi altro gruppo umano. In genere, sono poche le notizie certe sulle origini dei terroristi e sul loro profilo psicologico. Tranne che molti di loro sono ingegneri.

È questa la sorprendente conclusione di un articolo pubblicato di recente dall’European Journal of Sociology, intitolato «Perché ci sono tanti ingegneri tra gli islamici radicali». Diego Gambetta e Steffen Hertog sottolineano che «tra gli islamici radicali violenti, gli ingegneri sono ampiamente rappresentati, tra le tre e quattro volte di più rispetto ad altri professionisti». Gli autori hanno studiato i precedenti di oltre 400 membri di gruppi violenti di radicali islamici in più di trenta paesi del vicino Oriente e dell’Africa. Gli studiosi confermano i risultati di ricerche precedenti in cui si affermava che i terroristi possiedono generalmente entrate più sostanziose e un’istruzione superiore rispetto alla media degli abitanti del paese, oltre al fatto che il 44% dei violenti era ingegnere o studente d’ingegneria.

Nei paesi di origine degli individui considerati, gli ingegneri scarseggiano: rappresentano appena il 3,5% della popolazione. Tuttavia, nei gruppi terroristici islamici costituiscono quasi la metà del totale. Nel campione analizzato, la seconda area universitaria più diffusa è quella degli studi islamici, seguita da medicina, scienze ed educazione, e ognuna di queste raggiunge tassi molto inferiori rispetto al 44% dell’area “ingegneria”. Inoltre, il 60% dei terroristi islamici nati e cresciuti nei paesi occidentali ha effettuato studi di ingegneria.

Come si spiega questo fenomeno? Gambetta e Hertog analizzano e respingono varie ipotesi, tra cui la possibilità che l’abilità degli ingegneri li porti a essere un bersaglio attraente per chi recluta terroristi, oppure che tutto ciò sia semplicemente un’anomalia della storia. I ricercatori sono giunti alla conclusione che le cause della presenza spropositata di questi professionisti siano dovute alla relazione della cosiddetta “mentalità” degli ingegneri con determinate condizioni socio-economiche prevalenti nei paesi islamici. Secondo questo studio, l’ingegneria attrae individui che preferiscono risposte chiare e modelli mentali che minimizzano l’ambiguità. Nelle università statunitensi, per esempio, la probabilità di essere allo stesso tempo religioso e conservatore è sette volte maggiore nelle scuole di ingegneria che in quelle di scienze sociali.

Gambetta e Hertog dimostrano che vi è una forte affinità tra la struttura mentale degli ingegneri e l’ideologia che promuove le azioni dei terroristi radicali islamici. Questa tendenza interagisce ed è potenziata dal fatto che gli ingegneri – intelligenti e ambiziosi in campo professionale – si scontrano e si radicalizzano nell’affrontare la stagnazione economica, la mancanza di opportunità per i giovani e la repressione politica abituale nei paesi islamici.
Le spiegazioni del fenomeno degli ingegneri terroristi sono controverse. Ciò che non è controverso è il fatto che tra i terroristi islamici vi siano molti ingegneri.

Moisés Naím, “Il terrorista parte per la tangente”, Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2010

Testo dello studio:

http://eprints.lse.ac.uk/29836/1/Why_are_there_so_many_Engineers_among_Islamic_radicals_%28publisher%29.pdf

Il decisore israeliano che spiega le ragioni dell’attacco all’Iran

Premessa: la mia valutazione della faccenda è che Israele non si arrischierà ad attaccare senza essersi garantito un intervento americano. Tale garanzia potrebbe essere un nuovo 11 settembre, negli USA ma anche in qualche capitale europea:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/22/il-new-york-times-prepara-il-terreno-per-il-prossimo-11-settembre-dove-sono-kennedy-e-kruscev-quando-ne-hai-bisogno/

Tra l’altro mancano pochi giorni all’undicesimo anniversario.

Sarà un errore fatale, perché la versione ufficiale dell’11 settembre è già contestata da una maggioranza di persone nel mondo e metterà in pessima luce Israele e gli Ebrei:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/22/perche-una-maggioranza-di-persone-nel-mondo-non-crede-alla-versione-ufficiale-dell11-settembre/

Milioni di persone (non centinaia, come congettura il decisore israeliano) moriranno prima in Iran e poi in Israele (rappresaglia – altissimi livelli di radioattività si espandono in tutto il Medio Oriente e fino in India). La guerra sarà tutt’altro che breve e vedrà l’uso di armi atomiche in Medio Oriente (e forse non solo lì). Una nazione dopo l’altra sarà coinvolta nel conflitto, con un effetto domino paragonabile a quello susseguente allo scoppio della Grande Guerra. Molte tra queste nazioni saranno dilaniate da guerre civili (es. Turchia, Israele, Libano; forse il Pachistan?) e rivolte/rivoluzioni (Europa e Stati Uniti).

Gli Ebrei diventeranno un’altra volta il capro espiatorio della furia popolare globale (= pogrom):

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/24/e-se-liran-avesse-gia-latomica-osservazioni-sconvenienti-sullarmageddon-che-verra/

Chi lucra sulla vendita di armi e sui derivati legati ai conflitti non potrà che compiacersi della sua lungimiranza.

Un “decisore” israeliano: “Non possiamo aspettare un anno per vedere chi ha ragione”

di Alfatau

Pubblicato il 12 Agosto 2012

Un anonimo “decisore” israeliano, accreditato come altissimo funzionario, figura-chiave dell’establishment della sicurezza dello Stato ebraico, ha rilasciato al giornalista del quotidiano Haarez Ari Shavit, un’intervista che riteniamo esplosiva poiché espressamente manifesta la volontà israeliana di colpire l’Iran prima della primavera del 2013, senza attendere oltre le decisioni Usa.

Il misterioso personaggio, facilmente identificabile per chi abbia seguito le vicende dei protagonisti della sicurezza israeliana, ribadisce dapprima concetti ben noti sul pericolo rappresentato da un Iran nucleare, enumerando le principali ragioni che spiegano questa visione: un Iran nucleare innescherebbe una corsa all’atomica in tutta la regione; il pericolo che armi atomiche iraniane giungano in mano a gruppi terroristici; la minaccia agli Emirati Arabi, paragonata all’occupazione della Renania da parte della Germania nel 1936; “l’immunità politica” che un Iran dotato di armi atomiche acquisirebbe anche nei confronti delle opposizioni interne, con un conseguente indebolimento di tutte le forze “moderate” in Medio Oriente.

Sono gli argomenti ormai ben noti dei “falchi” israeliani, per cui è molto più interessante e probabilmente fondamentale, invece, l’analisi della divergenza (gap) tra l’attuale posizione statunitense e quella del governo israeliano. “Per gli Americani – afferma “il decisore”, gli Iraniani non si stanno ancora avvicinando alla zona di immunità [il momento nel quale i loro impianti nucleari non sono più vulnerabili ad un attacco, N.d.T.], perché gli Americani dispongono di bombardieri e bombe più potenti e della capacità di reiterare l’attacco per un numero indefinito di volte. Per noi, l’Iran potrebbe entrare prima nella zona di immunità. E quando questo avviene, significa consegnare nelle mani degli Usa una questione vitale per la nostra sopravvivenza. Non si può porre la responsabilità per la propria sicurezza nelle mani nemmeno del proprio migliore e più leale amico. (…) Dal punto di vista del presidente americano, il momento non è ancora venuto. Gli Usa saranno in grado di agire anche l’anno prossimo. Per questo gli Americani ci stanno dicendo che sarebbe un grosso errore agire adesso. Dopo tutto, sono in grado di colpire gli Iraniani mettendoli a tappeto, mentre tutti pensano che noi possiamo al massimo fargli un occhio nero. Per questo sembrerebbe meglio anche per noi, secondo loro, che siano i soli ad agire, non noi. Ma come Stato sovrano, gli stiamo dicendo, su questioni vitali per la nostra sicurezza non possiamo mettere in mani altrui il nostro destino. (…) Cinque anni fa, gli iraniani avevano 800 kg di uranio arricchito e oggi ne hanno oltre sei tonnellate e mezzo. Se aspettiamo fino alla prossima primavera, avranno sufficiente uranio arricchito al 20 per cento per fare una prima bomba. Più andranno avanti, più saranno tentati di superare la soglia, di superarla di nascosto. Questo è un pericolo reale per noi, che presto non saremo più in grado di fermare. Il problema resterà serio per il mondo e per noi, ma solo il mondo sarà in grado di occuparsene. Non saremo più un attore, a quel punto. Per noi la questione si sposterà dall’ambito dei decisori a quello degli analisti e degli storici. Non possiamo permettere che ciò accada. Quindi c’è un effettivo gap [una divergenza] fra gli Americani e noi.”

A questo punto, il misterioso personaggio sviluppa un’interpretazione della visione iraniana che è importante riportare in quanto evidenzia come, diversamente da quello che spesso si dice in Occidente, gli uomini dell’establishment israeliano non considerano affatto l’estremismo di Ahmadinejad il fattore di rischio decisivo del nucleare iraniano. Al contrario.

“Mi riferisco ad un discorso che l’ex-presidente iraniano Akbar Rafsanjani tenne una decina di anni fa. Rafsanjani è percepito in occidente come un iraniano moderato. Ma chi legge le parole di questo iraniano, perderà qualsiasi illusione. Vedrà che quello che noi stiamo fronteggiando è un unico ragionamento che potrebbe portare ad un’apocalisse. Perché, cosa ha detto Rafsanjani? Dice che tra Musulmani e Israele non c’è compromesso possibile e quindi non ci sarà nemmeno un equilibrio fondato sulla deterrenza. Dice che Israele non è una superpotenza con un territorio di dimensioni continentali. Non è nemmeno il Giappone che ha assorbito Hiroshima e Nagasaki e in 15 anni è diventato un potenza mondiale. Israele è uno Stato da una bomba sola. Dopo una sola bomba atomica, non sarà più quello che era o che riteneva di essere. Una sola bomba è sufficiente a porre fine alla storia del Sionismo. Invece, dice Rafsanjani, il mondo musulmano ha un miliardo e mezzo di persone e dozzine di Paesi. Anche se Israele colpisce duramente il paese che lancia la bomba, l’Islam rimarrebbe intatto. Una guerra nucleare non farebbe scomparire il mondo musulmano ma danneggerebbe in modo irreparabile Israele“.

Di fronte all’obiezione di Ari Shavit sugli enormi costi che un attacco israeliano all’Iran potrebbe avere, l’anonimo interlocutore sviluppa la sua analisi:
“La sua domanda è quale sia l’obiettivo dell’operazione. Non prendiamoci in giro. Il nostro obiettivo non è di annientare il programma nucleare iraniano. Ma bisogna rendersi conto del fatto che la questione è il collegamento tra la nuclearizzazione dell’Iran e la caduta del regime degli ayatollah in Iran. Se abbiamo successo nel ritardare il programma nucleare di sei, otto o dieci anni ci sono buone possibilità che il regime non sopravviva fino al momento critico. Così il nostro obiettivo è ritardare.”

Anche sul piano delle conseguenze per Israele, “il decisore” risulta estremamente determinato:

“Israele è una nazione forte. Abbiamo buone capacità. Il numero di vittime che ci possiamo aspettare sul fronte interno in caso di guerra con l’Iran, Hezbollah e Hamas è inferiore al numero delle perdite del Quarto Battaglione della Brigata Harel nel 1948*. Ma nel 1948 era chiaro a tutti che non c’erano alternative. Questo ci ha dato a livello nazionale forza e determinazione. Se comprendiamo che anche ora non c’è scelta, avremo bisogno lo stesso di tutta la nostra forza a livello nazionale. Ricordo che da ogni punto di vista, compreso quella di preservare vite umane, occuparsi di un Iran nucleare tra pochi anni sarà molto più complesso che prevenirlo adesso. Non dobbiamo ascoltare coloro che in ogni situazione preferiscono l’inazione all’azione.”
La domanda che viene spontanea è a chi sia in realtà rivolta un’intervista di così forte impatto, proposta in un momento in cui la gran parte dell’opinione pubblica è distratta ma gli addetti ai lavori sono in grado di decifrare perfettamente l’importanza del messaggio: gli Iraniani sono perfettamente in condizione di sapere chi è “il decisore”, idem gli Statunitensi. E forse proprio a questi ultimi è quindi rivolto l’avviso più forte: non ci si faccia illusioni che Israele preferisca attendere l’esito delle elezioni, non è un obbligo, per lo Stato ebraico. In cambio, Israele farà chiaramente capire, quando colpirà, che lo sta facendo da solo e per proprio conto.

“Non dovremmo assolutamente trascinare deliberatamente gli Stati Uniti in guerra. Se decidiamo di intraprendere questa operazione, deve essere un atto indipendente che si giustifica da solo, senza attivare nessuna reazione a catena. Un Paese non va in guerra nella speranza o nell’attesa che un altro Paese si unisca al conflitto. Un atto del genere sarebbe una scommessa irresponsabile“.

Ma in questo modo, in realtà, il legame fra l’azione israeliana e i tempi della transizione elettorale americana diviene più forte che mai, dimostrando che il continuo, crescente, inarrestabile collegamento fra le strategie israeliane e gli Usa sta ormai condizionando irrefrenabilmente la politica nord-americana, come bene ha dimostrato Gaetano Colonna in Medio Oriente senza pace.

Con ogni probabilità, il messaggio è quindi indirizzato anche a quei settori israeliani che esitano a colpire da soli e che vorrebbero ricavare, come dividendo proprio della politica appena ricordata, un intervento americano che sia risolutivo, senza esporre lo Stato ebraico ad un confronto diretto con l’Iran. Anche su questo “il decisore” conclude con un invito senza mezzi termini alla chiarezza.

“Se Israele perde l’occasione di agire e diventa chiaro che non ha più il potere di agire, la probabilità di un’azione americana diminuirà. Perciò non possiamo attendere un anno per scoprire chi ha ragione: chi dice che la probabilità di un’azione americana è alta, chi dice sia bassa. Non possiamo aspettare, per scoprire poi una bella mattina che noi contavamo sugli americani ma ci siamo ingannati perché gli americani alla fine non agiranno. Dobbiamo guardare in faccia la realtà con assoluta chiarezza. Perfino una realtà crudele deve essere vista con totale chiarezza. Israele è forte, Israele è responsabile, Israele farà quello che deve fare”.

* Secondo fonti ufficiali israeliane, l’intera Brigata Harel perse 313 uomini nel conflitto del 1948.

http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=161

Potrebbe risparmiarci una sanguinosa rivoluzione, se prendesse a modello Syriza

Wolfgang Schäuble, Mario Monti, Mario Draghi, Angela Merkel, Christine Lagarde, Jean-Claude Juncker, Jean-Claude Trichet, Lucas Papademos, Josè Manuel Barroso.

A cosa vi fanno pensare?

Calore, entusiasmo, passione, vitalità, simpatia, altruismo, umanità, dedizione al bene comune, sincerità, lungimiranza, compassione, equità, concordia, giustizia, affidabilità?

Se non sono queste le virtù associabili a questa gente allora non dovrebbero restare al potere. Sono troppo simili a degli psicopatici per affidare loro i nostri destini.

Il professor Carroll Quigley (Princeton, Harvard, Georgetown, Smithsonian, mentore di Bill Clinton), con il suo “Tragedy and Hope, A History of the World in Our Time” (1964), ci ha spiegato cos’è il capitalismo: i padroni del capitale mirano a creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare la politica di ciascuna nazione e l’economia del mondo. Un sistema neo-feudale che ha i suoi centri di potere nelle banche centrali che operano di concerto, ma segretamente. Il progetto prevede speculazioni massicce, dirigismo dell’economia nazionale a vantaggio degli oligopoli, cooptazione di politici ambiziosi, crisi generate che rimettano in linea le masse.

Uno dei massimi storici dell’economia americana che sintetizza le tesi dei “complottisti”. Non male no?

Serve un’alternativa.

Ne stanno nascendo molte – come quella di cui potete leggere qui di seguito, ma se non si uniranno per fare massa critica e presentare un programma di governo in pochi, chiari punti, non servirà a nulla. Tanto vale continuare ad occupare le piazze con le chitarre.

Altro che Cosa Bianca: facciamo la Cosa Seria

“Un movimento aperto a quel 99 per cento di cittadini che non vive di rendite e di finanza: che siano giovani o anziani, deboli o forti – perché anche i forti possono prendere con onore la responsabilità di essere garanzia degli altri.

Un movimento laico di quella laicità che è la più intelligente garanzia della solidarietà senza esegesi politica.

Nella Cosa Seria le porte sono aperte a tutti coloro che si riconoscono nelle priorità di programma che sono poche e chiare. Nella Cosa Seria ci si impegna ad essere includenti nel senso più pieno: quello che combatte le oligarchie, le iniquità, le rendite di posizione e le corporazioni.

Nella Cosa Seria la memoria è un punto di programma: la memoria della Storia di questo Paese (la migliore come stimolo e la peggiore come vaccino) e la memoria delle scelte politiche delle persone che vogliono starci. I liberisti smodati sono liberisti smodati, perché ne abbiamo memoria. I sostenitori prostituiti ai berlusconismi in tutte le sue salse sono incompatibili con noi, perché ne abbiamo memoria. I fiancheggiatori politici di persone condannate per mafia sono avversari politici senza mediazioni, perché ne abbiamo memoria.

Chi ha votato in Parlamento la sistematica distruzione della scuola, della magistratura, dei diritti dei lavoratori, delle emergenze per sfamare gli appalti, del suolo trasformato in appetitoso margine di monetizzazione, delle infrastrutture utili dimenticate, della sicurezza idrogeologica in nome del profitto, della sanità pubblica e di tutto ciò che è stato confiscato ai diritti, nella Cosa Seria non ha posto perché la memoria è il primo ingrediente della democrazia e i ravveduti dell’ultimo minuto sono alchimisti che ormai sappiamo riconoscere.

Nella Cosa Seria anche la verità è un punto di programma: la verità giudiziaria, la verità storica e la verità politica. Non si parteggia per questo o quel potere: si pretende l’emersione totale dei fatti e si difende chi lavora per questo. Senza calcoli elettorali e posizionamenti da patetico risiko politico.

Nella Cosa Seria si dialoga con il cuore dei partiti: i militanti, gli amministratori, le tante persone serie e per bene che fanno politica con impegno e passione in giro per l’Italia. Perché il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, era un politico, Pio La Torre era un politico, Peppino Impastato era un attivista politico: la politica in Italia per molti è stata ed è una Cosa terribilmente e meravigliosamente Seria.

Nella Cosa Seria l’equità non è un spot europeista di macroeconomia ma passa attraverso un ridistribuzione dei diritti e dei doveri, dei costi e dei benefici e soprattutto delle opportunità. Opportunità garantite a tutti: la meritocrazia passa per forza da qui.

Nella Cosa Seria vincere le elezioni è un mezzo e non un fine. E anche governare dopo averle vinte è un mezzo e non un fine.

Nella Cosa Seria i diritti civili non sono più negoziabili con nessuno, né rinviabili, né assoggettabili a compromessi al ribasso o a diktat provenienti da chi fa della propria fede un elemento di divisione e non di fratellanza. E per questo, anche per questo, non sono alternativi ma al contrario strettamente connessi con i diritti sociali.

Nella Cosa Seria si pensa che i cinque miliardi di euro spesi finora per bombardare l’Afghanistan siano stati rubati al welfare, agli ospedali, agli asili nido, alla scuola pubblica. E che le spese in aerei da guerra o in supercannoni tecnologici siano solo un furto ignobile ai danni dei pensionati come dei precari.

Nella Cosa Seria si sta insieme, perché un’alleanza politica non è un matrimonio e quindi non divorzi se il tuo alleato urla troppo quando parla o è maleducato. Nella cosa seria conta la politica vera, il programma da realizzare, non le simpatie.

Nella Cosa Seria quando dici «ce lo chiede l’Europa» pensi alla legge anticorruzione mai fatta, al salario minimo garantito in Francia, al congedo parentale obbligatorio per i papà della Svezia, al reddito minimo di cittadinanza garantito da tutti gli stati europei tranne che da noi, in Spagna, Portogallo e in Grecia. Pensi a un modello di previdenza sociale che tuteli anche i lavoratori precari e le donne che devono lasciare il posto di lavoro in gravidanza, pensi a una legge sulla procreazione assistita che non ti costringa ad andare all’estero per fare un figlio, pensi al pluralismo dell’informazione e alla diffusione della rete.
Nella Cosa Seria siamo europeisti convinti, per questo pensiamo che l’Europa unita non sia quella delle banche ma quella dei cittadini, e che i mercati finanziari debbano essere controllati e le speculazioni scoraggiate con misure come la Tobin Tax per privilegiare gli investimenti sul lavoro e l’impresa.

Nella Cosa Seria ci si batte per un’Europa matura e solidale con un indirizzo comune, un esercito comune, liste comuni al parlamento europeo e una banca centrale in grado di mettere al riparo i singoli stati dall’attacco della speculazione finanziaria.

Nella Cosa Seria pensiamo che ciascuno sia cittadino del Paese in cui nasce, che l’immigrazione sia una risorsa e non una minaccia.

Nella Cosa Seria vogliamo che il carcere serva a rieducare e non a umiliare e che la detenzione sia l’ultima opzione dopo il ricorso a pene alternative.

Nella Cosa Seria siamo convinti che la lotta all’evasione si combatta abbassando la soglia del pagamento in contanti e tracciando i pagamenti. E che sia ingiusto aumentare il prelievo fiscale ricorrendo all’aumento dell’Iva e non alla patrimoniale.

Nella Cosa Seria immaginiamo città liberate dal traffico e dall’inquinamento grazie alle piste ciclabili, al car sharing, con un trasporto pubblico più efficiente e meno macchine.

Nella Cosa Seria crediamo che l’Italia meriti una politica industriale che punta a un modello di sviluppo sostenibile; nella Cosa Seria pensiamo che si cresca riconvertendo e non cementificando, puntando sulle energie alternative e non sulle grandi opere.

Nella Cosa Seria si fanno le primarie, si scelgono i parlamentari, non si decide mai soli, né in due o in tre.

Nella Cosa Seria sappiamo che la parola “sinistra” nel Paese ha ancora un senso diffuso che non appartiene a ceti politici né a gruppi dirigenti. È un sentimento, un modo di stare al mondo, un’appartenenza ideale e concreta che richiede coerenza e che non può ridursi in piccoli e particolari interessi di bottega, antiche inimicizie e gelosie d’appartenenza.

Per questo chiediamo che Sinistra Ecologia e Libertà e una parte consistente del Partito Democratico siano il motore di una coalizione che sia una Cosa Seria. Che guardi a Italia dei Valori, Federazione della Sinistra, ALBA, Verdi e tutti coloro che si riconoscono in un manifesto di posizioni chiare e realmente governabili, oltre che di governo. Perché non ci piace la strategia dell’inerzia per capitalizzare il consenso trascinandosi alle prossime elezioni, ma preferiamo la semplicità e la chiarezza delle idee da valorizzare insieme. Soluzioni collettive per risolvere i problemi, insieme: politica presa come una Cosa Seria”.

Questo documento è stato scritto a molte mani (da Giulio Cavalli, Francesca Fornario, Alessandro Gilioli, Matteo Pucciarelli, Luca Sappino e Pasquale Videtta) ma non ci interessano i padri o i primi firmatari; ci interessa farsene carico e condividerlo. Sul serio.

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