Jobs vs Monti

Oggetto non identificato sui fondali del mar Baltico

Non funziona nulla, nulla di elettrico là fuori e il telefono satellitare ha smesso di funzionare quando eravamo sopra l’oggetto e poi ci siamo allontanati di circa 200 metri e si è rimesso a funzionare e quando siamo tornati sopra l’oggetto non funzionava il che è un po’ strano.

Stefan Hogeborn, subacqueo e fotografo sottomarino.

PREMESSA: non credo si tratti di un UFO/OVNI [anche perché non vola e quindi semmai sarebbe un UO o un ONI ;oDDDD]
Ma non sono neppure sicuro che si tratti di formazioni geologiche naturali. Già in passato si è minimizzata l’importanza di Yonaguni, oppure è stata ingigantita scioccamente ricollegandola al mito di Atlantide e screditando così il lavoro degli archeologi ed esploratori giapponesi. Spero che ufologi e minimizzatori di professione non rovinino tutto e consentano il finanziamento di future ricerche. La mia ipotesi è sempre la stessa: durante la glaciazione i livelli degli oceani erano molto più bassi ed è quindi verosimile che i nostri antenati abitassero laddove ora ci sono fondali marini. Un’altra glaciazione sarebbe dunque manna per l’archeologia subacquea (ma non per noi). Resta il problema delle anomalie elettromagnetiche. Il team si prepara a tornare, vedremo cosa scoprono.

STOCCOLMA – “Quando ci avviciniamo troppo, ad una distanza di meno di 200 metri, le nostre apparecchiature vanno completamente in tilt e si spengono”. Il team specializzato in ricerche subacquee che si è imbattuto, sul fondo dei mari ghiacciati della Svezia, nei resti di quello che viene rappresentato come un oggetto volante non identificato, ha raccontato la propria esperienza sui fondali del Mar Baltico.

Nel corso di rilievi oceanografici gli scienziati si sono imbattuti in qualcosa “mai visto prima”. Pensavano che si trattasse semplicemente di una strana formazione nelle rocce ma, dopo approfonditi esami l’oggetto “è apparso più come un enorme fungo che si sollevava di 13 metri dal fondo del mare, con i lati arrotondati e bordi irregolari”.

La scoperta risale a sei mesi fa quando la Ocean Team X, società che si occupa di scovare negli abiss navi affondate, è rimasta colpita da questo relitto particolare.

STOCCOLMA – C’è fermento nel mondo degli appassionati ufologi. Un team specializzato in ricerche subacquee si è imbattuto, sul fondo dei mari ghiacciati della Svezia, nei resti di quello che vienerappresentato come un oggetto volante non identificato. La squadra che sta operando sul fondo del mare si chiama Ocean Team X e si trova nel mar Baltico.

Nel corso di rilievi oceanografici gli scienziati si sono imbattuti in qualcosa mai visto prima. Pensavano che si trattasse semplicemente di una strana formazione nelle rocce ma, dopo approfonditi esami l’oggetto è apparso più come un enorme fungo che si sollevava di 13 metri dal fondo del mare, con i lati arrotondati e bordi irregolari. L’oggetto ritrovato ha un foro a forma di uovo conduce all’interno dall’alto. In cima all’oggetto gli scienziati hanno trovato anche strane formazioni che sembrano piccoli camini e sono annerite da fuliggine o qualcosa di simile.

Lo scienziato. «Durante i miei 20 anni di carriera subacquea, quasi 6000 immersioni, non ho mai visto nulla di simile. Normalmente le pietre non bruciano. Non riesco a spiegare quello che abbiamo visto, bisogna approfondire ancora», ha detto Stefan Hogeborn, uno dei subacquei di Ocean Team X che ha diffuso un comunicato ufficiale sul ritrovamento.


http://www.ilmessaggero.it/tecnologia/scienza/c_il_relitto_di_un_ufo_nel_mar_baltico_annuncio_shock_video_/notizie/203056.shtml

Prime luci sulla misteriosa struttura del Mar Baltico

L’oggetto misterioso del Mar Baltico. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Dopo le prime immersioni dell’Ocean X, la società svedese-norvegese sorta per capire cos’è lo strano oggetto che si trova nel cuore del Mar Baltico, risulta che esso è sì “misterioso”, ma certamente non si tratta di una nave aliena affondata in mare come in un primo tempo si era lasciato intendere.
Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo tornare indietro di circa sei mesi quando la società in questione, che si è specializzata nella ricerca di navi affondate nel passato, aveva scoperto nel cuore del Mar Baltico un corpo adagiato sul fondo del mare che dalle risposte del sonar sembrava essere un oggetto artificiale (vedi foto sopra), o almeno così dicevano i responsabili del team.

Fungo gigante
Dopo una notevole campagna pubblicitaria che ha fatto parlare di loro in tutto il mondo, la Ocean X ha deciso di analizzare l’oggetto da vicino, facendo immergere alcuni sommozzatori proprio sul luogo dove si trova la misteriosa formazione. E in questi ultimi giorni si hanno i primi risultati.

Il corpo principale dell’”oggetto” a forma di fungo illuminato dai sommozzatori. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Stando ai report si tratterebbe di un oggetto circolare che, nonostante l’esperienza dei sommozzatori, non è mai stato osservato in altre parti del mondo. “Inizialmente sembrava un corpo roccioso, ma ad un’attenta osservazione appare come un gigantesco fungo (vedi foto a sinistra) con un diametro di circa 60 metri che si eleva dal fondo del mare per 3-4 metri e come un fungo possiede dei bordi arrotondati”, dicono dall’Ocean X.

Secondo gli esploratori l’oggetto avrebbe un foro dalla forma simile ad un uovo sulla parte sommitale, come fosse un’apertura. E sempre sulla parte alta dell’oggetto vi sarebbero delle strane conformazioni di rocce come fossero dei piccoli focolai (vedi foto in basso). E il tutto sembra ricoperto da una specie di fuliggine.

Piccole rocce disposte a formare strutture simili a focolai.Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Spiega Stefan Hogeborn, uno dei sommozzatori del gruppo di ricercatori: “Nei miei 20 anni di rilievi sottomarini, che contano più di 6.000 immersioni, non ho mai visto nulla di simile.

Non sono in grado di affermare cosa abbia visto là sotto. Mi sono immerso per tentare di dare una risposta a ciò che avevamo visto dalla superficie, ma sono risalito con più domande che risposte”.

I sommozzatori asseriscono poi, che dietro l’oggetto vi è una specie di pista (vedi foto sotto) al cui termine sta l’oggetto in questione. Sottolinea poi Peter Lindber, uno dei fondatori di Ocean X Team: “Dapprima ho pensato di essere di fronte ad un rilievo naturale, ma ora sono convinto che sia qualcos’altro. Inoltre non ho mai sentito parlare di attività vulcanica sul fondo del Mar Baltico e dunque il tutto si fa ancora più strano. E se proprio fosse una cosa naturale, certamente è la più strana che abbia mai visto”. Dal fondo sono stati riportati in superficie dei campioni di materiale che al momento sono oggetto di analisi.

Una scia sembra dipartirsi dall’oggetto e allungarsi per diverse decine di metri. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Scetticismo
Fin qui, quanto arriva dal Mar Baltico, ma è giusto anche prendere queste notizie con le dovute pinze.
Sui fondi dei mari ci sono conformazioni rocciose che sulla terraferma non si sono mai formate proprio perché i “mondi” sono diversi.
Quindi poiché i sommozzatori di Ocean X non sono geologi, è ovvio che una formazioni geologica rara e particolare potrebbe sembrare a loro qualcosa di assolutamente anomalo. La scia che essi vedono potrebbe essere il risultato del rotolamento o del trascinamento di un gigantesco masso caduto sul fondo del mare dalla scarpata continentale.

Non va dimenticato infatti, che durante una delle ultime glaciazioni il Mar Baltico era completamente ricoperto da ghiacci spessi migliaia di metri in grado di trasportare corpi rocciosi di enormi dimensioni. Tuttavia è sempre buona cosa lasciare aperte delle porte ad altre interpretazioni fino al giorno in cui non si avrà la risposta certa.

Sergio Romano, “L’Europa è prigioniera della NATO”

Sergio Romano: “L’Europa è prigioniera della NATO”, 10 giugno 2012

Il progetto di uno spazio comune tra Europa e Russia è auspicabile, ma reso impossibile dalla presenza di una NATO strutturata in funzione anti-russa che tiene l’Europa prigioniera della politica USA. Lo sostiene, in un’intervista esclusiva realizzata da Giacomo Guarini e pubblicata in Vent’anni di Russia Sergio Romano, storico, giornalista e diplomatico, considerato uno dei massimi esperti italiani di Russia. Già ambasciatore a Mosca durante gli ultimi anni dell’URSS, oggi è editorialista di varie pubblicazioni (tra cui Il Corriere della Sera e Panorama). Ha insegnato alle università di Milano-Bocconi, Pavia, Sassari, Harvard e della California. Fa parte del Comitato Scientifico di Geopolitica.

Secondo Romano, la priorità della nuova presidenza Putin sarà e dev’essere la modernizzazione economica, per uscire dall’eccessiva dipendenza dall’esportazione di risorse naturali. Tale modernizzazione è una precondizione imprescindibile anche perché il progetto putiniano di Unione Eurasiatica abbia successo.

Commentando i rapporti tra Russia e Cina, l’ex Ambasciatore afferma ch’essi sono eccellenti, ma favoriti dalla comune necessità di arginare la potenza statunitense. Non si può escludere che si tratti solo d’una tregua, e che in futuro la tensione torni a salire. 

Uno dei capitoli su cui Cina e Russia fanno fronte comune è quello relativo a Iran e Siria. Secondo Romano al Cremlino non si desidera un Iran dotato dell’arma nucleare, ma si è consci che una caduta dei governanti a Damasco o Tehran rappresenterebbe una vittoria degli USA. «La Russia – ricorda l’ex Ambasciatore a Mosca – è portata a pensare che ogni vittoria americana si traduca nell’allargamento dell’area in cui gli Stati Uniti sono la potenza dominante. E questo non le piace».

Parlando dei rapporti tra Europa e Russia, Romano ritiene che sia auspicabile uno spazio comune “da Lisbona a Vladivostok”, e che questo progetto sia già proprio alla Germania. Tuttavia, è impossibile realizzarlo «finché esiste una NATO che è evidentemente strutturata in funzione anti-russa»; l’Europa è «in qualche modo prigioniera della NATO», mentre dovrebbe avere «una propria politica estera, distinta da quella degli Stati Uniti».

Lo scudo ABM degli USA è uno dei capitoli più spinosi dei rapporti con Mosca: «Non credo – afferma l’esperto storico e diplomatico – che i russi abbiano completamente torto quando si sentono potenzialmente minacciati da queste basi anti-missilistiche americane».

Venendo ai rapporti italo-russi, Romano non prevede che vi sarà un peggioramento col nuovo governo italiano. Berlusconi «non ha mai messo in discussione veramente la strategia degli Stati Uniti», e comunque Monti ha delle priorità di carattere economico-istituzionale che lo distrarranno dall’intervenire in maniera rilevante sulle relazioni estere.

L’intervista in forma integrale può essere letta in Vent’anni di Russia, il primo numero di Geopolitica.

 

Tutte le doti del grande giornalismo in una raffinata cornice

 

Durnwalder tiferà per la Spagna in finale? (e chissenefrega?)

“In Alto Adige, terra bilingue italo-tedesca, non tutti tifano per gli azzurri in vista dell’incontro con la Germania. Il governatore Luis Durnwalder, ad esempio, dice di provare simpatia per molti giocatori italiani, incontrati durante i ritiri estivi in montagna: «Ma personalmente tengo per la Germania», dice sulla partita di stasera. Il quotidiano Dolomiten ha interpellato alcuni personaggi di lingua tedesca: non mostra tentennamenti Ulli Mair, segretaria del partito dell’ultradestra Freiheitlichen: «Non importa chi vince – afferma – basta che sia la Germania». Apparentemente più decoubertiniano è Elmar Pichler Rolle, personaggio di spicco della Svp: «Vinca il migliore», dice. Ma poi aggiunge: «In questo caso il migliore è certamente la Germania»”.


http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2012/06/28/news/durnwalder-io-tifo-per-la-germania-1.5330681

“L’elemento decisivo non è quindi l’unità amministrativa, ma ritorna con prepotenza in primo piano il richiamo a una supposta e auspicata unità etnolinguistica della propria “parte”.  Si potrebbe inoltre chiosare che in passato fu Magnago ad opporsi decisamente all’idea di definire i sudtirolesi una “minoranza austriaca”. Lui infatti parlava sempre di “minoranza tedesca” o di “lingua tedesca”. Mentre solo con Durwalder il discorso della “minoranza austriaca” pareva diventato il centro di una nuova identificazione culturale e politica.

Certo, sarebbe possibile obiettare che alcuni sudtirolesi tifano Germania, e non Austria, solo perché l’Austria è calcisticamente insignificante e spesso assente dalle grandi competizioni internazionali. Eppure il sospetto che quanto abbiamo appena sottolineato indichi una tendenza non dettata da mero opportunismo rimane. Dobbiamo preoccuparci? No, ammesso che tutta questa faccenda dell’appartenenza legata al calcio sia solo una metafora. Ma le metafore sono “solo metafore”? Comunque la vediate: buona partita a tutti”.

Gabriele Di Luca, Corriere dell’Alto Adige, 28 giugno 2012


http://sentierinterrotti.wordpress.com/2012/06/28/partita-di-calcio-o-metafora/

“Lo storico dell’Università di Pisa Alberto Mario Banti, uno dei massimi esperti italiani del  Risorgimento, è rimasto coinvolto in un’accesa diatriba sulla bontà ed opportunità di questo risveglio neo-risorgimentalista.  Ha vergato una critica  senza appello al nazional-patriottismo di Benigni, che andrebbe letta alla luce delle sue analoghe obiezioni alla narrativa patriottica di Carlo Azeglio Ciampi, contenute nel bel “Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo” (Laterza, 2011).

Da Luis Durnwalder si è preteso un autodafé patriottico, come quando gli inquisitori spagnoli esigevano una dimostrazione di fede dai marrani ebrei e musulmani. Chiederemo agli immigrati di prostrarsi di fronte ad un crocifisso o di recitare a memoria la costituzione?

In prima battuta devo ammettere di aver avuto uno scatto patriottico: l’ho trovato irritante. L’Alto Adige ha avuto notevoli riconoscimenti e benefici economici ed un rappresentante delle istituzioni dovrebbe avere un altro comportamento. A mente fredda, però, non c’è dubbio che se si preme il tasto delle radici si fa il gioco di Benigni, dell’italianità eterna: i Sudtirolesi non hanno potuto esercitare una scelta nel 1919 ed hanno dovuto subire tutto il peso dell’oppressione fascista. Per questo il terreno comune dovrebbero essere la carta costituzionale e lo stato di diritto, non la storia: a tutela di tutte le minoranze. A scuola, come s’impara la matematica e Manzoni, si dovrebbe anche imparare la costituzione e magari si potrebbe anche estendere il giuramento di lealtà alla costituzione a tutti i cittadini, non solo a certe categorie”.


http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2011/02/25/AT6PO_AT601.html

La disputa sulle lealtà calcistiche di Durnwalder dimostra che il totemismo è vivo e vegeto nelle società contemporanee. L’aquila americana continua a contrapporsi all’orso russo, l’orso trentino è vilipeso e Durnwalder è già stato trasformato in un totem clanico vivente. Dellai farà verosimilmente la stessa fine in Trentino.

Ci consideriamo moderni, ma non lo siamo. Tra i “primitivi” aborigeni australiani la sopravvivenza della comunità è affidata ad una corretta riproduzione dell’ordine modellato dagli antenati totemici e i loro simboli devono essere fedelmente riproposti, nelle immagini e nelle ritualità. Analogamente, tra noi “moderni” riscontriamo le logiche tribali, il feticismo, il ritualismo elaborato, l’idolatria, il totemismo, la venerazione della natura e degli antenati, lo spirito del clan, i pellegrinaggi, i percorsi iniziatici, la sacra toponomastica e i sacri simboli, la fede nell’Età dell’Oro e nella Terra Promessa, ecc.

È inevitabile: totem e simboli sacrali servono anche a rassicurare una società sulla bontà e validità della sua visione del mondo. Per il celebre etnografo Clifford Geertz l’esistenza stessa dell’uomo sarebbe salvaguardata dai simboli, nei confronti dei quali si è sviluppata una tale forma di dipendenza che il privarsene equivarrebbe alla morte psichica, al caos assoluto. Il che spiega come mai sono in grado di determinare la nostra esistenza.

Durnwalder poteva dire di non essere interessato al calcio e il Dolomiten poteva fare a meno di fare il suo “sondaggio” sugli orientamenti del tifo dei politici sudtirolesi. In una società matura ci sono delle alternative, in Alto Adige non ci sono: è d’obbligo prostrarsi al cospetto del proprio totem. Durnwalder non ha mai avuto una vera scelta: qualunque risposta avesse dato avrebbe creato malumore. Anche astenendosi dal rispondere avrebbe generato sospetti. Durnwalder, come ciascun residente dell’Alto Adige, è ostaggio più o meno consenziente dei totem clanici e dei miti etnici, una condizione particolarmente problematica in un Alto Adige che si trova a cavallo tra un’eurozona forte ma calcisticamente debole ed un’eurozona debole ma calcisticamente forte.

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http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/07/22/contro-i-miti-etnici-alla-ricerca-di-un-alto-adige-diverso-un-libro-preveggente/

Roberto Vacca sulla morte, la sopravvivenza delle idee e la vocazione al servizio

 

Quello che hai in testa – che farne?   – di Roberto Vacca, 24 Giugno 2012.

“Non andare fuori. Torna in te stesso. La verità abita dentro l’uomo [Noli foras ire. In te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas.” – scrisse Agostino d’Ippona. Aveva torto: fuori di noi ci sono molte più cose che non dentro. E quelle che abbiamo dentro ce le abbiamo portate prendendole da fuori.

Comunque sia di ciò, di cose in testa ne abbiamo tante – se siamo stati attenti e se abbiamo ragionato sui memi che ci arrivavano. Non dovremmo tanto andare fuori, ma dovremmo tirare fuori quel che abbiamo. Dovremmo condividerlo.

Lessi 70 anni fa un’immagine vivida e tragica del contenuto di un cranio, nel racconto della morte del fisico Pierre Curie, scritto dalla figlia. Forse Curie meditava sulla radioattività ed era disattento. Fu investito da una carrozza e una ruota gli spaccò il cranio distruggendo la conoscenza e le idee contenute nel suo cervello.

Era molto tempo che non ricordavo quell’evento. Mi è tornato alla mente di recente e ho riflettuto che anche io ho accumulato parecchie idee e nozioni – anche se non ho prodotto invenzioni epocali. Cercherò di non morire in un incidente stradale, ma ho 85 anni e, se ricordo bene, circa la metà degli ottantacinquenni supera i 91 anni di vita. Mancano, comunque, pochi anni al momento in cui sparirà la roba che ho accumulato nel mio cervello. È ragionevole, dunque, pensare a scaricarle (download it) tempestivamente. [Per inciso ricordo un detto latino: “Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno – Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere”].

Non avevo pensato molto a questa urgenza finora. Infatti, seguendo B. Spinoza, ritengo che “l’uomo libero, cioè chi vive soltanto secondo i dettami della ragione, non è condotto dalla paura della morte e la sua sapienza è meditazione di vita” (Ethica, IV, 67).

Non temiamo, dunque, la morte, ma riflettiamo. Non abbiamo tanto dannato tempo per raccontare agli altri le cose che pensiamo o inventiamo. Che possiamo decidere? Noi, persone normali, decidiamo con calma – non c’è tragedia: è tragica, invece, la situazione delle menti somme che devono generare messaggi di grande valore e hanno pochissimo tempo. Accadde a Evariste Galois ventenne. Aveva inventato l’algebra astratta e sapeva che sarebbe  morto scioccamente in un duello poche ore dopo. Scrisse freneticamente materiale inedito: teoremi, definizioni, congetture e su ogni pagina scriveva:

“Non ho tempo – non ho tempo!”

Fece bene. L’algebra astratta è una branca della matematica utile – e difficile.

Alcuni studiosi e pensatori si accontentando di vedere e capire cose nuove – e non insistono per pubblicarle. È un loro diritto. Mio padre pubblicò un centinaio di lavori di matematica, ma lasciò qualche migliaio di pagine di note. Alcune contengono teoremi nuovi – e ci annotava a margine “Quod Nemo Vidit Antea” – questo nessuno lo ha visto prima: e tirava avanti. Ora quelle note sono all’Istituto Matematico dell’Università di Torino e qualche giovane ne trarrà ispirazione.

Anche se non abbiamo avuto idee straordinarie e abbiamo inventato o visto solo qualche dettaglio o relazione interessante, dovremmo sentire l’Imperativo Categorico di diffondere la nostra roba. Una giustificazione sensata di questo punto di vista è che il mondo è più bello se girano idee, invenzioni, pensieri edificanti – memi. Lo sanno bene quelli fra noi che abbiano incontrato maestri bravi o che hanno incontrato a caso nei libri o nell’universo del WWW nozioni o ragionamenti che ci hanno cambiato la vita. Cambiamola anche agli altri – diamo occasioni. Siamo servizievoli.

In inglese “serve” ha gli stessi significati dell’italiano “servire”, ma ne ha uno in più. Vuol dire anche:    “accettare la chiamata o la vocazione a servire il Paese non solo sotto le armi (come in italiano), ma anche nell’amministrazione o nella giustizia”.

Esorto a servire non solo il Paese – ma il mondo e gli sconosciuti che lo abitano.

Il motto del Principe Albert, marito della Regina Vittoria, era:

Ich diene – io servo.”

Quattro luoghi comuni su Euro ed Europa smontati dagli economisti eterodossi

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I quattro eurofalsi da Left Avvenimenti

Cesaratto, Brancaccio, Stirati, Gnesutta: quattro economisti italiani smontano i quattro più importanti “luoghi comuni” che riempiono le pagine dei giornali, nei giorni che precedono il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale si deciderà il futuro dell’Europa. Tesi economiche ripetute come un mantra, eppure false sul piano teorico ed empirico. Quattro economisti “critici” ci spiegano perché le tesi fondamentali dell’economia neoliberista non sono la soluzione, ma il problema.

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una dura battaglia contro le menzogne e le fantasie

Le cause. Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni – come la Grecia - questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa.

La natura della crisi. Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell'Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma - proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 - si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un'altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico.

La risposta appropriata. In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo.

Il grande errore. Dopo aver risposto bene nella prima e acuta fase della crisi economica, la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato.

http://keynesblog.com/2012/06/28/lausterita-e-smentita-dai-fatti-il-manifesto-di-krugman-per-il-buon-senso-in-economia/

L’aereo turco, il precedente libico ed un intervento NATO che si complica

[...] “Un portavoce del ministero degli Esteri siriano, Magdissi Jihad, ha detto che l’abbattimento dell’aereo turco è stato un gesto di autodifesa contro una violazione della sua sovranità. La Difesa aerea siriana è stata presa di sorpresa dall’aeroplano che volava a 100 metri di altitudine. Anche se l’aereo fosse stato siriano, l’avremmo abbattuto”, ha detto, aggiungendo che Damasco ha fatto del suo meglio per attenuare le conseguenze, contattando tempestivamente le autorità turche ed offrendo tutta l’assistenza dovuta nelle operazioni di ricerca e soccorso [...]. L’incursione del jet militare turco in Siria potrebbe essere stata un’operazione NATO non riuscita per mimetizzare i suoi aerei militari al fine di ingannare la difesa aerea del paese, facendoli passare per aerei siriani. I codici necessari sono stati sottratti al cacciabombardiere siriano che era stato rubato dal suo pilota disertore qualche giorno fa [si è consegnato al governo giordano, NdT].

Questa teoria spiega perché l’aereo da ricognizione turco è entrato nello spazio aereo siriano prima di essere abbattuto, ha argomentato il quotidiano russo Komsomolskaya Pravda, che cita fonti anonime delle forze di sicurezza siriane.

I Siriani ritengono che l’incidente di venerdì abbia origine dalla defezione della scorsa settimana di un pilota siriano fuggito nel suo MiG-21 jet da combattimento in Giordania. Damasco ha bollato il disertore come un traditore, mentre le autorità giordane gli hanno dato asilo.

La defezione richiama alla mente un incidente simile che ha avuto luogo nel mese di febbraio 2011, quando due piloti libici “consegnarono” il loro aereo militare a Malta. La campagna di bombardamenti della NATO, che si concluse con la caduta del governo del Muammar Gheddafi, iniziò appena un mese dopo.
Gli analisti militari hanno notato che, curiosamente, i sistemi di difesa aerea libici sembravano essere impotenti contro gli attacchi aerei della NATO. La spiegazione potrebbe essere in un sistema di identificazione “amico/nemico” presente a bordo dei due velivoli rubati, suggerisce il giornale. Questo sistema viene utilizzato dai militari in combattimento per distinguere il proprio aereo.

Secondo il quotidiano, l’esercito siriano [leggi: i tecnici russi, NdT] ritiene che la NATO ci abbia riprovato, ma senza riuscire a decifrare i codici. Questo è dimostrato dal fatto che il pilota disertore è riuscito a mandare la sua famiglia in Turchia prima di rubare il jet da combattimento, il che significa che l’atto non è stato probabilmente dettato da un’improvvisa crisi emotiva.

Alla Turchia potrebbe essere stato affidato il compito da parte della NATO di testare la qualità del lavoro svolto e il risultato è stato disastroso.

Questa è comunque solo una teoria e non si possono escludere spiegazioni più banali – ma è più probabile che l’intrusione facesse parte di un’operazione militare, piuttosto che essere un errore come ha affermato la Turchia, sostengono gli esperti militari [...]”.


http://www.rt.com/news/turkish-plane-nato-syria-725/

Un tecnico degli anni Ottanta parla della crisi, dell’euro, di Andreotti e della deindustrializzazione italiana

Antonino Galloni, già Direttore generale del Ministero del Lavoro, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

Alla fine degli anni ’70 l’Italia aveva superato l’Inghilterra, e nessuno 30 anni prima poteva immaginare un risultato del genere. Aveva quasi appaiato la Francia e stava minacciando la Germania. E’ in quella situazione che si stabilisce, in Europa, l’accordo per i cambi fissi. Che cosa significa? I singoli stati sono responsabili della propria bilancia dei pagamenti, cioè di fronte a un disavanzo commerciale non possono svalutare la propria moneta perché si sono impegnati con i cambi fissi e quindi devono offrire questi titoli ad alto tasso di interesse. Ma far crescere i tassi di interesse non è ininfluente per l’economia, per cui si crea un meccanismo per cui gli stati più forti, che esportano di più, non tenuti a rivalutare la propria moneta, diventano ancora più forti e quindi si abbassano i loro tassi di interesse, fanno più investimenti in tecnologia, sono più competitivi e ricominciano a esportare di più. Invece gli stati deboli, per compensare le importazioni nette, devono emettere titoli e far crescere i tassi di interesse, ma l’aumento dei tassi di interesse determina un accorciamento dell’orizzonte delle imprese e quindi minori prospettive di occupazione per i giovani”.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05

Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Guido Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quell’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Si veda anche:

http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/15/le-cause-della-rivoluzione-in-europa-lhanno-fatto-una-volta-lo-rifaranno-ancora/

Chiudiamo per sempre il 31 luglio – l’intelligenza non si studia

La morte del premio Nobel Elinor Ostrom (Beni Comuni)

 

La morte del premio Nobel Elinor Ostrom non ha fatto notizia in Italia: il fatto non può sorprendere nel Paese più irrimediabilmente lontano dal liberalismo di tutto l’occidente. Ma la Ostrom ha condotto alle più coerenti conseguenze l’intuizione tocquevilliana dell’autogoverno della società civile, formulando una rigorosa teoria della gestione collettiva, ma non pubblica, del governo dei beni comuni.

di Giovanni Vetritto, da criticaliberale.it

Se ne è andata nella solita indifferenza della comunità scientifica e dei mezzi di comunicazione di massa.

Non è bastato essere stata la prima donna a vincere il premio Nobel per l’economia; aver dato un contributo fondamentale alla fondazione della scuola neoistituzionalista; aver smantellato l’ideologismo della “tragedy of the commons” con una delle opere metodologicamente e contenutisticamente più innovative delle scienze sociali del ‘900; aver dato una teoria empiricamente dedotta da decenni di ricognizioni a livello mondiale sulla gestione dei beni collettivi, indicando con ciò una alternativa praticabile alla ingenua dicotomia secca Stato/Mercato.

Per Elinor Ostrom l’attenzione è stata sempre inferiore ai meriti, soprattutto in Italia. E conseguentemente, la sua morte non ha fatto notizia, non è di fatto comparsa quasi per nulla sui media nazionali.

Il fatto non può sorprendere nel Paese più irrimediabilmente lontano dal liberalismo di tutto l’occidente.

Elinor Ostrom ha condotto alle più coerenti conseguenze l’intuizione tocquevilliana dell’autogoverno della società civile, formulando una rigorosa teoria della gestione collettiva, ma non pubblica, del governo dei beni comuni, iscrivendosi esplicitamente in un filone culturale di razionalismo critico ed empirico che ella stessa faceva risalire a Hume, Smith e allo stesso Tocqueville. Con ciò ponendosi come la più genuina epigona della tradizione della democrazia fondata sulla libera associazione degli individui, che il grande storico francese aveva individuato come lo specifico della “Democrazia in America” nella sua fondamentale opera del 1835.

Esaminando una ricca casistica di esperienze di gestione associata da parte dei fruitori di beni collettivi, per individuarne le ragioni di successo o vivisezionarne le ragioni di fallimento, nella sua principale opera “Governing the commons” del 1990 Ostrom ha messo in evidenza come non sia sempre necessario ricorrere al Leviatano burocratico per garantire socialità e vantaggio collettivo nella gestione di utilità comuni; allo stesso tempo, ha dimostrato come non sia solo e sempre la molla dell’egoismo individuale a consentire valore aggiunto per la collettività, come avrebbe voluto una rilettura unilaterale e semplicistica dello Smith della arcinota pagina del macellaio e del birraio de “La ricchezza delle nazioni”. Una rilettura, sia detto per inciso, che non rende giustizia alla complessità e alla ricchezza di quella che resta l’opera fondamentale di un liberalismo molto più aperto e perfino interventista di quanto si sia voluto contrabbandare nella recente età del “pensiero unico” del Washington consensus.

Ma d’altra parte, è questa la sorte di alcune grandi teorizzazioni della storia del liberalismo: essere banalizzate e distorte, da chi non ha nemmeno voglia di applicarsi a leggerle, per farne alcunché di diverso, e in alcuni casi perfino di opposto.

È accaduto, negli ultimi mesi, anche a Ostrom; la cui autorità, dopo il conferimento del Nobel, è stata da tante parti evocata per giustificare una nuova fortuna dell’espressione “beni comuni”, nella stragrande maggioranza dei casi evocata però proprio a difesa di quello statalismo acritico che è quanto di più lontano dal portato della sua opera maggiore.

È invece la potenzialità delle dinamiche cooperative al centro dell’analisi di Ostrom, non certo la vecchia e ormai consunta teorica della gestione burocratica. Una potenzialità indagata in una logica non ingenua di composizione e coordinamento degli interessi degli individui, non certo in quella di una illusoria irenica cancellazione degli stessi in vista di non si bene quale paradiso dell’altruismo. L’individualismo e l’interesse particolare sono contemplati, ed anzi posti a base della sua teoria delle istituzioni; solo, attraverso lo studio analitico di una moltitudine di casi di democrazia regolativa e gestionale, Ostrom ha saputo dimostrare come una regolazione convenzionale e deliberativa possa renderli compatibili, ed anzi funzionali, alla conservazione e valorizzazione di beni scarsi e non riproducibili: bacini idrici e di pesca, sistemi di irrigazione, patrimoni boschivi. E ciò a distanze immense di tempo e di spazi, dalle “regole ampezzane” trecentesche alle deliberazioni partecipate sulla gestione dei bacini idrici negli Stati Uniti degli anni ’50 del ‘900, dalle Filippine al Giappone al Messico e alle Alpi svizzere.

In anni nei quali il criterio della “sostenibilità” e quello dell’equilibrio ambientale divengono, a volerli “prendere sul serio” nel senso indicato da Roland Dworkin, indirizzi fondamentali per le politiche pubbliche, tanto nelle raccomandazioni delle maggiori organizzazioni sovranazionali quanto nelle regole fondanti della res publica europea, la casistica ostromiana offre tesori tutti da esplorare per un vero e ambizioso riformismo ambientalista nel fine e liberale nel metodo.

Allo stesso tempo, nel momento in cui valorizza le potenzialità delle deliberazioni collettive e la virtù della regolazione flessibile, condotta attraverso il metodo consensuale, quella stessa casistica assume una rilevanza ancora maggiore come esempio di una modalità efficace di costruzione di assetti di regolazione e gestione sussidiaria e socialmente condivisa: proprio ciò che si dovrebbe intendere come il senso generale delle moderne politiche di governance, in quanto contrapposte al determinismo dirigistico delle vecchie e ormai superate politiche di government statalistico.

Una duplice valenza, nel merito della sostenibilità e nel metodo del deliberativismo, che fa di Ostrom una delle personalità del liberalismo recente più interessanti e innovative. Non a caso, Ostrom è stata, nell’ultima fase delle sua riflessione, anche al centro delle concettualizzazioni riguardo al nuovo atteggiarsi della conoscenza come valore condiviso e “bene comune” nell’età di internet e dei creative commons. Dimostrazione ulteriore, ove ce ne fosse bisogno, della modernità di una riflessione iniziata studiando scartafacci del duecento,e finita immaginando il futuro. Come spesso accade al miglior liberalismo.

(20 giugno 2012)


Gesù, il Grande Inquisitore e l’economia esoterica

Spread. Default. Fiscal compact. Spending review.

L’importante è che la gente non capisca nulla e continui a restare al suo posto.

Come proclamava il Grande Inquisitore di Dostoevskij (“I Fratelli Karamazov”): “Abbiamo corretto l’opera Tua [di Gesù] e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile [la libertà], che aveva loro procurato tanti tormenti”.

Il Grande Inquisitore è il dominatore del nostro tempo, in ogni sfera della vita umana, e ci vuole sempre più simili a lui.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere” (2012, pp. 29-30):

“Nei primi tempi, i tempi della clandestinità, non esisteva un simbolo dei cristiani, per così dire, ufficiale. Il più diffuso era il pesce, ma ci si riconosceva anche in altri segni, come l’ancora, la palma, la corona, l’albero (della vita), il vitigno, la nave, l’aratro, il pane, la fonte d’acqua viva, l’araba fenice. La croce era assente o, forse, dissimulata con ritegno. Come simbolo cosmogonico di religioni pagane e come strumento di tortura e di esecuzione capitale riservato agli schiavi ribelli e fuggitivi, proveniva da mondi non solo distanti, ma ostili alla nuova religione e testimoniava dell’inimicizia romana nei confronti del fondatore e dei suoi seguaci. Solo con l’avvicinamento e poi l’alleanza tra la nuova religione e l’impero nel IV secolo (il sogno di Costantino e la croce sulle armi dei suoi soldati; l’abolizione di quel tipo di patibolo da parte di Teodosio), il simbolo cristiano per eccellenza fa la sua comparsa nell’iconografia e, da simbolo di persecuzioni e umiliazioni subite, diventa simbolo di vittoria sul mondo. La croce, all’inizio, è nuda; il Cristo crocefisso non compare. Quando inizia a essere rappresentato, a partire dal V secolo, è raffigurato come il vivente per eccellenza, nella veste di Christus triumphans, con gli occhi aperti, lo sguardo diritto sul mondo e il volto glorioso nell’adempimento delle profezie. Era il simbolo di vittoria sulla sua morte e sui suoi persecutori e quindi, anche, di potenza mondana. A partire dal XII secolo, in concomitanza con l’assunzione di politiche aggressive di potenza da parte del mondo cristiano nei confronti degli “infedeli”, gli ebrei “deicidi” e i “mori” che dominavano in Terrasanta, l’aspetto del Cristo in croce cambia radicalmente e diventa il Christus patiens, col corpo ripiegato, il corpo contratto dalle sofferenze o irrigidito nella morte, un corpo che è in se stesso un’accusa e che sembra chiedere giustizia, cioè, in breve, vendetta. È questo il volto del Cristo sotto il quale saranno arruolati i crociati…Ancora questo era il Cristo in nome del quale i re cristiano conducevano guerre tra di loro e convertivano o sterminavano le popolazioni indigene al seguito dei colonizzatori europei. Espressione di aggressività popolana era il crocifisso che il prete fanatico portava in processione alla testa delle spedizioni punitive – i pogrom contro gli ebrei – negli shtetls dell’Europa centrale, come sono rappresentati nella Crocifissione bianca di Marc Chagall, dove all’ombra della croce bruciano villaggi. […]. Da simbolo di trionfo a simbolo di vendetta…a simbolo passivo, perché chiunque può fargli dire quello che vuole, come se fosse una marionetta…Dopo essere stato così secolarizzato, laicizzato, sociologicizzato, per poterlo comunque appendere nelle aule delle scuole e dei tribunali, lo si è addirittura zittito: simbolo muto che non simbolizza nulla, e quindi “inoffensivo” perché morto. Così ha stabilito la più alta giurisdizione europea dei diritti, precisando che non può perciò “indottrinare” nessuno. È stupefacente che il mondo cattolico, nelle sue istanze gerarchiche superiori, abbia gioito di questa sentenza, invece di considerarla oltraggiosa nei confronti del proprio segno più caro, nel quale è concentrata l’essenza della propria fede e del proprio messaggio…Il Cristo in croce resta dov’è, testimone esanime d’una controversia che ormai non lo riguarda, o meglio lo riguarda strumentalmente, come blasfema posta in gioco in una contesa apparentemente di simbologia religiosa, in realtà di puro potere”.

Le semifinali degli Europei – 73 anni dopo, chi conquisterà l’Europa?

Mercoledì 27 giugno è il turno della sfida fra Spagna e Portogallo.

Salazar e Franco

Il giorno successivo è in programma la seconda semifinale.

A Varsavia, ore 20.45, faccia a faccia fra l’Italia e la Germania.

Qualcuno non ha capito il senso di questo post. Mi spiego: non c’è alcuna dietrologia. Sto solo constatando una curiosa coincidenza: in Polonia (e Ucraina), la prima vittima della seconda guerra mondiale, si affrontano le dittature che hanno reso possibile quella guerra. Tutto lì.
Passo e chiudo.

Jacques Attali, “Domani chi governerà il mondo?” (2012) – estratti

 

Jacques Attali, domani chi governerà il mondo? Roma: Fazi, 2012

10: per fare questo servirà un governo mondiale, che dovrà assumere una forma molto simile ai sistemi federali di oggi; l’Unione Europea ne rappresenta senz’altro il miglior laboratorio. Lasciando ai governi delle nazioni il compito di assicurare il rispetto dei diritti specifici di ciascun popolo e la protezione di ogni cultura, questa amministrazione si farà carico degli interessi generali del pianeta e verificherà che ogni nazione rispetti i diritti dei cittadini dell’umanità. La sua nascita sarà il risultato di un processo caratterizzato da un gigantesco caos economico, monetario, militare, ambientale, demografico, etico, politico; o, invece, meno probabilmente, avverrà semplicemente al posto di questo caos…sarà un governo totalitario o democratico, a seconda di come si instaurerà.

19-20: bisognerà senza dubbio attendere che catastrofi di ordine finanziario, ecologico, demografico, sanitario, politico, etico, culturale, come quella del Giappone nel marzo 2011, facciano capire agli uomini che i loro destini sono comuni. Essi prenderanno allora coscienza delle minacce sistemiche che hanno di fronte. Realizzeranno che il mercato non può funzionare correttamente senza uno Stato di diritto mondiale, che lo Stato di diritto non può essere applicato senza uno Stato, e che uno Stato, anche se mondiale, non può durare se non è realmente democratico.

20: come evitare che questa struttura sia la semplice ratificazione della nuova onnipotenza di qualcuno, nazioni o imprese, che tenta di imporre a tutti gli altri una nuova forma di totalitarismo, nel momento in cui gli ultimi popoli sottomessi si liberano.

22: sarà dotato di un parlamento, di partiti, di un’amministrazione, di giudici, di forze di polizia, di una banca centrale, di una moneta, di un sistema di welfare, di un’autorità delegata al disarmo e di un’altra delegata al controllo della sicurezza del nucleare civile, e di un insieme di contropoteri.

22: piano più modesto e pragmatico: per evitare il disastro, basterebbero alcune riforme, quali la fusione del G20 con il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite, ponendo sotto la sua autorità tutte le organizzazioni di competenza mondiale, come il FMI e la Banca Mondiale, e sottoponendo l’insieme al controllo dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un simile trattato sta in due righe. Può essere adottato in una giornata. Alcuni lo vivranno come un’opprimente dittatura globale. È verosimile che, se votasse oggi, gran parte dell’umanità vi si opporrebbe, mentre voterebbe senza dubbio un testo generale che affermi l’unità e la solidarietà della specie umana, o che arrivi persino a reclamare la costituzione degli stati generali del mondo. È dunque da qui che bisognerà cominciare.

284: ASTEROIDI: il pianeta è stato in passato colpito da asteroidi e lo sarà di nuovo in futuro. Anche qui, non si vede come i governi e le istituzioni internazionali attuali potrebbero far fronte a tale minaccia, alla quale nessuno si sta preparando seriamente.

289: In risposta ai rischi sistemici mondiali, si vedrà in particolare crescere un’ideologia ecologica planetaria che raccomanda la riduzione della produzione per diminuire il consumo di energia e attenuare i rischi d’inquinamento, imponendo restrizioni in tutti i settori in nome della frugalità e dei vantaggi a lungo termine. Dall’altra parte, un’ideologia religiose – o più d’una – tenterà anch’essa di imporre regole conformi alle esigenze di un aldilà dove risiederà, secondo quanto sostiene, l’unica speranza di salvezza. Queste due ideologia fondamentaliste, ecologica e religiosa, convergeranno: l’una e l’altra affermeranno che il destino degli uomini è già scritto e che il vero padrone del mondo – la Natura o Dio – è altrove. L’una e l’altra, alla ricerca della purezza, denunceranno l’Occidente. L’una e l’altra sosterranno di pensare alla felicità degli uomini in termini di prospettiva. Potrebbe anche emergere un giorno un’ideologia che metta insieme le due dottrine: un fondamentalismo allo stesso tempo religioso ed ecologico. Un ossimoro, come lo fu il nazionalsocialismo. Già ha fatto la sua comparsa in Brasile, dove si sta sviluppando un fondamentalismo evangelico eminentemente interessato alla tutela dell’ambiente. Inoltre, nel 2002, Osama Bin Laden, nella sua “Lettera all’America”, accusò gli Stati Uniti di distruggere la natura più di qualsiasi altra nazione, con l’emissione di gas a effetto serra e la produzione di rifiuti industriali. Nel gennaio del 2010, sosteneva che “tutte le nazioni occidentali” sono colpevoli del cambiamento climatico. Nell’ottobre dello stesso anno, ribadiva che le vittime del cambiamento climatico sono più numerose di quelle delle guerre.

292: tale governo non sostituirà quelli nazionali. Questi veglieranno, quando saranno in grado di farlo, sui diritti specifici, sull’identità culturale di ogni popolo. Il governo del mondo si occuperà degli interessi generali del pianeta, che possono anche divergere da quelli di ogni singola nazione; verificherà che ogni Stato rispetti i diritti di ciascun cittadino e vigilerà per impedire il propagarsi di rischi sistemici mondiali. Permetterà di evitare sia il potere di uno solo sia l’anarchia di tutti.

293: catastrofi ecologiche e crisi economica, l’accrescimento del potere di un’economia criminale, l’incombere della caduta di un meteorite, la virulenza di un movimento terroristico potrebbero, alla fine, spingere i governi democratici del mondo a unire le loro forze.

304-305: BENI COMUNI E CITTADINANZA MONDIALE: ogni essere umano deve disporre di una “cittadinanza mondiale”. Nessuno deve più essere “apolide”. Ciascuno deve sentirsi a casa propria sulla terra. Chiunque deve avere il diritto di lasciare il proprio paese d’origine e di essere accolto, almeno temporaneamente, in qualsiasi altro luogo. Ogni essere umano deve avere diritto a un insieme di beni universali: l’aria, l’acqua, i prodotti alimentari, la casa, le cure, l’istruzione, il lavoro, il credito, la cultura, l’informazione, un reddito equo per il suo lavoro, la protezione in caso di malattia o di invalidità; l’eterogeneità del modo di vivere, la vita privata, la trasparenza, la giustizia, il diritto di emigrare e quello di non farlo; la libertà di coscienza, di religiose, d’espressione, di associazione; la fraternità, il rispetto dell’altro, la tolleranza, la curiosità, l’altruismo, il piacere di dare piacere, la felicità nel rendere gli altri felici, la molteplicità delle culture e delle concezioni di benessere.

305: tutte le leggi mondiali e tutti i trattati internazionali esistenti saranno raccolti in un Codice mondiale che avrà un valore giuridico superiore a quello delle costituzioni nazionali.

307: un’Assemblea mondiale, con l’incarico di rappresentare gli interessi di ogni cittadino; un Senato delle nazioni, con il compito di rappresentare l’interesse dei singoli Stati; una “Camera della pazienza” impegnata a rappresentare le generazioni future e il resto del regno dei viventi.

308: la Camera della pazienza dovrà riflettere in particolare su progetti di amplissimo respiro, come sviluppare l’altruismo e la gratuità, contrastare il cambiamento climatico di origine antropica, immaginare nuovi modi di bere, di nutrirsi, di respirare, di vivere sott’acqua o a temperature estreme, di colonizzare l’universo o di “sopravvivere”, trasformandosi geneticamente per diventare capaci di affrontare condizioni radicalmente diverse.

310: METEORITI: sarà anche messa in campo una forza di difesa e di prevenzione per difendere la terra dalla caduta di meteoriti

312: una moneta unica mondiale, sul modello del Bancor proposto da J.M. Keynes

322-323: una federazione può anche crollare quando il collante della paura smette di tenere uniti i popoli…la prima battaglia deve avere come obiettivo una presa di coscienza dell’umanità sul perché della sua esistenza e sui pericoli che gravano su di essa…deve fare in modo che ognuno prenda coscienza della sua appartenenza a una precisa specie vivente e della necessità di proteggerla.

324: questa presa di coscienza verrà dall’azione di quelli che si interessano al futuro del mondo e che ho chiamato altrove “ipernomadi”: militanti di associazioni, giornalisti, filosofi, storici, funzionari internazionali, diplomatici, attivisti di movimenti internazionalisti, mecenati, protagonisti dell’economia internazionale, dell’economia virtuale e dei social network, creativi in qualsiasi campo, ecc.

326: METEORITI: telescopi ottici sono in grado di individuare il più piccolo meteorite da uno a sei mesi prima dell’eventuale impatto, precisando il luogo con alcune settimane d’anticipo. È possibile attivare un’organizzazione mondiale efficiente: un sistema di osservazione efficace dovrebbe seguire 500mila asteroidi e conoscere le loro orbite almeno quindici anni prima della loro eventuale caduta. Per arrivare a questi risultati, basterebbe coordinare i due sistemi esistenti di sorveglianza automatizzata di questi corpi celesti: il Sentry, creato dalla NASA, e il suo equivalente italiano, il NEODyS. Insieme contano un numero considerevole di telescopi al suolo e nello spazio, che analizzano le orbite e i probabili punti d’impatto.

332: METEORITI: infine, per ridurre la minaccia di impatto di meteoriti, l’azione più efficace dovrebbe essere quella di mettere insieme i quindici paesi che hanno realmente i mezzi scientifici, umani e tecnici utili. Una volta individuato l’eventuale impatto, questo gruppo dovrà valutare il livello di rischio sistemico mondiale sulla Scala di Torino. Se il rischio sarà considerato grave, bisognerà organizzare due missioni: una per osservare la struttura dell’oggetto, l’altra, se necessario, per deviarlo; se il meteorite raggiungerà più di quattrocento metri di diametro, sarà necessaria un’esplosione nucleare. Bisognerà reagire molto prima di disporre di un’analisi affidabile sulla probabilità che raggiunga il nostro pianeta. Converrà agire nel momento in cui ci sia più di una possibilità su dieci che l’impatto avvenga, creando un cratere di più di quaranta metri di diametro. Bisognerà prendere in media una decisione di questo genere ogni dieci anni. Tale processo decisionale esige una notevole preparazione. L’Association of Space Explorers e l’International Panel on Asteroid Threat Mitigation stimano che bisogna mettere a punto entro dieci anni una rete di sorveglianza, di meccanismi decisionali e di mezzi d’azione di questo tipo.

335: Il FMI diventerebbe l’equivalente del Ministero delle Finanze del mondo…La Banca Mondiale diventerebbe il finanziatore dei beni pubblici mondiali e il principale attore della crescita globale.

CHI SI OCCUPA DELL’ORDINE MONDIALE? 336: una NATO allargata. Attali la chiama Alleanza per la Democrazia: “Questa Alleanza rivendicherà il proprio dovere d’ingerenza nelle dittature, dotandosi di mezzi per aiutare le popolazioni sottomesse a instaurare governi democratici nei rispettivi paesi…Fino a quando tutte le nazioni non saranno democrazie, l’Alleanza per la democrazia potrà trovarsi in concorrenza, o anche in contrasto, con il Governo del mondo. Se, un giorno, il mondo sarà costituito solo da sistemi di governo democratici, l’Alleanza diventerà il braccio armato del Governo planetario a avrà il ruolo di proteggerli”

Secret Machines – “Alone, Jealous, and Stoned”

In un mondo migliore, riceveranno la gloria che meritano ;o)

Il criptofascismo dei “liberalizzatori” e dei privatizzatori

 

Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. [...] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. [...] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico.

Benito Mussolini. Opera Omnia., XVI, p. 101

Una dittatura può essere un sistema necessario per un periodo transitorio. [...] Personalmente preferisco un dittatore liberale ad un governo democratico non liberale. La mia impressione personale – e questo vale per il Sud America – è che in Cile, per esempio, si assisterà ad una transizione da un governo dittatoriale ad un governo liberale”.

Friedrich von Hayek, nume tutelare dei neoliberisti, intervistato daRenée Sallas per El Mercurio”, il 12 aprile 1981. Pinochet rimase al potere fino all’11 marzo 1990 e continuò a ricoprire l’incarico di comandante in capo delle Forze armate cilene fino al 1998.

Hayek fu nominato presidente onorario del “Centro de Estudios Públicos”, think tank liberista fortemente voluto da Augusto Pinochet, dittatore cileno giunto al potere grazie al sostegno della CIA.

La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps“.

Thomas L. Friedman, A Manifesto for the Fast World“. New York Times. March 28, 1999.

*****

Ha sempre immaginato se stesso un libertario, che a mio modo di vedere significa “Voglio la libertà di arricchirmi e tu puoi avere quella di morire di fame”. È facile credere che nessuno dovrebbe dipendere dalla società finché non ti accorgi di avere bisogno di tale aiuto.
Isaac Asimov, “I. Asimov”, p. 308

L’uomo è veramente libero quando può fare tutto ciò che gli piace. È una concezione naturalistica, nella misura in cui l’azione umana segue o ubbidisce ai propri occasionali istinti o appetiti; ma, per avere la possibilità di soddisfare i propri desideri e quindi di essere libero, l’uomo non deve trovare ostacoli e, se li trova, deve avere anche la forza (e il potere) di costringere e subordinare gli altri uomini. È una libertà che presuppone, dunque, la disuguaglianza. Dato che la libertà coincide con il potere, chi ha più potere è maggiormente libero: paradossalmente l’uomo veramente libero è il despota.

Nicola Matteucci sul credo liberista/neoliberista [da: Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e GianfrancoPasquino, Dizionario di politica, Roma: l’Espresso, 2006. p. 362]

Correttamente inteso, il libertarismo assomiglia ad una visione che il liberalismo nacque per contrastare, ossia la dottrina del potere politico privato che sta alla base feudalesimo. Come il feudalesimo, il libertarismo concepisce il potere politico legittimo come fondato su una rete di contratti privati. Esso respinge l’idea, essenziale al liberalismo, che il potere politico sia un potere pubblico che va esercitato imparzialmente per il bene comune…Dato il ruolo cruciale della libertà assoluta di stipulare accordi contrattuali che devono essere pubblicamente riconosciuti e resi effettivi, ne consegue che tutte le libertà possono essere alienate, come qualsiasi bene economico. Di conseguenza, non c’è posto in un regime libertario per l’inalienabilità, l’idea che alcuni diritti sono così essenziali per mantenere la dignità e l’indipendenza delle persone che uno non può rinunciarvi consensualmente.

Samuel Freeman, “Illiberal Libertarians: Why Libertarianism Is Not a Liberal View”, Philosophy and Public Affairs, Vol. 30, No. 2. (Spring, 2001), pp. 105-151)

 

Quel che Hayek non vede, o non vuole ammettere, è che un ritorno alla “libera” concorrenza significa, per la grande maggioranza delle persone, una tirannia probabilmente peggiore, perché più irresponsabile di quella dello Stato…Il professor Hayek nega che il libero capitalismo conduca necessariamente al monopolio, ma in pratica è lì che ha portato.

George Orwell, recensione a “The Road to Serfdom” di F.A. Hayek (1944).

 

La libertà dei lupi comporta la morte delle pecore.

Isaiah Berlin

Gli anarco-capitalisti sono contro lo Stato semplicemente perché sono prima di tutto capitalisti. La loro critica dello Stato è basata su un’interpretazione della libertà nel senso del diritto inviolabile alla proprietà privata. Non sono interessati alle conseguenze sociali del capitalismo per i deboli, i senza potere e gli ignoranti…L’anarco-capitalismo è solo un far west in cui solo i ricchi e gli scaltri trarrebbero beneficio. È fatto su misura per chi non si preoccupa del danno al prossimo o all’ambiente che lascia dietro di sé.

Peter Marshall, “Demanding the Impossible: A History of Anarchism”

[NOTA BENE: la cosa ridicola dei libertari è la loro superba ed egotistica pretesa di essere più scaltri, forti ed abili degli altri e quindi la convinzione che una società del genere li avvantaggerebbe, NdR]

La ricerca di una superiore giustificazione morale per l’egoismo.

James K. Galbraith sul liberismo

I poveri sono contrari all’idea di essere governati male, i ricchi sono contrari all’idea di essere governati.

G. K. Chesterton

L’alternativa allo stato (la coercizione privata e non regolamentata) dà risultati ben peggiori, come mostra piuttosto chiaramente la storia degli stati privatamente controllati (monarchie, dittature, dispotismi) e delle “leggi” private come la schiavitù, le mafie, i signori della guerra, ecc. Abbiamo costruito un governo che è di proprietà congiunta di tutti, perché la proprietà privata incentiva eccessivamente lo scopo di lucro per mezzo dell’altrui coercizione.

Mike Huben

I mercati funzionano comprando e vendendo, trattano le cose come merci e, se non glielo impediamo, anche le persone. Fino a quando non sono stati imposti dei controlli, l’esito delle operazioni di mercato è stato la schiavitù, la servitù della gleba o bambini che trascinavano i vagoncini delle miniere. È stato il “libero” mercato che ha cacciato i neri attraverso le foreste africane e li ha messi all’asta a Charleston.

George Walford, “Friedman or Free Men?”

*****

Come li possiamo chiamare se non fascio-libertari?

Vogliono avere la libertà totale per se stessi ma anche il potere di negare la libertà di scelta a coloro che non farebbero le loro stesse scelte (e che quindi, con il loro rifiuto, ostacolerebbero i loro piani). Il loro vero motto è “io sono libero di fare qualsiasi cosa che ritengo giusta e voi siete liberi di fare qualsiasi cosa che ritengo giusta“.

La società fascio-libertaria è psicopatica:

* L’organizzazione è tipicamente piramidale, per molti versi neo-feudale, secondo la tradizionale logica della Rangordnung, che stabilisce una differenza morale ed ontologica tra persone sulla base della forza e della mancanza di scrupoli; adatta ai conformisti ed arrivisti;

* si neutralizzano gli “intollerabili formalismi” e le “vergognose garanzie” della democrazia;

* il più forte deve poter stabilire le regole del gioco, il più debole può solo adeguarsi, allontanarsi o perire;

* la sua evoluzione finale sarebbe un sistema totalitario in cui si è schiavi verso l’alto e tiranni verso il basso, laddove la sovranità in una direzione deve compensare la mancanza di libertà nell’altra;

* la psicologia del fascio-libertario è quella di una persona aggressiva, predatoria, sempre al limite delle proprie capacità e magari oltre, che desidera possedere più di quanto gli spetta, che vede il potere come un’opportunità di trasgressione e prevaricazione, che rifiuta il limite e la proporzione (l’euthymia di Democrito) in virtù dell’ethos virilista che incornicia tutto questo. I fascio-libertari sono dominatori, amano il potere in quanto tale, bramano il controllo degli altri. Sono spietati, intimidiscono, sono vendicativi. Cinici verso chi aiuta il prossimo, preferiscono essere temuti piuttosto che amati. Sono dmonati dalla brama di prendere e possedere invece che dare e condividere, di sfruttare invece che di accordarsi;

* il sistema sociale a cui aspirano è fondato sullo sfruttamento, sul consumo smodato e sul controllo di chi sta sotto e chi sta sotto tende a sognare di prendere il potere al posto del padrone, non di mitigare, trasformare o abolire il sistema;

* il fascio-libertarismo è la concretizzazione della filosofia nietzscheana, incapsulata in questo aforisma (259), tratto da “Al di là del bene e del male”: “Lo ‘sfruttamento’ non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita”;

* i fascio-libertari sono tendenzialmente immaturi, petulanti, mancano di autodisciplina, grondano di narcisismo;

* il loro attaccamento agli eroi riflette la tendenza a deificare i genitori per placare le ansie rispetto ad un mondo percepito come ostile e fuori controllo.

L’abbattimento dell’aereo turco non è un semplice incidente (e i cittadini turchi non vogliono la guerra)

Si cerca disperatamente un casus belli (cf. Golfo del Tonchino) e il pretesto è arrivato o arriverà tra breve.
“Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha detto che Damasco «ha superato il limite dell’accettabile». Ferma reazione anche da parte del ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, per il quale l’abbattimento del Phantom è «un’azione gravissima e inaccettabile», annunciando che l’Italia prenderà «parte attiva» alla riunione di domani”.

Il presidente turco Abdullah Gul ha ammesso che il jet turco potrebbe aver attraversato lo spazio aereo siriano. I conservatori canadesi in cambio non hanno avuto problemi a protestare per delle missioni di pattugliamento aereo russe che si sono avvicinate fino a 55 km dallo spazio aereo canadese. I classici due pesi e due misure dei bulli.

Questo non è un incidente:
* Un volo a bassa quota e ad alta velocità a 13 chilometri dalla base militare costiera di Latakia, costruita in collaborazione con l’Iran e che dovrebbe essere completata entro la fine del 2012.
* L’aereo proveniva da Cipro (la parte occupata dai Turchi), dove c’è anche una base “segreta” anglo-americana. Cipro è diventata una portaerei della NATO nel Mediterraneo orientale.
Propendo per la tesi che la NATO ha saggiato le difese antiaeree siriane inviando un aereo antiquato come il “Phantom”, prodotto a partire dal 1958 (!!!) ed uscito di produzione nel 1981 (o forse era un drone? Altrimenti come mai il presidente Erdogan già venerdì 22 aveva detto che i piloti erano vivi?). Ha anche creato un’ulteriore escalation, con buona pace di Haytham Manna.

Il test ha ottenuto dei risultati. I missili antiaerei russi forniti alla Siria hanno fatto il loro dovere. Poiché sono arrivati in Siria solo da poche settimane, è probabile che siano stati operati da tecnici russi. Gli Israeliani gongolano affermando che se la Turchia non avesse interrotto la collaborazione con Israele nel campo militare avrebbe ricevuto quei miglioramenti necessari a mandare in tilt quel sistema di difesa. L’intelligence israeliana è dell’avviso che le ricognizioni giornaliere turche servissero per stimare le forniture russe all’esercito siriano che arrivano a Tartus (base navale russa) ed alla già citata Latakia. Questa volta però i Russi avrebbero deciso di averne abbastanza e hanno mandato un segnale.

Come l’Occidente possa pensare di farsi coinvolgere in un’altra guerra – per di più contro la Russia – mentre si trova nel baratro della crisi e rischia di precipitare ulteriormente (con decine di milioni di disoccupati pronti ad insorgere) è qualcosa che sfida ogni logica. Ed è proprio per questo che la gente non crede che entreremo in guerra: molti sono ancora convinti che chi comanda sia sostanzialmente razionale o comunque che chi è ancora sostanzialmente razionale sia libero di determinare il corso degli eventi. Questo è un gravissimo errore di valutazione contraddetto dai fatti e le prossime settimane e mesi lo dimostreranno.

Risultati di un sondaggio dell’Ankara Social Research Center.

La maggior parte dei turchi crede che il presidente Recep Tayyip Erdogan dovrebbe adottare un approccio più neutrale verso la crisi in Siria. Il sondaggio, che è stata condotto PRIMA dell’abbattimento di un aereo turco da parte delle forze siriane, ha rilevato che oltre i due terzi dei turchi sono contrari a qualsiasi intervento da parte della Turchia in Siria.

Il sondaggio ha anche rivelato che la maggioranza ritiene che Ankara non dovrebbe prendere posizione nel conflitto.

I rapporti tra ex alleati Turchia e Siria si sono deteriorati rapidamente lo scorso anno a causa dell’impiego di basi militari nella Turchia meridionale da parte dell’opposizione al presidente siriano Bashar Assad.


http://english.al-akhbar.com/content/turks-oppose-syria-intervention-poll

Leader della rivolta anti-Assad condivide le mie preoccupazioni sulla Siria

Haytham Manna, scrittore siriano e portavoce della Commissione araba per i diritti umani, è presidente dell’Associazione siriana di coordinamento per il cambiamento democratico all’estero. Pur rappresentando una parte dell’opposizione ad Assad, dimostra di avere una comprensione più obiettiva della tragedia siriana rispetto al senatore con cui ho polemizzato:


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/06/18/il-senatore-della-repubblica-e-la-questione-siriana/

“Il 18 marzo 2011, il più importante movimento civile nella storia moderna della Siria è stato lanciato per le strade di Dara’a. Ispirato dallo spirito rivoluzionario della primavera araba, era inizialmente tranquillo [ammirevole illusione: uno dei pochi punti su cui dissento, si vedano oltre i commenti dei lettori, NdR]. Anti-corruzione e anti-autoritarismo, ha unificato le richieste locali e nazionali per il cambiamento democratico.

Nella seconda settimana di questa mobilitazione, ho lanciato quelli che sono diventato famosi come i “tre no”: no alla violenza, no al settarismo, no all’intervento estero. Una strategia che avrebbe garantito l’integrità territoriale e l’unità del popolo siriano. La nostra sfida era quella di uscire dalla provincia di Dara’a in tutta la Siria ed avevamo bisogno di garantire che la rivolta si guadagnasse il sostegno della maggioranza.

Ma questo allargamento della lotta si è svolto in assenza di unità all’interno delle forze di opposizione. Altre forze in gioco hanno cercato di reclutare le decine di migliaia di giovani che erano scesi nella strade per la prima volta, coinvolgendoli nelle loro cause regionali o internazionali. Entro i primi tre mesi molte di queste forze erano già intervenute nel conflitto, che è stato visto da molti, dentro e fuori la Siria, come un’opportunità per alterare alcuni elementi di fondo della geopolitica del Medio Oriente.

Gli obiettivi di coloro che intervengono dall’esterno erano e sono in contrasto con le canzoni rivoluzionarie all’insegna della dignità e libertà. C’era una mancata corrispondenza tra il bisogno interno di rovesciare la classe dirigente del paese, descritta come alawita, e il desiderio di alcuni dal di fuori del paese di frantumare la mezzaluna sciita – che si estende da Beirut a Teheran passando per Damasco –e di liberare il Mediterraneo della presenza militare della Russia. Qualcuno ha cercato di dare l’impressione che rivolta la Siria fosse un conflitto settario o compiuto sforzi per islamizzarlo o salafizzarlo. Russia e Cina, nel frattempo, ci hanno visto l’opportunità di passare da un mondo dominato dagli USA ad un mondo multipolare. Uno dei paradossi della rivolta siriana per la libertà è che ha creato l’occasione per rilanciare la politica estera dell’Arabia Saudita rafforzandone l’influenza.

Le autorità della Siria, nel frattempo, hanno trattato la rivolta come una questione di sicurezza, rifiutando l’idea che fosse un movimento spontaneo ed abbracciando le tesi cospirative. Tre decisioni del regime hanno determinato la natura, la forma e il contenuto del movimento popolare: la decisione di inviare truppe nella città di Dara’a nel mese di aprile 2011; l’attacco a tre città (Abu Kamal, Deir al-Zour e Hama) il primo giorno del Ramadan e le atrocità commesse nella seconda metà del Ramadan sulla costa a Homs, nelle campagne di Damasco e ad Idlib. Questa violenza eccessiva e sproporzionata ha spinto alcuni ribelli ad accettare l’idea di prendere le armi per legittima difesa [eccessiva e sproporzionata perché si è abbattuta ingiustamente su tutti gli oppositori, non solo sui mercenari affluiti dall’estero, che sapevano bene a cosa andavano incontro e se lo meritano, NdR]. In ambienti religiosi l’idea è stata rafforzata dall’invocazione alla jihad, e pubblicizzata dalle emittenti televisive del Golfo, come Wisal e Safa. La più importante e meglio organizzata rete di finanziamenti non siriani [di sostegno a questa strategia] ha sede nel Golfo salafita, in particolare in Arabia Saudita, Kuwait e Qatar.

L’opposizione democratica ha resistito a questo cambiamento di strategia, in un primo momento, ma la diffusione della violenza in tutto il paese ha impedito manifestazioni pacifiche e ha creato un clima di accettazione di questa strategia. A misura che l’esercito è ricorso alla tortura, un numero sempre maggiore di persone ha abbracciato la causa della violenza [indiscutibile ma, ancora una volta, è che quel che ci si deve attendere da un regime autoritario sotto attacco da parte di altri regimi autoritari: l’esercito italiano non si comporterebbe molto diversamente, perché i soldati non sono addestrati ad operare da forze di polizia]. Altri, invece, hanno preso una posizione netta contro l’idea di prendere le armi, ritenendo che ciò avrebbe rafforzato la dittatura, il cui potere era più minacciato da un movimento pacifico che da uno armato [totalmente d’accordo].

Il primo risultato negativo dell’uso delle armi è stato quello di minare l’ampio sostegno popolare necessario per trasformare la rivolta in una rivoluzione democratica. Ha reso molto più difficoltosa l’integrazione di richieste divergenti, come quelle urbane e quelle rurali, quelle laiche e quelle islamiche, , quella della vecchia opposizione e quella della gioventù rivoluzionaria. Il ricorso alle armi ha dato vita a gruppi frammentati che non hanno un programma politico. Un gruppo di disertori dell’esercito addestrati in Turchia ha annunciato la nascita dell’Esercito siriano libero sotto la supervisione dell’intelligence militare turca [cf. aereo turco recentemente abbattuto dalle forze siriane]. La maggior parte dei militanti dentro la Siria ora va in giro con il logo dell’“Esercito Libero” ma, al di là del nome, non vi è coordinamento ed armonizzazione politica.

Il denaro è stato dato a scapito del sostegno ad interventi di soccorso e per una pacifica attività politica.

L’afflusso di armi verso la Siria, sostenuto da Arabia Saudita e Qatar, il fenomeno del libero esercito siriano e l’ingresso di oltre 200 [numero grandemente sottostimato, NdR] stranieri jihadisti in Siria negli ultimi sei mesi hanno portato ad un calo nella mobilitazione di ampie fasce della popolazione, specialmente tra le minoranze e quelli che vivono nelle grandi città, e nel movimento di attivisti nonviolenti. Il discorso politico è diventato settario, c’è stata una salafitizzazione dei settori religiosamente conservatori.

Il piano di pace di Kofi Annan è stata l’occasione che poteva servire agli insorti armati di fare un’uscita di scena onorevole. Annan ha chiesto un cessate il fuoco e il ritiro dell’esercito e militanti dalle città, così come gli aiuti per più di un milione di persone colpite direttamente da 15 mesi di scontri continui, e il rilascio degli attivisti civili. Tuttavia, l’opposizione armata ha visto nel cessate il fuoco solo un’opportunità di guadagnare tempo per il regime, in modo da non affrontare il problema seriamente, mentre le autorità siriane hanno utilizzato qualsiasi violazione del cessate il fuoco per lanciare altre azioni militari nelle aree dove erano presenti gli insorti, con vari massacri a Soran, Khan Sheikhoun, Hula e Homs [a Hula le cose non sono andate come sostiene Manna ed in ogni caso i mercenari non sono certamente lì per raggiungere la pace, ma per destabilizzare il paese, quindi sono i peggiori nemici del piano Annan, NdR].

Nelle sue prime quattro settimane il piano di Annan aveva bisogno di una spinta per avere qualche possibilità di successo. Aveva bisogno di essere ampliato, con più osservatori e attrezzature, ed aveva bisogno di chiarire i suoi piani per il periodo di transizione. L’iniziativa russa per una conferenza internazionale sulla Siria potrebbe forse aprire la strada ad una soluzione politica [ne consegue che la richiesta del senatore di un’offensiva diplomatica sulla Russia è un terribile errore, per non dire di peggio NdR]. Tuttavia, questo solleva due questioni: è ancora possibile che i gruppi armati raggiungano e rispettino le decisioni politiche? Gli armamenti forniti agli insorti hanno già seriamente indebolito ogni possibilità di una soluzione politica e di una transizione democratica in Siria?


http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/22/syria-opposition-led-astray-by-violence#start-of-comments

I COMMENTI DEI LETTORI DEL GUARDIAN CHE HANNO RICEVUTO PIÙ APPROVAZIONI MOSTRANO IL BARATRO DI CONSAPEVOLEZZA CHE SEPARA L’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA (E CERTI I SUOI SENATORI) DA QUELLA DI ALTRI PAESI.

NOTA BENE: a dispetto delle apparenze, non ho scelto quelli più conformi alla mia analisi. Sono proprio quelli che hanno ricevuto più “mi piace”. Evidentemente la possibilità di avere accesso ad un’informazione più pluralista e completa, opportunità preclusa agli Italiani, sta facendo un’enorme differenza. Il giornalismo italiano è terribilmente carente e senza buon giornalismo non ci può essere alcuna democrazia sostanziale.

1. “Devo dire che qualsiasi desiderio che posso aver avuto di veder trionfare questa rivoluzione si è da tempo placato, dato che il probabile risultato del suo successo sarebbero, nel migliore dei casi, rappresaglie incredibilmente sanguinose e, nel peggiore, un genocidio”.

2. “L’Arabia Saudita sta cercando di imporre la propria perversa ideologia wahabita su un paese laico come la Siria. Quello che sta accadendo in Siria non è una rivoluzione, è un complotto per cambiare il governo:


http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/nov/04/syria-iran-great-game

La cosa “divertente” è che Regno Unito, USA e molti paesi occidentali stanno sostenendo gruppi armati terroristici in territorio siriano legati ad Al-Qaeda. Purtroppo il lettore medio non si rende conto di questo fatto” [figuriamoci in Italia, NdR].

3. “Non ho soluzioni per la Siria. L’unica preoccupazione che ho è di assicurare che nessun militare e denaro britannico o denaro sia sacrificato in questa guerra civile / settaria. Dobbiamo restarcene fuori, per consentire loro di risolvere la faccenda per conto proprio”.

4. “La primavera araba ha da tempo deluso le aspettative iniziali. La Libia post-Gheddafi è ancora un po’ un pasticcio, anche se i media hanno perso interesse, e in Egitto sembra di assistere all’incubazione di una contro-rivoluzione delle classi militari e del governo. La Siria si trova in un pasticcio terribile e nemmeno un cieco si sentirebbe ottimista circa il risultato per un paese che viene devastato dal governo e dalle forze dell’opposizione. Le forze di opposizione sono state “rambizzate” [cf. Rambo, NdR] dall’Occidente e dall’Arabia Saudita e Qatar, paesi questi ultimi che sono piuttosto maturi per una loro sanguinosa rivoluzione.

La Siria non può permettersi i combattimenti e la distruzione che sta subendo”.

5. “I rapporti delle agenzie di stampa cattoliche riferiscono che, finora, più di 50.000 cristiani sono stati cacciati dalle loro case dai “ribelli”, circa 300 sono stati uccisi, da jihadisti che vanno di casa in casa. Deve essere di nuovo quella “piccola minoranza” di estremisti. Forse un giorno potremmo avere un articolo anche su questo”.

6. “Il solo sapere che una teocrazia medioevale come l’Arabia Saudita sta sostenendo i ribelli dovrebbe dirci molto sulla mentalità e valori dei ribelli”.

7. “L’opposizione della Siria non ha nulla a che vedere con le sollevazioni popolari in stile Piazza Tahrir. Ciò che era iniziato come la primavera araba in Egitto e Tunisia è stato subito cooptato dalla NATO come strumento per combattere le loro guerre neo-imperialiste per procura in Africa (AFRICOM) ed in Medio Oriente (CENTCOM). L’opposizione siriana non è stata “traviata”, è stata spietatamente violenta fin dall’inizio. Oltre agli autentici disertori dell’esercito dello Stato siriano, l’esercito ribelle siriano è costituito per una parte sostanziale da mercenari wahabiti / salafiti organizzati in squadroni della morte, addestrati ed equipaggiati dagli Stati Uniti e Regno Unito (e probabilmente dalla Francia), allo stesso modo in cui squadroni della morte venivano assemblati dalla CIA in America Latina (Operazione Condor).

Vengono ospitati dalla Turchia, obbediente partner della NATO e finanziati dalle monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita (cf. Bandar Bush) e Qatar, che cercano una maggiore influenza nella regione, fomentando la violenza settaria fra musulmani e cristiani ortodossi siriani e tra Sciiti e sunniti.

La balcanizzazione della Siria lungo linee religiose è un prodotto di iniziative esterne, in quanto la Siria è uno stato laico e i membri delle diverse fedi religiose hanno più o meno pacificamente convissuto per oltre mille anni.

Questi mercenari stranieri si sono fatti le ossa operando come squadroni della morte nell’Iraq devastato dalla guerra, dove erano conosciuti come “Al-Qaeda in Iraq“. Successivamente sono stati ri-etichettati come “coraggiosi combattenti per la libertà libici”, posando in abbigliamento trendy per i media occidentali.

I massacri che si stanno commettendo in Siria (come quello degli alawiti pro-Assad alawiti ad Houla) sono falsamente attribuiti alle truppe regolari, quando Assad non ha nulla da guadagnare dall’instabilità politica in Siria derivante dal massacro di civili. La tattica di propaganda della NATO nei vari conflitti che compongono questa “lunga guerra” è stata quella di deviare la colpa sulle vittime.

Ciò a cui stiamo assistendo è la fase preparatoria della terza guerra mondiale (se non è già iniziato) e questa volta l’Occidente è inequivocabilmente dalla parte sbagliata”.

Il commento numero 7 rispecchia precisamente il mio punto di vista. Credo di poter dire che sia la più accurata ricostruzione di quel che sta succedendo che abbia mai letto su un quotidiano.

Roberto Vacca, “Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni sul nucleare”

manifestazione anti-nucleare giapponese

Mi prendo la libertà di pubblicare tutto ciò che Roberto Vacca avrà la bontà di farci/mi pervenire tramite la sua mailing list.
Posso non essere d’accordo con certe sue posizioni, valutazioni o speranze, ma ammiro la sua incrollabile volontà di fare chiarezza, sfatare miti ed ancorare le sue osservazioni a ragionamenti solidi e dati di fatto, merce rara di questi tempi.

Energia nucleare: rischi, analisi, decisioni di Roberto Vacca, 18/6/2012

“TEKENO ALTAI:” — “No alla riaccensione”.

Cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C  e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.”  Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perché la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione, vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e per suggerire come evitare eventi negativi simili in avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM). Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979)  una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel  caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di  traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

Avvistamenti di bolidi negli Stati Uniti 2005-2012

Non sono solo i terremoti ad essersi moltiplicati negli ultimi anni.

È aumentato il numero di avvistamenti di comete:


http://www.universetoday.com/81994/soho-finds-its-2000th-comet/


http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2011/12jan_cometstorm/

come quello degli avvistamenti annuali di bolidi (fireballs) negli USA:

2005: 466

2006: 515

2007: 537

2008: 726

2009: 693

2010: 948

2011: 1629 (609 fino al 23 giugno 2011)

2012: 868 fino al 23 giugno 2012

MEDIA GIORNALIERA

Pre-2005: 1,20-1,30

2005: 1,28

2006: 1,41

2007: 1,61

2008: 1,98

2009: 1,90

2010: 2,59

2011: 4,46

2012: 5,03

FONTE:


http://www.amsmeteors.org/fireball2/public.php?start_date=2012-01-01&end_date=2012-06-31&state=&event_id=&submit=Find+Reports

Jacques Attali sa di cosa sta parlando:


http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/23/jacques-attali-e-gli-asteroidi-il-mondo-non-finira-ma/

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